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ai miei genitori

INDICE

PRESENTAZIONE p. 4

- PRIMA PARTE -
GENESI DELLO STATUTO DEI LAVORATORI

Introduzione alla I parte p. 9

Capitolo 1. Tra rigoglio democratico e costituzione mancata p. 12

Capitolo 2. Gli anni ‘50


2.1. Premessa p. 28
2.2. Efficienza tecnica, sviluppo economico e repressione antioperaia p. 30
2.3. Il primo progetto di Statuto dei lavoratori: linea costituzionalista e origine di p. 42
quella riformista

Capitolo 3. Gli anni ‘60


3.1. Premessa p. 58
3.2. Miracolo economico e ripresa del conflitto operaio p. 59
3.3. L’avvento del centro-sinistra p. 71
3.4. Statuto e governi Moro negli anni ’60 p. 79

Capitolo 4. Il sessantotto, l’autunno caldo e la legge n. 300/1970


4.1. Premessa p. 92
4.2. La febbrile opera di Giacomo Brodolini e il disegno di legge del governo Rumor p. 93
4.3. “Tuoni a sinistra”. La crisi sociale dello Statuto p. 101
4.4. Autunno caldo e dibattito parlamentare: lo Statuto è legge p. 115

- SECONDA PARTE -
SVILUPPO STORICO DELLO STATUTO DEI LAVORATORI

Introduzione alla II parte p. 129

Capitolo 1. Gli anni ‘70


1.1. Premessa p. 131
1.2. Il contesto politico e sindacale del decennio p. 132
1.3. L’affermazione dello Statuto tra uso alternativo e razionalizzazione p. 158

Capitolo 2. Gli anni ‘80


2.1. Premessa p. 184
2.2. La vicenda dei 61 licenziamenti alla Fiat alla vigilia della crisi del garantismo p. 185
nei luoghi di lavoro
2.3. Verso una società post-industriale. Produzioni post-fordiste e crisi politico- p. 204
sindacale della classe operaia.
2.4. Un diritto del lavoro che cambia. Lo Statuto alterato p. 235

2
Capitolo 3. Gli anni ‘90
3.1. Premessa p. 270
3.2. Il diritto del lavoro tra crisi della subordinazione e affermazione del post- p. 272
fordismo
3.3. Dalla crisi della “I Repubblica” ai nuovi progetti post-fordisti sui diritti dei p. 289
lavoratori
3.4. Lo “Statuto dei lavori” tra conflitto e dialogo sociale p. 324
3.5. Possibili scenari futuri p. 348

Appendice p. 354

Bibliografia p. 390

Sitografia p. 398

Riepilogo abbreviazioni riviste e quotidiani consultati p. 398

Ringraziamenti p. 400

3
PRESENTAZIONE

Questo lavoro nasce dall’esigenza di ripercorrere le vicende più significative

della storia del movimento dei lavoratori e delle organizzazioni politiche e

sindacali che storicamente sono emerse attorno ad esso. Tale esigenza riaffiora

oggi alla luce dei grandi mutamenti socio-economici che il sistema capitalista del

nostro paese sta attraversando. Un processo avviato tra la fine degli anni ‘70 e

l’inizio degli anni ’80 e che nel 2006 sembra ancora in atto. Da allora si sono

aperte le porte al capitalismo post-industriale e a un nuovo sistema produttivo che

ha rovesciato il modello di sviluppo economico basato sulla grande impresa

taylor-fordista. Ciò ha avuto conseguenze generalizzate su tutto il tessuto sociale,

poiché il nuovo contesto socio-economico ha rapidamente trasformato il modo di

lavorare e la gestione della forza lavoro, i conflitti sociali attorno al fattore lavoro

e dunque lo stesso concetto di “cittadinanza industriale” con cui si sono misurate

le organizzazioni politiche e sindacali per più di un secolo. Queste ultime, nate e

sviluppatesi nel corso degli anni attorno figura social-tipica dell’operaio massa

subordinato a vita e a tempo pieno, sono state seriamente messe in crisi e oggi

sembrano ristrutturarsi difficilmente sulla base di paradigmi totalmente diversi.

Si è scelto di analizzare tale processo, connettendolo direttamente alla legge

che più di tutte ha rappresentato lo sviluppo e il declino del movimento dei

lavoratori. Infatti un punto di vista molto efficacie per comprendere la genesi e lo

sviluppo attuale del capitalismo post-fordista italiano e le conseguenze sul

movimento operaio e sindacale, può essere la crisi che il diritto del lavoro sta

attraversando da ormai un ventennio. Il sistema normativo lavorista infatti nasce e

si sviluppa proprio per introdurre nel nostro ordinamento giuridico, sanzioni

4
normative volte ad assistere il lavoratore subordinato tradizionale emerso dalla

crescita socio-economica basato sulla grande fabbrica taylor-fordista. Con

l’avvento della democrazia repubblicana e il dispiegarsi di una maturo sistema

produttivo, la disciplina giuslavorista approfondì il proprio intervento bilanciando

la debolezza contrattuale del lavoratore subordinato di fronte alla controparte

datoriale e attuando così i principi di democrazia economica e sociale sanciti nella

Costituzione. Una debolezza sociale, quella delle classi lavoratrici, emersa gia ai

tempi della prima rivoluzione industriale e sviluppatasi successivamente grazie

all’imporsi delle organizzazioni politiche e sindacali del movimento operaio come

soggetti perno del sistema socio-economico, capaci di autotutela collettiva e

dunque meritevoli di tutela legislativa secondo i principi inseriti successivamente

nella Carta costituzionale. Tale processo normativo fu caratterizzato dalla

previsione in capo al lavoratore subordinato di diritti fondamentali individuali, di

una regolamentazione dei sistemi di autodifesa collettiva e sindacale e nello stesso

tempo di una serie di doveri e di limiti al potere datoriale nei luoghi di lavoro. Il

processo di giuridificazione del rapporto di lavoro in questo senso, ha avuto nella

legge n. 300 del 1970, denominata Statuto dei lavoratori, l’espressione più

calzante allo sviluppo della disciplina giuslavorista poiché, dopo anni di

intollerabile violazione dei principi costituzionali, la democrazia passava i cancelli

delle fabbriche ed entrava anche nei luoghi di lavoro. In questo senso lo sviluppo

storico del diritto lavoro è, più di ogni altra branca del diritto, fortemente

intrecciato alle vicende politiche e sociali della storia d’Italia, ai conflitti attorno al

fattore lavoro e coinvolto nelle dinamiche storiche delle organizzazioni che

rappresentano gli interessi politici, sindacali ed economici della società capitalista.

5
Lo Statuto è quindi una utilissima cartina tornasole per analizzare i mutamenti

politici, sindacali e culturali dell’assetto socio-economico del capitalismo in

mutamento, proprio perché esso ebbe la pretesa di regolare i conflitti più intimi a

un determinato modello di sviluppo socio-economico.

Con la crisi dell’industrialismo taylor-fordista e con il progressivo passaggio

da una “società del Lavoro” a quella “dei lavori”, la figura tipica del lavoratore

subordinato a tempo pieno e indeterminato è gradualmente entrata in crisi,

facendo emergere nuove e stratificate configurazioni del rapporto di lavoro non

facilmente riconducibili ad un'unica fattispecie d’intervento normativo. Lo

Statuto, in questo contrasto è sembrato sempre più spesso non aderente alla realtà

in continua trasformazione. Già dai primi anni di applicazione della legge 300,

questa fu bersaglio di critiche aspre da parte datoriale e ciò per il semplice fatto

che più di ogni altra legge della Repubblica era aderente al contesto socio-

economico, intensamente efficace e di conseguenza ben presto diventò una legge

simbolo per il movimento operaio e da opposte visioni per i ceti produttivi.

Parallelamente allo sviluppo dei mutamenti socio-economici e politico-sindacali,

la forte efficacia giuridica e simbolica conquistata dallo Statuto, fu prima a livello

politico messa in discussione e successivamente a livello giuridico spesso

aggirata. Con il dispiegarsi del capitalismo post-fordista, nel corso della seconda

metà degli anni ’90, il processo di “fuga” dallo Statuto fece emergere nuovi

approcci di politica del diritto e di politica legislativa sui diritti dei lavoratori. In

questo senso alcune delle vicende politiche e sindacali delle ultime due legislature

non sono altro che la conseguenza di tali nuovi approcci.

6
Si è scelto di trattare la storia dello Statuto consapevoli che ripercorrerla

significa rintracciare i tratti fondamentali della storia politica, sindacale e socio-

economica degli ultimi anni e in un certo senso far riflettere, non solo sul futuro

della politica del diritto e di quella legislativa, ma anche più in generale sul futuro

dei diritti dei lavoratori e sulle nuove prospettive del movimento sindacale nella

fase attuale. Ma è impossibile analizzare le vicende recenti e attuali dello Statuto,

dei diritti dei lavoratori e di conseguenza del movimento sindacale, senza

rintracciare la genesi della legge n. 300. Senza ricostruire una “genealogia” dello

Statuto, cioè i fattori politico-sindacali e socio-economici che hanno portato al

provvedimento legislativo, si rischierebbe un’analisi parziale del suo sviluppo

successivo. Il lavoro è quindi diviso in due parti principali: nella prima parte viene

proposto uno schema interpretativo della genesi dello Statuto dei lavoratori,

mentre nella seconda si ripercorreranno gli sviluppi storici successivi. I “geni”

dello Statuto, come vedremo, vanno necessariamente rintracciati nella lotta di

liberazione e nella Costituzione Repubblicana. Le sorti dei diritti dei lavoratori

infatti furono legate all’annoso ritardo con cui vennero applicati i diritti

costituzionali nei luoghi di lavoro. Solo con il miracolo economico, la ripresa del

conflitto sociale e sindacale e il superamento del centrismo di governo, venne

varata una legge del tutto diversa dalla prima proposta che risale addirittura al

1952. Gli stessi anni ’70, in cui ci fu l’affermazione politica e giuridica dello

Statuto, sono indispensabili per poi proseguire nella narrazione delle vicende

storiche della crisi, apertasi tra il ’79 e ’80 e sviluppatasi fino ai giorni nostri. Lo

Statuto sarà prima messo in discussione dal contesto politico-sindacale e

successivamente alterato e modificato parzialmente dai mutamenti socio-

7
economici. La portata simbolica e giuridica della legge fu quindi intaccata

notevolmente, tanto da suggerire un superamento della legge o, negli ambienti più

vicini al movimento organizzato dei lavoratori, una estensione della sua logica o

un integrazione con altri provvedimenti.

8
Introduzione alla I Parte
“Tutta l’esperienza storica, non soltanto la nostra,
dimostra che la democrazia c’è nella fabbrica e c’è
anche nel paese e, se la democrazia è uccisa nella
fabbrica non può sopravvivere nel paese.
Noi dobbiamo difendere la democrazia nella
fabbrica, il che non vuol dire che vogliamo sottrarre
i lavoratori a ogni disciplina di carattere produttivo-
professionale, no, il lavoratore deve compiere il
proprio dovere nell’azienda, non deve distrarsi dai
propri doveri, ma nelle ore libere dal lavoro ha il
diritto, anche all’interno dell’azienda, di conservare
le sue idee, di propagandarle di diffondere la stampa
che vuole, di svolgere il lavoro sindacale, in una
parola deve essere considerato un uomo libero, non
uno schiavo.”

Giuseppe Di Vittorio,
III Congresso CGIL, Napoli 1952.

In questa prima parte del lavoro verrà rintracciata la genesi dello Statuto dei

lavoratori. Si cercherà quindi di ricostruire una sorta di genealogia della legge

300, che riesca a rintracciare negli eventi storici che vanno dal varo della

Costituzione all’approvazione nel maggio 1970, i “geni” politici, sindacali e

socio-economici che hanno reso necessario l’adozione del provvedimento. Lo

Statuto, infatti, è il risultato normativo di diversi “geni”, che vanno dall’emergere

di un determinato modello di sviluppo economico e di organizzazione del lavoro,

alle conseguenti nuove forme organizzative del fenomeno sindacale, dall’opera e

dalle ideologie di giuslavoristi ed operatori del diritto, all’assunzione di un preciso

impegno di riforma sociale a livello politico, come anche degli straordinari eventi

di conflittualità operaia nella fine degli anni sessanta. Elementi che, dalla

Liberazione al ’70, hanno avuto propri percorsi di sviluppo, ma che si sono anche

influenzati o sono stati causa l’uno dell’altro. Per questo si è deciso di trattare

9
l’argomento, ripercorrendo gli eventi politici, sindacali e socio-economico, che

vanno dalla lotta di Liberazione e dal varo del testo Costituzionale, ai primi anni

della conflittualità permanente e dell’approvazione dello Statuto. Infatti se è vero

che con lo Statuto la Costituzione entra nelle fabbriche italiane, è vero anche che

rintracciarne la genesi significa necessariamente partire dal contesto storico in cui

è nata la Carta costituzionale. Un approccio metodologico, confermato dal fatto

che la prima proposta di Statuto può essere individuata già nel 1952 con la

proposta Di Vittorio, quindi quasi venti anni prima della sua approvazione. Le

ragioni del ritardo sono molteplici e iscritte negli eventi della nostra storia

repubblicana. Per questo il lavoro verrà diviso in quattro capitoli relativi alle

diverse fasi storiche prese in esame. Nel primo, si cercherà non solo di rinvenire la

condizione operaia e i diritti dei lavoratori durante e negli anni successivi alla

Liberazione dal nazifascismo, ma di analizzare anche le norme e il ruolo che i

diritti dei lavoratori hanno avuto in sede costituente.

Nel secondo capitolo tratteremo della grave repressione antioperaia dovuta al

primo sviluppo economico degli anni ’50, che comportò un sensibile arretramento

dei diritti dei lavoratori nei luoghi di lavoro. Nello stesso capitolo sarà dato largo

spazio tanto alle denuncie di violazione dei diritti costituzionalmente riconosciuti,

quanto alle prime proposte d’intervento di sindacati e giuslavoristi, che proprio in

quegli anni andavano elaborando le basi teoriche della legge 300.

Nel terzo capitolo svilupperemo il lavoro, ripercorrendo gli eventi sindacali e

politici causati dallo straordinario boom economico a cavallo ’50 e decennio ’60

(ritorno alla fabbrica e avvento del centro-sinistra) che daranno ulteriore impulso

10
alle elaborazioni giuridiche d’intervento in materia di diritti dei lavoratori

subordinati nel contesto di produzione taylor-fordista.

Nell’ultimo capitolo verranno descritti i due momenti essenziali che hanno

dato impulso all’approvazione dello Statuto: la straordinaria stagione di

conflittualità nelle fabbriche che và dalla fine del ’67 all’autunno caldo ’69 e

l’importante opera politica del ministero del lavoro presieduto dal socialista

Giacomo Brodolini che redasse la prima proposta di legge del governo del centro-

sinistra. Inoltre vedremo come lo stesso provvedimento del governo, venne

criticato da giuristi, partiti e dalla stessa mobilitazione operaia e come questo fu,

in sede parlamentare, approvato con rilevanti aggiustamenti.

11
CAPITOLO I

TRA RIGOGLIO DEMOCRATICO E COSTITUZIONE

MANCATA

L’economia italiana nei tre anni successivi all’armistizio era fortemente in

crisi e il tessuto produttivo presentava gravi problemi per le distruzioni provocate

dalla guerra, così che la produzione nazionale si era ridotta a meno della metà

della fine degli anni ’30. La classe imprenditoriale della ricostruzione era

profondamente divisa. Oltre ad una notevole differenza tra imprenditori agricoli e

industriali, la stessa industria, al suo interno, presentava una notevole

disomogeneità. Il tessuto produttivo rimasto era infatti composto da una parte da

un gran numero di piccole imprese e dall’altra da un numero ristretto di grandi

unità produttive. Inoltre notevoli differenze riguardo a concentrazione di capitali e

capacità tecnologica, si riscontravano anche tra i settori dominanti dell’industria

italiana, cioè il settore della meccanica e della chimica, come anche in quelli

idroelettrico, alimentare e tessile. In generale, già in questi anni, emergeva la

grande divisione che si sarebbe sviluppata durante gli anni del boom economico,

cioè quello tra progressisti e conservatori. I primi, in minoranza, erano convinti

che la propria sopravvivenza sarebbe dipesa da un ampio programma di

razionalizzazione e di riconversione postbellico. I secondi erano agguerriti nel

proteggere le proprie posizioni di vantaggio date dall’effettivo monopolio in cui

operavano.

La sostanziale divisione interna veniva meno quando si trattava di difendere i

più generali interessi di classe, sia rispetto al mondo del lavoro sia nei riguardi

delle nascenti istituzioni repubblicane. Infatti già dopo l’insurrezione, il fronte

12
imprenditoriale si ritrovò fortemente compatto nel difendersi dalle aspirazioni del

movimento operaio e dei partiti della sinistra. Tutti erano concordi nel ristabilire

l’autorità padronale a scapito delle richieste di partecipazione proletaria alla

produzione e di libertà politica e sindacale in fabbrica. Scongiurato il rischio di

epurazione per chi aveva collaborato con il fascismo, gli obbiettivi generali della

Confindustria in questo periodo si potevano riassumere in due punti essenziali:

ripristino dell’autorità imprenditoriale in fabbrica nella completa libertà di

controllo sul lavoro salariato e totale autonomia rispetto alla pianificazione statale

della produzione.

Riguardo ai rapporti con il mondo del lavoro la prima conseguenza fu il

ripristino della facoltà di licenziare lavoratori, grazie all’abolizione di un

provvedimento risalente all’aprile ‘45 promosso e ottenuto dal CLNAI e

appoggiato dagli Alleati1, che aveva proclamato illegale ogni licenziamento.

“Secondo gli industriali questa situazione eccezionale doveva finire immediatamente, dal
momento che nessuna seria ricostruzione avrebbe potuto aver luogo fintanto fossero stati costretti
a pagare lavoratori improduttivi”2.

La libertà sindacale a livello aziendale ebbe una sorte analoga: gli imprenditori

non avrebbero tollerato nessuna possibilità negoziale a livello aziendale,

rimandando ai contratti nazionali, negoziati a livello centrale, la fissazione di

salari e differenziali. Per questo gli istituti nati dalla mobilitazione operaia

(Consigli di Gestione e CLN d’Azienda) erano fortemente osteggiati e ritenuti

1
Gli Alleati appoggiarono immediatamente il provvedimento per il timore di rivolte armate dei
disoccupati.
2
P. Ginsborg. Storia d’Italia dal dopoguerra ad oggi: società e politica dal 1943-1988, Torino,
Einaudi, 1989, p. 94.

13
pericolosi da tutte le componenti della Confindustria guidata in quegli anni da

Angelo Costa. Le parole di Costa in merito furono emblematiche:

“un bravo tornitore od un bravo meccanico potrà darmi dei consigli per la sua
specializzazione, ma non vedo cosa possa dirmi in materia finanziaria[…] la funzione di controllo
è lesiva del principio di autorità perché è il superiore che controlla l’inferiore, mai l’inferiore che
controlla il superiore”3.

Unico istituto fatto salvo furono le Commissioni Interne (CI) già ricostituite

nel ’43 dall’accordo tra il commissario dell’associazione degli industriali

Giuseppe Mazzini e il socialista Bruno Buozzi. Le stesse CI ebbero tuttavia un

forte ridimensionamento per via di un accordo interconfederale stipulato il 7

agosto del ’47. L’accordo definiva le prerogative e i diritti dei commissari interni,

rendendo decisamente più limitati i poteri che questi avevano conquistato fino a

quel momento4.

Per quanto riguarda il loro atteggiamento verso lo Stato, questo fu di grande

diffidenza. Gli industriali rifiutavano ingerenze che potessero prefigurare un

assetto produttivo pianificato, ciò per via del rafforzamento delle compagini

politiche e associative della sinistra che si richiamavano al blocco sovietico. In

realtà alcuni industriali, quelli più moderati e progressisti, auspicavano un

interventismo statale di basso rilievo, ma la paura del caos e della rivoluzione

sociale comportava per questi che lo Stato si riducesse a semplice garante

dell’ordine pubblico. Sul piano politico quindi, gli industriali guardavano alla

Democrazia Cristiana (DC), mentre mancò da subito l’appoggio al Partito

Liberale Italiano (PLI). Questo si limitava a propugnare un ritorno al liberalismo

3
Ivi, p. 95.
4
Riguardo ai poteri delle CI nel periodo preso in considerazione si veda la ricostruzione di S.
Musso, Storia del lavoro in Italia: dall’unità a oggi, Venezia, Marsilio, 2002, pp. 201-203.

14
prefascista, ma non riuscì a creare un vero e proprio partito di massa che potesse

garantire stabilità nel corpo sociale italiano lacerato dalla guerra e affascinato dai

proclami rivoluzionari della sinistra politica e sindacale. Al contrario la DC

riusciva a incorporare nella sua organizzazione larghe fasce della popolazione per

la sua vocazione interclassista e grazie alle innumerevoli organizzazioni collaterali

di ispirazione cattolica. Una volta che la DC rese chiaro il suo programma politico

anticomunista e di adesione all’occidente capitalista tramite la possibilità di

ricevere gli aiuti Usa dal piano Marshall, l’adesione complessiva della classe

imprenditoriale fu inevitabile.

Nel periodo tra l’armistizio e la promulgazione della Costituzione quindi, la

classe imprenditoriale, seppur divisa al suo interno, ebbe una forte capacità di

omogeneizzare le proprie richieste verso l’esterno. Tali richieste prefiguravano il

ristabilirsi dell’autorità padronale in fabbrica con un notevole arretramento delle

conquiste operaie ottenute durante la lotta di liberazione. Essi non ammettevano

stabilità del posto di lavoro, libertà sindacali e politiche e nessun istituto di

controllo operaio sulla produzione. Tale programma doveva essere portato avanti

da forze governative anticomuniste e garanti del liberalismo che, da una parte

ristabilissero l’ordine nelle fabbriche e dall’altra dessero impulso alla

ricostruzione e al ripristino delle regole del mercato.

“Gli industriali erano soprattutto preoccupati di recuperare la libertà di licenziamento, di


giungere a una definizione dei diritti e delle competenze delle Ci che ne ridimensionassero
l’azione, di evitare l’introduzione per legge di istituti partecipativi quali i consigli di gestione,
considerati una inammissibile intromissione nella gestione dell’impresa”5.

5
Ivi, p. 207

15
Le classi popolari dal canto loro non se la passavano certamente bene. Il

fascismo e la guerra avevano gettato gli italiani nell’estrema povertà. Molti erano

rimasti senza casa per le distruzioni provocate dai bombardamenti e c’erano

gravissimi problemi di approvvigionamento di alimenti. Il consumo pro capite di

carne nel 1947 era di circa 4 kg all’anno e solo negli anni ’50 ci fu una sostanziale

ripresa6. I salari vennero rapidamente erosi dall’inflazione che toccò punte

altissime. Inoltre esistevano notevoli differenze tra lavoratori di diversi settori e

contesti territoriali che rendevano ancor più drammatiche le loro condizioni di

vita. La disoccupazione toccava punte ormai dimenticate: nel 1947 erano più di

1,5 milioni gli italiani che non riuscivano a trovare lavoro.

Tuttavia la grave situazione sociale era certamente mitigata dalle posizioni di

forza acquisite dai lavoratori delle industrie del nord. Questi, negli ultimi due anni

della guerra, riuscirono, grazie alla propria mobilitazione, a migliorare le proprie

condizioni di lavoro e di vita. Dove la mobilitazione operaia riuscì a costituire le

CLN d’Azienda e i Consigli di Gestione o ad acquisire libertà d’azione tramite le

CI nelle aziende abbandonate di cui gli stessi operai si fecero carico, ci furono

indubbie modificazioni sostanziali delle condizioni di fatto, sia sul piano

retributivo che su quello dei ritmi di lavoro. Il c.d. “vento del Nord” aveva creato

un clima di mobilitazioni per la democrazia in fabbrica non solo dal punto di vista

strettamente sindacale, ma anche e soprattutto da un punto di vista politico.

“[…] Durante il fascismo ed ancor più nel corso della Resistenza, il luogo di lavoro e
soprattutto la grande fabbrica, divenivano importanti centri dell’attività clandestina che era
essenzialmente non tanto una un’attività sindacale quanto un’attività politica.”7

6
G. Crainz, L’Italia Repubblicana, in AA.VV., Storia Contemporanea, Roma, Donzelli, 1997, p.
498.
7
L. Ventura, Lo statuto dei diritti dei lavoratori: appunti per una ricerca, in “Rivista giuridica del
lavoro”, 1970, I, p. 516.

16
Ma tali esperimenti furono presto lasciati cadere nel nulla e il potere padronale

in brevissimo tempo riprese in mano le aziende. Queste esperienze di lotta infatti,

erano relegate alle città del nord e non toccarono minimamente le zone del

mezzogiorno italiano. Si può parlare in generale di forte desiderio di riforme

sociali ed economiche, ma certamente non di una vera coscienza rivoluzionaria

diffusa anche alle classi medie. Una valutazione condivisa dalle forze politiche e

sindacali della classe operaia. Infatti sia il PCI che il PSI, convinti che la

rivoluzione era di fatto impossibile, contavano nella buona volontà riformista

dell’altro partito di massa con cui erano alleati, la DC. L’alleanza avrebbe quindi

isolato la borghesia reazionaria e dato vita alla stagione di profonde riforme di

struttura. La tattica social-comunista consisteva nel moderatismo e nella

convinzione che l’aumento dei consensi elettorali avrebbe spianato la strada alle

riforme verso una nuova condizione operaia e popolare. Anche dopo l’esclusione

delle sinistre dal governo nel 1947, i partiti della sinistra puntarono tutte le proprie

forze sulla redazione della Costituzione e sulla vittoria dell’elezioni nel ’48 del

Fronte Popolare. Attuare questo progetto significava contenere le spinte eversive

della base operaia e integrare le aspirazioni di classe in un più generale contesto di

forze popolari e di ricomposizione dell’unità nazionale. Nell’immediato quindi gli

obbiettivi furono la pace, la liberazione dal nazifascismo e la collaborazione di

tutte le forze popolari al nuovo futuro assetto costituzionale democratico.8 Gli

eventi successivi avrebbero sconfessato non solo i fautori della rivoluzione

8
A. Pepe, La Cgil dalla ricostruzione alla scissione (1944-1948), in Id., Classe operaia e
sindacato: storia e problemi. (1890-1948), Roma, Bulzoni, 1982, p. 154.

17
socialista, ma anche chi, come le forze politiche della sinistra, aveva creduto nelle

buone intenzioni riformatrici della DC.

Dal canto suo il sindacato unitario (CGIL), ricostruito nel ’44 con il patto di

Roma fra le anime comunista, socialista e cattolica, risentì della sua struttura

partitica e della sua azione eccessivamente appiattita alle ideologie di questi.

Inoltre nonostante tra gli iscritti erano di gran lunga maggioritari i comunisti, le

decisioni interne venivano prese con l’imperativo di salvare l’unità sindacale in

ossequio alla teoria del c.d. monopolio sindacale del lavoro e di fatto esse si

conformavano alle volontà della componente democristiana9. La CGIL dimostrò

quindi una mancanza di autonomia che la relegò ad un ruolo di secondo piano

rispetto alle decisioni di Togliatti e De Gasperi. Nonostante nel suo primo

congresso a Napoli nel 1945 si tracciò un programma radicale (nazionalizzazione

delle principali industrie, soppressione del latifondo, uguaglianza salariale

nazionale e cogestione delle aziende), il sindacato unitario si affrettò a firmare i

191 contratti nazionali di categoria ereditati dal sistema corporativo fascista

apportando solo alcune modifiche e provvedendo al ripristino delle sole CI, senza

avere una propria autonoma politica rivendicativa e contrattuale. La maggior parte

dei contratti interconfederali, certo non tutti, furono firmati principalmente per

limitare i danni di una situazione dominata dalla confusione e dallo spontaneismo

operaio a cui la CGIL non avrebbe potuto rispondere con un proprio progetto

sindacale atutonomo. La scelta nel primo congresso del modello di contrattazione

9
In questo senso interessante è la proposta di A. Pepe che vede nella CGIL unitaria confluite tre
spinte diverse: “quella proveniente dalla classe e dalle sue lotte che tendeva soprattutto a
strutturare l’organismo sindacale in funzione delle esigenze della classe operaia nel conflitto con
gli industriali; quella proveniente dalle sinistre che tendeva a circoscrivere l’azione del sindacato
nell’ambito economico rivendicativo, delegando al partito la più generale azione di trasformazione
politica; e quella proveniente dalla democrazia cristiana che puntava a costruire un sindacato
istituzionale con compiti di mediazione sociale, anticonflittuale e stabilizzatore […] in Ivi, p. 143.

18
centralizzato10, se da una parte contribuì migliorare e a razionalizzare le

condizioni dei lavoratori, esse a volte furono la causa di profondi dissidi tra la

base operaia e vertici sindacali11. Il sindacato unitario, che rimaneva

profondamente attraversato dalle divisioni interne, si preoccupò quindi di gestire

la transizione cercando di ristabilire condizioni minime a favore dei lavoratori e

ristabilire l’ordine in azienda per far ripartire la produzione e mitigare così il

problema della disoccupazione.

“Insomma la nuova CGIL rinasceva con una profonda convinzione che la rottura dell’assetto
economico e politico capitalistico non fosse compito diretto della classe operaia, quanto piuttosto
il risultato di un’azione politica a livello istituzionale rispetto al quale il movimento doveva
indirizzare e calibrare le propria lotta e le proprie rivendicazioni”12

Un altro punto sembra essenziale per tracciare la situazione delle libertà e la

dignità dei lavoratori prima del varo del testo costituzionale, cioè la questione

giuridica del lavoro sia da un punto di vista più generale delle culture e delle

ideologie degli operatori giuridici sia da quello più specifico delle politiche del

diritto attuate dai governi provvisori. La situazione di fatto fu quella del “divario

tra rigoglio democratico nel paese come nelle fabbriche e sua mancata sanzione

negli strumenti normativi”13. Più in generale quindi, al di là delle singole posizioni

e delle forze politiche e sociali in campo, il periodo dal ’43 al ’48 fu dominato da

una sostanziale confusione istituzionale e da un forte indulgenza operativa. Ciò fu

10
Il sistema centralizzato di contrattazione fu il risultato di una temporanea convergenza tra la
componente cattolica e quella socialcomunista messa a punto nel congresso di Napoli. Tra i motivi
di tale scelta ci furono l’eredità del sistema corporativo e la concezione pubblicistica del sindacato
e del contratto collettivo, la volontà di controllo sullo spontaneismo periferico e quella di garantire
un equilibrio controllato delle retribuzioni su tutto il territorio nazionale.
11
Esempio di dissenso della base fu il boicottaggio di questa dell’accordo interconfederale sulla
reintroduzione dei licenziamenti per scaglioni affidata alle CI. L’accordo infatti ebbe immediato
effetto solo nelle piccole aziende dove c’era meno mobilitazione operaia.
12
A. Pepe, cit., pp. 152-153.
13
La frase è di Aris Accornero nella sua pubblicazione Gli anni ’50 in fabbrica: con un diario di
commissione interna, Bari, De Donato 1973, p. 42 e citata da U. Romagnoli nel suo Il lavoro in
Italia. Un giurista racconta, Bologna, Il Mulino, 1995, p. 125.

19
fortemente penalizzante per le condizioni di vita, le libertà politiche e sindacali dei

lavoratori soprattutto per non aver dato risposta alle lotte operaie e posto sin

dall’inizio le basi per un cambiamento futuro delle strutture giuridiche del lavoro.

I governi di fronte al fiorire di diverse fonti di produzione normative (RSI, CNL,

Comandi Alleati, Repubbliche Partigiane,…) attuarono una politica del diritto che

si basò essenzialmente su provvedimenti certamente radicali, ma che presto

svelarono la loro portata burocratica, a dimostrazione dell’incapacità delle

istituzioni di creare nuove e moderne istituzioni in materia sindacale e di lavoro.

L’eliminazione delle istituzioni corporative ad esempio aveva avuto un effetto del

tutto simbolico. Di fatto le corporazioni non avevano mai funzionato e d’altra

parte gli stessi contratti collettivi stipulati sotto il fascismo e sottoscritti dalla

“nuova” CGIL, senza pensare alla questione della validità erga omnes, non erano

stati sostanzialmente ritoccati. Il rapporto di lavoro rimase quindi disciplinato dal

codice civile fascista del ‘42 e in materia di processo del lavoro le leggi sulla

magistratura del lavoro e sulla possibilità di intervento delle associazioni sindacali

nel processo, furono abrogate. Ciò lasciò un vuoto enorme fino alla riforma del

197314. Le culture e le ideologie degli operatori giuridici d’altronde dimostrarono

una netta convergenza con le scelte governative. Questi nella confusione delle

fonti del diritto, continuarono ad operare in un contesto accademico dove nulla di

nuovo veniva proposto e con gli stessi fondamenti scientifici del corporativismo

giuridico, anche dopo l’abolizione nell’anno accademico ‘43-’44 del corso di

Diritto corporativo sostituito da quello di Diritto del lavoro15. Anche chi respirava

14
Ivi, p. 124.
15
U. Romagnoli fa notare che, nonostante la reintroduzione nelle università del corso di Diritto del
lavoro avvenuto con un decreto del governo Badoglio, molti studenti e professori in quel anno e in

20
l’aria di liberazione dal corporativismo fascista, non fece altro che ritornare agli

studi sul contratto individuale di marca liberale risalente all’era prefascista.

“La maggior parte dei lavoristi dopo la liberazione e immediatamente dopo la Costituzione, si
occuparono prevalentemente, se non esclusivamente, del contratto individuale di lavoro; quasi tutti
i manuali di Diritto del lavoro si occupavano solo del contratto individuale, e in quasi tutte le
università si insegnò, nel corso di Diritto del lavoro, il contratto individuale.16

I temi connessi al lavoro, ai diritti e alle libertà dei lavoratori tornarono al

centro del dibattito politico e sindacale nell’Assemblea Costituente ed ebbero la

prima sanzione normativa nel varo del testo costituzionale il 1° gennaio ‘48.

Indubbiamente nella Costituzione il tema del lavoro e delle libertà politiche e

sindacali dei lavoratori ebbe una così larga trattazione che rappresentò una felice

novità rispetto alle esitazioni e alle confusioni degli anni precedenti:

“[…] stupisce che la costituzione del ’48 parlasse un linguaggio sconosciuto nel passato che
non voleva passare”17.

Tutto l’impianto costituzionale, sia nei sui principi fondamentali sia nel titolo

III sui rapporti economici, ha come tema centrale il Lavoro e la figura sociale del

lavoratore. La Costituzione italiana si inseriva quindi nel solco delle Costituzioni

moderne che definitivamente sanzionano il ruolo egemone del Lavoro nelle

società del novecento. L’art. 1 né è la prova fondamentale: l’Italia è una

Repubblica democratica, fondata sul lavoro. Nonostante i dissidi sulla formula da

adottare tra le diverse anime dell’Assemblea18 e il fatto che l’articolo fu frutto di

parecchi successivi, credevano che il corso e l’esame erano tuttavia quelli di Diritto corporativo, in
Ivi, p. 123.
16
G. Tarello, Teorie e ideologie del diritto sindacale. L’esperienza italiana dopo la Costituzione,
Milano, ed. Comunità, 1967, p. 21 nota n. 4.
17
U. Romagnoli, Il lavoro in Italia, cit., p. 126.
18
Le forze in rappresentanza della sinistra politica proposero come noto l’enunciato “Repubblica
dei lavoratori”.

21
un compromesso, il risultato dimostra come tutte le anime politiche riconobbero il

ruolo predominante che il Lavoro si era ormai guadagnato di fronte alla storia.

“E ciò perché – figli del loro tempo – tutti i costituenti sapevano che il ventesimo era il secolo
del Lavoro, con la elle rispettosamente maiuscola”.19

Non solo, è stato anche sostenuto che la stessa anima sociale della costituzione

risieda e sia frutto proprio dell’alta considerazione che si ebbe dei temi connessi ai

rapporti econimico-sociali, dando risalto all’elemento essenziale della

Costituzione che attribuisce ad essa lo spirito “informatore” teorizzato da

Dossetti.20 Il testo nei successivi quattro articoli segue sulla sessa lunghezza

d’onda: sono riconosciuti e garantiti i diritti inviolabili dell’uomo, sia come

singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità (art. 2); è

compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale,

che, limitando di fatto il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva

partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e

sociale del Paese (art. 3 comma 2); a tutti i cittadini è riconosciuto il diritto al

lavoro e la Repubblica si impegna a promuovere le condizioni che rendano

effettivo questo diritto (art. 4).

A questi principi di carattere generale sono collegati gli altri titoli sui rapporti

civili e come abbiamo detto quelli sui rapporti economici. Ormai il lavoratore ha il

diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e

in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla sua famiglia un’esistenza libera e

19
U. Romagnoli, Pubblico e privato nella cultura del sindacato del dopoguerra, in AA.VV., Il
contributo del mondo del lavoro e del sindacato alla Repubblica e alla Costituzione, Roma, ed.
Lavoro, 1998, p. 38.
20
V. Saba, Perché la nostra costituzione può a ragione definirsi sociale e come fu che i costituenti
diedero vita, approvando l’articolo 39, a un vero e proprio ”mostro” giuridico e culturale, in
AA.VV., Il contributo del mondo del lavoro, cit., p. 87.

22
dignitosa (art. 36 comma 1); fu prevista una durata massima della giornata

lavorativa e il lavoratore ha diritto al riposo settimanale e alle ferie annuali (art.

36 commi 2 e 3); le donne hanno gli stessi diritti e le stesse retribuzioni che

spettano agli uomini (art. 37); l’organizzazione sindacale è libera (art. 39 comma

1) e ai sindacati liberi è riconosciuto il ruolo d’interlocutore privilegiato in materia

di contrattazione sindacale (art. 39 comma 4); è sancito il diritto di scioperare (art.

40) e l’iniziativa privata non può essere svolta in contrasto con l’unità sociale o in

modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà e dignità umana (art. 41 comma

2). Nel titolo sui rapporti economici è quindi evidente la figura di primo piano che

i lavoratori dovranno avere nel futuro assetto economico e sociale, pur in un

contesto economico dominato dai pilastri del capitalismo. I lavoratori e le sue

organizzazioni diventano parte integrante della “area legittimità costituzionale” e

ciò rappresentò una svolta storica rispetto agli assetti costituzionali liberali che li

avevano invece relegati in una posizione di contrapposizione rispetto allo Stato.

Tuttavia la svolta non fu facile. Il fascismo e il sistema corporativo erano ancora

vivi nelle menti degli italiani e in realtà, al di là dei principi e delle formule

verbali, le forze popolari all’interno dell’Assemblea, sia politiche che sindacali,

non ebbero la strumentazione culturale, politica e normativa per un progetto

alternativo all’interno del un paradigma costituzionale. Un programma alternativo,

cioè che riuscisse a discostarsi sia dal liberalismo prefascita che dallo stato

“pigliatutto” fascista.

“Nell’epoca in cui si forma il relativo modello costituzionale, l’obbiettivo di un genuino


rinnovamento dei rapporti sindacati-Stato-economia doveva apparire incerto e lontano sia perché

23
la sinistra di classe non possedeva una “dottrina economica alternativa” sia perché non aveva la
forza necessaria per tradurla in termini operativi nel breve periodo.”21

In questa prospettiva la questione sindacale fu di primaria importanza: gli

articoli sull’assetto sindacale (39, 40 e 46) furono il frutto di un compromesso che

potrebbe essere considerato con le parole dello stesso Togliatti, un compromesso

“deteriore”22. L’organizzazione sindacale fu dichiarata libera, ma allo stesso

tempo la sua personalità giuridica era subordinata alla registrazione presso gli

uffici e i locali dello Stato preposti per legge. Il tema fu quello della scelta tra un

sindacato di diritto pubblico e quello di associazione di diritto privato. La scelta

per la seconda formula, prefigurava certamente un sindacato libero e autonomo

dallo Stato, ma per esplicare le proprie funzioni di diritto pubblico (la stipulazione

di contratti collettivi valevoli per la categoria rappresentata) esso sarà sottoposto a

regole che ne controllino, non già il proprio ordinamento interno, ma la l’effettiva

rappresentatività dei lavoratori. E’ chiaro che l’enunciato è soggetto ad

interpretazioni differenti, perché il controllo degli organi statali avrebbe potuto

compromettere l’autonomia e l’indipendenza dell’operato delle organizzazioni

sindacali23. Lo Stato democratico si riserva in altri termini una possibile

captazione delle organizzazioni dei lavoratori.

21
U. Romagnoli, T. Treu, I sindacati in Italia: storia di una strategia (1945-1976), Bologna, Il
Mulino, 1977, p. 32.
22
Il leader comunista riteneva tale la “costituzione economica”, in quanto si era seguito un metodo
che consisteva nel lavorare non più sulle idee e sui principi ma esclusivamente sulle parole, cit. in
Ivi, p. 31
23
E’ chiaro che Giuseppe Di Vittorio, unico esponente sindacale presente nella terza
sottocommissione che si occupò della discussione e della redazione del III titolo, ebbe
un’interpretazione positiva in merito che escludeva di fatto la possibilità di una possibile
limitazione dell’autonomia del sindacato dalle ingerenze del potere pubblico. Sul ruolo di Di
Vittorio, su questo tema e sugli altri temi connessi all’ordinamento sindacale nel nuovo assetto
costituzionale si veda P. Iuso, Giuseppe Di Vittorio e l’assemblea costituente. La relazione
sull’ordinamento sindacale, in Il contributo del mondo del lavoro, cit., pp. 109 e ss.

24
Lo stesso diritto di sciopero fu il frutto di una incapacità delle forze politiche

di trovare un accordo preciso24 e ciò comportò la formula ambigua che affidava al

legislatore nascente il potere di disciplinarne l’esercizio. Infatti, una volta

considerato il diritto di sciopero subordinato alla serrata, che fu garantito solo

come una libertà, lasciare tale diritto senza nessun tipo limitazione al suo uso

avrebbe attribuito ai lavoratori organizzati la possibilità di incidere direttamente

sulle questioni politiche e senza nessuna limitazione operativa. Anche riguardo

allo sciopero quindi, i costituenti si limitarono a stabilirne il diritto, ma non

riuscirono in quel momento a regolarne realmente le modalità e il campo d’azione.

In ultimo c’è da analizzare l’art. 46 che disciplina il tema della cogestione

dell’impresa. Anche in questo caso la formula compromissoria dell’articolo fu

puramente verbale e di fatto essa non prese in considerazione la possibilità di una

qualsivoglia presenza di controllo operaio e sindacale nelle unità produttive. L’art.

46 riconosce il diritto dei lavoratori a collaborare, nei modi e nei limiti previsti

dalla legge. alla gestione delle aziende,[…]in armonia con le esigenze della

produzione. Fu palese quindi l’intento di sanzionare costituzionalmente la fine

delle esperienze dei CLN d’Azienda e dei Consigli di Gestione ancora in atto nel

paese. Inoltre, la possibilità di esercizio di tale diritto, era subordinato strettamente

ai limiti e ai modi preposti da organi pubblici. Certamente, sia la sinistra politica

che sindacale, non vedevano di buon occhio la possibilità di un controllo operaio

nella fabbrica poiché esso avrebbe potuto rappresentare un centro di mobilitazione

24
Le divisioni principali riguardavano l’ambito in cui questi avrebbero potuto far ricorso
lecitamente a tale diritto e quindi alla possibilità per i sindacati di proclamare lo sciopero politico e
alle modalità tecniche per la sua proclamazione. E’ chiaro che l’impianto istituzionale pluralistico
designato dalla costituzione si poggiava sul ruolo principale dei partiti (si veda l’art. 49). Accettare
lo sciopero politico avrebbe significato inserire i sindacati in tale pluralismo come centro di
interessi alternativo e competitivo ai partiti.

25
politica e sindacale dal basso non controllabile dai loro modelli organizzativi

fortemente centralizzati. Dal canto loro le forze più liberali ribadivano la centralità

delle esigenze e dell’armoniosità della produzione, mirando così al

riconoscimento “sacrale” dell’autorità padronale in azienda. Di nuovo quindi ci si

accordò per la formula “collaborazione alla gestione delle aziende” che

accontentava tanto le forze liberali quanto quelle popolari.

La Costituzione rappresentò un formidabile punto di partenza per via della

forte considerazione dei temi connessi al lavoro, del ruolo sociale dei lavoratori e

quindi dei loro diritti e libertà. Ma questa si prefigurava come una “costituzione

mancata”. Infatti, le norme più specifiche che regolavano i rapporti economici,

non solo scaturirono da un puro compromesso letterale e quindi facilmente

interpretabili in sensi fortemente contraddittori, ma si caratterizzarono anche per

la mancanza del loro valore normativo. La stessa Corte di Cassazione, circa un

mese dopo l’entrata in vigore della Costituzione, distinse le norme in precettive e

in programmatiche, stabilendo che solo le prime avevano il potere di abolire le

leggi previgenti. Per questi motivi gli anni successivi alla entrata in vigore della

Costituzione si caratterizzeranno per la straordinaria mancanza di applicazione e

di effettività dei diritti e delle libertà dei lavoratori sancite dal testo costituzionale.

In definitiva, nel periodo che va dal ’43 al ’48, in tema di diritti, libertà e

dignità dei lavoratori, si può a buon ragione parlare di una incapacità delle

istituzioni dell’Italia postfascista di dare risposta chiara e immediata alle forti

aspirazioni di rinnovamento e di riforme provenienti dalle masse lavoratrici. Ciò

dimostrava come il fascismo abbia segnato profondamente le istituzioni e la

cultura istituzionale del nostro paese. Inoltre le forze politiche e sindacali più

26
sensibili, in questo periodo dimostrarono una forte propensione all’attendismo,

data principalmente dall’inesistenza di un programma alternativo di riforme e

dalla confusione istituzionale in cui operarono. Segno che il fascismo e i suoi

schemi culturali investirono profondamente anche le forze più progressiste. Gli

stessi buoni propositi riposti sulla Costituzione, se da un lato diedero un impulso

ad un assetto istituzionale in cui finalmente i diritti dei lavoratori erano

considerati, dall’altro questi caddero nel vuoto per via della mancanza di una

chiara ed efficiente strumentazione normativa che li facesse rispettare. Questi

aspetti peseranno fortemente sulle condizioni dei lavoratori negli anni successivi,

dominati dal ritorno dalla completa libertà del potere padronale di disporre a

piacimento della forza lavoro e per questo fortemente lesive dei diritti dei

lavoratori. Tali condizioni, come vedremo, saranno così lesive per i lavoratori,

da far pensare che i tempi del fascismo in fabbrica non smisero mai di operare nel

nostro paese, nonostante il rigoglio democratico che aveva attraversato il popolo

italiano con la caduta del fascismo.

27
CAPITOLO II

GLI ANNI ’50

2.1 Premessa

Gli anni successivi al varo della Costituzione repubblicana saranno gli anni

che vedranno imporsi la società industriale e il conseguente definitivo declino del

mondo contadino. Dall’inizio degli anni ‘50 infatti lo sviluppo industriale ebbe un

impulso straordinario ed esso pose le basi per il miracolo economico degli anni

‘60 e la nascita anche in Italia del capitalismo maturo. Motore di tale sviluppo fu

la grande fabbrica impostata sul modello di produzione taylor-fordista. La

centralità della grande fabbrica nello sviluppo economico del paese ebbe come

conseguenza quello di collegare direttamente i diritti e le libertà dei lavoratori a

questo modello organizzativo di produzione. Lo sviluppo industriale di quegli

anni, come vedremo, fu strettamente legato alle pessime condizioni in cui si

trovava la classe lavoratrice, sia in termini salariali sia per quanto riguardava i

diritti politici e sindacali nelle imprese. “C’è una perfetta coincidenza tra

l’efficienza tecnica, l’aumento della produttività industriale e la scomparsa d’ogni

seria resistenza sindacale” scriveva Eugenio Scalfari nel 1969 nel suo saggio “Il

bastone nelle fabbriche” in cui descriveva le pessime condizioni dei lavoratori nel

pieno dello sviluppo industriale degli anni cinquanta.25 Lo Statuto dei diritti dei

lavoratori è quindi il risultato normativo del modello di sviluppo basato sulla

grande industria fordista, volto a tutelare i diritti dei lavoratori subordinati nel

contesto di quel modello produttivo. Tuttavia l’imporsi della grande fabbrica e del

25
In L’autunno della repubblica. La mappa del potere in Italia, Milano, Etas Kompas, 1969, pp.
68 ss.

28
taylor-fordismo fu il risultato di molteplici fattori e la nascita di uno Statuto dei

diritti non fu certamente automatica ed indolore per i lavoratori. Il miracolo

economico si ebbe infatti solo alla fine del decennio cinquanta e fino a quel

momento il mondo del lavoro si caratterizzò per la drammatica assenza di tutele

per il lavoro salariato e l’inesistenza di una normativa efficace in tal senso.

Certamente, come abbiamo visto in precedenza, le vicende politiche e sociali

postbelliche e le carenze della Costituzione in materia di diritti dei lavoratori,

influirono in modo decisivo sulla possibilità nei luoghi di lavoro di rendere

effettive delle regole che limitassero il potere padronale a tutela dei lavoratori

subordinati. Nonostante la drammatica assenza di diritti nei luoghi di lavoro e la

sistematica violazione dei principi sanciti dalla Costituzione, lo Statuto dei

lavoratori fu varato solo all’inizio degli anni ‘70. Le cause di questo ritardo vanno

certamente ricondotte al fatto che solo con il boom economico vennero a crearsi le

condizioni sociali, politiche e culturali per l’imporsi di una esteso ed organico

complesso di norme a tutela dei diritti dei lavoratori. Lo sviluppo tecnologico,

quindi l’imporsi di nuovi modelli di produzione e l’emergere della società dei

consumi connesso alla ripresa del conflitto sociale e alle mutate condizioni

politiche e culturali dell’Italia degli anni ‘60, rese ormai maturo il varo dello

Statuto dei lavoratori. Gli anni ‘50 sono quindi fondamentali per il mio lavoro non

solo per ripercorrere i c.d. anni del “bastone nelle fabbriche”, caratterizzati cioè

dal brutale ritorno dell’autorità padronale dopo la parentesi dei primi anni

postfascisti, ma anche e soprattutto per analizzare i geni dello sviluppo economico

successivo che determinò il boom economico e le condizioni sociali, politiche e

culturali che stanno alla base dello Statuto dei diritti dei lavoratori. In questa

29
prospettiva, gli anni 50 furono gli anni in cui si rivelano le pessime conseguenze

che lo sviluppo economico provocò sui diritti e le libertà dei lavoratori subordinati

e della conseguente elaborazione sindacale e giuridica per un futuro Statuto dei

diritti dei lavoratori subordinati.

2.2 Efficienza tecnica, aumento della produttività e repressione

antioperaia

Ricostruite le istituzioni democratiche e il tessuto sociale lacerato dalla guerra,

l’obbiettivo principale delle nuove istituzioni repubblicane fu quello di far

ripartire il sistema produttivo. L’Italia degli anni ‘50, dopo la vittoria della

Democrazia Cristiana alle elezioni del ’48, la sconfitta del Fronte Popolare e

l’inaugurazione dei governi centristi (DC, liberali, repubblicani e

socialdemocratici), era pienamente inserita nella logica bipolare della guerra

fredda dalla parte delle forze occidentali capitaliste. Lo sguardo era rivolto tanto

agli Stati Uniti, come ruolo guida del blocco di appartenenza, quanto alle nazioni

europee in una prospettiva di soggetto economico unitario almeno nel medio

lungo periodo.26 Ma tutti gli aspetti della vita sociale e politica erano influenzati

dalla contrapposizione tra due diverse visioni del mondo e questo avrà, come

vedremo, notevoli conseguenze anche rispetto ai diritti dei lavoratori. Le stesse

organizzazioni dei lavoratori erano profondamente divise per via di questa

contrapposizione ideologica e, nel giro di pochi anni, le divisioni interne nella

CGIL unitaria, faticosamente mediate negli primi anni postfascisti, si risolsero in

una serie di scissioni che diedero vita a tre centrali sindacali. Nell’estate del ’48 da

una scissione promossa dalle ACLI, nasce la LCGIL e un anno più tardi un’altra

26
V. Foa, Questo novecento. Un secolo di passione civile. La politica come responsabilità, Torino,
Einaudi, 1996, p. 229.

30
scissione di sindacalisti socialdemocratici e repubblicani diede vita alla FIL. Le

nuove sigle sindacali, dopo una breve esperienza unitaria che aveva portato alla

nascita della prima CISL, diedero vita alla UIL (socialdemocratici e repubblicani)

e alla CISL (cattolici). L’esperienza dell’unità sindacale faceva ormai parte del

passato e solo alla fine degli anni ’50 si ricominciò a parlare di unità sindacale.

In questo contesto internazionale fortemente ideologico, l’Italia dimostrò sin

dai primi anni ’50 una buona capacità di far ripartire la propria economia

puntando essenzialmente più che sullo sviluppo del mercato interno, sulla crescita

delle esportazione sfruttando il regime di bassi salari. Si andava delineando il

declino della società contadina e si imponeva definitivamente la società

industriale basata sulla grande industria e sul modello organizzativo taylor-

fordista che ebbe definitiva attuazione nel miracolo economico della fine del

decennio. In quegli anni il ceto imprenditoriale italiano si preoccupò

principalmente di ricostruire la gerarchia di fabbrica per poter realizzare

unilateralmente i processi di razionalizzazione e di adeguamento tecnologico

finanziati dal piano Marshall. La scoperta nel ’48 e negli anni successivi di nuovi

giacimenti di petrolio e metano e l’importazione di combustibili liquidi, grazie

all’opera di Enrico Mattei a capo dell’Agip e poi dell’Eni, generò una forte

competizione tra le maggiori industrie monopolistiche del paese (Eni, Edison e

Montecatini) che ebbe come risultato la nascita del settore petrolchimico e quello

delle fibre sintetiche. La tradizionale posizione monopolista della Montecatini

veniva a mancare, posizione che per anni aveva sostanzialmente subordinato ai

propri interessi monopolistici la possibilità di nuovi investimenti. Eni e Edison

servendosi delle innovazioni tecnologiche acquisite in gran parte grazie al know

31
how statunitense e degli aiuti economici previsti dal piano Marshall, riuscirono a

spezzare il tradizionale monopolio che aveva di fatto ostacolato l’entrata nel

mercato di nuovi soggetti produttivi. Essi riuscirono ad attuare l’ipotesi che gli

economisti indicano con il concetto di “entrata laterale”27 nel mercato

monopolista. Ciò portò a un notevole aumento della produttività, alla introduzione

di nuovi prodotti e quindi ai primi mutamenti nel settore dei consumi. Altro

aspetto importante fu il notevole investimento pubblico nel settore dell’acciaio.

Nacquero così le nuove grandi acciaierie che travolsero l’eccezionale nanismo del

settore siderurgico e diedero impulso ai seppur minimi investimenti nel

Mezzogiorno, grazie anche all’istituzione della Cassa del Mezzogiorno. Tramite

gli investimenti statali nell’IRI con il “piano Sinigaglia” infatti, si riuscirono a

produrre grandi quantità d’acciaio a ciclo integrale. Lo sforzo in questo settore

fece decollare l’industria metalmeccanica e il mercato dell’auto grazie ai bassi

costi delle materie prime e soprattutto agli investimenti della Fiat guidata da

Vittorio Valletta. Nel ’53 erano 112 mila le automobili di nuova

immatricolazione.

“L’Eni e l’Iri svolsero quindi un ruolo considerevole nelle origini del “miracolo”, e se non si
può certo affermare che lo Stato italiano pianificò questa grande espansione economica, e pur vero
che esso vi contribuì in tanti modi […] furono tutti elementi che aiutarono a creare le condizioni
per l’accumulazione del capitale e il suo successivo investimento nell’industria”28.

Alle origini del grande “impero Fiat” ci fu la decisione di Valletta di costruire

Mirafiori e la messa a punto della gigantesca catena per la produzione della nuova

“600” con investimenti pari a circa 300 miliardi. La Fiat nel giro di qualche anno

27
Riguardo all’applicazione di questa teoria economica allo sviluppo degli anni ’50, interessante è
la ricostruzione storica di E. Scalfari nel capitolo della sua opera L’autunno della repubblica, cit.,
con il titolo emblematico di “Il capitale alla riscossa”, pp. 44 ss.
28
P. Ginsborg, Storia d’Italia, cit. p. 288.

32
divenne il motore dello sviluppo economico, tanto da avere un’influenza decisiva

su tutto il sistema economico italiano. L’Italia, che lentamente usciva dalla

povertà e dall’austerità del fascismo e della guerra, vedeva nell’automobile un

simbolo di rivincita e di realizzazione delle proprie felicità, ma anche uno “status”

sociale da ostentare in una società ancora fortemente gerarchizzata. Vittorio Foa,

parlando dei conflitti operai che si verificarono successivamente alla fine del

decennio e dell’opportunità del sindacato di incentrare la sua lotta per lo sviluppo

del settore automobilistico, descrisse il ruolo dell’automobile nella società italiana

con parole che possono sembrare eccessive, ma che più di altre rendono l’idea

delle innovazioni sociali che la motorizzazione introdusse nella società italiana.

“Allora fu un a vera e propria liberazione: lo spazio, anche se lontanissimo, diventava vicino e


il tempo era sotto controllo, da lungo e immobile diventava brevissimo […] fu una conquista di
libertà. I trattati di diritto costituzionale non ne parlano ma fu veramente la conquista di un
diritto.29

Insomma l’Italia nel giro di un quinquennio riuscì a crescere ad un tasso

medio del 5,5% annuo, pose le basi per la crescita di un proprio mercato interno e

fu pronta a competere con i mercati europei ponendo le basi per il futuro miracolo

economico che si ebbe alla fine degli anni ’50 grazie soprattutto all’entrata nel

mercato unico europeo.

Ma parlare delle origini del miracolo economico e degli anni cinquanta senza

sottolineare l’importanza che il lavoro ebbe in quegli anni, non rispecchierebbe la

realtà. Lo sviluppo economico degli anni ’50 ebbe effetti devastanti sui lavoratori.

29
La frase è estrapolata da un passaggio in cui l’autore racconta del suo intervento al congresso
della CGIL nel 1960 a Milano in cui, parlando a titolo strettamente personale, sottolineò la sua
diffidenza verso uno sviluppo economico basato sulla motorizzazione e chiese una diversa scelta
di valori per i consumi. Raccontando questa vicenda ammette di aver valutato male a quei tempi,
ma ribadisce le sue posizioni critiche alla luce dell’impoverimento civile e culturale dei nostri
tempi e le conseguenze della motorizzazione sulla salute dei cittadini. In Questo novecento, cit.,
pp. 262-265.

33
Ad un forte incremento di produttività e dei profitti infatti, non corrispose

l’aumento generale dei salari. In realtà “tra il 1953 e il 1960, mentre la produzione

industriale aumentò da 100 a 189 e la produttività operaia da 100 a 162, i salari

reali nell’industria diminuirono impercettibilmente da 100 a 99,4”30. La

disoccupazione dilagante portò a far sì che la domanda di lavoro eccedesse

l’offerta, così che gli industriali potettero disporre di masse di lavoratori a basso

costo. Le condizioni di estrema povertà in cui continuava a vivere gran parte del

popolo italiano, portava molti di loro a scegliere di rimanere in condizioni di

indigenza o accedere ad un salario comunque non sufficiente ad una vita

dignitosa. In fabbrica il potere politico e sindacale dei lavoratori fu fortemente

ridimensionato. Le ristrutturazioni e l’organizzazione del lavoro venivano stabilite

unilateralmente dai datori di lavoro. Negli anni ’50 fu completato quindi il

programma padronale di ritorno del potere gerarchico per eliminare le ingerenze

operaie e sindacali e la loro gestione autonoma dei tempi di lavoro.

Tuttavia le lotte operaie nelle fabbriche contro i licenziamenti dovuti alle

ristrutturazioni e contro i nuovi ritmi di lavoro furono forti fino almeno alla metà

del decennio considerato. Si scontravano due diverse concezioni di fondo della

produzione e della organizzazione industriale. Quella padronale si basava sul

potere centralizzato attraverso l’organizzazione di gradi gerarchici di comando su

fasi della produzione che andavano sempre più standardizzandosi grazie alla

introduzione di nuove tecnologie. A questa si contrapponeva quella basata sulla

garanzia dell’organizzazione operaia e dell’autodisciplina dei lavoratori con

l’attribuzione a questi del potere di controllare l’impiego della manodopera.

30
P. Ginsborg, Storia d’Italia, cit., p. 289.

34
“I due modelli, non potevano che scontrarsi frontalmente, indipendentemente
dall’esasperazione politica e ideologica dei conflitti nell’Italia della guerra fredda.”31

Le pratiche di organizzazione del lavoro sperimentate autonomamente dai

lavoratori nel periodo precedente allo sviluppo degli anni ’50, rappresentavano

per gli imprenditori l’ostacolo essenziale agli investimenti di capitali e al

conseguente aumento della produttività. Ma la forte resistenza operaia, che

provenne soprattutto dalla componente socialcomunista e quindi classista, ancora

maggioritaria fino a quel momento nel movimento operaio, non riuscì ad incidere

sulle reali possibilità di realizzare una diversa organizzazione del lavoro in cui

rimaneva centrale la figura del potere operaio. Tali lotte si limitarono a denunciare

l’intensificarsi degli orari di lavoro e della disciplina in azienda, quindi

spessissimo esse non entrarono nel merito delle condizioni di lavoro conseguenti

alle ristrutturazioni32. Era una posizione dominante in tutta la sinistra marxista e

soprattutto nel PCI, quella cioè di non intraprendere una lotta che potesse

prefigurare un’alternativa sulla scorta della realtà che andava affermandosi. In

molti credevano che il capitalismo italiano era arretrato e incapace di svilupparsi,

per questo si impostavano lotte di resistenza per accelerare la crisi, non lotte volte

alla trasformazione della realtà data. Le osservazioni di quegli anni di un militante

a Milano, è forse la più utile testimonianza delle dinamiche interne alla sinistra

italiana degli anni ‘50.

31
S. Musso, Storia del lavoro in Italia, cit., p. 210.
32
Molto interessante è la ricostruzione di quegli anni fatta da E. Pugno e S. Garavini. Essi
sottolineavano la reticenza del sindacalismo classista ad entrare nel merito alle questioni delle
ristrutturazioni produttive per via della analisi politiche sul capitalismo italiano in voga nella
sinistra politica degli anni ’50. Questa era “[…] tendente a sottolineare il carattere arretrato, la
mancanza di dinamica, l’incapacità di soluzioni dei problemi del paese” e di fatto non fu “[…] in
grado di cogliere la realtà vera del capitalismo” poiché non guardava “[…] ai problemi stessi dei
lavoratori nella loro immediata evidenza”, in Gli anni duri alla Fiat. La resistenza sindacale e la
ripresa, Torino, Einaudi, 1976, p. 20.

35
“Mentre tutti gli elementi di esperienza diretta, tutte le cifre e i dati statistici ci dicevano che
l’economia milanese era in sviluppo, in sede di Partito Comunista e camerale i vecchi dirigenti
sostenevano “Milano degrada”, bisogna lottare per la “salvezza dell’economia milanese”, “per la
rinascita di Milano”, e così via. Si negava insomma, in linea puramente astratta […] che il
capitalismo potesse essere in grado di sopravvivere”33

Nell’ambito delle ristrutturazioni, le principali industrie italiane avevano

inoltre provveduto a formare e ad inserire nella struttura gerarchica, una vasta

schiera di quadri aziendali che avrebbero avuto il compito specifico di

razionalizzare e controllare il lavoro operaio nei suoi tempi e metodi. Per tutti gli

anni cinquanta andavano nascendo quelle nuove figure lavorative che avrebbero

rappresentato gli elementi fondamentali dell’aziendalismo taylor-fordista. Anche

in questo caso la classe operaia ritardò ad agire nel merito e sul ruolo che queste

nuove figure ebbero nella ristrutturazione organizzativa, considerandoli solo nel

loro aspetto antioperaio e non, come avvenne successivamente, come figure da

integrare in possibili rivendicazioni di classe.34

Comunque il primo effetto di questi scontri, fu lo scarso potere che in quegli

anni ebbero le istituzioni sindacali e politiche nei luoghi di lavoro, cioè le CI, già

fortemente ridimensionate con l’accordo interconfederale del ’47. Gli industriali

non tolleravano che istituti di rappresentanza operaia in azienda potessero

intromettersi nella gestione della produzione e dei salari. In molti casi le CI non

venivano nemmeno costituite dagli operai, sotto la minaccia della direzione di

licenziamento per l’attivismo sindacale in azienda35. Colpire le organizzazioni dei

lavoratori significava quindi indebolire al contempo la posizione di ogni singolo

33
F. Onofri, Classe operaia e partito, Bari, Laterza, 1957, p. 28.
34
Una ricostruzione efficace e fortemente critica alla sinistra marxista sulla formazione dei quadri
dirigenti delle aziende degli anni ’50, specificatamente alla Fiat di Vittorio Valletta, è presente in
G. Berta, L’Italia delle fabbriche, Bologna, Il Mulino, 2002, pp. 139 ss.
35
La classe lavoratrice si difende, (a cura delle ACLI), Milano, 1953.

36
lavoratore come parte contraente. In questa prospettiva, le direzioni aziendali

operarono per cercare consenso tra gli operai con diffusissime pratiche di

paternalismo aziendale. In quegli anni vennero potenziati servizi assistenziali e

ricreativi e si cercò di creare una specie di “welfare aziendale”. Questi, lungi da

essere considerati tali, venivano utilizzati a fini di attrazione aziendalistica e di

creazione di quel consenso diffuso per legittimare le decisioni della direzione.

Inoltre sul piano dei salari si faceva largo uso di incentivi extracontrattuali

(incentivi di produzione, aumenti di merito, indennità di mansione e formule di

cottimo) non solo per aumentare la produttività dei singoli lavoratori, ma anche

soprattutto per scongiurare iniziative unitarie e dividere i lavoratori. La parte

aziendale del salario, ormai sottratta al controllo delle CI, era prevalentemente

usata dalle direzioni per premiare il rendimento individuale e la disciplina. Queste

pratiche furono una delle maggiori cause delle sconfitte di quegli anni, soprattutto

quando queste venivano elargite come “premi di collaborazione” per chi non

scioperava. La distinzione tra “costruttori” e “distruttori” operata da Vittorio

Valletta rappresentava più di tutte la situazione descritta.

Alla repressione sindacale si affiancò, sempre più frequentemente, quella più

specificatamente politica ed ideologica, in un contesto come quello italiano

dominato dall’anticomunismo. Le aziende quindi, non solo non tolleravano la

presenza di poteri sindacali nei luoghi di lavoro, ma ostacolavano anche qualsiasi

tipo di attività politica che potesse mettere in discussione le strutture sociali

esistenti. La repressione anticomunista nei luoghi di lavoro era la pratica più

diffusa, sia perché questi nel passato avevano rappresentato la forza più ostile al

potere padronale per vocazione classista, sia perché permetteva alle direzioni

37
aziendali di legittimare provvedimenti vessatori servendosi della giustificazione

ideologica. L’esclusione della sinistra dai governi, la divisione sindacale e l’opera

sempre solerte delle diplomazie statunitensi, in pochi anni resero la vita degli

operai iscritti alla CGIL, o dei simpatizzanti socialisti e comunisti, insopportabile

da ogni punto di vista. In primo luogo fu la stessa dignità umana ad essere lesa nei

suoi principi fondamentali. Avvenivano licenziamenti per il solo fatto di discutere

di politica o di possedere stampa comunista. In quegli anni inoltre si istituirono i

c.d. reparti “confino”, cioè i reparti con mansioni più dure dove venivano trasferiti

di solito militanti comunisti. Alla Fiat, l’Officina Sussidiaria Ricambi veniva

chiamata in quegli anni con il nome allegorico di Officina Stella Rossa36. Le

intimidazioni agli operai comunisti toccavano non solo la sfera individuale: presto

si arrivò anche alle minacce dirette ai familiari. Numerose furono le lettere inviate

da capi e sorveglianti alle mogli di attivisti comunisti che minacciavano di

licenziare i propri mariti.37

“I meccanismi messi in atto allora dalla Fiat sembrano appartenere a un altro mondo: veri e
propri “tribunali di fabbrica” con verbali di udienza, per dare apparenza di legalità ai
licenziamenti; reparti confino come l’Officina Sussidiaria Ricambi; un nutrito corpo di
sorveglianze e un’ampia rete d’informatori; un insieme di intimidazioni e di pressioni cui gli altri
sindacati non mancano spesso di contribuire”38

E non mancarono di contribuire anche le forze dell’ordine della Repubblica. In

molti casi e in molti contesti aziendali, venivano reclutati poliziotti, carabinieri e

36
E. Pugno, S. Garavini, Gli anni duri alla Fiat. cit, p. 17.
37
Ibidem.
38
G. Crainz, Storia del miracolo economico. Culture, identità, trasformazioni fra anni cinquanta e
sessanta, Roma, Donzelli, 1998, p. 34-5.

38
vigili urbani, su cui i superiori chiudevano un occhio, direttamente pagati o

ricompensati con doni di vario genere per spiare gli operai e le loro famiglie.39

“Denaro e donazioni servivano a raccogliere una massa minuta e fitta di informazioni (non di
rado, sembra di capire, con il largo aiuto dei parroci) che ovviamente privilegiava le opinioni
politiche dei dipendenti o di chi faceva domanda d’assunzione, ma si allargava – con impietosa,
compiaciuta e talora morbosa invadenza – a ogni sfera della vita privata.”40

Certamente un carattere fondamentale della repressione degli operai comunisti

fu il fatto che questa era sorretta dalla più generale repressione sociale di cui i

comunisti erano oggetto negli anni più cupi della guerra fredda. In questo senso le

ingerenze delle diplomazie americane furono straordinarie. Non ci furono scrupoli

nell’attuare le più svariate forme di pressione, sia verso i poteri politici che verso

le direzioni aziendali. Comunisti e simpatizzanti della sinistra erano vittime del

“sistema d’impronta maccartista che devastava allora gli Stati Uniti: la minaccia

del posto di lavoro.”41 Gli Stati Uniti in poche parole, subordinavano il loro

appoggio politico ed economico alla capacità degli industriali, non solo di

introdurre velocemente i nuovi sistemi organizzativi di produzione, ma anche di

espellere chi, secondo la loro visione maccartista, avrebbe più di tutti ostacolato lo

“sviluppo economico”, cioè i comunisti. Ciò avveniva tramite la minaccia di

sospendere commesse e investimenti previsti dal piano Marshall. Le polemiche

con gli industriali italiani che non espellevano dalle aziende gli operai comunisti o

semplicemente gli iscritti alla CGIL (che tra l’altro non erano tutti comunisti),

erano all’ordine del giorno. Nota ormai è la polemica tra la Confindustria e

39
In particolare sulle schedature alla Fiat si veda la straordinaria opera di B. Guidetti Serra, Le
schedature alla Fiat: cronaca di un processo e altre cronache, Torino, Rosenberg & Sellier, 1984.
L’autore riferiva che le schedature in Fiat continuarono per tutti gli anni ’60 e si estinsero solo
verso la metà degli anni ’70, grazie anche alla entrata in vigore dello Statuto dei lavoratori e
all’opera di coraggiosi pretori del lavoro.
40
G. Crainz, Storia del miracolo economico, cit., p. 36.
41
V. Foa, Questo novecento, cit. p. 230.

39
diplomazia americana iniziata nel 1950 e protrattasi negli anni successivi, sulla

presunta debolezza con cui gli industriali italiani avevano provveduto a eliminare

dalle fabbriche i “sovversivi attivisti che continuavano a sabotare deliberatamente

il più grande programma che mai il mondo avesse visto per il miglioramento del

tenore di vita dell’uomo medio.”42 Certo in quegli anni la critica americana ai

dirigenti dell’economia italiana riguardava la questione più ampia della

opportunità d’introdurre anche in Italia il modello di produzione fordista43, ma la

carica ideologica contro i militanti comunisti e la loro scarsa conoscenza della

situazione reale nei luoghi di lavoro, resero le loro critiche quanto meno

strumentali alle logiche della guerra fredda e in definitiva sprezzanti delle liberà

civili e sindacali. I dirigenti dell’economia italiana d’altronde, ebbero su questo

punto un atteggiamento che da una parte rivendicava il loro percorso autonomo di

introduzione delle nuove forme organizzative d’oltreoceano e dall’altra non

perdeva tempo nella minuziosa opera di denigrazione morale e civile dei militanti

socialcomunisti, che certamente fu condotta con attenzione quasi maniacale.

Come dire, sull’introduzione del fordismo in Italia si può discutere, ma non venite

a farci la predica di anticomunismo! Gli industriali italiani infatti non perdevano

un’occasione per sottolineare di fronte alle diplomazie d’oltre oceano la genuinità

della loro quotidiana opera di lotta al comunismo nelle aziende. Ciò per

scongiurare il blocco dei finanziamenti o il taglio delle commesse straniere.

L’evento storico più significativo in tal senso fu certamente l’incontro avutosi il 4

42
Le parole sono di Lucius Dayton, capo della missione speciale della European Cooperation
Administration (Eca) in Italia, pronunciate nell’ottobre 1950 a Genova e citato in G. Berta, L’Italia
delle fabbriche, cit., p. 101.
43
Sull’intera polemica tra la Confindustria di Angelo Costa e le diplomazie americane si veda la
ricostruzione nel saggio sempre di G. Berta, La Confindustria fra atlantismo e fordismo, da cui è
stata estrapolata la citazione precedente, in Ivi.

40
febbraio nel 1954 all’ambasciata americana a Roma tra l’ambasciatrice Claire

Booth Luce e Vittorio Valletta, capo della Fiat, il cui svolgimento fu reso noto

solo 1974 grazie alla pubblicazione dalla Rivista di storia contemporanea. E’

sufficiente riportare qualche passaggio del documento per chiarire le strategie

degli industriali italiani di fronte ai richiami statunitensi e alle minacce di

sospensione delle commesse.

L’Ambasciatrice “[…] A lato dei larghi sacrifici fatti dagli Usa […] la situazione del
comunismo in Italia in luogo di retrocedere parrebbe in continuo progresso. Conseguentemente si
presenterebbero come inutili altri aiuti anche quelli in offshore. […] Il Senato americano […]
dovrà esaminare tale situazione […]” Valletta “[…] Tale impressione […] non soltanto è esagerata
ma è sostanzialmente sbagliata. […] Malgrado la fiducia storica nelle loro antichissime
organizzazioni (CGIL e FIOM) […] continuo è il passaggio alle altre organizzazioni […] nelle
quali gli scioperi a base politica o di disturbo non vengono ormai più attuati […] non è possibile
ottenere rapidamente un maggior crollo delle votazioni operaie a danno delle antichissime loro
organizzazioni […] dovrà piuttosto ricercarsi in avvenire una soluzione atta a schiacciare gli
attivisti e comunisti dai posti di comando […] il personale è scelto con criteri severissimi, riferiti
[…] al loro passato ed alla loro non appartenenza a formazioni politiche […].”44

Detto e fatto: alle elezioni del 1955 la FIOM (sindacato dei metalmeccanici

della CGIL), dopo anni di repressione anticomunista e antisindacale e di

resistenze, perse le elezioni della CI in Fiat, da sempre dominata fino a quel

momento.

Le pratiche volte a reprimere l’esercizio delle libertà civili nelle aziende mano

a mano che si sviluppavano investirono la totalità dei lavoratori, anche quelli non

comunisti. Le direzioni aziendali si sostituivano di fatto alle autorità pubbliche nei

luoghi di lavoro. Tramite i licenziamenti indiscriminati, indagini preliminari per

l’assunzione, ispezioni, sanzioni disciplinari e innumerevoli pratiche vessatorie, i

luoghi di lavoro vennero rapidamente trasformati in una specie di luogo “altro” in

cui i diritti civili sanciti dalla Costituzione non avevano nessuna applicazione.

44
Il verbale della riunione è stato pubblicato integralmente con il titolo “Il governo americano
contro gli operai italiani (1954)” in V. Foa, Sindacati e lotte operaie 1943-1973, Torino, Loescher,
1975, pp. 104 ss.

41
Non che fuori dalle fabbriche non si contavano casi di repressione politica e di

limitazioni delle libertà civili45, ma le pretese e le pratiche delle direzioni aziendali

avevano una loro specifica e autonoma strategia volta a creare una doppia

disciplina in merito e dare all’impresa una sorta di immunità rispetto alle

violazioni dei diritti civili. La dimostrazione di ciò fu il fatto che la repressione

delle libertà civili in azienda non investì solo gli operai militanti e simpatizzanti

comunisti, ma con il tempo questa fu utilizzata verso la generalità degli operai con

la pratica delle ispezioni a distanza, con le guardie giurate e con le perquisizioni

personali. Gli operai non comunisti, pian piano che vedevano crescere la

disciplina nelle fabbriche, si accorsero che, fuori da queste, alcuni diritti civili

(certo non sempre) erano comunque tutelati dagli organi statali, mentre nelle

fabbriche si andavano costruendo luoghi in cui tutto era permesso in deroga alle

libertà sancite dalla Costituzione. Soprattutto nelle fabbriche più piccole ormai, la

distinzione tra comunisti e cattolici non esisteva, l’offensiva si dirigeva contro

tutti in violazione dei diritti e della dignità umana dei lavoratori.

2.3 Il primo progetto di Statuto dei lavoratori: linea costituzionalista

e origine di quella riformista

Nel paragrafo precedente abbiamo visto come, nel giro di qualche anno, i

luoghi di lavoro in Italia si trasformarono in veri e propri luoghi di repressione

delle libertà dei lavoratori. Una repressione che non riguardava solo le libertà

sindacali del lavoratore come parte contraente del rapporto di lavoro, ma che

investiva la stesse libertà personali, le libertà di pensiero politico e religioso,

45
Sul nesso strategico tra repressione nei luoghi di lavoro da parte dei datori e repressione sociale
da parte degli organi dello Stato si veda la ricostruzione storica di L. Ventura, Lo statuto dei diritti
dei lavoratori, cit., p. 517.

42
l’integrità fisica e morale. Un processo iniziato alla fine del decennio quaranta e

che ebbe il suo culmine alla vigilia del miracolo economico nel ’58. E’ indubbio

che in questo lasso di tempo, gran parte dell’opinione pubblica italiana non era a

conoscenza o ignorava la violenza e la brutalità delle condizioni in fabbrica. Le

denuncie e le resistenze furono deboli e soprattutto non furono raccolte dalla

intelligentsia nazionale meravigliata dai fasti del primo sviluppo economico.

“L’Italia di “Lascia e raddoppia” e di “Canzonissima” era presa in quegli anni da occupazioni


del tutto diverse. […] “Così il pubblico colto, il pubblico “liberale”, non ha mai saputo nulla. Non
ha mai saputo in che modo, per tutto l’arco degli anni ’50, la classe operaia sia stata
sistematicamente disarmata, umiliata, sfruttata, quali drammi individuali e collettivi si siano
verificati, quale immensa forza d’intimidazione si sia raccolta nelle mani del padronato”.46

Erano quindi anni in cui la gran parte della cultura “alta” italiana dimostrò un

forte distacco con la realtà, poiché basava il proprio pensiero “nell’erroneo

presupposto che i diritti fondamentali di libertà possono essere confiscati o

compromessi solamente dal pubblico potere” e non si preoccupavano “che la

società civile possa generare forme di dominio non meno oppressivo […].”47

Tuttavia denunce e proposte d’intervento ci furono, non si può negarlo. Esse

furono deboli e figlie dei tempi che correvano, ma ripercorrerle è importante

soprattutto per individuare le origini del dibattito sullo Statuto dei lavoratori e le

nuove culture giuridiche che stanno alla base della legge 300 del 1970.

All’inizio del 1952 un’importante inchiesta promossa dalla rivista “Società”48

chiamò importanti giuristi e operatori giuridici a esprimersi in merito al

licenziamento disposto nel capodanno ’52 da parte della Fiat, al militante

46
E. Scalfari, L’autunno della Repubblica, cit., p. 70.
47
U. Romagnoli, Il lavoro in Italia, cit., p. 133.
48
Diritto al lavoro e libertà di opinione, in “Società”, 1952.

43
comunista Giovanni Battista Santhià49, chiedendo a questi se il licenziamento per

motivazioni politiche poteva ritenersi illegittimo alla luce delle norme previste

dalla Costituzione. Le risposte dei giuristi furono per la maggior parte (i

costituzionalisti)50 volte a ritenere illecito il licenziamento alla luce di una vasta

serie di norme sancite dalla Costituzione, ritenendole di fatto imperative non solo

nell’ambito dei rapporti tra cittadino e Stato ma anche nei rapporti interprivati e

quindi in quello di lavoro (Balzarini, Giannini, Natoli, Cesarini-Sforza e

Crisafulli). Dubbi in merito all’illegittimità del licenziamento furono invece

rilevati da Santoro-Passarelli.

Nell’ottobre dello stesso anno, al III congresso dei lavoratori chimici,

Giuseppe Di Vittorio in un’intervista parlò esplicitamente della opportunità di

varare uno “statuto che sancisse i diritti e le libertà del cittadino lavoratore”51

costituzionalmente riconosciuti. Nella stessa intervista, Di Vittorio, spiegando le

ragioni della proposta, denunciò le pratiche vessatorie dei datori di lavoro nei

luoghi di lavoro. Fu una delle prime denuncie ufficiali delle violazioni dei diritti

dei lavoratori nelle aziende e proveniva da chi, più di tutti, in quegli anni soffriva

la discriminazione nelle aziende, cioè la CGIL, “il sindacato dei comunisti”.

Questa vedeva nello Statuto un importante provvedimento per reagire ad una

49
G.B. Santhià ebbe un ruolo di primo piano nella Fiat durante la Liberazione e nota era la sua
militanza comunista. Successivamente fu nominato direttore dei servizi sociali. Fu licenziato per
motivi apertamente politici. Nella lettera di licenziamento si leggeva che “non poteva
ulteriormente essere trascurata l’incompatibilità esistente fra la sua posizione di direttore Fiat e i
suoi obblighi di alto esponente di un partito di cui è ben noto il costante atteggiamento di ostilità e
di lotta a scopo distruttivo nei confronti della Fiat”, in E. Stolfi, Da una parte sola. Storia politica
dello statuto dei lavoratori, Milano, Longanesi, 1976, p. 17.
50
Sull’impegno in quegli anni dei giuristi per l’attuazione delle norme della Costituzione,
interessante fu un appello diramato nel 1951 firmato da un gran numero di operatori giuridici in
occasione della festa della Costituzione, in cui si rilevava un’applicazione carente delle norme
costituzionali e la persistente operatività di vecchie leggi varate sotto la dittatura fascista, in
“Rivista giuridica del lavoro”, 1951, I, p. 149.
51
M. Vais, Lo statuto dei diritti dei lavoratori, in “Rivista Giuridica del lavoro”, 1964, I, p. 27.

44
pessima situazione che “interessava soprattutto i suoi uomini e le sue

organizzazioni”52. Il mese dopo gli stessi temi furono riproposti al III Congresso

Confederale della CGIL e fu approvato dai 1429 delegati il progetto di Statuto

proposto da Di Vittorio (si veda Appendice doc. n. 1).

Il primo progetto di Statuto dei lavoratori era quindi composto da 4 articoli e

da un enunciato finale. Ognuno di questi era collegato ai relativi articoli della

Costituzione da applicare anche nei luoghi di lavoro. Il primo era collegato all’art.

2, il secondo all’art. 13, il terzo agli art. 39-40-46 e il quarto agli art. 3-36. Il testo

in realtà non era altro che una riproposizione dei principi sanciti dalla

Costituzione inseriti però nel contesto aziendale. Solo nell’enunciato finale si

proponeva di collegare tali diritti alla questione del licenziamento: il testo limita

esplicitamente il licenziamento ad nutum alle sole ragioni attinenti alle esigenze

della produzione, vietando licenziamenti per rappresaglia a causa dell’affiliazione

del lavoratore ad una organizzazione sindacale o per aver fatto valere i principi

sanciti dalla Costituzione. E’ chiaro quindi che la CGIL propose lo Statuto

raccogliendo le proposte del movimento dei giuristi costituzionalisti che

rivendicavano l’applicazione sostanziale delle norme costituzionali, riproponendo

un complesso di norme da applicare anche al rapporto di lavoro, ma senza

preoccuparsi adeguatamente di come renderle effettive. E’ su questo terreno

d’incontro tra cultura giuridica costituzionalista e il sindacalismo d’ispirazione

marxista che fu fondata nel 1951 la Rivista giuridica del lavoro diretta da Ugo

Natoli. Per tutti gli anni ’50 e ’60, si realizzò quindi un incontro tra le aspirazioni

della classe operaia e giuristi intenzionati a portare avanti la lotta sul piano

52
G. F. Mancini, Lo statuto dei lavoratori dopo le lotte operaie del 1969, in “Politica del diritto”,
1970, n. I, p. 57.

45
giuridico del lavoro. La pubblicazione della proposta di Statuto della CGIL, le

successive pubblicazioni di saggi, l’indirizzo di ricerca sui temi dei diritti dei

lavoratori e l’organizzazione di convegni, dimostravano l’impegno eccezionale

dei giuristi della Rivista, volto da una parte a denunciare la condizione operaia

nelle aziende e dall’altra a trovare strumenti normativi per elevare i diritti dei

lavoratori. In questa prospettiva, i giuristi raccolti attorno alla Rivista, si

contraddistinsero per un atteggiamento professionale di aperta contestazione delle

dinamiche insite al sistema giuridico italiano, che continuava ad essere farcito di

cultura e ideologie conservatrici e antidemocratiche tipiche del regime fascista53.

Lo stesso Luciano Ventura, autorevole giurista della linea costituzionalista (che

tra l’altro avrà come vedremo un ruolo importante nella Commissione giuridica

guidata da Gino Giugni istituita per la redazione del progetto di legge del Governo

Rumor) parlando di quegli anni e dell’opportunità di varare uno Statuto dei diritti

dei lavoratori, dichiarò:

“Sono gli anni nei quali viene fondata questa Rivista, la cui storia è indissolubilmente legata
allo sviluppo di quell’indirizzo e di quelle ricerche”54.

Il convegno sulla tutela delle libertà nei rapporti di lavoro, tenutosi a Torino

nel novembre del 1954, fu il segno di questo incontro e del fatto che il problema

“uscì dal mondo delle organizzazioni sindacali dei lavoratori per impegnare anche

studiosi […], in particolare i giuristi”55. Esso fu infatti organizzato dalle riviste: Il

53
Tale atteggiamento è palesemente esternato da M.S. Giannini in un saggio del 1956, in cui
commenta una vicenda relativa all’affissione di una manifesto nei locali di un’azienda da parte dei
componenti della CI. Ciò aveva provocato l’intervento del questore e successivamente un
pronuncia giudiziaria, si veda A proposito di diritti di libertà dei lavoratori nelle aziende, in
“Rivista giuridica del lavoro”, 1956, p. I, pp. 72 ss.
54
Lo statuto dei diritti dei lavoratori, cit., p. 519.
55
L. Riva Sanseverino, Problemi attuali di uno “statuto dei diritti del lavoratore”, in “Quaderni
di scienze sociali”, 1968, p. 42.

46
diritto del lavoro, Rivista internazionale e comparata del lavoro, Rivista giuridica

del lavoro, appunto, e dall’associazione Giuristi Democratici. I giuristi interpellati

ribadirono che le norme costituzionali dovevano ritenersi imperative anche

all’interno delle aziende come al di fuori di queste e ritennero illegittimo qualsiasi

licenziamento ad nutum per le opinioni politiche e sindacali del lavoratore. Alcuni

dimostrarono una particolare attenzione proprio per la proposta di Statuto della

CGIL.56

Intanto negli stessi anni, anche la cultura cattolica del movimento operaio

aveva dimostrato di interessarsi alle condizioni dei lavoratori nelle unità

produttive. Le ACLI milanesi, dopo aver annunciato al congresso del 1952 che era

in corso un’inchiesta condotta fra i lavoratori della provincia milanese,

pubblicarono un anno più tardi un fascicoletto dal nome La classe lavoratrice si

difende57, in cui venivano descritte le pratiche vessatorie delle direzioni aziendali

dimostrando che la violazione dei diritti civili e sindacali investiva non solo i

militanti comunisti, ma la generalità dei lavoratori. La pubblicazione

nell’immediato provocò polemiche violentissime: le associazioni degli

imprenditori negarono il contenuto dell’inchiesta, accusarono gli “aclisti” di falso

e li descrissero come “comunisti di sagrestia”58. Tuttavia la grande stampa

nazionale ignorò la denuncia e il potere politico dimostrò uno sconvolgente

disinteresse. Ma la denuncia delle ACLI ebbe due effetti importantissimi per il

futuro dello Statuto: primo, l’inizio di un processo di convergenza di interessi su

questi temi - non certo per la loro risoluzione come vedremo - delle

56
Atti del Convegno sulla tutela della libertà nei rapporti di lavoro, Milano, Giuffrè, 1955; si veda
anche M. Vais, Lo statuto dei diritti dei lavoratori, cit., p. 35-37.
57
La classe lavoratrice si difende, (a cura delle ACLI), Milano, 1953.
58
E. Scalfari, L’autunno della Repubblica, cit. p. 73.

47
organizzazioni dei lavoratori cattoliche e comunista; secondo, il fatto che qualche

anno più tardi il potere politico iniziò ad interessarsi della questione, con

l’istituzione della commissione d’inchiesta sulle condizioni dei lavoratori nel

1955. Proprio a Milano infatti si svolse un convegno, promosso dalla “Società

Umanitaria”59, sulle condizioni del lavoratore nell’impresa industriale: erano

presenti sia i sindacalisti della CGIL, della CISL, della UIL e delle stesse ACLI,

sia studiosi, giuristi, industriali e parlamentari. Allo stesso tempo le denuncie delle

Associazioni dei Lavoratori Cattolici costrinse la Democrazia Cristiana ad

assumersi le proprie responsabilità politiche di fronte a queste tematiche.

“Con l’Inchiesta parlamentare sulle condizioni dei lavoratori in Italia, le questione fu poi
adottata nel campo politico, anche se sempre in vista di uno dei tanti aspetti della complessa
tematica affrontata: infatti, in materia di “Rapporti umani e provvidenze sussidiarie e
integrative.”60

L’inchiesta parlamentare infatti sorse dalla fusione delle due iniziative

parallele, quella delle ACLI alla Camera dei Deputati proposta da Buttè e Calvi e

quella della CGIL al senato proposta da Roveda.

In realtà in quegli anni ci fu la denuncia delle pessime condizioni dei

lavoratori, ma esse furono deboli e non riuscirono a raggiungere l’opinione

pubblica generale, anche se furono importantissime soprattutto per il fatto che

unirono aspirazioni delle organizzazioni sindacali a settori della comunità

giuridica, segnando la nascita della linea costituzionalista. Questa, rappresentata

dalla proposta della CGIL e sorretta dall’elaborazione teorica dei giuristi raccolti

attorno alla Rivista giuridica del lavoro, riteneva che le norme costituzionali erano

59
Società Umanitaria, Convegno nazionale di studio sulle condizioni del lavoratore nell’impresa
industriale, Milano, Giuffrè, 1954.
60
L. Riva Sanseverino, cit., p. 42-43.

48
già applicabili non solo ai rapporti tra cittadino e Stato ma anche tra privati, a

maggior ragione nel rapporto di lavoro in cui una delle parti era da considerare più

debole (il lavoratore). Si auspicava un intervento legislativo dello Stato,

soprattutto nella misura in cui nei luoghi di lavoro di fatto la parte contraente più

forte (l’imprenditore) non permetteva l’esercizio di tali diritti di libertà, per

garantire a tutti i lavoratori, organizzati o meno, una tutela generale e uniforme

che in definitiva limitasse il potere disciplinare e di licenziamento

dell’imprenditore. Titolari dei diritti erano quindi la generalità dei lavoratori, non i

gruppi, ma i singoli che li esercitavano organizzandosi. La proposta

costituzionalista rifletteva l’ideologia marxista di fondo, sia del sindacato social-

comunista e sia dei giuristi che la portavano avanti. Sul piano sindacale ciò

significava considerare il sindacato come un’organizzazione che guidasse la classe

operaia nella sua totalità, congiuntamente al ruolo preminente del partito,

lasciando a questo il momento politico. Quello che bisognava evitare per la CGIL

era la deriva aziendalista, cioè la contrattazione diretta dagli stessi lavoratori nelle

aziende, che avrebbe incentivato lotte corporative e la stratificazione di condizioni

all’interno della classe operaia. “L’ideologia universalista […] le impedisce di

riconoscere nella fabbrica il centro propulsore non solo del sistema produttivo, ma

anche delle relazioni sindacali”61, quindi dell’esercizio dei diritti di libertà. Per

questo si prediligeva la contrattazione centralizzata già ricostruita negli anni della

CGIL unitaria, a scapito del sindacato in azienda e degli avanzamenti sul terreno

dei diritti da ottenere con la contrattazione aziendale. Data la scarsa forza

negoziale di quegli anni, dovuta sia alla lotta anticomunista sia alla crescita delle

61
U. Romagnoli, T. Treu, I sindacati in Italia, cit., p. 156.

49
altre centrali sindacali, rimaneva come unico modo per ottenere lo Statuto la via

eteronoma e cioè l’intervento legislativo.

A questa prima concezione dello Statuto dei lavoratori, si contrappose in

seguito un’altra concezione, che proprio in quegli anni si andava lentamente

formando: la concezione c.d. “sindacale” o anche “riformista”. Tale linea teorica

collegava la tutela dei diritti dei lavoratori all’attività sindacale direttamente

praticata dalle organizzazioni dei lavoratori nelle unità produttive. Il filone

sindacale ebbe una lenta incubazione e negli anni ‘50 non si occupò direttamente

di Statuto dei lavoratori: anzi, i suoi esponenti, spesso ritennero la proposta della

CGIL del tutto inutile ed erronea62. In realtà l’elaborazione teorica si preoccupava

del fenomeno sindacale e del sistema di relazioni industriali che in quegli anni

aveva scarso seguito nelle culture dominanti. Queste ultime non erano ancora

aperte a impostazioni moderne per via dello sviluppo capitalista italiano ancora

troppo arretrato. Mentre i riformisti si inserivano nel solco tracciato dal più

generale dibattito tra i civilisti che cominciavano a elaborare modelli teorici di un

sistema giuridico di diritto sindacale in un futuro contesto del capitalismo maturo.

Fallito il tentativo di costruzione di un diritto sindacale proveniente dal diritto

pubblico e quindi dall’attuazione degli articoli 39 e 40 della costituzione63, furono

62
Del giudizio negativo sulla proposta di Statuto avanzata dalla CGIL e dai giuristi
costituzionalisti da parte della nascente linea sindacale o riformista, ne parla G. Tarello nella
seconda edizione del volume sulle teorie e le ideologie del diritto sindacale uscita nel 1972
pubblicata con l’aggiunta di un’appendice, G. Tarello, Teorie e ideologie del diritto sindacale.
L’esperienza italiana dopo la Costituzione, Milano, ed. Comunità, 1972, pp. 150-151, nota n. 7.
63
Noto è ormai il dibattito, sia tra gli operatori giuridici, sia nel mondo sindacale e politico,
sull’attuazione degli articoli 39 e 40, in corso negli anni successivi all’entrata in vigore della
Costituzione e della conseguente “legislazione mancata”. Il potere politico fu tentato a varare una
legge che attuasse le norme costituzionali in senso restrittivo per il movimento sindacale. Ma la
posizione fortemente ostile del sindacato cattolico per via della posizione assunta dal ’50 contro
ogni legge sindacale poiché questa avrebbe limitato l’autonomia collettiva dei lavoratori, fecero
presto cadere tutte le proposte in merito, inaugurando la stagione del “meno si legifera, meglio è”.
La CGIL dal suo canto, sia per la sua vocazione costituzionalista, sia per la sua posizione di
sindacato maggioritario, avrebbe preferito un intervento legislativo che, da una parte si sarebbe

50
proprio questi giuristi d’ispirazione liberale64, tramite un’opera dottrinale e

giurisprudenziale con gli strumenti e nell’ambito del diritto privato, a costruire i

concetti dogmatici che rappresenteranno l’ossatura del diritto sindacale italiano.

Questo filone giuslavorista, tra cui spiccava la figura di Francesco Santoro-

Passarelli, si discostava sensibilmente da quello più strettamente civilista, che

negli stessi anni si distinse per un “esasperato formalismo interpretativo e una

tenace aderenza al dato legislativo nella sua formazione letterale”65.

L’ordinamento sindacale così elaborato si basava principalmente sul fatto che con

esso si regolava rapporti tra privati (scelta privatistica del diritto sindacale),

potenzialmente configgenti (riconoscimento del conflitto); quando il conflitto si

esprimeva sottoforma di sciopero, questo doveva essere limitato e disciplinato il

più possibile (limitazione del diritto di sciopero ancora considerato male sociale),

fino all’intervento del contratto collettivo di diritto comune, che rappresentava

l’ottenimento della pace sociale. Era palese quindi l’ideologia liberale che

sottendeva le scelte interpretative nella costruzione dei concetti appena esposti. E

altrettanto chiare erano le conseguenze sul piano dei diritti dei lavoratori di un

ordinamento sindacale basato su questi presupposti e senza istituti certi e incisivi

verso la generalità dei lavoratori. Ma fu proprio nel solco di questa elaborazione

teorica e dalla critica ad essa, che un nuovo gruppo di giovani giuristi si

inserito nella c.d. “lotta per il diritto” e dall’altra gli avrebbe consentito di avere un ruolo egemone
nella politica contrattuale, scongiurando la pratica degli accordi “separati” che la CISL andava
attuando in quegli anni. Ma al progetto di legge fortemente limitativo del diritto di sciopero e più
in generale del movimento sindacale, presentato dal governo nel 1951 (progetto Rubinacci), ci fu
una generale opposizione delle sinistre e di tutto il mondo sindacale per i suoi caratteri illiberali e
discriminatori. Per una trattazione più larga della legislazione mancata si vedano G. Tarello, cit.,
pp. 19 ss.; U. Romagnoli, T. Treu, cit., pp. 44 ss.; U. Romagnoli, Il lavoro in Italia, cit., pp. 132 ss.
64
Ma lo stesso Tarello fa notare che anche i giuristi più inclini a sostenere la politica della CGIL,
quindi i costituzionalisti di ispirazione marxista, contribuirono alle costruzioni teoriche di carattere
privatiste, spinti dall’esigenza di tutela dei lavoratori singoli, in Teorie e ideologie, cit., p. 24.
65
Ivi, p. 25.

51
preoccupò di approfondire il processo di costruzione dell’ordinamento sindacale,

assumendone alcuni concetti di base e sottolineando i limiti reali che le prime

elaborazioni presentavano. Un impegno che iniziò a metà anni ‘50, ma che ebbe il

suo culmine all’inizio degli anni ‘60 ponendo le basi culturali e giuridiche per la

stagione della “legislazione di sostegno”, di cui lo Statuto dei diritti dei lavoratori,

approvato nel maggio ’70, fu il più valido e incisivo risultato. Il manifesto della

corrente “giusindacalista” apparve nel 1954, redatto dal “padre”66 dello Statuto

Gino Giugni, coadiuvato da un altro giovane giuslavorista Giuseppe Federico

Mancini. Sarà questo saggio dal titolo emblematico Per una cultura sindacale in

Italia67, assieme all’introduzione redatta dallo stesso Giugni un anno più tardi e

pubblicata nel ’56, del libro manifesto della cultura sindacale nordamericana A

Theory of the Labor Movement68, a segnare la nascita del nuovo indirizzo

scientifico e culturale che si svilupperà più compiutamente nel 1960 e troverà

convergenze straordinarie tra giuristi e sindacalisti di diversa impostazione

ideologica. Due scritti che meritano una trattazione a parte e con cui

concluderemo il capitolo.

Nel primo dei due, gli Autori in apertura sottolineavano come l’Italia degli

anni ‘50 fosse priva di una vera e propria cultura sindacale, a differenza dei paesi

anglosassoni dove invece si rilevava un numero notevole di studi su questa

materia e un’attenzione del tutto diversa della comunità scientifica. “[…] la

66
Da tutti Gino Giugni è stato indicato come il padre dello Statuto. Tuttavia come vedremo in
seguito, considerandolo tale si farebbero delle confusioni di parentela, visto il ruolo determinate
che assunse il ministro del lavoro G. Brodolini. Sarebbe meglio indicarlo come uno zio, più che un
padre.
67
G. Giugni, G. F. Mancini, Per una cultura sindacale in Italia, in “Il mulino”, 1954, I, pp. 28 ss.
68
S. Perlman, A Theory of the Labor Movement, New York, Macmillan Company, 1928, ed. It.
Ideologia e pratica dell’azione sindacale, Firenze, La Nuova Italia, 1956.

52
cultura sindacale in Italia non è”69. Gli stessi continuavano rinvenendo nella

dottrina marxista e in quelle forze che si “sogliono chiamare liberali”, le cause di

questo gap culturale. Ai primi rimproveravano un dogmatismo dottrinario che di

fatto relegava la pratica sindacale e quindi anche il suo studio ad un ruolo di

secondo ordine rispetto alla pratica politica, portando chi si professava marxista

ad interessarsi al moderno sindacalismo solo in una prospettiva meramente “[…]

funzionale, se non proprio sotto un deteriore profilo tatticistico”70. Dei c.d. liberali

criticavano invece lo scarsissimo interesse per le materie sindacali, persino nei

commenti politici. In sostanza i liberali italiani, per gli A., non dimostravano

sufficiente attenzione alle questioni sociali, se non quelle strettamente connesse ai

rapporti tra cittadini e Stato. La loro scarsa attenzione verso le materie

sociologiche71 e le metodologie di questa disciplina, il loro distacco dalla società,

ha indotto l’intellighentsia liberale a non interessarsi del sindacalismo in quanto

fenomeno strettamente connesso alla creatività della società civile. Dopo la critica

alle culture esistenti egemoni che bloccavano la nascita di una moderna cultura

sindacale, i due giuslavoristi indicarono nella nuova cultura moderna cattolica le

linee di ricerca più utili per riempire questo contenitore vuoto della cultura

moderna italiana. I cristiano sociali nella storia si erano sempre occupati della

questione operaia al pari dei marxisti, ma erano incappati nell’errore corporativo.

Ormai, passati i primi anni post-corporativi, “di corporativismo si ode parlar meno

69
G. Giugni, G. F. Mancini, Per una cultura, cit., p. 29. In questo senso gli autori sottolineano il
carattere limitato degli studi italiani in tema di lavoro e in tutte le opere, d’ispirazione marxista e
cattolica, rilevarono un dibattito in cui è presente un “tormento dialettico” del rapporto tra
sindacato e potere politico, parafrasando una espressione di Segre.
70
Ivi, p. 32. Seguendo con le argomentazioni, gli A. riconoscevano comunque alla dottrina
marxista di aver comunque intuito nel suo tipo di elaborazione, i caratteri storici del sindacalismo
italiano, che “è sempre vissuto sotto la pesante ipoteca di vari paternalismi politici” prima del PSI,
poi dei partiti della sinistra marxista e del partito cattolico.
71
Facevano notare inoltre, come la sociologia stava scomparendo dal panorama culturale
nazionale, Ivi, p. 34.

53
o più cautamente di un tempo; ché anzi, […] si è venuto impostando con un certo

rigore di metodo una notevole critica dello stesso”72. E su questo terreno

vedevano impegnate, tra le altre, le stesse ACLI e le loro pubblicazioni, di cui

abbiamo appreso sopra l’importante ruolo di denuncia delle condizioni dei

lavoratori nelle aziende, grazie alla pubblicazione del fascicolo La classe

lavoratrice si difende. La situazione culturale generale descritta si rifletteva

dunque sulle stesse culture sindacali delle centrali italiane. Pur criticando le

innumerevoli spinte che cercavano di confessionalizzare il sindacato cattolico,

nella elaborazione teorica delle dirigenze della CISL, Giugni e Mancini vedevano

quelle innovazioni organizzative che avrebbero dovuto avvicinare il sindacalismo

italiano ai modelli dei paesi del capitalismo avanzato. Tutto ciò invece, rimaneva

limitato a qualche giovane sindacalista nelle dirigenze della CGIL73. Il saggio si

concluse con una critica complessiva della cultura italiana, del suo sistema

educativo e di ricerca e delle iniziative editoriali, che portava il nostro paese ad

avere un ritardo storico nello studio del lavoro e di tutte le sue implicazioni

economico-sindacali, politiche e sociali74. Mentre ravvisarono un movimento

crescente di studiosi attenti al problema delle c.d. Human Relation di origine

nord-americana.

Non stupisce quindi che dopo due anni Giugni pubblicherà la versione italiana

del libro di Perlaman sul movimento sindacale, stendendone una lunga

72
Ivi, p. 35-36.
73
Il saggio provocò nell’immediato, una polemica con Renato Zangheri, studioso del movimento
operaio, che qualche mese più tardi, con una lettera inviata agli autori e pubblicata sulla stessa
rivista, criticava Giugni e Mancini per le loro posizioni in merito alla cultura sindacalista marxista,
che a suo dire invece si era sempre spesa per dare impulso alla nascita di una propria cultura
sindacale moderna. Lo scambio di accuse protrattosi con altre lettere pubblicate su “Il mulino”
riflettevano le differenze di fondo tra le due posizioni ideologiche, quella marxista e quella
riformista. Si vedano la lettera di Zangheri alle pp. 176-178, la risposta di Giugni e Mancini alle
pp. 178-181 e ancora la controrisposta di Zengheri alle pp. 341-342.
74
Ivi, pp. 39-42.

54
introduzione che descriveremo in poche righe. Giugni chiarì già nelle prime righe

l’intento della sua iniziativa, che era quello di incentivare, con la pubblicazione

del testo che descrive uno specifico modello di azione sindacale, “[…] lo sviluppo

di una valutazione più moderna e, soprattutto, in termini più aperti e meno

provinciali, di alcuni problemi di fondo del mondo di oggi,” e “[…] affermare la

necessità che sorga anche in Italia una letteratura sindacale […] e contribuire […]

allo sviluppo della conoscenza del mondo del lavoro e delle sue istituzioni75”.

Successivamente, descrisse il ruolo che il movimento culturale istituzionalista

d’inizio secolo, guidato dalla figura di J. R. Commons e immerso nella università

e nell’ambiente socio-culturale del Wisconsin, ebbe nella nascita di una specifica

e moderna cultura industriale della società americana e che ispirò il

tradeunionismo nordamericano. Le linee generali di questa pratica di azione

sindacale furono descritte ripercorrendo la storia del movimento operaio

americano e connettendolo con il modello proposto da Perlman, allievo della

scuola istutizionalista. Parlando dell’opera di Perlaman, che era uno studio

comparato del movimento sindacale russo, tedesco, britannico e in fine

nordamericano, nell’ultima parte76, l’Autore fece notare che lo stesso Perlman

dedicava al movimento italiano solo una piccola nota a piè di pagina e da qui offrì

al lettore numerosi spunti critici sul fenomeno sindacale italiano. In poche parole,

rilevava che nel sindacalismo italiano fosse presente una “priorità

dell’organizzazione [e dell’azione] politica su quella sindacale”77 e un eccessivo

ruolo di guida degli intellettuali sul movimento operaio. Di fatto questa

75
G. Giugni, Introduzione a op. It. S. Perlman, Ideologia e pratica dell’azione sindacale, cit., p.
XI.
76
Ivi, p. LV ss.
77
Ivi, p. LV.

55
caratteristica strutturale del movimento sindacale italiano78, aveva limitato quella

autonomia culturale e di azione che ha bloccato lo sviluppo di culture e istituzioni

autonome che comunque hanno fatto parte della storia del movimento operaio.

Queste secondo lui sono state le Leghe di resistenza, le Camere del lavoro, le

Cooperative e il c.d. “socialismo municipale”. La situazione descritta tramite una

rilettura della storia del movimento operaio italiano, ha limitato molti progressi

civili per la generalità dei lavoratori e per questo Giugni riteneva essenziale “che

la dignità e gli interessi dei lavoratori vengano tutelati sulla base di un efficiente

contrattualismo e di un’attiva iniziativa sindacale. […] Una effettiva democrazia

industriale” potrà fondarsi solo sulla “[…] creazione di un equilibrio di poteri tra

rappresentanza operaia e direzione, in un clima di libertà e di legalità.”79 Per

attuare questo obbiettivo era necessaria un’azione sindacale che costruisse e

consolidasse “[…] una rete di istituzioni operaie, saldamente radicate nel posto di

lavoro, atte esse stesse, indipendentemente dall’azione del governo politico, a

modificare i rapporti di potere nell’ambito dell’azienda e dell’economia.”80

“Due linee, quindi, due politiche del diritto” avrebbe scritto lo stesso Mancini

nel 1970 commentando l’approvazione dello Statuto dei lavoratori81. Da una parte

la tradizione marxista costituzionalista, maggioritaria rispetto all’altra ma certo

non nella società, volta principalmente a ritenere illegittimo il licenziamento in

contrasto con le norme costituzionali e quindi a ritenere tali norme valevoli per la

generalità, organizzati e non, dei lavoratori, in quanto parte contraente debole,

78
Giugni vide nel tardo sviluppo industriale, il crescente squilibrio tra risorse e popolazione, la
prevalenza della popolazione agricola, e dello stesso proletariato agricolo su quello industriale, le
cause remote delle caratteristiche del movimento sindacale italiano, Ivi, pp. LVIII-LIX.
79
Ivi, p. LXX.
80
Ivi, p. LXXI.
81
G. F. Mancini, Lo statuto dei lavoratori dopo le lotte operaie del 1969, cit., p. 59.

56
anche nel rapporto di lavoro. L’altra, che muoveva i primi passi, d’ispirazione

sindacalista nordamericana, partiva da una critica alla cultura sindacale e più in

generale del lavoro in Italia. Essa si basava sull’azione nei luoghi di lavoro delle

organizzazioni sindacali e sulla concezione pragmatista dell’esercizio dei diritti in

azienda. Quindi, di fatto riconoscevano una sorta di priorità dei diritti sindacali sui

diritti individuali, poiché ritenevano che i principi costituzionali sarebbero stati

esercitati efficacemente solo sulla base della pratica di azione sindacale. Con il

tempo l’azione nei luoghi di lavoro avrebbe autonomamente creato istituzioni

operaie garanti dei diritti dei lavoratori costituzionalmente sanciti. Queste due

posizioni in parte riflettevano le due culture politiche sindacali della CGIL e della

CISL che proprio in quegli anni erano divise sui principali temi

dell’organizzazione sindacale.

57
CAPITOLO III

GLI ANNI ‘60

3.1 Premessa

I primi anni sessanta furono gli anni del boom economico e del definitivo

avvento della società neocapitalista. Ma furono anche gli anni della ripresa del

conflitto operaio e delle nuove forme di contrattazione sindacale articolata.

Sviluppo economico e centralità della questione sociale del lavoro

rappresentarono il fulcro di straordinari mutamenti che investirono tutta la società

italiana. Mutamenti che non potevano non investire le stesse istituzioni e la

politica. Il centrismo era definitivamente entrato in crisi e le richieste di uno

sviluppo più equilibrato e attento alle conseguenze sociali dell’industrializzazione

non potevano più essere elusi dal potere politico. Scongiurate strette autoritarie e

svolte a destra, l’unica via d’uscita era rappresentata dall’apertura a sinistra e

dall’entrata nel governo del Partito Socialista. Dopo la Commissione d’Inchiesta

sulle condizioni dei lavoratori, l’entrata dei socialisti nella “stanza dei bottoni”,

provocò per la prima volta l’impegno esplicito da parte del governo per la

promulgazione dello Statuto dei lavoratori. Tuttavia lo Statuto, nonostante

l’impegno di Nenni e dei socialisti, come vedremo, rimase al palo per molti anni e

si inserì nel contesto del c.d. “riformismo perduto” degli anni sessanta e dei primi

governi di centro-sinistra organico. Il riaffiorare della crisi economica e della

disoccupazione, verso la metà del decennio, svelò la difficile mediazione di

governo tra socialisti e democristiani e l’incapacità del governo di intervenire in

materia di diritti del lavoratore industriale e delle sue organizzazioni. La stessa

mobilitazione operaia dei primi anni sessanta, risentì della crisi economica e

58
ripropose le divisioni tra le confederazioni sindacali, con la conseguenza di far

arretrare tutto il movimento nelle richieste di democrazia nei luoghi di lavoro. La

realtà sociale tuttavia, suggerì agli operatori giuridici del lavoro nuove

elaborazioni che comportarono delle convergenze importanti per il futuro dello

Statuto. I giuristi riformisti, in questi anni infatti, grazie ai loro approfondimenti

teorici e alle difficoltà oggettive riscontrate del movimento sindacale nella

creazione autonoma di istituti volti alla difesa dei diritti del lavoro, si convinsero

presto delle carenze della legislazione del lavoro italiano. Un intervento

legislativo per colmare queste carenze, apparve omai inevitabile per spazzare

definitivamente i residui corporativi che ancora risiedevano nel nostro sistema di

relazioni industriali. Tuttavia le divisioni con la visione marxista sul contenuto

dello Statuto rimanevano intatte e queste furono travolte solo dagli gli straordinari

eventi di fine decennio e con la mediazione tra le due linee insita nella legge 300

del ’70.

3.2 Miracolo economico e ripresa del conflitto operaio

Tra la fine degli anni cinquanta e i primi tre anni del decennio sessanta, l’Italia

entrò a tutti gli effetti nell’ambito dei paesi più industrializzati. Ci fu il c.d.

miracolo economico, cioè l’avvento definitivo del neocapitalismo e della società

industriale, già apprestato dallo sviluppo degli anni cinquanta descritto nel

capitolo precedente. Tra il 1958 e il 1963 la crescita annuale del prodotto interno

lordo arrivò a percentuali mai viste nella nostra storia: una media del 6,3%. La

produttività e gli investimenti in macchinari ed impianti nel settore industriale,

favoriti dalla grande massa di capitali accumulati nel decennio precedente, ebbero

una crescita straordinaria, così da poter parlare di questo intero processo come un

59
vero e proprio boom economico. Il settore trainante dell’economia italiana fu

decisamente quello industriale dei beni di consumo e di conseguenza quello

commerciale. Inoltre la maggiore novità di quegli anni fu la forte crescita delle

esportazioni, per via dell’entrata del paese nel Mercato Unico europeo. Le

esportazioni crescevano ad un tasso medio annuale del 30% circa dei beni

prodotti. Gli investimenti in produzione di beni di consumo destinati ai paesi

europei mutarono lo stesso tipo dei beni esportati.

“I prodotti tessili e alimentari cedettero il passo a quei beni di consumo che erano
maggiormente richiesti nei vari paesi industriali avanzati e che rispecchiavano un reddito pro-
capite più elevato di quello italiano”.82

L’industria automobilistica e quella degli elettrodomestici, grazie all’ormai

maturo settore metalmeccanico e petrolchimico, furono l’espressione più

caratteristica del miracolo. L’esportazione riguardava infatti per la maggior parte

frigoriferi, automobili, televisori, macchine da scrivere e prodotti di plastica. Le

imprese industriali come la Candy e la Zanussi (elettrodomestici), la Fiat

(automobile) e la Olivetti (macchine da scrivere) registrarono un aumento di

profitti straordinario. La massa di manodopera disoccupata, prevalentemente

proveniente dal settore agricolo e dal meridione, era ormai stata assorbita, tanto

che nel 1962 la disoccupazione scese al 3%, “un livello, questo ultimo,

assimilabile alla piena occupazione, poiché corrispondeva alla disoccupazione

“frizionale” […] non dipendente da un livello di offerta di lavoro superiore alla

domanda.”83 Andava quindi delineandosi un processo irreversibile di

urbanizzazione, che fino a quel momento fu limitato dalla legge antiurbanesimo

82
P. Ginsborg, Storia d’Italia, cit., p. 289.
83
S. Musso, Storia del lavoro in Italia, cit., p. 51.

60
varata nel 1939 e abolita solo nel 1961. Questa toccò prima di tutto le grandi città

del Nord (Milano, Torino, ma anche Genova, Bologna, Firenze), ma determinanti

furono gli incrementi dei comuni delle cinture industriali. L’urbanizzazione

dovuta al processo d’industrializzazione, comportò quindi una crescita anche

dell’industria edile e del settore commerciale, come anche nel settore dei servizi

privati e nel pubblico impiego. L’organizzazione della produzione in serie e la

catena di montaggio, sul modello Fiat, che già alla metà degli anni cinquanta era

riuscita a introdurla definitivamente nei propri stabilimenti, era ormai stata

generalizzata a tutte le aziende che sfruttavano le economie di scala e quindi nei

settori più dinamici della nostra economia.

Ma il miracolo economico fu un processo spontaneo e le proposte d’intervento

pubblico volte a controllare e a superare gli squilibri sociali rimasero lettera morta

almeno fino alla metà degli anni sessanta. Quindi, seguendo per moltissimi aspetti

logiche rispondenti al libero gioco delle forze del mercato, essa fu dominata da

molteplici squilibri che ne sottolineavano le contraddizioni di fondo. Il fatto che la

crescita era incentrata prevalentemente sulle esportazioni, ad esempio, pose

l’accento sui consumi privati e di lusso a spese dei consumi pubblici, tracciando

un solco tra bisogno dei beni di prima necessità e aumento dei beni di consumo

privati. Inoltre le caratteristiche dualiste della nostra economia furono esasperate

ulteriormente: la maggior parte delle imprese più dinamiche erano stabilite nel

triangolo industriale, nel Nord-est e in alcune aree centrali del paese, mentre

l’industrializzazione del mezzogiorno rimaneva una flebile speranza. Ciò

comportò la ripresa delle migrazioni, per la maggior parte dal sud verso i centri

industriali del nord. Le condizioni dei lavoratori immigrati rendevano ancor più

61
grave la mancanza di una politica sociale. Furono gli immigrati meridionali a

soffrire più di tutti la mancanza di servizi sociali e alloggi dignitosi nei nuovi

contesti urbani dominati dalla speculazione edilizia.

Gli anni del boom economico, se da una parte segnarono una battuta d’arresto

del dibattito sullo Statuto dei lavoratori, dall’altra questi furono gli anni della

ripresa del conflitto sociale nelle fabbriche e delle profonde innovazioni della

stessa mobilitazione operaia. Le ore di sciopero, nel periodo che va dal ’59 al ’63,

ebbero un aumento considerevole, soprattutto se si confrontano con quelle della

metà degli anni cinquanta.84 A favorire questa ripresa fu la rinnovata fiducia della

base operaia, dovuta alle mutate condizioni sociali e alle stesse contraddizioni

dello sviluppo industriale. La classe operaia non pativa più l’esistenza della

disoccupazione dilagante e adesso poteva riattivare le rivendicazioni di aumenti

salariali senza essere ricattata dalla perdita del posto di lavoro. Al tumultuoso

aumento della produttività e dei profitti continuavano a non corrispondere gli

aumenti salariali. Inoltre il disordinato sviluppo economico aveva sconvolto gli

stessi consumi della popolazione italiana. Come scrisse Accornero in una articolo

del 1960 apparso su l’Unità, si introducevano nel consumo tradizionale degli

italiani fatto da “cibo-igene-casa”, prodotti di consumo fin allora sconosciuti

come i televisori, gli elettrodomestici e le automobili.85 Ma a consumi

considerevoli di questi nuovi prodotti non corrispondevano consumi generalizzati

di beni essenziali. L’Italia era fortemente diseguale nella distribuzione del reddito

e questa fu una delle cause maggiori della ripresa del conflitto operaio. Inoltre,

come abbiamo visto, le trasformazioni tecnologiche avevano ormai introdotto

84
Si veda Tabella 3, in G. Crainz, Storia del miracolo italiano, cit., p. 182.
85
A. Accornero, Lettera da Torino, “l’Unità”, 31 maggio 1960.

62
massicciamente le catene di montaggio nei sistemi produttivi, che rendevano il

lavoro sempre più ripetitivo e veloce, con poche pause nell’arco della giornata

lavorativa. Le rivendicazioni di quegli anni riguardavano fondamentalmente

l’aumento salariale e l’orario di lavoro e quindi si collegavano direttamente alle

condizioni stesse dei lavoratori, nella loro immediata evidenza. A queste

condizioni reagirono soprattutto i giovani. Alla fine degli anni cinquanta ormai

una nuova leva di operai era occupata nelle fabbriche italiane del boom

economico. Questi non avevano vissuto gli anni più aspri della disoccupazione,

del “supersfruttamento” e dell’arroganza padronale, mentre vivevano le

contraddizioni della realtà sociale del tempo. Alle ricchezze crescenti si

contrapponevano i bassi salari, alle vacanze al mare gli aumenti di carichi di

lavoro e agli elettrodomestici nelle case e la mancanza di scuole, alloggi e generi

di prima necessità. Di fronte ai premi anti-scioperi, alle minacce di licenziamento

e a tutti quegli atteggiamenti vessatori che avevano caratterizzato lo sviluppo

industriale degli anni cinquanta, le nuove generazioni operaie non erano più

intenzionate ad abbassare la testa.

Una posizione di rilievo nella ripresa del conflitto ebbero gli immigrati

meridionali. In loro la determinazione fu ancora più forte, poiché “trovavano nella

fabbrica un luogo privilegiato di un’azione collettiva che era loro negata

all’interno della comunità”86. Le città industriali dove erano arrivati in cerca di

lavoro li rendeva ancora “ospiti” e molti di loro prima di essere regolarizzati

vivevano al confine con la legalità. L’esser stati sradicati dalla propria terra di

origine e trovarsi in ambienti urbani, sprovvisti di case popolari, scuole e servizi

86
P. Ginsborg, Storia d’Italia, cit., p. 431.

63
sociali, attivava nelle coscienze degli immigrati meridionali una forte critica verso

una società che li aveva costretti ad emigrare e che non li aveva saputi risarcire,

pur in un periodo di abbondanza economica.

In questo ciclo di lotte un altro fattore di innovazione fu quello delle prima

mobilitazione studentesca in appoggio della classe operaia. Gli studenti

universitari erano presenti in molti scioperi e spesso solidarizzavano con le

rivendicazioni dei lavoratori, grazie alla unione generazionale con i giovani

operai.

“In testa a tutti i cortei ci sono sempre i più giovani […] e in mezzo a loro ci sono gli studenti
universitari […].”87

L’appoggio di larghe fasce della popolazione universitaria era già visibile

negli scioperi del luglio 1959 per il rinnovo del contratto dei metalmeccanici e

andarono intensificandosi soprattutto con le grandi mobilitazioni del 1962. Nello

stesso anno agli scioperi dei metalmeccanici si aggiungevano le manifestazioni

per la pace nel momento più acuto della crisi dei missili cubana. Ruolo importante

in queste manifestazioni ebbero gli studenti universitari e un anno più tardi ci

furono le prime occupazioni delle facoltà di architettura. Prima a Milano, subito

dopo a Torino e Roma, gli studenti chiedevano corsi di studio più moderni,

criticavano il sistema universitario ormai obsoleto, tentarono i primi corsi

autorganizzati e svolsero linee di ricerca autonome. In questi anni ci furono i

primi esperimenti di unione d’interessi, quella tra giovani - studenti - classe

operaia, che rappresenterà la caratteristica fondamentale della nuova

mobilitazione operaia a cavallo tra il ’67 e il ‘68.

87
Citato in G. Crainz, Storia del miracolo italiano, cit., p. 188.

64
Ma bisogna sottolineare un’altra caratteristica di queste nuove forme di lotta e

cioè il loro carattere articolato. La maggior parte degli scioperi infatti furono

preparati direttamente dalla base operaia e le rivendicazioni riguardavano spesso

le stesse relazioni sindacali in azienda. “Le richieste sindacali riguardarono il

salario e l’orario, ma il nodo vero è il principio stesso della contrattazione

integrativa”88, cioè d’azienda. La posizione della Confindustria, di fatto dominata

dalle dirigenze aziendali più conservatrici, era sempre stata contraria alle

rivendicazioni in sede aziendale, poiché queste rappresentavano l’entrata dei

sindacati nei luoghi di lavoro e ciò avrebbe compromesso il diritto

dell’imprenditore a dirigere autonomamente la propria impresa.. Ma al di là delle

raccomandazioni della Confindustria e soprattutto dell’Assolombarda89,

associazione di cui faceva parte la maggior parte degli industriali delle aziende più

colpite dal conflitto operaio, la combattività operaia e la crescente solidarietà

dell’opinione pubblica - che questi andavano guadagnando - costringevano molti

industriali a firmare i contratti integrativi per evitare il peggio. Ciò divideva già il

fronte patronale, ma la definitiva spaccatura interna ci fu nell’anno di maggiore

mobilitazione operaia, cioè nel 1962. In questo anno l’Intersid, l’associazione

imprenditoriale delle aziende dell’Iri nata nel 1957, assieme all’Asap,

associazione del gruppo Eni, stipulò un accordo interconfederale in cui si decise

che i contratti interconfederali avrebbero potuto contenere delle clausole di rinvio

alla contrattazione aziendale. Ci fu la nascita del c.d. preambolo contrattuale. Il

contratto dei metalmeccanici firmato nel marzo/aprile ’63, conteneva un

preambolo specifico su questo punto e successivamente tutti gli altri contratti,

88
Ivi, p. 187.
89
Ivi, p. 198, nota 89.

65
anche quelli firmati con Confindustria, adottarono il preambolo sulla

contrattazione aziendale90. Gli scioperi di solito venivano proclamati dalle

organizzazioni centrali di categoria e articolati nelle stesse unità produttive. A

volte le articolazioni non riflettevano le indicazioni delle stesse organizzazioni

sindacali nazionali e provinciali. Cominciava ad emergere durante gli scioperi la

pratica dell’assemblea di tutti gli operai in cui “i lavoratori non [sono] chiamati

solo a dire un sì o un no, ma pretendono di discutere e di decidere, e non vogliono

rilasciare deleghe in bianco […].”91 Questo avveniva principalmente per via

dell’intransigenza degli imprenditori ad accettare mobilitazioni e rivendicazioni

aziendali. I comportamenti antisindacali e le minacce contro chi scioperava, non

scoraggiavano affatto la base operaia come negli anni duri degli anni cinquanta,

anzi inasprivano il conflitto e aumentavano il numero di ore di sciopero,

caratterizzando le mobilitazioni nel loro carattere autonomo, proveniente cioè

direttamente dalla base. Presto quindi le mobilitazioni ebbero una valenza più

generale e non riguardavano solo il rinnovo del contratto, ma le stesse condizioni

del rapporto di lavoro ancora attraversato da ingiustizie pesantissime e a

limitazioni dei diritti individuali e collettivi più elementari.

“Vengono progressivamente alla luce altre ingiustizie profonde nel rapporto di lavoro: le
sperequazioni fra uomini e donne, fra impiegati e operai, o il permanere di gerarchie e di
discriminazioni sempre meno accettabili […]”92.

90
V. Foa, Sindacati e lotte operaie, cit., p. 132-133.
91
V. Foa, Intervento sui “Quaderni rossi”, in La cultura della Cgil. Scritti e interventi 1950-1970,
Torino, Einaudi, 1984, p. 108, pubblicato la prima volta con il titolo Lotte operaie nello sviluppo
capitalistico, in “Quaderni rossi”, n. I, 1961.
92
G. Crainz, cit., p. 186.

66
“Il bastone nelle fabbriche” era direttamente denunciato e rifiutato dalla

generalità dei lavoratori, grazie alla pratica sindacale articolata nelle unità

produttive.

La nuova combattività operaia si inseriva inoltre nelle vicende interne alle

organizzazioni sindacali, che proprio in questi anni videro nascere all’orizzonte

nuove prospettive di unità sindacale. La CGIL nel congresso generale del 1960

riconobbe ufficialmente la contrattazione articolata come propria strategia di

politica contrattuale. A questa decisione il sindacato socialcomunista arrivava

dopo un processo di autocritica e revisione, iniziato già nel 1955, anno della

significativa sconfitta della FIOM alle elezioni per la commissione interna in Fiat.

In tutti questi anni si riconobbe la scarsa attenzione ai cambiamenti del mondo del

lavoro e alla condizione stessa del lavoratore inserito nel sistema aziendale.

“La realtà è che non abbiamo fatto un esame approfondito dei mutamenti avvenuti nelle
aziende per quanto riguarda i diversi aspetti della vita produttiva, dell’organizzazione tecnica della
struttura dei salari”93.

Le parole sono del segretario generale Di Vittorio al direttivo confederale

nell’aprile 1955 e a queste si susseguirono dibattiti, incontri e interventi che

ponevano l’accento sull’opportunità di modifiche al modello centralizzato,

articolando le rivendicazioni e riportandole alle questioni salariali e ai carichi di

lavoro. La nuova elaborazione sindacale fu il risultato del c.d. “ritorno alla

fabbrica”94, del quale il portavoce principale fu quella che veniva chiamata la

“sinistra sindacale”. Luogo diffusore di queste nuove idee fu l’iniziativa editoriale

93
V. Foa, La cultura della Cgil, cit., p. 110.
94
Su questo dibattito si veda V. Foa, La svolta del 1955, in La cultura della Cgil, cit., Torino,
Einaudi, 1984, p. 18.

67
Quaderni rossi, che più di tutte le riviste sindacali e del lavoro, ospitava interventi

sulle nuove forme di mobilitazione operaia.

Ma a questo processo va anche aggiunto il più generale processo di revisione

politica della stessa CGIL e le critiche che crescevano nelle proprie file sui fatti

internazionali di quegli anni, riguardo ai metodi repressivi usati nell’Unione

Sovietica contro le sollevazioni operaie. La visione positiva del socialismo reale

sovietico, l’appoggio alla dogmatica marxista e al ruolo dominante del partito alla

guida della classe operaia, andavano lentamente scemando, prima con le denuncie

di Kruscev dei crimini di Stalin nel congresso del partito sovietico del 1956 e

successivamente con l’aperto appoggio dello stesso Di Vittorio alle sollevazioni

operaie del ’56 in Polonia e Ungheria. La visione differente dal Partito Comunista

che non arrivò a nessuna revisione sostanziale, portò progressivamente il

sindacato comunista ad avere una propria autonoma visione non solo della

situazione internazionale, ma soprattutto dello sviluppo capitalista, fino a ritenere

che il neocapitalismo fosse ormai una realtà95.

Dal canto suo la CISL, si trovò avvantaggiata per via di un’elaborazione

teorica già avviata agli inizi degli anni cinquanta. Ci fu in questi anni l’abbandono

delle visioni corporative tipiche del pensiero sociale cristiano e l’avvio della

pratica contrattuale d’azienda sul modello produttivista. In questa visione c’era il

rifiuto del classismo e la fiducia nella razionalità intrinseca nel capitalismo che la

portava a ritenere che “la pressione sindacale differenziata nei settori e nelle

95
L’espressione è ancora di Vittorio Foa che, in un saggio del 1957 pubblicato sulla rivista diretta
da Raniero Panzieri “Mondoperaio”, criticava le posizioni dominanti nella dottrina marxista che
vedevano nel capitalismo italiano in stagnazione e incapace di espandersi, il terreno di lotta della
classe operaia. Al contrario Foa fu tra quelli che ritenevano l’economia italiana capace di
espandersi e di rigenerare velocemente i processi produttivi. E’ su questa via che bisognerebbe
trovare un nuovo terreno di lotta di classe. V. Foa, Il neocapitalismo è una realtà, in
“Mondoperaio”, 1957, n. 5.

68
aziende […] sia la via maestra per dare dinamicità anche i settori arretrati

mettendo in moto un processo di diffusione dei risultati raggiunti.”96 Ma di fatto le

derive corporative, date da risultati marginali o settoriali, non cessarono e furono

sfruttate dal padronato per dividere l’unità operaia. Inoltre le scelte per una

contrattazione aziendale della CISL sovente furono intraprese per aggirare il

decennale monopolio di rappresentanza nelle CI dei militanti della CGIL e furono

spesso giustificate da pregiudiziali ideologiche. L’espressione maggiore di questa

scelta strategica, sia in una prospettiva anti-CGIL, sia riguardo all’elaborazione

teorica del ruolo del sindacato, fu l’istituzione nel 1954 nelle grandi aziende della

Sezione Aziendale Sindacale (S.A.S.) in competizione con la Commissione

Interna come luogo di rappresentanza unitaria dei lavoratori. Questa rifletteva al

contrario la concezione non classista e associativa del sindacato e doveva infatti

essere il nucleo dei lavoratori iscritti al sindacato in azienda, che promuoveva le

direttive del sindacato confederale di riferimento. Le sconfitte degli anni

cinquanta, l’atteggiamento padronale che sfruttava la posizione della CISL per

indebolire l’unità lavoratori, assieme alle continue spinte di autonomia rispetto

alla politica del partito di governo dalla stessa base, che in realtà operava nelle

SAS in un contesto dove la propria autonomia rimaneva fortemente condizionata

dagli organi provinciali e quindi anche dalle ingerenze del partito al governo,

portarono la CISL a rivedere le stesse politiche rivendicative, meno accomodanti e

più aderenti alle spinte della base e unitarie. Certo le divisioni restarono, ma le

giustificazioni ideologiche si stavano sanando e si conveniva che le differenti

96
U. Romagnoli, T. Treu, I sindacati in Italia, cit. p. 157.

69
posizioni sul ruolo della nuova contrattazione articolata sarebbero state misurate

nella pratica.

Il richiamo alla pratica sindacale era inoltre un richiamo che echeggiava nelle

stanze delle organizzazioni sindacali, grazie all’opera di giuristi del lavoro

impegnati in prima persona nello studio del diritto sindacale. Il filone inaugurato

da Giugni e da Mancini alla fine degli anni cinquanta andava sempre più

intensificando le proprie ricerche sul fenomeno sindacale. Una ricerca

importantissima di Giugni, Introduzione allo studio dell’autonomia collettiva97,

edita nel ’60, rappresentò l’esempio pratico delle nuove linee di ricerca, a cui una

nuova generazione di giuristi si ispirò nei loro successivi studi. Essi si

differenziarono dalla generazione dei primi anni cinquanta per il loro stretto

contatto con gli ambienti sindacali, centri studi economici e del lavoro in

generale98. Il loro distacco dal potere politico e l’autonomia delle linee di ricerca e

di scelte ideologiche, andavano sempre più intaccando il caratteristico ruolo dei

giuristi come “segretari del principe”, intrisi di dogmatica e di formalismo

giuridico. Vennero alla luce nuovi studi, nuovi concetti e linguaggi. Ordinamento

intersindacale, creazione extralegislativa del diritto del lavoro, autonomia

collettiva e carenza legislativa99, furono i fondamenti concettuali del filone

giuridico sindacale che riuniva ormai, non solo i c.d. riformisti, ma anche giovani

studiosi che non ignoravano le spinte più radicali delle nuove mobilitazioni

operaie.

97
G. Giugni, Introduzione allo studio dell’autonomia collettiva, Roma, Giuffrè, 1960.
98
Tarello fa notare che la vecchia generazione di giuristi impegnati nella creazione
dell’ordinamento sindacale di marca privatista, erano per la maggior parte avvocati, in Teorie e
ideologie, cit., p. 78.
99
G. Giugni, Introduzione, cit., pp. 3-20.

70
La ritrovata conflittualità operaia ebbe comunque vita breve. Già a cavallo tra

il ’63 e il ’64 le ore di sciopero diminuirono sensibilmente. Solo verso la fine del

’67 ci fu una straordinaria ripresa. L’aumento dei salari fu considerevole dopo la

stagione conflittuale e le direzioni aziendali risposero con un irrigidimento in sede

di contrattazione e con l’aumento dei prezzi. Le confederazioni, che continuavano

a possedere ampi spazi di potere nel mobilitare gli scioperi, erano tentate di

accettare le proposte governative di politica dei redditi e nonostante l’opposizione

della CGIL ad una qualsivoglia politica dei redditi, di fatto optarono per la

moderazione salariale. Inoltre il calo degli investimenti industriali provocò un

forte aumento della disoccupazione, che limitò sensibilmente l’iniziativa

autonoma dei lavoratori.

3.3 L’avvento del centro-sinistra

Il 13 dicembre del 1963 Aldo Moro illustrando alle camere il programma del

nuovo governo di centro-sinistra dichiarava che il governo intendeva “definire,

sentite le organizzazioni sindacali, uno statuto dei diritti dei lavoratori al fine di

garantire dignità, libertà e sicurezza nei luoghi di lavoro”100. Il nuovo governo di

centro-sinistra organico, scaturito dalle elezioni dell’aprile dello stesso anno e

dall’ estenuante opera di mediazioni nelle trattative tra il leader socialista Nenni e

il democristiano Moro, dichiarava espressamente di voler promulgare uno Statuto

dei lavoratori. Ugualmente fu un governo di centro-sinistra nel maggio ’70 a

varare sotto la spinta delle lotte operaie dell’autunno caldo, la legge 300. Questa

formula politica di governo è quindi determinante per capire come a livello

politico, governativo e parlamentare, si sia approdati alla legge 300. Ma il

100
E. Stolfi, Da una parte sola, cit., p. 27.

71
processo di costruzione del centro-sinistra non fu facile e esso affonda le radici

nella fine degli anni cinquanta e nel difficile processo di apertura a sinistra delle

maggioranze centriste, ormai in crisi e incapaci di guidare il paese nelle riforme

economiche e sociali necessarie. Con la morte di De Gasperi, fu il potente leader

della DC Amintore Fanfani già nel 1957 a sostenere “l’apertura a sinistra” e

l’alleanza di governo con il Partito Socialista che, da una parte avrebbe isolato

ulteriormente il PCI e dall’altra avrebbe dato impulso alle riforme economiche e

sociali.

“L’apertura a sinistra era dunque al tempo stesso una chiusura a sinistra.”101

A questo disegno erano contrarie non solo l’ala destra e conservatrice del

partito guidata da Scelba, ma anche le gerarchie ecclesiastiche, l’Azione Cattolica

e la stessa corrente di Fanfani, Iniziativa Democratica, preoccupata dallo

smisurato potere che Fanfani andava acquisendo (dopo le elezioni del ’58 Fanfani

assunse non solo la carica di Presidente del Consiglio e di Ministro degli esteri,

ma mantenne anche la segreteria del partito).

Dall’altra parte, nel Partito Socialista andava progressivamente maturando la

fine del frontismo e dell’alleanza strategica con il Partito Comunista. Questa

dinamica si inseriva nel processo di divisione delle forze della sinistra politica e

sindacale che si andava delineando in relazione alle vicende internazionali del

movimento comunista. Fondamentalmente alla base della crisi del frontismo, non

c’era una diversa concezione dell’azione politica in economia: negli anni

cinquanta socialisti e comunisti rimanevano concordi nella necessità di agire per

le riforme di struttura che avrebbero prefigurato un diverso rapporto tra le classi e

101
V. Foa, Questo novecento, cit., p. 261.

72
avviato il socialismo. Le divisioni a sinistra avvennero invece su questioni di

principio inconciliabili e non più rinviabili. Le denunce di Kruscev dei crimini di

Stalin e le successive repressioni delle rivolte democratiche e operaie in Polonia e

Ungheria, resero i rapporti tra i due grandi partiti della sinistra ormai irriducibili.

Le critiche interne al PCI di intellettuali e di ex-combattenti antifascisti guidate da

Antonio Giolitti, non portarono a nessuna revisione politica e il sostanziale

appoggio al modello sovietico fu fatto salvo. Al contrario il Partito Socialista

condannò duramente gli eventi e rese ufficialmente noto il dissenso verso la linea

dei comunisti. Il distacco definitivo dal Partito Comunista era rappresentato

dall’entrata nel governo del paese, appoggiato ormai dalla gran parte del partito.

Alcuni puntavano su un appoggio incondizionato alla DC, impazienti di staccarsi

definitivamente dal Partito Comunista sanzionando l’operazione con l’entrata al

governo. Ma la maggioranza, guidata da Riccardo Lombardi, subordinava

l’entrata nel governo ad un programma di riforme basato sulla nazionalizzazione

di alcune imprese e su alcune riforme sociali. Successivamente grazie alla ripresa

del conflitto operaio e sulla scia delle nuove prospettive sindacali affiorate alla

fine del decennio ‘50, nacque una nuova proposta interna, più radicale e di matrice

sindacalista che univa le esperienze di lotta sindacale di comunisti e cattolici.

Questi chiedevano riforme strutturali connesse alla partecipazione dei lavoratori e

della popolazione alla vita sociale ed economica del pese.

Ma sull’altra sponda la DC dimostrava di titubare sull’apertura a sinistra e

solo le vicende del governo Tambroni nel 1960 resero ineluttabile l’operazione

politica. Nel congresso dell’ottobre ‘59 divenne segretario del partito Aldo Moro

dopo un aspro scontro interno che vide fondamentalmente unite le maggiori

73
correnti del partito contro lo strapotere creato attorno al leader Fanfani. La destra

di Andreotti e Scelba e la neo-sinistra Dorotea, nata qualche mese prima dai

fuoriusciti della corrente fanfaniana, fecero terra bruciata attorno a Fanfani. Tutti

dopo questa vicenda, destra e sinistra democristiana, erano concordi nel credere

che l’apertura a sinistra non era ancora matura e la prudenza di Moro in questo

senso ne fu una prova eccezionale.

“La caduta di Fanfani e la prudenza di Moro contribuirono così a differire nel tempo ogni
possibile cambio di indirizzo politico, proprio nel momento in cui le condizioni economiche erano
102
più favorevoli.”

Il sistema politico italiano era profondamente instabile e incapace di

prospettare una nuovo progetto di governo che rispondesse alle esigenze di

riforme economiche e sociali che venivano dalla società italiana in pieno miracolo

economico. Alla caduta del governo Fanfani nel gennaio ’59, successero quelli di

Segni ed infine quello di Tambroni. La successione di quattro governi nel giro di

un anno e mezzo furono la prova delle resistenze conservatrici non solo della

classe politica, ma anche degli stessi apparati dello Stato, terrorizzati di perdere le

posizioni di potere consolidate negli anni della guerra fredda e

dell’anticomunismo più feroce, sotto la spinta delle nuove istanze politiche e

sociali di quegli anni. La ricostruzione di G. Crainz dei mesi precedenti al

governo Tambroni, è una chiara descrizione delle tensioni che attraversavano le

istituzioni dello Stato durante la crisi del centrismo.103 La figura ambigua di

Tambroni e l’incarico di Presidente affidatogli nella primavera del ‘60, già

Ministro dell’Interno tra il ’55 e il ’59, ne fu la conferma politica. Il governo

102
P. Ginsborg, cit., p. 346.
103
G. Crainz, Storia del miracolo economico, cit., , pp. 158 ss.

74
“prevalentemente amministrativo” che faceva sovente riferimento alla “congiura

comunista”, fu appoggiato dopo aspre polemiche in Parlamento dai voti del

Movimento Sociale Italiano (MSI). In un clima già inasprito da scontri, da azioni

neofasciste e dalla repressione delle forze dell’ordine di scioperi e manifestazioni

di protesta, il MSI decise di convocare il congresso del partito a Genova e qualche

mese più tardi dichiarò che ad esso avrebbe partecipato anche Carlo Emanuele

Basile, ex prefetto di Genova durante la RSI e responsabile di deportazioni e

fucilazioni di partigiani e operai antifascisti. La risposta della popolazione

genovese fu imponente: per due giorni la città fu teatro di manifestazioni e scontri

con le forze dell’ordine che costrinsero il MSI in accordo con il governo a rinviare

il congresso. Ma il governo dimostrò una carica repressiva irragionevole: qualche

giorno più tardi le forze dell’ordine, legittimate dagli ordini dello stesso

Tambroni, spararono sui manifestanti siciliani scesi in piazza per festeggiare la

vittoria antifascista e uccisero un manifestante. Il 7 luglio altri 5 manifestanti

furono uccisi in Sicilia. Anche lo sciopero generale, proclamato dalla CGIL fu

represso nel sangue, e ai vertici della Democrazia Cristiana non restava che far

dimettere Tambroni e affidare il governo di nuovo a Fanfani.

Le vicende del luglio ’60 furono la riprova che il centrismo era ormai

tramontato e la ritrovata spinta popolare antifascista a più di un decennio di

distanza dalla lotta partigiana, mandava a dire alla Democrazia Cristiana e agli

stessi apparati dello Stato che la crisi del centrismo non poteva essere risolta con

l’appoggio dell’ala destra del parlamento e con una stretta autoritaria. Ma le

resistenze conservatrici non erano del tutto sopite e per arrivare al c.d. centro

sinistra organico bisognerà aspettare il governo Fanfani del ’63 e soprattutto

75
quello di Moro nel ’64. Questi furono gli anni in cui le ultime resistenze

conservatrici furono di fatto sconfitte dalle mutate condizioni della società

italiana. Tre sono, a mio avviso, gli eventi decisivi in questa prospettiva: le mutate

condizioni internazionali con l’insediamento di J. Kenney alla Casa Bianca, la

differente posizione delle gerarchie ecclesiastiche dovute al nuovo papato di

Giovanni XXIII e le aperture del ceto imprenditoriale alla stagione delle riforme,

causata della nuova mobilitazione operaia.

Per quanto riguarda il primo aspetto c’è da sottolineare come la nuova

amministrazione democratica negli USA, contribuì a fare cadere le riserve che per

tutti gli anni cinquanta ostacolarono qualsiasi accordo con i socialisti. Certo la

diplomazia americana in Italia era ancora zeppa di anime conservatrici che

addirittura predicavano l’intervento armato in caso ci fosse stata un’alleanza di

centro-sinistra104, ma ciò che è importante fu che i veti in funzione anticomunista

degli anni passati erano ormai caduti. I socialisti, sempre più distanti dal partito

comunista, entrando nel governo avrebbero isolato ulteriormente il PCI e

un’alleanza di governo avrebbe aperto la via alle riforme in linea con il pensiero

della nuova amministrazione democratica della Casa Bianca.

Per quanto riguarda l’aspetto religioso, gli anni del nuovo papato (1958-1963)

furono fondamentali per il delinearsi di una nuova strategia delle gerarchie

ecclesiastiche riguardo alle questioni politiche e sociali del paese. Certamente nei

primi anni la continuità con il pontificato di Pio XII fu un fatto acclarato, ma nel

giro di qualche anno le ingerenze sulla scena politica e sindacale, soprattutto

rispetto alla Democrazia Cristiana e alle organizzazioni cattoliche dei lavoratori, e

104
P. Ginsborg, cit., p. 350.

76
le visioni più tradizionaliste e bigotte, lasciarono il posto ad una posizione più

distaccata e favorevole alle riforme sociali. In questo senso l’avvicendamento più

importante fu quello che si verificò nell’Azione Cattolica, associazione

confessionale che più di tutte aveva ostacolato le aperture a sinistra: il suo

compito fu ristretto alle questioni sociali e spirituali. Anche le posizioni più

anticomuniste, che avevano caratterizzato il pontificato di Pio XII, furono

abbandonate a favore della riconciliazione internazionale e di nuove posizioni di

rifiuto delle guerra fredda.

Tuttavia un ultimo aspetto rimaneva importante per delineare l’appoggio delle

forze sociali all’avvio del centro-sinistra: il ruolo degli imprenditori italiani. La

Confindustria, guidata da Furio Cicogna dal ’61, riusciva ad incarnare le spinte

più conservatrici ed ostili alle riforme economiche e sociali. Queste

rappresentavano soprattutto i monopoli elettrici contrari quindi alle

nazionalizzazioni auspicate dai socialisti. Inoltre controllavano gran parte di

quella stampa nazionale che maggiormente di tutte metteva in guardia le imprese

dalla ritrovata mobilitazione operaia. Erano i settori più conservatori che avevano

fatto le proprie fortune grazie a bassi salari e alla gestione più autoritaria della

forza lavoro. A questa buona fetta della borghesia nazionale si contrapponeva

quella più progressista sia privata (la Fiat di Valletta e la Olivetti) sia pubblica

(l’Iri di Petrilli e l’Eni di Mattei). Questi vedevano favorevolmente le riforme

economiche poiché avrebbero rafforzato il loro ruolo nell’economia nazionale.

Inoltre la presenza socialista al governo avrebbe contribuito a stemperare i

conflitti operai e il ruolo dei sindacati nelle unità produttive. In questo senso

appoggiavano la DC e la sua visione dell’alleanza di centro-sinistra, che

77
certamente non coincideva con quella socialista. Da una parte la posizione

socialista batteva sulle riforme di struttura e al suo interno saltava agli occhi la

visione “sindacale” e più radicale guidata da Riccardo Lombardi e da Bassi e

Vechietti. Questa auspicava riforme a favore delle masse lavoratrici così da

“conquistare lo Stato dall’interno” e sottolineava il rapporto conflittuale esistente

tra le riforme di struttura e la struttura e sovrastruttura della società capitalista105.

Inoltre il PSI al suo interno era ancora attraversato da forti dubbi circa la

possibilità di compiere riforme di struttura tramite l’alleanza con la DC. L’opera

di mediazione di Nenni unì il partito sull’alleanza, ma certamente non riuscì a

sanare le divisioni interne sulle condizioni politiche dell’alleanza. Le stesse

divisioni sull’alleanza di governo furono la causa della scissione dell’area guidata

da Basso e Vecchietti che fondarono il Partito Socialista di Unità Proletaria

(PSIUP). Soprattutto, i dubbi e le divisioni interne erano rafforzate dalla visione

democristiana dell’alleanza di governo, basata questa su una serie di riforme

“correttive” dei disequilibri del sistema economico e sociale del paese e su una

strategia politica volta a ristabilire un blocco sociale di riferimento, con

un’attenzione particolare verso nuovi ceti medi. Una scelta rappresentata

dall’elaborazione teorica dell’economista Pasquale Saraceno e dal sociologo

Achille Ardigò. Il risultato finale per i vertici del partito sull’alleanza con i

socialisti fu quello sì di auspicare le riforme “correttive”, ma un ruolo primario

presto assunsero le scelte più elettoraliste di ricerca del consenso dei ceti medi

urbani. La diversa visione dell’alleanza di governo dei due partiti, fu la causa

105
Ivi, p. 355.

78
principale del c.d. “riformismo perduto”106 di cui lo Statuto ne fu un esempio

eccezionale.

3.4 Statuto e governi Moro negli anni ’60

Come abbiamo visto, la sintesi dell’alleanza elettorale faticosamente raggiunta

tra i due leader Nenni e Moro, aveva reintrodotto nel programma di governo del

1963 la possibilità di varare uno Statuto dei lavoratori, sentite le organizzazioni

sindacali. Ora, dopo l’appoggio esterno al governo Fanfani, il PSI era

ufficialmente dentro “la stanza dei bottoni” per far valere gli interessi dei

lavoratori. In questo contesto, il 1964 si aprì con uno scambio di opinioni tra il

vicepresidente del consiglio Pietro Nenni, che era il più tenace sostenitore dello

Statuto, e appunto le organizzazioni sindacali. Già qualche giorno dopo la

presentazione del programma di governo, la CISL rese subito chiara la sua

posizione: affermò infatti “[…] di conoscere un unico tipo di Statuto che regoli la

posizione del lavoratore nel suo luogo di lavoro: il contratto” e sottolineò che

“[…] la tutela dei diritti dei lavoratori e in particolare degli attivisti sindacali, sia

raggiunta attraverso un accordo-quadro interconfederale […]” per “[…] una

necessaria normalizzazione del quadro istituzionale della contrattazione collettiva

[…]”107. Diversa era la posizione della CGIL. Questa sollecitava invece una

iniziativa legislativa non limitativa del fenomeno sindacale, che riuscisse al

contrario a modificare le norme giuridiche che permettevano ancora il

licenziamento ad nutum individuale e collettivo, la violazione del diritto di

organizzazione sui luoghi di lavoro e che riconoscesse giuridicamente le CI.108

106
G. Crainz, Storia del miracolo economico, cit., pp. 201 ss.
107
M. Vais, Lo statuto dei diritti dei lavoratori, cit.,, p. 42.
108
E. Stolfi, cit., p. 27.

79
Due posizioni che riflettevano una differenza di contenuto e titolarità dei diritti dei

lavoratori, ma che soprattutto riguardava il metodo con cui arrivarci. La CISL

come si vede rimaneva fedele alla vocazione contrattualista e privatistica dei

diritti dei lavoratori, conquistabili tramite accordi strumentali interconfederali che

riconoscessero il ruolo istituzionale della presenza sindacale in azienda, tramite i

preamboli dei contratti collettivi nazionali conquistati nella stagione conflittuale

dei primi anni sessanta. Rifiuto quindi dell’intervento statale poiché ritenuto

residuale rispetto alla pratica delle organizzazioni dei lavoratori, capaci di creare

istituzioni autonome in difesa dei diritti dei lavoratori. In questo senso il ruolo dei

diritti costituzionali individuali era da considerarsi del tutto secondario o

addirittura inesistente. Inoltre è importante sottolineare come nella visione cislina

i diritti siano prima di tutto diritti di un determinato tipo di organizzazione

operaia, il sindacato. Questa si inseriva nel processo di articolazione della

contrattazione descritto nel paragrafo precedente. Tuttavia la c.d. contrattazione

articolata della metà degli anni sessanta non presentava un’impostazione che

puntasse ad un organizzazione operaia nei luoghi di lavoro dotata di poteri propri.

Ciò equivaleva al fatto che

“[…] la normativa in temi di diritti sindacali, unita all’assenza delle libertà costituzionali
individuali, equivale a un assorbimento degli interessi e dell’iniziativa sindacale dei lavoratori nel
sindacato-istituzione, contribuendo così a chiudere la dialettica fra lavoratori e organizzazione e
fra le diverse possibili forme di organizzazione operaia in fabbrica.”109

Questo aspetto fu una delle cause che portò alle sconfitte della metà degli anni

’60 e al successivo avvento dell’autonomia operaia. Di ciò indubbiamente era

invece consapevole la CGIL, che riproponeva lo schema costituzionalista

109
U. Romagnoli, T. Treu, I sindacati, cit., p. 265.

80
proposto da Di Vittorio nel 1952: i diritti dei lavoratori dovevano essere

conquistati con un intervento eteronomo che limitasse i poteri dell’imprenditore e

che garantissero non direttamente l’attività del sindacato in azienda, ma il più

generico concetto di libertà sindacali e civili dei lavoratori, qualunque sia il modo

con cui questi si organizzino. Assunsero rilievo quindi il diritto di assemblea, il

divieto di licenziamento ad nutum e il riconoscimento giuridico delle commissioni

interne come forma organizzativa che rappresenti la classe lavoratrice tutta.

Saltava all’occhio un “conflitto di metodo”, che si rifletteva anche sul contenuto e

sui titolari dei diritti. Da una parte la fiducia nella riformabilità spontanea del

sistema di fabbrica tramite l’azione sindacale, di fatto proveniente ancora dalla

sezione provinciale, che riuscisse ad acquisire un status civitatis del sindacato

confederale in azienda. Dall’altra la consapevolezza che “senza democrazia nella

fabbrica non vi può essere democrazia nel paese”110 e che tale democrazia non

poteva avvenire semplicemente dotando di diritto di cittadinanza in azienda il

sindacato-isituzione, ma rendendo effettivi i diritti costituzionali, non solo quelli

sindacali, per ogni singolo lavoratore anche nel luogo di lavoro.

Fu lo stesso Nenni, con un articolo apparso sull’”Avanti!” il 28 gennaio111, a

specificare il senso della proposta governativa: “un insieme di provvedimenti volti

ad assicurare l’esercizio integrale dei diritti sindacali e politici dei lavoratori in

tutti i luoghi di lavoro”. Nel testo il leader socialista sottolineava che le intenzioni

del governo erano quelle di riconoscere un sistema giuridico di garanzie emanato

dallo Stato

110
La frase e di G.B Santhià e citata in Ivi, p. 263.
111
“Avanti!”, 28 gennaio 1964.

81
“[…] giacché infinite [erano] le vie attraverso le quali [poteva] essere eluso il contenuto dei
contratti di lavoro […] una volta riconosciuto, come il centro-sinistra riconosce[va], che
l’organizzazione sindacale, la sua libertà, la sua autonomia, sono delle componenti essenziali del
processo produttivo e non un elemento estraneo e abusivo alla vita sociale e democratica del Pese
[…]”.

Una posizione che aderiva maggiormente a quella della CGIL ma che ne

approfondiva i contenuti investendo anche gli aspetti più strettamente sindacali.

Ciò si intravedeva anche in un documento edito a cura della Federazione romana

del PSI in cui si inserivano numerosi temi ulteriori oltre a quelli richiesti dalla

CGIL: collocamento, regolamentazione del periodo di prova, regolamentazione

dei contributi associativi sindacali, norme sugli infortuni, determinazioni dei

minimi salariali e molti altri provvedimenti112. L’azione politica del gruppo

socialista nel governo cercava quindi una sintesi tra posizioni contrattualiste e

costituzionaliste per ottenere l’appoggio delle maggiori organizzazioni sindacali e

delle masse di lavoratori, legittimando così il consenso per l’alleanza di governo.

Per quanto riguardava gli industriali, la loro posizione rifletteva

un’opposizione pregiudiziale a qualsiasi intervento che introducesse diritti dei

lavoratori e la stessa presenza del sindacato in azienda. Una posizione

d’opposizione che derivava dal generale rifiuto delle rivendicazioni sindacali, di

aumenti salariali e diminuzione degli orari di lavoro, poiché questi avrebbero

comportato un aumento dei costi in un periodo, come quello della metà degli anni

’60, di recessione economica. Il padronato una volta riconosciuto il sindacato

territoriale come controparte per la stipulazione dei contratti integrativi con

l’imporsi della contrattazione articolata dopo le lotte dei primi anni ‘60, non

intendeva rendere operative le libertà costituzionali, sia in capo ai singoli

112
M. Vais, Lo statuto dei lavoratori, cit., p. 43.

82
lavoratori che all’organizzazione sindacale. Non tolleravano cioè ulteriori limiti ai

poteri conferitigli dal codice civile.

Ma le dichiarazioni d’intenti del governo devono essere inserite nell’ambito

del debole riformismo e nel contesto politico e sociale della metà degli anni 60.

La scarsa operatività del governo in tema di Statuto fu eccezionale ed essa si

inseriva tra le cause, come vedremo, della caduta del primo governo Moro. Il PSI

era obbiettivamente debole contrattualmente di fronte alla Democrazia Cristiana e

fu questa ultima a guidare la politica dei “due tempi” causata dalla congiuntura

economica e dal rinnovato scarso protagonismo del movimento operaio e

sindacale. Prima il risanamento economico e poi le riforme! L’aumento dei salari,

che in quegli anni aveva superato per la prima volta quello della produttività,

venne scaricato sui prezzi e ci fu un forte calo degli investimenti. Inoltre ci si

ritrovò di fronte a un considerevole irrigidimento delle direzioni aziendali e delle

loro organizzazioni e questo comportò concessioni minime in sede contrattuale. Il

governo decise per una politica deflazionistica causando l’aumento della

disoccupazione che investì soprattutto la manodopera femminile. Come per gli

altri temi oggetti di riforma, anche lo Statuto fu sacrificato alla pratica dei due

tempi. Allo sforzo di Nenni e dei suoi collaboratori si contrappose l’atteggiamento

zelante e praticamente disinteressato di Moro e del ministro del lavoro

democristiano Bosco. Si aggiunsero le rinnovate divisioni sindacali e il crescente

distacco tra base operaia e organizzazioni sindacali. I sindacati di fronte alla

congiuntura economica e alla rinnovata forza padronale, si ritrovarono di nuovo

divisi soprattutto per le posizioni ottimistiche della CISL e della UIL. La stessa

contrattazione articolata ormai rifletteva un forte distacco con la base, stretta tra le

83
difficoltà di operare in azienda e le direttive delle sezioni provinciali che

andavano ridimensionando le rivendicazioni.

Ma Nenni “credeva nello statuto, sapeva che la crisi economica avrebbe finito

con l’aggravare le condizioni dei lavoratori e intendeva suggellare l’ingresso dei

socialisti al governo con un atto di consacrazione dei diritti individuali e

sindacali.113 Egli incaricò il suo collaboratore Tamburrano di seguire l’evoluzione

dello Statuto e di portare il tema nel contesto del ministero del lavoro.

Tamburrano con la collaborazione di Gino Giugni, già convinto sostenitore della

legislazione di sostegno, preparò tre disegni di legge che riguardavano i

licenziamenti individuali, le Commissioni Interne e i diritti sindacali e li sottopose

all’esame del ministro. Bosco decise di sottoporre l’intera materia ad una

Commissione di studio, in cui vennero chiamati giuristi, rappresentanti del

sindacato e delle aziende e funzionari del ministero. Ma immediatamente la

discussione in commissione si caratterizzò per quella che era: “un dialogo tra

sordi”.

“In assenza di Bosco, la presidenza del gruppo fu assunta di fatto dal direttore generale del
ministero, Purpura, il quale fin dall’inizio impose ai lavori un ritmo e un metodo palesemente
dilatori.”114

Le dissonanze tra industriali e sindacati e le incomprensioni interne tra

quest’ultimi su tutti i tre temi, non furono minimamente sanate dall’intervento dei

rappresentanti governativi della DC, nonostante le richieste della delegazione

socialista non rappresentassero affatto delle misure radicali. Le reazioni di Nenni

furono forti, ma le denuncie del vecchio leader socialista del comportamento del

113
E. Stolfi, cit., p. 30.
114
Ivi, p. 31.

84
Ministro del lavoro fatte allo stesso Moro, non tirarono fuori lo Statuto dalla grave

situazione in cui si stava arenando. Lo Statuto quindi non veniva risparmiato dalla

tattica attendista del Presidente Moro e dal riaffiorare nel Paese di nuove spinte

conservatrici. Proprio sulla politica dei “due tempi”, si consumò la crisi di giugno

e le dimissioni di Moro posero fine alla prima esperienza del riformismo di

centro-sinistra. Già nel maggio Nenni e il segretario del PSI De Martino

discutevano dello Statuto e del suo rapporto con l’eventuale crisi di governo. Nei

due c’era ormai la coscienza che lo Statuto non avrebbe compiuto passi in avanti

con il perdurare di quella situazione politica. Le scelte erano due secondo i due

socialisti: o andare via dal governo o restare, e per il momento non parlare più

dello Statuto dei lavoratori. Le vicende successive coincisero con la prima delle

due eventualità.

Le sorti dello Statuto non furono dissimili nel secondo governo Moro

costituito nel luglio ’64. Anzi la nuova alleanza di governo di centro-sinistra

risultava assai più moderata e di fatto il PSI avallò la politica dei due tempi

lasciando anch’essa ad un futuro prossimo le riforme di struttura. Le componenti

più progressiste della DC e del PSI non rientrarono nella compagine governativa e

il programma di riforme fu certamente meno ambizioso. Il clima generale di

reazione era dovuto senza dubbi alle paure delle forze progressiste per le possibili

svolte reazionarie collegate alle vicende del generale De Lorenzo e alle intenzioni

del presidente Segni di ridimensionare il peso della sinistra.

Ma paradossalmente sullo Statuto c’era da registrare in questi anni dei piccoli

passi in avanti. Il 13 novembre del ’64 il nuovo Ministro del lavoro Delle Fave

preparò un questionario rivolto alle parti sociali sui tre temi ormai decisivi in

85
materia di diritti dei lavoratori: Commissioni Interne, licenziamenti individuali e

diritti sindacali in azienda115. Dalla visione delle domande sugli argomenti che

sarebbero stati oggetto dello Statuto, si può rilevare una diversa impostazione di

fondo non del tutto neutrale, soprattutto se vista in relazione alla totale

equidistanza che rasentava l’indifferenza, con cui era stata trattata la materia dal

precedente ministero del lavoro. C’era quindi la volontà di risolvere alcuni

problemi e si chiedevano alle parti sociali i metodi e le procedure più adeguate per

raggiungerle. Tale impostazione fu confermata nel 1966 al momento di varare la

legge sui licenziamenti individuali, nonostante l’intransigente opposizione della

confederazione sindacale cattolica. Ma le risposte degli interpellati non si

discostarono fondamentalmente dalle posizioni già annunciate nelle precedenti

iniziative governative. Alla totale indifferenza della Confindustria che non rispose

nemmeno alle domande del ministro, si affiancarono le contrastanti posizioni

delle centrali sindacali: la CGIL fu complessivamente d’accordo con la

promulgazione di una serie di leggi su tutti i temi previsti dal ministro, per attuare

i principi della costituzione e abrogare le norme del c.c. che di fatto ne negavano

l’esercizio; la CISL dal canto suo, confermava la sua opposizione ad ogni

risoluzione normativa in materia sindacale, ribadendo la sua adesione al modello

contrattualista. Persino sui licenziamenti auspicavano l’intervento del contratto

collettivo. Una posizione, quella della CISL, che fu riproposta nel ’66 quando

verrà varata la legge n. 604 sui licenziamenti individuali. La UIL ebbe una

posizione intermedia che in pratica consisteva ne ritenere necessario l’intervento

solo sulla questione dei licenziamenti. Dunque, lo Statuto continuava ad avere

115
Sul contenuto del questionario ministeriale si veda la stessa opera di E. Stolfi, cit., pp. 34 ss.

86
difficoltà enormi, non solo per l’incapacità della compagine governativa di portare

avanti un preciso programma di riforme, ma anche per la situazione economica e

sociale generale e per le divisioni delle centrali sindacali che non riuscivano

nemmeno a superare il conflitto sul metodo.

Tuttavia alla divisione sul metodo dei sindacati si contrapponeva, alla metà

degli anni sessanta, un’importante convergenza della dottrina giuridica. Se in

merito al contenuto delle norme giuridiche rimanevano sostanziali divisioni tra

linea sindacale e linea costituzionalista, che rimasero palesi come vedremo fino al

nascere del progetto Brodolini nel ’68, la maggioranza dei giurislavoristi

impegnati sullo Statuto era finalmente giunta a ritenere l’intervento eteronomo

ormai auspicabile. Rimaneva solo il rifiuto dei giuristi più vicini alla centrale

sindacale della CISL, che dimostravano una visione intransigente e

ideologicamente antiparlamentare. Lo stesso Giugni, esponente di primo piano

della linea sindacale, come abbiamo visto non aveva negato il suo apporto tecnico

alle iniziative socialiste in sede governativa. Gran parte della nuova generazione

di giuslavoristi che aveva seguito le linee di ricerca inaugurate da Giugni

sull’autonomia collettiva e sull’ordinamento intersindacale, era ormai cosciente

che un intervento legislativo a sostegno delle organizzazioni sindacali avrebbe

colmato le carenze normative del sistema italiano di relazioni sindacali. Giovani

studiosi come Romagnoli, Treu, Pera, Ghezzi, Montuschi arricchirono di nuove

proposte il filone giusindacale, auspicando un intervento legislativo incentivante

che “attribuisse alle strutture aziendali del sindacato un ampio spazio operativo e

alcuni fondamentali poteri”116. Furono questi giuristi ad incarnare l’espressione

116
G. F. Mancini, Lo statuto dei lavoratori, cit., p. 59.

87
più innovativa del ruolo del giurista, che rifiutava di svolgere “una funzione filo-

governativa” proponendo “una costituzione materiale delle relazioni sindacali

avente contenuti tali per cui, se proprio si vuole legiferare, si deve farlo a sostegno

dell’attività sindacale”117. Alcuni di essi, oltre ad una forte critica all’immobilismo

del governo Moro, rendevano palese un certo distacco dalle posizioni ostili

all’intervento legislativo da parte della CISL, dimostrando una decisa autonomia

anche dalla centrale sindacale che più di tutte aveva difeso l’autonomia collettiva

e il ruolo della creazione extrastatuale del diritto del lavoro, oggetto privilegiato

dei loro studi.

“[…] Il principio di autotutela degli interessi dei lavoratori non può essere disgiunto dalle
garanzie statuali di effettività della sua applicazione.”118

La stella polare di questi giovani giuslavoristi divenne quindi il Wagner Act

roosveltiano, che imponeva il riconoscimento del sindacato in azienda e il dialogo

continuo con esso. Inoltre questi auspicavano l’efficacia delle convenzioni

internazionali dell’Organizzazione internazionale del lavoro nn. 87 e 98 e

ratificate in Italia nel 1958, che trattavano proprio le materie sindacali nella unità

produttive. Per questi giuristi, era proprio la procedura adottata dal governo a

rinsaldare le divisioni tra le centrali sindacali, poiché questa aveva alla base “la

pretesa che il ruolo delle organizzazioni sindacali si esaurisca nell’indicazioni

delle soluzioni “tecnicamente” più appropriate”119. E’ chiaro quindi come lo

stesso filone sindacale, nato soprattutto dalle ricerche sull’ordinamento

intersindacale e sulla capacità creativa di diritto delle organizzazioni dei

117
U. Romagnoli, Il lavoro in Italia, cit, p. 135.
118
U. Romagnoli, Lo statuto dei diritti dei lavoratori, in “Il Mulino”, 1965, p. 489.
119
Ivi, p. 491.

88
lavoratori, auspicasse un intervento dello Stato per promulgare uno Statuto dei

lavoratori, perchè riconoscevano l’impossibilità di superare le carenze legislative

in materia di diritti del lavoro nel nostro paese. Quindi le divisioni dei giuristi sul

metodo, tra chi sosteneva l’adozione di uno Statuto per via eteronoma e chi invece

auspicava la via autonoma erano ormai superate. Una convergenza sul metodo

rintracciabile non solo nella pubblicazione di una inchiesta sulla riforma dei

codici promossa dalla Rivista giuridica del lavoro a cui furono invitati ad

intervenire autorevoli esponenti della linea sindacale, ma successivamente, alla

fine del secondo governo Moro, anche per le considerazioni sulla rinnovata

proposta di uno Statuto inserita nel piano di programmazione economica lanciato

nel ‘67.

La Rivista120, tramite una serie di quesiti posti ai maggiori studiosi del diritto

del lavoro, si interrogava sull’opportunità di riforma dei codici proposta dal

governo di centro-sinistra e su come questa avrebbe investito il diritto del lavoro,

se c’era da prevedersi un codice del lavoro separato o se era più idoneo

provvedere ad aggiustamenti urgenti in materia civile, penale e processuale in

materia di lavoro. Ma il V quesito era più specifico. Si collegava il problema della

riforma dei codici e della legislazione a quello dello Statuto dei lavoratori e

chiedeva specificatamente quale contenuto avrebbe potuto avere uno Statuto dei

diritti che garantisse dignità, libertà, e sicurezza nei luoghi di lavoro. Le risposte

furono molteplici, ma ormai concordi che il sistema giuridico italiano aveva

certamente bisogno di riforme legislative. Tuttavia le divisioni tra costituzionalisti

di ispirazione marxista e sindacalisti riformisti, rimanevano forti. Gli interventi di

120
Inchiesta alcuni problemi relativi alla riforma dei codici, in “Rivista giuridica del lavoro”, I,
1964, pp. 46 ss., pp. 153 ss., pp. 241 ss., pp. 339 ss.

89
Giugni121, Pera122 e Ghezzi123 erano si concordi ad un intervento legislativo per un

moderno assetto giuridico del lavoro, che poteva prefigurare uno Statuto dei

lavoratori, ma questo doveva essere inteso in un senso favorevole all’azione

sindacale in azienda, mentre si opponevano fermamente ad un intervento dello

Stato, a loro giudizio mosso da uno spirito paternalistico, a favore del singolo

lavoratore. Al contrario i giuristi più vicini alla Rivista, come Smuraglia124,

Scognamiglio125 e Musatti126 ribadivano la loro posizione costituzionalista,

auspicando un intervento in materia di diritti dei lavoratori singoli e in attuazione

delle norme costituzionali, che in definitiva avrebbero dovuto limitare alcuni

poteri del datore di lavoro, come quello disciplinare, che permetteva ad esso un

comportamento discriminatorio e lesivo della dignità del singolo lavoratore.

Le posizioni in merito vennero confermate qualche anno più tardi, dagli

interventi di Giugni e di Ghezzi che andavano a chiarire una volta per tutte la

convergenza sul metodo.127 Ma in questi anni il vero punto di scontro non solo tra

le organizzazioni sindacali e le forze parlamentari, ma anche tra i giuristi, fu

ancora quello sul contenuto dello Statuto e sulla titolarità dei diritti che in esso

avrebbero dovuto essere enunciati. Scontro che certamente si ingigantì per

l’inerzia del governo, ma che rifletteva le impostazioni ideologiche degli operatori

giuridici. Da una parte la necessità di un provvedimento legislativo che

riconoscesse il diritto del sindacato ad operare in azienda, “posto che il momento

121
Ibidem
122
Ivi, pp. 56 ss.
123
Ivi, pp. 154 ss.
124
Ivi, pp. 51 ss.
125
Ivi, pp. 242 ss.
126
Ivi, pp. 250 ss.
127
Si vedano gli interventi di Giugni e Ghezzi alla tavola rotonda Per una moderna legislazione
sui rapporti di lavoro organizzata dalla rivista “Economia e lavoro”, 1967, pp. 17 ss.

90
sindacale è momento di autonomia e di libero sviluppo civile”128 sviluppatosi

ormai nella prassi della società industriale. Dall’altra un provvedimento a tutela

del singolo lavoratore che garantisse i diritti costituzionali anche nei luoghi di

lavoro e quindi anche quello di organizzazione sindacale, ma senza “demandare

alle stesse organizzazioni sindacali di definire le modalità di esercizio dei diritti

affermati e di risolvere transattivamente le controversie relative alle eventuali

violazioni […]”129. Da una parte l’accento cadeva dunque sui diritti sindacali o

sull’organizzazione sindacale, dall’altra sui diritti dei lavoratori come diritti

sociali. Se, come scrisse Romagnoli, si trattava di garantire i diritti fondamentali

ai sudditi di un ordinamento privato che rappresenterebbe uno “Stato-piccolo”,

dominato dal rapporto di lavoro, al pari della garanzia dei diritti fondamentali

nello “Stato-grande”130, i costituzionalisti contestavano proprio la sudditanza ad

un ulteriore Stato, sudditanza che non poteva essere eliminata attribuendo alle

rappresentanze dei sudditi (i sindacati) i diritti di cui sono direttamente titolari i

sudditi stessi, in quanto cittadini dello Stato.

128
G. Giugni, Intervento, in Ivi., p. 20.
129
M. Vais, Nuovi progetti legislativi sui diritti dei lavoratori, in “Rivista giuridica del lavoro”,
1968, pp. 481 ss.
130
U. Romagnoli, Lo statuto, cit., p. 492.

91
CAPITOLO IV

IL ’68, L’AUTUNNO CALDO E LA LEGGE N. 300/1970

4.1 Premessa

La straordinaria stagione di mobilitazione collettiva iniziata a cavallo tra il ’67

e il ’68 e sfociata nell’”autunno caldo” del ‘69, segnò definitivamente la sorte

dello Statuto dei lavoratori, tanto che la maggior parte della storiografia ha visto

lo Statuto come il risultato normativo della straordinaria stagione di conflittualità

operaia. Solo grazie agli eventi di questi anni verrà varato un complesso di norme

a tutela dei diritti individuali e sindacali dei lavoratori. La stagione del conflitto

travolse gli stessi rapporti di forza nei luoghi di lavoro, consacrando di fatto una

diversa concezione del lavoro subordinato, in forte contrasto con le pratiche

discriminatorie e antidemocratiche ripercorse nei capitoli precedenti. Il debole

riformismo degli anni sessanta ne fu travolto e l’attenzione di Governo e

Parlamento, per la condizione operaia e per i diritti dei lavoratori, mutò

radicalmente. La determinazione del ministero del lavoro, l’adozione di un

disegno di legge dello stesso Consiglio dei Ministri e le tre proposte di legge

presentate in Parlamento, mostrarono come il “tuono a sinistra” condizionò

fortemente le stesse istituzioni, che fino a quel momento avevano dimostrato un

atteggiamento indeciso e praticamente inconcludente. Ma il legame di casualità tra

conflittualità operaia e Statuto dei lavoratori, tuttavia non è così pacifico.

Ripercorrendo i tumultuosi eventi, non è difficile dedurre che proprio la ritrovata

centralità del conflitto operaio mise in crisi l’idea di Statuto dei lavoratori. La

prima fase di mobilitazione dominata dallo spontaneismo, ma anche la nascita

successiva della figura del delegato di linea, certo non aderiva, se non in parte,

92
allo spirito dei progetti di legge, soprattutto con quello proposto dal Governo,

segnato ormai dalla definitiva opzione per la linea sindacale e riformista. Come

scrisse G. F. Mancini “la strategia dei giuristi riformisti fu così messa in crisi

proprio nel momento in cui la redazione dello statuto ne aveva segnato la

definitiva vittoria sulla linea costituzionale; e lo statuto stesso si trovò in

difficoltà.”131 In questo senso quindi da una parte la conflittualità operaia aveva

provocato l’assunzione definitiva da parte del Governo di un vero progetto di

legge, ma dall’altra questo era messo in discussione dalla stessa mobilitazione

operaia, che non fu mai esplicitamente condotta per rivendicare lo Statuto. Fu solo

grazie alla fase successiva, cioè con il riconoscimento da parte delle grandi

organizzazioni sindacali di categoria del movimento dei delegati e dei Consigli di

Fabbrica, che lo Statuto fu varato nel 1970 e con contenuti che lo stesso

Parlamento apportò a modifica del disegno di legge governativo.

4.2 La febbrile opera di Giacomo Brodolini e il disegno di legge del

Governo Rumor

Molti commentatori e studiosi di quegli anni, non a torto, ritengono che la

legge 300 fu il frutto dell’opera politica del Ministro del lavoro socialista

Giacomo Brodolini e dell’apporto tecnico dell’ufficio legislativo presieduto da

Gino Giugni. In effetti l’adozione del disegno di legge n. 738 e il suo contenuto

(si veda Appendice doc. n. 2), non fu solo fornito della necessità del Governo di

intervenire sulla grave congiuntura sociale segnata da aspri conflitti, ma

indipendentemente dal contesto sociale, decisivo fu il ruolo che ebbe proprio

l’opera personale dello stesso Brodolini e dei collaboratori del Ministero del

131
G. F. Mancini, Lo statuto, cit., p. 65.

93
lavoro. La formula come sempre molto vaga della proposta governativa al

momento della presentazione del programma di Governo nei primi mesi del ’68,

non avrebbe certamente dato risultati se non fosse stata portata avanti dalla

determinazione politica e personale del socialista ed ex dirigente della CGIL. Chi

racconta la storia personale di Brodolini ne sottolinea infatti l’impegno “febbrile”,

dovuto non solo alla precarietà della compagine governativa e alla conseguente

azione incalzante dei gruppi parlamentari della sinistra (PCI e PSIUP), ma anche

dalle sue gravi condizioni di salute.

“L’urgenza - ricorda il suo portavoce De Luca - fu il tratto che caratterizzò il lavoro di noi
tutti in quel periodo. La lucida consapevolezza della malattia in lui e in alcuni di noi, ci indusse a
concentrare il massimo sforzo su alcuni obbiettivi prioritari, che pur facevano parte di un unico
grande disegno riformatore. Ci trasmise l’ansia di una drammatica corsa col tempo.”132

Al Ministero del lavoro vedevano lo Statuto come un obbiettivo prioritario,

poiché l’elaborazione politica dei suoi componenti aveva reso necessario un

provvedimento normativo che rivolgesse lo sguardo verso una “una parte sola”,

quella dei lavoratori. Brodolini e i suoi collaboratori del ministero erano convinti

che la congiuntura sociale indicava un unico modo di agire, attento alle

aspirazioni delle masse operaie e ad uno stabile sistema di relazioni industriali nei

luoghi di lavoro. In questo senso l’opzione per una legislazione promozionale del

sindacato era palese. Un ministero non più tradizionalmente al di sopra delle parti,

come nei passati Governi centristi e di centro-sinistra, ma consapevole di agire per

le legittime rivendicazioni operaie e delle sue organizzazioni sindacali. Compito

non facile come abbiamo già detto, anche per le dinamiche interne al Governo e

alle diverse visioni sul contenuto dello Statuto, sia in sede parlamentare che

132
E. Stolfi, cit., p. 50.

94
ministeriale. Lo scontro ribadiva la spaccatura tra visione sindacale e visione

costituzionale dello Statuto. La prima era portata avanti dallo stesso Ministero, dal

Partito Socialista Unificato e la sua proposta di legge e dai collaboratori giuridici

dell’ufficio legislativo Giugni e Mancini e quindi da tutto il filone di giuslavoristi

c.d. riformista. L’altra era appoggiata dai gruppi parlamentari social proletario e

comunista, dai giuristi comunisti interpellati in sede ministeriale, come Luciano

Ventura e dalla Rivista giuridica del lavoro di cui Ventura era condirettore.

Assodata la scelta politica del ministero, l’opera di Brodolini e di Giugni nei

primi mesi del ’68, fu concentrata prima di tutto nel ritardare il dibattito

parlamentare al Senato - richiesto a gran voce dall’opposizione - e presentare una

proposta autonoma del Governo di non facile approvazione al Consiglio dei

Ministri. In questo senso, è da richiamare alla memoria lo scontro in Commissione

Lavoro e in Aula con il presidente del gruppo parlamentare comunista Terracini,

ostinato nel discutere le due proposte di legge comunista e social proletario.133

Scongiurato il dibattito sui progetti di legge che ricalcavano integralmente la

concezione costituzionale dello Statuto, il Ministro propose e riuscì a far istituire

una Commissione di studio per la presentazione al Consiglio dei Ministri di un

disegno di legge, consapevoli delle carenze del progetto di legge proposto dai

socialisti.

La commissione fu presieduta dallo stesso Giugni e ne fecero parte illustri

personaggi: un avvocato dello Stato, Freni, un funzionario del ministero,

133
Terracini intervenendo in aula sottolineava come la materia dello Statuto investisse la materia
contrattuale e che quindi questa era rimessa all’iniziativa sindacale. Proseguì esaltando i progetti di
legge del PCI e del PSIUP che invece si incentravano sull’applicazione della Costituzione nei
luoghi di lavoro, indipendentemente dal favore delle organizzazioni sindacali e degli imprenditori.
Concluse dicendo che non si poteva contrattare sul riconoscimento e sull’applicazione dei diritti
costituzionali. In Ivi, p. 58, nota n. 1.

95
D’Harmant Francois, il sociologo De Rita, quattro professori di diritto del lavoro,

Mancini, Prosperetti, Spagnuolo Vigorita e Pera, il consigliere politico di

Brodolini, Tamburrano e l’avvocato Luciano Ventura. Il fatto che la presidenza fu

affidata al Giugni era il segno della volontà del ministero di andare fino in fondo e

nel minor tempo possibile arrivare con una proposta al Consiglio dei Ministri. Le

riunioni della Commissione furono frequenti e mostrarono le divergenze delle due

scuole, ma ben presto fu sancita la definitiva vittoria della linea sindacale su

quella costituzionale sostenuta soprattutto dal comunista Ventura. Certamente le

due visioni si influenzarono e integrarono a vicenda. Infatti, affianco ad una serie

di norme che riconoscevano e promuovevano la presenza dei sindacati in azienda,

l’opzione per questo strumento di tutela dei lavoratori era collegato anche

all’esercizio dei diritti civili e politici dei lavoratori individualmente presi in

considerazione. Tutti furono d’accordo quindi nel comprendere nello Statuto una

serie di norme a tutela della libertà sindacale, alla salvaguardia dell’attività del

sindacato in azienda e alla garanzia della sicurezza, libertà e dignità dei lavoratori,

quest’ultima secondo la formula più cara ai costituzionalisti. In realtà fu solo

Ventura in Commissione a riproporre la linea costituzionale più intransigente e

integrale e a criticare l’impianto sindacale generale della relazione finale. Ventura

al contrario vedeva lo Statuto come una norma che limitasse l’iniziativa

economica e la proprietà privata a garanzia dei principi costituzionali per i

lavoratori dipendenti. Una posizione che la stessa CGIL ormai rifiutava e che era

sostenuta ormai solo dal PCI e dagli studiosi della Rivista giuridica del lavoro.

Certo è che le critiche di Ventura e della Rivista riflettevano i temi che

96
successivamente furono dibattuti in Parlamento, di cui parleremo

successivamente. Ma in conclusione Ventura dichiarò che nello Statuto

“non dovrebbe essere inclusa nessuna delle disposizioni relative alla definizione dei compiti
del sindacato, alle procedure di contrattazione ed ai compiti degli organi di conciliazione”.134

I distinguo quindi investirono l’intesa su tutte le norme previste: visite

mediche, sulle indagini delle opinioni dei lavoratori, sulle rappresentanze

sindacali aziendali, sulle loro competenze, il diritto di assemblea e di affissione.

Uno scontro che quindi non riguardava solo le materie inerenti all’attività

sindacale, ma anche quelle sulla libertà e la sicurezza dei lavoratori in generale.135

Un importante dibattito interno è da registrare sulla questione dei licenziamenti

individuali e sul trattamento di miglior favore. Invece in materia sindacale il nodo

essenziale fu quello delle rappresentanze sindacali in azienda. Una volta scelta la

linea incentivante del sindacato in azienda, rimaneva aperta la questione di quale

modello di rappresentanza sindacale la nuova normativa sarebbe stata

incentivante. Un problema di difficilissima risoluzione se si considera il contesto

sociale conflittuale con cui bisognava fare i conti, conflitto che aveva di fatto

messo in discussione tutti i vecchi istituti del sindacato in azienda, dalle CI alle

SAS e che come vedremo mise in discussione lo stesso ruolo del sindacato come

modello organizzativo della classe operaia. Emblematica fu la posizione

intransigente di Ventura, che assunse un comportamento quasi indifferente,

rifiutandosi di intervenire su questi temi che a suo avviso non avrebbero dovuto
134
Ivi, p. 62.
135
Riguardo alla questione delle visite mediche va sottolineato che la maggioranza dei componenti
della commissione propose che il controllo dovesse essere effettuato da un sanitario designato
dall’imprenditore sentite le organizzazioni sindacali. Ventura propose l’accordo delle
organizzazioni sindacali e in mancanza di questo, l’intervento di un ufficiale sanitario pubblico.
Sulle indagini, la commissione era contraria al divieto di indagini private, mentre Ventura la
sostenne.

97
essere trattati dallo Statuto. Comunque l’opzione per la promozione del sindacato,

integrata da interventi in materia di libertà individuali, fu ribadita e messa a punto

dall’indagine conoscitiva del Senato, con cui non solo si ascoltarono le posizioni

delle parti sociali organizzate, ma degli stessi singoli lavoratori chiamati a

esprimere giudizi in merito. La consultazione delle parti sociali rifletteva ora un

mutato atteggiamento delle organizzazioni sindacali, soprattutto per il favore

ottenuto anche dalla CISL, che abbandonò definitivamente la posizione

intransigente contro ogni intervento legislativo poiché

“niente vieta, evidentemente, al legislatore di intervenire autonomamente sui problemi del


lavoro, perché non esiste, nel nostro ordinamento, alcuna esclusiva riserva di competenza a favore
delle associazioni sindacali.”136

Il sindacato cattolico rispondendo al documento del ministero del lavoro

consegnato alle associazioni sindacali il 6 marzo 1969, dichiarò infatti che

“la via che oggi si prospetta, di tutelare i lavoratori non individualmente ma rinvigorendo
l’autodifesa sindacale, si presenta come alternativa, o comunque radicalmente diversa, da quella
che era stata fino a ieri prospettata: la tutela dei diritti dei lavoratori come singoli.”137

Un favore che non solo derivava dall’abbandono di ogni pregiudiziale

ideologica verso l’intervento legislativo, ma che rispecchiava il favore verso una

diversa impostazione politica del ministero del lavoro, in passato tanto criticata

dai giuristi riformisti.

La CGIL dal canto suo era sempre stata favorevole all’intervento legislativo e

confermato il favore per il provvedimento, sottolineò comunque

136
In “Rivista di diritto del lavoro”, 1969, III, p. 168.
137
Ibidem.

98
“l’opposizione del sindacato dei lavoratori a interventi legislativi che tendono ad istituire per
legge, per decreto, per via amministrativa, strutture sindacali a livello di azienda, definendone i
compiti, le funzioni, gli obblighi e i limiti”.

Strutture che “[…] non esprimono l’attività e la volontà reale dei lavoratori” e

che quindi violerebbero la libertà di organizzazione sindacale del lavoratore.138 La

scelta per le generiche rappresentanze sindacali aziendali quindi, teneva aperta la

difficile questione di quali istituzioni sindacali in azienda avrebbero potuto

garantire la libertà di organizzazione sindacale dei lavoratori e allo stesso tempo

promuovere il ruolo delle Confederazioni. Quindi affianco al riconoscimento della

libertà sindacale in azienda del lavoratore e del suo potere di contrattare, per la

CGIL, bisognava istituire una serie di norme a garanzia della libertà e dignità del

lavoratore secondo i principi della Costituzione, non con una semplice e

inefficacie ripetizione di tali principi.

“la legge deve colpire con efficaci sanzioni, ogni impedimento da parte padronale
all’esercizio dei diritti di libertà, dei quali deve garantire l’esplicazione piena nei luoghi di
lavoro.139

Ottenuto l’assenso generale delle centrali sindacali, constatato che tra gli

imprenditori esisteva una base di discussione sull’opportunità di accettare

rappresentanze sindacali aziendali140 e prorogato ulteriormente il dibattito in Aula,

Brodolini poté presentare al Consiglio dei Ministri il suo progetto di Statuto.

138
Ivi, p. 162.
139
Ivi, p. 163.
140
La Confindustria fece sapere che la normativa gia esistente di fatto garantisce la tutela della
libertà e dignità dei lavoratori secondo i principi della Carta costituzionale e che i dettagli
sull’applicazione di questi rimanevano di esclusiva competenza delle parti sociali maggiormente
rappresentative. Quindi di fatto rifiutano ulteriori limiti e sanzioni in materia. Per quanto
riguardava l’attività sindacale e la presenza del sindacato in azienda non ci fu un rifiuto
pregiudiziale, ma sottolinearono le carenze del progetto del ministero che ne garantiva la libertà e
la presenza senza una adeguata disciplina legale. Ivi, pp. 197 ss. Comunque, nonostante le riserve e
sostanzialmente la contrarietà della Confindustria al progetto di Statuto, bisogna sottolineare la

99
La bozza preparata da Giugni sulla base dei lavori in commissione e arricchita

dai contributi raccolti, non fu sostanzialmente modificata né dall’ufficio

legislativo della Presidenza del Consiglio, né dal Consiglio stesso. Era ormai

accettata da tutti l’impostazione di fondo del provvedimento e le resistenze

conservatrici, che pure attraversavano la compagine governativa, non riuscirono a

smontarla. In questo senso le obiezioni ebbero un carattere marginale. Esse

riguardarono il campo di applicazione delle norme - il cui limite fu incrementato

alle aziende con almeno 40 dipendenti - e l’istituto dell’assemblea - il cui oggetto

fu limitato ai temi d’interesse sindacale e del lavoro. Ma la lettera della legge non

fu modificata e le sue direttrici principali, cioè la tutela della dignità e libertà dei

lavoratori e la promozione dell’autodifesa sindacale in fabbrica, fu confermata.

Così che il 20 giugno 1969 fu approvato dal Consiglio dei Ministri il disegno di

legge n. 738 “Norme a tutela della libertà e dignità dei lavoratori, della libertà

sindacale e dell’attività sindacale nei luoghi di lavoro”.

Brodolini in quei giorni era allo stremo delle forze e la malattia lo stava

divorando a poco a poco. Si preoccupò quindi di dare le ultime direttive ai suoi

collaboratori per il difficile dibattito parlamentare. La consapevolezza della

genuinità del disegno di legge era affiancata alla certezza che in Parlamento ci

sarebbe stata una battaglia senza esclusione di colpi, proveniente non solo dagli

ambienti conservatori, ma anche e soprattutto dai settori più critici della sinistra

comunista, socialproletaria e indipendente. Il 2 luglio, prima della partenza per

Zurigo, lasciando le ultime disposizioni a Giugni gli raccomandò:

scelta politica ormai matura del Ministero del lavoro, cioè quella di andare avanti in un progetto a
favore della tutela del lavoro dipendente indipendentemente dalle riserve degli industriali.

100
“So di certe idee un po’ avventate che circolano in giro e soprattutto in parlamento. Fai in
modo che lo Statuto dei lavoratori non diventi lo Statuto dei lavativi.”141

Morì qualche settimana più tardi, all’alba dell’11 luglio. La sua opera politica

fu fondamentale non solo per il destino dello Statuto dei lavoratori, ma per tutta la

successiva attività del Ministero del lavoro. Parlando al congresso della CGIL a

Livorno, nella sua ultima apparizione in pubblico, dichiarò:

“Nella vita bisogna sapere che scegliendosi gli amici si scelgono anche gli avversari. Ebbene,
io ho scelto i miei amici e voi siete, lo sapete, i miei amici e i compagni più cari”142

Un’attività politica consapevole al servizio di una parte sola, quella dei

lavoratori.

4.3 “Tuoni a sinistra”. La crisi sociale dello Statuto

Nonostante lo Statuto dei lavoratori dal ’68 in poi trovò larghi favori e la sua

epoca di consenso più alto nelle istituzioni, fu proprio questo il lasso di tempo in

cui fu messo in crisi dagli eventi conflittuali di quegli anni. Questa volta era il

fronte sociale ad essere riluttante. Forse fu proprio la pressione e la grande forza

delle contestazioni operaie a dare impulso agli interventi istituzionali e quindi a

rinvigorire la buona disposizione verso lo Statuto dei lavoratori, in una prospettiva

di contenimento delle spinte rivoluzionarie del c.d. “secondo biennio rosso

italiano”. Chi vedeva e tuttora vede lo Statuto come un provvedimento legislativo

adottato in una prospettiva di stemperamento del conflitto sociale, sottolineava la

frattura del sistema politico con la realtà sociale di quegli anni. Secondo Foa

infatti

141
E. Stolfi, cit., p. 106.
142
Ivi, p. 105.

101
“lo Statuto dei diritti del 1970, cui posero mano i socialisti Brodolini e Giugni, non nacque
dall’impegno del centrosinistra ma dalle lotte operaie.”143

In questo senso lo Statuto fu il risultato non di una chiara volontà politica del

Governo e delle istituzioni, ma solo della determinazione di alcuni uomini politici

più attenti alle questioni operaie. Un senso dove il momento conflittuale assume

un ruolo centrale.

Comunque a cavallo tra il ’67 e il ’68 e successivamente, prima dell’autunno

caldo, l’idea dello Statuto era messo in crisi, poiché era messo in crisi tutto il

sistema sociale e sindacale nel suo complesso. Il ciclo di lotte aveva portato alle

estreme conseguenze la questione operaia e sindacale, nella prospettiva del

sindacato inteso come “realtà organizzativa che vive […] una tensione dialettica

permanente con il movimento operaio e con il progetto sociale di cui questi è

portatore.”144 Un rapporto dialettico questo, sempre presente nelle diverse fasi

storiche, come abbiamo visto nei capitoli precedenti, ma che in questi anni

assunse caratteristiche straordinarie. In effetti prima dell’autunno ’69, in cui le

organizzazioni sindacali riuscirono a “cavalcare” la conflittuale mobilitazione

autonoma della base, la strategia prevalente dei giuristi riformisti era palesemente

messa in discussione. Le stesse critiche della linea costituzionale erano in realtà il

frutto della ritrovata conflittualità nelle aziende, conseguenza di una insanabile

frattura tra base operaia e organizzazione sindacale. Una valutazione di questo

tipo è direttamente collegata alla storiografia che divide gli “anni degli operai” in

momenti e fasi differenti, segnate in prevalenza da dinamiche a prima vista legate

da un unico filo conduttore, ma che in realtà presentano attori e risvolti sociali e

143
Questo novecento, cit., p. 299.
144
G. Romagnoli, Consigli di fabbrica e democrazia sindacale, Milano, Mazzotta, 1976, p. 9.

102
politici molteplici e contraddittori. Nella nostra prospettiva, sono importanti due

momenti essenziali: la nascita dell’autonomia operaia, base teorica dello

spontaneismo operaio e quella del delegato di linea, embrione del Consiglio di

Fabbrica. Questi due momenti della mobilitazione operaia furono le cause della

crisi sindacale e di conseguenza della crisi dello Statuto che del sindacato in

azienda si faceva promotore come momento istituzionale di difesa dei diritti dei

lavoratori.

Analizzare la prima fase della conflittualità operaia, quella cioè a cavallo tra

’67 e ’68, significa inevitabilmente connetterla alla rivolta studentesca iniziata già

nei primi mesi del ’67, da cui le prime lotte operaie ne trasse numerosi spunti e

con cui si verificarono straordinarie convergenze ideali e di azione. Una rivolta

che, lungi dall’essere un’esplosione improvvisa, aveva radici nella condizione

giovanile nella società degli anni sessanta e della prima generazione che si scontrò

con il boom economico e con la società del consumo. Nei precedenti capitoli

abbiamo già sottolineato il ruolo delle nuove generazioni operaie nelle lotte dei

primi anni sessanta e dei mutamenti sociali e istituzionali che essi contribuirono a

provocare. Smorzata quella ritrovata voglia di azione collettiva dentro le fabbriche

per via della pessima congiuntura economica e del riemergere della debolezza

delle organizzazioni sindacali di fronte ad essa, le soggettività giovanili si

espressero fuori dalle unità produttive e spesso lo fecero in modo contraddittorio.

Gli anni che precedettero il sessantotto infatti, furono gli anni

dell’anticonformismo dei “capelloni” e delle loro manifestazioni-happaning, della

generazione c.d. yè yè e del “Piper club”. Espressioni di una generazione

contraddittoria, segnata da due poli contrapposti, caratterizzati questi, da una parte

103
dall’entusiasmo per le nuove opportunità del boom economico, e dall’altra dal

persistente conservatorismo che investiva tutti gli aspetti della società italiana.

Ben presto quindi le nuove soggettività giovanili si espressero nelle istituzioni

scolastiche e universitarie, assumendo un carattere sempre più politicizzato e

conflittuale. Queste espressioni non potevano che travolgere istituti e prassi

consolidate dalle passate generazioni e sempre difese con il massimo delle forze

dalle generazioni adulte. Già nel corso della metà degli anni sessanta, università,

licei e istituti italiani furono teatro di una crescente mobilitazione studentesca.

Queste ormai sottolineavano il carattere collettivo delle nuove soggettività

giovanili nate dal boom economico. Ricalcavano, in parte, le occupazioni alle

facoltà di architettura di Roma e Milano nel 1962. La scolarizzazione di massa e

l’aumento degli studenti universitari145 ebbero un impatto incredibile sul sistema

educativo italiano, segnato ancora da arretratezze e da un cieco autoritarismo. Ma

ad essere contestati non erano solo professori e dirigenti scolastici, “baroni” e

magnifici rettori, ma le stesse organizzazioni studentesche ormai simili a partitini

e segnate da pratiche di rappresentanza vecchie ed inefficaci. Era il frutto di uno

scollamento strisciante tra le dirigenze delle organizzazioni studentesche e

movimento di base reale, secondo una non dissimile dialettica a quella tra

organizzazioni sindacali e classe operaia. Le resistenze e la repressione del

dissenso inoltre furono forti. Presidi e rettori fecero largo uso di istituzioni

(prefetti, forze dell’ordine, questori) per reprimere le mobilitazioni e le aspirazioni

degli studenti. Tra il ’66 e il ’67 le circolari del ministro dell’interno P. E. Taviani

145
Gli alunni delle scuole superiori passano dal 760.000 unità del 1960 a 1.400.000 del 1967, in G.
Crainz, Il paese mancato. Dal miracolo economico agli anni ottanta, Roma, Donzelli, 2003, p.
203. Gli iscritti a corsi universitari passano da 250.000 unità del 1961 a 550.000 nel 1968, in Ivi, p.
208.

104
furono la prova di come le stesse istituzioni repubblicane furono impegnate, a

fianco di presidi e rettori, nel reprimere le agitazioni studentesche146. L’azione

congiunta di repressione e politicizzazione dell’iniziativa giovanile, assieme alla

critica delle tradizionali forme di dissenso, si tradusse in una rivolta imponente.

Le mobilitazioni nei mesi finali del ’67 e per tutto sessantotto, che ebbero il

culmine nella primavera, travolsero tutti, tanto da poter parlare dell’”anno degli

studenti”. La contestazione riguardava la riforma universitaria del Ministro Gui,

ma ben presto le occupazioni investirono obbiettivi politici più generali di

trasformazione sociale. Il dissenso diffuso era alimentato dalla centralità della

lotta e della figura sociale dello studente. Il movimento studentesco, da una parte

assunse caratteri antisistemici di rifiuto della società capitalista e dei sui rapporti

di produzione, dall’altra chiedeva una maggiore integrazione nelle istituzioni

universitarie e in queste un maggior potere decisionale. Fu proprio la prima

caratteristica del movimento studentesco, a mio avviso, a unire nella lotta operai e

studenti. Gli studenti in questo senso rappresentavano i c.d. ”proletari in colletto

bianco”, i futuri operai, inseriti nel medesimo modello di sviluppo neocapitalista.

Proprio nel momento di maggior mobilitazione studentesca, in effetti le

fabbriche italiane furono teatro della nascita della c.d. spontaneità operaia.

Fabbriche come la Olivetti, la Marzotto, la Pirelli, la Saint Gobain, erano teatro di

vertenze gestite direttamente dagli operai, tramite gruppi informali e autonomi

dalle organizzazioni sindacali. In moltissimi casi gli scioperi venivano proclamati

proprio per contestare le organizzazioni sindacali. Gli scarsi risultati degli anni

146
Le due circolari, una emessa il 1° luglio ’66 e l’altra il 27 gennaio ’67, permettevano
l’intervento delle forze dell’ordine, anche preventivo, in facoltà e istituti scolastici, in caso di
occupazione, senza la richiesta esplicita dei rettori e dei presidi a meno che questi non lo vietassero
in modo esplicito.

105
’60, causati dall’atteggiamento prudente delle organizzazioni sindacali e dalla

gestione delle vertenze aziendali tramite le sezioni provinciali, causarono uno

scontento tra le masse operaie e organizzazioni sindacali ormai non più

contenibile. Ciò è spiegabile anche dal livello di sindacalizzazione di quegli anni

che toccò i minimi storici. La dialettica tra movimento operaio e organizzazioni

sindacali raggiunse una fase di crisi che si stabilizzò, certamente non del tutto,

solo con l’autunno del ’69. Tra i contestatari i più agguerriti si dimostrarono

proprio i giovani operai di cui si andavano sempre più dequalificando le mansioni.

Furono i giovani ad incarnare maggiormente la nuova figura dell’operaio comune,

figura sociale su cui si poggia tutto il ciclo di lotte ’68-’72 e che sfociò nella

nascita del movimento consigliare147. Erano gli anni in cui le fabbriche, uscite

dalla congiuntura sfavorevole degli anni precedenti, intensificarono il processo di

parcellizzazione e standardizzazione della produzione, con un notevole aumento

dei ritmi di lavoro e del ricorso alla manodopera a scarsa professionalità tramite

l’introduzione di nuove tecnologie. Nella nuova figura operaia cresceva l’astio

verso i metodi autoritari di disciplina e controllo dei capi reparto. Fu proprio la

scolarizzazione crescente di queste giovani leve operaie, di solito immigrate148, a

dare impulso al nuovo ciclo di lotte. “[…] Grazie alla scolarizzazione di massa, a

all’apporto dei media essi sono dotati […] di una cultura superiore a quella

dell’operaio altamente specializzato di vent’anni prima”149 che li rese riluttanti

verso gli attendismi delle centrali sindacali degli anni precedenti. Ci fu quindi una
147
Sul ruolo centrale del c.d. operaio comune nel periodo considerato faccio riferimento ancora
allo studio di G. Romagnoli, Consigli di fabbrica e democrazia sindacale, cit.
148
Importante, in questo senso, il concetto di “ghettizzazione sociale” delle masse di lavoratori
immigrati. In questo periodo infatti ci fu una nuova ondata migratoria, grazie ad una maggiore
offerta di lavoro nel nord del paese. Le nuove opportunità di lavoro crearono quindi un’alta
disponibilità alla mobilità sociale e sul lavoro che si scontrava con il degrado urbano della
popolazione immigrata.
149
G. Crainz, Il paese mancato, cit., p. 323.

106
crisi nel disciplinare la forza lavoro, “nel momento in cui l’elevamento e la

diffusione del livello di scolarità provocano uno sfasamento tra aspettative e realtà

di lavoro.”150 Si chiedeva una nuova politica salariale egualitaria in aperto

contrasto con le politiche rivendicative consolidate, basate ancora su cottimi e

premi di produzione e su un’analisi della struttura di classe obsoleta che di fatto

privilegiava ancora l’operaio specializzato e sindacalizzato.

La contestazione verso le organizzazioni sindacali toccò il suo apice nel

febbraio ’68, quando le tre Confederazioni firmarono un accordo con il Governo

per la riforma delle pensioni. L’accordo fu contestato fortemente dalla base, tanto

che la CGIL qualche giorno più tardi, sarà costretta a tornare sui suoi passi e

proclamare lo sciopero generale. Si ritenevano ormai superate tutte le istituzioni

del sindacato in fabbrica, ed ora ad essere superato era lo stesso sindacato,

organizzazione burocratica e garante del sistema capitalista. Nonostante la

vicenda delle pensioni rappresentò il primo caso di recupero del sindacato sullo

spontaneismo operaio, le Commissioni Interne e le Sezioni Sindacali Aziendali,

venivano toppo spesso sostituite da organi che sottolineavano l’autonomia degli

operai da qualsiasi ingerenza organizzativa. Questi nuovi spazi di azione collettiva

erano teatro principale della partecipazione diretta degli operai alle vertenze. Fu in

questa prima fase altamente contestataria che nacquero le coalizioni di sciopero, le

assemblee autonome e i comitati unitari di base (CUB), come quello dall’ATM a

Milano. Questi gruppi informali di lavoratori, in cui, tra l’altro, erano coinvolti

molti iscritti a organizzazioni sindacali e a cui spesso si univano gli studenti

universitari, si basavano su modelli organizzativi chiaramente mutuati dalle

150
G. Romagnoli, cit., p. 23.

107
assemblee studentesche che proliferavano nelle facoltà italiane. Potere operaio e

potere studentesco erano le due facce della stessa medaglia. Fu subito chiaro

quindi il carattere antisindacale di queste nuove forme organizzative e

l’importanza in queste

“[…] dell’influenza del movimento studentesco che si manifestò attraverso il ricorso da parte
operaia a forme innovative di lotta e alla pratica della democrazia assembleare.”151

Questa prima fase mise indubbiamente in crisi lo Statuto dei lavoratori su cui

stavano tanto lavorando al Ministero del lavoro socialisti e giuristi riformisti. In

effetti alla contrattazione, questi contrapponevano la “lotta continua” e

l’assemblea permanente. La critica alle istituzioni sindacali era totale.

“Il sindacato, a cui i riformisti [stavano aprendo] i cancelli delle imprese, era, nelle imprese,
contestato e messo alle strette.”152

A questi interessava, tutto al più, l’istituto dell’assemblea, che comunque era

presente nelle proposte governative come in quelle parlamentari. Ma l’assemblea

era per loro il luogo di incontro e di partecipazione diretta di tutti i lavoratori, a

cui non si poteva imporre nessuna limitazione e disciplina. Al contrario la

proposta governativa affidava alle sole rappresentanze sindacali la possibilità di

convocare l’assemblea ed escludeva la possibilità di discutere di temi non

strettamente sindacali.

Nei mesi successivi tuttavia bisogna registrare una battuta d’arresto del

movimento degli studenti. Le difficoltà di rendere effettive le aspirazioni di

trasformazione proposte dagli studenti, causarono un ripiegamento verso

151
F. Loreto, L’anima bella del sindacato: storia della sinistra sindacale, Roma, Ediesse, 2005, p.
50.
152
G. F. Mancini, Lo statuto, cit., p. 65.

108
iniziative più individuali e ad una mobilitazione che non vedeva più

nell’università il luogo privilegiato di azione collettiva. Fu così che molti

protagonisti del movimento studentesco scelsero di impegnarsi nei nascenti gruppi

della sinistra extraparlamentare. Alcuni di questi gruppi, come Avanguardia

Operaia, strinsero rapporti privilegiati con gli stessi CUB e spesso diventarono i

promotori e gli organizzatori di strutture extrasindacali, confermando l’indole

antagonista verso il sindacato, ma dando ad essi un carattere più operaista e meno

attraversato dalla mobilitazione studentesca. Ma la frattura tra sindacato e base

operaia non era ancora risolta. La stessa involuzione delle lotte studentesche e la

nascita di gruppi extraparlamentari, generò una più alta attenzione all’impegno

nella fabbrica e nel quartiere, che di fatto non stemperava, ma anzi rinvigoriva le

critiche alle strutture sindacali. Si sviluppò quindi un altro fattore di crisi che

minava lo Statuto nella sua struttura portante. Questo fu rappresentato dalla

nascita del delegato di linea.

L’avvento della contrattazione articolata all’inizio del decennio sessanta aveva

contribuito, come abbiamo visto, al mutamento delle rivendicazioni e soprattutto

all’abbandono del centralismo confederale, spostando l’azione sindacale su un

terreno più aderente all’organizzazione del lavoro e ai rapporti di lavoro che ne

derivavano. Ciò era avvenuto al parallelo imporsi dei modelli organizzativi di

produzione taylor-fordisti e all’introduzione progressiva della catena di

montaggio. Questo processo avrà il suo apice proprio nella alla fine del decennio

60, il periodo in cui si affermava “la produzione in linea articolata”. La

produzione si parcellizzava all’estremo e il prodotto era il risultato di una serie

numerosa di fasi, ognuna con la propria specificità, segnata cioè da fattori

109
ambientali ed esigenze differenti, ma legate da un'unica strategia aziendale.

Gruppi di operai avranno quindi particolari problemi di cottimo, di salute, di ritmi,

presenti in maniera dissimile in altre fasi e in altri gruppi lavoratori. La

conoscenza e la socializzazione delle condizioni di lavoro nelle diverse fasi, erano

possibili solo se discusse direttamente dai gruppi di lavoratori direttamente

interessati. Un processo di conoscenza e di socializzazione che rimaneva difficile

nella stessa assemblea aziendale, poiché in essa era difficile la partecipazione di

tutti e perchè differenti erano le condizioni di ogni fase della produzione. La

condizione operaia era registrata dall’assemblea solo in superficie.

“Si fa strada l’esigenza del decentramento del meccanismo di organizzazione, si arriva


immediatamente alle assemblee di stabilimento di officina e finalmente di reparto, di linea, di
gruppo e di cottimo. Qui l’approfondimento è più acuto, la partecipazione è totale, il movimento e
la sua direzione diventano agilissimi.”153

Il processo di conoscenza e di socializzazione della condizione operaia era

quindi inverso, nasceva nel modo più aderente al processo produttivo ed era

espressione diretta del posto occupato nella linea articolata di produzione. Questo

momento organizzativo sfociò nella nascita del delegato di reparto e/o dei

comitati di reparto, incaricati ad avere rapporti con i capi reparto e con le direzioni

aziendali. Scioperi e mobilitazioni, se necessario, potevano riguardare quindi

anche il solo reparto poiché “la fermata improvvisa di un piccolo gruppo di

lavoratori su una linea sconvolge il processo a monte e a valle, bloccando il flusso

produttivo dell’intera fabbrica.”154 Una volta superato il particolarismo insito

nell’assemblea di reparto, avvertito dall’esistenza di problemi comuni a tutte le

153
Le parole sono di Gino Guerra in un intervento pubblicato in “Quaderni di rassegna sindacale”
n. 24 Dic. 1969 dedicato ai Delegati di reparto, con il titolo “Nessun “vuoto” a nessun livello”, p.
49.
154
G. Romagnoli, cit., p. 27.

110
fasi della produzione omogenee, andavano costituendosi organi più ampi che

rappresentavano l’intero contesto aziendale. Questi furono i Consigli Aziendali

dei Delegati (CAD) e l’Assemblea Generale.

In queste ultime righe, abbiamo descritto brevemente ciò che stava accadendo

nelle fabbriche italiane e la nuova presenza operaia in fabbrica che dilagò tra la

fine del ’68 e l’inizio del ’69 nell’industria metalemeccanica, tessile e chimica. Un

movimento in un primo momento intrecciato alle strutture informali e

extrasindacali di cui sopra abbiamo parlato, ma che ben presto ebbe un suo

sviluppo autonomo e non riconducibile alla fase di contestazione descritta sopra.

Era comunque un metodo di individuazione delle rivendicazioni, in cui il

sindacato non era incluso automaticamente, proprio perché la condizione operaia

rimaneva autonomamente e direttamente individuata dalla base dei lavoratori. Il

delegato, infatti, spesso non era iscritto al sindacato, né faceva parte della CI o

della SAS. E soprattutto a questo era affidato un mandato sempre e in ogni

momento revocabile in sede assembleare. Dunque una forma tutta nuova di

esercizio dell’autonomia collettiva, non prevista dalle prassi sindacali in voga fino

a quel momento.

“Il sindacato di vecchio stampo, a mala pena penetrano nell’impresa e costituita


un’embrionale sezione, non arriva alla squadra o al reparto; e, se vi arriva, lo fa necessariamente
dall’alto e dal centro, vale a dire in modo paternalistico e burocratico.”155

E’ chiaro quindi lo sconvolgimento che il movimento dei delegati portò sulla

scena sindacale, un movimento che sicuramente non era naturalmente antagonista

al sindacato come i CUB, ma che rifletteva, forse anche in modo più drammatico,

il ritardo delle organizzazioni e il perdurare della frattura con la base. I delegati


155
G. F. Mancini, Lo statuto, cit., p. 69.

111
non rifiutavano il sindacato in quanto tale, ma quel tipo specifico di

organizzazione sindacale, non disposto ad appoggiare vertenze contrattuali

provenienti direttamente dal basso e che quindi avrebbero dotato gli operai di più

ampi poteri contrattuali. Inoltre i delegati non rifiutavano il contratto, al contrario

la loro opera era una continua micro-contrattazione quotidiana a livello di reparto

che sfociava nella costruzione delle vertenze aziendali generali. Per questo se le

federazioni metalmeccaniche, non avessero riconosciuto il movimento dei delegati

nei rinnovi contrattuali nell’autunno ’69, dimostrando di fatto un favore verso le

nuove forme di contrattazione e di autorganizzazione operaia in azienda, grazie

soprattutto alle sue componenti più avanzate, che provenivano dalla c.d. sinistra

sindacale, lo Statuto avrebbe rappresentato per il movimento dei delegati, un

provvedimento del tutto autoritario di riconoscimento monopolistico del sindacato

e ne avrebbe snaturato il ruolo di autonoma elaborazione rivendicativa. Un

riconoscimento dato anche del fatto, che la maggior parte dei gruppi operaisti

legati alla sinistra extraparlamentare, come Avanguardia Operaia e il gruppo del

Manifesto, spingevano per un movimento dei delegati in una prospettiva

consigliare su modelli sovietistici.

“I comitati di reparto, cioè, avrebbero potuto aggregarsi in veri e propri consigli di fabbrica,
come quelli per cui si battevano il giovane Gramsci e, nello stesso torno di anni, i
Rätekommunisten tedesco-olandesi, da Karl Erler ad Anton Pannekok: dunque, in strumenti di
contropotere là dove più nudo e violento è il potere della classe egemone […].”156

Anche di fronte a questa opzione, se non ci fosse stato il ripensamento

organizzativo e politico avviato dalle federazioni metalmeccaniche, lo Statuto

avrebbe rappresentato lo “Statuto dei diritti del sindacato”, togliendo ai delegati

156
Ivi, p. 70.

112
tutti i poteri d’iniziativa autonoma in una prospettiva di captazione sindacale della

figura del delegato.

Il sindacato al contrario, con l’autunno ’69, riconosceva le nuove strutture

autonome di fabbrica, dando ad esse la possibilità di usare gli strumenti del futuro

Statuto, proprio perché se il sindacato doveva entrare in azienda, lo avrebbe fatto

tramite l’autorganizzazione operaia vista come articolazione del sindacato in

azienda e costruttore delle vertenze dal basso. Certo è, che questo processo non fu

facile e una volta approvato lo Statuto, il rapporto dialettico tra organizzazione

sindacale e movimento dal basso non raggiunse mai una sintesi definitiva, ma al

contrario essa fu sempre presente e sarà la causa principale delle diverse

interpretazioni e dell’uso che dello stesso Statuto se ne farà. Non fu facile

soprattutto per il fatto che solo alcuni settori delle organizzazioni erano disposti a

riconoscere il ruolo centrale del movimento dei delegati. In effetti già nella prima

fase di contestazione, solo le federazioni metalmeccaniche dimostrarono una

sensibilità differente verso il movimento studentesco e le nuove forme di

contestazione, mentre debole restava quella dei vertici confederali157. Il favore

delle federazioni metalmeccaniche quindi ci indica che la stessa carica

spontaneista e fondamentalmente antisindacale della prima fase, aveva innescato

nelle federazioni dell’industria e in alcune aree delle stesse confederazioni, una

critica interna e una sensibilità verso le nuove rivendicazioni operaie.

L’intensificarsi delle lotte e lo sfaldamento del movimento studentesco, che


157
Nel febbraio ’68 a Modena e nell’aprile dello stesso anno a Bologna due convegni di categoria
dei giovani metalmeccanici, sottolineano la disponibilità delle federazioni dell’industria
metalmeccanica, a “indicare nuovi impegni rivendicativi in tema di apprendistato, collocamento,
diritto allo studio, lavoro minorile, eliminazioni di sperequazioni salariali per età”, ed “invitava le
strutture periferiche a intraprendere iniziative mirate quali la costituzione di Commissioni giovanili
provinciali, l’inserimento di giovani negli organismi dirigenti, la promozione di appuntamenti
periodici dove dibattere i temi specifici della condizione giovanile”, in F. Loreto, L’anima bella
del sindacato, cit., p. 52.

113
confluì nelle file dei gruppi extraparlamentari, fece emergere un dialogo aspro e a

prima vista impraticabile anche con le anime sindacali più sensibili al

rinnovamento. Ma la grande forza d’iniziativa della base operaia aveva orami

avviato un processo di rinnovamento incontrovertibile. Tale processo aveva alla

base la ritrovata unità tra le confederazioni sindacali, proprio perché erano gli

stessi operai a rifiutare il pluralismo sindacale e il sindacato come associazione. In

questo senso i due scioperi generali e unitari a cavallo tra il ’68 e il ’69 sulle

pensioni e per l’abolizione delle “gabbie salariali”, rappresentarono

rispettivamente il riconoscimento dei limiti del pluralismo sindacale e l’appoggio

alle spinte egualitarie che provenivano dalla base. Un rinnovamento a cui

parteciparono non solo esponenti di cultura comunista, ma che si incrociava con le

nuove visioni del lavoro sempre più presenti in esponenti della cultura cattolica.

Congressi, incontri e convegni delle associazioni e federazioni di categoria, ormai

erano tutti incentrati sulla questione della “democrazia sindacale” e sull’unità

sindacale, cioè di una più stretta aderenza delle organizzazioni alle richieste della

base operaia in una prospettiva unitaria. Il tema della democrazia sindacale e

dell’unità era legato inevitabilmente al riconoscimento dei delegati come

interlocutori privilegiati del sindacato, che in quei mesi andavano registrando

vittorie in molte vertenze aziendali.

“I metalmeccanici furono ancora una volta all’avanguardia: essi, infatti, cercarono di smarcarsi dagli
umori prevalenti a livello politico e confederale e puntarono a fare del delegato il principale tramite tra
sindacato e lavoratori.”158

Nei congressi delle confederazioni inevitabilmente si scontravano anime

contrapposte. Da una parte le componenti di sinistra che spingevano appunto per

158
Ivi, p, 60.

114
un rinnovamento organizzativo e di rapporto democratico con le esperienze della

base. Dall’altra le componenti più moderate, propense ad un modello burocratico

e scettiche verso le rivendicazioni della base. L’autunno caldo avrebbe dato

ragione alla prima componente e al riconoscimento dei delegati.

4.4 Autunno caldo e dibattito parlamentare: lo Statuto è legge

Come abbiamo visto l’impostazione sindacale dello Statuto faticosamente

redatta dal ministero del lavoro, dopo l’approvazione in Consiglio dei Ministri,

venne appoggiata dallo stesso Governo, anche se alcuni distinguo in merito non

mancarono. Ciò era dato soprattutto dal timore degli stravolgimenti che il disegno

di legge avrebbe potuto subire, data la forza delle sinistre in Parlamento. Inoltre la

situazione sociale nelle fabbriche era esplosiva e la stessa impostazione

promozionale del sindacato in azienda oggetto di forti critiche. Alle critiche su

aspetti giuridici, si affiancavano quelle con chiari risvolti politici. Tra questi prima

di tutto c’era quella dei giuristi costituzionalisti, a cui si appoggiava la posizione

marxista del PCI e del PSIUP. Rispetto al progetto di legge n. 738 infatti la

Rivista giuridica del lavoro prese subito posizione tramite un intervento di Ugo

Natoli159. Nel saggio l’Autore, dopo aver elogiato il ruolo che la Rivista ebbe per

tutti gli anni ‘50 e ‘60 nel denunciare la situazione delle fabbriche, la violazione

delle libertà dei lavoratori previste dalla Costituzione e nel ricercare strumenti

normativi di risposta a tali situazioni, rinnovò le critiche all’impostazione

sindacale e riformista del disegno di legge. Per i costituzionalisti rimaneva il fatto

che lo Statuto avrebbe dovuto rendere efficaci nei luoghi di lavoro i principi di

159
U. Natoli, Luci ed ombre sul disegno di legge n. 738 sui diritti dei lavoratori, in “Rivista
giuridica del lavoro, I, 1969, pp. 317 ss.

115
libertà fondamentali dei cittadini anche nei luoghi di lavoro, non con una mera

elencazione di norme già esistenti, ma con

“un’opportuna (esplicita) delimitazione di certi “poteri” (direttivo, disciplinare) del datore di


lavoro e, in secondo luogo, di un adeguato sistema di sanzioni (penali e non) capaci di prevenire,
reprimere o, addirittura, rendere irrilevante ogni tentativo di elusione della garanzia costituzionale
in ordine all’esercizio dei diritti e delle libertà fondamentali dei lavoratori […]”160

La critica quindi non riguardava solo i titoli in cui si disciplinavano le libertà

sindacali e l’attività sindacale in azienda, che per Natoli non avrebbero dovuto

nemmeno essere trattate dal provvedimento legislativo, pena

l’istituzionalizzazione del sindacato e la limitazione della stessa libertà sindacale,

negativa e positiva, del singolo lavoratore, prevista tra l’altro in Costituzione. Le

stesse norme sulla libertà e dignità del lavoratore inserite nel I titolo dal disegno di

legge, infatti erano ritenute deboli e non sufficientemente limitative dei poteri dei

datori di lavoro, “creando a questi un “statuto” speciale, diverso da quello degli

altri cittadini161”. Alla critica giuridica della Rivista, era collegata quella politica

del Partito Comunista, sempre compatto sulle sue posizioni costituzionaliste e

deciso a modificare il disegno di legge e svuotare le disposizioni sull’attività

sindacale in azienda. Il senatore Giovanni Brambilla162, dopo aver sottolineato gli

ostacoli posti dal Ministero del lavoro e dal Governo alla discussione

parlamentare sui progetti di legge presentati dal PCI e dal PSIUP, riferì che il

progetto “si discosta[va] gravemente” dai principi costituzionali da garantire

anche ai luoghi di lavoro, “limitandosi a disciplinare esclusivamente l’attività

sindacale”. “Esso, inoltre, restringe[va] gravemente il suo campo di applicazione,

160
Ivi, pp. 319-320.
161
Ivi, p. 321.
162
E. Solfi, Da una parte sola, cit., p. 101.

116
ed esclude[va] da ogni tutela sindacale aziendale vaste masse di lavoratori”, cioè

quelli occupati in aziende al di sotto di 40 dipendenti.

A questo tipo di critica di tipo strettamente marxista, si affiancava come

abbiamo visto quella della nascente sinistra extraparlamentare dei gruppi

dell’autonomia operaia. Una critica che ebbe eco anche in Parlamento, grazie

all’opera del Senatore della Sinistra Indipendente Albani, che si fece portatore di

emendamenti e della lotta politica in sede di esame della proposta di legge al

Senato. Le riserve su uno Statuto dei diritti dei lavoratori furono ribadite anche

dopo l’approvazione dello Statuto con la pubblicazione di un opuscolo specifico,

in cui furono raccolte le considerazioni, nonché gli emendamenti proposti, che

talaltro non furono approvate dalla Camera Alta.163 Albani contestava l’impianto

generale del provvedimento, poiché si preoccupava di delegare il potere operaio,

conquistato direttamente grazie all’azione diretta dei lavoratori, al sindacato,

mentre i lavoratori

“non concedono che deleghe limitate, vogliono discutere e proporre piattaforme rivendicative,
forme e tempi di lotta, approvare direttamente risultati e accordi, vogliono autogestire il loro
potere attuando, in tal modo, la Costituzione.”164

Ma per l’A., messe da parte quelle poche norme giuste a tutela dei diritti dei

singoli lavoratori, la Costituzione continuava a rimanere di fronte ai cancelli delle

fabbriche anche con il varo dello Statuto, poiché questo non provvedeva a

modificare il regime liberista garantito dalle norme di diritto del lavoro del c.c.

fascista. La critica in sede politica della sinistra indipendente non riuscì ad

163
G. M. Albani, “Statuto dei diritti” o “Potere” dei lavoratori?, Milano, 1970.
164
Ivi, p. 38.

117
esprimere una vera e propria politica del diritto165, ma non furono certo irrilevanti

le idee di alcuni giuristi che provenivano proprio da quel filone giusindacalista

che per tutti gli anni ’60 andavano approfondendo i proprio studi. Questi dalle

contestazioni operaie e dalle nuove compagini politiche della “nuova sinistra”,

“accolsero le profonde motivazioni anti-autoritarie e anti-istituzionali o, per lo

meno, la critica all’istituzione sindacale.”166 Gli interventi di Giorgio Ghezzi e di

Mattia Persiani apparsi il 1 luglio del ’69 sul quotidiano “il Giorno”167 sono

quindi critiche interne allo stesso filone di giuslavoristi d’impostazione riformista.

Ghezzi con il suo intervento intitolato “Apprezzabile, però…”, dopo aver

apprezzato la moderna tecnica giuridica con cui si provvedeva a regolare i diritti

dei lavoratori e l’attività sindacale in azienda, chiariva che, “sotto il profilo di un

giudizio politico”, lo Statuto era “arretrato rispetto ai nuovi significati assunti

dalle lotte operaie in azienda”, che di fatto mettevano in discussione il ruolo del

sindacato come “garante di un movimento che, come quello operaio, vive oggi,

rispetto alle forme tradizionali di organizzazione, innegabili momenti di

dialetticità, che si sostanziano nella difficile ricerca d’un necessario equilibrio tra

165
C’è da rilevare tuttavia che gli eventi della contestazione operaia e della conseguente
repressione data dalla situazione di oggettiva tensione sociale, provocarono nella magistratura
profonde lacerazioni e forti prese di posizioni da parte di settori rilevanti, che di fatto
influenzarono molti altri operatori del diritto e certo anche i giuslavoristi più attenti alle dinamiche
sociali. Un esempio è la vicenda di Magistratura Democratica (MD) e la sua svolta radicale dopo
una scissione interna, nel finire del ’69. Questa fu provocata dal noto “caso Tolin”, il direttore del
settimanale “Potere operaio”, processato per direttissima, per via di alcune pubblicazioni sulla
rivista. Con l’ordine del giorno che portava il nome dello stesso direttore della rivista, Md assunse
una posizione di appoggio esplicito ai movimenti sociali e civili della nuova sinistra e delle classi
subalterne. Con l’approvazione dello Statuto, come vedremo in seguito, molti componenti della
corrente interna all’associazione nazionale magistrati (AMN), videro nell’applicazione dello
Statuto e nella difesa dei diritti dei lavoratori, una strategia per le loro aspirazioni di riforme
radicali del sistema giudiziario e ciò contribuì all’emergere del fenomeno della c.d. giurisprudenza
alternativa.
166
G. F. Mancini, Lo statuto, cit., p. 66.
167
Il 1 luglio 1969 il quotidiano milanese accolse nelle sue pagine un’inchiesta a cura di Sergio
Turone dal nome La libertà in fabbrica. Lei che ne dice?, in cui si chiedeva a sindacalisti,
sociologi e giuristi la loro posizione in merito al disegno di legge del Governo Rumor.

118
istituti di democrazia rappresentativa ed istanze di democrazia diretta”. Ma alle

riserve politiche affiancava anche quelle giuridiche. Suggeriva infatti di affidare il

potere di convocare l’assemblea, “non soltanto dalle rappresentanze sindacali

aziendali, bensì anche per iniziativa dei lavoratori”. Pressappoco sulla stessa linea

di pensiero, Persiani sottolineò il fatto che “c’è qualche rischio”, nella misura in

cui “rafforzare il sindacato potrebbe apparire come un tentativo di puntellare un

istituto già superato”.

Le parti sociali dal canto loro erano immerse nella stagione di conflittualità.

Da una parte le associazioni sindacali vedevano di buon occhio il provvedimento,

visto il favore di quest’ultimo verso l’ingresso in fabbrica delle loro strutture.

Dall’altra le associazioni degli industriali rimanevano ostili ad uno Statuto che

rovesciava le relazioni industriali e che rifletteva il mutamento politico in atto, ora

fortemente favorevole alle rivendicazioni dei lavoratori. Guido Randone168 fece

presente l’opposizione degli imprenditori ad un provvedimento legislativo che

guardava ai soli diritti dei lavoratori dipendenti e non alla figura sociale del datore

di lavoro. Al contrario lo Statuto, a suo avviso, non aveva per la parte

imprenditoriale “riconoscimenti e attestazioni di simpatia o di rispetto, ma solo

ostilità e condanne”.

Ripercorse le critiche più importanti al disegno di legge, bisogna rintracciare i

temi e le norme che nella legge 300 verranno inserite sotto la spinta dell’autunno

caldo e del dibattito parlamentare. Questi due aspetti, come vedremo,

modificarono il teso uscito dal Consiglio dei Ministri, dando alla legge 300 una

più forte aderenza alla realtà sociale. Il disegno di legge n. 738 in effetti fu

168
E. Stolfi, Da una parte sola, cit., p. 98.

119
modificato nei mesi successivi, non solo dalle componenti politiche in

Parlamento, ma anche dalla spinta conflittuale dell’autunno ’69, non tanto, come

vedremo, dalla contrattazione collettiva, che comunque ebbe il suo peso, ma dalla

valenza politica che la conflittualità rappresentò. Il ciclo di lotte di quell’anno per

i rinnovi contrattuali contribuì ulteriormente a modificare i rapporti di forza e a

porre le condizioni politiche in Parlamento per la modifica del testo verso le

aspirazioni dei lavoratori.

Sul primo aspetto, quello della contrattazione, abbiamo già affermato come la

straordinaria mobilitazione per i rinnovi dei contratti nazionali dell’industria

nell’autunno del ’69, sia stata caratterizzata della ritrovata azione delle

organizzazioni sindacali dopo una lunga fase di contrasto con la base. Non è

quindi errato mettere in risalto il fatto che la legge n. 300 rappresenti, in parte, la

sanzione legislativa delle innovazioni provenienti dalla contrattazione collettiva.

Ma bisogna sottolineare anche l’inesistenza nei contratti collettivi di molte delle

norme previste invece dallo Statuto o la presenza in essa di diritti che le fonti

autonome invece rendevano più limitati. Ad esempio, la disciplina sul

collocamento prevista dal titolo V dello Statuto e quella sulla reintegrazione del

lavoratore ingiustamente licenziato prevista dall’art. 18 dello Statuto, non erano

previste da nessuno dei contratti collettivi nazionali. Due temi che non potevano

che avere una tutela di tipo legislativo, visto il ruolo che in esse hanno le

istituzioni, come giudici e gli organi amministrativi dello Stato. E lo stesso si può

dire degli articoli 1, 8, 14, 15, 16 e 17 che rispettivamente tutelano il diritto di

opinione, il divieto di indagini sulle opinioni dei lavoratori, il diritto di

associazione e di attività sindacale, il divieto di atti discriminatori, il divieto di

120
trattamenti economici discriminatori e il divieto di costituire i sindacati di

comodo. Persino degli artt. 4 (divieto di uso di impianti audiovisivi di controllo) e

5 (sulle visite mediche) non c’era traccia nei contratti collettivi. Ma fu proprio

riguardo alle norme sulle materie sindacali che il movimento del ’69 ha ottenuto

le maggiori vittorie, poi inserite nello Statuto senza le inevitabili limitazioni

previste in sede contrattuale. Prova del fatto che “tutto il movimento

dell’”autunno caldo” ha visto indubbiamente tra i punti focali dello scontro

contrattuale quello della più forte presenza e di un maggior potere del sindacato

all’interno dell’azienda”169 e che è stato segnato dalla difficile “sindacalizzazione”

del movimento dei delegati. Il primo fu sicuramente il diritto d’assemblea inserito

nell’art. 20 dello Statuto e già presente i tutti i contratti collettivi. Un altro diritto è

quello di affissione, previsto dall’art. 25 della legge e già istituito grazie alle

vittorie dell’autunno ’69. Inoltre la prassi aveva largamente obbligato le direzioni

aziendali a mettere a disposizione un locale alle rappresentanze sindacali

aziendali, obbligo previsto dall’art. 27 dello Statuto. Lo stesso si può dire della

tutela dei dirigenti sindacali, delle disposizioni sulla raccolta dei contributi

sindacali e dei permessi retribuiti per i lavoratori chiamati a funzioni pubbliche

elettive. Da questa breve disamina del rapporto tra contrattazione collettiva e testo

della legge 300, ci si rende conto che in realtà lo Statuto ha sì sanzionato molti

istituti conquistati tramite la contrattazione collettiva, ma anche che l’intervento

legislativo è intervenuto molto più in profondità, superando di fatto la normativa

prevista dai contratti collettivi. Ciò deriva dal fatto che

“il contratto costituisce sempre, per la sua stessa natura, un punto di equilibrio tra gli interessi
e le forze contrastanti dei contraenti. La legge può invece superare tale equilibrio, in un senso o in

169
L. Ventura, Lo statuto dei diritti dei lavoratori, cit., p. 527.

121
un altro, quando esso non coincide con analoghi equilibri che si determinano in sede politica e
parlamentare.”170

E fu proprio questo il merito delle grandi lotte dell’autunno ’69, quello cioè di

obbligare il sistema politico e parlamentare a superare l’equilibrio delle parti in un

senso, quello dei lavoratori e dei sindacati, e di permettere un intervento che

valorizzasse la contrattazione collettiva e la approfondisse in un senso di

maggiore tutela dei diritti dei lavoratoti e della organizzazione sindacale in

azienda. Una scelta di parte già fatta dal disegno di legge preparato da Brodolini e

Giugni, come abbiamo visto nei precedenti capitoli. Ma è certo che il Ministero

del lavoro aveva tenuto sicuramente più conto degli equilibri delle due parti,

equilibri che quindi l’autunno caldo ruppe definitivamente, come si vedrà anche

dal dibattito parlamentare che portò all’approvazione della legge.

Intanto nel luglio di quello stesso anno si era consumata una nuova crisi di

Governo, la fine del Governo Rumor e l’ennesima scissione in casa socialista.

Dopo schermaglie interne e una bella dose di confusione istituzionale, il partito di

maggioranza relativa, la DC, scelse, successivamente al nuovo incarico rinnovato

a Rumor, il “monoclore d’attesa”. Al ministero del lavoro andò il democristiano,

leader di una corrente di sinistra ed ex-sindacalista, Carlo Donat-Cattin. Questo

dimostrò di sostenere l’eredità lasciatagli da Brodolini, soprattutto per l’aver

confermato all’ufficio legislativo, molti degli uomini del passato Governo, tra

questi il giurista Gino Giugni. Le vicende esplosive e il riscaldamento della realtà

sociale, avviatosi già nel settembre dalle contestazioni dei lavoratori, che

dimostrarono di non voler attendere nemmeno l’inizio delle trattative per i rinnovi

contrattuali, mandarono a dire al Ministero del lavoro che, non solo bisognava

170
Ivi, p. 530.

122
mandare avanti l’iter legislativo del progetto Brodolini, ma che per non

scontentare le aspirazioni dei lavoratori, i lavori parlamentari avrebbero dovuto

approfondire le disposizioni ed essere il più possibile aderenti alla realtà sociale in

continua evoluzione. Le modifiche apportate alla X Commissione lavoro del

Senato e successivamente nella discussione alla Camera Alta, che iniziava proprio

in quei mesi l’esame del testo base di Brodolini e Giugni, furono la prova di

questa accelerazione e approfondimento dell’iter legislativo. Le aspirazioni degli

imprenditori furono quasi sempre lasciate cadere nel nulla, per via delle mutate

condizioni politiche in cui il padronato non riusciva a trovare interlocutori o

rappresentanti credibili (liberali e qualche democristiano). Di ciò se ne ebbe la

prova anche dopo l’approvazione del testo al Senato, quando la tragica vicenda di

piazza Fontana che inaugurò la strategia della tensione, aveva allarmato gli

industriali tutti. I richiami all’ordine e le paure per uno Statuto che avrebbe dotato

di un’eccessiva forza contrattuale il movimento dei lavoratori, caddero anche

questa volta nel nulla.

Rimanevano i rappresentanti comunisti e socialproletari da una parte, e

socialisti e gran parte dei democristiani dall’altra. I primi, pur criticando

l’impianto generale della legge, si accordarono su un’azione politica che da una

parte avrebbe dovuto approfondire gli aspetti costituzionali dei diritti dei

lavoratori, e dall’altra cercare di svuotare le disposizioni sull’attività sindacale e

ricondurle in capo al singolo lavoratore. Ma i comunisti erano ormai coscienti che

lo Statuto sarebbe comunque stato approvato e avrebbe comportato un elevamento

delle condizioni morali e civili dei lavoratori e che ciò avrebbe comportato un

sostanziale avanzamento elettorale e di contrattazione in sede politica.

123
Democristiani e socialisti avrebbero accettato una modificazione del disegno di

legge n. 738 riguardante i diritti individuali dei lavoratori, così che da una parte

avrebbero salvato l’impianto generale di promozione del sindacato in azienda,

prioritario dal loro punto di vista, e dall’altra avrebbero reso il provvedimento il

più aderente possibile alla pericolosa situazione sociale del paese.

In effetti il testo uscito dalla commissione e dal Senato e approvato senza

modifiche alla Camera dei deputati, fu il frutto di compromessi su tutti i temi di

contrasto tra le parti. Lo stesso Ventura, che sicuramente seguì da vicino le

vicende parlamentari, intervenendo successivamente sulle pagine della Rivista,

pur rintracciando nell’iter legislativo la presenza di

“due indirizzi di sensibile diversità”, quello parlamentare e quello governativo, non negò il
fatto che “il Governo non assunse un atteggiamento preclusivo nei confronti di eventuali proposte
di modificazione e ciò determinò un dibattito di tipo “aperto”, che ha portato all’approvazione di
una legge che può essere considerata effettiva espressione del Parlamento come poche altre.”171

Una valutazione condivisa dallo stesso Giugni in un articolo pubblicato

sempre sul Il Giorno il 21 novembre ’69172, alla vigilia del dibattito in Senato.

“Le modificazioni del progetto […] più che il frutto di operazioni di vertice parlamentare,
appaiono come il debito riscontro ad un rapido mutamento di clima sociale, cui devono
corrispondere rapporti e contenuti politici adeguati.”

Le modificazioni infatti diedero un impianto dissimile alla legge rispetto alla

proposta governativa, non solo per quanto riguardava la costituzione del rapporto

di lavoro, grazie all’introduzione delle norme sul collocamento, ma anche

relativamente al corso e alla risoluzione di esso, mentre fu fatto salvo l’intento

promozionale del sindacato.

171
Ivi, p. 521.
172
Nuovo rapporto di forze fra direzioni e lavoratori. Lo “statuto Brodolini” sulla strada buona,
in “Il Giorno” 21 novembre 1969, p. 2.

124
Sulla questione del collocamento tutti i gruppi furono d’accordo

nell’introdurre il titolo V, che modificò la normativa che risaliva a una legge del

’49. Inoltre lo stesso art. 8, sulle indagini delle opinioni dei lavoratori ai fini

dell’assunzione, introduceva uno speciale divieto per il datore di lavoro nel corso

della costituzione del rapporto di lavoro (art. 8).

Per quanto riguardava il rapporto di lavoro, l’art. 5 modificò il progetto

Brodolini sulla questione delle idoneità e sulla infermità del lavoratore,

demandando tale compito agli istituti pubblici e non come previsto a medici

indicati dal datore di lavoro173. Venne introdotta inoltre con l’art. 7, la preventiva

contestazione dei comportamenti che prevedevano sanzioni disciplinari. Fu lo

stesso Giugni, prima del dibattito alla Camera, a sottolineare che l’articolo in

questione non prevedeva l’ipotesi di licenziamento individuale. Riguardo

all’istituto dell’assemblea, anche se non fu accolto l’invito di Ghezzi di dare a tutti

i lavoratori la possibilità di convocarla, il Senato introdusse due rilevanti

modificazioni a favore della generalità dei lavoratori. L’art. 20 specificava infatti

che l’assemblea poteva riguardare la generalità dei lavoratori o gruppi di essi e

che i permessi retribuiti non erano solo affidati alle RSA, ma anche a tutti i

lavoratori, entro il limite prefissato di 10 ore annue.174 All’art. 21 sul referendum,

fu aggiunto l’enunciato che permetteva la partecipazione ad esso di tutti i

lavoratori appartenenti all’unità produttiva e alla categoria particolarmente

interessata. Fu introdotto ex novo anche l’art. 14 per attenuare le rigide


173
Nello stesso articolo, Giugni fece presente che questa norma avrebbe potuto incentivare
l’assenteismo operaio per le carenze dei servizi ispettivi degli enti. Su questo punto in Senato ci si
accordò sul potere del datore di lavoro di far intervenire “enti pubblici e istituti di diritto
pubblico”. Potere non previsto dal testo uscito dalla commissione lavoro, che invece prevedeva
l’intervento esclusivo degli istituti pubblici.
174
Non venne approvata invece la proposta del PCI di allargare i temi delle assemblee anche a
temi politici e alla possibilità di farvi partecipare anche dirigenti dei partiti politici. Mentre fu
introdotta la possibilità di partecipazione di dirigenti sindacali esterni all’unità produttiva.

125
disposizioni previste dall’art. 19 che affidava i diritti sindacali alle sole RSA,

garantendo a tutti i lavoratori il diritto di costituire associazioni sindacali nei

luoghi di lavoro. Ciò era collegato anche alla modifica del 1 comma dell’art. 26,

che permetteva a tutti i lavoratori indistintamente di svolgere all’interno delle

aziende opera di proselitismo per le loro organizzazioni sindacali. Tra l’altro è

importante sottolineare che nel dibattito in Aula fu abrogato tutto l’articolo che

riconosceva le CI voluto e ottenuto in commissione dal PCI.175

Ma fu sulla risoluzione del rapporto di lavoro che il Senato incise

maggiormente, eliminando definitivamente il diritto per il datore di lavoro del

recesso ad nutum176. La riassunzione infatti nel testo proposto dal Governo era

prevista per i soli licenziamenti intimati per motivi religiosi, politici o sindacali,

collegandosi all’art. 4 della legge 604 del ’66, che in generale prevedeva, per gli

altri casi di licenziamento, la facoltà, per il datore di lavoro, di scegliere tra

reintegrazione e risarcimento del danno.177 Con il testo dell’art. 18, il Senato ha

invece esteso il diritto alla riassunzione a tutti i lavoratori licenziati

illegittimamente, cioè senza giusta causa o giustificato motivo, provvedendo a

175
Su questo punto il PCI riuscì in commissione a spuntarla e a modificare il progetto Brodolini.
Per i comunisti, il generale scarso favore verso il vecchio istituto, non giustificava la sua
abolizione, poiché avrebbe rappresentato l’abbandono di un baluardo storico dell’organizzazione
operaia nelle fabbriche. A questa visione, si contrapponevano non solo i giuristi della linea
sindacale (vedi la posizione di Giugni in merito, nell’articolo menzionato alle note precedenti), ma
anche le stesse confederazioni sindacali, specialmente la CISL, rappresentato dall’intervento del
segretario generale Storti, citato da E. Stolfi, Da una parte sola, cit., p. 144. Le nuove forme
organizzative del sindacato in azienda, dopo il ritrovato ciclo di lotte, non potevano infatti non
spazzare via definitivamente il vecchio istituto.
176
Socialisti e democristiani, in generale ritenevano, la riassunzione obbligatoria un
provvedimento troppo forte. In particolare Giugni, prima del dibattito in Senato, dichiarò che la
norma “così come è ora formulata, rischia di risultare peggiorativa rispetto alla legge vigente, per i
lavoratori che, dopo il licenziamento e prima della sentenza di riassunzione, abbiano trovato un
altro lavoro: il danno di un licenziamento abusivo non si esaurisce nella perdita della retribuzione”,
in Il Giorno, cit.
177
L. Ventura fece notare che lo stesso art. 4 della legge 604 del ’66, fu aggiunto in sede
parlamentare al progetto di legge del governo Moro, in Lo statuto dei diritti dei lavoratori, cit., p.
523.

126
sostituire il regime di stabilità obbligatoria, con quello di stabilità reale. Un

provvedimento che, limitando il potere del datore di lavoro, rafforzava sia la tutela

di attivisti delle organizzazioni sindacali in azienda, invertendo l’onere della

prova, sia il singolo lavoratore. Tutto ciò rispettando le finalità della legge.

Così il Senato l’11 dicembre del 1969 approvò le “norme sulla tutela della

libertà e dignità dei lavoratori, della libertà sindacale e dell’attività sindacale nei

luoghi di lavoro e norme sul collocamento”. Votarono a favore DC, socialisti,

socialdemocratici. Si astennero PCI, PSIUP, sinistra indipendente e MSI.

Qualche ora più tardi, la tragedia di piazza Fontana infuocò una realtà sociale

già rovente. L’opportunità politica di varare velocemente lo Statuto non poteva

essere rinviata. Giugni avrebbe voluto preparare emendamenti correttivi e la

sinistra d’opposizione era intenzionata a modificare ulteriormente in senso

costituzionalista il testo della legge. Ma una volta che la Commissione affari

costituzionali della Camera diede il suo via libera alla legittimità costituzionale

dell’art. 19, sia le correzioni preparate da Giugni, sia gli emendamenti dei

comunisti volte a svuotare il contenuto “sindacalizzante” dei diritti dei lavoratori,

erano ormai inutili. La questione delle rappresentanze sindacali aziendali (RSA)

istituite nell’art. 19 poneva dubbi in merito alla possibilità di trattare

differentemente altri organismi sindacali in azienda, alla conformità dell’articolo

alla Costituzione e se i benefici riservati agli organismi sindacali fossero in

contrasto con il principio della libertà sindacale sancito dalla Costituzione. Ma il

dubbio di costituzionalità fu chiarito e la successiva crisi di Governo, risolta il 27

marzo, e le prime elezioni regionali, indette per il 7 giugno, ponevano di fronte al

127
nuovo Governo di centro-sinistra organico, un’opportunità politica storica da non

perdere.

Il 20 maggio 1970, con 217 voti favorevoli e 135 astenuti, venne approvata,

senza ulteriori modifiche, la legge n. 300 che istituiva il c.d. “Statuto dei diritti dei

lavoratori” (si veda Appendice doc. n. 3).

128
Introduzione alla II Parte

“Se la legge chiamata statuto dei lavoratori


fosse stata priva di rilevanza pratica,
probabilmente non avrebbe suscitato le
polemiche che ci sono state; se fosse
appartenuta al novero delle tante leggi non
applicate che appartengono al corpo legislativo
della nostra Repubblica evidentemente non
avrebbe destato reazioni di amore e di odio. Le
ragioni per cui l’effetto dello statuto fu così
incisivo vanno certamente riferite alla
particolare stagione politica che visse il paese
durante e dopo l’emanazione dello statuto.”

Gino Giugni, Lo statuto dei lavoratori vent’anni


dopo, in “Lavoro de Diritto, n. 2, aprile 1990, p.
179

La seconda parte del lavoro prenderà in esame gli sviluppi della storia

repubblicana dal 1970, anno di approvazione dello Statuto dei lavoratori, ai giorni

nostri. Si cercheranno di intrecciare gli eventi politico-sindacali e socio-economici

più importanti con le vicende storiche della legge 300. La storia dello Statuto sarà

descritta prefigurando una sorta di parabola. Questa parabola venne intrapresa nel

decennio settanta, decennio di massima ascesa dello Statuto. Un decennio d’oro

che coincise con il decennio d’oro del sindacalismo industriale, in cui lo Statuto

riuscì ad affermarsi non solo dal punto di vista giuridico, ma anche su un piano

politico e simbolico di non minore importanza.

Il declino della centralità giuridica e politico-simbolica dello Statuto, può

essere invece rintracciato al principio del decennio successivo, anche in questo

caso in concomitanza con la genesi della crisi del sindacato industriale. Se per la

potente Federazione CGIL, CISL e UIL i c.d. 35 giorni alla Fiat dell’autunno ’80

culminati nella marcia dei 40.000, furono il principio della sua crisi, un anno

prima un altro evento storico, i 41 licenziamenti alla Fiat, inaugurarono la crisi

129
politica e giuridica dello Statuto dei lavoratori. Dopo quella vicenda nulla sarà più

come prima e per tutto il decennio ’80 lo Statuto si ritrovò a fronteggiare un

contesto socio-economico e politico-sindacale in continuo mutamento.

Alla soglia degli anni ’90, nonostante la legge 300 non fu stravolta nelle sue

caratteristiche essenziali, questa sembrava ormai avere molti rami secchi e la

nuova economia post-fordista pareva guardare al mondo del lavoro in una

prospettiva del tutto opposta a quella dello Statuto. Si andava progressivamente

imponendo la “società dei lavori”, in cui il lavoro salariato andava sempre più

stratificandosi in molteplici modalità sfuggenti alle tutele dello Statuto. Come

vedremo, si dovette quindi far fronte ad una sorta di “fuga” dallo Statuto per via

della crisi del concetto di subordinazione su cui la legge 300 aveva impostato le

proprie tutele più caratteristiche. Alla fine del secolo XX, operatori del diritto e

potere politico andavano proponendo un nuovo sistema di diritti con nuovi

approcci di politica del diritto e di politica legislativa rapportati al contesto della

società post-fordista.

Anche in questo caso si è scelto di proseguire il lavoro per decenni, un po’ per

il fatto che le fonti storiche sullo Statuto sono in gran parte rintracciabili nelle

pubblicazioni in occasione delle celebrazioni dei decennali, un po’ perché in

qualche modo le avventure dello Statuto sono facilmente connettibili alle vicende

politco-sindacali che di fatto hanno avuto tra un decennio e l’altro i momenti di

cesura più significativi.

130
CAPITOLO I
GLI ANNI ’70
1.1 Premessa
In questo capitolo ci apprestiamo a descrivere lo sviluppo dello Statuto dei

lavoratori durante il decennio settanta. Effettivamente questo fu il decennio di

miglior salute dello Statuto e ciò non solo per la sua aderenza alla realtà socio-

economica, ma anche per via del valore politico e simbolico che esso assunse. Per

questo nel primo paragrafo del capitolo ripercorreremo il contesto politico e

sindacale degli anni settanta, in cui il movimento operaio e sindacale assunse una

forza mai vista nella storia dell’Italia repubblicana. Dopo l’autunno caldo infatti le

vicende della Repubblica furono dominate dalla centralità del lavoro operaio e

dalla sua azione organizzata sia nel contesto economico che in quello politico-

sociale. Ripercorre i caratteri principali di questa ascesa non solo ci permetterà in

seguito di individuare i fattori del declino, ma soprattutto ci introdurrà nel

contesto in cui lo Statuto si affermò nella realtà sociale del paese. Un decennio

che ha permesso al lavoro di beneficiare di una serie di diritti e di libertà che

hanno rappresentato il tessuto connettivo e simbolico di un intero movimento

sociale. Ciò non fu causa solo della mobilitazione e degli strumenti del conflitto

classici, ma anche dell’entrata in vigore della legge n. 300 che da una parte ha

arricchito l’azione operaia e sindacale grazie alla possibilità di ricorrere al giudice

e dall’altra ha contribuito alla stessa possibilità, per il movimento, di imporsi nelle

vicende più significative del paese, tramite gli strumenti classici del conflitto

industriale. Ciò ha portato lo Statuto ad essere considerato uno strumento

indispensabile e fondamentale a garanzia sia dei diritti individuali del singolo

lavoratore, sia delle organizzazioni sindacali, che da esso derivano. E’ in questi

131
anni che bisogna rintracciare il successo di una legge, considerata non a torto una

delle poche riforme riuscite del decennio, che sino ai nostri giorni, nonostante le

critiche e i grandi cambiamenti degli anni ’80, è ancora vista da molti come una

legge di “civiltà” e in cui sono riposti i favori di larghi strati della società italiana

e non solo del lavoro dipendente e del sindacato. Un’affermazione che non fu

semplice e che fu minata tanto dalle critiche dei settori conservatori della società

italiana, quanto da chi ne propose un uso e un’applicazione alternativa. Ciò risiede

proprio nel carattere policentrico178 della legge e dal contesto in cui è nata. Tali

caratteristiche verranno confermate e sottoposte alla prova dei fatti e quindi

saranno intimamente connesse alle vicende più rilevanti del movimento operaio e

sindacale del decennio.

1.2 Il contesto politico e sindacale del decennio

I primi anni del decennio settanta non hanno affatto comportato un

contenimento della conflittualità operaia e sindacale. Al contrario, le vittorie

dell’autunno caldo hanno fortemente condizionato tutti gli altri settori del

sindacalismo industriale e ciò comportò, per il sindacato italiano, l’assunzione

generalizzata del fattore conflittuale179 come mezzo principale di affermazione nel

contesto sociale e politico del paese. Un ruolo centrale, quello del conflitto, che ha

conquistato anche settori non strettamente operai e industriali, come quello dei

servizi, del pubblico impiego, dei senzatetto, dei disoccupati e degli emarginati in

genere. Spesso in questi settori, nonostante l’esistenza di fattori corporativi,

178
L. Ventura, Lo statuto dei diritti dei lavoratori, cit.
179
Durante la prima metà del decennio le ore di sciopero rimasero piuttosto stabili rispetto a quelle
del ’68-’69, oscillando da 85 milioni del 1970 a 92 milioni nel 1975, con picchi di 127 milioni del
1973 in concomitanza dei rinnovi contrattuali del settore metalmeccanico, in G. Crainz, Il paese
mancato, cit., p. 432, nota 1. Il volume degli scioperi è quindi cresciuto al tasso 11,55 (ore perse
per occupato dipendente), in M. Regini nel saggio Uno sguardo d’insieme ai mutamenti degli anni
settanta, in Id., I dilemmi del sindacato, Bologna, Il Mulino, 1981, p. 45.

132
vennero praticate modalità di mobilitazioni mutuate dal settore industriale e ciò

comportò un notevole aumento della sindacalizzazione, soprattutto nel settore del

terziario e del pubblico impiego. Non è possibile rintracciare comunque, in linea

generale, un percorso omogeneo per tutti gli anni settanta. La crisi economica del

1971 e soprattutto del 1973, ha posto il sindacato di fronte a grandi temi, quali

l’occupazione o la politica degli investimenti, come anche la questione

dell’inflazione e quindi della moderazione salariale.

La storia del movimento sindacale del decennio può essere suddivisa in due

periodi principali: quello che va dall’autunno caldo ai rinnovi contrattuali del

settore metalmeccanico del ’73 e il periodo successivo, che si protrae sino alla

svolta dell’EUR e soprattutto alle sconfitte al principio del decennio ’80.

Nonostante questa periodizzazione sia caratterizzata da rilevanti mutamenti nelle

strategie del sindacato nell’arco dell’intero decennio, come ad esempio il ruolo dei

delegati e del consiglio di fabbrica o i diversi approcci di politica rivendicativa, si

può a buon ragione parlare di decennio caldo del sindacalismo italiano, quel

decennio che, tramite l’azione sindacale e il suo mezzo di mobilitazione

principale, cioè il conflitto, simboleggiò il momento più alto della parabola del

sindacato180, ma che allo stesso tempo si fondò su caratteristiche che saranno alla

base della successiva crisi degli anni ’80. Ciò è pacifico per il semplice fatto che il

primo periodo considerato, caratterizzato da un forte potere contrattuale dei

consigli e dei delegati, in cui le lotte aziendali sia sul piano salariale che su quello

dell’organizzazione del lavoro rappresentarono il luogo privilegiato dell’azione

operaia e sindacale, ha notevolmente influito nel caratterizzare anche il periodo

180
A. Accornero, La parabola del sindacato. Ascesa e declino di una cultura, Bologna, Il Mulino,
1992, pp. 47 ss.

133
successivo, tanto che le linee di sviluppo generali entrarono in crisi solo alla fine

del decennio. Il secondo periodo considerato non va visto quindi come una svolta

del movimento sindacale, ma in una prospettiva di transizione verso il vero

cambiamento epocale di fine decennio. Dal ’79 infatti si registrò una battuta

d’arresto di tutto il movimento e vennero poste le basi di una nuova crisi del

sindacato, inaugurata da un vero e proprio “processo al sindacato”181 e confermata

dalla grande sconfitta dell’autunno 1980.

Come abbiamo detto, dunque, i primi anni settanta furono gli anni della

conflittualità permanente, nonostante le autorità politiche cercassero di uscire

dalla crisi con le consuete politiche deflazionistiche e di ridimensionamento della

lotta di fabbrica. Un’epoca in cui il movimento sindacale italiano mostrò tutte le

sue peculiarità rispetto alle esperienze di altri pesi dell’Europa occidentale. In

effetti, “l’onda lunga dell’autunno caldo” allontanò il sindacato italiano dal

modello contrattualista in voga in altri paesi a capitalismo maturo, nel senso che il

contratto veniva assunto non come fine della mobilitazione di classe, ma come

mezzo per ulteriori mobilitazioni e avanzamenti sul piano economico e normativo.

Inoltre c’è da registrare in questa prima fase, un impegno consistente sul piano più

strettamente politico, nella c.d. strategia delle riforme, in un contesto di grande

inerzia del sistema politico e istituzionale di fronte a movimenti sociali portatori

di nuovi diritti e partecipazione. Qui s’inserisce ciò che qualcuno ha descritto con

il concetto di supplenza sindacale o addirittura di pansindacalismo, caratterizzato

dalla centralità delle organizzazioni dei lavoratori come attori sociali del

cambiamento, in supplenza del sistema dei partiti incapaci di raccogliere le diffuse

181
G. Ghezzi, Processo al sindacato. Una svolta nelle relazioni industriali: i 41 licenziamenti
Fiat, Bari, De Donato, 1981.

134
domande di affermazione di nuovi diritti e partecipazione. Un impegno via via

crescente soprattutto nella seconda fase, cioè quella dominata da un processo di

parziale stabilizzazione delle relazioni industriali e da una stagione di

moderazione salariale.

Per quanto riguarda la lotta in fabbrica, il primo effetto della forte

mobilitazione della stagione ’68-’73, si ebbe sul piano retributivo: i salari ebbero

una crescita consistente, con un successivo rallentamento a partire dal ’73, dovuto

ad una fase di moderazione salariale per via della crisi petrolifera. Tutta la

mobilitazione attorno al salario fu dominata dal paradigma ideologico

dell’egualitarismo, che certamente fu mutuato dal movimento studentesco. Attore

sociale centrale di tale paradigma fu l’operaio-comune o l’operaio-massa. Nella

prima parte del lavoro abbiamo già descritto il ruolo determinante che questo ebbe

nella stagione spontaneista del ’68 e come il sindacato ne accolse le

rivendicazione nell’autunno ’69, mettendo in discussione il ruolo, da sempre

centrale nella storia del sindacato italiano, dell’operaio specializzato come figura

d'avanguardia sindacale. Negli anni successivi tale strategia fu ulteriormente

messa in pratica. Questa figura d’avanguardia era ormai incapace di raccogliere e

socializzare le domande delle nuove leve operaie. Un declino che era già affiorato

nella stagione conflittuale ’62-‘63, durante la c.d. “riscossa operaia”, ma di cui il

sindacato non si rese conto fino in fondo.182 Dopo il miracolo economico e

l’assunzione generalizzata della catena di montaggio, fu l’operaio comune non

specializzato, spesso giovane e immigrato, ad incarnare la figura tipica della

produzione taylor-fordista. Era dagli interessi immediati dell’operaio-massa che si

182
Emblematiche in questo senso sono le vicende di Piazza Statuto nel luglio 1962.

135
partiva per dare corpo alle principali strategie di rivendicazione salariale, poiché

questo di fatto era stato il più svantaggiato dal rapporto salariale fordista.

“L’operaio comune […] è quello che da un contributo veramente notevole a tutto il processo
produttivo ed ha sopportato il peso maggiore della lotta rivendicativa, ma è anche quello che ha
ricevuto i benefici minori […]”.183

Il sindacato che “cavalcava la tigre” dello spontaneismo sessantottino dovette

conseguentemente continuare a dar conto alle consistenti domande di

egualitarismo salariale provenienti proprio dalla figura sociale egemone

dell’operaio comune. Questo rivendicava aumenti salariali e premi di produzione

uguali per tutti a prescindere dalla specializzazione della forza lavoro, in

opposizione al rapporto salariale fordista unilateralmente imposto dalle direzioni

aziendali negli anni ’60 basato sulla job evaluation184. L’autunno caldo fece ben

presto giustizia delle c.d. “zone salariali”, cioè la differenziazione dell’indennità

di contingenza a livello territoriale, concedendo aumenti salariali uguali per tutti.

Le lotte successive si concentrarono nell’eliminazione del “gabbie salariali”:

assunto il paradigma dell’egualitarismo salariale, non c’era ragione di

mantenerle.185 Ma ad ostacolare l’egualitarismo era proprio il sistema di

qualifiche, che di fatto incideva sulla stratificazione stessa della classe operaia,

cioè i differenziali tra capi e operai comuni e tra questi e i quadri aziendali. Inoltre

è in questo campo che i dirigenti sindacali furono più in disaccordo con le spinte

183
U. Romagnoli, T. Treu, I sindacati in Italia, cit., p. 178.
184
Tale sistema stratificava al massimo le qualifiche in base alle numerose posizione nel processo
produttivo. Tuttavia spesso le qualifiche non corrispondevano all’effettiva professionalità richiesta
all’operaio nell’esecuzione della mansione. Ad esempio nel corso degli anni ’60 alcuni capi-
reparto erano qualificati come impiegati di II categoria, ma di fatto ad essi era richiesta una
capacità tecnica e una discrezionalità di esecuzione del tutto identica ad un operaio specializzato.
La vera differenza stava solo nel fatto che l’uno ordinava e l’altro eseguiva.
185
Abolite le differenze di zone per eguagliare le retribuzioni tra lavoratori del sud e quelli del
nord, non erano ancora eguagliate le differenze di indennità di contingenza corrisposte dalle
aziende all’interno delle stesse zone. Le indennità infatti non solo erano diverse tra zone del sud e
del nord ma esisteva una differenziazione anche all’interno delle zone stesse.

136
spontaneiste della base, per via della vocazione tradizionale di protezione della

professionalità operaia tramite i differenziali di retribuzione.186 Ma una volta

consultata la base e assimilate le proprie rivendicazioni, la visone egualitaria, il

cui perno era l’operaio comune, si tradusse nella richiesta di aumenti salariali

uguali per tutti e nel c.d. inquadramento unico operai-impiegati. Ciò non sarebbe

mai accaduto

se […] la direzione dei processi di costruzione delle piattaforme rivendicative non si fosse
trasferita dagli operai “di mestiere” agli operai comuni (e, in qualche misura, anche agli impiegati
medio-bassi), e cioè alle componenti della forza lavoro maggiormente interessate alla prospettiva
egualitaria”.187

Le rivendicazioni riguardanti l’organizzazione del lavoro camminavano di pari

passo alla rivendicazione salariale. Sovente venne contestata la sua

parcellizzazione e lo stabilimento unilaterale dei ritmi e delle pause. Ciò accadde

nelle aziende medie e grandi, grazie soprattutto al notevole attivismo dei delegati

e alla loro micro-coflittualità, che di fatto scavalcava il negoziato ufficiale

ponendolo di fronte a continui riassetti. Inoltre il sindacato in questo senso non fu

spiazzato come sulla questione salariale, poiché già da tempo l’elaborazione

teorica si andava focalizzando sugli effetti della catena di montaggio e di questa

rispetto al lavoro vivo. In molte fabbriche il conflitto sulla organizzazione del

lavoro fu imponente, tanto da poter parlare di una nuova “comunità operaia”, cioè

l’emergere di un contropotere operaio quotidiano e di una sua “consultazione


186
In questo senso interessante fu la posizione espressa da Bruno Trentin in un incontro tra le
centrali sindacali per mettere a punto le strategie rivendicative del sindacato. Si veda l’articolo
apparso su l’Unità il 13 maggio 1969 di B. Ugolini dal titolo Un assise Fiom-Fim-Uilm deciderà
le rivendicazioni. Il dirigente sindacale sottolineò come la qualifica fosse un bene dell’operaio e
come questa era stata conquistata dopo grandi sacrifici per i lavoratori. Essa doveva essere difesa e
fatta pagare ai padroni. In definitiva le qualifiche non dovevano essere distrutte, ma solo
rimodellate secondo una “visione operaia” e la corrispondenza “vera” della mansione alla qualifica
stessa. Negli stessi termini Trentin si espresse alla Conferenza consultiva della Fiom sul contratto
nazionale del ’69, si veda il supplemento “Sindacato moderno”, giu. ’69, pp. 11-12.
187
U. Romagnoli, T. Treu, Il sindacato in Italia, cit., p. 250.

137
permanente”, sulla qualità-quantità di lavoro. Si può a ragione affermare che in

molti casi e per qualche anno, venne superata di fatto l’organizzazione

monocratica e gerarchica della produzione, grazie alla gestione orizzontale e

negoziale della catena di montaggio. Si innescò un proficuo rapporto tra dirigenti

sindacali e attivismo di base, che si incentrava principalmente nell’elaborazione

critica al modello taylorista per così dire “formale”, cioè unilaterale e fino a quel

momento ritenuto scientificamente legittimo. Le rivendicazioni erano incentrate

sulle contraddizioni tra “lavoro vivo” e “sistema di macchina” a cui il sindacato

seppe contrapporre, non certo il superamento della catena e del taylorismo, ma:

[…] una rete normativa che attraverso il complesso sistema di controllo operaio su saturazioni
e cadenze ribaltava il modello “formale” taylorista facendolo funzionare per così dire a rovescio,
come “garanzia” operaia anziché come strumento di comando padronale”.188

Nel caso Fiat, emblematico fu l’accordo dell’agosto 1971 che regolò i

controlli da parte dei “comitati sindacali d’azienda” su ambiente di lavoro e

qualifiche, istituendo vincoli generalizzati all’utilizzo unilaterale della forza

lavoro.

Il carattere più rilevante delle lotte di quegli anni fu soprattutto il superamento

delle c.d. clausole di pace sindacale e della più implicita regola “se si lotta non si

tratta”, da sempre imposta dagli imprenditori nelle dinamiche sindacali dei

decenni precedenti. P. Ginsborg così descriveva la situazione nel racconto di

quegli anni:

“[…] le agitazioni operaie risultarono più frequenti che in ogni altro periodo dal tempo della
guerra; ma ciò che ancor di più sconcertava gli imprenditori era il fatto che, a differenza di tutte le
precedenti occasioni, anche dopo la firma dei contratti nazionali la pace non tornava nelle
fabbriche”.189

188
M. Revelli, Lavorare in Fiat, Torino, Garzanti, 1989, p. 59.
189
P. Ginsborg, cit., p. 431.

138
E’ indubbio quindi come questa fase fu caratterizzata da un netto ribaltamento

del potere contrattuale a favore della classe operaia e delle sue organizzazioni,

rispetto ad un passato in cui il potere padronale veniva interrotto solo da brevi

“riscosse operaie”. La contrattazione aziendale e il conflitto a livello decentrato

delle federazioni di categoria furono il mezzo principale dello stato permanente

della lotta e quindi della forza del sindacato. Spesso infatti, il contratto aziendale

scavalcava lo stesso contratto nazionale. Nel 1971 vennero firmati circa 7.567

contratti aziendali, mentre nel 1968 ammontavano a 3.870. Il cuore del conflitto e

dell’azione sindacale era ormai la fabbrica. Ma allo stesso tempo il conflitto era

capace di varcare i cancelli della fabbrica, per assumere un valore simbolico e

politico per l’intera società:

“L’ambito del conflitto venne pertanto a incardinarsi tutto sulla fabbrica, locus politico e
habitat sociale delle relazioni e delle tensioni fra capitale e lavoro.”190

Si trattava dunque di un’azione sindacale nuova, da cui nacque una vera e

propria cultura del conflitto, il cui perno centrale e di legittimazione risiedeva

nelle nuove rappresentanze di base dei lavoratori, i delegati e i Consigli di

Fabbrica, le figure più consone a rappresentare la grande massa degli operai

comuni. Per tutti gli anni settanta queste figure ebbero uno sviluppo eccezionale,

tanto da rappresentare definitivamente la struttura organizzativa nei luoghi di

lavoro, riconosciuta formalmente non solo delle federazioni industriali di

categoria, ma anche in larga misura dalle confederazioni centrali191. Si può certo

190
A. Accornero, La parabola del sindacato., Bologna, Il Mulino, 1992, p. 92.
191
E’ chiaro che per quanto riguarda le confederazioni il rapporto tra queste e le rappresentanze di
fabbrica era dominato da una forte dialettica, per via del sempre forte spontaneismo. Ma
nonostante, nel secondo decennio del ’70, come vedremo, tale dialettica si caratterizzò per un

139
parlare di riconoscimento formale senza ombra di dubbio, ma per quanto

riguardava il riconoscimento di fatto, bisogna precisare che le mobilitazioni di

carattere extra sindacale non erano affatto sopite. Molte di queste spinte

rivendicative provenivano, non solo dai comitati spontanei o da coalizioni di lotta

- cioè la c.d. “autonomia operaia” e la sinistra extraparlamentare - ma anche dagli

stessi delegati e Consigli di Fabbrica. Tali mobilitazioni spesso sfuggivano ai

vertici sindacali oltrepassando o approfondendo le loro politiche rivendicative. Un

esempio calzante fu proprio la dialettica tra spinte di base e dirigenze sindacali in

materia di politica salariale basata sull’egualitarismo, descritta precedentemente.

Ma ancor più spesso accadeva che una volta che la lotta di base scavalcava il

sindacato, questo provvedeva a recuperarle, operando di fatto secondo un

riconoscimento successivo.

Il luogo privilegiato di scavalcamento delle politiche rivendicative dei

dirigenti sindacali furono le assemblee, che registrarono in quel arco di tempo,

una frequenza considerevole. Frequentemente questa si trasformò nel luogo di

influenza della linea sindacale ufficiale.

“Per la prima volta, le fabbriche e i reparti divennero i centri intorno ai quali si costruiva
l’azione sindacale e l’attività contrattuale.”192

Lo stesso negoziato fu travolto dalla forte partecipazione della base. In alcuni

casi infatti nelle stesse delegazioni sindacali furono integrati i lavoratori più

militanti, secondo il c.d. negoziato anti-delega, o addirittura ci si trovò di fronte a

consistente accentramento di poteri contrattuali a favore delle confederazioni, grazie all’influenza


di queste ultime nel precostituire le liste di candidati da sottoporre ai lavoratori e ad un
riaccentramento della contrattazione a favore delle federazioni, il declino di tale forma
organizzativa si ebbe solo nel decennio successivo. Nella tenuta del modello organizzativo basato
sui consigli di fabbrica e sulla figura del delegato, un ruolo essenziale ebbe ancora una volta la
federazione unitaria dei metalmeccanici (FLM).
192
M. Regini, Uno sguardo d’insieme, cit., p. 47.

140
trattative in cui qualsiasi lavoratore poteva partecipare solo in quanto interessato

alla vertenza per il contratto. La prassi delle delegazioni allargate o addirittura di

quelle di massa, aveva il compito di “portare nella trattativa la viva voce della

base, facendola opportunamente pesare nei momenti cruciali, e di rendere

puntualmente edotta la base circa l’evolversi della trattativa stessa, fase per

fase.”193 Il nuovo modello di negoziato, come l’uso consueto delle assemblee,

descrive benissimo le dinamiche reali che spingevano il sindacato-organizzazione

a permettere la partecipazione della base nella conduzione delle lotte e delle

vertenze: queste erano il mezzo più efficace per rafforzare il suo potere di fronte

all’imprenditore.

Fu quindi, come abbiamo detto, la stagione d’oro dei consigli fabbrica e dei

delegati (di reparto, di linea, di squadra), nati tra il ’68 e il ’69. Nel 1972 i consigli

di fabbrica eletti dai lavoratori nelle settore industriale erano circa 6.000, costituiti

da 60.000 delegati, in rappresentanza di quasi di un milione e mezzo di lavoratori.

Le ragioni di tanta fortuna, sono connesse alla maggiore capacità dei delegati di

rappresentare il lavoro nella catena di montaggio, rispetto ad esempio alle vecchie

CI e alle S.A.S. Le prime, pur esprimendo una rappresentanza unitaria della classe

operaia, erano composte secondo la logica rappresentativa delle tre confederazioni

e non riuscirono né a socializzare gli interessi operai, né a ritagliarsi poteri per

incidere sulla condizione operaia di reparto, di squadra o di gruppi omogenei. Le

seconde si rimettevano ad una logica contrattualista e associativa, che rifiutava

l’unità di classe e tutelava esclusivamente i propri iscritti. Al contrario i delegati e

i consigli garantivano al contempo la rappresentanza del lavoro articolato della

193
A. Accornero, La parabola, cit., p. 140.

141
catena di montaggio e la socializzazione nei consigli, momento finale della

rappresentanza unitaria di classe. Il delegato incarnava al contempo la figura di

incipit del conflitto, la rappresentanza della maggioranza dei lavoratori (l’operaio-

massa) e ruolo essenziale della sua gestione, dando vita a svariate forme di lotta

mai intraprese nella storia del movimento operaio.

Fino a questo momento abbiamo usato l’espressione sindacato e non quella di

sindacati, per via di un altro carattere essenziale del movimento sindacale degli

anni settanta, quello cioè di un’alta unità organizzativa e soprattutto di azione

delle tre Confederazioni. La questione dell’unità inoltre fu strettamente legata al

processo parallelo di autonomia dai partiti e dalle istituzioni. Nella prima parte del

lavoro abbiamo ripercorso i momenti storici salienti delle organizzazioni sindacali

sul piano sia delle loro ideologie politiche e organizzative, sia sul piano del loro

rapporto con le istituzioni repubblicane. Dalla CGIL unitaria, antifascista e

“partitizzata”, alla nascita di tre diverse centrali sindacali rispettivamente social-

comunista e classista (CGIL), cattolica e contrattualista (CISL) e repubblicana-

socialdemocratica (UIL). Una fase di bassa mobilitazione e di scarso peso politico

delle Confederazioni fortemente divise nell’unità d’azione e al contempo molto

legate ai partiti di riferimento. Abbiamo anche descritto i processi di parziale

convergenza che si avvicendarono nel corso dei primi anni ’60, stagione della

“riscossa operaia” e dell’affermazione del sindacalismo industriale, ma anche di

come questi tentativi caddero nel nulla con il declino del potere sindacale durante

la metà degli anni ’60. Dalle contestazioni studentesche ed operaie del c.d.

“secondo biennio rosso” il processo unitario, accanto ad una forte autonomia dal

sistema politico, riassunse un vigore straordinario che si protrasse, soprattutto nel

142
settore metalmeccanico, fino alla grande sconfitta nel referendum sulla scala

mobile. Il processo ebbe inizio, anche in questo caso, con la riscoperta dell’azione

di fabbrica e dello spontaneismo nella primavera del 1968. Le maggiori

confederazioni sindacali si accorsero in questa fase della propria debolezza non

solo rispetto al sistema politico, ma anche rispetto agli stessi lavoratori, ormai

decisi a fare tutto da soli. Fu proprio la necessità del recupero194 e del timore di

nuove forme di rappresentanza del mondo del lavoro, a spingere il sindacato a

superare le barriere ideologiche e le divisioni, che erano state la causa principale

della scarsa rappresentanza degli operai nei luoghi di lavoro. Il processo fu

avviato principalmente dalle federazioni dei metalmeccanici, ma ben presto invase

le stesse confederazioni. La nascita della FLM (federazione lavoratori

metalmeccanici) nel 1972 fu il risultato della convergenza tra le elaborazioni

teoriche e culturali delle punte più avanzate del sindacalismo metalmeccanico, la

FIOM e la FIM, a cui partecipò con minor protagonismo anche la UILM. Queste

furono le prime ad avviare un grande processo di autocritica, che avrebbe

comportato necessariamente la messa in discussione delle differenze che per anni

furono la causa della debolezza di fronte al potere padronale e politico. Uno

scambio di idee e culture politico-sindacali fecondo tra la concezione classista

della FIOM e quella autonomista della FIM. L’apertura verso la concezione

classista permise il superamento da parte della FIM della pregiudiziale

anticomunista e l’assunzione di una visione comune della società attraversata da

194
Molti commentatori di quegli anni sottolinearono come “la parola recupero, i suoi sinonimi e
derivati, entr[ò] nel vocabolario dei sindacalisti, martellante come un’ossessione”, in U.
Romagnoli, T. Treu, I sindacati in Italia, cit., p. 178.

143
una insanabile dicotomia tra capitale e lavoro.195 D’altro canto la FIOM acquisì il

principio dell’autonomia del movimento sindacale dai partiti, mettendo in

discussione la visione marxista del primato del partito nella guida politica della

classe operaia, ben descritta dalla teoria della cinghia di trasmissione. Un

“collateralismo” rispetto ai partiti intrinsecamente presente in tutto il movimento

sindacale e non solo nel sindacato socialcomunista. In effetti, nonostante il fatto

che nella CISL e soprattutto nella FIM il valore dell’autonomia rispetto ai partiti

entrò a far parte nel proprio bagaglio culturale già dai primi anni sessanta, diversi

dirigenti confederali della CISL avevano mantenuto cariche politiche in

Parlamento e nelle Amministrazioni locali196. Per la UIL fu ancora più difficile,

vista la presenza al suo interno di una numero maggiore di differenti estrazioni

politico-culturali. Alla fine l’incompatibilità tra cariche sindacali e politiche fu

inserita negli statuti delle organizzazioni e praticata realmente, andando al di là

delle semplici dichiarazioni d’intenti. Ciò portò nel 1972 alla nascita della

Federazione CGIL-CISL-UIL.

Grazie all’unità ritrovata e alla forte autonomia dal sistema dei partiti, il

sindacato italiano assunse in questi anni un ruolo centrale nella società italiana, un

ruolo di superiorità rispetto ai partiti e un certo senso di supplenza rispetto ad essi,

nel progresso sociale e istituzionale. L’azione conflittuale quindi non si esaurì nei

luoghi di lavoro, ma ebbe la capacità di varcare i cancelli delle fabbriche per

raccogliere la sfida delle riforme sociali. In effetti i rapporti tra sindacato e

195
La CISL, al contrario, era nata e si era sviluppata, proprio in contrapposizione al classismo
della CGIL, sulla base di una concezione sindacale di tipo anglosassone, dove era chiara la visone
funzionalista e ideologica delle industrial relation.
196
Per i leader della CGIL, la militanza politica era oltre che un’opportunità, anche un dovere.
Mentre per quelli della CISL era essenzialmente un potere ulteriore da utilizzare nella
contrattazione e nelle correnti interne alla DC.

144
sistema politico negli anni settanta furono connotati da “un fatto nuovo nella

storia del dopoguerra: la logica tradizionale sembra[va] essere invertita nel senso

che per la prima volta l’iniziativa del mutamento [era] in larga misura del

movimento sindacale”.197

Ma ricercare le cause del nuovo rapporto tra sindacati e sistema politico e

istituzionale esclusivamente nelle dinamiche interne al sindacato, sarebbe certo

riduttivo e quindi condurrebbe ad un’analisi parziale. Alla forza organizzativa e di

mobilitazione in sé del sindacato, si aggiunse l’incapacità del sistema politico di

rispondere alla crisi di legittimazione inaugurata dalla contestazione studentesca e

protrattasi nel decennio ‘70. Il sistema politico, anche dopo l’apertura/chiusura a

sinistra degli anni sessanta, si trovò quindi a dover ristrutturarsi di nuovo di fronte

alla richieste di riforme sociali provenienti da larghi strati della popolazione,

operaia e non. Ma la situazione politica fu dominata ancora una volta dalla

confusione e dai nervosismi interni alle maggioranze di Governo. Lo statuto dei

lavoratori, come abbiamo visto, non fece eccezione e fu varato, da una parte

grazie alla grande opera politica e professionale di personalità di Governo,

dall’altra dalla pura e semplice paura della rivoluzione sociale che aveva

indubbiamente spostato l’asse politico verso sinistra, nell’intento di recuperare

potere sociale.

“Sia la DC che il PSI, i principali membri della coalizione, non potevano non tener conto dei
fermenti sociali in atto o scegliere la strada della repressione o del puro immobilismo”198

Certo non si può non ricordare l’inizio di quella che fu chiamata la “strategia

della tensione”. Le vicende successive allo scoppio della bomba a Piazza Fontana

197
T. Treu, Sindacati e sistema politico, in “Democrazia e Diritto”, 1979, n. 1, XIX, p. 38.
198
P. Ginsborg, cit., p. 442.

145
nel dicembre del ’69, dimostrarono che all’interno delle istituzioni covavano

rancori e mire reazionarie che principalmente erano dirette alla repressione dei

movimenti operai e sociali e favorevoli ad una svolta autoritaria e

antidemocratica.199 Apparati dello Stato e forze neo-fasciste clandestine e non200

furono spesso coperte dalle stesse forze politiche al Governo, con la tecnica dell’

insabbiamento dei processi, volta a sfruttare la situazione per contenere le spinte

di cambiamento sociale.

Tuttavia non si può negare che alcune componenti e personalità di Governo,

cercarono di intraprendere una strada verso le riforme politiche e sociali, seppur

goffa, insufficiente e non programmata201. Queste corrisposero alla domanda di

partecipazione e di riforme sociali richiesta da operai e studenti, ma il divario tra

questi e le istituzioni politiche fu ancora molto alto e le riforme presto si

rivelarono inefficienti a risolvere le più urgenti questioni sociali.202 Il sindacato

ebbe un ruolo essenziale nella lotta per le riforme come per la questione della

casa, nel settore sanità, in quello scolastico e dei trasporti. La sindacalizzazione di

settori non operai fu rilevante e le mobilitazioni diffuse, ma i risultati abbastanza

deludenti. Sembra che ciò che mancò fu un governo deciso, affidabile e

disinteressato a varare riforme per recuperare la centralità del ruolo dei partiti. Per

199
Nel marzo del 1971, grazie a inchieste giornalistiche ben documentate, si venne a sapere che
nella notte tra il 7 e l’8 dicembre 1970 il principe Junio Valerio Borghese, comandante della X
Mas durante la RSI, tentò un colpo di stato, con l’appoggio di alcuni settori dell’esercito e deputati
del MSI.
200
Nei giorni successivi alla strage nacque un numero consistente di gruppi di azione neo-fascista
che operarono per tutto il decennio settanta. Questi andavano da militanti dell’MSI a centinaia
nuclei clandestini o semiclandestini. Secondo uno studio sugli episodi di violenza in quegli anni, il
peso dei neo-fascisti tra il 1969 al 1975 fu stabile su una media dell’85%. In D. Della Porta e M.
Rossi, Cifre crudeli. Bilancio dei terrorismi italiani. Bologna, 1984, p. 25
201
Ad esempio oltre allo Statuto dei lavoratori, la riforma delle pensioni, la legge sul divorzio, la
legge sulla casa, l’istituzione delle regioni e l’introduzione del referendum popolare.
202
Per un ampia critica alla stagione delle riforme nei primi anni ‘70 si veda sempre P. Ginsborg,
cit., pp. 441 ss., G. Crainz, Il paese mancato, cit., pp. 419 ss.

146
questo le riforme o non furono varate, o vennero strutturate su logiche clienterali e

di spartizione del potere. D’altro canto anche le forze d’opposizione, ancora

escluse dalle compagini governative, si dimostrarono poco propositive e

coordinate con le forze sociali. Il PCI in molti casi si trovava in disaccordo con le

Confederazioni sindacali che guidavano la mobilitazione, per il timore di perdere

il ruolo di principale riferimento dei movimenti sociali. In effetti il PCI fu il primo

a cercare una connessione con i nuovi movimenti sociali, per guidarli in sede

politica e per recuperare un rilevante calo di consensi. Ma il conflitto sociale

culminato dell’autunno caldo e nella conflittualità permanente stava comportando

sì un aumento dei consensi verso il PCI, ma allo stesso tempo un rafforzamento

consistente del movimento sindacale che andava progressivamente guadagnando

robusti spazi di autonomia dallo stesso PCI. Il rapporto privilegiato che il

sindacato andava assumendo con alcune branche delle istituzioni preoccupava in

parte anche il PCI. Infatti mentre la mobilitazione sociale cresceva, ci si accorgeva

sempre più che le riforme dovevano coinvolgere le istituzioni, in un senso più

democratico ed efficiente. Per questo in molti casi i settori più progressisti interni

alle istituzioni vedevano con simpatia la mobilitazione sociale per le riforme e

quindi lo stesso movimento sindacale.

“Ne [fu] la prova la spinta verso il pluralismo istituzionale sconosciuto nella nostra tradizione,
visibile sia nella creazione di canali istituzionali nuovi, centrali e decentrati (in primo luogo le
regioni), per la espressione delle istanze sociali, sia nella apertura delle strutture esistenti alla
partecipazione e al controllo delle forze sociali [come il sistema giudiziario]. Il sindacato è stato,
oltre che il protagonista, il beneficiario maggiore di queste aperture istituzionali.”203

Dal ’73 ci fu, come abbiamo sopra indicato, un mutamento di strategia

nell’azione del sindacato. Le cause di questo cambio sono da imputare soprattutto

203
T. Treu, Sindacato e sistema politico, cit., p. 40.

147
alla straordinaria crisi economica causata dal rincaro dei prezzi del petrolio e delle

materie prime. Inoltre già dalla fine del decennio ’60, si andava delineando una

congiuntura internazionale negativa, contraddistinta da una parte dalla instabilità

del sistema monetario e dalle oscillazioni del prezzo dell’oro, dall’altra

dall’emergere di una forte concorrenza nel commercio internazionale, proveniente

dall’industria giapponese e da un numero crescente di multinazionali.204 La

congiuntura internazionale fu inoltre aggravata dalla fine dei cambi fissi e della

convertibilità del dollaro nel 1971. L’aumento del costo del petrolio nel 1973

arrivò quindi in un contesto già sufficientemente incerto a livello internazionale

ed esso “giunse a tal punto da far temere una crisi altrettanto violenta come quella

degli anni Trenta”205. Sul piano interno, l’aumento del costo del lavoro e della

rigidità della forza lavoro, vennero scaricati principalmente sui prezzi. Le misure

recessive messe a punto dai governi, non comportarono una espulsione della

manodopera e una diminuzione del costo del lavoro, anzi l’iniziativa operaia e

non, sembrava imporre, da una parte una forte rigidità di utilizzo della forza

lavoro, grazie al potere di questa nel negoziarne l’utilizzo fino a quel momento

unilaterale delle direzioni aziendali, dall’altra un aumento generalizzato dei salari

anche nei settori non operai del pubblico impiego e del terziario. Nella

Confidustria, guidata ancora da settori fortemente conservatori, la maggior parte

degli imprenditori del settore privato reagirono attaccando i sindacati,

provvedendo al ritiro degli investimenti e a decentrare la produzione. Ciò

comportò la crescita di un rilevante settore economico “illegale” di piccole

imprese a cui le grandi demandavano la lavorazione di beni. E’ in questa fase che


204
V. Castronovo, Storia ecnomica d’Italia. Dall’ottocento ai giorni nostri, Torino, Einaudi, 1995,
p. 489.
205
Ivi, p. 490.

148
bisogna rintracciare la nascita della nostra consistente “economia sommersa” che

si svilupperà ulteriormente nei decenni successivi. Qui all’assenza dei sindacati e

alla mancanza di tutele previdenziali, si accompagnava l’utilizzo di forme

contrattuali part-time e di lavoro a domicilio. Inoltre si fece largo uso della Cassa

Integrazione Guadagni per ridurre personale, così da contribuire ulteriormente

all’aumento della spesa pubblica, già in ascesa per l’aumento delle spese per

sanità, educazione e assistenza sociale. Tuttavia una minoranza di imprese

pubbliche e private, tra cui la Fiat e l’Alfa Romeo, ebbe una posizione più cauta

rispetto al potere sindacale e alla crisi economica successiva. Una posizione già

manifestata nel periodo più duro di mobilitazione, cioè quello ’68-‘73206. Questi

mantennero alti gli investimenti e spesso li concordarono con i sindacati. Così

intervenne G. Agnelli all’assemblea degli azionisti nel 1975 in occasione della

presentazione del disastroso bilancio relativo all’anno precedente:

“Abbiamo deciso di pagarlo [questo prezzo] […] per legittimare, con la responsabilità dei
nostri comportamenti, la richiesta di comportamenti altrettanto responsabili da parte di Sindacati e
Governo, la ricerca costruttiva d’una definizione di ruoli atta a far uscire il paese dalla crisi ed a
mantenerlo nella grande corrente del progresso europeo.”207

Una posizione, quella di Agnelli, che andava anch’egli predicando da tempo e

che avrebbe contribuito al superamento del c.d. modello vallettiano della Fiat,

modello a cui numerosi dirigenti del gruppo riponevano ancora molte delle

proprie speranze di uscita dalla crisi socio-economica.208 Lo stesso Agnelli

206
Nel 1971 il segretario generale dell’Intersid Giuseppe Gislenti, pur criticando il sindacato per
aver ceduto al ricatto delle frange estremiste della mobilitazione, fece sapere, in un’intervista
rilasciata a Federico Bugno per “il Mondo” il 10 gennaio, che “da parte sua, l’Intersid cercherà
comunque di rendere compatibili le esigenze poste dalle organizzazioni sindacali con quelle
dell’economia di mercato”, in G. Berta, L’Italia delle fabbriche, cit., p. 205.
207
M. Revelli, cit., p. 64.
208
Per uno sguardo d’insieme alle dinamiche interne alla direzione aziendale Fiat durante
l’autunno caldo e successivamente nel dibattito per il rilancio del gruppo Fiat, si veda ancora G.
Berta, L’Italia delle fabbriche, cit., pp. 210 ss.

149
assunse nel ‘75 la presidenza della Confindustria, segnando la vittoria non solo

della linea riformista, ma anche di quella contraria alle posizioni di rendita

dell’industria di Stato.

Ma l’industria italiana, oltre ad essere attraversata da una forte mobilitazione

sociale nelle fabbriche, scontava anche la presenza di annosi problemi mai risolti

del sistema economico nostrano. L’inflazione divenne galoppante, grazie ad un

disavanzo pubblico e all’eccessivo indebitamento degli enti previdenziali. Il ruolo

degli imprenditori era continuamente minato, mentre il governo non riuscì a

mettere a punto una seria politica economica per combattere l’inflazione. Tra mini

riprese e vittorie sindacali, nel ’73 grazie alla svalutazione della lira e all’aumento

dei costi per l’importazione del 70%, la crisi petrolifera fu dirompente. L’Italia

ben presto si trovò a fronteggiare l’inflazione più alta delle economie occidentali,

a ripiombare nella recessione dopo anni di ascesa e a dover affrontare una

disoccupazione diffusa. In una situazione economica del genere, il sindacato non

poté non reagire e cambiare strategia, ma al contempo consolidare e difendere il

proprio ruolo sociale e politico. Ormai il potere politico e sociale che era riuscito a

ritagliarsi grazie al recupero, gli affidava responsabilità non solo di fronte ai

propri rappresentati, ma anche di fronte all’intera società italiana. Il cambio di

strategia fu simboleggiato da due accordi interconfederali del gennaio 1975 sulla

Cassa Integrazione Guadagni e sul punto unico di contingenza. Due accordi

chiaramente difensivi che, connessi all’accentramento rivendicativo, da una parte

scaricarono sulle casse dello Stato le ristrutturazioni aziendali delle aziende in

crisi e dall’altra vanificarono la lotta autonoma della base per gli aumenti salariali,

agganciandoli automaticamente all’inflazione galoppante. Il recupero era ormai

150
consolidato ed un primo carattere di cambiamento di strategia fu proprio quello di

privilegiare il rapporto con le istituzioni a spese di quello con la base. Ciò avrebbe

limitato rivendicazioni offensive e alimentato politiche rivendicative di tipo

difensive. Dal rapporto base-vertice-base, si tornava al più centralistico vertice-

base-vertice. A farne le spese furono necessariamente i poteri di contrattazione di

base, cioè i Consigli di Fabbrica e i delegati. Questi ultimi cominciarono ad essere

eletti sulla base di liste già predisposte dalle strutture sindacali provinciali e di

categoria. I consigli invece furono spodestati di molti poteri di contrattazione

diretta e riemerse la pratica delle contrattazione con deleghe in bianco, con

successiva ratifica da parte dei lavoratori. I poteri si concentrarono nelle mani

degli Esecutivi dei Consigli di Fabbrica, sempre più composti da attivisti a tempo

pieno. Questi divennero il perno centrale del sindacato in fabbrica, con il compito

essenziale di mediare tra la base e le strutture. E di conseguenza riaffiorarono

divisioni partitiche ed ideologiche, che di fatto rallentarono il processo di unità del

movimento. Insomma la grande stagione conflittuale ’68-’73 non risolse per

sempre la dialettica tra organizzazione e base, poiché “il potenziamento delle

strutture propriamente sindacali di fabbrica, tollerando una presenza organizzativa

collaterale” aveva, in questo momento, lasciato il passo “all’inglobamento [e al

controllo] delle nuove forme di rappresentanza […].”209 Ma i consigli non

vennero affatto superati come modello organizzativo e continuarono ad avere

un’espansione considerevole per tutto il decennio: nel 1977 il numero dei Consigli

di Fabbrica arrivò a 32.000 unità, quello dei delegati eletti a 206.336, per un totale

209
G. Romagnoli, Consigli di fabbrica, cit., 98

151
di 5.188.818 lavoratori interessati.210 Ciò che mutò fu il rapporto tra vertice e

base, che necessariamente influenzò tutta la strategia di lotta del sindacato nei

luoghi di lavoro, dando un potere determinate ai tecnici del conflitto, individuabili

negli Esecutivi dei Consigli di Fabbrica, cioè nei “pochi che contano”, secondo

una loro accezione negativa in voga tra i gruppi extraparlamentari. Per di più

molti attivisti che avevano partecipato alla precedente stagione conflittuale, si

dimisero dai Consigli, per via della loro delusione e disaffezione alla lotta, dando

un ulteriore impulso al riaccentramento confederale. A quanto pare quindi,

l’espansione dei Consigli è da imputare ad un maggiore impegno dei vertici

sindacali nel diffonderli, pur ridimensionandone i loro poteri autonomi.

La crisi economica e la reazione padronale tramite la riduzione degli

investimenti e il ricorso alla Cassa Integrazione spostarono quindi la lotta fuori

dalla fabbrica, portando il sindacato a perseguire principalmente “l’esigenza […]

di difendere la forza e la capacità di durata dell’organizzazione […] rispondendo

con lotte più generali o politiche, […] accentra[ndo] o sposta[ndo] fuori dalla

fabbrica la sua azione.”211 D'altronde lo stesso statuto della Federazione CGIL-

CISL-UIL, sottoscritto nel ’72, rimase ambiguo sulla “questione consigli”,

soprattutto se confrontato con la bozza presentata nel ’69 dai sindacati

metalmeccanici.212 Gia nel ’72 infatti il processo di unificazione organica subiva

una battuta di arresto e le confederazioni optarono invece per la formula

“federazione” a scapito di quella “scioglimento”, previsto dagli accordi

precedenti. Di un diverso approccio rivendicativo, più centrato nella lotta fuori

210
S. Coi, Sindacati in Italia: iscritti, apparato, finanziamento, in “Il Mulino”, 1979, n. 262, p.
209.
211
M. Regini, L’autunno caldo e i primi anni settanta come momento di svolta e di transizione, in
Id., I dilemmi del sindacato, cit., p. 76.
212
Si veda U. Romagnoli, T. Treu, I sindacati in Italia, cit., p. 182.

152
dalla fabbrica, una prova fu l’istituzione dei consigli di zona, concepiti per

coordinare la lotta di fabbrica con quella nelle grandi città. Ma tali consigli spesso

vennero usati dai partiti, soprattutto dal PCI, per riassumere la guida delle lotte

sociali, con la pratica della composizione proporzionale rispetto alle forze dei

partiti. La conseguenza principale di questo cambio di strategia, che a buon

ragione può essere visto come una “strategia organizzativa del sindacato”, fu una

diminuzione delle vertenze aziendali o una conduzione più controllata di queste;

una razionalizzazione del conflitto e politicizzazione dell’azione sindacale, che

non potette non incidere sulla forza del sindacato organizzazione, aumentando

ulteriormente il potere a livello sociale e di fabbrica, tramite un processo di

burocratizzazione e politicizzazione delle strutture esterne ai luoghi di lavoro. Si

assistette quindi alle c.d. rivendicazioni di ritorno e di transito213 dopo le sconfitte

della stagione delle riforme, che porteranno rispettivamente agli accordi sui piani

di investimento nel Mezzogiorno214 e all’istituzione delle “150 ore”, per colmare

il divario tra lotte di fabbrica e riforma delle strutture scolastiche. Anche le forme

di lotta e il negoziato sembrarono essere meno forti e incidenti nella realtà

rivendicativa. Si tornò a proclamare scioperi generali di poche ore o scioperi

nazionali di categoria. Nel negoziato spesso si dichiaravano al principio gli

obbiettivi rinunciabili e le delegazioni allargate non furono più utilizzate. La

213
Sui diversi tipi di rivendicazioni praticate dal sindacato nel periodo ’73-’78, si veda G. P. Cella,
Le difficoltà della rivendicazione: cinque anni di azione sindacale 1973-1978, in “Il Mulino”,
1979, n. 262, p. 159 ss.
214
In quegli anni ci fu la c.d. seconda ondata d’investimenti nel Mezzogiorno, questa volta di
grandi industrie private, tramite la Cassa del Mezzogiorno. In questa fase le imprese in crisi
sfruttarono al massimo gi incentivi e in molti delocalizzarono i propri impianti e rinnovarono la
gamma dei prodotti in concomitanza con la sempre maggiore diversificazione del consumo.
Questo tipo di politica aziendale fu spesso oggetto di accordi sindacali. Il decentramento Fiat degli
anni ‘70, che fino a quel momento aveva incentrato il suo sviluppo esclusivamente nel Piemonte e
soprattutto a Torino, la c.d. città-fabbrica, rappresenta un esempio lampante. Per quanto riguarda il
processo di decentramento della Fiat, D. Cersosimo, Da Torino a Melfi. Ragioni e percorsi della
meridionalizzazione Fiat, in “Meridiana”, 1994, n. 21, pp. 35 ss.

153
stagione del recupero sembrò segnare il passo di fronte al consolidamento delle

strutture e prova ne fu la riluttanza da parte delle confederazioni ad assumere e

generalizzare l’unica forma di lotta emergente, cioè l’autoriduzione delle tariffe e

la disubbidienza civile. Nonostante un livello ancora alto di scioperi, la natura del

conflitto mutò necessariamente: essa diventò sempre più dimostrativa e sempre

più attenta a non causare danni alla produzione o fratture politiche. Inoltre si

posero le basi della crisi del ruolo centrale dell’operaio-massa e la domanda dei

lavoratori si stratificò maggiormente. In alcuni casi gli impiegati rifiutavano di

scioperare o presentavano piattaforme rivendicative autonome, mettendo in atto

delle lotte corporative. Gli stessi lavoratori comuni iniziarono a disertare le

assemblee e ad avere una repulsione viscerale verso il lavoro di fabbrica. La

mediazione, per così dire politica, del conflitto tra aperture delle direzioni e vertici

sindacali, incise sulla stessa capacità degli operai di sentirsi in un comune destino

da costruire e ciò portò inevitabilmente nel riflusso individuale.

“Fino a qualche tempo fa si gridava, nei cortei, negli scioperi, tutti insieme; adesso si
bisbigliava, a piccoli gruppi, come sulla piazza del mercato”215

Nella nuova composizione qualitativa della forza lavoro, nessuna figura di

lavoratore riuscì ad imporsi come modello aggregante d’interessi e la grande

quantità di forza lavoro comune andava ormai diminuendo, dato che questa fu la

prima ad essere stata colpita da ristrutturazioni e riconversioni produttive. Ciò che

mancò in quegli anni fu “quella straordinaria corrispondenza fra trasformazioni

negli elementi che costituiscono l’azione sindacale (composizione della forza

lavoro, le forme di organizzazione, gli obbiettivi, le forme di lotta) ed esigenze

215
Testimonianza di un operaio Fiat citato da M. Revelli, cit., p. 70.

154
complessive del movimento rivendicativo che aveva caratterizzato il ciclo di lotte

1968-1972”.216 Ma sul piano politico il sindacato fu il principale interlocutore dei

governi e consolidato attore sociale di contrattazione con gli imprenditori.

Sul piano politico il PCI scontava gli anni del c.d. “immobilismo dignitoso” e

della supplenza sindacale, che in un certo senso fu la causa nella nascita della

nuova via assunta dalla segreteria Berlinguer nel ’72 del “compromesso storico”,

da lui proposto per la prima volta a cavallo tra il ’73 e il ‘74. La proposta era

fortemente interconnessa alla strategia della tensione e all’inasprirsi della violenza

politica neofascista e dei primi nuclei terroristi di sinistra. Berlinguer ritenne che

la forte instabilità sociale e l’incapacità dei governi stava contribuendo a far

crescere varie forze conservatirici ed eversive della destra, che auspicavano già da

anni una svolta reazionaria per impedire il processo di avanzamento sociale e di

rinnovamento democratico delle istituzioni auspicato dalle masse popolari e

appoggiato dagli ambienti progressisti. Agitando lo spettro di una soluzione

cilena217, auspicava una unità di azione politica e governativa, tra i grandi partiti

popolari che avevano condotto la liberazione nazionale: PCI, PSI e DC. Tra l’altro

la svolta a destra delle elezioni anticipate del 1972 fu la prova di una reazione

dell’asse politico e la prova che PSI e PCI non potevano sperare di governare

raggiungendo il 51% dei consensi.

Ma se il primo obbiettivo del compromesso storico fu quello di isolare e di

denunciare le spinte eversive e la violenza neofascista, un chiaro messaggio fu

recapitato alla montante violenza di sinistra e a quei gruppi clandestini che già dal

216
G. P. Cella, Le difficoltà della rivendicazione, cit., p. 162.
217
L’intervento del segretario del PCI apparso su “Rinascita” il 28 settembre del ’73, avvenne in
concomitanza con il colpo di stato in Cile del generale Pinochet e la caduta del governo social-
comunista di Allende.

155
‘73 diffondevano propaganda per la lotta armata e che volevano imprimere un

accelerazione della storia verso la rivoluzione che tardava ad arrivare.218 Inoltre

con il perdurare della crisi economica, la proposta di compromesso storico, si

nutrì di una forte opposizione al consumismo capitalista, per promuovere una

società in cui lavoratori avrebbero dovuto assumere uno stile di vita austero nella

speranza che i sacrifici dei lavoratori non sarebbero stati vani. Furono questi i due

fattori critici, la fiducia verso la DC e il tema dell’austerità, che di fatto minarono

la riuscita del compromesso storico. Nonostante la fiducia di Berlinguer riposta

nella capacità di apertura della DC alle riforme sociali e ad una politica etica,

questa al contrario andò per tutto il decennio occupando e trasformando lo Stato

“divenendo il partito conservatore e capitalista italiano, e come tale la vera antitesi

del progetto di Berlinguer.”219 Nel suo interno molte erano le anime conservatrici

e ostinate a perpetuare il proprio potere con le pratiche clienterali. Solo alcuni

personaggi, tra cui Moro, auspicavano l’entrata nel governo del PCI, ma

prendendo a modello l’esperienza dell’apertura a sinistra degli anni sessanta verso

il PSI. Una versione totalmente diversa dalle trasformazioni strutturali e dalla via

al socialismo auspicata da Berlinguer. Si arrivò solo ai c.d. governi di unità

nazionale, con l’appoggio esterno di PSI e PCI al governo Andreotti, in cambio

della stesura comune del programma, ma senza nessun Ministro nel governo per i

partiti della sinistra. Era una soluzione di coalizione inedita, l’unica per i partiti di

sinistra per incidere in qualche modo nella grave situazione di crisi. E fu praticata

218
Proprio nel 1973 alcuni gruppi rivoluzionari si sciolsero e molti attivisti scelsero la
clandestinità. E’ chiaro che da quel momento, le Brigate Rosse, fondate nel 1970, andavano
ingrossando le proprie file e a passare dalla propaganda armata ai sequestri di persona: proprio nel
giorno di insediamento di Agnelli alla presidenza di Confindustria ci fu il rapimento del giudice
Sossi.
219
P. Gisborg., cit., 481.

156
nonostante un’opposizione interna sia nel PSI che nel PCI e sia nel movimento

sindacale, che auspicavano una nuova unità a sinistra e uno sbocco genuinamente

riformatore delle lotte degli anni ’70. Dopo due governi di unità nazionale, il

progetto politico del compromesso storico, che in definitiva fu una delle poche

operazioni politiche di rilievo nella politica italiana degli anni settanta, venne

distrutto dalle vicende del rapimento Moro.

La strategia di compromesso del maggior partito di opposizione e quella di

consolidamento e burocratizzazione del sindacato, aprirono entrambi spazi di

manovra per quelle organizzazioni rivoluzionarie clandestine che avevano fatto la

scelta della lotta armata. Alcuni dei fondatori delle Brigate Rosse provenivano

direttamente dall’esperienza giovanile nel PCI, che in questa fase non garantiva

più la sua opposizione ai governi centristi. Inoltre, nonostante il rafforzamento

delle strutture sindacali nelle fabbriche, in quelle più grandi andò montando quel

riflusso verso l’individualismo e il rifiuto del lavoro, che andò intaccando i tessuti

comunitari di classe. Fu in questo solco che alcuni operai infiltrati o frustrati

iniziarono la loro ultima sfida, questa volta con i mezzi della violenza verso i

quadri dirigenti e tecnici delle aziende. Il declino progressivo della capacità di

mobilitazione autonoma e di possibilità di incidere direttamente sulla produzione,

che era stata alla base delle costruzione delle “comunità operaie” nelle fabbriche,

assieme all’entrata nelle fabbriche di una nuova leva operaia sempre più

secolarizzata che rifiutava il lavoro di fabbrica in tutti i suoi aspetti, portò ad un

riflusso verso l’individualismo in cui si inserì la sfida terrorista di accreditarsi

come unico “partito operaio”, quello armato. Alla Fiat, tra il ’75 e l’79 furono 16

tra dirigenti, funzionari, capi-reparto e sorveglianti, i feriti dalle azioni

157
terroristiche delle B.R e di Prima Linea. Come vedremo nel prossimo capitolo,

proprio dalle vicende menzionate partirono i licenziamenti per 61 operai che

aprirono il “processo al sindacato”, cioè quell’effetto boomerang che si riversò

contro il sindacato e di cui la tenuta politica e simbolica dello Statuto risentì

considerevolmente.

1.3 L’affermazione dello Statuto tra uso alternativo e

razionalizzazione

Se nel descrivere il contesto sindacale e politico si è parlato di decennio caldo

e addirittura indicato gli anni ’70 come gli anni in cui si raggiunse il punto più alto

della parabola del sindacato, lo stesso si potrebbe affermare del primo decennio

di vita dello Statuto dei Diritti dei Lavoratori, che in questo lasso di tempo visse la

stagione più importante della sua trentennale esistenza. Se il ruolo sociale e

politico assunto dal movimento operaio e sindacale fu in questi anni il più alto mai

raggiunto nella storia dell’Italia repubblicana, ciò fu dovuto anche grazie agli

effetti e all’efficacia della legge 300 e al nuovo modello di relazioni industriali di

cui esso fu portatore. Il largo favore politico e giuridico dello Statuto nelle

vicende sindacali e del lavoro di quegli anni infatti, venne messo in discussione

solo a partire dal 1979, in concomitanza con i primi segnali della crisi sindacale e

in generale del mondo del lavoro edificato sul modello fordista. Sulla stessa linea

interpretativa, anche la stagione di ascesa politica e giuridica dello Statuto, si

realizzò grazie a fattori differenti, che oggi ci permettono di delineare due fasi

principali in cui si concretizzò il decennio d’oro della legge 300.

La prima fase fu quella dell’affermazione socio-politica dello Statuto e la si

può indicare nel lasso di tempo ’70-’73. In un contesto socio-sindacale altamente

158
conflittuale, il movimento operaio e sindacale, nonostante critiche provenienti “da

sinistra” e “da destra”, investì la legge di un forte valore simbolico per alimentare

la spinta alla mobilitazione, affermare gli stessi diritti sanciti dalla legge e

rispondere alla forte domanda di giustizia proveniente dai lavoratori. L’apporto

della legge all’affermazione dei diritti dei lavoratori e del movimento sindacale,

non fu solo effetto della sua applicazione giudiziaria per reprimere quelle

situazioni che di fatto bloccavano la costituzione ai cancelli delle fabbriche, ma

anche e soprattutto per un effetto indiretto, cioè extragiudiziale. E’ indubbio

quindi che il contenuto della legge incise anche indirettamente e

indipendentemente dall’applicazione dei giudici, grazie ad un comportamento per

così dire indotto delle direzioni aziendali a non praticare atti vietate dalla legge.

Per quanto riguarda l’uso e l’applicazione in sede giudiziaria in un periodo

dominato ancora da forti spinte di base dei lavoratori, queste spesso furono

diversificate e non rette da una linea omogenea e generale. In questa lotta per la

giustizia infatti, ad un uso che a buon ragione si direbbe mosso da una logica

organizzativa del sindacato, si affiancò, come vedremo, un uso di tipo

extrasindacale, che ebbe notevoli appoggi sia in dottrina che nella giurisprudenza.

La seconda fase fu invece caratterizzata dalla stabilizzazione e

dall’affermazione giuridica della legge nella società italiana, che da una parte ne

aumentò l’uso più accorto da parte del sindacato secondo una più forte logica del

rischio organizzazione e dall’altra stabilizzò notevolmente il dibattito tra gli

operatori del diritto e tra questi e il movimento sindacale. In questa seconda parte,

nonostante si ravvisarono dei temi su cui lo Statuto non riusciva ad incidere, lo

159
Statuto completò la sua opera di inserimento nel nuovo sistema di relazioni

industriali edificato dall’autunno caldo.

Fu poi sul finire del decennio che lo Statuto entrò in crisi, in un processo di

accerchiamento politico ed ideologico a cui si affiancò una non perfetta aderenza

alla realtà socio-economica in continua evoluzione. Una non perfetta aderenza che

iniziò a svelare le prime rughe e che inaugurò i primi dibattiti per il suo

superamento/abolizione degli anni successivi.

Torniamo ai primi anni di applicazione dello Statuto. Questo fu visto dalle

forze sindacali e operaie come una potente sanzione normativa da affiancare

all’azione conflittuale nei luoghi di lavoro, come abbiamo visto, in quegli anni

dominata dall’aggettivo permanente. In questo senso la legge 300 non fu affatto

un punto di arrivo delle lotte dell’autunno caldo e non rappresentò affatto una

cesura, ma al contrario si presentò come un punto di partenza220, per sempre

maggiori avanzamenti verso il miglioramento dei diritti dei lavoratori e delle

proprie organizzazioni. Tutto ciò non solo per disattendere “i tentativi in atto, in

numerose fabbriche, e in numerosi settori del lavoro, di riporre in discussione le

conquiste dell’autunno scorso e in particolare quelle relative ai diritti del

sindacato e alle libertà del singolo lavoratore”221 - nonostante lo Statuto sia legge

dello Stato - ma anche per estendere alle “zone deboli” della mobilitazione,

conquiste niente affatto acquisite.

“Bisogna ricordare […] che non tutte le fabbriche né tutte le zone del nostro Paese hanno la
stessa capacità di lotta; alle più deboli la nuova legge porta un non indifferente contributo. In
queste zone una battaglia per l’applicazione dello Statuto può essere l’occasione di una loro

220
G. Vinay, Lo “Statuto”: un punto di partenza, in “Rassegna sindacale”, 1970, n. 188-189.
221
P. Boni, Applicare e far applicare lo statuto dei lavoratori, in “Rassegna sindacale”, 1970, n.
194

160
maggiore sindacalizzazione […]. Il sindacato dovrà quindi condurre in prima persona tale battaglia
politica”222

Nelle parole degli esponenti sindacali fu subito chiaro il valore simbolico e

politico dello Statuto che, indipendentemente dal suo uso giudiziale, avrebbe

dovuto comportare un allargamento dei diritti dei lavoratori e del ruolo dei

sindacati nei luoghi di lavoro. In effetti in questi anni i lavoratori

indipendentemente dall’intervento degli organi giudiziari, riuscirono a

generalizzare la conquista di molteplici diritti individuali e collettivi, non solo

nelle zone calde della mobilitazione, ma anche nelle c.d. zone periferiche del

conflitto, abbracciando anche larghe fasce del lavoro non industriale. Ciò non solo

per l’elevata coscienza dei propri diritti che i lavoratori andarono assumendo, ma

anche per lo sforzo delle organizzazioni sindacali nel rappresentare le istanze

provenienti da larghi settori del mondo del lavoro. Ed è chiaro che la diffusione di

massa del testo dello Statuto con i relativi commentari, da parte delle

organizzazioni e il riporre in questo un alto valore di civiltà, contribuì molto anche

in questo senso.223

In questi anni si fece anche un largo uso da parte dei lavoratori e delle

organizzazioni sindacali della legge di fronte alla magistratura e quindi

dell’intervento del diritto eteronomo, complementare all’azione autonoma dei

lavoratori e del sindacato, nonostante la storica diffidenza verso i giudici dello

Stato. Un uso non solo individuale e di apporto legale ai singoli lavoratori per

raccogliere la loro forte domanda di giustizia, ma anche un uso più

222
G. Vinay, cit.
223
Nell’articolo di P. Boni, risalente ai mesi successivi all’approvazione della legge, egli notava
che erano già state distribuite circa 250.000 copie e che provenivano al sindacato continue
richieste.

161
specificatamente sindacale (Titolo III dello Statuto e art. 28), soprattutto per

estendere il controllo organizzativo anche nelle “zone deboli” del movimento dei

lavoratori, in una prospettiva “garantistica”, ma soprattutto di sindacalizzazione.

Si andava prefigurando quindi l’intenzione del sindacato all’uso giudiziale dello

Statuto secondo la logica organizzava, prefigurata da una politica giudiziaria che

si traduceva in un impegno del sindacato all’uso della legge in una prospettiva di

sindacalizzazione e di estensione delle strutture sindacali e quindi di crescita del

ruolo sociale e politico nelle Paese. Lo Statuto quindi non solo fu complementare

alla stagione della coscienza e della mobilitazione autonoma del movimento

operaio nei luoghi di lavoro, ma accrebbe quantitativamente l’utilizzo della

mediazione giudiziaria nei conflitti di lavoro224 e con esso l’intervento

generalizzato del sindacato nei luoghi di lavoro.

Di converso le parole di Vinay sembrarono anticipare le difficoltà di rapporti

tra gli attori principali della legge: i lavoratori e le strutture sindacali e di questi

con gli operatori del diritto. Per quanto riguardava la relazione tra lavoratori e

strutture sindacali, questa fu dominata da un forte senso dialettico, per il semplice

fatto che il rapporto tra le due linee di politica del diritto di cui consta la legge -

cioè il sostegno del legislatore alle confederazioni sindacali nei luoghi di lavoro

(Titolo III e art. 28) e la “protezione delle situazioni soggettive di base che

costituiscono il tessuto connettivo del fenomeno sindacale” (Titoli I e II) – risulta

essere dominato da una “dialettica, sconosciuta alle corrispondenti legislazioni

224
T. Treu, Azione sindacale e nuova politica del diritto, in L’uso politico dello Statuto dei
lavoratori, Bologna, Il Mulino, 1975, p. 17. Qui il giuslavorista sottolineava come dall’entrata in
vigore dello Statuto, la quantità dei conflitti di lavoro gestiti in sede giudiziaria cresceva
notevolmente, diversamente al numero stabile dei conflitti in sede civile, pur in un contesto di forte
vitalità della società civile italiana.

162
sindacali straniere, che avrà un seguito nella fase di applicazione giudiziaria”.225 Il

Parlamento infatti, aggiungendo numerosi articoli al disegno di legge Brodolini o

modificandone alcuni, individuò “le situazioni - rilevanti da un punto di vista

sindacale - che la legge riconosce direttamente non alle associazioni (cioè al

sindacato in quanto “vertice”) ma ai singoli lavoratori (cioè al sindacato in quanto

“base”)”.226 E, come abbiamo visto nel paragrafo precedente, nonostante il

recupero, il sindacato in quanto “base” in questi anni ebbe un’elevata attività in

continua dialettica con il sindacato in quanto “vertice” e ciò, per quanto riguarda

lo Statuto, non avrebbe ridotto a sintesi il suo carattere policentrico. Tutta

l’applicazione dello Statuto fu quindi minata dalla tensione tra la difesa

individuale o di “base” del lavoratore e dei suoi diritti e quella collettiva e di

“vertice” dell’organizzazione. Fu una tensione che oscillò continuamente,

pendendo ora verso una burocratizzazione dell’uso degli strumenti preposti dallo

Statuto, ora verso un uso più spontaneo, secondo le spinte della base non sempre

coincidenti con le posizioni del sindacato-istituzione, soprattutto per quanto

riguardava le confederazioni. Come dire che, se su piano sindacale furono gli anni

del recupero, lo Statuto rappresentò un fronte ulteriore e nuovo in cui effettuare il

recupero. Infatti molti comitati di base e consigli di fabbrica fecero un largo uso

della legge anche senza l’appoggio del sindacato, facendo leva sia sulla parte dello

Statuto che attribuiva diritti in capo al singolo lavoratore, sia cercando di

attribuirsi quei diritti preposti a sostegno delle organizzazioni sindacali ufficiali,

grazie all’apporto politico e giuridico di comitati di avvocati e giuristi e anche di

225
U. Romagnoli, T. Treu, I sindacati in Italia, cit., pp. 87-88.
226
P. Martinelli, Interesse collettivo, interesse individuale, interesse sindacale nello Statuto dei
lavoratori, in “Quale Giustizia”, 1972, n. 15/16, pp. 347, 348.

163
giudici aperti ad un “uso alternativo del diritto”.227 Questa linea di tendenza si

connetteva ad ambienti politico-sindacali e giuridici che sin dai primi mesi di vita

dello Statuto ne criticarono le lacune e risvolti politici “da sinistra”. La peculiarità

di tale visione stette nel fatto che, nonostante questi ritennero lo Statuto una

“brutta” legge (perché la sua applicazione avrebbe comportato un arretramento dei

diritti dei lavoratori, violando di fatto alcuni diritti costituzionali e comportato un

raffreddamento del conflitto228) essi fecero un largo degli strumenti forniti dallo

Statuto. Ad essere messi sotto accusa furono praticamente tutti gli articoli dalla

legge, specialmente quelli previsti nel Titolo III, perché colpevoli di espropriare i

diritti di libertà conquistati con le lotte per attribuirli alle organizzazioni sindacati

o riconsegnarle in mano ai datori di lavoro. Proponevano quindi un’applicazione

alternativa allo spirito della legge denunciato, che riuscisse a difendere le lotte dei

lavoratori dalle repressioni nei luoghi di lavoro. Fu subito chiaro al sindacato che

il difficile recupero che si andava intentando nelle fabbriche, avrebbe aperto un

altro fronte del tutto nuovo, su cui si sarebbero potute aprire fratture. Attorno a

questa visione si raccolse tutta la sinistra extraparlamentare, gruppi operaisti e

rivoluzionari della “nuova sinistra” che andavano proliferando nella società e

nelle fabbriche durante la strategia della tensione, perché unita dalla

considerazione che “ogni legge borghese, e anche lo Statuto, debbono e possono

essere usati nell’interesse della classe operaia ogni volta che ciò sia possibile”229.

L’esperienza di maggior rilievo dell’uso “rivoluzionario” dello Statuto fu quello

227
P. Barcellona (a cura), L’uso alternativo del diritto, Laterza, 1973.
228
Comitato di difesa e lotta contro la repressione, Uno “Statuto” per padroni e sindacati, in
“Quaderni Piacentini”, 1970, n. 42, pp. 75 ss.
229
Id., Statuto dei lavoratori e legislazione sulle fabbriche. Linee di un bilancio politico, in
“Critica del Diritto”, 1972, n. 2, p. 60.

164
del Comitato di difesa e lotta contro la repressione: un gruppo di avvocati e

giuristi milanesi protagonisti del sessantotto studentesco. Il Comitato riteneva:

“l’utilizzazione delle strutture legali e giudiziarie un momento necessario di lotta politica non
riformista, in quanto consente di sfruttare una delle istituzioni più contraddittorie del sistema
democratico-borghese […]”230

In questa prospettiva il processo e la vertenza in genere, possedeva uno “stile”

d’intervento alternativo, in quanto momento parallelo di una più larga lotta

politica. L’uso dello Statuto fu quindi sempre collegato ad una lotta

corrispondente che si andava attuando nella fabbrica, in un senso di sostegno

esterno alla lotta. Le aule giudiziarie e i palazzi di giustizia spesso venivano

invase da decine di lavoratori come apporto fisico alla lotta. Altre volte la

pressione rimaneva fuori dalle aule, ma presente nei pressi dei Palazzi di

Giustizia. Un metodo per far sentire il peso della vertenza di fronte al giudice.

Romano Canosa, un giudice del lavoro di Milano, così descrisse quegli anni:

“Gli operai arrivavano in massa, alle volte addirittura in corteo, qualche volta anche nei
corridoi della pretura con gli striscioni e le bandiere. […] In genere gli operai ascoltavano in
silenzio, salvo rumoreggiare quando i rappresentanti delle aziende la sparavano grossa o quando i
legali di queste si lasciavano andare a qualche manifestazione di livore antioperaio […]”231

Per gli avvocati della “nuova sinistra” anche una sconfitta poteva essere utile,

l’importante era che la vertenza fosse guidata dagli stessi protagonisti della lotta

in fabbrica arricchendo il conflitto di una sede diversa e insolita per l’operaio,

quindi di rottura degli schemi consolidati nel sistema giudiziario. E’ chiaro che il

momento tecnico della vertenza fu fortemente subordinato a quello politico.

L’avvocato e il giurista quindi dovevano calarsi nella situazione politica della

230
Ivi., p. 65
231
R. Canosa, Storia di un pretore, Torino, Einaudi, 1978, p. 43

165
vertenza, valutarne il rapporto di forze in gioco in un rapporto dialettico tra

tecnica giuridica e richiesta di giustizia dei lavoratori.

L’uso rivoluzionario dello Statuto ebbe molto successo soprattutto nelle aree

di forte mobilitazione di base, cioè nel triangolo industriale, mentre non ebbe

fortuna nelle zone di basso conflitto e dove era presente un sindacato vecchio e

istituzionalizzato. L’azione di questi gruppi fu varia e soprattutto alternativa. Una

di queste è sicuramente incentrata sul tema dell’organizzazione del lavoro e

soprattutto della nocività facendo leva sugli artt. 9 e 13 dello Statuto. Alle

Commissioni Paritetiche e Ambiente e alla delega alle strutture sanitarie

pubbliche essi riuscirono ad affiancare inchieste autonome dei Consigli di

Fabbrica e la partecipazione diretta degli operai alla verifica delle condizioni di

lavoro, con l’aiuto di gruppi di tecnici e ingegneri direttamente individuati dagli

operai e non dal sindacato. Fu il caso della Cartiera Binda e di alcuni reparti

dell’Alfa Romeo a Milano. Un altro terreno privilegiato fu quello della Cassa

Integrazione e delle sospensioni dal lavoro per via di forme di contestazione

fortemente dannose per i datori. In molti casi infatti le grosse aziende ricorrevano

alle sospensioni e alla messa in Cassa Integrazione di chi scioperava in un reparto

“a valle” poiché i reparti “a monte” erano impossibilitati a continuare la

produzione. L’utilizzo da parte del comitato e dei gruppi informali dell’art. 28

formalmente di uso esclusivo del sindacato232, fu la via privilegiata per far cessare

comportamenti antisindacali. Alcune di queste sentenze furono addirittura

confermate in appello. La richiesta di sanzionare atteggiamenti antisindacali e

232
In una tavola rotonda promossa dalla redazione di “Quaderni di Rassegna Sindacale” P. Boni,
in quel momento segretario aggiunto CGIL, dichiarò in risposta alle affermazioni di G. F. Mancini,
“Non si fanno cause sull’art. 28 se non sono autorizzate da noi”, in Sindacato e politica del diritto,
in “Quaderni di Rassegna Sindacale”, 1974 ,n. 46, p. 17.

166
l’uso dell’art. 28, si verificò anche per i casi di ristrutturazione a cui i lavoratori,

spesso senza l’appoggio del sindacato, risposero con la mobilitazione per la

conservazione del posto. Fu il caso del trasferimento nel ‘72 da Milano alla

provincia di Bergamo di un’azienda tessile dal nome Crouzet, di proprietà di una

multinazionale francese, dove negli ultimi anni c’era stata una forte

sindacalizzazione delle maestranze, in prevalenza donne. La mobilitazione in

difesa del posto fu forte e al di fuori dagli schemi del sindacato (questi avevano

optato per una gestione contrattata della ristrutturazione). La lotta venne condotta

quindi da un CUB informale successivamente costituito degli operai. Alle lotte

questi affiancarono il ricorso in giudizio, per far dichiarare illegittimi sia i

licenziamenti di alcune operaie, sia la ristrutturazione, mosse entrambi da un

volere antisindacale della direzione. Il Pretore accolse le istanze degli operai.

Questo fu un caso emblematico in cui il sindacato poteva essere scavalcato

dall’iniziativa di base degli operai, con un utilizzo radicale dello Statuto. Tuttavia

fu anche un esempio di come attuare il recupero. Infatti successivamente in

appello la Corte dichiarò illegittimo il parere del Pretore, sostenendo l’inesistenza

di una procedura per i licenziamenti collettivi scaturiti da ristrutturazioni

aziendali. Le proteste si inasprirono ulteriormente e gli operai occuparono la

fabbrica. A questo punto il sindacato tessile prese in mano la situazione e ricorse

direttamente in sede giudiziaria secondo l’art. 28 e l’antisindacalità delle decisioni

aziendali furono nuovamente accertate. Fu un formidabile esempio di

superamento della dialettica tra interesse collettivo del sindacato e interessi

soggettivi della base, sfociati in una sintesi prefigurata da un interesse

167
sindacale233. Veniva cioè superata quella cautela che investiva le strutture

sindacali.

Il sindacato infatti privilegiava un uso limitato dello Statuto, percependo

l’azione giudiziaria come estrema ratio e indipendente all’azione rivendicativa

perché “il ricorso del sindacato al giudice a scopi di repressione dell’attività

antisindacale dell’imprenditore equivale ad un riconoscimento della propria

debolezza organizzativa e politica nei luoghi di lavoro”234 E ciò a maggior ragione

dove il sindacato era storicamente radicato, cioè nelle “zone rosse”, in cui

privilegiava una conduzione dei conflitti in sede contrattuale e di ricomposizione

del conflitto per evitare fratture di tipo politico. In queste zone il ricorso allo

Statuto fu il più basso d’Italia per tutto il decennio. Inoltre il sindacato con lo

Statuto fu investito di un ruolo che lo poneva di fronte ad un organo dello Stato da

sempre ostile alle istanze dei lavoratori, soprattutto in tema di sciopero. E ciò

investiva il più generale rapporto tra sindacato e diritto eteronomo.

“La necessità del processo esprime pertanto e rende evidente dei ritardi, delle insufficienze,
spesso degli errori della organizzazione sindacale nella propria azione, e quindi il discorso si
sposta necessariamente e torna alla politica del diritto, a una politica cioè che renda sempre meno
frequente la necessità del processo”235

Anche una volta che il sindacato conquistò, grazie allo Statuto, un

investimento particolare dalle istituzioni, in esso riaffioravano ancora le memorie

di sconfitte su sconfitte e di un atteggiamento ostile della magistratura - che aveva

sempre rappresentato un corpo estremamente conservatore - che contribuì alla

debolezza degli anni ’50 e ’60 di tutto il movimento sindacale. Al contrario dei

233
P. Martinelli, cit.
234
U. Romagnoli, Una nuova politica giudiziaria, in “Politica del Diritto”, 1972, n. 3-4, p. 363.
235
Le parole sono di B. Cossu, legale della FLM, nell’intervento alla tavola rotonda Sindacato e
politica del diritto, cit., pp. 13-14.

168
gruppi di base, per le grandi confederazioni sindacali si pose il problema di una

vera e propria politica giudiziaria, che comprendesse al contempo il rapporto con

la base e quello con gli operatori del diritto. Il rischio organizzazione era quindi

rivolto sia verso lo spontaneismo e i gruppi rivoluzionari, sia verso i giudici, che

con le loro sentenze avrebbero potuto mettere in discussione la forza assunta con

l’azione rivendicativa.

E’ su questo fronte che il sindacato invece riuscì in questi anni a saldarsi con

larghe fasce della magistratura, nel contesto italiano di forte declino dei partiti e

della figura emergente del giudice dissenziente. Il ruolo trainante del dissenso

giudiziario fu assunto dall’associazione dei Magistrati Democratici. Magistratura

Democratica (MD) nacque nel 1964, dalla crisi della cultura giuridica e del

parziale rinnovamento dell’organizzazione giudiziaria della Repubblica. Si erano

conclusi gli anni del rinnovamento delle strutture giuridiche e di applicazione

della Costituzione, con l’istituzione della Corte Costituzionale (1956) e del

Consiglio Superiore della Magistratura (1959). Ma “le ricadute sul sistema

giustizia, peraltro, furono inizialmente limitate, anche perché, nei primi anni

sessanta, arrivarono ai più alti gradi dell’organizzazione giudiziaria, non pochi

magistrati di diretta derivazione fascista.236 A ciò si aggiunse una forte

organizzazione burocratica della carriera, che di fatto rendeva la magistratura

ancora altamente omogeneizzata al potere politico, relegando il ruolo del giudice

in una posizione non autonoma rispetto alle ideologie dominanti, sorretto

dall’irrealistico dogma dell’apoliticità del giudice. Ciò si realizzava nella

repressione dei reati di opinione, nella gestione autoritaria dell’ordine pubblico e

236
L. Pepino, Appunti per una storia di magistratura democratica, in “Questione Giustizia”, 2002,
n. 1.

169
delle libertà civili. Lavoratori e sindacati, come abbiamo visto nella prima parte

del lavoro, furono le prime vittime di tale sistema di gestione della giustizia. E’

contro questo tipo di gestione che nasceva MD, nell’intento di democratizzare

l’organizzazione della giustizia e dotarla di strumenti efficaci a proteggere i

cittadini e i loro diritti costituzionalmente garantiti.237 Ma nel 1969, la vicenda

interna della mozione Tolin238 (supra, I parte, p. 147) si risolse con una scissione

a destra e con una radicalizzazione dell’associazione, in concomitanza con

l’autunno caldo. Con bomba la Piazza Fontana e l’inaugurazione della strategia

della tensione, MD assunse l’incarico di portare la contestazione di vecchi

schematismi e degli atteggiamenti autoritari delle istituzioni, direttamente

all’interno della magistratura italiana.239 Da allora le “contro-inaugurazioni”

dell’anno giudiziario, le proposte di referendum per l’abolizione dei reati

d’opinione, politici e sindacali e la ricerca di un legame con le forze politiche e

sindacali di opposizione, resero esplicito il dissenso sociale della figura del

giudice. Il dissenso sociale diffuso nella società italiana in crisi e la sfiducia verso

i partiti al governo, investì quindi anche larghe schiere delle istituzioni e tra questi

i giudici. Di fronte alla crisi di rappresentanza dei partiti e all’incapacità di questi

di gestire la contestazione, emergeva dunque la figura del giudice che sostituiva il

sistema istituzionale di garanzia delle libertà costituzionali dei cittadini e questo

con all’appoggio della più grande realtà politica e organizzativa della società

civile: il sindacato dei lavoratori. Ciò rese la politicizzazione del giudice ormai

237
Per le prime linee programmatiche di MD, si veda il documento presentato alle elezioni del
1964 per il rinnovo degli organi dell’Associazione Nazionale Magistrati, in “La magistratura”,
1964 settembre-ottobre, n. 9-10.
238
La mozione è pubblicato sul sito di MD www.magistraturademocratica.it
239
Su un’analisi generale della dialettica politica all’interno della magistratura italiana fino alla
prima metà degli anni settanta, si veda R. Canosa, P. Federico, La magistratura in Italia dal 1945
ad oggi, Bologna, Il Mulino, 1974.

170
una maturazione storica. E se il conflitto ebbe in quegli anni il luogo privilegiato

nella fabbrica e il tema principale inscritto nelle aspirazioni dei lavoratori,

l’intervento del giudice in questo campo fu di primaria importanza. Crescita della

domanda di giustizia e i conseguenti processi di declino del potere politico,

sempre più incapaci di rispondere alle aspirazioni della società civile

“[…] comporta[rono] un allargamento generale degli spazi di relativa autonomia delle varie
istituzioni pubbliche, che assu[nsero] funzioni più o meno di supplenza. La magistratura si presta
ad occupare con un ruolo specifico alcuni di questi spazi lasciati vuoti, perché [dovrebbe essere]
l’istituzione separata per eccellenza […]”240

Quale strumento migliore dello Statuto per incidere e sviluppare la lotta per il

cambiamento di Magistratura Democratica? E fu in questo solco aperto dalla

legislazione di sostegno e di riconoscimento garantista dei diritti dei lavoratori,

che si inserì l’opera di quei giudici che vedevano nell’applicazione dello Statuto

un vero e proprio contropotere del giudice rispetto al potere padronale241 e allo

stesso tempo una loro affermazione sociale in supplenza al potere politico. Tutto

ciò in una situazione politica e sociale, che attribuiva al giudice il dovere di

conoscere il sistema di fabbrica e i rapporti tra lavoratori e sindacati, sempre

connotati da una vivacissima situazione conflittuale.

“[…] l’intensità della frequenza dei contatti conflittuali tra le parti collettive delle relazioni
sindacali, accresciute dai caratteri della nostra situazione sindacale, moltiplicano le occasioni e la
complessità degli interventi mediatori del giudice e lo costringono ad attivare inusitate risorse
politiche di comprensione dei meccanismi e dei contenuti del conflitto del lavoro”.242

240
T. Treu, Azione sindacale e nuova politica del diritto, cit., p. 28.
241
G. F. Mancini, Il contropotere dei giudici: contenuto e limiti, in “Politica del Diritto”, 1972, n.
3-4, pp. 367.
242
G. Montera, L’applicazione giurisprudenziale dello Statuto e la cosiddetta “giurisprudenza
alternativa, in C. Smuraglia (a cura di), Lo Statuto dei lavoratori dieci anni dopo, Milano,
Unicopli, 1981, pp. 215-16.

171
Essendo i diritti dei lavoratori, il più grande dei tasselli di un mosaico di

“interessi diffusi della società”243 (ecologia, tutela del consumo,…), il giudice del

lavoro assunse una centralità inedita nel contesto degli anni ’70. Ma lo Statuto

aveva carattere policentrico ed esso era soggetto a una diversa interpretazione e

applicazione, che richiedeva valutazioni politiche al di là della tecnica giuridica.

Se poi a questo si aggiungeva il fatto che “la domanda di giustizia che lo Statuto,

direttamente o indirettamente incanala[va] verso il giudice sia già di per sé carica

di politicità (se non addirittura di istanze politiche antagonistiche), a causa dei

caratteri, prima ricordati, del contesto politico-sindacale da cui proviene, si

comprenderà come quella domanda non possa essere “trattata” con gli schemi

logici con cui tradizionalmente il giudice applica le norme”.244 E su questo aspetto

che i pretori aderenti a MD incisero profondamente in sede di applicazione dello

Statuto, non solo favorendo il ruolo del sindacato nei luoghi di lavoro anche

periferici del conflitto, ma anche rimuovendo tutti gli ostacoli che di fatto

impedivano l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori - sindacalizzati e non,

spontaneisti o moderati - all’organizzazione politica, economica e sociale del

Paese (art. 3 Cost.). Romano Canosa, parlando della sezione lavoro del tribunale

di Milano nel biennio ’70-‘72 ricordò:

“Eravamo in dieci, tutti aderenti a MD, tranne uno il quale, anche se “moderato”, non si
discostava di molto dagli altri nei contenuti delle sue decisioni. […] l’intento di utilizzare lo
statuto, nella misura più ampia consentita dalle sue norme, comune a tutti. Comune a tutti era
anche la disponibilità verso quanto di nuovo stava accedendo nelle fabbriche, tutto di nuovo, di
provenienza sindacale ortodossa o dei gruppi della “nuova sinistra”.245

243
S. Rodotà, Le due liberalizzazioni, in “Politica del Diritto”, 1971, pp. 189 ss.
244
G. Montera, cit., p. 222.
245
R. Canosa, Storia di un pretore, cit., p. 47.

172
Su questa linea interpretativa dello Statuto si collocano molte delle

acquisizioni di tutto il movimento operaio e sindacale, dimostrando di fatto che lo

Statuto lungi dall’essere solo un mezzo “per ricondurre i poteri dell’imprenditore

in una stretta finalizzazione delle attività produttive”246 e far entrare nella fabbrica

il sindacato-istituzione, possedeva al suo interno notevoli appigli giuridici efficaci

per la trasformazione dello stesso assetto gerarchico e organizzativo dell’impresa,

lasciando larghi spazi anche all’iniziativa e alle aspirazioni operaie e sindacali dei

gruppi informali. Una giurisprudenza, soprattutto pretorile, concentrata nelle zone

più avanzate del sindacalismo di tipo nuovo, ma che riuscì a influenzare e a

generalizzare acquisizioni nient’affatto scontate.

“Non bisogna infatti dimenticare il peso rilevante delle componenti di resistenza al nuovo
modello di relazioni industriali, quali i settori più arcaici del padronato, certamente non minoritari,
almeno numericamente, la vecchia cultura giuridica ancorata alla rigida astrattezza dei sistemi
giuridici, le fasce più arretrate della magistratura depositarie di poteri gerarchici all’interno del
corpo, all’uso dei quali non si è fatto a meno di ricorrere per “epurare” pretori colpevoli solo di
una rigorosa applicazione giuridica dello Statuto”247

Una di queste fu sicuramente lo sciopero, non regolato ma protetto dallo

Statuto. Si affermò nella giurisprudenza, la visione storicamente data dello

sciopero e intimamente legata alle scelte strategiche del movimento dei lavoratori

in una società democratica e pluralista. Alle rappresaglie padronali contro gli

scioperi a scacchiera e a singhiozzo, come anche contro l’innovativa lotta

dell’autolimitazione dei ritmi dei lavoratori a cottimo, questi risposero con

l’applicazione evolutiva dell’art. 28 ritenendole antisindacali e liberando il

movimento dei lavoratori dai quei lacci sulle modalità di lotta che stavano alla

246
G. Suppiej, Il potere direttivo dell’imprenditore e i limiti derivanti dallo statuto dei lavoratori,
in AA.VV., I poteri dell’imprenditore e i limiti derivanti dallo statuto dei lavoratori, atti del IV
Congresso di Diritto del Lavoro, Milano, Giuffrè, 1972, p. 26.
247
G. Montera, cit., pp. 229-30.

173
base della sua debolezza passata. Nella stessa prospettiva va vista la riscoperta

dell’art. 700 del c.p.c., che permetteva il ricorso al pretore qualora un diritto

riconosciuto fosse minacciato da un pregiudizio “imminente e irreparabile”. Tale

articolo fino a quel momento, fu utilizzato solo in materia di concorrenza sleale,

locazioni,…e la sua adozione nel processo del lavoro permise di accorciare i

tempi del processo. Ciò da una parte contribuì a dare soluzione parziale ad una

delle cause principali della sfiducia delle classi subalterne verso la giustizia e

dall’altra di dotare i lavoratori di un efficace strumento giuridico per evitare le

rappresaglie nei momenti di rivendicazione e disinnescare così contraccolpi alla

strategia di lotta adottata. Esso fu applicato in relazione alla reintegrazione in caso

di licenziamento (art. 18), nell’assegnare le mansioni originarie al lavoratore

trasferito indebitamente in un altro reparto (art. 13) e contro i trasferimenti

illegittimi applicando la lettera dell’art. 28. Lo stesso art. 700 c.p.c. fu un

importante mezzo per rendere effettivo il diritto alla reintegra sancito dall’art. 18

ed evitare che il regime di stabilità reale fosse di fatto inapplicato.248 In materia di

licenziamenti fu anche usato l’art. 612 c.p.c., utilizzato per rimettere forzosamente

in azienda il lavoratore retribuito ma non riammesso al lavoro. Sempre in materia

di licenziamenti, si affermò la giurisprudenza che ritenne illegittimo il

licenziamento disciplinare in violazione delle procedure riguardanti il potere

disciplinare previste dall’art. 7. Anche in materia di trasferimenti, la

“giurisprudenza alternativa” fece registrare molti casi in cui il pretore disponeva

svariati strumenti conoscitivi per valutare l’effettiva “genuinità” dei trasferimenti

248
Tutti i commentatori e le indagini sui primi anni di applicazione dello Statuto, sottolineavano la
scarsa applicazione del regime di stabilità reale e registravano invece la pratica diffusa
dell’indennizzo del lavoratore licenziato. Su tale aspetto si veda l’interessante sondaggio di M.
Fidanza, M. Magnani, Domanda di giustizia ed uso dello Statuto: un sondaggio a Monza, in
“Quaderni di rassegna sindacale”, 1974, n, 46, pp. 124 ss.

174
e valutare la presenza di atteggiamenti discriminatori (art. 15). Inoltre bisogna

sottolineare la capacità di trovare mezzi adeguati per far fronte alle lacune dello

stesso Statuto in materia di licenziamenti collettivi conseguenti alle

ristrutturazioni aziendali. Lo stesso si potrebbe dire del loro approccio verso l’uso

indiscriminato della CIG, come “strumento silenzioso al servizio della

ristrutturazione dell’azienda, il mezzo non sospetto per creare disoccupazione

slittante, l’artificio che uccide la lotta”.249

Da questo punto di vista quindi l’opera della “giurisprudenza alternativa” e di

MD in particolare, fu molto utile al sindacato per disinnescare i fattori

potenzialmente destabilizzanti dell’uso dello Statuto da parte delle forze

spontaneiste e rivoluzionarie, in una prospettiva di recupero anche in sede

giudiziaria degli attendismi che hanno caratterizzato l’atteggiamento del sindacato

nella prima fase di attuazione dello Statuto. Molte di quelle conquiste furono

acquisite dal sindacato e praticate anche nella seconda fase, anche se queste

avrebbero potuto minare il ruolo politico e sociale delle confederazioni. Tanto che

da parte padronale qualcuno affermò che

“La legge di sostegno ha colto quindi il sindacato in un momento di cambiamento di identità e


sviluppo, ancora sensibile ai contraccolpi emotivi dello “spontaneismo” e alla ricerca di modi
stabili per organizzare il consenso che, in ogni caso, stava rapidamente perdendo le connotazioni
originarie. […] Con tali premesse, appare comprensibile il motivo per cui il movimento sindacale
non ha accolto la proposta imprenditoriale, subito dopo l’approvazione della legge, di aprire una
fase di negoziati intesi a conferire concretezza operativa ai molti enunciati normativi contenuti
nella stessa legge che risultano formulati in modo tale da renderne problematica l’applicazione e
che richiedevano pertanto indirizzi interpretativi unitari.”250

249
M. Pedrazzoli, Il compagno pretore e le lotte operaie, in “Politica del Diritto”, 1972, n. 3-4, p.
377.
250
G. Randone, intervento al Seminario di Studi 29-30 Aprile 1974, L’esperienza dei primi anni di
applicazione dello statuto dei lavoratori, 1974, Roma, Fed. Naz. Cavalieri del Lavoro, p. 73.

175
Prendendo spunto da questa citazione, che tuttavia porterebbe a conclusioni

che escluderebbero un’analisi delle dinamiche interne al sindacato, si può a buon

ragione affermare che la dialettica tra movimento di base e organizzazione

sindacale, ancora molto forte nella prima fase di applicazione, fu presente anche

nell’uso dello Statuto, poiché permesso dal carattere ambivalente della legge e

quindi dalla sua aderenza alla realtà sociale. Di fronte ad uno strumento nuovo,

come quello giudiziario, il sindacato, impegnato nel consolidare il recupero sul

fronte delle politiche rivendicative e organizzative, fu obbiettivamente

impreparato nell’elaborare un’unitaria politica giudiziaria e ciò anche per il

rapporto con la dottrina e la magistratura. Fu questa che, grazie ai rinnovamenti

interni, ad una nuova autonomia sociale rispetto al potere politico e soprattutto

grazie alle punte più progressiste di tale processo, riuscì da una parte a dare

risposte alla forte domanda di giustizia proveniente dalle situazioni soggettive del

movimento dei lavoratori e dall’altra a porre le basi per attuare le intenzioni

principali della legge: quella di affidare al sindacato-istituzione il ruolo

privilegiato di rappresentante generale della classe operaia. Senza l’apporto

giurisprudenziale di questo filone della magistratura difficilmente la legge sarebbe

stata vista in generale come una delle più aderenti alla realtà sociale e quindi

realmente “riformatrice” delle relazioni industriali in Italia. Un problema che

investì gli stessi giuristi “riformisti” che più di tutti avevano sostenuto lo spirito

promozionale della legge e che si trovarono nel primo triennio di applicazione a

fronteggiare le opposte critiche provenienti sia “da sinistra” che “da destra”251.

251
In tal senso si veda la polemica in dottrina “a tre”, tra A. Converso, Lo statuto dei lavoratori, in
“Quale Giustizia”, 1970, n. 2 “da sinistra”, G. Pera, Interrogativi sullo Statuto dei lavoratori, in
“Diritto del Lavoro”, 1970, pp. 188-216, “da destra” e la risposta del riformista G. Giugni, I tecnici
del diritto e la legge “malfatta”, in “Politica del Diritto”, 1970, pp. 479 ss.

176
Questi tuttavia non riuscirono ravvisare nelle critiche provenienti “da sinistra” le

reali implicazioni su cui queste si basavano. Molte di queste critiche, nell’intento

di sottolineare la bontà della legge, furono tacciate di “vetero-costituzionalismo” e

pervase da un esasperato tecnicismo, per cui la conseguenza sarebbe stata quella

di smontare l’intera legge assieme alle critiche provenienti “da destra” perché

avrebbero avuto

“[…] una conseguenza cattiva; una conseguenza che fa il gioco della destra più retriva e
rischia di ritorcersi a danno dei lavoratori […] Il fatto è che nel mondo giuridico italiano non ci
siamo solo noi: intendo dire noi di “Politica del Diritto”, da una parte, il Comitato milanese coi
suoi più cauti maggiori, dall’altra, e, in mezzo, gli amici di “Quale Giustizia”.252

Non si ritenne, che promuovere il sindacato in quanto la “sola organizzazione

della classe operaia che sia dotata di “memoria”, di durata, che sia capace di

programmare e cioè di calcolare i costi e i benefici delle fasi di lotta e di

tregua”253, non poteva ancora essere disgiunto dal fatto che “il sindacato […]

proprio perché legato alla fabbrica, sia pure burocraticamente, soffriva un

travaglio reale: per esso, investito da una spinta senza precedenti, rinnovarsi era

una questione vitale, di sopravvivenza254. Non c’è dubbio che le critiche “da

sinistra”, in molti casi eccessive, avrebbero potuto screditare l’intera legge, ma

pensare che lo spontaneismo ormai fosse finito fu un errore di valutazione della

situazione politica. Le critiche invece ebbero un ruolo importantissimo per

permettere alle punte più avanzate della magistratura, di mantenere lo spirito di

una legge che dallo spontaneismo dell’autunno caldo fu fortemente influenzato. Il

252
G. F. Mancini, Sul metodo di alcuni giuristi della sinistra extraparlamentare, in “Politica del
Diritto”, 1971, n. 1, p. 105.
253
Ivi, p. 101.
254
A. Carlo, Le avventure della dialettica e lo statuto dei lavoratori, in “Critica del Diritto”, 1974,
p. 17.

177
peso politico delle vittorie inaspettate in sede giudiziaria fu fondamentale per

influenzare tutta la giurisprudenza che in quegli anni esprimeva un largo dissenso

per via della crisi polico-isittuzionale. MD riuscì a collegare il dissenso interno

alle istituzioni con il favore del movimento dei lavoratori.255

E tale giurisprudenza influenzò anche la seconda fase, caratterizzata da un

calo dei casi di uso spontaneista e da una stabilizzazione delle applicazioni in sede

giudiziaria, riuscendo a permettere l’entrata di un contropotere sindacale in

azienda con un consenso della base consistente. Questo fu dovuto principalmente

agli effetti della crisi economica e alle conseguenze che questa ebbe sulle strategie

del sindacato, descritte nel paragrafo sul contesto politico e sindacale, perché

“[…] lo Statuto è una legge elastica il cui contenuto muta col mutare dei soggetti che la
applicano e del contesto sociale in cui si inserisce; ciò avviene, in certa misura, per tutte le leggi,
ma il fenomeno della elasticità raggiunge i massimi livelli proprio nell’ambito giuslavoristico,
perché questa branca del diritto è legata in maniera immediata alla sfera dei rapporti di forza socio-
politici tra le classi.”256

In questo senso il dibattito sullo Statuto si inserisce nel più ampio dibattito

sull’ambivalenza delle trasformazioni del nuovo sistema di relazioni industriali e

di trattazione del conflitto nato dall’autunno caldo, cioè il fatto che

“esse sono conquiste della lotta operaia e strumenti di regolazione dei rapporti di classe,
superamento dell’arcaismo proto-capitalista delle relazioni industriali nel nostro paese e nello
stesso tempo canali di controllo della conflittualità di base da parte di un sindacato istituzionale e
di un management illuminato”257

C’è da sottolineare il fatto che nella seconda parte del decennio si inserì

l’opera della Corte Costituzionale e quella della Corte di Cassazione che,

255
G. Amato, Sistema giudiziario e dissenso sociale, in “Politica del Diritto”, 1972, pp. 308 ss.
256
A. Carlo, cit., p. 16.
257
A. Meucci, F. Rositi, L’ambivalenza istituzionale: sindacato e magistratura nell’applicazione
dello statuto dei lavoratori, in L’uso politico dello statuto dei lavoratori, cit., p. 135.

178
escludendo le applicazioni più estremistiche della legge, ribadirono in ultima

istanza il carattere promozionale della legge. Ne conseguì un’opera di

razionalizzazione delle interpretazioni della legge, che da un lato resero più

univoca la sua applicazione pratica e dall’altro smontarono le pretese più

conservatrici di demolirne la portata innovativa. Per quanto riguarda la

Cassazione, si registrò in questa fase un aumento delle decisioni consistente, che a

fine decennio sarebbero arrivate a oltre 700 decisioni.258 Essa si concentrò

prevalentemente sulle parti della legge più inclini al sostegno del sindacato (art.

19, licenziamenti e variazioni di mansioni degli attivisti sindacali e diritto

sindacale in genere), confermando l’acquisizione della legge soprattutto nei suoi

aspetti garantistici fondamentali e sindacali istituzionali. Anche la Corte

Costituzionale si pose sulla stessa tendenza di razionalizzazione e chiarificazione

della legge, nelle due sentenze che dichiaravano la costituzionalità dell’art. 19259 e

dell’art. 28 (n. 54 del 6 Marzo 1974). Per quanto riguarda l’art. 19, negando

l’incostituzionalità della norma, la Corte rilevò che i diritti sindacali in capo alle

r.s.a. in base allo stesso articolo, erano da attribuire alle organizzazioni sindacali

maggiormente rappresentative su scala nazionale evitando che “singoli individui o

piccoli gruppi isolati di lavoratori [si pensi anche al sindacato CISNAL], costituiti

in sindacati non aventi requisiti per attuare un’effettiva rappresentanza aziendale,

258
T. Treu, Una ricerca empirica sullo statuto dei lavoratori negli anni ’80, in “Giornale di diritto
del lavoro e di relazioni industriali, 1984, n. 23, p. 513.
259
La norma fu la prima ad essere rinviata in via incidentale già nel novembre ’70, Pret. Milano,
14 novembre 1970, in “Quale Giustizia”, 1970, nn. 5-6, pp. 49 ss. “[…] nessuna norma dello
statuto ha suscitato finora dibattiti più appassionati e polemiche più roventi […] e non è certo un
caso che essa sia stata anche il primo disposto oggetto di un’ordinanza di rinvio alla Corte
Costituzionale.” La citazione è di G. F. Mancini autore del più completo saggio in cui si commenta
il dibattito sull’art 19, Le rappresentanze sindacali aziendali nello statuto dei lavoratori, in
“Rivista Trimestrale di Diritto e Procedura Civile”, 1971, pp. 766 ss.

179
possano pretendere di espletare tale funzione[…].”260 Se da una parte da tali diritti

(alla contrattazione, a permessi retribuiti, referendum, trasferimenti dei dirigenti

sindacali,…) furono esclusi i gruppi dello “spontaneismo operaio”, dall’altra,

poiché attribuiti esclusivamente al sindacato-istituzione, si lasciava ad esso la

gestione del rapporto con le spinte provenienti della mobilitazione di base.

Non bisogna sottovalutare inoltre il progressivo declino della convergenza tra

le parti più progressiste e aperte della magistratura e l’arcipelago della “nuova

sinistra” operaista, che aveva ispirato un uso della legge molto avanzato e

progressivo. Alcuni di questi gruppi, come abbiamo visto, scelsero la via della

clandestinità e si unirono ai proclami delle BR e alla strategia fuori dalle fabbriche

di “attacco al cuore dello Stato”. Il sequestro del giudice Sossi, come altri gravi

episodi di violenza verso autorità di polizia e del sistema giudiziario, provocarono

uno scollamento della magistratura di sinistra e un progressivo appoggio di questa

ad un sindacato “più responsabile”. Ed in questo contesto che si inseriva la

progressiva sindacalizzazione dei consigli di fabbrica, descritta nel paragrafo

precedente. La presenza in questi di sindacalisti di professione e il declino della

loro elezione diretta su scheda bianca, ma anche la crescita del loro numero,

avrebbero permesso di incorporare i gruppi informali nelle strutture del sindacato-

istituzione e di garantirne i diritti previsti da tutto il Titolo III dello Statuto. E lo

stesso si può dire del parere sull’ uso dell’art. 28, che la Corte attribuisce ai soli

sindacati nazionali. Ciò avrebbe inaugurato la pratica da parte delle

confederazioni e delle federazioni di categoria, della sottoscrizione, da parte di

singoli o gruppi informali, di dichiarazioni volte a legittimare il ricorso diretto del


260
Le parole sono estrapolate dalla sentenza della Corte, citate nella relazione del prof. D.
Napoletano al Seminario di Studi 29-30 Aprile 1974, L’esperienza dei primi anni di applicazione
dello statuto dei lavoratori, 1974, Roma, Fed. Naz. Cavalieri del Lavoro, p. 19.

180
sindacato per accertare la condotta antisindacale. Una tendenza, quella delle Corti,

che si mescolò a “tutte quelle forze di opposizione – settori sindacali con

accentuata connotazione di classe, nuova sinistra operaia, giuristi e avvocati legati

alle lotte di classe […], giudici democratici – la cui azione” ebbe “un significato

opposto […]”, ma che con esse interagirono “nella comune lotta contro le

resistenze dei gruppi tradizionali e la disgregazione del sistema politico”261 In

effetti, sia nella prima che nella seconda fase, tutto il filone più conservatore del

panorama imprenditoriale italiano, denunciò la rigidità che la legge stava

comportando nell’utilizzo del fattore lavoro: le accuse all’art. 5 (controlli dei

lavoratori in caso di malattia) causa principale del aumento dell’assenteismo,

all’art. 13 (sulle mansioni) che non permetteva di disporre liberamente delle

maestranze, all’art. 18 (reintegrazione) che obbligava alla riassunzione o anche

sulla scarsa regolamentazione delle rappresentanze sindacali. Le critiche furono

più aspre proprio nel momento in cui incise di più la giurisprudenza e l’uso

alternativo della legge.

Ciò che bisogna rilevare quindi è che nella seconda parte del decennio,

nonostante la crisi economica, la domanda di giustizia e quindi la quantità dei

ricorsi relativi allo Statuto continuò a crescere, segno questo di un buon

funzionamento della legge per la risoluzione dei conflitti di lavoro. A ciò si

aggiunse anche una riduzione dei tempi dei procedimenti giudiziali e un aumento

delle cause conciliate. Tali andamenti furono il segno che “a livello processuale,

la costruzione concettuale [superò] il test in maniera soddisfacente e, nel

complesso, il rimedio giurisdizionale [funzionò] egregiamente”.262 Se poi a questo

261
G. Montera, cit., p. 229.
262
U. Romagnoli, Il lavoro in Italia, cit., p. 188.

181
si unisce il fatto, che dopo il boom iniziale (primi mesi del ’70) i ricorsi su materie

di tipo sindacale (Titoli III e art. 28) andarono diminuendo, mentre ci fu un forte

aumento dell’utilizzo individuale, l’intento di tutelare diritti individuali e al

contempo sostenere l’iniziativa del sindacato nei luoghi di lavoro, fu di fatto

raggiunto. I dati infatti sembrarono indicare

“[…] l’avvenuta acquisizione anche sul piano giuridico dei principi legislativi in tali materie,
che sono quelle più caratterizzanti l’obbiettivo promozionale della legge.”263

Acquisita quindi dagli attori sociali la presenza del sindacato nei luoghi di

lavoro (diminuzioni di cause relativi ai diritti sindacali) e la possibilità dei gruppi

informali di incidere in concerto con le strutture istituzionali del sindacato

(sentenze delle Corti di merito), la legge ebbe un uso prevalentemente individuale

concentrato sulle questioni del licenziamento (art. 18) e su quello dei trasferimenti

(art. 13). Ciò è da ricollegare alla situazione economica che sollevò maggiormente

i problemi di stabilità del posto. Si rivelò quindi anche un effetto extragiudiziale

importante indotto dallo Statuto: cioè l’uso ormai diffuso e capillare della

contrattazione collettiva e quindi del riconoscimento generalizzato dei consigli

come rappresentanze sindacali aziendali preposte alla contrattazione.

Nonostante le critiche imprenditoriali puntarono ancora sugli aspetti più

innovativi della legge, il dibattito sullo Statuto, tra operatori del diritto e sindacati

negli ultimi anni del decennio fu caratterizzato da un notevole ottimismo264, nella

comune valutazione che la legge fu “una delle poche riforme che non sono fallite”

263
T. Treu, Una ricerca empirica, cit., p. 506.
264
Si vedano le relazioni dei giuristi G. F. Mancini, T. Treu, U. Romagnoli , G. Giugni e gli
interventi dei sindacalisti P. Boni, R. Scheda, D. Valcavi, M. Colombo o anche di avvocati vicini
al sindacato e componenti dei consigli di fabbrica, in AA.VV., Lo statuto dei lavoratori: un
bilancio politico. Nuove prospettive del diritto del lavoro e della democrazia sindacale, a cura di
G. Arrigo, Bari, De Donato, 1977.

182
e che per certi versi ha “funzionato al di là delle aspettative degli interessati”265.

Detto ciò, il discorso si spostò inevitabilmente sulle lacune lasciate dallo Statuto e

sull’emergere di diversi casi di estromissione dal suo campo di applicazione o

addirittura di fuga in frode ad esso.266 Il tema era strettamente connesso al rapido

evolversi del contesto economico e del lavoro italiano: l’impossibilità di

applicarlo alle piccole realtà produttive al di sotto dei 15 dipendenti (art. 35) e agli

enti pubblici non economici (art. 37), rese questi articoli in contrasto tanto con

l’emergere consistente della “Terza Italia” e dei distretti industriali267, quanto con

il proliferare di enti pubblici, come anche con una strisciante ristrutturazione per

aggirare “lacci e lacciuoli statutari”268. I temi economico-sociali avrebbero

inaugurato il dibattito serrato attorno ai grandi cambiamenti degli anni ottanta, che

investì non solo le questioni politico-sindacali, ma anche quelle più

specificatamente connesse alla legge 300.

265
T. Treu, ivi, p. 24.
266
Si veda il capitolo secondo di P. Alleva, Il campo di applicazione dello statuto dei lavoratori,
Milano, Giuffrè, 1980.
267
G. Beccattini, Mercato e forze locali: il distretto industriale, Bologna, Il Mulino, 1987.
268
G. P. Alleva, cit., p. 3.

183
CAPITOLO II

GLI ANNI ’80

2.1 Premessa

Il decennio che ci apprestiamo a trattare si aprì con la prima crisi dello Statuto

nel pieno della sua giovinezza. Le numerose critiche rivolte per un decennio alla

legge 300, erano rimaste relegate a settori marginali della politica e della comunità

giuridica italiana. Ma la vicenda dei sessantuno licenziamenti alla Fiat le fece

riaffiorare in un sol colpo e fu così che si aprì il decennio in cui lo statuto fu

additato come uno dei principali mali della nuova società flessibile e tecnologica.

In effetti fino a quel momento lo Statuto era giovane e vitale e perfettamente

aderente ad una realtà socio-economica che non era mutata nei suoi caratteri

strutturali. Per questo i primi dibattiti sul presunto invecchiamento della legge,

assunsero un carattere chiassoso e in alcuni casi affrettato. Essenzialmente questa

prima crisi post-maturità aveva ragioni di carattere politico, perché correlate alla

crisi economica in cui si trovavano le aziende italiane e aggravate dal terrorismo

che entrava nelle fabbriche. Quindi questa prima crisi era frutto del più ampio

dibattito emergente circa l’eccessivo garantismo che l’azione organizzata del

movimento operaio era riuscito a conquistarsi. Tra il ’79 e l’80 la crisi economica

non era più sostenibile tanto per gli imprenditori quanto per i poteri istituzionali.

Per questo è utile nel primo paragrafo ripercorre gli albori del declino dello

Statuto.

Ma per parlare di invecchiamento dello Statuto bisognerà attendere la grande

rivoluzione tecnologica e il declino della grande fabbrica fordista, che nel

decennio ottanta muoveva i primi passi verso la “giapponesizzazione” della

184
produzione. Si dovrà per altro attendere il definitivo dispiegarsi della società post-

industriale e il declino del sindacalismo industriale, conflittuale e unitario. Solo

con l’avvio di questi processi lo Statuto effettivamente iniziò ad essere turbato nei

suoi caratteri essenziali, perché inserito in un contesto nuovo e pieno di

contraddizioni. E’ in questa tendenza verso il post-industrialismo e il post-

fordismo che vanno rintracciate le radici delle alterazioni della legge 300. Per

questo nel secondo paragrafo analizzeremo i mutamenti economico-sociali

principali e il contesto politico-sindacale in cui esso si concretizzò. Mentre nel

terzo ed ultimo paragrafo, daremo ampio spazio alle “avventure” dello Statuto in

questo nuovo contesto, ai tentativi falliti di modificarlo e a quelli messi a segno.

Al principio degli anni ’90 ne uscirà uno statuto alterato, rivisitato, ma ancora

vivo nonostante le burrascose avventure da esso intraprese.

2.2 La vicenda dei 61 licenziamenti alla Fiat alla vigilia della crisi

del garantismo nei luoghi di lavoro

A cavallo tra il ’79 e l’80, con il caso dei 61 licenziamenti alla Fiat di

Mirafiori, si assistette ad una svolta nelle relazioni industriali che inaugurò il

declino della centralità politica e sociale del sindacato industriale in Italia. Per un

decennio, la straordinaria conflittualità che aveva investito lo stabilimento Fiat, fu

il fiore all’occhiello del potere operaio organizzato nelle fabbriche. Un potere

edificato su “un insieme di valori, di regole, di comportamenti collettivi antitetici

rispetto all’ordine sociale preteso e ottenuto, nei due decenni precedenti,

dall’establishment vallettiano”.269 Un ambiente dominato dall’iniziativa operaia e

269
A. Salento, Postfordismo e ideologie giuridiche. Nuove forme d’impresa e crisi del diritto del
lavoro, Milano, F. Angeli, 2003, p. 29.

185
sindacale, una vera e propria “università della lotta” fu definita.270 Fu quindi

subito chiaro, agli imprenditori italiani, che la svolta nelle relazioni industriali

acclamata e sognata da un’intera generazione di dirigenze aziendali “illuminate”,

non poteva che partire dalla Mirafiori “capitale operaia”271. D’altronde la Fiat,

come accadde nel ’55, avrebbe rappresentato il luogo ideale per consumare le

sconfitte epocali del movimento sindacale. Ma la vicenda delle 61 sospensioni,

avviata il 9 ottobre ‘79, non rappresentò solo l’origine di una sconfitta, quella dei

35 giorni di sciopero a cui seguì la marcia dei 40.000272. Con essa ebbe inizio

parallelamente un dibattito strisciante sullo Statuto, già presente nel decennio

settanta, ma che in questo momento assunse caratteri del tutto nuovi e soprattutto

volti a mettere in discussione l’importanza politica e simbolica dello Statuto dei

lavoratori. Fu proprio la vicenda e la sconfitta del sindacato in sede giudiziaria, a

creare un clima politico che mise in discussione la “genuinità” della norma. Una

norma ormai entrata a far parte dell’universo simbolico di un intero movimento

sociale, ma che gli eventi del terrorismo e della violenza nelle fabbriche da una

parte e l’emergere di una “nuova soggettività operaia” dall’altra, contribuirono a

mettere in discussione per la prima volta. Solo nella seconda parte del decennio,

sulla scorta dei grandi cambiamenti degli anni ottanta, le “rughe” dello Statuto

vennero effettivamente a galla. Conviene quindi ripercorrere brevemente la “storia

interna”273 della vicenda e analizzare le polemiche politiche e giuridiche che ne

scaturirono. Esse contribuirono a porre l’attenzione di larga parte dell’opinione


270
G. Polo, I tamburi di Mirafiori, Torino, Circ, 1989.
271
M. Revelli, Lavorare in Fiat, cit., p. 9.
272
A. Accornero, A. Baldisserra, S. Scamozzi, Le origini di una sconfitta. Gli operai alla Fiat alla
vigilia dei 35 giorni e della marcia dei quarantamila, in “Politica ed Economia”, 1990, n. 12, pp.
33 ss.
273
Sulla vicenda processuale faremo riferimento principalmente alla testimonianza diretta di uno
dei più autorevoli componenti del collegio di difesa preposto dal sindacato, cioè G. Ghezzi, nel suo
Processo al sindacato, cit.

186
pubblica, delle parti sociali e degli operatori del dritto sul ruolo del garantismo nei

luoghi di lavoro.

Il 9 ottobre 1979 giunsero per raccomandata ai recapiti di 61 operai Fiat delle

lettere che recitavano tutte allo stesso modo:

“Le contestiamo formalmente il comportamento da Lei sin qui tenuto, consistente nell’aver
fornito una prestazione di lavoro non rispondente ai principi della diligenza, della correttezza e
della buona fede; e nell’aver costantemente mantenuto comportamenti non consoni ai principi di
civile convivenza sui luoghi di lavoro […]. In relazione a quanto sopra, e cioè tanto per le moralità
della Sua prestazione quanto per il comportamento da Lei tenuto in connessione con lo
svolgimento del rapporto di lavoro, Ella ci ha procurato nocumento morale e materiale […] nel
concorso di tali circostanze è divenuta impossibile la prosecuzione del Suo rapporto di lavoro”274

Tra l’altro secondo il contratto collettivo per la Fiat questi sarebbero stati

sospesi con effetto immediato. Tra i 61 molti appartenevano a collettivi operai o ai

gruppi della sinistra extraparlamentare, ma altri ancora erano dirigenti sindacali o

non lo erano più per via della loro posizione polemica verso la linea confederale

(linea dell’EUR). Se le lettere di licenziamento furono improvvise, certamente

esse non arrivarono a “ciel sereno”, anzi il cielo era già pesantemente rannuvolato

dalla montante violenza politica. In effetti da anni ormai, alla conflittualità e

all’asprezza dello scontro tra operai e dirigenze aziendali, si affiancava, un’opera

di violenza quotidiana al di fuori della fabbrica che colpì direttamente decine di

dipendenti Fiat. Oltre ad aggressioni e ferimenti, i terroristi avevano già ucciso per

ben tre volte. L’ultima volta il 21 settembre: ad essere assassinato fu l’ing. Carlo

Ghiglieno, responsabile pianificazione Fiat. Fu da quel momento che prese piede

la decisa reazione dei vertici Fiat, non solo contro il terrorismo, ma soprattutto

contro quelle lotte “dure” che contribuirono a creare “il grave clima che da tempo

si [era] istaurato nelle fabbriche” e che rappresentava il terreno adatto alla

274
Citato in ivi, p. 10.

187
strategia dei terroristi. Subito dopo l’agguato infatti, un nota informativa275

affidata alla stampa da Corso Marconi affermava che

“il clima trova troppo pavide coperture e costituisce il terreno fertile per le azioni criminose
che certamente hanno, all’interno delle fabbriche, le loro basi di appoggio”.

E ancora:

“la strategia della destabilizzazione, obbiettivo dichiarato dei terroristi, ferimenti e uccisioni
sono solo l’aspetto più doloroso e impressionante di quella campagna che passa per i sabotaggi
della produzione, le telefonate intimidatorie, gli atti di violenza sui capi: tutti fatti che concorrono
a creare quel clima di insicurezza nel quale il terrorismo si è sviluppato.”

Non è difficile, per i lettori più attenti di quotidiani, fare i conti e arrivare al

risultato sperato dalle dirigenze Fiat: è il sindacato ad essere “pavido” e a coprire

tale situazione di ingovernabilità della fabbrica. Due settimane dopo, per via

dell’ennesimo ferimento ai danni di Cesare Varetto, responsabile delle relazioni

industriali, partirono le lettere di licenziamento. E sulla stessa lunghezza d’onda la

Fiat diramò nello stesso giorno un “dossier terrorismo” in cui nella nota

introduttiva la Fiat dichiarava “di non poter distinguere

nel giudizio gli atti criminali che si sostanziano in ferimenti e uccisioni, da quegli atti che,
superando i limiti di un corretto confronto tra le parti sociali, finiscono per contribuire ad un clima
di tensione e di terrore”.276

Chi più del sindacato dovrebbe garantire il normale confronto delle parti

sociali? La nota diramata dalla Fiat e i conseguenti commenti di carta stampata e

televisione, contribuirono ulteriormente a dare all’opinione pubblica l’idea che il

sindacato fosse troppo debole non solo verso i terroristi, ma anche verso azioni di

violenza in genere. Ma intanto, nonostante i materiali per la stampa, la dirigenza

275
In “L’Unità” del 22 settembre 1979.
276
In “la Repubblica” del 10 ottobre 1979.

188
non diramò nessuna notizia sui fatti addebitati direttamente ai 61 licenziati. La

decisione della dirigenza Fiat di fare sul serio, venne confermata nello stesso

giorno, quando questa annunciò il blocco delle assunzioni delle circa 130 società

del gruppo. Il blocco per tanto si inseriva nella strategia “di favorire il ripristino

negli stabilimenti di condizioni che abbiano un minimo di normalità operativa”.277

Ed è chiaro che l’attacco veniva portato soprattutto ad un istituto specifico del

diritto del lavoro che limitava la selezione unilaterale dell’”operaio massa”: il

collocamento su base numerica. Ghezzi precisò che l’attacco al collocamento su

base numerica fu fatto

“non in quanto, però, appaia da riformarsi in relazione alla crisi profonda che oggi lo
caratterizza, di fronte alle continue scomposizioni che segmentano il mercato del lavoro[…] Ma
proprio in quanto si basa su una concezione di fondo, che lo vuole come una funzione pubblica
ispirata al principio dell’imparziale distribuzione delle occasioni di lavoro mediante criteri
obbiettivi.278

Inoltre celava l’attacco allo stesso art. 8 dello Statuto dei lavoratori, che di

fatto vietava indagini ai fini dell’assunzione: di fronte a terroristi e violenti che

rendono la fabbrica ingovernabile, indagini sulle maestranze erano indispensabili

per la stessa governabilità! L’attacco fu ancor più grave se si considera che lo

stesso collocamento era gestito dalle commissioni comunali e a Torino il

sindacato stesso aveva un ruolo rilevante nel selezionare le assunzioni.

Intanto i mass media continuarono la loro importante opera di formazione

dell’opinione pubblica critica verso gli istituti simbolici del mondo del lavoro,

ormai da ritenere non intoccabili per via della violenza che si andava sviluppando

nelle fabbriche. Il 20 ottobre su “Repubblica”, assieme ad un’intervista di E.

Scalfari fatta ad Agnelli sulla vicenda, venne pubblicato un dossier proprio sullo
277
Ibidem.
278
Processo, cit., p. 17.

189
Statuto dei diritti dei lavoratori, aperto da una firma prestigiosa del giornalismo

d’inchiesta italiano, Giorgio Bocca.279 E fu proprio il suo articolo di apertura dal

titolo Quella conquista democratica non è un testo sacro, a mettere in discussione

politicamente per la prima volta l’istituto simbolo del potere operaio e sindacale e

di conseguenza a far riemergere le critiche più care al padronato. Tutto l’impianto

dell’inchiesta, tra l’altro, era basato in questi termini. L’occhiello di apertura

recitava così: “E’ colpa dello Statuto dei Lavoratori se l’industria italiana è in

crisi? E’ da lì che nascono assenteismo e violenza? Dopo i casi Olivetti e Fiat,

Dossier ha chiesto di rispondere senza complessi a una domanda tabù: conviene

rivedere quella legge?” Torniamo all’articolo di Bocca. L’autore al principio

descriveva il contesto da cui lo Statuto scaturì e allo stesso tempo dava una

spiegazione di come questo diventò “un culto” per il movimento operaio.

Successivamente l’analisi si incentrò sul fatto che lo “Statuto è un testo

fortemente politico e a volte eccessivamente “da una parte sola”, qua e là con toni

di requisitoria verso gli imprenditori[…]”. E’ incredibile la somiglianza tra le

parole di Bocca e quelle espresse dieci anni prima da Randone, rappresentante di

Confindustria, il giorno dell’approvazione del testo alla X Commissione lavoro

del Senato (si veda parte I, cap. 3). L’analisi in poche parole era volta a dare dello

Statuto una visione per il quale il testo, fortemente politicizzato dalla sinistra

durante l’autunno caldo, era in quella fase troppo garantista, in un Italia in cui

crisi economica e il terrorismo, minavano la figura dell’imprenditore. Così

venivano ripercorsi i principali articoli della legge, che furono già oggetto di

critiche “da destra”: dall’articolo 1 (troppo vago e per questo permissivo verso

279
Statuto dei lavoratori. Chi comanda in fabbrica, in “la Repubblica – Dossier”, Sabato 20
ottobre 1979.

190
azioni violente), all’art. 5 (che permetterebbe l’assenteismo), passando per l’art. 8

(l’impossibilità di fare inchieste ai fini dell’assunzione potrebbe comportare il

rischio di assumere persone “dalla fedina penale nera”). Addirittura lo stesso

divieto di finanziare sindacati di comodo (art. 17) fu messo in discussione, poiché

“patentemente anticostituzionale: […] come se nella pratica non ci fossero periodi

in cui le aziende hanno sostenuto con denaro e altrimenti il sindacato operaio

preferendolo alle sabbie mobili dell’autonomia” Conclusione: “due cose ovvie:

come legge nel suo assieme è una conquista democratica; e che nessuna sacralità

impedisce di rivederla là dove patentemente non funziona.”

Le parole di Bocca, al di là del ragionevole giudizio sul fatto che una legge

può avere dei problemi di attualità e che quindi può essere in ogni momento

rivista e aggiornata, furono la prova più significativa di come la violenza terrorista

stava incidendo sulle dinamiche politiche e di come la sua sfida stava producendo

un effetto boomerang contro le conquiste democratiche del movimento operaio. E

ciò fu portato avanti da intellettuali, in questo caso G. Bocca, che avevano

impersonato per tutti gli anni ’60 e parte dei ’70 il ruolo del giornalista che usava

la penna per affermare nella società italiana maggiori diritti per le classi

subalterne. Tutto il dossier di Repubblica peraltro, si mosse verso questa

direzione: snocciolando dati sull’assenteismo e sui licenziamenti e comparandoli

con altri paesi280, come anche ricostruendo gli anni del “bastone nelle

fabbriche”281, tutta l’inchiesta seppur ben documentata, pose il lettore di fronte ad

una critica serrata all’eccessivo garantismo provocato dallo Statuto e causa prima

dei mali economici e sociali della società italiana. Unico dato di segno contrario,
280
Si veda l’articolo di L. Giustolisi, Licenziare all’estero.
281
Si vedano gli articoli di M. Maffai, Come finì il tempo della schiavitù, C. Sereni, Quando in
Fiat si reprimeva.

191
l’intervento del solito U. Romagnoli282 e la pagina in cui si interrogavano partiti e

sindacati sulla possibilità di cambiare lo Statuto.283 Anzi, tali interventi, che

difesero generalmente la legge, diedero al lettore la sensazione proprio di un

sindacato e di una sinistra politica attaccato al dogma dello Statuto intoccabile,

mentre rinvigoriva la visione di un sistema politico incapace di far fronte ai

problemi del paese.

Il sindacato da parte sua fu messo decisamente alle strette dalla strategia della

Fiat: che fare di fronte ad una strategia volta a danneggiare la controparte

sindacale? Ricorrere o no alla richiesta di fronte al giudice di una pronuncia di

comportamento antisindacale secondo le procedure dell’art. 28 o far ricorrere

individualmente gli operai usando l’art. 700 c.p.c. per violazione delle procedure

per il licenziamento? E’ chiaro che il sindacato era consapevole di non avere nulla

a che fare con il terrorismo, che minava la stessa esistenza delle strutture del

sindacato in azienda. Ma come fronteggiare l’impostazione data dalla Fiat che non

distinse più azioni terroristiche da azioni violente, quali anche sabotaggi, i

picchetti “duri” o anche i cortei interni e allo stesso tempo respingere la strategia

Fiat che palesemente cercava di imprimere una svolta in vista delle ristrutturazioni

che da tempo andava annunciando? E soprattutto, su che fatti si basava la Fiat

nell’accusare i 61 licenziati? La preoccupazione era quindi quella di assumere una

tattica che avrebbe difeso il contropotere sindacale respingendo le intimidazioni

della Fiat, ma che allo stesso tempo riuscisse a garantire davanti all’opinione

pubblica la visione di un sindacato responsabile di fronte ad eventuali eccessi. La

visione di un sindacato che non si “sporca le mani”. E anche per questo si

282
U. Romagnoli, Quello che ha capito il Sciur Brambilla.
283
No, cambiarlo non si può.

192
richiedevano a gran voce quali fossero le prove che incriminavano i 61 operai284.

Ma lo stesso sindacato al suo interno fu attraversato da molte spaccature, sia nella

base, sia tra i vertici e gli esperti del collegio di difesa. Le inchieste di G. Pansa su

Repubblica, ma anche molti interventi sull’Unità, descrissero la Fiat come uno

scenario infernale, dove la frustrazione e la violenza dei giovani si contrapponeva

ai vecchi operai, o anche alla stanchezza dei capi, stufi degli scioperi, delle

minacce e del disordine della produzione. Una tensione interna che si confermò

sia durante gli scioperi indetti contro i licenziamenti, come anche nell’assemblea

dei delegati al Palazzetto dello Sport del 16 ottobre.285 Una tensione interna al

sindacato che sarà palese qualche mese più tardi con la marcia dei 40.000. Inoltre,

come abbiamo visto, proprio sul fronte dell’opinione pubblica, la situazione non

fu facile per il sindacato. Si andava incrinando quel “felice connubio”286 tra una

generazione di intellettuali di settori diversi e il sindacato, su cui si edificò per un

decennio la forza culturale del sindacato. Cominciò a serpeggiare la c.d. “cultura

del sospetto”, cioè quella che imputava al sindacato di essere troppo garantista

verso atteggiamenti anche esagerati della lotta di classe.

“V’è, tra loro, chi argomenta, evidentemente già facendo propria una presunzione di
colpevolezza, nel senso che le garanzie formali vanno bene soprattutto per difendere gli innocenti,
[…] Come se, nei confronti di eventuali colpevoli, potessero giustificarsi processi sommari”287

284
Si vedano nei quotidiani degli stessi giorni le richieste ufficiali da parte dei dirigenti del
sindacato locale e di categoria.
285
Tutti gli organi di stampa riportarono i fischi della platea a L. Lama che nel suo intervento
affermò che “anche i capi sono sfruttati” e che quindi dovevano essere tutelati dal sindacato al pari
degli operai comuni, vedi “l’Unità” e “la Repubblica” del 17 ottobre 1979.
286
Cosi fu definito da G. Giugni in un articolo apparso su “la Repubblica”, 2 novembre 1980.
287
G. Ghezzi, Processo, cit., p. 25.

193
Una visione critica verso il sindacato provenne anche da intellettuali da

sempre schierati per le prerogative del sindacato e la bontà dello strumento

statutario. G. F. Mancini scrisse che:

“la violenza non è nel sindacato e tanto meno nelle sue istanze decisionali; è, come tutti
sappiamo, nella cultura di vaste face giovanili. Il sindacato se la trova davanti e finisce per
“mediarla” (cioè la usa e insieme la argina). Alla violenza, tuttavia, esso avrebbe potuto opporre
ben più di un argine se[…] non avesse per anni “acriticamente esaltato la democrazia assembleare
288
di fabbrica.”

Per Mancini quindi il sindacato si poneva in un rapporto ambiguo con l’odio

che pervadeva larghe fasce del mondo operaio giovanile, “un rapporto che

“in termini istituzionali si manifesta per solito come semplice accordo di mutua
irresponsabilità, ma talvolta si fa copertura politica o, peggio, difesa giuridica coi congegni offerti
dallo statuto dei lavoratori”289

Era palese la critica rivolta al sindacato di aver usato e non represso

comportamenti deprecabili delle frange più estremiste del movimento e di come

questi si servivano di strumenti giuridici garantisti, in primis lo Statuto, per avere

la libertà di agire in tal senso.

L’intervento di Mancini per altro si inserì nella polemica tra PCI e sindacato

già innescata dal duro intervento di Giorgio Amendola su Rinascita290, a proposito

della vicenda Fiat. Il leader comunista ritenendo il comportamento della Fiat folle

e tendente a spezzare il potere sindacale nelle fabbriche per uscire dalla crisi, si

chiese tuttavia

“[…] perché il sindacato si è fatto sorprendere dall’iniziativa padronale e non ha preso per
primo l’iniziativa di una lotta coerente contro ogni forma di violenza e di teppismo in fabbrica e
contro il terrorismo?[…] L’errore iniziale compiuto dal sindacato è stato quello di non denunciare
immediatamente il primo atto di violenza teppistica compiuto in fabbrica, come quello compiuto
nelle scuole […].”

288
G. F. Mancini, La lezione della Fiat, in “Mondoperaio”, 1979, n. 11, p. 5.
289
Ivi, p. 6.
290
In “Rinascita”, 9 novembre 1979.

194
Dagli interventi e le polemiche riportate sopra, non è difficile capire come la

FLM, “il sindacato guida” della classe operaia, si trovasse in una situazione di

difficile risoluzione. Per questo il sindacato scelse come prima mossa, l’assistenza

legale ai 61 nella richiesta di illegittimità dei licenziamenti per violazione delle

procedure, richiedendo la reintegra ai sensi dell’art. 700 c.p.c. Questa fu una scelta

del tutto politica poiché il sindacato, ricorrendo al “28” sarebbe stato costretto di

fronte all’opinione pubblica ad “affrontare il problema – così spesso rimosso, o

semplicemente rinviato nei tempi della soluzione – della legittimità o no di certe

forme di lotta all’interno della fabbrica (ad esempio, il pubblico dileggio o la

coercizione esercitata verso i “capi”)291. Tale problema non poteva essere rimesso

al giudice, in quanto tema tutto politico ed interno alle dinamiche sindacali. Per

questo si scelse in un primo momento la via che più di tutte avesse potuto palesare

i vizi formali del procedimento di sospensione adottato dalla Fiat292 e far emergere

la strategia di attacco messa a punto dall’azienda.

Già la mattina dell’8 novembre il pretore di Torino, Angelo Converso,

depositò il decreto nel quale accolse le istanze dei sospesi e dichiarò illegittimo il

licenziamento per vizi procedurali imposti dal contratto collettivo. Inoltre, in via

d’urgenza, ordinò la reintegrazione dei lavoratori, almeno fino al momento in cui

si sarebbe concluso il contraddittorio delle parti sui fatti addebitati ai lavoratori.

Ma ciò non avvenne e i lavoratori rimasero ancora fuori dai cancelli. La Fiat

291
G. Ghezzi, Processo, cit., p. 40. Lo stesso Ghezzi fu tra quelli che nel collegio di difesa,
assieme a L. Venutra e B. Cossu, criticò la proposta avanzata dalla FIM e da Tiziano Treu di fare
ricorso ai sensi dell’art. 28. Per questi i licenziamenti non potevano essere visti a sé stanti ed erano
insieme viziati da un comportamento antisindacale.
292
Per la precisione si decise che i 61 avrebbero dovuto sottoscrivere un documento di procura al
collegio di difesa e in cui si dichiarava di accettare i valori fondamentali del sindacato, di ripudiare
il terrorismo e le forme violente di lotta. Dieci dei licenziati si rifiuteranno di sottoscriverlo e
formeranno “un collegio alternativo”.

195
infatti si incaricò da una parte di far partire le lettere per una nuova disposizione

cautelare ai sensi del contratto collettivo e dall’altra rinnovò gli addebiti

disciplinari individuali secondo la procedura legale. Inoltre ottemperò all’ordine

di pagare le retribuzioni perse dai lavoratori sospesi. E a questo punto il pretore,

dopo aver sentito le parti, il 16 novembre dichiarò chiuso il processo e di fatto

accolse le tesi della Fiat confermando i licenziamenti. Insomma punto e a capo, e

da questo momento il sindacato non potette che ricorrere alla procedura prevista

dall’art. 28 in prima persona.

Intanto si vennero a sapere alcuni dei fatti di violenza addebitati ai 61: questi

andavano dai casi di rifiuto di lavorare e in genere di insubordinazione, a veri e

propri atti di violenza, di intimidazione alle strutture aziendali e anche sindacali e

di incitamento alla lotta armata.293

Non fu facile quindi per la FLM predisporre i contenuti del ricorso ai sensi

dell’art. 28, che fu depositato il 7 dicembre ‘79. Si ritenne la documentazione

della Fiat poco dettagliata e soprattutto non caratterizzata dalla distinzione tra lotte

“dure” e azioni palesemente violente e incivili sanzionabili penalmente. Inoltre si

imputò alla direzione aziendale di aver chiuso gli occhi di fronte a tali

atteggiamenti, non ricorrendo immediatamente al magistrato e rifiutando le

richieste degli operai di predisporre un proprio servizio d’ordine. Si sottolineò

dunque che l’intera strategia della Fiat, sia per il boicottaggio del servizio di

collocamento sia per le modalità con cui la direzione gestì tutta la vicenda in

special modo riguardo all’uso strumentale dei mezzi di comunicazione, mirava a

colpire il sindacato in azienda. Insomma si richiese al pretore di sanzionare come

293
La Fiat riferì addirittura di operai che avrebbero proposto ai compagni di lavoro la vendita di
armi all’interno degli stabilimenti.

196
antisindacale tutta la strategia Fiat, che non agendo preventivamente di fronte a

gravi fatti individuali, si serviva della situazione di ingovernabilità della fabbrica

per schiacciare tutto il movimento organizzato dei lavoratori.

La risposta della Fiat fu quella di giustificare il ritardo nell’intervenire sui fatti

addebitati ai 61, denunciando le difficoltà di esercizio del potere disciplinare,

perché interdetto dalle intimidazioni e dall’azione violenta degli operai estremisti.

Per i legali della Fiat, solo dopo la morte di Ghiglieno il potere disciplinare riuscì

a sbloccarsi e a funzionare, tramite l’individuazione e la sospensione di 61

lavoratori. Inoltre la parallela sospensione delle assunzioni si inseriva

nell’eccezionalità della situazione di ingovernabilità della fabbrica, per cui

l’assunzione numerica avrebbe potuto aggravare ulteriormente la situazione.

Il 17 dicembre si aprì il dibattimento. Inevitabilmente questo fu incentrato

sulla verifica della ingovernabilità della fabbrica e di conseguenza sulle forme di

lotta assunte dagli operai. C’era da accertare la tesi dell’eccezionalità della

situazione che avrebbe portato i vertici aziendali a tenere comportamenti il

sindacato riteneva viziati a un pregiudizio antisindacale. Dopo cinque giorni, il

pretore Denaro, depositò il decreto in cui respinse tutti i capi e i motivi del ricorso

della FLM. Di fatto venne accettata la tesi dell’azienda, sottolineando l’incapacità

dei vertici aziendali di usare il potere disciplinare di fronte a violenze e

sopraffazioni accertate. Inoltre il pretore respinse la tesi portata avanti dalla FLM,

secondo cui la Fiat avrebbe usato i mezzi di comunicazione secondo una ben

precisa strategia propagandistica per accreditare nell’opinione pubblica il fatto che

la lotta operaia fosse identificabile direttamente con il terrorismo e con

l’ingovernabilità della fabbrica. L’atteggiamento Fiat - argomentò il pretore -

197
“[…] non è antisindacale, a meno che non intenda identificare negli atti di violenza descritti i
propri strumenti di lotta, facendoli rientrare in un ambito “allargato” delle modalità dell’esercizio
del diritto di sciopero[…] In sostanza, il collegamento che la Fiat ha ingenerato è tra terrorismo e
quei fenomeni di violenza che nulla devono avere a che vedere con l’attività sindacale anche nella
sua definizione più evoluta in relazione alla attuale fase storica [mentre] nessun abbinamento
risulta invece con l’attività sindacale vera e propria.”

Nonostante il clamore provocato dalla vicenda, successivamente

all’emanazione del decreto, il dibattito politico e sindacale si spense. L’unico

dibattito che si sviluppò fu proprio quello sullo Statuto, non solo perché già

inaugurato dall’inchiesta di Repubblica, ma “anche perché, in questo caso, dalla

vicenda specifica dei 61 si trae[va] argomento per portare la discussione sul piano

di un giudizio più generale sul significato dello statuto dei diritti lavoratori a dieci

anni dalla sua entrata in vigore”294. Già Mancini, nel novembre ’79, cioè prima

della sentenza, affermò che

“Lo statuto dei diritti dei lavoratori postula e promuove il contropotere sindacale. Usarlo a fini
diversi costituisce una rottura dell’equilibrio voluto dal legislatore: ed è naturale che,
moltiplicandosi le rotture, sorga la domanda di rivederlo o, nei gruppi più retrivi, di tornare
all’equilibrio precedente”295

Lo stesso Mancini, intervenne sul tema con un articolo apparso su

“Repubblica”296, anche dopo la sentenza. Ritenne del tutto sbagliata la strategia

della FLM, poiché “con l’iniziativa del 9 ottobre la Fiat non voleva mettere alle

corde il gruppo dirigente dei metalmeccanici”, ma entrare nel dibattito interno

sulla gestione di “riottosi” e “irriducibili”. A ciò la FLM “poteva rispondere in

molti modi, anche duri. Il più rischioso era l’azione giudiziaria”. Per Mancini

quindi la sconfitta della FLM limitò i danni perchè

294
G. Ghezzi, Processo, cit., p. 135.
295
G. F. Mancini, La lezione della Fiat, cit., p. 5.
296
Id., Quei 61 della Fiat, in “la Repubblica”, 31 gennaio 1980.

198
“così come è andata, Agnelli ha avuto solo l’uovo: un precedente dotato di efficacia
dissuasiva rispetto ai comportamenti operai che giudica intollerabili. Ma, se avesse perso una
causa tanto improvvidamente drammatizzata dalla sua controparte, egli avrebbe ottenuto anche la
gallina: cioè la prova che il diritto del lavoro ha raggiunto un livello di garantismo incompatibile
con la governabilità delle fabbriche e, di qui, un poderoso argomento per il taglio delle sue punte
più acuminate. Sotto tiro, in questo caso, non sarebbero venuti unicamente i congegni preposti alla
repressione della condotta antisindacale e i limiti al potere di licenziare. Altrettanto minacciate
sarebbero state le norme che impediscono un controllo efficace sugli operai da assumere; quelle
che regolano il collocamento e quelle che vietano le indagini sulle loro opinioni politiche e sulla
loro vita privata. Sono – ci saremmo sentiti dire – garanzie buone per tempi meno ferrei, ma a
quanti terroristi o fiancheggiatori del terrorismo consentono oggi d’infiltrarsi nei luoghi di
lavoro?”

II giorno successivo fu Tiziano Treu a rispondere alle dure prese di posizione

di Mancini in un articolo apparso questa volta sul “il Manifesto”.297 L’autore,

contestò quanto detto da Mancini, quando questo “afferma che con i 61

licenziamenti la Fiat non voleva mettere alle corde il gruppo dirigente della FLM,

accusandolo di connivenza con il terrorismo”, anzi fu proprio questo il motivo di

tutta la strategia Fiat. Infatti analizzando la sentenza del pretore, Treu fece notare

che questo “per escludere l’antisindacalità dei licenziamenti […] ha detto che

l’ingovernabilità della fabbrica giustificherebbe i provvedimenti eccezionali” e ciò

non nel senso di giustificare una restrizione dei diritti individuali, ma

giustificando i licenziamenti proprio sul piano dei rapporti sindacali.

“La montatura dell’operazione dimostra che l’obbiettivo era quello di stabilire rapporti più
favorevoli in fabbrica. Ho sempre creduto (come immagino creda ancora Mancini) che lo statuto
dei lavoratori impone all’azienda delle regole di correttezza elementare sia nei rapporti collettivi
che individuali. Penso che la Fiat abbia violato le regole del gioco su tutti e due i piani. L’unico
modo per uscirne è dire che l’ingovernabilità sospende lo statuto dei lavoratori: ma questa è
appunto l’affermazione più grave.”

Il botta e risposta riprese a distanza di qualche giorno e andò dritto al nocciolo

del problema: l’attualità della legge 300 a dieci anni dalla sua approvazione. Fu

Mancini, di nuovo su “Repubblica”298, a prendere “il toro per le corna”. L’autore,

297
T. Treu, E’ proprio un bene che la FLM abbia perso contro la Fiat? Una risposta a Federico
Mancini, in “Il Manifesto”, 1 febbraio 1980.
298
G. F. Mancini, Le rughe dello statuto, in “la Repubblica” 7 febbraio 1980.

199
eclissando dalla polemica con Treu sulla vicenda dei 61 ed elogiando la legge,

parlò tuttavia per la prima volta di rughe dello statuto.

“Lo statuto rimane la maggior conquista sociale del centro-sinistra, ma, a dieci anni dalla sua
entrata in vigore, comincia a mostrare qualche ruga. Le rughe, per la precisione sono due, e a
procurargliele è stato lo sviluppo di una cultura operaia profondamente diversa da quella
dominante nell’epoca in cui la legge fu scritta. […] Quali fenomeni la mettano in luce è noto: da
un lato, la crescente richiesta di lavori multipli, di part time, di contratti a termine, di mansioni
precarie; dall’altra, gli innumerevoli comportamenti – antagonistici per i teorici della nuova
sinistra, devianti per tutti gli altri – che vanno dall’assenteismo al sabotaggio. […] Ebbene,
l’attuale domanda di rapporti flessibili mette in crisi – ed è la prima ruga – il garantismo dello
statuto: […] per i congegni che fanno di ogni posto o di ogni mansione un fortilizio difficilmente
espugnabile. E, d’altro canto, il diffondersi di condotte illegali mina – seconda ruga – la filosofia
del conflitto che lo statuto fa sua. […] La fabbrica, insomma, è divenuta difficile mentre lo statuto
supponeva una fabbrica facile: quella cosa recintata […] da cui si esce a ore fisse dopo aver
lavorato sodo o lottato con grinta e dignità.”

E di nuovo Treu, tre giorni più tardi, sempre su “il Manifesto”299, sostenne che

i problemi derivanti dall’emergere di una nuova “soggettività operaia” non

potevano essere risolti abbassando le garanzie per i lavoratori o emendando lo

statuto dei lavoratori.

“Di questo dobbiamo tenere conto [della nuova soggettività operaia - ndr]. Ma come reagire?
Non certo sospendendo le garanzie dello Statuto perché lo statuto dei lavoratori, come è inteso e
utilizzato del sindacato (in modo molto cauto) non legittima le forme violente di lotta. E perché i
problemi posti dal deterioramento delle relazioni industriali e sociali in Italia si possono e si
devono risolvere diversamente, almeno da parte delle forze democratiche e progressiste. Il compito
è più arduo, ed è di fronteggiare i motivi per cui la fabbrica è diventata più difficile; rimuovere le
cause sociali e politiche di un conflitto che risulta incontrollabile dal sindacato e da leggi anche più
rigorose delle nostre, come dimostra l’esperienza europea. Non si dimentichi che persino in
Germania e nei paesi scandinavi la stragrande maggioranza dei conflitti, in questi ultimi anni,
sfuggono al controllo del sindacato e della legge.”

Con questo scambio di opinioni, tra due storici sostenitori della legge 300 e

del riformismo giuslavorista, si aprì per la prima volta un dibattito critico sullo

statuto e ciò avvenne, come abbiamo visto, in conseguenza agli eventi giudiziali e

politici dei licenziamenti Fiat. Si andava delineando, nel contesto degli anni di

piombo, il dibattito tra chi, come Mancini, riteneva che a distanza di anni lo

299
T. Treu, Lo statuto dei lavoratori è troppo vecchio per una fabbrica più difficile e più giovane?
Una polemica con Federico Mancini, in “Il Manifesto”, 10 febbraio 1980.

200
Statuto presentasse delle incongruenze con lo sviluppo delle domande della nuova

soggettività operaia e che queste dovevano essere assestate modificando alcuni

tratti essenziali della legge o della disciplina da essa regolata anche

indirettamente. A ciò si rispondeva, come fece Treu, che tali sviluppi, essendo

interni alla classe operaia, dovevano essere guidati dalle forze progressiste e

democratiche, senza ridimensionare o rimodellare la lettera della legge e anzi

approfondendone la lettera rimasta morta.

Il tema si ripropose nei mesi successivi, nei consueti convegni sulla legge a

dieci anni dalla sua approvazione. In uno di questi, quello organizzato dalla

Fondazione G. Brodolini300, sempre molto attenta ai cambiamenti in atto nel

movimento dei lavoratori e nella società, parteciparono proprio i due contendenti

della disputa di cui sopra. Mancini, nella sua relazione301, ripropose il suo schema

interpretativo legato alle conseguenze sulla legge della emergente nuova

soggettività operaia. Per l’autore infatti non c’era dubbio “che [era] la filosofia

dello Statuto ad essere entrata in crisi”, perché fondata sulla rigidità nell’uso della

forza lavoro e sul modello di fabbrica “facile”, in cui la conflittualità era

rappresentata dal “soggetto storico classe-operaia” che contestava “la durata, la

gravosità, la retribuzione non l’etica del lavoro”. Mancini sottolineava la presenza,

in quel momento storico, di una sempre maggiore richiesta di lavori “multipli,

interinali, part-time, lavori a termine” e il fatto che il soggetto di riferimento del

conflitto sembrava essere sempre più quello “empirico-lavoratore singolo” che

contestava l’etica stessa del lavoro. In questo senso la conflittualità “si [faceva]

sempre più dura, più violenta”. L’autore, nonostante dichiarava di non voler

300
AA.VV., Lo Statuto dei Lavoratori dieci anni dopo, Venezia, Marsilio, 1981.
301
G. F. Mancini, Statuto e nuova soggettività operaia, in Ivi, pp. 15 ss.

201
identificare le sue critiche allo Statuto con quelle che da anni provengono dalla

parte padronale (art. 5 assenteismo e art. 8 indagini sui lavoratori vietate) e che

non avessero “senso in [quella] fase interventi legislativi che potino i rami secchi

del vecchio garantismo”, propose comunque di aggirare tali punti critici, tramite

l’azione contrattuale e anche legislativa. Propose, ad esempio di riformare tutto il

sistema di collocamento, come anche di abolire “quella ormai intollerabile legge

18 aprile 1962, n. 230, sul contratto a tempo determinato”. Sul tema della

conflittualità poi, alla dichiarazione di non voler cambiare la lettera dell’art. 28

dello Statuto, affiancò proposte di intervento per “introdurre procedure, introdurre

regole e anche, quando sia necessario, di dare luogo a rinunce.” E’ palese come

Mancini, da sempre grande sostenitore della legge, in quel momento storico in cui

ravvede delle rughe nello Statuto, cerchi da una parte di mettere in rilievo il più

possibile queste rughe e dall’altra di non identificarsi con chi da un decennio

criticava la legge “da destra”, proponendo non interventi di modifica, ma di

“aggiramento” per far fronte alle rughe stesse. Talaltro, lo stesso Mancini, nello

stesso anno, dichiarò proprio riguardo allo Statuto, che ognuno “ha il diritto di

cambiare opinione al massimo ogni dieci anni.”302

Diverse le impostazioni su cui si mosse la relazione di Treu303 che in prima

istanza elogiò la legge e il suo buon funzionamento, in quanto i suoi principi più

importanti “in questo decennio sono stati acquisiti dalla società italiana, e

soprattutto in gran parte delle aziende, quelle a cui lo Statuto si dirigeva

beninteso, cioè l’area forte del lavoro.” E ciò per l’autore “non [era] una cosa da

poco”. Per Treu non esisteva un problema di rughe dello statuto: ciò che
302
G. F. Mancini, Terroristi e riformisti, Bologna, Il Mulino, 1981, p. 7.
303
T. Treu, Statuto e prospettive di democrazia industriale ed economica, in AA.VV., Lo statuto
dei lavoratori dieci anni dopo, cit., pp. 21 ss.

202
bisognava verificare era il ruolo della fabbrica nei rapporti con la società e “la

società nei rapporti con lo Stato”. L’autore dichiarò che

“se volessimo cominciare con una controbattuta rispetto a quella delle “rughe” io non credo
che lo Statuto nella sua normativa essenziale abbia delle rughe, sia invecchiato per così dire.
Secondo me lo Statuto è accerchiato, non è riuscito cioè a mettere in moto un processo che doveva
continuare, portare alcune indicazioni fino in fondo. […] Quindi, in questo senso, mi pare che è un
problema non di “rughe” ma di limiti e di incapacità delle forze che dovevano portare avanti il
discorso, appena cominciato dalla legge, della trasformazione della vita in fabbrica, di rispondere a
queste nuove esigenze dei giovani, me è un problema che lo Statuto non voleva e non poteva
risolvere”

Per Treu quindi il problema si poneva politicamente verso quei soggetti

preposti al cambiamento e che avrebbero dovuto e che dovranno in futuro, capire

l’evoluzione della fabbrica e del lavoro nella società italiana.

“Credo quindi che il problema centrale sia la riverifica della realtà di fabbrica. Il garantismo
non è sufficiente, non basta garantire dall’arbitrio padronale i lavoratori per risolvere i problemi
della fabbrica. Questo non significa, ovviamente, che il garantismo vada né abolito né
ridimensionato. Inoltre bisogna distinguere tra rigidità e rigidità; io credo che la rigidità sia
inevitabile per quanto riguarda le norme di tutela delle libertà, che non sono negoziabili. Ci sono
invece rigidità che sono invece adattabili, vanno storicizzate.”

Comunque sia al principio del decennio ’80 lo Statuto, per via degli eventi

degli anni di piombo e in modo specifico per via della vicenda dei 61

licenziamenti, veniva messo sotto accusa per l’eccessivo garantismo che dava ai

lavoratori nelle aziende. Si può quindi affermare che lo Statuto venne

“accerchiato” politicamente, da chi, a destra come a sinistra, riteneva che esso

fosse la causa materiale e simbolica di eccessivo garantismo e quindi di

permissivismo anche verso la libertà di azione dei gruppi violenti e terroristi. Ma

questo processo di accerchiamento politico era strettamente connesso ai primi

segnali di crisi che attraversarono il movimento operaio e il sindacato industriale

consolidatosi nel decennio ’70. L’emergere di una nuova soggettività operaia,

poco dedita al lavoro di fabbrica e alla rigidità della catena di montaggio, inoltre

203
avveniva parallelamente alle strategie di ristrutturazione aziendali post-fordiste

sempre più auspicate da larghi settori dell’imprenditoria italiana. In questo senso

lo Statuto, legge fordista, operista e industriale per eccellenza, come rilevò

Mancini, indubbiamente veniva vista come legge non più aderente tanto alle

aspirazioni della nuova soggettività operaia, quanto a quelle di superamento del

fordismo auspicate dagli imprenditori per uscire dalla crisi economica.304

2.3 Verso una società post-industriale. Produzioni post-fordiste e

crisi politico-sindacale della classe operaia

Gli anni ottanta furono gli anni del declino della “Società industriale” e della

produzione taylor-fordista. In tutti i paesi occidentali si assistette a cambiamenti

epocali delle caratteristiche essenziali del capitalismo avanzato basato sulla

centralità della grande industria e sulla produzione industriale di massa.

L’emergere di un consumo sempre più stratificato e particolareggiato, la

straordinaria impennata del commercio internazionale e l’avvento di nuove e

potenti tecnologie, mutarono per sempre i paradigmi e le categorie di riferimento

su cui si era basato lo sviluppo economico per circa mezzo secolo. Si aprirono le

porte alla c.d. “società dei servizi” e a diverse esperienze produttive post-

industriali e post-fordiste. Anche l’Italia, seppure in ritardo rispetto ad altri paesi,

fu attraversata da questi cambiamenti e ciò ebbe notevoli conseguenze per il

mondo del lavoro e le organizzazioni storiche del movimento operaio che si erano

sviluppate proprio in risposta di un determinato modello di sviluppo, cioè quello

industriale e fordista. Nonostante l’Italia rappresenti un caso particolare, anch’essa

304
In questo senso, cioè all’eccessiva rigidità della forza lavoro causata dallo Statuto, si veda
l’intervento al convegno della Fondazione G. Brodoloni, di E. Massacesi, presidente dell’Alfa
Romeo, in Ivi, pp. 67 ss.

204
può a buon ragione essere inserita in questo processo di generale superamento

dell’industrialismo taylor-fordista.

Già alla metà degli anni settanta l’economia italiana faceva registrare una

diminuzione degli occupati e del valore aggiunto derivanti dal settore secondario e

un aumento consistente dei servizi305. Ma questo movimento,

“per l’Italia […] nel periodo 1970-’80 può essere considerato il decennio di preparazione
all’avvento post-industriale. Negli anni successivi, infatti, l’andamento dell’occupazione italiana
segue la strada della terziarizzazione, indicandone meglio la direzione”.306

Una società, tuttavia, in cui è lo stesso sistema produttivo a intraprendere

nuovi modi di produrre, grazie all’apporto delle tecnologie applicate e a nuovi

modelli organizzativi. E’ questa la chiave di lettura per capire i mutamenti del

decennio, cioè quella di non registrare un semplice aumento di carattere residuale

del settore terziario classico, ma di rintracciare in questi anni la crescita

prorompente di un “terziario avanzato” direttamente applicabile alla produzione di

valore e quindi fortemente incisivo sulle dinamiche produttive e quindi

occupazionali. Una dinamica messa in moto dalla nascita di una serie di nuovi

servizi, come le società di consulenza, di comunicazione e di ricerca applicata, di

marketing, di informatica e software, caratterizzate da una straordinaria capacità

trainante per tutto il sistema economico, tanto da incidere sugli stessi modelli

organizzativi e aziendali della produzione. Questo nuovo corso dell’economia

mise in discussione quella “società entro la quale, indipendentemente dalla forma

di governo, i più importanti rapporti e relazioni sociali, la stratificazione sociale,

305
Nel 1973 gli occupati nel settore servizi (44,9%) superavano quelli nel settore industriale
(38,4%), fonte in F. Somigliano, D. Siniscalco, Terziario totale e terziario per il sistema
produttivo, in AA.VV., Il terziario nella società industriale, Milano, F. Angeli, 1980, p. 29.
306
G. Natoli, L’avvento post-industriale in Italia, in “Sociologia del Lavoro”, n. 28, 1987, p. 173.

205
le principali istituzioni economiche e politiche, le forme del potere e del dominio,

la cultura materiale e non materiale, sono condizionati e improntati più che da

ogni altro fattore dalla presenza e dall’attività dell’industria [fordista], dallo

sviluppo delle [grandi] aziende industriali, dal lavoro [parcellizzato] nelle

fabbriche”.307 Ciò che vogliamo affermare è che il decennio ottanta, nonostante

rimase un periodo di transizione, fu teatro di un vero e proprio cambiamento

strutturale dell’economia italiana, che di fatto portò al superamento della “Società

Industriale” e che ebbe conseguenze rilevanti sul modo di lavorare e quindi sui

diritti dei lavoratori e sulle dinamiche politico-sindacali. Settori chiave di questa

crescita del terziario, sia pubblico che privato, furono quello finanziario, delle

telecomunicazioni e quello sociale, come anche nella vendita commerciale al

dettaglio. Per tutto il decennio l’Italia dimostrò quindi una sufficiente vitalità sia

per quanto riguardava i servizi destinati al consumatore che per quelli destinati

alla produzione.

In questo contesto di tendenza alla terziarizzazione dell’economia, la grande

industria italiana per tutto il decennio si adoperò per il superamento dei vecchi

modelli di produzione e di organizzazione aziendale, sfruttando le nuove

opportunità fornite dalla rivoluzione informatica. Se gli anni ’50 e ‘60 furono gli

anni dell’espansione della grande industria fordista sul modello nordamericano e

dell’investimento nella grande produzione di beni standardizzati per sfruttare le

economie di scala, gli anni ’80 furono invece gli anni in cui si cercò una via di

uscita dal modello organizzativo che aveva determinato la nascita del

neocapitalismo in Italia. Già dalla seconda metà degli anni settanta le maggiori

307
L. Gallino, “Società Industriale”, in Dizionario di Sociologia, Torino, Utet, 1978, p. 627.

206
imprese pubbliche e private, sotto la pressione della conflittualità operaia,

dell’emergere di una nuova concorrenza internazionale e della crisi petrolifera,

operarono per una consistente ristrutturazione, provvedendo a decentralizzare

alcune fasi della produzione e ad introdurre alcune tecnologie nei processi

produttivi. Ma fu nel decennio ’80 che queste iniziarono quel processo di

“flessibilizzazione” e “giapponesizzazione”308 che segnò la prima fase post-

fordista dell’industria italiana. Una fase di cambiamenti epocali, che proprio negli

anni ottanta andò assumendo, non certo una svolta facile ed immediata, ma i

connotati di una vera e propria transizione verso modelli produttivi alternativi al

taylor-fordismo. M. Revelli così ha descritto queste trasformazioni, osservando i

grandi temi politici e sociali cui assisteva alla metà degli anni ’90:

“Esse affondano le radici in un quadro di trasformazione epocale dei processi di lavoro e di


organizzazione produttiva: per la precisione in quella che chiamerei la fase di transizione dal
modello fordista-taylorista che ha segnato a fondo il Novecento, e ha rappresentato, fino ad ora, il
contesto e l’ambiente in cui si è sviluppato il conflitto sociale e si sono strutturate le forme
organizzative della rappresentanza politica, a un nuovo modello, a un nuovo paradigma produttivo
di cui s’incomincia appena ora a intravedere le linee portanti, e che si può chiamare, per
semplicità, “postfordista”, a sottolineare il carattere incompiuto, di “transizione”, appunto.”309

Si può a buon ragione affermare che fu il decennio dell’incontrastata ricerca

per affermare un nuovo liberismo, cioè un nuovo modo di produrre e di gestire la

forza lavoro, secondo paradigmi del tutto nuovi rispetto alla società industriale e

taylor-fordista. Il senso dello sviluppo illimitato e la sicurezza di produrre grandi

quantità di beni sicuramente vendibili nel mercato interno e internazionale,

308
Con questo termine intendiamo riferirci ai modelli organizzativi introdotti dalla scuola
giapponese, basati sulla produzione flessibile in alternativa alla produzione di massa tipica del
modello americano fordista.
309
M. Revelli, Economia e modello sociale nel passaggio tra fordismo e toyotismo, in P. Ingrao,
R. Rossanda, Appuntamenti di fine secolo, Roma, ManifestoLibri, 1995, p. 161.

207
entrarono in crisi in un contesto di forte differenziazione dei mercati, dominati da

una crescita lenta e da una competizione sempre più globale e agguerrita.

“La dilatazione ad libitum dei volumi produttivi secondo dinamiche lineari non può più
rappresentare il terreno su cui regolare la dinamica costi-profitti. E di conseguenza devono essere
radicalmente mutate tutte le regole organizzative che dominavano in una struttura produttiva
“centrata sulla crescita”.310

Quindi non si assistette semplicemente ad una crescita fisiologica del settore

terziario in un’ottica di sviluppo lineare del capitalismo che va

“deindustrializzandosi”, ma soprattutto ad una ricerca costante di sperimentare

nuovi modi di produrre in un’ottica post-industriale che del settore dei terziario

avanzato avrebbero avuto estremamente bisogno. Questa volta la “stella polare”

del nuovo corso fu fornita da modelli organizzativi più flessibili e meno rigidi, a

cui le stesse grandi organizzazioni dei lavoratori erano riuscite a rispondere e a

proporre con la propria azione conflittuale, una propria “rigidità operaia”.

L’imperativo fu quello di snellire, flessibilizzare, eliminare inutili formalismi

produttivi e individuare valore aggiunto nella cooperazione della manodopera e

nella ricerca di prodotti nuovi, differenziati e rispondenti ai gusti individuali del

consumatore.

“In questo nuovo modello non si puntava più a macchine specializzate per la fabbricazione di
prodotti standardizzati, ma su macchine polivalenti che utilizzavano automatismi flessibili per
fabbricare un ampia gamma di prodotti”311

Nonostante in Italia, come vedremo, questo processo ebbe sue caratteristiche

(e sia attualmente ancora in fase di attuazione) si può certamente affermare che le

maggiori aziende del paese tendevano verso una non facile acquisizione di

310
Ivi, p. 178.
311
P. Ginsborg, L’Italia nel tempo presente. Famiglia, società civile, Stato 1980-1996, Torino,
Einaudi, 1998, p. 27.

208
modelli di organizzazione della produzione di tipo “toyotisti”, della ricerca

ossessionata della c.d. lean production o della costruzione della “fabbrica

integrata”. Tale processo sembra ancora in corsa al principio del nuovo secolo e

ha avuto diverse applicazioni nei vari paesi occidentali e nonostante i modelli di

organizzazione di riferimento siano nati e si siano sviluppati in Giappone negli

anni ’50, si può certo rintracciare già dagli anni ‘80 una tendenza comune a tutto

l’occidente e in esso anche in Italia. Come suggerì un acuto studioso francese,

“[…]questa constatazione non li priva [i nuovi modelli organizzativi provenienti dal Giappone
– ndr] affatto della loro valenza generale, o per essere ancora più espliciti, della loro
“trasferibilità” ed applicabilità in spazi socio-economici differenti da quelli nei quali e per i quali
queste tecniche sono state concepite.”312

Lo stesso Coriat, che preferiva identificare i nuovi modelli di produzione con

una vera e propria corrente che chiamava “ohnismo”313, sottolineava che

“nell’ohnismo c’è del “particolare” e dell’”universale”, ma né più né meno di

quanto c’è ne sia (o fosse) nel taylorismo o nel fordismo.314 E’ utile quindi

descrivere brevemente le caratteristiche essenziali del toytotismo per poi

focalizzare l’analisi sull’esperienza italiana degli anni ottanta.

La caratteristica principale, ovvero il cuore della produzione post-fordista, è

quella di diversificare il prodotto e di renderlo il più possibile aderente alle

richieste del mercato. Quindi ad un metodo di produzione basato sulla produzione

standardizzata di massa, si contrappone al rovescio la c.d. “produzione snella” in

piccole serie di modelli diversificati. Una produzione che sfugge al mercato

312
B. Coriat, Ripensare l’organizzazione del lavoro. Concetti e prassi del modello giapponese,
Bari, Dedalo, 1991, p. 14.
313
Questo perché nella letteratura numerosi studiosi tra cui lo stesso Coriat, nello studio del
modello di produzione giapponese fanno riferimento a Taijchi Ohno, autore giapponese dell’opera
fondamentale Lo spirito Toyota, scritto negli anni ’70 e pubblicato in Italia da Einaudi nel 1993 e
introdotto tra l’altro da M. Revelli.
314
B. Coriat, cit., p. 14.

209
fordista standardizzato e che rovescia le logiche delle economie di scala. Per fare

ciò c’è bisogno di una “fabbrica minima”, flessibile e senza nessuna fonte di

spreco. L’imperativo è quindi quello di ridurre al minimo le scorte di magazzino,

il lavoro in esubero e i tempi morti. La fabbrica deve integrare e sincronizzare le

fasi produttive per rispondere giusto in tempo (just in time) all’ordine del

consumatore.

“Tre giorni di lavoro di un’intera squadra per sostituire i giganteschi stampi delle grandi
presse […] erano tollerabili quando quella determinata componente doveva esser prodotta in
milioni di esemplari […] Ma ora, quando la produzione si struttura in piccoli lotti, quando la
crescente diversificazione e personalizzazione del prodotto accorcia drasticamente i differenti
sotto-cicli produttivi […] ogni ora di lavoro perduta nell’alloggiare l’utensile, ogni uomo
impiegato nel preparare la macchina a produzione ferma è una perdita secca.”315

E’ chiaro quindi che, oltre ad una notevole massa di informazioni esterne

provenienti dal mercato e servizi per il mercato, il sistema produttivo deve

necessariamente fornirsi di un sistema generale di informazioni interne, capace di

controllare tutte fasi della produzione per rendere la produzione snella e

“sgrassata” da ogni tipo spreco e di errore sopravvenuto. La fabbrica si trasforma

in una specie di tubo di cristallo316 dove ogni operazione errata o un qualsiasi

intoppo possa essere immediatamente visibile tramite l’apporto di tecnologie

informatiche capaci di creare un sistema informativo interno al processo

produttivo. Ci riferiamo a dispositivi informatici capaci di comunicare al

momento stesso il sorgere di un problema nella fase produttiva dove esso

sopravviene, valutarne la sua entità e di provvedere velocemente alla sua

risoluzione, il tutto senza compromettere l’intero processo produttivo. Tale

modello quindi tende alla “qualità totale”. Inoltre non è affatto necessario che
315
M. Revelli, Economia e modello sociale, cit., p. 179.
316
G. Bonazzi, Il tubo di cristallo. Modello giapponese e fabbrica integrata alla Fiat Auto,
Bologna, Il Mulino, 1993.

210
tutto il processo produttivo debba essere realizzato all’interno di un unico

stabilimento. Anzi, la produzione snella predilige un’organizzazione a rete, cioè

una serie di piccole unità produttive fornitrici e sub-fornitrici, specializzate nella

produzione delle diverse componenti del prodotto finito, dove qualità e

eliminazione degli sprechi sono più facili e gestibili. Anche in questo caso i

sistemi di informazioni tra fornitori, sub-fornitori e casa madre sono

indispensabili per realizzare una produzione integrata e sincronizzata. Ed è del

tutto ovvio che i “gigantismi” della grande fabbrica fordista non rispondono a

queste esigenze, perché più difficili da controllare e generatori di sprechi e

rigidità.

“Il principale criterio di efficienza diviene […] il controllo e la ottimizzazione della “catena
del valore” nella ideazione, ingenierizzazione, approvvigionamento, fabbricazione, vendita,
consegna, incasso: non vi è più una variabile centrale e fissa che determina l’efficienza (per
esempio l’efficienza della manodopera) ma si ricerca una composizione ottimale dell’efficienza
dei vari fattori, sia interni che esterni all’impresa.”317

Come nella fase d’importazione del fordismo in Italia l’azienda di riferimento

fu la Fiat già dai tempi del fascismo, anche nella corsa alla “giapponesizzazione”

post-fordista si può affermare che l’impresa torinese rappresentò il caso su cui

concentrare l’analisi dell’esperienza italiana. Fu lo stesso amministratore delegato

della Fiat, Cesare Romiti, a sottolineare il ruolo guida della Fiat in tale processo:

“la pietra che abbiamo gettato nello stagno ha prodotto cerchi concentrici, via via sempre più
larghi. Ora, si pensi a tutto l’indotto Fiat, tante piccole e medie aziende, non soltanto in Piemonte,
ma il Lombardia, Veneto, Toscana, Emilia. Abbiamo chiesto a queste imprese di ristrutturarsi,
come stavamo facendo noi, e di affrontare questi sacrifici molto forti […]. Qualche impresa non ce
l’ha fatta a tenere il nostro ritmo, ed è caduta lungo il cammino. Ma la maggioranza ha tenuto, ha
saputo cambiare”318

317
F. Butera, Il lavoro nella rivoluzione tecno-economica, in “Giornale di diritto del lavoro e di
relazioni industriali, n. 36, 1987, 4, p. 736.
318
La citazione è ripresa da P. Ginsborg, L’Italia del tempo presente, cit., p. 27, che fa riferimento
all’intervista di Gimpaolo Pansa allo stesso Cesare Romiti, in C. Romiti, Questi anni alla Fiat, a
cura di G. P. Pansa, Milano, Rizzoli, 1988.

211
Certamente l’Italia ebbe molti ritardi nell’intraprendere diffusamente modelli

organizzativi della produzione secondo una prospettiva toyotista. Tuttavia se negli

anni ottanta “la “produzione snella” non era assolutamente divenuta la norma, e le

aziende italiane spendevano in ricerca e sviluppo molto meno dei loro concorrenti

esteri”319, le strategie Fiat rappresentavano comunque un caso emblematico del

nuovo corso della grande industria italiana. Ma vediamolo più da vicino.

Lo stallo in cui il gruppo torinese si era arenato nel decennio settanta ebbe una

svolta proprio negli anni successivi alla vicenda dei 61 licenziamenti e alla

sconfitta sindacale dell’autunno ’80 culminata con la famosa marcia dei 40.000.

Che questi due eventi successivi aprirono la nuova fase di rilancio della Fiat e il

superamento del modello vallettiano auspicato e atteso già da un decennio, è

ormai assodato. Un processo che successivamente avrebbe assunto i caratteri di

una vera e propria rivoluzione organizzativa, non poteva non passare da un netto e

consistente ridimensionamento dei contropoteri operai e sindacali emersi per tutto

il decennio settanta. Due eventi successivi, l’uno conseguenza logica dell’altro,

che inaugurarono il declino della centralità politica e sociale del sindacato, prima

alla Fiat e poi nell’intero contesto politico e sociale del Paese.

“Il durissimo scontro sindacale del 1980, produsse un rivolgimento profondo delle relazioni
industriali nell’azienda. Esse non furono interrotte, ma dall’agenda della negoziazione vennero a
mancare gli interventi sull’organizzazione del lavoro, i problemi della forza lavoro in fabbrica
(dalle qualifiche all’ambiente, ai ritmi di lavoro) […] Il management si limitava a comunicare le
modifiche della struttura organizzativa e produttiva, l’introduzione di nuovi impianti e metodi di
produzione.”320

319
Ivi, p. 30.
320
A. Salento, cit., p. 33.

212
Da qui iniziò la fase della “ristrutturazione”, del ridimensionamento

produttivo e occupazionale che aprì le porte al compimento della rivoluzione

organizzativa degli anni ’90. La direzione apprese che per competere con il

mercato aveva bisogno di ridimensionare le strutture produttive, “sgrassare” la

produzione dagli sprechi e allo stesso tempo aumentare la produzione

introducendo maggiormente strumenti tecnologici di “automazione flessibile”321.

Nel corso di tutto il decennio si assistette ad un forte ridimensionamento del

personale, tramite il ricorso alla cassa integrazione e allo stesso tempo ad un forte

aumento della produttività. Revelli fece notare che la prima ondata di riassetto

occupazionale fu intrapresa secondo un criterio che colpisse, non solo “gli operai

più combattivi, protagonisti del ciclo di lotte e detentori di una memoria

conflittuale diventata incompatibile con il nuovo ordine produttivo”, ma anche

tutte quelle figure lavorative “deboli” e meno avvezze al lavoro di fabbrica, quali

donne, giovani, invalidi “e, in generale, i settori meno qualificati”.322 Le nuove

soggettività operaie non avvezze al lavoro di fabbrica emerse nella seconda metà

degli anni settanta, vennero quindi presto espulse perché il nuovo modello

organizzativo non era più compatibile con una forza lavoro non cooperativa o

quantomeno non consensuale. Inoltre molti accordi di solidarietà sottoscritti con i

sindacati per il rientro dei cassintegrati furono disattesi e molti di questi scelsero

l’autolicenziamento e la ricerca di una nuova occupazione. Ma a fronte del calo

occupazionale, la produzione per occupato al contrario cresceva: dal ’80 all’83 la

321
Già nel corso degli anni settanta ci furono le prime introduzioni di strumenti tecnologici di
automazione flessibile: l’utilizzo di 18 robot Ultimate per la produzione della Fiat 132,
l’introduzione del sistema Digitron per l’assemblaggio della Fiat 131. In questo caso,
l’introduzione di queste tecnologie era connessa alla capacità di queste di ridurre lo sforzo fisico
degli operai e per questo intimamente collegata alle rivendicazioni sindacali di quegli anni.
322
M. Revelli, Lavorare in Fiat, cit., p. 104.

213
produzione scese solo del 4%, mentre la produttività per dipendente era in crescita

costante.323 La causa va ricercata proprio nell’introduzione delle tecnologie e nella

razionalizzazione della forma organizzativa, che portò alla nascita della “Fabbrica

ad Alta Automazione”.

Alle strategie aziendali di introduzione delle nuove tecnologie, il sindacato

non riuscì ad impostare una autonoma condotta negoziale che riuscisse a superare

la dicotomia tra un’azione sindacale di opposizione all’introduzione tecnologica -

secondo una logica classista del sindacato conflittuale tipica degli anni sessanta e

settanta - e una condotta di cooperazione passiva - secondo una logica di

approvazione delle decisioni aziendali ex post. A posteriori, l’atteggiamento

sindacale in un primo momento assunse caratteri di resistenza all’introduzione di

nuove tecnologie perché fonte di esuberi. Inoltre il processo veniva visto in

un’ottica di ristrutturazione transitoria che non avrebbe rivoluzionato i caratteri

fondamentali del processo produttivo. Per questo ci si preoccupò principalmente

di contenere la diminuzione dell’occupazione. Successivamente, individuati i

caratteri rivoluzionari del processo di automazione tecnologica, l’atteggiamento

mutò verso una collaborazione passiva e burocratica che assunse un ruolo

periferico od almeno indiretto alle scelte strategiche delle direzioni aziendali.

Adottando la linea interpretativa proposta già nel 1985 da M. Biagi, giuslavorista

sempre attento ai mutamenti del sistema impresa, dopo strategie “orientate in

senso egualitario” e alla resistenza, il sindacato sembrò accettare la sfida

tecnologica e cooperativa, ma certamente esso non riuscì ad impostare una

cooperazione di “tipo attivo (dove il sindacato accetta di pianificare in anticipo

323
Si passò dalle 9,4 auto per dipendente nel 1979 alle 19,2 nel 1986, Ivi, p. 110.

214
l’impatto sociale della rivoluzione tecnologica)”, optando al contrario per una

condotta “passiva (in cui ci si limita ad arginare ex post gli effetti del

cambiamento).”324

La strategia d’introduzione delle tecnologie era intimamente connessa alle

strategie di meridionalizzazione. Fu negli stabilimenti di Termoli e Cassino che si

realizzò la Fabbrica ad Alta Automazione.

“A differenza degli stabilimenti piemontesi, dove l’intensificazione tecnologica interessò solo


alcune fasi del processo produttivo, in quelli meridionali le innovazioni di processo riguardarono
l’intero ciclo, da monte a valle senza soluzioni di continuità. Così, nel Sud “arretrato” e
“sottosviluppato”, la Fiat […] realizzò quella che, a posteriori, fu efficacemente denominata la
Fabbrica ad Alta Automazione: un nuovo contenitore manifatturiero incentrato su un’automazione
tendenzialmente integrale, in grado di assicurare (in teoria) regolarità produttiva, flessibilità e
qualità perfetta.”325

Qui si cominciò a parlare di fabbrica “senza operai”, nella convinzione che

l’uscita dal fordismo potesse essere effettuata senza profonde innovazioni

organizzative in grado di superare l’organizzazione gerarchica del taylorismo

burocratico. Ma l’avvento del toytismo in Italia e della fabbrica integrata alla Fiat

Auto furono ritardati e completati solo nel corso degli anni ’90, proprio per la

debole introduzione di nuovi modelli organizzativi che superassero le

caratteristiche gerarchiche del taylorismo.

“Bisognava ritornare al capitale umano e al suo ineludibile contributo al processo tecnico-


produttivo in termini di discrezionalità, creatività, polivalenza e professionalità. Occorreva

324
M. Biagi, Sindacato, partecipazione e accordi tecnologici, in “Politica del Diritto”, n. 2, giugno
1985. L’autore al tempo proponeva come punto di partenza di una strategia cooperativa attiva, il
protocollo d’intesa firmato tra sindacati ed IRI nella persona di Romano Prodi, ma ne sottolineava
anche i limiti. L’accordo prevedeva un sistema partecipativo nell’introduzione e nell’investimento
in tecnologie. Si può certo affermare che la strategia di “controllo sociale anticipato delle nuove
tecnologie”, fallì sia per la mancanza in esso di un efficace sistema sanzionatorio in caso di non
cooperazione da parte delle imprese, sia per la mancanza di partecipazione e democrazia interna al
sindacato, come anche per le divisioni delle confederazioni sindacali causate della pratica diffusa
delle firme di accordi separati.
325
D. Cersosimo, Da Torino a Melfi, cit., p. 57.

215
ricorrere alle competenze e all’intrinseca flessibilità dell’uomo, il cui coinvolgimento intelligente e
cooperativo alla produzione risulta decisivo ai fini del risultato finale”.326

Sul piano organizzativo infatti la ristrutturazione degli anni ottanta aveva

comportato una “razionalizzazione debole”, non solo “nei settori a più elevata

densità tecnologica”, ma “anche, sebbene in misura decisamente ridotta, nelle

situazioni esecutive tradizionali, dove l’introduzione di sistemi automatizzati

faceva sorgere esigenze di microregolazione del flusso e di controllo e piccola

manutenzione delle macchine”.327 Si andava progressivamente allentando

l’organizzazione gerarchica di tipo taylorista e cominciarono a nascere i primi

circoli di qualità e ad essere istituite le c.d. gare di qualità, che introducevano

nuove forme lavorative con una, seppur minima, discrezionalità operativa.

“In quest’ottica, lo scarto tra l’agire produttivo e la norma “ufficiale” non è più osservato
come un dato necessariamente e invariabilmente patologico (come tipicamente avviene nella
prospettiva taylorista); piuttosto, va accolto qualora introduca nella produzione margini di
miglioramento. E tuttavia, di un’eccezione si tratta, sia pur giustificabile e addirittura apprezzabile
a determinate condizioni”328

In questa fase di costruzione della fabbrica ad Alta Automazione,

l’introduzione di nuove tecnologia non comportò necessariamente e

automaticamente un riassetto organizzativo di tipo post-tayloristico,

essenzialmente per ragioni sia di tipo economico che di tipo culturali.

“Infatti le maggiori difficoltà incontrate nella partecipazione nei processi innovativi sono: - di
natura economica, nei casi in cui si vuole che l’automazione sia introdotta nel più breve tempo
possibile e dia benefici immediati. La partecipazione non viene adottata per i tempi lunghi e i costi
della stessa, oltre che per il prevalere di modelli gerarchico-funzionali in quanto tali; - di natura
culturale, anche quando vengono promossi percorsi applicativi di tipo partecipativo la tendenza

326
Ivi, 58.
327
A. Salento, cit., p. 37.
328
Ivi, p. 38.

216
all’interno dell’organizzazioni gerarchico-burocratiche è quella di riprodurre se stesse nel nuovo
contesto e individuare la partecipazione come un processo disfunzionale alla propria logica.”329

Bisogna non sottovalutare nel difficile contesto economico degli anni ottanta,

l’estrema vitalità e importanza delle piccole e medie imprese, proprio perché

l’Italia storicamente ne ha sempre mantenuto attive un numero considerevole. Ci

riferiamo all’emergere del “capitalismo molecolare”330 e al suo interno dei c.d.

distretti industriali. Già nel corso degli anni settanta era stata ravvisata la vitalità

economica di una “Terza Italia”, cioè di una serie di territori localizzati

prevalentemente nel nord-est e nell’Emilia-Romagna, dove la presenza di sub-

culture (quella bianca nella prima e quella rossa nella seconda) nate dalla

cristallizzazione di culture politiche presenti da anni in modo massiccio, aveva

permesso un notevole sviluppo produttivo basato su piccole e medie aziende. La

“terza Italia” si dimostrava alternativa sia al nord industrializzato, sia al sud

agricolo e in via d’industrializzazione.

Bisogna tuttavia escludere da questa prospettiva, il proliferare di piccole

aziende fornitrici di grandi aziende e nate in una prospettiva di aggiramento delle

normative fiscali, previdenziali e del lavoro, che essenzialmente andavano a

costituire un settore illegale e del lavoro “nero”. Per tutto il decennio ottanta

questa tendenza ebbe impulsi crescenti e l’economia “sommersa” o più

semplicemente illegale, continuava a rappresentare una fetta consistente

dell’economia italiana. E si può certamente affermare che molti dei rapporti di

lavoro precari, flessibili e sottopagati, vietati o non praticati nell’economia

329
G. Della Rocca, Automazione del lavoro nella società flessibile, in “Politica ed Economia”,
XX, n. 3, marzo 1989, p. 38.
330
Cioè un sistema economico dove le attività produttive sono fortemente legate e organizzate in
territori circoscritti e da cui ne traggono la loro forza nel mercato interno e internazionale. Si vedi
A. Bonomi, Il capitalismo molecolare: la società al lavoro nel nord Italia,Torino, Einaudi, 1997.

217
“formale”, derivino anche dal largo utilizzo che se ne fece in questi settori

sommersi dell’economia. Ad essi si aggiungeva il c.d. settore terziario minore,

cioè i servizi di pulizia, di baby-sitter e dog-sitter, assistenza agli anziani, ecc.

Ben diverse sembrarono invece quelle zone dove già dagli anni settanta, in

piena crisi petrolifera, si andavano raggruppando reti di piccole imprese, spesso a

conduzione familiare, specializzate nella produzione di un unico prodotto

intimamente legato alle conoscenze del territorio e implementate dagli sforzi delle

istituzioni politiche e finanziarie locali. Poggibonisi (mobili), Sassuolo

(ceramiche), Prato e Carpi (tessuti), Belluno (occhiali): la letteratura su questo

universo produttivo fu fiorente e spesso essa ne tesseva le lodi. Addirittura i

distretti vennero descritti come vera e credibile alternativa alla fabbrica fordista e

alla produzione di massa, tanto da mettere in discussione consolidati schemi di

analisi economici sull’affermazione della produzione di massa.331 In questo senso

gli assembramenti di piccole imprese

“sono pronte a incunearsi negli interstizi, sempre più larghi, dei mutamenti di un mercato
recalcitrante davanti a una standardizzazione delle forme di consumo ormai obsoleta. La partita
economica si gioca su una produzione di piccoli lotti, quindi flessibile per definizione,
commisurata a nicchie di consumo che introducono un segno potente di discontinuità nella
massificazione e nella omologazione che avevano imperato per vent’anni.332

Pur di fronte ad una spietata concorrenza internazionale esse seppero

sopravvivere e svilupparsi puntando su piccole innovazioni di prodotto che ne

valorizzarono la presenza sui mercati. Inoltre si assistette alla tendenza per tutto il
331
M. J. Piore, C. F. Sabel, Le due vie dello sviluppo industriale: produzione di massa e
produzione flessibile, Torino, ISEDI, 1987. In quest’opera si cercava di presentare lo sviluppo
economico del novecento come l’effetto della scelta tra le c.d. “alternative storiche” dello
sviluppo. Tra queste sarebbe stata privilegiata la produzione di massa e la grande impresa fordista
per via del maggiore favore politico e istituzionale che questa ebbe nelle vicende del secolo. Da
qui si cercava di rivalutare la produzione artigianale delle piccole imprese, mai scomparse e ora, in
una prospettiva neo-artigianale, più consone al nuovo contesto economico, perché più flessibili e
rispondenti alle richieste del mercato.
332
G. Berta, L’Italia delle fabbriche, cit., p. 252.

218
decennio ad una loro espansione in diversi settori e fuori dai confini dove si erano

originariamente affermate, toccando molte province del centro e del sud del Paese.

Nel 1991 si stimava che i distretti presenti nel nostro territorio fossero circa 238

per un numero di occupati che superava il milione e mezzo. Bisogna quindi

sottolineare il ruolo trainante che la piccola e media impresa ebbe per l’economia

italiana e il fatto che la forma distrettuale effettivamente fu la prima vera risposta

che “abbia saputo percorrere i più celebrati marchingegni organizzativi (just in

time, lean production ecc.) giapponesi […]”.333 Ma non bisogna affatto

enfatizzare questa forma organizzativa, per il semplice fatto che già dalla seconda

metà degli anni ottanta, esse cominciarono ad organizzarsi tendendo a

raggrupparsi attorno ad “imprese-leader”, per far fronte non solo alle innovazioni

di prodotto, ma anche e soprattutto a quelle di processo. Alcune di queste furono:

la Marazzi per le ceramiche di Sassuolo o la Uno-A-Erre per gli orafi di Arezzo.

Ciò sottolineava la tendenza per le imprese di minore dimensione a rientrare sotto

il potere di “imprese-guida” e per le grandi imprese a esternalizzare la produzione

assumendo forme organizzative reticolari. Questo perché le grandi società e le

concentrazioni di capitali, grazie alle ristrutturazioni avviate nel corso degli anni

ottanta e rafforzate nel decennio successivo, furono capaci di produrre sia per i

mercati di massa che per quelli di nicchia e spesso lo fecero anche grazie al potere

sulle piccole imprese, sfruttando il loro know how locale e inserendole nella

propria “catena del valore”.

“La flessibilità funzionale, la capacità di adeguare l’offerta di merce ad una domanda in


continuo mutamento (e ancor più la capacita di creare domanda), non è assicurata soltanto né

333
Ivi, p. 255.

219
soprattutto da ridotte dimensioni, ma dalla disponibilità di ingenti risorse che permettano non la
semplice innovazione di prodotto, ma una innovazione di processo.”334

La complessità dei mercati e l’aumento della concorrenza internazionale della

grande impresa sempre più impegnata all’introduzione di innovazioni del

processo produttivo, fecero quindi emergere seri limiti alla tenuta del modello di

produzione distrettuale.

“[…] La piccola impresa nelle aree periferiche dovrà porre maggiore attenzione
all’introduzione dell’A.F. [Automazione Flessibile], e in generale alle tecnologie elettroniche.
Questo salto qualitativo può trovare però seri limiti negli stessi rapporti di reciprocità che nel
passato costituivano la principale risorsa del sistema. Questi rapporti stabilizzatisi nel successo
possono condizionare la concentrazione delle risorse finanziarie e lo sviluppo conoscitivo
necessario all’innovazione.”335

Fu in questo contesto di grandi mutamenti descritti nel passaggio dalla società

industriale a quella dei servizi, che abbiamo chiamato fase post-industriale, che si

andava consumando il declino del sindcalismo industriale italiano e si aprì una

nuova crisi sindacale, per certi aspetti non ancora risolta ad oggi. Certamente con

il senno di poi, le cause principali del progressivo declino della centralità politica

e sociale del sindacalismo italiano, possono essere individuate nell’incapacità di

far fronte agli stessi mutamenti economico-sociali che avevano reso estremamente

complesso l’universo della forza lavoro. A questo si aggiunsero una rinnovata

divisione delle confederazioni sindacali, la nascita dei sindacati extraconfederali e

fattori politici in generale.

Per quanto riguarda i mutamenti della forza lavoro, innanzitutto bisogna

sottolineare il declino della forza lavoro nella grande industria, che aveva

rappresentato il nucleo essenziale su cui si era incentrata l’iniziativa sindacale per

334
A. Salento, cit.
335
G. Della Rocca, cit., p. 36.

220
un ventennio. Se dalla fine degli anni cinquanta la società italiana tendeva verso il

pieno impiego e verso la centralità politica e sociale dell’operaio della grande

industria, gli anni ottanta videro il riemergere della disoccupazione di massa e il

proliferare di diverse figure lavorative non operaie. Le ristrutturazioni, nonostante

la pratica crescente della contrattazione gestionale degli esuberi, comportarono il

riemergere di una diffusa disoccupazione solo parzialmente assorbita dal settore

terziario. In molti all’affiliazione e alla mobilitazione sindacale preferirono la via

della ricerca individuale di alternative al lavoro operaio e subordinato, ritenuto

ormai non gratificante e spesso questi andarono ad ingrossare le file del lavoro del

terziario inferiore e del lavoro nero. In questo settore si sperimentava il grosso del

lavoro precario, a tempo determinato, sottopagato e senza tutele previdenziali che

si intrecciava spesso all’assenza di sindacalizzazione. Inoltre le conclamate

capacità di assorbimento del settore terziario furono disattese e gli “inoccupati”,

cioè coloro in cerca di primo impiego, crebbero estremamente assieme ai

fenomeni di emarginazione sociale e di crescita della delinquenza giovanile nelle

periferie urbane. La disoccupazione di massa e il crescente numero dei

casseintegrati rese l’azione sindacale più difficile, visto che “rappresentare il

lavoro” avrebbe dovuto significare battersi anche per chi il lavoro non l’aveva o

chi lo aveva “a nero”. Un compito di cui il sindacato della crescita illimitata si era

preoccupato solo in relazione alle strategie di mobilitazione e che, dopo il

miracolo economico che aveva comportato la tendenza al pieno impiego,

concentrò tutti i suoi sforzi nel rappresentare principalmente gli occupati nella

grande industria. I sindacati furono quindi impreparati ad una strategia

rivendicativa per l’occupazione e nei primi cinque anni del decennio il sindacato

221
si limitò a contenere l’espulsione della forza lavoro e ad appostare una

contrattazione aziendale incentrata alla gestione contrattata delle ristrutturazioni, il

tutto nel timore di perdere i consensi di chi aveva rappresentato lo zoccolo duro

del sindacalismo industriale. Infatti “la gestione contrattata della crisi poteva

essere difesa agli occhi dei lavoratori con quanto si riusciva a strappare in ordine

alla minor consistenza dei tagli occupazionali e al miglior impiego degli

ammortizzatori sociali, ma era molto elevato in rischio di perdere il consenso.”336

Ma era la stessa manodopera occupata ad imboccare la via del cambiamento.

Un cambiamento non lineare e difficilmente interpretabile, per via della

compresenza di fattori innovativi e sconosciuti e il perdurare di caratteri vecchi e

consolidati. Ad esempio l’espansione del settore terziario era avvenuta già dalla

seconda metà degli anni settanta e il sindacato era riuscito a espandere la propria

rappresentanza anche a questi settori. La sindacalizzazione di questi settori fu una

delle cause della crescita del potere politico e sociale del sindacato ed essa fu fatta

mutuando il grosso delle esperienze della mobilitazione e della rappresentanza

operaia dell’industria. Per tutti gli anni settanta il crescente conflitto nel settore

del terziario, sia pubblico che privato, aveva visto nel sindacato lo sbocco

organizzativo delle aspirazioni di insegnati e infermieri, come anche di

macchinisti e lavoratori della pubblica amministrazione. Ma ben presto la

“terziarizzazione del conflitto”337 si dispiegò incanalando le frustrazioni di una

porzione sempre più crescente di queste figure lavorative, non solo per la presenza

di “uno scarto tra progetti e realizzazioni, tra aspettative suscitate e soddisfazioni

336
S. Musso, Storia del lavoro in Italia, cit., p. 248.
337
A. Accornero, La terziarizzazione del conflitto e i suoi effetti, in G. P. Cella, M. Regini, Il
conflitto industriale in Italia: stato della ricerca e ipotesi sulle tendenze, Bologna, Il Mulino,
1985.

222
date, tra risultati a breve ottenuti e quelli che si volevano ottenere a lungo, tra le

scelte strategiche e le scelte di fatto”338, ma anche e soprattutto per il declino del

c.d. “modello proletario”.339 Tale modello aveva retto per tutti gli anni settanta

perché si basava sulla capacità di ricondurre attorno alla figura centrale

dell’operaio industriale l’unità organizzativa e strategica del sindacato. I colpi

inferti al lavoro operaio, per via delle ristrutturazioni e il passaggio ad una società

dei servizi, stavano ormai mutando la stessa struttura interna del sindacato.

Tuttavia fu proprio nel settore terziario che il sindacato confederale non riuscì a

mantenere un ruolo egemone e per tutti gli anni ’80 si assistette alla presenza

massiccia e crescente dei sindacati extraconfederali e ad una costante diminuzione

della presenza di CGIL, CISL e UIL. Se nel 1980 la sindacalizzazione confederale

nel terziario rappresentava il 34,93% del totale, nell’85 essa scese al 30%, mentre

nell’89 si arrivò ad una percentuale del 28,92.340 Dalla metà degli anni ottanta

andava quindi sviluppandosi una sindacalizzazione anomala del settore terziario,

nel senso che essa sfuggiva al controllo delle confederazioni ed era dominata da

una serie di sigle sindacali autonome. Tale tendenza fu uno dei fattori che

contribuì non solo ad intaccare il monopolio di CGIL, CISL e UIL nel settore

terziario, ma anche a screditare, di fronte all’opinione pubblica, il ruolo generale

del sindacato nella società. Infatti la grande capacità di mobilitazione dei sindacati

extraconfederali in settori chiave dei servizi di pubblico interesse, accresceva nella

popolazione l’astio verso il conflitto sociale proveniente comunque da categorie

ristrette, ma fortemente lesive di interessi collettivi.

338
C. Donolo, Il sindacato nella crisi di rappresentanza, in “Quaderni di Rassegna Sindacale”, n.
90/91, XIX, maggio-agosto, 1981, p. 29.
339
A. Accornero, La parabola del sindacato, cit.
340
Fonte: P. Di Nicola, Confederali, autonomi, cobas: la sindacalizzazione nel terziario, in
“Politica ed Economia”, XXII, n. 2, Febbraio, 1991, Tab. 1, p. 74.

223
Non è facile descrivere la sindacalizzazione nel terziario, per la presenza di un

vero e proprio arcipelago di formazioni autonome più o meno strutturate e con

diversi gradi di militanza. Da registrare la presenza di alcune organizzazioni che

presto si dettero una struttura confederale, cioè la CISAL, la CONFSAL e la

CONFAIL. Mentre un ruolo decisivo fu assunto, soprattutto nel pubblico impiego,

dai nuovi Comitati di Base (COBAS). Essi si distinsero per un grado di militanza

e di radicalismo eccezionale e per la loro forte presenza nel settore scuola, tra i

lavoratori delle ferrovie e della sanità. L’azione dei COBAS si basava

essenzialmente sulle rivendicazioni salariali, ma ben presto risultò spinta da

molteplici altri fattori. Tra questi il bisogno di valorizzazione professionale, di

resistenza ad un presunto declassamento sociale e il riconoscimento della propria

identità sociale. Ma anche una forte avversione alle confederazioni sindacali e alle

prospettive neo-corporative, come anche al qualunquismo di molte altre sigle

autonome e dei sindacati professionali.341 Essi nacquero nel settore del pubblico

impiego proprio per il fatto che i costi e rischi della mobilitazione erano minimi e

allo stesso tempo questa aveva un’efficacia massima.342 A questo si può

aggiungere il fatto che i COBAS emersero proprio dove l’iniziativa confederale fu

limitata e nei settori più svantaggiati dalla “politica dei redditi”. Inoltre bisogna

ricordare che nel 1983, con la legge quadro sul pubblico impiego si introdusse la

contrattazione triennale anche in questo settore e che le relazioni sindacali,

nonostante il formale monopolio della rappresentanza accordato alle tre

confederazioni, fu caratterizzata dall’assenza di regole certe sul diritto di sciopero

e sulla rappresentanza. Quindi è chiaro come la formazione del c.d. “arcipelago


341
M. Carrieri, C. Donolo, L’incerta rappresentanza sindacale, in “Politica ed Economia”, XX, n.
3, marzo 1989, p. 71.
342
Ibidem.

224
COBAS”343, cioè del frastagliato mondo del sindacalismo extraconfederale, sia

proprio il prodotto della sindacalizzazione anomala del pubblico impiego344 della

seconda metà degli anni ottanta, poiché tale settore

“sembra[va], con le sue irrazionalità gestionali e la sua schizofrenica politica del personale
improntata a criteri di consenso anziché secondo logiche di efficienza, poter agire da elemento
moltiplicativo della protesta.”345

La presenza dei COBAS e degli altri sindacati extraconfederali era molto

pericolosa per il sindacalismo confederale visto che in questi anni il sindacato

perdeva iscritti nell’industria senza compensarli con quelli dei servizi, cioè si

indeboliva nei settori in declino senza rafforzarsi in quelli in ascesa. La stessa

composizione interna era fortemente differenziata e in essa andavano crescendo

costantemente i pensionati, che a fine decennio superarono i lavoratori attivi. La

crisi inoltre investì gli stessi settori operai tradizionalmente rappresentati. Secondo

il ricercatore dell’Ires-CGIL Carlo Donolo, già nel 1981,

mentre per la CGIL la classe operaia della media e grande industria è uno dei gruppi sociali di
riferimento predominante a livello di strategia, di cultura sindacale, la capacità di rappresentanza
dei questa classe operaia è in fase calante perché si concentra sulla fascia centrale degli operai,
tagliando fuori sia la nuova classe operaia in formazione, sia la parte “alta” della classe operaia in
senso lato, i tecnici, gli impiegati.”346

Se consideriamo che la citazione risale al 1981, cioè al principio della grande

ristrutturazione del decennio che portò alla creazione in Fiat della Fabbrica ad

Alta Automazione, bisogna desumere che la differenziazione interna crebbe

progressivamente per tutto il decennio. Si avvicendò un vero e proprio mutamento

che non privilegiava più l’operaio comune alla catena di montaggio intimamente

343
L. Bordogna, Arcipelago Cobas: frammentazione della rappresentanza e conflitti di lavoro, in
AA.VV., Politica in Italia, a cura di P. Corbetta e R. Leopardi, Bologna, Il Mulino, 1988
344
L. Bordogna, Il pubblico impiego alimenta i Cobas, in “Lavoro 80”, n. 8, 1989.
345
G. Della Rocca, cit., p. 74.
346
Il sindacato nella crisi della rappresentanza, cit., p. 30.

225
antagonista al lavoro gerarchico e parcellizzato. Questa fu la figura lavorativa di

riferimento principale per tutta la mobilitazione conflittuale degli anni settanta e

su cui si edificò la gestione rigida della forza lavoro. L’introduzione di tecnologie

e di nuove forme organizzative accentuò la differenziazione delle mansioni e delle

qualifiche. Il c.d. “modello proletario”, cioè il quadro unitario determinato dalla

figura centrale dell’operaio comune alla catena di montaggio entro il quale si

andavano sintetizzando le differenze, sembrava velocemente declinando anche nel

lavoro industriale. Nelle imprese emersero numerose possibilità per chi volesse

specializzare le proprie mansioni e cooperare con la direzione aziendale per

migliorare la qualità del prodotto, grazie all’introduzione dei circoli di qualità al

di fuori degli orari di lavoro e a numerose iniziative delle direzioni per incentivare

la partecipazione alla produzione.

“Ai lavoratori si chiedeva di essere competenti, flessibili e soggettivamente coinvolti in quello


che facevano. Le ruote delle relazioni industriali venivano lubrificate dal minore formalismo dei
rapporti e dal coinvolgimento collettivo nei destini dell’azienda”347

Le nuove esigenze del capitale avrebbero comportato una erosione della

gestione rigida della forza lavoro e fu quindi la stessa tutela che mirava alla

stabilità del posto di lavoro e alla riduzione delle fonti di precarietà del lavoro

(contratti a termine, licenziamenti ad nutum, clausole di nubilato o anche rapporti

di lavoro a tempo parziale) ad essere messe in discussione. Questa strategia di

tutela del lavoro fu una risposta ai bisogni del lavoratore, come anche alle

strategie di consolidamento organizzativo del sindacato. Ma se al principio degli

anni ottanta le richieste di flessibilizzare l’uso della manodopera erano

principalmente mosse da una esigenza degli imprenditori, con l’introduzione

347
P. Ginsborg, L’Italia del tempo presente, cit., p. 107.

226
progressiva della tecnologia, la richieste di flessibilità dei rapporti di lavoro e di

riduzione della rigidità, cominciarono a pervenire anche degli stessi lavoratori. Ci

si trovava in una fase contraddittoria dove a nuove opportunità professionali si

contrapponevano richieste di semplice collaborazione in una prospettiva di ordine

sociale in fabbrica. Si andava rimodellando nelle domande di tutela dei lavoratori

il rapporto tra stabilità e flessibilità, sempre presente nelle aspirazioni esistenziali

della mano d’opera dipendente.

“Non è un paradosso bensì una realtà ben nota il desiderio dei lavoratori di potersi muovere
quando serve, cambiando qualifica azienda orario ufficio zona settore e così via, ma di poter
rimanere quando serve nella medesima posizione, condizione e situazione.”348

Di fronte a queste tendenze il sindacato certamente si trovò spiazzato e solo

nella seconda metà degli anni ottanta accettò di mettere in discussione la tutela

tutta sbilanciata verso la rigidità. Fino a quel momento ci fu una sostanziale

opposizione alla riduzione della rigidità dell’uso della manodopera, perché

flessibilità era sinonimo di mano libera del capitale sul lavoro. L’istituzione

tramite contrattazione di commissioni paritetiche per la gestione dei contratti part-

time e a termine o anche sul miglioramento della qualità e per la reintroduzione

dei premi di produzione, furono il segno di una parziale accettazione

dell’introduzione di forme di uso flessibile della forza lavoro. Ma a quanto pare

con questo nuovo corso, il sindacato si era preoccupato più di rispondere alla

nevrosi di cambiamento auspicate a gran voce dalle imprese, che alle esigenze

soggettive dei lavoratori, operando per una sorta di formalizzazione di nuove

forme di tutela flessibili contrattate dall’alto con i rappresentanti delle imprese. E’

348
A. Accornero, Fra stabilità e flessibilità: sindacato e modelli di tutela, in “Quaderni di
Rassegna Sindacale”, n. 108/109, XXII, maggio-agosto 1984, p. 83.

227
che in questi anni furono la stessa contrattazione e i modelli di rappresentanza

consolidati ad entrare in crisi.

I consigli di fabbrica nel decennio entrano definitivamente in crisi. L’istituto,

nato dall’emergere del delegato e dalla azione sindacale unitaria inaugurata con

l’autunno caldo e sviluppatasi nel decennio settanta, pur rimanendo la struttura di

base delle confederazioni fino alla riforma del 1991 che istituì le nuove

Rappresentanze Sindacali Unitarie (RSU), soffrì nel decennio ottanta di una grave

crisi d’identità. Essi erano nati e si erano sviluppati conciliando i caratteri

associazionisti (presenza di iscritti ai sindacati) e quelli movimentisti (presenza di

eletti indipendentemente dall’appartenenza ad un sindacato rappresentativo).

Inoltre erano il luogo di rappresentanza naturale del sindacalismo industriale

basato sulla centralità dell’operaio massa. Un primo segno di crisi bisogna

rintracciarlo proprio nella mancata presenza di nuovi modelli di rappresentanza

nel settore terziario, visto il fallimento dei trapianti dei consigli ad esempio tra i

macchinisti. Ma i C.d.F. ebbero notevoli problemi di funzionamento anche nelle

imprese industriali, proprio perché negli anni ’80 si andarono differenziando le

figure lavorative che non permettevano più la sussunzione degli interessi

dell’operaio massa a quelli dell’intera composizione di classe. Di fatto già negli

anni settanta in essi erano sovra-rappresentati gli operai comuni per via dei

consensi plebiscitari da essi ottenuti nelle elezioni su scheda bianca. Anche

quando iniziò la prassi delle liste predeterminate dai vertici sindacali e

dell’iniziativa in mano agli esecutivi, il consiglio era ancora appannaggio delle

rivendicazioni egualitarie dell’operaio comune, per via della sintesi ancora

efficace tra vertici sindacali e la base. Negli anni ottanta questa situazione non era

228
più praticabile. La stessa rottura dell’unità sindacale, dopo la vicenda della scala

mobile, ebbe ripercussioni rilevanti sul suo funzionamento originario, proprio

perché essa acutizzo la duplicità dell’istituto, cioè luogo di rappresentanza sia dei

lavoratori in generale sia degli iscritti ai sindacati. Per tutti gli anni settanta, per

via del timore di non istituzionalizzare l’istituto non ci fu nessuna

regolamentazione in merito e ciò con il passare del tempo ebbe conseguenze

negative, poiché in molti casi i consigli non venivano rieletti e in essi

continuavano a non essere rappresentati sia le organizzazioni sindacali più

piccole, sia i lavoratori non comuni. Accadeva dunque che sindacati non

rappresentati (soprattutto CISL e UIL) ripresero a costituite proprie

rappresentanze aziendali delegittimando ulteriormente le rappresentanze elette dai

lavoratori. Solo alcuni accordi sporadici cercarono di rimodellare l’istituto

conciliando la componente associativa con quella generale eletta direttamente dai

lavoratori. Fu proprio per questi correttivi ottenuti in sede contrattuale, che i

consigli ressero fino alla fine del decennio.

Rispetto al sistema politico, i sindacati negli anni ottanta mutarono

sensibilmente la propria forza e la propria autonomia d’azione. Come negli altri

paesi industrializzati in cui i sindacati furono vittima di un attacco alla propria

legittimità e potere sociale, anche in Italia si assisteva ad un declino della forza del

movimento operaio organizzato e alla fine della supplenza sindacale. La crisi

economica e la necessità di contenere la spinta conflittuale del mondo del lavoro

avrebbe dovuto comportare di conseguenza un ridimensionamento dell’attività

politico-sindacale delle organizzazioni dei lavoratori. Tuttavia i sindacati italiani,

grazie all’imponente movimento sociale per le riforme costruito nel decennio ’70,

229
avevano acquisito una presenza organizzata nella società impressionante e non

facilmente scalfibile da un sistema politico incapace di scelte chiare anche se

impopolari. Ma, se per tutto il decennio precedente, i sindacalisti erano riusciti a

mantenere potere e autonomia dal sistema politico ed istituzionale, ben presto essi

furono facilmente cooptati nei molteplici incarichi di natura politica ed

istituzionale. Consigli d’amministrazione, enti pubblici, commissioni paritetiche,

istituti previdenziali, tutti luoghi dove erano presenti rappresentanti sindacali

indicati grazie al favore del potere politico e spesso per la loro appartenenza a

qualche corrente partitica. Una presenza poco incisiva perché in assoluto

consistente, ma relativamente alle singole istituzioni, senza veri poteri

d’intervento. Per usare le parole di U. Romagnoli, un sistema di relazioni

industriali malato aveva bisogno di medicine e “una di queste [fu] certamente la

progressiva integrazione delle organizzazioni sindacali nel sistema statuale”, non

certo per gestire e indirizzare una crisi socio-economica diffusa, ma per il

semplice fatto di “condividere l’esigenza di auto-conservarsi mano a mano che

cresce[va] l’impopolarità delle scelte da prendere.”349

“Tuttavia, ciò che il sindacato acquista in termini di protagonismo politico grazie


all’espansione del principio della rappresentanza istituzionale lo perde in termini di
rappresentatività reale, sulla quale riposa le volontà del sindacato non dico di cambiare il mondo,
ma di dargli di tanto in tanto un’aggiustatina.”350

Inoltre queste cariche non avevano alla base nessun esplicito mandato né dai

lavoratori in generale né dai propri iscritti per via della mancanza di strumenti di

verifica del consenso e di legittimazione a prendere decisioni. Per descrivere

349
Medicine amare, in “Politica del Diritto”, n. 3, settembre 1985, p. 515.
350
Ibidem.

230
meglio l’ambivalenza del ruolo che il sindacato andava assumendo nella società,

sarà forse utile servirci di un’altra particolare citazione in merito.

“Il sindacalismo è cosa grande e grossa. Ma come tutte le cose grandi e grosse che sono
cresciute nel quotidiano degli uomini, al pari delle chiese, persegue cose nobili e meno nobili. La
chiesa serve encomiabilmente a placare il terrore tutto umano della morte, ma è anche un’accolita
di persone che vivono di questo mestiere. Così il sindacato. Dà alla gente, come è desiderabile,
migliori condizioni di vita. Ma è anche un apparato di persone che sbarcano il lunario con questa
nobile bottega”351

Se negli altri paesi europei l’attacco all’egemonia sindacale sul lavoro fu

portato avanti da personalità decise e incisive come Margaret Tatcher o Ronald

Reagan con un chiaro e forte disegno neo-liberista, mentre in altri si era

provveduto a coinvolgerli e a responsabilizzare il sindacato in grandi progetti di

riforma del welfare state, in Italia i governi “pentapartitici” (DC, PSI, PSDI, PRI,

PLI) guidati da Bettino Craxi e poi da Giulio Andreotti e altri, al di là degli intenti

e dei proclami, si distinsero per una strategia tutta italiana di immobilismo. E ciò

comportò una istituzionalizzazione anomala delle burocrazie sindacali: occupare

più posti di rappresentanza possibili per far fronte alla crisi di rappresentanza nel

mondo del lavoro e mantenere una consistente forza organizzativa, ma senza

momenti di verifica della propria rappresentatività sociale. Grazie quindi alla

mancanza di iniziativa del potere politico e all’incapacità dei sindacati di avere

una propria versione del cambiamento in atto, si può certamente affermare che i

grandi cambiamenti degli anni ottanta furono praticamente portati avanti dalle

forze del libero mercato e che non ci fu né una vera e propria strategia politica

neo-liberista né tanto meno una strategia di concertazione di carattere

socialdemocratico. I Governi si preoccuparono principalmente di implementare

351
G. Pera, Intervento, al dibattito sul tema Nuove regole dell’organizzazione sindacale, in
“Lavoro e Diritto”, n. 3, luglio 1987, pp. 406-7.

231
l’influenza dei propri partiti nelle istituzioni o addirittura di quella personale dei

suoi stessi componenti, in un intreccio di trame eversive sotterranee (vedi la

vicenda della loggia massonica P2) e di corruzione dilagante che presto minarono

gli spazi di democrazia politica. Anche se si inaugurò la c.d. stagione della

flessibilità, i provvedimenti legislativi furono disorganici e improntati

sull’imperativo di scalfire il garantismo senza costruire un nuovo sistema di tutele

e di garanzie per il lavoro. L’unica vera iniziativa di rilievo fu la vicenda della

scala mobile, dopo alcune fallite esperienze di concertazione triangolare nel solco

della c.d. “politica dei redditi”.352 Nel 1984 CISL e UIL, la prima ormai attestata

su posizioni moderate e la seconda da tempo votata alla concertazione per

intervenire nella crisi economica, si accordarono con il governo per l’emanazione

di un decreto per un taglio di tre “punti” di contingenza al meccanismo della scala

mobile353. Il c.d. “Patto di San Valentino” provocò una spaccatura insanabile che

colpì il già labile patto federativo unitario, proprio per il fatto che esso era ancora

salvo perchè basato sull’intesa di non stipulare accordi separati. La stessa CGIL si

spaccò al suo interno tra la sinistra sindacale, contraria al provvedimento e

l’anima socialista favorevole al c.d. “decreto della discordia”. La sconfitta un

anno più tardi al referendum per l’abrogazione del decreto convertito in legge,

promosso dal Partito Comunista e da Democrazia Proletaria (DP), non fece altro

352
Ci riferiamo al “lodo Scotti”, proposto dal governo e firmato da CGIL, CISL e UIL il 22
gennaio 1983. Fu il primo caso di concertazione sociale secondo lo schema dello “scambio
politico”. Tuttavia gli eventi dell’anno successivo sullo scala mobile palesarono l’impossibilità di
importare anche in Italia una vera concertazione sociale che non coincidesse con un neo-
corporativismo in deroga tanto alle garanzie del mondo del lavoro, quanto alle aspirazioni degli
imprenditori.
353
Per anni la c.d. scala mobile, cioè l’accordo Lama-Agnelli sul punto unico di contingenza,
nonostante rappresentasse una rinuncia per il sindacato ad una autonoma azione di politica
salariale, aveva rappresentato l’istituto intoccabile per antonomasia, perché proteggeva i salari
dalla crescente dinamica inflazionistica dei prezzi.

232
che aggravare la situazione. Essa fu la seconda grande sconfitta del movimento

operaio ormai in declino, dopo quella alla Fiat nel 1980.

“Sconfitta Fiat e vicenda del decreto segnarono la crisi della cultura dell’intransigenza e della
miopia, e il declino del movimento sindacale operista ed egualitario. Pagò l’intero movimento
sindacale, ma più duramente colpita fu la CGIL, specie la componente comunista”354

Tale declino si connetteva alla perdita di consensi e alla crisi definitiva del

movimento comunista internazionale e in Italia del PCI. Già nel ’81, in seguito al

colpo di stato in Polonia e alla repressione del movimento sindacale indipendente

Solidarnόć, Berlinguer dichiarava che “la capacità propulsiva di rinnovamento

delle società, che si sono create nell’Est europeo” andava ormai esaurendosi. Si

andava esaurendo, forse in ritardo, il riferimento del PCI al ruolo guida dell’URSS

nel movimento comunista internazionale. Dopo la fine del compromesso storico,

la segreteria intraprese la strategia della c.d. “alternativa democratica”, cioè la

ricerca di una intesa con il PSI sul modello francese. Ma Craxi aveva puntato tutto

sull’anticomunismo e sulla ricerca del consenso in una visione acritica della

società degli anni ’80. Un iniziativa quella di Craxi che provocò la fuoriuscita di

molti militanti e intellettuali da un partito che, al di là degli slogan e dei retaggi

simbolici, non esprimeva più nessuna critica all’esistente e andava abbandonando

i principi di solidarietà e giustizia sociale nel solco della tradizione del movimento

operaio. Grazie ai fuoriusciti dal PSI, che intanto accolse una nuova leva di

dirigenti e amministratori politici non provenienti dalla cultura socialista storica,

molti dei voti di questi confluirono nel PCI e ciò spiega il perché i comunisti, pur

in declino di iscritti e suffragi, scongiurò il collasso repentino.355 Intanto,

354
A. Accornero, La parabola, cit., p. 152.
355
S. Turone, Storia del sindacato, cit., p. 546-7.

233
nonostante le aperture e i ripensamenti, il PCI, al contrario del PSI che riusciva a

cavalcare l’individualismo e la voglia di affermazione sociale della società

italiana, rimaneva fortemente attaccato alle proprie visoni classiche e non riuscì ad

individuare i cambiamenti della società italiana.

“Berlinguer riconosceva che i nuovi soggetti collettivi – le donne, i giovani, i disoccupati, gli
anziani – stavano facendo il loro ingresso sulla scena della storia, ma allo stesso tempo gli era
difficile individuare il processo in virtù del quale le nuove compagini non erano organismi
compatti e forti, ma realtà costituite da componenti singole e autonome. Di conseguenza la società
civile, in quanto luogo d’incontro di individui liberi, difficilmente riusciva ad attirare su di sé
l’attenzione che avrebbe meritato da parte della dirigenza comunista. Ciò che contava era il partito
e la sua disciplina, i suoi riti e le sue celebrazioni, le sue assemblee di massa e la sua forza
numerica.”356

Così che per tutti gli anni ottanta gli iscritti e i consensi del partito erano in

continuo declino. Se nel 1976 gli iscritti ammontavano a 1.814.317, nel 1989 essi

erano scesi a 1.412.230 e nell’anno successivo arrivarono a 1.264.790.357 Lo

stesso si può dire dei consensi elettorali: alle elezioni del 1983 il PCI raggiunse il

29,9% dei voti validi, mentre nel 1987 scesero al 26,6%.358 Il calo elettorale si

ebbe anche in altre tornate elettorali.359 La morte improvvisa di Berlinguer nel

1984 aggravò quindi la crisi del partito che non fu risolta, nonostante i numerosi

ripensamenti, dalla segreteria di transizione di Alessandro Natta, a cui gli successe

Achille Occhetto nel 1988. Dopo l’appoggio incondizionato e appassionato alle

strategie di Gorbaciov di riforma interna del sistema sovietico, la caduta del muro

di Berlino e l’implosione del sistema sovietico diedero un’accelerazione

straordinaria alla riforma del partito per evitare il collasso. Nacque nel 1991, dopo

356
P. Ginsborg, L’Italia del tempo presente, cit., p .296.
357
Ivi, nota 91, p. 301.
358
Ivi, appendice statistica, tavola n. 38, p. 590.
359
Unica eccezione furono le elezioni europee dell’84 svoltesi a pochi giorni dalla morte di
Berlinguer. In questo caso ci fu, sulla spinta emotiva della morte di un politico rispettato anche da
numerosi non comunisti, per la prima ed unica volta, il sorpasso ai danni della DC con il 33,3%
dei consensi. Ma certamente la vittoria elettorale non fu una vittoria politica.

234
duri ma appassionati scontri interni, il Partito Democratico della Sinistra (PDS) e

ad essa non aderì la minoranza filosovietica di Armando Cossutta che costituì un

nuovo partito: Rifondazione Comunista (RC). Il PCI fu il primo dei grandi partiti

di massa della prima Repubblica ad entrare in crisi. Una crisi che fu accelerata

dalla caduta del blocco sovietico, ma che si rifletteva nella situazione interna al

paese. Per il crollo della I Repubblica a seguito della crisi degli altri due partiti

che avevano condotto la resistenza antifascista ed erano stati i principali artefici

della politica italiana per quaranta anni, si dovettero aspettare le inchieste del

tribunale milanese e la stagione di Tangentopoli.

2.4 Un diritto del lavoro che cambia. Lo Statuto alterato

Dopo aver trattato i principali mutamenti economici e socio-politici degli anni

ottanta, ci apprestiamo in questo paragrafo a descrivere le sorti politiche e

giuridiche dello Statuto dei lavoratori. Già nel paragrafo di apertura avevamo

individuato l’origine della parabola discendente dello Statuto, correlandola alla

vicenda dei sessantuno licenziamenti e alla conseguente emersione di un dibattito

dottrinale e politico sulla “questione Statuto”. Tale dibattito che qualcuno ai tempi

descrisse come “chiassoso”360, si protrasse per tutto il decennio ed esso andò

sempre più coinvolgendo non solo gli operatori del diritto, ma anche lo stesso

potere politico. Le cause principali del trend crescente di questo dibattito, sono da

rintracciare nei rivolgimenti economico-sociali dell’epoca e nelle conseguenze

che essi ebbero a livello politico e sindacale. Inoltre lo Statuto già negli anni

settanta era stato al centro di accese controversie circa la sua applicazione, grazie

sia al grande valore simbolico da esso assunto sia alla sua consistente effettività

360
Così lo definì G. Giugni in un suo articolo apparso su “la Repubblica” del 10 gennaio 1981.

235
giuridica nel contesto politico-economico conflittuale della società industriale

italiana.

La crisi economica di quegli anni tuttavia provocava crescenti malesseri

contro il presunto eccessivo garantismo del diritto del lavoro italiano e ben presto,

come la vicenda dei licenziamenti Fiat dimostrò, il primo colpevole ad essere

portato sul banco degli imputati fu proprio la legge 300. Negli ambienti politici e

giuridici si cominciò a parlare di diritto del “lavoro della crisi” o di “legislazione

d’emergenza”. In sostanza gli imprenditori, incapaci di intraprendere una via

d’uscita dalla crisi che investiva le grandi fabbriche italiane, chiedevano maggiore

flessibilità nell’uso della forza lavoro, rivolgendo al potere politico e agli

operatori del diritto un monito alquanto rozzo per la rimozione di “lacci e laccioli”

(leggi e contratti) che garantivano rigidamente le prerogative del fattore lavoro

nell’ambito della produzione fordista. Fu subito chiaro a tutti che per uscire dalla

crisi si sarebbero dovuti contenere i diritti individuali dei lavoratori, in una sorta

di transizione per uscire dall’emergenza. Il salto di qualità si ebbe proprio nel

corso della prima metà degli anni ottanta. Le consistenti ristrutturazioni e

l’introduzione di nuove tecnologie direttamente applicate alla produzione secondo

un’ottica post-fordista, resero palese che la flessibilità della manodopera sarebbe

stata il fulcro dei nuovi modelli di produzione e che avrebbe lasciato il carattere

iniziale di emergenza.

“L’obbiettivo si è fatto più complesso (la flessibilità dell’uso della forza lavoro è richiesta
dalle imprese come condizione permanente), ed anche i mezzi per realizzare l’obbiettivo sono
meno semplici della sola riduzione di tutele del lavoro. Un rilevante contributo al chiarimento di
tali mezzi viene dai giuslavoristi: dopo qualche sbandamento registrabile nell’interpretazione del
caotico diritto del lavoro della prima emergenza, si impegnano decisamente nella elaborazione di
progetti di flessibilizzazione della disciplina del lavoro subordinato.”361

361
M. V. Ballestrero, La flessibilità nel diritto del lavoro. Troppi consensi?, in “Lavoro e Diritto”,
n. 2, aprile 1987, p. 290.

236
Per tutto il decennio quindi cresceva la consapevolezza, in primis tra gli

imprenditori e successivamente tra operatori del diritto e nel potere politico, che

lo Statuto rappresentava ormai un provvedimento del passato e che esso

apparteneva ad un sistema di garanzie del lavoro subordinato non più

corrispondente alla realtà socio-economica e politico-sindacale che richiedeva

flessibilità e in qualche caso, deroghe ai diritti dei lavoratori così come si erano

configurati per un decennio. Una consapevolezza via via crescente non solo per

chi auspicava un superamento se non una abolizione delle principali norme della

legge in un’ottica di drastico ridimensionamento dei diritti individuali, ma anche

per chi, dalla sponda opposta, denunciava la tendenza del diritto del lavoro della

flessibilità a ridurre tanto le garanzie individuali quanto quelle collettive. Questo

secondo filone quindi accentuava la crisi dello Statuto nell’attuale contesto,

sottolineandone le carenze e auspicando una rivisitazione migliorativa per far

fronte alla tendenza deregolativa del diritto del lavoro. Due visioni contrapposte,

“da destra” e “da sinistra”, che si fronteggiarono per un decennio, anche

aspramente, ma che in definitiva non riuscirono a provocare una sostanziale

modifica della legge. Si possono certo rintracciare nel decennio delle “alterazioni”

che potrebbero prefigurare una riforma “sotterranea” dello Statuto, cioè

caratterizzata da alcuni ritocchi in sede legislativa e contrattuale, come anche in

sede di interpretazione giurisprudenziale. Ma la grande quantità di tentativi messi

in atto da una parte e dall’altra, soprattutto a partire dalla seconda metà degli anni

ottanta, avrebbero contribuito a rafforzare la percezione di una cattiva aderenza, in

un senso o in un altro, al contesto socio-economico.

237
“Chi avesse letto il testo della l. 20 maggio 1970, n. 300, lo Statuto dei lavoratori, in quel
1990 nel quale se ne celebrò il ventennale, ne avrebbe di sicuro ritratto l’impressione che esso
aveva retto magnificamente, almeno fino a quel momento, alle tante prove che la società e
l’economia italiane avevano dovuto affrontare in quegli anni così graviti di mutamenti. Senonché,
contemporaneamente, proprio in quell’anno si avvertì netta la sensazione che questa legge
fondamentale, nata nel clima di enorme conflittualità socio-politica seguito al “sessantotto” e
all’”autunno caldo”, fosse sul punto di essere sensibilmente modificata, e stesse vivendo i suoi
ultimi momenti prima di acquisire il volto ritenuto più adeguato alla nuova realtà di fine
secolo”.362

Infatti, al di là delle alterazioni, lo statuto fu modificato in parte solo nel

decennio successivo. Un decennio in cui l’acuirsi dei mutamenti del lavoro,

suggerì addirittura un suo superamento tramite la configurazione di un nuovo

modello normativo in cui centrale diveniva non più il modello social-tipico del

lavoro subordinato, ma una differenziazione di fattispecie lavorative che

trascendevano il concetto classico di subordinazione (si veda capitolo successivo).

Negli anni ottanta furono quindi più i tentativi falliti che quelli messi a segno.

Questa tendenza può essere interpretata in due direzioni differenti. La prima è che

comunque lo Statuto, pur rimanendo una legge varata in un contesto

profondamente diverso, abbia saputo rispondere ai mutamenti degli anni ’80,

adattandosi e promuovendo il cambiamento grazie alla presenza in esso di un

nucleo centrale di norme in definitiva elastiche o comunque adattabili a diversi

contesti socio-economici363. La seconda direzione parrebbe invece prefigurare lo

Statuto come una norma rigida e troppo garantista che avrebbe condizionato lo

stesso mutamento socio-economico rallentandone il corso e contribuendo ai ritardi

del sistema Italiano. La prima visione postula una concezione di fondo dello

Statuto che ne sottolinea sì il carattere fondamentale, ma che ne ridimensiona il

valore normativo, posto che “la struttura del provvedimento […] è tutt’altro che
362
L. Gaeta, I tentativi di modificare lo statuto dei lavoratori (1970-1990), in “Quaderni di Diritto
del Lavoro e delle Relazioni Industriali”, 1990, p. 391.
363
T. Treu, Lo Statuto dei lavoratori vent’anni dopo, in “Quaderni di Diritto del Lavoro e delle
Relazioni Industriali”, 1990, p. 7 ss.

238
organica, perché lo statuto non è un codice del lavoro ma riguarda solo alcuni

aspetti del rapporto di lavoro”.364 Mentre la seconda ha alla base una visione

totalizzante del Statuto che lo vede come strumento normativo centrale su cui si è

edificata tutta la disciplina giuslavorista incentrata sul garantismo individuale e

sulla promozione dell’attività sindacale ad esso strumentale. La contrapposizione

tra le due concezioni di fondo può essere sanata affermando che il diritto del

lavoro certo non si esauriva nello Statuto, ma che quest’ultimo “oltre ad indurre

una riforma del rapporto individuale e delle relazioni collettive di lavoro in

azienda, determi[nò] una gamma molto ampia di input innovativi sul piano

sistemico”365 con effetti “moltiplicatori” e di “sovrapposizione” di tutta la

disciplina del diritto del lavoro.

Ma vediamo nei fatti, le principali “avventure” dello Statuto negli anni ottanta.

Per via della massiccia introduzione di nuove tecnologie informatiche, non solo

nell’industria, ma anche nel settore dei servizi pubblici e privati, saltò subito

all’occhio una delle vicende più critiche dello Statuto: il rapporto tra nuove

tecnologie e titolo I. Le diverse tecnologie per il controllo a distanza del processo

lavorativo, come abbiamo visto, rappresentarono l’innovazione principale su cui

si basava la flessibilizzazione del processo produttivo e che provocarono

l’emergere di numerose attività del settore terziario avanzato. L’articolo 4 S. L.,

che si inseriva nelle disegno giuridico di limitazioni al potere direttivo e

organizzativo dell’imprenditore a tutela della libertà e dignità del lavoratore

subordinato, permetteva al datore di lavoro di istallare tecnologie di controllo a

distanza solo in caso di esigenze organizzative e produttive e per la sicurezza del


364
G. Giugni, Intervento, cit., p. 180.
365
L. Mariucci, Lo statuto vent’anni dopo. Prospettive di riforma, in “Lavoro e Diritto”, n. 2,
1990, p. 309.

239
lavoro (2° comma). Ma l’introduzione di queste tecnologie negli anni ottanta era

proprio correlata alle nuove esigenze organizzative e produttive, tanto da mettere

in crisi la stessa interpretazione garantista consolidata per tutti gli anni settanta.

“E’ evidente che il datore di lavoro porterà, a sostegno della sua tesi di controllo del
lavoratore, per una produttività sempre maggiore, proprio le esigenze tecniche organizzative e
produttive e che in alcuni casi, purtroppo, la magistratura ha ritenuto valide a discapito del
lavoratore”366

Tutto ciò faceva emergere inoltre la problematica del controllo da parte dei

lavoratori e delle organizzazioni sindacali dell’introduzione delle nuove

tecnologie. L’articolo 4 infatti prevedeva anche che per introdurre nuove

apparecchiature, se introdotte per controllare a distanza le varie fasi produttive,

provocando necessariamente un controllo a distanza del lavoratore, gli stessi

lavoratori dovevano esserne tempestivamente messi a conoscenza. Se ne

prevedeva quindi l’introduzione tramite un accordo con le r.s.a. o in mancanza

tramite l’intervento dell’Ispettore del lavoro. La norma dunque non vietava

l’introduzione di nuove tecnologie, ma le subordinava ad un accordo con le

rappresentanze dei lavoratori. Quindi, se da una parte l’articolo era investito da

nuove criticità, perchè concepita per reprimere atteggiamenti tipici

dell’autoritarismo aziendale degli anni ’50, dall’altra non si può negare che nel

nuovo contesto come quello degli anni ottanta, l’art. 4 si presentava come una

norma elastica, cioè adattabile alla massiccia introduzione di nuove tecnologie.

Per di più scontava la mancanza in Italia di una normativa generale sulla privacy

del cittadino e sulla gestione delle banche dati. Piuttosto il dispositivo che

prevedeva un accordo con le r.s.a., introduceva il tema della stessa strategia del

366
M. R. Valentino, Controllo a distanza, innovazione tecnologiche e privacy del lavoratore, in
“Lavoro 80”, n. 4, ott.-dic. 1984, p. 949.

240
sindacato nell’incidere sull’introduzione delle nuove tecnologie e in generale del

suo intervento in materia di organizzazione del lavoro in una prospettiva di

democrazia industriale. A quanto pare, come rilevava M. Fezzi, che si occupò per

tutti gli anni ottanta di una serie di vertenze in merito alla violazione dell’art. 4, i

sindacati si trovarono in netto ritardo nel negoziare l’introduzione di nuove

tecnologie, poiché interessati quasi esclusivamente alle ricadute di queste

sull’occupazione e non anche sulla libertà e dignità del lavoratore. Come abbiamo

sottolineato nel paragrafo precedente, in un primo momento il sindacato appostò

una strategia che oscillava dalla resistenza alle tecnologie alla sola difesa

dell’occupazione. Solo successivamente si preoccupò di negoziare in merito

l’utilizzo delle tecnologie. Noti furono gli accordi alla IBM, alla Honeywell, alla

Foster Weelher, alla RAS, alla Merzario e alla Rank-Xeros. Ma erano tutti accordi

successivi all’introduzione dei software in apparecchiature tecnologiche, che di

fatto non escludevano del tutto la capacità di controllare a distanza il lavoratore.

Fezzi intervenne in merito suggerendo che

“Anziché cercare di adottare rimedi quando il sistema è già installato e funzionante


bisognerebbe forse riuscire ad intervenire a monte, contrattando il software prima della sua
istallazione, cercando di ottenere l’esclusione di tutte le funzioni che possono raccogliere ed
elaborare dati sul singolo operatore”367

Il clima politico e il grosso favore verso nuove tecnologie che avrebbero

permesso un forte sviluppo della produttività, spesso poneva il sindacato e la

sinistra politica di fronte alla difficoltà di contrapporsi alle critiche di

oscurantismo verso la rivoluzione tecnologica in atto.368 In questo senso

367
Controlli elettronici e contrattazione, in “Lavoro 80”, n. 3, luglio-settembre 1987, p. 628.
368
Da sottolineare in questo senso la ricostruzione dalla ratio dell’art. 4 fatta da W. Saresella, che
la individuava non solo nel potere del sindacato di tutelare, tramite la contrattazione, la privacy del
lavoratore, ma la estendeva alla tutela della dignità del lavoratore in rapporto con le tecnologie.

241
l’atteggiamento del sindacato rispetto all’introduzione delle tecnologie nel

processo produttivo, sembrava scontare una consistente subalternità ideologica.

Alle vicende dell’articolo 4 erano correlate le stesse vicende dell’articolo 8

dello Statuto, che vietava indagini sulle opinioni dei lavoratori, sia ai fini

dell’assunzione che nel corso dello svolgimento della rapporto di lavoro, sempre

che esse non fossero rilevanti ai fini della valutazione professionale del lavoratore.

Una norma quindi che proteggeva la libertà e la dignità del lavoratore, sia nella

sua sfera individuale concernente gli stili di vita e le abitudini, sia nella sfera

pubblica inerente le proprie opinioni politiche, religiose e sindacali. Con

l’introduzione di nuove tecnologie che permettevano di incrociare dati che un

tempo erano praticamente inutilizzabili, il datore di lavoro sarebbe potuto risalire

facilmente alle stesse attitudini professionali del lavoratore sia ai fini di una

assunzione puntuale dei lavoratori sia ai fini di controllo del processo lavorativo.

“L’elettronica rende estremamente più semplici le operazioni di memorizzazione e, quindi, la


costituzione di banche-dati assai sofisticate e complesse; le interconnessioni realizzabili con le
sempre più fitte reti diffusive di informazione consentono risultati neppure pensabili fino a poco
fa, anche in considerazione delle nuove possibilità di “incrociare” ed elaborare dati che in
precedenza potevano apparire innocui.”369

Così facendo, le indagini non sarebbero vietate, perché pertinenti alla

valutazione delle attitudini professionali. E ciò potrebbe riguardare anche la

raccolta di dati sulla razza, sulle opinioni politiche e sindacali, sugli stili sessuali e

via dicendo. La nuova impresa “trasparente” che prefigurava l’emergere di una

Queste ultime provocherebbero uno svuotamento della stessa dignità del lavoratore secondo il
concetto marxista di alienazione del lavoratore alla tecnologia, in L’art. 4 S.L. e l’impiego di
elaboratori elettronici, in “Lavoro 80”, n. 2, apr.-giu. 1986, p. 340. Vista in questo senso, la norma
sembra fortemente anacronistica al nuovo contesto e al clima economico di necessità oggettiva di
introdurre nuove tecnologie nei processi produttivi. E non furono pochi casi in cui il sindacato fu
dipinto come agente sociale conservatore perché ancora favorevole al concetto marxista di
alienazione del lavoro alle tecnologie.
369
L. Gaeta, La dignità del lavoratore e i “turbamenti” dell’innovazione, in “Lavoro e Diritto”, n.
2, aprile 1990, p. 212.

242
specie di tubo di cristallo, dove tutto era controllabile e dove tutto doveva essere

rimodulato di volta in volta, mal si conciliava anche con questa norma dello

Statuto. E anche in questo caso rigidità e interpretazione elastica della norma,

sembravano essere una conseguenza dell’altra.

Un altro dispositivo dello Statuto “turbato” dalle tecnologie, fu la norma sulla

tutela della salute e l’integrità fisica, cioè l’art. 9. Più che turbata sarebbe meglio

sottolineare che la norma non fu in questo decennio praticamente utilizzata, né ci

fu un interesse consistente di dottrina e giurisprudenza. Anche qui i tempi delle

commissioni d’indagine sulle nocività del lavoro erano un ricordo lontano degli

anni settanta. Ciò era dato dal fatto che, al di là delle tragedie eclatanti,

l’introduzione di nuove tecnologie nel settore industriale e l’emergere di nuovi

lavori non “pesanti”, avevano di fatto diminuito i casi “classici” di infortunio sul

lavoro, che per altro non andavano diminuendo nell’agricoltura e nel settori del

lavoro sommerso.370 Ma la stessa introduzione di queste tecnologie, provocava

nuovi e sconosciuti rischi per la salute del lavoratore, rendendo palese il doppio

effetto della rivoluzione tecnologica in atto.371

“Si prenda il tema della salute […] Anche qui ci eravamo abituati all’idea che talune forme di
nocività, quali fumo/polveri/rumorosità ecc., fossero state superate, almeno nelle imprese di medie
dimensioni, grazie alle innovazioni ambientali e alle stesse nuove tecnologie. Scopiamo però che
queste provocano nuove forme di nocività, di tipo sia “elementare” sia “raffinato”: qui l’esempio
più ovvio è quello degli addetti ai video-terminali, a cui la costante adibizione ai monitor, provoca
una serie di disturbi visivi e psicologici.”372

370
In tal senso anche G. G. Balani che citava i risultati, consegnati nel 1989, della commissione
senatoriale d’inchiesta sulle condizioni di lavoro nelle aziende presieduta da L. Lama. Inoltre si
faceva riferimento ai dati rintracciati all’Inail, che indicavano dall’80 all’88 un decremento di casi
d’infortunio da 1.001.888 a 816.887. G. G. Balani, Individuale e collettivo nella tutela della salute
nei luoghi di lavoro: l’art. 9 dello Statuto, in “Lavoro e Diritto”, n. 2, aprile 1990, p. 220.
371
L. Mariucci, Le due facce del rapporto tra innovazione tecnologica e diritto del lavoro, in
“Lavoro 80”, n. 2, apr.-giu. 1985, pp. 369 ss.
372
Ivi, p. 371.

243
Bisogna sottolineare inoltre che l’art. 9 dello Statuto introdusse il principio di

tutela collettiva e reale delle condizioni di lavoro, superando la mera dimensione

risarcitoria e monetarizzata delle norme poste dal Codice Civile a tutela della

salute nei luoghi di lavoro, inserendo misure di controllo come anche d’intervento

sulla stessa organizzazione produttiva. Ciò fu fatto tramite la previsione del diritto

dei lavoratori tramite proprie rappresentanze, di controllare l’applicazione delle

norme per la prevenzione degli infortuni e la previsione dello stesso diritto di

promuovere la ricerca, l’elaborazione e l’attuazione di tutte le misure idonee a

proteggere la loro salute e l’integrità fisica. Inoltre lo stesso termine usato -

“rappresentanze” - stava a sottolineare che l’esercizio di questo diritto non era

attribuibile necessariamente alle r.s.a., ma a tutte quelle rappresentanze ritenute

più idonee dagli stessi lavoratori. Alla tutela di tipo giudiziaria, sia preventiva che

successiva, si affiancava quindi una tutela di tipo collettivo tramite l’impulso della

contrattazione collettiva e in essa, della possibilità di diverse prospettive di

iniziativa autonoma dei lavoratori. Se la tutela di tipo giudiziaria ebbe una minima

effettività nel corso della prima metà degli anni settanta, essa andò

progressivamente esaurendosi, tanto da poter parlare di una vera e propria

sindacalizzazione della tutela.373 Negli anni ottanta l’attenzione delle

organizzazioni sindacali ad altri temi, sia nell’industria come anche per i nuovi

lavori del settore terziario e la mancanza di iniziative spontanee della base,

avevano ormai relegato l’articolo ad un disposto normativo in disuso.

373
A ciò contribuì evidentemente anche la legge n. 833/1978 che istituiva il Servizio Sanitario
Nazionale. Nell’art. 20 comma 3 si prevedeva infatti che gli interventi di prevenzione non previsti
dalla stessa legge (quindi quelli nei luoghi di lavoro) fossero effettuati secondo le modalità della
contrattazione collettiva, tramite accordi tra datori di lavoro e rappresentanze sindacali aziendali di
cui all’art. 19.

244
L’art. 13 dello statuto sulle mansioni dei lavoratori fu un’altra norma che

risentì dei mutamenti socio-economici degli anni ottanta. Essa già negli ultimi

anni del decennio settanta era spesso stata attaccata dal padronato poiché causa di

una non sufficiente flessibilità del lavoro con conseguenze sullo stesso diritto di

disporre liberamente dei fattori produttivi. La norma, fortemente limitativa dello

jus variandi, era stata inserita nello statuto per far fronte tanto alla protezione

dalla libertà e dignità dei lavoratori (eliminare l’odiosa pratica dei reparti

confino), quanto alla necessità di espansione dell’occupazione nel contesto della

c.d. crescita illimitata. In questo contesto dottrina e giurisprudenza accentuarono il

carattere garantista della norma, limitando i trasferimenti di mansione ai soli casi

di accrescimento delle capacità professionali – che peraltro nel contesto taylor-

fordista erano molto limitati – o in ogni caso usando il concetto di equivalenza

delle mansioni. Le ristrutturazioni e i mutamenti del processo produttivo del

decennio misero in crisi proprio il concetto di equivalenza, difficilmente

interpretabile in un contesto di nuova divisione del lavoro e di nuove

professionalità richieste per l’efficienza produttiva.

“In presenza di realtà produttive in rapido divenire, si fa sempre più difficile rintracciare
mansioni che presentino piena equivalenza tecnico-professionale, dal momento che la
riorganizzazione, la diversificazione dei prodotti, l’innovazione tecnologica produce fenomeni di
scomposizione e di nuova ricomposizione delle operazioni tradizionali, ne alterano la sostanza
contenutistica e disegnano scenari organizzativi difficilmente comparabili con i precedenti.”374

Un trasferimento orizzontale da una “vecchia” mansione verso una “nuova”

mansione poteva apparire non equivalente e per questo ritenuta illegittima. O

poteva accadere il contrario: un trasferimento verso una “nuova” mansione poteva

374
R. L. De Tamajo, F. B. D’Urso, La mobilità professionale dei lavoratori, in “Lavoro e Diritto”,
n. 2, aprile 1990, p. 236.

245
essere ritenuto equivalente, se non migliorativo e quindi ritenuto legittimo, ma

successivamente di fatto avrebbe potuto svuotare la professionalità del lavoratore.

C’è anche da correlare il disposto alle stesse riconversioni e al taglio

dell’occupazione, poiché una interpretazione rigida della norma, che non

permettesse deroghe in peius della stessa, avrebbe potuto limitare lo stesso diritto

individuale del lavoratore a mantenere il posto di lavoro anche con una mansione

peggiorativa della sua professionalità. L’imperativo per la dottrina fu quello

quindi di cercare di elasticizzare il concetto di equivalenza, correlandolo a diversi

e nuovi profili della professione per evitare deroghe ai diritti individuali del

lavoratore e allo stesso tempo rispondere alle richieste di flessibilità degli

imprenditori. Lentamente in questi anni si andava sviluppando il concetto di

“professionalità”.

“In fondo anche in una realtà in rapido mutamento riesce agevole porre regole precise allo jus
variandi, costruite sui concetti di dignità, di tutela delle aspettative professionali, di disposizione
sostanziale del lavoratore nell’impresa nient’affatto estranei alla originaria ratio dell’art. 13: una
ratio caricata, in sede interpretativa, di valori ulteriori connessi alla garanzia della professionalità
del dipendente che […] può essere oggi recuperata nei suoi termini essenziali non ostili di
principio a forme di dinamismo dell’organizzazione imprenditoriale […].”375

Ma quali furono le risposte del potere politico ai turbamenti del Titolo I dello

statuto? Come abbiamo detto il sistema politico bloccato e l’incapacità

riformatrice dei Governi avrebbero comportato solo una serie di provvedimenti

secondari, che certo alterarono alcune norme statutarie, ma non le modificarono

direttamente. Per quanto riguardava l’art. 4, il Parlamento fu praticamente

immobile e tutta la disciplina dei controlli a distanza fu rimessa all’interpretazione

dottrinale e giurisprudenziale e agli accordi sindacali. Ci furono solo un paio di

375
Ivi, p. 239.

246
interventi che toccarono l’art. 8 sulla tutela della riservatezza. Nell’81 con la legge

n. 121 ci fu una prima regolamentazione nell’uso della banca dati nella pubblica

amministrazione, cioè quella istituita presso il Ministero degli interni. Ma essa

non fece altro che riprodurre fedelmente l’art. 8. Nell’89 invece con la l. n. 89 si

recepì la convenzione del Consiglio d’Europa n. 108 del 1981. In essa si

disciplinava la raccolta e la gestione delle banche dati, provvedendo a sottoporla a

garanzie di privacy e di informazione ai cittadini. In tema di salute non ci furono

modifiche rilevanti, ma solo due proposte legislative. La prima, pdl n. 2082/1980,

prevedeva l’istituzione di esperti della sicurezza dipendenti direttamente dal

datore di lavoro. La seconda, di segno opposto, pdl n. 1118/87 proposto da DP,

proponeva di qualificare come antisindacale secondo le procedure dell’art. 28

anche la violazione delle condizioni di igiene e sicurezza sul lavoro. Ci fu un

intervento relativo all’art. 10 sul tema dei lavoratori studenti: la legge n. 845/78

estese le agevolazioni previste anche a chi frequentava corsi di formazione.

C’è da sottolineare anche la tendenza del Parlamento ad incidere sulla

promozione di nuovi valori sociali nei luoghi di lavoro e a proporne l’inserimento

nello statuto. Tale tendenza proveniva dalle proposte di legge, tra l’altro mai

approvate, dei Radicali. Le pdl n. 2992/81 e n. 1640/81 prevedevano l’esplicita

introduzione dell’obiezione di coscienza del lavoratore coinvolto nella

produzione, trasporto e commercio di armi, prevedendo la possibilità per il

lavoratore di dimettersi e percepire comunque una tutela economica, nonché la

reintegra in caso di riconversione produttiva. Mentre il ddl n. 1250/88 prevedeva

l’estensione dell’art. 15 anche agli atti discriminatori fondati sul presupposto della

negazione dell’identità sessuale. Inoltre quest’ultima proposta riguardava anche

247
un rafforzamento del divieto di indagini e schedature su appartenenti a minoranze

sessuali, etniche, religiose e linguistiche. Nessuno di questi valori fu introdotto

direttamente nelle norme dello statuto.

Il Parlamento dunque sul titolo I fu “latitante”, mentre il grosso fu fatto, come

abbiamo visto, dagli operatori del dritto, sindacati compresi. Ciò dimostrò di fatto

che le norme sui diritti individuali erano applicabili anche in senso diverso e

secondo le nuove prospettive richieste dal contesto socio-economico, poiché in

esse erano presenti notevoli appigli interpretativi.

Dopo aver trattato i turbamenti del titolo I dello Statuto e rinviando ad una

trattazione successiva le vicende inerenti al campo di applicazione, proseguiremo

ora l’analisi della parte della legge che regola i diritti e l’attività sindacale (Titoli

II e III). Anche in questo caso lo Statuto soffrì molti turbamenti a causa del

difficile contesto delle relazioni industriali del decennio. Andava

progressivamente tramontando il sindacalismo conflittuale e unitario degli anni

settanta che aveva visto nello Statuto la sanzione normativa al passo con i tempi.

Tutto il decennio fu attraversato dal dibattito sindacale e politico, ma soprattutto

dottrinale, sulla necessità di “nuove regole” sui conflitti di lavoro e sulla

rappresentanza sindacale nei luoghi di lavoro. Una nuova legislazione di sostegno

molto diversa da quella contenuta nello Statuto.

“La tecnica non è il sostegno legislativo esterno di un sistema sindacale volontaristico e


autonomo e l’obbiettivo non è il consolidamento organizzativo del sindacato di fronte alla
controparte. Si discute oggi di una legificazione (più o meno forte a seconda delle preferenze)
delle relazioni sindacali a fini di stabilizzazione del sistema sindacale di fronte a spinte centrifughe
e disgregatrici che sono scaturite al suo interno, e che si sviluppano sull’asse della relazione tra
rappresentanti e rappresentati.”376

376
M. D’Antona, Sindacati e stato a vent’anni dallo statuto dei lavoratori, in AA.VV., Sindacato
e diritti dei lavoratori a vent’anni dallo Statuto, a cura di I. De Zanet, Venezia, Arsenale Editrice,
1990, p. 99.

248
Il sistema di relazioni industriali doveva essere necessariamente riformato per

promuovere un assetto capace di rispondere al nuovo contesto economico.

L’assetto di tale sistema entrava in crisi per la convinzione che la storica

mancanza di regole chiare sulla contrattazione e sulla rappresentanza non avrebbe

retto l’impatto dei cambiamenti economici e politici del decennio. Nella prima

metà degli anni ottanta, il dibattito sulla possibilità di riformare il sistema

sindacale rimase al palo perché era opinione diffusa, tanto tra le parti sociali

quanto tra le istituzioni statali, che i mutamenti in corso fossero una sorta di

transizione da cui si sarebbe potuti uscire senza la necessità di un cambiamento

radicale del sistema. Tutti gli indici della crisi venivano quindi interpretati come

risolvibili grazie a qualche minimo aggiustamento, ma senza compromettere i

principi di fondo dell’intero sistema. Si pensava ad esempio che la crisi di

legittimità sociale del sindacato avrebbe comportato un suo lento declino generale

e una sorta di desindacalizzazione di tutta la società. Ciò non avvenne: la tendenza

ad organizzarsi “sindacalmente” continuò a crescere, i conflitti non si fermarono

ma si terziarizzavano e nuovi sindacati combattivi facevano ingresso nel sistema

sindacale. Anche nella zona forte dominata dal “sindacato storico” (industria),

nonostante inizialmente ci sia stato un consistente arretramento - di iscritti e di

potere contrattuale - la presenza di questo non venne mai a mancare. Le ragioni a

favore di nuove regole erano anche di natura istituzionale. Il prevedibile declino

della supplenza sindacale non avrebbe comportato un emarginazione politica del

sindacato, mentre “il coinvolgimento dei sindacati confederali nell’attività dei

pubblici poteri, il riconoscimento e la cooptazione nei circuiti decisionali dello

Stato, [erano] cresciuti vistosamente e costitui[vano] addirittura uno dei fenomeni

249
più significativi di questo decennio.”377 Lo stesso sindacato, che vedeva crescere

la sfasatura tra base e vertice per via della progressiva stratificazione della forza

lavoro, si accorse che nessun recupero sarebbe stato possibile con le vecchie

strategie organizzative e di politica rivendicativa degli anni settanta. Ciò sia nel

settore industriale, sia in quello terziario, dove il difficile recupero sui sindacati

autonomi e professionali sembrava lontano anni luce da quello attuato sulla

contestazione “sessantottina”. Era la stessa contrattazione che stava assumendo un

nuovo volto.

“Essa [la contrattazione] non è più diretta solo al miglioramento normativo delle condizioni
salariali e normative, per quanto tale funzione resti ovviamente essenziale. L’attività negoziale è
invece destinata a svolgere, per un ciclo la cui durata non è prevedibile, anche funzioni diverse, di
gestione, adattamento, revisione delle discipline a fronte dei processi di innovazione. […] In tale
situazione si pone quindi l’esigenza di nuovi meccanismi di formazione e verifica del
consenso.”378

Bisogna aggiungere l’incapacità di uscire dalla crisi latente che da tempo

investiva l’unità sindacale e che la vicenda della scala mobile ne decretò

definitivamente la morte. Per questo ci si sbaglierebbe profondamente se si

pensasse che in questo decennio ci fu un semplice ritorno al passato stile anni ‘50,

una sorta di “punto e a capo” delle relazioni industriali. La forza assunta dal

sindacato non poteva essere dispersa così facilmente e l’incapacità di

autoregolamentare il conflitto terziario e la rappresentatività nei luoghi di lavoro

avrebbe comportato una disgregazione mortale del sindacato. Per questo c’era

bisogno di “nuove regole”.

In questo senso lo Statuto era il testo normativo da cui partire perché perno di

tutta l’attività sindacale nei luoghi di lavoro. Saltavano subito all’occhio i

377
Ibidem.
378
L. Mariucci, Ancora sulle regole sindacali: dalla rappresentatività allo sciopero, in “Lavoro e
Diritto, n. 2, aprile 1988, p. 290.

250
turbamenti dell’art. 19 di fronte alla necessità sopra esposta. L’articolo molto

elastico e applicabile in diversi modi, aveva funzionato egregiamente fino a quel

momento principalmente perché la forte identificazione tra rappresentati (in

maggioranza operai comuni) e rappresentanti (il sindacato unitario), non poneva

significativi problemi d’interpretazione del disposto normativo che affidava alle

organizzazioni più rappresentative e a quelle firmatarie dei contratti collettivi il

monopolio della rappresentanza. Fu così che tutte le norme collegate all’art. 19

(Titolo II e III) non ebbero problemi d’interpretazione così gravi da scomodare

dottrina e potere politico nell’intervenire in materia, proprio perché il contesto

storico del “decennio caldo” permise al sindacato di risolvere autonomamente i

problemi circa il rapporto tra base e vertice. Nella seconda metà degli anni ottanta

invece era chiaro a tutti che i processi di sintesi interni al sindacato non erano più

percorribili. Il nuovo contesto quindi provocava dei “turbamenti” di origine

orizzontale (quelli tra le tre organizzazioni sindacali e tra queste e quelle

autonome) e quelli di origine verticale (quelli tra i sindacati e i lavoratori, iscritti e

non, operai comuni e altre figure professionali). Era necessario un nuovo assetto

che avrebbe comunque dovuto avere una qualificazione formale nell’ordinamento

giuridico statuale.379

379
In relazione a tali turbamenti è importante far riferimento ad alcune proposte di legge approdate
in Parlamento volte a desindacalizzare alcuni istituti del titolo III (nel senso di staccarne le
l’esercizio dall’iniziativa sindacale). Sul referendum ci furono proposte “da destra” e “da sinistra”.
La pdl n. 544/83 formulata dal MSI consentiva l’indizione del referendum al 5% de lavoratori o da
singole rappresentanze sindacali, con la previsione della segretezza del voto. La pdl n. 2236/83
formulata dalla Sinistra Indipendente, prevedeva invece la possibilità per qualsiasi organizzazione
sindacale (anche non rappresentativa) di indire un referendum su richiesta del 5% dei lavoratori e
direttamente dal 5% dei lavoratori di convocare assemblee anche senza l’iniziativa del sindacato.
Sulla desindacalizzazione degli istituti statutari va sottolineato anche il tentativo di convocare il
referendum abrogativo di parte dall’art. 28 per sottrarre il monopolio di azione alle confederazioni
sindacali e affidarlo a tutti i lavoratori che avessero avuto interesse ad agire. Ma la Corte
Costituzionale rigettò la richiesta.

251
In relazione ai “turbamenti orizzontali”, in assenza di procedure e regole certe

accettate da tutti per la costituzione delle r.s.a., chi doveva essere investito del

potere di contrattare, di indire un referendum tra i lavoratori (art. 21) o di

percepire i permessi retribuiti (art. 23) e le trattenute sindacali (art. 26)? Come

costituire le r.s.a. senza più la capacità autonoma di unità rivendicativa e di azione

tra le tre confederazioni e di fronte all’emergere dei sindacati extraconfederali? Lo

stesso potere imprenditoriale era interessato ad una regolamentazione che gli

avrebbe permesso di avere una controparte credibile e legittimata per portare a

compimento la sua rivoluzione organizzativa senza rotture.

Mentre a livello di “turbamenti verticali”, quale era il rapporto tra le

rappresentanze di origine associativa (gli iscritti) e quelle di origine generale (i

non iscritti)? Per conto di chi si sarebbero dovuti stipulare i contratti collettivi:

della generalità dei lavoratori o dei soli iscritti al sindacato stipulante? E come

ricostruire la crisi dei valori di solidarietà e uguaglianza che investiva la forza

lavoro sempre più stratificata? Come valutare il consenso tra questi verso le

strategie e i risultati dell’azione organizzata?

Ma il “turbamento” dell’art. 19 e di tutto il titolo III, paradossalmente

ripropose una visione originaria dello Statuto. In realtà lo Statuto intendeva

sanzionare il sostegno alle organizzazioni sindacali prevedendo rappresentanze

sindacali aziendali nell’ambito di ciascuno dei sindacati maggiormente

rappresentativi. Nella normativa il legislatore prevedeva un sistema di

autoregolazione pluralista del fenomeno sindacale che fu sintetizzata

autonomamente con la formula unitaria dei consigli di fabbrica. Le r.s.a.

252
dovevano essere costituite necessariamente tramite l’iniziativa dei lavoratori,

tuttavia il titolo III non andava oltre tale assunto.

“L’unica manifestazione di consenso che lo statuto richiede espressamente ai lavoratori


riguarda la fase di costituzione della rappresentanza sindacale aziendale, che deve avvenire,
secondo l’art. 19, “ad iniziativa” dei lavoratori. […] ma una volta costituita, la rappresentanza
sindacale non è soggetta ad alcuna specifica verifica del mandato. Lo statuto predispone, è vero,
istituti di democrazia diretta, come l’assemblea e il referendum, ma non impone alle
rappresentanze sindacali di farne uso per rispondere, in forma elettorale o referendaria, ai
lavoratori rappresentati.”380

E’ chiaro dunque che lo statuto presupponeva una rappresentatività presunta,

cioè valutata altrove e non in azienda. La presunzione era funzionale alla capacità

di creazione di un contropotere sindacale nel contesto antagonista e conflittuale

tramite l’accordo tra burocrazie sindacali e base, ma essa entrava in crisi in un

contesto in cui fondamentale era la ricerca del consenso effettivo. La ricerca di

effettività dovuta alla crisi organizzativa in azienda presupponeva una diversa

ricomposizione tra i due fondamentali criteri di legittimazione delle r.s.a.: quello

associativo (rappresentanza unitaria dei sindacati) e quello elettorale

(rappresentanza di tutti i lavoratori interessati, iscritti o non iscritti). Ma come e

quali nuove regole creare in merito a tutto il titolo III?

Il dibattito politico e sindacale fu consistente e in crescita soprattutto nella

seconda parte del decennio quando vennero proposti ben due disegni di legge in

materia, “forse anche perché” - come affermava L. Gaeta - “fecero allora ingresso

in Parlamento due professori di diritto del lavoro, Gino Giugni tra i socialisti e

Giorgio Ghezzi tra i comunisti.”381 Ma anche in questo caso, per una serie di

“nuove regole” che incidessero sul titolo III dello Statuto si dovette aspettare il

380
M. D’Antona, Diritti sindacali e diritti del sindacato: il titolo III dello Statuto dei lavoratori
rivisitato, in “Lavoro e Diritto”, n. 2, aprile 1990, p. 249.
381
I tentativi di modificare lo statuto, cit., p. 402.

253
Protocollo d’intesa del luglio ’93 e l’accordo interconfederale del dicembre dello

stesso anno che istituì le nuove Rappresentanze Sindacali Unitarie (RSU).

Successivamente con il referendum del giugno ’95 fu abrogato il comma b

dell’art. 19. Comunque le proposte ci furono e non solo per intaccare la sostanza

dell’art. 19, ma anche per specificarne l’ambito della sua operatività.382 Già dal

1973 approdò in Parlamento una proposta avanzata dal MSI di costituzione di una

Commissione Parlamentare d’Inchiesta per accertare il libero esercizio delle

libertà sindacali in particolare riguardo alla costituzione delle rappresentanze

sindacali. La stessa pdl n. 2236/83 della Sinistra Indipendente prevedeva la

possibilità per il 5% dei lavoratori di costituire rappresentanze sindacali svincolate

dalle organizzazioni più rappresentative e per queste di godere di tutti i benefici

previsti dallo statuto. Sulla stessa linea si presentava qualche anno più tardi la pdl

n. 2951/88 di DP.

Ma le due proposte più organiche furono presentate proprio da Giugni (ddl n.

1550/89) per il PSI e da Ghezzi (n. 3769/89) per il PCI. Le due proposte

convergevano sulla necessità di superare il carattere presuntivo della

rappresentatività tramite l’introduzione di tecniche di controllo effettivo del

consenso. Mentre divergevano proprio sulle tecniche da adottare.

“I due progetti muovono da presupposti divergenti: l’uno (progetto Giugni) è in linea con la
tradizione statutaria che colloca al centro della galassia sindacale il pianeta confederale quale
espressione della vocazione del sindacalismo italiano a realizzare la “solidarietà intercategoriale” o
quanto meno extra-aziendale. L’altro (Ghezzi) si affida alla nozione più “astorica” del “sindacato
rappresentativo” […] ove il riferimento alla struttura confederale ed inevitabile per la sede
centralissima e perciò politica del confronto con i pubblici poteri.”383

382
In questo senso le proposte sulla democrazia industriale e sull’obbligo d’informazione alle
rappresentanze nei luoghi di lavoro. Le pdl n. 3480/82, n. 4006/83, n. 66/83 e la pdl del CNEL del
1986.
383
B. Veneziani, Il sindacato dalla rappresentanza alla rappresentatività, in Sindacato e diritti dei
lavoratori, cit., p. 92.

254
I progetti socialista e comunista, pur rispondendo alle istanze comuni “di

rilegittimazione democratica che è cresciuta col processo di istituzionalizzazione

della figura del sindacato maggiormente rappresentativo”384, si differenziavano

nella ricerca delle tecniche per superare “l’anomalia italiana”, ossia la pretesa di

far vivere in un solo organismo la rappresentanza associativa dei sindacati e quella

generale dei lavoratori.”385

La proposta socialista prevedeva la modifica dell’art. 19 innanzitutto

sopprimendo il requisito dell’”iniziativa dei lavoratori” e modificando il disposto

in: “le norme del presente titolo (III) si applicano alle r.s.a. costituite in ogni unità

produttiva”. Da contrappeso era prevista una verifica in capo ai sindacati di cui

lett. a) e alla lett. b) di un minimo di consistenza a livello aziendale misurata sulla

base delle deleghe ai sensi dell’art. 26. o sulla base delle adesioni nelle elezioni di

organismi di rappresentanza unitari. Inoltre si proponeva la modifica anche

dell’art. 23 sui permessi retribuiti, inserendo un criterio di ripartizione

proporzionale al numero di deleghe ottenute in caso di rappresentanza separata,

mentre in caso di organismi unitari elettivi, si rinviava ad accordi intrasindacali. I

contratti collettivi erano efficaci erga omnes a livello aziendale

indipendentemente dalla verifica della rappresentatività a livello aziendale, ma si

prevedeva la possibilità per chi dissentiva di promuovere un referendum, previa

richiesta del 20% dei lavoratori.

Diversamente la proposta comunista prevedeva una revisione dell’art. 39 della

Costituzione e proponeva una riforma delle rappresentanze sindacali in due sensi:

primo, si attribuivano a tutte le r.s.a. un minimo di diritti sindacali (permessi,


384
U. Romagnoli, Riprogettare la rappresentatività, in “Rivista Trimestrale di Diritto e Procedura
Civile”, I, p. 248.
385
M. D’Antona, Diritti sindacali e diritti del sindacato, cit., p. 259.

255
assemblea, affissione, locale, ecc.); secondo, si promuovevano (non

obbligatoriamente) delle r.s.a. particolari, cioè quelle che scaturivano da elezioni

(almeno il 50% dei lavoratori) di rappresentanti aderenti ai sindacati

maggiormente rappresentativi. Ad essi era concesso uno “statuto speciale”, poiché

unici detentori, oltre che dei permessi commisurati ai voti ricevuti, dei diritti di

informazione, consultazione, parere e proposta. Inoltre non si prevedeva il divieto

di costituire più r.s.a. speciali concorrenti e in caso di firma di un contratto

stipulato da una rappresentanza eletta da un numero inferiore al 50% dei

lavoratori, era previsto un referendum aperto a tutti i lavoratori. Tra l’altro la

proposta di legge di Ghezzi sembrava accogliere e concretizzare le proposte

d’intervento legislativo diramate in una nota della Consulta Giuridica della CGIL

e resa pubblica nel 1988. Secondo tali proposte, che muovevano anch’esse da una

revisione dell’art. 39, si prevedeva la costituzione tanto di r.s.a. dei sindacati

maggiormente rappresentativi quanto di r.s.a. di qualsiasi altra organizzazione

sindacale che avrebbe raggiunto un certo numero di deleghe dai lavoratori. Queste

ultime avrebbero potuto usufruire dei diritti sindacali, ma non avrebbero potuto

sottoscrivere contratti collettivi. Tuttavia erano previsti incentivi per la

costituzione di rappresentanze unitarie su base elettiva, non obbligatori, con diritti

di partecipazione alle scelte aziendali. Si proponeva inoltre che i contratti

aziendali stipulati dalle r.s.a. fossero sottoposti a verifica dei lavoratori tramite

referendum.

Non sono da sottovalutare i tentativi di riforma interna provenienti dalle stesse

organizzazioni sindacali. Questi prefiguravano soluzioni “conservative”, nel senso

che, cercando di rivitalizzare i consigli di fabbrica, tende[vano] a ricostruire quelle

256
condizioni di fatto che hanno consentito fin qui tassi accettabili di funzionalità

nonostante l’anomalia del nostro sistema di relazioni industriali.”386 Era chiaro

come questi accordi erano volti principalmente a regolare i rapporti tra le tre

centrali sindacali, ma non introducevano criteri di legittimità interna, cioè

provenienti dai lavoratori. Le prime proposte in questo senso vennero da alcuni

accordi stipulati nell’88 tra strutture decentrate (CGIL, CISL e UIL Piemonte) e di

categoria (metalmeccanici, chimici e tessili). Gli accordi prevedevano tutti una

composizione elettiva delle r.s.a., ma mista, nel senso che una parte veniva eletta

solo dagli iscritti ai sindacati e l’altra (maggioritaria) da tutti i lavoratori iscritti e

non. Tutti i candidati venivano però proposti dalle organizzazioni sindacali. Il

ruolo delle r.s.a. era quello pieno di rappresentanza negoziale in azienda di tutti i

lavoratori. Tali soluzioni autonome furono rielaborate a livello centrale con una

bozza d’intesa, mai approvata, tra CGIL, CISL e UIL nel maggio ’89. Il nuovo

istituto di rappresentanza, che conciliava criterio associativo e criterio elettorale,

mantenendo il canale unico di rappresentanza, venne denominato Consiglio

Aziendale delle Rappresentanze Sindacali (CARS).

Un altro tema centrale inerente lo Statuto fu quello della suo campo di

applicazione. In questo caso ci si riferisce alla mancanza di applicazione del

regime di stabilità reale nelle unità produttive di piccole dimensioni (artt. 18 e 35

S.L., l. 604/66) e alla esclusione dell’applicazione dello statuto al pubblico

impiego (art. 37).

Per quanto riguarda il primo aspetto, cioè il capo di applicazione della stabilità

reale, bisogna precisare che già nei primi anni di applicazione della norma, oltre

386
M. Magnani, Le rappresentanze sindacali aziendali vent’anni dopo, in “Quaderni di Diritto del
Lavoro e delle Relazioni Industriali”, 1989, p. 61.

257
alle difficoltà di attuazione della reintegra del lavoratore illegittimamente

licenziato, il problema di giurisprudenza e dottrina fu quello di combinare lo

stesso art. 18 con l’art. 11 della legge 604/66. L’art. 11 di quest’ultima prevedeva

infatti che il licenziamento senza giusta causa o giustificato motivo comportava la

reintegrazione o in alternativa il risarcimento (stabilità obbligatoria ai sensi

dell’art. 8, l. 604/66) solo nelle aziende al di sopra dei 35 dipendenti. Si

contrapponevano due interpretazioni: la prima, maggioritaria in dottrina ma

minoritaria nella giurisprudenza, sosteneva che l’art. 18 avrebbe abrogato

tacitamente l’art. 11 della legge 604 e che quindi la tutela reale si sarebbe dovuta

applicare nelle imprese (comunque organizzate) che avevano almeno 16

dipendenti; la seconda invece, minoritaria in dottrina e maggioritaria in

giurisprudenza, si basava sulla rilevanza della soglia dei 35 dipendenti, per cui la

stabilità reale troverebbe applicazione solo nelle unità produttive facenti capo ad

un’impresa con 36 dipendenti, e a loro volta composte da più di 15 dipendenti. Le

controversie interpretative vennero risolte appunto secondo la “teoria delle tutele

parallele” secondo la quale sussisterebbero dei regimi normativi differenziati in

base al numero degli occupati nelle unità produttive e nelle imprese. Nei fatti

quindi emergevano tre aree di tutela. La prima, l’area di tutela della stabilità reale:

le unità produttive con più di 15 dipendenti. La seconda, l’area di stabilità

obbligatoria: le imprese con più di 35 dipendenti solo nelle unità produttive con

più di 15 dipendenti. La terza, l’area del recesso a nutum: le imprese con 34

dipendenti nelle sole unità produttive con meno di 15 dipendenti. Insomma oltre

alla diversità della tutela contro il licenziamento illegittimo tra grandi aziende e

piccole aziende, si era ormai provveduto a stratificare la stessa tutela nella piccola

258
azienda, grazie a diversi regimi di tutela che avrebbero comportato notevoli

contraddizioni. Infatti spesso succedeva che

“lavoratori dipendenti da un’impresa di grandissime dimensioni, ma organizzata in unità


produttive di piccole dimensioni si vedono applicare una tutela debole contro i licenziamenti.
Lavoratori alle dipendenze dello stesso imprenditore possono essere beneficiari di tutele molto
diverse a seconda che lavorino in una o altra articolazione organizzativa della stessa impresa;
addirittura nell’ambito di un’impresa di 34 dipendenti, vi possono essere lavoratori addetti ad una
unità con più di 15 dipendenti che godono di stabilità reale, e lavoratori addetti ad unità produttive
di dimensioni minori praticamente privi di tutela.”387

Tali contraddizioni si andavano acuendo proprio nel momento di massima

espansione delle ristrutturazioni aziendali e alla tendenza all’esternalizzazione

della produzione e alla creazione dell’impresa a rete. Nei stessi distretti industriali

la stratificazione del processo lavorativo di fatto differenziava i regimi di tutela e

ciò rendeva sprovvisti di tutela un gran numero di lavoratori. Inoltre, spesso lo

stesso art. 7 sulle sanzioni disciplinari, permetteva di fatto il licenziamento

disciplinare, incurante della giurisprudenza affermata dalla Corte Costituzionale

che più volte aveva integrato nei casi di licenziamento illegittimo quello in

violazione dei procedimenti sulle sanzioni disciplinari. Per di più con

l’introduzione del contratto di formazione-lavoro nell’83, venivano esclusi dal

computo dei dipendenti in forza all’unità produttiva quei rapporti di lavoro

flessibili di cui la maggior parte delle piccole imprese faceva uso. Così disponeva

l’art. 8 della l. n. 79/83 per i contratti a finalità formative, come anche gli artt. 2 e

3 della l. n. 864/84 che introducevano tra i rapporti di lavoro non computabili

anche i contratti di solidarietà. Considerando anche l’abuso che in quegli anni gli

imprenditori fecero dei “neo-assunti con contratto di tirocinio o di (poca)

387
M. V. Ballestrero, Ambito di applicazione della disciplina dei licenziamenti: ragionevolezza
delle esclusioni, in “Lavoro e Diritto”, n. 2, aprile 1990, p. 266.

259
formazione e (molto) lavoro”388, si può certamente affermare che nei primi anni di

applicazione della normativa sui rapporti di lavoro flessibili, si contribuì

ulteriormente ad allargare la fascia di lavoro non protetto dal licenziamento ad

nutum,389 grazie alla possibilità di assumere a contratto di formazione e mantenere

il numero di dipendenti sotto le soglie stabilite contro i licenziamenti

ingiustificati. Inoltre c’è da sottolineare l’impossibilità di sindacalizzare le unità

produttive al di sotto dei 16 dipendenti, cioè di costituire rappresentanze sindacali

aziendali che usufruiscano dei diritti previsti dal titolo III. Ciò causava una grave

violazione della libertà sindacale e quindi anche del diritto di sciopero. Certo era

impensabile sindacalizzare i piccoli esercizi commerciali, cioè fornirli di un

locale, di una bacheca per le affissioni e via dicendo. Ma il proliferare di piccole

aziende a gestione familiare, spesso celava vere e proprie violazioni delle libertà

sindacali e individuali, con il pretesto che in queste attività mancherebbero

situazioni conflittuali.

Comunque la questione dell’estensione dello Statuto anche alle piccole

imprese e lo specifico tema delle “tutele parallele” animò considerevolmente

l’iniziativa della sinistra politica e sindacale per un adattamento “da sinistra” dello

Statuto nel nuovo contesto socio-economico. Come abbiamo visto già nel 1982 fu

rigettata la proposta di una serie di quesiti referendari tra cui era prevista anche la

richiesta ai cittadini di abrogare le parole “quindici” (settore industriale) e

“cinque” (settore agricolo) dall’art. 35 dello Statuto. Nello stesso anno approdò in

388
L’espressione è di U. Romagnoli, Attuazione e attualità dello statuto dei lavoratori, in AA.VV.
Lo statuto dei lavoratori (1970-1990), a cura di A. Garilli e S.Marramuto, Napoli, Jovene, 1992, p.
14.
389
Su un’ampia trattazione delle prime critiche rivolte all’abuso del contratto di formazione e
lavoro si veda, L. Meneghini, Sul pericolo di abuso del contratto di formazione e lavoro, in
“Lavoro 80”, n. 3, luglio-settembre 1986, pp. 697 ss.

260
Parlamento una proposta di legge di iniziativa popolare, la n. 3218, promossa da

CGIL, CISL e UIL che non andava a modificare l’art. 18, ma che proponeva una

serie di norme a garanzia dei lavoratori di aziende che occupavano da quattro a

quindici dipendenti, prevedendo una specie di tutela obbligatoria e istituti di

conciliazione. Il progetto si arenò e nel 1983, in pieno sviluppo della teoria delle

“tutele parallele”390, venne presentata una pdl che prevedeva l’abrogazione

dell’art. 11 della legge 604 (n. 1090). L’anno successivo la Sinistra Indipendente

propose una pdl in cui si voleva ribadire l’abrogazione tacita dei limiti posti dalla

legge 604/66 e superare quindi ogni contrasto interpretativo. Anche questa

proposta non fu approvata. Successivamente anche Giugni per i socialisti propose

un pdl, il n. 1537, per intervenire in materia di licenziamenti individuali. Il testo

prevedeva l’abrogazione dell’art. 18, riscrivendo una nuova disciplina sui

licenziamenti razionalizzata, impostata cioè su un trattamento graduato a seconda

delle dimensioni aziendali (per le aziende da 5 a 19 addetti era possibile il

licenziamento ad nutum, ma era prevista la possibilità per il lavoratore di

promuovere un tentativo di conciliazione e solo in assenza ingiustificata del

datore era prevista la reintegrazione; per le aziende da 20 a 80 dipendenti era

prevista la tutela obbligatoria; per le aziende da 81 in su era prevista la tutela reale

e in caso di mancata reintegrazione una pena pecuniaria per il datore).391 Altre

proposte furono avanzate dal PCI (pdl. 2324/88 e pdl 4496/89). Queste, di cui il

primo firmatario era Ghezzi, proponevano una sostituzione integrale dell’art. 18 e

390
Nello stesso anno ci fu una pronuncia delle Sezioni Unite della Corte di Cassazione che di fatto
confermava l’interpretazione in senso di “tutele parallele”.
391
Per le critiche a questa proposta si vedano S. Chiusolo, Il disegno di legge sulla disciplina dei
licenziamenti individuali e collettivi: verso il diritto del lavoro della ristrutturazione o della
restaurazione?, in “Lavoro 80”, n. 4, 1986, pp. 995 ss.; G. Ghezzi, Un disegno di legge per la
riforma della disciplina dei licenziamenti, in “Lavoro e Diritto”, n. 2, aprile 1987, pp. 379 ss.

261
l’introduzione di nuove garanzie sia in base alla consistenza numerica delle

aziende sia che prevedevano criteri relativi al volume di affari delle aziende in

questione.392 Ci fu inoltre un’altra proposta avanzata da CGIL, CISL e UIL che

riprendeva la proposta n. 3218/82 insabbiata tra i lavori parlamentari.

In questo contesto di inerzia del Parlamento nel varare una legge richiesta

anche dalle Corti di merito, arrivò nel febbraio 1990 una sentenza della Corte

Costituzionale che accolse il quesito referendario proposto da Democrazia

Proletaria. La sentenza provocò polemiche aspre nel mondo politico e sindacale,

come tra gli operatori del diritto. In molti credevano che paradossalmente una

vittoria del sì avrebbe avuto un effetto boomerag, cioè non avrebbe esteso a tutti i

lavoratori la tutela contro il licenziamento illegittimo, ma addirittura avrebbe

ridotto l’area della tutela reale.393 Tuttavia era convinzione diffusa che il

referendum non era sicuramente la strada migliore da percorrere. E ciò per due

motivi, uno più strettamente politico e l’altro di natura tecnica. Per quanto

riguardava il primo aspetto, da anni ormai i referendum sulle questioni sindacali e

del lavoro erano visti come pericolosi e controproducenti, perché i rapporti di

forza politco-sociali erano obbiettivamente sfavorevoli al sindacato e alla sinistra

politica. Una sconfitta avrebbe potuto rilanciare proposte riduttive che avrebbero

reintrodotto anche nelle imprese più grandi la tutela obbligatoria. Le memorie del

referendum sulla scala mobile nel 1984 erano ancora vive e ciò contribuiva

moltissimo a diffidare di un istituto che aveva decretato non solo la fine dell’unità

392
Per una trattazione di queste pdl vedi L. Gaeta, I tentativi di modificare lo statuto, cit., pp. 412-
13.
393
In questo senso si veda M. Rendina, La Corte Costituzionale ed il referendum per
l’abrogazione dei limiti alla disciplina dei licenziamenti individuali, in “Massimario di
Giurisprudenza del Lavoro”, 1990, pp. 10 ss. In senso contrario M. D’Antona, Gli effetti
abrogativi del referendum sul campo di applicazione dello Statuto dei lavoratori: veri e falsi
problemi, in “Foro Italiano”, I, 1990, pp. 750 ss.

262
sindacale, ma che aveva inaugurato la crisi da cui il PCI stava cercando

drammaticamente di uscire.

“[…] sembrava realistico – ad esempio – prevedere che la Cisl e la Uil si sarebbero lasciate
condizionare dai loro referenti governativi più dalla loro identità di sindacati dei lavoratori. E che
l’eventuale impegno della Cgil sarebbe stato ancora una volta neutralizzato e ammorbidito dalle
esigenze diplomatiche dei rapporti tra le sue componenti […]”.394

Sulla questione tecnica, anche in caso di vittoria del sì, un’analisi realista della

normativa, suggeriva comunque un intervento legislativo, volto si ad estendere la

tutela reale, ma sicuramente escludendo da quest’area ad esempio le micro

imprese di due o tre dipendenti. Fatto sta che i sindacati assunsero una posizione

unitaria a favore del sì, mentre il potere politico si affrettò ad unificare i diversi

progetti di legge in un unico testo e approvare celermente una legge per

scongiurare il referendum. Fu così che l’11 maggio il Parlamento approvò, in tutta

furia395, la legge n. 108/90 sull’estensione della tutela reale contro i licenziamenti

individuali. Essa prevedeva l’abrogazione dell’art. 11 della legge 604/66 e

estendeva la tutela reale anche a) ai lavoratori dipendenti da datori di lavoro non

imprenditori, esclusi le associazioni di tendenza, che avevano alle dipendenze

almeno 60 dipendenti o 16 nell’ambito dello stesso comune b) ai lavoratori

occupati in imprese con più di 60 dipendenti che non godevano della tutela reale

perché occupati in unità produttive al di sotto dei 16 dipendenti396 c) ai lavoratori

dipendenti di imprese di 16 dipendenti nello stesso comune o di 60 dipendenti

394
M. Pivetti, Licenziamenti nelle piccole imprese: dal referendum alla legge, in “Lavoro 80”, n.
1, 1990, p. 213.
395
Molti commentatori della vicenda sottolinearono addirittura che l’imminenza dei campionati
mondiali di calcio che si tenevano a giugno avrebbe accelerato l’approvazione della legge.
396
Su questo punto interessante fu la polemica tra M. Pivetti e G. Ghezzi su “il Manifesto” dei
giorni 16 e 17 maggio 1990. Il primo riteneva che il disposto avrebbe toccato un numero limitato
di lavoratori (dall’ 1 al 3 per cento degli interessati). Al contrario Ghezzi riferiva dell’esistenza di
un numero considerevole di imprese organizzate a rete. Ciò avrebbe comportato, per il senatore
comunista, l’estensione della tutela ad un numero di gran lunga superiore alla stima di Pivetti.

263
complessivamente soltanto se venivano computati anche i lavoratori con contratto

di formazione lavoro. Inoltre era prevista l’applicabilità dell’art. 7 in tutte le

aziende e l’illegittimità del licenziamento discriminatorio senza limiti

dimensionali. Il 21 maggio la Corte di Cassazione dichiarò precluso il referendum

abrogativo a seguito dell’emanazione della legge. La vicenda, al di là del

contenuto della legge che comunque estese ulteriormente l’area di tutela reale,

sottolineava ancora l’incapacità del Parlamento di predisporre una seria e

complessiva riforma dello statuto in un senso o in un altro. Solo grazie

all’iniziativa referendaria e all’accoglimento della Suprema Corte, il sistema

politico bloccato riuscì a sbloccarsi e ad emanare una legge.

Sempre riguardo al campo di applicazione dello Statuto, gli anni ottanta

furono il teatro di una parziale estensione della sua normativa all’agitato settore

del pubblico impiego. L’art. 37 dello Statuto infatti prevedeva l’applicazione solo

alle imprese pubbliche economiche escludendo tutta l’area della Pubblica

Amministrazione e degli altri enti pubblici non economici. La storica

differenziazione tra lavoro pubblico e lavoro privato aveva eretto degli steccati

non facilmente abbattibili, per via del regime giuridico speciale del lavoro alle

pubbliche dipendenze. Tuttavia con gli anni molti di questi steccati andavano

progressivamente cadendo per via di un “ambiguo” processo di privatizzazione

del lavoro pubblico. A ciò contribuì moltissimo la sindacalizzazione degli anni

settanta e la strategia delle riforme impostata dal sindacato unitario. Tuttavia, la

progressiva terziarizzazione del conflitto aveva investito anche larghi strati del

pubblico impiego e dove la stessa tenuta delle organizzazioni sindacali storiche fu

molto difficile. Certamente l’art. 37 non taceva del tutto, ma non diceva molto,

264
poiché nel suo disposto ambiguo affermava che le sue disposizioni si applicavano

anche agli altri enti pubblici, salvo che la materia sia diversamente regolata dalle

norme speciali. Come affermava Romagnoli, il maggior difetto dell’art. 37

“non era quello, subito denunciato, di escludere che lo Statuto fosse la casa comune dei
lavoratori privati e pubblici, bensì quello di non escluderlo senza, peraltro, curarsi di precisare che
sarebbe stato abitabile a condizione di pagare pigioni salate di cui soltanto adesso si comincia a
calcolare l’entità”397

In effetti la “nevrosi regolativa” degli anni settanta che investì i diversi

comparti del pubblico impiego nell’intento di equiparare lavoro pubblico e

privato, aveva portato ad una serie di interventi disorganici e intermittenti, ora a

livello negoziale, ora legislativo, ora d’interpretazioni giurisprudenziali, che di

fatto mantenevano la diversità delle due discipline e ne complicavano

l’interpretazione. Il dpr 411/76 prevedeva l’estensione degli art. 1, 6, 8 e 11 e dei

titoli II e III dello statuto, ai soli dipendenti degli enti parastatali, estensione che

doveva avvenire tra l’altro secondo norme di attuazione da emanarsi con accordi

sindacali. Così che nel 1980 una sentenza della Corte Costituzionale (n. 88)

mandava a dire al legislatore che, nonostante i progressi in materia, lavoro

pubblico e lavoro privato erano ancora diversi e che solo il legislatore avrebbe

potuto chiarire il processo di avvicinamento tre le due normative. Una estensione

integrale dello statuto al principio degli anni ottanta era quindi impensabile.

In questo clima nevrotico nel 1983 venne varata la legge quadro sul pubblico

impiego. Essa estendeva integralmente alcune libertà individuali (artt. 1, 3, 8 e 11)

e rimodellandolo l’art. 4 sulla professionalità dei lavoratori. Tuttavia in relazione

a tali diritti non fu sanato il problema della tutela giurisdizionale. Infatti il

397
U. Romagnoli, Il titolo III dello statuto dei lavoratori e il pubblico impiego, in “Quaderni di
Diritto del Lavoro e di Relazioni Industriali”, 1990, p. 49.

265
dipendente pubblico di regola avrebbe dovuto rivolgersi al tribunale

amministrativo e non al pretore e certamente la giustizia amministrativa rimaneva

poco favorevole al lavoratore sia sul piano processuale che sui tempi del processo

assai più lunghi rispetto alle pronunce del giudice ordinario.398 Inoltre la legge

taceva sulla repressione della condotta anti-sindacale (art. 28), “perpetuando una

situazione fortemente differenziata nella quale vi è anche il rischio che alcune

situazioni rimangano del tutto prive di tutela e che su altre vi siano decisioni

contrastanti di giudici diversi.”399 L’estensione dell’art. 28 fu un altro tema

importante su cui il Parlamento cercò di incidere una volta espunto dalla legge

quadro. Durante la IX e la X legislatura il PSI propose ben due ddl e due pdl che

estendevano la tutela contro la condotta antisindacale impugnabile di fronte al

tribunale amministrativo. Mentre il PCI propose di estendere l’art. 28

demandando la giurisdizione al tribunale ordinario. Ma nessuna di queste proposte

fu approvata e alla fine del decennio la repressione della condotta antisindacale

nel pubblico impiego non trovava ancora applicazione.

La legge quadro inoltre introdusse le tutele sindacali previste dal Titolo III

dello statuto in conformità con la legislazione di sostegno presente nel settore

privato. Tuttavia essa si differenziava dallo Statuto poiché non venivano indicati i

titolari e i limiti dei diritti sindacali rimettendoli alla contrattazione collettiva. Ciò

che venne regolata minuziosamente fu proprio la contrattazione collettiva,

indicando i soggetti, gli oggetti, livelli e procedure. La scelta fu tutta politica,

398
M. Rusciano, Rapporto di lavoro “pubblico” e “privato”: verso regole comuni?, in “Lavoro e
Diritto”, n. 3, 1989, p. 392. A quanto pare in assenza di una riforma del processo amministrativo, il
grosso fu fatto dalla giurisprudenza costituzionale, sia permettendo di fatto strumenti per i
provvedimenti processuali d’urgenza (sent. n. 190/1985), sia estendendo al giudizio
amministrativo alcune caratteristiche del regime delle prove del processo del lavoro privato.
399
L. Zoppoli, Statuto dei dipendenti pubblici: ancora diversi, in “Lavoro e Diritto”, n. 2, aprile,
1990, p. 282.

266
perché vennero indubbiamente privilegiati i sindacati confederali più idonei a

contenere le spinte di rivendicazione salariale per controllare spesa pubblica e

inflazione. Tuttavia nel corso della seconda parte del decennio, l’emergere delle

componenti sindacali extraconfederali, soprattutto dei COBAS, svelò

l’impossibilità di servirsi dei sindacati confederali per evitare rivendicazioni

salariali troppo onerose. Inoltre alla base del crescere dei c.d. conflitti di status o

più semplicemente corporativi, c’era proprio la scelta del legislatore di puntare

tutto sulla regolamentazione minuziosa della contrattazione collettiva.

Insomma alla fine del decennio, nonostante il progressivo avvicinamento,

lavoro pubblico e privato rimanevano ancora profondamente diversi e non erano

poche le norme dello statuto che di fatto non erano adottate nel pubblico impiego.

E ciò nonostante le proposte di legge provenienti dai soliti Giugni per i socialisti e

Ghezzi per i comunisti, come anche di quelle più decise della Sinistra

Indipendente e della stessa CGIL.

L’unico istituto regolato dallo Statuto e totalmente stravolto dall’intervento

legislativo era stato il sistema del collocamento. In verità il Titolo V dello Statuto

non riuscì nemmeno nel decennio settanta ad incidere sull’annoso problema del

mercato del lavoro italiano. Le commissioni per il collocamento ebbero una

diffusione minima a livello comunale e si richiedeva a gran voce una riforma

complessiva della materia. Il nuovo contesto degli anni ottanta e l’emergere di una

drammatica disoccupazione di massa, specie giovanile, non permettevano più

rinvii. Dopo che numerosi progetti di legge rimasero insabbiati nelle aule

parlamentari, si arrivò solo al 1987 ad una legge che regolava la materia. La

nuova legge revisionava indirettamente tutti i commi dell’art. 33, prevedendo

267
l’istituzione di sezioni e commissioni circoscrizionali, nuovi criteri di avviamento

a lavoro, l’attribuzione alle commissioni della competenza esclusiva al rilascio del

nulla osta alle richieste di assunzione e la depenalizzazione delle assunzioni non

avvenute per collocamento. Lo stesso art. 34 sulle richieste nominative fu

progressivamente modificato. In un primo momento vennero previsti un numero

maggiore di casi eccezionali per la richiesta nominative di manodopera,

successivamente con la legge del 1987 la norma fu praticamente ribaltata, poiché

erano previsti numerosi casi in cui si potesse assumere su richiesta nominativa. Il

processo di liberalizzazione e di flessibilizzazione del mercato del lavoro dunque

fece terra bruciata del titolo V dello statuto.

La disamina delle avventure principali dello Statuto nel decennio ottanta ci

svela il progressivo “processo di alterazione” della legge i un contesto socio-

economico zeppo di mutamenti rilevanti. Usiamo il termine “alterazione” perché

in realtà lo Statuto, profondamente turbato da critiche e proposte di riforma in un

senso e in un altro, non ha sostanzialmente mutato la sua morfologia, ma si è

adattato al nuovo contesto. L’adattamento si è avuto sia grazie ai limitati

interventi legislativi diretti o indiretti, sia grazie alla sua applicazione

giurisprudenziale meno garantista e più flessibile. Tale adattamento comportò sia

una deregolamentazione strisciante di cui ne fecero le spese gli stessi lavoratori,

sia un allargamento di alcune tutele che certamente diedero maggiori benefici ad

altri lavoratori, soprattutto nelle piccole imprese e nel settore del pubblico

impiego. Fatto sta che alla fine del decennio il forte valore simbolico acquisito

negli anni settanta veniva continuamente intaccato non solo dagli ambienti politici

più avvezzi al ritorno definitivo della supremazia del mercato e del potere

268
padronale, ma anche da chi ne era stato tra i più fermi sostenitori. Per questo

cresceva nella società la percezione che lo Statuto fosse una legge storica

rappresentativa dei fasti di un’epoca ormai passata, una specie di leggenda da

sbandierare contro i vertiginosi mutamenti in atto. Ciò fu una costante dei nuovi

sviluppi degli anni novanta.

269
CAPITOLO III

GLI ANNI ’90

3.1 Premessa

In questo ultimo capitolo andremo a ripercorrere il dibattito sui diritti dei

lavoratori di fronte all’emergere della società post-fordista. Effettivamente lo

sviluppo della società post-industriale non comportò esclusivamente

un’alterazione delle norme statutarie descritte nel capitolo precedente. Il

consolidarsi di nuove forme di impresa sia nel settore secondario che in quello

terziario, incidendo sulla struttura del mercato del lavoro in generale, provocò il

declino del lavoro subordinato in senso tradizionale. Esso andava non solo

stratificandosi e diminuendo di fronte alla mancanza di occupazione, ma andava

acquisendo quote di autonomia richieste dalla stessa impresa post-fordista. Il

comando gerarchico andava declinandosi e il lavoratore sembrava sempre più

autonomo e meno dipendente. Di fronte a questi cambiamenti già nel corso della

seconda metà degli anni ’80 gli operatori del diritto del lavoro si trovarono di

fronte alla c.d. crisi della subordinazione e all’emergere della crisi d’identità della

disciplina. Il contesto economico-sociale non era solo causa di turbamenti e

ispiratore di aggiustamenti al passo con i tempi, ma minava la stessa

sopravvivenza di una disciplina nata e da sempre rivolta al lavoro subordinato

tradizionale. Ciò comportava la crisi giuridica più rilevante dello Statuto, poiché

si inaugurava quella sorta di “fuga” dallo Statuto del lavoratori che ancora oggi è

alla base della sua minore effettività sociale e giuridica. In un primo momento

tuttavia, il dibattito, sia in dottrina sia nella giurisprudenza, sembrava assecondare

la confusione, mentre a partire dalla seconda metà del decennio, di fronte a scenari

270
ottimisti di fine della subordinazione che celava la mancanza di diritti e di dignità

dei nuovi lavoratori post-fordisti, si impostarono nuovi approcci teorici per una

nuova politica del diritto post-fordista. Nel primo paragrafo quindi ripercorreremo

il dibattito e lo immergeremo negli sviluppi del mutamento socio-economico già

tracciato nel precedente capitolo.

Lo stesso dibattito influì necessariamente nel contesto politico, che in quel

momento era alle prese con la grave crisi del biennio ’92-’93 e l’ormai inevitabile

crisi del sistema dei partiti della c.d. “I Repubblica”. Ne uscì, al di là delle

contraddizioni e delle restaurazioni striscianti, un sistema politico mutato, in cui il

riassetto delle gradi famiglie politiche si intrecciava a quello del sistema elettorale

proporzionale, aprendo le porte al nuovo assetto politico della II Repubblica delle

coalizioni di governo. Fu in questo contesto che tra il 1996 e il 1997 furono

presentati i primi progetti di legge che impostavano una nuova legislazione dei

lavori post-fordisti. Nel paragrafo successivo ci preoccuperemo quindi di

ripercorre le vicende salienti e le sorti di questi nuovi progetti di legge.

Falliti i tentativi del primo governo Prodi e inaugurato il II governo Berlusconi,

la questione dei nuovi lavori si intrecciò con le recenti riforme del mercato del

lavoro e con il riemergere di un consistente conflitto sociale. In questi anni

riemersero gli attacchi all’art. 18 dello Statuto dei lavoratori e a completamento

della riforma il governo propose una riscrittura dello Statuto, riprendendo il

progetto di Statuto dei lavori, presentato da Treu nella legislatura precedente. A

questo progetto se ne contrapposero altri, ma ancora una volta le elezioni politiche

del 2006 fecero fallire il progetto governativo.

271
3.2 Il diritto del lavoro tra crisi della subordinazione e affermazione

del postfordismo.

Come abbiamo visto nel capitolo precedente, di fronte ai mutamenti

economico-sociali tendenti verso la terziarizzazione e il superamento di modelli

organizzativi taylor-fordisti, già dalla seconda metà degli anni ’80 andava

prendendo piede un ampio dibattito sul futuro del diritto del lavoro. Presto la

maggior parte degli studiosi e degli osservatori dei mutamenti del mondo della

produzione in relazione alla normativa esistente, concentrarono la propria analisi

sul concetto giuridico della “subordinazione”. Dopo il diritto dell’emergenza e in

un contesto in cui la flessibilità faceva i suoi primi passi con l’estensione dei

contratti a termine, i part-time e i contratti di formazione lavoro, dottrina e

giurisprudenza convogliarono l’analisi sulla natura “esistenziale” del diritto del

lavoro.

“[…] le tensioni provocate dai processi di mutamento diversi si scaricano […] sulla chiave di
volta della materia, quel concetto di “subordinazione” su cui fa perno l’intero castello del diritto
del lavoro”400

Quindi i turbamenti dello Statuto come effetti rilevanti di un diritto del lavoro

che cambiava di fronte alla tecnologia e al declino dell’azione collettiva della

classe operaia, “partendo dalla subordinazione, tend[ono] ad investire la stessa

identità e lo statuto scientifico del diritto del lavoro”.401 Tutta la seconda metà

degli anni ottanta fu dominata da un contesto economico-sociale che tendeva alla

destrutturazione/frammentazione del lavoro subordinato tradizionale a vita e a

tempo pieno. Una destrutturazione che tuttavia non offriva repentinamente un


400
M. D’Antona, I mutamenti del diritto del lavoro e il problema della subordinazione, in “Rivista
Critica del Diritto Privato”, 1988, p. 195.
401
Ibidem.

272
nuovo modello socialtipico di tutela giuridica, ma che si caratterizzava come un

processo di transizione non facilmente leggibile. In effetti il processo di

affermazione del settore terziario e della lean production rimaneva una meta non

ancora del tutto raggiunta. Il settore terziario, seppur in crescita, stentava a

configurarsi come un settore avanzato applicabile alla produzione, mentre il

processo di ristrutturazione dell’industria era limitato all’introduzione di

tecnologie e ad una decentralizzazione debole che certamente flessibilizzò il

processo produttivo, ma che solo in parte scalfì l’organizzazione gerarchica e

burocratica taylorista. Dunque l’affermazione di un lavoro post-fordista a cui far

fronte era ancora una prospettiva, non una realtà composita.

Tuttavia fonti di tensione ce n’erano e tutte puntavano sulla natura stessa del

lavoro subordinato che sembrava meno eterodiretto e più cooperativo, meno

rigido e più variabile. Erano tutte tensioni che nascevano dall’introduzione

massiccia delle nuove tecnologie che avviavano anche in Italia la “terza

rivoluzione industriale”. Franco Carinci nel 1985 osservando le conseguenze

dell’introduzione delle tecnologie sul rapporto individuale di lavoro e la tendenza

verso il cambiamento, sottolineava:

“E’ ormai impossibile padroneggiare la letteratura in materia, che comincia a parlare anche in
lingua italiana. […] ogni libro, saggio, articolo condivide la consapevolezza del salto di qualità
dovuto all’avvento delle “tecnologie leggere” o “tecnologie intellettuali”, allo sviluppo
dell’informatica, della telematica, della meccatronica.”402

Il diritto del lavoro infatti nacque dall’identificazione del suo oggetto di tutela

esclusiva: il lavoro subordinato ricondotto ad un'unica, ma precaria nozione

unitaria. Con l’identificazione dell’oggetto di tutela giuridica si provvedeva

402
F. Carinci, Rivoluzione tecnologica e diritto del lavoro: il rapporto individuale, in “Giornale di
diritto del lavoro e di relazioni industriali”, n. 26, 1985, p. 205.

273
all’autonomia della disciplina nei confronti del diritto civile, distinguendo il

lavoro alle dipendenze altrui dalla generica locazione di opere. Fu così che si

arrivò al concetto giuridico di lavoro subordinato contrapposto a quello di lavoro

autonomo.403 Tutto lo sviluppo successivo, pur approfondendo la tutela e

appostandola non più su caratteristiche meramente assistenziali ma inserendola in

un processo di crescita progressiva delle tutele, tanto da far parlare di diritto del

lavoro come un diritto sociale, non intaccò la definizione unitaria di lavoro

subordinato su cui si andarono sviluppando leggi e contratti collettivi. Questo per

il semplice fatto che il modello di sviluppo del capitalismo occidentale taylor-

fordista permetteva la corrispondenza tra contratto di lavoro subordinato e

socialtipo di lavoratore protetto, così da tendere verso una tutela universale delle

garanzie che disinnescavano la pur sempre latente “permeabilità del confine tra

lavoro autonomo e subordinato”404. Lo stesso Statuto dei lavoratori non fu che una

evoluzione di questo approccio teorico, poiché rivolto esclusivamente al

lavoratore subordinato e applicabile alla generalità dei rapporti di lavoro impiegati

nei settori economici. Esso quindi era perfettamente aderente alla realtà socio-

economica dell’epoca. Lo stesso codice civile del ’42 (art. 2094), pur facendo

riferimento ad un tipo di rapporto di lavoro, quello nell’impresa, non poneva

particolari problemi riguardo al “chi” del diritto del lavoro e al “come” della

403
In Italia tale operazione dottrinale fu condotta nei primi anni del ‘900 da Ludovico Barassi
tramite l’inserimento del rapporto di lavoro nel corpo del diritto civile, perseguendo tra l’altro una
precisa politica del diritto di tipo liberale. Infatti l’emergere del movimento dei lavoratori a fronte
della rivoluzione industriale, andava spesso assumendo un carattere potenzialmente eversivo del
sistema. Per questo si operò verso una negazione dell’autonomia contrattuale del lavoratore
rispetto al datore di lavoro. Ciò avrebbe comportato una serie di interventi giuridici di protezione e
di assistenza sociale verso tali figure lavorative. Per una trattazione storico-giuridica della nascita
del contratto di lavoro subordinato U. Romagnoli, Il lavoro in Italia, cit., pp. 19-97, con una
dettagliata bibliografia in merito.
404
M. D’Antona, Intervento, in Proposta di discussione: il lavoro e i lavori, in “Lavoro e Diritto”,
n. 3, luglio 1988, p. 413.

274
prestazione dedotta nel contratto di lavoro. Fino quindi alla metà degli anni ’80 fu

facile sussumere le poche diversità di prestazione lavorativa nell’ambito del

lavoro subordinato e quindi nella zona protetta dallo Statuto dei lavoratori.405 Ma

successivamente pareva sempre più che dal mercato del lavoro protetto dallo

Statuto “salp[asse] un bastione carico di uomini e donne di giovane età,

inoccupati, sottoccupati, disoccupati […] cassa-integrati senza speranza ed espulsi

da aziende in crisi, decotte o defunte. Tutti insieme, appassionatamente, si

imbarca[vano] per il continente pressoché inesplorato del lavoro autonomo,

parasubordinato, atipico […]”406 e quindi fuori dall’area tutelata dallo Statuto. In

questo nuovo continente, l’introduzione della tecnologia tanto nel settore terziario

come in quello secondario modificava il “come” della prestazione e ciò scalfiva la

visione unitaria del lavoro subordinato e la sua estraneità dal lavoro autonomo,

facendo emergere un numero non del tutto marginale di differenti “aree grigie”

del lavoro, cioè non riconducibili facilmente né al lavoro autonomo né a quello

subordinato.

Il problema della qualificazione del rapporto di lavoro venne quindi affidato

caso per caso alla giurisprudenza. Con il passare del tempo durante gli anni

ottanta i casi andarono aumentando, segno del processo di mutamento in atto. Dal

famoso caso estremo del pony express a quello dei consulenti (finanziari,

immobiliari, informatici), passando dalle telefoniste dell’144, tutte figure

lavorative c.d. “di frontiera”. La struttura del mercato del lavoro


405
Lo stesso lavoro a domicilio, che era riaffiorato nella prima metà degli anni ’70 a fronte della
prima crisi petrolifera, fu facilmente riconducibile al lavoro subordinato sulla base di ragioni
sociali incontrovertibili che lo descrivevano, usando un espressione citata da D’Antona, un
“lavoratore dal guinzaglio lungo”, in Id., I mutamenti del diritto del lavoro, cit., pp. 197-98 e 199.
Sulla tendenza espansiva del diritto del lavoro e sugli aspetti storici connessi, si veda Spagnuolo
Vigorita, Subordinazione e diritto del lavoro. Profili storico-critici, Napoli, Morano, 1967.
406
U. Romagnoli, Attuazione e attualità dello statuto dei lavoratori, in Lo statuto dei lavoratori
(1970-1990), cit., p. 11.

275
“non [era] più riconducibile alla dicotomia tradizionale tra lavoro subordinato regolare –
tendenzialmente stabile – e lavoro subordinato c. d. sommerso – irregolare o precario – ma [era]
caratterizzata da una crescente segmentazione dell’occupazione, determinata dalla diffusione delle
prestazioni c.d. flessibili tanto nell’area del lavoro dipendente quanto nell’area del lavoro
indipendente, autonomo e associato.”407

La stessa giurisprudenza si trovava per altro in enorme difficoltà per

l’incapacità di pervenire a una ricostruzione affidabile del tipo legale lavoro

subordinato ora difficilmente interpretabile, stante l’evanescenza qualificatoria

che il concetto di subordinazione andava assumendo di fronte alla diversificazione

delle prestazioni. Fu così che il c.d. metodo sussuntivo, che “impone, per

l’imputazione di determinati effetti giuridici, una perfetta identità fra fattispecie

concreta e tipo legale del lavoro subordinato”408, non potendo più funzionare

bloccava lo Statuto stesso alla frontiera edificata dai c.d. “nuovi lavori”. Per

intercettare tali differenziazioni la giurisprudenza andò quindi elaborando una

serie di indizi e criteri sussidiari di qualificazione delle fattispecie concrete (c.d.

metodo tipologico). Nel corso degli anni furono introdotti elementi sussidiari

quali la proprietà dei mezzi di produzione, la forma della retribuzione, l’assenza di

rischio economico, la sottoposizione a direttive o a sanzioni disciplinari, ecc., tutti

da raffrontare con le modalità concrete dell’esecuzione della prestazione, al di là

della volontà delle parti. Ma lo stesso metodo tipologico avrebbe condotto ad una

varietà di qualificazioni in potenziale contraddizione e negli stessi casi in cui

veniva applicato il metodo sussuntivo, spesso le sentenze venivano sorrette dal

ricorso a criteri sussidiari e indiziari della fattispecie concreta, visto che “il

metodo giuridico della sussunzione […] può essere certo integrato con l’impiego

407
E. Ghera, La subordinazione tra tradizione e nuove proposte, in “Giornale di Diritto del Lavoro
e delle Relazioni Industriali”, n. 40, 1988, 4, p. 623.
408
M. Biagi continuato da M. Tiraboschi, Istituzioni di diritto del lavoro, Milano, Giuffrè, 2004,
III edizione, p. 107.

276
di criteri o modelli socio-economici per l’ordinamento tipologico della realtà […]

ma non può essere accantonato”.409 Tuttavia la difficoltà del metodo sussuntivo,

anche se parzialmente integrato con quello tipologico, non permetteva una

qualificazione delle nuove forme di lavoro così da lasciare un numero crescente di

lavoratori al di furori delle tutele del lavoro subordinato e quindi dello Statuto.

“[…] nell’opinione dei giudici del lavoro, e soprattutto dei più alti in grado […] moltissime
[…] sentenze negano la qualificazione del rapporto di lavoro subordinato – e quindi l’applicazione
della relativa normativa di tutela […] In casi sempre più sparuti la giurisprudenza (quasi mai
quella di legittimità) si sforza di adattare la concezione degli indici rivelatori in relazione alla
peculiarità del caso; negli altri casi tiene ferma la tradizionale configurazione degli indici di
subordinazione, tende a negarne la sussistenza nel caso concreto e finisce così per dare rilievo alla
“volontà espressa” delle parti nel contratto più che ai connotati del rapporto di lavoro nel suo
svolgimento.”410

La giurisprudenza dimostrava quindi notevoli difficoltà ad individuare le figure

idonee a cui applicare le tutele esistenti, mentre la dottrina andava elaborando

schemi di individuazioni del quantum delle tutele posto che il giudice poteva

“decidere se una certa figura entra[va] o non entra[va] in un universo di garanzie,

ma una volta che l’abbia fatta entrare, non [poteva] essere arbitro del grado di

protezione che ad essa viene ricondotto”.411

Di fronte a tali segnali di crisi e all’incapacità del legislatore di razionalizzare

un diritto del lavoro in crisi d’identità, a cavallo tra il decennio ’80 e ’90, parte

della dottrina si preoccupò di ripensare lo schema della norma inderogabile e

provvedere ad una rivalorizzazione della compressa autonomia individuale. Era

una soluzione neo-contrattualista. Tale impostazione si basava sulla

considerazione che il nuovo mercato del lavoro stava facendo emergere nuove

figure lavorative, la quale maggiore autonomia li rendeva più forti

409
E. Ghera, La subordinazione, cit., p. 624.
410
A. Salento, cit., p. 159.
411
M. D’Antona, Intervento, cit., p. 415.

277
contrattualmente nel mercato del lavoro. I mutamenti in atto erano contraddistinti

quindi da un processo di “fuga dalla subordinazione”412 e dall’emergere di figure

lavorative così “forti” sul piano contrattuale da sfuggire dal vincolo solidaristico

delle norme inderogabili del lavoro subordinato.

“Sta dunque allargandosi il novero dei lavoratori “forti” poco interessati, o addirittura
controinteressati, rispetto al modello standard di organizzazione del lavoro previsto dalla legge o
dalla contrattazione collettiva, cioè rispetto allo schema di tutela imperniato sulla norma
inderogabile. E con la fuga dei “forti”, l’area nella quale opera il principio egualitaristico e
solidaristico si contrae […]; il suo baricentro si sposta verso il basso, con il risultato di una
accentuazione del sacrificio imposto, al suo interno, ai più produttivi e di un ulteriore incentivo
alla loro fuga.”413

Di conseguenza l’affidamento a queste emergenti figure lavorative outsider di

una tutela adeguata doveva avvenire “attraverso il rafforzamento del loro potere

contrattuale individuale, garantendo e/o rafforzando la loro posizione di

sostanziale sicurezza nel mercato, quindi nella fase della negoziazione del

contratto, prima ancora che nel rapporto di lavoro.”414

“La via d’uscita - si potrebbe pensare - è oltremodo facile: “deregolazione” e


“neocontrattualismo” sono gli slogan onnipresenti. Niente, infatti, appare meglio adeguato
all’obbiettivo di liberarsi in un colpo solo degli ostacoli che impediscono un’appropriata
considerazione degli interessi individuali e degli spazi decisionali del singolo.”415

E’ chiaro che in questa prospettiva lo Statuto rappresentava uno degli strumenti

normativi che più ostacolavano il progetto “neocontrattualista”, poiché garantiva

l’autotutela collettiva degli insider e contribuiva al processo di fuga dal lavoro

subordinato sopra descritto.

412
P. Ichino, La fuga dal lavoro subordinato, in “Democrazia e Diritto”, 1990, pp. 69 ss.
413
Id., Norma inderogabile dell’autonomia individuale nel diritto del lavoro, in “Rivista Giuridica
del Lavoro”, I, 1990, p. 78.
414
Ivi, p. 79.
415
S. Simitis, Il diritto del lavoro e la riscoperta dell’individuo, in “Giornale di Diritto del Lavoro
e di Relazioni Industriali”, n. 45, 1990, 1, p. 92.

278
A questa concezione si contrappose tutta la dottrina che, basandosi sulla

considerazione che la maggiore autonomia del lavoro spesso nascondeva nuove

forme di dominio e di dipendenza, proponeva un nuovo schema normativo

indisponibile basato sulla dignità, sicurezza e solidarietà dei nuovi lavori, non

conservando le norme esistenti come baluardi inespugnabili, ma appostando una

tutela modulata rispetto alla nuova complessità sociale. Tale filone prendeva le

mosse dagli studi in tema di differenziazione dei trattamenti proposta già nel

1985 da Marcello Pedrazzoli.416

“Molto più convincente appare la richiesta di una modulazione flessibile dell’intervento,


abbandonando quindi in misura sempre più cospicua l’idea di una disciplina chiusa e vincolante
[…] In altri termini, mentre le tradizionali “leggi di tutela”, che hanno fatto la storia del diritto del
lavoro, proponevano un modello comportamentale vincolante e privo di alternative, una
legislazione di “incentivo” si limita intenzionalmente ad esplicitare determinate preferenze e allo
stesso tempo ad invitare datori e prestatori di lavoro ad utilizzare la loro competenza regolativa per
precisare più in dettaglio le disposizioni che alla fine dovranno essere seguite.”417

Secondo questa altra prospettiva lo Statuto non era una norma immodificabile e

per questo essa avrebbe dovuto essere aggiornata e affiancata da una normativa di

sostegno minima diretta a chi rimaneva fuori dalla tutela statutaria. Questa tutela

minima doveva obbligare le parti a negoziare nuove regole aderenti alla specificità

del caso anche in deroga delle norme statutarie e all’autonomia collettiva a favore

di quella individuale.

Intanto da più parti si levava l’opposizione ad un diritto del lavoro visto come

“diritto delle attività”, posto che solo la disciplina del rapporto di lavoro

subordinato avrebbe potuto tutelare le nuove figure di assoggettamento e di

416
M. Pedrazzoli, Democrazia industriale e subordinazione, Milano, Giuffè, 1985.
417
S. Simitis, Il diritto del lavoro, cit., p. 96.

279
sottoprotezione emergenti.418 Questo ulteriore filone della dottrina proponeva una

estensione della tutela tipica del lavoro subordinato alle c.d. fasce del lavoro

parasubordinato valorizzando la “debolezza contrattuale” delle prestazioni

coordinate e continuative previste dall’art. 409, comma 3, c.p.c. Tutto questo

filone metteva in evidenza l’emergere dei rapporti di lavoro non subordinati tra i

quali distinguevano da una parte “l’utilizzo di forzature semitruffaldine di alcuni

istituti giuridici” quali “il rapporto di associazione in partecipazione, quello di

socio d’opera, o quello […] del socio-lavoratore di cooperativa”419 e dall’altra il

rapporto di lavoro coordinato e continuativo. Per quanto riguardava i rapporti di

lavoro coordinato e continuativo, questi sottolineavano una certa autonomia ed un

superamento della c.d. subordinazione personale, ma ravvisavano la permanenza

della c.d. subordinazione tecnico-funzionale ed economica.

“Questo equivoco, insieme politico e tecnico-giuridico, è stato utilizzato in modo,


spregiudicato da parte datoriale, con il crescente consenso della giurisprudenza: in effetti, il
rapporto di co.co.co. può dare al datore tutti i benefici del rapporto di lavoro subordinato
discendente dalla reale condizione proletarizzata del prestatore […] e dovrà sottoporre alle sue
direttive e impostazioni e secondo modalità meno militaristiche, certo, […] ma in concreto non
meno coerenti.”420

E’ chiaro che per questo filone lo Statuto rimaneva l’asse portante della

disciplina normativa del lavoro e che anzi esso doveva essere esteso nei sui

caratteri essenziali anche alle nuove forme di lavoro che non potevano usufruire

della tutela statutaria.

418
In questo senso si vedano L. Mengoni, La questione della subordinazione in due trattazioni
recenti, in “Rivista Italiana di Diritto del Lavoro”, I, 1985 p. 5 ss.; L. Montuschi, Il contratto di
lavoro tra pregiudizio e orgoglio giuslavoristico, in “Lavoro e Diritto”, 1993, pp. 21 ss.
419
P. Alleva, Flessibilità del lavoro e unità-articolazione del rapporto contrattuale, in “Il Lavoro
nella Giurisprudenza”, n. 8, 1994, p. 780. L’autore suggerisce nei primi due casi di reprimere tali
operazioni “bizzarre” in via amministrativa o giudiziale e, nel caso del socio-lavoratore di
cooperativa, di provvedere ad un intervento legislativo che introducesse tutele adeguate in un
campo in cui da tempo il legislatore era stato compiacente di forte alle ragioni di “democrazia”
dell’ente cooperativo.
420
Ibidem.

280
Bisogna sottolineare tuttavia che in questa fase sia le analisi della dottrina che

le argomentazioni della giurisprudenza risentivano delle contraddizioni in cui il

processo post-fordista si stava attuando nel paese. Il risultato era che tutte le

“opzioni ricostruttive e sistematiche, seppur in seguito riconfermate, riflettevano

uno stile di pensiero calibrato sulla visione “fordista” del lavoro”.421 Ciò non

permetteva agli operatori del diritto di superare lo schema polarizzato tra lavoro

subordinato e lavoro autonomo che era la causa principale delle difficoltà della

disciplina. E certamente i motivi di queste impostazioni di fondo erano inscritti

negli eventi socio-economici in atto che si rivelavano nella loro portata di radicale

mutamento, ma non da prefigurare un contesto post-fordista composito.

“La fase della flessibilità e della crescente segmentazione del mercato del lavoro è da venire;
l’impresa “a rete” non è ancora all’orizzonte, segnato semmai da processi di decentramento
produttivo di tipo tradizionale; la “smaterializzazione” del lavoro, tipico delle relazioni
polifunzionali informatiche, è ipotesi quasi accademica; soprattutto, i fenomeni neo-industriali
dello sviluppo quanti-qualitativo dei servizi non offuscano i contorni del prototipo normativo della
subordinazione “personale”.422

Effettivamente le ristrutturazioni e le razionalizzazioni del sistema di fabbrica

fordista (fabbrica ad Alta Automazione), la competizione tra questa e il modello

distrettuale di piccole imprese e la crescita del settore terziario, avevano messo in

discussione la concezione unitaria della subordinazione fordista, ma non avevano

ancora fatto emergere in maniera generalizzata quelle nuove figure professionali

formalmente indipendenti che oggi caratterizzano la nostra economia post-

fordista. Fu invece durante il decennio ’90 che il processo di

“giapponesizzazione” della produzione venne approfondito e calato nel caso

italiano, mentre nello stesso periodo il settore terziario avanzato continuò a

421
A. Perulli, Crisi della subordinazione e lavoro autonomo, in “Lavoro e Diritto”, n. 2, primavera
1997, p. 181.
422
Ivi, 181-182.

281
crescere ulteriormente. Nel periodo considerato infatti grazie allo sviluppo

dell’informatica, applicata tanto ai settori industriali quanto a quelli dei servizi,

alla crescita del commercio globale e dell’interdipendenza economica a livello

europeo e mondiale, i processi di affermazione del post-fordismo ebbero

strumenti e motivi ulteriori per svilupparsi nel nostro contesto economico. Tutte le

nuove forme organizzative che si andavano sperimentando (dal lavoro di squadra,

all’impresa a rete, al franchising) o l’emergere di nuove attività (imprese

pubblicitarie, di desigh, marketing, di consulenza informatica,…) prefigurarono

un mercato del lavoro in cui il lavoro subordinato classico andava riducendosi ad

una minoranza, mentre sembrava crescere il lavoro indipendente. L’esecuzione e

la progettazione della prestazione lavorativa non erano più rigidamente divise e la

discrezionalità del lavoratore diventava sempre più ampia. Tuttavia non ci si

trovava affatto di fronte ad una mera imprenditorialità diffusa. La discrezionalità

della prestazione era comunque accompagnata dal permanere di specifiche

direttive sui risultati da raggiungere che di fatto limitavano l’autonomia della

prestazione. Gli stessi risultati erano inseriti in un più generale disegno di

produzione di valore ai quali benefici i prestatori rimanevano completamente

esclusi. Vediamo più da vicino alcuni di questi processi di emersione del c.d.

“lavoro autonomo di seconda generazione.”423

Nel corso degli anni ’90 gran parte delle grandi imprese italiane introdussero

modelli organizzativi basati sul sistema di fabbrica “integrata”. Le difficoltà di far

fronte alla flessibilità produttiva dopo l’introduzione di tecnologie di automazione

flessibile nel corso degli anni ’80, avrebbero comportato necessariamente

423
S. Bologna, A. Fumagalli, Il lavoro autonomo di seconda generazione. Scenari del
postfordismo in Italia, Milano, Feltrinelli, 1997.

282
l’adozione di un’organizzazione volta alla gestione della stessa flessibilità per far

fronte alle incertezze del processo produttivo e alla concorrenza internazionale

sempre più agguerrita424. Ciò sarebbe stato possibile solo con il coinvolgimento

dei lavoratori e dalla capacità dei questi di far fronte direttamente alle inefficienze

e alle incertezze della produzione flessibile e allo stesso tempo organizzarle

secondo gli obbiettivi strategici dell’impresa.

“Si trattava, dunque, di riconoscere agli esecutori margini di discrezionalità (non di autonomia,
beninteso), di flessibilità decisionale e operativa; e, al contempo, di irretire questa discrezionalità
in un quadro di vincoli che, da un lato, garantisse il mantenimento di una direzione di senso
nell’esercizio della discrezionalità stessa e, dall’altro, producesse una esplicitazione delle decisioni
discrezionalmente assunte, a beneficio dell’apprendimento organizzativo.”425

Chiaramente gli schemi organizzativi della burocrazia gerarchica dell’impresa

tayloristica dovevano essere rinegoziati e non solo alleggeriti. Bisognava superare

la separazione rigida tra progettazione ed esecuzione e quindi istituzionalizzare gli

apporti discrezionali del lavoratore. Un grande gruppo industriale come Fiat Auto

nel corso del decennio attuò tale processo sia a livello macro-organizzativo

(maggiore discrezionalità dei responsabili degli stabilimenti) sia a livello micro-

organizzativo (creazione della officina integrata). In entrambi i livelli

decrescevano prestazioni lavorative dipendenti secondo le logiche della

subordinazione tayoorista-fordista e al tempo stesso si istituzionalizzarono nuove

forme di dipendenza/subordinazione. Ad esempio a livello micro, l’officina

424
La stessa Fiat Auto, che era stata l’impresa all’avanguardia nell’adozione di un sistema
produttivo ad alta automazione flessibile, dovette far fronte alla crisi internazionale del settore auto
sul finire degli anni ’80, crisi da cui ne usciva rafforzato solo il mercato giapponese. “Sul finire
degli anni ottanta l’azienda constata che l’automazione flessibile e il “taylorismo giapponesizzato”
[…] non migliorano le prestazioni del sistema produttivo ad un livello tale da accorciare le
distanze sul terreno della competitività con i concorrenti più agguerriti”, in G. Cerruti, La fabbrica
integrata, in “Meridiana”, n. 21, settembre 1994, p. 106. Per una visione generale della crisi
internazionale dell’automobile, si veda A. Enrietti, L’auto snella e l’Europa invidiosa, in “Politica
e Economia”, n. 6, 1991, pp. 60 ss.
425
A. Salento, cit., p. 48.

283
integrata che provvedeva alla produzione di prodotti omogenei (un motore per

esempio) è caratterizzata soprattutto dalla presenza di Unità Tecnologiche

Elementari (UTE) e dal lavoro di squadra.426 Nello stabilimento di Melfi, fabbrica

integrata e esperienza post-fordista per eccellenza, le UTE non solo erano

autonome dal punto di vista interno da altre unità tecnologiche e interdipendenti

con le sub-unità in un sistema strutturato secondo la logica cliente/fornitore

all’interno dello stabilimento, ma al loro interno erano previste prestazioni

variabili e con larghi margini di discrezionalità che di fatto facevano emergere

lavoratori formalmente autonomi.427 Tuttavia bisogna sottolineare che la

discrezionalità di queste figure professionali, che certamente erano affiancate da

uno zoccolo duro di lavoratori subordinati tradizionali, non li rendeva affatto

lavoratori autonomi poiché rimanevano inseriti in un contesto aziendale il cui

controllo/indirizzo della dirigenza aziendale provvedeva ad inserire tali

discrezionalità nel processo produttivo e nelle strategie aziendali complessive.

Lo stesso avveniva in relazione alla crescita dell’organizzazione reticolare

d’impresa. Questo processo era il risultato congiunto delle decentralizzazioni

constanti avviate già nel corso degli anni ’70 da parte delle grandi industrie

fordiste e la difficoltà in cui si trovarono i distretti industriali di piccole imprese al

principio degli anni ’90. Nel decennio ’90 infatti si assistette ad una redifinizione

del rapporto tra piccola e grande impresa. Se nel corso degli anni ’80 la piccola

426
Un embrione delle UTE fu introdotto già nel 1987 nello stabilimento di Termoli 3. Questo fu il
primo esperimento di “lavoro di squadra” e di superamento del “lavoro di gruppo”. Riguardo
all’organizzazione del lavoro nello stabilimento di Termoli 3, si veda B. Cattero, Motori di
qualità: l’organizzazione del lavoro alla Fiat di Termoli 3, in “Politica ed Economia” n. 6, 1991,
pp. 53 ss. Per una differenziazione concettuale tra lavoro di squadra e lavoro di gruppo vedi A.
Salento, cit., pp. 46-7.
427
Per una ricognizione ben dettagliata su come è stato concepito e come poi si è organizzato lo
stabilimento Melfi, si vedano ancora G. Cerruti, La fabbrica integrata, cit. pp. 103 ss.; Id., La Fiat
auto conquista la notte e il sabato: è la fabbrica integrata, in “Politica e Economia”, n. 1/2, aprile
1995, pp. 32 ss.

284
impresa aveva rappresentato una reale alternativa alla grande impresa che intanto

si andava difficilmente ristrutturando (si veda supra, parte II, paragrafo 2.1), tale

capacità andava via via declinando a favore di una compenetrazione dei due

modelli organizzativi e a nuove forme gerarchiche dominate della grande

dimensione.

“Nel momento stesso in cui la grande impresa si ristruttura per diventare anch’essa flessibile, i
rapporti gerarchici precedenti di tipo fordista tendono a riprodursi, seppure in forma diversa […]
sul finire degli anni ottanta-inizio anni novanta entrambe le tipologie di imprese […] sono
diventate flessibili. La capacità di flessibilizzazione della grande impresa, la possibilità di sfruttare
le nuove tecnologie più di quanto possa fare la piccola impresa consentono alla grande impresa di
gestire la rete logistica della produzione e di demandare alla piccola impresa settori sempre più
ampi della propria produzione, spesso in modo centralizzato e gerarchico.”428

Si vanno creando dunque delle vere e proprie organizzazioni reticolari di

piccole e medie imprese legate ai cicli produttivi di una impresa-leader, impresa-

madre o impresa-capocommessa. Oltre alla zona del Nord-Ovest, le imprese c.d.

corporate nerwork429 si sono sviluppate prevalentemente nelle zone dove c’era

una forte presenza di piccole imprese, in molti casi artigiane, o addirittura nei

distretti industriali. Grazie alla presenza di know how locali e diffusi, le grandi

aziende riuscivano a deverticalizzare la propria produzione demandando, tramite

contratti di fornitura e sub-fornitura intere fasi della produzione. Nella catena del

valore così creata, a valle si trovavano una serie di imprese di piccole dimensioni

che formalmente si configuravano come autonome, mentre realmente erano

strettamente dipendenti dal committente. Ciò non solo per quanto riguardava parti

della produzione in senso stretto, ma anche riguardo ai servizi alla produzione,


428
A. Fumagalli, Aspetti dell’accumulazione flessibile in Italia, in S. Bologna, A. Fumagalli (a
cura di), Il lavoro autonomo di seconda generazione, cit., p. 141-2.
429
“Cioè sistemi produttivi che hanno al centro un’impresa leader (o impresa “motore di ciclo”)
che in genere possiede le competenze progettuali e tecnologiche del prodotto e tiene ben saldo il
legame con il mercato, attraverso le reti di vendita e distribuzione”, in F. Belussi, Il capitalismo
delle reti. Stabilità e instabilità del corporate network nel settore della subfornitura del tessile-
abbigliamento veneto, in Ivi, p. 206.

285
come trasporti, distribuzione al dettaglio, promozione. E certamente quello dei

servizi diveniva forse il settore in cui maggiormente si riscontrano regimi di

rapporto di lavoro non configurabili come dipendenti tradizionali. Sempre più

spesso imprese di servizio sia al consumatore che al produttore, si avvalevano di

un piccolo nucleo di lavoratori subordinati affiancati da un numero considerevole

di figure professionali autonome (collaboratori professionali, esperti con rapporti

occasionali e specifici, free-lances, tecnici del settore). Il settore dei servizi sia

avanzato che arretrato si presentava caratterizzato da

“un’elevata diffusione di “forme di collaborazione in regime di autonomia dei prestatori


d’opera”, con una particolare accentuazione nelle realtà delle imprese di minori dimensioni;[…] un
profilo organizzativo delle imprese come “sistemi dei confini relativamente aperti e fluidi”, che
rendono di fatto impossibile consolidare come appartenenti all’impresa soltanto i partners e i
dipendenti, senza tener conto dei collaboratori formalmente esterni; […] si verifica che la sola
forma del rapporto di lavoro non è sufficiente ad identificare “il grado di centralità, e forza, e
sicurezza, della posizione ai singoli nel sistema aziendale”430

Tutti questi mutamenti andavano prefigurando il post-fordismo in Italia, che

lungi da essere rappresentato da una mera crescita del lavoro autonomo, era

fortemente caratterizzato dalla diffusione dei contratti di collaborazione

coordinata e continuativa. Infatti nonostante le analisi sulla forza lavoro occupata

negli anni novanta scontarono forti contrapposizioni di vedute, attorno al 1998 le

indagini andavano sempre più focalizzando l’attenzione proprio sui co.co.co. e

non su una semplice crescita del lavoro autonomo.431 I co.co.co. crebbero in

maniera sostanziale soprattutto a partire dal 1995, tanto che nel 1998 erano giunte

430
M. Ambrosini, Le relazioni di lavoro nel terziario privato, in “Lavoro e Sindacato”, n. 4, 1992,
pp. 8-9.
431
In questo senso si veda una importante ricerca dell’Ires relazionata da A. Accornero, Una
ricerca sui lavori coordinati e continuativi. Fra subordinazione ed autonomia, in “Lavoro
Informazione”, 1998, n. 22, pp. 5 ss.

286
a circa un milione e trecento mila unità.432 Il boom era dovuto non solo al fatto

che nel ’95 venne introdotta la previsione per i co.co.co. del contributo

previdenziale del 10%433, ma anche perché le maggiori politiche di gestione del

personale ormai puntavano proprio su queste figure contrattuali434, ritenute più

idonee alle nuove organizzazioni produttive. In altre parole gli interessi delle

nuove forme d’impresa a fare largo uso di lavoratori formalmente autonomi e le

difficoltà economiche degli enti previdenziali che ebbero come conseguenza

l’istituzione di una minima tutela previdenziale, furono le due cause congiunte

della crescita dei lavoratori coordinati e continuativi, prima come soggetto

economico e successivamente come vero e proprio soggetto socialmente

rilevante.435 Si apriva quindi il dibattito riguardo a queste nuove figure sociali, tra

chi riteneva che questi lavoratori fossero assimilabili più ai lavoratori autonomi,

individuando in essi un lavoratore quasi-imprenditore, secondo una visione

interclassista436, o all’opposto assimilandoli ai lavoratori subordinati, nella

432
Ivi, pp. 5-6. Proprio negli anni tra il ’96 e il ’98 furono pubblicate numerose ricerche che
andarono ad indagare la composizione tipica del lavoro c.d. “atipico”. I risultati spesso erano
contrastanti, visto che in molti casi si includevano fra i rapporti di lavoro atipici anche quei
rapporti chiaramente subordinati a tempo determinato, interinale o part-time. Per una trattazione
completa di queste ricerche si veda T. Vettor, Ricerche empiriche sul lavoro autonomo coordinato
e continuativo e le nuove strutture di rappresentanza sindacale Nidil, Alai e Cpo, in “Lavoro e
Diritto”, n. 4, autunno 1999, pp. 619 ss. Nel caso l’Autrice, presentando i dati di una ricerca del
Cerit-Cisl, fa notare che questa contraddice alcune altre ricerche come quella dell’Ires, che
sottolineavano la prevalenza di uomini a prestazione coordinata continuativa. Al contrario si
riscontrava, nei lavoratori co.co.co., una prevalenza di donne, in possesso di lauree e single, in
linea con la teoria della femminizzazione del lavoro nel post-fordismo. In tal senso si veda I.
Vantaggiato, La “femminizzazione” del lavoro, in AA.VV., Stato e diritti nel postfordismo, Roma,
ManifestoLibri, 1996, pp. 47 ss.
433
C’è da sottolineare che il provvedimento preso con la l. n. 335/1995 non fu certamente mosso
solo dall’intento di impostare una politica di protezione previdenziale in capo ai co.co.co., ma essa
si inseriva nel più generale riassetto della spesa pubblica, in questo caso della riforma
previdenziale del governo Dini. In altre parole il sistema Italia aveva bisogno di “battere cassa”.
434
A quanto pare invece nei primi anni ’90 si preferiva imporre a questi lavoratori l’apertura di
una partita Iva.
435
M. Carrieri, Come regolare i nuovi lavori, in “Lavoro Informazione”, n. 3, 1999.
436
E’ una posizione chiaramente espressa in A. Bonomi, Il capitalismo molecolare, cit.

287
prospettiva di un nuovo lavoratore autonomo-massa, secondo una visione

classista437.

“Si confrontano qui due prospettive antitetiche. La prima è quella di un lavoro effettivamente
autonomo, connotato da notevole discrezionalità ed elevato contenuto, che viene scelto e in parte
costruito da persone capaci di iniziativa e di relazionalità. […] La seconda prospettiva è quella di
un lavoro formalmente autonomo ma svolto con vincoli di dipendenza e in condizioni di attività
tipici di quello subordinato, rispetto al quale offre ben poca discrezionalità in più e molte
opportunità e garanzie in meno.”438

Solo con l’affermarsi dirompente del lavoro post-fordista e quindi con il boom

co.co.co., la dottrina giuslavorista, si preoccupò di tutelare “quei moderni “uomini

di fatica”[…], quell’universo di forza lavoro desalarizzata, ma non

“detaylorizzata.”439

“Si giunge così a porre il discorso in termini qualitativamente diversi: abbandonando il punto
esclusivamente interno al sistema giuridico positivo, la dottrina appare per la prima volta disposta
a mutare il taglio metodologico operante nella costruzione del proprio universo cognitivo,
avanzando proposte speculative di sistemi di riferimento categoriali radicalmente nuovi. Andare
oltre l’attuale nozione di subordinazione, insomma, non è più un tabù; rappresenta, anzi, una
necessità teoretica […] e di politica del diritto.”440

Certo le proposte di riforma elaborate dalla dottrina non furono univoche ed

esse scontavano il fatto di relazionarsi ad un contesto sociale in cui i nuovi lavori

erano ancora poco conosciuti nella loro conformazione. Come vedremo nel

capitolo successivo furono molte le proposte e alcune furono tradotte anche in

disegni di legge.

437
Tale impostazione è chiaramente visibile in S. Bologna, Dieci tesi per uno statuto del lavoro
autonomo, in B. Bologna, A. Fumagalli, Il lavoro autonomo di seconda generazione, cit., pp. 13
ss.
438
A. Accornero, Una ricerca sui lavori coordinati e continuativi, cit., p. 10.
439
A. Perulli, Crisi della subordinazione, cit., p. 183.
440
Ivi, p. 182.

288
3.3 Dalla crisi della “I Repubblica” ai nuovi progetti post-fordisti

sui diritti dei lavoratori.

Parallelamente alle trasformazioni socio-economiche avviate negli anni ‘80 e

sviluppatesi nel decennio successivo, nella prima metà degli anni novanta si

assistette a mutamenti epocali che decretarono la fine dell’assetto politico-

istituzionale edificato all’indomani dell’approvazione della Carta costituzionale e

che aveva caratterizzato mezzo secolo della vita politica italiana. Mentre la

comunità giuridica del lavoro era impegnata in gravosi problemi “esistenziali” di

fronte ai mutamenti dell’oggetto della propria disciplina, il sistema politico e

istituzionale era immerso anch’esso in una bufera storica e qualche anno prima

inimmaginabile. Nonostante le caratteristiche contraddittorie della crisi del

biennio ’92-’93 e del “nuovo” sistema che ne scaturì, si può a buon ragione

affermare che nel marzo del ‘94, anno delle prime elezioni con un sistema

elettorale non proporzionale, si inaugurava una nuova era politica, una nuova

Repubblica: la “II”. Si andava costruendo un’arena politica in cui le famiglie

politiche “storiche” e i partiti ad esse relazionati dovettero fare i conti con il loro

declino e con l’emergere di nuove formazioni politiche rappresentative della

società italiana.

Le cause della “crisi italiana” non sono riconducibili semplicemente ad una

crisi di rappresentanza sociale dei partiti che pressappoco investiva negli stessi

anni tutti gli altri paesi occidentali, a causa del declino delle ideologie nazionali

“storiche” e dell’accresciuta centralità delle dinamiche globali, né tanto meno le si

possono analizzare servendosi di categorie analitiche che pongano l’accento su

aspetti particolari e specifici. Piuttosto la crisi del 1992, vista da vari punti di

289
vista, suggeriva differenti approcci, contraddizioni e convergenze che ne

esaltavano la specificità rispetto a altri rivolgimenti storici della Repubblica.

“La crisi fu di natura complessa e contraddittoria. Non si trattò, come nel 1968, di una rivolta
unificatrice dal basso, di una contestazione del potere e della politica di una generazione da parte
di quella successiva. Né la crisi ebbe al suo centro un’unica classe, o partito, o forza sociale che la
scatenasse, la governasse e ne raccogliesse i benefici. Essa non restò confinata a un’unica sfera e a
un solo settore della vita del Paese, né a un teatro esclusivamente nazionale.”441

Tra le molteplici cause di quella che viene indicata come la fine della “I

Repubblica”, da comprendere c’è sicuramente il contesto internazionale. Il

processo di unificazione europea e l’implosione del sistema sovietico introduceva

nella vita politica italiana obblighi e condizionamenti esterni inediti.

L’accelerazione dell’integrazione monetaria a livello europeo infatti introduceva

non solo forti vincoli di politica economica, ma incideva sulle stesse prospettive

della rappresentanza politica, sempre più protesa verso i contesti sovranazionali.

Mentre la crisi definitiva del comunismo internazionale dopo i tentativi di riforma

di Gorbaĉёv, non ebbe conseguenze solo nella sinistra comunista, ma influenzò

anche tutte le altre formazioni politiche che dell’anticomunismo facevano una

propria bandiera ideologica per attirare l’elettorato. Alla vigilia delle elezioni del

1992 infatti non furono pochi gli esponenti politici e gli osservatori a sottolineare

che i partiti al Governo avrebbero ottenuto consensi per quello che erano e non

per il loro anti-comunismo.

Sul piano interno, le inefficienze amministrative e la degenerazione

partitocratrica degli anni ’80, fatta di corruzione, clientele e intrecci con la

malavita organizzata, fecero sorgere spinte contestatarie provenienti tanto dalle

emergenti formazioni politiche di rappresentanza localistica (il c.d. rifiuto di

441
P. Ginsborg, L’Italia del tempo presente, cit., p. 471.

290
Roma e delle sue pratiche corrotte) quanto da quel variegato mondo della società

civile che auspicava, lontano da un approccio localistico, un radicale

rinnovamento delle istituzioni e della politica nazionale. Fenomeni politici come

la Lega Nord e la Rete, come anche il variegato movimento per la riforma

elettorale guidato da Mario Segni, ebbero un ruolo fondamentale in relazione al

calo dei consensi dei partiti storici e nelle vicende della riforma del sistema

elettorale.

La degenerazione della politica interna e delle istituzioni nazionali causò

inoltre la forte presa di posizione di alcune minoranze delle stesse istituzioni,

come la magistratura, che con le sue indagini diedero un’accelerazione

determinante alla crisi. Le indagini del pool milanese, come anche quelle a

Palermo contro le organizzazioni mafiose ormai decise a intraprendere una

strategia aggressiva contro lo Stato, causarono effetti e conseguenze devastanti

sulle élites partitiche e di governo.

Comunque le aspettative di un rafforzamento dei partiti di Governo furono

smentite proprio dai risultati elettorali delle elezioni del ‘92 e da lì si aprì la

stagione politica più burrascosa della storia repubblicana, una stagione che si

concluse con le elezioni del 1994 e la salita al potere di Silvio Berlusconi. La DC

perse più di 4 punti percentuali raccogliendo solo il 29.7%. I socialisti persero

quasi un punto raggiungendo il 13,6%. Entrambi i partiti fecero registrare un calo

dei consensi soprattutto a Nord, che vennero travasati nei consensi per la Lega

Nord. Il partito di Bossi raggiunse l’8.7% dei consensi: un risultato incredibile a

fronte dello 0,5% delle elezioni precedenti. La sinistra comunista e post-

comunista ebbe un calo di consensi consistente. Il PDS raccolse il 16,6% mentre

291
RC il 5,6%. Il dato elettorale sottolineava le difficoltà di un’intera famiglia

politica in transizione. Ma a differenza del voto democristiano, le regioni c.d.

“rosse” rimasero fedeli ai partiti di riferimento storici. Al contrario furono proprio

le regioni “bianche” a garantire l’affermazione elettorale della Lega Nord.442 Un

buon risultato ebbe il movimento politico promosso dall’ex sindaco di Palermo

Leoluca Orlando, la Rete, che ottenne l’1,9% dei voti e 12 deputati. Mentre il MSI

rimase stabile al 5,4% dimostrando di non saper trarre vantaggio dalla dispersione

dei voti democristiani.

All’indomani delle elezioni il Parlamento entrò rapidamente in una fase di

confusione istituzionale mai vista nella storia della nostra Repubblica.

All’incapacità di trovare un accordo tra le forze politiche sull’elezione del Capo

dello Stato, si aggiunsero le vicende del pool di Milano e quelle del pool

antimafia. Le rivelazioni di Mario Chiesa, esponente socialista milanese arrestato

nel febbraio ’92, infatti portavano alla scoperta di un vasto sistema di corruzione

tra esponenti di spicco della politica e delle imprese che non poteva essere più

nascosto. Nei primi giorni di maggio cominciarono a fioccare gli avvisi di

garanzia443: due furono recapitati agli ex sindaci di Milano del PSI, Paolo Pilliteri

e Carlo Tognoli, mentre un altro era destinato al segretario amministrativo della

DC Severino Citaristi. Il pool di magistrati guidato da Giulio Borrelli era quindi

deciso a scoperchiare il pentolone bollente di un sistema di corruzione dilagante.

Il Parlamento, in piena elezione del nuovo Capo dello Stato, entrò nella bufera più

442
Per un’analisi sociologica dell’affermazione del fenomeno leghista nelle zone bianche del nord-
est e della tenuta della cultura rossa nelle regioni del centro di fronte ai localismi politici, si veda
D. Ungaro, Il localismo politico, Formello, SEAM, 2001.
443
Nell’ottobre 1989 fu introdotto nel nuovo codice di procedura penale l’avviso di garanzia, cioè
l’atto con cui si comunicava al cittadino che le sue azioni venivano poste sotto indagine dalla
magistratura inquirente.

292
totale444 e nessuna delle personalità proposte dai partiti solitamente al Governo (la

DC propose Arnaldo Forlani, mentre il PSI Giuliano Vassalli) riuscì ad avere

l’appoggio del Parlamento. Le cose si complicarono ulteriormente quando il 23

maggio il magistrato Giovanni Falcone, che si era occupato del maxiprocesso di

Palermo che aveva decretato l’ergastolo a numerosi boss mafiosi, fu fatto saltare

in aria con la sua scorta a Capaci vicino l’aeroporto di Palermo. La Mafia aveva

colpito uno degli uomini che aveva più servito lo Stato e contribuito alla lotta

contro la criminalità organizzata. Fu così che nei due giorni successivi il

Parlamento trovò l’accordo ed elesse il nuovo Presidente della Repubblica Oscar

Luigi Scalfaro.

Indubbiamente le indagini milanesi e le atroci vicende siciliane influirono

moltissimo sulla scelta del Capo del Stato: Scalfaro non era certamente ben visto

dal “CAF”, per via del suo profondo rispetto verso l’autonomia dei magistrati e la

sua elezione contribuì a non ostacolare, come in passato, le indagini scomode del

pool di Milano. La scelta di Scalfaro era frutto di un clima politico in continua

evoluzione, un’evoluzione con prospettive non certo rassicuranti per le élites

politiche dominanti. Lo stesso insediamento di Giuliano Amato il 28 giugno alla

Presidenza del Consiglio, fu il frutto dell’opera politica di Scalfaro che non

vedeva di buon occhio un nuovo mandato per Craxi visto che “troppi fra i [suoi]

più stretti collaboratori […] venivano iscritti ogni giorno nei registri degli indagati

della Procura di Milano, e troppi indizi, che si andavano sempre più accumulando,

puntavano direttamente all’ufficio del leader socialista”.445

444
Note sono ormai le immagini dei parlamentari della Lega Nord e del MSI che lanciavano
monetine e gridavano “ladri, ladri,…”
445
P. Ginsborg, L’Italia del tempo presente, cit., p. 495.

293
Ma le emergenze non si limitavano al fenomeno mafioso e alle inchieste del

pool di Milano: si cominciava a farsi sentire il “vincolo” esterno dei parametri di

Mastricht. Alla fine del 1992 il debito pubblico aveva un’incidenza sul PIL del

108,6% a fronte dell’obbiettivo massimo del 60% fissato dal trattato di Mastricht.

Nell’estate del 1992 il governo impostò una finanziaria di chiaro segno

depressivo, che riguardava una manovra di circa 90mila miliardi fra prelievi

fiscali aggiuntivi e tagli alla spesa pubblica. Fu subito chiaro che il governo

puntava a riportare l’inflazione a livelli pressoché fisiologici e per fare ciò

avrebbe dovuto impostare una concertazione delle parti sociali sul costo del

lavoro. Di fronte a queste scelte drastiche di politica economica un nuovo ruolo

doveva essere assunto dai sindacati confederali. Amato chiese ai sindacati e

soprattutto a Bruno Trentin, segretario generale della più grande organizzazione

sindacale, di fare dei sacrifici, di rinunciare alla scala mobile definitivamente e di

firmare un accordo con gli industriali sul costo del lavoro. Non fu facile per la

CGIL accettare di firmare un accordo a cui si opponeva gran parte della base.

La CGIL, già all’inizio del decennio, nel XII congresso confederale aveva

intrapreso un dibattito interno volto a rivedere criticamente il proprio operato e a

ricercare nuove strategie organizzative e rivendicative al passo con i tempi. Fu in

questi anni che si cominciò a parlare per la prima volta del “sindacato dei diritti”,

consapevoli che una svolta strategica volta ad innovare l’azione sindacale e allo

stesso tempo evitare l’adattamento passivo ai mutamenti in atto, era possibile solo

con una maggiore attenzione alle nuove dimensioni personali ed individuali del

294
lavoratore e della sua vita.446 Un ripensamento strategico che in realtà toccava

solo in parte le altre sigle confederali. Un attento osservatore delle dinamiche

sindacali e in questo caso del XII congresso della CGIL, osservava nel dicembre

1991 che

“La tematizzazione congressuale è partita giustamente dalla necessità di definire l’identikit di


nuovo sindacato: tematizzazione che appare carente ad esempio nelle altre due confederazioni, che
forse sono “riformiste”, ma che sono tentate più da politiche di adattamento che di
innovazione”.447

In quegli anni venivano sciolte le correnti interne, quella socialista guidata da

Ottaviano Del Turco e quella comunista. Il congresso fu organizzato per la prima

volta sulla base di due mozioni congressuali: una di maggioranza e più moderata e

l’altra di minoranza, più radicale, guidata da Fausto Bertinotti che intanto aveva

dato la sua adesione alla nascente RC. Sulla stessa lunghezza d’onda Trentin

propose una nuova strategia di co-detereminazione e di assunzione da parte

sindacato di un maggiore ruolo politico in sede di definizione delle scelte

economiche nazionali ed europee. In questo senso era la CGIL a scontare un

ritardo considerevole rispetto alle altre confederazioni già da tempo attestate su

posizioni concertative. Ma la proposta di Trentin andava ben oltre la dicotomia

esistente tra strategia conflittuale e strategia concertativa. Egli proponeva come

via di uscita dalla crisi che investiva la CGIL, il superamento dei due poli opposti

della strategia sindacale: conflittualità e concertazione. Da una parte, alla

conflittualità fine a se stessa si opponeva l’obbiettivo di una conflittualità volta

alla codeterminazione come nuovo terreno di lavoro della prassi sindacale;

446
B. Trentin, Relazione e conclusioni al XII Congresso Cgil, in “Rassegna Sindacale”, n. 40,
1991. Vedi anche il programma e le tesi del congresso in CGIL, Strategia dei diritti etica della
solidarietà, Roma, Ediesse, 1991.
447
M. Carrieri, La Cgil sfuggirà al minimalismo?, in “Politica ed Economia”, n. 12, 1991, p. 12.

295
dall’altra alla concertazione dall’alto e dirigista tipica degli anni ’80, si

contrapponeva una concertazione sociale “considerata come requisito minimo

dell’azione sindacale”448 e base di un nuovo protagonismo sociale e politico del

sindacato. Su queste basi si andavano aprendo nuove ma difficili prospettive di

unità sindacale tra le tre confederazioni anche grazie al parziale abbattimento

degli steccati ideologici che dividevano comunisti, socialisti e cattolici. Tuttavia

fu proprio il governo Amato a svelare le insufficienze del processo unitario e di

rinnovamento proposto dalla CGIL. Il sindacato infatti fu costretto dalla grave

congiuntura economica ad accettare le proposte tutt’altro che equidistanti del

governo e a firmare, il 31 luglio, un accordo che contribuì in modo rilevante a

svelare le difficoltà pratiche di una vera e propria unità organica tra CGIL, CISL e

UIL e tra le stesse componenti interne. Le proposte del governo apparivano infatti

molto più vicine alle aspirazioni di Confindustria che a quelle dei lavoratori.449 La

firma fu giustificata da Trentin interamante sulla base di ragioni estranee agli

interessi dei lavoratori: difficoltà economica e politica del paese che avrebbe

potuto causare una nuova crisi di governo, l’intento di mantenere compatte le

anime socialiste ed ex-comuniste della CGIL e prevenire divisioni tra CGIL, CISL

e UIL che avrebbero minato per sempre gli intenti unitari. Nonostante l’accordo

dell’estate 1992 avrebbe rappresentato per la CGIL e per i lavoratori un sacrificio

eccessivo, con il senno di poi la vicenda rappresentò per il sindacato una prova di

responsabilità politica rilevante di fronte sia all’opinione pubblica che alle forze
448
Ivi, p. 13.
449
Fu lo stesso Trentin all’indomani della firma ad affermare di aver ceduto alle richieste
congiunte di governo e imprenditori e che nessuna delle richieste della CGIL era stata accettata
dalle parti. Trentin affermava che si sarebbe assunto la responsabilità del suo operato rassegnando
le dimissioni da segretario generale. Rassegnate le dimissioni, queste furono respinte e Trentin
rimase alla guida della CGIL ancora per due anni, quando fu eletto segretario generale Sergio
Cofferati. Per una trattazione della notte delle trattative si veda E. Marro, La lunga notte che
spaccò la Cgil, in “Corriere della Sera” 2 agosto 1992.

296
politiche e di governo. Tuttavia la vicenda fu descritta da molti come una vera e

propria “caporetto sindacale” poiché agganciò definitivamente il costo del lavoro

all’inflazione programmata e provocò fratture di non poco rilievo all’interno della

CGIL.

Le nuove misure restrittive annunciate da Amato fecero crescere il malcontento

tra i lavoratori. Dopo l’annuncio di altri tagli alla spesa pubblica, nel settembre si

assistette ad una massiccia mobilitazione di lavoratori di diversi settori e

categorie, volta a contestare la politica di risanamento del Governo toppo

sbilanciata sui sacrifici dei lavoratori. Fu una mobilitazione unitaria straordinaria

che sembrava riportare alla mente le lotte degli anni settanta per le riforme sociali

e dimostrava che, nonostante il declino della classe operaia, la capacità di

mobilitazione del movimento sindacale su temi generali non era affatto

scomparsa. Ma in questo caso l’imponente iniziativa sembrava essere spinta dalla

frustrazione e dalla rabbia verso un Governo in difficoltà di fronte alla crisi

economica e intenzionato a risolvere problemi strutturali tramite il sacrificio dei

lavoratori. Fu anche una mobilitazione partita dal basso con il chiaro intento di

contestare la firma del 31 luglio del patto sulla scala mobile. Il 29 ottobre circa

50.000 lavoratori sfilarono per le vie di Milano aderendo ad uno sciopero

convocato direttamente da un centinaio di consigli di fabbrica e senza l’appoggio

dei vertici confederali. Il movimento degli “autoconvocati”, così fu ribattezzato,

contestava la strategia sindacale subalterna rispetto a Governo e imprenditori

portando molti vertici sindacali ad un ripensamento della stessa strategia.450

450
G. Laccabò, La lezione dei 50 mila di Milano, in “L’Unità” 30 ottobre 1992.

297
Il governo Amato era quindi alle strette tra malcontento dei lavoratori e vincoli

europei, mentre a Milano le inchieste dei magistrati continuavano a puntare

sempre più in alto. Tuttavia il Governo riuscì a varare alcuni provvedimenti: avviò

il processo di privatizzazione di IRI, ENI, INA ed ENEL, istituì una commissione

bicamerale per le riforme istituzionali presieduta da De Mita e successivamente da

Nilde Iotti e varò, sotto la spinta del movimento referendario, la nuova legge

sull’elezione diretta dei sindaci. Inoltre varò un provvedimento importantissimo

sul pubblico impiego che avrebbe definitivamente equiparato il rapporto di lavoro

privato a quello pubblico. Il decreto legislativo n. 29/93 prevedeva una riforma

complessiva del pubblico impiego e l’art. 55 dichiarava espressamente

l’estensione dello Statuto dei lavoratori alle Pubbliche Amministrazioni

indipendentemente dal numero dei dipendenti. Ci furono anche importanti vittorie

contro la mafia: nel gennaio ’93 fu catturato Toto Riina, capo della mafia

siciliana. L’arresto di Riina e il contemporaneo insediamento di Gian Carlo

Caselli a capo della Procura di Palermo, avrebbero inferto un duro colpo alla

mafia siciliana: esse rappresentarono con una vittoria importantissima per lo Stato

contro la strategia aggressiva della mafia siciliana.

Ma il governo restava molto debole politicamente ed era continuamente

costretto ai rimpasti per via degli avvisi di garanzia recapitati ai suoi componenti.

Lo stesso Craxi nel dicembre 1992 aveva ricevuto il primo di una lunga serie di

avvisi di garanzia, mentre Claudio Martelli fu costretto a dimettersi da ministro

della giustizia per il suo coinvolgimento nell’inchiesta sulla P2 e sui finanziamenti

illeciti al PSI. Per di più nel marzo dello stesso anno Giulio Andreotti fu iscritto

nel registro degli indagati dalla Procura di Palermo con l’accusa di concorso in

298
associazione mafiosa. Gli intenti del Governo di arrivare ad una soluzione politica

della crisi451 e di evitare il referendum sull’abolizione del sistema elettorale

proporzionale452 fallirono e Amato fu costretto alle dimissioni. Nacque così in un

contesto parlamentare completamente allo sbando, il governo tecnico di Carlo

Azeglio Ciampi, ex governatore della Banca d’Italia.

La formazione di Governo era composta da molti tecnici a cui parteciparono

anche esponenti del PDS e dei VERDI.453 In questo contesto, il governo tecnico si

preoccupò di attuare una politica economica di rigore in continuità con l’operato

di Amato e di rispettare i patti tracciati nei parametri di Mastricht. Per risanare i

conti pubblici e rispettare i vincoli europei, Ciampi non poteva però più contare

sull’apporto di un Parlamento che proprio in quel momento stava attraversando

una crisi profondissima. Per questo il governo Ciampi si preoccupò

principalmente di razionalizzare il sistema di relazioni industriali ed impostare un

modello di concertazione tra le parti sociali stabile e continuato e introdurre una

vera e propria politica dei redditi. C’era bisogno di nuovo dell’apporto dei

sindacati. Indubbiamente il provvedimento più importante raggiunto dal Governo

Ciampi fu proprio il Protocollo d’intesa con le parti sociali del 23 luglio 1993.

L’accordo, pur proseguendo nel solco tracciato dal Governo Amato di legare il

costo del lavoro agli indici di inflazione programmati, fu ottenuto dal Governo

con un’equidistanza tra sindacati e Confindustria riconosciuta da entrambe le

451
Nel Marzo 1993 Amato propose il varo di alcuni decreti legge che depenalizzavano il
finanziamento illecito ai partiti. Ma la reazione della società civile e dell’opinione pubblica fu
imponente e il Presidente Scalfaro si rifiutò di firmare i decreti.
452
Il 17 e 18 aprile 1993 si tenne il referendum proposto soprattutto da Mario Segni. Fu raggiunto
e superato il quorum e l’82,7% dei votanti si espresse per l’abolizione del sistema proporzionale. Il
parlamento avrebbe dovuto affrontare anche il nodo della legge elettorale.
453
Tuttavia, proprio nel momento in cui fu presentata la squadra di governo, la Camera respinse
una delle tre autorizzazioni a procedere nei confronti di Bettino Craxi. Il caso provocò subito le
dimissioni degli esponenti del PDS e dei VERDI.

299
parti. L’intento di Ciampi e del c.d. protocollo “Giugni” era molto più ambizioso

di quello del Governo Amato: gli accordi prevedevano infatti un assetto stabile e

periodico delle relazioni sindacali a più livelli (centrale e decentrato) che fu

possibile solo grazie ad un ruolo governativo più tecnico e meno politico in senso

stretto. Secondo il Protocollo d’intesa i salari dovevano essere concertati in due

sessioni annuali di confronto nelle quali le parti sociali avrebbero programmato,

attraverso il negoziato, i tassi d’inflazione. Inoltre si prevedeva una contrattazione

collettiva articolata su due livelli: 1) nazionale di categoria a scadenza

quadriennale per la parte normativa del contratto e a scadenza biennale sulla

materia retributiva. 2) aziendale o territoriale a scadenza quadriennale su materie

diverse dal contratto nazionale, sulla base di programmi negoziati dalle parti

aventi come obbiettivi incrementi di produttività, di qualità e tutte le questioni

inerenti all’andamento dell’impresa. Tale sistema era ambizioso e di fatto

contribuì al risanamento economico del paese, a far fronte alle richieste della

dell’unione monetaria e a porre le basi per la ripresa della produttività. Inoltre

includeva stabilmente il sindacato nelle scelte di politica economica e

occupazionale. Ma l’accordo rivelava

“la situazione paradossale per cui il movimento sindacale, che gli avvenimenti avevano lasciato
sostanzialmente immodificato [nonostante le aperture della CGIL alla politica dei redditi], veniva
chiamato a collaborare con il governo proprio quando i partiti politici, sottoposti ad attacchi su più
fronti, ne venivano espulsi.”454

Inoltre negli anni successivi diversi commentatori sottolineavano non solo il

fatto che le sessioni annuali non vennero mai convocate con assiduità, ma anche la

poca effettività del sistema negoziale a livello decentrato.

454
P. Ginborg, L’Italia del tempo presente, cit., p. 520.

300
“Le ricerche empiriche sull’effettivo impatto del Protocollo del 1993 relativamente al governo
dell’articolazione dei livelli negoziali, dimostrano come la realtà delle grandi imprese proceda
secondo logiche non sempre conformi – e, anzi, spesso eccentriche – rispetto al quadro di
riferimento delineato nel contratto collettivo nazionale. Inoltre […] il contratto di secondo livello è
stato […] caratterizzato in larga misura da erogazioni di tipo tradizionale, non collegate a
parametri oggettivi di produttività, redditività, qualità […].”455

E’ chiaro quindi che le ambiziose intenzioni di Ciampi furono spesso disattese

nella realtà, per via di una cultura delle parti sociali non avvezze ad un modello di

concertazione mutuato dai paesi scandinavi. Ma di fronte all’emergenza

economica tale sistema fu straordinariamente incisivo e investì il sindacato di un

ruolo importantissimo al livello di politica economica.

Il protocollo “Giugni” inoltre formalizzava la riforma dell’art. 19 dello Statuto

già prevista dall’accodo tra CGIL, CISL e UIL del 1° marzo 1991 che istituiva le

nuove Rappresentanze Sindacali Unitarie (RSU). Secondo l’accordo le

Rappresentanze unitarie erano composte per 2/3 da rappresentanti eletti sulla base

di una elezione a suffragio universale con criterio proporzionale e a scrutinio

segreto tra liste concorrenti. Per 1/3 dalla designazione o elezione interna

nell’ambito delle associazioni sindacali maggiormente rappresentative o firmatarie

del contratto collettivo. Le liste potevano essere presentate dalle associazioni

maggiormente rappresentative, da quelle firmatarie del contratto collettivo

applicato all’unità produttiva o da altre associazioni sindacali purché abbiano

firmato gli accordi istitutivi delle RSU. A queste ultime e solo ad esse, per la

presentazione di liste è richiesto un numero di firme corrispondenti almeno al 5%

455
M. Biagi continuato da M. Tiraboschi, Istituzioni di diritto del lavoro, Milano, Giuffrè, 2004,
III edizione, p. 450. L’autore porta a sostegno della sua critica i risultati della Commissione di
verifica del funzionamento del Protocollo, istituita dal Governo Prodi nel 1997. Si vedano i
risultati della commissione in www.csbm.unimo.it

301
degli elettori.456 Tuttavia il problema delle RSU si pose due anni più tardi, quando

un vasto movimento referendario di matrice liberale, capeggiato dai Radicali,

propose l’abrogazione del criterio selettivo della maggiore rappresentatività delle

organizzazioni sindacali.457 Ottenuta la vittoria l’11 luglio 1995, le RSU potevano

e possono tuttora essere costituite solo dalle associazioni sindacali firmatarie dei

contratti collettivi applicati nell’unità produttiva di riferimento. Il nuovo testo

dell’art. 19, frutto della crisi di capacità rappresentativa del sindacato, riservando

il sostegno all’attività sindacale esclusivamente nei luoghi di lavoro dove sono

presenti sindacati firmatari di contratti collettivi nazionali, non solo esclude

numerosi settori della nostra economia dove la contrattazione è sistematicamente

elusa458, ma “consente al datore di lavoro di interferire (ammettendo o escludendo

sindacati dalla sigla di un accordo) nella materia dei diritti riservati proprio a

coloro che dovrebbero essere le controparti.459 Comunque sia il governo Ciampi

aprì una nuova stagione che da una parte indicava nuovi e incisivi spazi per il

sindacato, ma dall’altra lasciava ancora aperti i temi di una rappresentanza

generale del lavoro che allo stesso tempo riuscisse a far fronte alle diversificazioni

del “mondo dei lavori”.

Un altro provvedimento importantissimo del governo prima delle elezioni del

’94 fu quello sulla legge elettorale in senso maggioritario. Le leggi nn. 276 e 277

456
Bisogna sottolineare che nel pubblico impiego le RSU sono interamente elettive e che la
raccolta firme (2% dei lavoratori per le amministrazioni fino a 200 dipendenti e 1% o comunque
non superiori a 200 in quelle di maggiori dimensioni) è prevista per chiunque voglia presentare
una lista concorrente. Tale opzione era il frutto della forte presenza di sindacati extraconfederali
che con un sistema come quello privato sarebbero stati fortemente ridimensionati.
457
M. Bascetta e G. Bronzini riferirono che i Radicali erano pronti a raccogliere le firme per
l’abolizione totale dei due criteri selettivi. Ma un accordo successivo tra CGIL e radicali convinse i
movimento referendario a proporre un quesito aggiuntivo che richiedeva la sola abolizione del
criterio della maggiore rappresentatività, Id., Lo statuto che non c’è, in AA.VV., Stato e diritti nel
postfordismo, cit., p. 71-2.
458
M. Biagi continuato da M. Tiraboschi, cit., p. 475.
459
M. Bascetta, G. Bronzini., cit., p. 72.

302
del 4 agosto prevedevano che il 75% di Camera e Senato erano eletti in 707

collegi uninominali, mentre il restante 25% sulla base del criterio proporzionale a

livello circoscrizionale regionale. Era un sistema elettorale misto che da una parte

spingeva i partiti a creare coalizioni, ma dall’altra rendeva tali coalizioni fragili

per via della quota proporzionale che spingeva le componenti alla competizione

interna.

Fu in questo il contesto che i nuovi partiti della “II Repubblica” si ritrovarono a

ereditare un sistema politico istituzionale stravolto. Alle elezioni del 1994 il Polo

Progressista (PDS, RC, VERDI, RETE, Socialisti Italiani) sembrava essere vicino

al potere, per via delle numerosi affermazioni alle elezioni amministrative

dell’anno precedente. Ma fu in questo momento che si inserì la straordinaria opera

politica di Silvio Berlusconi. Nel settembre ’93, dopo una serie di incontri segreti

con esponenti di primo piano della sua azienda e contatti con i propri consiglieri

personali, Belusconi fondò l’Associazione nazionale Forza Italia e in poco tempo

furono fondati club in tutto il territorio nazionale. Nel gennaio ‘94 annunciò che il

nuovo movimento politico sarebbe diventato un partito e avrebbe partecipato alle

elezioni politiche. Il 26 gennaio annunciava, in un messaggio trasmesso in

televisione, di voler “scendere in campo” per sconfiggere la sinistra e portare

l’Italia verso un “nuovo miracolo economico”.460 In poco tempo riuscì ad

aggregare un polo alternativo alle sinistre: a nord fondò il Polo delle Libertà

alleandosi con la Lega Nord, mentre a sud senza l’apporto della Lega ma con

quello della destra di Fini, creò il Polo del Buon Governo. Il suo programma

politico si basava sulle promesse di meno tasse, meno Stato, competizione ed

460
Per il testo integrale del messaggio si veda S. Berlusconi, “Costruiamo un nuovo miracolo”, in
“Il Giornale” 27 gennaio 1994.

303
efficienza del sistema economico. Era un programma di chiaro stampo neo-

liberista, con accentuati connotati populistici all’italiana. Spesso nei suoi discorsi

attaccava la sinistra rea di essere ancora comunista e colpevole della crisi

istituzionale ed economica del paese perché alleata dei giudici di Milano che

venivano chiamati per l’appunto “toghe rosse”. Grazie soprattutto allo strapotere

mediatico del Cavaliere e alla scarsa capacità comunicativa e progettuale dello

schieramento progressista461 – a cui non aderì né il PPI né il Patto Segni – Achille

Occhetto, leader dello schieramento in alternativa a Ciampi che si tirò fuori, fu

sconfitto. Berlusconi e i suoi conquistarono il 42,9% dei consensi (58,1% dei

seggi) alla Camera dei Deputati mentre i progressisti raccolsero solo 34,4%

(33,8% dei seggi). PPI e Patto Segni raccolsero il 15,7% (7,3% dei seggi). Al

Senato tuttavia Berlusconi non ottenne la maggioranza assoluta. Nonostante la

forza simbolica di questa vittoria dipingeva una maggioranza di Governo forte e

determinata nei suoi progetti, il Governo non durò molto e, prima la grande

mobilitazione sindacale contro la riforma delle pensioni462, poi i dissidi interni con

la Lega di Bossi463, fecero precipitare la situazione già compromessa dal contesto

europeo che richiedeva rigore e politiche che mal si conciliavano con le promesse

spettacolari annunciate in campagna elettorale. Le inchieste del pool di Milano

sullo stesso Berlusconi e sull’operato di alcuni tra i suoi più stretti collaboratori,

461
I suoi discorsi erano zeppi di belle promesse (un milione di posti di lavoro, meno tasse e libertà
dai comunisti e dallo Stato) e di assicurazioni della sua affidabilità come uomo politico. La sinistra
invece sembrava sicura di vincere e si limitò ad accusare l’avversario di essersi arricchito grazie a
Craxi.
462
Dopo l’annuncio di riforma delle pensioni, i sindacati confederali si mobilitarono e a novembre
più di un milione di persone invase le piazze di Roma in opposizione alla riforma pensionistica. Il
1° dicembre fu firmato un patto con i sindacati che sanciva la vittoria del movimento dei
lavoratori.
463
I principali dissidi tra Lega e Forza Italia erano motivati dalla paura di Bossi di perdere
consensi nell’Italia settentrionale dove Forza Italia era fortemente radicata.

304
Marcello Dell’Utri e Cesare Previti, convinsero Bossi a ritirare la fiducia al

governo e il 22 dicembre 1994 Berlusconi rassegnò le sue dimissioni.

Le vicende del primo governo Berlusconi sottolineavano come il processo di

riforma del sistema politico non era del tutto completato. Le crisi di Governo

causate dal ritiro dell’appoggio di alcuni partiti più piccoli saranno una costante

della vita politica italiana. Esse sottolineavano le difficoltà del nuovo sistema

politico di aggregare le fragili identità politiche emergenti e con esso le

contraddizioni del nuovo sistema elettorale maggioritario all’italiana.464 Come

vedremo in seguito, le sorti dei nuovi progetti legislativi in materia di diritti dei

nuovi lavori risentirono negativamente anche delle dinamiche interne ai Governi

di coalizione.

Fu in questo momento che le sorti del sistema politico si riallacciano alla

questione dei nuovi diritti. Scalfaro, nonostante l’opposizione di Berlusconi e

Fini465, non sciolse il Parlamento e diede la fiducia ad un nuovo Governo tecnico

guidato da Lamberto Dini appoggiato dall’opposizione e dalla Lega Nord. Fu in

questo anno che, con la riforma delle pensioni conquistata da Dini, si posero le

basi per l’affermazione dei lavori coordinati e continuativi. Con la previsione del

fondo previdenziale per i lavori coordinati e continuativi, non solo si contribuì ad

una specie di pre-regolazione delle nuove figure lavorative post-fordiste, ma

464
Sul caso si veda un’interessante saggio dell’epoca che già sottolineava tali difficoltà: M. L.
Pesante, Il maggioritario “doc” e perché sia difficile trapiantarlo in Italia, in “Politica ed
Economia”, 1995, n. 1/2, pp. 18 ss.
465
Nel gennaio 1995 con la c.d. svolta di Fiuggi, Fini riuscì a compiere il suo disegno riformatore
del MSI. Venne fondata Alleanza Nazionale (AN) che tagliava definitivamente i ponti con il
passato fascista e allo stesso tempo accentrava ulteriormente i poteri del segretario del partito. Pino
Rauti dal canto suo guidò un piccolo gruppo di dissidenti che rimaneva inquadrato nel vecchio
MSI. Sulla svolta di Fiuggi, si veda M. Tarchi, Dal Msi ad An: organizzazione e strategia,
Bologna, Il Mulino, 1997.

305
soprattutto essa condusse ad una maggiore conoscenza del frastagliato mondo dei

“nuovi lavori”.

In qualche modo è successo che solo dopo la costituzione della gestione separata i nuovi lavori
sono divenuti da soggetti economici un vero e proprio dato sociale. Intanto, è apparso nel periodo
successivo che il numero dei lavoratori rientranti dentro questa tipologia era più largo di quanto
venisse immaginato prima”466

Tuttavia avvenne qualcosa di paradossale se si constata che i primi a rispondere

alle esigenze di nuovi diritti di questo universo lavorativo ormai socialmente

rilevante, non furono certo le confederazioni sindacali che affermavano sempre

più spesso di voler rappresentare tutte le diverse soggettività lavorative emergenti.

Esse rimanevano ancorate alle vecchie politiche rivendicative delle federazioni

tradizionali. Affermavano la necessità di nuove leggi di tutela, ma difficilmente si

incaricarono di rappresentarle sindacalmente. Infatti solo nel 1998, come

vedremo, nacquero delle prime e poco efficaci articolazioni rappresentative

sindacali o parasindacali dei nuovi lavori. In questo primo momento i sindacati si

trovarono fortemente in ritardo e a quanto pare preferirono affidarsi alle analisi

dei giuristi.

Diversa, peraltro, era la situazione nell’ambito giuslavorista, che invece

sembrava, sulla scorta delle ricerche avviate già dalla seconda metà degli anni ’80,

più preparata a proporre sbocchi normativi e di tutela legislativa. Come abbiamo

visto nel paragrafo precedente, a partire dalla seconda metà del decennio ’90 da

più parti la dottrina proponeva interventi del legislatore, che sulla scorta delle

indagini sulle nuove forme di prestazione lavorative e del dibattito giuridico ormai

466
M. Carrieri, Come regolare i nuovi lavori, cit., p. 6.

306
approdato al superamento della dicotomia tra subordinazione e autonomia,

impostasse nuove tutele e nuovi diritti in senso post-fordista.

Ad esempio sulla scorta dell’opzione neocontrattualista, P. Ichino propose una

sorta di “competizione virtuosa” tra lavoratori subordinati (insider) e lavoratori

autonomi e disoccupati (outsider). Partendo dal presupposto che di fronte alla

presenza di milioni di lavoratori autonomi in “sostanziale dipendenza economica”

e disoccupati di vario genere, “non si può eludere la questione della ragion

d’essere della disparità di trattamento giuridico della loro posizione rispetto a

quella dei lavoratori subordinati”.467 La ragione in questa prospettiva va

ricondotta alla considerazione che rimarca sull’eccessiva protezione affidata

storicamente al lavoratore subordinato. Per Ichino questi lavoratori sono descritte

come delle persone “minorenni” da proteggere dai pericoli del mercato468 tramite

leggi inderogabili (come lo Statuto) e l’azione delle organizzazioni sindacali

radicate da sempre e esclusivamente rappresentative tra i lavoratori subordinati

che rimangono comunque una minoranza del mercato del lavoro.469 La via di

uscita dalla “fuga del diritto del lavoro”470 sarebbe stata in questa prospettiva

quella di creare una tutela generale, una “rete di sicurezza” comune a lavoro

subordinato e lavoro autonomo”, da raggiungere tramite una riduzione delle tutele

del lavoro subordinato, mantenendo una serie di garanzie minime per le situazioni

di maggiore debolezza, e al contempo ampliare invece la tutela dei lavoratori più

467
P. Ichino, Il lavoro e il mercato. Per un diritto del lavoro maggiorenne, Milano, Mondatori,
1996, p. 54.
468
Ivi, p. 4.
469
L’autore nel primo capitolo dell’opera sopra citata propone una larga ricognizione sul mercato
del lavoro italiano, analizzando i dati statistici Istat del 1995. Da questa rappresentazione della
realtà ne esce un mercato del lavoro in cui i soli protetti dal diritto del lavoro sarebbero meno di
dieci milioni a fronte dei circa 22,7 milioni di lavoratori totali. Tra gli esclusi vengono contati
anche i disoccupati e i lavoratori nel mercato irregolare, in Ivi, pp. 13 ss.
470
F. Liso, La fuga dal diritto del lavoro, in “Industria e Sindacato”, 1992, n. 28, pp. 1 ss.

307
forti contrattualmente (subordinati o autonomi che siano). Al di la di questa tutela

minima generale, il diritto del lavoro dovrebbe diventare maggiorenne, nel senso

di dover abbandonare quelle tecniche d’intervento normativo che tutelano i

lavoratori contro il mercato e impostando nuovi interventi che tutelino i lavoratori

nel mercato. “Un gioco normativo a “somma zero” in cui è

“esemplare quanto prospettato in materia di assistenza economica per malattia, laddove si


avanza le proposta di proteggere anche i prestatori d’opera parasubordinati contro il rischio di
malattie di lunga durata, eccedente la settimana, contestualmente togliendo ai lavoratori
subordinati (che verrebbero dunque parificati agli autonomi) la tutela contro il rischio delle
malattie di breve durata (soppressione delle clausole collettive che prevedono a carico del datore la
copertura per il periodo di carenza).”471

E’ una proposta che evidentemente sconta una impostazione di tipo

interclassista e liberale, poiché esalta la capacità individuale e l’autonomia delle

nuove figure lavorative. La proposta neocontrattualista comporterebbe quindi

necessarimente una riduzione/flessibilizzazione delle tutele individuali e collettive

del lavoro subordinato e quindi anche una modifica in senso derogatorio dello

Statuto dei lavoratori, soprattutto in termini di stabilità del posto e della

retribuzione e di incidenza della contrattazione collettiva nei luoghi di lavoro.

Tuttavia non può essere certo nascosta l’opera di continua deregolazione e

flessibilizzazione delle tutele del lavoro subordinato (contratti a termine, part-

time, apprendistato, contratto di formazione e lavoro) inaugurata nei primi anni

’80 e approfondita nel corso del decennio successivo. Un processo che aveva

investito, come abbiamo avuto modo di vedere, anche lo Statuto dei lavoratori.

Non sorprende quindi che la proposta neocontrattualista fosse contrastata da

diversi ambienti della dottrina, i quali ritenevano che il diritto del lavoro “già da

471
A. Perulli, Crisi della subordinazione, cit., p. 191, in riferimento ai suggerimenti di Ichino
descritti in P. Ichino, Il lavoro e il mercato, cit., p. 70.

308
tempo” aveva “accentuato esplicitamente il carattere derogatorio di buona parte

della [sua] struttura, della funzione e dei frutti del c.d. garantismo collettivo; il

cui esito pressoché nullo in termini di incremento dell’occupazione [era], per

altro, evidente.”472 Una parte consistente di questa impostazione della dottrina era

raccolta nella Consulta Giuridica della CGIL, da cui vennero lanciate ben due

proposte d’intervento legislativo in materia di nuovi diritti. Nonostante all’interno

di questo filone dottrinale siano emerse proposte tecnicamente diverse, esse erano

accomunate da una politica del diritto che individuasse un’area d’intervento

continua e comune tra lavoro subordinato e autonomo. Un intervento legislativo

“che sostanzialmente riqualifichi e ridefinisca la stessa fattispecie di lavoro

subordinato” e attribuisca alcune tutele anche ai lavoratori autonomi “che non

siano quelle proprie di qualsiasi contratto tra privati”.473 Le due proposte474 si

ispirano alla stessa ratio di superamento della contrapposizione tra lavoro

subordinato e lavoro autonomo e di adozione di “uno zoccolo minimo di tutele

comuni”475, da individuare in tutti quei lavori integrati in una attività economica

altrui. L’idea è quindi quella di far riferimento al contratto di lavoro “senza

aggettivi” (o sans phrase). Secondo queste proposte, la normativa di tutela

comune dovrebbe essere impostata sulla falsariga del lavoro subordinato e

dovrebbe essere estesa ai lavori che de jure condito fanno parte del lavoro

autonomo, ma che de jure condendo entrerebbero a far parte del lavoro tout court

perchè inserito in ambiti organizzativi imprenditoriali non propri.


472
G. Ghezzi, Itinerari in atto e percorsi di riforma del mercato del lavoro, in “Lavoro e Diritto”,
n. 4, autunno 1996, p. 662.
473
Id., Proposta di un “Testo Unico” in tema di mercato del lavoro, in AA.VV., La disciplina del
mercato del lavoro. Proposte per un testo unico, Roma, Ediesse, 1996, p. 232.
474
Ci riferiamo a quella di P. Alleva, Ridefinizione della fattispecie di contratto di lavoro. Prima
proposta di legge, e quella di M. D’Antona, Ridefinizione della fattispecie di contratto di lavoro.
Seconda proposta di legge, entrambe in AA.VV., La disciplina del mercato del lavoro, cit.
475
Ivi, p. 196.

309
Tuttavia questo nuovo filone che può essere definito “neo-garantista” non ha

certo nelle due proposte dei risvolti pratici di uguale portata. Alleva in sostanza

proponeva un allargamento delle tutele tipiche del lavoro subordinato, secondo un

gioco a somma positiva che tendeva alla crescita verso l’alto delle tutele per

ricomprendervi anche le figure non tutelate. Queste nuove figure di tutela sono

individuate nella nozione di parasubordinazione, che grazie alla riforma del

processo del lavoro del 1973 può solo ricorrere al pretore del lavoro. Di fatto i

parasubordinati vengono individuati come effetto del processo di elusione delle

protezioni tipiche del lavoro subordinato, mentre la proposta prevede solo alcune

tutele minori per i parasubordinati che si avvicinano a prestazioni di tipo

chiaramente autonomo, poiché vengono comunque considerati come “soggetti

economici attualmente o potenzialmente attivi sul mercato”. Tra l’altro sono

previsti degli specifici “patti aggiunti” individuali o collettivi che possono

prevedere l’inserimento del lavoratore autonomo nell’organizzazione d’impresa.

Una valutazione, quella rispetto ai parasubordinati, presente tra tutti quei

giuslavoristi impegnati nel chiarire che

“Con il ricorso al lavoro “autonomo” e in particolare con i contratti di collaborazione


coordinata e continuativa i datori di lavoro riescono a ottenere l’inserimento con una certa stabilità
della prestazione nel processo produttivo e quindi l’eterodirezione di essa, in quanto l’attività del
collaboratore è nei fatti subalterna anche tecnicamente ai fini di profitto del committente, senza
passare per le forche caudine del lavoro subordinato”476

Diversa era invece la seconda proposta della Consulta, firmata da D’Antona.

Essa si basa sul concetto di “redistribuzione delle tutele” al centro del quale si

trova il lavoro senza aggettivi. In un certo senso quindi, pur accettando il concetto

di lavoro sans phrase, D’Antona riconosce la presenza di una eccessiva tutela


476
G. Bronzini, Autonomia e subordinazione nel rapporto di lavoro: verso l’unificazione?, in
“Rivista Critica di Diritto del Lavoro”, n. 2, 1996, p. 559.

310
accordata al lavoro subordinato. Posto che le tutele del lavoro subordinato siano

state già oggetto di deregolamentazione, egli propone di mantenere in capo a

questi la tutela tradizionale, mentre individua nei nuovi lavori delle tutele minime

e comuni (equa retribuzione, diritti sindacali, preavviso in caso di licenziamento,

ecc.). Nella proposta di D’Antona si valorizzano quindi le prestazioni

formalmente autonome ed esse non sono viste come una eccezione patologica del

sistema. Tuttavia D’Antona non esclude un utilizzo per così dire truffaldino

dell’uso dei co.co.co. Nella proposta infatti sono previsti degli “indici” di

subordinazione, sostanzialmente ripresi dalla giurisprudenza, per incorporare nei

lavori subordinati tutti quei co.co.co. assunti per aggirare le tutele del lavoro

subordinato.

Un’altra ambiziosa proposta provenne da un gruppo di lavoro composto da

giuristi e sociologi incaricati dalla Confindustria.477 Questi, constatando che i

recenti mutamenti dell’organizzazione del lavoro nell’industria erano “atti a

spostare in misura più o meno irreversibile i confini tra lavoro subordinato, lavoro

coordinato, lavoro direttivo e lavoro autonomo, sia a dare un contenuto differente

a queste quattro categorie di lavoro”478, proponevano anch’essi un superamento

della rigida dicotomia tra lavoro subordinato e autonomo più in linea con la

società postmoderna.

477
Per quanto riguardava l’aspetto giuridico si veda R. De Luca Tamajo, R. Flammia, M. Persiani,
La crisi della subordinazione e della sua idoneità selettiva dei trattamenti garantistici. Prime
proposte per un nuovo approccio sistematico in una prospettiva di valorizzazione di un tertium
genus: il lavoro coordinato, in “Lavoro Informazione”, n. 15-16, 1996, pp. 75 ss. Mentre per
l’aspetto sociologico L. Gallino, Mutamenti in corso nell’organizzazione del lavoro, in Ivi., pp. 89
ss.
478
Ivi, p. 89. L’Autore individua questi mutamenti nelle esternalizzazioni, nel lavoro telematico e
nel lavoro funzionalmente integrato. Vedi le argomentazioni nelle pagine successive del lavoro,
pp. 89-94.

311
“La classica dicotomia (lavoro autonomo-subordinato) più non rappresenta la complessità del
fenomeno lavoro nella società postmoderna. Essa è sempre più riduttiva nei confronti
dell’implosione all’interno di ciascun capo e vincola l’autonomia negoziale ad una scelta e ad una
pre-condizione di carattere normativo, che a volte non riflettono affatto il contenuto obbligatorio e
le prestazioni dedotte.”479

Gli Autori. non escludendo la possibilità di “tentare di rivedere e aggiornare gli

indici tradizionali della subordinazione”, proponevano di svuotare l’alternativa

autonomia-subordinazione, per “valorizzare un tertium genus – il lavoro

coordinato alle esigenze delle imprese – al cui interno andrebbe a collocarsi una

vasta gamma di sottotipi caratterizzati da discipline flessibilmente sintonizzate

epperò non “drammaticamente” differenziate.”480 In questa prospettiva i nuovi

lavori erano considerati non una forma patologica e per questo peggiorativa del

modo di lavorare, visto che veniva proposto di mantenere la tutela tradizionale per

tutti quei lavoratori che svolgono lavori di “scarsa professionalità e attività

prevalentemente esecutive”, mentre al tertium genus - da individuare in sede

legislativa e con l’apporto dell’autonomia collettiva - dovevano essere garantite

alcune tutele minime superiori a quelle riconosciute al lavoro autonomo, ma non

certo tramite una estensione di quelle tipiche del lavoro subordinato. Il lavoro

coordinato inoltre, pur concretizzandosi in diversi sotto-tipi, sembra essere

descritto generalmente come contrattualmente molto forti e per questo bisognosi

non di “tutele eteronome” (tutela collettiva) perchè capaci di esercitare tale potere

individualmente (tutela individuale).

Non bisogna tuttavia dimenticare di menzionare chi, tra i giuristi del lavoro,

proponeva una sorta di neo-astensionismo legislativo. Il contributo più importante

di questo filone minoritario, fu quello di L. Spagnuolo Vigorita, espresso in un

479
R. De Luca Tamajo, R. Flammia, M. Persiani, La crisi della subordinazione, cit., p. 83.
480
Ibidem.

312
suo saggio del 1997481. L’A., riflettendo sul dibattito in corso circa le tutele

legislative da appostare nel nuovo contesto economico-sociale, rivendicava un

ruolo del giurista “di contenuto negativo: che sia rivolt[o], cioè, a segnalare al

legislatore l’opportunità di non intervenire affatto (ovvero, di intervenire) in

ordine alla predeterminazione di nuove fattispecie e tutele, da riferire a zone

ulteriori rispetto a quella della “subordinazione forte” […].482 Certamente

l’intervento di Spagnuolo Vigorita, oltre ad essere teso a disinnescare gli

interventi di mera estensione delle tutele tradizionali del lavoro subordinato

presente soprattutto nella proposta di Alleva483, era mosso dal fatto che le attuali

rappresentazioni dei nuovi lavori e soprattutto gli interessi di cui questi erano

portatori, rimanevano ancora offuscati nella realtà e il suo monito si rivolgeva a

tutte le proposte in campo tacciate di ideologismo interventista. Le stesse

considerazioni neo-astensioniste riflettevano proprio le difficoltà delle

organizzazioni sindacali nel raccogliere le domande di un gruppo sociale molto

eterogeneo e non rappresentato a livello sindacale. In effetti i sindacati erano

praticamente latitanti sul tema e ciò contribuiva a mantenere il fenomeno dei

481
L. Spagnuolo Vigorita, Riflessioni sul dibattito in tema di subordinazione e autonomia, in
“Massimario di Giurisprudenza del Lavoro”, 1997, pp. 952 ss.
482
Ivi, p. 952. L’autore sostiene che il voler a tutti costi intervenire per predeterminare le tutele dei
lavoratori, è un comportamento ideologico e storicamente formatosi nella nostra cultura lavorista.
Per questo propone, “almeno in questa fase” che considera di transito perché gli stessi interessi di
chi è sprovvisto di tutele sono difficilmente individuabili dagli stessi suoi portatori, un’azione
sindacale che permetta di coagulare gli interessi e di appostare tutele contrattate. Insomma “si
prospetta il transito dalla tutela data alla tutela conquistata: dunque, regolata da criteri di
effettività, perché riconosciuta dalle parti.”
483
Tale interpretazione che collega i timori di Spagnuolo Vigorita alle sue preoccupazioni in
merito alle proposte di Alleva e in generale a chi vorrebbe bloccare il processo di erosione della
tutela della zona del lavoro subordinato, è presente in M. Magnani, Verso uno “Statuto dei
lavori”?, in “Diritto delle Relazioni Industriali”, 1998, n. 3, p. 312 e anche nota (1).

313
nuovi lavori non del tutto chiaro, sia riguardo ai soggetti che agli oggetti della

tutela.484

Intanto con la caduta del I Governo Berlusconi e la vittoria dell’Ulivo (PDS,

PPI, VERDI, SDI, appoggio esterno di RC) alle elezioni del 1996, il nuovo

contesto governato dall’ex presidente dell’IRI Romano Prodi segnava il passaggio

delle proposte relegate nel campo del dibattito teorico a quello legislativo. Il tema

dei lavori atipici inoltre cresceva di giorno in giorno e si inseriva nel più ampio

dibattito sulla flessibilità, sia “in uscita” che “in entrata”, che il mondo della

produzione richiedeva. Alle collaborazioni coordinate e continuative quindi si

affiancava la questione del lavoro interinale, a tempo parziale e a termine e tutte

quelle forme di lavoro che, pur riconducibili al lavoro subordinato, erano

assimilate nell’alveo del lavoro “atipico”. Già nel settembre del 1996, pochi mesi

dopo la costituzione del governo Prodi, venne firmato un accordo, il Patto per il

Lavoro, nel quale i sindacati di fatto accettarono un terreno di confronto su questi

temi. Da quel patto scaturì la difficile mediazione che portò successivamente

all’approvazione del c.d. “pacchetto Treu” (in quel momento Ministro del lavoro)

contenuto nella legge n. 187/97. Parallelamente nei primi mesi del 1997 venivano

proposti in Parlamento ben tre disegni di legge. Il primo (n. 2049), presentato al

Senato della Repubblica e di cui il primo firmatario era il giurista del lavoro C.

Smuraglia, in quel momento Presidente della Commissione lavoro del Senato,

dichiarava esplicitamente nel suo titolo “Norma di tutela dei lavori atipici”. Il

secondo (n. 3972), presentato alla Camera, sempre d’iniziativa di deputati della

484
Le stesse difficoltà furono ravvisate da M. Carrieri, Come regolare i nuovi lavori, cit., pp. 12
ss.

314
maggioranza Lombardi, Salvati, Delbono, intitolato “Disciplina del contratto di

lavoro coordinato”, e il terzo, proposto dai deputati Mussi, Innocenti (n. 3423).

I progetti di legge approdati in Parlamento erano il frutto della rilevanza sociale

acquisita dai nuovi lavori, non solo tra chi pensava di dover intervenire per

limitarne le distorsioni, ma anche per chi ne esigeva un riconoscimento legislativo

e una valorizzazione dell’uso in una prospettiva moderna dell’impresa. Tuttavia fu

proprio in sede politica che affiorarono le differenze e le contrapposizioni tra i

vari aggregati di interesse all’interno della maggioranza. I progetti di legge infatti

erano il risultato di traduzioni in politica-legislativa di alcune proposte sopra

elencate ed esse erano difficilmente conciliabili. Per questo, in sede di esame, i

contrasti furono consistenti ed essi non rispecchiavano solo una contrapposizione

tra maggioranza e opposizione, ma investirono anche le diverse anime della

maggioranza parlamentare e come vedremo anche i rapporti tra Governo e

Parlamento.

Comunque il primo progetto di legge ad essere esaminato fu proprio quello di

Smuraglia. I lavori della Commissione lavoro al Senato si caratterizzarono subito

per la loro tendenza a trattare il tema dei lavori coordinati e continuativi come

tipologie contrattuali utilizzate dalle imprese per eludere le tutele tipiche del

lavoro subordinato e far fronte alla gestione flessibile della manodopera.

“Già nel corso dei lavori in Commissione fu subito notato che la preoccupazione dei senatori
era quella di evitare un uso delle co.co.co. nei casi in cui il rapporto di lavoro poteva essere
configurato come rapporto di lavoro dipendente a tempo determinato, quel rapporto “tipico” sul
quale erano ritagliate le tutele legislative e contrattuali della “stagione” ’70-’80.”485

485
M. Salvati, Servono gli economisti del lavoro? Riflessioni su una esperienza parlamentare, in
www.ail.it, p. 4. Lo stesso saggio è apparso con il titolo Economia e politica: servono gli
economisti del lavoro?, in “Stato e Mercato”, n. 1 aprile, 2002, pp. 143 ss.

315
Il progetto tra l’altro era impostato sulle elaborazioni teoriche della Consulta

della CGIL e soprattutto in quelle contenute nel primo progetto di legge elaborato

da Alleva. Il progetto Smurglia infatti prevedeva l’estensione di alcune tutele

dello Statuto dei lavoratori486 ai “rapporti di collaborazione, di carattere non

occasionale, coordinati con l’attività del committente, svolti senza vincolo di

subordinazione, in modo personale e senza impiego di mezzi organizzati e a fronte

di un corrispettivo”. Inoltre erano previsti diritti d’informazione e formazione e i

corrispettivi doveri dei datori di lavoro, un regime di stabilità obbligatoria, un

sistema fiscale e previdenziale, tutele in caso di malattia, diritti sindacali e la

previsione di un congruo intervento della contrattazione collettiva. Il progetto si

muoveva su un impostazione neo-garantista, volta ad estendere alcune tutele

tipiche del lavoro subordinato e ad introdurre nuove regole che limitassero i poteri

imprenditoriali e ricondurre sotto tutele tipiche i casi di uso distorto di lavoratori

formalmente indipendenti. A questa proposta erano chiaramente contrari non solo

l’opposizione, la Confindustria e le altre associazioni di rappresentanza dei datori

di lavoro, ma anche chi, pur inserito in ambienti vicini alla maggioranza e al

movimento sindacale, non vedeva di buon occhio un provvedimento che mirava

alla semplice introduzione di norme tipiche del lavoro subordinato in capo a

lavoratori inseriti in “forme e modalità di svolgimento dell’attività produttiva

distante anni-luce da quelle sulle quali si è storicamente modellato il contratto di

lavoro subordinato”.487 Per gli oppositori del progetto Smuraglia, la proposta non

provvedeva ad una modulazione delle tutele aderenti alle nuove forme

486
Gli artt. 1, 5, 8, 14 e 15. Inoltre si prevedeva l’applicazione della legge n. 903/77 e della legge
n. 903/1991 e le disposizioni in materia di sicurezza e di igiene previste dal decreto legislativo n.
626/94.
487
U. Romagnoli, Il lavoro in Italia, cit., p. 196.

316
organizzative d’impresa. Ciò avrebbe contribuito ulteriormente ad una fuga dallo

stesso lavoro parasubordinato e dalle nuove tutele, con la conseguenza di nuovi

contenziosi a livello giudiziario per la qualificazione dei rapporti. Oltre a critiche

di tipo giuridico, agli estensori della proposta si imputava anche una scarsa

conoscenza di sociologia economica riguardo ai nuovi modelli produttivi e in

molti criticarono le impostazioni ideologiche e conservatrici dei neo-garantisti.488

Tra l’altro alla Camera giaceva l’altro progetto di legge (n. 3972) presentato dai

deputati Lombardi, Salvati, che in pratica riproponeva lo schema della

formulazione del tertium genus “il lavoro coordinato” proposto dal gruppo di

lavoro in collaborazione con Confindustria. Un crescendo di critiche di cui era

consapevole lo stesso ministro del lavoro Tiziano Treu489, se si considera il fatto

che nei giorni successivi l’approvazione della riforma dal mercato del lavoro

(luglio 1997), annunciò l’intenzione del Governo di predisporre uno Statuto dei

lavori per tutelare le “aree grigie” dell’occupazione, proponendo un vero e proprio

progetto ministeriale. La predisposizione di un autonomo progetto ministeriale era

chiaramente volta a attenuare la lettera della proposta c.d. Smuraglia e a dirimere

le controversie emergenti in Commissione lavoro al Senato. Il lavoro fu affidato

rapidamente ai giuristi del lavoro che collaboravano nel ministero coordinati da

488
Le critiche al progetto Smuraglia sono state numerosissime e con accenti diversi: tra le più
acute si vedano, AA.VV., I cosiddetti “lavori atipici”. Aspetti sociologici, giuridici e interessi
delle imprese, Agenzia per la promozione di Economia e Lavoro, 2000, in particolare i saggi di A.
Accornero, F. Liso, A. Maresca e in ultimo L. Pelaggi sulle ragioni di Confindustria; M. Salvati,
Servono gli economisti del lavoro?, cit.; la presa di posizione generale di tutta la rivista “Diritto
delle Relazioni Industriali” diretta da Marco Biagi, per tutti vedi Il dibattito sui nuovi lavori: due
disegni di legge a confronto per una difficile mediazione, in “Diritto delle Relazioni Industriali”, n.
2, 1999; lo stesso M. Biagi e M. Tiraboschi, Le proposte legislative in materia di lavoro
parasubordinato: tipizzazione di un tertium genus o codificazione di uno “Statuto dei lavori”?, in
“Lavoro e Diritto”, n. 4, autunno 1999, pp. 571 ss.; M. Pedrazzoli, Classificazione e rapporti di
lavoro, in “Massimario di Giurisprudenza del Lavoro”, 1997, pp. 957 ss.
489
Sulle posizioni di Treu in merito ai nuovi lavori, si veda T. Treu, Politiche del lavoro e
strumenti di promozione dell’occupazione: il caso italiano in una prospettiva europea, in M. Biagi
(a cura di), Mercati e rapporti di lavoro, Milano, Giuffrè, 1997, p. 11.

317
Marco Biagi. Sotto la direzione scientifica di Biagi fu diramato un documento

ministeriale dal titolo Ipotesi per la predisposizione di un “Statuto dei lavori”490.

Gli Autori, dopo aver dato largo spazio all’analisi del dibattito giuridico, politico

ed economico, dichiaravano che questo era caratterizzato da “obbiettivi di politica

del diritto e politica legislativa difficilmente conciliabili” (pp. 1-2), proponevano

un percorso di politica legislativa specifica, che da una parte contribuisse a

dirimere le contrapposizioni ideologiche e dall’altro aprisse la strada ad un nuovo

Statuto dei lavori complessivo. La proposta era estremamente pragmatica: 1)

provvedere alla creazione di un apposito sistema di certificazione dei rapporti in

sede amministrativa (pp. 5-23)491; 2) predisporre una rimodulazione generale delle

tutele del lavoro, impostando una normativa generale e modulata nel contesto

della società dei lavori (pp. 24 ss.). Successivamente lo stesso documento fu

approfondito e fu presentata una bozza di progetto di legge (“Bozza Biagi”)492, ma

essa non fu mai tradotta in disegno formale di legge. La proposta di Statuto dei

lavori fu praticamente la prima proposta di riscrittura dello Statuto dei lavoratori

del ’70 ed essa si distanziava tanto dalla proposta Smuraglia, tanto da quella n.

3972, poiché non prevedeva una “meticolosa opera di definizione concettuale

della fattispecie, in modo di ridurre i motivi di contenzioso tra le parti”, ma

“muoveva da un punto di vista diametralmente opposto, e cioè dall’inutilità di

ogni sforzo definitorio di un area contrattuale, per definizione, fluida e

490
M. Biagi, M. Tiraboschi (a cura di), Ipotesi di predisposizione di uno “Statuto dei lavori”, su
incarico del Ministro del lavoro Tiziano Treu (1997-1998), in www.csmb.unimo.it
491
Nel testo sono presenti anche dei modelli prestabiliti di certificazione dei rapporti di lavoro, pp.
15-23.
492
Uno “Statuto dei lavori” fu presentato in una prima versione al Consiglio dei Ministri il 25
marzo 1998 nell’ambito della Commissione di studio per la revisione della legislazione in materia
cooperativa con particolare riferimento alla posizione di socio-lavoratore (c.d. commissione
Zamagni), mentre successivamente fu redatta in una versione “alleggerita” in sede ministeriale
presumibilmente con l’apporto di Tiziano Treu. Si veda in Appendice Doc. n. 5.

318
mutevole.”493 In questo senso quindi le proposte di Confindustria, di alcuni

politici della maggioranza e dei giudici raccolti attorno alla proposta di

individuare un tertium genus, furono praticamente accomunate a quelle addensate

attorno al progetto Smuraglia.

“Sul piano delle finalità di politica legislativa, l’opzione in favore della tipizzazione di un
tertium genus pare in se neutra. Essa può essere infatti adottata sia per estendere le tutele del diritto
del lavoro ai rapporti difficilmente riconducibili al tipo legale dell’articolo 2094 c.c. (come
appunto nel caso del d.d.l. n. 2049) sia in funzione di una operazione diretta a sottrarre nuclei più o
meno ampi di tutele a prestazioni lavorative di lavoro subordinato (come nel progetto elaborato da
De Luca Tamajo, Flammia, Persiani […])”494

Fu così che di fronte alla impossibilità di trovare un accordo tra le parti sociali

sulla nozione di parasubordinazione, non restò altro che introdurre alcune

modifiche alla proposta Smuraglia. In essa infatti furono introdotte delle

modifiche soprattutto sulla questione della certificazione. I sostenitori

dell’impostazione neo-garantista rimanevano nettamente contrari alla

certificazione perché era mirata in realtà a limitare il ruolo dell’autonomia

collettiva e a destrutturare il diritto del lavoro nato e cresciuto per limitare la

libertà negoziale dei singoli lavoratori come soggetti deboli di fronte alla

controparte contrattuale. Secondo questa visione, se si fossero predisposti dei

rapporti di lavoro certificati, questi avrebbero toccato il problema della

indisponibilità delle tutele anche del lavoro subordinato, poiché il sistema sarebbe

stato spinto necessariamente verso una maggiore propensione alla contrattazione

493
M. Biagi, M. Tiraboschi, Le proposte legislative in materia di lavoro parasubordinato, cit., p.
582.. Gli autori portavano a sostegno dalla loro impostazione anche la posizione manifestata dal
Presidente della Commissione per il Lavoro Pubblico e Privato della Camera dei Deputati Renzo
Innocenti, si veda R. Innocenti, Un progetto politico per la riforma delle regole del lavoro, in
“Diritto delle Relazioni Industriali”, n. 3, 1998, pp. 307 ss. Nello stesso senso anche qualche anno
più tardi in M. Tiraboschi, La c.d. certificazione dei lavori “atipici” e la sua tenuta giudiziaria, in
“Lavoro e Diritto”, n. 1, inverno, 2003, p. 111, nota n. 4
494
M. Biagi, M. Tiraboschi, Le proposte legislative in materia di lavoro parasuboridinato, cit., p.
584.

319
individuale. Tale prospettiva non faceva altro che minare il ruolo del conflitto e

dell’iniziativa collettiva e sindacale, già fortemente ridimensionata a tutti i livelli e

circoscritta a sussulti momentanei e non certo nel lavoro atipico. Inoltre si faceva

notare che le certificazioni non avrebbero comunque fatto diminuire le

controversie in sede giudiziale poiché “resterebbe pur sempre compito del giudice

di accertare la corrispondenza di quanto dichiarato dalle parti e quanto

effettivamente realizzato sul piano dei fatti.”495

Si capiscono quindi le intime motivazioni delle controversie di politica-

legislativa sul tema delle certificazioni al momento dell’approvazione del testo in

commissione al Senato.496 Tutta la sinistra radicale, da RC ormai passata

all’opposizione, passando per i VERDI e i Comunisti Italiani, fino a giungere ad

alcuni settori della Sinistra DS, si attestava su queste posizioni, mentre debole fu

l’iniziativa dei settori moderati della maggioranza e dell’opposizione. Fatto sta

che la posizione del ministero e dei fautori dello Statuto dei lavori, riuscì a

modificare la legge solo grazie all’aggiunta di alcuni articoli, tra cui quello sulla

certificazione (art. 17). Per altro fu approvato in una versione alquanto riduttiva

rispetto alle proposte di Biagi497. Così fu trasmessa alla Camera dei Deputati la

proposta di legge n. 5651 approvata il 4 febbraio 1999 dal Senato della

495
M. Magnani, Verso uno “Statuto dei lavori”?, cit., p. 315 e anche nota n. 4.
496
Su questo punto vedi, L. Palmerini, Vicina l’intesa sul DDL Smuraglia, ma è scontro sulla
certificazione, in “Il Sole 24-Ore”, 12 giugno 1998; A.Del Freo, Lavori atipici, oggi il Senato
decide sulle certificazioni, in Ivi, 23 giugno 1998.
497
E’ una considerazione che fu sottolineata dallo stesso Tiraboschi qualche anno più tardi in un
saggio dedicato proprio alla questione della certificazione riguardo al rapporto tra Libro Bianco,
legge 30 del II Governo Berlusconi e Statuto dei lavori (si veda il paragrafo 3.3). “Il principale
merito dell’iniziativa di Smuraglia è stato indubbiamente quello di aver preso atto, con un certo
anticipo rispetto gli esiti del dibattito dottrinale, della necessità di un intervento legislativo. […] Il
testo approvato dal Senato nel corso della passata legislatura, lungi dal rappresentare una riforma
complessiva del nostro diritto del lavoro, si concentra infatti solo esclusivamente sulla figura del
lavoro parasubordinato, di cui veniva fornita una sommaria definizione […].” In M. Tiraboschi, La
c.d. certificazione dei “lavori” atipici e la sua tenuta giudiziaria, cit., p. 111.

320
Repubblica. Una proposta che in definitiva non mutava il suo impianto neo-

garantista.

Intanto c’è da sottolineare che negli ultimi anni i sindacati confederali, di

fronte al numero crescente di lavoratori co.co.co. e al dibattito di politica

legislativa in corso sul progetto di legge Smuraglia e sullo Statuto dei lavori,

stavano recuperando il terreno perduto accumulato della sostanziale inerzia

rappresentativa di fronte ai nuovi lavori. Inoltre non è da sottovalutare l’influenza

in questo processo della firma di quello che alcuni osservatori indicarono come il

primo Ccnl dei lavori atipici l’8 aprile 1998.498 Il contratto fu firmato solo da

alcuni sindacati autonomi e extraconfederali e in esso non poche erano norme e

tutele previste espressamente nel progetto Smuraglia.

“Come si può agevolmente notare […] il Ccnl […] ha avuto, come proposte e disegni di legge
precedenti, la funzione di riferimento per l’attuale redazione del suddetto disegno Smuraglia. Forse
il Ccnl 8 aprile 1998 ha avuto anche il merito di richiamare l’attenzione delle organizzazioni
sindacali maggiormente rappresentative sul piano nazionale sui rapporti parasubordinati ed atipici,
anche se non ha ancora sortito l’effetto di sollecitare l’impegno sul piano contrattuale.”499

Sempre più spesso i centri di ricerca di CGIL, CISL e UIL si concentrarono

nell’analisi della variegata composizione dei nuovi lavori. Il numero crescente di

ricerche di fonte sindacale attorno al 1998 era indubbiamente indice di nuovo

interesse da parte dei sindacati confederali, ma anche il segno di una difficile

conoscenza del fenomeno. Tali difficoltà si riscontrarono anche quando vennero

fondate, nello stesso anno, le prime organizzazioni di emanazione confederale di

specifica rappresentanza dei lavoratori “atipici”. Gli stessi acronimi delle nuove

sigle: Nidil-Cgil (Nuove identità di lavoro), l’Alai-Cisl (Associazione lavoratori

498
Per un commento al contratto si veda E. Guido, La collaborazione coordinata e continuativa
dal primo contratto collettivo al disegno di legge “Smuraglia”, in “Il Lavoro nella
Giurisprudenza”, n. 4, 1999, p. 331 e nota bibliografica n. 17.
499
Ibidem.

321
atipici e interinali) e il Cpo-Uil (Coordinamento per l’occupazione),

rispecchiavano le difficoltà di intercettare e rappresentare interessi assimilabili,

con conseguenze negative sia sul piano delle politiche contrattuali che sui modelli

organizzativi. Nonostante le nuove articolazioni organizzative furono strutturate

sin dall’origine su un modello di rappresentanza che non si riferiva a un

determinato settore merceologico, avendo come interlocutori figure trasversali su

base intersettoriale500, esse si riferivano spesso a lavoratori con marcate

differenziazioni di prestazione e di inquadramento contrattuale, organizzati

tramite intrecci di rappresentanza verticale (categoriale) e orizzontale

(territoriale). Al momento della loro costituzione quindi si aveva come unico

riferimento caratteristico la loro propensione verso “l’atipicità” del rapporto

rispetto al modello tipico del lavoratore subordinato a tempo pieno e

indeterminato. Ma all’interno di questa atipicità si potevano riscontrare situazioni

fortemente differenziate, dove lavoratori a tempo determinato o interinali

convivevano con co.co.co e disoccupati. Era difficile far emergere interessi

tangibili su cui costruire una nuova solidarietà, primo stadio per una azione

sindacale e collettiva. Lo stesso Carrieri si interrogava, in prospettiva, circa la

possibilità di poter approdare ad un contesto di azione collettiva parasindacale, più

resa come servizio che come strategia di rappresentanza.501 Per questo le difficoltà

erano affrontate con la necessità di conoscere, indagare e rielaborare le

conoscenze sul tema. Non era un caso che in molti documenti programmatici delle

nuove sigle sindacali, si evincevano strategie che puntavano sulla conoscenza del

500
M. Carrieri, Lavori in cerca di rappresentanza, in “Lavoro e Diritto”, n. 4, autunno 1999, p.
668.
501
Ivi.

322
fenomeno tramite l’ascolto e l’attenzione dei bisogni dei rappresentati.502 E ciò

non era certo facile. Da quanto suggeriscono alcune ricerche503, verso la fine del

decennio, se nel Nidil erano più rappresentati i co.co.co. e lavoratori post-fordisti

in genere, nell’Alai e nel Cpo si riscontravano anche molti lavoratori immersi

nella legislazione di sostegno all’occupazione e ai disoccupati.

“L’accorpamento di tali tipologie (sia Alai sia Cpo) porta a muoversi indifferentemente dal
lavoro-non lavoro, al lavoro a termine, al lavoro autonomo o semi-autonomo/subordinato, senza
che sia possibile rinvenire un tratto unificante, che non sia quello della diversità, della fuoriuscita
dallo schema tipico del lavoro subordinato a tempo pieno e di durata indetermintata.”504

Tornado alle vicende parlamentari, queste erano immerse in un contesto di

instabilità politica per via delle defezioni nella maggioranza che portarono alla

caduta del Governo Prodi e poi di quello di D’Alema e al successivo insediamento

di Amato. Tra l’estate e l’autunno del 1999 si consumò anche il destino della

proposta Smuraglia. In molti alla Camera dei Deputati erano intenzionati a

modificare la legge licenziata dal Senato nel senso di attenuare le troppe analogie

con le tutele del lavoro subordinato tradizionale. Inoltre giacevano alla Camera

ben due proposte di legge in questo senso e provenivano entrambe dalla

maggioranza. L’impianto della proposta Smuraglia dunque provocava forti

perplessità, non solo nell’opposizione – che per altro non fece proposte rilevanti

sul tema – e Confindustria, ma anche nei settori moderati del centro-sinistra.

Tuttavia si scelse la strada degli emendamenti e non quella di adottare un nuovo

testo base e di sentire ancora le rappresentanze sindacali e gli esperti di sociologia

dell’organizzazione.

502
T. Vettor, Ricerche empiriche, cit., p. 624.
503
Si vedano i saggi di D. Gottardi, Questioni aperte sulle strategie sindacali, in “Lavoro e
Diritto”, n. 4, 1999, p. 650 ss., T. Vettor, Ricerche empiriche e nuove strutture di rappresentanza
sindacale, cit.
504
D. Gottardi, Questioni aperte sulle strategie sindacali, cit., p. 651.

323
“Venne invece rapidamente imboccata la strada di usare come testo-base da emendare la
proposta del Senato, un poco per non inviare un segnale di sconfessione completa del lavoro da
questo compiuto […], ma soprattutto perché, nella gran parte della Commissione non era piena la
consapevolezza che un semplice lavorìo di emendamento non avrebbe consentito di redimere i
difetti d’impianto della proposta proveniente dall’altro ramo del Parlamento”505

Non pochi erano comunque coloro che pensavano che l’impianto della legge

era in definitiva giusto e che magari qualche emendamento avrebbe rimosso

alcune esagerazioni e forzature così da bilanciare gli interessi in gioco. Fu così

che la Commissione, presieduta dal diessino ed ex-sindacalista Renzo Innocenti,

si apprestava ad esaminare il testo uscito al Senato (si veda l’Appendice doc. n.

4). La discussione, che si incentrò nei punti peculiari del testo (art. 4 cessazione

del rapporto di lavoro, art. 11 comma 1 sulla conversione automatica, art. 1 sul

campo d’applicazione, ecc.), giunse fino a marzo 2000, quando ci si accordò per

formare un comitato ristretto per dirimere i principali dissensi soprattutto interni

alla maggioranza. Il comitato fu direttamente proposto dal Governo tramite

l’allora neo-ministro del Governo Amato, Cesare Salvi della sinistra DS. Furono

sanate le contrapposte visioni sempre sul campo di applicazione, sul diritto al Tfr,

sui diritti sindacali, sul ruolo della contrattazione collettiva e sulla durata e

conversione del contratto. Non fu facile mettere d’accordo le posizioni perchè “la

coperta di un possibile accordo nella maggioranza era piuttosto corta: se la si

tirava per coprire i comunisti e i verdi – Rifondazione era già parte

dell’opposizione – si scoprivano i centristi, e viceversa. Si suscitavano mugugni,

nell’un caso o nell’altro, anche all’interno dei DS […]”506 Inoltre anche dopo aver

trovato un accordo sugli emendamenti ci si sarebbe trovati di fronte ad un’altra

mediazione, questa volta con il Senato che avrebbe dovuto di nuovo riesaminare il
505
M. Salvati, Servono gli economisti del lavoro?, cit., p. 9.
506
Ivi, p. 11.

324
testo uscito dalla Camera. Il testo fu comunque modificato nel senso di attenuare

l’impianto rigido che lo assimilava al lavoro subordinato. Questo fu approvato

nell’autunno 2000 e fu pronto ad essere discusso in Aula. Ma quando si dovette

passare alla discussione sui singoli articoli, il disegno di legge si arenò di fronte

alla mancanza di tempi congrui per il passaggio al Senato ed un probabile ritorno

alla Camera, visto anche che nella primavera del 2001 si sarebbero tenute le

elezioni politiche. Inoltre riemergevano riserve nella maggioranza che avrebbero

potuto portare all’approvazione di emendamenti dell’opposizione. Fu così che

Presidente della Commissione e capigruppo di maggioranza abbandonarono

l’esame della legge. Il centro-sinistra non riuscì nell’intento di affiancare al

pacchetto Treu una legislazione sui nuovi lavori che limitasse l’uso distorto di

lavoratori formalmente autonomi e che allo stesso tempo valorizzasse queste

nuove figure professionali. Qualche mese più tardi il centro-destra vinse le

elezioni e Silvio Berlusconi tornò al timone del suo secondo Governo.

3.4 Lo “Statuto dei lavori” tra conflitto e dialogo sociale

In questo paragrafo finale ci apprestiamo a concludere il nostro viaggio storico

che ha avuto come protagonisti i diritti dei lavoratori. Questa ultima tappa

coincide con i cinque anni del II governo Berlusconi.

Certamente il recente Governo Berlusconi sarà ricordato non solo per la legge

30/2003 e i relativi decreti attutativi che hanno riformato in maniera profonda il

mercato del lavoro, ma anche per il grave conflitto sociale che si aprì all’indomani

del disegno di legge delega sul finire del 2001. Da quel momento tra Governo e

parti sociali e tra le stesse centrali confederali si aprirono aspri dissensi: da una

parte il Governo deciso a portare a conclusione a tutti i costi il suo disegno

325
riformatore e dall’atra i sindacati a sua volta divisi tra un’opposizione

intransigente (CGIL) e aperture al dialogo (CISL, UIL)

Il nuovo Governo di centro-destra già al principio non prometteva molto bene

né nei riguardi dello Statuto dei lavoratori né rispetto ad una nuova legislazione in

tema di nuovi lavori in generale. I ricordi della prima esperienza nel 1994 non

facevano certo ben sperare riguardo ai rapporti sindacali tra Governo e parti

sociali. Berlusconi inoltre ripropose un progetto politico di chiara matrice neo-

liberista; una nuova riforma del mercato del lavoro sembrava diretta a

flessibilizzare ulteriormente l’assetto già riformato dalla l. 187/97 e a

ridimensionare il ruolo delle organizzazioni sindacali. Al di là delle difficoltà del

“sistema Italia” e della necessità di risolvere problemi fondamentali, le forze

raccolte attorno alla maggioranza di centro-destra sembravano tutte convergere sul

fatto che le cause principali di un’economia italiana in fase di stallo erano

strettamente connesse alla mancanza di modernità del nostro mercato del lavoro. I

sindacati continuavano ad essere decritti come baluardi di vecchi schemi e come

conservatori di fronte alla modernità che avanzava inarrestabile. E non bisogna

sottovalutare che posizioni di questo tipo andarono crescendo soprattutto dopo le

tragiche vicende dell’11 settembre e la crisi economica che ne seguì. L’11

settembre fu sempre più spesso usato per giustificare non solo una politica estera

palesemente interventista, ma indicato anche come causa principale delle

difficoltà economiche e in molti casi fu adoperato per giustificare interventi

riformatori sulle questioni del lavoro. La “ricetta” del Governo Berlusconi

sembrava essere la stessa di qualche anno addietro: diminuzione della pressione

fiscale, taglio della spesa pubblica, più flessibilità e meno garantismo vecchio

326
stampo, più autonomia individuale e meno collettiva. Il tutto da raggiungere con

una pratica politica aggressiva del “noi dialoghiamo con le parti sociali, ma se non

ci stanno, andremo avanti! L’ammodernamento del paese non può aspettare!” E

questo disegno politico aveva alla base una forte alleanza con la Confindustria

guidata da Antonio D’Amato, palesemente espressa sia dal Governo che dalla

stessa Confindustria.

In questa prospettiva diveniva centrale il ruolo del Ministero del lavoro diretto

dal leghista Roberto Maroni, poiché la riforma del mercato del lavoro era il più

importante dei temi previsti dal programma politico del centro-destra. Nell’ottobre

2001 fu diramato un documento progettuale proveniente direttamente da un

gruppo di lavoro del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali e coordinato

dal vice-ministro Maurizio Sacconi (FI) e dal professor Marco Biagi, dal titolo Il

Libro Bianco sul mercato del lavoro in Italia. Proposte per una società attiva e un

lavoro di qualità.507 Le carte quindi sembravano doversi rimescolare: il professor

Biagi, che nella passata legislatura fu interpellato senza esiti positivi dal Ministro

Treu per disinnescare le parti più controverse della proposta Smuraglia, si trovava

ora ad essere il maggior collaboratore del Ministero del lavoro e a coordinare un

vasto programma di riforma del mercato del lavoro.

Il documento era diviso in due parti: nella prima si illustrava una larga analisi

molto critica del mercato del lavoro italiano, mentre nella seconda si proponevano

le ricette principali per far fronte alle “inefficienze e iniquità” descritte. L’analisi

del mercato del lavoro italiano (pp. 2-24) riferiva in primo luogo di un mercato

del lavoro in cui, nonostante alcuni risultati positivi degli ultimi anni, i disoccupati
507
Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, Il Libro Bianco sul mercato del lavoro in Italia.
Proposte per una società attiva e un lavoro di qualità, a cura di M. Sacconi e M. Biagi, Roma,
2001, in www. csmb.unimo.it

327
rimanevano ancora troppi rispetto alla media europea. Ciò era dovuto al fatto che

la legislazione era ancora troppo rigida e sbilanciata sulle aree tradizionalmente

forti della tutela: pensionati e lavoratori subordinati. La situazione descritta

avrebbe portato all’esclusione sociale e alla crescita del lavoro nero che allo stesso

tempo si traduceva in una eccessiva spesa pubblica e in gravi difficoltà per

l’economia. Nella seconda parte (pp. 26-79) si tracciava un percorso di riforma da

intraprendere per costruire una “società attiva ed un lavoro di qualità”. Si

proponeva prima di tutto la c.d. sussidiarietà verticale, nel senso di un maggiore

coinvolgimento nella regolazione del mercato del lavoro e anche dei rapporti di

lavoro di regioni ed enti locali. Inoltre ad essa doveva essere affiancata la

sussidiarietà orizzontale che avrebbe dovuto superare la concertazione e istaurare

il c.d. dialogo sociale.508 Si chiedeva una normativa del lavoro che superasse la

mera tutela del posto di lavoro per impostare una serie di garanzie nel mercato,

volte da una parte ad incrementare l’occupazione e dall’altra a non disgiungerle

dallo sviluppo economico: unico vero volano per un incremento dell’occupazione.

In questo senso si proponeva un servizio per l’impiego efficiente che si basasse

sulla competizione tra agenzie pubbliche e private, una politica nuova per la

formazione professionale e un nuovo sistema d’istruzione volto alla crescita della

capacità professionale e ad una più forte sinergia tra scuola e mercato del lavoro.

508
Ci si riferiva in tal senso al dialogo sociale intrapreso a livello comunitario soprattutto dopo il
Trattato di Amsterdam. Questo avrebbe comportato un rapporto con le parti sociali per cui le
istituzioni avrebbero dovuto consultarle ogni qual volta avessero avuto intenzione di assumere
interventi legislativi o comunque di natura regolatori in capo sociale e dell’occupazione. Dopo
questa prima fase di consultazione, da attuare in tempi brevi, se il Governo fosse stato intenzionato
a proseguire sulle sue proposte avrebbe dovuto negoziare con le parti sociali i temi oggetto del
provvedimento proposto. In caso di rifiuto delle parti sociali di negoziare sui temi proposti dal
governo o nell’ipotesi di un esito infruttuoso della negoziazione, il Governo avrebbe potuto
comunque andare avanti nel progetto dichiarato. I termini essenziali del dialogo sociale proposto
nel Libro Bianco sono stati rintracciati nel manuale di diritto del lavoro a cura di M. Biagi e M.
Tiraboschi, Istituzioni di diritto del lavoro, cit., p. 10.

328
Nella stessa ottica si proponeva una riforma degli ammortizzatori sociali secondo

l’ottica dei c.d. “cicli lavorativi”, visto il tramonto del posto fisso per tutta la vita.

Ma ciò che più ci interessa nella nostra prospettiva è che, parallelamente a

queste proposte, si parlava specificatamente di Statuto dei lavori (pp. 38-41). La

proposta era praticamente una riproposizione di quella avanzata nella legislatura

precedente ed era inserita in un più ampio disegno di impostazione normativa

leggera e certa, proposta nel Libro Bianco. Veniva avanzata la proposta di “Soft

law”, cioè permettere di flessibilizzare la norma inderogabile, impostando una

normativa minima intesa ad indirizzare i comportamenti delle parti del contratto

“ma senza costringerli ad un determinato comportamento”. Ciò avrebbe

comportato da una parte la semplificazione del carattere alluvionale della legge e

dall’altra la valorizzazione dell’autonomia individuale o nel caso “assistita” dalle

organizzazioni sindacali. E su questa linea direttrice si inserisce lo Statuto dei

lavori.

“Il Governo considera necessario alla luce di quanto sopra esposto procedere ad un’opera di
complessiva modernizzazione dell’impianto dell’ordinamento del lavoro in Italia nell’ambito di
uno “Statuto dei lavori” che riprende alcune idee progettuali già circolate nel corso della
precedente legislatura […] A seguito dei profondi mutamenti intercorsi nell’organizzazione dei
rapporti e dei mercati del lavoro, il Governo ritiene che sia ormai superato il tradizionale approccio
regolatorio, che contrappone il lavoro dipendente al lavoro autonomo, il lavoro nella grande
impresa al lavoro in quella minore, il lavoro tutelato al lavoro non tutelato.”509

Si proponeva in questo senso uno zoccolo duro di tutele inderogabili

costituzionalmente riconosciute a tutti i lavoratori, quale che sia il rapporto di

lavoro (diritto alla tutela delle condizioni di salute e sicurezza sul lavoro, tutela

della libertà e della dignità del prestatore di lavoro, abolizione del lavoro minorile,

eliminazione di ogni forma di discriminazione nell’accesso al lavoro, diritto a un

509
Ivi, p. 39.

329
compenso equo, diritto alla protezione dei dati sensibili, diritto di libertà

sindacale). Al di fuori di questo zoccolo duro, nel Libro Bianco, si proponeva

l’adozione di una sere di tutele differenziate e applicabili ai casi concreti di

rapporto di lavoro “e non (come nel vecchio ordinamento) a seconda delle

tipologie contrattuali di volta in volta considerate”. La proposta inoltre

provvedeva alla costruzione di tutele modulate lasciando largo spazio

all’autonomia collettiva e individuale, secondo “una gamma di diritti inderogabili

relativi.” A tal fine, nell’immediato vengono riproposti dei sistemi certificatori dei

rapporti di lavoro, volti a “consegnare alle imprese un nuovo sistema di gestione

dei rapporti di lavoro, semplice ed agile” e permettere una “validazione anticipata

della volontà delle parti all’utilizzazione di una certa tipologia contrattuale”.

Insomma il Libro Bianco prometteva una riforma consistente del mercato del

lavoro e in esso il Governo prendeva l’impegno di varare uno Statuto dei lavori, in

chiara contrapposizione con le scelte del Governo precedente che aveva puntato

tutto sul progetto Smurgalia e su alcune sue modifiche.

Il Libro Bianco fu presentato in Parlamento nei primi giorni di ottobre del 2001

e già qualche giorno più tardi, il 23 ottobre, una nota della CGIL diramata dal

Comitato Direttivo, dava una valutazione generale sul testo del ministero del

lavoro.

“Il libro bianco contiene, in forma peggiorata, tutte le scelte esistenti possibili in materia di
precarietà del lavoro, sposando unilateralmente gli interessi delle imprese e le richieste avanzate da
Confindustria nel convegno di Parma. Quelle scelte pregiudicano quei confronti pure necessari (a
partire sugli ammortizzatori sociali) per fare avanzare i processi riformatori […]”510

510
Libro Bianco: valutazioni del Comitato Direttivo Cgil, 23 ottobre 2001, in
www.giustizialiberta.org

330
Successivamente le critiche della CGIL furono approfondite in altre analisi che

ribadivano la contrarietà al Libro Bianco e chiamavano ad una opposizione

unitaria di tutto il movimento sindacale. Intanto il Governo sembrava deciso ad

andare avanti per la sua strada, forte di una larga maggioranza parlamentare e

dell’appoggio di Confindustria. Il 15 novembre il Consiglio dei Ministri approvò

il Disegno di Legge Delega511 in materia di mercato del lavoro. Il Governo

chiedeva al Parlamento la delega per ben 11 materie inerenti al mercato del

lavoro.512 Si prospettava quindi una riforma complessiva del mercato del lavoro

con un largo uso dello strumento della legge delega. Di fronte a ciò sia

l’opposizione parlamentare sia i sindacati si ritrovarono uniti nell’opporsi alle

proposte del Governo. In particolare il sindacato contestava non solo il contenuto

della proposta, ma anche il metodo che di fatto superava la concertazione sociale

per inaugurare il c.d. dialogo sociale. Nel merito unitariamente il sindacato

contestava soprattutto le deleghe che avrebbero comportato l’introduzione di

nuove tipologie di lavoro flessibili e una riduzione del ruolo del sindacato a favore

dell’autonomia individuale. In particolare quella specifica sulla modifica dell’art.

18 e sull’arbitrato aprì, dopo i primi incontri con le parti sociali, fratture

gravissime. Nell’art. 10 della proposta di legge delega si leggeva infatti

511
L’istituto della delega consiste nell’approvazione da parte del Parlamento di una legge in cui si
delega il governo a legiferare in determinate materie sulla base di criteri generali prestabiliti e
iscritti nella legge stessa.
512
Art. 1 (per la revisione della disciplina dei servizi pubblici e privati per l’impiego, in materia di
intermediazione e interposizione privata sulla somministrazione di lavoro), art. 2 (in materia di
incentivi alla occupazione), art. 3 (in materia di ammortizzatori sociali), art. 4 (in materia di
agenzie tecniche strumentali per l’occupazione), art. 5 (in materia di riordino dei contratti a
contenuto formativo) art. 6 (in materia di attuazione della direttiva 93/104/CE in materia di
lavoro), art. 7 (in materia di riforma della disciplina del lavoro a tempo parziale), art. 8 (in materia
di disciplina di nuove tipologie di lavoro) , art. 9 (in materia di certificazione dei rapporti di
lavoro), art. 10 (in materia di misure temporanee a sostegno dell’occupazione regolare e a incentivi
alla assunzione a tempo indeterminato) e art. 13 (in materia di arbitrato nelle controversie
individuali). Si veda il testo integrale della proposta di legge delega in
http://www.giustizialiberta.org/polecam/delega.pdf.

331
“Ai fini di sostegno e incentivazione della occupazione regolare e delle assunzioni a tempo
indeterminato, il Governo è delegato a introdurre in via sperimentale, […] disposizioni relative alla
conseguenze sanzionatorie a carico dei datori di lavoro in caso di licenziamento ingiustificato […]
in deroga all’art. 18 della Legge 20 maggio 1970, n. 300, prevedendo in alternativa il risarcimento
alla reintegrazione […]”

Veniva proposta la reintroduzione del regime di stabilità obbligatoria in via

sperimentale e in alcuni casi specifici quali – come recitava il testo della delega –

“ragioni oggettive connesse a misure di riemersione, stabilizzazione dei rapporti

di lavoro a tempo indeterminato, politiche di incoraggiamento alla crescita

dimensionale delle imprese minori” e via dicendo. Si riteneva, come spesso

dichiarato da D’Amato, che l’occupazione sarebbe cresciuta grazie alla facilità per

alcune imprese “particolari” di licenziare, monetarizzando il diritto alla stabilità

del posto di lavoro e superando così il regime di stabilità reale. Non era un’idea

nuova, considerando che già nel 2000 venne respinto un referendum abrogativo

dell’art. 18 proposto dai radicali. Fu su questo punto cruciale per i sindacati che le

trattative tra Governo e parti sociali si fermarono di fronte all’opposizione unitaria

di CGIL, CISL, UIL. Nel gennaio del 2002 a qualche mese dalla rottura delle

trattative così si esprimevano i segretari generali delle tre confederazioni

sindacali:

“Se il governo tenterà di modificare il nostro ruolo e cancellare le nostre conquiste noi sapremo
reagire e colpire uniti”. Savino Pezzotta, segretaro generale della CISL. “Devono imparare a
rispettarci”, rincara Sergio Cofferati leader della CGIL. “La nostra sarà una battaglia lunga”
prevede il segretario della UIL Luigi Angeletti.”513

Per il sindacato l’articolo 18 era una norma cardine del sistema lavoristico

italiano; modificarlo avrebbe comportato una deroga a tutto l’impianto dello

Statuto dei lavoratori e in generale al ruolo del sindacato nei luoghi di lavoro e

513
In www.repubblica.it, 12 gennaio 2002.

332
nella società. Una strategia ben descritta dal sociologo Luciano Gallino in un

articolo apparso su “la Repubblica”:

“Nell’attacco al sindacato le strategie adottate dal governo Berlusconi sono principalmente due.
La prima, sviluppata in sintonia con i ceti sociali che lo sostengono, consiste nell’etichettarlo
instancabilmente come residuo pre-moderno, istituzione demodè, struttura in ritardo irrimediabile
sui tempi. […] L’altra strategia che il governo Berlusconi sta perseguendo allo scopo di
drasticamente ridurre il peso del sindacato sta scritta in tre documenti, “il Libro bianco sul mercato
del lavoro in Italia”[…]; il documento in cui si propone la Delega […], e la relazione di
accompagnamento alla proposta stessa.”514

Per altro il Governo si apprestava ad introdurre una serie di nuovi tipi di

contratti di lavoro che avrebbero contribuito ulteriormente a deregolare il lavoro

subordinato e più che altro le proposte di modifica dell’art. 18 venivano avanzate

anche secondo una strategia basata sul valore simbolico che continuava ad avere

lo Statuto, a dimostrazione della forza del Governo di fronte alle resistenze

sindacali. Il Governo infatti non intendeva affatto trattare su questo punto. Si

dimostrava che il dialogo sociale proposto non avrebbe affatto accettato

pregiudiziali per il continuo delle trattative.

Ma a marzo ci furono dei capovolgimenti della situazione. Il 19 marzo un

gruppo delle “Nuove” B.R. assassinava Marco Biagi, sotto il suo portone di casa a

Bologna. I Brigatisti colpirono a distanza di quattro anni un altro giuslavorista che

collaborava al Ministero del lavoro. Nel ’99 infatti veniva assassinato a Roma

Massimo D’Antona, anch’esso stretto collaboratore del Governo di centro-

sinistra. I Brigatisti tentavano quindi di inserirsi nello scontro sociale in atto sulla

riforma del mercato del lavoro colpendo uno dei principali artefici delle riforme

sul tavolo delle trattative. La situazione si faceva pesante e il Governo si rendeva

conto sempre più di essersi infilato nel vicolo cieco del muro contro muro. Al di là

514
L. Gallino, Chi vuole spegnere la voce del sindacato, in “la Repubblica” 15 gennaio 2002, p.
15.

333
dell’art. 18, erano tutte le riforme auspicate ad essere messe a rischio. Fu così che

il Governo fece sapere in quei giorni di voler ristabilire le trattative e di voler

trovare un accordo per continuare il dialogo. Bisognava trovare interlocutori per

legittimare le scelte del Governo e abbassare i toni dello scontro sociale.

A questa proposta era totalmente contraria la CGIL, mentre più possibiliste

erano CISL e UIL. Tutti i sindacati comunque erano in forte difficoltà di fronte

alla morte di un guislavorista da sempre criticato e indicato come principale

artefice delle proposte del Governo in materia di lavoro. Nei giorni successivi alla

morte di Biagi, furono convocate manifestazioni unitarie contro il terrorismo in

tutte le città italiane. Ma se la CGIL non retrocesse di un millimetro rispetto alle

posizioni intransigenti di rottura del dialogo, la CISL e la UIL sembravano più

possibiliste a tornare al tavolo delle trattative. La CGIL era totalmente contraria

per il fatto che come spesso accade, quando nello scontro sociale si inserisce la

violenza terrorista, a farne le spese erano i lavoratori e le loro organizzazioni

d’interesse. La CGIL, nonostante le frequenti accuse di responsabilità per

l’eccessivo scontro sociale in atto che aveva causato la morte di Biagi, doveva

rimanere intransigente tanto nei confronti del terrorismo, quanto di fronte alle

intenzioni del Governo. CISL e UIL invece optarono per una strategia volta a

sfruttare i ripensamenti del Governo per strappare in sede di trattative risultati che

avrebbero limitato i danni di una comunque sicura riforma generale. Contro

questa strategia la CGIL il 23 marzo organizzò una manifestazione che in molti

hanno indicato come la più grande di tutta la storia repubblicana. Al di là della

guerra delle cifre tra organizzatori e autorità pubbliche, le vie di Roma quel giorno

furono invase da più di due milioni di manifestanti provenienti da tutto il paese.

334
L’imponente manifestazione che era stata proclamata prima della morte di Biagi,

scandì il doppio slogan “No alla modifica dell’art. 18” e “No alla violenza

terrorista” per i diritti e la democrazia. La CGIL quel giorno dimostrò tutta la sua

forza organizzativa e politica. Intanto la CISL faceva sapere di voler riprendere le

trattative, mentre a sorpresa la UIL si dichiarò contraria e propose una piattaforma

unitaria su cui indire uno sciopero generale in aprile, sciopero che poi fu

proclamato per il 12 aprile.

Sull’opportunità di trattare con il Governo si inseriva anche l’opposizione

politica e parlamentare. Nonostante il centro-sinistra fosse compatto nell’opporsi a

tutta la politica economica e del lavoro del Governo, in molti chiedevano alla

CGIL di tornare al tavolo delle trattative. I moderati (Margherita e maggioranza

DS) dello schieramento di opposizione ponevano l’accento sulla marginalità dello

scontro sull’articolo 18 e chiedevano al sindacato un ruolo propositivo e più

pragmatico rispetto alla politica economica. In questa prospettiva le trattative da

una parte avrebbero dovuto abbassare i toni dello scontro e dall’altra ottenere

risultati concreti a beneficio dei lavoratori. Su questa linea di approccio si inseriva

il lancio di una nuova iniziativa politica: quella della tutela della flessibilità. Nel

maggio 2002 venne proposta pubblicamente da tutto il centro-sinistra

(Rifondazione Comunista era fuori da questo schieramento) la Carta dei diritti dei

lavoratori e delle lavoratrici.515 L’iniziativa fu coordinata da Giuliano Amato e da

Tiziano Treu. In particolare, l’ex Ministro del lavoro, constatato che le strategie

del Governo erano ormai lontane dalla costruzione di uno Statuto dei lavori,

515
Su questo punto si vedano gli articoli D. Orecchio, Il centrosinistra presenta la Carta dei diritti
dei lavoratori. Più tutele alla flessibilità; Id.,“Apriremo un dibattito nel paese”. Carta dei
diritti/parla Cesare Damiano, responsabile Lavoro dei Ds, del 22 e 24 maggio 2002, in
www.rassegna.it, in cui si riferisce del lancio dell’iniziativa e della strategia politica adottata dal
centro-sinistra.

335
rilanciò la proposta di cui fu promotore ai tempi del Governo Prodi. In un primo

momento il progetto dichiarato era quello di uno “Statuto dei nuovi lavori”, ma

successivamente alle trattative interne tra i partiti venne presentata la Carta.516 Si

apriva un percorso politico che avrebbe portato, come vedremo, alla presentazione

di una proposta di legge formale nel dicembre 2002.

Lo schieramento radicale dell’opposizione politica guidata da Rifondazione

Comunista, dal canto suo, riteneva la strategia della CGIL in difesa dei diritti

sacrosanta. Sempre più spesso R.C., si fece portavoce di quel variegato settore di

opposizione sociale che andava dal movimento no-global alle sigle sindacali di

base. Da questi ambienti politici e sociali venne lanciata la proposta di indire un

referendum che abrogasse la parte dell’art. 18 sulla soglia dimensionale e

permettere l’estensione della stabilità reale anche ai lavoratori di imprese sotto i

15 dipendenti. Alla raccolta delle firme tuttavia parteciparono anche ampi settori

della CGIL.

Nel mezzo rimanevano i partiti della sinistra che rientravano nell’orbita

dell’Ulivo, cioè il PdCI, i VERDI e la corrente di Sinistra dei DS. Questa zona di

frontiera sembrava da un lato appoggiare l’iniziativa unitaria della rimodulazione

delle tutele prevista dalla Carta e dall’altro l’estensione dell’art. 18 anche alle

piccolissime imprese.

516
La scelta del nome fu presumibilmente effetto di una valutazione strategica e allo stesso tempo
della mediazione interna ai partiti. Il mutamento di terminologia ci fu “perché l’idea di “Statuto dei
lavori” era un’idea politicamente bruciata. Di “Statuto dei lavori” si parla nel Libro bianco del
governo di centro-destra”, così Massimo Roccella in un’intervista apparsa sulla Rivista del
Manifesto, M. Santostasi, Conversazione con Massimo Roccella, in “La Rivista del Manifesto”, n.
30, luglio-agosto 2002. Inoltre il progetto del Governo, accanto alla modulazione delle tutele,
presentava una serie di deroghe ad alcune tutele del lavoro subordinato in linea con il pensiero di
M. Biagi. Mentre la Carta presentava una modulazione che tuttavia sarebbe dovuta avvenire,
stando alle dichiarazioni dei promotori, senza toccare le tutele acquisite.

336
Comunque sia nel luglio 2002 successe ciò che nei primi mesi dell’anno non ci

si sarebbe mai aspettato. Nel mese precedente il Governo aveva deciso di

stralciare dalla proposta di legge delega alcune parti concernenti gli

ammortizzatori sociali e gli incentivi all’occupazione, arbitrato e per l’appunto le

modifiche all’art. 18. Queste confluirono in un disegno di legge il n. 848-bis su

cui si chiedeva al sindacato di sedersi al tavolo delle trattative. La CGIL si rifiutò,

mentre CISL e UIL accettate le trattative, firmarono il 5 luglio un Patto con il

Governo, il c.d. “Patto per l’Italia”. L’accordo conteneva provvedimenti in

materia di fisco, investimenti nel mezzogiorno e tutta una serie di temi controversi

della riforma. In particolare sulla liberalizzazione delle agenzie per l’impiego e

alla loro gestione bilaterale, riguardo ai diversi regimi territoriali di

ammortizzatori sociali, rassicurazioni sulla riduzione della spesa sociale e per

l’appunto le modifiche all’art. 18. Su questo punto il patto prevedeva una

sperimentazione di tre anni per cui non erano soggette a stabilità reale le imprese

che avrebbero superato la soglia dimensionale tramite neo-assunzioni. Ma il

provvedimento non sarebbe stato applicato alle imprese già attestate sui 16

dipendenti. Il Governo era quindi riuscito ad avere l’appoggio su alcuni temi

controversi della riforma da due delle maggiori confederazioni sindacali e da una

serie di altre piccole sigle sindacali. La strategia del dialogo sociale era riuscita e

l’isolamento della CGIL era un dato di fatto. L’accordo fu giudicato da

quest’ultima fortemente lesivo dell’unità sindacale e pericoloso per i suoi

contenuti principali. Al contrario per CISL e UIL era una vittoria che faceva

riemergere la pratica della contrattazione. Anche nella sinistra politica

emergevano divisioni, tra chi giudicava eccessiva la strategia di Cofferati e chi ne

337
elogiava il comportamento. In particolare a Cofferati e alla CGIL si imputava la

propensione a rispondere no su tutto, anche dopo lo stralcio di alcuni

provvedimenti e l’intento concertativo del Governo.517

Nello stesso patto veniva rilanciato il progetto di Statuto dei lavori. Il Governo

in riferimento al Libro Bianco, “si impegnava entro la fine dell’anno ad istituire

una Commissione di alto profilo scientifico con il compito di predisporre una o

più ipotesi di articolato normativo per la realizzazione di uno Statuto dei lavori”.

Fu così che lo Statuto dei lavori, uscito dalla proposta di legge delega518, rientrava

dal Patto per l’Italia.

Qualche mese più tardi intanto si concludeva la difficile mediazione interna al

centro-sinistra e nelle parti sociali, sulla proposta Amato-Treu lanciata nel maggio

2002. A dicembre fu presentata al Senato la proposta di legge n. 1872 (si veda

l’Appendice, doc. n. 6) che faceva riferimento esplicito alla “diversificazione in

atto fra le diverse tipologie di lavoro” che da tempo aveva “messo in crisi

l’impostazione tradizionale, incentrata sul rapporto di lavoro subordinato”. Il

progetto di legge si basava sulla difficoltà ad impostare tutele per quelle nuove

figure lavorative che crescevano in conseguenza delle trasformazioni delle

organizzazioni produttive. Tutele impostate fino a quel momento in modo parziale

tramite il proliferare di contratti atipici che di fatto creavano zone di tutela

inferiore al lavoro standard. E’ chiaro come il progetto fosse diretto a contenere le

tendenze destabilizzatici dei nuovi modelli contrattuali flessibili e che i

517
Sui diversi approcci e considerazioni interne allo schieramento di opposizione si vedano i due
interventi su “la Repubblica” di E. Scalfari e M. Salvati. E. Scalfari, Don Giovanni e Cisl-Uil
sedotte abbandonate, in “la Repubblica” 6 luglio 2002; M. Salvati, A che cosa è servito disertare
quel tavolo?, in “la Repubblica”, 10 luglio 2002.
518
Nel febbraio 2002 il ministero del lavoro aveva predisposto due ipotesi di legge delega
specificatamente alla predisposizione di uno Statuto dei lavori, su vedano le ipotesi A e B, in
www.csmb.unimo.it Queste non furono mai approvate dal Consiglio dei Ministri.

338
provvedimenti delegati al Governo sulle nuove figure contrattuali (lavoratori a

progetto, a chiamata, lavoro ripartito, ecc) avrebbero continuato a far proliferare.

Si proponeva dunque di dotare tutte le forme di lavoro di diritti e tutele di base

uguali a tutti i lavori e di dotare i nuovi lavori di tutele modulate a seconda dei

casi e senza mettere in discussione le tutele acquisite dall’area forte del lavoro

subordinato. Particolare rilievo veniva dato ai diritti di formazione e agli

ammortizzatori sociali. Tuttavia non era escluso che al di là della tutela base

uguale per tutti, ci potessero essere, nelle differenziazioni delle tutele, regolazioni

non solo legislative ma anche provenienti dall’autonomia collettiva e individuale

per quelle figure con maggior forza contrattuale nel mercato. Tutte queste nuove

figure lavorative vennero identificate come “lavoratori economicamente

dipendenti”. Tutele minime venivano previste anche per quei lavoratori autonomi

strictu sensu secondo il principio della proporzionalità della tutela e della

regolazione desumibile dal I comma dell’art. 35 della Costituzione (“La

Repubblica tutela il lavoro in tutte le sue forme”). Amato e Treu proponevano

dunque un provvedimento che riprendeva pressappoco il progetto di Statuto dei

lavori proposto nel 1998 sulla scorta della negativa esperienza del progetto

Smuraglia. Tuttavia i promotori in più occasioni riferirono che nessuna delle

tutele tradizionali del lavoro subordinato sarebbero state ridotte e che il

provvedimento si sarebbe affiancato allo Statuto del 1970. Questa caratteristica

era sicuramente il frutto della larga opera di mediazione interna al centro-sinistra

tra le varie anime politiche e sindacali. Essa si differenziava invece dal tragitto

proposto del Libro Bianco proprio per la considerazione che l’estrema

proliferazione delle forme contrattuali avrebbe complicato ulteriormente

339
l’individuazione delle fattispecie oggetto della tutela e dall’azione del Governo

volta a derogare alcuni diritti cardine del lavoro subordinato ( ad esempio l’art.

18).

Rimaneva tuttavia il problema di come garantire una serie di diritti classici e

inderogabili e allo stesso tempo provvedere ad una modulazione differenziata

della tutela, senza disporre di una redistribuzione generale dei diritti acquisiti. Era

la preoccupazione principale dei critici della proposta della Carta dei diritti dei

lavoratori, presente in tutta la sinistra radicale e nella CGIL. La stessa iniziativa

referendaria di estensione dell’art. 18 anche alle piccole aziende, si poneva su

questa lunghezza d’onda. A tal proposito si ponevano le nuove proposte

legislative messe in capo dalla CGIL e dalla sua Consulta Giuridica, all’indomani

dell’approvazione della legge delega. Infatti il 14 febbraio 2003 venne approvava

dal Parlamento la legge n. 30 che delegava il Governo a riformare il mercato del

lavoro. Dal progetto iniziale, come abbiamo visto, venne stralciata la delega per la

modifica dell’art. 18 e sull’arbitrato, quella in materia di ammortizzatori sociali e

quella sugli incentivi all’occupazione. Di fronte a ciò la CGIL, criticata anche da

sinistra per l’incapacità progettuale e la mera propensione all’opposizione, scelse

di contrapporre alla riforma del Governo lo strumento della legge di iniziativa

popolare. Da tempo la CGIL andava elaborando un percorso progettuale a cui

sovente si affiancarono alcune riviste: Rivista Giuridica del Lavoro e della

Previdenza Sociale, la Rivista critica di diritto del lavoro, e il gruppo di

magistrati, Magistratura democratica, che a sua volta era impegnato anche nella

lotta referendaria sull’estensione dell’art. 18. Di fronte alle riforme proposte dal

governo e all’attacco contro l’art. 18, la CGIL aveva scelto di opporsi in tutti i

340
modi; ma ciò non bastava, bisognava rilanciare una strategia nuova sulla base del

consenso acquisito.

“Convocammo le prime grandi mobilitazioni di opposizione ai contenuti più emblematici e più


evidenti delle politiche del governo, e, già all’indomani del 23 marzo, ci dicemmo: serve a noi una
strategia di rilancio, non solo di contrasto.
Da questo la campagna per “due si, due no”, la raccolta di oltre 5 milioni di firme, l’elaborazione
delle nostre proposte, cioè la messa in campo di una strategia complessivamente alternativa, non di
mera opposizione”.519

In tutti i luoghi di lavoro e di aggregazione, nelle università, nelle iniziative

politiche e culturali, la CGIL raccoglieva consensi per 4 nuove proposte di legge

d’iniziativa popolare. Quattro proposte differenti, ma strettamente correlate una

con l’altra520, tutte accomunate da un pensiero forte contrapposto al pensiero

debole sotteso alla legge 30521. Una era diretta alla salvaguardia dell’occupazione,

la qualità del lavoro e la garanzia dei redditi. La seconda riguardava la tempestiva

definizione delle controverse attinenti licenziamenti e trasferimenti. Mentre le

altre due erano dirette all’estensione dei diritti. Una dell’art. 18 alle imprese al di

sotto dei 16 dipendenti, l’altra era rivolta all’unificazione dei diritti nelle

prestazioni di lavoro continuative (si veda l’Appendice, doc. n. 7). Per quanto

riguarda l’estensione dell’art. 18, la CGIL chiariva che il progetto era inteso a

dirimere la controversia tra il movimento referendario che auspicava l’estensione

di un diritto di civiltà e chi credeva che nelle piccole imprese una controversia di

lavoro lasciasse degli strascichi spiacevoli a danno degli stessi lavoratori. Per la

Consulta Giuridica della CGIL entrambe le prospettive avevano alla base un

impostazione del problema errato:


519
G. Casadio, Riforma e controriforma del mercato del lavoro, in AA.VV., La riforma del
mercato del lavoro. Dalla legge delega del governo alle controproposte della CGIL, Roma,
Ediesse, 2003, p. 11.
520
Si vedano in Ivi, sezione Documenti, pp. 125 ss.
521
L. Mariucci, Intervento ad dibattito “Le proposte della Cgil per l’estensione e l’effettività dei
diritti del lavoro, la garanzia dell’occupazione e la tutela dei redditi, in Ivi, p. 100.

341
“[…] dal lato dei sostenitori della estensione pura e semplice dell’articolo 18 perché questa norma,
da sola, non esplica nella piccola dimensione la stessa efficacia deterrente che esercita nella
dimensione maggiore, a causa della riluttanza dello stesso lavoratore a continuare il rapporto con
un datore di lavoro che lo ha trattato ingiustamente. […] Dal lato degli oppositori, per contro, il
problema è mal posto perché si confonde la necessaria sanzione di invalidità di un atto che non ha
quel fondamento causale che per legge dovrebbe avere, con il diverso problema, successivo ed
empirico, di possibili situazioni di incompatibilità personale, e in secondo luogo perché non si
distingue fra due tipi di licenziamento fra loro ben diversi, come sono, da una parte, i licenziamenti
disciplinari (o per motivo soggettivo, cioè per colpa del lavoratore) e, dall’altra, i licenziamenti per
motivo “oggettivo”, ovvero economico-produttivo.”522

A questa proposta si affiancava quella per l’estensione dello Statuto dei lavoratori

alle tipologie contrattuali escluse. La proposta consisteva in una riscrittura

dell’art. 2094 c.c. in modo da sussumere tutti i diritti previsti dal diritto del lavoro

in quanto “con il contratto di lavoro il lavoratore si obbliga, mediante

retribuzione, a prestare la propria attività intellettuale o manuale in via

continuativa all’impresa o diversa attività organizzata da altri, con destinazione

esclusiva del risultato al datore di lavoro” (art. 1 del progetto). Inoltre erano

previsti nuovi diritti come quello d’informazione, in materia di apposizione del

termine del contratto (art. 2), sui contributi previdenziali (art. 3) e una base di

diritti fondamentali per i prestatori di lavoro a collaborazioni occasionali (art. 4).

Inoltre veniva specificata la nozione di associazione in partecipazione (art. 5). La

proposta della CGIL

“fa proprio il convincimento che la condizione di inferiorità economico-sociale e di debolezza


contrattuale del lavoratore, che reclama tutele e diritti fondamentali […] non è in realtà costituita
dall’essere soggetto a direttive penetranti e controlli assidui sulle modalità della prestazione
lavorativa, a orari fissi e sanzioni disciplinari (e cioè alla c.d. “etero-direzione”), bensì dal fatto di
lavorare personalmente e continuativamente in una organizzazione produttiva predisposta da altro
soggetto, a quest’ultimo appartenente e nel suo specifico ed esclusivo interesse.”523

522
P. Alleva, Le proposte della Cgil per l’estensione e l’effettività dei diritti del lavoro, in Ivi., pp.
66-77.
523
Ivi, p. 64.

342
Il progetto estendeva le tutele classiche del lavoro subordinato, ma a

differenza del progetto Smuraglia che comunque individuava in un tertium genus

l’oggetto di alcune nuove tutele, la riscrittura totale dell’art. 2094 permetteva di

includere in una tutela uguale per tutti le forme di lavoro rese nell’interesse altrui.

Il senso del pensiero forte nella CGIL coincideva dunque con la capacità di

interpretare il lavoro subordinato nell’era post-fordista in un’ottica neo-classista.

Superando, il concetto di subordinazione legato alla catena di montaggio. Come

suggerì Massimo Roccella “la catena di montaggio rappresenta solo un modo di

manifestazione del lavoro subordinato. Ma il lavoro subordinato nasce prima del

fordismo-taylorismo; non si è manifestato in quella forma esclusiva neanche nel

massimo momento di sviluppo del fordismo e certamente continua ad esistere

anche in un epoca in cui il fordismo […] è declinante.”524

Intanto il 15 giugno 2003 si sarebbe votato per il referendum sull’estensione

dell’art. 18 dichiarato ammissibile dalla Corte Costituzionale. Tra lo schieramento

del SI c’era tutta la sinistra radicale, da Rifondazione ai movimenti no-gobal,

PDCI e alcuni settori della Sinistra DS, come anche MD. Mentre per il NO o per

l’astensione si espressero i DS, la Margherita e tutta la maggioranza di Governo.

Per i moderati del centro-sinistra non era solo sbagliato estendere l’art. 18 alle

piccole imprese per via della loro specificità, ma ritenevano errato anche l’istituto

del referendum per una materia così delicata. La CGIL, nonostante la contrarietà

all’uso del referendum abrogativo che ormai era la bestia nera storicamente

provata per il movimento sindacale, e come abbiamo visto all’estensione pura

della tutela reale, si espresse a favore del SI. D’altronde la proposta di legge di

524
M. Santostasi, Conversazione con Massimo Roccella, cit.

343
iniziativa popolare di fatto chiedeva l’estensione dell’istituto. Ma non furono

pochi gli esponenti del sindacato e le personalità storiche del movimento

sindacale, come ad esempio Bruno Trentin, a dichiararsi contrari. Il numero dei

votanti non raggiunse il quorum e si consumò l’ennesima sconfitta referendaria su

un tema cruciale per la sinistra sindacale e politica.525

Dopo la pausa estiva, nel settembre 2003 e successivamente nell’aprile 2004, il

Governo intanto provvedeva ad approvare i decreti attuativi della legge 30. A

larga maggioranza furono varati i decreti nn. 276 e 124 che riformavano

ampiamente il mercato del lavoro nelle parti su cui il Parlamento aveva approvato

la delega. I due decreti ci consegnavano l’attuale mercato del lavoro italiano. In

primo luogo i decreti introdussero nuove tipologie contrattuali. Veniva

praticamente legalizzato l’uso generale dell’apposizione del termine al contratto di

lavoro che secondo i decreti deve essere costituito in forma scritta. Sono stati

introdotte nuove tipologie di lavoro a tempo parziale, come part-time orizzontale,

verticale e c.d. misti e la previsione di clausole flessibili ed elastiche per la

modifica dell’orario della prestazione lavorativa. Per la prima volta nel nostro

ordinamento fu previsto il contatto di lavoro intermittente o detto anche a

chiamata, che in Italia è previsto come sviluppo del lavoro interinale, a differenza

di altri paesi in cui si è configurato come sottospecie del part-time. Anche il

lavoro ripartito (o job sharing) non aveva precedenti nel nostro mercato del

lavoro. Questa figura contrattuale prevede una identica prestazione lavorativa

assunta in solido da due lavoratori. Venivano inoltre regolati i c.d. lavori

decentrati. I co.co.co. furono trasformati in collaborazioni continuative a progetto


525
Bisogna precisare comunque che nonostante non fu raggiunto il quorum, il numero dei votanti
fu molto più altro rispetto ad altri quesiti referendari su cui era richiesto l’intervento dell’elettore.
Inoltre tra i votanti furono di gran lunga più numerosi i sostenitori del SI.

344
(co.co.pro). La riforma revisionava tutta la disciplina dei contratti a contenuto

formativo, con l’introduzione di 3 nuovi modelli di apprendistato e l’evoluzione

del contratto di formazione lavoro in contratto d’inserimento. Fu introdotto un

nuovo sistema di certificazione dei rapporti di lavoro. Tutto il collocamento fu

riformato con la previsione di diversi centri per l’impiego in cui venivano

valorizzata la concorrenza tra agenzie privati e pubblici.

La riforma del mercato del lavoro era quindi completata e parte del Libro

Bianco era tradotto in legge. Mancava tuttavia la previsione di una generale

rimodulazione delle tutele che configurasse uno “Statuto dei lavori”. Fu così che

con notevole ritardo il Governo si impegnò ad attuare il punto 2.3 del Patto per

l’Italia, firmato con CISL e UIL nel 2002. Nel marzo 2004 un Decreto

Ministeriale526 dichiarava che “visto il Libro Bianco e il Patto per l’Italia, a

completamento delle riforme in corso”, il Governo decretava l’istituzione “presso

il Gabinetto del Ministro del Lavoro e delle politiche sociali della Commissione di

Studio per la definizione di uno Statuto dei lavori” (art. 1 D.M.). Tale

commissione, secondo l’art. 2 del decreto, avrebbe dovuto predisporre, entro il 31

dicembre 2004, una o più ipotesi di articolato normativo, assumendo come base di

lavoro il materiale progettuale elaborato dal prof. Marco Biagi. La Commissione

fu affidata alla presidenza del collaboratore di Biagi, Michele Tiraboschi e ne

facevano parte altri 24 componenti tra giuristi, sociologi e studiosi vari del mondo

del lavoro e della produzione. Il Governo voleva quindi giungere al più presto alla

presentazione in Consiglio dei Ministri di un progetto di legge sulla “Bozza

Biagi” risalente al 1998. Si indicava nel D.M. una chiara scelta di politica del

526
Lo si veda in www.csmb.unimo.it

345
diritto per una modulazione delle tutele a geometria variabile e per la

certificazione dei rapporti di lavoro.

La commissione si riunì per ben nove volte e convocò due audizioni con le

parti sociali, ma alla “scadenza del 31 dicembre 2004 non [era] stato possibile,

alla Commissione nel suo complesso, pervenire alla elaborazione di uno o più

elaborati normativi”527. Nella relazione finale consegnata da Tiraboschi il 19

marzo 2005, venivano descritti i lavori e i limiti che non avevano permesso di

giungere all’obbiettivo dichiarato dal Governo. Tra questi si menzionavano: il

poco tempo a disposizione, il numero eccessivo di commissari espressione di

opzioni di politica del diritto e di soluzioni tecniche estremamente differenziate, la

contrarietà di alcuni rappresentanti delle parti sociali che, anche in astratto,

consideravano lo Statuto dei lavori in alternativa allo Statuto dei lavoratori o come

strumento di arretramento delle tutele e in ultimo le difficoltà di rapporti tra

rimodulazione delle tutele e la messa a regime della riforma del mercato del

lavoro.

Per quanto riguardava i rapporti con le parti sociali528, la commissione chiamò

in audizione le associazioni datoriali (CONFINDUSTRIA, CONFAPI,

CONFCOMMERCIO, CONFESERCENTI, CONFARTIGIANATO, CNA,

CASARTIGIANI, ABI, CONFCOOPERATIVE e LEGACOOPERATIVE),

quelle dei lavoratori (CGIL, CISL, UIL, UGL e SIN.PA), quelle dei dirigenti, dei

quadri e delle altre professionalità (CIDA, CONFAIL, CONFEDIR,

ITALQUADRI e CONFQUADRI).

527
M. Tiraboschi, Relazione conclusiva della Commissione di Studio per la definizione di uno
“Statuto dei Lavori”, Roma, Marzo 2005, p. 3.
528
Materiale raccolto in Ivi, pp. 25 ss.

346
Complessivamente le associazioni datoriali si espressero a favore di un

provvedimento denominato “Statuto dei lavori”, secondo le direttive tracciate dal

Governo e dalla riforma Biagi. In particolare la Confindustria fece sapere di essere

contraria ad accogliere nuove definizioni come quella di “lavoratore

economicamente dipendente” prevista dal progetto Amato-Treu. Si dichiarava

dunque per un sostanziale ripensamento dello Statuto dei lavoratori alla luce delle

nuove forme di organizzazione d’impresa e si dichiarava contraria ad ogni tipo di

approccio che portasse ad una pur modesta estensione delle tutele tradizionali.

Diversa e differenziata era la posizione dei sindacati dei lavoratori. La CGIL si

dichiarò nettamente contraria non solo alla “Bozza Biagi”, ma anche alla proposta

di legge “Amato-Treu”, poiché prefigurerebbero un sistema a “cerchi concentrici”

di tutela, che la CGIL individua come strumento per la progressiva erosione

dell’ambito del lavoro subordinato e delle tutele ad esso proprie”. A questo

disegno la CGIL contrapponeva le quattro proposte di legge d’iniziativa popolare.

La CISL dal canto suo rimaneva decisamente favorevole al provvedimento e

soprattutto riteneva la riforma Biagi un passo in avanti verso la predisposizione

dello Statuto dei lavori.529 Positiva verso uno Statuto dei lavori si espresse anche

la UIL, che indicava nel provvedimento un completamento delle riforme messe in

atto dal Governo. Mentre l’UGL dichiarava di essere contraria perché l’impianto

delle proposte rispecchiavano una destabilizzazione delle tutele classiche del

lavoro subordinato. Il Sindacato Padano invece, più che a favore del

provvedimento si espresse contro lo Statuto dei lavoratori, considerato come un

provvedimento segnato da limiti ideologici quali l’egualitarismo, la centralità


529
In questo senso si veda M. Lai, Introduzione al seminario formativo: verso uno Statuto dei
lavori? Organizzato dal Centro Studi Nazionale Cisl il 18 e il 19 settembre 2003, in “Diritto delle
Relazioni Industriali”, n. 2, 2004, pp. 187 ss.

347
egemonica della classe operaia nella grande impresa e l’inamovibilità del posto di

lavoro occupato dall’apprendistato alla pensione.530

Il lavoro della commissione fu certamente incanalato in una precisa politica del

diritto indicata dal Governo, cioè quella della rimodulazione delle tutele secondo

le impostazioni di M. Biagi. Nonostante infatti siano emerse forti contrasti tra i

commissari, non furono mai considerate le proposte di mera estensione delle

tutele alle nuove forme di lavoro, come ad esempio quella proposta dalla CGIL.

Tuttavia le difficoltà tecniche nel predisporre un articolato, suggerirono alla

commissione la possibilità di prendere in considerazione anche la proposta

Amato-Treu, che presentava punti di contatto proprio in materia di rimodulazione

delle tutele. E su questo piano ci furono, all’interno di questo filone di politica del

diritto ormai egemone, profonde divisioni, soprattutto per le difficoltà di

impostare la modulazione delle tutele alla luce della riforma Biagi. Secondo gli

estensori e i favorevoli alla Carta dei diritti dei lavoratori e delle lavoratrici, infatti

la legge 30 e i decreti attuativi non rappresentavano un passo avanti per la una

rimodulazione delle tutele. Lo stesso Treu all’indomani dell’approvazione del

decreto 276/2003, in un suo intervento si esprimeva in questo modo:

“A mio avviso crea [la riforma] complicazioni di non poco sulla strada che dovrebbe portare
alla elaborazione di un statuto inteso, come era nelle indicazioni originarie della bozza del 1998, a
riproposizionare l’apparato di tutela del diritto del lavoro rispetto al continuo mutamento del
lavoro e dei lavori.[…] Le complicazioni possono derivare dal cuore della nuova normativa che si
propone di adeguare l’assetto normativo del diritto del lavoro alla nuova realtà produttiva
moltiplicando le tipologie contrattuali utilizzabili per lo svolgimento di prestazioni di lavoro.”531

530
Tiraboschi riferì che per il Sindacato Padano “l’attuale “Statuto dei lavoratori” non ha più
ragion d’essere, ed ogni ulteriore ritardo della sua radicale riforma, significa subire il ricatto
ideologico del sindacato confederale e dei suoi alleati politici.”, in Ivi, p. 34.
531
T. Treu, Statuto dei lavori e Carta dei diritti, in “Diritto delle Relazioni Industriali”, n. 2, 2004,
p. 194. Nello stesso senso si veda T. Treu, Statuto dei lavori: una riflessione sui contenuti, in
www.ildiariodellavoro.it, 18 settembre 2003.

348
In questa prospettiva “da sinistra”, la rimodulazione era di fatto impraticabile

poiché il proliferare di nuove forme contrattuali con le loro specifiche discipline

rigide, complicava l’opera di adattabilità delle norme alla differenziazione delle

figure professionali. Ciò si allontanava dagli obbiettivi politici dichiarati e

contribuiva alla mancanza di tutele e alla precarietà di milioni di lavoratori. Era la

prospettiva su cui si era unito, con non poche difficoltà, tutto l’Ulivo.

Da prospettive opposte non furono pochi, tra cui la CISL, a ritenere che la

riforma del mercato del lavoro aveva provveduto ad intraprendere la strada giusta

per uno Statuto dei lavori. Lo stesso Presidente della Commissione in un paio di

interventi in merito532 espresse delle riserve sulla prospettiva sopra decritta. Per

questo la riforma Biagi non portava affatto ad un proliferare di nuove forme

contrattuali, ma anzi provvedeva ad accorpare e a tipicizzare le innumerevoli

tipologie contrattuali relegate al lavoro nero e nelle aree grigie del diritto della

disciplina lavoristica.

“Procedere alla codificazione di uno Statuto dei lavori senza prima avere aggregato e fatto
emergere, attraverso le nuove tipologie contrattuali, quella miriade di prestazioni lavorative
collocate nell’area del lavoro grigio e, sempre più spesso, del lavoro nero sarebbe probabilmente
stata una operazione meritoria quanto priva di efficacia rispetto ai processi normativi reali.”533

Due posizioni contrastanti, dunque, che tuttavia rappresentarono un ostacolo

insuperabile per la Commissione istituita dal Governo, almeno se si considera

l’aspetto più strettamente tecnico della predisposizione di una tutela modulare.

532
M. Tiraboschi, La c.d. certificazione dei lavori “atipici” e la sua tenuta giudiziaria, cit. e Id.,
Certificazione e tipi di lavoro flessibile nella riforma dei lavori: un primo passo verso lo statuto
dei lavori, in www.csmb.unimo.it
533
Ivi, p. 3.

349
Il tema dello Statuto dei lavori non fu più affrontato e le imminenti elezioni

non portarono a nessun tipo di provvedimento in materia di nuovi diritti dei

lavorati nel contesto attuale post-fordista.

3.5 Possibili scenari futuri

Da ormai un decennio, tra le elaborazioni dottrinali e le proposte di

politica legislativa, va progressivamente emergendo il tema della tutela e dei

diritti dei nuovi lavori, in una prospettiva chiaramente post-fordista. Lo Statuto

dei lavoratori va dunque innegabilmente perdendo la sua centralità socio-politica e

giuridica acquisita soprattutto nel decennio settanta. Da allora tutto è iniziato a

mutare: sistema produttivo, relazioni sindacali, legislazione sociale.

L’introduzione delle tecnologie flessibili ha di fatto destrutturato il lavoro

fordista-taylorista e le tecniche giuridiche apportate dalla legge 300 si sono

rilevate spuntate di fronte alla fuga del lavoro dominante conosciuto dagli albori

dell’industrialismo. Negli anni ’90, nonostante le manutenzioni delle parti più

turbate, sembrava che lo Statuto non avesse più niente da dire e pochi lavoratori

da tutelare. La legge simbolo della democrazia nei luoghi di lavoro veniva

bistrattata, i suoi valori messi in discussione, le sue tutele aggirate. I “testimoni e

gli interlocutori dello statuto” avrebbero dovuto presto ammettere che l’auspicio

espresso da Gino Giugni nel lontano ’73 di vedere lo Statuto come base di

partenza per costruire su di esso soluzioni ancora più nuove, era totalmente

fallito.534 Nonostante esso avesse retto l’impatto con i cambiamenti, tutto ciò che

c’era di nuovo nella società italiana si andava invece costruendo al di fuori delle

impostazioni dello Statuto e in molti casi contro di esse. Tuttavia, ben presto ci si

534
U. Romagnoli, Il dopo-statuto: un testimone, un interlocutore, in “Lavoro e Diritto”, n. 3,
autunno 2000, p. 338.

350
accorgeva che le nuove forme di organizzazione produttiva emergenti e il nuovo

assetto capitalista che prometteva flessibilità e mobilità in una prospettiva lontana

migliaia di km da quella che fu dello Statuto del ‘70, non riusciva comunque a

consolare le necessità vitali di quella cittadinanza operosa che del lavoro vive, da

esso percepisce un salario e su di esso progetta la propria esistenza. Il sistema

socio-economico era profondamente cambiato, ma il lavoro alle altrui dipendenze

non era affatto finito e su di esso si riponevano ancora le speranze di milioni di

cittadini della II Repubblica. Un lavoro che stenta oggi a ricostruire nuovi valori

collettivi e aggregarli nel nuovo contesto post-statutario. Tutto sembra oggi

difficile, a volte impraticabile e non è facile nemmeno descrivere il variegato

mondo dei nuovi lavori. Più libertà o solo nuove forme di dominio? D’altronde la

capacità della classe operaia di imporsi come soggetto sociale meritevole di diritti

specifici su cui edificare un modello di società più giusta e democratica, oggi

difficilmente può essere paragonato ai nascenti sindacati dei lavoratori “atipici”.

La difficoltà di avere una figura sociale nuova che imponga nuovi valori e

interessi materiali su cui edificare una nuova cittadinanza post-fordista, rende

tutti, comprese le organizzazioni dei lavoratori, confusi di fronte al nuovo che

avanza. Gli stessi giuristi più avveduti, che in qualche modo sembravano nella

seconda metà degli anni ’90 essersi rimboccati le maniche per un nuovo corso

progettuale, stentano ad avere un soggetto o gruppi sociali omogenei di

riferimento condiviso. Così anche le proposte di uno Statuto dei lavori o di Carta

dei diritti si scontrano con le incomprensioni e la difficoltà di individuare verso

chi e perché bisogna modulare le tutele e soprattutto quali tutele e diritti chiede il

variegato mondo dei nuovi lavori. D’altronde le organizzazioni sindacali non

351
possono certo sentirsi esenti da queste mancanze. Non è certo facile parlare di

nuove organizzazioni sindacali a una giovane ragazza che lavora in un call center

o a un trentenne assunto con il quinto contratto co.co.pro. da una impresa

pubblicitaria multinazionale. Ciò che è certo è che i bisogni dei nuovi lavori

stanno emergendo, altri sono latenti ed emergeranno in futuro e comunque nuovi

soggetti sociali fanno capolino nel nuovo contesto socio-economico. E’ una

percezione presente non solo nei sindacati, ma che si impone anche a livello di

rappresentanza politica. In un certo senso i partiti politici e i Governi a prima vista

sono i più attenti a queste dinamiche. Da un decennio non fanno altro che

presentare ambiziose proposte di legge e sottolineare la necessità di tutelare i

lavoratori che sfuggono alla tutela tradizionale. Ma i risultati sono stati ben pochi

e a quanto pare i Governi sono più preoccupati di creare occupazione, quale che

sia la qualità, che di intraprendere una vera e propria posizione riformatrice in

merito. Così si circondano di giuristi del lavoro che collaborano ai Ministeri e si

affidano alle loro analisi senza assumere un chiaro percorso di rappresentanza

politica. In realtà quindi anche loro non riescono a captare reali aggregati di

interessi da rappresentare. Sembra di essere tornati ai Governi centristi degli anni

‘60, quando cioè di Statuto si parlava solo nelle riviste di diritto del lavoro e nelle

stanze ministeriali tutto si perdeva in un bicchier d’acqua, in barba ai proclami

programmatici ed elettorali. Quella storia l’abbiamo ripercorsa e sappiamo come

andò a finire qualche anno più tardi. Senza assumere la prospettiva della ciclicità

della storia, è certamente utile sottolineare, alla fine di questo lungo viaggio

storico attraverso la lente dello Statuto dei lavoratori, ciò che manca ancora per

l’adozione di norme a favore del lavoro post-fordista. Con lo sviluppo

352
dell’industrialismo pareva imporsi con tutta la sua forza la classe lavoratrice, ma

per giungere a riconoscere dei diritti ad essi si sarebbero dovuti susseguire eventi

straordinari in cui centrale fu il ruolo del conflitto sociale e la mobilitazione

democratica di massa, poi raccolta dalle organizzazioni sindacali. Oggi come ieri

è fondamentale, a mio avviso, un nuovo protagonismo sociale dei lavoratori

salariati post-fordisti e delle organizzazioni di rappresentanza collettiva che

storicamente si sapranno dare. Tutto sembra pronto per provvedimenti legislativi

nuovi, ma mancano quei “tuoni” a sinistra che nel ’68 fecero capire al potere

politico, ai vertici sindacali e agli operatori del diritto la direzione migliore da

intraprendere per adottare un provvedimento aderente ai loro più intimi interessi

economici e politici. Allora fu varato lo Statuto dei lavoratori, oggi la questione è

ancora aperta.

353
APPENDICE

DOC N. 2
“LA PROPOSTA DI VITTORIO (1952)”

STATUTO DEI DIRITTI DEI


LAVORATORI NELLE AZIENDE
Approvato al III Congresso della CGIL

1) Il rapporto di lavoro tra padrone e dipendente non può in nessun modo, e per nessun motivo, ridurre o
limitare i diritto individuali che la Costituzione repubblicana italiana riconosce all’uomo sia come singolo, sia nelle
formazioni sociali dove svolge la sua personalità (Costituzione art. 2)
Perciò anche nel luogo di lavoro i dipendenti conservano totalmente e integralmente, nei confronti del padrone, o di
chi per esso, i propri diritti, di cittadini, la loro dignità umana, e la libertà di poter sviluppare, senza ostacoli o limitazioni, la
propria personalità morale, intellettuale e politica.
2) Il rapporto di lavoro riconosce al padrone solo il diritto di esigere dal proprio dipendente una determinata
prestazione d’opera, per un determinato periodo di tempo, nel rispetto di una data organizzazione e disciplina del lavoro.
Nella realizzazione di questo diritto il padrone, o chi per esso, deve rispettare la inviolabilità personale del dipendente
(Costituzione art. 13)
Perciò, per nessun motivo, il padrone, o chi per esso, può ricorrere, nei confronti del proprio dipendente a insulti, a
violenze fisiche o morali, sottoporlo a ispezioni o perquisizioni, per motivi non espressamente autorizzati dai regolamenti
di fabbrica, o procedere a controlli e sequestri di cose di qualsiasi natura che gli appartengano.
3) Il rapporto di lavoro non può in nessun modo e per nessun motivo vincolare o limitare i diritti civili del
dipendente. Meno che mai può limitare il diritto del lavoratore di discutere con i suoi compagni le questioni relative al
proprio lavoro, di collaboratore alla gestione delle aziende, di tutelare i proprio interessi di lavoratore e di adempiere ai
propri doveri associativi (Costituzione artt. 39-40-46)
Perciò anche nell’azienda, e durante il tempo non occupato nella produzione, ogni dipendente deve poter fruire
liberamente del diritto di manifestare il proprio pensiero, di leggere e far circolare la stampa permessa dalla legge, di
associarsi, di riunirsi e di far opera di proselitismo e di organizzazione.
4) Il rapporto di lavoro non deve essere soggetto a nessuna discriminazione politica, religiosa e razziale. Per le
assunzioni, per la determinazione delle qualifiche e delle retribuzioni e per le promozioni devono valere solo le norme
stabilite dal contratto sindacale e dalla legge, le attitudini o le capacità individuali, i meriti professionali acquisiti
(Costituzione artt. 3-36)
Perciò non vi può essere rottura di rapporto di lavoro per ragioni estranee alle esigenze della produzione, né per
rappresaglia contro il dipendente a causa della sua appartenenza a determinate organizzazioni o a causa delle sue
convinzioni politiche o religiose, né per vendetta contro il lavoratore che intenda far rispettare la propria libertà di cittadino,
la propria dignità civile e morale ed il proprio diritto ad esigere che la proprietà assolva ai compiti sociali prescritti dalla
Costituzione della Repubblica italiana.

354
DOC N. 2
“IL PROGETTO BRODOLINI (1969)”

NORME SULLA TUTELA DELLA LIBERTA’ E DIGNITA’ DEI


LAVORATORI, DELLA LIBERTA’ SINDACALE E
DELL’ATTIVITA’ SINDACALE NEI LUOGHI DI LAVORO
DISEGNO DI LEGGE N. 738 IN DATA 24 GIUGNO 1969 PRESENTATO
DAL MINISTRO DEL LAVORO E DELLA PREV. SOCIALE
(BRODOLINI) DI CONCERTO COL MINISTERO DI G. e G. (GAVA)

TITOLO I
DELLA LIBERTA’ E DIGNITA’ DEL LAVORATORE

Art. 1
(Libertà di opinione)
I lavoratori, senza distinzione di opinioni politiche, sindacali e di fede religiosa, hanno diritto, nei luoghi di dove
prestano la loro opera, di manifestare il proprio pensiero, nel rispetto delle altrui libertà e in forme che non rechino intralcio
allo svolgimento dell’attività aziendale.

Art. 2
(Guardie giurate)
Il datore di lavoro può impegnare le guardie particolari giurate, di cui agli articoli 133 e seguenti del testo unico
approvato con regio decreto 18 giugno 1931, n. 773, soltanto per scopi di tutela del patrimonio aziendale.
E’ fatto divieto al datore di lavoro di adibire alla vigilanza sull’attività lavorativa le guardie di cui al comma
precedente le quali non possono accedere nei locali dove si svolge tale attività, durante lo svolgimento della stessa, se non
per specifiche esigenze attinenti ai compiti di cui al primo comma.
E’ fatto divieto alle guardie giurate di contestare fatti che costituiscono motivo per la applicazione di sanzioni
disciplinari, salvo che queste ultime ineriscano a fatti lesivi del patrimonio aziendale.
In caso di inosservanza da parte di una guardia particolarmente giurata delle disposizioni di cui al presente articolo,
l’Ispettorato del lavoro denuncia il fatto al Questore per i provvedimenti di su competenza.

Art. 3
(Impianti audiovisivi)
E’ vietato l’uso di impianti audiovisivi e di altre apparecchiature per finalità di controllo a distanza dell’attività dei
lavoratori.
Gli impianti e le apparecchiature di controllo che siano rispondenti a esigenze organizzative e produttive ovvero
alla sicurezza del lavoro ma dai quali derivi anche la possibilità di controllo a distanza della attività dei lavoratori, possono
essere installati soltanto previo accordo con le rappresentanze sindacali aziendali oppure, in mancanza di queste, con la
commissione interna, l’Ispettorato del lavoro dettando, ove occorra, le modalità per l’uso di tali impianti.
Per gli impianti e le apparecchiature esistenti, che rispondono alle caratteristiche di cui al comma del presente
articolo, in mancanza di accordo con le rappresentanze sindacali aziendali o con la commissione interna, l’Ispettorato del
lavoro provvede entro un anno dall’entrata in vigore della presente legge, dettando all’occorrenza le prescrizioni per
l’adeguamento e le modalità di uso degli impianti suddetti.

Art. 4
(Assenze per malattia)
Il controllo delle assenze per malattia può essere eseguito solo da un sanitario il cui nominativo deve
preventivamente essere comunicato dal datore di lavoro alle rappresentanze sindacali aziendali, ovvero, in mancanza di
queste, all’Ispettorato del lavoro.
Ove le risultanze dell’accertamento compiuto dal sanitario di fiducia del lavoratore, il datore di lavoro o il
lavoratore, fatte salve analoghe procedure stabilite dai contratti collettivi di lavoro, possono chiedere all’Ispettorato del
lavoro la nomina di un accertamento definitivo.

Art. 5
(Visite personali di controllo)
Le visite personali di controllo del lavoratore sono ammesse soltanto nei casi in cui siano indispensabili in relazione
alla qualità degli strumenti di lavoro e delle materie prime o di prodotti.
In ogni caso le visite personali potranno essere effettuate soltanto a condizione che siano eseguite all’uscita dai
luoghi di lavoro, che siano salvaguardate la dignità e la riservatezza del lavoratore e che avvengano con l’applicazione di
sistemi di selezione automatica riferiti alla collettività o a gruppi di lavoratori.
Le ipotesi nelle quali possono essere disposte le visite personali, nonché, ferme restando le condizioni di cui al
secondo comma del presente articolo, le relative modalità debbono essere concordate dal datore di lavoro con le
rappresentanze sindacali aziendali oppure, su istanza del datore di lavoro, provvede l’Ispettorato del lavoro.

355
Art. 6
(Sanzioni disciplinari)
Qualora i contratti collettivi di lavoro non dispongano al riguardo, il datore di lavoro deve stabilire e portare a
conoscenza dei lavoratori dipendenti, mediante affissione in luogo accessibile a tutti i lavoratori, le sanzioni disciplinari, le
infrazioni in relazione alle quali ciascuna di esse può essere applicata, nonché le procedure di contestazione delle stesse.
Salvo diverse disposizioni dei contratti collettivi di lavoro, e fermo restando il disposto dell’articolo 2119 del
codice civile, non possono essere disposte sanzioni disciplinari che importino mutamenti definiti del rapporto di lavoro;
inoltre, la multa non può essere disposta per un importo superiore a quattro ore della retribuzione base e la sospensione del
servizio e della retribuzione per più di dieci giorni.
In ogni caso, i provvedimenti disciplinari più gravi del rimprovero verbale non possono essere applicati prima che
siano trascorsi cinque giorni dalla contestazione per scritto del fatto che vi h dato causa.
Salvo analoghe procedure previste dai contratti collettivi di lavoro e ferma restando la facoltà di adire l’autorità
giudiziaria, il lavoratore al quale sia stata applicata una sanzione disciplinare può promuovere, nei venti giorni successivi,
anche per messo dell’associazione alla quale sia iscritto ovvero conferisca mandato, la costituzione, tramite l’ufficio
provinciale del lavoro e della massima occupazione, di un collegio di conciliazione e di arbitrato, composto dal un
rappresentante di ciascuna delle parti e da un terzo membro scelto di comune accordo o, in difetto di accordo nominato dal
direttore dell’ufficio del lavoro.
Qualora il datore di lavoro non provveda, entro dieci giorni dall’invio rivoltogli dell’ufficio del lavoro a nominare il
proprio rappresentante in seno al collegio di cui al comma precedente, la sanzione disciplinare non ha effetto. Se il datore
di lavoro adisce l’autorità giudiziaria, la sanzione disciplinare resta sospesa fino alla definizione del giudizio.
Non può tenersi conto ad alcun effetto delle sanzioni disciplinari decorsi tre anni dalla loro applicazione.

TITOLO II
DELLA LIBERTA’ SINDACALE

Art. 7
(Atti discriminatori)
E’ nullo qualsiasi patto od atto diretto a:
a) subordinare l’occupazione di un lavoratore alla condizione che
aderisca o non aderisca ad una associazione sindacale, ovvero cessi di farne parte;
b) licenziare un lavoratore o recagli altrimenti pregiudizio a causa della sua affiliazione o attività sindacale ovvero
della sua partecipazione ad uno sciopero.
Le disposizioni di cui al comma precedente si applicano altresì ai patti o atti diretti a fini di discriminazione politica
e religiosa.

Art. 8
(Trattamenti economici collettivi discriminatori)
E’ vietata la concessione di trattamenti economici di maggior favore aventi carattere discriminatorio a mente
dell’articolo 7.
Il giudice, su domanda delle associazioni sindacali alle quali sono iscritti i lavoratori nei cui confronti è stata attuata
la discriminazione di cui al comma precedente, condanna il datore di lavoro al pagamento, a favore del Fondo adeguamento
pensioni, di una somma pari all’importo dei trattamenti economici di maggior favore illegittimamente corrisposti nel
periodo massimo di un anno.

Art. 9
(Sindacati di comodo)
E’ fatto divieto ai datori di lavoro e alle associazioni sindacali di datori di lavoro di costituire o sostenere, con
mezzi finanziari o altrimenti, associazioni sindacai di lavoratori al fine di porle il loro controllo.
Le disposizioni di cui al Titolo III della presente legge non si applicano alle associazioni di cui al primo comma.

Art. 10
(Reintegrazione nel posto di lavoro)
La sentenza che dichiara la nullità del licenziamento a norma dell’articolo 4 della legge 15 luglio 1966, n. 604,
comporta l’obbligo del datore di lavoro di reintegrare il lavoratore nel posto di lavoro.
Il datore di lavoro che non ottempera alla sentenza è tenuto, per ogni giorno di ritardo, al pagamento, a favore del
Fondo adeguamento pensione, di una certa somma pari all’importo della retribuzione dovuta al lavoratore, ferma la
corresponsione a quest’ultimo di quanto dovutogli in virtù del rapporto di lavoro, fino alla data della reintegrazione.
La sentenza pronunciata nel giudizio di cui al primo comma è provvisoriamente esecutiva.
Nell’ipotesi di licenziamento dei dirigenti sindacali di cui all’articolo 14, su istanza congiunta del lavoratore e del
sindacato cui questo aderisce o conferisca mandato, il giudice, in ogni stato e grado del giudizio di merito, può disporre con
ordinanza, quando la domanda è sufficientemente provata, la reintegrazione del lavoratore nel posto di lavoro.
L’ordinanza di cui al comma precedente può essere impugnata con reclamo immediato al Pretore medesimo che
l’ha pronunciata ovvero al collegio, qualora sia stata preannunciata dal giudice istruttore. Si applicano le disposizioni
dell’articolo 178, terzo, quarto, quinto, e sesto comma del codice di procedura civile.
L’ordinanza può essere revocata con la sentenza che decide la causa.
Il datore di lavoro che non ottempera all’ordinanza, non impugnata o confermata dal Pretore o dal collegio, è tenuto
al pagamento della penale di cui al secondo comma.

356
TITOLO III
DELL’ATTIVITA’ SINDACALE

Art. 11
(Costituzione delle rappresentanze sindacali aziendali)
Le disposizioni del presente Titolo si applicano, entro i limiti di cui al successivo articolo 24, alle rappresentanze
sindacali aziendali, costituite, secondo le norme interne alle associazioni sindacali, nell’ambito dell’unità produttiva, ad
iniziativa:
a) dalle associazioni aderenti alle Confederazioni maggiormente rappresentative sul piano nazionale;
b) dalle associazioni sindacali, non affiliate alle predette Confederazioni, che siano firmatarie di contratti nazionali
o provinciali applicati nella unità produttiva.

Art. 12
(Assemblee)
I lavoratori hanno diritto di riunirsi fuori dall’orario di lavoro e in locali messi a disposizione dal datore di lavoro,
nella unità produttiva, in cui prestano la loro opera o nelle immediate vicinanze di essa.
Le riunioni sono indette, singolarmente o congiuntamente dalle rappresentanze sindacali aziendali nell’unità
produttiva, con ordine del giorno su materie di interesse sindacale e del lavoro e sondo l’ordine di precedenza delle
convocazioni, comunicate al datore di lavoro.
Alle riunioni possono partecipare, previo preavviso al datore di lavoro, non più di due dirigenti esterni del sindacato
che ha costituito la rappresentanza sindacale aziendale.
Ulteriori modalità per l’esercizio del diritto di assemblea possono essere stabilite dai contratti collettivi di lavoro,
anche aziendali.

Art. 13
(Referendum)
Il datore di lavoro deve consentire lo svolgimento, fuori dall’orario di lavoro, di referendum su materie inerenti
all’attività sindacale, indetti da tutte le rappresentanze sindacali aziendali tra i lavoratori appartenenti alle categorie per le
quali le stesse sono organizzate nella unità produttiva.
Ulteriori modalità per lo svolgimento del referendum possono essere stabilite dai contratti collettivi di lavoro anche
aziendali.

Art. 14
(Licenziamento e trasferimento dei
dirigenti delle rappresentanze sindacali)
Si presume intimato in violazione dell’articolo 4 della legge 15 luglio 1966, n. 604, il licenziamento dei dirigenti
delle rappresentanze sindacali di cui all’articolo 11 della presente legge, quando il datore non abbia fornito la prova della
giusta causa o del giustificato motivo.
Le disposizioni di cui al comma precedente si applicano, salvo clausole più favorevoli dei contratti collettivi di
lavoro, ai dirigenti delle rappresentanze sindacali aziendali, i cui nominativi siano stati previamente comunicati, mediante
raccomandata, dalle associazioni sindacali di cui all’articolo 11 alla direzione dell’azienda, in numero non superiore a:
a) un dirigente per ciascuna rappresentanza sindacale aziendale nelle unità produttive che occupano fino a 300
dipendenti della categoria per cui la stessa è organizzata;
b) due dipendenti per ciascuna rappresentanza sindacale aziendale nelle unità produttive che occupano fino a 2.000
dipendenti della categoria per cui la stessa è organizzata;
c) un dirigente ogni 3.000 dipendenti della categoria per cui è organizzata la rappresentanza sindacale aziendale
nelle unità produttive di maggiori dimensioni, in aggiunta al numero minimo di cui alla precedente lettera b).
Il trasferimento dell’unità produttiva dei dirigenti sindacali di cui al presente articolo può essere disposto solo
previo nulla osta delle associazioni sindacai di appartenenza.

Art. 15
(Permessi retribuiti)
I dirigenti sindacali di cui all’articolo 14 hanno diritto, per l’espletamento del loro mandato, a premessi retribuiti in
misura non inferiore a quattro ore mensili nelle unità produttive che occupano fino a 100 dipendenti e a otto ore mensili
nelle unità produttive di maggiori dimensioni
Il lavoratore che intende esercitare il diritto di cui al comma precedente deve darne comunicazione scritta ad datore
di lavoro almeno tre giorni prima, tramite le rappresentanze sindacali aziendali.

Art. 16
(Permessi non retribuiti)
I dirigenti sindacali di cui all’articolo 14 hanno diritto a permessi non retribuiti per la partecipazione a trattative
sindacali o a congressi e convegni di natura sindacale, in misura non inferiore a sei giorni per anno.
I lavoratori che intendano esercitare il diritto di cui al comma precedente devono darne comunicazione scritta al
datore di lavoro almeno tre giorni prima, tramite la rappresentanza sindacale aziendale o l’associazione sindacale di
appartenenza.

Art. 17
(Diritto di affissione)
Le rappresentanze sindacali aziendali hanno diritto di utilizzare nei locali di lavoro appositi spazi, in luoghi
accessibili a tutti i lavoratori, posti a loro disposizione dal datore di lavoro per l’affissione di pubblicazioni, testi o
comunicazioni inerenti all’attività sindacale.

357
Art. 18
(Contributi sindacali)
Le associazioni sindacali dei lavoratori che anno costituito le rappresentanze di cui all’articolo 11 hanno diritto di
percepire, tramite ritenuta sul salario, i contributi sindacali che i lavoratori intendono loro versare, con modalità stabilite dai
contratti collettivi di lavoro che garantiscano la segretezza del versamento effettuato dal lavoratore a ciascuna associazione
sindacale.
Nelle aziende dove non si applicano i contratti collettivi di lavoro, il lavoratore può, comunque, chiedere il
versamento del contributo sindacale all’associazione da lui indicata.

Art. 19
(Locali delle rappresentanze sindacali aziendali)
Il datore di lavoro nelle unità produttive con almeno 300 dipendenti pone a disposizione delle rappresentanze
sindacali aziendali, per l’esercizio delle loro funzioni, un idoneo locale comune all’interno dell’unità produttiva o nelle
immediate vicinanze di essa.

TITOLO IV
DISPOSIZIONI VARIE E GENERALI

Art. 20
(Repressione della condotta antisindacale)
Qualora il datore di lavoro ponga in essere comportamenti diretti ad impedire o limitare l’esercizio della libertà e
della dignità sindacale nonché del diritto di sciopero, su ricorso di una rappresentanza sindacale aziendale ovvero degli
organismo locali delle associazioni sindacali nazionali che vi abbiano interesse, il pretore del luogo ove è posto in essere il
comportamento denunziato, nei due giorni successivi, convoca le parti e assume sommarie informazioni. Qualora egli
ritenga sussistere la violazione di cui al comma precedente, ordina al datore di lavoro, con decreto motivato ed
immediatamente esecutivo, la cessazione del comportamento illegittimo e le rimozione degli effetti.
Contro il decreto che decide sul ricorso è ammessa, entro 15 giorni dalla comunicazione del decreto alle parti,
opposizione davanti al tribunale che decide con sentenza immediatamente esecutiva.
Il datore di lavoro che non ottempera al decreto, di cui al secondo comma, o alla sentenza pronunciata nel giudizio
di opposizione, è punito ai sensi dell’articolo 25 della presente legge.
L’autorità giudiziaria ordina la pubblicazione della sentenza penale di condanna nella stampa periodica nazionale e
in quella del luogo dove si è svolta la controversia.

Art. 21
(Permessi per i dirigenti provinciali e regionali)
Le norme di cui agli articoli 15 e 16 della presente legge sono estese ai componenti degli organi elettivi, provinciali
e nazionali, delle associazioni di cui all’articolo 11 per la partecipazione alle riunioni di tali organi.

Art. 22
(Aspettativa dei lavoratori chiamati a funzioni pubbliche elettive
o a ricoprire cariche sindacali provinciali e nazionali)
I lavoratori che siano eletti membri del Parlamento nazionale o di Assemblee regionali ovvero siano chiamati ad
altre funzioni pubbliche elettive possono, a richiesta, essere collocati in aspettativa non retribuita per tutta la durata del loro
mandato.
La medesima disposizione si applica ai lavoratori chiamati a ricoprire cariche sindacali provinciali e nazionali.

Art. 23
( Rappresentanza del datore di lavoro)
Nei casi in cui la presente legge prevede la stipulazione di accordi aziendali, il datore di lavoro può farsi
rappresentare dall’associazione sindacale alla quale è iscritto o conferisca mandato.

TITOLO V
DISPOSIZIONI FINALI E PENALI

Art. 24
(Campo di applicazione)
Per le imprese industriali e commerciali, gli articoli 14, 15 e 16 del titolo III si applicano a ciascuna sede,
stabilimento, filiale, ufficio o reparto autonomo che occupa più di 40 dipendenti. Le altre disposizioni del titolo III si
applicano alle unità produttive che occupano più di 30 dipendenti.
Gli articoli 14, 15 e 16 del titolo III si applicano alle imprese agricole che occupano in modo continuativo più di 30
dipendenti e limitatamente a questi ultimi. Le alte disposizioni del titolo III si applicano alle imprese agricole che occupano
in modo continuativo più di 20 dipendenti.
Le norme suddette si applicano, altresì, alle imprese industriali o commerciali che nell’ambito dello stesso Comune
occupano più di 40 o di 30 dipendenti ed alle imprese agricole che nel medesimo ambito territoriale occupano più di 30 o di
20 dipendenti, anche se ciascuna unità produttiva, singolarmente considerata, non raggiunge tali limiti.
Ferme restando le norme di cui agli articoli 1, 7, 8 e 9, i contratti collettivi di lavoro provvedono ad applicare i
princìpi di cui alla presente legge alla imprese di navigazione per il personale navigante.

358
Art. 25
(Disposizioni penali)
Le violazioni degli articoli 1, 2, 3 e 5 sono punite, salvo che il fatto non costituisca più grave reato, con l’ammenda
da lire 100.000 a un milione o con l’arresto da 15 giorni ad un anno. Nei casi più gravi le pene dell’arresto e dell’ammenda
sono applicate congiuntamente.
Quando, per le condizioni economiche del reo, l’ammenda stabilita nel comma precedente può presumersi
inefficacie anche se applicata nel massimo, il giudice ha facoltà di aumentarla fino al quintuplo.

359
DOC N. 3

“LO STATUTO DEI LAVORATORI”

LEGGE 20 MAGGIO 1970, n. 300 (GU n. 131 del 27/05/1970) NORME


SULLA TUTELA DELLA LIBERTA E DIGNITÀ DEI LAVORATORI,
DELLA LIBERTÀ SINDACALE E DELL'ATTIVITÀ SINDACALE NEI
LUOGHI DI LAVORO E NORME SUL COLLOCAMENTO.

TITOLO I
DELLA LIBERTÀ E DIGNITÀ DEL LAVORATORE

Art. 1 (Libertà di opinione)


I lavoratori, senza distinzioni di opinioni politiche, sidacali e di fede religiosa, hanno diritto, nei luoghi di lavoro
dove prestano la loro opera, di manifestare liberamente il proprio pensiero, nel rispetto dei principi della Costituzione e
delle norme della presente legge.

Art. 2 (Guardie giurate)


Il datore di lavoro può impiegare le guardie particolari giurate, di cui gli articoli 133 e susseguenti del Testo Unico
approvato con Regio Decreto il 18 giugno 1931, n. 773, soltanto per scopi di tutela del patrimonio aziendale.
Le guardie giurate non possono contestare ai lavoratori azioni o fatti diversi da quelli che attengono alla tutela del
patrimonio aziendale.E’ fatto divieto al datore di lavoro di adibire alla vigilanza sull’attività lavorativa le guardie di cui al
primo comma, le quali non possono accedere nei locali dove si svolge tale attività, durante lo svolgimento della stessa, se
non eccezionalmente per specifiche e motivate esigenze attinenti ai compiti di cui al primo comma.
In caso di inosservanza da parte di una guardia particolare giurata delle disposizioni di cui al presente articolo,
l’Ispettorato del lavoro ne promuove presso il Questore la sospensione dal servizio, salvo il provvedimento di revoca della
licenza da parte del Prefetto nei casi più gravi.
Art. 3. (Personale di vigilanza)
I nominativi e le mansioni specifiche del personale addetto alla vigilanze dell’attività lavorativa debbono essere
comunicati ai lavoratori interessati.

Art. 4 (Impianti audiovisivi)


E’ vietato l’uso di impianti audiovisivi e di altre apparecchiature per finalità di
controllo a distanza dell’attività del lavoratore.
Gli impianti e le apparecchiature di controllo che siano richieste da esigenze organizzative e produttive ovvero dalla
sicurezza del lavoro, ma dai quali derivi anche la possibilità di controllo a distanza dell’attività dei lavoratori, possono
essere istallati soltanto previo accordo con le rappresentanze sindacali aziendali, oppure, in mancanza di queste, con la
commissione interna. In difetto di accordo, su istanza del datore di lavoro, provvede l’Ispettorato del lavoro, dettando, ove
occorra, le modalità per l’uso di tali impianti.
Per gli impianti e le apparecchiature esistenti, che rispondano alle caratteristiche di cui al secondo comma del
presente articolo, in mancanza di accordo con le rappresentanze sindacali aziendali o con la commissione interna,
l’Ispettorato del lavoro provvede entro un anno dall’entrata in vigore della presente legge, dettando all’occorrenza le
prescrizioni per l’adeguamento e le modalità di uso degli impianti
Contro i provvedimenti dell’Ispettorato del lavoro, di cui ai precedenti secondo e terzo comma, il datore di lavoro,
le rappresentanze sindacali aziendali o, in mancanza di queste, la commissione interna, oppure i sindacati dei lavoratori di
cui al successivo art. 19 possono ricorrere, entro 30 giorni dalla comunicazione del provvedimento, al ministro per il lavoro
e la previdenza sociale..

Art. 5 (Accertamenti sanitari)


Sono vietati accertamenti da parte del datore di lavoro sulla idoneità e sulla infermità per malattia o infortunio del
lavoratore dipendente.
Il controllo delle assenze per infermità può essere effettuato soltanto attraverso i servizi ispettivi degli istituti
previdenziali competenti, i quali sono tenuti a compierlo quando il datore di lavoro lo richieda
Il datore di lavoro ha facoltà di far controllare la idoneità fisica del lavoratore da parte di enti pubblici ed istituti
specializzati di diritto pubblico.

Art. 6 (Visite personali di controllo)


Le visite personali di controllo sul lavoratore sono vietate fuorchè nei casi in cui siano indispensabili ai fini della
tutela del patrimonio aziendale, in relazione alla qualità degli strumenti di lavoro o della materie primo o dei prodotti.
In tali casi le visite personali potranno essere effettuate soltanto a condizione che siano eseguite all’uscita dei luoghi
di lavoro, che siano all’uscito dei luoghi di lavoro, che siano salvaguardate la dignità e la riservatezza del lavoratore e che
avvengano con l’applicazione di sistemi di selezione automatica riferiti alla collettività o a gruppi di lavoratori.
Le ipotesi nelle quali possono essere disposte le visite personali, nonché, ferme restando le condizioni di cui al
secondo comma del presente articolo, le relative modalità debbono essere concordate dal datore di lavoro con le
rappresentanze sindacali aziendali oppure, in difetto di accordo, su istanza del datore di lavoro, provvede l’Ispettorato del
lavoro.

360
Conto i provvedimenti dell’Ispettorato del lavoro di cui al precedente comma, il datore di lavoro, rappresentanze
sindacali aziendali o, in mancanza di queste, la commissione interna, oppure i sindacati dei lavoratori di cui al successivo
articolo 19 possono ricorrere, entro 30 giorni dalla comunicazione del provvedimento, al Ministro per il lavoro e la
previdenza sociale.

ART. 7. (Sanzioni disciplinari)


Le norme disciplinari relative alle sanzioni, alle infrazioni in relazione alle quali ciascuna di esse può essere
applicata ed alle procedure di contestazione delle stesse, devono essere portate a conoscenza dei lavoratori mediante
affissioni in luogo accessibile a tutti. Esse devono applicare quanto in materia è stabilito da accordi e contratti di lavoro ove
esistano.
Il datore di lavoro non può adottare alcun provvedimento disciplinare nei confronti del lavoratore senza avergli
preventivamente contestato l’addebito e senza averlo sentito a sua difesa.
Il lavoratore potrà farsi assistere da un rappresentante dell’associazione sindacale cui aderisce o conferisce
mandato.
Fermo restando quando disposto dalla legge 15 luglio 1966, n. 604, non possono essere disposte sanzioni
disciplinari che comportino mutamenti definitivi del rapporto di lavoro; inoltre le multa non può essere disposta per un
importo superiore a quattro ore della retribuzione base la sospensione dal servizio e dalla retribuzione di più di dici giorni.
In ogni caso, i provvedimenti disciplinari più gravi del rimprovero verbale non possono essere applicati prima che
siano trascorsi cinque giorni dalla contestazione per iscritto del fatto che vi ha dato causa.
Salvo analoghe procedure previste dai contratti collettivi di lavoro e ferma restando la facoltà di adire l’autorità
giudiziaria, il lavoratore al quale sia stata applicata una sanzione disciplinare può promuovere, nei venti giorni successivi,
anche per mezzo dell’associazione sindacale alla quale sia iscritto ovvero conferisca mandato, la costituzione tramite
l’ufficio provinciale del lavoro e della massima occupazione, di un collegio di conciliazione ed arbitrato, composto da un
rappresentante di ciascuna delle parti e da un terzo membro scelto di comune accordo, nominato dal direttore dell’ufficio
del lavoro. La sanzione disciplinare resta sospesa fino alla pronuncia da parte del collegio.
Qualora il datore di lavoro non provveda, entro dieci giorni dall’invito rivoltogli dall’ufficio del lavoro, a nominare
il proprio rappresentante in seno al collegio di cui al comma precedente, la sanzione disciplinare non ha effetto sei l datore
di lavoro adisce l’autorità giudiziaria, la sanzione disciplinare resta sospesa fino alla definizione del giudizio.
Non può tenersi conto ad alcun effetto delle sanzioni disciplinari decorsi due anni dalla loro applicazione.

Art. 8 (Divieto di indagini sulle opinioni)


E’ fatto divieto al datore di lavoro, ai fini dell’assunzione, come nel corso dello svolgimento del rapporto di lavoro,
di effettuare indagini, anche a mezzo di terzi, sulle opinioni politiche, religiose, o sindacali del lavoratore, nonché su fatti
non rilevanti ai fini della valutazione dell’attitudine professionale del lavoratore.

Art. 9 (Tutela della salute e dell’integrità fisica)


I lavoratori, mediante loro rappresentanze, hanno diritto di controllare l’applicazione delle norme per la
prevenzione degli infortuni e delle malattie professionali e di promuovere la ricerca, l’elaborazione e l’attuazione di tutte le
misure idonee a tutelare la loro salute e la loro integrità fisica.

Art. 10. (Lavoratori studenti)


I lavoratori studenti, iscritti e frequentanti corsi regolari di studio in scuole di istruzione primaria, secondaria e di
qualificazione professionale, statali, pareggiate o legalmente riconosciute o comunque abilitate al rilascio di titoli di studio
legali, hanno diritto a turni di lavoro che agevolino la frequenza ai corsi e la preparazione agli esami e non sono obbligati a
prestazioni di lavoro straordinario o durante i riposi settimanali.
I lavoratori studenti, compresi quelli universitari, che devono sostenere prove di esame, hanno diritto a fruire di
permessi giornalieri retribuiti.
Il datore di lavoro potrà richiedere la produzione delle certificazioni necessarie all’esercizio dei diritti di cui al primo
comma.

Art. 11. (Attività culturali ricreative e assistenziali)


Le attività culturali, ricreative ed essenziali promosse nell’azienda sono gestite da organismi formati a maggioranza
dai rappresentanti dei lavoratori.

Art. 12. (Istituti di patronato)


Gli istituti di patronato e di assistenza sociale, riconosciuti dal ministero del lavoro e della previdenza sociale, per
l’adempimento dei compiti di cui al decreto legislativo del capo provvisorio dello Stato 29 luglio 1947, n. 804, hanno
diritto di svolgere, su un piano di parità, la loro attività all’interno della azienda, secondo le modalità stabilitisi con accordi
aziendali.

Art. 13. (Mansioni del lavoratore)


L’articolo 2103 del codice civile è sostituito dal seguente:
Il prestatore di lavoro deve essere adibito alle mansioni per le quali è stato assunto o a quelle corrispondenti alla categoria
superiore che abbia successivamente acqusito ovvero a mansioni equivalenti alle ultime effettivamente svolte, senza alcuna
diminuzione delle retribuzione.
Nel caso di assegnazione a mansioni superiori il prestatore ha diritto al trattamento corrispondente all’attività
svolta, e l’assegnazione stessa diviene definitiva, ove la medesima non abbia avuto luogo per sostituzione di lavoratore
assente con diritto alla conservazione del posto, dopo un periodo fissato dai contratti collettivi, e comunque non superiore a
tre mesi, egli non può essere trasferito da una unità produttiva ad un’atra se non per comprovate ragioni tecniche,
organizzative e produttive.
Ogni patto contrario è nullo.

361
TITOLO II DELLA LIBERTÀ SINDACALE

Art. 14. (Diritto di associazione e attività sindacale)


Il diritto di costituire associazioni sindacali, di aderirvi e di svolgere attività sindacale, è garantito a tutti i lavoratori
all’interno dei luoghi di lavoro.

Art. 15. (Atti discriminatori)


E’ nullo qualsiasi patto od atto diretto a:
a) subordinare l’occupazione di un lavoratore alla condizione che aderisca o non aderisca ad una associazione
sindacale ovvero cessi di farne parte.
b) licenziare un lavoratore, discriminarlo nella assegnazione di qualifiche o mansioni, nei trasferimenti, nei
provvedimenti disciplinari, o recargli altrimenti pregiudizio a causa della sua affiliazione o attività sindacale ovvero della
sua partecipazione ad uno sciopero.
Le disposizione di cui al comma precedente si applicano altresì ai patti o atti diretti ai fini di discriminazione
politica o religiosa.

Art. 16. (Trattamenti economici collettivi discriminatori)


E’ vietata la concessione di trattamenti economici di maggior favore aventi carattere discriminatorio a mente
dell’art. 15.
Il pretore, su domanda dei lavoratori nei cui confronti è stata atuttata la discriminazione di cui al comma precedente
o delle associazioni sindacali alle quali questi hanno dato mandato, accertati i fatti, condanna il datore di lavoro al
pagamento, a favore del Fondo adeguamento pensioni, di una somma pari all’importo dei trattamenti economici di maggior
favore illegittimamente corrisposti nel periodo massimo di un anno.

Art. 17. (Sindacati di comodo)


E’ fatto divieto ai datori di lavoro e alle associazioni di datori di lavoro di costituire o sostenere, con mezzi finanziari o
altrimenti, associazioni sindacai di lavoratori.

Art. 18. (Reintegrazione nel posto di lavoro)


Ferma restando l’esperibilità delle procedure previste dall’articolo 7 della legge 15 luglio 1966, n. 604, il giudice,
con la sentenza con cui dichiara inefficacie il licenziamento ai sensi dell’articolo 2 della legge predetta o annulla il
licenziamento intimato senza giusta causa o giustificato motivo ovvero ne dichiara la nullità a norma della legge stessa,
ordina al datore di lavoro di reintegrare il lavoratore nel posto di lavoro.
Il lavoratore ha diritto al risarcimento del danno subito per il licenziamento di cui è stata accertata la inefficacia o
l’invalidità a norma del comma precedente in ogni caso, la misura del risarcimento non potrà essere inferiore a cinque
mensilità di retribuzione, determinata secondo i criteri di cui all’articolo 2121 del codice civile. Il datore di lavoro che non
ottempera alla sentenza di cui al comma precedente è tenuto inoltre a corrispondere al lavoratore le retribuzioni dovutegli in
virtù del rapporto di lavoro dalla data della sentenza stessa fino a quella della reintegrazione. Se il lavoratore entro trenta
giorni dal ricevimento dell’invito del datore di lavoro non abbia ripreso servizio, il rapporto si intende risolto.
La sentenza pronunciata nel giudizio di cui al primo comma è provvisoriamente esecutiva.
Nell’ipotesi del licenziamento dei lavoratori di cui all’articolo 22, su istanza congiunta del lavoratore e del
sindacato cui questi aderisce o conferisca mandato, il giudice, in ogni stato e grado del giudizio di merito, può disporre con
ordinanza quando, quanto ritenga irrilevanti o insufficienti gli elementi di prova forniti dal datore di lavoro, la
reintegrazione del lavoratore nel posto di lavoro.
L’ordinanza di cui al comma precedente può essere impugnata con reclamo immediato al giudice medesimo che
l’ha pronunciata. Si applicano le disposizioni dell’art, 178, terzo, quarto, quinto e sesto comma del codice di procedura
civile.
L’ordinanza può essere revocata con la sentenza che decide la causa.
Nell’ipotesi di licenziamento dei lavoratori di cui al quarto comma, non impugnata o confermata dal giudice che l’ha
pronunciata, è tenuto anche, per ogni giorno di ritardo, al pagamento a favore del Fondo adeguamento pensioni di una
somma pari all’importo della retribuzione dovuta al lavoratore.

TITOLO III DELL’ATTIVITÀ SINDACALE

Art. 19. (Costituzione delle rappresentanze sindacali aziendali)


Rappresentanze sindacali aziendali possono essere costituire ad iniziativa dei singoli lavoratori in ogni unità
produttiva, nell’ambito:
a) delle associazioni aderenti alle confederazioni sindacali maggiormente rappresentative sul piano nazionale;
b) delle associazioni sindacali, non affiliate alle predette confederazioni, che siano firmatarie di contratti collettivi
nazionali o provinciali di lavoro applicati nell’unità produttiva.
Nell’ambito di una azienda con più unità produttive le rappresentanze sindacali possono istituire organi di coordinamento.

Art. 20. (Assemblea)


I lavoratori hanno diritto a riunirsi, nella unità produttiva in cui prestano la loro opera, fuori dell’orario di lavoro,
nonché durante l’orario di lavoro, nei limiti di dieci ore annue, per le quali verrà corrisposta la normale retribuzione.
Migliori condizioni possono essere stabilite dalla contrattazione collettiva.
Le riunioni – che possono riguardare la generalità dei lavoratori o gruppi di essi – sono indette, singolarmente o
congiuntamente, dalle rappresentanze sindacali aziendali nell’unità produttiva, con ordine del giorno su materie di interesse
sindacale e del lavoro e secondo l’ordine di precedenza delle convocazioni, comunicate al datore di lavoro.
Alle riunioni possono partecipare, previo preavviso al datore di lavoro, dirigenti esterni del sindacato che ha
costituito la rappresentanza sindacale aziendale.
Ulteriori modalità per l’esercizio del diritto di assemblea possono essere stabilite dai contratti collettivi di lavoro,
anche aziendali.

362
Art. 21. (Referendum)
Il datore di lavoro deve consentire nell’ambito aziendale lo svolgimento, fuori dall’orario di lavoro, di referendum,
sia generali che di categoria, su materie inerenti all’attività sindacale, indetti da tutte le rappresentanze sindacali aziendali
tra i lavoratori, con diritto di partecipazione di tutti i lavoratori appartenenti all’unità produttiva e alla categoria
particolarmente interessata.
Ulteriori modalità per lo svolgimento del referendum possono essere stabilite dai contratti collettivi di lavoro, anche
aziendali.

Art. 22. (Trasferimento dei dirigenti delle rappresentanze sindacali aziendali)


Il trasferimento dall’unità produttiva dei dirigenti delle rappresentanze sindacali aziendali di cui al precedente
articolo 19, dei candidati e dei membri di commissione interna può essere disposto solo previo nulla osta delle associazioni
sindacali di appartenenza.
Le disposizioni di cui al comma precedente ed ai commi quattro, quinto, sesto e settimo dell’articolo 18 si
applicano sino alla fine del terso mese successivo a quello in cui è stata elette la commissione interna per i candidati nelle
elezioni della commissione stessa e sino alla fine dell’anno successivo a quello in cui è cessato l’incarico per tutti gli altri.

Art. 23. (Permessi retribuiti)


I dirigenti delle rappresentanze sindacali aziendali di cui all’articolo 19 hanno diritto, per l’espletamento del loro
mandato, a permessi retribuiti.
Salvo clausole più favorevoli dei contratti collettivi di lavoro hanno diritto ai permessi di cui al primo comma
almeno:
a) un dirigente per ciascuna rappresentanza sindacale aziendale nelle unità produttive che occupano fino a 200
dipendenti della categoria per cui la sessa è organizzata;
b) un dirigente ogni 300 o frazione di 300 dipendenti per ciascuna rappresentanza sindacale aziendale nelle unità
produttive che occupano fino a 3.000 dipendenti della categoria per cui la stessa è organizzata;
c) un dirigente ogni 500 o frazione di 500 dipendenti della categoria per ci è organizzata la rappresentanza
sindacale aziendale nelle unità produttive di maggiori dimensioni, in aggiunta al numero minimo d cui alla precedenza
lettera b)
I permessi retribuiti di cui al presente articolo non potranno essere inferiori a otto ore mensili nelle aziende di cui
alla lettera b) e c) del comma precedente; nelle aziende di cui alla lettera a i permessi retribuiti non potranno essere inferiori
ad un’ora all’anno per ciascuno dipendente.
Il lavoratore che intende esercitare il diritto di cui al primo comma deve darne comunicazione scritta al datore di
lavoro di regola 24 ore prima, tramite le rappresentanze sindacali aziendali.

Art. 24. (Permessi non retribuiti)


I dirigenti sindacali aziendali di cui all’articolo 23 hanno diritto a permessi non retribuiti per la partecipazione a
trattative sindacali o a congressi e convegni di natura sindacale, in misura non inferiore a otto giorni all’anno.
I lavoratori che intendano esercitare il diritto di cui al comma precedente devono darne comunicazione scritta al
datore di lavoro di regola tre giorni prima, tramite le rappresentanze sindacali aziendali.

Art. 25. (Diritto di affissione)


Le rappresentanze sindacali aziendali hanno diritto di affiggere, su appositi spazi, che il datore di lavoro ha
l’obbligo di predisporre in luoghi accessibili a tutti i lavoratori all’interno dell’unità produttiva, pubblicazioni, testi e
comunicati inerenti a materie sindacali e del lavoro.

Art. 26. (Contributi sindacali)


I lavoratori hanno diritto di raccogliere contributi e di svolgere opera di proselitismo per le loro organizzazioni
sindacali all’interno dei luoghi di lavoro, senza pregiudizio del normale svolgimento dell’attività produttiva.
Le associazioni sindacali dei lavoratori hanno diritto di percepire, tramite ritenuta sul salario, i contributi sindacali
che i lavoratori intendono loro versare, con modalità stabilite dai contratti collettivi di lavoro, che garantiscano la
segretezza del versamento effettuato dal lavoratore a ciascuna associazione sindacale.
Nelle aziende nelle quali il rapporto d lavoro non è regolato da contratti collettivi, il lavoratore ha diritto di chiedere
il versamento del contributo sindacale all’associazione da lui indicata.

Art. 27. (Locali delle rappresentanze sindacali aziendali)


Il datore di lavoro nelle unità produttive con almeno 200 dipendenti pone permanentemente a disposizione delle
rappresentanze sindacali aziendali, per l’esercizio delle loro funzioni, un idoneo locale comune all’interno della unità
produttiva o nelle immediate vicinanze di essa.
Nelle unità produttive con un numero inferiore di dipendenti le rappresentanze sindaclai aziendali hanno diritto di
usufruire, ove ne facciano richiesta, di un locale idoneo per le loro riunioni.

TITOLO IV DISPOSIZIONI VARIE E GENERALI

Art. 28. (Repressione della condotta antisindacale)


Qualora il datore di lavoro ponga in essere comportamenti diretti ad impedire o limitare l’esercizio della libertà e
dell’attività sindacale nonché del diritto di sciopero, su ricorso degli organismi locali delle associazioni sindacali nazionalei
che vi abbiano interesse, il pretore del luogo ove è posto in essere il comportamento denunziato, nei due giorni successivi,
convocate le parti ed assunte sommarie informazioni, qualora ritenga sussistere la violazione di cui al presente comma,
ordina al datore di lavoro, con decreto motivato e immediatamente esecutivo, la cessazione del comportamento illegittimo e
la rimozione degli effetti.
L’efficacia esecutiva del decreto non può essere revocata fino alla sentenza con cui il tribunale definisce il giudizio
istaurato a norma del comma successivo.

363
Contro il decreto che decide sul ricorso è ammessa, entro 15 giorni dalla comunicazione del decreto alla parti,
opposizione davanti al tribunale che decide con sentenza immediatamente esecutiva.
Il datore di lavoro che non ottempera al decreto, di cui al primo comma, o alla sentenza pronunciata nel giudizio di
opposizione è punito ai sensi dell’articolo 659 del codice penale.

Art. 29. (Fusione delle rappresentanze sindacali aziendali)


Quando le rappresentanze sindacali aziendali di cui all’articolo 19 si sono costituite nell’ambito di due o più
delle associazioni di cui alle lettere a) e b) del primo comma dell’articolo predetto, nonché nella ipotesi di fusione di più
rappresentanze sindacali, i limiti numerici stabiliti dall’articolo 23, secondo comma, si intendono riferiti a ciascuna delle
associazioni sindacali unitariamente nella unità produttiva.
Quando la formazione di rappresentanze sindacali unitarie consegua alla fusione delle associazioni di cui alle
lettere a) e b) del primo comma dell’articolo 19, i limiti numerici della tutela accordata ai dirigenti di rappresentanze
sindacali aziendali, stabiliti in applicazione dell’articolo 23, secondo comma, ovvero del primo comma del presente articolo
restano immutati

Art. 30. (Permessi per i dirigenti provinciali e nazionali)


I componenti degli organi direttivi, provinciali e nazionali, delle associazioni di cui all’articolo 19 hanno diritto a
permessi retribuiti, secondo le norme dei contratti di lavoro, per la partecipazione alle riunioni degli organi suddetti.

Art. 31. (Aspettativa dei lavoratori chiamati a funzioni


pubbliche elettive o a ricoprire cariche sindacali provinciali e nazionali)
I lavoratori che siano eletti membri del parlamento nazionale o di assemblee regionali ovvero siano chiamati a ad
altre funzioni pubbliche elettive possono, a richiesta, essere collocati in aspettativa non retribuita, per tutta la durata del loro
mandato.
La medesima disposizione si applica ai lavoratori chiamati a ricoprire cariche sindacali provinciali e nazionali.
I periodi di aspettativa di cui ai precedenti commi sono considerati utili, a richiesta dell’interessato, ai fini del
riconoscimento del diritto e della determinazione della misura della pensione a carico della assicurazione generale
obbligatoria di cui al regio decreto-legge 4 ottobre 1935, n. 1827, e successive modifiche ed integrazioni, nonché a carico
di enti, fondi, casse e gestioni per forme obbligatorie di previdenza sostitutive della assicurazione predetta, o che ne
comportino comunque l’esonero.
Durante i periodi di aspettativa l’interessato, in caso di malattia, conserva il diritto alle prestazioni a carico dei
competenti enti preposti alla erogazioni delle prestazioni medesime.
Le disposizioni di cui al terzo e al quarto comma non si applicano qualora a favore dei lavoratori siano previste forme
previdenziali per il trattamento di pensione e per malattia, in relazione all’attività espletata durante il periodo di aspettativa.

Art. 32. (Permessi ai lavoratori chiamati a funzioni pubbliche elettive)


I lavoratori eletti alla carica di consigliere comunale o provinciale che non chiedano di essere collocati in
aspettativa sono, a loro richiesta, autorizzati ad assentarsi dal servizio per tempo strettamente necessario all’espletamento
del mandato, senza alcuna decurtazione della retribuzione.
I lavoratori eletti alla carica di sindaco o di assessore comunale, ovvero di presidente di giunta provinciale o di
assessore provinciale, hanno diritto anche a premessi non retribuiti per un minimo di trenta ore mensili.

TITOLO V NORME SUL COLLOCAMENTO

Art. 33. (Collocamento)


La commissione per il collocamento, di cui all’articolo 26 della legge 29 aprile 1949, n. 264, è costituita
obbligatoriamente presso le sezioni zonali, comunali e frazionali degli uffici provinciali del lavoro e della massima
occupazione, quando ne facciano richiesta le organizzazioni sindacali dei lavoratori più rappresentative.
Alla nomina della commissione provvede il direttore dell’ufficio provinciale del lavoro e della massima
occupazione, il quale, nel richiedere la designazione dei rappresentanti dei lavoratori e dei datori di lavoro, tiene conto del
grado di rappresentatività delle organizzazioni sindacali e assegna loro un termine di 15 giorni, decorso il quale provvede
d’ufficio.
La commissione è presieduta dal dirigente della sezione zonale, comunale, frazionale, ovvero da un suo delegato, e
delibera a maggioranza dei prestiti. In caso di parità prevale il voto del presidente.
La commissione ha il compito di stabilire e aggiornare la graduatoria delle precedenze per l’avviamento al lavoro,
secondo i criterio di cui al quarto comma dell’articolo 15 della legge 29 aprile 1949, n. 264.
Salvo il caso nel quale sia ammessa la richiesta nominativa, la sezione di collocamento, nella scelta del lavoratore
da avviare al lavoro, deve uniformarsi alla graduatoria di cui al comma precedente, che deve essere esposta al pubblico
presso la sezione medesima e deve essere aggiornata ad ogni chiusura dell’ufficio con la indicazione degli avviati.
Devono altresì essere esposte al pubblico le richieste numeriche che pervengano dalle ditte.
La commissione ha anche il compito di rilasciare il nulla osta per l’avviamento al lavoro ad accoglimento di richieste
nominative o di quelle di ogni altro tipo che siano disposte dalle leggi o dai contratti di lavoro. Nei casi di motivata
urgenza, l’avviamento è provvisoriamente autorizzato dalla sezione di collocamento e deve essere convalidato dalla
commissione di cui al primo comma del presente articolo entro dieci giorni. Dei dinieghi di avviamento al lavoro per
richiesta nominativa deve essere data motivazione scritta su apposito verbale di duplice copia, una da tenere presso la
sezione di collocamento e l’altra presso il direttore dell’ufficio provinciale del lavoro. Tale motivazione scritta deve essere
immediatamente trasmessa al datore di lavoro richiedente.
Nel caso in cui la commissione neghi la convalida ovvero non si pronunci entro venti giorni dalla data della
comunicazione di avviamento, gli interessati possono inoltrare ricorso al direttore dell’ufficio provinciale del lavoro, il
quale decide in via definitiva, su conforme parere della commissione di cui all’articolo 25 della legge 29 aprile n. 264.
I turni di lavoro di cui all’articolo 16 della legge 29 aprile 1949, n. 264, sono stabiliti dalla commissione e in nessun
caso possono essere modificati dalla sezione.

364
Il direttore dell’ufficio provinciale annulla d’ufficio i provvedimenti di avviamento e di diniego di avviamento al
lavoro in contrasto con le disposizioni di legge. Contro le decisioni del direttore dell’ufficio provinciale del lavoro è
ammesso ricorso al ministero per il lavoro e la previdenza sociale.
Per il passaggio del lavoratori dall’azienda nella quale è occupato ad un’altra occorre il nulla osta della sezione di
collocamento competente.
Ai datori di lavoro che non assumono i lavoratori peri il tramite degli uffici di collocamento, sono applicate le
sanzioni previste dall’articolo 38 della presente legge.. 264, rimangono in vigore in quanto non modificate dalla presente
legge.

Art. 34. (Richieste nominative di manodopera)


A decorrere dal novantesimo giorno dell’entrata in vigore della presente legge, le richieste nominative di
manodopera da avviare al lavoro sono ammesse esclusivamente per i componenti del nucleo familiare del datore di lavoro,
per i lavoratori di concetto e per gli appartenenti a ristrette categorie di lavoratori altamente specializzati, da stabilirsi con
decreto del ministro peri l lavoro e la previdenza sociale, sentita la commissione centrale di cui alla legge 29 aprile 1949, n.
264.

TITOLO VI DISPOSIZIONI FINALI E PENALI

Art. 35. (Campo di applicazione)


Per le imprese industriali e commerciali, le disposizioni dell’articolo 18 e del titolo III, ad eccezione del primo
comma dell’articolo 27, della presente legge si applicano a ciascuna sede, stabilimento, filiale, ufficio o reparto autonomo
che occupa più di quindici dipendenti. Le stesse disposizioni si applicano alle imprese agricole che occupano più di cinque
dipendenti.
Le norme suddette si applicano, altresì, alle imprese industriali e commerciali che nell’ambito dello stesso comune
occupano più di quindici dipendenti ed alle imprese agricolo che nel medesimo ambito territoriale occupano più di cinque
dipendenti anche se ciascuna unità produttiva, singolarmente considerata, non raggiunge tali limiti.
Ferme restando le norme di cui agli articoli 1, 8, 9, 14, 15, 16 e 17, i contratti collettivi di lavoro provvedono ad
applicare i principi di cui alla presente legge alle imprese di navigazione per il personale navigante.

Art. 36. (Obblighi dei titolari di benefici accordati dallo stato e degli appaltatori di opere pubbliche)
Nei provvedimenti di concessione di benefici accordati ai sensi delle vigenti leggo dello stato a favore di
imprenditori che esercitano professionalmente un’attività economica organizzata e nei capitolati di appalto attinenti
all’esecuzione di opere pubbliche, deve essere inserita la clausola esplicita determinante l’obbligo per il beneficiario o
appaltatore di applicare o di far applicare nei confronti dei lavoratori dipendenti condizioni non inferiori a quelle risultanti
dai contratti collettivi di lavoro della categoria e della zona.
Tale obbligo deve essere osservato sia nella fase di realizzazione degli impianti o delle opere che in quella
successiva, per tutto il tempo in cui l’imprenditore beneficia finanziarie e creditizie concesse dallo stato ai sensi delle
vigenti disposizioni di legge.
Ogni infrazione al suddetto obbligo che sia accertata dall’Ispettorato del lavoro viene comunicata immediatamente
ai ministeri nella cui amministrazione sia stata disposta la concessione del beneficio o dell’appalto. Questi adotteranno le
opportune determinazioni, fino alla revoca del beneficio, e nei casi più gravi o nel caso di recidiva potranno decidere
l’esclusione del responsabile, per un tempo fino a cinque anni, da qualsiasi ulteriore concessione di agevolazioni finanziarie
o creditizie ovvero da qualsiasi appalto.
Le disposizioni di cui ai commi precedenti si applicano anche quando si tratti di agevolazioni finanziarie o
creditizie ovvero di appalti concessi da enti pubblici, ai quali l’Ispettore del lavoro comunica direttamente le infrazioni per
l’adozione delle sanzioni.

Art. 37. (Applicazione ai dipendenti da enti pubblici)


Le disposizioni della presente legge si applicano anche ai rapporti di lavoro e di impiego dei dipendenti da enti
pubblici che svolgono esclusivamente o prevalentemente attività economica. Le disposizioni della presente legge si
applicano altresì ai rapporti di impiego dei dipendenti degli altri enti pubblici, salvo che la materia sia diversamente
regolata da norme speciali.

Art. 38. (Disposizioni penali)


Le violazioni degli articoli 2, 4, 5, 6, 8 e 15, primo comma, lettera a), sono punite, salvo che il fatto non costituisca
più grave reato, con l’ammenda dal lire 100.000 a lire un milione o con l’arresto da 15 giorni ad un anno. Nei casi più gravi
le pene dell’arresto e dell’ammenda sono applicate congiuntamente.
Quando, per le condizioni economiche del reo, l’ammenda stabilita nel primo comma può presumersi inefficace
anche se applicata nel massimo, il giudice ha la facoltà di aumentarlo fino al quintuplo.
Nei casi previsti dal secondo comma, l’autorità giudiziaria ordina la pubblicazione della sentenza penale di
condanna nei modi stabiliti dall’articolo 36 del codice penale.

Art. 39. (Versamento delle ammende al fondo adeguamento pensioni)


L’importo delle ammende è versato al fondo adeguamento pensioni dei lavoratori.

Art. 40. (Abrogazione delle disposizioni contrastanti)


Ogni disposizione in contrasto con le norme contenute nella presente legge è abrogata.
Restano salve le condizioni dei contratti collettivi e degli accordi sindacali più favorevoli ai lavoratori.

365
Art. 41. (Esenzioni fiscali)
Tutti gli atti e documenti necessari per la attuazione della presente legge e per l’esercizio dei diritti connessi,
nonché tutti gli atti e documenti relativi ai giudizi nascenti dalla sua applicazione sono esenti da bollo, imposte di registro o
di qualsiasi altra specie e da tasse.
La presente legge, munita del sigillo dello stato, sarà inserita nella raccolta ufficiale delle leggi e dei decreti della
Repubblica Italiana. E’ fatto obbligo a chiudere spetti di osservanza e di farla osservare come legge dello stato.

366
DOC N. 4
“IL D.d.L. SMURAGLIA”
NORME DI TUTELA DEI LAVORI “ATIPICI”
SENATO DELLA REPUBBLICA – XIII LEGISLATURA DISEGNO DI
LEGGE N. 2049. APPROVATO DAL SENATO DELLA REPUBBLICA IL
4 FEBBRAIO 1999.

Articolo 1
Ambito di applicazione
1. Ai rapporti di collaborazione, di carattere non occasionale, coordinati con l’attività del committente, svolti senza vincolo
di subordinazione, in modo personale e senza impiego di mezzi organizzati e a fronte di un corrispettivo, si applicano le
seguenti disposizioni:
a) gli articoli 1, 5, 8, 14 e 15 della legge 20 maggio 1970, n. 300;
b)la legge 9 dicembre 1977, n. 903, e la legge 10 aprile 1991, n. 125;
c) le disposizioni in materia di sicurezza e igiene del lavoro previste dal decreto legislativo 19 settembre 1994, n. 626, e
successive modificazioni, nonché della direttiva 91/383/CEE del Consiglio, del 25 giugno 1991, in quanto compatibili con
le modalità di prestazione lavorativa.
2. L’eventuale ulteriore individuazione e definizione delle modalità di espletamento delle prestazioni di cui al comma 1 è
demandata ai contratti o accordi collettivi nazionali stipulati dalle organizzazioni sindacali dei lavoratori e dei datori di
lavoro comparativamente più rappresentative sul piano nazionale.
3. Per i rapporti di cui al comma 1, non può essere imposto o comunque previsto alcun tipo di orario di lavoro, salvo i casi
in cui la specificità della prestazione richieda l’indicazione di una determinata fascia orari. In caso di particolari esigenze
del committente può essere concordata la fissazione di un temine per l’esigenze di una parte specifica della prestazione
pattuita.
4. I contratti o accordi collettivi nazionali stipulati dalle organizzazioni sindacali dei lavoratori e dei datori di lavoro
comparativamente più rappresentative sul piano nazionale possono prevedere l’estensione, in tutto o in parte. Delle
disposizioni della presente legge anche a rapporti di durata inferiore a quella minima prevista dall’articolo 3, comma1,
lettera e), che non abbaino carattere di mera occasionalità.

Articolo 2
Diritti di informazione e formazione
1. Il prestatore di lavoro di cui l’articolo 1, comma 1, ha diritto di ricevere le informazioni previste nei contratti collettivi di
lavoro a favore dei lavoratori assunti con contratto di lavoro subordinato, nonché le informazioni relative alla tutela della
salute e della sicurezza sui luoghi di lavoro, di cui all’articolo 21 del decreto legislativo 19 settembre 1994, n. 626, e
successive modifiche.
2. Il committente, imprenditore pubblico o privato, è tenuto ad organizzare i proprio flussi di comunicazione in modo da
garantire a tutti i lavoratori, quale che sia la natura del rapporto di lavoro, pari condizioni nell’accesso all’informazione
attinente all’attività lavorativa.
3. Per il finanziamento di iniziative di formazione professionale e di formazione in materia di salute e di sicurezza sul
lavoro, i contratti o accordi nazionali stipulati dalle organizzazioni sindacali dei lavoratori e dei datori di lavoro
comparativamente più rappresentative sul piano nazionale possono prevedere un contributo a carico dei committenti in
percentuale al compenso corrisposto ai lavoratori di cui all’articolo 1. I contributi affluiranno, con apposita evidenza
contabile, nel Fondo che verrà definito con decreto del Ministro del lavoro e della previdenza sociale, da emanare entro sei
mesi dalla data di entrata in vigore della presente legge, nell’ambito del complessivo riordino della formazione,
dell’aggiornamento e della riqualificazione professionale.
4. Con apposito provvedimento, da emanare entro sei mesi dalla data di entrata in vigore delle presente legge, il Governo
potrà prevedere agevolazioni fiscali per le attività formative svolte dai committenti e documentate. Agli oneri relativi, nel
limite massimo di lire 5 miliardi annue e a partire dal 1999, si fa fronte con le risorse disponibili del Fondo di cui
all’articolo 1, comma 7, del decreto-legge 20 maggio 1993, n. 148, convertito, con modificazioni, della legge 19 luglio
1993, n. 626.

Articolo 3
Contenuto dei contratti
1. I contratti di cui all’articolo 1, comma 1, devono essere stipulati in forma scritta e devono indicare:
a) l’oggetto della prestazione;
b) l’entità del corrispettivo, che in ogni caso deve essere proporzionato alla qualità e quantità del lavoro, e comunque non
inferiore ai minimi previsti, per prestazioni analoghe, dalla contrattazione collettiva del settore o della categoria affine,
ovvero, in mancanza, ai compensi medi in uso per prestazioni analoghe rese in forma di lavoro autonomo;
c) i tempi di pagamento del corrispettivo e la disciplina dei rimborsi spese;
d) l’eventuale facoltà del prestatore di lavoro, previa accettazione del committente, di farsi sostituire temporaneamente da
persona resa nota al committente stesso o di lavorare in coppia, dando luogo, in entrambi i casi, ad un unico rapporto con
responsabilità solidale di ciascuno dei prestatori per l’esercizio dell’intera opera o servizio;
e) la durata del contatto, che in ogni caso non può essere inferiore a tre mesi salvo che per i rapporti destinati per loro
particolare natura a concludersi in un periodo di tempo inferiore;
f) l’indicazione dei motivi che possono giustificare la cessazione anticipata del rapporto, ove non ancora individuati dalla
contrattazione collettiva nazionale;

367
g) il rinvio ai contratto o accordi collettivi nazionali stipulato dalle organizzazioni sindacali dei lavoratori e dei datori di
lavoro comparativamente più rappresentative sul piano nazionale per la definizione di modalità, forme e termini di
legittima sospensione del rapporto, in caso di malattia o infortunio, nonché l’eventuale previsione di penalità di natura
amministrativa e civile nel caso di recesso ad opera di una delle parti, senza giustificate ragioni, prima del termine
convenuto o successivamente propagato.

Articolo 4
Cessazione di rapporto
1. I contratti o accordi collettivi nazionali stipulati dalle rappresentanze dei datori di lavoro e dalle organizzazioni dei
lavoratori, comparativamente più rappresentative sul piano nazionale, possono prevalere, in relazione alla cessazione dei
rapporti di cui all’articolo 1:
a) il diritto del prestatore di lavoro ad una indennità di fine rapporto;
b) il diritto di preferenza del prestatore di lavoro, rispetto ad altri aspiranti, nei casi in cui il committente intenda procedere
alla stipulazione di un contratto di tipo analogo e per lo stesso tipo di prestazione, qualora lo stesso prestatore di lavoro non
abbia subito fondate contestazioni circa la prestazione effettuata e non sia stata anticipata, per ragioni giustificate ed
obbiettive, la cessazione del rapporto di lavoro rispetto alla sua durata conttrattualmente prevista.

Articolo 5
Regime fiscale
1. Il regime fiscale applicabile ai rapporti di cui all’articolo 1 è quello previsto dalla lettera a) del comma 2 dell’articolo 49
del testo unico delle imposte sui redditi, approvato con decreto del Presidente della Repubblica 22 dicembre 1986, n. 917.

Articolo 6
Previdenza
1. Tutti coloro che svolgono le prestazioni di cui all’articolo 1 sono iscritti alla gestione speciali di cui all’aticolo 58,
comma 16, della legge 27 dicembre 1997, n. 499, anche per quanto riguarda la tutela relativa alla maternità, definita nei
termini di cui al decreto ministeriale 27 maggio 1998, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 171 del 24 luglio 1998. Alla
stessa gestione, a decorrere della data di entrata in vigore della presente legge, sono iscritti gli incaricati alla vendita a
domicilio, di cui all’articolo 36 della legge 11 giugno 1971, n. 426, soltanto qualora il reddito annuo derivante da tale
attività sia superiore all’importo, nel medesimo anno, dell’assegno sociale di cui all’articolo 3, comma 6, della legge 8
agosto 1995, n. 335. Ai fini della copertura dell’onere derivante dal precedente periodo, il Ministero delle finanze, con
propri decreti, di concerto con il Ministro del tesoro, del bilanci e della programmazione economica, provvede, almeno
ogni due anni, alla variazione delle aliquote e delle tariffe di cui all’articolo 2, commi 151, 152, 153, della legge 23
dicembre 1996, n. 662.

Articolo 7
Ricongiunzione di periodi contributivi e tutela in caso di malattia ed infortunio
1. Il Governo è delegato ad emanare, entro centottanta giorni dalla data di entrata in vigore della presente legge, uno o più
decreti legislativi volti ad assicurare, per coloro che svolgono le prestazioni lavorative di cui all’articolo 1, la
ricongiunzione di tutti i periodi contributivi e un’adeguata copertura, nei casi di legittima sospensione del rapporto, per i
trattamenti per malattia ed infortunio.
2. I decreti legislativi di cui al comma 1 sono emanati secondo i seguenti criteri direttivi:
a) attuare gradualmente, nell’ambito di un percorso di omogeneizzazione dei diversi regimi previdenziali, la possibilità di
ricongiunzione di posizioni assicurative frazionate o realizzate con enti differenti secondo le modalità previste dall’attuale
disciplina per i soggetti iscritti all’Associazione Generale Obbligatoria (AGO);
b) nel disciplinare l’estensione della tutela in caso di malattia ed infortunio, utilizzare come parametro di riferimento quanto
stabilito in materia per il lavoro dipendente;
3. Agli oneri derivanti dall’attuazione dei commi 1 e 2, si provvede mediante corrispondente adeguamento del contributo
alla gestione speciale di cui all’articolo 2, comma 26, della legge 8 agosto 1995, n. 335, come modificato dall’articolo 59,
comma 16, della legge 27 dicembre 1997, n. 449, determinato con decreto del Ministro del lavoro e della previdenza
sociale, di concerto con quello del tesoro, del bilancio e della programmazione economica.

Articolo 8
Comitato amministratore del Fondo
1. Per la gestione speciale di cui all’articolo 6, è costituito un Fondo gestito da un comitato amministratore, composto di
tredici membri, di cui due designati dal Ministero del lavoro e della previdenza sociale, cinque designati dalle associazioni
datoriali e del lavoro autonomo in rappresentanza dell’industria, della piccola impresa, artigianato, commercio, agricoltura
e sei eletti dagli iscritti al Fondo. Il comitato amministratore opera avvalendosi delle strutture e di personale dell’INPS. I
componenti del comitato amministratore durano in carica quattro anni.
2. Il presidente del comitato amministratore è eletto tra i componenti eletti dagli iscritti al Fondo.
3. Entro sessanta giorni dalla entrata in vigore della presente legge, il Ministero del lavoro e della previdenza sociale emana
il regolamento attuativo del presente articolo e provvede quindi alla convocazione delle elezioni, informando
tempestivamente gli iscritti della scadenza elettorale e del relativo regolamento elettorale, nonché istituendo i seggi presso
le sedi INPS.
4. Ai componenti del comitato amministratore è corrisposto un gettone di presenza nei limiti finanziari complessivi annui di
cui al comma 5.
5. All’onere derivante dall’applicazione del presente articolo, valutato in lire 50 milioni per ciascuno degli anni 1999 e
2000 e a regime, si provvede mediante corrispondente riduzione dello stanziamento iscritto, ai fini del bilancio triennale
1999-2001, nell’ambito dell’unità revisionale di bade di parte corrente “Fondo speciale” dello stato di previsione del
Ministero del tesoro, del bilancio e della programmazione economica, parzialmente utilizzando l’accantonamento relativo
al Ministero del lavoro e della previdenza sociale.

368
6. Il Ministero del tesoro, del bilanci o e della programmazione economica è autorizzato ad apportare, con propri decreti, le
occorrenti variazioni di bilancio.

Articolo 9
Diritti sindacali
1. Competono ai prestatori di lavoro di cui all’articolo 1:
a) il diritto di organizzarsi in associazioni di categoria o di settore o di ramo di attività;
b) il diritto di aderire ad organizzazioni sindacali di settore o di categoria, nonché ogni altro diritto sindacale compatibile
con la particolare struttura del rapporto;
c) il diritto di aderire ad organizzazioni o associazioni anche inercategoriali, conferendo ad esse specifici poteri di
rappresentanza;
d) il diritto di partecipare alle assemblee indette dalle rappresentanze sindacali aziendali, all’interno delle unità produttive
delle aziende.
2. Ulteriori forme di rappresentanza e di esercizio delle attività sindacali potranno essere individuate in sedi di
contrattazione collettiva nazionale.

Articolo 10
Sanzioni
1. Il controllo sull’osservanza delle norme della presente legge compete al Ministero del lavoro e della previdenza sociale,
che lo esercita attraverso l’organo competente del territorio. L’inosservanza delle disposizioni di cui all’articolo 3 comporta
soltanto una sanzione pecuniaria di importo non inferiore, nel minimo, alla totalità dei compensi dovuti fino al momento
dell’accertamento e, nel massimo, al doppio di tale importo, fermo comunque restando il limite massimo cui all’articolo 10
della legge 24 novembre 1981, n. 689.
2. L’organo competente ad emanare l’ordinanza di ingiunzione di cui all’articolo 18 della citata legge n. 689 del 1981 è la
Direzione provinciale del lavoro competente per territorio.

Articolo 11
Conversione del rapporto
1. Qualora venga accertato dagli organi competenti con provvedimento esecutivo che il rapporto costituito ai sensi
dell’articolo 1 è in realtà di lavoro subordinato, esso si converte automaticamente in rapporto a tempo indeterminato, con
tutti gli effetti conseguenti. Si applica, inoltre, la sanzione prevista dall’articolo 10.
2. Le organizzazioni non lucrative di utilità sociale, che abbiano provveduto, alla data di entrata in vigore della presene
legge, alla trasformazione dei rapporti di lavoro di cui al comma 1, sono esonerate dal pagamento dei contributi e degli
oneri accessori derivanti da accertamenti effettuati dall’Istituto nazionale della previdenza sociale successivamente a tale
trasformazione e conseguenti al mancato riconoscimento, da parte del predetto Istituto, dell’appartenenza dei rapporti di
lavoro alla tipologia di cui alla presente legge. Gli eventuali provvedimenti amministrativi ed i giudizi ancora pendenti alla
data di entrata in vigore della presente legge sono dichiarati estinti, con integrale compensazione delle spese. Alle minori
entrate derivanti dal presente comma, quantificate in lire 35 miliardi per il 1999, si fa fronte mediante corrispondente
riduzione dello stanziamento iscritto, ai fini del bilancio triennale 1999-2001, nell’unità previsionale di base di parte
corrente “Fondo speciale” dello stato di previsione del Ministero del tesoro, del bilancio e della programmazione
economica per il 1999, allo scopo parzialmente utilizzando l’accantonamento relativo alla Presidenza del Consiglio dei
ministri.
3. E’ fatto divieto al committente di trasformare contratti di lavoro subordinato a tempo indeterminato, in essere presso
unità produttive del medesimo, in contratti di cui all’articolo 1, qualora non ricorrano documentate esigenze di
ristrutturazione aziendale.

Articolo 12
Conversione volontaria del rapporto
1. Qualora il committente, che ha in atto rapporti qualificati formalmente come appartenenti alla tipologia di cui alla
presente legge, decida, previo consenso del lavoratore, di farli rientrare nello schema di cui all’articolo 2094 del codice
civile, il rapporto godrà dei benefici, sgravi o incentivi eventualmente riservati alle nuove assunzioni.