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APPUNTI DI ECONOMIA POLITICA

Appunti delle lezioni di Fondamenti di Economia politica di Emiliano Brancaccio

Facolt di Scienze economiche e aziendali Universit del Sannio

SECONDA EDIZIONE

3 febbraio 2011

ATTENZIONE: Questi appunti rappresentano sbobinamenti e stralci dalle lezioni di Fondamenti di Economia politica del prof. Emiliano Brancaccio, coadiuvato dal dott. Domenico Suppa.

Gli appunti potrebbero contenere alcuni errori e imprecisioni. Gli appunti integrano ma non sostituiscono i testi di riferimento.

I cap. 1 e 2 degli appunti rappresentano una introduzione generale. Il cap. 3 dedicato alla microeconomia. I cap. 4 e 5 vanno affiancati al testo di macroeconomia di Blanchard.

INDICE

Introduzione

1. CENNI DI STORIA DELLECONOMIA POLITICA

1.1 Un approccio critico alla economia politica 1.2 Gli economisti classici 1.3 Karl Marx 1.4 Lapproccio neoclassico-marginalista 1.5 La Grande Crisi e Keynes 1.6 La Sintesi neoclassica e il nuovo mainstream 1.7 Per una critica della teoria economica mainstream

2. ELEMENTI DI TEORIA CLASSICA E MARXIANA

2.1 Un esempio del liberismo dei classici: il problema dei vantaggi


comparati di Ricardo

2.2 La condizione di riproducibilit del sistema economico nei classici


e in Marx

3. MICROECONOMIA E MACROECONOMIA NEOCLASSICA

3.1 La teoria neoclassica della scelta razionale individuale: il caso del


consumatore

3.2 Il vincolo di bilancio del consumatore 3.3 Utilit, ordinamento delle preferenze e curve di indifferenza 3.4 La scelta del consumatore 3.5 La curva di domanda individuale 3.6 Il surplus del consumatore 3.7 La variazione della domanda individuale rispetto al reddito 3.8 Dalla curva di domanda individuale alla curva di domanda di
mercato

3.9 La teoria neoclassica dell'impresa 3.10 La massimizzazione del profitto dell'impresa 3.11 L'impresa in concorrenza perfetta 3.12 Rappresentazione grafica dell'equilibrio ottimale dell'impresa 3.13 Domanda, offerta ed equilibrio del mercato di concorrenza
perfetta

3.14 L'elasticit della domanda rispetto al prezzo 3.15 Monopolio e oligopolio 3.16 Dalla microeconomia alla macroeconomia neoclassica

4. DISPENSE INTEGRATIVE DEL MANUALE DI BLANCHARD


4.1 Una specificazione del modello di determinazione della produzione 4.2 Il paradosso del risparmio 4.3 Spesa pubblica, tassazione e teorema di Haavelmo 4.4 Il finanziamento del disavanzo pubblico e il Trattato di Maastricht 4.5 La politica monetaria e il Trattato di Maastricht 4.6 Politica monetaria e speculazione 4.7 Politica monetaria, libera circolazione dei capitali e controlli 4.8 Due interpretazioni alternative della crisi

I CENNI DI STORIA DELLECONOMIA POLITICA

1.1 Un approccio critico alla economia politica E vero che la diffusione dei contratti precari ha contribuito a ridurre la disoccupazione? Per quale motivo negli ultimi trentanni abbiamo assistito a una caduta della quota di reddito nazionale spettante ai lavoratori salariati? Quali sono gli effetti della immigrazione sui salari dei lavoratori nativi? Quali sono le possibilit per un figlio di operai di veder migliorare le proprie condizioni di lavoro e di vita rispetto a quelle dei genitori? Perch alcuni paesi hanno visto crescere la loro ricchezza pi rapidamente di altri? Quali sono le cause della crisi economica mondiale esplosa nel 2008? Leconomia politica prova a rispondere a queste e a molte altre domande. Si tratta di questioni scottanti, che riguardano il vissuto quotidiano di tutti noi, e dalle quali in larga misura scaturiscono le condizioni del nostro benessere. A questo tipo di domande si risponde di solito con dei luoghi comuni. Per esempio, un convincimento diffuso che gli Stati Uniti rappresentino il paese del sogno americano, dove anche la persona pi umile, se sufficientemente abile e volenterosa, pu raggiungere le pi alte vette della scala sociale. Questo ad esempio il messaggio del celebre film La ricerca della felicit, con Will Smith e di Gabriele Muccino.

Ma le cose stanno davvero cos come ci dice quel film e come di solito tendiamo a credere? A quanto pare no. Il grafico posto qui di seguito mostra i tassi di immobilit sociale calcolati dallOCSE per alcuni paesi. La misura rappresenta in un certo senso un indice della probabilit che pu avere un individuo di situarsi in una posizione sociale analoga a quella della famiglia di origine. Essa cio misura il peso della classe sociale di provenienza sui destini di ciascun individuo. Pi alto lindice, pi probabile che un figlio, al di l dei meriti individuali, si ritrovi in una posizione sociale simile a quella dei genitori.

Ebbene, contrariamente al messaggio del film di Muccino e ai luoghi comuni sul sogno americano, si pu notare che gli Stati Uniti si caratterizzano per un elevato tasso di immobilit sociale. Peggio degli USA fanno soltanto il Regno Unito e, purtroppo, lItalia.

Attraverso luso dei dati e la loro corretta interpretazione, leconomia politica pu dunque contribuire a sfatare dei miti, e pu aiutarci a comprendere meglio le caratteristiche della realt sociale che ci circonda. Limportanza delleconomia politica per tutti gli aspetti della vita sociale del resto testimoniata dallinfluenza che le variabili economiche possono avere sui pi svariati comportamenti umani. Basti pensare alle correlazioni esistenti tra disoccupazione e suicidio, tra povert e criminalit, tra partecipazione delle donne al lavoro e divorzi, tra disuguaglianza sociale e rigidit delle norme morali, e cos via.

11 La rilevanza della economia politica dunque evidente. Ma quale potrebbe essere una definizione rigorosa di questa disciplina? In termini del tutto preliminari, possiamo affermare che leconomia politica indaga sui modi in cui una societ si organizza per affrontare le seguenti quattro questioni fondamentali: come produrre, cosa produrre, quanto produrre e come distribuire ci che si prodotto.

Naturalmente tale definizione molto generica, e in questi termini risulta compatibile con qualsiasi indagine economica. Tuttavia nel corso di queste lezioni avremo modo di approfondire il suo significato e scopriremo che ogni scuola di pensiero economico tende a interpretarla in modo particolare. A questo proposito importante comprendere che esistono diversi modi di concepire leconomia. E quindi esistono anche diversi tipi di manuali attraverso i quali leconomia viene insegnata.

I manuali oggigiorno pi diffusi sono quelli realizzati da alcuni noti economisti americani. Basti citare, per esempio, i testi di Paul Samuelson, Gregory Mankiw, Olivier Blanchard, Joseph Stiglitz, tra gli altri. Si tratta di libri indubbiamente molto apprezzati, sia per la ricchezza di contenuti che per la immediatezza del linguaggio. Tuttavia questi testi presentano un limite: troppo spesso essi danno agli studenti la sensazione che esista una sola rappresentazione possibile della realt economica, vale a dire una sola teoria, un solo modello universalmente accettato dalla comunit degli studiosi.

Ma lidea che per ogni fenomeno della realt esista un solo modello interpretativo contraddetta dal fatto che, in tutti i campi di ricerca, ingenti risorse umane e materiali vengono dedicate alla continua verifica dei diversi modelli esistenti, al fine di valutare quale di essi sia maggiormente in grado di interpretare i fatti concreti. Questo vero in fisica, in chimica, in biologia, ma lo ancora di pi nellambito delleconomia politica, dove i contrasti tra i ricercatori sulla teoria da preferire sono particolarmente accentuati. Uno dei motivi per cui le dispute tra economisti sono pi accese che in altri ambiti verte sul fatto che oggetto di studio delleconomia non sono i pianeti o le cellule ma le persone in carne ed ossa, con i loro vitali interessi economici. Questioni che attengono alle cause e ai rimedi contro la disoccupazione, alle determinanti dei salari o delle tasse, alle protezioni contro i licenziamenti o al carattere pubblico o privato della scuola, della sanit e pi in generale dei mezzi di produzione, riguardano troppo da vicino il vissuto quotidiano, gli interessi economici e le relative scelte politiche degli individui per illudersi che su di esse si possa facilmente raggiungere un consenso unanime, e soprattutto per credere che quegli stessi interessi non condizionino anche gli indirizzi di ricerca degli studiosi. Con ci, beninteso, non si vuol sostenere che il condizionamento degli interessi materiali renda leconomia una scienza falsa, vale a dire una mera ideologia. Piuttosto, si vuole affermare che per analizzare in termini effettivamente scientifici la realt economica che ci circonda indispensabile un approccio critico alla economia politica, ossia un approccio che si ponga il problema di analizzare criticamente la teoria dominante, di indagare sui suoi limiti, e di metterla sempre a confronto con una impostazione alternativa. Lo studente deve pertanto comprendere che il pi delle volte leconomia si presenta come un luogo concettuale di contesa tra interpretazioni alternative della realt che ci circonda.

In questo senso, come vedremo, per tutto il corso della trattazione verranno messi a confronto due indirizzi alternativi di ricerca. Da un lato analizzeremo le versioni passate e presenti del cosiddetto mainstream, cio dellapproccio attualmente dominante detto neoclassico-marginalista. Dallaltro lato studieremo il cosiddetto approccio critico, che prende spunto dalle opere di Karl Marx, John Maynard Keynes, Piero Sraffa ed altri per criticare limpianto concettuale dellapproccio neoclassico dominante e per indicare una diversa interpretazione dei fatti economici e sociali.

13 Del resto, che leconomia politica abbia sempre rappresentato una sorta di campo di battaglia tra visioni contrapposte dimostrato dalla sua evoluzione storica. Nei brevissimi cenni che seguono proveremo a dare unidea di alcune tra le pi celebri dispute tra economisti.

1.2 Gli economisti classici

In genere si ritiene che la nascita di una vera e propria scienza economica sia avvenuta tra il 1760 e il 1830, ossia a cavallo di quella prima Rivoluzione industriale che in Inghilterra e in altri paesi cre le basi per la piena affermazione del modo di produzione capitalistico (cio di un sistema nel quale la classe dei capitalisti detiene il controllo dei mezzi di produzione, mentre la classe dei lavoratori si presenta sul mercato offrendo ai capitalisti la propria forza lavoro in cambio di un salario). Durante la prima Rivoluzione industriale si assiste a un grande processo di innovazione tecnologica, di allargamento dei mercati, di concentrazione dei capitali, di trasformazione di larghe masse di lavoratori in operai salariati e di aumento generalizzato della scala della produzione e della circolazione delle merci. Tali trasformazioni economiche sono accompagnate anche da importanti cambiamenti negli assetti sociali e politici. In questa fase si registra infatti il relativo declino politico della classe aristocratica dei proprietari terrieri e prende avvio lascesa sociale e politica di una nuova classe di soggetti, quella dei capitalisti proprietari delle moderne imprese agricole e industriali. Il successo dei capitalisti porta a una nuova concezione dello Stato: non pi espressione degli interessi del sovrano e dellaristocrazia fondiaria, lautorit statale viene chiamata a favorire lo sviluppo del capitale. Nuovo scopo del potere politico dunque di salvaguardare gli interessi della nuova classe capitalista emergente, in contrapposizione alle istanze provenienti dalla classe dei proprietari terrieri.

E esattamente in questi scenari che avviene la pubblicazione delle fondamentali opere di due studiosi considerati i padri fondatori della scienza economica moderna: lo scozzese Adam Smith, autore della Ricchezza delle nazioni del 1776; e linglese David Ricardo, autore dei Principi di economia politica e della tassazione del 1817. Smith e Ricardo sono considerati i massimi esponenti della cosiddetta economia classica. Gli economisti classici risultano in larga parte sostenitori del cosiddetto liberismo, o laissez-faire. A grandi linee il liberismo quella dottrina politica che si situa alla base dellidea che per favorire lo sviluppo economico e la crescita del benessere di tutti si debbano liberare le forze del mercato dai lacci dellautorit statale, cio si debba lasciar fare ai capitalisti privati. Sia pure seguendo ragionamenti molto articolati e con diversi accenti e sfumature, Smith e Ricardo in definitiva sostengono le tesi liberiste. Essi infatti ritengono che ci si dovrebbe affidare prevalentemente alle forze spontanee del mercato e della concorrenza tra le imprese private, senza inutili vincoli o intromissioni da parte dello Stato. A questo proposito, Smith elabora il cosiddetto teorema della mano invisibile. Secondo questo teorema gli individui agiscono nel libero mercato guidati dal loro egoismo personale, ma proprio seguendo i loro interessi particolari essi inconsapevolmente contribuiscono allo sviluppo economico complessivo, e quindi finiscono per servire linteresse di tutti. Scrive Smith che ciascuno condotto da una mano invisibile a promuovere un fine che non era parte delle proprie intenzioni. Le forze del mercato rappresentano cio una mano invisibile che guida i singoli individui egoisti a compiere il bene comune dello sviluppo economico. In questo senso egli aggiunge che non dalla benevolenza del macellaio, del birraio o del fornaio che ci dobbiamo aspettare la cena, ma dal fatto che essi perseguono il proprio interesse. Il motivo per cui secondo Smith il teorema funziona che i capitalisti proprietari delle imprese, in concorrenza tra loro, cercheranno di prevalere gli uni sugli altri producendo esattamente le merci che i consumatori desiderano. Inoltre, i capitalisti cercheranno di adottare i metodi produttivi pi efficienti al fine di ridurre al minimo i costi, ed essere quindi pi competitivi rispetto ai diretti concorrenti. La riduzione dei costi far s che le merci siano vendute ai prezzi pi bassi possibili, il che garantir sviluppo e benessere diffuso. A grandi linee, sono questi i motivi per cui secondo Smith bene lasciare che le forze del mercato e della concorrenza siano tendenzialmente lasciate libere di operare.

15 Una sorta di teorema della mano invisibile verr in seguito applicato da David Ricardo anche al caso dei rapporti internazionali. Per Ricardo occorre infatti salvaguardare le libert di mercato non soltanto quando si considerino i singoli capitalisti in concorrenza tra loro, ma anche quando si tratti di nazioni che competono negli scambi commerciali. Ricardo quindi era non soltanto un liberista ma anche un liberoscambista. Egli cio non era semplicemente un fautore del liberismo economico tra le imprese e tra i singoli individui, ma sosteneva anche il libero scambio tra paesi. Egli elabor in questo senso il famoso teorema dei vantaggi comparati. Questo teorema ci dice che il libero scambio di merci tra paesi sempre vantaggioso per tutti. In questottica, anche se un paese fosse pi efficiente di un altro nella produzione di tutte le merci, al primo converr comunque concentrarsi nella produzione delle merci in cui sia relativamente pi efficiente, mentre potr lasciare la produzione delle altre merci al secondo paese. In questo senso Ricardo sostenne che lInghilterra avrebbe dovuto specializzarsi nella produzione e nella esportazione di manufatti industriali, mentre avrebbe dovuto importare grano dagli altri paesi. Il consiglio che Ricardo dava allInghilterra era quindi di abbandonare il protezionismo commerciale, cio di rinunciare ai dazi con i quali il paese cercava di proteggere lagricoltura nazionale dalla importazione di grano proveniente dallestero. I dazi erano sostenuti dai proprietari fondiari inglesi, che guadagnavano dalla produzione di grano sui loro terreni. Ma per Ricardo la classe dei proprietari terrieri rappresentava un ostacolo allo sviluppo economico. Il paese doveva quindi abbandonare le protezioni, specializzarsi nella manifattura e aprirsi agli scambi internazionali.

Gli economisti classici offrivano quindi una interpretazione sostanzialmente positiva del capitalismo e delle leggi della concorrenza che lo governavano. Essi talvolta definivano naturale lequilibrio concorrenziale determinato dalle forze del mercato. In tal modo sembravano voler dare lidea che il capitalismo si sviluppasse secondo leggi naturali, ossia in un certo senso armoniche ed eterne. I classici tuttavia non nascondevano gli elementi di conflitto insiti nella societ capitalista. Non a caso Smith e Ricardo ritenevano che la societ fosse divisa in classi: i proprietari terrieri, i capitalisti e i lavoratori. In varie circostanze essi riconobbero che le classi sociali hanno interessi irriducibilmente contrapposti tra loro. Ricardo, in particolare, costru una teoria secondo cui il profitto spettante ai capitalisti va concepito come un residuo, come un surplus che si ottiene una volta che da una data produzione totale siano state sottratte le merci spettanti ai proprietari terrieri a titolo di rendite e le merci spettanti ai lavoratori sottoforma di salari. Ma allora, se il profitto un residuo, ci significa che esso sar tanto pi grande quanto minori siano le rendite e i salari, il che mette chiaramente in luce i motivi di contrasto tra le classi sociali nella ripartizione della produzione.

1.3 Karl Marx

Proprio sulla concezione del profitto come residuo, e pi in generale sugli elementi di conflitto sociale riconosciuti dagli economisti classici, far leva Karl Marx per criticare la loro concezione positiva del capitalismo. Con la pubblicazione del Capitale nel 1867 Marx si propone il compito di elaborare una compiuta critica delleconomia politica dei classici. In questo senso egli sferra un attacco poderoso al teorema della mano invisibile. Egli infatti descrive un sistema tuttaltro che armonico ed eterno. Per Marx il capitalismo in realt afflitto da perenne instabilit e da crisi ricorrenti. La teoria delle crisi di Marx molto complessa e tuttora oggetto di varie interpretazioni. Qui possiamo affermare che nella visione di Marx si intersecano due spiegazioni della crisi: da un lato la tendenza alla caduta del saggio di profitto, dallaltro la contraddizione tra sviluppo delle forze produttive e consumi ristretti delle masse lavoratrici.

17 Sulla tesi della caduta del saggio di profitto, in questa sede possiamo limitarci ad affermare che per Marx sussisterebbero forze che tendono nel tempo a ridurre il saggio di profitto medio del sistema economico. Marx sostiene infatti che i capitalisti estraggono il profitto dal lavoro vivo degli operai. Al tempo stesso egli nota che le continue innovazioni tecniche spingono i capitalisti ad accrescere limpiego di mezzi di produzione rispetto ai lavoratori direttamente impiegati nel processo produttivo. Ma se il rapporto tra lavoratori e mezzi di produzione si riduce, a suo avviso si ridurr anche il profitto. Una progressiva caduta del profitto determina tuttavia una crisi generale del modo di produzione capitalistico. Per Marx, infatti, il profitto rappresenta non solo la remunerazione del capitalista ma anche il motore dellaccumulazione. Una sua precipitazione verso lo zero render a un certo punto impossibile la riproduzione del sistema capitalistico e aprir quindi la via ad unepoca di rivoluzione sociale.

Tra le cause che secondo Marx determinano crisi ripetute vi per anche il fatto che la spietata concorrenza tra le imprese conduce a una continua serie di rivoluzioni tecniche e organizzative che aumentano al massimo la produttivit di ogni singolo lavoratore e al tempo stesso riducono il suo salario. Ci tuttavia implica un divario crescente tra la capacit produttiva dei lavoratori e la capacit di spesa degli stessi lavoratori. Sotto date condizioni questo divario pu determinare un problema di sbocchi per le merci prodotte. La conseguenza che il processo di accumulazione dei capitali si blocca e le imprese sono indotte a licenziare i lavoratori. Ma ci allarga ulteriormente il divario tra capacit produttiva e capacit di spesa, per cui il sistema rischia di avvitarsi su s stesso fino al tracollo. Al riguardo Marx scrive: La causa ultima di tutte le crisi rimane sempre la povert ed il consumo ristretto delle masse, di fronte alla tendenza della produzione capitalistica a sviluppare le forze produttive (Capitale, vol. III).

Marx contesta dunque lidea classica di un capitalismo naturale e quindi eterno, sostenendo invece la tesi della sua instabilit e della sua storicit. Per Marx, lelemento di maggior contraddizione del capitalismo che la feroce competizione tra capitali da un lato sviluppa nuove tecniche e nuove forze produttive, ma dallaltro scatena le crisi e quindi genera tensioni nei rapporti di produzione tra le classi sociali. In particolare, la classe lavoratrice si ritrova ad essere lartefice in ultima istanza dello sviluppo delle forze produttive, poich quello sviluppo avviene soprattutto in base allo sfruttamento imposto dal comando del capitale sul lavoro. Al tempo stesso, la classe lavoratrice risulta anche la prima vittima della disoccupazione e degli immiserimenti causati dalle ricorrenti crisi del capitalismo. Le contraddizioni del capitalismo ricadono dunque principalmente sui lavoratori salariati, artefici e vittime del sistema.

In questottica Marx giudicava il capitalismo un sistema potente ma caotico, anarchico, destinato prima o poi ad entrare in una crisi irreversibile e ad esser quindi sostituito da un diverso sistema di organizzazione dei rapporti economici e sociali. Lanalisi marxiana potrebbe in questo senso essere considerata una indagine sulle condizioni di riproducibilit del modo di produzione capitalistico.

19 Quando si dice che in Marx fondamentale il concetto di storicit, si intende appunto che egli sottolinea il fatto che i sistemi economici non sono affatto eterni ma risultano storicamente determinati, nel senso che cambiano nel tempo. Ad esempio, noto che la Rivoluzione francese ha effettivamente sancito il passaggio dallAntico regime feudale (basato sul potere dei proprietari terrieri) al regime di produzione capitalista (in cui il potere nelle mani dei proprietari delle imprese). Allo stesso modo, possibile che il capitalismo a un certo punto imploda nelle sue contraddizioni e ceda il passo a una nuova e diversa modalit di organizzazione dei rapporti sociali.

Marx si attendeva in tal senso una svolta rivoluzionaria guidata dalla classe lavoratrice, a seguito della quale potesse sorgere un sistema di tipo socialista: vale a dire un sistema non pi basato sulla propriet privata dei mezzi di produzione e sul lavoratore salariato posto sotto il comando del capitalista, ma fondato invece sulla propriet collettiva dei mezzi di produzione e sulla pianificazione sociale del lavoro. In una prima fase il sistema socialista si sarebbe per forza di cose basato sul controllo statale sui mezzi di produzione, sulla divisione del lavoro e sulle retribuzioni. Ma pi in prospettiva, a seguito dello sviluppo delle forze produttive e della ricchezza sociale, Marx preconizzava un futuro comunista, nel quale il potere coercitivo dello Stato, la divisione del lavoro e lo stesso concetto di salario sarebbero diventati superflui. Nella Critica al programma di Gotha del 1875, egli defin il comunismo in questi termini: In una fase pi avanzata della societ comunista, dopo la scomparsa della subordinazione asservitrice degli individui alla divisione del lavoro, e quindi anche del contrasto tra lavoro intellettuale e fisico [] dopo che con lo sviluppo completo degli individui sono aumentate anche le loro forze produttive e tutte le sorgenti delle ricchezze collettive scorrono in abbondanza; soltanto allora la societ pu scrivere sulle sue bandiere: da ciascuno secondo le sue capacit a ciascuno secondo i suoi bisogni!.

Naturalmente Marx non fu il primo comunista della Storia. Molti prima di lui avevano sostenuto lideale superiorit di un sistema fondato sulla cooperazione sociale anzich sulla competizione individuale, e sulla propriet collettiva anzich privata dei mezzi di produzione. E in passato non erano nemmeno mancate esperienze di comunismo concreto, come ad esempio quello delle comunit cristiane primitive. Marx tuttavia differiva dai suoi predecessori per un motivo: egli faceva poggiare la sua prospettiva comunista non su basi etico-morali, ma su una rigorosa analisi scientifica delle contraddizioni del capitalismo e della sua fragilit intrinseca, una analisi per molti versi ancora attuale. Ed proprio in questa analisi scientifica del capitalismo che risiedeva la vera forza di Marx, una forza che prescinde dal carattere talvolta utopico delle sue premonizioni sul comunismo.

Verso la fine dellOttocento le tesi marxiane divennero il punto di riferimento del movimento operaio, cio delle organizzazioni sindacali e politiche dei lavoratori che in quel periodo andavano sviluppandosi e consolidandosi in molti paesi. In un certo senso, lanalisi di Marx aveva successo poich comunicava ai lavoratori che con le loro lotte di emancipazione essi stavano contribuendo a smuovere la Storia, accelerando la crisi del capitalismo e creando le condizioni per una nuova e superiore organizzazione della societ. Chiaramente, per molti altri queste tesi risultavano invece scomode, pericolose. Infatti, rimarcando linstabilit e la storicit del modo di produzione capitalistico, lanalisi di Marx rappresentava una oggettiva minaccia per i proprietari del capitale, principali detentori del potere economico e politico.

1.4 Lapproccio neoclassico-marginalista

21 Per scongiurare le tesi di Marx occorreva dunque sfidarlo sul terreno dellanalisi scientifica delleconomia. Occorreva cio proporre una chiave di lettura della realt che fosse alternativa a quella marxiana. Ma per far questo non si poteva tornare al pensiero dei classici. Infatti, bench Smith e Ricardo esprimessero nella sostanza un giudizio positivo sul modo capitalistico di produzione, le loro teorie mettevano apertamente in evidenza gli elementi di conflitto insiti nei rapporti tra le classi sociali, e quindi somigliavano troppo allanalisi di Marx per potersi dire del tutto estranee e alternative ad essa.

Si pose dunque il problema di elaborare una nuova teoria, che non si concentrasse sul carattere conflittuale e instabile del modo di produzione capitalistico ma che al contrario fornisse una convincente rappresentazione armonica del sistema economico. Cos, a partire dal 1870, nasce e trova largo seguito una nuova concezione teorica, detta neoclassica o marginalista. Jevons, Menger e Walras furono tra i fondatori di questo approccio, seguiti poi da Marshall, Pigou, Wicksell, Pareto, Robbins e molti altri.

La nuova impostazione viene definita neo-classica, ma in effetti essa porta con s ben poco della precedente economia classica e marxiana. Marx e i classici indagavano sui meccanismi di funzionamento del capitalismo, sulle cause della sua capacit di sviluppo ma anche sulla sua tendenza alla crisi, sulle contraddizioni che lo caratterizzano e sui conflitti tra le classi sociali che quelle contraddizioni scatenano. Marx, in particolare, sottolineava la storicit del capitalismo e puntava a una indagine scientifica sulle condizioni di riproduzione o di crisi del modo di produzione capitalistico. Ed ancora, sia i classici che Marx facevano partire le loro analisi direttamente dallo studio delle classi sociali.

Completamente diverso invece loggetto di indagine degli economisti neoclassici-marginalisti. I teorici neoclassici rifiutano una analisi della societ basata sulla divisione tra le classi. Ad essa contrappongono il cosiddetto individualismo metodologico. Questo metodo si basa sulla idea che qualsiasi aggregato sociale, inclusa la classe, in realt costituito da singoli individui. Stando quindi allapproccio neoclassico, lanalisi scientifica della societ deve sempre partire dallanalisi del comportamento del singolo.

Inoltre, i neoclassici rifiutano lidea di doversi occupare di uno specifico modo di produzione, e in particolare del capitalismo. Essi si propongono di elaborare una teoria molto pi astratta e generale, che valga per ogni sistema di organizzazione dei rapporti sociali e per ogni periodo storico, e che valga anche per ogni individuo (indipendentemente dalla ricchezza che possiede o dalla funzione economica che svolge). In questo senso i neoclassici ritengono che il problema economico fondamentale di ogni individuo e di ogni societ sia quello di impiegare al meglio i mezzi scarsi di cui dispone al fine di accrescere pi che pu il proprio benessere. Questo problema secondo i neoclassici cos importante che definisce in quanto tale loggetto stesso della scienza economica.

Infatti, nel Saggio sulla natura e sul significato della scienza economica del 1932, lo studioso neoclassico Lionel Robbins defin leconomia come quella scienza che studia il comportamento umano come una relazione fra scopi classificabili in ordine dimportanza e mezzi scarsi applicabili ad usi alternativi. Pochi anni dopo un altro economista neoclassico forn una descrizione ancor pi sintetica della disciplina: nel suo celebre Fondamenti di analisi economica del 1947, Paul Samuelson defin il nucleo di ogni problema economico come una funzione matematica da massimizzare sotto vincoli, dove i vincoli rappresentano le risorse scarse disponibili e la funzione da massimizzare in genere rappresenta il benessere individuale. Come vedremo, secondo i neoclassici tale benessere pu esser misurato attraverso lutilit, un concetto che essi adoperano molto spesso nelle loro analisi.

Per comprendere meglio il significato di queste definizioni, consideriamo il seguente esempio. Per i neoclassici una tipica risorsa scarsa il tempo, ossia le ore del giorno. Supponiamo allora che un individuo debba decidere come impiegare le sue ore. Tra i possibili usi alternativi egli potr scegliere di lavorare e ottenere cos un reddito che gli dar modo di consumare merci, oppure potr scegliere di riposare e dedicarsi al tempo libero. Ora, sia il riposo che il consumo di merci accrescono lutilit dellindividuo, cio aumentano il suo benessere. Come si fa a decidere quante ore dedicare al riposo e quante ore dedicare al lavoro necessario per ottenere un reddito e consumare? Quale sar cio la quantit ottimale di ore da dedicare al lavoro, e quale la quantit ottimale di ore da dedicare al riposo, al fine di massimizzare lutilit dellindividuo? La risposta dei neoclassici verte sul cosiddetto calcolo marginale, cio su un calcolo effettuato su incrementi piccoli, appunto marginali, delle variabili considerate.

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Questo calcolo si basa sul principio che al crescere del consumo di un qualsiasi bene, lutilit dellindividuo tende ad aumentare ma con incrementi sempre pi piccoli. Il motivo che mentre le dosi iniziali del bene sono particolarmente gradite allindividuo, le dosi successive lo condurranno verso la saziet e quindi risulteranno meno utili. Tale principio detto legge della utilit marginale decrescente, ed alla base di molte analisi neoclassiche.

Dunque, nel caso dellindividuo considerato, si tratter di distribuire le ore del giorno tra lavoro (e conseguente consumo di merci) e tempo libero. La scelta avverr sapendo che allinizio il consumo di merci assolutamente necessario, e quindi conferisce una utilit molto alta; ma al crescere delle ore di lavoro e del consumo, e al conseguente ridursi delle ore di tempo libero, lindividuo tender ad essere sempre pi sazio di merci ma anche sempre pi stanco, per cui lutilit marginale del consumo tender a ridursi rispetto allutilit marginale del tempo libero. Pertanto, se vuole massimizzare la sua utilit, lindividuo dovr seguire questa regola: aumentare il tempo di lavoro fino a quando lutilit marginale del consumo maggiore della utilit marginale del tempo libero, cio fino a quando laumento di utilit derivante dal consumo di merci reso possibile dal reddito ottenuto tramite un incremento marginale di tempo di lavoro sia maggiore o al limite uguale alla perdita di utilit causata dalla rinuncia al tempo libero che consegue a quello stesso incremento marginale di tempo di lavoro. Nel momento in cui la utilit marginale del consumo eguaglia lutilit marginale del tempo libero, lindividuo star lavorando proprio il numero ottimale di ore. Infatti, se lindividuo aumentasse ulteriormente il tempo di lavoro, la perdita di utilit dovuta alla rinuncia al riposo eccederebbe laumento di utilit derivante dal consumo di merci, e quindi egli incorrerebbe in una riduzione netta del suo benessere. Questo tipo di calcolo, effettuato per lappunto su variazioni marginali ossia molto piccole - delle grandezze considerate, alla base della teoria neoclassica, che proprio per questo motivo viene anche detta teoria marginalista.

E bene precisare che questo tipo di calcolo pu indifferentemente applicarsi non solo ai lavoratori ma anche ai capitalisti, o a qualsiasi altro soggetto. Ad esempio, il possessore di ingenti ricchezze deve decidere se consumare subito tali ricchezze oppure prestarle ad altri, guadagnando cos un tasso dinteresse e potendo quindi consumare maggiori quantit di ricchezza in futuro. Anche in tal caso, dicono i neoclassici, si applica il calcolo marginale: il soggetto distribuir infatti le sue ricchezze tra consumo immediato e consumo futuro in base al confronto tra le utilit marginali della prima e della seconda opzione.

Dunque, per i neoclassici, lanalisi basata sulla esistenza delle classi sociali inutile e per certi versi fuorviante, visto che il comportamento di ogni individuo, indipendentemente dalla classe di appartenenza, pu essere esaminato come un problema di massimizzazione della utilit sotto il vincolo delle risorse scarse di cui egli dispone, e pi specificamente come un problema risolvibile con il calcolo marginale.

Inoltre, gli economisti neoclassici ritengono che il principio di massimizzazione della utilit sotto il vincolo delle risorse scarse possa essere applicato a qualsiasi epoca storica e a qualsiasi societ, semplice o complessa che sia. Loggetto di indagine potr essere una economia elementare, magari basata su un unico individuo, come ad esempio quella del naufrago Robinson Crusoe raccontata nel famoso romanzo di Defoe. Oppure potr trattarsi di una economia capitalistica altamente sviluppata, costituita da tanti operatori e da una complessa rete di scambi. In ogni caso entrambe le economie affronteranno problemi analoghi, basati sul principio di massimo vincolato e risolvibili tramite il calcolo marginale. Discutere quindi di uno specifico modo di produzione storicamente determinato, come facevano i classici e soprattutto Marx, da ritenersi errato.

25 Ma al di l del nuovo metodo di analisi adottato, quali furono le conclusioni politiche alle quali i neoclassici giunsero attraverso di esso? Indubbiamente, nella maggioranza dei casi, la nuova teoria perveniva a risultati pi rassicuranti per i proprietari del capitale rispetto a quelli esposti dai classici e da Marx. Dallanalisi neoclassica pu infatti scaturire lidea che in condizioni di perfetta concorrenza una economia capitalistica di mercato sia in grado di garantire il pieno utilizzo delle risorse scarse disponibili ed anche una remunerazione delle risorse conforme al contributo di queste alla produzione. In particolare, riguardo alle fondamentali questioni della disoccupazione e dei salari, i neoclassici applicavano ancora una volta il calcolo marginalista. In primo luogo, essi ritenevano che per ogni data quantit di mezzi di produzione disponibili, i lavoratori via via assunti dalle imprese avrebbero fatto registrare una produttivit sempre minore: la legge della produttivit marginale decrescente di un fattore produttivo, quando gli altri fattori siano considerati fissi. In base a questa legge, i neoclassici sostenevano che le imprese avrebbero assunto nuovi lavoratori solo se la loro produttivit marginale fosse stata maggiore o al limite uguale al costo marginale dellassunzione, che corrisponde al salario reale (ossia al salario espresso in termini di potere dacquisto effettivo). Pertanto, se i lavoratori avessero accettato un salario conforme alla loro produttivit, sarebbero stati certamente assunti dalle imprese. Vista quindi in questottica, la disoccupazione pu dipendere solo dalla libera scelta del lavoratore, che magari si dichiara indisponibile ad accettare un salario equivalente alla sua produttivit; oppure la disoccupazione pu dipendere dallazione dei sindacati dei lavoratori, che impediscono di ridurre i salari al livello della produttivit marginale, e quindi rendono impossibile lassunzione di ulteriori lavoratori da parte delle imprese. Se dunque si eliminano le distorsioni causate dai sindacati e si lascia fare alle forze del mercato, si giunger alla piena occupazione dei lavoratori disposti ad accettare un salario equivalente alla loro produttivit. In definitiva, il libero gioco delle forze del mercato conduce a un equilibrio complessivo efficiente e in un certo senso giusto: un equilibrio che alcuni teorici neoclassici definiscono naturale.

La teoria neoclassica permetteva in tal modo di elaborare una sorta di nuovo teorema della mano invisibile. Da essa si pu infatti derivare lidea che leconomia capitalistica non sia n instabile n conflittuale. In assenza di distorsioni causate dalla politica o dallazione sindacale, le forze spontanee del mercato condurranno il sistema economico verso un equilibrio naturale, in cui tutti coloro i quali siano disposti a lavorare al salario vigente troveranno certamente unoccupazione.

La nuova teoria pertanto riafferma i principi cardine del liberismo in termini pi netti rispetto a quanto sostenuto dai classici. Essa infatti si fonda su una concezione non pi conflittuale ma armonica dei rapporti sociali. Ricordiamo che anche Ricardo era liberista. Egli tuttavia interpretava la realt in base allidea che per ogni data produzione il profitto fosse calcolato come un residuo al netto dei salari. Stando a questa chiave di lettura il salario e il profitto sono legati tra loro da un rapporto antagonistico, poich se uno aumenta laltro diminuisce. Pertanto, nella vecchia ottica classica, tra percettori di profitto e percettori di salari vi sempre un irriducibile conflitto nella ripartizione della produzione. Invece, nellambito della visione neoclassica si stabilisce che il lavoro e tutti gli altri fattori produttivi sono remunerati in base alle rispettive produttivit marginali, cio al contributo dato da ciascuno di essi alla crescita della produzione. Il conflitto svanisce, soppiantato da una interpretazione armonica ed efficientista della distribuzione del prodotto tra lavoratori e capitalisti.

1.5 La Grande Crisi e Keynes

27 Tra il 1870 e il 1914 la teoria neoclassica si impose come il nuovo mainstream, la nuova visione dominante della scienza economica. Lapproccio neoclassico si diffuse nei circoli accademici e della finanza, e le analisi di politica economica che scaturivano da esso trovarono ampio spazio presso la grande stampa. Il successo della teoria era in buona misura dovuto alla capacit di presentare il problema economico in termini asettici, come un generico problema di uso efficiente di risorse scarse. Questa prerogativa dellapproccio neoclassico permetteva a molti studiosi di avvicinarsi alleconomia come se si trattasse di una scienza neutra, priva di implicazioni politiche. Inoltre, le versioni pi in voga della teoria neoclassica sembravano in grado di descrivere leconomia capitalistica di mercato come un sistema armonico, efficiente e stabile, il che le rendeva estremamente utili nella battaglia ideologica contro il movimento operaio e contro i sostenitori del socialismo.

Gli eventi successivi al 1914, tuttavia, misero fortemente in questione lidea neoclassica di un sistema capitalistico efficiente ed armonico. Allo scoppio della Prima guerra mondiale, molti sostennero che il conflitto bellico tra nazioni non fosse altro che una versione estrema del conflitto tra capitali. Si diceva in questo senso che il capitalismo tende al cosiddetto imperialismo. Secondo questa interpretazione, il modo di produzione capitalistico tende a scatenare una tale competizione sociale da condurre poi inesorabilmente alla guerra militare.

Inoltre, nel 1917 si verifica un evento che sembra per certi versi dare ragione ad alcune premonizioni di Marx: in una Russia devastata dalla guerra e dalla miseria si verifica infatti una nuova Rivoluzione. Il partito che la guida si dichiara espressamente marxista, e punter a riorganizzare i rapporti economici su basi socialiste.

Ed ancora, la visione armonica del capitalismo suggerita dallapproccio neoclassico subisce un altro duro colpo a seguito della Grande Crisi. Nel 1929, dopo una lunga fase di euforia nei mercati azionari, il crollo della borsa di Wall Street diede avvio a una gravissima crisi economica, che in pochi anni cre 12 milioni di disoccupati negli Stati Uniti, 6 milioni in Germania, 3 milioni in Gran Bretagna e molti altri nel resto del mondo. Inoltre, secondo alcuni osservatori, fu proprio la Grande Crisi a creare le condizioni sociali e politiche per lavvento del nazismo e per la Seconda guerra mondiale.

In un simile scenario di sconvolgimenti sociali e politici si fa strada il convincimento che la teoria neoclassica non sia in grado di dare unadeguata rappresentazione del funzionamento reale del capitalismo. Del resto, le chiavi di lettura della crisi suggerite dagli economisti neoclassici apparivano sempre pi lontane dalla realt. Ad esempio, nella Teoria della disoccupazione del 1933, leconomista neoclassico Arthur C. Pigou sostenne che la crisi era dovuta al fatto che i sindacati si opponevano al calo delle retribuzioni. In questo modo, secondo Pigou, i sindacati impedivano il riequilibrio tra salari e produttivit marginale del lavoro che sarebbe stato necessario per indurre le imprese ad assumere i lavoratori disoccupati. Questa tesi tuttavia risultava smentita dal fatto che in realt i salari erano fortemente diminuiti a seguito della crisi, e che ci nonostante non si era registrato alcun miglioramento sul versante delloccupazione.

29 I tempi erano dunque maturi per una nuova rivoluzione delle idee in campo economico. Tra i portatori della medesima vi fu leconomista inglese John Maynard Keynes, autore della Teoria generale delloccupazione, dellinteresse e della moneta del 1936. Nella sua critica ai neoclassici Keynes sceglie una posizione intermedia, nel senso che accetta una parte della loro teoria ma rifiuta unaltra parte. In particolare, Keynes condivide la tesi neoclassica secondo la quale in equilibrio il salario reale coincide con la produttivit marginale del lavoro. Egli accetta pure la tesi secondo cui, dati gli altri fattori di produzione, la produttivit marginale del lavoro decresce al crescere del numero dei lavoratori occupati. Tuttavia, Keynes aggiunge pure che i neoclassici trascurano un punto fondamentale, e cio che il numero degli occupati dipende dalla domanda effettiva di merci. Le imprese cio assumeranno solo i lavoratori necessari a produrre la quantit di merci effettivamente domandata dal mercato, cio la quantit che possa essere effettivamente venduta. Questo il principio della domanda effettiva, ed alla base della teoria di Keynes. Se dunque la domanda effettiva di merci bassa, le imprese assumeranno pochi lavoratori e vi sar quindi una elevata disoccupazione.

La domanda effettiva a sua volta dipende dalle aspettative sul futuro. Se tra gli operatori economici si diffonde una ondata di pessimismo, gli acquisti di beni di investimento (macchinari, impianti, attrezzature, ecc.) verranno ridotti, il che provocher una serie di licenziamenti, quindi un calo dei consumi dei lavoratori, quindi ulteriori licenziamenti, e cos via in una spirale negativa che pu condurre a una crisi generale. Nella teoria keynesiana questo meccanismo cumulativo va sotto il nome di moltiplicatore.

Keynes riteneva che i neoclassici trascurassero tutti questi problemi, e per questo non fossero in grado di fornire una adeguata rappresentazione del sistema economico.

Dal principio della domanda effettiva e dalla teoria del moltiplicatore Keynes faceva anche scaturire una critica al liberismo prevalente tra i neoclassici. Egli infatti riteneva che le forze del mercato, lasciate a s stesse, non sarebbero mai state capaci di generare una domanda effettiva tale da eliminare la disoccupazione. In questo senso Keynes critic lidea di Pigou, secondo il quale la grande crisi dipendeva dal fatto che i sindacati dei lavoratori si opponevano alla riduzione dei salari e quindi impedivano il libero funzionamento del mercato. Al contrario,

Keynes sosteneva che la riduzione dei salari non avrebbe risolto la crisi. Anzi, avrebbe potuto aggravarla. La riduzione dei salari avrebbe infatti dato avvio a un lungo periodo di calo dei prezzi delle merci, che avrebbe indotto molti operatori a rinviare gli acquisti in attesa di ulteriori cadute dei prezzi. Il che avrebbe solo accentuato la crisi. Pertanto, non si poteva imputare la depressione economica ai sindacati.

Per Keynes il vero problema che il capitalismo risulta afflitto da una domanda effettiva molto instabile, condizionata dai cambiamenti nelle aspettative sul futuro, e in genere mai sufficiente per garantire la piena occupazione dei lavoratori. Keynes proponeva dunque labbandono del laissez-faire. A suo avviso soltanto un massiccio intervento statale nelleconomia avrebbe potuto garantire livelli alti e stabili della domanda effettiva, tali da scongiurare le crisi ricorrenti del capitalismo e in grado di condurre sempre alla piena occupazione del lavoro. In questo senso Keynes parlava di socializzazione di una certa ampiezza dellinvestimento, ossia di un ampio intervento dello Stato per il finanziamento degli investimenti in opere pubbliche, servizi sociali, beni di interesse collettivo.

1.6 La Sintesi neoclassica e il nuovo mainstream

31 Dalla Seconda guerra mondiale il liberismo usc perdente. Dopo la guerra era infatti diffusa un po ovunque lopinione che le forze spontanee del capitalismo, lasciate a s stesse, fossero causa di instabilit, crisi e conflitti. Questa idea era ovviamente supportata dallesperienza recente. Essa inoltre veniva sostenuta dai sindacati dei lavoratori, che in molti paesi uscirono dalla guerra legittimati e rafforzati, anche per le battaglie antifasciste che avevano condotto. Infine, non si poteva trascurare il fatto che tra i vincitori della guerra vi fosse anche lUnione Sovietica, lo stato socialista nato dalla rivoluzione russa del 1917. Questa presenza costituiva una sfida ulteriore per i fautori del capitalismo.

Al termine della guerra le tesi di Keynes trovarono dunque un ambiente propizio per svilupparsi, sia in ambito accademico che politico. Le politiche economiche del dopoguerra furono in varie circostanze ispirate dalla critica della ideologia liberista degli anni precedenti. In particolare, era diffuso il convincimento che lintervento statale nelleconomia fosse in una certa misura necessario per rimediare alla instabilit e alla debolezza della domanda tipiche del capitalismo.

In questa fase venne a costituirsi una nuova scuola, detta sintesi neoclassica. Tra i suoi esponenti spiccavano i nomi di John Hicks, Franco Modigliani e Don Patinkin. Questi economisti proposero una sintesi, per lappunto, tra le idee di Keynes e la teoria neoclassica.

Dopo vari passaggi teorici, da questa sintesi emerse negli anni Cinquanta un nuovo modello, portatore della seguente soluzione di compromesso: 1) il principio keynesiano della domanda effettiva e il moltiplicatore determinano i livelli della produzione e della occupazione nel breve periodo; 2) lequilibrio naturale del mercato del lavoro e la funzione di produzione determinano i livelli della occupazione e della produzione nel lungo periodo. Lidea di fondo che le oscillazioni della domanda possono in effetti provocare cambiamenti continui nella produzione e nella occupazione ma ci pu avvenire solo nel breve periodo. Nel lungo periodo le forze del mercato dovrebbero comunque condurre leconomia al suo equilibrio naturale di piena occupazione. Gli interventi di politica economica dello Stato possono per essere daiuto per accelerare la convergenza del sistema economico verso il suo equilibrio naturale.

La cosiddetta Sintesi neoclassica era dunque compiuta. Il problema keynesiano della domanda effettiva non veniva negato, come facevano i vecchi neoclassici, ma veniva ridotto a una questione di breve periodo. Il primato neoclassico dellequilibrio naturale di piena occupazione veniva comunque ristabilito nel lungo periodo. La politica economica non era indispensabile, ma poteva aiutare a raggiungere pi rapidamente lequilibrio naturale.

Il manuale di Macroeconomia di Olivier Blanchard rappresenta la versione didattica pi recente e avanzata della cosiddetta Sintesi neoclassica. La novit essenziale apportata da Blanchard che a differenza dei vecchi neoclassici lui non si riferisce pi alla concorrenza perfetta. Per Blanchard gli agenti economici non sono piccoli e senza potere. Egli infatti ammette che le imprese possano avere un potere di monopolio, e che i lavoratori si riuniscano in sindacati. Queste innovazioni rendono senza dubbio la sua analisi pi adatta alla realt dei nostri giorni. Nella sostanza per i risultati delle sue analisi sono quelle tipiche della Sintesi. Il rischio di una carenza di domanda effettiva pu sussistere ma solo nel breve periodo. Nel lungo periodo leconomia dovrebbe tornare spontaneamente allequilibrio naturale di piena occupazione. La politica economica non indispensabile ma pu forse aiutare a raggiungere pi velocemente quellequilibrio.

La Sintesi neoclassica, nella versione di Blanchard, rappresenta oggi il nuovo mainstream, la nuova teoria economica dominante.

Tuttavia, come vedremo, c chi ritiene che essa sia viziata da una serie di contraddizioni logiche e che abbia travisato e ridimensionato il pensiero originario di Keynes.

33

1.7 Per una critica della teoria economica mainstream

Nello stesso periodo in cui andava sviluppandosi il nuovo mainstream della Sintesi neoclassica, sorgevano parallelamente dei nuovi filoni di critica della teoria economica dominante.

Lespressione teoria critica riecheggia la critica delleconomia politica di marxiana memoria. Diversi odierni esponenti degli approcci di teoria critica si propongono infatti di recuperare e di aggiornare lopera di Marx. Alcuni di essi puntano inoltre a recuperare i concetti fondamentali della teoria di Keynes, liberandola dai suoi residui neoclassici. Lo scopo della moderna critica della teoria economica quello di attingere dai contributi di Marx, di Keynes e di altri pensatori eterodossi per costruire una visione teorica antagonista a quella neoclassica. Il proposito dei critici, dunque, non quello della sintesi, ma quello della alternativa.

Nel corso del Novecento la critica della teoria dominante ha tratto nuova linfa dal contributo delleconomista italiano Piero Sraffa. Nel suo celebre Produzione di merci a mezzo di merci del 1960, Sraffa sferr un nuovo attacco alla teoria neoclassica, ancor pi radicale di quello di Keynes. Sraffa considera infatti la teoria neoclassica incoerente sul piano logico. La critica sraffiana complessa, e non pu esser trattata in un corso base di economia. Tuttavia a grandi linee si pu affermare che essa rientra in una serie di critiche che sono state da pi parti rivolte al concetto neoclassico di capitale. Proviamo a fornire qualche spunto derivante da tali critiche. Il capitale costituito dai mezzi di produzione disponibili in una data epoca. Se si vuole calcolare il capitale nel suo complesso allora occorre prendere in considerazione laggregato dei mezzi di produzione. Questi mezzi per sono eterogenei tra loro e quindi per aggregarli necessario moltiplicare la quantit di ogni mezzo di produzione per il rispettivo prezzo, e poi sommare tutti i valori tra loro. In tal modo si ottiene una misura del capitale in valore. Questa dotazione del capitale pu quindi essere impiegata nella teoria neoclassica per determinare salari e interessi. Ad esempio, dato il capitale, possibile ottenere la domanda di lavoro, che pu essere quindi intersecata con lofferta di lavoro per ottenere il salario reale. Inoltre, noto il capitale, possibile ricavare linvestimento, che assieme al risparmio contribuisce a determinare il tasso dinteresse, e cos via. La teoria microeconomica e macroeconomica neoclassica, come vedremo, procede nella sostanza in base a questa sequenza. Il problema che questa sequenza viziata sul piano logico. In essa, infatti, il salario, il tasso dinteresse, ecc. sono determinati una volta che sia dato il capitale. Ma noi abbiamo detto che per conoscere il capitale occorre conoscere i prezzi dei singoli mezzi di produzione che lo compongono. Ma per conoscere i prezzi bisognerebbe che i salari e i tassi dinteresse fossero gi noti. E chiaro allora che la teoria neoclassica presenta un vizio di circolarit.

Le critiche di Sraffa e di altri alla concezione del capitale investono tutte le versioni della teoria neoclassica, inclusa quella della Sintesi. Tali critiche sono state quindi adoperate per contestare anche il nuovo mainstream.

35 Ma le obiezioni alla Sintesi neoclassica non finiscono qui. Tra i suoi critici vi furono pure alcuni allievi e amici di Keynes, tra cui Richard Kahn, Joan Robinson ed altri. Questi giudicarono la Sintesi come una sorta di tradimento delle idee originarie del maestro, e quindi la rifiutarono. Essi proposero una diversa interpretazione di Keynes, che manteneva il principio della domanda effettiva e il moltiplicatore, ma che rifiutava il concetto di equilibrio naturale e ogni altro collegamento con la teoria neoclassica

Da queste e da altre critiche, alla Sintesi e pi in generale a tutte le moderne versioni della teoria neoclassica, si sta cercando di edificare una teoria economica alternativa. La grave crisi iniziata nel 2008 ha dato nuovi impulsi in questa direzione, segnalando la necessit di elaborare una interpretazione del capitalismo che tenga conto della sua instabilit e delle sue contraddizioni, e che riprenda quindi i fondamentali insegnamenti di Marx e di Keynes.

II ELEMENTI DI TEORIA CLASSICA E MARXIANA

2.1 Un esempio del liberismo dei classici: il teorema dei vantaggi comparati di Ricardo

Supponiamo che il costo di produzione di ogni merce corrisponda alle ore di lavoro necessarie a produrre una unit di quella merce.

grano Spagna Inghilterra 3 2 grano Spagna Inghilterra 3 2

tessuto 12 4 tessuto 12 4

ore di lavoro necessarie a produrre 1 unit di merce nei due paesi ore di lavoro necessarie a produrre 1 unit di merce nei due paesi

L'Inghilterra gode di un vantaggio assoluto nella produzione di entrambe le merci

e di un vantaggio comparato nella produzione di tessuto.

37 Stando ai soli vantaggi assoluti sembrerebbe che l'Inghilterra non abbia interesse ad aprirsi agli scambi internazionali. Ricardo invece dimostra che sotto date condizioni all'Inghilterra conviene specializzarsi nella produzione di tessuto e importare grano dalla Spagna. Suppa base della tabella, definiamo le ragioni di scambio tra le merci all'interno di ciascun paese nel caso in cui viga autarchia (cio chiusura agli scambi internazionali). In Spagna 1T = 4G in Inghilterra 1T = 2G Ricardo afferma che condizione sufficiente affinch lo scambio convenga a entrambi i paesi che la ragione di scambio internazionale (cio quella che si impone al momento della apertura dei due paesi agli scambi) sia compresa tra le due ragioni di scambio in autarchia. Dimostriamo: Supponiamo che la ragione di scambio internazionale sia: 1T = 3G In tal caso, per ogni esportazione di 1T da parte dell'Inghilterra a fronte di una esportazione di 3G da parte della Spagna avremo:
Grano ESPORTA 3G corrispondete a 9 ore di lavoro IMPORTA 3G corrispondente a 6 ore di lavoro Grano ESPORTA 3G corrispondete a 9 ore di lavoro IMPORTA 3G corrispondente a 6 ore di lavoro Tessuto IMPORTA 1T corrispondente a 12 ore di lavoro ESPORTA 1T corrispondente a 4 ore di lavoro Tessuto IMPORTA 1T corrispondente a 12 ore di lavoro ESPORTA 1T corrispondente a 4 ore di lavoro 12-9 = 3ore di lavoro guadagnate 6-4 = 2ore di lavoro guadagnate
12-9 = 3ore di lavoro guadagnate 6-4 = 2ore di lavoro guadagnate

Spagna Inghilterra

Spagna Inghilterra

La tabella indica il costo delle merci in base alle tecniche prevalenti all'interno di ogni nazione. Si vede che se i due paesi si specializzano e si aprono agli scambi, otterranno entrambi un guadagno in termini di lavoro risparmiato. Ricardo inoltre dimostra che il guadagno derivante dall'apertura internazionale tanto minore quanto pi la ragione di scambio internazionale si avvicina a quella di autarchia. Esercizio: se la ragione di scambio che si impone a livello internazionale uguale a quella dell'Inghilterra in autarchia (cio 1T = 2G) allora tutto il vantaggio dell'apertura agli scambi andr ala Spagna l'Inghilterra non avr nulla da guadagnarci. Dimostriamo Se la ragione di scambio internazionale dell'Inghilterra in autarchia) allora ... 1T = 2G (uguale a quella

L'esercizio chiarisce pure perch la condizione sufficiente per lo scambio che la ragione internazionale sia compresa tra quelle interne. Il motivo semplice: se non lo fosse uno dei due paesi non avrebbe alcun interesse ad aprirsi allo scambio internazionale.

Grano Tessuto ESPORTA IMPORTA 2G 1T 12-6 = 6ore Spagna corrispondet corrisponden di lavoro e a 6 ore di te a 12 ore di guadagnate lavoro lavoro IMPORTA ESPORTA 2G 1T 4-4 = 0ore di Inghilterra corrisponden corrisponden lavoro te a 4 ore di te a 4 ore di guadagnate lavoro lavoro Grano Tessuto ESPORTA IMPORTA 2G 1T 12-6 = 6ore Spagna corrispondet corrisponden di lavoro e a 6 ore di te a 12 ore di guadagnate lavoro lavoro IMPORTA ESPORTA 2G 1T 4-4 = 0ore di Inghilterra corrisponden corrisponden lavoro te a 4 ore di te a 4 ore di guadagnate lavoro lavoro

In tal caso guadagna solo la Spagna, l'Inghilterra non ottiene alcun beneficio dall'apertura.

39 Ricardo dunque dimostra la sua tesi liberista e liberoscambista: in generale ai paesi conviene aprirsi agli scambi internazionali e specializzarsi nella produzione in cui godono di un vantaggio comparato. Resta tuttavia aperto un problema: Il teorema dei vantaggi comparati dimostra che l'apertura internazionale conviene poich implica un guadagno in termini di lavoro risparmiato. Ora, in generale questo risparmio di lavoro un indice di maggiore efficienza, senza dubbio. Tuttavia, quanto realmente importante il risparmio di lavoro quando c' disoccupazione? Quando un paese afflitto dalla crisi e dalla disoccupazione il problema principale diventa impiegare e non certo risparmiare lavoro. chiaro allora che il teorema dei vantaggi comparati ha senso solo se si assume che non vi siano problemi di disoccupazione. Se questi problemi vi sono allora non detto che la soluzione del liberoscambio e dell'apertura internazionale sia quella preferibile.

2.2 La condizione di riproducibilit del sistema economico nei classici e in Marx Sappiamo che i classici e soprattutto Marx si sono interrogati sulle condizioni di riproducibilit (detta anche vitalit) del sistema economico, cio sulle condizioni della sua esistenza. Attraverso una serie di esempi vediamo in che modo essi esaminavano questo problema. Consideriamo per semplicit una economia che produce come output grano (G) e ferro (F) utilizzando come input il grano e il ferro medesimi. bene precisare che tra gli input di grano e di ferro necessari alla produzione rientrano anche le quantit necessarie al sostentamento dei lavoratori impegnati nel processo produttivo. Ci significa, per esempio, che l'input di grano

comprende sia il grano impiegato nella semina dei terreni sia il grano consumato dai lavoratori impiegati. Riguardo al ferro, possiamo suggerire che si tratti del ferro contenuto negli attrezzi necessari alla produzione (vanghe, picconi, trattori, ecc.) Consideriamo una economia in cui le tecniche di produzione stabiliscono la seguente relazione tra input e output: 280 G 12 F 400 G 120 G 8 F 20 F Date le tecniche disponibili, il settore del grano in grado di produrre un output di 400 unit di grano impiegando come input 280 unit di grano e 12 unit di ferro. Il settore del ferro produce un output di 20 unit di ferro usando come input 120 unit di grano e 8 unit di ferro. facile verificare che questa una economia di pura sussistenza. Infatti se sommiamo le colonne otteniamo il totale del grano usato come input (280+120=400) e il totale del ferro usato come input (12+8=20) all'interno dei entrambi i settori. Si vede chiaramente che gli output di grano (400) e ferro (20) riescono appena a coprire gli input necessari a ripetere la produzione di periodo in periodo. Dunque l'economia di sussistenza appena in grado di riprodursi. Essa cio non in grado di generare un surplus (cio una eccedenza, un residuo) al di l dello stretto necessario per la riproduzione. Domanda: pu mai esistere una economia di mera sussistenza in un regime capitalistico? Ovviamente no. Una economia capitalistica pu riprodursi solo se oltre alla stretta sussistenza genera un surplus, un eccedenza, un residuo che serva a remunerare il profitto dei capitalisti. Se l'economia non in grado di generare un surplus che remuneri il profitto, il meccanismo capitalistico si inceppa. Come si pu generare un surplus? In vari modi: apportando innovazioni tecniche che aumentano l'output a parit di input; oppure aumentando lo sforzo produttivo dei lavoratori, il che pure aumenta l'output a parit di input; oppure ancora riducendo l'input attraverso una riduzione dei salari, ecc. Per esempio: 280 G 12 F 500 G

41 120 G 8 F 30 F ____ ____ 400 G 20 F (L'aumento dell'output a parit di input pu esser dovuto a innovazioni tecnologiche o all'aumento degli sforzi produttivi richiesti ai lavoratori) Si vede chiaramente che questa una economia che genera un surplus. Infatti l'input totale di grano 400 ma l'output ora 500; l'input totale di ferro 20 ma l'output ora 30. Il surplus di 100 G e 10 F consentir di remunerare i profitti dei capitalisti, i quali potranno poi decidere di consumare questa eccedenza oppure reinvestirla per aumentare la scala di produzione. Esercizio: partendo dalla economia di sussistenza mostra in che modo si pu generare un surplus intervenendo sugli input anzich sugli output (ad esempio tramite una riduzione della parte di input che va ai lavoratori sotto forma di salari). Questi esempi chiariscono pure gli elementi di conflitto sociale insiti nella concezione del profitto come surplus (o residuo) tipica degli economisti classici e di Marx. Gli esempi infatti evidenziano che il surplus pu essere generato a scapito dei lavoratori, o a seguito di una intensificazione dei loro sforzi oppure a seguito di una riduzione degli input slariali. Al tempo stesso, il surplus indispensabile alla sopravvivenza di una economia capitalistica, che in grado di riprodursi solo se viene soddisfatto il movente del profitto dei capitalisti. Proviamo a riformulare tutto in termini di coefficienti di produzione. Dividiamo gli input e gli output per i rispettivi output. Otteniamo: 280 12 500 500 G 500 F 500 G 120 8 30 30 G 30 F 30 F

da cui: 0,56 G 4G 0,024 F 0,26 F 1G 1F

I coefficienti ci dicono che per ottenere 1 unit di grano occorrono 0,56 unit di grano e 0,024 unit di ferro, e per ottenere 1 unit di ferro occorrono 4 unit di grano e 0,26 unit di ferro. Generalizziamo: Definiamo aij il coefficiente di produzione che ci dice quante unit di i servono per produrre una unit di j

per esempio: 280 500 = 0,56 = aGG

che ci dice quante unit di grano (G) occorrono per produrre 1 unit di grano (G)

12 500 = 0,024 = aFG

che ci dice quante unit di ferro (F) occorrono per produrre 1 unit di grano (G)

a questo punto, utilizzando i coefficienti di produzione, possiamo dare una rappresentazione generale della condizione di riproducibilit (o vitalit) del sistema economico. Una economia rispetta la condizione di riproducibilit (o vitalit) se in grado almeno di riprodurre se stessa, cio se gli output sono almeno in grado di coprire gli input. Possiamo dunque affermare che una economia riproducibile se esistono dei livelli di output di grano (YG) e di ferro (YF) tali che:

43 1) YG YG aGG + YF aGF 2) YF YG aFG + YF aFF La prima condizione ci dice che la quantit di grano output Y G deve essere maggiore o al limite uguale alla quantit di grano necessaria a produrre 1 unit di grano (aGG) moltiplicata per l'output totale di grano YG, pi la quantit di grano necessaria a produrre 1 unit di ferro (a GF) moltiplicata per l'output totale di ferro (YF). Discorso analogo vale per la seconda condizione. In sostanza, entrambe le condizioni ci dicono che loutput di ogni merce deve essere maggiore o al limite uguale alla somma degli input della stessa merce usati nei due settori. Effettuiamo alcuni semplici passaggi: 1) YG (1-aGG) YF aGF 2) YF (1-aFF) YG aFG da cui:
aGF YG 1) YF 1 aGG 1 a FF YG 2) a FG YF

quindi occorre che:

aGF 1 a FF a FG 1 aGG
ossia: (1-aGG)(1-aFF) aGF aFG Questa la condizione di riproducibilit ( o di vitalit) del sistema. Se la condizione rispettata col segno di uguaglianza (=) allora siamo di fronte a una economia di mera sussistenza.

Se la condizione rispettata col segno maggiore (>) allora siamo di fronte a una economia che genera surplus (e che dunque, potendo remunerare un profitto, pu essere una economia capitalistica). Esercizio: calcola i coefficienti di produzione della economia di sussistenza esaminata in precedenza e verifica che essi rispettano la condizione di riproducibilit con vincolo di stretta uguaglianza. Esercizio: descrivi una economia che non nemmeno di sussistenza e che quindi non in grado di riprodursi. Dunque la condizione di riproducibilit del sistema evidenza gli elementi di antagonismo tra le classi sociali. Basti pensare che un modo per rispettarla (cio per garantire l'esistenza di un surplus che remuneri il profitto) di ridurre i coefficienti di produzione, per esempio intensificando gli sforzi dei lavoratori oppure riducendo i salari. (ricorda che la riduzione dei coefficienti indica che il rapporto tra input e output si riduce; l'intensificazione degli sforzi aumenta l'output a parit di input, la riduzione dei salari riduce l'input a parit di output).

45

III MICROECONOMIA E MACROECONOMIA NEOCLASSICA

3.1 La teoria neoclassica della scelta razionale individuale: il caso del consumatore

Abbiamo detto che per i neoclassici ogni problema economico riconducibile a un problema di massimizzazione della utilit sotto il vincolo delle risorse scarse disponibili. Nel caso del consumatore, si tratter di scegliere la combinazione di beni di consumo che massimizzano l'utilit, sotto il vincolo del reddito disponibile. Consideriamo un problema molto semplificato: esistono solo due beni di consumo, il bene 1 e il bene 2, che il consumatore pu acquistare e consumare nelle quantit x1 e x2. Il consumatore, inoltre, dispone di un reddito pari a m. I prezzi di mercato dei due beni sono p1 e p2.

3.2 Il vincolo di bilancio del consumatore

Il vincolo di bilancio del consumatore sar dunque dato da:

p1x1 + p2x2 m Se per semplicit assumiamo che il consumatore spende tutto m per l'acquisto di x1 e x2 , allora il vincolo di bilancio diventa:

p1x1 + p2x2 = m la spesa per x1 e x2 deve eguagliare il reddito e non pu oltrepassarlo. L'equazione del vincolo di bilancio pu essere rappresentata graficamente su un diagramma cartesiano. Sugli assi indichiamo il consumo di x1 e x2. Ogni punto indica una particolare combinazione di consumo (x1 , x2).

47

Esprimiamo il vincolo di bilancio esplicitando la sua equazione rispetto a x2: p2x2 = m p1x1

x2 =

m p1 x1 p2 p2

questa equazione rappresentata dalla retta del vincolo di bilancio del consumatore. Per tracciare la retta sul grafico poniamo prima x1 = 0 cos da trovare l'intercetta sull'asse delle ordinate; poi poniamo x2 = 0 per trovare l'intercetta sull'asse delle ascisse.

x1 = 0

x2 =

m p 2 intercetta del vincolo di bilancio sull'asse delle ordinate

0=

x2 = 0

m p1 x1 p2 p2

p1 m x1 = p2 p2
p 1 x1= m

x1 =

m p1 intercetta del vincolo di bilancio sull'asse delle ascisse

Ovviamente la retta di bilancio rappresenta un vincolo. Tutte le combinazioni di consumo al di sotto di essa sono alla portata del consumatore e quindi ammissibili. Le combinazioni di consumo sulla retta sono le massime possibili, dato il reddito di cui dispone il consumatore e i prezzi dei beni. Le combinazioni di consumo situate al di sopra della retta non sono alla portata del consumatore:

49

Come varia la retta di bilancio? 1) un aumento del reddito da m a m' > m: comporta una traslazione verso l'alto e verso l'esterno della retta di bilancio; 2) una riduzione del prezzo da p1 a p1' > p1: comporta una rotazione della retta di bilancio verso sinistra (l'intercetta verticale resta ferma perch non variato il prezzo p2 mentre l'intercetta orizzontale diminuisce), cio un aumento della sua pendenza.

51

3.3 Utilit, ordinamento delle preferenze e curve di indifferenza

Esaminando il vicolo di bilancio abbiamo verificato quali combinazioni di consumo sono alla portata del consumatore e quali non lo sono. Ora per si tratta di capire quali sono le combinazioni di consumo che il nostro individuo preferisce, cio le combinazioni che gli consentono di massimizzare l'utilit. L'utilit intesa come l'attitudine di un certo bene (ad esempio l'acqua) a soddisfare un determinato bisogno del consumatore (ad esempio la sete: il bisogno di bere). Generalmente, l'utilit totale che l'individuo ricava dal consumo di una certa quantit di bene una funzione crescente di tale quantit: via via che il consumatore assume dosi successive del bene (ad esempio bicchieri di acqua aggiuntivi) il suo grado di soddisfazione (l'utilit) aumenta. Ma, gli incrementi di utilit, corrispondenti ad unit successive del bene consumato, sono sempre pi piccoli (ogni bicchiere d'acqua aggiuntivo sempre meno utile) perch il corrispondente bisogno tende a ridursi (la sete si placa). Questo assunto viene detto principio dell'utilit marginale decrescente. Potrebbe anche verificarsi che, se si soddisfatto completamente il bisogno, il consumo di ulteriori unit di bene facciano ridurre l'utilit totale, poich ognuna di queste unit aggiuntive presenta una crescente disutilit marginale che fa ridurre l'utilit totale (continuare a bere ulteriori bicchieri di acqua, dopo aver soddisfatto la sete, pu provocare un malore crescente). Possiamo riportare la quantit del bene consumato x sulle ascisse di un grafico cartesiano, ponendo sulle ordinate la corrispondente utilit totale UT.

possibile rappresentare su un diagramma cartesiano anche le variazioni dell'utilit totale conseguenti all'incremento di ogni piccola quantit di consumo del bene considerato. Otteniamo cos una rappresentazione della U T funzione dell'utilit marginale x

La funzione dell'utilit totale concava perch, come si detto (e mostrato nei grafici), l'utilit marginale decrescente.

Consideriamo per semplicit una economia nella quale esistono solo 2 beni, indichiamo con x1 e x2 le rispettive quantit. Come si visto, esaminando il

53 vincolo di bilancio del consumatore, ogni combinazione di consumo (ogni paniere di consumo) potr essere rappresentato da un punto del piano cartesiano (positivo) con coordinate (x1, x2). Per descrivere il comportamento del consumatore necessario ordinare i panieri di consumo in base alle sue preferenze.

Prendiamo ad esempio la combinazione di consumo A e poniamola a confronto con le combinazioni B, C, D, e E. Dividiamo lo spazio in quattro quadranti.

Di sicuro: A preferito a D e a tutte le altre combinazioni di consumo che appartengono al III quadrante: al paniere di consumo A associato in indice di utilit maggiore rispetto a tutte le combinazioni di consumo che appartengono al III quadrante.

B preferito ad A e tutte le combinazioni del I quadrante sono preferite ad A: al punto A associato un indice di utilit inferiore rispetto all'utilit associata a tutti i panieri che appartengono al quadrante I. Esisteranno poi delle combinazioni di consumo situate nel II e nel IV quadrante che il consumatore reputa indifferenti rispetto ad A (due di queste potrebbero essere E e C e presentano lo stesso valore dell'indice di utilit di A). Unendo tutti i punti che rappresentano le combinazioni di consumo considerate indifferenti dal consumatore rispetto al paniere A otterremo una curva di indifferenza. Una curva di indifferenza l'insieme di tutte le combinazioni di beni che danno al consumatore la stessa utilit totale e che dunque egli reputa indifferenti tra loro. Ovviamente panieri di consumo come B e D sii trovano su curve di indifferenza diverse, visto che ad essi sono associati livelli di utilit diversi rispetto al paniere A. In generale, pi le curve di indifferenza sono distanti dall'origine degli assi cartesiani, maggiore l'utilit ad essa associata. Inoltre, esse presentano una pendenza negativa (sono decrescenti) in quanto se il consumatore vuole conservare lo stesso livello di utilit (e restare sulla stessa curva di indifferenza), dovr compensare ogni riduzione del consumo di uno dei due beni con un incremento dell'altro.

55

Si viene cos a costruire una mappa di curve di indifferenza che esprime l'utilit dell'individuo al variare del paniere di consumo. Le curve di indifferenza non possono intersecarsi (in certo senso si pu dire che sono tra loro parallele) perch altrimenti esse non esprimerebbero un ordinamento coerente (razionale) dei panieri di consumo. La razionalit del consumatore, infatti, implica che le preferenze devono essere transitive: se il paniere A preferito al paniere B e il paniere B preferito al paniere C, allora il paniere A deve essere preferito al paniere C. In altre parole, se le curve di indifferenza si intersecano, allora le preferenze del consumatore non sono transitive e quindi viene meno la sua razionalit nella scelta dei panieri di consumo. Verifichiamo questa importante condizione con un esempio.

Consideriamo due panieri di consumo A e B tra loro indifferenti (che si trovano sulla stessa curva di indifferenza) e consideriamo una combinazione di consumo C alla quale il consumatore preferisce il paniere B (tra B e C il consumatore preferisce, sceglie, B che comporta un maggior consumo di entrambi i beni). Ci

significa che l'utilit che il consumatore associa al paniere B (e al paniere A che indifferente a B) maggiore dell'utilit associata al paniere C (nel grafico dovrebbe aversi UT1>UT0). Per, se le due curve di indifferenza si intersecano in corrispondenza del paniere A, allora i panieri A e C dovrebbero essere tra loro indifferenti e, quindi, per la propriet transitiva, l'utilit della combinazione di consumo B dovrebbe essere la stessa di quella associata al paniere di consumo C (poich si assunto che A B sono tra loro indifferenti). Questo risultato contraddittorio rispetto all'ipotesi che B sia preferito a C. Quindi, se le preferenze del consumatore sono transitive (cio sono coerenti), allora le curve di indifferenza non si intersecano. Le curve di indifferenza per beni tra loro in certa misura sostituti (le mele e le pere) sono convesse: dato un certo livello di utilit, muovendosi lungo la corrispondente curva di indifferenza, all'aumentare del consumo di un bene, il consumatore sempre meno disposto a rinunciare all'altro bene. La convessit della curva di indifferenza una diretta conseguenza dell'assunto dell'utilit marginale decrescente. Via via che riduce di quote costanti il consumo di uno dei due beni (che diventa sempre pi scarso e prezioso in termini di utilit marginale), il consumatore, per non far ridurre il suo livello di utilit, richieder compensare queste riduzioni mediante il consumo di quote crescenti dell'altro bene (sempre pi abbondante e meno prezioso in termini di utilit marginale).

57

Il grafico mostra che una riduzione del consumo del bene 2 da 20 a 15 unit richiede, per lasciare invariata l'utilit totale a UT0, un aumento del consumo del bene 1 di una sola unit. Ma, se il consumo del bene 2 si riduce di ulteriori 5 unit, allora necessario un aumento del consumo del bene 1 di bene 3 unit. Ci dovuto all'utilit marginale decrescente. La perdita di utilit che il consumatore subisce passando a A a B relativamente bassa e pu essere compensata con una sola unit del bene 1 (dotata di un'alta utilit marginale) che consente di raggiungere il punto C. Invece, lo spostamento da C a D implica una perdita di utilit maggiore (essendo il bene 2 ora pi scarso per il consumatore) che, per essere compensata, richiede una incremento di 3 unit di consumo del bene 1 (infatti queste 3 unit sono dotate di una utilit marginale pi bassa perch il bene 1 ora relativamente pi abbondante) in modo da raggiungere il punto E. La convessit delle curve di indifferenza pu anche essere spiegata da una preferenza del consumatore per la variet nella composizione del proprio paniere di consumo. Considerati due panieri A e B che risiedono sulla medesima curva di indifferenza, il consumatore preferir ad ognuno di essi un qualunque paniere C ottenuto come combinazione lineare intermedia dei rispettivi contenuti di A e B. Infatti, se le curve di indifferenza sono convesse, una siffatta combinazione lineare risieder su di una curva di indifferenza pi alta (corrispondente ad un livello di utilit maggiore).

Quando i due beni le cui quantit sono riportate sugli assi cartesiani sono tra loro perfetti sostituti le curve di indifferenza assumono una forma lineare (sono delle linee rette). questo il caso della benzina offerta sul mercato da due differenti compagnie di distribuzione (Total e Agip ad esempio), evidentemente la maggior parte dei consumatori trovano indifferente rifornirsi dall'uno o dall'altro distributore perch non sussistono differenze apprezzabili tra i due carburanti. Il consumatore potrebbe consumare anche uno solo dei due beni senza incorrere in una riduzione dell'utilit totale.

59

Il caso opposto a quello dei perfetti sostituiti riguardi i beni che sono tra loro perfettamente complementari (detti anche beni perfetti complementi; ad esempio i due ingredienti necessari a preparare una particolare bevanda, si pensi allo zucchero e al caff). In questo caso le preferenze del consumatore assumono una forma ad angolo: aumentando il consumo di uno solo dei due beni (spostandosi dal punto A al punto C) il consumatore non ottiene incrementi di utilit. Per accrescere l'utilit totale necessario accrescere in misura proporzionale il consumo di entrambi i beni (spostandosi nel punto B).

Il consumatore potrebbe anche essere indifferente al fatto che il proprio paniere di consumo contenga o meno un determinato bene (detto bene indifferente, volendo dire con espressione imprecisa che il consumatore indifferente rispetto ad esso). Si pensi alla disponibilit di sigarette per un individuo goloso ma non fumatore: il consumo di una maggiore quantit di dolci farebbe aumentare l'utilit di tale consumatore ma egli resterebbe indifferente rispetto all'aumentare del numero di sigarette di cui pu disporre. In questo caso le curve di indifferenza sarebbero parallele all'asse sul quale viene misurato il bene indifferente. Il consumatore non otterrebbe nessun vantaggio spostandosi dal punto A al punto C se il bene 1 un bene indifferente, solo incrementando il consumo del bene 2 potrebbe ottenere un aumento della propria utilit totale (ad esempio spostandosi nel punto B).

61

In altri importanti casi le curve di indifferenza possono essere crescenti piuttosto che decrescenti. Ci avviene quando su uno degli assi cartesiani misurata la quantit di un male e non di un bene. Un male corrisponde ad un'attivit o ad consumo penoso che comporta, quindi, disutilit. Un esempio classico fornito dalla scelta tra il reddito di cui pu disporre un consumatore-lavoratore e il lavoro (il sacrificio) che costretto a cedere per conseguire tale reddito.

63 L'inclinazione della curva di indifferenza detta saggio marginale di sostituzione (SMS o MRS). Esso indica la quantit incrementale del bene 2 (indicata con x2) che il consumatore deve ricevere per essere compensato della perdita di una certa quantit del bene 1 (indicata con x1) affinch la sua utilit resti invariata.
SMS = x 2 x1

x2 x1 =

Essendo x1 per definizione negativo e x2 in generale positivo (almeno per beni x2 sostituti), anteponendo al rapporto x1 il segno negativo, oppure prendendolo in valore assoluto, si ottiene un SMS positivo e decrescete (all'aumentare di x1) lungo tutta la curva di indifferenza. Questa caratteristica del SMS dovuta alla convessit della curva di indifferenza (per cui al crescere di x1 aumenta il

numeratore del SMS si riduce) e, quindi, al principio dell'utilit marginale decrescente.

Infine si dimostra che, fissato un certo livello di utilit (e quindi individuata la corrispondente curva di indifferenza), il SMS pari al rapporto tra le utilit marginali dei due beni considerati. Infatti, se variano x1 e x2 possiamo calcolare la variazione U dell'utilit totale dell'individuo come somma delle variazioni dei consumi moltiplicate per le rispettive utilit marginali (UM): U = UM1 x1 + UM2 x2 ovviamente, restando sulla stessa curva di indifferenza, l'utilit non varia e pertanto U = 0 e quindi: 0 = UM1 x1 + UM2 x2

65 UM2 x2 = UM1 x1
x2 UM 1 = x1 UM 2
U x1 U x2

UM 1 SMS = UM 2 =

questa uguaglianza esprime il SMS come rapporto delle derivate parziali della funzioni di utilit (le utilit marginali). Ad esempio, se la funzione di utilit definita da: U(x1, x2) = x1x2 allora, fissato il valore dell'utilit a U 0, le curve di indifferenza saranno delle iperboli equilatere di equazione:
U x2 = x 1
0

al variare del livello di utilit fissato si potr costruire tutta la mappa delle curve di indifferenza.

3.4 La scelta del consumatore Dato il vincolo di bilancio, data la mappa delle curve di indifferenza, il consumatore in grado di scegliere il paniere di consumo ottimo perseguendo il seguente obiettivo: scegliere la combinazione di consumo che massimizza l'utilit sotto il vincolo delle risorse disponibili. Per il consumatore la migliore combinazione di consumo, quella che massimizza l'utilit sotto il vincolo di bilancio, rappresentata dal punto E di tangenza tra il vincolo di bilancio e la curva di indifferenza.

Infatti il punto D sarebbe preferito a E ma non raggiungibile perch non un paniere di consumo ammissibile (si trova al di sopra del vincolo di bilancio). I punti A e C si trovano sul vincolo di bilancio (sono panieri di consumo ammissibili) ma (come il punto B) appartengono ad una curva di indifferenza pi bassa (che corrisponde ad un livello di utilit inferiore) rispetto alla curva di indifferenza che passa per il punto E.

67 Si noti che in corrispondenza del punto E abbiamo che l'inclinazione del vincolo di bilancio (-p1/p2) uguale alla pendenza della curva di indifferenza passante per A (SMS = - x2/ x1). Cosa che invece non vera per un punto come C oppure A. Nel punto B, inoltre, a differenza del punto E, non soddisfatto il vincolo di bilancio (p1 x1 + p2 x2 = m). Dunque la combinazione ottima del consumo al punto nel quale: x2 p1 x SMS = 1= p 2 oppure
U x1 U x2

p1 = p2

Finora abbiamo individuato la soluzione del problema d'ottimo del consumatore in termini grafici, determiniamola ora in termini algebrici. Il consumatore deve risolvere il seguente problema di massimo vincolato: max sub U(x1,x2) p1 x1 + p2 x2 = m

Un noto metodo di soluzione quello dei moltiplicatori di Lagrange. Questo metodo consiste nel risolvere il problema d'ottimo (senza vincoli) per una funzione che comprende sia la funzione obiettivo originaria (la funzione di utilit), sia il vincolo: L(x1, x2, ) = U(x1, x2) (p1 x1 + p2 x2 m) [lagrangiano]

dove il termine detto moltiplicatore di Lagrange e il suo ruolo di garantire che il vincolo di bilancio sia soddisfatto.

Le condizioni necessarie per individuare la soluzione di questo problema di ottimo si ottengono ponendo uguali a zero le derivate della funzione L (il lagrangiano) rispetto ai suoi argomenti: x1, x2, .
L U = p1 = 0 x1 x1 L U = p 2 = 0 x 2 x2

(1) (2) (3)

L = m p1 x1 p 2 x 2 = 0

risolvendo questo sistema di equazioni otterremo la combinazione ottima di x 1* e x2* che rende massima l'utilit del consumatore dato il reddito m di cui dispone e i prezzi di mercato p1 e p2 (che sono dati). Si noti che se dividiamo l'equazione (1) per la (2) otteniamo:
U x1 U x2

p1 = p2

che la condizione di ottimo gi ottenuta mediante l'analisi grafica.

Un esempio: U(x1, x2) = x1x2 M = 40 p1 = 4 p2 = 2 max sub U(x1, x2) = x1x2 4x1 + 2x2 = 40

applichiamo il metodo di Lagrange: L(x1, x2, ) = x1x2 (4x1 + 2x2 40) [lagrangiano]

69

L x1 L x2

= x2 4 = 0 =x1 2 = 0

L =40 4 x1 - 2x2 = 0 Dividiamo la (1) per la (2): x2/ x1 -2 = 0 x2/ x1 = 2 x2= 2 x1 Sostituiamo nella (3): 40 4 x1 - 2(2x1) = 0 40 4 x1 - 4x1 = 0 40 = 8 x1 x1 = 40 / 8 = 5 x2 = 10 La combinazione di consumo che dunque massimizza l'utilit e al tempo stesso rispetta il vincolo data da x1 = 5 e x2 = 10 Un metodo alternativo a quello di Lagrange Riconsideriamo il problema di massimo vincolato max sub U(x1, x2) = x1x2 4x1+ 2x2 = 40

in primo luogo esprimiamo il vincolo in termini di x2 2x2 = 40 4 x1 x2 = 20 2 x1 andiamo quindi a sostituire questa equazione nella funzione di utilit: U(x1, x2) = x1(20 2 x1) = 20 x1 2 x12 a questo punto deriviamo rispetto a x1 e poniamo pari a zero la derivata:

U x1 = 20 4 x = 0 1

x1 =20/4 = 5 che sostituito nella equazione x2 = 20 2 x1 da: x2 = 20 2 (5) =20 -10 = 10 Abbiamo cos ottenuto lo stesso risultato con un metodo alternativo. La scelta tra i vari metodi dipende dalle circostanze. Va preferito quello che semplifica di pi i calcoli.

71 3.5 La curva di domanda individuale Supponiamo che il prezzo di una merce si modifichi e vediamo come cambia la scelta ottima del consumatore. Ricordiamo che la variazione del prezzo implica una rotazione del vicolo di bilancio. Ipotizziamo una serie di riduzioni di p1: p1, p1' < p1, p1' ' < p1' individueremo cos una serie di punti di ottimo e l'insieme di tutti questi punti di ottimo definito curva di prezzo-consumo. Si noti che al diminuire di p1 la quantit x1 domandata dal consumatore aumenta.

73 Adesso prendiamo i valori di p1 e i corrispondenti valori ottimi di x1 e collochiamoli su di un nuovo grafico, ponendo x1 in ascissa e p1 in ordinata.

La curva di domanda decrescente: essa esprime una relazione inversa tra p1 e x1: al diminuire del prezzo la domanda aumenta all'aumentare del prezzo la domanda diminuisce La forma decrescente della curva di domanda vale per tutti i beni cosiddetti normali, e si ritiene che tale relazione sia solitamente valida.

3.6 Il surplus del consumatore Data la curva di domanda individuale, possibile misurare il benessere che l'individuo trae dall'acquisto di un certo quantitativo di merce, ossia il surplus del consumatore. Consideriamo la domanda annua di Tizio di biglietti per concerti:
1 2

xT = 15 ovvero p = 0 xT = 15 xT = 0 p = 30 supponiamo che il prezzo di mercato di ogni biglietto sia p = 10. La domanda sar:
1 2

xT = 15 xT = 10

10

Il surplus del consumatore dato dalla somma delle differenze tra quanto sarebbe stato disposto a pagare per ottenere ogni unit aggiuntiva del bene acquistato e quanto ha dovuto effettivamente pagare (il prezzo di mercato). Nell'esempio il surplus del consumatore pari a 90:
xT p Disponibilit a spendere Spesa effettiva Surplus del consumatore xT p Disponibilit a spendere Spesa effettiva Surplus del consumatore 1 28 28 28 0 1 28 28 28 0 2 26 54 52 2 3 24 78 72 6 4 5 6 7 8 9 10 11 22 20 18 16 14 12 10 8 100 120 138 154 168 180 190 198 88 100 108 112 112 108 100 88 12 20 30 42 56 72 90 110 7 16 154 112 42 8 14 168 112 56 9 12 180 108 72 10 10 190 100 90 11 8 198 88 110 12 6 204 72 132 12 13 14 15 6 4 2 0 204 208 210 210 72 52 28 0 132 156 182 210 14 15 2 0 210 210 28 0 182 210

2 3 4 5 6 26 24 22 20 18 54 78 100 120 138 52 72 88 100 108 2 6 12 20 30

13 4 208 52 156

75 calcolando l'area del triangolo ABC si ottiene un valore maggiore di 90 perch, trattandosi di un bene non divisibile, tale area costituisce solo un'approssimazione per eccesso del surplus del consumatore.

3.7 la variazione della domanda individuale rispetto al reddito La curva di domanda individuale reagisce anche alle variazioni del reddito del consumatore (ad esempio m varia da m a m' > m).

in tal caso, a parit di p1 (che non cambiato), assistiamo ad un aumento della quantit domandata di x1. La curva di domanda, quindi, trasla verso destra al crescere del reddito.

77 3.8 Dalla curva di domanda individuale alla curva di domanda di mercato Per ottenere la curva di domanda di mercato necessario sommare le quantit domandate dai singoli consumatori per ogni livello del prezzo.

curva di domanda di Tizio curva di domanda di Caio curava di domanda di mercato

p = 30 2 xT p = 30 3 xC

xT = 15 - 1/2 p xC = 10 - 1/3 p

x = xT + xC = 25 5/6 p p = 30 6/5 x

per ottenere la curva di domanda di mercato quindi necessario esplicitare tutte le domande individuali in termini di x e poi sommarle.

3.9 La teoria neoclassica dell'impresa Dopo quanto detto sula scelta ottima dell'individuo (e in particolare del consumatore) passiamo ora ad esaminare il lato delle decisioni dell'impresa inerenti la produzione e i costi. Cos come dalla scelta dell'individuo abbiamo ottenuto la domanda delle merci, dalla teoria dell'impresa otterremo l'offerta. LA PRODUZIONE Nell'analisi neoclassica di solito si ritiene che la produzione di una certa quantit Q di merce viene effettuata utilizzando i fattori della produzione L Q K capitale (di solito inteso come valore dei mezzi di produzione) lavoro

(L'analisi neoclassica del capitale presenta diversi problemi: es. se K misurato come valore di tutti i mezzi di produzione, allora bisognerebbe conoscere i prezzi di tali mezzi di produzione. Ma la determinazione dei prezzi dovrebbe essere un risultato dell'analisi non una premessa). Ad ogni modo noi qui non ci occuperemo di questo problema. Anzi, per semplicit riterremo che l'analisi sia di breve periodo per cui K pu essere considerato un dato esogeno, fisso. Ci significa che la funzione di produzione: Q = Q(K, L) pu essere riscritta cos: Q = Q(L) con K fisso

Questa funzione di produzione dunque sottoposta alla legge della produttivit marginale decrescente di un fattore produttivo, dati gli altri. Dato il capitale disponibile (Macchine, impianti, etc.), i lavoratori impiegati da un'impresa avranno via via una produttivit marginale sempre pi piccola.

79

La produttivit marginale del lavoro (PMGL) corrisponde alla variazione della produzione totale derivante da una piccola variazione del lavoro impiegato. In termini algebrici: Q PMGL = L in modo pi preciso usando le derivate: Q PMGL = L Esempio: se la funzione di produzione data da Q = L 1/2, allora la produttivit marginale del lavoro sar:
1 1 1 1 Q 1 2 L 2 PMGL = L = 2 = 2L = 2 L

(nota che al crescere di L la PMGL si riduce)

Ovviamente si pu anche ragionare all'inverso, calcolando la quantit di L necessaria a produrre una certa produzione Q: L = L(Q) ad es. per Q = L1/2 Q2 = (L1/2)2 L = Q2

Passiamo ora ai costi di produzione. I costi totali di produzione sono costituiti dai costi fissi e dai costi variabili: I costi fissi non variano al variare della produzione (almeno nel breve periodo). Essi possono essere identificati con il costo del capitale: (1 + r) r K0

I costi variabili variano con la produzione e possono essere identificati con il costo del lavoro: w L(Q) Dunque i costi totali sono: CT = r K0 + w L(Q) Nel nostro esempio con Q(L) = L1/2 otteniamo L(Q) = Q2 e quindi CT = r K0 + w Q2

81

Possiamo dunque calcolare il costo marginale CMG che corrisponde alla variazione del costo totale conseguente a una variazione marginale (piccola) della quantit prodotta: CT CMG = Q Nel nostro esempio: CT CMG = Q = w2Q

interessante notare che esiste una relazione tra CMG e PMG L. Infatti (ricordando che K costante): CT L CMG = Q = w Q Q ma sappiamo che PMGL = L e quindi possiamo scrivere:

w w Q CMG = L = PMGL

Quindi quanto pi bassa la PMGL tanto pi alto il CMG. Infatti nel nostro esempio: CMG = w2Q ma Q = L1/2 e quindi: CMG = w2L1/2 che pu essere riscritto cos: w 1 1 2 L2

CMG =

il denominatore di questa frazione proprio la PMGL

infine calcoliamo il costo medio di produzione (CM). Il costo medio semplicemente il costo totale diviso per le quantit prodotte e ci dice quanto costa in media ogni unit di merce prodotta:
CT Q

CM =

rK 0 + wL( Q ) Q =

notare per inciso che quindi CT = CMQ Il costo medio ha un andamento particolare. Esso prima decrescente e poi crescente. Infatti all'inizio la crescita di Q consente di ammortizzare i costi fissi, cio consente di ripartire il costo del capitale su pi unit prodotte e vendute. Ci fa ridurre CM. Al tempo stesso l'aumento di Q fa aumentare i costi variabili necessari alla produzione. Ci fa aumentare i CM.

83 Finch la riduzione dei costi fissi prevale sull'aumento dei costi variabili, il costo medio si riduce. Quando l'aumento dei costi variabili inizia a prevalere, il costo medio aumenta. Nel nostro esempio, avendo L = Q2:
CT Q

CM =

rK 0 + wQ 2 rK 0 + wQ Q Q = =

supponiamo che w = 2 e r K0 = 20, abbiamo:


25

20

20 + 2Q CM = Q
Q 1 2 3 4 5 6 CM 22 14 12,67 13 14 15,33

15

C M

10

Pi precisamente il minimo corrisponde a Q = 10 3,2 e possiamo verificarlo calcolando il minimo della funzione del costo medio. Condizione necessaria per l'individuazione di un punto di un punto di minimo di una funzione che la sua derivata sia pari a zero (cio che la funzione sia piatta in quel punto):
CT 20 = 2 +2= 0 Q Q Q2 = 10 Q = 10 3,2 costo medio minimo

Q 1 2 3 4 5 6

CM
0 22 0 14 1 2 3 4 5 6 7 8 9

12,67 13 14 15,33

Infine, interessante notare che il costo medio e il costo marginale si intersecano esattamente nel punto di minimo del costo medio. Per verificarlo nell'esempio (con rK0 = 20, w=2 e L= Q2) poniamo CM=CMG : 20 + 2Q Q = 22Q Q = 10 3,2

l'intersezione tra CM e CMG corrisponde esattamente al CM minimo. Ma perch CMG e CM si incrociano proprio in corrispondenza del CM minimo? La ragione questa, il CMG costituisce un costo aggiuntivo rispetto alla media dei costi. Finch il costo aggiuntivo minore della media, la media si riduce (Q A). Quando il costo aggiuntivo diventa maggiore della media, la media inizia a crescere (QB).

3.10 La massimizzazione del profitto dell'impresa Secondo i neoclassici lo scopo generale dell'impresa massimizzare il profitto (), inteso come differenza tra ricavi totali (RT = pQ) e costi totali (CT). = RT - CT Funzione del profitto

L'impresa deve dunque scegliere la quantit Q che massimizz a . Ossia, occorre derivare rispetto a Q e porre uguale a zero tale derivata: RT CT = =0 Q Q Q CT sapendo che CMG = Q

85 RT e definendo RMG = Q possiamo allora dire che il profitto massimizzato in corrispondenza di quella quantit Q* tale che: RMG CMG = 0 RMG = CMG questa la condizione del primo ordine per il massimo profitto. Questa condizione piuttosto semplice da comprendere. CMG il costo aggiuntivo che l'impresa deve sostenere se decide di produrre una unit in pi di merce. RMG il ricavo aggiuntivo che deriva dalla produzione e dalla vendita di una unit in pi di merce. Ora, chiaro che finch RMG > CMG all'impresa conviene aumentare la quantit prodotta Q perch le unit aggiuntive rendono pi di quanto costano e quindi consentono di aumentare il profitto . Quando per RMG=CMG conviene fermarsi e non andare oltre poich ogni unit prodotta ulteriore costerebbe pi di quanto rende e farebbero ridurre il profitto totale. Questa regola di massimizzazione del profitto vale in generale. Tuttavia, come vedremo, essa viene declinata in modi diversi a seconda del tipo di impresa di fronte alla quale ci troviamo. Abbiamo infatti tipi diversi di imprese che differiscono in base al tipo di mercato in cui operano e al grado di competizione che fronteggiano. Qui considereremo tre forme di mercato: la concorrenza perfetta, il monopolio e l'oligopolio.

3.11 L'impresa in concorrenza perfetta Il mercato di concorrenza perfetta quello in cui operano moltissime piccole imprese che producono un bene omogeneo. Queste imprese si presentano sul mercato senza disporre di alcun potere sui prezzi di vendita. il caso dei piccoli produttori di mele che si presentano sul mercato ortofrutticolo al mattino. Un banditore conta le mele offerte dai produttori e le mele domandate

dai fruttivendoli, e fissa il prezzo di equilibrio di mercato che uguaglia domande e offerte. Una volta fissato il prezzo di equilibrio ogni produttore dovr attenersi ad esso. Se, infatti, prova a vendere a prezzi maggiori nessuno andr a comprare da lui. E non ha interesse a vendere a prezzi minori visto che al prezzo di equilibrio lui sa gi che vender tutta la merce (praticare un prezzo pi basso comporterebbe solo una riduzione dei ricavi e degli eventuali profitti). L'impresa in concorrenza perfetta dunque non ha alcun potere sul prezzo di mercato. Si dice che essa price-taker, cio prende, subisce il prezzo fissato dal mercato. In concorrenza perfetta possiamo dunque affermare che il prezzo di mercato un dato esogeno: p = p0 Vediamo allora quali sono le implicazioni di un p esogeno sull'obiettivo di massimizzazione del profitto dell'impresa in concorrenza perfetta. Abbiamo detto che: = RT CT Ovviamente il ricavo totale non altro che RT = pQ, cio il prezzo per la quantit prodotta e venduta. Dunque: = pQ CT Imponiamo quindi la condizione di massimo profitto derivando rispetto a Q e ponendo uguale a zero tale derivata. Otteniamo: RMG = CMG CT p Q = 0 CT p = Q p = CMG Questa la condizione di massimo profitto in concorrenza perfetta.

87 Si noti che in concorrenza perfetta il RMG derivante da una unit in pi di merce prodotta e venduta corrisponde esattamente al suo prezzo. Ecco perch la condizione generale di massimo profitto RMG = CMG diventa p = CMG. Dunque, scopo dell'impresa di fissare un livello di produzione Q tale che il suo CMG arrivi ad uguagliare il prezzo p (esogeno) di mercato. Se p > CMG conviene aumentare la quantit prodotta e venduta visto che le quantit aggiuntive si venderanno ad un prezzo maggiore del loro costo marginale. Se p < CMG occorre tornare indietro, produrre di meno, perch si sta producendo troppo nel senso che le quantit in eccesso costano pi di quanto renderanno all'atto della vendita. Esempio algebrico: poniamo: p = 16 CT = r K + w Q2 w =2 r K = 20

Il profitto dato da: = RT CT = pQ CT la condizione di massimo profitto per l'impresa in concorrenza perfetta : RT CT = =0 Q Q Q CT p Q = 0 CT p = Q ossia sostituendo i valori: 16 = 4 Q Q=4

Questa la quantit che massimizza il profitto dell'impresa.

3.12 Rappresentazione grafica dell'equilibrio ottimale dell'impresa in concorrenza perfetta Il prezzo di mercato esogeno, ossia indipendente dalla quantit che la singola impresa ha deciso di produrre ed offrire sul mercato (pertanto, sul grafico il prezzo rappresentato da un retta orizzontale, parallela all'asse delle ascisse). Basterebbe che l'impresa aumentasse anche di pochissimo il prezzo p al quale vende il proprio prodotto e si ritroverebbe con una domanda pari a zero (punto A). Al prezzo di mercato l'impresa pu vendere tutte la merce che riesce a produrre (naturalmente, considerati i costi di produzione, ad un certo punto dovrebbe fermarsi per non andare in perdita).

89

Disegniamo le curve di costo e la retta orizzontale del prezzo:

La quantit Q che massimizza il profitto: non QA non QB Q* (P > CMG) (P < CMG) (P = CMG) segmento AB segmento CD punto E

Rappresentiamo graficamente il profitto dell'impresa:

Il ricavo totale RT = p0Q corrisponde al rettangolo OQ*Ep0 Sapendo che CM = CT/Q allora CT = CMQ e quindi possiamo dire che il costo totale corrisponde al rettangolo OQ*FA. chiaro che il profitto = RT CT corrisponde alla differenza tra i due rettangoli, cio all'area AFEp0 (area tratteggiata). Ovviamente, poich questa impresa rispetta la condizione p=CMG, il profitto tracciato nel grafico sar il massimo possibile. Esercizio: in base ai dati dell'esercizio precedente, calcoliamo il profitto massimo: CT = r K0 + w Q2 p0 = 16 w=2 r K = 20

Abbiamo gi detto che Q* = 4 Quindi RT = p0Q = 16 * 4 = 64 CT = 20 + 2 (4)2 = 52 = 64 52 =12

91 Si verifichi che se cambia la Q non si riesce pi ad ottenere un cos alto. Ovviamente pu anche accadere che il prezzo di mercato si riduca e che l'impresa si ritrovi addirittura a produrre in perdita (se il prezzo scende al di sotto del costo medio).

Quando p0 si situa al di sotto del CM l'impresa incorre in una perdita (cio in un profitto negativo) data da: = RT CT = OQ*Ep 0 OQ*FA = AFEp0 perdita) (che negativo, ossia

Chiaramente l'impresa no pu resistere a lungo in una tale situazione. Se p non cresce o se un miglioramento tecnico non le consente di abbassare i costi, l'impresa sar costretta a ritirarsi dal mercato (con probabile bancarotta visto che non in grado di ripagare r K0). Ma oltre all'uscita dal mercato delle imprese inefficienti, pu anche accadere che si verifichi l'ingresso nel mercato di nuove imprese. Ci accade soprattutto quando le imprese gi presenti sul mercato realizzano profitti positivi. Il fatto che le imprese operanti sul mercato stiano realizzando profitti positivi, stimola l'ingresso di nuovi concorrenti. Ma cosa accade quando entrano nuovi concorrenti? Semplice: la competizione si intensifica e quindi il prezzo di mercato diminuisce.

Questa tendenza prosegue fino a quando non si raggiunge l'equilibrio di lungo periodo per il quale p0 = CMG = CMMINIMO dove i profitti sono nulli e quindi nono c' pi incentivo ad entrare nel mercato:

RT = CT = OQEP0

e quindi

=0

A questo punto possiamo definire la curva di offerta dell'impresa. La curva di offerta ci dice come varia la quantit prodotta dall'impresa al variare del prezzo di mercato.

93 Ipotizziamo che il prezzo diminuisca e determiniamo i corrispondenti livelli ottimi Q di produzione. Si vede che se il prezzo diminuisce (p 2 < p1 < p0), la quantit prodotta ed offerta si riduce (Q2 > Q1 > Q0). Viceversa quando il prezzo aumenta, la quantit prodotta ed offerta aumenta.

Sussiste, quindi, una relazione diretta tra p e Q e tale relazione corrisponde esattamente alla curva CMG al di sopra del CM (al di sotto del CM l'impresa a lungo andare non pu reggere). Dunque, possiamo affermare che la curva di offerta dell'impresa corrisponde alla curva del CMG dalla intersezione con il CM in su (in realt sarebbe dal CMV in su). Come si vede l'offerta crescente, il che indica che all'aumentare di p cresce Q e al diminuire di p diminuisce Q.

Cos, come avveniva per la domanda, possibile sommare orizzontalmente le curve di offerta delle singole imprese per ottenere la curva di offerta del mercato:

3.13 Domanda, offerta ed equilibrio del mercato di concorrenza perfetta Dalla teoria della scelta del consumatore sappiamo che la domanda di questo tipo: Qd = a - b p ossia se il prezzo aumenta, la quantit domandata diminuisce, se il prezzo diminuisce, la quantit domandata aumenta. Dalla teoria dell'impresa sappiamo che l'offerta di questo tipo: Qs = c + d p ossia se il prezzo aumenta, la quantit offerta aumenta, se il prezzo diminuisce, la quantit offerta diminuisce.

95 L'equilibrio di mercato :

I neoclassici sostengono che le forze del mercato, lasciate a s stesse, conducano automaticamente all'equilibrio tra domanda e offerta. Ad esempio se p' > p*, allora S' > D', vi un eccesso di merce offerta sul mercato e il prezzo si riduce fino al livello p* per il quale S=D. Algebricamente: Qd = a b p Qd = c + d p Imponiamo la condizione di equilibrio Qd = Qs: abp=c+dp ac=bp+dp (b + d) p = a c ac p = b+d

Andiamo a sostituire p in una qualsiasi delle equazioni originarie ac Q = c + d p = c + d ( b+d ) ac Qd = Qs = c + d p = c + d ( b + d )

3.14 L'elasticit della domanda rispetto al prezzo Quando si vuole conoscere la sensibilit della domanda alle variazioni del prezzo si adopera il concetto di elasticit. L'elasticit della domanda rispetto al prezzo indica la variazione percentuale della quantit domandata conseguente ad una variazione dell'1% del prezzo. Definendo con Q/Q la variazione percentuale della domanda e con p/p la variazione percentuale del prezzo, si ha che l'elasticit D data da: Q Q p Q p Q p D = p = Q p = p Q Q ricordando che ovviamente p < 0 in quanto la domanda normalmente una funzione decrescente del prezzo. Quindi: Q p D = p Q Q p D = p Q

che in termini di derivate diventa

Quindi si possono avere due casi estremi: - una domanda perfettamente elastica, D = - , dove una piccola variazione di p provoca una enorme variazione di Qd; - una domanda perfettamente rigida, D = 0, per le quali anche se p varia molto, la domanda Qd non cambia.

97 Ma, pi in generale, ci troveremo di fronte ad una di domanda con elasticit intermedia, 0 < D < - .

Esercizio: sapendo che Qd = 90 2 p e che Qs = (3/2) p + 20

1) determinare il valore di equilibrio di p e Q, 2) disegnare le curve sul grafico, 3) disegnare il surplus del consumatore. Qd = Qs 90 2 p = (3/2) p + 20 90 20 = (3/2) p + 2p (7/2) p = 70 p = (2/7) 70 = 20 Q = 90 2 p = 90 2 (20) = 50 Disegniamo: Qd = 90 2 p per p=0 Qd = 90

per Qd = 0 p = 45 Qs = (3/2) p + 20 per p = 0 Qs = 20 per Qs = 0 p = - 40/3

Calcoliamo anche l'elasticit della domanda (nel punto B di equilibrio tra domanda e offerta): Q p p 20 4 D = p Q = -2 Q = - 2 50 = 5

99

3.15 Monopolio e oligopolio MONOPOLIO (una sola impresa formula l'offerta sul mercato) La differenza fondamentale tra concorrenza perfetta e monopoli risiede nella domanda e nel prezzo. Per l'impresa in concorrenza perfetta il prezzo un dato esogeno e la domanda perfettamente elastica. L'impresa infatti molto piccola: essa sa che se si adegua al prezzo di mercato potr vendere tutta la merce che desidera (se non si adeguasse al prezzo di mercato, o non venderebbe nulla praticando un prezzo superiore a quello di mercato - oppure non massimizzerebbe il profitto profitto praticando un prezzo inferiore a quello di mercato). Per l'impresa in monopolio le cose sono diverse. L'impresa monopolista controlla l'intero mercato, il che significa che essa si trova di fronte alla domanda complessiva del mercato che pu rivolgersi solo a lei. Il problema del monopolista quindi quello di posizionarsi sulla curva di domanda del mercato in modo da scegliere la combinazione (p, Q) che massimizza il suo profitto. Ovviamente il monopolista dovr tenere conto del fatto che se decide di aumentare il prezzo, i consumatori diminuiranno la quantit domandata. Egli deve quindi fare la sua scelta tenendo conto della reazione dei consumatori (e in particolare della D). Ad ogni modo, chiaro che il monopolista prende decisioni sia su Q che su p e quindi non pi un price-taker ma un price-maker. Esaminiamo ora in dettaglio il comportamento del monopolista. Ovviamente, anche per il monopolista l'obiettivo di massimizzare il profitto seguendo la regola generale: RT CT Q = Q

RMG = CMG

ovvero

Nel calcolo dell'impresa in concorrenza perfetta il ricavo marginale coincideva con il prezzo, per cui si poteva scrivere p = CMG. Infatti, il ricavo derivante da

ogni unit in pi prodotta e venduta coincide in concorrenza perfetta proprio con il prezzo di ogni unit di merce. Ma in monopolio le cose cambiano. Il monopolista infatti fronteggia una domanda di mercato decrescente, per cui egli sa che se vuole produrre e vendere una unit in pi di merce dovr accettare un riduzione del prezzo su tutte le unit vendute per convincere i consumatori a comprare la merce aggiuntiva. Esempio: se il monopolista vuole vendere 5 unit di merce pu fissare p = 12 ma se vuole venderne 6 dovr farlo fissando il prezzo a p = 11. Passando da A a B, quindi, il monopolista guadagna altri 11 ma perde 1 sulle 5 unit che prima vendeva a 12 ognuna.

Ci significa che il ricavo marginale derivante dalla produzione e vendita di una merce in pi corrisponde in monopolio a: p RMG = p + Q Q p (con Q < 0)

101 Questo stesso risultato pu anche essere espresso in modo pi preciso tramite le derivate. A questo riguardo noi sappiamo che: RT = pQ dove per in monopolio p non pi esogeno ma si trova in relazione con q sulla base della funzione di domanda decrescente (cio p = p(Q)). Quindi possiamo scrivere: RT = p(Q)Q se, dunque, vogliamo calcolare RT RMG = Q dove

RT = p(Q)Q

ci tocca utilizzare la regola di derivazione de prodotto di funzioni: la derivata del primo termine moltiplicata per il secondo termine pi il primo termine moltiplicato per la derivata del secondo termine: RT p RMG = Q = Q Q + p RT con ( Q < 0)

che esattamente lo stesso risultato ottenuto precedentemente mediante le variazioni finite e che adesso riferito a variazioni infinitesime. Quindi, possiamo dire che la quantit ottima che il monopolista deve produrre ed offrire sul mercato deve soddisfare la seguente equazione: p CT RMG = CMG Q Q + p = Q Vediamo un esempio. Domanda di mercato: Q = 100 12p Costi totali del monopolista CT = 10 + 2Q2 Determiniamo la combinazione (p, Q) che massimizza i profitti del monopolista. Riscriviamo la domanda esplicitandola rispetto al prezzo:

p = 50 ()Q Il ricavo totale sar: RT = pQ = [50 (1/2)Q]Q = 50Q - () Q2 RMG = 50 Q CMG = 4Q la condizione di ottimo : RMG = CMG 50 Q = 4Q Q = 50/5 = 10 10 la quantit che il monopolista deve vendere per massimizzare i profitti. Inoltre notiamo una cosa: Noi ipotizziamo che esiste una relazione tra CMG e PMGL, nel senso che:
w CMG = PMG L

la condizione di massimo profitto del monopolista pu quindi essere scritta anche cos: RMG = CMG p w PMG Q Q + p = L p Q w p 1+ Q p PMG L = Ma sappiamo pure che:

103 Q p D = p Q e quindi possiamo scrivere: 1 p 1 + D da cui si ricava:


1 p= 1 1+ D 1 1 1+ D il termine w PMG L

w PMG = L

rappresenta il mark-up sul costo unitario di produzione e il

w temine PMGL il costo unitario di produzione (in realt, come si detto prima, sarebbe uguale al costo marginale ma con rendimenti costanti di scala le due configurazioni di costo tendono a coincidere, ci ammissibile in considerazione del fatto che le imprese monopoliste sono generalmente imprese di grosse dimensioni che sfruttano largamente le economie di scala).

Quest'ultima equazione ci fa capire in che modo si determina il prezzo per un'impresa dotata di potere di monopolio: il prezzo corrisponde al costo unitario di ogni merce moltiplicato per un mark-up (ricarico, o margine di profitto) che sar tanto maggiore quanto meno elastica la domanda dei consumatori. Notiamo inoltre che in monopolio p > CMG cio maggiore del prezzo concorrenza. Rappresentiamo graficamente l'equilibrio del monopolista: Come abbiamo detto il monopolista ha di fronte l'intera domanda di mercato.

Inoltre, possiamo tracciare la curva del RMG sotto la curva di domanda. Perch il RMG si traccia al disotto della curva di domanda? In concorrenza perfetta l'impresa poteva aumentare la Q di una unit e come RMG otteneva il prezzo pieno della unit in pi venduta. Quindi in concorrenza perfetta D RMG. Invece in monopolio l'impresa ottiene RMG < p, poich per vendere deve ridurre il prezzo sulle altre unit. Per cui, visto che la domanda esprime il prezzo, RMG si situa sotto di essa. Il che risulta chiaramente anche dall'esempio di prima: p = 50 (1/2)Q RMG = 50 Q domanda Ricavo marginale

105

Per determinare l'equilibrio del monopolista, aggiungiamo ora, alle curve di domanda e del RMG, le curve di costo che non cambiano rispetto alla concorrenza perfetta.

Il punto di ottimo E determinato dall'intersezione del CMG e del RMG. Esso individua la quantit prodotta ed offerta che consente di massimizzare il profitto, dato il prezzo che la domanda di mercato disposta a pagare per questa quantit e i costi di produzione. Il massimo profitto coincide con l'area rettangolare p*BFA che la differenza tra i ricavi totali p*BQ*O e i costi totali AFQ*O. da notare che il surplus del consumatore HBp* ed pi piccolo di quello che si avrebbe in concorrenza perfetta (dove i consumatori pagherebbero un prezzo pc pari al CMG di produzione in cambio di una quantit maggiore di Q* e

corrispondente all'ascissa del punto C). Confrontiamo dunque il punto E e il punto C. Rispetto all'impresa in concorrenza il monopolista dunque: 1) produce meno; 2) vende ad un prezzo pi alto; 3) gode i un profitto superiore; 4) riduce il surplus del consumatore. Per tutti questi motivi alcuni neoclassici ritengono che il monopolio danneggi l'economia e che vada quindi contrastato con opportune leggi anti-trast. Ma esistono casi nei quali il monopolista pu essere soggetto a fenomeni di concorrenza da parte di altre imprese? Si. Si parla in tal caso di concorrenza monopolistica. In queste circostanze il monopolio e solo temporaneo. Il monopolista infatti non protetto da barriere all'entrata e quindi pu accadere che dei concorrenti entrino nel mercato. La conseguenza che la domanda (la curva D) si abbassa fino a quando il profitto diventa pari a zero: = 0. Equilibrio di lungo periodo della concorrenza monopolistica:

107

OLIGOPOLIO L'impresa in concorrenza perfetta e l'impresa monopolistica presentano una caratteristica comune: non si pongono problemi di strategia, cio problemi nei quali le azioni di ognuno dipendono anche da ci che si prevede che facciano gli altri. Il problema della strategia e del complesso rapporto tra azioni e reazioni diventa invece fondamentale nel caso in cui il mercato sia caratterizzato da una situazione di oligopolio, cio di poche grandi imprese. Per analizzare il comportamento della impresa oligopolista si adopera una tecnica particolare, detta teoria dei giochi. Si tratta di una teoria che si propone di analizzare le strategie delle imprese oligopoliste nei rapporti di concorrenza ma anche i giochi (come gli scacchi) oppure le strategie militari o diplomatiche, etc. (chi ricorda il film che parla della vita di John Nash: a beautifull mind con l'attore Russell Crowe). Applichiamo la teoria dei giochi al caso di due imprese: la RAI e MEDIASET, la cui attivit consiste nel vendere spazi pubblicitari nei propri palinsesti. Il problema per RAI e MEDIASET di scegliere se adottare una strategia conflittuale o cooperativa. La strategia conflittuale consiste in: 1) ingenti spese per mettere in palinsesto film e spettacoli che attirino il pubblico 2) prezzi di vendita degli spazi bassi pubblicitari bassi per attirare le imprese 3) fare lobbying per ottenere legislazioni favorevoli a s e dannose per gli l'avversario. La strategia conflittuale molto costosa, ma se coglie impreparato l'avversario pu dare notevoli vantaggi. La strategia cooperativa consiste:

1) nell'accordarsi son il nemico (che diventa partner) per spartirsi il mercato senza conflitti (la strategia cooperativa costa poco ma espone al rischio di un attacco da parte del partner). RAI e MEDIASET si trovano ad esempio in questa situazione: i valori indicano i profitti attesi da RAI e MEDIASET a seconda delle situazioni:
MEDIASET conflitto cooperazione 2, 2 10, 0 0, 10 6, 6 MEDIASET conflitto cooperazione 2, 2 10, 0 0, 10 6, 6

RAI

conflitto cooperazione

La matrice dei pay-offs indica i profitti attesi dalle due aziende a seconda delle strategie adottate. Ad esempio: se RAI coopera e MEDIASET confligge, RAI ottiene profitti pari a zero e MEDIASET 10 miliardi. E cos via.
RAI conflitto cooperazione

Si dimostra che il conflitto, sotto date condizioni, la strategia dominante, cio quella che sar preferita da ciascuno indipendentemente dalle scelte dell'altro. Infatti dal punto di vista della RAI: se MEDIASET confligge alla RAI conviene confliggere se MEDIASET coopera aa RAI conviene congliggere lo stesso discorso vale per MEDIASET. Risultato: entrambe le imprese sceglieranno il conflitto:

questo detto equilibrio non cooperativo di Nash. interessante notare che si perviene a questo equilibrio nonostante che esso generi per entrambe le imprese un risultato peggiore rispetto al caso della cooperazione.

109 In certi casi tuttavia il risultato non-cooperativo inevitabile, poich la tentazione di defezione da un accordo o anche solo la paura della defezione dell'altro giocatore spinge entrambi al conflitto. Se tuttavia il gioco ripetuto le cose possono cambiare ... 3.16 Dalla microeconomia alla macroeconomia neoclassica Abbiamo detto che mentre i classici e Marx facevano partire le loro analisi direttamente dallo studio del comportamento delle classi sociali, al contrario i neoclassici fondavano le loro teorie sull'individualismo metodologico. Essi quindi partivano sempre dallo studio del comportamento del singolo individuo: il singolo consumatore, il singolo lavoratore, la singola impresa, ecc. Finora abbiamo fatto esattamente questo: abbiamo infatti visto in che modo il singolo consumatore punta a massimizzare l'utilit, in che modo la singola impresa punta a massimizzare il profitto, ecc. Il fatto per che i neoclassici si concentrino sul comportamento dei singoli non impedisce di gettare uno sguardo sul funzionamento complessivo dell'intero sistema economico. Infatti, vero che i neoclassici partono sempre dalla microeconomia, cio dallo studio del comportamento dei singoli individui e dalle singole imprese. Ma anche vero che essi ritengono possibile passare dalla microeconomia alla macroeconomia, cio allo studio dei grandi aggregati sociali e dell'economia nel suo complesso. Il passaggio dal micro al macro per i neoclassici consiste nella sommatoria dei comportamenti individuali. (Qualcosa del genere l'abbiamo gi intravista esaminando il passaggio dalla domanda individuale alla domanda di mercato, ecc.) Si vengono cos a creare agenti rappresentativi espressione delle sommatorie. Seguendo questo intento diventa possibile costruire un modello neoclassico di tipo macroeconomico, che ci consente di studiare l'economia nel suo complesso, e che quindi ci permette di esaminare l'andamento di variabili importantissime come la disoccupazione, l'inflazione, i salari, i tassi d'interesse, ecc.

Il modello macroeconomico che studieremo ispirato alla teoria della disoccupazione di Pigou del 1933. Come vedremo, questo modello perviene a risultati tipicamente liberisti, che saranno poi criticati da Keynes. L'analisi viene qui effettuata sulla base di quattro ipotesi semplificatrici: 1) concorrenza perfetta: i singoli agenti (le imprese, lavoratori, etc. ...) sono troppo piccoli e troppo numerosi per avere un potere di mercato. 2) Consideriamo l'economia di una nazione autarchica, cio chiusa agli scambi con l'estero. 3) Si produce un solo bene (es. grano). 4) Breve periodo (il capitale fisso). Ovviamente tali ipotesi semplificatrici possono essere rimosse rimuoveremo), ma per ora le manterremo per non complicare l'analisi. (e le

Il modello macroeconomico neoclassico esamina il sistema economico di una nazione, preso nel suo complesso, suddividendolo in quattro grandi mercati: mercato del lavoro mercato dei beni mercato dei titoli (cio dei prestiti) mercato monetario.

Iniziamo l'analisi del mercato del lavoro. La domanda di lavoro delle imprese (attenzione: in economia le imprese domandano lavoro e i lavoratori offrono lavoro. Definiamo: Y produzione nazionale P prezzo della merce prodotta w salario monetario dei lavoratori N numero dei lavoratori occupati Da notare che w/p indica il salario reale dei lavoratori, cio il potere d'acquisto del salario. Es. se il salario mensile w = 1000 e se il prezzo di un kg di grano

111 P=10 allora i lavoratori ogni mese possono comprare w/P = 1000/10 = 100 kg di grano.

Tracciamo ora la funzione di produzione di una ipotetica impresa rappresentativa data dalla sommatoria di tutte le imprese della nazione:

La funzione di produzione ha la solita forma dettata dalla legge della produttivit marginale del lavoro decrescente, dato il capitale K. Dalla funzione di produzione si pu ricavare appunto la curva della PMG L decrescente. Ora, facile dimostrare chela curva della PMGL decrescente corrisponde esattamente alla domanda di lavoro delle imprese. Noi sappiamo che in concorrenza perfetta le imprese massimizzano il profitto solo se: P = CMG Ma sappiamo pure che il CMG = w/PMGL per cui possiamo scrivere:
w P = PMGL

PPMGL= w

da cui: w PMGL = P L'impresa assume finch i lavoratori aggiuntivi rendono pi di quanto costano. Ora, sappiamo che in concorrenza perfetta le imprese sono piccole e numerose e quindi non hanno potere di mercato. Esse sono price-takers. Il mercato dunque determiner i prezzi P e i salari w di equilibrio e le imprese si adegueranno ad essi. (w, P) (Imprese) Dunque, nel grafico che esprime la PMG L possiamo fissare un ipotetico w/P dato esogenamente dal mercato:

Quale sar il numero di lavoratori che l'impresa domander? chiaro che sar N1. Per N0 PMGL > w/P Per N2 PMGL < w/P Per N1 PMGL = w/P conviene aumentare N (c' ancora margine) conviene diminuire N (si produce in perdita) soddisfatta la condizione di massimo profitto

113 Dunque la PMGL corrisponde esattamente alla domanda di lavoro (N D = PMGL) delle imprese. Quindi la domanda di lavoro ND decrescente: se w/P aumenta allora ND si riduce, se w/P diminuisce allora la ND aumenta. ND = PMGL

L'offerta di lavoro degli individui Consideriamo un individuo rappresentativo, sommatoria di tutti i lavoratori della nazione. Sul grafico N, Y tracciamo le curve di indifferenza del lavoratore.

L'ipotesi che abbiamo a che fare con un bene (la produzione Y) e con un male (la fatica derivante dal lavoro N). Dunque lo scopo dei lavoratori di massimizzare l'utilit situandosi pu in alto a sinistra. Sullo stesso grafico tracciamo pure la retta del vincolo di bilancio dei lavoratori. chiaro che questi potranno acquistare un ammontare di beni Y che dipende dalla quantit di lavoro N erogato e dal salario w/P secondo l'equazione: Y = (w/P)N Vincolo di bilancio dei lavoratori

Ovviamente, il vincolo di bilancio ci dice che, a parit di w/P, se N aumenta ci implica un incremento del reddito Y consumabile dai lavoratori (la retta di bilancio in questo caso resta ferma). Inoltre se, a parit di N, aumenta w/P, allora i lavoratori potranno acquistare pi merce (la retta di bilancio, in questo caso, ruota verso sinistra e verso l'alto, in senso antiorario con centro nell'origine degli assi). Per ogni vincolo di bilancio (per ogni w/P), i lavoratori possono determinare la quantit di lavoro (N*) che massimizza la loro utilit, cio si collocano sulla curva di indifferenza pi alta possibile (quella tangente al vincolo di bilancio). Vediamo ora cosa accade se si verifica un aumento del salario reale w/P (che sempre determinato in modo esogeno dal mercato: i lavoratori non hanno potere di mercato, anche loro sono price-taker).

115

L'aumento del salario reale da (w/P)0 a (w/P)1 fa ruotare il vincolo di bilancio in alto e modifica quindi il punto di ottimo. La conseguenza che i lavoratori si rendono disponibili a offrire pi lavoro (da N 0 a N1). Possiamo quindi riportare i livelli del salario reale e i corrispondenti livelli di lavoro offerto dagli individui su di un grafico sottostante. Otteniamo cos la curva di offerta di lavoro (N s) da parte di lavoratori. La curva di offerta crescente: se w/P aumenta, allora Ns cresce, se w/P diminuisce, allora Ns si riduce. L'equilibrio del mercato del lavoro:

I neoclassici sostengono che le forze del libero mercato, lasciate a s stesse, porteranno automaticamente a quel salario reale (w/P)* che garantisce l' equilibrio tra domanda (ND) e offerta (NS) di lavoro. Supponiamo infatti che il salario reale di mercato sia (w/P) 0. In corrispondenza di questo salario si ha un eccesso di offerta di lavoro rispetto alla domanda di lavoro: (w/P)0 NS > ND Questa una situazione di disoccupazione. I lavoratori che si offrono sono N S0 ma le imprese assumono solo ND0. C' quindi un numero di disoccupati involontari pari al segmento NS0-ND0.

Questi disoccupati si dicono involontari perch al salario di mercato vigente (w/P)0 essi vorrebbero lavorare ma un lavoro non lo trovano. Per i neoclassici tuttavia questa situazione solo temporanea. Il meccanismo di mercato condurr spontaneamente il sistema all'equilibrio in E. I disoccupati infatti (essendo tra loro in concorrenza) eserciteranno una pressione verso il basso sui salari, che far aumentare la domanda di lavoro ND e diminuire l'offerta NS fino all'equilibrio.

117 La riduzione di w/P provoca: un aumento della domanda di lavoro ND: riducendosi il costo del lavoro le imprese possono assumere lavoratori aggiuntivi, che hanno una marginale inferiore. Una riduzione dell'offerta di lavoro N S: alcuni lavoratori, vedendo che il salario si riduce, ritengono che il gioco non valga la candela e scelgono di ritirarsi dal mercato.

In corrispondenza dell'equilibrio (E) la domanda di lavoro ND uguale all'offerta NS (cio E ND=NS ). Tutti i lavoratori disposti a lavorare (ad offrire lavoro) al salario reale vigente (w/P)* troveranno una corrispondente domanda di lavoro e quindi la caduta del salario si arresta. Si noti che in corrispondenza di E non ci sono pi disoccupati involontari. Restano per dei disoccupati volontari, che al salario vigente non sono disposti a lavorare ma che si renderebbero disponibili ad un salario maggiore (si tratta del segmento NS0-N*). I neoclassici tuttavia sostengono che i disoccupati volontari hanno liberamente scelto di non lavorare. E quindi essi non costituiscono un problema politico L'importante per i neoclassici che il mercato sia in grado di assorbire spontaneamente la disoccupazione involontaria, cio sia in grado di garantire un posto a tutti i lavoratori disposti a lavorare al salario di mercato di equilibrio. Visto che in equilibrio il sistema riesce ad eliminare la disoccupazione involontaria, allora si pu parlare di equilibrio di piena occupazione. Come rispondeva questo modello alla grande crisi ???? Ma allora, come si spiega la presenza di tanti disoccupati nel 1933? ovviamente non li si poteva considerare tutti disoccupati volontari . La risposta di Pigou e degli altri neoclassici dell'epoca che i sindacati impediscono che il salario si riduca fino al livello di equilibrio. I sindacati cio inchiodano il sistema economico nel punto A del grafico precedente bloccando il libero operare delle forze del mercato e generando disoccupazione involontaria pari ad AB.

Dal mercato del lavoro al mercato dei beni

119

Una volta determinato l'equilibrio sul mercato del lavoro, noto il numero dei lavoratori occupati N*. Noto il numero degli occupati, in base alla funzione di produzione Y=Y(N) si pu determinare il livello di produzione Y* di equilibrio. Una volta determinato il livello di produzione, si pone il problema fondamentale: cosa garantisce che l'intera produzione Y* venga assorbita dalla domanda? Chi ci assicura cio che le imprese riescano a vendere tutta la merce prodotta. La questione fondamentale: chiaro infatti che l'equilibrio di pena occupazione pu reggere solo se Y* viene venduto interamente. I neoclassici rispondono a questo interrogativo attraverso due proposizioni: 1) per ogni data produzione Y realizzata le imprese distribuiscono alle famiglie dei lavoratori e capitalisti un reddito Y di importo equivalente. (Attenzione: ci significa che Y rappresenta sia la produzione nazionale sia il reddito nazionale). 2) Le famiglie di lavoratori e capitalisti, una volta ricevuto il reddito Y, lo spendono interamente per l'acquisto della produzione (di quanto stato prodotto).

Ora, se le famiglie dei lavoratori e dei capitalisti spendessero tutto il loro reddito per l'acquisto di beni di consumo, non vi sarebbe alcun problema.

Ma nella realt le famiglie spendono per consumi (C) solo una parte del reddito, mentre un'altra parte la risparmiano (S)!!! Dunque poich una parte del reddito nazionale viene risparmiata, a quanto pare una parte della produzione rester invenduta. Infatti, visto che produzione e reddito sono equivalenti la produzione sar interamente acquistata se tutto il reddito viene speso! I neoclassici reagiscono a questo problema sostenendo che la parte di reddito che le famiglie risparmiano verr interamente prestata alle imprese che useranno questo reddito per fare investimenti (I). Cio per acquistare mezzi di produzione (macchine, impianti, ecc.). Dunque, ricapitolando: dall'equilibrio del mercato del lavoro emerge un livello di produzione Y corrispondente alla piena occupazione. Tale produzione sar interamente venduta solo se viene rispettata questa condizione: produzione = domanda Y=C+I C+S=C+I S=I Ma chi ci garantisce che S e I saranno uguali? Dopotutto si tratta di decisioni prese da soggetti diversi. La risposta dei neoclassici che il tasso di interesse i garantir il perfetto equilibrio tra S e I. Infatti: - Le famiglie decidono tra C e S in base a i. Se i aumenta le famiglie riducono i consumi e S aumenta. - Le imprese decidono I in base al costo dei prestiti i. Se i aumenta, allora I si riduce. Quindi possiamo tracciare due funzioni, S e I. Le forze spontanee del mercato, lasciate a s stesse, garantiranno un tasso di interesse di mercato i tale che S=I.

121

Dunque cos come il salario reale w/P garantisce l'equilibrio tra domanda e offerta di lavoro, cos il tasso di interesse i garantisce l'equilibrio tra risparmi S e investimenti I (ossia, C+S = C+I e Y = C+I). Con ci i neoclassici dimostrano che l'equilibrio di piena occupazione stabile, visto che la produzione di piena occupazione sar interamente assorbita dalla domanda, o come domanda di C o come domanda di I. Se si lascia fare al mercato, non sussiste alcun rischio di merci invendute!!!

LA TEORIA QUANTITATIVA DELLA MONETA Le conclusioni del modello macroeconomico neoclassico sono palesemente liberiste. Le forze del mercato, lasciate a s stesse, garantiscono il pieno impiego dei lavoratori e l'acquisto dell'intera produzione realizzata.

L'intervento statale inutile se c' disoccupazione, colpa dei sindacati. Non solo! I neoclassici puntano a dimostrare che l'intervento statale pu anche essere dannoso. Un esempio in questo senso dato dalla teoria neoclassica della moneta, detta Teoria Quantitativa (Irving Fisher, 1911). Per esaminare questa teoria definiamo: M V P Y quantit di moneta (banconote) creata dalla Banca Centrale. velocit di circolazione della moneta (numero di volte che ogni banconota passa di mano in un anno livello dei prezzi produzione.

Definiamo quindi: con MV la quantit di moneta complessivamente offerta in un anno. Infatti, se moltiplichiamo il numero di banconote per il numero delle volte che ogni banconota passa di mano, chiaro che calcoliamo il totale della moneta offerta e scambiata in un anno. Con PY definiamo il valore della produzione offerta e scambiata, cui corrisponde ovviamente una quantit equivalente di moneta domandata in cambio. Possiamo dunque stabilire che: MV = PY il che al momento una mera tautologia, cio una ovviet. chiaro infatti che a fronte del totale della moneta MV scambiata corrisponder il valore della produzione PY scambiata (che coincide con il totale della moneta domandata). I neoclassici tuttavia trasformano la tautologia in una equazione imponendo delle ipotesi: M data dalle autonome decisioni della Banca Centrale V data dalle abitudini di pagamento della produzione

123 Y data dall'equilibrio di piena occupazione sul mercato del lavoro. L'unica incognita dunque P: PY = MV P= V M Y

questa equazione ci dice che, dati V e Y, se la Banca Centrale decide di aumentare M, l'unico effetto di questa decisione sar un aumento del livello dei prezzi P. Il risultato dipende strettamente dall'ipotesi di piena occupazione. Infatti, se la Banca Centrale aumenta M in circolazione, gli individui disporranno di pi moneta. Essi quindi useranno la moneta per comprare merci. Ma essendo la produzione gi al livello di piena occupazione allora non potr aumentare. Di conseguenza, di fronte all'incremento di domanda di merci le imprese finiranno per aumentare P. L'intervento politico della Banca Centrale, magari finalizzato a stimolare la domanda, ad aumentare Y e l'occupazione N, in realt inutile (Y gi al pieno impiego) ed pure dannoso (poich genera inflazione). Le conclusioni del modello sono ancora una volta liberiste: - neutralit della moneta - orientamento restrittivo della politica monetaria (riduzione di P senza costi su Y) Il sistema di equazioni del modello macroeconomico neoclassico: NS = NS (w/P) ND = ND(w/P) NS = ND Y = Y(NS) S = S(i) I = I(i) S=I

MV = PY w = (w/P)P Esempio: NS = 60 + (w/P) ND = 120 2 (w/P) NS = ND Y = (NS)1/2 S=2+i I = 11 2 i S=I 45 2 = PY w = (w/P)P 60 + (w/P) = 120 2 (w/P) 3 (w/P) = 120 60 w/P = 60/3 = 20 NS = 60 + 20 = 80 Y = (80)1/2 = S=I 80 9

2 + i = 11 2 i

3i=9

i = 9/3 = 3

S=I=2+3=5 PY = 452 = 90 P9 = 90 P = 90 / 9 = 10

w = (w/P)P = 20 * 10 = 200

125

LA CRISI PER I NEOCLASSICI Notiamo un'ultima cosa. Supponiamo che si verifichi una crisi di fiducia delle aspettative di profitto. Conseguenza: gli imprenditori riducono gli investimenti I.

Per i neoclassici non c' problema. Il movimento del tasso di interesse metter in equilibrio il sistema. Infatti il tasso di interesse si ridurr portando in equilibrio il risparmi e investimenti. Alla riduzione dei risparmi corrisponder subito un aumento dei consumi che compenser la riduzione degli investimenti.

Ma se volessimo tornare ai livelli di investimento precedenti? Semplice, basta che l'orientamento al risparmio delle famiglie aumenti: con l'aumento dei risparmi delle famiglie (la curva dei risparmi S ora si sposta verso destra) si ridurrebbe il tasso di interesse e quindi aumenterebbero gli investimenti. La virt della parsimonia quale fattore chiave dell'accumulazione e dello sviluppo economico

127

CONFRONTO TRA DIVERSE TEORIE

Classici analisi di classe condizioni di riproducibilit del sistema oggettivismo (analisi contabile) lavoro liberismo razionalit sistemica Classici analisi di classe condizioni di riproducibilit del sistema oggettivismo (analisi contabile) lavoro liberismo razionalit sistemica

Neoclassici individualismo analisi di classe metodologico condizioni di ottimo utilizzo riproducibilit delle risorse del sistema scarse oggettivismo (analisi soggettivismo contabile) (utilit) lavoro socialismo liberismo razionalit razionalit sistemica individuale Marx Neoclassici analisi di classe individualismo metodologico condizioni di ottimo utilizzo riproducibilit delle risorse del sistema scarse oggettivismo (analisi soggettivismo contabile) (utilit) lavoro socialismo liberismo razionalit razionalit sistemica individuale

Marx

metodologia obiettivi

metodologia implicazioni razionalit metodologia obiettivi Possiamo adesso affiancare agli Appunti anche il libro di Blanchard. I capp. 4 e 5 di questi Appunti

metodologia implicazioni razionalit

vanno studiati assieme al Blanchard. Vedremo che il volume parte da una analisi prettamente keynesiana, per poi proporre un modello di Sintesi neoclassica. In seguito proporremo una alternativa alla Sintesi di Blanchard.

129

IV DISPENSE INTEGRATIVE DEL MANUALE DI BLANCHARD

4.1

Una specificazione del modello di determinazione della produzione di equilibrio

Nei primi tre capitoli del libro di Blanchard avete studiato il modello di determinazione della produzione di equilibrio, in funzione del livello della domanda di merci. Blanchard ritiene che questo modello valga solo nel breve periodo, e sotto condizioni piuttosto restrittive. Noi pensiamo invece che tale modello abbia una valenza esplicativa pi vasta, e quindi riteniamo opportuno approfondirne qui le caratteristiche. Come sapete, la struttura di partenza del modello questa. La domanda complessiva di merci data dalla spesa per beni di consumo, dalla spesa per beni dinvestimento e dalla spesa pubblica:
Z = C + I +G

Dove la spesa per consumi data da: C = c0 + c1 (Y T ) mentre investimenti, spesa pubblica e tasse possono essere considerati esogeni, cio dati dalle decisioni autonome delle imprese e del governo. La condizione di equilibrio tra produzione e domanda dunque:
Y =Z

Ricordiamo che il termine Y sta ad indicare sia il livello della produzione di merci realizzata, sia il reddito distribuito. Produzione e reddito infatti sono sempre

equivalenti, dal momento che il valore della produzione venduta finisce interamente, sotto forma di reddito, nelle mani dei capitalisti e dei lavoratori che hanno concorso a realizzarla. Dunque un aumento della produzione realizzata e venduta deve sempre corrispondere ad un aumento equivalente del reddito distribuito ai capitalisti e ai lavoratori che hanno concorso alla sua realizzazione. Ecco perch, nel definire Y, noi useremo indifferentemente sia il termine produzione che il termine reddito. Detto ci, torniamo alla condizione di equilibrio tra produzione domanda Y = Z. Effettuando le sostituzioni e dopo qualche passaggio matematico: Y = C + I +G Y = c0 + c1 (Y T ) + I + G Y c1Y = c0 + I + G c1T (1 c1 )Y = c0 + I + G c1T

alla fine si ottiene:


1 (c0 + I + G c1T ) 1 c1

(1)

Y =

che appunto lequazione di equilibrio sul mercato dei beni, vale a dire dellequilibrio tra produzione e domanda. Il termine tra parentesi detto spesa autonoma (poich include le componenti della spesa dette autonome, nel senso che non dipendono dal reddito), mentre il termine 1/1-c1 detto moltiplicatore della spesa autonoma. Conoscendo i livelli delle variabili esogene che concorrono a determinare la domanda di merci (cio I, G, T, c 0 e c1), questa equazione consente di determinare il livello di equilibrio della produzione Y. Ovviamente lequazione pu essere modificata per calcolare non i livelli ma direttamente le variazioni. Si pu cio ipotizzare che le componenti della domanda si modifichino, e si pu desiderare di calcolare la variazione della produzione che ne consegue. In tal caso lequazione diventa:

131
( 2) Y = 1 (c0 + I + G c1T ) 1 c1

Chiaramente pu ben darsi che tra le variabili che compongono la domanda solo una si modifichi mentre le altre rimangono costanti. Supponiamo ad esempio che si verifichi una crisi di fiducia da parte delle imprese sulle loro aspettative di profitto. Gli imprenditori risultano cio sfiduciati sullandamento futuro delleconomia, temono che venderanno poco e quindi ritengono che riusciranno a conseguire ben pochi profitti. In tal caso essi non avranno alcuna intenzione di espandere la loro attivit, e quindi decideranno di ridurre gli investimenti (cio decideranno di ridurre la domanda di nuovi macchinari e impianti).1 Ci significa che gli investimenti si riducono (quindi I<0), mentre c0, G e T per ipotesi restano costanti (e quindi c0 = G = T = 0). Lequazione (2) allora diventa:
Y = 1 I 1 c1

Ovviamente, poich abbiamo assunto che la variazione degli investimenti sia negativa, anche la variazione della produzione lo sar: Y<0. Il termine Y indica dunque la riduzione della produzione causata da una riduzione della domanda di beni dinvestimento. Date queste equazioni, possiamo adesso effettuare alcuni esempi numerici.

ESEMPIO N.1: determinazione della produzione di equilibrio, date le componenti della domanda. Ipotizziamo, a scopo puramente esemplificativo, che le componenti autonome della domanda di merci e la propensione al consumo allinterno del paese esaminato assumano i seguenti valori:2

1 E sempre importante distinguere tra investimenti produttivi e investimenti finanziari. Nel linguaggio corrente quando si parla genericamente di investimenti di solito ci si riferisce agli investimenti finanziari, cio allacquisto di titoli da parte dei risparmiatori. Invece, salvo specificazioni, quando parlano di investimenti gli economisti si riferiscono agli investimenti produttivi, cio agli acquisti di nuovi macchinari, impianti e attrezzature da parte delle imprese. In questo caso stiamo dunque parlando di investimenti produttivi delle imprese. 2 Le componenti autonome della domanda c0, I, G, T sono espresse in miliardi di euro. La propensione al consumo c1 indica invece la quota del reddito Y che viene consumata, e quindi pu essere espressa come una frazione (ad esempio c1=0,5=1/2 significa che i cittadini del paese esaminato tendono a consumare il 50% del loro reddito e a risparmiare il restante 50%).

c0 = 50 I = 200 G = 100 T = 100 c1 = 0,5 = 1 / 2 Sostituendo questi valori nella equazione (1), otteniamo il livello di equilibrio della produzione:
1 (50 + 200 + 100 (1 / 2)100) 1 1/ 2 Y = 2 (300) Y = Y = 600

ESEMPIO N.2: la crisi di fiducia. Supponiamo ora che si verifichi una crisi di fiducia sulle prospettive di profitto, e quindi che gli investimenti delle imprese si riducano. Ipotizziamo ad esempio che adesso I = 150. Ci significa che, rispetto al valore precedente, gli investimenti si sono ridotti di 50 miliardi. Possiamo dunque usare lequazione (1) per calcolare il nuovo livello della produzione, tenendo conto del nuovo livello di I. Avremo:
1 (50 + 150 + 100 (1 / 2)100) 1 1/ 2 Y = 2 (250) Y= Y = 500

La produzione adesso pari a 500 miliardi, rispetto ai 600 realizzati prima della crisi. Alternativamente possiamo anche calcolare direttamente la variazione Y, senza bisogno di calcolare i livelli. Sapendo che gli investimenti si sono ridotti di I = 50, mentre per ipotesi c0 = G = T = 0, sostituendo questi valori nella equazione (2) otteniamo:
1 (50) 1 1/ 2 Y = 2 (50) Y = Y = 100

133 La produzione dunque si ridotta di 100 miliardi (che corrispondono appunto alla differenza tra il valore iniziale di 600 e quello successivo alla crisi di 500). Insomma, la crisi innesca una caduta della domanda di merci, la quale costringe le imprese a ridurre la produzione. Ed chiaro che questo dovrebbe implicare anche una serie di licenziamenti e quindi una riduzione del numero degli occupati. Il calo della domanda comporta dunque un calo della produzione e un aumento della disoccupazione. Si noti che, a fronte di una riduzione iniziale della domanda di merci (e in particolare di beni dinvestimento) pari a 50, alla fine si assiste ad una riduzione della produzione di 100. La produzione cio varia pi di quanto sia variata inizialmente la domanda. Si ricordi che questo fenomeno dovuto al moltiplicatore della spesa autonoma. Il moltiplicatore tende ad accentuare la variazione iniziale della spesa autonoma. Il meccanismo tramite il quale esso agisce il seguente: nel momento in cui la domanda di macchinari si riduce, le imprese che producono i macchinari non riescono a venderli e quindi sono costrette a licenziare; i lavoratori divenuti disoccupati non disporranno pi di un reddito, e quindi ridurranno a loro volta i consumi; ci provocher una serie di licenziamenti anche presso le imprese che producono beni di consumo; ci saranno pertanto altri lavoratori disoccupati costretti a ridurre le loro spese, il che provocher ulteriori cali di produzione e licenziamenti, e cos via. Alla fine di questo processo cumulativo il calo della domanda e della produzione risulter per lappunto moltiplicato rispetto al calo iniziale degli investimenti.

4.2 Il paradosso del risparmio Abbiamo appena esaminato una caduta degli investimenti e quindi della produzione e delloccupazione. Alcuni economisti di stampo liberista talvolta hanno affermato che per rimediare a un calo degli investimenti occorre aumentare i risparmi. Lidea che le famiglie consumano troppo e quindi forniscono poco risparmio alle imprese per il finanziamento degli investimenti. Secondo questa visione, solo se la popolazione riduce il consumo e decide di rendere disponibili maggiori risparmi per le imprese, queste ultime potranno usarli per aumentare gli investimenti in nuovi macchinari e attrezzature e rendere cos pi efficiente e produttiva leconomia. Stando a questa concezione che era molto in voga tra gli economisti liberisti dellInghilterra vittoriana di fine 800 e che oggi pare tornata di moda - solo attraverso le virt della parsimonia e dellastinenza dai consumi, che si pu uscire da una crisi e sviluppare leconomia.

Questa visione stata fortemente criticata da John Maynard Keynes, autore della Teoria generale del 1936. Keynes, che scriveva in unepoca di grave crisi economica mondiale, sostenne che il tentativo di risollevare leconomia riducendo i consumi per aumentare i risparmi avrebbe soltanto peggiorato la situazione economica. In particolare, Keynes mise in luce lesistenza di un paradosso del risparmio, che andava contro i luoghi comuni dei teorici dellastinenza: il paradosso infatti evidenzia che se si riducono i consumi la produzione non aumenta ma si riduce, ed inoltre i risparmi non aumentano ma restano invariati. Per comprendere il senso della critica di Keynes, applichiamo la ricetta dei liberisti e vediamo cosa accade. Supponiamo che per uscire dalla crisi si decida di ridurre il consumo autonomo c0. Si spera che in tal modo i consumi si riducano, i risparmi aumentino e quindi vi siano pi risorse finanziarie per riattivare gli investimenti delle imprese e per rilanciare la produzione. Ma al di l degli auspici, quali saranno gli effetti reali di questa riduzione del consumo autonomo? Come vedremo, gli effetti sono due: la domanda, la produzione e il reddito si riducono, mentre il risparmio resta invariato. Dimostriamo questi risultati riprendendo lequazione (1) della produzione di equilibrio:
(1) Y = 1 (c0 + I + G c1T ) 1 c1

Da questa equazione rileviamo facilmente che la riduzione di c 0 implica una riduzione della domanda di merci e quindi anche della produzione, delloccupazione e del reddito. Si viene pertanto a determinare un effetto esattamente opposto a quello auspicato, e questo per una ragione molto semplice: gli economisti che intendono applicare le ricette dellepoca vittoriana, e che propongono quindi la riduzione dei consumi e laumento dei risparmi per risollevare leconomia, non tengono conto del fatto che se si riducono i consumi si determina un calo ulteriore di domanda, di produzione, di occupazione e di reddito, e quindi un aggravamento della crisi. Ma c di pi. E possibile infatti dimostrare che, contrariamente alle attese, la riduzione del consumo autonomo non riesce nemmeno a provocare un aumento dei risparmi. Il che in effetti sembra strano, nel senso che di fronte a un calo dei consumi pare naturale attendersi un aumento corrispondente dei risparmi. Per spiegare questo apparente paradosso prendiamo lequazione del risparmio S. Questo dato dal reddito al netto delle tasse, meno i consumi:
S = Y T C

135 da cui, sostituendovi lequazione del consumo, otteniamo: S = Y T c0 c1 (Y T ) S = c0 + (1 c1 )(Y T ) Da questultima equazione possiamo trarre le seguenti considerazioni. Vediamo subito che la riduzione del consumo autonomo d luogo a due effetti contrastanti: da un lato essa provoca effettivamente un aumento diretto del risparmio S; dallaltro lato, per, come abbiamo visto prima, al diminuire di c0 si verifica pure una riduzione della domanda, quindi una riduzione della produzione e del reddito Y e dunque anche un calo del risparmio S. Il che dopotutto ovvio: la caduta dei consumi provoca cali di produzione e di occupazione, ed chiaro che se aumentano i disoccupati questi si ritroveranno senza reddito e quindi anche senza possibilit di risparmiare. La riduzione del consumo autonomo produce dunque due effetti contrastanti sul risparmio: uno diretto che positivo, e laltro mediato dalla domanda e dal reddito che invece negativo. Ma quale dei due effetti tende a prevalere? Alla fine si dimostra che i due effetti si elidono a vicenda, e quindi il risparmio non subisce alcun mutamento in seguito alla riduzione del consumo autonomo. Infatti, partendo dalla equazione dellequilibrio tra produzione e spesa:
Y =C + I +G

Sottraendo a destra e a sinistra T e C, otteniamo:


Y T C = I + G T

Ma il termine a sinistra corrisponde proprio al risparmio S, e quindi possiamo scrivere:


S = I + G T

Ora, si vede chiaramente che in equilibrio il risparmio dipende esclusivamente dagli investimenti delle imprese e dalla spesa pubblica al netto delle tasse. Ma questi come noto sono tutti dati esogeni. Per cui, se questi dati non si modificano, nemmeno il risparmio pu modificarsi, nonostante che il consumo autonomo si sia ridotto. Ecco dunque dimostrato il paradosso del risparmio.

ESEMPIO N.3: il paradosso del risparmio. Il fatto che la riduzione del consumo autonomo non riesca a risollevare leconomia, ma provochi al contrario un calo di produzione e lasci pure del tutto invariato il risparmio, pu essere verificato tramite un esempio numerico. Supponiamo che, dopo la crisi di fiducia e la caduta degli investimenti, si cerchi di risollevare leconomia tramite una riduzione di c 0 da 50 a 40 miliardi. I dati dunque sono: c 0 = 40 I = 150 G = 100 T = 100 c1 = 0,5 = 1 / 2 Calcoliamo la produzione di equilibrio:
1 ( 40 + 150 + 100 (1 / 2)100) 1 1/ 2 Y = 2 (240) Y= Y = 480

Rileviamo subito che la riduzione del consumo autonomo, anzich migliorare la situazione, ha provocato un ulteriore calo della produzione. Vediamo infine cosa accaduto al risparmio. Data lequazione del risparmio riportata in precedenza: S = c0 + (1 c1 )(Y T ) calcoliamo innanzitutto il livello del risparmio prima della riduzione del consumo autonomo, cio con c0 = 50 e Y = 500:
S = 50 + (1 1 / 2)(500 100) = 150

Ricalcoliamo quindi il risparmio dopo la riduzione del consumo autonomo, cio con c0 = 40 e Y = 480:
S = 40 + (1 1 / 2)(480 100) = 150

Come si vede, la riduzione del consumo autonomo non ha provocato alcun effetto sul risparmio, visto che il calo di c0 perfettamente compensato dal calo di domanda e quindi di Y. Il paradosso dunque confermato. Per uscire dalla crisi occorre cercare altre strade. Ad esempio, come vedremo, la politica espansiva.

137

4.3 Spesa pubblica, tassazione e teorema di Haavelmo sul bilancio in pareggio ESEMPIO N.4: una politica di espansione della spesa pubblica . E chiaro che la crisi di fiducia, e la conseguente riduzione della domanda e della produzione, avranno scatenato unondata di licenziamenti, e avranno quindi accresciuto la disoccupazione. In tal caso le autorit politiche potrebbero cercare di effettuare politiche espansive, al fine di aumentare la domanda di merci ed uscire cos dalla crisi. Supponiamo ad esempio che le autorit di governo decidano di aumentare la spesa pubblica. Ad esempio, possiamo assumere che la spesa pubblica diventi G = 150, ossia aumenti di G = 50 rispetto al suo valore iniziale di 100. Dunque ora abbiamo: c0 = 50 I = 150 G = 150 T = 100 c1 = 0,5 = 1 / 2 Utilizzando sempre lequazione (1), possiamo calcolare il nuovo livello di equilibrio della produzione:
1 (50 + 150 + 150 (1 / 2)100) 1 1/ 2 Y = 2 (300) Y = Y = 600

Si noti che, grazie allaumento della spesa pubblica, il governo riuscito a riportare leconomia al livello di produzione antecedente alla crisi. Ovviamente lo stesso calcolo poteva essere direttamente effettuato sulle variazioni, senza passare per il calcolo dei livelli. Sapendo che G = 50, e assumendo sempre per ipotesi che c0 = I = T = 0, usando la (2) otteniamo:

1 (50) 1 1/ 2 Y = 2 (50) Y = Y = 100

che corrisponde esattamente allaumento della produzione dal livello di 500 causato dalla crisi al nuovo livello di 600 generato dallespansione della spesa pubblica. Si noti che il moltiplicatore della spesa autonoma funziona non solo in negativo, come nel caso precedente, ma anche in positivo come in questo caso. Infatti, al governo bastato un aumento di spesa pubblica di 50 per ottenere un aumento finale della produzione di 100. Posto ad esempio che il governo abbia speso 50 miliardi per la costruzione di nuovi edifici scolastici, evidentemente avr impiegato nei cantieri dei lavoratori che precedentemente erano disoccupati e quindi nullatenenti. Questi lavoratori, essendo occupati, adesso dispongono di un reddito e quindi potranno aumentare a loro volta i consumi, il che far aumentare lattivit delle imprese produttrici di beni di consumo, e dunque anche loccupazione di ulteriori lavoratori presso di esse, e cos via. Alla fine laumento della spesa complessiva, e conseguentemente anche della produzione e degli occupati necessari a realizzarla, maggiore della spesa pubblica iniziale. Si noti che il moltiplicatore, rappresentato dal termine 1/1-c1, genera effetti tanto pi intensi quanto maggiore la propensione al consumo. Ad esempio, se c 1 aumenta da 1/2 a 2/3 il motiplicatore 1/1-c1 aumenta da 2 a 3 e quindi tende ad accentuare la variazione iniziale della spesa autonoma. La spiegazione semplice: se i lavoratori hanno una forte propensione a consumare, allora nel momento in cui vengono assunti e retribuiti tratterranno poco reddito per fini di risparmio e tenderanno a spenderne molto per consumi. Ci significa che solo una piccola parte del reddito rester giacente nei portafogli, mentre la maggior parte verr rimessa nel circuito economico, il che dar luogo ad un elevato effetto moltiplicativo sulla domanda e sulla produzione. ESEMPIO N.5: una politica di riduzione della tassazione . In effetti, per stimolare la domanda di merci e uscire cos dalla crisi, il governo potrebbe anche ridurre le tasse anzich aumentare la spesa pubblica. Le tasse sono fondamentali per finanziare lamministrazione dello Stato e i servizi essenziali come lordine pubblico, la sanit, listruzione, ecc. Al tempo stesso per esse sottraggono reddito ai singoli cittadini, e quindi tendono a deprimere le loro spese per consumi privati. Abbattendo la tassazione, il governo pu quindi lasciare ai privati una maggiore disponibilit di reddito, e permette ad essi di accrescere la domanda di merci. In sostituzione di G = 50, il governo pu dunque decidere di ridurre le tasse di T =

139 50. Senza bisogno di calcolare il livello, soffermiamoci direttamente sulla variazione della produzione che consegue alla riduzione delle tasse. Sapendo che T = 50, e che per ipotesi c0 = I = G = 0, sostituendo questi valori nella equazione (2):
Y = 1 (c0 + I + G c1T ) 1 c1

otteniamo che: 1 (0 + 0 + 0 (1 / 2)(50)) 1 1/ 2 Y = 2 (25) Y = 50 Y = A questo punto fondamentale notare una differenza tra la politica precedente, di espansione della spesa pubblica, e la politica appena esaminata, basata sulla riduzione delle tasse. Laumento di spesa pubblica pari a 50 aveva infatti provocato un aumento complessivo della produzione pari a 100. In questo caso, invece, una riduzione delle tasse di 50 (ovvero una riduzione di pari entit rispetto allaumento della spesa pubblica) provoca un aumento della produzione di soli 50 miliardi, ossia molto minore. Dunque la politica basata sulla espansione della spesa pubblica G risulta pi efficace della politica fondata sulla riduzione delle tasse T. Quali sono le cause di questa diversa efficacia? La risposta pu essere individuata osservando nuovamente lequazione (2):
Y = 1 (c0 + I + G c1T ) 1 c1

Da questa equazione si rileva chiaramente che mentre le variazioni di G si scaricano interamente sulla produzione Y, invece solo la percentuale c1 delle variazioni di T si ripercuote su Y. La ragione che se il governo aumenta ad esempio G di 50 miliardi, questi si trasformeranno interamente in maggiore spesa (es. per la costruzione di edifici scolastici, di strade, ecc.) e quindi anche in maggiore produzione e in maggiore reddito per i lavoratori che partecipano alla produzione. Al contrario, se il governo riduce T di 50 miliardi, i cittadini effettivamente si ritroveranno con un reddito disponibile maggiore, ma di questo maggiore reddito essi ne spenderanno soltanto una parte. Ad esempio, se la propensione al consumo c1 = 1/2, questo significa che i cittadini spendono solo il 50% dei loro redditi a fini di consumo, mentre accantonano laltro 50% sotto forma di risparmio. Dunque, se a seguito di una riduzione delle tasse i cittadini si

trovano con 50 miliardi in pi di reddito disponibile, essi ne spenderanno solo 25 e quindi alla fine questa politica dar luogo ad un aumento di domanda e di produzione inferiore rispetto a quella basata sulla spesa diretta del governo. La maggiore efficacia di G rispetto a T pu essere formalizzata attraverso il cosiddetto teorema di Haavelmo sul bilancio in pareggio. Per descrivere il teorema, partiamo dalla seguente ipotesi: per evitare di aggravare il disavanzo pubblico il governo intende finanziare tutti gli aumenti di spesa pubblica con uguali incrementi della tassazione. Il disavanzo (detto anche deficit) di bilancio pubblico dato infatti dalleventuale eccesso di spese dello Stato G rispetto alle entrate fiscali T. (3) Deficit pubblico = G - T

Se si vuole evitare questo disavanzo, se cio si vuole mantenere il bilancio pubblico in pareggio, occorre che G e T siano uguali e si muovano assieme. Ossia, partendo da una ipotetica situazione di pareggio, per mantenerla occorre che: G = T. A prima vista si potrebbe pensare che questo tipo di politica non provochi alcun effetto sul livello di equilibrio della produzione Y. Si pu infatti presumere che lespansione della domanda di merci causata dallaumento di G venga perfettamente neutralizzata dalla riduzione della domanda causata dal pari aumento di T. In realt, contrariamente alle apparenze, il teorema di Haavelmo dimostra che la politica basata sul bilancio in pareggio (cio su G = T) d luogo a un incremento di Y. Per dimostrare questo teorema partiamo dalla equazione (2), che ci dice di quanto varia Y al variare delle componenti autonome della domanda, cio nel nostro caso al variare di G e di T:
Y = 1 (c0 + I + G c1T ) 1 c1

Se assumiamo che gli investimenti e i consumi autonomi non mutino, allora si ha che c0 = I = 0 e quindi possiamo riscrivere lequazione nel seguente modo:
Y = 1 (G c1T ) 1 c1

141 Ma noi sappiamo pure che, per ipotesi, il governo sta effettuando una politica di bilancio in pareggio, per cui G = T. Possiamo quindi sostituire il termine T con G e ottenere: Y = Y = Y = 1 ( G c1G ) 1 c1 1 (1 c1 ) G 1 c1 (1 c1 ) G 1 c1

da cui, semplificando numeratore e denominatore della frazione, si ottiene:


Y = G

Abbiamo dunque dimostrato che, con G = T, le due politiche non si neutralizzano a vicenda ma hanno invece un effetto positivo sulla produzione. Pi precisamente, laumento di Y sar esattamente pari allaumento iniziale di spesa pubblica . Ma perch laumento delle tasse, pur essendo identico allaumento della spesa pubblica, non riesce a neutralizzare questultima? La ragione sempre la stessa. Laumento di spesa pubblica G si traduce interamente in spesa e quindi in un aumento della produzione. Invece luguale aumento delle tasse T, pur rappresentando una sottrazione di reddito ai privati, se fosse rimasto nelle tasche di questi sarebbe stato speso non interamente ma solo in parte, ossia nella percentuale data dalla propensione al consumo c 1. Alla fine dunque leffetto espansivo della spesa prevale sulleffetto restrittivo delle tasse, e quindi domanda e produzione aumentano.

4.4 Il finanziamento del disavanzo pubblico e il Trattato di Maastricht Abbiamo appena esaminato una politica basata sullobiettivo di mantenere il pareggio di bilancio pubblico, finanziando gli incrementi di spesa pubblica G con uguali incrementi delle entrate fiscali T. E possibile tuttavia che un governo possa essere spinto ad effettuare delle spese in disavanzo (detto anche deficit). Dallequazione (3) noi sappiamo che il deficit pubblico si viene a creare quando la spesa pubblica eccede le entrate fiscali. Ci sono varie ragioni per cui questo eccesso di spesa pu venirsi a creare. In primo

luogo, possibile che le autorit politiche siano indotte ad effettuare maggiori spese per tentare di stimolare lattivit produttiva e quindi loccupazione. Inoltre, pi in generale, i governi possono essere sottoposti a vari tipi di pressioni politiche. Alcuni gruppi sociali chiederanno infatti di accrescere la spesa pubblica (magari per migliorare i servizi sanitari, scolastici, i trasporti pubblici, ecc.), altri reclameranno una riduzione della tassazione. Di conseguenza possibile che di fronte a simili spinte contrastanti le autorit politiche finiscano per generare deficit pubblici, ossia eccessi sistematici delle spese sulle entrate. Quando uno Stato si trova in una situazione di deficit, pu finanziare le spese eccedenti in due modi. Il primo modo consiste nel farsi prestare denaro dai privati, ossia nellindebitarsi con i privati vendendo loro titoli del debito pubblico (esempio tipico sono i BOT); in tal caso si avr una emissione di nuovi titoli, e quindi un aumento del debito pubblico, che qui definiremo con il termine B. Il secondo modo di finanziamento verte sulla creazione di nuova moneta, ossia sulla stampa di banconote da parte della banca centrale; in tal caso si avr un aumento dellofferta di moneta, che qui definiremo con M. Dunque, in linea di principio, dato un certo livello del deficit pubblico G - T, si potr finanziarlo con una pari variazione del debito pubblico, o della quantit di moneta, oppure di una combinazione dei due:
G T = B + M

Fino alla seconda met degli anni 70, era prassi abbastanza consolidata favorire lespansione della spesa pubblica al di l delle entrate fiscali attraverso laumento del debito e la creazione di moneta. Questo orientamento ha indubbiamente dato luogo a unespansione dellapparato burocratico dello Stato. Daltro canto esso ha pure consentito ai governi di finanziare politiche di espansione della spesa pubblica per accrescere la domanda e quindi la produzione e loccupazione. Inoltre, la medesima impostazione ha favorito lo sviluppo del cosiddetto stato sociale, vale a dire dellistruzione e della sanit pubblica garantita a tutti i cittadini, e dei sistemi di previdenza e di assistenza sociale per i meno abbienti. Tuttavia a partire dagli anni 80 si imposto un diverso orientamento, talvolta definito liberista, teso ad impedire le politiche espansive e a contrastare la crescita del bilancio statale attraverso lintroduzione di rigidi vincoli allaumento del debito pubblico e della massa monetaria. Il Trattato di Maastricht del 1991, che ha dato avvio al progetto della moneta unica europea, stato fortemente ispirato da questa impostazione liberista. Infatti, tra le altre cose, ai paesi membri dellUnione monetaria europea il Trattato impone i seguenti divieti: 1) il divieto per la Banca centrale europea di finanziare i deficit pubblici tramite creazione di moneta, un divieto che pu essere facilmente espresso in termini algebrici nel seguente modo:

143
M = 0

e 2) il divieto per gli stati membri dellUnione monetaria di finanziare i deficit pubblici tramite emissione di titoli oltre il vincolo del 3% del Pil (che corrisponde al livello di produzione Y). Questo secondo divieto pu essere espresso algebricamente nel modo che segue. Partiamo dalla definizione del deficit pubblico. In tal caso esso coincide con la sola emissione di nuovi titoli del debito pubblico, visto che il Trattato esclude il finanziamento tramite creazione di moneta:
G T = B

dividiamo tutto per il Pil, ossia per il livello di produzione Y: G T B = Y Y Infine, introduciamo il vincolo del 3% imposto dal Trattato di Maastricht: G T B = 0,03 (ossia 3%) Y Y ESEMPIO N.6: verifica del rispetto o meno del vincolo del 3% del Trattato di Maastricht. Se prendiamo i dati del terzo esempio precedente - nel quale si cercava di rimediare a una crisi di fiducia tramite la spesa pubblica si pu verificare se quella situazione rispetti o meno il vincolo del Trattato. Sapendo che G = 150, che T = 100 e che il livello di equilibrio della produzione Y = 600, otteniamo: G T 150 100 = = 0,083 = 8,3% Y 600 Dunque ci troviamo di fronte a un livello del deficit pubblico che in base al Trattato dovremmo considerare eccessivo, poich esso andrebbe ben al di l del limite del 3% previsto dagli accordi europei. Anzich accrescere la spesa pubblica il paese dovr dunque ridurla per rientrare nei limiti del Trattato, nonostante la gi bassa domanda causata dalla crisi. Lesempio chiarisce che il vincolo del Trattato pu mettere in seria difficolt un paese attraversato da una crisi, poich impedisce di rimediare ad essa tramite lespansione della spesa pubblica.

Gli economisti di orientamento liberista tendono a difendere i divieti al finanziamento dei deficit pubblici imposti dal Trattato di Maastricht. Molti di essi infatti auspicano che i divieti del Trattato comprimano il bilancio pubblico e quindi riducano la presenza dello Stato nelleconomia. Altri economisti, talvolta ispirati dalle opere eterodosse di Marx e di Keynes, hanno invece criticato i divieti imposti dal Trattato di Maastricht. Essi ritengono che tali vincoli impediscano di effettuare politiche espansive e quindi costringano i paesi membri dellUnione monetaria europea in una situazione di bassa domanda e quindi di bassa produzione e occupazione. Gli stessi economisti ritengono inoltre che tali divieti, restringendo il bilancio statale, provocheranno una drammatica riduzione della produzione di beni e servizi pubblici destinati ai cittadini europei, e soprattutto ai lavoratori e alle fasce sociali pi deboli. Viene dunque sollecitata una riforma del Trattato di Maastricht, che elimini o almeno attenui i vincoli vigenti. La grave crisi economica in corso potrebbe in effetti dare man forte alle loro tesi, costringendo le istituzioni europee a rivedere almeno le clausole pi controverse del Trattato.

4.5 La politica monetaria e il Trattato di Maastricht Fino a questo momento abbiamo assunto che, a seguito di una crisi di fiducia e di una conseguente caduta degli investimenti delle imprese, il governo intervenga attraverso una politica di espansione della spesa pubblica e/o di riduzione delle tasse. Tuttavia anche possibile che in una situazione del genere intervenga la banca centrale al posto del governo (o al limite in concerto con esso). Ad esempio, in Europa la Banca centrale europea (BCE) potrebbe esser chiamata a un intervento per contrastare la crisi, negli Stati Uniti questo compito spetta alla Federal Reserve (FED), ecc. Quando c una crisi la banca centrale interviene con una politica monetaria espansiva, cio con un aumento della quantit di moneta M in circolazione. La banca centrale pu decidere di aumentare M al fine di ridurre il tasso dinteresse. La riduzione dei tassi dinteresse rappresenta infatti una riduzione del costo dei prestiti e pu quindi stimolare le imprese a chiedere finanziamenti alle banche per riattivare gli investimenti, e con essi la domanda di merci e quindi la produzione e loccupazione. Ma qual la relazione che lega un aumento della quantit di moneta in circolazione a una riduzione del tasso dinteresse? La spiegazione grafica - basata sulla intersezione tra la curva di domanda di moneta e lofferta di moneta -

145 molto semplice, e pu essere facilmente rintracciata nel capitolo 4 del manuale di Blanchard. Qui per ci soffermiamo sulla spiegazione economica, cio concreta, del fenomeno. La procedura solitamente adottata dalla banca centrale per modificare la quantit di moneta circolante la cosiddetta operazione di mercato aperto, che non altro che una operazione di compravendita di titoli e di moneta sul mercato finanziario. La banca centrale entra cio in relazione con gli operatori privati che agiscono su quel mercato. Ad esempio, se lobiettivo di ridurre il tasso dinteresse e stimolare cos leconomia, allora la banca centrale dovr da un lato offrire moneta e dallaltro domandare titoli. In questo modo infatti la banca centrale crea un eccesso di domanda di titoli sul mercato che far aumentare il prezzo dei titoli stessi (come accade per i prezzi di tutte le merci, anche i prezzi dei titoli aumentano se c un eccesso di domanda, mentre diminuiscono se c un eccesso di offerta). Assumiamo ora che i titoli sul mercato siano a reddito fisso. Un caso tipico di titoli a reddito fisso sono i titoli di Stato, emessi dai governi per farsi prestare denaro dai privati (per esempio in Italia abbiamo i BOT). Un titolo a reddito fisso definito cos poich alla scadenza di fine anno chi lo ha emesso tenuto a pagare sempre la stessa somma al proprietario del titolo, ad esempio 100 euro. Dunque il tasso dinteresse su questo titolo sar dato dalla differenza tra rendimento e costo del titolo, cio sar dato dalla cedola di 100 euro che il proprietario ottiene alla scadenza di fine anno, meno il prezzo al quale il proprietario ha acquistato il titolo, il tutto diviso per il medesimo prezzo:

i=

100 PT PT

Questa formula ovviamente pu essere riscritta cos:


i= 100 1 PT

Per esempio, se un operatore privato compra al prezzo di 95 euro un titolo che a fine anno dar una cedola fissa di 100 euro, chiaro che il tasso di interesse del titolo sar pari a i = 100/95 1 = 0,052 = 5,2%. La formula chiarisce la relazione inversa tra prezzo del titolo e tasso dinteresse: una operazione di mercato aperto basata su una maggiore offerta di moneta e su una maggiore domanda di titoli da parte della banca centrale, far aumentare il prezzo di mercato PT del titolo e quindi (visto che il denominatore della frazione

aumenta) far diminuire il tasso dinteresse i. Il che del resto ovvio: loperazione espansiva della banca centrale fa aumentare il prezzo di mercato del titolo, ma al tempo stesso il rendimento assoluto che il titolo garantisce rimasto fisso a 100 euro. Pertanto, dopo loperazione della banca centrale accade che chi compra il titolo sul mercato lo paga di pi, ma alla fine ottiene sempre la stessa somma di cento euro. Pertanto chiaro che il tasso dinteresse cio il rendimento percentuale del titolo rispetto al prezzo - si riduce. In generale possiamo quindi scrivere che le operazioni di mercato aperto della banca centrale possono essere: Operazioni espansive Operazioni restrittive
La banca centrale offre moneta e domanda titoli La banca centrale domanda moneta e offre titoli Conseguenza: eccesso di domanda di titoli Conseguenza: eccesso di offerta di titoli

PT PT

i i

Abbiamo dunque chiarito il rapporto intercorrente tra quantit di moneta, prezzo dei titoli e tasso dinteresse . Pi in particolare, abbiamo mostrato in che modo la banca centrale pu aumentare la moneta in circolazione, aumentare il prezzo dei titoli, ridurre il tasso dinteresse e cercare cos di stimolare gli investimenti per far uscire leconomia da una situazione di crisi. Tuttavia, cos come accadeva per le manovre sulla spesa pubblica e sulla tassazione, anche la politica monetaria risulta oggigiorno fortemente vincolata. Il Trattato di Maastricht, infatti, non solo vieta alla Banca centrale europea di finanziare i deficit pubblici con moneta, ma pi in generale le impone di perseguire politiche fortemente restrittive, al fine di contenere il pi possibile linflazione. Il risultato che la Bce difficilmente potr decidere di espandere la moneta in circolazione al fine di ridurre i tassi dinteresse per dare sostegno alla domanda e alla produzione. Anche per questo motivo il Trattato di Maastricht oggetto di numerose critiche.

4.6 Politica monetaria e speculazione Ma se anche i vincoli del Trattato venissero eliminati o attenuati, la politica monetaria espansiva potrebbe incontrare altri tipi di ostacoli in grado di renderla comunque inefficace.

147 Un primo ostacolo risiede nel comportamento degli speculatori, vale a dire di quegli operatori privati che effettuano compravendite sul mercato finanziario al fine di lucrare guadagni dalle variazioni dei prezzi dei titoli. Gli speculatori cercano infatti di comprare quando ritengono che i prezzi dei titoli siano bassi e siano quindi destinati ad aumentare, e cercano invece di vendere quando ritengono che i prezzi siano alti e siano pertanto destinati a cadere. Gli speculatori cercano dunque di prevedere landamento futuro dei prezzi dei titoli, in modo da poter lucrare su di essi. A seconda che prevedano rialzi o cadute dei prezzi, essi si dividono in rialzisti (detti anche tori) e ribassisti (detti orsi). Qui di seguito sono riportati due esempi di strategie speculative, rispettivamente dei rialzisti e dei ribassisti: Caso A: I rialzisti scommettono su un aumento futuro di PT
1) Mi faccio prestare 100 al tasso del 10% (quindi dovr restituire 110) 2) Compro 50 titoli al prezzo corrente PT=2 3) Attendo che il prezzo dei titoli aumenti 4) Rivendo i 50 titoli al nuovo prezzo PT=3 5) Dalla vendita ricavo 150 6) Restituisco i 110 dovuti al prestatore 7) Ed ottengo dunque 150 110 = 40 di guadagno speculativo netto.

Caso B: I ribassisti scommettono su una riduzione futura di PT


1) Mi faccio prestare 50 titoli al tasso del 10% (quindi dovr restituire i titoli pi il 10% del loro valore corrente) 2) Vendo i 50 titoli al prezzo corrente PT=3 ed ottengo quindi 150 3) Attendo che il prezzo dei titoli diminuisca 4) Ricompro i 50 titoli al nuovo prezzo PT=2 spendendo quindi 100 per lacquisto 5) Restituisco i titoli al proprietario e pago anche un interesse di 15 (cio il 10% dei 150 che valevano allinizio) 6) Alla fine mi restano 150 100 - 15 = 35 di guadagno speculativo netto

Chiaramente questi esempi si riferiscono a situazioni in cui gli speculatori vedono confermate le loro attese. Ben diversa sarebbe la situazione se landamento dei prezzi non confermasse le previsioni di tali operatori. ESEMPIO N.7: speculazioni errate. Si calcoli il risultato netto del rialzista nel caso in cui il nuovo prezzo di mercato del titolo sia PT = 1 anzich PT = 3. Si calcoli poi il risultato netto del ribassista nel caso in cui il prezzo di mercato del titolo rimanga al livello iniziale PT = 3 anzich diminuire a PT = 2. Si verificher

che in queste diverse circostanze gli speculatori conseguono delle perdite in conto capitale. Descritto a grandi linee il comportamento degli speculatori, si tratta ora di capire in quale circostanza questi possono rendere inefficace una politica monetaria espansiva. La circostanza in questione quella in cui sul mercato prevalgono nettamente i ribassisti. Questi soggetti sono convinti che i titoli siano destinati a deprezzarsi, e quindi non vedono lora di liberarsi degli stessi non appena troveranno un acquirente. Pertanto, nel momento in cui la banca centrale interviene sul mercato offrendo moneta e domandando titoli, essa si ritrover con una gran massa di operatori pronti a venderle tutti i titoli di cui dispongono. Questo significa che lofferta di titoli da parte dei ribassisti sar tale che non si verr a creare nessun eccesso di domanda. La conseguenza che il prezzo dei titoli non aumenta e il tasso dinteresse non diminuisce. La politica della banca centrale risulta quindi inefficace a causa dellinterferenza degli speculatori. In letteratura questo caso va sotto il nome di trappola della liquidit. Il nome indica quelle situazioni in cui molti operatori finanziari vanno a caccia di moneta liquida e cercano invece di liberarsi delle scorte di titoli, poich ritengono che questi siano destinati a perdere valore. Essendo convinti di un prossimo ribasso dei prezzi dei titoli, gli operatori cercano di venderli e di ottenere in cambio moneta, detta anche liquidit.

4.7 Politica monetaria, libera circolazione dei capitali e controlli Esiste infine un ulteriore ostacolo alla politica monetaria espansiva, che si presenta nel caso in cui vi sia libera circolazione dei capitali da un paese allaltro. Gli speculatori e gli altri operatori sui mercati finanziari, infatti, oltre a fare scommesse sui prezzi futuri sono anche alla continua ricerca sul mercato mondiale di titoli che assicurino il tasso dinteresse pi elevato. Nel dopoguerra la ricerca da parte degli operatori privati di titoli ad elevato rendimento era comunque limitata a causa dellesistenza di norme che ponevano rigidi vincoli e controlli alla circolazione dei capitali da un paese allaltro. Tuttavia, con il passare degli anni questi vincoli sono stati via via rimossi. La conseguenza che oggi sussiste quasi in tutto il mondo una situazione di libera circolazione dei capitali. E chiaro allora che in condizioni di piena libert di movimento, i capitalisti finanziari cercano di spostare le loro ricchezze in quei paesi che garantiscono pi vantaggi, e in particolare che assicurano tassi

149 dinteresse pi elevati rispetto agli altri. Tali movimenti di capitale da un paese allaltro si arrestano solo nel momento in cui i titoli dei vari paesi offrono il medesimo rendimento, al netto delle variazioni attese del tasso di cambio. La condizione che ferma gli spostamenti, e che mette dunque in equilibrio i mercati, detta condizione di arbitraggio, oppure condizione di parit scoperta dei tassi dinteresse. Dal testo di Blanchard noi sappiamo che tale condizione data da:
1 + it = (1 + it* ) Et Ete+1

dove la parte sinistra indica il rendimento i che si ottiene acquistando titoli nazionali, mentre la parte destra indica il rendimento i* derivante dallacquisto di titoli esteri. Questo secondo rendimento, si badi, calcolato includendo le eventuali variazioni del tasso di cambio nominale E.3 Ora, chiaro che finch la parte sinistra risulta inferiore alla parte destra dellequazione, allora conviene spostare i capitali allestero per acquistare titoli stranieri, che rendono di pi. Viceversa, nel caso in cui la parte sinistra sia maggiore, conviene tenere i capitali in patria. Si comprende pertanto che se la banca centrale vuole evitare fughe di capitali allestero, dovr sempre fissare un tasso dinteresse interno in grado di rispettare la condizione di parit scoperta, dati ovviamente il tasso prevalente allestero e il tasso di cambio atteso. ESEMPIO N.8: il tasso minimo per evitare fughe di capitale. Assumendo che il tasso di cambio corrente sia dato da Et = 1,08$/1, che il tasso di cambio atteso sia Et+1 = 1$/1, e che il tasso dinteresse sui titoli USA sia i* = 0,1 (ossia il 10%), calcoliamo il tasso dinteresse i che la Banca centrale europea dovr fissare per evitare fughe di capitale allestero:
1 + it = (1 + 0,1) 1 + it = 1,188
3 Attenzione: qui si fa lipotesi che il tasso di cambio nominale E sia definito in termini del prezzo della moneta nazionale in termini di moneta estera, dove per nazionale intendiamo lItalia e pi in generale lEuropa, mentre per estero intendiamo prevalentemente gli Stati Uniti. Cio, dal punto di vista di noi italiani (ed europei), definiamo il cambio come prezzo di un euro in termini di dollari. Ad esempio, potremmo avere che E = 1,20$/1 . Le versioni pi recenti del manuale di Blanchard usano esattamente questa convenzione. Se invece si usa la definizione alternativa del cambio, come prezzo della moneta estera in termini di moneta nazionale, oppure se per nazionale si intendono gli USA (come accadeva nelle prime versioni del manuale di Blanchard tradotte in italiano), allora la formula della condizione di parit va invertita.

1,08 1

da cui si ricava che il tasso dinteresse europeo necessario ad evitare fughe di capitale negli Stati Uniti dovr essere almeno pari a it = 0,188, cio al 18,8%. Si noti che si tratta di un interesse pi elevato di quello americano, che pari al 10%. La ragione per cui in questo esempio la Banca centrale europea, se vuole evitare le fughe, deve fissare un tasso superiore a quello USA, dovuta al fatto che ci si attende un deprezzamento delleuro, ossia una sua perdita di valore rispetto al dollaro. Questa previsione incentiva gli operatori finanziari a spostare ricchezze negli Stati Uniti. Per indurli a non spostare le ricchezze occorre quindi che il tasso dinteresse europeo sia pi alto di quello americano cos da compensare la perdita che ci si attende dal deprezzamento del cambio. Chiaramente lopposto avverrebbe se ci si attendesse un apprezzamento delleuro: in tal caso la BCE potrebbe rispettare la condizione di parit anche con un tasso dinteresse inferiore a quello USA. Naturalmente, al di l dellesempio specifico, chiaro che lesigenza di rispettare la condizione di parit scoperta costituisce un grave ostacolo per la politica monetaria delle banche centrali. Queste infatti non potranno ridurre i tassi dinteresse a piacimento, visto che c sempre il rischio di provocare fughe di capitale. Una conseguenza che in molte circostanze le banche centrali di paesi afflitti da crisi economiche interne non solo non hanno potuto ridurre i tassi dinteresse per tentare di stimolare leconomia, ma hanno addirittura dovuto aumentarli per evitare fughe di capitale (col rischio di aggravare ulteriormente la caduta della domanda interna e quindi la crisi). I vincoli alla politica monetaria espansiva causati dal pericolo di fughe di capitale hanno assunto negli anni 90 un rilievo drammatico, a seguito del ripetersi di crisi valutarie ed economiche in Europa, in Asia e in America Latina. Sono state pertanto avanzate delle proposte per tentare di dare maggiore libert di manovra alla politica monetaria dei singoli paesi. In particolare, stata suggerita la reintroduzione di limiti, pi o meno stringenti, alla circolazione dei capitali nel mondo. Una ben nota proposta in tal senso la cosiddetta Tobin tax (dal nome del suo ideatore, il premio Nobel per leconomia James Tobin), unimposta su tutti gli scambi tra valute finalizzata a rendere costosi, e quindi a disincentivare, gli spostamenti di capitale da un paese allaltro. ESEMPIO N.9: la Tobin tax agevola la riduzione del tasso dinteresse interno . Supponiamo che lEuropa stia attraversando una fase di crisi e quindi di disoccupazione. La Banca centrale europea pu esser dunque chiamata ad intervenire con una espansione monetaria, al fine di ridurre i tassi dinteresse, stimolare gli investimenti e quindi la domanda, la produzione e loccupazione. Ipotizziamo che la situazione sia quella gi descritta nellesempio precedente. Come abbiamo visto, il tasso dinteresse necessario ad evitare le fughe di capitale

151 del 18,8%. Tuttavia per stimolare la domanda bisognerebbe ridurre ulteriormente il tasso dinteresse interno. Pu lintroduzione di una Tobin tax rendere possibile tale riduzione? Per rispondere dobbiamo innanzitutto modificare la condizione di parit scoperta dei tassi dinteresse al fine di contemplare limposta. A questo proposito, noi sappiamo che lacquisto di un titolo americano prevede i seguenti passaggi: in primo luogo la conversione da euro a dollari, quindi lacquisto del titolo in questione ed infine, alla data di scadenza del medesimo, la riconversione da dollari ad euro del guadagno ottenuto. La Tobin tax unimposta sulle transazioni valutarie. Essa quindi si applicher in due momenti: allatto della conversione iniziale da euro a dollari, e allatto della conversione finale da dollari ad euro. Posto che t sia laliquota dimposta applicata ad ogni conversione, la condizione di parit scoperta diventa:

1 + it = (1 + it* )

Et (1 t ) t Ete+1

Adesso inseriamo nella nuova condizione di parit i valori assunti dalle variabili. Immaginiamo in primo luogo che laliquota della Tobin tax venga fissata dalle autorit al livello t = 0,01 = 1%. Inseriamo inoltre i valori dellesercizio precedente relativi al tasso dinteresse americano ( i* = 0,1) e ai cambi corrente e atteso (rispettivamente Et = 1,08 ed Et+1 = 1). Lunica incognita rimasta il tasso dinteresse interno it, che rappresenta il tasso minimo necessario ad evitare le fughe di capitale allestero. Sostituendo le cifre alle variabili otteniamo:
1,08 (1 0,01) 0,01 1

1 + it = (1 + 0,1) 1 + it = 1,166

E facile a questo punto verificare che, grazie allintroduzione della Tobin tax, il tasso interno necessario ad evitare le fughe di capitale si ridotto, essendo diventato it = 0,166 = 16,6%. Dunque unimposta dell1% sul valore di tutti gli scambi di euro contro dollari e viceversa, render costosi gli spostamenti di capitale da un luogo allaltro, e quindi dovrebbe permettere alla Banca centrale europea di ridurre il tasso dinteresse interno dal livello iniziale del 18,8% al nuovo livello del 16,6% senza il rischio di una fuga di capitali verso lestero.

Ovviamente, il ragionamento pu essere anche ribaltato. Supponiamo cio che la Banca centrale europea intenda calcolare quella aliquota di imposta t che le consenta di mantenere il tasso interno esattamente al medesimo livello del tasso estero del 10% fissato dalla banca centrale americana. In tal caso si tratta di esprimere la condizione di parit isolando il termine t. Dopo semplici passaggi la condizione diventa: t =1 (1 + it ) E (1 + it* ) et E t +1

Prendendo i dati del nostro esempio, e ponendo it = it* = 10%, si scopre che per mantenere i due tassi dinteresse al medesimo livello nonostante la svalutazione attesa delleuro, laliquota della Tobin tax dovrebbe essere pari a t = 0,075 = 7,5%. Listituzione di una Tobin tax a livello internazionale stata caldeggiata da molti, sia in ambito accademico che politico. Essa tuttavia stata pure da pi parti contestata. Gli economisti di ispirazione liberista lhanno sempre considerata uninterferenza rispetto al libero operare delle forze del mercato. Gli studiosi di orientamento critico, ispirati dalle opere di pensatori eterodossi come Marx e Keynes, ritengono invece che la Tobin tax rappresenti uno strumento troppo debole per contrastare i continui movimenti di capitale sui mercati mondiali. Secondo questa visione, per liberare la politica monetaria dalla minaccia delle fughe non basta semplicemente tassare gli spostamenti di capitali. Bisognerebbe piuttosto sottoporli a ben pi rigidi vincoli, e al limite vietarli del tutto quando si tratta di spostamenti a breve termine, come del resto gi avveniva allepoca dei ferrei controlli vigenti nel dopoguerra. Tra le ragioni per cui gli economisti critici ritengono che gli spostamenti di capitali andrebbero fortemente vincolati o addirittura vietati, vi il fatto che tali spostamenti non solo creano problemi alla politica monetaria, ma di fatto determinano effetti ben pi gravi sullintera economia mondiale. Infatti, se i capitali possono scorazzare liberamente da un paese allaltro, chiaro che essi si muoveranno verso le nazioni che offrono loro i massimi vantaggi economici. Ed chiaro che i vantaggi economici potranno essere di varia natura. In condizioni di libera circolazione dei capitali, infatti, i vari paesi non si limitano semplicemente a tenere i tassi dinteresse alti in modo da evitare fughe di capitale, ma si faranno concorrenza tra loro su molti altri piani, e soprattutto sulla disciplina fiscale, finanziaria e del lavoro, in modo da attirare la massima quantit di capitale. I governi dei vari paesi ad esempio ridurranno le spese sociali in modo da ridurre la tassazione, adotteranno aliquote fiscali particolarmente basse sui possessori di

153 capitale, garantiranno il segreto bancario a tutela dei grandi capitali, introdurranno norme di sicurezza sul lavoro pi blande in modo da ridurre i costi per le imprese, imporranno forti vincoli al diritto di sciopero e alle organizzazioni sindacali in modo da contenere le rivendicazioni salariali, eccetera, e tutto questo per indurre i proprietari del capitale a investire dalle loro parti. Tutti questi provvedimenti ovviamente faranno aumentare i tassi dinteresse e pi in generale i margini di profitto a livello globale, mentre probabilmente comporteranno una riduzione dei salari e delle spese sociali. Insomma, secondo gli economisti critici la libert di movimento dei capitali induce i vari paesi ad adottare politiche orientate a favore dei proprietari di capitale, e spesso a detrimento degli interessi dei lavoratori. Anche per questo alcuni hanno sostenuto che la globalizzazione dei mercati ha determinato una specie di dittatura del capitale finanziario, poich gli interessi del capitale incidono pi fortemente che in passato sulle decisioni politiche. In questottica, dunque, i controlli sui movimenti di capitale vengono incoraggiati anche allo scopo di ridimensionare linfluenza sulle decisioni di governo esercitata in questi anni dalle lobbies finanziarie.

4.8 Due interpretazioni alternative della crisi Giunti al termine di queste dispense, opportuno dedicare una riflessione conclusiva al tema attualissimo della crisi mondiale in corso. Siamo di fronte a una recessione estremamente grave, forse la pi pesante dai tempi del dopoguerra. La produzione nazionale in netto calo in quasi tutti i paesi avanzati, e la disoccupazione tende ogni giorno ad aumentare. I governi dei vari paesi stanno adottando vari provvedimenti per tentare di superare o almeno arginare la crisi in corso. Fino a questo momento, per, non si pu dire che le politiche adottate abbiano soddisfatto le attese. Allo stato dei fatti, non sembra probabile una rapida uscita dalla recessione. Gli economisti si sono attivamente impegnati in questi mesi per tentare di fornire una valida interpretazione delle cause della crisi. Come spesso accade in campo economico, le conclusioni degli studiosi non sono state univoche. Pertanto, qui di seguito ci soffermeremo su due spiegazioni alternative della recessione. La prima pu essere definita linterpretazione finanziaria della crisi, ed sostenuta dagli esponenti della scuola neoclassica dominante, come Alesina, Giavazzi e in parte dallo stesso Blanchard. La seconda interpretazione suggerisce invece che questa pu esser definita la crisi di un mondo di bassi salari , le cui cause vanno quindi ricercate in fenomeni strutturali e sociali e non semplicemente in

problemi di tipo monetario e finanziario. Come vedremo, dal punto di vista analitico linterpretazione finanziaria si avvale del moltiplicatore della base monetaria, mentre linterpretazione da bassi salari si avvale del moltiplicatore della spesa autonoma.

Linterpretazione finanziaria della crisi Iniziamo col descrivere linterpretazione finanziaria della crisi. Si tratta in effetti della lettura che finora ha prevalso sui media e a livello politico. Lidea di fondo che questa deve essere intesa come una crisi nata in ambito finanziario, che solo in seguito si propagata nelleconomia reale. Secondo questa visione, tutto deve esser fatto risalire a un cattivo comportamento delle banche private, specialmente americane. Si parte dal fatto che nel corso di questi anni - soprattutto negli USA ma anche in Gran Bretagna e in altri paesi dEuropa - le banche si sono largamente indebitate e hanno utilizzato le risorse ottenute in prestito per concedere mutui a soggetti difficilmente solvibili. I meccanismi di indebitamento erano molto sofisticati, ma quel che conta che alla lunga essi non hanno retto. Infatti, le banche a un certo punto si sono ritrovate con parecchi mutuatari insolventi, e quindi a loro volta non sono state in grado di onorare i loro debiti. In tutto il mondo si quindi diffuso un clima di incertezza attorno alla tenuta delle banche e al pericolo che molte di esse potessero fallire. Di conseguenza, ogni banca stata indotta ad aumentare le proprie riserve di moneta per fare fronte a eventuali richieste di rimborso. Il risultato stato quello che in gergo si definisce un credit crunch, ossia un razionamento del credito: anzich prestare denaro, le banche hanno preferito accumularlo per evitare di risultare insolventi di fronte ai loro creditori. Ma il blocco dei prestiti dopo un po ha determinato la caduta degli investimenti, della produzione e delloccupazione. E la crisi si quindi propagata dallambito finanziario a quello reale. Esaminiamo analiticamente linterpretazione finanziaria appena descritta. A questo scopo, occorre innanzitutto riprendere lequazione del moltiplicatore monetario, che Blanchard descrive nel cap. 4. Per arrivare al moltiplicatore monetario, occorre seguire questa procedura. Noi sappiamo che la domanda di moneta la quantit di moneta che i risparmiatori desiderano detenere, ed data da Md. Sappiamo pure che questa domanda complessiva di moneta si ripartisce in depositi D = (1-c)Md e in circolante CU = cMd, dove c non altro che la percentuale di moneta che le persone desiderano tenere in tasca, sotto forma di circolante. Inoltre, sappiamo che il denaro che gli individui hanno depositato presso le banche private verr in larga parte impiegato da queste ultime per effettuare prestiti. Tuttavia, per sicurezza, le banche terranno

155 parte del denaro depositato in riserva, nelle loro casse, a scopo precauzionale. Definendo le riserve con R e laliquota di riserva desiderata dalle banche con possiamo scrivere che R = D e quindi che R = (1-c)Md. A questo punto, possiamo definire la base monetaria con il termine H: questa non altro che la quantit di banconote emesse dalla banca centrale. Ebbene, evidente che queste banconote, una volta emesse, potranno fisicamente trovarsi solo in due luoghi: o nelle tasche degli individui, sotto forma di circolante CU, oppure nelle riserve R delle banche. Per cui ovvio che H = CU + R. A questo punto basta effettuare le sostituzioni per ottenere che la domanda complessiva di moneta data da: Md = 1 H [c + (1 c )]

Ma dato che in equilibrio la domanda totale di moneta sempre uguale allofferta totale di moneta, allora Md = M e quindi si pu scrivere che: 1 H [c + (1 c)]

M =

La frazione detta moltiplicatore della base monetaria, o semplicemente moltiplicatore monetario. Dunque lofferta complessiva di moneta M data dalla base monetaria H moltiplicata per il cosiddetto moltiplicatore. Lultima equazione mette in luce limportanza delle banche private allinterno del sistema economico. Infatti, essendo solitamente c e minori di uno, allora il denominatore della frazione minore di uno, e quindi la frazione maggiore di uno. Ecco perch la frazione detta moltiplicatore della base monetaria: per una data base H emessa dalla banca centrale, lofferta di moneta M complessiva sar un multiplo di essa. La spiegazione economica di questo effetto moltiplicativo semplice: il moltiplicatore esprime la capacit delle banche di alimentare la circolazione della moneta. E chiaro infatti che se dei risparmiatori depositano dei soldi in banca, questa non terr il denaro giacente in cassa ma tender in gran parte a prestarlo, in modo da lucrarci un interesse. In questo modo per viene attivato un meccanismo che tende ad auto-alimentarsi. Infatti, chi riceve i soldi in prestito li spender per effettuare acquisti di merci, e chi effettuer le vendite di tali merci a sua volta depositer in unaltra banca i soldi guadagnati, la quale a sua volta effettuer altri prestiti. Si sviluppa cos un meccanismo depositi-prestiti-depositi-prestiti che crea pi moneta totale M rispetto alla base H iniziale. Si tratta di un meccanismo

potentissimo poich favorisce lo sviluppo del credito e delleconomia, ma al tempo stesso anche un meccanismo fragile, poich si basa tutto sulla fiducia della clientela verso le banche. Infatti, il meccanismo descritto chiarisce che le banche tengono in cassa un ammontare di banconote sufficiente per far fronte alle normali richieste di contante che periodicamente i clienti effettuano, agli sportelli o ancor pi di frequente tramite il bancomat. Se per crolla la fiducia il sistema bancario va in crisi. Ad esempio, se tra i depositanti si diffondono dubbi sulla solvibilit delle banche, questi potrebbero decidere allimprovviso di andare a ritirare in massa i loro soldi dai depositi. Ma in tal caso le banche inevitabilmente fallirebbero, dal momento che esse prestano gran parte dei soldi ricevuti e quindi non hanno mai in cassa una quantit di riserve monetarie sufficienti per fronteggiare una corsa generalizzata agli sportelli da parte di tutti i clienti. Ecco allora che nel momento in cui la fiducia viene meno, accade che gli individui tendono ad aumentare la percentuale di moneta c che preferiscono tenere in tasca anzich nei depositi, e al tempo stesso le banche tendono ad aumentare laliquota di riserva per cautelarsi contro eventuali richieste di rimborso. Il risultato di questo doppio comportamento che il denominatore della frazione aumenta, e la quantit totale di moneta M si riduce. Verifichiamo: ESEMPIO N. 10: un clima di sfiducia sulla solvibilit delle banche riduce il moltiplicatore monetario. Assumiamo che la base monetaria emessa dalla banca centrale americana sia pari ad H = 1000 miliardi di dollari. Assumiamo che inizialmente c = 0,2 e = 0,1. Il moltiplicatore monetario sar dato da: 1 1 = = 3,57 [0,2 + 0,1(1 0,2)] 0,28 e quindi la quantit complessiva di moneta sar M = 3,57 x H = 3,57 x 1000 = 3570 miliardi di dollari. Adesso per consideriamo quel che avvenuto nei mesi scorsi negli Stati Uniti e poi nel resto del mondo. Leccesso di indebitamento delle banche ha sollevato dubbi sulla loro capacit di onorare i prestiti. Di conseguenza i clienti sospettosi hanno aumentato la propensione al circolante. A loro volta, le banche per cautelarsi hanno reagito con un aumento dellaliquota di riserva. Possiamo ad esempio supporre che i nuovi valori siano diventati: c = 0,3 e = 0,4. Il risultato che il moltiplicatore monetario si ridotto: 1 1 = = 1,72 [0,3 + 0,4(1 0,3)] 0,58

157 e la quantit totale di moneta di conseguenza caduta, diventando pari a M = 1,72 x 1000 = 1720 miliardi di dollari. Dal crollo della moneta in circolazione poi scaturito tutto il resto: un aumento dei tassi dinteresse, una riduzione dei prestiti bancari, una caduta degli investimenti, della domanda, e quindi della produzione e delloccupazione. Si noti ancora una cosa. Se al limite la propensione dei clienti a detenere circolante diventasse pari a c = 1 (cio i clienti ritirano il 100% dei depositi per tenere tutti i soldi in tasca), allora facile verificare che [c + (1 c)] = 1, e quindi tutto il moltiplicatore monetario diventerebbe anchesso pari a uno, da cui M = H. La ragione semplice: in una situazione estrema come questa (in cui i clienti preferiscono tenere tutti i soldi sotto il materasso, come si usa dire) le banche scomparirebbero completamente, e quindi leffetto moltiplicativo della base monetaria si annullerebbe.

Stando dunque alla interpretazione finanziaria descritta, la crisi si sviluppata secondo questo schema: un eccesso di indebitamento delle banche, un clima di sfiducia sulla loro solvibilit, un conseguente aumento della propensione al circolante da parte dei clienti e dellaliquota di riserva da parte delle banche, un conseguente crollo della quantit di moneta, e quindi un aumento dei tassi dinteresse, una caduta dei prestiti, degli investimenti, della domanda e delleconomia nel suo complesso. Stando ad alcuni economisti di orientamento liberista, sia la Grande Crisi del 1929 sia la crisi attuale possono in buona misura essere spiegate alla luce della sequenza descritta. Giavazzi (che cura ledizione italiana del libro di Blanchard) e in parte lo stesso Blanchard sembrano aderire a una interpretazione del genere (per un approfondimento, si veda il paragrafo sulla crisi che si trova nel cap. I del manuale di Blanchard, ma che stato scritto dagli economisti italiani Alesina e Giavazzi). Da questo tipo di interpretazione solitamente gli economisti ortodossi traggono le seguenti conclusioni politiche: 1) per evitare il ripetersi di simili crisi sufficiente tenere sotto maggior controllo il comportamento delle banche, e in particolare bisognerebbe introdurre delle norme che impediscano alle banche di indebitarsi eccessivamente per prestare denaro con troppa facilit, a favore di soggetti che difficilmente potranno rimborsarlo; 2) il sistema dovrebbe essere in grado di uscire spontaneamente dalla crisi in atto, ma al limite si pu aiutare leconomia alla ripresa tramite incrementi della base monetaria che compensino la riduzione del moltiplicatore monetario causata dal clima di sfiducia. Insomma, stando alla interpretazione finanziaria della crisi, baster un po di disciplina finanziaria in pi nella erogazione dei crediti, e magari una temporanea maggiore emissione di base monetaria, e pian piano tutto dovrebbe rimettersi a posto.

In effetti fino a questo momento le autorit di governo dei vari paesi hanno aderito a questo tipo di interpretazione della crisi, e hanno adottato misure sotto vari aspetti ispirate alle conclusioni che abbiamo elencato. Le banche centrali hanno aumentato di molto la base monetaria, ed stato avviato un processo di riforma della regolamentazione bancaria. Il problema che tali misure non sembrano avere sortito effetti significativi: finora infatti la crisi non sembra essersi attenuata. Forse allora il caso di ricercare nuove spiegazioni e nuove soluzioni.

La crisi di un mondo di bassi salari Alcuni economisti appartenenti alle scuole di pensiero critico ritengono che linterpretazione finanziaria della crisi presenti alcuni elementi di verit ma sia anche troppo superficiale. Per individuare allora le cause di fondo della crisi, essi propongono la seguente interpretazione alternativa. La crisi attuale rappresenta lesito delle politiche liberiste che sono state adottate nel corso dellultimo trentennio. Per molti anni abbiamo assistito in tutto il mondo a un vasto processo di liberalizzazione e di deregolamentazione dei mercati: mercati finanziari, mercati delle merci e soprattutto mercato del lavoro. Queste liberalizzazioni e deregolamentazioni hanno aumentato la libert di azione e di movimento del capitale, e hanno invece ridotto le tutele legali e contrattuali dei lavoratori. Di conseguenza, i possessori di capitale si sono rafforzati molto mentre i lavoratori e i loro sindacati si sono indeboliti. Il mutamento dei rapporti di forza tra lavoro e capitale ha fatto s che la distribuzione del reddito si spostasse a favore di questultimo. Infatti, grazie al progresso tecnico e allintensificazione dei ritmi di lavoro, abbiamo assistito in tutto il mondo a un significativo aumento della produttivit oraria del lavoro A. A questo incremento, per, non ha fatto seguito un aumento equivalente del salario reale orario W/P. Gli incrementi di produttivit dei lavoratori sono stati cio in gran parte assorbiti dal margine di profitto . Infatti noi sappiamo che:
P = (1 + ) W A

da cui: W A = P 1+

159 Che pu anche essere espressa in termini ribaltati:

A 1 W /P

E chiaro allora che se la produttivit A aumenta ma W/P resta pressoch invariato, tutto lincremento di produttivit andr a beneficio del mark-up . Siamo di fronte insomma a un mondo di bassi salari. Si tratta di un mondo in cui il livello dei salari reali non diminuisce necessariamente. Tuttavia, un mondo in cui il salario reale arranca mentre il margine di profitto dei proprietari del capitale aumenta continuamente. I capitalisti godono in via pressoch esclusiva del progresso tecnico e dei maggiori sforzi dei lavoratori. Ma per quale motivo questo mondo di bassi salari dovrebbe dare luogo a una crisi? La ragione questa: se la produttivit del lavoro aumenta ma i salari aumentano meno o addirittura restano al palo, ci significa che la capacit produttiva dei lavoratori cresce di continuo mentre la loro capacit di spesa non aumenta. Pertanto, ci troveremo di fronte a un calo della domanda di merci, e quindi anche della produzione e delloccupazione. Per afferrare analiticamente quanto detto, dobbiamo riprendere il moltiplicatore della spesa autonoma (che Blanchard descrive nel cap. III) e apportare ad esso alcune modifiche. Innanzitutto ricordiamo che lequazione di equilibrio tra produzione e domanda aggregata data da Y = C + I + G e che il consumo dato da C = c0 + c (Y T). La produzione aumenter o diminuir fino ad eguagliare la spesa aggregata. Inoltre teniamo presente che il valore della produzione venduta verr distribuito sotto forma di reddito tra i capitalisti proprietari delle imprese e i lavoratori. Ricordiamo infatti che Y corrisponde non solo alla produzione, ma anche al reddito distribuito ai capitalisti e ai lavoratori che lhanno realizzata . Esprimendo il tutto in termini monetari anzich reali, possiamo quindi scrivere che i ricavi PY derivanti dalle vendite di merci saranno distribuiti ai lavoratori nellammontare WN che corrisponde al monte salari complessivo, e ai capitalisti nellammontare WN che corrisponde ai profitti calcolati come percentuale del monte salari. Dunque possiamo scrivere che PY = (1 + )WN. Per tornare poi a una espressione in termini reali, basta dividere tutto per P: Y = (1 + ) W N P

Questa equazione sembra una novit, ma se la si osserva con attenzione si scoprir che essa del tutto equivalente alla equazione dei prezzi, che conosciamo bene e che ci dice che: P = (1 + )W/A.4 Fin qui nulla di particolarmente nuovo rispetto a quanto gi studiato nei cap. III e VI di Blanchard. Ora per introduciamo una novit. Assumiamo infatti che i lavoratori e i capitalisti abbiano diverse abitudini di consumo : per ogni euro aggiuntivo disponibile sottoforma di reddito, supponiamo che i lavoratori tenderanno a consumarne una percentuale maggiore rispetto ai capitalisti, che invece possono pi facilmente permettersi di risparmiare e di accumulare. Questa ipotesi sembra condivisibile. Infatti, se il reddito di un operaio aumenta di 100 euro, probabile che questi spender buona parte di questi euro aggiuntivi. Invece, se il reddito di un capitalista aumenta di 100 euro, essendo il suo reddito gi piuttosto alto pu darsi che egli nemmeno se ne accorga, ed quindi probabile che quei 100 euro aggiuntivi rimangano fermi in portafoglio, a rimpinguare ulteriormente i risparmi. Ci significa che da ora in poi non avremo pi una generica propensione al consumo c della popolazione, ma avremo due diverse propensioni al consumo, una alta per i lavoratori cw e una bassa per i capitalisti ck, ossia cw > ck. Pertanto, ricordando che il reddito si ripartisce nel seguente modo: Y = (1 + ) W N P

dove (W/P)N va ai lavoratori e (W/P)N ai capitalisti, sottraendo a questi redditi le imposte T, e sapendo ora che questo reddito sar consumato in modi diversi dagli uni e dagli altri, possiamo riscrivere una nuova equazione del consumo:
W W C = c0 + cw N T + ck N T P P

Per semplificare lanalisi, introduciamo ora unipotesi estrema, in base alla quale i capitalisti proprietari delle imprese destinano tutti i loro redditi al risparmio e allaccumulazione e quindi non consumano alcunch, per cui la loro propensione al consumo diventa ck = 0. Di conseguenza la nuova equazione del consumo si semplifica:

4 Partiamo da Y=(1 + )WN/P. Moltiplichiamo a sinistra e a destra per P e otteniamo PY=(1 + )WN. Dividiamo a sinistra e a destra per Y e otteniamo P = (1 + )WN/Y. Ma ricordando che Y = AN noi sappiamo che N/Y corrisponde a 1/A e quindi possiamo scrivere P = (1 + )W/A. Lequivalenza dimostrata.

161
W C = c0 + c w N T P

A questo punto possiamo vedere in che modo questa novit incide sulla equazione di equilibrio tra produzione domanda e quindi anche sul moltiplicatore della spesa autonoma. Lequazione di equilibrio Y = C + I + G pu essere ora espressa nel seguente modo:
W Y = c0 + c w N T + I + G P

Ricordando che la produzione data Y = AN e quindi che N = Y/A possiamo sostituire e ottenere: W Y Y = c0 + c w T + I + G P A W Y Y = c0 + c w c wT + I + G P A W Y Y cw = c 0 + I + G c wT P A Y= 1 ( c + I + G c wT ) W 1 0 1 cw P A

Infine, ricordando che P = (1 + )W/A da cui (W/P)(1/A)=1/(1 + ), possiamo sostituire e scrivere: (1' ) Y = 1 1 1 cw 1+

( c 0 + I + G c wT )

Questa la nuova equazione della produzione di equilibrio . Il termine tra parentesi rappresenta la spesa autonoma, e la frazione fuori parentesi indica il moltiplicatore della spesa autonoma. Va notato che siamo di fronte a un nuovo moltiplicatore della spesa autonoma. La caratteristica peculiare di questo nuovo moltiplicatore che esso dipende anche dal margine di profitto e quindi dalla distribuzione del reddito tra profitti e salari. Supponiamo ad esempio che i

capitalisti godano di una posizione di forza contrattuale rispetto ai lavoratori, e quindi che gli incrementi di produttivit del lavoro siano interamente assorbiti dallincremento del mark-up . E facile notare che laumento di provoca una riduzione del termine cw (1/(1 + )), un conseguente aumento del denominatore 1 - cw (1/(1 + )), ed infine una riduzione della frazione rappresentativa del moltiplicatore: 1 1 1 cw 1+

se

E chiaro che, a parit di spesa autonoma, la riduzione del moltiplicatore far cadere la produzione Y e quindi anche loccupazione. Sul piano economico questa sequenza si spiega abbastanza semplicemente. Ricordiamo infatti la nostra ipotesi sulle abitudini di consumo: mentre i lavoratori hanno una elevata propensione a consumare i loro redditi, i capitalisti hanno una propensione al consumo minore e al limite nulla. Pertanto, se il mark-up aumenta, si verificher uno spostamento del reddito a favore dei capitalisti e a danno dei lavoratori. Ma dato che i capitalisti hanno una minor propensione a consumare, accadr che una quota maggiore del reddito rester giacente nei portafogli anzich essere spesa. Ci provocher una riduzione del moltiplicatore e quindi della produzione e delloccupazione. Il mondo di bassi salari tende dunque spontaneamente verso la crisi. ESEMPIO N. 11: laumento del margine di profitto rispetto al salario conduce a una crisi economica. Ipotizziamo che le componenti della spesa autonoma, che la propensione al consumo dei lavoratori, che il salario reale e che la produttivit del lavoro del paese considerato abbiano i seguenti valori: c 0 = 50 I = 200 G = 100 T = 100 c w = 0,5 = 1 / 2 W / P =1 A = 1,25

163 In primo luogo possiamo calcolare il mark-up spettante ai capitalisti proprietari delle imprese. Infatti, sapendo che il prezzo delle merci dato da P = (1 + )W/A, effettuando poche operazioni si ottiene che:

A 1 W /P

da cui si ricava che il margine di profitto = (1,25/1) - 1 = 0,25 = 1/4. A questo punto possiamo sostituire tutti i valori nella equazione (1), e otteniamo cos il livello di equilibrio della produzione: Y= 1 1 1 1 2 1 + 1/ 4 (50 + 200 + 100 (1 / 2)100)

Y = (1,66)(300) Y = 498 Adesso supponiamo che il progresso tecnico e lintensificazione dello sfruttamento facciano aumentare la produttivit del lavoro, che diventa A = 1,5. Inoltre, supponiamo che i lavoratori siano contrattualmente deboli e quindi che non riescano a conquistare benefici dallincremento della loro produttivit, per cui il salario reale rimane invariato a W/P = 1. Calcoliamo dunque il nuovo margine di profitto: = (1,5/1) - 1 = 0,5 = 1/2. A questo punto possiamo verificare in che modo questo mutamento incide sul moltiplicatore e sulla produzione. Sostituiamo i nuovi valori nella (1): Y= 1 1 1 1 2 1 + 1/ 2 (50 + 200 + 100 (1 / 2)100)

Y = (1,5)(300) Y = 450 Si vede chiaramente che la conquista da parte dei capitalisti di tutto lincremento di produttivit ha comportato un calo del moltiplicatore da 1,66 a 1,5 e una

conseguente diminuzione della domanda e della produzione da 498 a 450. Linterpretazione della crisi basata sui bassi salari stata dunque confermata. Pu darsi a questo punto che venga spontaneo affermare che laumento dei salari dovrebbe convenire a tutti. Ai lavoratori, ovviamente, ma anche ai proprietari delle imprese, che potrebbero in tal modo scongiurare la crisi economica. Questa conclusione tuttavia risulterebbe ingenua e fuorviante, per due motivi. In primo luogo, bisogna tener presente che i salari presentano due facce: per la singola impresa sono fonte di costi, mentre per le imprese nel loro complesso sono fonte di domanda. Ora, chiaro che ogni impresa non potr mai avere una visione dinsieme del problema dei salari. Limpresa sa infatti che per generare un aumento di domanda non basterebbe mai il solo aumento dei salari dei suoi lavoratori, ma ci vorrebbe un incremento generalizzato e contestuale dei salari da parte di tutte le imprese. Di conseguenza, la singola impresa indotta sempre a vedere le retribuzioni dei lavoratori solo come dei costi. E dunque, essa tender sistematicamente a contenerli e a schiacciarli, senza badare al fatto che facendo cos tutte le imprese, la domanda destinata a crollare. In secondo luogo, bisogna tener presente che i capitalisti proprietari delle imprese potrebbero non avere interesse alla crescita della produzione e della occupazione. Del resto, come abbiamo visto nellesempio, la crisi si verifica in concomitanza con un aumento dei margini di profitto, e quindi pu ben darsi che i capitalisti siano ben disposti a tollerare la prima pur di ottenere il secondo. Per i capitalisti potrebbe quindi essere pi importante disporre del pieno controllo dei loro capitali e dei lavoratori, rispetto alla possibilit di avere uneconomia in piena espansione nella quale siano per forti anche le rivendicazioni dei lavoratori. In particolare, se per generare una forte crescita della produzione occorre far crescere i salari reali e tener fermi i margini di profitto, probabile che molti capitalisti preferiscano uneconomia meno dinamica, purch le richieste dei lavoratori siano tenute sotto controllo e i margini di profitto possano aumentare pi facilmente. Queste due considerazioni ci fanno capire che: 1) il capitalismo in primo luogo un modo di produzione scoordinato, in cui ogni attore agisce sulla base del proprio interesse specifico, che pu anche entrare in contraddizione con linteresse collettivo; 2) il capitalismo un modo di produzione intrinsecamente conflittuale, in cui per i capitalisti pu contare molto di pi il mantenimento del potere che non la crescita della ricchezza e del benessere sociale. Tali conclusioni traggono spunto dalle opere dei grandi pensatori eterodossi, da Marx a Keynes, e in generale dai contributi degli economisti critici. Le scuole di pensiero critico ci fanno quindi capire che dalla crisi di un mondo di bassi salari non si esce semplicemente invocando un aumento dei salari . E probabile infatti che una tale invocazione cadr nel vuoto se il potere politico orientato prevalentemente alla tutela degli interessi dei detentori di capitale. Perch allora si

165 possa uscire dalla crisi di un mondo di bassi salari, necessario introdurre dei mutamenti strutturali allinterno del sistema, come ad esempio lincremento delle tutele legali e sindacali dei lavoratori, il controllo dei movimenti di capitale per impedire la loro fuga, e lintervento pubblico finalizzato alla creazione di occupazione per la produzione diretta di beni collettivi. Si tratta chiaramente di interventi che permetterebbero ai lavoratori di rafforzare la loro posizione, e quindi di esigere che gli incrementi di produttivit si traducano in aumenti salariali. Ma pi in generale tali interventi potrebbero arrivare a mettere in discussione lo stesso carattere capitalistico del modo di produzione. Lidea degli economisti critici, infatti, che la crisi economica un fenomeno connaturato al capitalismo, e che dunque non si pu sperare di scongiurarla senza puntare al superamento almeno tendenziale della organizzazione capitalistica delle relazioni economiche e sociali.