Sei sulla pagina 1di 5

Francesco Lamendola

L'ultima cittadella marxista-leninista si trova all'interno della Chiesa cattolica?


All'inizio era solo una vaga sensazione. Spesso - non sempre -, quando avevo a che fare con dei sacerdoti cattolici, prevalentemente per ragioni di tipo culturale, avvertivo in essi una profonda diffidenza nei miei confronti, nonostante la mia ingenua convinzione che, se si guarda alle cose che uniscono e non a quelle che dividono, un pezzo di strada insieme sicuramente lo avremmo potuto fare. Non riuscivo a capire. Se io - pensavo -, che sono esterno al loro mondo, non ho alcuna prevenzione nei loro confronti, anzi, nutro stima per molti di essi e sono pronto a collaborare lealmente e senza secondi fini su determinati progetti, perch mai questa ritrosia, quest'aria sfuggente nei miei confronti? Ad esempio, una suora - direttrice di una rivista missionaria - interruppe bruscamente una bella e lunga corrispondenza e non rispose pi, dopo che le ebbi ricordato che la tolleranza deve sempre funzionare nei due sensi. Una semplice coincidenza? Perch, dunque, a quel convegno sull'Africa, i padri di un certo ordine religioso avevano mostrato di non gradire troppo una libera e franca discussione, e meno ancora gli esperti da loro invitati, come quel certo antropologo, docente all'Universit di Roma, che apprezzava solo quanti la pensavano in tutto e per tutto come lui? E quel sacerdote, direttore di una certa rivista diocesana, che aveva lasciato cadere ogni occasione di collaborazione, trincerandosi dietro un sorriso pretesco, nel senso meno bello della parola? C'era qualcosa che mi sfuggiva e non capivo cosa. E quella sensazione, che poi trovava conferme sia in atti concreti sia, soprattutto, in una mancanza di atti - appunto, in un tacito rifiuto di collaborare da parte loro - diveniva pi forte quando mi trovavo in ambienti ecclesiastici con una spiccata coloritura politico-sociale progressista, ad esempio con sacerdoti che venivano da esperienze pastorali in Africa o in America Latina e che erano vicini alla cosiddetta "teologia della liberazione". Non con sacerdoti che in quelle terre vivevano e lavoravano da anni: quelli li ho conosciuti di persona, sul posto, e la stima e la simpatia reciproche sono state pressoch immediate, sempre. No: il gelo si creava con quelli che, stando in Italia, pensavano di essere i soli legittimati ad esprimere opinioni sulle situazioni sociali e spirituali di quei Paesi. A lungo mi stupii del fatto, ma lo consideravo puramente casuale; n, del resto, era di natura tale da turbare - come si suol dire - i miei sonni. Poi, un giorno, conversando con un carissimo amico cattolico, ho avuto la rivelazione: il mistero mi si chiarito e i pezzi del disordinato mosaico sono tornati ciascuno al proprio posto. In breve, questo amico - una delle persone pi limpide e intellettualmente oneste che abbia mai conosciuto - mi disse: Secondo me, la difficolt di relazionarti con quei sacerdoti ha una spiegazione molto semplice: essi hanno avvertito, di primo acchito e a fior di pelle, che tu non sei marxista; che la cultura marxista non fa parte del tuo mondo. E poich io, stupito, gli domandai: In effetti, non sono mai stato marxista. Ma perch questo dovrebbe essere un problema, per loro?, egli mi rispose: Perch, per molti preti, venire dal marxismo un biglietto di presentazione eccellente, per non dire imprescindibile. Pur con tutto quello che successo, con il fallimento del socialismo reale e il crollo dei regimi comunisti, essi continuano a vedere nella cultura marxista un valore positivo; e
1

il fatto che essa ti sia estranea, come appare evidente a chi parli con te anche solo per pochi minuti, ti squalifica ai loro occhi, li mette in guardia e li rende sospettosi, come davanti a un potenziale nemico. La cosa mi ha colpito, ma mi ha fatto riflettere; e mi sono reso conto che il mio amico aveva, quasi certamente, ragione. Si faccia attenzione che qui non stiamo parlando, genericamente, della cultura cattolica, ma proprio della Chiesa cattolica; o, per essere pi precisi, di una parte di essa. C' una parte della Chiesa cattolica che apprezza, stima, ammira la visione marxista della societ; che la considera, nel bagaglio politico e culturale di una persona, come un degno biglietto da visita; che si pone automaticamente in un atteggiamento di diffidenza nei confronti di quanti non la condividono (stavo per dire: non la professano, dato che il marxismo stato vissuto dai suoi seguaci n pi n meno che come una religione soteriologica). E questo non pi in tempi di contestazione generale, di teologie progressiste postconciliari e di cattocomunismo, ma nel primo decennio del terzo millennio: quando non solo le infamie ed i crimini dello stalinismo sono passati alla storia, ma l'intero sistema politico mondiale basato sui principi marxisti e leninisti miseramente imploso, trascinando nelle sua rovinosa caduta interi popoli e seminando vaste aree del globo di macerie, materiali e morali. La cosa pu sembrare paradossale, eppure ha tutta l'aria di essere vera: l'ultima agguerrita cittadella del marxismo-leninismo non si trova, ormai, nei piccoli partiti politici dell'estrema sinistra, sempre pi in via di estinzione, ma all'interno della Chiesa cattolica, del suo clero, delle sue riviste. C' un brano, nel libro di Vittorio Messori Pensare la storia (Edizioni Paoline, 1992, pp. 302-305), nel quale si riporta uno scambio di battute fra l'Autore e il filosofo Gianni Vattimo, che a questo proposito - merita di essere riportato: Molti, e non soltanto in Italia, considerano Gianni Vattimo, dell'Universit di Torino, uno dei filosofi pi interessanti del nostro tempo. Paradossalmente, lo giudicano uno dei pensatori pi "moderni". Dico "paradossalmente", perch Vattimo uno dei teorici pi convinti della "fine della modernit". Per lui - e per molti altri che, nel mondo, riflettono - la morte dell'idea di progresso, cuore e motore della cultura iniziata nel Settecento, ha significato la fine di quella cultura stessa e l'ingresso nella terra inesplorata del post-moderno. Non certo a caso, l'ideologia che poggi pi va - e sempre pi andr - per la maggiore, quella ecologista, basata non pi sul mito del futuro (e, dunque, del progresso) ma, al contrario, su quello del passato ( (il sogno del ritorno a un mondo incontaminato, pre-moderno). Il rosso "progressista" trascolora nel verde "reazionario": il Paradiso Terrestre non pi "avanti", ma "indietro". E non a caso, in quella dimensione rivelatrice che il gusto artistico, il prestigio dell'antico, o anche solo del vecchio non mai stato acuto come ora, sino al punto di disputarsi a colpi di miliardi qualunque opera od oggetto anche mediocre, purch "d'epoca". La spesso inconfessata disistima per il nostro tempo, accompagnata dalla stima altissima per il tempo di coloro che ci hanno preceduti provata, tra i mille esempi possibili, dall'urbanistica: la borghesia dell'Ottocento e dei primi decenni del nostro secolo, sicura della bont del progresso (e, dunque, di tutto ci che nuovo) non esitava a sventrare le citt e a ricostruire a suo giusto i centri storici. Del resto, nessuna altra epoca, prima della nostra, ebbe mai paura di demolire per riedificare. Noi, ora, tuteliamo anche i vespasiani liberty e le insegne dei negozi; pretendiamo il restauro, e il pi fedele possibile, di qualunque cosa abbia qualche decina d'anni, sicuri che ci che riedificheremmo al suo posto sarebbe peggiore. Di questo cambio di ra, di questa svolta davvero epocale, Vattimo ha preso lucidamente atto. Il suo libro pi noto (e tradotto in mezzo mondo) si chiama appunto "La fine della modernit". " finita la modernit - constata - nel momento in cui abbiamo riconosciuto che il nuovo non sempre il meglio, che conservare spesso meglio che cambiare". Vattino un ex cattolico (negli anni
2

Cinquanta, con Umberto Eco e Furio Colombo, guidava l'Azione Cattolica giovanile torinese), passato attraverso il consueto travaglio degli intellettuali del nostro tempo, prendendo anche lui sul serio ideologie come quella marxista e poi radicale, prima di accorgersi che sapevano di cadavere, che tra i segni maggiori della fine della modernit c'era giusto la fine delle ideologie. Di recente su "La Stampa" , di cui tra i collaboratori pi prestigiosi, questo agnostico che non ha cessato di osservare con attenzione il mondo religioso, ha scritto di "quelle istituzioni cariche di una storia secolare che accettano e fanno propri ideali e valori solo quando sono superati". Aggiungendo: "Oggi, per esempio, il marxismo-leninismo professato quasi esclusivamente entro la Chiesa cattolica". un'osservazione che, con ironia, Vattimo mi aveva gi anticipato in nostri precedenti incontri. E io non avevo potuto fare a meno di ricordargli la predizione di Jean Guitton: "Dei preti saranno gli ultimi che crederanno nel comunismo quando sar ormai morto e sepolto e nessun laico oser pi dirsi tale". Sembrava una battuta paradossale. E, invece, si rapidamente realizzata. Cos, non fa sorpresa, neppure scandalo, soltanto un po' di tristezza, constatare che il direttore di una rivista missionaria, un frate, si presenta come capolista , alle elezioni europee, per "Democrazia Proletaria" (e chiss chi ancora ricco solo di prole proletario - in un Occidente dove ogni coppia ha meno di un figlio; e chiss mai cosa c' da sperare da una "democrazia proletaria", dalla quale i popoli dell'Est hanno da dirci cose poco carine, dopo averla ben provata). Candidature a parte, pur vero che, mentre da decenni in Occidente e da qualche tempo anche in Italia, "comunista" un termine da archeologia della modernit ormai defunta solo in un certo mondo clericale gli ex marxisti, in crisi mortale di identit, trovano attenzione, solidariet, proposte di alleanza. Poich - come da direttive del Concilio - occorre ascoltare le "voci dei non credenti", sar forse da meditare anche quanto aggiunge Vattimo: "L'ansia della modernizzazione e dell'aggiornamento spazza come un vento potente ormai soltanto i corridoi di istituzioni in ritardo." Tra le quali mette la Chiesa., Dove, come mi diceva lo stesso filosofo in una intervista, "solo certi teologi che hanno scoperto da poco il mondo sono angosciati dall'idea di stare al passo con i tempi. I quali, per, camminano su altre strade da quelle che quei volonterosi immaginano. Cos, per questo osservatore esterno, la Chiesa doveva semmai "aggiornarsi" al momento giusto, quando il "moderno" era vincente, non negli anni Sessanta del nostro secolo mentre la modernit moriva (il '68 fu l'inizio dei lunghi funerali). Per Vattimo, quella che oggi, nella Chiesa, viene denunciata da coloro che chiama "anacronistici progressisti" come un'esecrabile "restaurazione", sarebbe invece la ricetta giusta per la nuova ra in cui entriamo e dove ci che paga - lo scoprono persino i manager americani e giapponesi per dare prestigio ai loro prodotti - la Tradizione. "Voi cattolici - mi diceva il filosofo con il suo gusto ironico - avete resistito impavidi per quasi due secoli all'assedio della modernit. Avete ceduto proprio poco prima che il mondo vi desse ragione. Se tenevate duro ancora per un po', si sarebbe scoperto che gli "aggiornati", i profeti del futuro "post-moderno" eravate proprio voi, i conservatori. Peccato. Un consiglio da laico: : se proprio volte cambiare ancora, restaurate, non riformate. tornando indietro, verso una Tradizione che tutti vi invidiavano e che avete gettato via, che sarete pi in sintonia con il mondo d'oggi, che uscirete dall'insignificanza in cui siete finiti, "aggiornandovi" in ritardo. Con quali risultati, poi? Chi avete convertito, da quando avete cercato di rincorrerci sulla strada sbagliata? Provocazioni, certo., ma non inutili, mentre si scopre che aveva ragione Simone Weil ("non le religioni, ma le rivoluzioni saranno riconosciute come l'oppio dei popoli"). E mentre intellettuali in "clergy-man" si agitano per una chiesa ancora pi moderna. ("E niente sarebbe meno moderno di una Chiesa come la vorrebbero loro", dice beffardo Vattimo, a nome di quella cultura "laica" con la quale certuni si illudono di dialogare meglio. Mentre ci che oggi interessa il "mondo" non la teologia computerizzata, ma il pellegrinaggio al santuario o l'esorcismo; non un Vangelo razionalizzato, ma lo scandalo del Mistero; non la profanit, ma il Sacro).

Mi sembra che si possa sottoscrivere la sostanza di questo ragionamento, pur muovendo da altra prospettiva di quella di Messori (e di Vattimo); poich, se non sono mai stato marxista, non sono per mai stato nemmeno un anticomunista viscerale: e mi sembra che confondere i due termini, "comunismo" e "marxismo", la dica lunga sulle semplificazioni ideologiche che stanno dietro una certa cultura cattolica "di destra"). Sottoscrivibile, per, la sostanza del ragionamento: credendo di aggiornarsi, la Chiesa cattolica ha svenduto una buona parte di ci che costituiva il suo patrimonio spirituale specifico, ossia la custodia della Tradizione; e adesso, quando il marxismo non pi figlio di nessuno - perch la vittoria ha molti figli, ma la sconfitta nessun padre -, pare proprio che i suoi ultimi, irriducibili soldati giapponesi nella giungla siano certi membri del clero. Intendiamoci: la Chiesa ha anche una dimensione profetica, ed giusto che essa ascolti la voce della profezia; cos come essa ha una dottrina sociale che non si appiattisce per niente sulla celebrazione dell'esistente, cio del capitalismo: e allora evviva i don Zeno che fondano Nomadelfia, dove il denaro abolito, ed evviva gli Zanotelli, che se ne vanno a lavorare per gli ultimi degli ultimi, ossia gli abitanti della miserabile "bidonville" di Nairobi. Per, attenzione: la Chiesa non solo profezia; e non tutte le profezie devono essere, per forza, progressive, se con questo termine si intende che esse siano basate sulla celebrazione del progresso come categoria laica, e cio in senso puramente profano e immanente. Altrimenti la profezia religiosa perde ci che essa possiede di specifico, ossia la prevalenza della dimensione del sacro, del trascendente, dell'invisibile, e si riduce a una brutta copia della profezia profana, ossia di un messaggio di salvezza basato sulla fiducia esclusiva nella dimensione umana della storia. Tipico esempio di profezia profana, divenuta addirittura religione immanente di salvezza, stato, appunto, il marxismo, come abbiamo altra volta cercato di argomentare dettagliatamente (cfr. F. Lamendola, Il marxismo e il suo esito fallimentare: quale la sua eredit nell'epoca della tecnologia?, consultabile sempre sul sito di Arianna Editrice e su quello dell'Associazione Ecofilosofica). E questa dimensione salvifica ed escatologica del marxismo , per l'appunto, il "trait d'union" fra esso e certi membri della Chiesa cattolica: quelli che sembrano essersi dimenticati della dimensione trascendente della profezia e tendono a ridurla ad annuncio di salvezza immanente. Magari con il mitra in mano, come fece Camilo Torres, in Colombia, all'epoca della teologia della liberazione. Intendiamoci: vi sono situazioni sociali e politiche, nell'America Latina e altrove, che gridano vendetta al cielo: con i latifondisti che spadroneggiano ancora come signorotti feudali e si servono degli "squadroni della morte" per reprimere nel sangue ogni sacrosanto anelito dei contadini ad un minimo di giustizia terrena. Soltanto, ci domandiamo: compito della Chiesa cattolica quello di predicare la rivoluzione sociale e politica? La questione non , si badi, comunismo s o comunismo no: perch l'ideologia sociale della Chiesa stata per secoli e secoli il comunismo, e negarlo (ecco il punto debole di posizioni come quella di Vittorio Messori) significa chiudere gli occhi davanti agli aspetti della storia che non piacciono a qualcuno. Basta leggere gli Atti degli Apostoli per rendersi conto che le prime comunit cristiane si organizzavano in senso comunistico (e senza alcuna indulgenza per i trasgressori: vedi l'episodio di Anania e Saffira). Del resto, il canonista e teologo medievale Graziano, nel suo Decretum, non aveva forse affermato: Communis enim usus omnium quae sunt in hoc mundo omnibus hominibus esse debuit? Sono parole abbastanza chiare, per chi le voglia intendere. Ma il punto un altro. Il punto se rientri fra i compiti e le finalit della Chiesa quello di predicare un cambiamento economico-sociale mediante i mezzi della lotta politica, compresa la conquista violenta del potere; o se ci - per quanto dettato da buone intenzioni - non costituisca un tradimento della sua natura e della sua missione. I casi sono due: o si crede o non si crede che Dio guida la storia.

S, dicono i preti comunisti: per aiutati che Dio ti aiuta; se la giustizia tarda troppo a venire, meglio dare una piccola spinta alla divina Provvidenza. Anche Marx pensava che la giustizia avrebbe trionfato, perch - da buon discepolo di Hegel riteneva che tutto ci che razionale anche reale, per cui "verum et factum convertuntur". Anche lui, per, era impaziente: perch aspettare il Regno della Giustizia domani, quando possiamo averlo gi oggi? Cos, contraddicendo la sua certezza che il proletariato avrebbe trionfato in seguito all'autodistruzione della borghesia, lo incitava a non perder tempo e a ribellarsi subito, senza pi attendere neanche un minuto. Non vero che Marx era ateo: nessun ebreo lo mai veramente (valga per tutti il caso di Freud); e, se crede di esserlo, trasferisce in qualche principio di quaggi le caratteristiche del Dio trascendente. Cos, esaminando bene le rispettive premesse ideologiche, appare addirittura scontato che certi preti sono destinati a incontrarsi con il marxismo e a divenire dei marxisti ancora pi rocciosi e tetragoni di quelli "laici". Prova ne sia che, mentre il marxismo praticamente scomparso ovunque come ideologia politica, ci sono ancora numerosi preti che pensano, sentono e sperano da perfetti marxisti-leninisti. Rispettiamo la loro posizione dal punto di vista umano, ma troviamo che essa sia contraddittoria e incoerente dal loro punto di vista, ossia quello ecclesiale. Le cose vanno bene allorch, in una societ, si confrontano posizioni diverse, ciascuna portando avanti - con coerenza e con chiarezza - le proprie convinzioni. Ma oggi, per un senso malinteso di libert che si traduce, di fatto, nella confusione pi totale e nella demagogia pi sfrenata, ci sono troppi individui e troppe istituzioni che non fanno il proprio mestiere, ma quello che spetterebbe ad altri; n si deve chiamare ci con i nomi ingannevoli di pluralismo e di apertura. Pluralismo ed apertura culturale sono cose bellissime, ma non possono nascere dal pasticcio derivante da uno scambio di ruoli; al contrario, sono possibili e auspicabili quando ciascuno porta avanti il proprio progetto, presentandosi francamente per quello che . La collaborazione nasce dalla logica dei distinti che si confrontano da posizioni diverse, non dalla Babele dei diversi che si mescolano in un guazzabuglio inestricabile, annacquando le differenze e, addirittura, invertendo i propri ruoli.