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Centro studi e documentazione sulla criminalit mafiosa

Centro studi e documentazione sulla criminalit mafiosa Rocco Chinnici e Giovanni Falcone
Associazione Zaleuco onlus 2010

Saggi e contributi - Galleria Chiesa e mafia Letteratura e mafia La mafia presente nella letteratura siciliana. Ricordarlo quasi superfluo. Il problema di vedere che rappresentazione della mafia stata veicolata attraverso la letteratura e soprattutto che scelte politiche sono state agganciate alle rappresentazioni letterarie e quali obiettivi politici e culturali sono stati veicolati attraverso le chiavi di lettura prescelte. Si scontrano e si intrecciano due linee interpretative, una delle quali tesa a rappresentare la nobilt e la tradizione alta che nella storia e nella cultura siciliana vengono incarnate dal mafioso: uomo coraggioso, virile, dallincedere maestoso, un concentrato di virt maschili riverberate sullorganizzazione allinterno della quale gli uomini di questo genere si ritrovano come affiliati; laltra che pone laccento sulla realt storica del mafioso, braccio armato dei ceti proprietari, assunto per punire, se necessario anche con lomicidio, coloro i quali detengono propriet terriere e beni in una Sicilia povera. chiaro che dalla Sicilia agricola dellOttocento si passa nel corso dei decenni alla Sicilia di oggi. Ma queste chiavi di lettura vengono usate ancora nelle mutate condizioni dellisola. Ai proprietari terrieri fondatori della mafia si sono aggiunti industriali, professionisti, banchieri, ecc. Per il resto tutto come prima: il modello si dimostrato vincente: perch cambiarlo? Iniziamo con un racconto di Giovanni Verga, tratto da Novelle sparse. Giovanni Verga

La chiave d'oro
A Santa Margherita, nella casina del Canonico stavano recitando il rosario, dopo cena, quando allimprovviso si ud una schioppettata nella notte. Il Canonico allib, colla coroncina tuttora in mano, e le donne si fecero la croce, tendendo le orecchie, mentre i cani nel cortile abbaiavano furiosamente. Quasi subito rimbomb unaltra schioppettata di risposta nel vallone sotto la Rocca.Ges e Maria, che sar mai? esclam la fante sulluscio della cucina. Zitti tutti! esclam il Canonico, pallido come il berretto da notte. Lasciatemi sentire. E si mise dietro limposta della finestra. I cani si erano chetati, e fuori si udiva il vento nel vallone. A un tratto riprese labbaiare pi forte di prima, e in mezzo, a brevi intervalli, si ud bussare al portone con un sasso. Non aprite, non aprite a nessuno! gridava il Canonico, correndo a prendere la carabina al capezzale del letto, sotto il crocifisso. Le mani gli tremavano. Poi, in mezzo al baccano, si ud gridare dietro il portone: Aprite, signor Canonico; son io, Surfareddu! E come finalmente il fattore dal pianterreno esc a chetare i cani e a tirare le spranghe del portone, entr il camparo, Surfareddu, scuro in viso e con lo schioppo ancora caldo in mano. Che c, Grippino? Cos successo? chiese il Canonico spaventato. C, vossignoria, che mentre voi dormite e riposate, io arrischio la pelle per guardarvi la roba rispose Surfareddu. E raccont comera successo, in piedi, sulluscio, dondolandosi alla sua maniera. Non poteva pigliar sonno, dal gran caldo, e sera messo un momento sulluscio della capanna, di l, sul poggetto, quando aveva udito rumore nel vallone, dove era il frutteto, un rumore come le sue orecchie sole lo conoscevano, e la Bellina, una cagnaccia spelata e macilenta che gli stava alle calcagna. Bacchiavano nel frutteto, arance e altre frutta; un fruscio che non fa il vento; e poi ad intervalli silenzio, mentre empivano i sacchi. Allora aveva preso lo schioppo daccanto alluscio della capanna, quel vecchio schioppo a pietra con la canna lunga e i pezzi dottone che aveva in mano. Quando si dice il destino! Perch quella era lultima notte che doveva stare a Santa Margherita. Sera licenziato a Pasqua dal Canonico, damore e di accordo, e il primo settembre doveva andare dal padrone nuovo, in quel di Vizzini. Giusto il giorno avanti sera fatta la consegna di ogni cosa col Canonico. Ed era lultimo di agosto: una notte buia e senza stelle. Bellina andava avanti, col naso al vento, zitta, come laveva insegnata lui. Egli camminava adagio adagio, levando i piedi alti nel fieno perch non si udisse il fruscio. E la cagna si voltava ad ogni dieci passi per vedere se la seguiva. Quando furono al vallone, disse piano a Bellina: Dietro! e si mise al riparo di un noce grosso. Poi diede la voce: Ehi!
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Una voce, Dio liberi diceva il Canonico, che faceva accapponar la pelle quando si udiva da Surfareddu, un uomo che nella sua professione di camparo aveva fatto pi di un omicidio. Allora rispose Surfareddu, allora mi spararono addosso a bruciapelo, panf! Per fortuna che risposi al lampo della fucilata. Erano in tre, e udii gridare. Andate a vedere nel frutteto, che il mio uomo devesserci rimasto. Ah!, coshai fatto, scellerato! esclamava il Canonico, mentre le donne strillavano fra di loro. Ora verranno il giudice e gli sbirri, e mi lasci nellimbroglio! Questo il ringraziamento che mi fate, vossignoria? rispose brusco Surfareddu. Se aspettavano a rubarvi sinch io me ne fossi andato dal vostro servizio, era meglio anche per me, che non ci avrei avuto questaltro che dire con la giustizia. Ora vattene ai Grilli, e d al fattore che ti mando io. Domani poi ci avrai il tuo bisogno. Ma che nessuno ti veda, per lamor di Dio, ora ch tempo di fichidindia, e la gente tutta per quelle balze. Chiss quanto mi coster questa faccenda; che sarebbe stato meglio tu avessi chiuso gli occhi. Ah, no, signor Canonico! Finch sto al vostro servizio, sfregi di questa fatta non ne soffre Surfareddu! Loro lo sapevano che fino al 31 agosto il custode del vostro podere ero io. Tanto peggio per loro! La mia polvere non la butto via, no! E se ne and con lo schioppo in spalla e la Bellina dietro, chera ancora buio. Nella casina di Santa Margherita non si chiuse pi occhio per quella notte, pel timore dei ladri e il pensiero di quelluomo steso a terra l nel frutteto. A giorno chiaro, quando cominciarono a vedersi dei viandanti sulla viottola dirimpetto, nella Rocca, il Canonico, armato sino ai denti e con tutti i contadini dietro, si arrischi ad andare a vedere quel chera stato. Le donne strillavano: Non andate, vossignoria! Ma appena fuori del cortile si trovarono fra i piedi Luigino, che era sgattaiolato fra la gente. Portate via questo ragazzo grid lo zio canonico. No! Voglio andare a vedere anche io! strillava costui. E dopo, finch visse, gli rimase impresso in mente lo spettacolo che aveva avuto sotto gli occhi cos piccolo. Era nel frutteto, fatti pochi passi, sotto un vecchio ulivo malato, steso per terra, e col naso color fuliggine dei moribondi. Sera trascinato carponi su di un mucchio di sacchi vuoti ed era rimasto l tutta la notte. I suoi compagni nel fuggire serano portati via i sacchi pieni. L presso cera un tratto di terra smossa colle unghie e tutta nera di sangue. Ah! signor Canonico biascic il moribondo. Per quattro ulive mhanno ammazzato! Il Canonico diede lassoluzione. Poscia, verso mezzogiorno, arriv il giudice con la forza, e voleva prendersela col Canonico, e legarlo come un mascalzone. Per fortuna che cerano tutti i contadini e il fattore con la famiglia testimoni. Nondimeno il giudice si sfog contro quel servo di Dio che era una specie di barone antico per le prepotenze, e teneva al suo servizio degli uomini come Surfareddu per campari, e faceva ammazzar la gente per quattro ulive. Voleva consegnato lassassino morto o vivo, e il Canonico giurava e spergiurava che non ne capiva nulla. Tanto che un altro po il giudice lo dichiarava complice e mandante, e lo faceva legare ugualmente dagli sbirri. Cos gridavano e andavano e venivano sotto gli aranci del frutteto, mentre il medico e il cancelliere facevano il loro ufficio dinanzi al morto steso sui sacchi vuoti. Poi misero la tavola allombra del frutteto, pel caldo che faceva, e le donne indussero il signor Giudice a prendere un boccone perch cominciava a farsi tardi. La fantesca si sbracci: maccheroni, intingoli dogni sorta, e le signore stesse si misero in quattro perch la tavola non sfigurasse in quelloccasione. Il signor Giudice se ne lecc le dita. Dopo, il cancelliere rimosse un po la tovaglia da una punta, e stese in fretta dieci righe di verbale, con la firma dei testimoni e ogni cosa, mentre il Giudice pigliava il caff fatto apposta con la macchina, e i contadini guardavano da lontano, mezzo nascosti fra gli aranci. Infine il Canonico and a prendere con le sue mani una bottiglia di moscatello vecchio che avrebbe risuscitato un morto. Quellaltro intanto lo avevano sotterrato alla meglio sotto il vecchio ulivo malato. Nellandarsene il Giudice grad un fascio di fiori dalle signore, che fecero mettere nelle bisacce della mula del cancelliere due bei panieri di frutta scelte; e il Canonico li accompagn sino al limite del podere. Il giorno dopo venne un messo del Mandamento a dire che il signor Giudice avea perso nel frutteto la chiavetta dellorologio, e che la cercassero bene che doveva esserci di certo. Datemi due giorni di tempo, che la troveremo fece rispondere il Canonico. E scrisse subito a un amico di Caltagirone perch gli comprasse una chiavetta dorologio. Una bella chiave doro che gli cost due onze, e la mand al signor Giudice dicendo: questa la chiavetta che ha smarrito il signor Giudice? questa, sissignore rispose lui: e il processo and liscio per la sua strada, tantoch sopravvenne il Sessanta, e Surfareddu torn a fare il camparo dopo lindulto di Garibaldi, sin che si fece ammazzare a sassate in una rissa con dei campari per certa questione di pascolo. E il Canonico, quando tornava a parlare di tutti i casi di quella notte che gli aveva dato tanto da fare, diceva a proposito del Giudice dallora: Fu un galantuomo! Perch invece di perdere la sola chiavetta, avrebbe potuto farmi cercare anche lorologio e la catena. Nel frutteto, sotto lalbero vecchio dove sepolto il ladro delle ulive, vengono cavoli grossi come teste di bambini. Da sottolineare un solo elemento: il giudice manda un messaggio preciso, che il prete capisce benissimo: lo smarrimento della chiave dellorologio. I due protagonisti si capiscono anche perch hanno radici nella stessa fetta di societ e rappresentano interessi condivisi. Nella Sicilia dellOttocento studiavano soltanto i figli dei proprietari terrieri e solo dalle loro file potevano trarre origine coloro i quali avrebbero amministrato la giustizia. chiaro che il
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diritto alla propriet terriera non era precluso a chi aveva scelto di fare il giudice, lavvocato, il politico, ecc., anche per loro, nella veste di proprietari, i campieri erano servitori preziosi, la cui impunit doveva essere garantita nellinteresse del ceto proprietario tutto. Altra notazione: la ferocia del prete che nega allassassinato la sepoltura nel Camposanto. Un ladro assassinato per un pugno di olive da quel tipo di prete mafioso non viene ritenuto n uomo degno di sepoltura, n cristiano che sebbene assolto, e quindi mondo da ogni peccato, abbia il diritto di riposare in un cimitero. Particolare atroce, giudice e prete fanno tutto ci sapendo che decine di persone (le serve del prete, i contadini del villaggio, il cancelliere del Tribunale, gli occhi innocenti dei bambini) conoscono la verit e assistono e fotografano ci che accade. come se questi esseri umani non avessero n voce n diritti e dovessero essere istruite fin dallinfanzia su chi comanda, sul come si comanda e su quali pene debbono essere inflitte a chi osa ribellarsi agli ordini imposti. Il prete non a caso, accanto al crocefisso, tiene appeso al chiodo la carabina. Riesce a conciliare il diavolo e lacqua santa pur di mantenere integro il proprio patrimonio.

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