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Lontano dalla lingua madre

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Km/Poetiche

Salah Methnani

Lontano dalla lingua madre


TUNISI Siamo alla fine del 1986, l'anno accademico gi iniziato e tra alcuni mesi si concluder la nostra vita da studenti e diventeremo dei neo laureati. Nessuno di noi pensa a quello che avrebbe fatto una volta fuori dall'istituto Bourguiba di lingue. Le promozioni che ci hanno precedute sono andate nella maggior parte dei casi ad incrementare il numero dei professori di lingua francese nelle scuole medie e superiori. Pochi erano andati a fare i funzionari in ministeri statali. Altri avevano preferito invece andare altrove. Su alcune pareti dell'istituto noto una scritta che esprime il malcontento di tanti studenti e il loro smarrimento : "There is no future in IBLV" , non c' un futuro all'interno dell'istituto Bourguiba di lingue. La scritta viene interpretata dai pi come un sentimento di sfiducia nei confronti degli studi che si fanno all'interno della nostra facolt. Per me ha un unico e semplice significato: Bisogna finire gli studi qui dentro e andare a costruirsi il proprio futuro fuori di questo edificio e non necessariamente in un paese straniero, e questo vero anche per quanto vi riguarda: prima finite gli studi meglio , il futuro si trova sempre fuori dell'universit. La vita studentesca scorre normalmente: si seguono i corsi, ci si prepara per gli esami e si vive il tempo libero come in qualsiasi altro paese del mondo. C' un immenso piacere nell'abbracciare ogni nuovo giorno e la vita quotidiana non sembra poi cos complicata. Siamo giovani laureandi e non ci poniamo il problema del dopo laurea, o almeno cos sembra. Gli studi delle lingue straniere ci fanno sentire in qualche modo un po' diversi dagli altri, ed il motivo per cui abbiamo scelto la facolt di lingue. Una scelta in armonia con il sogno di ognuno di noi: essere in grado di viaggiare dovunque nel mondo e comunicare con i vari popoli del pianeta. Queste lingue che cerchiamo di addomesticare vanno dall'italiano al tedesco, dal cinese al giapponese, dallo spagnolo al russo, lingue queste a cui bisogna aggiungere l'inglese, essendo la lingua di base per tutti quanti. Per quanto mi riguarda la lingua straniera scelta stata il russo... Fuori dall'universit parliamo ovviamente in arabo tunisino che mischiamo spesso con due o tre parole francesi. Siamo i figli del dopo indipendenza e di lingua madre ne avevamo due. Ma la cosa importante che ci accomuna il fatto che siamo a casa nostra, nel nostro paese e riusciamo a muoverci nel nostro regno con disinvoltura. I viaggi turistici che facciamo di tanto in tanto durante le vacanze per fare shopping oppure visitare monumenti e musei non ci fanno sentire a disagio dal momento che abbiamo pi di una lingua straniera in grembo che ci permettono di dialogare oppure contrattare i prezzi con i commercianti dei paesi dove ci rechiamo. Il nostro vantaggio quello di avere la possibilit di partire comunque ma non per restare a lungo e di conseguenza non avere la sensazione della lontananza dagli affetti, dai luoghi e dai modi di dire e di pensare.... ROMA Ora sono qui, nella citt eterna a Roma e ad un tratto mi accorgo che sono lontano da casa, lontano da mia madre e lontano dalla lingua madre. Il contesto completamente diverso da quello a cui mi sono confrontato finora. Il bagaglio linguistico di cui dispongo ricco s, ma mi fa sentire un individuo ai margini della societ italiana. Rare sono le persone che parlano inglese correttamente, e rarissime sono quelle che possono vantare la conoscenza della lingua di Hugo e Sartre. Per quanto riguarda il russo non ne parliamo nemmeno. Vado in giro per le strade della citt con una cartina in mano per evitare di avere contatto diretto con la gente. Potrei essere un qualsiasi giovane in gita turistica alla scoperta di una citt millenaria e dei suoi monumenti storici ma ho difficolt a dirlo ad alta voce. Faccio quindi una vita quasi solitaria e mi limito ad osservare attentamente quello che mi succede intorno. Perch sono qui? continuo a ripetermi ogni giorno che passa senza per trovare una risposta adeguata. Ho una laurea in tasca in lingue e letterature moderne e contemporanee e mi sento un pesce fuor d'acqua. Comincio a frequentare i bar dell'universit "La Sapienza" per convincermi che da qualche parte in questa citt potrei sempre trovare una collocazione soddisfacente. Mi porto appresso un libro e mi metto ad un tavolo a leggere in mezzo agli altri. Giovani di entrambi i sessi che stanno cercando di raggiungere il traguardo che avevo gi raggiunto. Dovrei sentirmi privilegiato rispetto a loro e invece non sento niente. Anzi vorrei tornare indietro e ricominciare da capo, ma insieme a loro, diventare parte del loro gruppo, sedermi con loro, discutere i commenti dei professori insieme a

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loro, rendermi utile e assistere a tutte le lezioni per poterli passare tutti gli appunti. Ma la fossa che ci separa profonda, e per una volta la mia lingua madre non mi pu venire in aiuto.... Il senso di sconfitta si tramuta dopo pochi mesi di permanenza a Roma in un forte desiderio di riscatto. Rifiuto l'esclusione dalla societ in cui vivo e dichiaro battaglia alla mia ignoranza della lingua di Dante. Mi cimento a decifrarla e passo ore e ore a casa sui libri di grammatica per poter essere ammesso a pieno titolo fra gli altri. Impossessarmi infine di quello strumento linguistico senza il quale rimarrei per sempre un eterno clandestino..... Ero un emigrante in quel giorno di ottobre del 1987, quando con due borse in mano, piene pi di libri che di vestiti, imbarcavo sulla nave della Tirrenia che collegava Tunisi all'altra sponda del Mediterraneo. Avevo deciso di emigrare dalla mia terra natale, non per bisogno ma spinto dalla forza dell' uccello, che una volta uscito dal guscio desidera volare su nel vasto cielo senza temere di sconfinare in un territorio reso vietato. " Dio che v'ha soggiogato il mare perch vi corrano le navi al suo comando e voi vi affaccendiate a cercare la sua grazia e per avventura gli siate grati. E ha soggiogato a voi quel che v' nei cieli e quel che c' sulla terra, ch tutto proviene da lui, e certo in questo v'han segni per gente che sa meditare." Lasciavo il mio paese con qualche domanda in testa: Cosa ne sarebbe del mondo se dalla terra venissero mandati interi eserciti su nell'aria per regolamentare i flussi migratori degli uccelli ? come farebbero i governi del pianeta per distinguere tra un uccello in regola, munito di regolare permesso di soggiorno, e le migliaia di uccelli clandestini che sfuggirebbero alla sorveglianza aerea ? Dopo aver varcato la soglia del controllo dei passaporti e toccato con i miei propri piedi il suolo italiano, una voce estranea aveva cominciato a chiamarmi immigrato, e non cesser mai di farlo. Porter, volente o nolente quest'etichetta finch il mio corpo e la mia anima continueranno a serpeggiare sotto le stelle dell'Italia che mi ha ospitato. Non cambia nulla se nel frattempo mi sono sposato con una cittadina italiana, se cammin facendo sono diventato padre di una bambina italiana, se per viaggiare nei paesi della comunit europea non dovr pi chiedere un visto. Non ho intenzione qui di fare un bilancio dettagliato dei miei 15 anni di permanenza nel paese del grande Michelangelo n di fare un quadro di quella che stata la mia vita in mezzo agli italiani, vorrei solamente cercare di rompere il muro di silenzio dietro il quale tendiamo a nasconderci e far uscire allo scoperto parte di ci che un immigrato - a cavallo fra due culture - potrebbe aver tenuto negli abissi di se stesso. Andiamo tutti alla ricerca di un amico quando sentiamo il bisogno di confidarci, strilliamo ai nostri genitori perch ci sentiamo spesso incompresi, scioperiamo e scendiamo a manifestare per strada quando i governi imbavagliano le nostre bocche e rifiutano di considerarci degni interlocutori. Mi sento come milioni di individui, frustrato e la mia voce stenta a farsi strada e ad uscire dalla profonda fossa dove l'hanno gettata. Ed per questo che nata in me la voglia, avendo a disposizione uno strumento linguistico adeguato di raccontarmi, e raccontare storie di altra gente come me per cercare, come dice lo scrittore marocchino Abdelkebir Khatibi di rispondere, attraverso la scrittura, alla violenza storica con un'altra violenza, e cio con la violenza del verbo. L'unico mezzo per gente come me che potrebbe aiutare ad alleggerire il peso dell'umiliazione e sperare nell'edificazione di una societ pi umana. Parlo di tutto ci che ci riguarda e che non possiamo commentare insieme perch qualcun altro ha deciso per noi. Alludo ai soprusi e alle violenze psicologiche che subiamo ogni giorno e dai quali non possiamo difenderci. Mi riferisco a tutte le malattie sociali che ci opprimono e che nessuno vuole trattare e neppure curare usando le medicine adeguate. Continuiamo ancora oggi a nascondere il sole col setaccio, e reagiamo a tutto ci che ci circonda ficcando in gruppo le nostre teste sotto terra. Occhio non vede, cuore non duole. Non pretendo essere un profeta di inizio terzo millennio, n un riformatore e tantomeno un predicatore. Mi sento, come la maggior parte degli italiani, un elemento passivo di una societ convalescente che attende da decine di anni l'avvento del Messia per uscire dall'oscurit e resuscitare di nuovo. Aspettiamo ancora che qualche uomo "Libero" ci riveli pubblicamente i nostri malanni e ci conduca a usare positivamente le nostre menti ammuffite dall'inerzia. Come tante altre persone continuo ad assaporare le mie sconfitte guardando la televisione o leggendo le notizie attraverso i giornali sperando che un giorno o l'altro queste notizie smettano di raccontarci storie banali. Sogno spesso di vedere l'inchiostro impiegato nella maniera giusta e faccio voti continuamente perch vengano raccontate le nostre storie, quelle vere, ed evidenziato ci che ci affligge realmente. Non mi spiego come mai malgrado il progresso i malati muoiono negli ospedali, e bambine innocenti vengono violentate. E' diventata moda oramai commentare a torto o a ragione gli avvenimenti senza cercare di andare fino in fondo alle questioni, n provare a risalire all'origine vera di qualsiasi controversia o discussione. Sono anni oramai che si parla e si straparla di immigrati e di immigrazione, di integrazione e di centri di prima accoglienza, di prostituzione e di spaccio di droga diffusi fra gli stranieri, di promesse per risolvere il problema e di

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minacce per chiudere le frontiere. Nuove terminologie sono entrate a far parte dell'uso comune degli italiani per accennare all'argomento, e timidi tentativi sono stati fatti per cercare di affrontare quella che chiamerei la maggiore sfida che l'Italia possa conoscere nel suo futuro prossimo. Una sfida che non riscontra sfortunatamente nessuna volont politica per gestirla adeguatamente, n l'organizzazione di convegni seri in modo da poter costruire basamenti solidi per una societ eterogenea come quella che inevitabilmente si instaurer nella penisola in questo nuovo millennio appena iniziato. A persone come me non rimasta che la parola e anche quella veniva a volte a mancare. Ci si rivolge a noi altri, venuti da fuori, i diversi di tanto in tanto per incorniciare qualche dibattito fantoccio sui lavavetri oppure per esprimere un parere su quello che succede nello Yemen, anche se dello Yemen ne sappiamo pressa poco quanto ne potrebbe sapere un italiano o un tedesco. E' fuori discussione darci la parola per analizzare le nostre disgrazie e il loro perdurare nel tempo perch non siamo all'altezza di usare la lingua del Manzoni, rischiamo di profanarla. E poi ci sono quelli che sanno sicuramente meglio di noi la nostra storia e il nostro vissuto, sbagliano sempre quando ci nominano e si confondono spesso quando cercano di designare sulla carta geografica i nostro paesi di provenienza, ma non importa; loro possono permetterselo, sono intellettuali e la loro fama e giunta fin oltre i confini. Ma di fronte a questo andazzo generale delle cose ci sono alcuni spiriti liberi desiderosi di fare qualche passo in avanti per non far sembrare questo mio discorso un annuncio catastrofico oppure una lagna di chi si auto commisera per la sua sorte. A questi individui io sono molto grato e questo ci riporta a parlare di nuovo del mio essere un "cross-cultural writer". Guardandomi intorno mi sono sempre chiesto come mai non ci sono, a parte rari casi, ricerche sociologiche valide che aiutino a capire meglio la ragione per la quale l'Italia continua ad essere, nonostante la politica di chiusura adottata dall'inizio degli anni novanta, un porto di approdo per tutti i diseredati della terra. Ho sempre letto che i motivi di questi flussi sono da collegare verosimilmente alla povert e alle guerre che dilagano nei paesi in via di sviluppo. Una battuta per tagliare corto su un argomento complesso e spiegare la presenza, legale o illegale di queste masse di braccianti che vanno sempre aumentando. Gli italiani cadono dalle nuvole quando viene chiesto loro il parere sulla presenza di circa un milione e mezzo di extracomunitari in giro per l'Italia e si limitano a dare risposte evasive per non deludere l'intervistatore. Altri invece si scaldano subito ed esprimono la loro completa solidariet, con i loro fratelli neri, mettendo in chiaro dal principio la loro appartenenza a quella categoria di antirazzisti che si sente, a torto o a ragione presa di mira. Altri ancora si scagliano inspiegabilmente contro tutti i marocchini (tutti gli immigrati sono marocchini) senza distinguere fra il senegalese, il cinese e il vero marocchino. Davanti a questo scenario che si perpetua quotidianamente l'intellettuale immigrato deve dare un contributo attraverso le varie forme di espressione per cercare di togliere il pesante velo nero che ci benda gli occhi e iniziare insieme con altri una marcia costruttiva verso l'indomani. Una candelina per fare un po' di luce in questo buio totale in cui ci imbattiamo per contribuire all'edificazione di una nuova convivenza fra persone civili. E' da li che ho iniziato il mio percorso, girando per le strade di Roma, raccogliendo storie che gli abitanti della strada stessi mi trasmettevano personalmente. Confessioni che appesantivano i loro corpi e che non volevano consegnare a estrani n potevano scaricare in chiesa, addosso a qualche prete benevolo. Ho cercato inoltre di mantenere il contatto con alcuni paesi da dove provengono alcuni immigrati e mi capitato spesso di parlare con quelle anime che volente o nolente sono rimaste all'interno dei propri confini. Sono tornato alla culla materna per raccogliere nuove storie e dare voce a quelli che continuano a sognare l'eldorado che non c'. A tratti sentivo la vergogna assalirmi per essere riuscito a varcare il cancello dietro il quale loro sono ancora rinchiusi. Tanti di loro sembrano disposti a fare di tutto per andare in Europa. Ma la porta d'ingresso per quello che credono, a torto, essere il paradiso terrestre ben custodita da un edificio che porta la bandiera italiana, e il visto per il passaggio non cosa facile da ottenere; ce ne sono gi troppi di immigrati e bisogna cacciarli via stando alle dichiarazioni di alcuni politici italiani. Per riscattarli ho preso la penna e ho cercato di far arrivare la loro voce ai pi, nella speranza che qualcosa cambi e che gli spiriti potranno un giorno viaggiare liberamente. E' questo il significato che potrei dare al mio essere "un individuo a cavallo fra due culture", mi sento metaforicamente parlando e permettetemi di dirlo come Ges Cristo, mi sembra di portare pure io una croce.
Km 3, gennaio 2002

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