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Facoltà di Lettere e Filosofia

Tesi di laurea in Linguistica generale

LA PAROLA E IL GESTO
Lutto e memoria religiosa di Civitella in Val di Chiana

RELATORI CANDIDATO
prof. Pierangiolo Berrettoni Federico Melosi
dott. Alessandro Grilli

Anno Accademico 2004/2005


INDICE

INTRODUZIONE

La stagione degli eccidî nazi-fascisti in Toscana: il massacro di Civitella in Val di Chiana

La memoria della violenza

Dal lutto alla memoria religiosa, passando per il mito e il rito

CAPITOLO PRIMO – L’APOCALISSE

Un «piccolo mondo antico»

“Renzino”

«Hande hoch!»

Rappresaglia?

L’apocalisse

CAPITOLO SECONDO – LE FONTI

Un silenzio documentario

«Storia» e «memoria»: documenti d’archivio e fonti orali

Le fonti sull’eccidio di Civitella in Val di Chiana: fra oralità e scrittura

CAPITOLO TERZO – LA MEMORIA

La dimensione sociale della memoria individuale: la psicologia sperimentale di Frederic


Charles Bartlett

Memoria individuale e memoria collettiva: la sociologia di Maurice Halbwachs


«Memoria comunicativa» e «memoria culturale»: la teoria della cultura di Jan Assmann

La memoria sociale degli eccidi nazi-fascisti

Il caso dell’eccidio di Civitella in Val di Chiana: una «memoria divisa»

CAPITOLO QUARTO – IL LUTTO

L’esperienza della morte a Civitella in Val di Chiana: un lutto «straordinario»

La teoria freudiana del lutto e il lutto di Civitella in Val di Chiana a confronto: un rap-
porto inverso

La cerimonia funebre e le commemorazioni pubbliche: una traumatica assenza

Le «madri in lutto» di Civitella in Val di Chiana: lutto femminile e narrazione collettiva

CAPITOLO QUINTO – IL RACCONTO

La narrazione collettiva di Civitella in Val di Chiana: una struttura tragica

L’intervento partigiano al circolo ricreativo: il “punto zero” della narrazione collettiva

I partigiani della formazione “Renzino” nel racconto collettivo dei sopravvissuti: un «ca-
pro espiatorio»

La funzione dei tempi verbali nel racconto del massacro: un’analisi testuale

L’urgenza mitopoietica dei sopravvissuti

CAPITOLO SESTO – LA COMMEMORAZIONE

La pratica della commemorazione: memoria pubblica e conflitto sociale

Un emblematico caso di memoria pubblica conflittuale: il “Vietnam Veterans Memorial”

La commemorazione dell’eccidio di Civitella in Val di Chiana: dal conflitto di memorie al


linguaggio della pace

Civitella in Val di Chiana, 29 e 30 giugno 2002: etnografia di una commemorazione

CAPITOLO SETTIMO – LUTTO, MITO E RITO: PAROLA E GESTO DI UNA ME-


MORIA RELIGIOSA

La condizione melanconica come «crisi della presenza»: da Sigmund Freud a Ernesto de


Martino
La «fine del mondo» a Civitella in Val di Chiana: la crisi del cordoglio e il rischio di per-
dita della presenza

Mito e rito come fondamenti del pensiero religioso di Civitella in Val di Chiana

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI

RINGRAZIAMENTI
INTRODUZIONE

LA STAGIONE DEGLI ECCIDÎ NAZI-FASCISTI IN TOSCANA: IL MASSACRO DI


CIVITELLA IN VAL DI CHIANA
Il lavoro proposto in queste pagine prende le mosse da un problema sto-
rico di oggettiva importanza: si tratta della breve ma intensa stagione degli ecci-
dî nazi-fascisti perpetrati dall’esercito della Wehrmacht sulla via della ritirata ai
danni delle popolazioni civili. Coadiuvate spesso in tali operazioni dalle milizie
della Repubblica Sociale Italiana, le truppe tedesche compiono questi ripetuti e
sistematici massacri, fra il settembre del 1943 e l’aprile del 1945, su tutto il terri-
torio italiano.
Tali manifestazioni militari di gratuita violenza – opportunamente defini-
te dallo storico Claudio Pavone non già «crimini di guerra» ma piuttosto «cri-
mini “in occasione” della guerra» 1 – rappresentano senza dubbio il risultato di
una consapevole e premeditata strategia di guerra messa in pratica da un super-
bo e sprezzante esercito – quello tedesco di stanza in Italia – braccato, in primo
luogo, dall’avanzata delle truppe americane alleate sbarcate nel Sud del Paese;
avvilito, per di più, e istigato alla vendetta dal ricevere notizie di una Germania
bombardata, oramai vilipesa e prossima al crollo, e dell’approssimarsi
dell’esercito russo verso il cuore dell’Europa.
Inizialmente vòlti a contrastare le operazioni di guerriglia partigiana e ad
isolare con il terrore le popolazioni dalle forze paramilitari della Resistenza, gli
eccidî nazi-fascisti non possono più essere concepiti esclusivamente nei termini
della “rappresaglia” – così come prevista e sancita dai codici di guerra – almeno
a partire dalla primavera del 1944, periodo in cui il massimo funzionario della
Wehrmacht in Italia, Albert Kesselring, rende noto a tutti i reparti tedeschi oc-
cupanti un ordine preciso ed inequivocabile: nei confronti dell’offensiva parti-
giana portata all’esercito tedesco, «l’imperativo primo è agire in modo energico,
deciso e rapido […]. Nella situazione attuale, l’essere intervenuti duramente non
costituirà mai motivo di punizione» 2 ; inoltre, ogni possibile collaborazione fra
civili e partigiani deve essere stroncata con la violenza, poiché «la punizione
immediata è più importante di un sollecito rapporto […]; nessun colpevole o
fiancheggiatore deve poter contare sulla clemenza» 3 .

1 Cfr. PAVONE 1991, p. 478.


2 Trad. cit. in KLINKHAMMER, Lutz, “La politica di repressione della Wehrmacht in Italia: le stra-
gi ai danni della popolazione civile nel 1943-44”, trad. it., in PAGGI 1997, p. 99.
3 Ibidem.
È dunque in un tale clima di anomìa bellica che la ritirata delle armate
tedesche verso il Nord d’Italia comporta stragi di immani proporzioni come
quella di Vallùcciole in aprile, di Castelnuovo in Val di Cecina e Civitella in Val
di Chiana in giugno, di Cavriglia in luglio, di Sant’Anna di Stazzema, Bàrdine
San Terenzo, Fucecchio e Vinca in agosto, di Farnéta e Fosse del Frigido in set-
tembre; e non si tratta che di citare soltanto alcuni casi paradigmatici in cui il
numero delle vittime è compreso fra le cento e le cinquecento unità.
In questo panorama di parossistica violenza, la Toscana – con circa cen-
toventicinque località interessate – rappresenta la regione italiana in cui la poli-
tica nazi-fascista del massacro raggiunge il più elevato numero di vittime tra le
popolazioni: secondo una recente stima, infatti, quasi la metà del numero totale
dei caduti in occasione di eccidî nazi-fascisti in tutto il territorio italiano sarebbe
costituito dai civili uccisi, fra la primavera e l’autunno del 1944, nella sola To-
scana 4 .
Entro l’altissimo numero di uccisioni operate in Toscana dalle forze ar-
mate della Wehrmacht si collocano – come già si è accennato – anche le nume-
rose vittime dell’eccidio di Civitella in Val di Chiana.
Questa profonda ferita inferta alla civiltà italiana, risale al 29 giugno del
1944, giorno in cui la comunità di Civitella in Val di Chiana – un piccolo borgo
collinare situato nella provincia di Arezzo – esperisce tragicamente e definiti-
vamente il passaggio del fronte bellico, subendo il massacro di oltre cento 5 abi-
tanti ad opera di militari appartenenti alla Divisione Corazzata Paracadutisti
«Hermann Göring».
Si tratta di una strage dai connotati assolutamente dirompenti e apocalit-
tici: le uccisioni – per lo più eseguite mediante la tristemente nota tecnica del
“colpo alla nuca” – avvengono ovunque: in aperta campagna, per strada, nelle
piazze, all’interno delle abitazioni; i soldati tedeschi, operando una macabra di-
stinzione, costringono alla fuga dal paese le donne e i bambini mentre colpisco-
no esclusivamente gli uomini, comportando così la quasi totale eliminazione
della popolazione maschile; infine, terminato il massacro, gli uomini della
«Hermann Göring» gettano e ammassano la maggior parte dei corpi dentro case
ed edifici, destinati poi alle fiamme.

LA MEMORIA DELLA VIOLENZA


Al di là della sincronica considerazione del mero fatto storico, lo specifico
oggetto di analisi ed interpretazione di queste pagine risiede nella congerie di
conseguenze ed implicazioni psicologiche, sociali e culturali che all’eccidio di Ci-
vitella in Val di Chiana sono connesse. Più propriamente, ciò che nello specifico

4 Cfr. PEZZINO, Paolo, (a cura di), “Guerra ai civili. Per un atlante delle stragi naziste in Italia”, in
http://www.stm.unipi.it/stragi/Guerra_ai_Civili.htm, 2005. La documentazione ivi riportata
testimonia quasi quattromilacinquecento uccisioni avvenute in Toscana su un totale di oltre die-
cimila morti causate in tutta Italia a séguito di stragi nazi-fasciste.
5 Sulle difficoltà, a tutt’oggi sussistenti, nello stabilire un computo definitivo delle vittime di Ci-

vitella in Val di Chiana, si vedano le osservazioni riportate in CONTINI 1997, p. 19.


concerne il presente lavoro è un’indagine sulla dimensione antropologica e sulle
modalità comunicative della memoria locale del massacro, così come diacroni-
camente conservata, plasmata e trasmessa – individualmente prima, collettiva-
mente poi – dai superstiti.
Lungi dall’essersi risolto nella cruda immediatezza del dato empirico, o-
gni massacro compiuto dall’esercito della Wehrmacht ai danni delle inermi po-
polazioni toscane ha di fatto provocato in coloro che sono sopravvissuti un
trauma luttuoso talmente profondo e radicato da produrre una dolorosa memo-
ria dell’evento incessantemente e ineluttabilmente protrattasi per più di cin-
quanta anni, spesso sfiorando l’insostenibile e l’ineffabile.
«A ricordassene s’empazza», racconta una sopravvissuta all’eccidio di Ci-
vitella in una testimonianza rilasciata a quasi mezzo secolo di distanza dalla
strage del giugno 1944. Da questa concisa e drammatica asserzione emerge cer-
tamente tutto il carattere apocalittico del lutto vissuto dagli abitanti del paese:
un lutto che eticamente vuole essere ricordato ma che, contrastivamente, preme
per essere dimenticato; un lutto che cerca le parole per essere raccontato ma
che, al tempo stesso, preferisce il silenzio del cordoglio; un lutto, infine, che ne-
cessita di essere comunicato alla posterità per raggiungere la catarsi ma che, nel
momento stesso in cui lo fa, rasenta – in chi ne ha fatto esperienza – la follia e la
perdita del senno.
Le ragioni di un tale scacco della memoria devono perciò essere ricercate
in quella normalità del quotidiano che la strage spezza e annichilisce: «espe-
rienze traumatiche come quelle dei massacri distruggono quel senso di appae-
samento, quella ovvietà della realtà sociale che normalmente diamo per sconta-
ta e che fa da sfondo alla nostra quotidianità. Il senso di irrealtà che molti testi-
moni ancora provano nel ricordo dell’esperienza traumatica si riferisce appunto
a questo: una crisi profonda della domesticità del mondo, dei fondamenti stessi
della vita comunitaria» 6 .
L’esperienza del massacro annienta in coloro che sono sopravvissuti la
precostituita e consolidata realtà dell’ordinario sostituendola con una nuova
perturbante dimensione esistenziale in cui – proprio come sotteso dalla nozione
freudiana di unheimlich – familiarità e orrore collimano. Il caso di Civitella in
Val di Chiana parla chiaro in proposito: l’antico e pittoresco borgo medioevale,
gioia e vanto dei suoi abitanti, assume improvvisamente l’aspetto di un immen-
so cimitero; le singole abitazioni – faticosamente ricostruite sui resti mai recu-
perati delle vittime – diventano, mai troppo metaforicamente, tante tombe di
famiglia.
A tal proposito, osserva l’antropologo Fabio Dei che «la violenza irrompe
nel nucleo più profondo dell’ordine culturale, lo colpisce nelle sue stesse basi: si
imprime indelebilmente nei luoghi domestici, ferisce le relazioni personali costi-
tutive della soggettività, rende impossibile proseguire con una vita sociale basa-
ta sugli stessi normali sentimenti di sicurezza, protezione reciproca, rispetto e
dignità. In altre parole, la personalità sociale dei sopravvissuti non può più esse-
re la stessa, e il lavoro di guarigione e ricomposizione dell’ordine culturale si
presenta come lungo e difficile» 7 .

6 Cfr. DEI, Fabio, “Introduzione”, in CLEMENTE – DEI 2005, p. 29.


7 Ivi, p. 31.
È in questo senso che la strage di Civitella in Val di Chiana spesso si con-
figura nel ricordo individuale dei sopravvissuti come un evento non-pensabile e
non-dicibile: di fronte all’esperienza di una violenza estrema e disintegrante e
alla sua irruzione nella normalità degli eventi quotidiani, non sempre esistono
categorie mentali o verbali appropriate e funzionali a rendere una rappresenta-
zione comunicabile e comprensibile di ciò che è stato vissuto.
Fino a qui, si è trattato di dare un rapido sguardo alla dimensione stret-
tamente individuale, dolorosa e sovente afasica, della memoria della strage; una
memoria che compare schermata e protetta, il più delle volte, da una serie di
meccanismi psicologici di ricostruzione e rimozione atti a rendere almeno tolle-
rabile il ricordo della violenza 8 .
Ma esiste, nel caso specifico di Civitella in Val di Chiana, un ulteriore li-
vello mnestico da poter prendere in esame: si tratta della memoria collettiva (o
sociale) dell’eccidio. È infatti in una dimensione sovraindividuale che la memo-
ria del massacro di Civitella, nonostante il traumatico evento da cui scaturisce,
trova nei suoi testimoni la forza per essere ricordata, comunicata e trasmessa.
Si tratta, in questo caso, di una memoria non soltanto esprimibile e alta-
mente comunicativa, ma compatta e socialmente condivisa fra i sopravvissuti,
poiché originata da un conflitto: sorge, infatti, dalla contrapposizione di una
memoria degli eventi locale (ossia, da una versione dei fatti) – che accusa i par-
tigiani del luogo, rei dell’uccisione di alcuni tedeschi in paese alcuni giorni pri-
ma della strage, di aver causato la rappresaglia tedesca – e una memoria istitu-
zionale e filoresistenziale che sostiene, sulla base di carte militari e documenti
d’archivio, l’inevitabilità del massacro nel complesso di una politica della “terra
bruciata” condotta da parte della Wehrmacht al fine di agevolare la ritirata e il
passaggio del fronte verso il Nord d’Italia.
La memoria «divisa» di Civitella in Val di Chiana – come la definisce lo
storico Giovanni Contini – rappresenta non certo un’eccezione nel panorama
delle numerose memorie collettive conservate dalle comunità vittime di eccidî
nazi-fascisti; estremamente diffusa è, infatti, in molti altri casi la propensione
popolare ad individuare nelle azioni di guerriglia partigiane, se non l’elemento
scatenante, quanto meno una delle possibili cause dei massacri di civili operati
dall’esercito tedesco.
Sono piuttosto il linguaggio che questa memoria di natura collettiva uti-
lizza per esprimersi ed i media che impiega per esplicarsi a rappresentare ele-
menti culturali particolarmente articolati, coesivi e pervasivi nel caso di Civitella
in Val di Chiana; sono, pertanto, le peculiari modalità comunicative della me-
moria locale a costituire il precipuo oggetto di interesse di questo lavoro, origi-
nato, in primo luogo, dagli esiti di un progetto di ricerca istituzionale 9 e svilup-
pato, successivamente, sulla base di una serie di riflessioni personali.

8 Cfr. PASQUINELLI, Carla, “Memoria versus ricordo”, in PAGGI 1996, pp. 111-129.
9 Si fa riferimento ad un progetto di ricerca storica e antropologica – denominato “Progetto
Memoria” – istituito nel 1999 dalla Regione Toscana congiuntamente all’approvazione della
Legge Regionale n. 59, dedicata a promuovere “Interventi finalizzati a salvare la memoria delle
stragi nazifasciste in Toscana”. Il coordinamento del “Progetto Memoria” è stato affidato dalle
istituzioni regionali all’associazione culturale I.D.A.S.T. (Iniziative Demo-Antropologiche e di
Storia orale in Toscana), rappresentata da Pietro Clemente (Università degli Studî di Firenze) e
Fabio Dei (Università di Pisa e Università degli Studî di Roma “La Sapienza”). La fase iniziale e
preparatoria del progetto ha potuto avvalersi della collaborazione e della consulenza metodolo-
DAL LUTTO ALLA MEMORIA RELIGIOSA, PASSANDO PER IL MITO E IL RITO
Una considerazione analitica del linguaggio mediante il quale la memoria
collettiva dell’eccidio di Civitella in Val di Chiana si esprime deve necessaria-
mente prendere le mosse da un esame psicologico e antropologico del lutto pro-
vocato dalla strage. La memoria del massacro, infatti, si configura nel ricordo
dei sopravvissuti tanto come socialmente condivisa, almeno quanto collettivo e
totale appare il lutto esperito dai superstiti: una condizione luttuosa che non
concede alcuna possibilità di elaborazione individuale.
In un paese come Civitella – in cui l’incidenza del numero delle vittime su
una popolazione di già esigue dimensioni è altissima – il ricordo della morte di
un parente è per chiunque sempre intimamente legato al ricordo di qualche co-
noscente; in questo senso, ogni lutto individuale contribuisce drammaticamente
al delinearsi di un cordoglio collettivo infinito, uroborico, costretto entro un cir-
colo vizioso di ardua risoluzione; un lutto – come si vedrà in séguito – che rap-
presenta uno scandalo sia per l’ermeneutica freudiana, sia per le tradizionali ca-
tegorie interpretative del sapere antropologico.
Alle donne di Civitella, dunque, uniche sopravvissute all’eccidio, è de-
mandato fin da sùbito il difficile e doloroso còmpito della conservazione e della
trasmissione della memoria della strage, evento originato da un lutto di immane
portata; e, in consonanza con quanto evidenziato dall’antropologa Nicole Lo-
raux a proposito delle «madri in lutto» della Grecia antica 10 , anche le vedove di
Civitella scelgono di affidare i proprî ricordi ad una narrazione collettiva degli
eventi che conducono al massacro del 29 giugno 1944. Contrapposta alla fram-
mentaria e spesso contraddittoria memoria partigiana, la memoria delle donne
di Civitella si mostra invece in tutta la sua coerenza e razionalità, nella sua e-
strema compattezza e condivisione all’interno della comunità.

gica di Giovanni Contini (Soprintendenza archivistica per la Toscana), Luciano Li Causi (Uni-
versità degli Studî di Siena) e Francesco Apergi (Comune di Scarperìa). Il lavoro di ricerca ha
preso avvio nei primi mesi del 2002, grazie alla partecipazione di un gruppo di ricercatori – lau-
reati e laureandi – provenienti in prevalenza dagli atenei di Pisa e Roma. La ricerca si è quindi
articolata e sviluppata, nell’arco di due anni, entro due distinti momenti: 1) un intenso fieldwork
antropologico, effettuato in varie riprese dai ricercatori fra il 2002 e il 2003, in cinque diverse
aree della Toscana interessate da stragi nazi-fasciste: Fivizzano, Sant’Anna di Stazzema, San
Miniato, Mugello e Civitella in Val di Chiana; 2) una consistente rilevazione etnografica com-
prendente la descrizione (mediante la produzione di documenti audiovisivi) di tredici comme-
morazioni pubbliche svoltesi in località colpite da eccidî nazi-fascisti (nel dettaglio, si tratta delle
celebrazioni ufficiali di Campo di Marte, Cavriglia, Crespino, Empoli, Filéttole, Le Matole, Nòdi-
ca, Padùle di Fucecchio, San Giuliano, San Miniato, San Terenzo Monti, Sant’Anna di Stazzema
e Vicchio). Tutta la documentazione raccolta e prodotta – comprendente un cospicuo quantitati-
vo di testimonianze audio- e videoregistrate su supporto analogico e digitale – è stata, al termine
della ricerca, catalogata e depositata presso la sede fiorentina dell’Istituto Storico della Resisten-
za in Toscana, dove è a tutt’ora conservata e disponibile per la consultazione. La schedatura ca-
talografica del materiale è consultabile sul sito Internet della Regione Toscana, all’indirizzo
http://www.cultura.toscana.it/eccidi/doc_fonti/censimento_fonti/index.shtml.
10 Cfr. LORAUX 1990.
Come in una tragedia classica di aristotelica concezione, il racconto col-
lettivo di Civitella cerca di condurre i sopravvissuti ad una sublimazione emotiva
del lutto ordinando i caotici eventi che precedono il massacro, individuando,
cioè, un principio, un logico sviluppo e una conclusione, coincidente –
quest’ultima – con l’arrivo dei tedeschi in paese; e, nella costruzione narrativa
dei sopravvissuti, sono indubbiamente le figure dei partigiani a determinare il
“punto zero” del racconto: infatti, l’intervento armato operato nel circolo ricrea-
tivo di Civitella, nel quale rimangono vittime tre soldati tedeschi, rappresenta
quasi invariabilmente il prologo della narrazione.
Ciò che, in effetti, sembra suggerire alla comunità dei superstiti
l’individuazione dei partigiani locali come unica e inoppugnabile causa del mas-
sacro tedesco è, prima di tutto, l’impellenza di trovare un capro espiatorio che
abbia i requisiti per portare lo stigma della colpa: i tedeschi sono a tutti gli effet-
ti i reali esecutori del massacro, ma – nell’ermeneutica popolare di Civitella – gli
uomini della «Hermann Göring», paradossalmente, di “umano” non hanno al-
cunché; piuttosto, sono spesso narrativamente caratterizzati dalla loro bestialità
e ferina crudeltà, persino da una demoniaca malvagità.
Inoltre, la figura del partigiano ben si presta a ricoprire il ruolo di capro
espiatorio anche per lo status sociale e culturale rivestito: dal punto di vista dei
sopravvissuti, il partigiano rappresenta infatti una figura liminale, una presenza
che, per certi versi, ha il diritto di ritenersi appartenente alla comunità ma, per
certi altri, non può assolutamente farvi parte; a Civitella, i partigiani sono indi-
vidui di giovane età ben conosciuti da tutti ma, contemporaneamente, sono da
tutti temuti e tenuti a distanza in quanto “ribelli”; il partigiano è, in sintesi, uno
«straniero interno» 11 , ossia un ossimorico elemento comunitario al contempo
accettato e rifiutato dalla società.
La memoria sociale del massacro può essere indagata anche da un punto
di vista testuale, attraverso l’analisi di alcuni segni linguistici dalla particolare
funzione pragmatica: i tempi verbali. Nel passaggio dall’oralità alla scrittura –
avvenuto, per così dire, “ufficialmente” nel 1994 con la pubblicazione di Giugno
1944. Civitella racconta, un’opera di storia locale curata da Ida Balò, figlia di
una delle vittime dell’eccidio – i tragici momenti del massacro di Civitella ven-
gono costantemente riattualizzati e vivificati mediante un uso strategico di for-
me verbali al tempo presente – o tempo «commentativo», secondo la definizio-
ne datane dal linguista Harald Weinrich 12 – suscitando così tensione e pathos
narrativi in chi riceve la comunicazione. Ma, al di là di ogni ipotetica velleità let-
teraria, si può certamente credere che il raccontare al presente un drammatico
evento trascorso ormai da mezzo secolo lasci trasparire il fatto che, nel ricordo
dei sopravvissuti, i cinquanta anni che separano l’oggi da quel lontano 1944 so-
no di fatto annullati.
Il racconto collettivo del massacro di Civitella ruota infine, sia nella di-
mensione orale che in quella scritta, attorno ad una serie di elementi “mitici”
che ne evidenziano la funzione simbolica. Si tratta di alcuni episodî esemplari –
l’eroica figura del parroco di Civitella ucciso dai tedeschi, un giovane soldato
“buono” che rifiuta di uccidere gli abitanti, un reduce di guerra che torna a Civi-
tella quaranta anni dopo l’eccidio per chiedere il perdono della popolazione e,

11 Cfr. POZZI 1993.


12 Cfr. WEINRICH 1964.
per intercessione del parroco, di Dio – che si inscrivono in una sfera semantica
religiosa cristologica e martirologica, potenziando così il proprio simbolismo e
contrapponendosi al “fallace” e contraddittorio pensiero laico della Resistenza e
delle istituzioni repubblicane.
Quelli accennati fino ad ora rappresentano gli elementi costitutivi della
narrazione collettiva elaborata dai sopravvissuti all’eccidio di Civitella. Un rac-
conto condiviso che potremmo oggi definire come il «mito» della strage di Civi-
tella in Val di Chiana. Occorre però una precisazione: lungi dal far riferimento a
criterî di verità o di falsità, l’accezione del termine mythos che qui si propone è
non quella che tenderebbe a mettere in risalto un ipotetico carattere fantastico e
finzionale della narrazione collettiva dei sopravvissuti; al contrario, e in accordo
con una definizione datane dal mitografo Julien Ries, il mito è qui inteso come
«una rappresentazione collettiva d’origine sociale e in vista di un’azione sociale
[…]» 13 . Il mito, nel suo significato più radicale, «non si riduce a un semplice rac-
conto, ma è il prodotto di un pensiero collettivo e l’oggetto di una credenza col-
lettiva […]. Il valore del mito è la sua forza di coesione che si comunica ai mem-
bri del gruppo; il mito produce una comunione» 14 .
Il mito di Civitella in Val di Chiana costituisce, insomma, uno strumento
e una possibilità di aggregazione sociale; si tratta di un’istituzione culturale la
cui funzionalità risiede principalmente nel simbolismo religioso di cui è pervasa:
è infatti a partire dall’accettazione e dalla condivisione dei significati riposti nel
mito dell’eccidio che la comunità dei superstiti di Civitella rifonda la propria i-
dentità collettiva.
Ma soprattutto, il mito elaborato dai sopravvissuti – frutto della compar-
tecipazione di molte memorie individuali – trova la sua compiuta realizzazione
in quella controparte esteriore, culturale e ricorsiva che è rappresentata dal rito,
ovvero dalla commemorazione pubblica delle vittime, ricorrenza annuale che,
dal 1945 ad oggi, mette in relazione popolazione e autorità nel ricordo istituzio-
nale dei defunti.
Una relazione difficile, quella fra la comunità dei sopravvissuti e le istitu-
zioni politico-amministrative: la ferma intenzione dei superstiti di ricordare
pubblicamente i loro morti come semplici e laboriosi uomini caduti per una cau-
sa mai sposata né combattuta, si è scontrata, fin dall’immediato dopoguerra,
con la volontà – mostrata da parte delle autorità – di dare un’immagine delle
vittime dell’eccidio assimilabile a quella di tanti eroi combattenti della Resisten-
za.
L’attrito fra memoria locale e memoria istituzionale fa dunque la propria
comparsa anche in àmbito commemorativo e pubblico: la popolazione di Civi-
tella rifiuta con decisione, nel 1963, l’assegnazione di una medaglia d’oro al va-
lor militare da parte del Comune, richiedendo invece una medaglia al valor civi-
le; nel 1969, durante le celebrazioni ufficiali per il venticinquesimo anniversario
della strage, un oratore – ex combattente e partigiano – presente sul palco degli
invitati d’onore viene cacciato dalla piazza per aver istituito un paragone fra la
condizione di Civitella e quella del Vietnam.
Secondo una visione antieroica e martirologica delle vittime dell’eccidio,
la comunità dei sopravvissuti – rifiutando recisamente ogni interferenza da par-

13 Cfr. RIES 2005, p. 24.


14 Ibidem.
te delle istituzioni filoresistenziali – ha per lunghi anni gestito autonomamente
la memoria ufficiale dei proprî morti; e lo ha fatto mediante atti e simboli reli-
giosi di matrice cristiana, annualmente riproposti in occasione della commemo-
razione pubblica. Come recentemente sottolineato da Tommaso Tonioni, attuale
parroco di Civitella, «[…] fin da dopo l’eccidio si è sempre cercato di ricordare
questo giorno più che nelle manifestazioni esteriori, che talvolta possono cadere
nella retorica… ecco, l’abbiamo voluto ricordare soprattutto nel raccoglimento e
nella preghiera» 15 .
A Civitella in Val di Chiana, sono per di più gli artefatti commemorativi
del massacro e la toponomastica stessa – vere e proprie manifestazioni di una
memoria esteriore – a rendere esplicito e nitido il linguaggio tramite cui il tragi-
co evento del 29 giugno 1944 è rappresentato: la piazza e la via principali del pa-
ese sono rispettivamente intitolate a “Alcide Lazzeri” – il parroco ucciso dai te-
deschi durante la strage – e ai “Màrtiri di Civitella”; la piazza principale accoglie
sia il “Monumento ai Màrtiri di Civitella”, sia una statua raffigurante san Fran-
cesco d’Assisi – oggi univocamente assurto a simbolo di pace e fratellanza; sulla
piazza si affaccia anche la “Porta della Pace”, monumentale entrata della chiesa
di santa Maria Assunta, recante la parola PACE in ventidue diverse lingue.

In conclusione, le pagine del presente lavoro intendono proporre un per-


corso. Un particolare iter culturale di cui la comunità dei sopravvissuti
all’eccidio di Civitella in Val di Chiana ha intrapreso il cammino; un cammino
durato più di mezzo secolo che, originando da un lutto di immani proporzioni, è
passato attraverso l’elaborazione di un mito e di un rito dalle funzioni catarti-
che, per giungere, infine, ad una memoria sociale e culturale espressa per mezzo
di un linguaggio religioso.
La prospettiva generale entro cui questo lavoro si colloca è sicuramente
ibrida e trasversale, e non per scelta ma per necessità: è l’oggetto della ricerca
stesso, nella sua complessità, a richiederlo. Perciò vengono chiamati in causa gli
strumenti ermeneutici dell’antropologia come della linguistica e della narratolo-
gia, della psicoanalisi come della sociologia e dell’etnopsicologia.
A mo’ di raffigurazione onnicomprensiva degli argomenti ivi trattati e di-
scussi, sembra comunque una metafora pertinente quella de La parola e il ge-
sto, giacché queste sono le due primitive, essenziali e significative immagini che
raffigurano la comunicazione in quanto urgenza assolutamente umana; non
meno importante appare il fatto che sia l’una che l’altro siano sempre cultural-
mente compresenti e compenetrati, dicotomica sinergia atta a formalizzare i
contenuti dell’informazione.
La memoria sociale e culturale del massacro di Civitella si dà – appunto –
attraverso parole e gesti, ossia per mezzo di un racconto collettivo della strage,
estremamente formalizzato e condiviso fin nei minimi particolari da tutti i so-
pravvissuti, e tramite una riattualizzazione annuale dell’evento, ovvero la com-
memorazione pubblica dell’eccidio. Parole e gesti che corrispondono in tutto e
per tutto a quelle primordiali istituzioni di natura sociale e culturale che sono il
mito e il rito, fondamenti stessi del pensiero religioso.

15 Testimonianza di Tommaso Tonioni. Intervista rilasciata in data 29 giugno 2002 a Civitella in

Val di Chiana (intervistatore: Federico Melosi).


[…] a monte di tutto questo, io avrei
vissuto in seno alla mia famiglia, avrei condot-
to la mia vita normale, avrei sepolto normal-
mente i miei genitori come fanno tutti e non
avrei questo trauma che ogni tanto mi porta i
fantasmi nei sogni la notte.

Dino Tiezzi
CAPITOLO PRIMO

L’APOCALISSE

UN «PICCOLO MONDO ANTICO»


Negli ultimi giorni di primavera del 1944, la comunità di Civitella in Val
di Chiana vive ancora la propria quotidianità immersa in quella lenta ciclicità
del tempo agreste che caratterizza tutto il paesaggio rurale italiano nella prima
metà del secolo XX.
Una profonda consuetudine e una relativa immobilità dei rapporti sociali
appaiono come la diretta conseguenza di un’economia locale che, ormai da tem-
po immemore, trova un redditizio fondamento nella pratica di due specifici tipi
di sussistenza, entrambi legati all’antico e stretto rapporto fra l’uomo e la terra:
da una parte, la piccola proprietà terriera, esercitata là dove la coltivazione su
larga scala può risultare improduttiva o di difficile applicazione; dall’altra, il si-
stema mezzadrile, molto diffuso in pianura e su qualche ricco terreno collinare
(e che, inoltre, prevede, quale forma salariale, la divisione del raccolto fra il pa-
drone del podere e i braccianti che lavorano al suo servizio).
In un verdissimo paesaggio, dominato in prevalenza da olivi e vigneti, ri-
goglioso di boschi e disseminato di borghi rurali, quasi tutte le numerose case
coloniche sparse nella campagna sono abitate dalle famiglie dei mezzadri: spes-
so si tratta di nuclei familiari allargati a struttura patriarcale composti da nume-
rosi fratelli che vivono e lavorano insieme con le mogli, i figli e i genitori.
Se le case e i poderi isolati della zona sono occupati dai mezzadri e dalle
loro famiglie, la maggior parte di coloro che invece risiedono all’interno della
cinta muraria di Civitella è rappresentata dai braccianti, operaî agricoli che quo-
tidianamente si recano a lavorare presso il terreno o la fattoria di qualche mez-
zadro del circondario.
Alla fine di una giornata lavorativa – ma, in generale, nell’intero arco del
trascorrere stagionale – il tempo per socializzare o semplicemente oziare in
compagnia non è poi molto. Perciò, rari momenti di questo tipo vengono con-
centrati e ritualizzati nelle serate invernali di «veglia» 1 oppure nei grandi pranzi
collettivi di inizio e fine estate (che rispettivamente coincidono con quelle grandi
“cerimonie” agresti che sono la battitura del grano e la vendemmia dell’uva).

1«Nel corso delle “veglie” qualcuno leggeva da un libro ad alta voce (il libro poteva essere I Reali
di Francia, ma anche la Gerusalemme liberata) oppure si raccontavano “storie di paura” o no-
velle; talvolta si “cantava di poesia”» (cfr. CONTINI 1997, p. 24).
Nel 1944, il borgo di Civitella in Val di Chiana accoglie circa trecento abi-
tanti 2 ed appare – per coloro che abitano entro le sue mura, ma soprattutto agli
occhi di chi risiede nella campagna circostante – una piccola città: un aggregato
urbano dalle ridotte dimensioni ma del tutto autosufficiente, ben organizzato e
in grado di offrire un buon numero di servizî.
Nonostante la massiccia presenza di braccianti al suo interno, il paese, ol-
tre ad alcuni proprietarî terrieri, ospita infatti anche molti artigiani che lavorano
presso la propria bottega. Così, all’occorrenza, si possono trovare il falegname, il
fabbro, il muratore, il calzolaio; e ancora, il meccanico, l’orologiaio, il barbiere e
il sarto 3 .
Inoltre, una vera e propria dimensione “urbana” di Civitella è data dalla
presenza di una casa di accoglienza per anziani dotata di attrezzature ospedalie-
re – il “Ricovero Becattini” – dove esercitano la professione un medico, alcune
infermiere e una levatrice; un asilo infantile; una scuola elementare (frequenta-
ta anche dai bambini delle vicine frazioni) in cui insegnano due maestri; un lo-
cale adibito a luogo di ritrovo e circolo ricreativo, il “Dopolavoro dei Combatten-
ti”; infine, una locanda con funzioni alberghiere, due negozî di generi alimentari
ed una macelleria che non soltanto rifornisce di carni tutta la zona circostante,
ma si occupa anche dello smistamento della celebre carne “chianina”, destinata
ad una vasta piazza che include popolose città quali Arezzo e Montevarchi.
Se nei primi anni del secolo XX il «piccolo mondo antico» 4 di Civitella in
Val di Chiana rappresenta una sorta di centro gravitazionale – sia economico
che politico – per l’area che la circonda (caratteristica, questa, generalmente in-
trinseca ad ogni centro abitato rispetto alla campagna, di solito più dispersiva e
disomogenea), la situazione si mostra notevolmente cambiata negli anni Qua-
ranta: a cominciare dall’episodio che vede il trasferimento della sede municipa-
le 5 da Civitella a Badia al Pino, ricca e densamente abitata frazione della pianura
sottostante, (episodio, questo, avvenuto nel primo dopoguerra e per lungo tem-
po mal digerito dalla popolazione 6 ), l’antico borgo “cittadino” viene vieppiù per-
dendo la sua originale e prestigiosa posizione di predominio sul territorio.

2 I dati contenuti nel censimento della popolazione effettuato nel 1931 riportano un totale di tre-
centotre persone residenti nel centro abitato (di cui centosessanta femmine e centoquarantatre
maschi). La documentazione relativa al censimento è conservata e disponibile per la consulta-
zione presso l’Archivio del Comune di Civitella in Val di Chiana.
3 «Tra questi si distinguevano tipi geniali che operavano con uno spiccato senso artistico. Come

non ricordare gli imbianchini-pittori e i fabbri Caldelli, i calzolai Marsili, i falegnami Scaletti e
Giovannetti, l’arguto “Memmino” tuttofare e i muratori Bonichi con il simpatico “Ballino”, scal-
pellino abile e creativo?» (cfr. BALÒ VALLI 1994, p. 12).
4 Ivi, p. 3.
5 «Non era ancora finita la guerra […] che alcuni consiglieri con a capo il Podestà Lippi Alfredo

riuscirono a far mettere all’ordine del giorno nella seduta del 7 maggio 1917 il trasferimento del-
la sede comunale a Badia al Pino […]. Questa deliberazione fu ratificata dal Consiglio provinciale
il 2 luglio successivo ed il decreto governativo fu emanato il 5 gennaio 1918» (cfr. BIAGINI 1981,
p. 139).
6 «Fu veramente un tiro birbone, soprattutto per il momento in cui fu perpetrato […]. Natural-

mente il malcontento in paese fu grande. Vi furono delle proteste, ma gli uomini più validi erano
alla guerra ed i carabinieri non ebbero a faticare molto per riportare la calma» (ibidem); e, inol-
tre: «Civitella rimaneva nominalmente capoluogo di Comune, anche se la sede, con un tiro man-
cino mai dimenticato dai fieri abitanti, era stata trasferita, durante la prima guerra mondiale, a
Badia al Pino» (cfr. BALÒ VALLI 1994, p. 11).
Dopo la caduta del regime mussoliniano, nel settembre del 1943,
l’entusiasmo nei confronti del fascismo e l’adesione alla neonata Repubblica So-
ciale Italiana sono a Civitella pressoché inesistenti. La stessa carica pubblica di
segretario locale del Partito Nazionale Fascista viene assunta con scarsa convin-
zione nei primi anni Quaranta da Luciano Gambassini, medico della condotta di
Civitella in Val di Chiana, per di più vero e proprio punto di riferimento per
l’organizzazione della Resistenza locale fra il 1943 e il 1944, e successivamente
da Eliseo Bonichi, anch’egli simpatizzante per i movimenti di liberazione nazio-
nale.
Una tale mancanza di interesse e di partecipazione – da parte di coloro
che assumono incarichi ufficiali quanto da parte della popolazione tutta – alla
vita politica intesa come «manifestazione di una nuova società di cittadini, e-
mancipata dai rapporti sociali tradizionali, familiari, di clan, e dalla deferenza
verso i potenti» 7 è certamente da mettere in relazione ad almeno due importanti
fattori: primo fra tutti, il decentramento geografico (e, di conseguenza, psicolo-
gico e sociale) di Civitella in Val di Chiana rispetto ad Arezzo, capoluogo di pro-
vincia e centro irradiatore di informazione e attività politica; in secondo luogo,
si deve considerare il fatto che gli abitanti del paese vivono ormai nella certezza
di un imminente arrivo dell’esercito inglese alleato e ripongono fiducia e spe-
ranza in una sempre più vicina liberazione dalla forza occupante tedesca.

“RENZINO”
Come in molte altre province d’Italia, anche intorno ad Arezzo, a partire
dagli ultimi mesi del 1943, prende avvio l’organizzazione di quel movimento di
liberazione nazionale che segnerà la nascita di grandi e piccole formazioni pa-
ramilitari costituite da giovani resistenti di varia estrazione sociale e apparte-
nenza politica.
Nonostante l’esercito della Wehrmacht in ritirata abbia un’immagine di-
storta e ingigantita della Resistenza italiana (e ciò è dovuto sia al carattere clan-
destino delle bande partigiane sia al metodo di guerriglia da esse adottato per
respingere il nemico, basato su azioni a sorpresa rapide e frequenti, tese a diso-
rientare il nemico), pur tuttavia uno sviluppo progressivo ed unitario della Resi-
stenza aretina appare ostacolato fin da sùbito da una serie di difficoltà.
Sul finire del 1943, Arezzo viene ripetutamente bombardata
dall’aviazione inglese (alla conclusione del secondo conflitto mondiale, sarà
questa infatti la città toscana a riportare le distruzioni maggiori) e quasi tutta la
popolazione è costretta allo sfollamento verso le campagne o verso i vicini paesi
collinari; ed è proprio a causa del generale spopolamento e della inservibilità
funzionale del capoluogo che i comandi partigiani della zona non riescono a
svolgere una attività pianificata ed estesa sul territorio.
Si delinea, per tanto, una situazione locale in cui, assieme a formazioni
partigiane ben organizzate ed estremamente attive – come, ad esempio, la XXIII

7 Cfr. CONTINI 1997, p. 27.


Brigata garibaldina “Pio Borri” – operano nella provincia aretina numerose altre
«bande esterne» (secondo la definizione datane dallo storico della Resistenza
Ivo Biagianti), variabili nel numero dei componenti e nelle aree di competenza,
ma soprattutto prive di collegamenti stabili o di un qualsiasi coordinamento
proveniente dall’alto, venendo a mancare un organo direttivo a tal fine preposto
per via, come si è detto, dell’inusufruibilità del centro urbano di Arezzo.
La carenza di armi e munizioni costituisce un’altra grave difficoltà che
tutte le bande aretine sono costrette ad affrontare: possibili risoluzioni a tale
problema diventano allora i ripetuti e veloci attacchi, proprî della lotta di guer-
riglia, portati dai partigiani ai veicoli militari tedeschi in spostamento (le così
dette “staffette”) e ai depositi e magazzini installati dalla Wehrmacht nella zona,
oppure le notturne incursioni presso le guarnigioni e le caserme repubblichine.
Probabilmente, una migliore comprensione del funzionamento interno di
questo tipo di bande partigiane può derivare dalla lettura di alcune annotazioni
contenute nel diario di guerra del capitano Rowbottom, comandante del «South
Staffordshire Regiment». Con queste parole, il comandante inglese – combat-
tente scelto ed estremamente preparato da un punto di vista strategico-militare
– commenta, non senza un certo sarcasmo, il rapporto fra i partigiani che com-
pongono una di queste formazioni: «[Il comandante] riscuoteva la fiducia e il
rispetto dei suoi uomini pur senza essere in grado o senza voler imporre la di-
sciplina. Privo di discernimento ma non di coraggio, talvolta era difficile farlo
recedere da azioni spericolate che avrebbero causato delle perdite senza permet-
tergli di raggiungere l’obiettivo […]. La disciplina militare, come noi la cono-
sciamo, era assente. Il capo doveva discutere molto e rimbeccare i suoi uomini
per riuscire a far conoscere quali erano i suoi piani. I rudimenti della tattica e-
rano trascurati al punto che danneggiavano tutta la banda […]» 8 .
Una delle bande autonome che operano a cavallo fra la provincia di Arez-
zo e quella di Siena, è la formazione partigiana “Renzino”, che agisce anche nel
territorio di Civitella in Val di Chiana. La “Renzino”, che prende il nome da un
toponimo della zona 9 , si configura come una banda composta prevalentemente
da giovani renitenti alla leva, fuggiaschi e prigionieri di guerra evasi dai campi
di concentramento della zona. Gestita e coordinata autonomamente dal coman-
dante Edoardo Succhielli (che, a sua volta, assumerà proprio l’appellativo di
“Renzino” a mo’ di soprannome da battaglia), questa formazione sembra acqui-
sire una struttura propriamente militare piuttosto tardi: le armi cominciano ad
essere disponibili per tutti i componenti della formazione solamente tra la fine
di maggio e l’inizio di giugno del 1944.
La banda di Succhielli appare dunque complessivamente ben poco longe-
va, se si pensa che gli eventi principali che coinvolgono la “Renzino” – primo fra
tutti, la sparatoria al “Dopolavoro dei Combattenti” di Civitella in Val di Chiana
– sono concentrati nel mese di giugno e la liberazione di Arezzo avviene appena
poche settimane più tardi, nella metà di luglio del 1944.

8 Trad. cit. in CONTINI 1997, pp. 32-33.


9 «La stessa denominazione “Renzino”, che il comandante assunse e che poi si estese a tutta la
formazione, sta a indicare la volontà di erigersi a vindice delle atrocità commesse dai fascisti
nell’aprile del 1921 a Renzino appunto, una borgata vicino a Foiano della Chiana, la cittadella
rossa dove una banda di squadristi, dopo aver scorrazzato con minacce, violenze e intimidazioni
per la Val di Chiana, si scontrò con un gruppo di contadini esasperati e ne assassinò più di una
decina» (cfr. BIAGIANTI, Ivo, “Introduzione”, in SUCCHIELLI 1979, p. 13).
«HANDE HOCH!»
Il 18 giugno del 1944 è domenica. A Civitella in Val di Chiana il cielo è co-
perto da nuvole scure e una leggera ma insistente pioggia ha cominciato a cade-
re fin dalle prime ore del giorno.
Sono circa le due del pomeriggio quando Giovan Battista Rossi, un vec-
chio fattore che abita insieme alla famiglia in una grande casa colonica poco sot-
to al colle di Civitella, ode qualcuno bussare alla porta d’ingresso: sulla soglia
compare un gruppo di giovani militari tedeschi, armati ma apparentemente pri-
vi di mezzi di locomozione. Sono in nove: probabilmente si tratta di una piccola
compagine in ritirata o forse sono soldati allo sbando che attendono un ricon-
giungimento con il proprio reparto di appartenenza.
Giudicando l’abitazione della famiglia Rossi situata in una posizione ap-
partata e discreta, i tedeschi chiedono di utilizzare la cucina e di poter allestire
un alloggio provvisorio nella capanna adiacente alla casa. Nel frattempo, i mili-
tari si soffermano ad osservare il borgo di Civitella che si erge sulla collina di
fronte discutendo fra loro. Al termine della discussione, sembrano prendere la
decisione di dividersi: cinque di loro resteranno in casa a preparare la cena
mentre gli altri quattro si recheranno in visita al paese. Così, sotto un cielo cupo
e una pioggia che cade ad intermittenza, i quattro soldati si incamminano per-
correndo la sinuosa strada che conduce fino a Civitella.
Mentre i tedeschi entrano in paese dall’ingresso di Porta Aretina – che,
insieme a quello di Porta Senese, costituisce uno dei due principali accessi al
centro abitato – sulla grande piazza di Civitella sono presenti diverse donne che
stanno scambiando qualche parola, essendosi attardate all’uscita dalla chiesa,
dopo il rito domenicale della messa. Gli uomini escono invece per recarsi al cir-
colo ricreativo del paese, il “Dopolavoro dei Combattenti”, abituale luogo di ri-
trovo pomeridiano e serale.
Sulla piazza sta passeggiando, con altre donne del paese, anche la giovane
Ada insieme alla figlia, la piccola Rosaria, quando uno dei tedeschi avvicina la
bambina, la solleva da terra e la prende fra le braccia. Il soldato fa capire alla
madre che anche lui, in Germania, ha una moglie e una figlia, entrambe in atte-
sa del suo ritorno. Così, mentre l’animo inizialmente turbato delle madri si ac-
quieta, il gruppo dei tedeschi fa il suo ingresso al circolo ricreativo: anche se il
locale non è gremito come di consueto, i non molti avventori reagiscono alla vi-
sta dei soldati con sguardi tesi ed interrogativi; tuttavia, i militari mostrano un
atteggiamento tranquillo e pacifico, abbandonando le armi sul tavolo e ordinan-
do da bere. A questo punto, c’è addirittura qualcuno fra gli astanti che cerca la
conversazione con il “nemico”.
Termina intanto il pomeriggio e il circolo chiude per qualche ora, fino alla
successiva apertura serale. Tutte le famiglie di Civitella si riuniscono per la cena
ed anche i soldati, dopo aver manifestato agli avventori l’intenzione di ritornare
al circolo in serata, salutano i presenti e riprendono il cammino verso la casa del
fattore Rossi, dove i loro commilitoni li stanno attendendo.
Fra coloro che, durante il pomeriggio appena trascorso, hanno notato
l’arrivo di alcuni militari tedeschi a Civitella, c’è anche Vasco Caroti, un giovane
di venticinque anni, abitante del luogo e renitente alla leva che ormai da qualche
giorno è entrato a far parte della locale formazione partigiana “Renzino”, e il
dottor Luciano Gambassini, medico di professione impiegato presso il “Ricovero
Becattini” e attivista politico palesemente schierato dalla parte dei resistenti.
Non appena il giovane Vasco nota la presenza dei tedeschi in paese, si re-
ca dal dottor Gambassini il quale, con una certa pressione, consiglia al ragazzo
di affrettarsi verso il rifugio dei partigiani della “Renzino” (che in quei giorni ha
la sua sede temporanea presso Cornia, una minuscola e isolata frazione situata a
pochi chilometri da Civitella) per avvertirli.
Tendere un agguato a quei soldati potrebbe assicurare al comandante
Succhielli e ai suoi uomini un sicuro approvigionamento di armi, la mancanza
delle quali costituisce uno dei problemi maggiori – se non il maggiore – della
“Renzino”.
In un primo momento, Succhielli sembra voler evitare qualsiasi azione
che coinvolga il paese, al fine di non suscitare alcun pretesto per una possibile
rappresaglia tedesca e salvaguardare così l’incolumità della popolazione. Ciò
nonostante, Vasco insiste con i suoi compagni per una azione immediata e, in
serata, il comandante Succhielli, accompagnato da alcuni membri della “Renzi-
no”, si presenta a Civitella.
Sono da poco passate le vénti quando, da Porta Aretina, quattro tedeschi
fanno nuovamente ingresso al paese, dirigendosi subito verso il circolo “Dopola-
voro” (soltanto uno di questi però fa parte dello stesso gruppo che ha visitato Ci-
vitella nel pomeriggio); quasi nello stesso momento, un piccolo gruppo di parti-
giani accede al centro abitato passando per Porta Senese e si riunisce nello scan-
tinato dell’abitazione della famiglia Caroti, con l’intenzione di discutere le mo-
dalità di azione. Nel frattempo, Vasco viene mandato in cerca dei tedeschi e, una
volta individuata la loro presenza al circolo, torna da Succhielli e riferisce.
Adesso, ai partigiani si presentano due ipotesi di assalto: attaccare i sol-
dati più tardi, nei pressi della casa del fattore Rossi, o sorprenderli mentre sono
al circolo?
Dopo avere a lungo discusso, agire all’interno del “Dopolavoro” sembra a
tutti l’ipotesi migliore…
Alle nove, il familiare suono di campana della chiesa di santa Maria As-
sunta segna con un solo grave tocco la fine del giorno. Sotto una pioggia che
continua a cadere ad intervalli, le strade di Civitella sono deserte. A quest’ora, il
circolo ricreativo è affollato: c’è chi siede al tavolo giocando a carte, chi conversa
bevendo un bicchiere di vino, chi ascolta la radio. Anche i tedeschi sono seduti,
il bicchiere in mano e le armi appoggiate al muro.
Intanto, i partigiani guidati da Succhielli sono usciti dalla casa di Vasco e,
fiancheggiando silenziosamente muri e porticati per non essere notati, si sono
appostati sull’ingresso del locale.
All’interno del circolo, nel salone principale, uno dei tedeschi si è sposta-
to dal proprio tavolo e sta cercando, con l’aiuto di un ragazzo del paese, di sin-
tonizzare il voluminoso apparecchio radiofonico posto nell’angolo della sala. Un
altro soldato si è invece alzato dalla sedia ed è passato nella piccola stanza per la
mescita adiacente al salone principale.
Vasco entra nel salone e, dopo aver individuato e contato i tedeschi pre-
senti, fa un cenno a Succhielli, che sta attendendo sulla porta. Questi entra a sua
volta, portandosi in fondo alla stanza e fermandosi accanto ai soldati seduti.
Succhielli estrae allora la pistola, la punta verso i militari ed ingiunge loro di ar-
rendersi intimando in tedesco il “mani in alto”.
Tutto accade in maniera repentina e confusa: in un primo momento, i
soldati sembrano obbedire all’ordine del comandante della “Renzino”, poi im-
provvisamente reagiscono cercando le armi precedentemente abbandonate. Si
ode un colpo di pistola, poi un altro. Tutti i partigiani adesso sono entrati nel sa-
lone e gli spari si moltiplicano. Istintivamente, chi non è in prossimità
dell’entrata e non può fuggire per strada si getta a terra coprendosi la testa con
le mani. Nella generale confusione che si viene a creare, il tedesco che si era pre-
cedentemente spostato nella stanza per la mescita è riuscito intanto a nascon-
dersi sotto il bancone, insieme al gestore del circolo e a sua moglie. I partigiani
fuggono velocemente dal locale e corrono imprecando verso Porta Senese.
Fra il silenzio terrorizzato degli uomini e le urla incontrollate delle poche
donne presenti, chi è rimasto dentro al locale assiste ad una scena orribile: due
tedeschi giacciono esanimi sul pavimento ed un terzo, accasciato al suolo, emet-
te gemiti di agonia cercando l’aiuto dei presenti. A questo punto, tutti fuggono
in preda al panico.
Nessuno si è accorto del tedesco che si è nascosto dietro al bancone per la
mescita. Sarà proprio lui ad attendere il ritorno della calma e del silenzio per ca-
ricarsi il soldato ferito sulle spalle ed uscire dal paese, dirigendosi verso la casa
dei coniugi Rossi. Qui, il gruppo di commilitoni tedeschi rimasti, presterà le
prime approssimative cure al compagno moribondo e si allontanerà in seguito,
probabilmente verso il comando tedesco o in cerca del più vicino ospedale mili-
tare.

RAPPRESAGLIA?
La mattina seguente all’uccisione dei tedeschi al circolo “Dopolavoro”, il
19 giugno, quasi tutti gli abitanti di Civitella, raccolte le poche cose necessarie
alla loro sopravvivenza, fuggono dal paese impauriti dall’eventualità di una rap-
presaglia tedesca alla quale credono ormai di non potersi più sottrarre. Intere
famiglie si allontanano verso la campagna o verso qualche borgo delle vicinanze
dove molti sono i parenti o gli amici che possono offrire loro ospitalità e riparo.
A Civitella, intanto, i cadaveri dei due tedeschi giacciono ancora
all’interno del circolo. Nessuno è entrato nel locale dalla sera precedente. Il par-
roco di Civitella, don Alcide Lazzeri, uno dei pochi rimasti in paese, si fa carico
insieme ad alcune infermiere del “Ricovero Becattini” della sistemazione e della
pulizia dei corpi, affinché possano esser predisposti a ricevere una degna sepol-
tura, secondo il rito cristiano.
Il giorno seguente, alle dieci del mattino, sulla piazza di Civitella compare
un’automobile a bordo della quale siede un ufficiale medico tedesco, giunto per
esaminare ed identificare i corpi dei giovani militari. In accordo con il desiderio
del parroco e della popolazione, l’ufficiale dispone che i due tedeschi vengano
sepolti nel cimitero del paese, situato pochi chilometri a valle.
La cerimonia funebre, officiata da don Alcide, si svolge il giorno stesso,
alle quattro del pomeriggio, in presenza di pochi paesani ed altrettanti militari
tedeschi.
Al termine del rito, un ufficiale tedesco avvicina Luigi Lammioni – un
funzionario municipale che si era preoccupato di raccogliere le generalità ana-
grafiche dei soldati uccisi – e gli ordina di riferire entro ventiquattro ore al co-
mando tedesco i nomi dei partigiani che hanno compiuto l’azione al “Dopolavo-
ro” e il luogo in cui si nascondono. Lammioni, temendo ritorsioni sia da parte
dei resistenti sia da parte dei tedeschi, deciderà di raccontare agli ufficiali del
comando che nessuno a Civitella conosce gli individui che hanno sparato al cir-
colo e che probabilmente si tratta di prigionieri di guerra evasi.
La giornata del 20 giugno, così drammaticamente densa di eventi per i
pochi abitanti che vi hanno partecipato, sembra finalmente volgere al termine,
quando, al tramonto, una nutrita schiera di tedeschi in uniforme sale a Civitella
in assetto da guerra: dopo aver perlustrato strade ed abitazioni, circa trenta per-
sone – per la maggior parte donne e ragazzi – vengono raccolte e raggruppate
sulla piazza del paese sotto la minaccia delle armi. Qualcuno pensa ad una de-
portazione alla volta della Germania, qualcuno crede invece che sia giunta la
tanto temuta rappresaglia tedesca. Tuttavia, nell’arco di una mezz’ora, tutti gli
ostaggi vengono rilasciati e i tedeschi, dopo aver concluso un’accurata perlustra-
zione del paese, ripartono da Civitella con i loro mezzi.
Il pericolo della vendetta tedesca sembra definitivamente scongiurato ed i
giorni che seguono questi intensi momenti di inquietudine e paura rappresenta-
no un lento ma progressivo ritorno alla normalità; fra il 25 e il 26 giugno, quasi
tutti coloro che erano precedentemente fuggiti da Civitella per timore di una
rappresaglia fanno finalmente rientro alle proprie abitazioni, riprendendo ogni
quotidiana attività.

L’APOCALISSE
Giunge così il 29 giugno, che da sempre rappresenta per la gente di Civi-
tella in Val di Chiana una ricorrenza di particolare importanza: in questo giorno
si celebrano infatti i santi Pietro e Paolo, patroni del paese.
I molti abitanti che dopo l’uccisione dei tedeschi al “Dopolavoro dei
Combattenti” erano fuggiti cercando rifugio da parenti o conoscenti in aperta
campagna per timore di una rappresaglia, hanno ormai quasi completamente
fatto ritorno alle proprie abitazioni.
Per di più, il podestà Guido Mammoli e il parroco don Alcide Lazzeri han-
no fatto sapere alla popolazione che il comando tedesco ha emesso un comuni-
cato in cui si ritengono gli abitanti del paese estranei all’azione partigiana del 18
giugno e che non si intende procedere ad alcuna rappresaglia nei loro confronti.
Tuttavia, poco dopo l’alba, fra le sei e mezza e le sette del mattino, mentre
una fitta foschia copre ancora la pianura, in paese comincia a correr voce che un
gran numero di tedeschi sta salendo a Civitella. Poi il terribile rumore degli spa-
ri, ed è l’inizio dell’apocalisse…
Le prime uccisioni avvengono per strada, all’esterno delle mura del paese.
Nonostante siano le prime ore del mattino, già molte famiglie sono uscite di ca-
sa e si stanno recando in chiesa per assistere alla prima funzione religiosa del
giorno, quella che ha inizio alle sette. Adele Falsetti e suo marito Giovanni stan-
no percorrendo insieme la strada che porta a Civitella quando vengono improv-
visamente affiancati da due soldati che intimano loro di seguirli proseguendo fi-
no al paese. Appena pochi passi e Adele si blocca impietrita sentendo un colpo
di arma da fuoco esploso dietro di lei: Giovanni è stato colpito alla nuca e giace
immobile al suolo. Sua moglie si affretta immediatamente a soccorrerlo, ma non
c’è più niente da fare.
Mentre decine di soldati armati di fucili e mitraglie stanno giungendo a
Civitella a bordo di camionette e motocicli, molti abitanti sono ancora nelle pro-
prie case: alcuni di essi sono prossimi ad uscire per andare in chiesa mentre altri
hanno deciso di dormire ancora un po’ e di partecipare alla funzione delle undi-
ci.
Elda Morfini e Gastone Paggi, due giovani e agiati coniugi, genitori di tre
figli, stanno ancora dormendo quando vengono svegliati da alcuni forti colpi
battuti alla porta di casa. Gastone scende le scale seguìto dalla moglie. Alcuni
tedeschi sono nel mentre già entrati in casa e stanno appiccando il fuoco
all’abitazione. Sopra l’ultima rampa di scale, Gastone si imbatte in un soldato
che prima lo ferisce gravemente all’addome con un moschetto e poi scarica al-
cuni colpi di mitragliatrice all’altezza della sua nuca, facendolo crollare mori-
bondo fra le braccia della moglie Elda che nel frattempo era accorsa in suo aiu-
to.
Intorno alle sette del mattino, Pilade Tiezzi è nella stanza da letto dei figli
Dino e Bruno (quest’ultimo infermo e bisognoso di particolari cure e attenzioni).
La moglie di Pilade, Giuseppa, è quasi giunta in chiesa per la messa quando sen-
te gridare da alcuni vicini che i tedeschi stanno arrivando in paese. Inutile è la
sua corsa verso casa per invitare il marito e i figli a fuggire da Civitella: Pilade
decide fermamente di restare in casa. Due tedeschi armati di fucile hanno intan-
to abbattuto la porta d’ingresso e stanno salendo le scale. Queste sono le parole
con cui Dino – sopravvissuto all’eccidio insieme alla madre – ricorda, a distanza
di oltre cinquanta anni, quei drammatici momenti: «[…] si stava lì, nell’attesa
che qualche d’uno entrasse e la prima cosa che vidi, vidi l’elmetto, di un tedesco,
che si affacciò, logicamente un po’ circospetto perché forse aveva paura di qual-
che sorpresa… dietro di lui ne venne un altro… quando si accorsero che eravamo
tre inermi, praticamente, alzarono il fucile… e io in quel mentre mi alzai dal let-
to… nell’alzarmi dal letto arrivai quasi a prendere qualche pallottola, sentii pro-
prio lo spostamento d’aria sui miei capelli delle pallottole che andarono a colpi-
re una mio padre, e era una pallottola esplosiva… lo devastò completamente… e
l’altra colpì alla fronte mio fratello… mio fratello cadde senza fare il minimo
cenno. Mio padre invece… rantolava. E allora venne mia madre per cercare di
rimettere a posto questa faccia devastata, proprio… dall’esplosione […]» 10 .

10Intervista di Silvia Paggi a Dino Tiezzi contenuta in La memoria divisa. Civitella della Chia-
na, 29 giugno 1944-1994, videoregistrazione allegata in supplemento a PAGGI 1996.
Intanto, nella chiesa di santa Maria Assunta, don Alcide ha da poco dato
inizio al rito religioso quando all’esterno si avverte il suono degli spari e si odo-
no le prime grida ed i primi lamenti. D’improvviso, la grande porta centrale del-
la chiesa viene spalancata con violenza da un gruppo di soldati che minacciano
con le armi il parroco e i presenti, intimando loro di uscire all’aperto. Qualcuno,
infilandosi rapidamente senza esser visto nella canonica, in sagrestia o passando
per una finestra sul cortile retrostante la chiesa, riuscirà a nascondersi e salvar-
si. Tutti coloro che sono invece costretti ad uscire sulla piazza – fra cui don Alci-
de, il quale chiede ai tedeschi di poter benedire ed assolvere dai peccati i suoi
paesani – assistono ad un macabro rituale: intorno alla piazza sono state predi-
sposte circa dieci mitragliatrici montate su cavalletti; una trentina di tedeschi
procede intanto nel contare gli uomini che sono stati trovati in chiesa e nel ra-
dunarli nei pressi della antica cisterna medioevale in gruppi di cinque. Quindi,
con scrupoloso e agghiacciante ordine, cinque uomini per volta vengono allinea-
ti sul selciato e uccisi singolarmente con un colpo alla nuca oppure tutti insieme
con una scarica di mitragliatrice. Gli ultimi ad essere disposti in fila, prima di
essere uccisi, dovranno attendere circa due ore.
Durante le esecuzioni che avvengono in piazza, vicino alla cisterna, alcuni
soldati stanno altrove provvedendo a dare alle fiamme le abitazioni con ordigni
incendiarî dopo avervi gettato dentro i corpi degli uomini uccisi per strada. Altri
soldati hanno invece il còmpito di allontanare tutte le donne e i bambini dal pa-
ese. Gli ordini ricevuti sono stati precisi ed i tedeschi obbediscono rigidamente:
uccidere tutti gli uomini. Tutti. Per tanto, anziani, infermi, spesso ragazzi, ven-
gono uccisi senza la minima esitazione.
Dunque, tutte quelle donne e quei bambini che erano per strada, in chie-
sa, nella propria casa, vengono cacciati con la forza dal paese, strappati ai loro
mariti, ai loro padri, ai loro fratelli, ed avviati fuori da Civitella in una «proces-
sione dolorosa» 11 verso la campagna o verso i boschi.
Soltanto diverse ore dopo il massacro le donne potranno ritornare in pae-
se e quello che si profilerà ai loro occhi sarà un orribile spettacolo fatto di fumo,
sangue e morte. Uno scenario apocalittico.

11 Cfr. CONTINI 1997, p. 63.


CAPITOLO SECONDO

LE FONTI

UN SILENZIO DOCUMENTARIO
In occasione del Convegno internazionale di studî In memory: per una
memoria europea dei crimini nazisti 12 , lo storico Michael Geyer poneva
all’attenzione dell’uditorio quello che, a tutt’oggi, risulta essere un tratto storio-
grafico peculiare dell’eccidio di Civitella in Val di Chiana: la quasi totale assenza
di carte e documenti di parte tedesca inerenti il massacro del 29 giugno 1944.
Nel corso del suo intervento al convegno, Geyer sosteneva che «l’eccidio
di Civitella […] resta un enigma. Dai documenti tedeschi non si ricavano indica-
zioni dirette né sui suoi artefici né sulle precise ragioni che li spinsero a
tanto» 13 ; pur tuttavia, lo studioso avanzava alcune ipotesi per spiegare una tale
scarsità documentaria, individuandone la contingenza in alcune cause principa-
li.
In primo luogo, dal punto di vista logistico e militare dell’esercito tedesco
occupante, la collocazione geografica di Civitella in Val di Chiana e dei suoi din-
torni si situava in una zona giurisdizionale di confine, una sorta di “terra di nes-
suno” in cui operavano in sovrapposizione sia la Decima che la Quattordicesima
armata della Wehrmacht: di conseguenza, le informazioni che da questa area
giungevano al comando tedesco erano scarse e frammentarie, giacché prove-
nienti da quella che per entrambe le divisioni militari in causa rappresentava
una zona periferica.
Secondariamente, per spiegare la mancanza di documenti tedeschi sulla
strage di Civitella è necessario prendere in considerazione – sostiene Geyer – il
tipo di formazione militare che operò il massacro del 29 giugno 1944: la Divi-
sione Corazzata Paracadutisti «Hermann Göring».
Si trattava di un corpo armato particolarmente militarizzato e ben equi-
paggiato materialmente, la cui «base di reclutamento era caratterizzata ideolo-

12 Il Convegno, tenutosi ad Arezzo nei giorni 22, 23 e 24 giugno 1994 e svoltosi presso la Biblio-

teca Comunale “Città di Arezzo”, ha costituito parte integrante delle celebrazioni organizzate in
occasione del cinquantesimo anniversario dell’eccidio di Civitella in Val di Chiana. Una selezio-
ne degli Atti del Convegno è stata pubblicata qualche anno più tardi in PAGGI 1997. La maggior
parte dei dattiloscritti originali degli interventi presentati al Convegno In memory sono deposi-
tati presso l’Archivio della Biblioteca Comunale “Città di Arezzo”.
13 Cfr. GEYER, Michael, “Civitella in Val di Chiana, 29 giugno 1944. Ricostruzione di un «inter-

vento» tedesco”, in PAGGI 1997, p. 27.


gicamente, vale a dire che si avvaleva in prevalenza di volontari o di giovani di
leva già iscritti alle associazioni naziste» 14 , per la maggior parte individui di età
variabile fra i diciassette e i diciotto anni appartenenti alle file della Hitlerju-
gend. Ne conseguivano modalità di combattimento e di esecuzione degli ordini
estremamente feroci e brutali.
Già nel mese di aprile del 1944, gli uomini della «Hermann Göring» si e-
rano distinti per la fanatica violenza con cui avevano massacrato la popolazione
del piccolo centro abitato di Vallùcciole (in questo caso, senza fare alcuna di-
stinzione fra uomini e donne, bambini ed anziani) e, dopo aver compiuto il mas-
sacro di Civitella, dimostreranno altrettanto fanatismo, in luglio, nello stermina-
re gli abitanti di Castelnuovo dei Sabbioni e di Meleto.
Dopo questa efferata sequenza di eccidî, la «Hermann Göring» verrà tra-
sferita sul fronte di guerra orientale e sarà proprio in questo frangente del se-
condo conflitto mondiale che la famigerata divisione tedesca subirà una serie di
ingenti decimazioni, fino al completo annientamento.
Secondo quanto sostiene Geyer, è proprio nella totale disfatta della
«Hermann Göring» – e, dunque, nella conseguente perdita della documenta-
zione da essa prodotta in merito alle azioni militari compiute in Italia – che ri-
siede una seconda possibile causa tale da spiegare la cronica scarsità di fonti
scritte di parte tedesca che caratterizza l’eccidio di Civitella in Val di Chiana.
In ultima analisi, Geyer sospetta che «la mancanza di documenti
d’archivio si possa anche spiegare con il fatto che i responsabili stessi dell’azione
non vi attribuirono una particolare importanza» 15 . In definitiva, nella violenta
ottica militare di una divisione come la «Hermann Göring», il massacro di Civi-
tella in Val di Chiana appariva niente più di uno fra i tanti “normali” e consueti
incarichi da svolgere, un compito di ordinaria amministrazione.
In termini paradossali, «ciò che per i cittadini di Civitella era la vita, per i
soldati della Divisione Corazzata Paracadutisti “Hermann Göring” era un lavoro
da sbrigare la mattina, per continuare a vivere la sera come se nulla fosse acca-
duto» 16 .

«STORIA» E «MEMORIA»: DOCUMENTI D’ARCHIVIO E FONTI ORALI


Ad un tale silenzio documentario si può far fronte soltanto prendendo in
considerazione – da un punto di vista tanto antropologico quanto storico – le
fonti di memoria orale; e, a ben guardare, praticamente tutta la documentazione
reperita o prodotta fino ad oggi sulla strage di Civitella in Val di Chiana ha
un’origine essenzialmente orale. Sebbene, nel corso degli anni, abbiano spesso
subìto una formalizzazione scritta, quasi tutti i documenti inerenti l’eccidio si
basano sui resoconti e sulle testimonianze orali dei sopravvissuti.

14 Ivi, p. 31.
15 Ivi, p. 34.
16 Ibidem.
È forse opportuno aggiungere che il Convegno aretino In memory ha co-
stituito, per altro, una feconda occasione per discutere ed – entro certi limiti –
rileggere e riformulare il conflittuale rapporto che alcuni studiosi hanno contri-
buito ad istituire tra fonti scritte e fonti orali, ovvero tra quella che una ormai
consolidata tradizione di cultura occidentale ha da tempo stabilito essere una
contrapposizione fra «storia» e «memoria»: tendente all’oggettività ed elitaria
la prima; popolare e scaturente dalla soggettività la seconda.
A proposito di un avvicinamento – in parte già avvenuto ed in parte au-
spicato per il futuro – fra storici dell’archivio e storici dell’oralità, scrive
l’antropologo John Gillis che «in questi ultimi anni del nostro secolo, vi è […]
motivo di ripensare al rapporto fra storia e memoria. Da un lato, i cultori di sto-
ria orale hanno mostrato che la memoria popolare è molto più dipendente dalla
storia scritta di quanto ci si potrebbe attendere. E hanno mostrato, insieme agli
studiosi di storia sociale, i vari modi in cui le memorie popolari possono arric-
chire le conoscenze storiografiche. Inoltre, è ormai chiaro che la memoria non è
un fatto spontaneo, una diretta espressione dell’esperienza vissuta, come si cre-
deva una volta. D’altro lato, la storiografia risulta essere molto meno oggettiva e
unitaria di quanto si immaginava una volta. Dal nostro attuale punto di vista,
sembra che la storia e la memoria non siano, dopo tutto, così lontane l’una
dall’altra, ma siano, in realtà, modi diversi ma interdipendenti di comprendere
il passato e di utilizzarlo per i nostri fini attuali. Esse non sono in competizione
fra loro, ma collaborano in un mondo moderno che difficilmente potrebbe fare a
meno dell’una o dell’altra» 17 .
Appare dunque còmpito imprescindibile, tanto per lo storico quanto per
l’antropologo, il prendere coscienza del richiamo che storia e memoria si lancia-
no continuamente, della sottile ma sempre presente commistione fra queste due
dimensioni del sapere. E se, da un lato, si continua a sostenere con forza la su-
periorità della storia scritta (poiché fondata su una disamina scientifica dei fatti)
su quella orale (che rischierebbe di consegnare allo studioso una visione sogget-
tivamente ricostruita e, dunque, “distorta” del passato), dall’altro si deve certa-
mente convenire sul fatto che, nel caso specifico di Civitella in Val di Chiana, «la
memoria comunitaria […] non si erge come interpretazione contrapposta rispet-
to a quella storiografica, ma di quest’ultima costituisce la fonte più importan-
te» 18 .
Dunque, un confronto sempre vivo fra le (scarse) fonti d’archivio e la
memoria orale dell’eccidio conservata dalla comunità di Civitella in Val di Chia-
na consentirà – allo storico come all’antropologo – di ricostruire sia i fatti della
storia locale sia l’interpretazione che di quei fatti hanno dato nel tempo i so-
pravvissuti alla strage, poiché «scopo della storia non è stabilire vuote serie di
fatti, ma decifrare il significato che i contemporanei vi lessero, per comprendere
non solo cosa avvenne nel passato, ma chi furono gli uomini, le donne e i bam-
bini che nel passato si trovarono a vivere, come interpretarono la loro esperien-
za, e perché» 19 .

17 Cfr. GILLIS, John, “Le famiglie ricordano. La pratica della memoria nella cultura contempora-

nea”, in PAGGI 1997, pp. 213-214.


18 Cfr. CONTINI 1997, p. 11.
19 Ivi, p. 12.
LE FONTI SULL’ECCIDIO DI CIVITELLA IN VAL DI CHIANA: FRA ORALITÀ E
SCRITTURA

Il primo documento ad essere stato prodotto, nell’immediato dopoguerra,


sulla strage di Civitella è costituito da un voluminoso fascicolo 20 di circa quat-
trocento pagine, contenente più di duecento testimonianze di sopravvissuti agli
eccidî di Civitella in Val di Chiana, Cornia e San Pancrazio (località, queste ulti-
me, situate a poca distanza da Civitella e colpite dalla ferocia della «Hermann
Göring» lo stesso 29 giugno 1944).
Le testimonianze in esso contenute furono raccolte in loco, fra l’autunno
del 1944 e l’inverno del 1945, da militari inglesi facenti parte di una speciale
commissione di inchiesta (nota come Special Investigation Branch) istituita
dall’esercito britannico su tutto il territorio italiano (ed in particolare dall’Ottava
armata inglese nella provincia di Arezzo) allo scopo di interrogare sopravvissuti
e testimoni oculari di stragi nazi-fasciste per reperire informazioni e far così luce
sui massacri operati in Italia dall’esercito della Wehrmacht.
Il fascicolo prodotto dagli uomini dello Special Investigation Branch è il
frutto di una inchiesta condotta con estremo rigore documentario, pur avendo
subìto una serie di manipolazioni linguistiche (infatti, la redazione finale del te-
sto è il risultato di una duplice traduzione: dal dialetto aretino ad una forma di
italiano standard e, infine, da questa all’inglese).
Questo documento costituisce a tutt’ora la fonte cronologicamente più vi-
cina ai drammatici eventi del giugno 1944; dunque, in un certo senso, rappre-
senta la ricostruzione più affidabile di una “verità” storica dell’accaduto.
Diciannove testimonianze di superstiti furono raccolte in séguito da Elda
Morfini – una delle sopravvissute all’eccidio – e pubblicate con il titolo La stra-
ge di Civitella 21 nel 1946 dallo scrittore Romano Bilenchi sulla rivista «Società»,
da egli stesso curata e diretta. Questo testo ha avuto un’immediata risonanza
europea, essendo stato prima tradotto in francese e pubblicato nel 1947 su «Les
Temps Modernes», rivista curata da Jean–Paul Sartre e, successivamente, tra-
dotto in inglese nel 1991 ed incluso nella pubblicazione «Cardozo Studies in Law
and Literature» 22 .
È bene osservare che, se nel caso delle testimonianze raccolte nel fascico-
lo prodotto dallo Special Investigation Branch si può ipotizzare una certa di-
stanza linguistica – dipendente dal lavoro di traduzione – rispetto alle dichiara-
zioni originali, nel caso delle testimonianze pubblicate da Romano Bilenchi ne

20 Il fascicolo reca il titolo Atrocities committed by German troops at Civitella, Cornia and San

Pancrazio. Public Record Office, London, W0204/11479. Una copia del documento originale
(conservato negli archivi dell’Imperial War Museum di Londra) è disponibile per la consultazio-
ne presso la Biblioteca Comunale di Civitella in Val di Chiana.
21 La medesima raccolta di testimonianze è stata poi pubblicata nuovamente in BILENCHI 1984,

pp. 251-289.
22 La traduzione inglese delle testimonianze è inoltre preceduta nella pubblicazione da un saggio

introduttivo di Victoria de Grazia e Leonardo Paggi dal titolo “Story of an Ordinary Massacre:
Civitella della Chiana 29 June, 1944”.
La strage di Civitella, la differenza appare più di carattere stilistico: si possono
notare, in effetti, un certo rimaneggiamento e una sorta di editing, per così dire,
letterarî, rispetto a quanto – con tutta probabilità – è stato in origine raccolto
oralmente da Elda Morfini 23 .
La produzione di memoria – quanto meno nella sua dimensione scritta –
sembra tacere fino alla fine degli anni Settanta, quando vengono pubblicati, a
breve distanza l’uno dall’altro, tre volumi di storia locale ad opera di Edoardo
Succhielli 24 (ex comandante della formazione partigiana “Renzino”), Enrico
Biagini 25 (parroco di Civitella negli anni Ottanta) e Luciano Gambassini 26 (me-
dico condotto di Civitella negli anni Quaranta e collaboratore della “Renzino”
durante la guerra di liberazione).
Il libro di Succhielli, dal titolo La Resistenza nei versanti tra l’Arno e la
Chiana, è suddiviso in sette parti e si costituisce interamente intorno alla raccol-
ta di testimonianze e racconti dei componenti della “Renzino”, attraverso le qua-
li vengono ricostruiti – ad onor del vero, in maniera cronologicamente disordi-
nata e, a tratti, estremamente confusa – la nascita, lo sviluppo e le azioni di
guerriglia della banda partigiana, fino ad arrivare a quella sorta di “atto finale”
della storia del gruppo armato che è rappresentato dall’intervento presso il cir-
colo ricreativo di Civitella, episodio in cui rimasero uccisi due soldati tedeschi e
gravemente ferito un terzo.
Da questo punto di vista, alcuni specifici paragrafi del libro, in cui si nar-
rano la vicenda dello scontro a fuoco con i tedeschi, la strage del 29 giugno ed
infine la reazione della gente di Civitella nei confronti dei partigiani, rappresen-
tano certamente i momenti più interessanti del testo 27 .
Il volume di Enrico Biagini – Civitella. Un castello, un paese, un martirio
– si presenta inizialmente come una sorta di cronistoria del territorio e della
popolazione locali, dalle remote origini al tragico evento del 29 giugno 1944. A
partire dalla nascita della Civitula medioevale, passando per il racconto di epi-
sodî in cui compaiono caratteristiche figure e celebrità del luogo, la narrazione si
dipana attraverso una serie di più o meno brevi capitoli che conducono al rac-
conto dell’eccidio del 29 giugno, vero e proprio nucleo narrativo del testo 28 .
Sebbene alla base dello scritto di Biagini non vi sia alcun intento scientifi-
co nell’analisi degli eventi riportati, l’autore dedica comunque un ampio spazio
alla strage di Civitella in Val di Chiana, alle brutali modalità in cui essa fu perpe-
trata dai soldati tedeschi e alle conseguenze che ne derivarono.

23 Pare difficile, infatti, credere che espressioni riportate nel testo del tipo «Quale spettacolo rac-

capricciante mi si presentò agli occhi» (cfr. BILENCHI 1984, p. 254. Testimonianza di Anna Ceto-
loni), «Mi sentii agghiacciare il sangue» (ivi, p. 256. Testimonianza di Rina Caldelli), «Quello
che vedemmo ci ghiacciò: che strazio al cuore!» (ibidem) possano mantenere un seppur minimo
grado di fedeltà alle originali dichiarazioni orali dei testimoni.
24 Cfr. SUCCHIELLI 1979.
25 Cfr. BIAGINI 1981.
26 Cfr. GAMBASSINI 1981.
27 I paragrafi cui si fa particolare riferimento sono “Lo scontro nel Dopolavoro di Civitella” (cfr.

SUCCHIELLI 1979, pp. 148-153), “29 giugno 1944” (ivi, pp. 195-198) e “Atteggiamenti delle popo-
lazioni dopo gli eccidi” (ivi, pp. 304-308).
28 Il racconto dell’eccidio di Civitella in Val di Chiana e delle drammatiche conseguenze che que-

sto evento comportò per la popolazione locale occupa infatti quasi un terzo dell’intera pubblica-
zione.
Il libro di Gambassini, dal titolo Medico fra la gente, ha sostanzialmente
la forma di un memoriale in cui l’autore ripercorre le tappe salienti della propria
vita, dall’attività professionale di medico, esercitata presso il “Ricovero Becatti-
ni” di Civitella, ai tragici giorni precedenti e successivi alla strage del 29 giugno
1944.
Una menzione particolare merita, infine, una pubblicazione apparsa nel
1994 – cinquantesimo anniversario dell’eccidio – a cura di Ida Balò 29 , figlia di
una delle vittime della strage: Giugno 1994. Civitella racconta.
Questo volume, frutto di un lungo e paziente lavoro che per circa dieci
anni ha visto impegnata la scrittrice nella raccolta e nella trascrizione di intervi-
ste da ella stessa effettuate a molti testimoni del massacro di Civitella, si confi-
gura come assoluto testo di riferimento per un dettagliato resoconto dei fatti ac-
caduti nel giugno del 1944.
Il libro è, da un punto di vista generale, suddivisibile in due parti: la pri-
ma è costituita dalla narrazione – assai minuziosa e particolareggiata –
dell’eccidio di Civitella (dall’uccisione dei tedeschi al “Dopolavoro dei Combat-
tenti” fino ai terribili giorni successivi alla strage), mentre la seconda riporta
una serie di testimonianze di sopravvissuti che narrano singoli episodî, ognuno
costituente un frammento della memoria collettiva della strage di Civitella in
Val di Chiana.
Le ultime pubblicazioni descritte, quelle cioè apparse a partire dalla fine
degli anni Settanta, rappresentano in sostanza ciò che Giovanni Contini ha defi-
nito «testi di riconferma» 30 , ossia «libri il cui intento principale [è] quello di fis-
sare il ricordo e impedire che [svanisca] del tutto con la morte dei testimoni,
opera di storici locali che si [riferiscono] a un pubblico in larga misura già in-
formato sui fatti, scritti con intento celebrativo» 31 .
Questi tipi di testo sono quasi sempre destinati ad avere una ridotta cir-
colazione, ma soprattutto – essendo stati scritti o compilati da persone diretta-
mente coinvolte negli eventi narrati – non contribuiscono, da un punto di vista
storiografico, ad un ripensamento interpretativo né ad una analisi oggettiva de-
gli avvenimenti di cui si tratta.
Il 1994 costituisce a tutti gli effetti, per la memoria della strage di Civitel-
la in Val di Chiana, un momento di notevole importanza, non soltanto per
l’organizzazione e lo svolgimento del già citato Convegno di studi In memory, il
cui nucleo di discussione e dibattito è stato proprio l’eccidio di Civitella.
Fra il 1993 e il 1994, gli abitanti di Civitella ed il ricordo che del terribile
massacro hanno conservato per cinquanta lunghi anni, hanno inoltre costituito
oggetto di interesse e di studio per lo storico Giovanni Contini e per un gruppo
di ricercatori – in prevalenza storici e antropologi – coordinato dall’antropologo
Pietro Clemente.
Il lavoro svolto sul campo da questi studiosi ha portato ad una nuova e
cospicua raccolta di interviste e testimonianze prodotte su moderni supporti
auditivi e visivi, alla produzione di letteratura 32 storica e antropologica mono-
graficamente dedicata alla strage di Civitella in Val di Chiana e, specialmente, ad

29 Cfr. BALÒ VALLI 1994.


30 Cfr. CONTINI, Giovanni, “La memoria dopo le stragi del 1944 in Toscana”, in PAGGI 1999, p.
191.
31 Ibidem.
32 Cfr. in particolare PAGGI 1996, CONTINI 1997 e PAGGI 1997.
una rinnovata visibilità pubblica di uno dei maggiori eccidî nazi-fascisti avvenu-
ti in Toscana.
CAPITOLO TERZO

LA MEMORIA

In una prima approssimazione, la memoria umana può essere definita


come la facoltà di conservare tracce di esperienze appartenenti al passato e di
consentire l’accesso ad esse mediante l’azione del ricordo.
L’àmbito di ricerca entro cui il tema della memoria è stato – ed è a
tutt’ora – studiato è molto vasto: dopo essere a lungo stata un privilegiato ogget-
to di indagine per la filosofia e la psicologia, la memoria si trova oggi al centro di
un ampio interesse interdisciplinare che vede prevalentemente coinvolte storia,
antropologia e sociologia.
Il risultato sperimentale di maggiore importanza cui la tradizione di studî
sociali sulla memoria – che data ormai dai primi decenni del Novecento – è per-
venuta risiede senza dubbio nell’affermazione del fatto che «nessuna forma di
memoria è la mera conservazione o la riproduzione del passato, bensì il luogo di
una selezione e di una riformulazione costante dei suoi lasciti» 33 .
Il carattere ricostruttivo anziché semplicemente riproduttivo della me-
moria appare evidente non appena si consideri quest’ultima come un complesso
insieme di processi mnestici differenziati ed interrelati, e non come una pura ed
inerte facoltà mentale dedicata all’archiviazione di dati.

LA DIMENSIONE SOCIALE DELLA MEMORIA INDIVIDUALE: LA PSICOLOGIA


SPERIMENTALE DI FREDERIC CHARLES BARTLETT

La dimostrazione empirica dell’esistenza di una dimensione sociale nella


memoria individuale è stata fornita agli inizî del secolo scorso, periodo a cui ri-
sale il pionieristico e fondamentale lavoro svolto dallo psicologo inglese Frederic
Charles Bartlett nel 1931 presso il Laboratorio di Psicologia sperimentale della
Università di Cambridge 34 .
Il presupposto di base da cui prende le mosse la ricerca di Bartlett è quel-
lo di considerare la memoria «non come la capacità di immagazzinare dati pas-

33 Cfr. JEDLOWSKI 1997, p. 135.


34 Cfr. BARTLETT 1932.
sati, ma come uno sforzo di ricostruzione che, partendo dagli interessi e dalle
conoscenze presenti del soggetto, tenta di ricostruire a posteriori il significato
del ricordo» 35 .
Uno studio sulla memoria deve perciò, da questo punto di vista, prescin-
dere dal verificare quanto un ricordo sia copia più o meno fedele di una espe-
rienza passata ed analizzare, invece, le modalità entro cui il soggetto ricostruisce
lo stimolo di un’esperienza avvenuta nel passato e le attività rielaborative me-
diante le quali il significato dello stimolo può essere ricostruito in funzione di
una situazione presente 36 .
Le procedure di modifica del materiale mnestico messe in atto dal sogget-
to possiedono inoltre la caratteristica di avere una duplice natura, individuale e
sociale; di dipendere, dunque, da fattori in parte psichici e in parte culturali.
La ristrutturazione di un ricordo appare perciò come il doppio risultato,
da un lato, del lavoro psichico del singolo, e dall’altro, dell’influenza del mondo
sociale e culturale cui il singolo appartiene.
Ciò che Bartlett, infine, ritiene opportuno sottolineare è il fatto che la di-
mensione sociale della memoria agisce sulla riformulazione del ricordo come un
elemento familiarizzante, il quale ha lo scopo di modificare e trasformare ciò
che nel ricordo vi è di estraneo o incomprensibile per renderlo familiare e con-
sueto al soggetto che rammemora.

MEMORIA INDIVIDUALE E MEMORIA COLLETTIVA: LA SOCIOLOGIA DI MAU-


RICE HALBWACHS

Negli stessi anni in cui Bartlett attende alla compilazione dei dati di labo-
ratorio che andranno a costituire il materiale pubblicato nel suo Remembering,
nasce in Francia una vera e propria sociologia della memoria, particolarmente
in riferimento alle riflessioni di Maurice Halbwachs, uno dei più prolifici e inno-
vativi continuatori della scuola sociologica di Émile Durkheim.
Al tema della memoria, ai rapporti tra memoria individuale e memoria
collettiva, e ai meccanismi che presiedono al funzionamento della memoria col-

35 Cfr. LEONE 2001, p. 80.


36 Durante gli esperimenti effettuati in laboratorio, Bartlett sottopose una serie di stimoli signifi-
cativi (ovvero, intelligibili) ad un gruppo di soggetti, alcuni dei quali appartenenti a contesti cul-
turali diversi. Successivamente, a questi soggetti venne richiesto di riprodurre gli stimoli più vol-
te, a distanza di tempo, e di scambiare reciprocamente le informazioni, comunicando l’uno
all’altro il ricordo di un medesimo stimolo. Dai risultati ottenuti di ripetizione in ripetizione,
emerse con forza che, da una riproduzione all’altra, lo stimolo cambiava la sua forma: in tutti i
casi documentati, esso subiva semplificazioni e ristrutturazioni dipendenti in parte dalle cono-
scenze del singolo e in parte dalle nozioni culturali derivanti dalla sua appartenenza sociale; in
sintesi, di volta in volta, lo stimolo veniva reso sempre più prevedibile e sintetico, giungendo in-
fine ad una sorta di formato standard riconoscibile e familiare a tutti i soggetti (cui Bartlett die-
de il nome di «schema») che poteva così essere facilmente riprodotto in futuro.
lettiva dei gruppi sociali, Halbwachs ha dedicato buona parte della sua produ-
zione accademica 37 .
La tesi principale di Halbwachs – che, sotterraneamente, pervade in pra-
tica tutta la sua opera – consiste nel sostenere che la memoria, tanto sul piano
individuale quanto su quello collettivo, è costituita essenzialmente da processi
di ricostruzione. L’atto del ricordare, mediante il quale il passato viene riportato
alla memoria, consiste pertanto in un costante processo di riformulazione, in
una serie di aggiustamenti e revisioni derivanti dal punto di vista che, per colui
che rammemora, opera nel presente.
Nella visione di Halbwachs, l’interazione sociale riveste un ruolo deter-
minante nei processi che presiedono alla formazione e alla conservazione dei ri-
cordi. Ne consegue che la facoltà che ha l’individuo di dare un ordine e un senso
al proprio materiale mnestico fa perno su una serie di «quadri sociali» – condi-
visi all’interno del gruppo cui l’individuo appartiene – che hanno lo scopo di
rendere plausibili e significativi gli eventi del passato.
Il pensiero sociologico di Halbwachs si pone esplicitamente e criticamen-
te in opposizione alla filosofia della memoria di Henri Bergson. Infatti, se Ber-
gson intende la memoria individuale come un virtuale “magazzino” entro cui i
ricordi si depositano e perdurano indefinitamente fino ad una loro riattivazione
nel presente, per Halbwachs «la memoria non può in alcun caso essere concepi-
ta come un deposito: se le immagini del passato permangono, questo permanere
è indisgiungibile da processi di sintesi e trasformazione che ne modificano la
forma. Nella coscienza individuale, questi processi rimandano al suo inserimen-
to entro quadri collettivi di significato» 38 .
Di conseguenza, «ogni atto individuale di ricordo comporta un aspetto
sociale ineliminabile che riguarda tanto i processi di sedimentazione degli eventi
del passato nella coscienza quanto quelli della loro conservazione e del loro ri-
conoscimento» 39 .
Ad una prima corrispondenza simmetrica che Halbwachs istituisce fra
memoria individuale e memoria sociale (dal momento che la memoria sociale
rappresenta una sorta di struttura formale entro cui ogni memoria individuale
ha la possibilità di costituirsi), fa seguito, ne La memoria collettiva, una rinno-
vata concezione filosofica che vede la memoria della società delinearsi non tanto
come la somma delle memorie individuali di coloro che di una società fanno
parte, ma come una forma di memoria specifica e autonoma.
In quest’ottica, il problema della memoria individuale non appare affron-
tabile se non considerando la memoria degli individui come una riattualizzazio-
ne della memoria del gruppo cui l’individuo appartiene (o ha appartenuto in
passato). In questo senso, il funzionamento stesso della memoria individuale
dipende dalla forma e dai contenuti di una preesistente memoria collettiva.
In tutta la sua produzione, Halbwachs non fornisce mai una esplicita e
circostanziata definizione del concetto di «memoria collettiva»; tuttavia, pos-

37 In particolare, si vedano HALBWACHS 1925, HALBWACHS 1941 e HALBWACHS 1950. Quest’ultimo


volume ha avuto una pubblicazione postuma: Halbwachs morì, infatti, prematuramente nel
1945 in Germania, dopo essere stato arrestato dalla Gestapo e deportato nel campo di concen-
tramento di Buchenwald.
38 Cfr. JEDLOWSKI, Paolo, “La costruzione della memoria sociale. Sulla sociologia della memoria

di Maurice Halbwachs”, in ID. 2002, p. 46.


39 Ibidem.
siamo sintetizzare con Paolo Jedlowski – traduttore e curatore dell’opera italia-
na di Halbwachs – che la memoria collettiva di un gruppo si configura come «un
insieme di rappresentazioni del passato che vengono conservate e trasmesse fra
i suoi membri attraverso la loro interazione. Insieme di eventi e di nozioni ri-
cordati, essa è anche un modo condiviso di interpretarli. Aneddoti, racconti, sto-
rie di vita, […], diventano insiemi di elementi che sorgono nell’interazione e si
impongono a ciascuno come una risorsa in qualche modo codificata, quadro en-
tro cui i suoi racconti assumono forma narrabile e le sue azioni un ordine che è
dato per scontato nella misura in cui si riferisce a norme, valori e simboli condi-
visi e tramandati» 40 .
Sebbene la riflessione sociologica di Halbwachs si ponga sovente in aper-
ta opposizione ai risultati sperimentali raggiunti da Bartlett in psicologia socia-
le 41 , le conclusioni cui giungono i due studiosi sono indubbiamente accomunate
dal riconoscimento del fatto che il ricordo del passato è modellato e ricostruito
in funzione degli interessi del presente; e gli interessi del presente subiscono
sempre una forte influenza culturale, strettamente dipendente dall’ambiente o
dal gruppo sociale cui l’individuo appartiene.
In definitiva, la memoria collettiva teorizzata da Halbwachs, come la
memoria individuale studiata da Bartlett, «non è […] resurrezione o reviviscen-
za del passato come tale. Essa è essenzialmente ricostruzione del passato in fun-
zione del presente» 42 .

«MEMORIA COMUNICATIVA» E «MEMORIA CULTURALE»: LA TEORIA DELLA


CULTURA DI JAN ASSMANN

Gli assunti filosofici di Halbwachs hanno paradossalmente conosciuto un


lungo periodo di oblio fino alla fine degli anni Ottanta del secolo scorso, quando
Jan Assmann – egittologo e teorico della cultura della Università di Heidelberg
– ne ha intrapreso una rielaborazione e una risistemazione 43 . È infatti partendo
dalla «rivoluzionaria scoperta» halbwachsiana – come Assmann stesso la defi-
nisce – della «memoria collettiva» che lo studioso tedesco concepisce e sviluppa
il nuovo concetto di «memoria culturale», intimamente legato ai temi della
scrittura e dell’identità sociale.

40 Ivi, pp. 50-51.


41 A proposito dell’inconciliabilità fra i punti di vista di Bartlett e di Halbwachs, dipendente dalle
differenti tradizioni culturali cui i due studiosi appartengono, nota la psicologa Giovanna Leone:
«[Bartlett], che aveva letto con interesse I quadri sociali della memoria del 1925, non poteva
arrivare a riconoscere la presenza di memorie collettive che fanno da punto di riferimento ai ri-
cordi individuali: perché, nella tradizione anglosassone, la collettività è essenzialmente
un’astrazione, e solo l’individuo è “reale”» (cfr. LEONE 2001, p. 90).
42 Cfr. JEDLOWSKI, Paolo, “Introduzione”, in HALBWACHS 1950, p. 21.
43 È lo stesso Assmann a fare dell’umorismo sul silenzio che per molti anni ha avvolto le teorie di

Halbwachs, scrivendo che «vi è una certa ironia del destino nel fatto che il teorizzatore della
memoria sociale sia stato quasi completamente dimenticato» (cfr. ASSMANN J. 1992, p. 20).
Assmann ritiene che ogni cultura tenda autonomamente a generare una
coerente «struttura connettiva», ossia una complessa interrelazione di elementi
che agisce istituendo collegamenti e vincoli fra una dimensione sociale ed una
temporale. La dimensione sociale consiste nella creazione culturale di un appa-
rato normativo, cioè di «uno spazio comune di esperienze, di attese e di azioni, il
quale conferisce fiducia e orientamento grazie alla sua forza legante e vincolan-
te» 44 . La dimensione temporale risulta invece dalla facoltà che una società ha di
collegare «lo ieri all’oggi, modellando e mantenendo attuali le esperienze e i ri-
cordi fondanti, e includendo le immagini e le storie di un altro tempo entro
l’orizzonte sempre avanzante del presente» 45 .
Ogni struttura connettiva si basa inoltre sul rapporto fra i due fondamen-
tali principî della «ripetizione» (o «coerenza rituale») e della «attualizzazione»
(o «coerenza testuale»): il primo principio concerne la conservazione e
l’ordinamento dell’esperienza di un gruppo sociale entro schemi riconoscibili e
ripetibili, cioè ritualizzabili; il secondo principio fa invece riferimento alla capa-
cità che ogni gruppo sociale possiede di interpretare e sottoporre ad analisi la
propria esperienza e tradizione culturale.
È a questo punto che – nella riflessione di Assmann – entra in gioco il po-
tere che la scrittura esercita sulla tradizione di una società: «in concomitanza
con la fissazione per iscritto delle tradizioni, si compie un passaggio graduale
dal prevalere della ripetizione al prevalere dell’attualizzazione, dalla “coerenza
rituale” a quella “testuale”. In tal modo si crea una struttura connettiva di nuovo
tipo: le sue forze leganti non sono l’imitazione e la conservazione, bensì l’esegesi
e il ricordo. Alla liturgia subentra l’ermeneutica» 46 .
La «memoria culturale» è per Assmann un modello concettuale che ri-
guarda la dimensione esterna e collettiva della memoria, ossia la conservazione
e la gestione di contenuti culturali soggetti a controllo e condizionamento socia-
li. Si tratta di un tipo specifico di memoria sociale che svolge – attraverso le isti-
tuzioni e gli artificî proprî di ogni cultura – la funzione di imprimere un senso
culturale all’agire («memoria mimetica»), agli oggetti («memoria delle cose») e
al linguaggio («memoria comunicativa»).
La nozione di «memoria culturale» sorge, nella teoria della cultura di As-
smann, da una rilettura del rapporto che Halbwachs istituisce fra «storia» e
«memoria collettiva». Per Halbwachs, la storia non può in alcun senso rappre-
sentare una forma di memoria 47 , dal momento che, prima di tutto, non esiste
una memoria “universale” e, in secondo luogo, poiché ogni memoria collettiva
ha senso soltanto in quanto identitaria e specifica di un gruppo sociale. Dunque,
il rapporto che sussiste tra storia e memoria può solamente raffigurarsi come un
rapporto di successione: la storia, manifestazione oggettiva e impersonale di un

44 Ivi, p. XII.
45 Ibidem.
46 Ivi, pp. XIII-XIV.
47 È opportuno specificare che Halbwachs sostiene un concetto positivistico di «storia» che la

storiografia ha abbandonato da tempo. Ormai diffusa è la consapevolezza del fatto che non esi-
ste una «storia» e che ogni storia è il diretto riflesso dell’epoca in cui viene scritta e degli interes-
si di coloro che la scrivono o la commissionano. Tuttavia, seguendo la terminologia di Hal-
bwachs, ha forse più senso affermare che ogni storia rappresenta un particolare tipo di memoria
sociale.
sapere, ha inizio là dove la memoria collettiva cessa di esistere; in pratica, quan-
do il passato non viene più ricordato (né, dunque, vissuto).
Una tale concezione della memoria collettiva – esclusivo appannaggio di
un gruppo sociale vivente, attivo e ricordante – contempla al suo interno, se-
condo Assmann, una dimensione «comunicativa» ed una «culturale»: memoria
comunicativa e memoria culturale si riferiscono rispettivamente ad un passato
prossimo e ad uno remoto.
Più approfonditamente, «la memoria comunicativa comprende i ricordi
che si riferiscono al passato recente. Sono ricordi, questi, che un essere umano
condivide con i suoi contemporanei […]. Tale memoria si innesta e cresce stori-
camente nel gruppo: essa nasce nel tempo e passa con il suo passare o, più pre-
cisamente, con quello dei suoi detentori; quando coloro che la incarnano
muoiono, essa lascia il posto ad una memoria nuova» 48 .
Questa «memoria nuova» di cui parla Assmann è in effetti rappresentata
dalla memoria culturale, una peculiare modalità di ricordo istituzionalizzato di
una fase remota del passato che differisce dal ricordo del passato prossimo, tipi-
co della memoria comunicativa, soprattutto per contenuti e forme.
In altri termini, per quanto riguarda i contenuti, all’esperienza storica,
all’autobiografia e alla storia di vita della memoria comunicativa (in sintesi, al
«ricordo biografico»), la memoria culturale preferisce il mito, la storia delle ori-
gini e il racconto di un passato assoluto (un «ricordo fondante»); inoltre, infor-
malità, spontaneità e quotidianità che contraddistinguono la memoria comuni-
cativa, si contrappongono ad una memoria culturale caratterizzata da istituzio-
nalità, formalizzazione e ritualità cerimoniale.

LA MEMORIA SOCIALE DEGLI ECCIDÎ NAZI-FASCISTI


Gli eccidî nazi-fascisti compiuti dalla Wehrmacht su tutto il territorio ita-
liano fra l’autunno del 1943 e la primavera del 1945 e il tipo di memoria che
questi drammatici avvenimenti hanno prodotto in seno alle popolazioni super-
stiti sono diventati, a partire dai primi anni Novanta del secolo scorso, precipuo
oggetto di interesse scientifico per molti storici e antropologi europei.
Se però un’analisi strettamente storica delle stragi nazi-fasciste tende
maggiormente a concentrarsi sulle cause e sulle dinamiche che ad esse hanno
condotto (ad esempio, attraverso la ricerca e l’attento esame di reperti militari e
documenti d’archivio), un approccio antropologico al tema dei massacri di civili
rivolge invece la sua attenzione prevalentemente al tipo di ricordo che questi e-
venti luttuosi hanno generato fra i sopravvissuti e le generazioni successive.
Come recentemente ha mostrato Giovanni Contini 49 per quanto riguarda
la memoria dei sopravvissuti agli eccidî compiuti in Toscana, le tipologie di
memoria sociale che possono svilupparsi presso le comunità colpite da stragi

48Cfr. ASSMANN J. 1992, p. 25.


49Cfr. CONTINI, Giovanni, “La memoria dopo le stragi del 1944 in Toscana”, in PAGGI 1999, pp.
191-220.
sono spesso differenti. In ogni caso, il ricordo del massacro ruota comunque per
i superstiti intorno alla necessità di attribuire una responsabilità per quanto ac-
caduto. In sintesi, si sviluppa ovunque il bisogno di individuare un colpevole.
In alcuni luoghi, la memoria sociale si mostra sicura nell’attribuire la to-
tale responsabilità del massacro ai soldati tedeschi. È il caso della strage avve-
nuta nel Padule di Fucecchio il 23 agosto 1944: in questa vasta area della pro-
vincia di Firenze comprendente numerosi centri abitati di piccole dimensioni,
un rastrellamento tedesco conduce nel 1944 al massacro di quasi duecento civili,
fra cui molte donne e bambini. Nella zona era allora presente una piccola banda
partigiana che tuttavia non sembra aver mai svolto attività tali da poter essere
messe in diretta relazione con la strage. In questo caso, la memoria dei soprav-
vissuti non ha mai messo in dubbio la colpevolezza dei tedeschi e mai ha subìto,
nell’arco di cinquanta anni, modificazioni o sostituzioni nell’individuazione del
colpevole.
Vi sono, tuttavia, casi di memoria sociale in cui la responsabilità dei tede-
schi slitta in secondo piano. In questi casi, la memoria dei superstiti – necessi-
tando comunque di un capro espiatorio per il lutto patito – non identifica il col-
pevole con i tedeschi, ma lo colloca in àmbito locale. Nel caso di Pratale (una
frazione di Tavarnelle in Val di Pesa, in provincia di Firenze), la responsabilità
della uccisione di dodici uomini viene attribuita ad un solo individuo (tale Lun-
ghi, detto “il farinaio”), il quale, prima della strage, avrebbe denunziato le vitti-
me ai tedeschi per impadronirsi del loro bestiame.
Ad Onna (una località in provincia di Pescara, negli Abruzzi), un giovane
abitante del luogo si sarebbe energicamente opposto alla requisizione del suo
cavallo da parte di un soldato tedesco, a sua volta disarmato, percosso e ferito.
Dopo l’aggressione al soldato tedesco, il giovane sarebbe fuggito in montagna
aggregandosi ad una formazione partigiana operante nella zona. La memoria
sociale del luogo ha ritenuto – per più di mezzo secolo – il giovane colpevole
della morte di diciassette persone.
Per la maggior parte dei casi, sono comunque i partigiani – colpevoli
spesso di effettuare azioni di guerriglia in prossimità dei centri abitati – ad esse-
re individuati dalle popolazioni come i diretti responsabili degli eccidî. Il caso
della strage di Civitella in Val di Chiana rappresenta, in questo senso, un esem-
pio emblematico.

IL CASO DELL’ECCIDIO DI CIVITELLA IN VAL DI CHIANA: UNA «MEMORIA


DIVISA»

L’eccidio nazi-fascista di Civitella in Val di Chiana – oltre ad essere men-


zionato all’interno di una serie di rilevanti studî sul tema dei massacri di civili
avvenuti in Italia 50 – è stato per la prima volta affrontato e discusso in àmbito

50 Alcuni fra i più importanti lavori ad opera di storici europei sul tema della breve ma intensa

stagione delle stragi operate dalla Wehrmacht in Italia in cui l’eccidio di Civitella in Val di Chia-
na appare almeno citato sono KLINKHAMMER 1993; ANDRAE 1995; SCHREIBER 1996; KLINKHAM-
accademico in occasione del già citato Convegno internazionale In memory: per
una memoria europea dei crimini nazisti, per poi essere trattato tematicamente
con la pubblicazione di una raccolta di scritti a cura di Leonardo Paggi 51 e, suc-
cessivamente, da una approfondita monografia di Giovanni Contini 52 .
Entrambe le pubblicazioni di Paggi e Contini, mettono in evidenza un in-
teressante dato culturale che caratterizza fortemente il tipo di memoria conser-
vato, gestito e sviluppato dai sopravvissuti alla strage di Civitella nel corso degli
anni seguenti all’eccidio: Paggi parla di «memoria anti-partigiana», mentre
Contini – mutuando un’espressione coniata dal filosofo Remo Bodei – parla di
«memoria divisa».
In pratica, nel ricordo – sia individuale che collettivo – della popolazione
superstite, si assiste, fin dall’immediato dopoguerra, ad una sorta di spostamen-
to di responsabilità per quanto riguarda l’eccidio del 29 giugno 1944: i tedeschi,
sebbene riconosciuti come gli esecutori materiali del massacro, non sono ritenu-
ti tanto responsabili per l’accaduto quanto i partigiani che, con il loro intenzio-
nale e sconsiderato intervento armato del 18 giugno all’interno del circolo ricre-
ativo, avrebbero scatenato la furia cieca e violenta della rappresaglia nazista.
Di conseguenza, «gli abitanti, conservando la memoria della strage e la-
vorando sull’interpretazione delle cause, non solo hanno rifiutato
l’assimilazione dei morti uccisi quel giorno ai caduti della guerra partigiana, ma
hanno progressivamente potenziato quell’ostilità contro i partigiani» 53 .
Si tratta di una netta contrapposizione di giudizî sugli eventi che coinvol-
ge, da un lato, i sopravvissuti all’eccidio, latori di una memoria locale compatta
e socialmente condivisa che individua nell’azione partigiana al “Dopolavoro”
l’unica e inconfutabile causa del massacro e, dall’altro, una memoria pubblica e
filoresistenziale – portatori della quale sono le istituzioni locali (ovvero, il Co-
mune e l’Associazione Nazionale Partigiani Italiani di Arezzo) e statali (i partiti
di Governo) – che intende ricondurre l’«eccezione» 54 della memoria di Civitella
in Val di Chiana ad uno dei tanti tasselli che costituiscono la grande retorica re-
sistenziale e repubblicana della rivincita popolare sul nemico tedesco e della ri-
costruzione nazionale.
Il risentimento dei sopravvissuti nei confronti dei partigiani della “Renzi-
no” ha radici profonde. Scrive infatti Edoardo Succhielli, nelle sue memorie, che
già «dopo il passaggio del fronte nacque a Civitella un mormorio incredibile, da
quanto era assurdo […]. Nella cittadina, in conseguenza dell’eccidio perpetrato
dai nazi-fascisti, il rancore fu riversato sui partigiani» 55 . Anche Luciano Gam-
bassini nota che a Civitella, sin dai primi mesi del 1945, un lento ma deciso
cambiamento era in atto: «cominciarono a giungermi delle voci, e sentii anche

MER 1997. In particolare, sulle stragi nazi–fasciste compiute in Toscana, sono stati pubblicati
JONA 1992; BATTINI – PEZZINO 1997; TOGNARINI 2002.
51 Cfr. PAGGI 1996.
52 Cfr. CONTINI 1997.
53 Ivi, p. 8.
54 Di «eccezione» rispetto ad un contesto generale – quello aretino – in cui appoggio e solidarie-
tà incondizionati sarebbero stati assicurati al movimento di lotta partigiana durante e dopo la
guerra, parla Amedeo Sereni (presidente della Associazione Nazionale Partigiani Italiani di A-
rezzo) durante un’intervista rilasciata in data 11 gennaio 2002 ad Arezzo (intervistatori: Ulderi-
co Daniele e Federico Melosi).
55 Cfr. SUCCHIELLI 1979, p. 305.
dei discorsi nei quali si giudicavano molto male i partigiani; giudizi che finivano
a volte per coinvolgere tutta la Resistenza» 56 .
Ed è proprio su «voci», «discorsi» e «giudizi» che si fonda la memoria
sociale dei sopravvissuti all’eccidio di Civitella in Val di Chiana. Il ricordo collet-
tivo del massacro si conforma, cioè, come «racconto/riflessione/giudizio» 57 sul-
la concatenazione di eventi che al massacro conducono, traendo origine
dall’episodio della sparatoria al circolo ricreativo, evento che rappresenta il pun-
to di maggior attrito fra la memoria locale e la memoria partigiana.
Quest’ultima, lungi dall’aver saputo contrapporre alla coesa e coerente costru-
zione narrativa di Civitella un unico racconto altrettanto logico e compatto, si è
invece composta di molti racconti diversi, spesso contraddittorî; talvolta addirit-
tura parossistici.
La «memoria divisa» di Civitella in Val di Chiana nasce così, intra moe-
nia, in un contesto orale, ma fa ben presto la sua comparsa anche all’esterno
delle mura cittadine per mezzo della scrittura e di manifestazioni pubbliche: nel
1950, l’«Avanti!» pubblica un articolo 58 di Edoardo Succhielli in cui l’ex coman-
dante della “Renzino” accusa più o meno apertamente la popolazione di collabo-
razionismo filonazista: secondo Succhielli, il 18 giugno 1944, qualche imprecisa-
to avventore del “Dopolavoro” avrebbe protetto e favorito la fuga di uno dei te-
deschi mediante un travestimento 59 ; un «gruppo di abitanti di Civitella» ri-
sponde circa un mese più tardi all’articolo di Succhielli sul quotidiano «Il Matti-
no dell’Italia Centrale» 60 confutando punto per punto le accuse mosse dal co-
mandante alla popolazione e sostenendo che colpevoli sono da ritenersi «coloro
che per un atto compiuto senza riflessione, pur consapevoli di tutte le conse-
guenze, furono la causa voluta della rovina di una intera popolazione» 61 .
La prima metà degli anni Sessanta rappresenta un altro momento crucia-
le per la «memoria divisa» di Civitella. In questo periodo, infatti, il Parlamento
della Repubblica Italiana propone alle istituzioni locali di insignire il gonfalone
del Comune di Civitella in Val di Chiana con la medaglia d’oro al valore militare.
Quella che si verifica in seguito a tale proposta è una vera e propria insurrezione
popolare: la gente di Civitella si oppone con forza all’idea di dare un’immagine
pubblica delle sue vittime che richiami la figura dell’eroe belligerante.
La vigorosa protesta degli abitanti sarà placata solamente dal compro-
messo cui il Governo nazionale dovrà scendere per assecondare la precisa ri-
chiesta della popolazione: l’assegnazione della medaglia d’oro al valore civile,
decretata il 4 febbraio 1963 dall’allora presidente della Repubblica Italiana An-
tonio Segni.
Fra la fine degli anni Settanta e i primi anni Ottanta, lo scontro fra gli ex
partigiani della “Renzino” e la popolazione di Civitella continua, con toni sem-

56 Cfr. GAMBASSINI 1981, p. 214.


57 Cfr. CONTINI 1997, p. 170.
58 Cfr. “Un episodio di lotta dei partigiani dell’Amiata. Una precisazione del Comandante Suc-

chielli”, in l’«Avanti!», 28 aprile 1950 (cit. in BALÒ VALLI 1994, pp. 168-170).
59 «I civili presenti si erano ritirati in una stanza attigua assieme al soldato superstite; uno si

premurò di mettergli addosso la propria giacca, un altro gli infilò il cappello. Un travestimento
improvvisato ma riuscito, perché, entrato anche io in quella stanza e chiesto del tedesco, non lo
riconobbi e credetti vero che non lo sapessero neppure loro» (ivi, p. 169).
60 Cfr. “Sui fatti di Civitella. Replica di testimoni oculari”, in «Il Mattino dell’Italia Centrale”, 24

maggio 1950 (cit. in BALÒ VALLI 1994, pp. 170-172).


61 Ivi, p. 171.
pre più aspri, spostandosi definitivamente dalla dimensione orale a quella scrit-
ta.
Nel 1979, Succhielli attacca le vedove sopravvissute alla strage asserendo
che «a Civitella caddero gli uomini che sarebbero stati in grado di consolidare
nelle famiglie gli ideali che li avevano mossi, ideali non ancora comprensibili per
molte donne e per i troppo giovani» 62 . Per l’ex comandante partigiano, Civitella
è adesso «un ambiente piccolo-borghese» 63 abitato da una «popolazione spoliti-
cizzata di donne emotive, atterrite, fiaccate nella volontà, il cui comportamento
è da compatire» 64 . Terminata l’accusa diretta alle donne, Succhielli chiama in
causa – sebbene indirettamente – anche il parroco di allora, don Enrico Biagini,
sostenendo che alle vedove è rimasto «soltanto il conforto della fede religiosa» 65
e che «chi si trovò a gestire quella fede, la utilizzò secondo il proprio tornaconto.
Ma in senso tutt’altro che religioso» 66 .
Due anni più tardi, nel 1981, don Enrico Biagini riprende testualmente le
parole di Succhielli e prende palesemente le difese della popolazione e del clero,
dando un «pubblico riconoscimento di fortezza, dignità, fedeltà che le spose, le
figlie e le madri di Civitella hanno dimostrato nella tragedia che le ha colpite» 67 .
E, ancora, controbattendo alle precedenti accuse di Succhielli, Biagini scrive, a
difesa della propria categoria, che «la fede non si “gestisce”. Se fosse stata uno
spaccio e i preti dei gestori non sarebbero rimasti con la loro gente a morire, ma
sarebbero fuggiti per salvarsi la pelle, perché anche i preti hanno paura della
morte e delle schioppettate» 68 .
La stessa Ida Balò, a distanza di quasi quindici anni da questa accesa di-
scussione, ricorda il giudizio dato da Succhielli sulla comunità delle vedove,
puntualizzando che «tutte queste impietose valutazioni dimostrano chiaramente
la non conoscenza del carattere di un popolo e il rifiuto di comprendere il
dramma da questo vissuto e a lungo rivissuto attraverso le incomprensioni e le
provocazioni» 69 .
Per più di cinquanta anni, la gente di Civitella ha, insomma, non soltanto
rifiutato di sentirsi appartenente, nella propria tragedia, alla grande storia della
Resistenza italiana, ma si è addirittura opposta esplicitamente ad ogni tipo di
ingerenza esterna che potesse minare la memoria locale dei proprî morti, da
sempre visti come vittime innocenti e non come eroi combattenti caduti per la
patria, giungendo persino a ritenere ogni celebrazione o commemorazione pub-
blica della strage gestita da partiti di sinistra (nella fattispecie, dal Partito Co-
munista Italiano) come una offesa e una reiterata violenza nei confronti di una
comunità ancora profondamente traumatizzata e ferita.

62 Cfr. SUCCHIELLI 1979, p. 307.


63 Ibidem.
64 Ibidem.
65 Ibidem.
66 Ibidem.
67 Cfr. BIAGINI 1981, p. 197.
68 Ibidem.
69 Cfr. BALÒ VALLI 1994, p. 195.
CAPITOLO QUARTO

IL LUTTO

Tradizionalmente, i fenomeni del cordoglio e del lutto costituiscono uno


dei principali oggetti di interesse sia per la psicoanalisi che per la antropologia.
Là dove la psicoanalisi prende in esame i meccanismi psichici che presie-
dono alla elaborazione di un lutto ed, eventualmente, ad una definitiva accetta-
zione della perdita della persona defunta, il sapere antropologico concentra in-
vece la sua attenzione su quei fenomeni sociali e culturali istituiti dall’uomo a
propria difesa e tutela dalla minaccia dell’idea di morte.
Tuttavia, se è da ritenersi che il lutto sia l’«insieme delle pratiche sociali e
dei processi psichici suscitati dalla morte di una persona» 70 , possiamo a ragion
veduta affermare che un particolare apparato epistemologico fondato sulla si-
nergia delle interpretazioni psicoanalitica e antropologica concorra a fornire una
completa o, quanto meno, esauriente comprensione dei procedimenti individua-
li e collettivi che sottostanno alla elaborazione di un lutto.
Sarà comunque di un’ermeneutica specifica che si avrà bisogno per tentare
una spiegazione del lutto extra-ordinario che i sopravvissuti (o, meglio, le so-
pravvissute) di Civitella in Val di Chiana saranno chiamati ad affrontare in se-
guito al massacro del 29 giugno 1944.
Scrive, infatti, Contini che «il lutto di Civitella costituisce un caso a sé,
perché si tratta di un lutto collettivo per il quale non funzionano completamente
le interpretazioni individualizzanti della psicoanalisi. E perché si tratta di un
lutto straordinario, per il quale solo in parte possiamo utilizzare le interpreta-
zioni dell’antropologia, che riguardano i rituali canonizzati e normali» 71 .

L’ESPERIENZA DELLA MORTE A CIVITELLA IN VAL DI CHIANA: UN LUTTO


«STRAORDINARIO»
Il 30 giugno, alle prime luci dell’alba, le molte donne fuggite dal paese il
giorno precedente, per cercare un riparo nei boschi o in aperta campagna, fanno

70 Cfr. VALERI 1979, p. 594.


71 Cfr. CONTINI 1997, p. 204.
coraggiosamente ritorno a Civitella. A partire dalle prime ore del mattino, «con
lo straziante desiderio di recuperare i propri morti e con una forza di lotta che
superò ogni aspettativa iniziò la ricerca e la raccolta» 72 dei proprî cari.
Uno scenario apocalittico e spettrale è ciò che si presenta agli occhi di co-
loro che per prime varcano le mura del paese: «case bruciate completamente,
pozze di sangue, cappelli, cravatte» 73 ; «dai portoni aperti delle case […] file di
morti massacrati. Pezzi di cervello […] dappertutto e il sangue […] da tutte le
parti, un macello addirittura» 74 ; «dappertutto […] morti, nei fossi, nei borghi,
nelle piazze, nelle case» 75 ; «per le strade, davanti alle abitazioni e soprattutto
nella piazza della chiesa […] corpi insanguinati, carbonizzati, mutilati» 76 .
In quel 29 giugno 1944, ad ogni donna e ad ogni bambino è stato ucciso il
marito, il padre, un nonno, un fratello, uno zio, un cugino. Una situazione di
questo genere appare inevitabile là dove sia stata cancellata la quasi totalità del-
la popolazione maschile, uomini conosciuti da tutti per il nome, il cognome e il
soprannome che portavano; nonché per il lavoro che quotidianamente svolge-
vano e per il servizio che rendevano alla comunità.
Ogni superstite si trova necessariamente a condividere il proprio lutto
personale con quello di qualche altro abitante del paese; ogni lutto familiare è
direttamente e inscindibilmente collegato al lutto che ha colpito le altre famiglie
di Civitella.
Perciò, «letteralmente quasi ogni abitante, con la sua sola presenza, sug-
gerisce la memoria di una parte della tragedia, perché tutti ricordano chi fossero
i suoi familiari massacrati» 77 . In altre parole, il lutto individuale di ogni super-
stite si inscrive costantemente nell’immane lutto collettivo che improvvisamente
colpisce l’intera comunità di Civitella in Val di Chiana.

LA TEORIA FREUDIANA DEL LUTTO E IL LUTTO DI CIVITELLA IN VAL DI


CHIANA A CONFRONTO: UN RAPPORTO INVERSO
Per cercare una spiegazione alla grande difficoltà di elaborazione del lutto
cui le vedove di Civitella in Val di Chiana vanno incontro, proprio a causa di una
sorta di circolo vizioso che si crea tra il lutto personale e il lutto comunitario, sa-
rà opportuno fare riferimento alla teoria freudiana del lutto, esposta dal celebre
psicoanalista agli inizi del Novecento.
È a Sigmund Freud, infatti, che dobbiamo una prima sistematica tratta-
zione del problema del lutto da un punto di vista psicoanalitico. In Lutto e me-
78

lanconia, Freud procede ad una descrizione e ad un confronto fra una “norma-


le” condizione luttuosa ed una condizione da ritenersi “distorta”, ossia melanco-

72 Cfr. BALÒ VALLI 1994, p. 142.


73 Cfr. BILENCHI 1984, p. 254. Testimonianza di Anna Cetoloni.
74 Ivi, p. 256. Testimonianza di Rina Caldelli.
75 Ivi, p. 261. Testimonianza di Corinna Stopponi.
76 Cfr. BALÒ VALLI 1994, p. 142.
77 Cfr. CONTINI 1997, p. 205.
78 Cfr. FREUD 1915.
nica (e a cui oggi, modernamente, daremmo la definizione di «posizione depres-
siva»).
Dopo aver stabilito che la perdita o la scomparsa di un oggetto amato (sia
esso rappresentato da una persona o da un’astrazione concettuale) può varia-
bilmente condurre allo stato luttuoso o a quello melanconico, Freud procede alla
individuazione dei momenti salienti di quel processo psichico di elaborazione
della realtà che egli stesso definisce come il «lavoro» del lutto.
Inizialmente, in una situazione luttuosa, la psiche è chiamata a prendere
in esame la realtà e ad accettare la scomparsa di una persona amata. La condi-
zione di perdita della persona amata richiede, quindi, al soggetto in lutto che
tutto l’investimento libidico 79 ancora connesso a tale persona venga ritirato per
poter essere successivamente reinvestito altrove, su un nuovo oggetto del mon-
do esterno. Il raggiungimento del distacco libidico appare però conseguenza di
un delicato processo tutt’altro che immediato: affinché il soggetto realizzi ed e-
labori la perdita dell’oggetto amato occorrono di fatto un tempo indeterminato
(dunque, potenzialmente anche molto lungo) ed un notevole dispendio di ener-
gie psichiche.
Tuttavia, il risultato cui perviene un corretto procedimento di elaborazio-
ne del lutto consiste, in conclusione, nel progressivo ritiro e spostamento della
«libido» dall’oggetto scomparso ad un nuovo oggetto e ad un rinato interesse
nei confronti del mondo circostante.
Il concetto di «mondo esterno» – rispetto al soggetto in lutto – costitui-
sce un fattore decisamente importante nell’analisi del lutto straordinario che
colpisce la popolazione di Civitella in Val di Chiana.
Normalmente, in un processo di elaborazione del lutto, il mondo che cir-
conda il soggetto afflitto dovrebbe rappresentare un elemento di neutralità e di
indifferenza. In relazione al dolore e alla sofferenza che opprimono il soggetto in
lutto, gli altri dovrebbero costituire una fuga, una “distrazione”; ciò dipende
principalmente dal fatto che la «persona cara che per noi non c’è più […] per gli
altri non c’è addirittura mai stata, oppure c’è stata ma non ha avuto
l’importanza che ha avuto per noi» 80 .
Con il passare del tempo, il soggetto in lutto – in un primo momento riu-
nito insieme a parenti e conoscenti intimi della persona defunta allo scopo di
condividerne il dolore della perdita – tende gradualmente a ritornare ad una
normalità fatta di relazioni e conoscenze allargate con persone sempre meno
coinvolte nel suo dolore. «E la persona in lutto comincia a imparare a non esser-
lo più, sia pure per brevi momenti, proprio nella relazione con questi “altri” in-
differenti» 81 .
Al contrario, per ogni sopravvissuto all’eccidio del 29 giugno, gli «altri»
non risultano mai indifferenti. Nessuno dei superstiti è in grado di rappresenta-
re una possibilità di fuga o di evasione dalla atroce realtà della morte per nessun
altro. Ogni lutto personale rimanda continuamente ad un reiterato lutto colletti-
vo; ed ogni memoria individuale del lutto costituisce – ed andrà, senza tregua, a

79 Nel complesso apparato teorico freudiano, la nozione di «libido» fa prevalentemente riferi-


mento al vasto campo di indagine psicoanalitica della vita sessuale. L’accezione che del termine
si dà in questa sede si limita invece a richiamare parzialmente e semplicemente la sfera affettiva
ed emozionale che lega, in una situazione luttuosa, i viventi ai defunti.
80 Cfr. CONTINI 1997, p. 205.
81 Ivi, p. 206.
costituire per i successivi cinquanta anni – un frammento di memoria del lutto
collettivo di Civitella in Val di Chiana.
Si può, dunque, senza dubbio affermare con Contini che, a Civitella in Val
di Chiana, «lo spazio dell’interazione sociale non è mai indifferente: chiunque si
incontri porta con sé una pena simile alla nostra. Con gli altri non si dimentica-
no i nostri morti, ma li si ricorda. Sia che se ne parli, sia che se ne taccia. Gli altri
sono dei testimoni perenni di ciò che abbiamo perduto, perché noi siamo con-
temporaneamente i testimoni di ciò che hanno perduto loro» 82 .

LA CERIMONIA FUNEBRE E LE COMMEMORAZIONI PUBBLICHE: UNA TRAU-


MATICA ASSENZA

Le disperate condizioni di sopravvivenza che le vedove di Civitella sono


costrette a fronteggiare fin dai giorni immediatamente seguenti alla strage com-
portano un ulteriore problema per quella che già si presenta come una compli-
cata elaborazione del lutto.
Compiuto il massacro della popolazione, i soldati della «Hermann Gö-
ring» dànno alle fiamme numerose abitazioni del paese, gettando la maggior
parte dei cadaveri all’interno di esse. Il fuoco, consumando e carbonizzando ve-
locemente le strutture lignee di cui le case sono composte, provoca il cedimento
dei soffitti e, in alcuni casi, il crollo degli interi edificî, occultando alla vista dei
sopravvissuti i corpi di molte vittime.
«Si continua a lungo a frugare tra ammassi di macerie ancora calde e fu-
manti alla ricerca di corpi scomparsi. In qualche caso, scoraggiati e disperati, si
desiste perché ogni sforzo risulta vano […]. In qualche punto affiora qualcosa:
mozziconi di varie ossa, brandelli di indumenti, una scarpa, una cintura… Tutto
si raccoglie, si avvolge e si depone. In alcuni casi una cassettina serve per conte-
nere i pochi resti» 83 .
Nel corso della strage, è stato ucciso anche il parroco del paese, don Alci-
de Lazzeri, che, «riconoscibile solo dal volto, è rimasto un pezzetto d’uomo: solo
la testa e una parte delle spalle. Il fuoco, le macerie e una trave che ha ceduto
[…] hanno distrutto per tre quarti il suo corpo» 84 .
La ricerca affannosa delle vedove fra i resti del paese semidistrutto rara-
mente porta al ritrovamento di corpi che non abbiano subìto scempio o mutila-
zione di sorta. I cadaveri che riescono ad essere salvati dalle fiamme vengono
riuniti e deposti in un luogo di raccolta. «Aiutandosi gli uni con gli altri, serven-
dosi di tavole e di altri mezzi, si trasportano i morti e la chiesa tutti gli acco-
glie» 85 .
Tuttavia, per la maggior parte delle vittime, il riconoscimento da parte
delle donne sarà spesso impossibile, tanto che si verificheranno casi drammatici

82 Ibidem.
83 Cfr. BALÒ VALLI 1994, p. 143.
84 Ivi, p. 142.
85 Ivi, p. 143.
in cui ciò che conta è trovare comunque un corpo su cui piangere la propria per-
dita: «una donna si aggira disperata tra le bare, alza i lenzuoli, cerca in chiesa,
non trova il suo uomo. Alla fine prende uno di quei corpi irriconoscibili che an-
cora si trovano a terra e lo compone con amore nella cassa. “Forse è mio mari-
to!”» 86 .
L’altissima incidenza del numero dei morti rispetto ad una comunità di
piccole dimensioni e le afose condizioni climatiche proprie dell’entroterra to-
scano in estate rendono necessarî una rapida raccolta dei corpi, il loro trasporto
con mezzi di fortuna al cimitero del paese (che dista circa un chilometro dal cen-
tro abitato) e l’immediato seppellimento, cui le vedove provvedono secondo le
possibilità della situazione. «Lungo la via serpeggiante ed assolata è un via vai di
mezzi e di persone […]. Bisogna ora fare le fosse e seppellire. Alcuni morti ven-
gono tumulati nei loculi, anche senza cassa zincata, altri nei così detti posti di-
stinti, dove si rimuove e si accatasta ciò che rimane delle bare esistenti; la mag-
gior parte trova posto nella nuda terra. Si scava anche una fossa comune dove
trovano posto sette bare. Alcuni cadaveri sono senza cassa, bisogna tumularli in
una fossa comune […]» 87 .
Le numerose vittime urgentemente sepolte all’interno di anonime fosse
comuni e, soprattutto, l’impossibilità di rinvenire molti altri corpi, giacché
sommersi dalle macerie o consumati dalle fiamme, pongono drasticamente le
donne di Civitella di fronte ad un nuovo trauma: i loro morti non saranno in
grado di ricevere né riti né cerimonie funebri.
Per di più, la morte di don Alcide Lazzeri rappresenta per la comunità la
scomparsa dell’unica figura istituzionalmente preposta ad officiare tali funzioni
religiose. Di conseguenza, il lutto collettivo dei sopravvissuti sarà privato del
conforto e del beneficio che la dimensione sociale e culturale del rito sarebbe
capace di offrire.
Ad aggravare il trauma di un lutto già difficilmente elaborabile in virtù di
quanto detto fino ad ora, sopraggiunge anche la ferma decisione, da parte della
popolazione di Civitella, di non ammettere e di rifiutare categoricamente – in
occasione dei primi anniversarî dell’eccidio – qualsiasi cerimonia o commemo-
razione pubblica dell’evento, causa il timore di una strumentalizzazione della
memoria locale delle vittime da parte di una sinistra italiana desiderosa di cele-
brare il valore dei partigiani e del movimento di Resistenza nazionale.
Con l’assenza – o, spesso, la diserzione totale – da parte degli abitanti di
Civitella durante le annuali commemorazioni pubbliche della strage, viene a
mancare, per i sopravvissuti, un altro fondamentale istituto di elaborazione del
lutto.
Ad una lettura effettuata in termini freudiani, la cerimonia funebre prima
e la ricorrenza commemorativa poi, consistono in una tradizionale forma di ela-
borazione del lutto che ha la funzione di facilitare al soggetto il distacco emozio-
nale dalla persona defunta attraverso la creazione di uno spazio e di un tempo
rituali (si potrebbe aggiungere, di uno spazio e di un tempo de-contestualizzati e
de-storificati), in cui il soggetto può far convergere tutto il proprio dolore e la
propria sofferenza senza restare vittima di conseguenze infauste.

86 Ivi, p. 145.
87 Ivi, p. 146.
In altre parole, si può convenire con Contini nell’affermare che i riti di
commemorazione consistono in «zone sottratte al normale tempo storico dove è
possibile ripristinare, per breve periodo, il rapporto esclusivo con lo scomparso,
e dove si può tornare a immergersi senza rischi nel dolore» 88 .
Aggiunge in proposito l’antropologa Carla Pasquinelli che «i riti funebri e
ancor più le cerimonie di commemorazione presentano il singolare vantaggio
per chi li celebra di potersi abbandonare al dolore e al ricordo delle persone
scomparse, senza incorrere in alcuno di quei rischi che sono invece in agguato se
questo avviene nella vita di tutti i giorni […]. Essi ci introducono infatti in un re-
gime temporale protetto, che sospende il tempo storico […] proiettandoci in una
dimensione metastorica al cui interno è possibile rivivere ciclicamente il passato
e abbandonarsi a un reinvestimento temporaneo della libido sull’oggetto perdu-
to» 89 .
Come per il lutto individuale, anche nel caso del lutto collettivo di Civitel-
la il rapporto libidico fra sopravvissuti e defunti funziona, dunque, in modo di-
storto: se, da una parte, il dolore di ogni individuo non riesce a trovare una via
di fuga verso l’esterno perché la memoria del lutto riaffora continuamente e re-
ciprocamente all’interno della comunità, dall’altra, anche il lutto collettivo appa-
re bloccato in una sorta di aporìa, a causa della assenza di due fondamentali isti-
tuzioni culturali che potrebbero consentire, almeno in parte, ai sopravvissuti
una corretta elaborazione del lutto: un rito funebre per la sepoltura dei morti e
la ricorrenza annuale di commemorazioni pubbliche dell’eccidio.

LE «MADRI IN LUTTO» DI CIVITELLA IN VAL DI CHIANA: LUTTO FEMMINILE


E NARRAZIONE COLLETTIVA

Il trauma di ogni lutto personale e del lutto collettivo hanno a Civitella


uno sfondo altrettanto tragico: un borgo un tempo florido e vitale adesso semi-
distrutto e spettrale, in cui «la ricostruzione degli edifici sarà contemporanea-
mente la costruzione di una sorta di tomba familiare» 90 . Uno scenario dunque,
quello rappresentato dal paese devastato, destinato a rafforzare nei sopravvissu-
ti il trauma già prodotto dalla strage: «non solo tutti suggeriscono a tutti il ri-
cordo dei morti, ma anche le case, anche le strade, le piazze, la chiesa sono al-
trettanti segni che parlano degli scomparsi […]» 91 .
Nei giorni e nei mesi che seguono il 29 giugno 1944, tutto è fonte di orro-
re per coloro che sono sopravvissuti al massacro; e la difficile reazione alla soffe-
renza assume un carattere ben definito.

88 Cfr. CONTINI 1997, p. 206.


89 Cfr. PASQUINELLI, Carla, “Memoria versus ricordo”, in PAGGI 1996, p. 113.
90 Cfr. CONTINI 1997, p. 207.
91 Ibidem.
Il lutto di Civitella è infatti decisamente contraddistinto da un tratto cul-
turale di genere: si tratta di un lutto «profondamente femminile» 92 . E femmini-
le è, di conseguenza, lo stile di vita che le vedove impongono alla intera comuni-
tà fin dall’immediato dopoguerra: si indossano indumenti neri o, in mancanza
di meglio, si ricorre a strisce nere di stoffa apposte su di essi; spesso si proibi-
scono i giochi ai bambini e ci si oppone, non di rado con un certo impeto, ai rari
momenti ricreativi – si tratti di feste o di danze – che i giovani del paese si con-
cedono.
Ma, soprattutto, si comincia a ricordare collettivamente la strage – me-
diante memorie e racconti – secondo i connotati di una necessità autoimposta,
tanto che «una nuova identità collettiva si costruisce proprio partendo dalla
strage, evento fondante. Invece di separare la memoria dei morti dalla quotidia-
nità, che è quanto avviene nell’elaborazione normale del lutto, si fondò una
nuova quotidianità centrandola proprio sulla persistenza del ricordo dei morti,
sul racconto del modo terribile della loro morte» 93 .
L’impossibilità di elaborare il lutto nella sua dimensione individuale né in
quella collettiva, la privazione di uno spazio cerimoniale sia cultuale che laico,
sia intimo che pubblico, costituiscono una serie di fattori determinanti che han-
no portato le donne di Civitella in Val di Chiana alla costruzione di una rappre-
sentazione narrativa del proprio passato all’interno della quale ogni memoria
personale potesse trovare luogo e potesse costituirsi in memoria comunitaria;
un racconto condiviso da tutte e in cui tutte potessero riconoscersi come appar-
tenenti alla medesima società.
Sul finire del secolo scorso, un’antropologa del mondo antico, Nicole Lo-
raux, ha affrontato in un bel saggio 94 il tema del lutto femminile – in particola-
re, il lutto delle madri – nell’antica Grecia, descrivendo un interessante pano-
rama culturale in cui le manifestazioni luttuose delle donne erano soggette a re-
golamentazioni – ma più spesso a limitazioni – da parte dell’androcentrica polis
greca, investita quest’ultima della responsabilità di prevenire o sedare qualsiasi
atto potenzialmente teso a turbare l’equilibrio della città.
L’antica cultura greca reputa infatti pianti dirotti e incontrollate lamenta-
zioni funebri come fenomeni emotivi inopportuni se non degni di dispregio. Alle
donne e al loro lutto vengono allora riservati spazî tanto distanti ed angusti
quanto culturalmente significativi.
Scrive Loraux: «[…] ricacciato dal Ceramico come dall’Agorà – dalla ne-
cropoli ufficiale come dallo spazio del politico – quel che resta di inaccessibile
rifluisce nel teatro, intra muros, ma a una buona distanza dall’io civico, e la
rappresentazione del lutto, della sua grandezza e delle sue aporie, abita la trage-
dia, perché il genere tragico drammatizza, ad uso dei cittadini, l’essenziale delle
esclusioni alle quali procede la città» 95 .
Pur senza farne una questione di supposte analogie transculturali o addi-
rittura tentare una comparazione diacronica e diatopica tra contesti sufficien-
temente lontani, tuttavia le parole di Loraux in merito alla dimensione luttuosa
delle donne greche non possono fare a meno di evidenziare i medesimi tratti sa-

92 Ivi, p. 209.
93 Ibidem.
94 Cfr. LORAUX 1990.
95 Ivi, pp. 12-13.
lienti che Contini individua come antropologicamente fondanti nell’analisi che
egli stesso fa della «memoria divisa» di Civitella in Val di Chiana: lutto femmini-
le e narrazione.
Se da una parte il lutto delle antiche madri greche descritto da Loraux
viene relegato alla rappresentazione teatrale, dall’altra il lutto delle vedove di
Civitella in Val di Chiana trova la sua compiuta formalizzazione nella veste del
racconto.
Ma pur sempre di logos si tratta: in entrambi i casi, un discorso egual-
mente destinato al riscatto emotivo da un lutto eccessivo e alla contrapposizione
nei confronti di un contesto esterno sentito come alieno ed ostile.
CAPITOLO QUINTO

IL RACCONTO

LA NARRAZIONE COLLETTIVA DI CIVITELLA IN VAL DI CHIANA: UNA STRUT-


TURA TRAGICA

Le vedove di Civitella in Val di Chiana non hanno mai potuto sottrarsi


all’impellente bisogno di rivivere il ricordo del massacro del 29 giugno 1944. Si
sono, anzi, quasi sentite obbligate a ripercorrere con la memoria quel dramma-
tico evento, ricordandolo, raccontandolo ed ascoltandolo fra loro senza soluzio-
ne di continuità, «quasi che un racconto totale dell’evento, finalmente ottenuto
sommando i cento piccoli racconti parziali, potesse acquisire il potere di disfare
quello che era accaduto, far sì che la strage non fosse mai stata» 96 .
Si potrebbe quasi pensare ad un inconscio moto collettivo dalla funzione
catartica, atto a liberare i sopravvissuti dal peso opprimente del lutto e della
morte attraverso un dispositivo narrativo di natura corale. «Una maniera di li-
berarsi dall’orrore ma anche un tentativo disperato di dominarlo» 97 , osserva Pa-
squinelli.
In tal senso, l’unico strumento di elaborazione del lutto – liberatorio e, al
tempo stesso, ingerente – rimasto a disposizione per le vedove di Civitella appa-
re proprio un modello narrativo di rappresentazione del proprio passato la cui
funzione primaria sia quella di fornire una spiegazione al disarmante senso di
fatalità con cui l’evento della strage è stato vissuto.
«Tutto ha dovuto allora essere ricordato per ritrovare, se non un senso,
un ordine razionale almeno nella successione degli eventi, che sono stati infatti
ripercorsi e ordinati secondo una rigida catena di cause ed effetti fino al loro
tragico epilogo» 98 .
Una costruzione narrativa, insomma, in cui anche il minimo particolare
non è mai stato trascurato e dove, con il passare del tempo, sono confluite le e-
sperienze e i ricordi di ogni superstite.
A Civitella, la dimensione del racconto – che, come già è stato detto, rap-
presenta uno strumento di elaborazione del lutto dal carattere marcatamente
femminile – si configura come un tipo di narrazione il cui fine ultimo è la de-
terminazione di un meccanismo causale che istituisca un saldo collegamento fra

96 Cfr. CONTINI 1997, p. 209.


97 Cfr. PASQUINELLI, Carla, “Memoria versus ricordo”, in PAGGI 1996, p. 115.
98 Ibidem.
le varie parti del racconto – frammenti derivati dalle diverse memorie indivi-
duali – che ricorda molto da vicino il genere classico della tragedia, così come
originariamente teorizzato nella Poetica di Aristotele.
Appurato il fatto che la memoria sociale dei sopravvissuti di Civitella «si
rivela piuttosto dispositivo narrativo che logica dei fatti» 99 , un attento esame dei
racconti e delle testimonianze individuali dei superstiti rivela la presenza di una
struttura narrativa sovraindividuale condivisa all’interno della comunità, una
concatenazione di eventi particolarmente coesa e coerente, in cui i diversi epi-
sodî narrati sono interconnessi secondo una logica impeccabile e dànno vita ad
un racconto di genere molto simile a quello della tragedia classica: niente co-
mincia e niente finisce casualmente; l’iter narrativo, per quanto articolato e
complesso, è racchiuso entro gli estremi di un prologo ed un epilogo; inoltre,
«tutti i personaggi devono avere un ruolo esatto e funzionale alla logica
dell’insieme» 100 .
In sintesi, il racconto collettivo della strage del 29 giugno 1944 – creazio-
ne sociale dei sopravvissuti di Civitella in Val di Chiana – si presenta come «una
sequenza narrativa che deve essere completamente coesa, dove da un principio,
attraverso un mezzo, si arriva a una fine, e dove ogni personaggio deve trovare
una collocazione e un significato all’interno della sequenza» 101 .

L’INTERVENTO PARTIGIANO AL CIRCOLO RICREATIVO: IL “PUNTO ZERO”


DELLA NARRAZIONE COLLETTIVA

Fin dalle prime pagine della sua monografia sul caso di Civitella in Val di
Chiana, Contini osserva che «nel racconto degli abitanti la tragedia inizia con
l’uccisione nell’unico locale pubblico di Civitella di tre soldati tedeschi da parte
dei partigiani, per proseguire con gli abitanti che fuggono e per alcuni giorni re-
stano nascosti in campagna finché, rassicurati, tornano in paese. Il culmine del-
la narrazione è raggiunto con l’arrivo dei tedeschi, in un giorno di festa, quando
tutti sono in chiesa o stanno per andarci. I soldati massacrano tutti gli uomini
mentre i partigiani non intervengono in loro difesa» 102 .
La narrazione collettiva creata dai sopravvissuti, logico e compatto sus-
seguirsi di eventi che conducono alla strage del 29 giugno, necessita, prima di
tutto, di una situazione iniziale, di un esordio, un punto di avvio del racconto
che fornisca chiaramente una netta cesura fra un “prima” e un “dopo” relativi al
massacro.
Gli abitanti di Civitella avvertono così il bisogno di ricercare ed indivi-
duare, all’interno del caos di eventi che fa da sfondo al giugno del 1944, un epi-
sodio specifico da tramutare in elemento narrativo performante – qualcosa di

99 Cfr. CONTINI 1997, p. 10.


100 Ibidem.
101 Ivi, pp. 209-210.
102 Cfr. CONTINI 1997, p. 9.
molto simile al concetto di «funzione» studiato dal folklorista Vladimir Propp 103
– che imprima azione e movimento alla storia e dal quale dipenda un repentino
e deciso mutamento nello stato di cose fino ad allora vigente: l’intervento arma-
to effettuato dai partigiani della “Renzino” al circolo ricreativo di Civitella (e la
conseguente uccisione dei soldati tedeschi) sembra corrispondere esattamente a
queste caratteristiche.
Questo episodio andrà, infatti, con il tempo a costituire l’effettivo “punto
zero” del racconto condiviso dai sopravvissuti all’eccidio: è in questo frangente
che la popolazione individua un vero e proprio momento di rottura
nell’equilibrio delle proprie consuetudini di vita.
Proprio analizzando la narrazione collettiva della gente di Civitella in Val
di Chiana, lo storico e antropologo Alessandro Portelli ha messo in luce il fatto
che «quasi tutti racconti sulla strage di Civitella […] cominciano con l’uccisione
dei tedeschi» 104 . Già in molte testimonianze raccolte nell’immediato dopoguer-
ra, l’episodio della sparatoria al “Dopolavoro” – che molto spesso viene sentito
come una brusca interruzione nella tranquillità della vita quotidiana – rappre-
senta il prologo di ogni narrazione: «la sera del 18 giugno 1944 ero in casa con
mio marito e i miei due figliuoli […]. Dopo una ventina di minuti udimmo gran-
di spari e grida di bambini; poi fu un gran silenzio. […] i partigiani avevano ucci-
so due tedeschi, un altro era stato ferito gravemente, e un altro era fuggito tra-
sportando quello ferito» 105 ; «la sera del 18 giugno mi trovavo con la mia fami-
glia in casa. A un tratto sentimmo una gran sparatoria e un gran bercìo di gente
e andammo subito a letto. La mattina del 19 dissero che avevano ammazzato tre
tedeschi […]» 106 ; «era il giorno di domenica e dopo aver assistito alle sante fun-
zioni mi ritirai in casa per preparare la cena. […] udii dei colpi e corsi alla fine-
stra. Domandai che cosa era accaduto. […] quattro individui erano entrati nel
dopolavoro dove erano alcuni tedeschi a un tavolino. Avevano detto ai tedeschi:
“Alto le mani” e fu una sparatoria dove due tedeschi morirono e uno fu ferito
gravemente» 107 .
In alcuni casi, il prologo della narrazione assume già i connotati di critica
e giudizio feroci da parte del testimone nei confronti dell’azione partigiana: «il
giorno 18 giugno, nel pomeriggio, vennero cinque tedeschi e si trattennero tutta
la sera a Civitella e andarono nel circolo a bere dove andarono dei partigiani per
ammazzarli» 108 ; «il giorno del 18 giugno 1944 in Civitella furono uccisi due te-
deschi dai partigiani che si trovavano nei dintorni, senza pensare che i tedeschi

103 Cfr. PROPP 1928. In questo fondamentale studio, Propp procede alla scomposizione struttura-
le del racconto fiabesco alla ricerca di un universale modello logico della narratività. Secondo il
folklorista russo, l’andamento della narrazione è retto e gestito da una serie di «funzioni», defi-
nite come «l’operato d’un personaggio determinato dal punto di vista del suo significato per lo
svolgimento della vicenda» (ivi, p. 27; corsivo nel testo originale). In particolare, glossando la
descrizione della funzione «danneggiamento», una delle trentuno funzioni che nella teoria
proppiana compongono la struttura del racconto, Propp sottolinea: «questa funzione è di stra-
ordinaria importanza, poiché è con essa che ha inizio l’azione narrativa vera e propria. […] col
danneggiamento si apre l’esordio» (ivi, p. 37; corsivo nel testo originale).
104 Cfr. PORTELLI, Alessandro, “Lutto, senso comune, mito e politica nella memoria della strage

di Civitella”, in PAGGI 1996, p. 90.


105 Cfr. BILENCHI 1984, p. 253. Testimonianza di Anna Cetoloni.
106 Ivi, p. 263. Testimonianza di Rosa Sensini.
107 Ivi, p. 264. Testimonianza di Giuseppa Marsili.
108 Ivi, p. 261. Testimonianza di Maddalena Scaletti.
avrebbero fatto rappresaglia contro gli abitanti più vicini» 109 ; «il giorno 18 giu-
gno 1944 […] nel Dopolavoro del mio paese […] vennero uccisi per mano dei
partigiani due soldati tedeschi. Di lì cominciò la mia agonia e quella di tutti i
miei compaesani» 110 .
Si è già accennato all’episodio dell’intervento partigiano al circolo ricrea-
tivo come ad un avvenimento che, nei resoconti orali della popolazione di Civi-
tella, interrompe drasticamente quella “incantata” situazione di benessere che lo
precede, annunciando la sciagura del paese.
In effetti, è di nuovo l’analisi che del racconto collettivo di Civitella fa
Portelli ad evidenziare il fatto che «prima che il racconto cominci, per definizio-
ne non succede niente: l’incipit segna la rottura di equilibrio e silenzio, e
l’avvento brusco di movimento e disordine» 111 .
Come in un’idilliaca immagine raffigurante un paradiso perduto, quasi
una età dell’oro che sembra richiamare da vicino molti miti dell’antichità, prima
del 18 giugno 1944, il borgo di Civitella in Val di Chiana è da tutti ricordato co-
me «un mondo isolato e silenzioso» 112 , immerso in «un’atmosfera senza tem-
po» 113 e «incorniciato dal verde di boschi profumati» 114 ; un «”piccolo mondo
antico” pieno di fascino ovattato e misterioso» 115 in cui la felicità e la quiete re-
gnano indisturbate; addirittura, Civitella è da alcuni descritta come un invidia-
bile (ma decisamente utopico e poco credibile nella realtà dei fatti) centro abita-
to in cui «il ricco e il povero, il colto e l’ignorante vivevano fianco a fianco, senza
alterigia gli uni, senza gretta sottomissione gli altri» 116 .

I PARTIGIANI DELLA FORMAZIONE “RENZINO” NEL RACCONTO COLLETTIVO


DEI SOPRAVVISSUTI: UN «CAPRO ESPIATORIO»

L’uccisione dei tedeschi al circolo ricreativo del paese ha non soltanto la


funzione di costituire il così detto “punto zero” della narrazione collettiva; que-
sto episodio serve anche – e soprattutto – ad individuare la causa principale e
l’origine indubitabile della serie di eventi che conduce al massacro del 29 giu-
gno.
In altre parole, i partigiani della “Renzino” cominciano – fin dai primi
mesi dopo il passaggio del fronte bellico – a rappresentare per i sopravvissuti di
Civitella un capro espiatorio, una sorta di vittima sacrificale da immolare vir-
tualmente per rendere giustizia e controbilanciare, almeno idealmente, la perdi-
ta delle proprie vittime.

109 Ivi, p. 259. Testimonianza di Corinna Stopponi.


110 Ivi, p. 257. Testimonianza di Uliana Merini.
111 Cfr. PORTELLI, Alessandro, “Lutto, senso comune, mito e politica nella memoria della strage di

Civitella”, in PAGGI 1996, p. 90.


112 Cfr. BALÒ VALLI 1994, p. 3
113 Ibidem.
114 Ivi, p. XIII.
115 Ibidem.
116 Ivi, p. 11.
Da un punto di vista teorico, la tematica della violenza e, in particolare, il
concetto di «capro espiatorio» sono, da circa trenta anni, al centro della specu-
lazione filosofica di René Girard, antropologo francese che – specialmente fra
gli anni Settanta e gli anni Ottanta – ha dedicato a tali argomenti una serie di af-
fascinanti ricerche 117 .
Come già in precedenza suggerito da importanti studî di Sigmund
Freud 118 e di James George Frazer 119 anche per Girard la violenza è ontogeneti-
camente connaturata all’origine della società umana; tuttavia, se Frazer istitui-
sce un legame diretto fra magia e violenza originaria 120 , e Freud preferisce far
risalire il sorgere di quest’ultima alla ambivalenza della situazione edipica 121 , la
riflessione antropologica di Girard pone a fondamento di ogni società civile la
cruenta pratica del sacrificio che, al tempo stesso e paradossalmente, consiste
nell’unico rimedio che l’umanità riesce a porre alla dilagante e distruttrice vio-
lenza originaria.
Secondo Girard, ogni società umana si trova obbligata, fin dai suoi pri-
mordî, a far fronte ad un endemico e radicale rischio di disgregazione originato
dalla reciproca aggressività fra gli individui che tale società costituiscono.
Una pura e incontrollata violenza del genere comporta la drammatica
conseguenza della vendetta, fondata sul principio per cui ad ogni atto di violen-
za deve necessariamente corrispondere un nuovo atto di violenza a scopo riequi-
librante.
Il principio della vendetta (che Girard definisce «violenza essenziale») si
configura, quindi, come una catena interminabile di atti violenti che investe la
società nella sua interezza.

117 In particolare, si vedano GIRARD 1972 e GIRARD 1982.


118 Cfr. FREUD 1912.
119 Cfr. FRAZER 1922.
120 Nel pensiero di Frazer (esposto, per la gran parte, nella sua monumentale e celebre opera Il

ramo d’oro), magia, credenze popolari e superstizioni sono tutti elementi che concorrono a ren-
dere debole e fragile qualsiasi processo di civilizzazione. In proposito, scrive Fabio Dei, interpre-
tando il pensiero dell’antropologo inglese, che proprio tale processo di civilizzazione «è rappre-
sentato come la superficie del mare in continuo movimento, sotto la quale si estende l’immota
profondità degli abissi; come una striscia sottile di terra sotto la quale romba un vulcano; o co-
me un pallido cerchio di luce circondato dalle tenebre della notte. Il vulcano, le tenebre, gli abis-
si sono le strutture invarianti del pensiero magico–religioso e delle connesse pratiche di sacrifi-
cio cruento: dalla lettura de Il ramo d’oro, esse appaiono come una sorta di essenza originaria e
autentica della cultura umana, che nessun progresso e nessuna scienza riescono in definitiva a
scalfire, e che anzi si ripresentano nella modernità sotto nuove vesti» (cfr. DEI, Fabio, “Interpre-
tazioni antropologiche della violenza, tra natura e cultura”, in
http://www.antropologie.it/apocalissi/dei_apocalissi01.html, 2005).
121 L’ambivalenza di un’originaria situazione edipica – atavica realtà ipotizzata da Freud (ma mai

dimostrata) da cui scaturirebbero la proibizione dell’omicidio e dell’incesto, i due principali tabu


del totemismo – costituisce la tesi centrale di Totem e tabù. In questo saggio, Freud immagina
l’esistenza di un’orda primordiale alla cui guida risiede un padre prepotente che riserva a sé le
femmine e scaccia i figli a mano a mano che crescono. La situazione muta nel momento in cui
all’orda paterna succede un clan paritario costituito da fratelli. I fratelli scacciati allora si uni-
scono, uccidono il padre e lo divorano, ponendo fine all’orda primordiale. Divorando il proprio
padre, ogni fratello si appropria di una parte della sua forza primigenia: in questo modo, il sen-
timento provato dai figli nei confronti del padre appare ambivalente, di odio e di amore. Perciò,
dopo l’uccisione del padre, i figli provano rimorso e proibiscono da allora l’uccisione del sostitu-
to paterno, l’animale totemico, interdicendosi anche le donne, divenute finalmente disponibili.
All’indefinito e autodistruttivo propagarsi della violenza essenziale, la so-
cietà umana risponde quindi con la creazione di quell’istituto culturale che è il
sacrificio: «[…] un atto di violenza che non crei squilibri nel corpo sociale e che
non richieda dunque ulteriori passi di vendetta e rappresaglia. [Un atto] com-
piuto in sostanza dall’intera comunità, in accordo, su un unico individuo che
svolge la funzione di capro espiatorio» 122 .
La ricerca di un capro espiatorio e il rovesciamento di una violenza una-
nime su di esso, avvengono, in pratica, «durante periodi di crisi che comportano
l’indebolimento delle istituzioni normali e favoriscono la formazione di folle» 123
indistinte e accomunate dalla esperienza di una condizione critica come, ad e-
sempio, quella di un lutto straordinario e “inspiegabile”, poiché apparentemente
privo di una ragione.
Nel momento in cui una tragedia come quella dell’eccidio di Civitella in
Val di Chiana colpisce un’intera popolazione, quest’ultima si trova a dover ne-
cessariamente darsi una spiegazione, ad aver bisogno di trovare almeno un fon-
do di razionalità in ciò che è accaduto; perciò, chi ha subìto danno o violenza
tende a rivolgere il proprio desiderio di vendetta su un oggetto culturale – e, so-
prattutto, umano – (ri)conosciuto che in qualche modo abbia i requisiti per po-
ter portare lo stigma della colpa.
Nonostante i tedeschi abbiano materialmente compiuto il massacro e si
siano macchiati di un crimine gratuito e aberrante contro l’umanità, i partigiani
rappresentano comunque un elemento più vicino alle categorie di pensiero della
popolazione di Civitella.
Se in seno alla ben nota opposizione dicotomica di levistraussiana conce-
zione fra «natura» e «cultura» si volesse azzardare un’ipotetica collocazione dei
carnefici tedeschi (in riferimento, ovviamente, alle categorie di pensiero dei su-
perstiti di Civitella), di certo si converrebbe sul fatto che l’azione compiuta dai
soldati della «Hermann Göring» appare talmente catastrofica e apocalittica da
somigliare molto più a qualcosa di ineluttabilmente naturale che non ad una in-
tenzionale dimostrazione di umana violenza.
Con parole di rara intensità, scrive a tal proposito Pietro Clemente: «forse
in questo carattere apocalittico, impensabile come umano, del dar la morte col-
lettiva senza alcuna legge né pietà, sta il ripiegamento della ricerca della colpa
nella piccola storia, nella dimensione vicina e ancora afferrabile degli errori u-
mani, laddove l’orrore della strage è ‘pura natura’, come un cataclisma: non sa
di umano, ma di assolutamente altro» 124 .
Si potrebbe aggiungere, con Contini, che «certamente i tedeschi apparve-
ro, colpirono per poi sparire, repentinamente e definitivamente, come sparisco-
no gli uragani o le pestilenze, dopo il disastro. Tanto da sembrare, nelle testi-
monianze di oggi, un nemico non umano, senza volto e privo di responsabilità
come le forze della natura scatenata. I partigiani, invece, erano e sono umani;

122 Cfr. DEI, Fabio, “Interpretazioni antropologiche della violenza, tra natura e cultura”, in

http://www.antropologie.it/apocalissi/dei_apocalissi01.html, 2005.
123 Cfr. GIRARD 1982, p. 29 (corsivo nel testo originale).
124 Cfr. CLEMENTE, Pietro, “Ritorno dall’apocalisse”, dattiloscritto. Il testo, originariamente pre-

sentato come intervento orale al già citato Convegno In memory e, fino ad oggi, disponibile sol-
tanto in formato digitale all’indirizzo
http://www.antropologie.it/apocalissi/clemente_apocalissi01.html, è stato da poco pubblicato
in CLEMENTE – DEI 2005.
non sparirono dal paese, ma rimasero negli anni e nei decenni successivi alla
strage» 125 .
In ultima analisi, si può osservare un’ulteriore caratteristica che contrad-
distingue i partigiani nel racconto della collettività di Civitella, rendendoli i soli
a poter essere reputati la causa del massacro. Gli uomini della “Renzino” rap-
presentano infatti una particolare figura di confine che mostra di avere molti e-
lementi in comune con il concetto girardiano di «capro espiatorio»: per i so-
pravvissuti di Civitella, i partigiani equivalgono alla figura dello «straniero in-
terno» 126 , ovvero un tipo di soggetto che paradossalmente appartiene alla co-
munità ma, al tempo stesso, vi è estraneo.
«Lo straniero interno è il membro di una comunità che se ne distingue
per almeno un aspetto costitutivo della identità propria e della comunità stessa.
Al tempo stesso esso a) appartiene inequivocabilmente alla comunità per molti
dei suoi tratti significativi, b) altrettanto inequivocabilmente non le appartiene
per altri suoi tratti significativi. La forza euristica del concetto sta nel suo ossi-
moro. Lo straniero interno è contemporaneamente straniero e interno» 127 .
Nel caso di Civitella, il valore di appartenenza dei componenti della for-
mazione partigiana “Renzino” alla comunità è corroborato dal fatto che la mag-
gior parte di essi è per lo più costituita da persone di giovane età note a tutti in
paese, perché figli o parenti di qualche conoscente.
Così scrive Ida Balò a proposito di Vasco Caroti, uno dei partigiani mili-
tanti nella “Renzino” che, il 18 giugno, partecipò all’intervento armato nel “Do-
polavoro” del paese: «[…] anche Vasco era considerato un bravo ragazzo. Dive-
nuto “ribelle”, quando ormai il fronte di liberazione era imminente e quando la
caccia ai renitenti era notevolmente diminuita per il precipitare degli eventi, ve-
niva spesso in paese in visita alla famiglia e alla sua presenza saltuaria nessuno
faceva più caso» 128 .
Tuttavia, per i sopravvissuti di Civitella, il senso di estraneità dei parti-
giani della “Renzino” alla comunità è dato proprio dal loro status di partigiani,
ovvero dall’essere individui che hanno fatto una scelta diversa da quello del
quieto vivere degli abitanti del paese: adesso sono fuggiaschi perché renitenti al-
la leva o, peggio ancora, qualcuno li teme in quanto “ribelli”.

LA FUNZIONE DEI TEMPI VERBALI NEL RACCONTO DEL MASSACRO:


UN’ANALISI TESTUALE

Il 1994 rappresenta per la memoria dei sopravvissuti al massacro di Civi-


tella in Val di Chiana una sorta di traguardo: a questo anno, infatti, data la pub-
blicazione di un’opera di storia locale – dal titolo Giugno 1944. Civitella raccon-
ta – curata da Ida Balò, figlia di una delle vittime dell’eccidio, e altrove in queste

125 Cfr. CONTINI 1997, p. 211.


126 Cfr. POZZI, Enrico, “Lo Straniero Interno”, in ID. 1993.
127 Ivi, p. 11.
128 Cfr. BALÒ VALLI 1994, p. 25.
pagine definita come l’assoluto testo di riferimento per chiunque intenda cono-
scere dall’interno la memoria locale della strage.
Andata componendo e delineandosi fin dal primo dopoguerra in una di-
mensione essenzialmente orale, la memoria collettiva dell’eccidio – sebbene a
distanza di mezzo secolo dall’evento – approda finalmente, attraverso la stampa
del succitato volume, alla sua fissazione e consacrazione nella dimensione dello
scritto. Acquisendo una forma letteraria, la memoria locale della strage tocca un
punto d’arrivo oltre il quale i momenti coesivi della narrazione e i relativi conte-
nuti espressi non possono più in alcun modo essere ripensati o modificati.
Si tratta – nei termini proprî della già citata teoria della memoria di Jan
Assmann – dell’importante passaggio da una memoria di tipo «sociale» o «col-
lettivo» – caratterizzata da continui aggiustamenti e, dunque, dall’essere costan-
temente in fieri – ad una memoria propriamente «culturale», cioè compiuta e
legittimata così ad essere trasmessa alla posterità in qualità di “tradizione”.
È quindi l’estrema importanza che il testo in questione riveste per la co-
munità dei superstiti di Civitella a suggerire un attento esame della sua forma in
relazione ai suoi contenuti; in particolare, l’esame della funzione di alcuni segni
linguistici – in questo caso, i tempi verbali – impiegati nei momenti narrativi
che vengono dedicati al massacro del 29 giugno 1944. Ciò che si intende, quindi,
mettere in rilievo – attraverso l’utilizzo di uno specifico apparato teorico descrit-
to di séguito – è il fatto che un appropriato uso, da parte di chi produce un mes-
saggio, di certe forme linguistiche temporali al posto di altre può suscitare un
diverso atteggiamento ricettivo in coloro a cui il messaggio è destinato.
In uno studio apparso oltre quaranta anni fa – e rivelatosi in séguito fon-
damentale per gli sviluppi della linguistica testuale 129 – il filologo e linguista
Harald Weinrich analizzava la funzione dei tempi verbali all’interno del testo,
teorizzando una sostanziale divergenza fra il tempo cronologico e il tempo te-
stuale. In sintesi, egli sosteneva che «i sistemi temporali […] non possono essere
interpretati semplicemente come sistemi di segni cronologici. Le forme tempo-
rali sono piuttosto segni linguistici a disposizione del parlante, perché questi
possa manovrare in una molteplicità di sfumature l’atteggiamento ricettivo
dell’ascoltatore» 130 .
Nella teoria del testo weinrichiana, i tempi verbali rappresentano segni
linguistici «ostinati», poiché – rispetto a segni linguistici di altra natura – mani-
festano un indice di ricorrenza testuale molto alto. Un testo appare, dunque, ge-
neralmente disseminato di forme linguistiche temporali, tanto da suggerire a

129 La linguistica testuale (o linguistica del testo) rappresenta una disciplina delle scienze del lin-
guaggio – principalmente sviluppatasi presso gli atenei del Nord d’Europa – la cui ipotesi di la-
voro è che «l’oggetto peculiare della linguistica sia non l’enunciato […], ma il testo […], che il te-
sto sia il segno linguistico originario […], che i testi siano la forma specifica d’esistenza del lin-
guaggio» (cfr. CONTE 1977, p. 11). Rifiutando di considerare la frase come la più ampia unità di
descrizione grammaticale, la linguistica testuale si pone come ulteriore fase di sviluppo della
linguistica strutturale, sostenendo, al contrario, che «la frase […] non è né la più grande né la
più piccola unità di un’espressione linguistica, bensì tutt’al più un’unità di lunghezza media
[…]» e che un testo è genericamente definibile come «una successione coerente e consistente di
segni linguistici, posta tra due interruzioni notevoli della comunicazione» (cfr. WEINRICH 1964,
pp. 18 e 20).
130 Cfr. WEINRICH 1964, pp. 7-8.
Weinrich la formulazione di una regola generale: «in un testo stampato il nume-
ro delle forme temporali corrisponde all’incirca al numero delle righe» 131 .
Tuttavia, entro il fenomeno più generale dell’ostinazione testuale delle
forme temporali, si affaccia il più specifico fenomeno della «dominanza». In al-
tri termini, il numeroso ricorrere dei tempi verbali all’interno di un testo com-
porta il riconoscimento della prevalenza di certe forme temporali su altre: «in
quasi tutti i testi, pur nella grande varietà delle situazioni o dei generi letterari
da cui essi traggono origine, domina chiaramente un determinato tempo verba-
le, o un determinato gruppo di tempi verbali, che costituisce la netta maggioran-
za di tutte quante le forme temporali ivi ricorrenti» 132 .
A questo punto, Weinrich può formulare, all’interno della sua teoria te-
stuale, l’ipotesi dell’esistenza di due fondamentali categorie di tempi verbali: si
tratta di quelli che egli chiama tempi «commentativi» e tempi «narrativi»; della
prima categoria (per quanto, ovviamente, inerisce la lingua italiana) fanno parte
il passato prossimo, il presente, il futuro e il futuro anteriore, mentre alla secon-
da appartengono il trapassato prossimo, il trapassato remoto, l’imperfetto, il
passato remoto, il condizionale presente ed il condizionale passato.
Dal momento che sia i tempi commentativi che quelli narrativi possono
far riferimento a qualsiasi campo semantico potenzialmente oggetto di comuni-
cazione – a qualsiasi «universo del possibile», dice Weinrich – essi potranno ri-
spettivamente dirsi «tempi del mondo commentato» e «tempi del mondo narra-
to», dove con il termine «mondo» è unicamente da intendersi «la somma di tut-
to ciò che può divenire oggetto di un atto comunicativo» 133 .
Prima di tentare un’analisi linguistica di alcuni testi che hanno per ogget-
to il racconto del massacro di Civitella in Val di Chiana, è opportuno rendere fi-
nalmente esplicito il significato che si deve attribuire alle nozioni del «commen-
tare» e del «narrare» caratteristiche dei tempi verbali. In primo luogo, si può
parlare di tempi «commentativi» e di tempi «narrativi» soltanto partendo dal
presupposto che le forme linguistiche temporali siano strumenti attraverso i
quali un parlante, uno scrivente o, comunque, un emittente persegue lo scopo
pragmatico di fornire una particolare segnalazione al ricevente della comunica-
zione. «Commento» e «narrazione» devono, perciò, essere intesi come valori in-
trinseci di un atteggiamento comunicativo mostrato da un emittente nei con-
fronti di un ricevente; valori, quindi, pragmaticamente capaci di mutare in mo-
do rilevante una situazione comunicativa.
Scrive Weinrich che «i valori segnaletici del commentare e del narrare,
inerenti, in qualità di caratteri strutturali, ai morfemi temporali con ricorrenza
ostinata, [offrono] a chi parla la possibilità di influire in maniera determinata
sull’ascoltatore, guidandolo nella ricezione di un testo. Il parlante, infatti, usan-
do i tempi commentativi dà a capire che per lui è opportuno che l’ascoltatore,
nel recepire quel tal testo, assuma un atteggiamento di tensione, mentre coi
tempi narrativi dà ad intendere, per opposizione, che il testo in questione deve
essere recepito in stato di distensione» 134 .

131 Ivi, p. 25.


132 Ivi, p. 28.
133 Ivi, p. 33.
134 Ivi, p. 49 (corsivo nel testo originale).
Sulla scorta degli elementi concettuali fin qui presentati, si può senza
dubbio affermare che, dall’analisi testuale di alcuni brani tratti da Giugno 1944.
Civitella racconta, emerge un utilizzo delle forme linguistiche temporali perfet-
tamente congruente con quanto teorizzato da Harald Weinrich: mediante un
uso strategicamente alternato di tempi commentativi e tempi narrativi, l’autrice
del libro suggerisce al lettore differenti atteggiamenti ricettivi (coincidenti con
maggiori o minori stati di tensione) da tenere nel corso della narrazione.
Nel volume curato da Ida Balò, il racconto della strage, dei momenti che
la precedono e di quelli che la seguono, costituisce una cospicua parte del testo,
occupando quasi la metà delle sue pagine. Tutta la narrazione è suddivisa in die-
ci capitoli 135 che riportano eventi di diversa carica emotiva: si passa infatti dal
racconto di una Civitella in trepida attesa, durante la primavera del 1944, di un
mutamento della situazione bellica nazionale a favore di una liberazione
dall’esercito tedesco, ai drammatici momenti che vedono i partigiani ferire a
morte tre tedeschi durante un’azione effettuata il 18 giugno nel circolo ricreativo
del paese, fino al tragico e dettagliato resoconto del massacro nazi-fascista ope-
rato il 29 giugno a Civitella dai soldati della «Hermann Göring».
Il seguente è un brano tratto dal capitolo iniziale “Civitella della Chiana –
Giugno 1944”: «Nel giugno 1944, dall’alto del suo colle inondato di sole, Civitel-
la ascoltava il rombo cupo del cannone che proveniva dall’estremo lembo della
Val di Chiana. La guerra infuriava in tutta l’Italia centrale […]. Gli abitanti di Ci-
vitella, seduti sulle mura e sui baluardi prospicienti la valle, scrutavano i bagliori
che apparivano all’orizzonte e, ascoltando i boati, i vecchi combattenti azzarda-
vano previsioni e discutevano sul calibro degli obici. I ragazzi, avidi di conoscere
quel “nuovo gioco”, osservavano ed ascoltavano con una strana luce negli occhi.
La liberazione tanto agognata era omai vicina e tutti l’attendevano con gioia e
trepidazione. Si gioiva per la prossima fine del terrore […]» 136 .
Il brano scelto presenta un’assoluta predominanza dell’imperfetto (ascol-
tava, proveniva, infuriava, scrutavano, apparivano, azzardavano, discuteva-
no, osservavano, ascoltavano, era, attendevano, gioiva), forma temporale ca-
ratteristica del mondo narrato. L’atteggiamento ricettivo che il lettore è tenuto
ad assumere leggendo questo frammento è, dunque, di distensione e di semplice
apprendimento dei fatti narrati. In un certo qual senso, l’uso del tempo imper-
fetto tende anche ad istituire una distanza psicologica fra il lettore e gli eventi
della narrazione: è bene infatti rammentare che, in qualità di tempo principale
del mondo narrato, l’imperfetto rappresenta anche la forma temporale caratte-
ristica della favola (si ricordi il celebre e diffusissimo incipit fiabesco c’era una
volta). Introducendo il racconto, il tempo imperfetto crea, infine, attesa ed a-
spettativa nell’atteggiamento ricettivo del lettore.
Si vedano adesso due brani tratti dai capitoli “18 giugno 1944” e “Un ag-
guato mortale – Ore 21,00”: «Il 18 giugno 1944 era domenica. Il fronte di guerra
ormai vicino destava preoccupazione, ma si credeva e soprattutto si sperava in

135 Ovvero, “Civitella della Chiana – Giugno 1944” (cfr. BALÒ VALLI 1994, pp. 3-15); “18 giugno
1944” (ivi, pp. 16-30); “Un agguato mortale – Ore 21,00” (ivi, pp. 31-45); “Paura, attesa e spe-
ranza” (ivi, pp. 46-64); “Fatti inquietanti” (ivi, pp. 65-80); “Giovedì 29 giugno – Festa dei Santi
Pietro e Paolo – La strage” (ivi, pp. 81-115); “Il ‘Triangolo della morte’” (ivi, pp. 116-141); “Dopo
la strage” (ivi, pp. 142-167); “Documenti relativi ai fatti” (ivi, pp. 168-185); “Un paese offeso” (i-
vi, pp. 186-197).
136 Ivi, pp. 5-6.
una rapida liberazione. In un’atmosfera ansiosa, dominata da una calma appa-
rente, che voleva ad ogni costo allontanare lo spettro della paura e del male, Ci-
vitella viveva quel giorno di festa. E si assaporava la gioia del riposo,
dell’incontro, della calda conversazione che riusciva, al di sopra di tutte le mise-
rie, a infondere speranza e desiderio di vita» 137 . La forma linguistica temporale
utilizzata in modo dominante – e sovente impersonale – è qui ancora
l’imperfetto (era, destava, si credeva, si sperava, voleva, viveva, si assaporava,
riusciva), almeno fino a quando non sopraggiunge la descrizione del locale pub-
blico – il “Dopolavoro dei Combattenti” – ove avviene l’assalto partigiano e, suc-
cessivamente, la descrizione dell’assalto stesso: «[…] nel dopolavoro il gioco era
ricominciato. L’antico palazzo, una volta sede municipale, ora ospitava […] al
pianterreno il circolo ricreativo. Dopo un ampio ingresso che si affacciava sotto
il cinquecentesco loggiato della piazza, c’era la sala da gioco: semplici tavoli a
quattro posti, sedie impagliate dozzinali, una massiccia radio in un angolo, il
tutto illuminato da un’unica lampada appesa ad un filo al centro del soffitto […].
Ed è proprio in questo luogo che […] si consuma un dramma sanguinoso e in-
quietante. Poco dopo le venti, quattro tedeschi […] entrano […] nel circolo […].
Nella sala da gioco prendono posto all’ultimo tavolo di destra vicino alla fine-
stra; depongono i cinturoni con le pistole sopra una sedia; appoggiano alla pare-
te vicina delle armi più pesanti […] e, dopo essersi riforniti al bar di vino e di
bicchieri, si mettono frettolosamente a bere» 138 . Il repentino cambio di registro
verbale, per cui la narrazione passa da un tempo imperfetto (era, ospitava, si
affacciava, era) ad un tempo presente (è, si consuma, entrano, prendono, de-
pongono, appoggiano, si mettono), caratteristico – quest’ultimo – del mondo
commentato, implica un innalzamento della soglia di attenzione che il lettore è
chiamato a prestare nei confronti degli eventi narrati. Da una semplice descri-
zione d’ambiente, il racconto si sposta su una serie di personaggi e di azioni da
essi compiute che richiedono un maggiore livello di tensione ricettiva.
La drammaticità del materiale narrativo raggiunge il suo culmine nel ca-
pitolo “Giovedì 29 giugno – Festa dei Santi Pietro e Paolo – La strage”, intera-
mente dedicato al racconto dei tragici momenti che vedono irrompere le truppe
tedesche in paese per compiere il massacro della popolazione: «Un’alba chiara,
un sole luminoso annunciano una splendida giornata di fine giugno. Una legge-
ra foschia ricopre il piano, ma in alto la luce splende. La campana comincia a
suonare il primo doppio; alle sette c’è la prima messa. È la festa d’intero precet-
to dei SS. Pietro e Paolo. Civitella si desta e la vita paesana prende il suo avvio.
[…] ad un tratto lungo la china dove risplende il sole, si intravede, sempre più
distintamente, un’animazione insolita. Ma sì, sono persone, anzi sono soldati.
Per la vecchia strada romana […] avanzano soldati tedeschi in gran numero. Dal
piano provengono rumori di automezzi. Sono quasi le sette […]. Tutti si sentono
innocenti e forse si sforzano di guardare con occhio benevolo, anche se velato di
terrore e di tristezza, il nemico che avanza con le armi puntate […]. Ed ecco sul
sagrato la straziante separazione: gli uomini da una parte, le donne e i bambini
da un’altra. Spinte, minacce e canne puntate fanno allentare le braccia che si
tengono strette con forza intensa e dolorosa. Le piccole mani dei figli cadono i-
nerti lungo il corpo mentre lasciano senza capire la mano del padre che li ab-

137 Ivi, p. 16.


138 Ivi, pp. 31-33.
bandona e si allontana continuando a fissarli con amore e con dolore» 139 .
L’intero capitolo del libro da cui i pochi frammenti sopra riportati sono tratti è
letteralmente pervaso dall’uso verbale del tempo presente. Ne consegue non sol-
tanto la volontà – più o meno esplicita – da parte di chi scrive di provocare uno
stato di tensione e di pathos narrativo nel lettore, ma soprattutto l’intenzione di
riattualizzare e presentificare l’evento narrato, in tutta la sua tragicità. Mediante
l’utilizzo di una temporalità verbale presente – e, dunque, commentativa – si
rendono cioè psicologicamente attuali fatti accaduti in un passato ormai lonta-
no.
La stessa strategia narrativa fin qui descritta può essere ritrovata, a Civi-
tella in Val di Chiana, in una dimensione lievemente differente da quella propria
della pubblicazione a stampa, normalmente destinata ad una fruizione endofo-
nica: è il caso dell’orazione pubblica, ovvero di un tipo di testo preventivamente
scritto per esser letto pubblicamente ad un uditorio.
Il brano che segue è l’incipit dell’intervento pubblico di Dino Tiezzi – uno
dei sopravvissuti al massacro – presentato sulla piazza di Civitella in Val di
Chiana il 29 giugno 2001, in occasione della commemorazione ufficiale della
strage: «Fine giugno 1944. Eravamo rientrati alla spicciolata dalle campagne e
dai boschi dove ci eravamo rifugiati estremamente preoccupati delle ritorsioni
che i tedeschi potevano mettere in atto contro la popolazione per un’azione av-
venuta il 18 giugno e durante la quale erano stati uccisi due soldati tedeschi. Il
29 giugno 1944 ci apprestavamo a festeggiare la festa dei santi Pietro e Paolo,
quando, di prima mattina, truppe della Wehrmacht partono all’assalto della col-
lina di Civitella. Fra i primi a cadere sono i componenti della famiglia Bozzi qua-
si completamente sterminata, poi il contingente tedesco entra in paese, dilaga
per le strade, si introduce nelle case, irrompe nella chiesa. Inizia il massacro».
Anche in questo caso – come già si è visto per il volume di storia locale curato da
Ida Balò – i tempi verbali utilizzati variano a seconda del maggiore o minore
grado di tensione che l’argomento narrativo richiede al ricevente della comuni-
cazione. L’iniziale impiego del tempo imperfetto e di una singola forma verbale
al trapassato remoto (eravamo, eravamo, potevano, erano stati uccisi, appre-
stavamo) lascia immediatamente il posto al tempo presente (partono, sono, en-
tra, dilaga, introduce, irrompe) che coincide narrativamente con l’arrivo dei
soldati tedeschi a Civitella, momento di massima intensità e drammaticità.
Il rendere vivo e attuale un evento trascorso attraverso l’uso dei tempi
verbali commentativi significa che chi racconta «è in stato di tensione e il suo
discorso è penetrante, perché tratta di cose che lo riguardano direttamente, e di
conseguenza anche chi ascolta deve accoglierle con senso di partecipazione» 140 .
Per questo motivo, Dino Tiezzi – e, per mezzo della sua voce, tutta la popolazio-
ne di Civitella in Val di Chiana – intende comunicare che il massacro non iniziò
né è iniziato mezzo secolo fa: al contrario, il massacro inizia ogni qual volta esso
viene rievocato mediante il ricordo.

139 Ivi, pp. 81-92.


140 Cfr. WEINRICH 1964, p. 53.
L’URGENZA MITOPOIETICA DEI SOPRAVVISSUTI
Resta ancora da prendere in considerazione un ulteriore aspetto – forse
quello che tutti gli altri racchiude – che caratterizza il racconto collettivo dei so-
pravvissuti alla strage di Civitella: si tratta di un fenomeno che, con poche paro-
le, si potrebbe definire come l’urgenza mitopoietica dei ricordanti.
Un’accurata analisi del racconto collettivo di Civitella porta, in effetti, a
riconoscere che nella narrazione socialmente condivisa dei tragici eventi del
giugno 1944, ricorrono con costanza alcuni elementi, per così dire, “mitici”, os-
sia personaggi o episodî che, con il tempo, hanno assunto nel ricordo collettivo
una forte carica simbolica.
È opportuno sottolineare che, con l’aggettivo “mitico”, si intende in que-
sto contesto trascendere qualsiasi valore di verità/falsità; infatti, come sottoli-
nea Portelli, «un mito […] non è necessariamente un racconto falso, quanto un
racconto che, veridico o meno, amplifica il significato simbolico di un evento per
dare forma narrativa alle autorappresentazioni condivise da una comunità e da
una cultura» 141 .
Nel racconto della popolazione di Civitella ricorrono normalmente alcuni
elementi mitici di particolare pregnanza e significatività.
Il primo di questi è l’eroica immagine che sempre viene presentata della
figura di don Alcide Lazzeri, il parroco del paese ucciso dai tedeschi nel corso
della strage. Per gli abitanti del paese, don Alcide «era un uomo forte e corag-
gioso che univa ad una grande fede, ad una viva intelligenza, ad una profonda
cultura, uno spirito libero e battagliero che lo aveva sempre spinto a lottare con-
tro le ingiustizie in difesa di quei valori che avvicinano l’uomo a Dio. […] don Al-
cide era un simbolo, una certezza, un punto fermo. Tutti […] lo ascoltavano, lo
apprezzavano, lo rispettavano. La sua energia, la sua intransigenza […] non era-
no mai disgiunte dal desiderio di operare affinché trionfasse il bene
sull’indifferenza, sull’ipocrisia, sulla trasgressione alla legge di Dio» 142 .
La mattina del 29 giugno 1944, mentre i soldati della «Hermann Göring»
stanno salendo in gran numero verso il paese, don Alcide è in chiesa e sta offi-
ciando la funzione religiosa insieme ai suoi compaesani; «ma ad un tratto con
un fragore la porta della chiesa fu spalancata e il luogo sacro fu profanato da al-
cuni soldati urlanti» 143 . Don Alcide e tutti gli altri presenti vengono obbligati dai
tedeschi ad uscire dalla chiesa. Il parroco chiede di poter prima entrare in casa e
prendere un soprabito; «e pensare che dalla canonica, attraverso l’orto, sarebbe
potuto scappare, ma egli preferì tornare accanto al suo popolo» 144 .
Don Alcide viene così spinto sulla piazza insieme a molti altri uomini che
attendono il proprio turno di fronte alle mitragliatrici; «in testa al gruppo dei
condannati, [don Alcide] continuava a proclamare l’innocenza del suo popolo.
[…] chiese di poter parlare con il comandante e rivoltosi a uno che sembrava da-
re ordini, disse con voce straziata: “Non potete uccidere questi innocenti, ucci-

141 Cfr. PORTELLI, Alessandro, “Lutto, senso comune, mito e politica nella memoria della strage di
Civitella”, in PAGGI 1996, p. 97.
142 Cfr. BALÒ VALLI 1994, pp. 47-48.
143 Ivi, p. 211. Testimonianza di Lina Rossi.
144 Ibidem.
dete me e risparmiate loro!”» 145 . Luciano Giovannetti, nato a Civitella in Val di
Chiana e attuale vescovo di Fiesole, al tempo seminarista presso la diocesi di A-
rezzo, ricorda che don Alcide «diceva ad alta voce: “Sono io il responsabile di
quanto è accaduto, uccidete me!”» 146 .
Don Alcide Lazzeri sarà uno dei primi a morire sulla piazza principale di
Civitella, dopo aver denunziato la barbarie dei tedeschi davanti a Dio ed aver of-
ferto ai soldati il sacrificio della propria vita per aver salva quella della popola-
zione.
È tuttavia interessante notare come, nelle diverse testimonianze indivi-
duali, poi confluite nella narrazione collettiva del massacro, la figura del parroco
di Civitella equivalga a quella di un eroe e di un martire; ed altrettanto interes-
sante è il facile paragone che nel racconto della popolazione si istituisce fra due
immagini emblematiche: da un lato, Alcide Lazzeri, che con valore e coraggio
sceglie di non sottrarsi alla morte ma, anzi, di sacrificare la propria persona per
il suo popolo; dall’altro, i partigiani, che volontariamente causano la rovina del
paese uccidendo tre tedeschi all’interno delle sue mura e, durante la strage, spa-
riscono invece di accorrere per difendere la popolazione inerme.
Un altro elemento mitico che ricorre nella narrazione collettiva di Civitel-
la – estremamente diffuso anche nella memoria sociale di molti altri luoghi ove
sia stata compiuta una strage nazi-fascista – è quello del così detto “tedesco
buono”.
Si tratta, prevalentemente, della figura di un soldato, quasi sempre de-
scritto come molto giovane ed inesperto, che favorisce la fuga di qualche abitan-
te o si rifiuta di uccidere i civili; in alcuni racconti, questo giovane soldato viene
addirittura ucciso da un suo superiore per aver disobbedito agli ordini.
Un testimone della strage di Civitella ricorda un episodio avvenuto sulla
piazza del paese, durante le esecuzioni operate dai tedeschi su gruppi di cinque
uomini per volta: «[…] il sergente sembrò ordinare il fuoco ad un soldato che
impugnava un’arma. Ma accadde una cosa inconsueta: il soldato che aveva rice-
vuto l’ordine fissò i condannati e rimase immobile. Il comandante lo redarguì
[…] e nuovamente gli ordinò di sparare, ma quello rimase ancora indeciso. Allo-
ra il sergente lo spinse da un lato e con un’arma […] sparò personalmente sui
cinque uomini. […]. Intanto il sergente comandante […] si rivolse nuovamente
al soldato che si era rifiutato di sparare […] spinse quel soldato “traditore” da
una parte […], lo fece voltare di schiena e con un colpo secco alla testa lo atter-
rò» 147 .
Probabilmente, così come il gesto eroico di don Alcide Lazzeri, anche il ri-
fiuto da parte del soldato tedesco di uccidere civili innocenti appare – a distanza
di oltre cinquanta anni dagli eventi raccontati – una sorta di espediente narrati-
vo atto a rendere più tollerabile il trauma del massacro.
Per di più, la figura del “tedesco buono” ha forse la funzione di mitigare la
rigida efficienza del plotone di esecuzione tedesco, vera e propria macchina da
guerra, perfettamente coordinata. «Il “tedesco buono” rappresenta l’eccezione,

145 Ibidem.
146 Ivi, p. 285. Testimonianza di Luciano Giovannetti.
147 Ivi, p. 260. Testimonianza di Luigi Bigiarini.
pur se immaginaria, in quella struttura completamente coesa, e quindi il sogno
di un passato che avrebbe potuto essere diverso» 148 .
Una certa ambivalenza sembra esser propria del mito del “tedesco buo-
no”, tale da mostrare come questa tipologia di personaggio possa simboleggiare
tanto la profonda umanità che risiede in ognuno di noi, quanto la ferina disu-
manità degli altri, denunziata attraverso l’umanità del singolo.
Ulteriore – ed ultimo in ordine di creazione – elemento narrativo dal ca-
rattere mitico è quello rappresentato da un reduce di guerra che, circa quaranta
anni dopo l’eccidio, fa ritorno a Civitella in Val di Chiana, cercando il parroco e
domandando il perdono suo e quello di Dio per l’atto brutale che ha commesso,
partecipando al massacro della popolazione.
Don Enrico Biagini, parroco di Civitella durante gli anni Ottanta, così ri-
corda l’incontro con il reduce pentito: «[…] si presentarono a me nella canonica
di Civitella della Chiana due uomini piuttosto attempati. Chiedevano del parro-
co. Dissero subito di essere tedeschi, uno dei quali aveva fatto parte del reparto
armato che la mattina del 29 giugno 1944 salì a Civitella […]. Poche parole pro-
nunziate in uno stentato italiano mi fecero capire il travaglio di un uomo, vitti-
ma egli stesso di una tragedia senza dubbio più grande di lui. […] non nascondo
di aver provato un tuffo al cuore quando si presentò e mi disse chi era: “Io sono
un tedesco che era qui quel giorno a fare rappresaglia. Dite, padre, al popolo di
questo paese che io ho avuto molto travaglio nella mia vita, che eravamo molto
giovani e che Hitler aveva avvelenato la nostra giovinezza. Io chiedere perdono
per tutti, dire al popolo che sono venuto dalla Germania con questo amico”» 149 .
La veridicità di questi tre elementi mitici della narrazione non è sicura-
mente da mettere in dubbio; semmai è opportuno chiedersi per quale motivo
essi ricorrono così spesso nel racconto dei testimoni e quale significato simboli-
co assumono nella memoria collettiva di Civitella in Val di Chiana.
Il coraggio di don Alcide Lazzeri, il “tedesco buono” e il reduce pentito
rappresentano tutti elementi simbolicamente religiosi che esprimono valori cri-
stiani o, quanto meno, etici e morali. Una tale osservazione presuppone una se-
rie di ulteriori approfondimenti che troveranno degna collocazione proprio nel
tentativo di istituire un collegamento tra il lutto di Civitella e quella duplice ne-
cessità autoprotettiva che si compone di urgenza mitopoietica da una parte e di
ritualità dall’altra, entrambi tratti culturali fondamentalmente religiosi.

148 Cfr. CONTINI 1997, p. 169.


149 Cfr. BALÒ VALLI 1994, p. 453. Testimonianza di Enrico Biagini.
CAPITOLO SESTO

LA COMMEMORAZIONE

LA PRATICA DELLA COMMEMORAZIONE: MEMORIA PUBBLICA E CONFLITTO


SOCIALE

La pratica sociale della commemorazione costituisce a tutti gli effetti un


cruciale argomento di studio, sia da un punto di vista sociologico che antropolo-
gico: il rito commemorativo si configura infatti come un importante istituto cul-
turale che consente al corpo sociale un diretto collegamento fra rappresentazio-
ne del passato, necessità del presente e progettualità del futuro.
«La memoria culturale ha il suo nocciolo antropologico nella commemo-
razione dei defunti» 150 , ha recentemente scritto la filologa Aleida Assmann.
Commemorare significa di fatto consegnare il nome dei proprî morti alla poste-
rità mediante l’azione del ricordo collettivo.
Un interesse specifico da parte delle scienze umane verso la pratica ritua-
le della commemorazione sorge, agli inizî del secolo XX, con l’opera di Émile
Durkheim. Le funzionalità e le finalità principali della pratica commemorativa,
sono così riassunte dal celebre studioso francese: «il rito serve […] a mantenere
la vitalità [delle credenze di un gruppo sociale], a impedire che si cancellino dal-
le memorie, cioè a ravvivarne gli elementi più essenziali della coscienza colletti-
va. Attraverso di esso il gruppo rianima periodicamente il sentimento che ha di
sé e della propria unità; nello stesso tempo gli individui riaffermano la loro na-
tura di esseri sociali» 151 .
Ancora oggi, nell’àmbito delle moderne scienze sociali, la commemora-
zione può essere generalmente – sebbene asetticamente – intesa come una
«pratica sociale finalizzata alla fissazione, alla celebrazione e alla perpetuazione
del ricordo di un avvenimento o di un personaggio, reali o immaginari» 152 .
La pratica sociale della commemorazione appare inoltre contraddistinta
da una intrinseca bi-dimensionalità: in primo luogo, essa presenta la duplice
possibilità di «fissarsi nel tempo (ricorrenze, feste) o nello spazio (monumenti,
iscrizioni)» 153 . Dunque, se da una parte la periodica ricorsività della commemo-
razione mette in evidenza il suo carattere eminentemente rituale, dall’altra la

150 Cfr. ASSMANN A. 1999, p. 35.


151 Cfr. DURKHEIM 1912, pp. 410-411.
152 Cfr. JEDLOWSKI 1996, p. 227.
153 Ibidem.
sua capacità di estendersi nello spazio ne costituisce l’espressività e il potenziale
comunicativo: in sintesi, il linguaggio commemorativo.
Inoltre, vi è un secondo livello semantico che esprime la binarietà di si-
gnificati propria della commemorazione: quello che concerne i concetti di
«pietas» e di «fama». Con ciò si intende la capacità, tipica del rito commemora-
tivo, di manifestarsi al tempo stesso entro una dimensione religiosa ed una di-
mensione laica, ove la prima concerne l’eredità spirituale che i defunti conse-
gnano ai vivi nel momento della morte, ossia «il dovere dei discendenti di man-
tenere vivo il ricordo dei defunti che gli è stato tramandato» 154 , mentre la se-
conda riguarda il grado di “celebrità” che i defunti si sono assicurati durante la
loro vita per mezzo delle gesta compiute, ovvero «una forma laica di autoeter-
namento legata alla proiezione di sé» 155 .
Tuttavia, la commemorazione rappresenta non soltanto uno strumento
culturale al servizio dell’uomo per poter celebrare e perpetuare ritualmente i fa-
sti e le glorie del suo passato. In altri termini, non è semplicemente
un’immagine del passato eroica, unitaria e positiva quella che la pratica com-
memorativa è in grado di esprimere.
È infatti necessario osservare che l’atto del commemorare – inteso come
espressione di quella “religione laica” propria della maggior parte delle società
moderne 156 – comporta molto spesso la partecipazione non di una sola, ma di
molte componenti sociali (e, di conseguenza, di molte memorie collettive); la
commemorazione implica, pertanto, al suo interno un costante elemento di an-
tagonismo e conflittualità: «commemorare […] comporta in primo luogo com-
petere per una certa definizione sociale di un evento. Poiché l’esito di una com-
memorazione implica sempre una valutazione di ciò che è accaduto, attorno a
questo tipo di processi si addensano forti tensioni conflittuali» 157 .
Paolo Jedlowski ha tentato una sorta di lettura graduale del fenomeno
commemorativo, individuando i differenti momenti che progressivamente lo
compongono e che ne definiscono la natura conflittuale. Secondo Jedlowski, «la
commemorazione è il processo di istituzionalizzazione di un ricordo. Di norma,
usiamo l’espressione “commemorazione” nel caso di rappresentazioni che ri-
guardano eventi ritenuti significativi da e per un determinato gruppo. Non ne-
cessariamente – ma nella maggior parte dei casi – i gruppi politici riservano
questo nome alla istituzionalizzazione di ricordi che riguardano morti violente
[…]» 158 . È in questi casi che, nella sua fase originaria, la commemorazione as-
sume le sembianze di una elaborazione del lutto; è l’etimo stesso del termine a
richiamare l’idea del ricordare in gruppo, di una volontà collettiva di dare forma
discorsiva e visiva al dolore e alla sofferenza.
Ma nel momento stesso in cui un gruppo sceglie l’oggetto del proprio ri-
cordo, ecco emergere l’aspetto conflittuale della pratica commemorativa: «la

154 Cfr. ASSMANN A. 1999, p. 35.


155 Ibidem.
156 Jedlowski reputa tipico dell’epoca moderna (che, convenzionalmente, fa nascere a partire dal

1791, anno di promulgazione della Costituzione francese) un concetto di “religione laica” «parti-
colarmente finalizzato alla costruzione di un’identità nazionale e del desiderio di educare le ge-
nerazioni future» (cfr. JEDLOWSKI 1996, p. 227).
157 Cfr. TOTA, Anna Lisa, “Memoria e dimenticanza sociale: verso una sociologia dei generi com-

memorativi”, in EAD. 2001, p. 91.


158 Cfr. JEDLOWSKI, Paolo, “Il paradosso della commemorazione”, in ID. 2002, p. 98.
commemorazione, da elaborazione di un lutto, diventa […] nome del passato. La
scelta di chi commemorare, quando, con che parole, è una scelta carica di impli-
cazioni: esprime una valutazione» 159 . Ogni evento il cui ricordo collettivo richie-
da un rituale commemorativo presuppone di conseguenza istituzioni politiche o
culturali che svolgano la funzione di esprimere giudizî o valutazioni ufficiali
sull’evento commemorato.
A tali giudizî e valutazioni fa normalmente séguito una contesa e ciò che
si contende all’interno del contesto commemorativo è ovviamente sempre la
memoria pubblica – con Jan Assmann, diremmo la «memoria culturale» – di
un avvenimento: il «nome del passato». Nel momento in cui le diverse memorie
individuali si costituiscono in molteplici memorie collettive, ogni gruppo sociale
che si fa portatore di una di queste memorie ingaggia con altri gruppi una “bat-
taglia” che si combatte nello spazio del pubblico e del politico, poiché «gruppi
diversi che hanno valori e giudizi diversi, vogliono ricordare eventi e persone di-
verse, con nomi diversi» 160 .

UN EMBLEMATICO CASO DI MEMORIA PUBBLICA CONFLITTUALE: IL “VIET-


NAM VETERANS MEMORIAL”

In un case study pubblicato nel 1991 – ormai decisamente noto e molto


citato in sociologia della memoria – Robin Wagner-Pacifici e Barry Schwartz
hanno intrapreso l’analisi di uno dei più controversi complessi commemorativi
degli ultimi anni: il “Vietnam Veterans Memorial”, ovvero il monumento dedica-
to dalla nazione americana alla memoria della guerra in Vietnam 161 .
A differenza di altri eventi bellici, la guerra portata dagli Stati Uniti
d’America in Vietnam fra gli anni Cinquanta e gli anni Settanta si è, alla sua
conclusione, rivelata un caso militare discutibile da un punto di vista politico e
contestabile da un punto di vista morale; ma soprattutto, per l’esercito statuni-
tense, si è oggettivamente conclusa con una sconfitta. Ciò nonostante, la guerra
del Vietnam ha egualmente richiesto a coloro che vi hanno combattuto le tradi-
zionali virtù militari di coraggio, sacrificio e onor di patria.
Per gli Stati Uniti, il compito di rappresentare questi contrastanti aspetti
del conflitto vietnamita in un singolo monumento commemorativo – il “Viet-
nam Veterans Memorial” – ha avuto come diretta conseguenza il sorgere di no-
tevoli tensioni sociali in merito all’oggetto di commemorazione stesso e alle mo-
dalità del ricordo pubblico.
Infatti, al contrario di quanto sostenuto dalla teoria rituale durkheimia-
na, il “Vietnam Veterans Memorial” rappresenta non un positivo ed unanime
simbolo di solidarietà sociale e nazionale, bensì una struttura commemorativa

159 Ivi, p. 99.


160 Ibidem.
161 Cfr. WAGNER-PACIFICI, Robin – SCHWARTZ, Barry, “Il Vietnam Veterans Memorial: la com-

memorazione di un passato difficile”, trad. it., in TOTA 2001, pp. 109-148.


in cui i conflitti interni alla nazione americana si rendono particolarmente espli-
citi e visibili.
Intorno al “Vietnam Veterans Memorial” – inaugurato ufficialmente a
Washington dal Governo americano nel novembre del 1982, circa dieci anni più
tardi della fine della guerra nel Sud-Est asiatico – si sono addensati nel corso
degli anni diversi problemi di ordine sociale, politico e culturale: prima di tutto,
la guerra del Vietnam ha rappresentato per gli Stati Uniti una sconfitta militare
ed ha comportato un’intera generazione di reduci socialmente disadattati; in se-
condo luogo, sull’evento da commemorare non c’è mai stato un pieno e diffuso
consenso da parte del popolo americano; infine, le parti in causa – il Governo,
l’esercito nazionale, l’Associazione dei Veterani e le diverse associazioni civili –
si sono fin dall’inizio rese protagoniste di un’accesa disputa sulla ricerca e la re-
lativa proposta di un’innovativa formula rituale che andasse oltre il tradizionale
stile commemorativo tipico degli avvenimenti bellici, sentito da tutti come ina-
datto a rappresentare pubblicamente la guerra del Vietnam.
L’atto di nascita del “Vietnam Veterans Memorial” è segnato da una deli-
bera governativa del 1978, mediante la quale si decide di apporre una targa
commemorativa sul lato posteriore del monumento nazionale al Milite Ignoto.
Sopra la targa, sistemata in posizione decentrata e scarsamente visibile, viene
incisa la scritta AFFINCHÉ TUTTI SAPPIANO CHE GLI STATI UNITI D’AMERICA RENDO-
NO OMAGGIO AI MEMBRI DELLE FORZE ARMATE CHE RISPOSERO ALLA CHIAMATA DEL
LORO PAESE 162 . Tale iscrizione suscita immediatamente il malcontento dei vete-
rani associati, i quali criticano al Governo l’omissione di un chiaro e preciso rife-
rimento alla guerra del Vietnam. Nello stesso anno il Governo americano prov-
vede quindi ad una correzione della targa, che nella sua revisione recita AFFIN-
CHÉ TUTTI SAPPIANO CHE GLI STATI UNITI D’AMERICA RENDONO OMAGGIO A QUEI
MEMBRI DELLE FORZE ARMATE CHE SERVIRONO CON ONORE NEL SUD-EST ASIATICO
ALL’EPOCA DEL VIETNAM 163 . Ai veterani però non basta: si discute adesso sul mo-
tivo per cui il Governo americano fa vagamente riferimento ad una “epoca” an-
ziché esplicitamente ad una “guerra”.
La polemica che si apre nel 1978 fra l’Associazione dei Veterani e il Go-
verno statunitense in merito ad una soddisfacente iscrizione da apporre sulla
targa commemorativa della guerra in Vietnam indica certamente l’interesse e
l’importanza che i diversi gruppi sociali ripongono nel conferimento del nome di
un evento commemorativo. Infatti, «nominare un evento significa categorizzar-
lo dal punto di vista morale e fissare l’identità dei suoi partecipanti. Nomi strani
rivelano ambiguità sulla natura di un evento e incertezza su come reagire din-
nanzi a coloro che vi presero parte» 164 . La targa in questione, dunque, lasciando
trasparire una difficoltà di ordine sociale ancor prima che legale, commemora
effettivamente il servizio prestato dai soldati in un determinato periodo storico,
ma non richiama distintamente alla memoria quella azione militare che, a tutti
gli effetti, fu operata in Vietnam: una guerra.
Sembra esistere una formula commemorativa comune a tutte quelle so-
cietà che cercano di ricordare collettivamente azioni militari controverse. Quan-

162 Trad. cit. in WAGNER-PACIFICI – SCHWARTZ, “Il Vietnam Veterans Memorial: la commemora-
zione di un passato difficile”, in TOTA 2001, p. 118-119.
163 Ivi, p. 119.
164 Ibidem.
do si tratta di celebrare pubblicamente un evento bellico che si sia concluso con
una sconfitta, la nazione cerca di trovare un modo per riscattare i proprî caduti
in guerra e rendere, in qualche modo, la sconfitta degna di onore. Tali società i-
stituiscono, dunque, apparati commemorativi atti a onorare gli individui che va-
lorosamente hanno combattuto piuttosto che a celebrare una causa che il paese
ha perso.
Perciò, il 1978 coincide anche con l’istituzione, da parte del Governo ame-
ricano, di una “Settimana per i Veterani del Vietnam”: al posto di un tangibile
monumento commemorativo che renda per sempre onore ai militari caduti in
occasione di quella guerra, si opta ufficialmente per la celebrazione dei soprav-
vissuti, dedicando loro una settimana di festeggiamenti e di attenzione mediati-
ca. In altre parole, si commemorano i vivi anziché i morti. Per di più – scrivono
efficacemente Wagner-Pacifici e Schwartz – ciò che si dedica ai reduci del Viet-
nam è «tempo, piuttosto che granito» 165 .
Tuttavia, con la delibera governativa di una “Settimana per i Veterani del
Vietnam” si tenta di promuovere un processo di distinzione fra gli uomini com-
battenti e l’evento combattuto: si cerca, cioè, di trasformare la figura del soldato
americano da bad guy in un patriota che ha semplicemente eseguito una serie di
ordini impartiti dall’alto; tutto ciò al fine di rendere un’immagine del militare
statunitense che risulti accettabile per tutti gli Americani. Ma anche questo sco-
po è difficilmente perseguibile: l’attenzione rivolta ai reduci di guerra porta alla
luce una serie di dati statistici secondo i quali la maggior parte dei veterani del
Vietnam ha problemi con la legge, è vittima dell’alcolismo ed ha divorziato dalla
propria moglie appena qualche mese dopo il rientro in patria. «Se si considera-
no tutte le allusioni negative nei confronti dei veterani – i problemi di lavoro, fi-
sici, psicologici, il senso di alienazione, l’inclinazione all’uso di droghe e la pro-
pensione al crimine – diviene evidente che il dibattito [pubblico] è dominato da
modalità espressive più pertinenti a soggetti socialmente devianti piuttosto che
a soldati reduci» 166 .
Nonostante l’alto grado di tensione e conflittualità sociale che, sul finire
degli anni Settanta, continua a far da cornice ad ogni nuova proposta o delibera
governativa, nel 1979 prende forma un reale progetto di costruzione per il sito
commemorativo della guerra in Vietnam: la Commissione nazionale di Belle Ar-
ti sceglie un progetto – quello della artista Maya Ying Lin – che prevede la co-
struzione di una struttura modesta, disposta orizzontalmente, poco elevata ri-
spetto al terreno, comprendente due semplici muri neri ed una serie di pannelli;
un’idea progettuale, quindi, decisamente lontana – se non opposta – a quella
dei classici monumenti bellici, solitamente verticali, grandiosi ed eroici, caratte-
rizzati da statue di uomini che combattono, obelischi, archi trionfanti o monoli-
ti. Su indicazione di uno dei reduci, Jan Scruggs, divenuto nel frattempo un per-
sonaggio pubblico, i pannelli che andranno a costituire il monumento dovranno
ospitare una sola e semplice informazione: gli oltre cinquantasettemila nomi dei
caduti.
La struttura viene infine realizzata, ma non mancano nuove critiche ed
opposizioni ad un progetto che, per alcuni, rappresenta una monumentale tom-

165 Ibidem.
166 Ivi, p. 121.
ba priva di significato ed una’offesa a tutti coloro che in Vietnam combatterono
per la causa del proprio paese.
Negli anni Ottanta, il Governo americano cerca di rimediare all’assenza di
un palese riferimento bellico con due simboliche aggiunte: una bandiera degli
Stati Uniti d’America e una statua rappresentante tre soldati, identificabili come
un nero, un bianco ed un ispanico. Ma pur sempre, agli occhi di alcuni accorti
esponenti dell’opinione pubblica, «la combinazione di bandiera, statua e muro
con inscritti i nomi rifletteva un profondo disaccordo su come la guerra del
Vietnam avrebbe dovuto essere ricordata e comunicava questo disaccordo per
mezzo di una apparente opposizione binaria. Da una parte si pensò che il muro
celebrasse il partecipante ed ignorasse la causa; dall’altra si ritenne che la ban-
diera e la statua elevassero la nazione e la sua causa al di sopra del partecipan-
te» 167 .
Il lungo e partecipato dibattito nazionale che ha prima preceduto e poi
accompagnato il progetto e la costruzione del monumento americano alla guerra
del Vietnam mette così in luce il diretto legame che normalmente si istituisce fra
volontà di memoria pubblica e oggetti commemorativi. Nel caso del “Vietnam
Veterans Memorial”, controversie e contrasti hanno indubbiamente condotto ad
un monumento commemorativo ambivalente, giacché soggetto a continui ripen-
samenti ed aggiustamenti.
Quella stessa ambivalenza che, da un punto di vista politico e morale,
contraddistingue a tutt’oggi il conflitto in Vietnam nella coscienza collettiva del-
la nazione americana sembra dunque, in ogni suo aspetto, riflettersi struttural-
mente e simbolicamente nel sito commemorativo del “Vietnam Veterans Memo-
rial”, un monumento che sembra, al contempo, commemorare i caduti come i
reduci, e che sembra celebrare in egual modo il coraggio e l’onore di coloro che
hanno combattuto nonostante la causa discutibile e la sconfitta riportata.

LA COMMEMORAZIONE DELL’ECCIDIO DI CIVITELLA IN VAL DI CHIANA: DAL


CONFLITTO DI MEMORIE AL LINGUAGGIO DELLA PACE

La memoria locale dell’eccidio di Civitella in Val di Chiana, che già si è vi-


sta confliggere discorsivamente – o, meglio, narrativamente – con la memoria
filoresistenziale delle istituzioni, trova, almeno nella sua prima fase, un’ulteriore
e parallela “arena di combattimento” proprio nel momento della commemora-
zione pubblica della strage.
Di “commemorazione pubblica” dell’eccidio, nell’accezione laica ed istitu-
zionale del termine, si può parlare soltanto a partire dagli anni Sessanta, quindi
a distanza di ben più di quindici anni dopo il tragico evento che ha colpito il pa-
ese.
Come infatti ricorda Ida Balò in una recente intervista, nei primi anni che
seguirono la strage, il ricordo delle vittime fu celebrato dalla popolazione di Ci-
vitella mediante le semplici funzioni religiose: «[…] il primo anno credo che si

167 Ivi, p. 128.


fece le messe, le solite messe […] come usava allora, gli uffizi e tutte queste cose
[…] le nostre commemorazioni furono solo religiose… il 29 giugno si andava al
cimitero, si faceva la processione […]» 168 .
È dunque a partire dai primi anni Sessanta che le celebrazioni del 29 giu-
gno cominciano a rappresentare per gli abitanti un momento di forte tensione
emotiva e sociale in cui il paese intero è chiamato a difendere la propria memo-
ria dall’ingerenza della memoria istituzionale e filoresistenziale, fatta di manife-
stazioni e comizî di piazza.
Negli anni della così detta “guerra fredda”, infatti, «i partigiani tentarono
a più riprese di prendere il controllo della memoria a Civitella. E sempre si trat-
tò di utilizzare occasioni pubbliche per tentare quella connessione tra la Resi-
stenza e la storia di Civitella, che gli abitanti non volevano» 169 .
A tal proposito, ricorda ancora Ida Balò: «[…] allora s’è detto: “Se volete
strumentalizzare con le costruzioni inventate, con forzature… niente. In paese
non si entra. Non si fanno commemorazioni”. E le commemorazioni civili, è
passato vent’anni, nessuno ha fatto mai una commemorazione civile […]. Eh, fi-
no al venticinquesimo non s’è fatto commemorazioni ufficiali […]» 170 .
Nel 1963, ad esempio, una proposta da parte del Consiglio Comunale di
conferire alla cittadinanza la medaglia d’oro al valor militare fu respinta con vi-
gore dalla popolazione, la quale si oppose all’idea che i proprî morti fossero ac-
comunati ai combattenti della Resistenza, ad eroi caduti per la causa di una Ita-
lia libera dall’oppressione tedesca.
Sono ancora le parole di Ida Balò a descrivere le ragioni del rifiuto da par-
te dei superstiti: «[…] nel venticinquesimo [in realtà, il venticinquesimo anni-
versario della strage ricorre nel 1969, mentre la proposta di conferire a Civi-
tella la medaglia d’oro al valor militare risale al 1963] conferirono la famosa
medaglia d’oro… e ci fu una lotta atroce, perché la proposta del Comune fu di
assegnare a Civitella la medaglia d’oro al valore militare e qui avvenne la frattu-
ra più grossa. Insieme al Consiglio Comunale c’erano anche il Consiglio di Civi-
tella, i quali dissero: “La medaglia d’oro ce la potete dare, ma non al valore mili-
tare, in quanto lì… non riconosciamo quell’azione come azione militare […] se ce
la date, ce la date al valor civile perché siamo stati onesti, non abbiamo tradito,
non abbiamo fatto le spie, abbiamo ricostruito da noi con le nostre forze, non ci
siamo macchiati di nessuna colpa, abbiamo aiutato i prigionieri di tutte le raz-
ze… al valor civile l’accettiamo, al valor militare no […]» 171 .
Il paese si mostrò infatti concorde nel richiedere – e, conseguentemente,
ottenere – l’assegnazione della medaglia d’oro al valore civile sia per la popola-
zione, che «sopportava con stoico coraggio la rappresaglia del nemico invasore,
subendo la quasi totale distruzione delle abitazioni ed il sacrificio di centocin-
quanta dei suoi figli, mai piegando nella fede in un’Italia migliore» 172 , sia per il

168 Testimonianza di Ida Balò. Intervista rilasciata in data 20 dicembre 2003 a Civitella in Val di

Chiana (intervistatore: Federico Melosi).


169 Cfr. CONTINI 1997, p. 251.
170 Ibidem.
171 Testimonianza di Ida Balò. Intervista rilasciata in data 20 dicembre 2003 a Civitella in Val di

Chiana (intervistatore: Federico Melosi).


172 Testo riportato sul documento originale – Decreto ministeriale del 4 febbraio 1963 – con cui

l’allora Presidente della Repubblica Italiana, Antonio Segni, conferì l’onorificenza civile al Co-
parroco di Civitella ucciso dai tedeschi, don Alcide Lazzeri, «fulgido esempio di
coraggiosa dedizione e di sublime altruismo spinto fino all’estremo
sacrificio» 173 . Tuttavia, non fu un riconoscimento civile anziché militare a
placare tensioni e malcontenti: la gente di Civitella minacciò infatti di disertare
la cerimonia di conferimento dell’onorificenza qualora ad essa avessero
partecipato ex partigiani o comunque qualche rappresentante della Resistenza.
Nel 1969, in occasione del venticinquesimo anniversario della strage, si
inaugurò sulla piazza principale del paese il monumento commemorativo
dell’eccidio: si tratta di una complessa effige collocata accanto all’entrata della
chiesa di santa Maria Assunta e costituita in parte da una scultura bronzea –
opera dell’artista Mario Moschi – raffigurante un gruppo di donne e bambini
che fuggono dal paese in fiamme, in parte da una targa in marmo che riporta
sobriamente un’epigrafe del senatore Franco Antonicelli, la quale recita PIETÀ
DEL GIUGNO 1944! / LA MATTINA DEL 29 ERA FESTA IN PARROCCHIA / PER I SANTI PIE-
TRO E PAOLO / MA IL GIORNO CHE SI APRIVA BELLISSIMO / DIVENTÒ NEBBIA FUMO
FUOCO SANGUE / FRAGORE DI MITRAGLIA GRIDA DI UCCISI / ESSERE UOMINI SIGNIFICÒ
MORIRE / E GLI UCCISORI NON ERANO UOMINI MA FIERE IMPAZZITE / CADDE IL PARRO-
CO SACRIFICATO / BENEDICENDO IL SUO POPOLO / BRUCIARONO NEL GUSCIO DELLE CA-
SE I VIVI E I MORTI / ADDIO CIVITELLA CHE COSA SARÀ DI NOI? / FU IL LAMENTO DELLE
DONNE RIMASTE SOLE / ORA CIVITELLA È RISORTA DA ROGHI E DA ORTICHE / I TUMOLI
SONO FIORITI LE LAGRIME SECCATE / I BAMBINI CHE VIDERO MUTI E PALLIDI SONO CRE-
SCIUTI / IL RICORDO È CENERE / CHE UN VENTO DI GIORNO IN GIORNO DISPERDE / MA
NON SIA DIMENTICATO IL DELITTO / CHE STRAZIA L’INERME / SIA FUGGITA LA COLPA /
CHE MACCHIA ANCHE L’INNOCENTE / DELITTO E COLPA CHE SONO L’INGIUSTO GUADA-
GNO E L’INTOLLERANZA / PADRE E MADRE DELLA GUERRA. La cerimonia di inaugura-
zione della lapide commemorativa comportò anche l’intervento in pubblico di
alcune autorità dell’epoca. Fu in questo frangente che la protesta della popola-
zione esplose nuovamente in forma pubblica: durante lo svolgimento della
commemorazione, uno degli oratori richiamò l’attenzione dell’uditorio sui valori
della Resistenza, paragonando la condizione di Civitella a quella del Vietnam: la
protesta degenerò rapidamente nel tumulto, tanto che Amintore Fanfani, il qua-
le nell’immediato dopoguerra si era molto adoperato per Civitella 174 e in quella
occasione era presente sul palco degli invitati d’onore, «declinerà dopo gli inci-
denti ogni invito a tornare in paese» 175 .
Tornando per un attimo alla cerimonia pubblica che si tenne a Civitella
nel 1963, in occasione del conferimento della medaglia d’oro al valor civile, ap-
pare significativo il fatto che la Prefettura locale, incaricata del mantenimento
dell’ordine pubblico durante la manifestazione, avesse richiesto l’intervento di
don Daniele Tiezzi – un seminarista molto noto e ben voluto in paese che il 29
giugno 1944 riuscì, dopo essere stato gravemente ferito, a fuggire dalla piazza in

mune di Civitella in Val di Chiana. Cit. in PAGGI, Leonardo, “Storia di una memoria anti-
partigiana”, in PAGGI 1996, p. 72.
173 Ibidem.
174 Fra i provvedimenti ministeriali presi dal deputato della Camera (nonché esponente politico

del Collegio elettorale di Arezzo) Amintore Fanfani nei mesi successivi alla strage di Civitella ve
ne sono stati alcuni di notevole importanza, come l’assegnazione di una pensione di guerra per
le vedove, la riabilitazione dell’acquedotto pubblico e il rifacimento della pavimentazione urbana
e stradale.
175 Cfr. PAGGI, Leonardo, “Storia di una memoria anti–partigiana”, in ID. 1996, p. 74.
cui il plotone di esecuzione tedesco stava uccidendo gli abitanti a gruppi di cin-
que uomini per volta con l’ormai tristemente celebre colpo alla nuca.
Don Daniele Tiezzi intervenne pubblicamente, placando le proteste del
pubblico e portando sollievo con le sue parole: «Dobbiamo chiudere un passato
di odio e riaprire un avvenire di speranza e di fiducia. Ce lo chiedono i nostri
morti […]. Ciascuno di noi porta nel suo cuore uno spaventoso episodio da rac-
contare, ciascuno di noi rivive lo spasimo di quel giorno. Ma non vogliamo che il
passato ritorni a rinfocolare certi risentimenti, che vogliamo invece respingere
nel profondo del nostro animo. Sia invece questa l’occasione opportuna a stimo-
larci ad un cammino di pace e di riconciliazione, ad un futuro migliore, per una
vita più cristiana e più umile» 176 .
E saranno proprio gli anni Ottanta e poi gli anni Novanta ad inaugurare
quel «cammino di pace e di riconciliazione» auspicato da don Daniele Tiezzi, ma
non tanto nei termini di un avvicinamento reciproco fra la memoria di Civitella
e la memoria partigiana (si tenga presente, infatti, che gli anni Ottanta hanno
visto, fra l’altro, la pubblicazione dei libri di Edoardo Succhielli e di Luciano
Gambassini – entrambi detrattori della memoria dei sopravvissuti – che riacce-
sero la polemica fra le parti in causa), quanto nel mutuo riconoscimento e nel ri-
spetto dei diversi punti di vista che ancora oggi contraddistinguono la memoria
locale e quella istituzionale 177 .
Un vero e proprio «cammino di pace» è stato percorso dalla popolazione
grazie al conforto della religione cristiana, «fortemente radicata nel popolo» 178 ,
e per mezzo di una «fede profonda, pronta ad intevenire, là dove la ragione da
sola non sarebbe riuscita, a liberarsi dalla paura e dalla solitudine» 179 .
La popolazione di Civitella ha infatti corroborato negli ultimi anni la vi-
sione antieroica e martirologica delle proprie vittime mediante la costruzione di
un apparato commemorativo dalla simbologia preminentemente cristiana: oggi,
dalla piazza principale del paese, sono visibili una statua raffigurante san Fran-
cesco d’Assisi; una scultura in bronzo (palesemente dedicata alla figura di don
Daniele Tiezzi) che rappresenta un piccolo chierico nell’atto di fuggire dai solda-
ti tedeschi e di gettarsi dalle mura del paese, si direbbe “verso la libertà”; la
“Porta della Pace” della chiesa di santa Maria Assunta – opera dello scultore fio-
rentino Bino Bini – sulla quale è incisa la parola PACE in ventidue lingue diverse.
Dunque, abbiamo in queste ultime pagine descritto una memoria interio-
re (il racconto) e una memoria esteriore (la commemorazione) che a Civitella ri-
sultano assolutamente omogenee e congruenti, sia nei contenuti che nelle forme
espressive. Per di più, in ogni manifestazione della memoria locale, il fattore
maggiormente consolidante è rappresentato da una forte e diffusa simbologia
religiosa che permea racconti e cerimonie, miti e riti, voci e gesti.

176 Ivi, 73.


177 Il sindaco di Civitella in Val di Chiana incaricato durante gli anni Novanta, ha scritto in pro-
posito che «le celebrazioni del cinquantesimo anniversario hanno rappresentato un importante
elemento di novità. Pur nel mantenimento delle rispettive convinzioni, le diverse posizioni sono
giunte a una forma di riconoscimento reciproco, che ha reso possibili significativi momenti di
collaborazione, in un clima di pluralismo e di civile dialogo» (cfr. DINDALINI, Gilberto, “Civitella
e il suo Comune”, in PAGGI 1996, p. 5).
178 Cfr. BALÒ VALLI 1994, p. 195.
179 Ibidem.
CIVITELLA IN VAL DI CHIANA, 29 E 30 GIUGNO 2002: ETNOGRAFIA DI UNA
COMMEMORAZIONE 180 .

Nel giugno 2002 ricorre il cinquantottesimo anniversario della strage di


Civitella. Come da diversi anni a questa parte accade, il Comune di Civitella in
Val di Chiana, in collaborazione con alcuni responsabili della Biblioteca Comu-
nale e una rappresentanza consiliare del paese, provvede alla progettazione e al-
la relativa organizzazione della manifestazione commemorativa: tale còmpito i-
stituzionale prevede una serie di riunioni e discussioni preliminari che si tengo-
no a partire da circa un mese prima dell’evento.
La ricorrenza celebrativa del 2002 si svolge nell’arco di due giorni (29 e
30 giugno) e ruota intorno ad una brevissima componente laica (la deposizione,
da parte del sindaco di Civitella in Val di Chiana, di una corona di alloro ai piedi
del monumento ai Màrtiri di Civitella) e alla consueta e molto partecipata com-
ponente religiosa (la celebrazione del rito religioso presieduto dal vescovo di
Fiesole – monsignor Luciano Giovannetti – e dal vescovo di Arezzo – monsignor
Gualtiero Bassetti) che conclude la prima giornata commemorativa. Il 30 giugno
è invece interamente dedicato ad un importante elemento di novità: una sorta di
“appendice” commemorativa che introduce un significativo cambiamento nella
strutturazione dell’apparato cerimoniale, così come era apparso consolidato da
molti anni.
Dopo decenni di isolamento da parte della cittadinanza di Civitella in Val
di Chiana nel commemorare la sua strage e i suoi morti nell’intimità del sempli-
ce rito religioso, il sindaco di Civitella in Val di Chiana – Massimiliano Dindalini
– e il sindaco di Bùcine – Paolo Nannini – prendono congiuntamente la deci-
sione di organizzare e coordinare la prima edizione della “Marcia per la Pace”,
una manifestazione cui sono invitati a partecipare tutti gli abitanti di San Pan-
crazio e di Civitella (località entrambe colpite dalla strage nazi-fascista nel me-
desimo giorno, il 29 giugno 1944).
La “Marcia per la Pace” si svolge attraverso un percorso che, snodandosi
fra i colli della Val di Cornia e della Val di Chiana, tocca e congiunge in simboli-
ca processione tre luoghi significativi nella memoria della strage: San Pancrazio
(giurisdizionalmente appartenente al Comune di Bùcine e punto di partenza
della marcia), Cornia (minuscola frazione, oggi praticamente disabitata, conti-
gua a Civitella e tappa intermedia del percorso) e Civitella in Val di Chiana, dove
la marcia si conclude nell’antica piazza della Cisterna, proprio dove è situato il
palco che ospiterà le autorità e gli oratori al termine della giornata commemora-
tiva.
Il sindaco di Bùcine, Paolo Nannini, intervistato sulle ragioni che hanno
portato al concepimento e all’organizzazione di una “Marcia per la Pace”, rac-
conta: «[…] abbiamo pensato […] che questi tre paesi, la Cornia, Civitella e San

180 Il testo che costituisce il presente paragrafo si compone di una serie di osservazioni etnogra-

fiche – rielaborate ed accresciute in questa sede – raccolte a San Pancrazio, Civitella in Val di
Chiana e Badia al Pino nei giorni 28, 29 e 30 giugno 2002 in occasione delle celebrazioni com-
memorative per il cinquantottesimo anniversario della strage nazi-fascista.
Pancrazio avessero, come dire, bisogno anche di un legame fisico… una cosa che
prima c’era, cioè c’era una strada che collegava questi tre paesi, e è stato dopo-
guerra che questo percorso è stato interrotto, perché c’è stata la spopolazione
delle campagne… ma questo ha permesso anche che ognuno, nel suo dolore, vi-
vesse la sua parte e non avesse un confronto… diciamo che questa strada inter-
rotta divideva le comunità… e allora l’anno scorso… […] mi convinsi che ci vole-
va un qualcosa di molto popolare, qualcosa che coinvolgesse direttamente la
gente […]. […] questa Marcia della Pace vuole ricordare questo momento ma in
modo anche… è un cammino per la pace, è qualcosa di simbolico che vuole raffi-
gurare il cammino che noi dobbiamo fare perché la pace trionfi… perché questo
messaggio di pace sia divulgato… perché ciò che è successo ci serva per non far
risuccedere un’altra volta questa cosa… […] non solo con la guerra, ma proprio
partendo dalla pace in famiglia, dalla pace tra vicini, dalla pace tra i popoli e
quindi dalla pace proprio più ampia intesa con tutti i conflitti che ci sono…
quindi una cultura di pace… […]» 181 .
Oltre che nei significati etici e culturali che intende esprimere,
l’importanza di questa iniziativa risiede indubbiamente in un allargamento dello
spazio celebrativo, nello spostamento delle frontiere simboliche che fino
all’anno precedente racchiudevano il sito commemorativo. A Civitella in Val di
Chiana, il centro urbano, con le sue strade, i suoi borghi, la piazza principale del
paese e il cimitero a valle, poco distante dalle abitazioni, hanno da sempre rap-
presentato il fulcro celebrativo della strage.
L’ampliamento dei luoghi adibiti al ricordo e la congiunzione – o, meglio,
la fusione – per mezzo di una marcia di più centri abitati, caricati della medesi-
ma funzione mnemonica, rende palese quello che potremmo dire il carattere a-
topico dell’evento commemorato: la strage operata dai soldati tedeschi a Civitel-
la, Cornia e San Pancrazio il 29 giugno 1944 equivale ad un massacro privo di un
luogo circoscritto, sconfinato, perché la morte colpisce ovunque, indiscrimina-
tamente, senza soluzione di continuità; ogni strada, ogni piazza, ogni angolo di
queste tre località ricorda un lutto violento, ma soprattutto, l’efferatezza della
«Hermann Göring» porta morte e distruzione anche in quelli che l’antropologo
Marc Augé chiamerebbe «nonluoghi» 182 : le polverose rotabili che collegano i
paesi fra loro, i campi incolti che circondano le abitazioni sparse nella campagna
e tutti quegli spazî in cui si è temporaneamente sprovvisti della propria identità
a causa del carattere neutro, a-sociale e spersonalizzante del luogo in cui ci si
trova. Nota infatti Augé che «se un luogo può definirsi come identitario, relazio-
nale, storico, uno spazio che non può definirsi né identitario, né relazionale, né
storico, definirà un nonluogo» 183 .
È in un contesto simile che la “Marcia per la Pace” da San Pancrazio a Ci-
vitella – una processione che unisce luoghi e nonluoghi della strage – acquista
un valore particolare e un preciso significato: percorrendo in gruppo sentieri di
campagna e strade boschive si dà simbolicamente forma ad una “geografia”
dell’eccidio altrimenti sfuggente, il cui oblio rischierebbe di far dimenticare

181 Testimonianza di Paolo Nannini. Intervista rilasciata in data 29 giugno 2002 a San Pancrazio
(intervistatore: Federico Melosi).
182 Cfr. AUGÉ 1992.
183 Ivi, p. 73 (cit. in TOTA 2003, p. 60).
l’altissimo numero di vittime uccise all’esterno dei centri abitati, nei campi e nei
boschi.
Commenta Ida Balò alla conclusione del percorso: «è stata un’esperienza
meravigliosa attraversare i luoghi della strage, abbiamo toccato tutti i luoghi
della strage, da San Pancrazio lungo la strada che hanno percorso… trovavo del-
le pietre e io dicevo: “Qui ci son passati”, per esempio… noi che l’abbiamo vissu-
ta, la vivevo in modo particolare […]» 184 .
La lunga processione termina infine sulla piazza principale di Civitella,
dove un semplice telo rosso steso sopra il sagrato della chiesa costituisce il palco
delle autorità invitate. I molti gonfalonieri presenti alla marcia si dispongono in
semicerchio dietro al palco e, con loro, i rappresentanti istituzionali presenti.
Dopo il saluto e il ringraziamento dei sindaci locali ai partecipanti alla
marcia, intervengono pubblicamente alcuni oratori, fra cui il vice presidente
della Regione Toscana, Angelo Passaleva, il quale domanda retoricamente
(quindi, sia a sé che all’uditorio) se una “Marcia per la Pace” abbia ancora un
senso: «[…] c’è da chiedersi perché abbiamo camminato insieme, in una dome-
nica di fine giugno, quando si ricorda un fine giugno… ventinove giugno di quasi
sessanta anni fa… ecco, davvero io lo chiedo a tutti voi e a me stesso… abbiamo
compiuto una liturgia inutile, forse una prova di, alta magari, ma inutile retori-
ca? […] pensiamo che abbia un valore reale questa manifestazione? O pensiamo
di essere velleitari? […]» 185 . La risposta di Passaleva è obbligata, ma perfetta-
mente in sintonia con i contenuti espressi dalla cinquantottesima commemora-
zione della strage di Civitella in Val di Chiana: «[…] l’unico valore che oggi, nella
società in cui viviamo, in questo mondo ormai globalizzato, l’unico valore im-
portante per cui occorre assolutamente spendersi, è il valore della pace» 186 .

184 Testimonianza di Ida Balò. Intervista rilasciata in data 30 giugno 2002 a Civitella in Val di

Chiana (intervistatore: Federico Melosi).


185 Intervento pubblico di Angelo Passaleva, 30 giugno 2002, Civitella in Val di Chiana.
186 Ibidem.
CAPITOLO SETTIMO

LUTTO, MITO E RITO: PAROLA E GESTO DI


UNA MEMORIA RELIGIOSA

LA CONDIZIONE MELANCONICA COME «CRISI DELLA PRESENZA»: DA SIG-


MUND FREUD A ERNESTO DE MARTINO

Sigmund Freud è stato il primo a mostrare, nel già citato Lutto e melan-
conia del 1915, come una mancata elaborazione del lutto possa condurre un
soggetto ad uno stato melanconico. La condizione melanconica è per Freud
«psichicamente caratterizzata da un profondo e doloroso scoramento, da un ve-
nir meno dell’interesse per il mondo esterno, dalla perdita della capacità di a-
mare, dall’inibizione di fronte a qualsiasi attività e da un avvilimento del senti-
mento di sé» 187 .
Il corsivo qui aggiunto nel testo freudiano sta ad indicare quella che, nella
visione psicoanalitica del lutto, sembra essere la discriminante principale fra
una normale condizione luttuosa e lo stato propriamente melanconico:
quest’ultimo equivarrebbe in ogni sua caratteristica e conseguenza ad un nor-
male lutto, ad eccezione di una degradante percezione di sé e di un «enorme
impoverimento dell’Io» 188 .
Ne consegue che, là dove una corretta elaborazione della perdita di una
persona amata porta normalmente il soggetto in lutto a reinvestire la propria
«libido» – o sia la propria carica affettiva ed emozionale – su una possibile serie
di nuovi oggetti, la condizione melanconica comporta invece essenzialmente un
profondo disinteresse nei confronti del mondo esterno e il ripiegamento di tutto
il potenziale libidico sul proprio Io, poiché se la perdita di un soggetto in lutto è
un dato reale e tangibile, la perdita del soggetto melanconico riguarda esclusi-
vamente un livello coscienziale e immateriale: «nel lutto il mondo si è impoveri-
to e svuotato, nella melanconia impoverito e svuotato è l’Io stesso» 189 , conclude
in breve Freud.
In altre parole, il soggetto affètto da patologia melanconica, non riuscen-
do a dare un senso alla morte della persona amata o a farsi comunque una ra-
gione della dipartita del defunto, rischia di compromettere la propria esistenza

187 Cfr. FREUD 1915, p. 103.


188 Ivi, p. 105.
189 Ibidem.
vivendo una condizione molto simile a quella della persona scomparsa: essere e,
al tempo stesso, non essere nel mondo (ossia parteciparvi attivamente). Si po-
trebbe aggiungere: essere e, contemporaneamente, non essere nella storia: la
propria storia.
Il disinteresse verso l’esterno, l’immiserimento interiore, fino al disfaci-
mento del sentimento di sé, che nella psicoanalisi freudiana contraddistinguono
la condizione melanconica, rappresentano altresì tutti quei sintomi psicosociali
che concorrono alla definizione di alcuni concetti portanti della articolata teoria
etnopsicologica di Ernesto de Martino: in particolare, quei fenomeni che
quest’ultimo definisce «crisi del cordoglio» e «crisi della presenza».
Già Benedetto Croce, agli inizî del secolo scorso, si poneva, in merito al
rapporto fra chi muore e chi resta in vita, un fondamentale interrogativo cui fa-
ceva seguire una risposta, tutto sommato, dettata dal buon senso: «Che cosa
dobbiamo fare degli estinti, delle creature che ci furono care e che erano come
parte di noi stessi? “Dimenticarli”, risponde […] la saggezza della vita» 190 .
Croce stesso giunge presto però alla conclusione che un tale oblio non è
conseguenza del trascorrere del tempo – entità inerte e in sé priva di intenti –
ma dell’opera umana, cioè della possibilità e della volontà di dimenticare me-
diante una serie di strumenti psichici ed istituzioni culturali. Ecco che – conti-
nua Croce – «con l’esprimere il dolore, nelle varie forme di celebrazione e culto
dei morti, si supera lo strazio, rendendolo oggettivo» 191 .
L’esperienza della morte altrui da sempre si pone a noi come «datità irre-
versibile che appartiene all’arco del fisiologico/biologico […] della persona» 192 ;
tuttavia, questa ineluttabile certezza presenta anche un aspetto conflittuale che
si esplica intorno alla duplice idea di morte come fatto di natura e di morte co-
me fatto di cultura. La risoluzione di tale conflitto è conseguenza di un profondo
impegno etico che ognuno di noi è chiamato a portare a compimento: per la sal-
vaguardia di quel bene prezioso che è la nostra integrità psicofisica, il naturale
decedere dal mondo della persona amata deve accompagnarsi al suo recedere
culturale dalla nostra vita affettiva, pena la crisi.
Possiamo altrimenti dire, servendoci delle stesse incisive espressioni usa-
te da Ernesto de Martino, che «nella morte della persona cara siamo perento-
riamente chiamati a farci procuratori di morte di quella stessa morte» 193 , siamo
cioè chiamati ad intraprendere «l’aspra fatica di far morire i nostri morti in
noi» 194 .
In questo senso, qualora non si riesca a dare una morte culturale ai nostri
cari, de Martino intravede il rischio e il pericolo di un cordoglio critico, insano,
deviato, che non giova alla continuazione naturale e culturale dell’uomo.
Pertanto, «la crisi del cordoglio si presenta […] come il rischio di non po-
ter trascendere il momento critico della situazione luttuosa» 195 . Nel caso in cui –
per un individuo come per una comunità – compaiano impedimenti psichici o
strumentali ad un corretto e proficuo procedimento di elaborazione del lutto, il
singolo come la collettività esperiscono quel disarmante senso di incapacità di

190 Cit. in DE MARTINO 1958, p. 8.


191 Ibidem.
192 Cfr. DI NOLA 1995, p. 17.
193 Cfr. DE MARTINO 1958, p. 8.
194 Ivi, p. 9
195 Ivi, p. 42.
«far passare nel valore» 196 la persona defunta – ossia di consegnare definitiva-
mente il defunto alla morte non prima di aver culturalmente stabilito un signifi-
cato o una ragione per la sua scomparsa – e rischiano così di «passare con ciò
che passa» 197 anziché «far passare ciò che passa» 198 per mezzo della attribuzio-
ne di un valore.
Nel momento in cui la morte di una persona cara sembra esser priva di
qualsiasi spiegazione o margine di razionalità, chi rimane in vita, non potendo
oggettivare o formalizzare in alcuna maniera la scomparsa dell’oggetto amato,
sviluppa così un modo di essere nel mondo del tutto inespressivo e indolente;
vuoto e disperato nel peggiore dei casi.
Perciò de Martino parla di «crisi della presenza» come di un pericolo ef-
fettivo e radicale cui l’uomo è costantemente esposto: perdere la propria presen-
za nel mondo e nella storia equivale alla «perdita della stessa possibilità di man-
tenersi nel processo culturale, e di continuarlo e di accrescerlo con l’energia del-
lo scegliere e dell’operare» 199 .
Ne consegue, per il soggetto che ha autonomamente – sebbene involonta-
riamente – negato il proprio essere nel mondo e nella storia, una «presenza ma-
lata», ovvero un tipo di «presenza che una volta, in qualche determinato mo-
mento critico dell’esistenza, ha rinunziato a [far passare tale momento], risol-
vendolo nel valore, ed è invece passata con esso» 200 , giacché – aggiunge de Mar-
tino – «una presenza caduta in crisi di oggettivazione o di trascendimento passa
essa stessa in luogo di far passare» 201 .
In definitiva, da quella manifestazione della psiche che Freud chiama
«melanconia» a ciò che de Martino raffigura nei termini di una “malattia” della
presenza, il passo non è poi molto lungo.
Per entrambi si tratta infatti di rendere ragione di un fenomeno psicoso-
ciale tanto diffuso e pericoloso quanto sfuggente e refrattario ad una netta cate-
gorizzazione o ad una sicura definizione: il complesso e delicato rapporto cultu-
rale, fatto di ragione ed emozione, che non sempre giunge ad una positiva riso-
luzione e che indissolubilmente sussiste tra chi cessa di esistere e chi rimane nel
mondo.

LA «FINE DEL MONDO» A CIVITELLA IN VAL DI CHIANA: LA CRISI DEL COR-


DOGLIO E IL RISCHIO DI PERDITA DELLA PRESENZA

«Non si vedeva che cadaveri di uomini, ma non potevo conoscerli perché


i miei occhi erano velati dal dolore e dalla paura. Non sapevo se era la fine del

196 Ivi, p. 9.
197 Ivi, p. 20-21.
198 Ivi, p. 21.
199 Ivi, p. 16.
200 Ivi, p. 25.
201 Ibidem.
mondo» 202 racconta in una testimonianza del 1946 una donna sopravvissuta al
massacro di Civitella in Val di Chiana.
Sulla scorta di quanto esposto fino ad ora, si può senza dubbio affermare
che i superstiti di Civitella, nei giorni immediatamente successivi alla strage,
hanno effettivamente esperito una «fine del mondo» ed una conseguente crisi
del cordoglio.
Ciò è accaduto, in pratica, nel momento in cui una comunità di vedove si
è trovata ad affrontare il trauma di un lutto “inspiegabile” perché privo di una
dimensione individuale protetta entro cui potesse avvenire un’elaborazione per-
sonale e privo inoltre di cerimonie e rituali funebri che coadiuvassero cultural-
mente l’elaborazione collettiva della ingente perdita.
Può certamente definirsi critica, infatti, una condizione luttuosa tale da
comportare, per quasi ogni superstite, l’aver assistito alla barbara uccisione del
proprio padre, del proprio fratello, del proprio marito o del proprio figlio; la se-
poltura di decine e decine di corpi in fosse anonime 203 ; la mancanza di una ce-
rimonia funebre che avrebbe dovuto essere officiata dal parroco del paese
(anch’egli vittima del massacro); infine, la consapevole e drammatica ricostru-
zione delle abitazioni sopra gli irreperibili resti di qualche parente o conoscente.
Questi angoscianti dati di fatto hanno comportato per chi è rimasto in vi-
ta anche il pericolo di una crisi della presenza che, per la maggior parte dei so-
pravvissuti, è invece stato superato. È a questo punto che ci si può avvalere della
teoria demartiniana del lutto, nel momento in cui è necessario chiedersi quali
dinamiche e meccanismi psicosociali siano stati attivati ed utilizzati dai super-
stiti per aggirare una crisi della presenza incombente e derivante da una cata-
strofe culturale di tali dimensioni.
Si rende necessaria, cioè, un’interrogazione sulla natura degli strumenti
razionali ed emozionali che i sopravvissuti di Civitella in Val di Chiana hanno –
scientemente o meno – messo in pratica per affermare la loro presenza nel
mondo e nella storia.

MITO E RITO COME FONDAMENTI DEL PENSIERO RELIGIOSO DI CIVITELLA IN


VAL DI CHIANA
In Morte e pianto rituale, de Martino nota che, fra le tante diversità cul-
turali che separano la nostra attuale civiltà da quelle antiche o così dette “primi-
tive”, esiste in realtà un fondamentale punto di convergenza e continuità che
consiste nell’«esperienza critica della morte della persona cara» 204 .

202 Cfr. BILENCHI 1984, p. 266. Testimonianza di Giuseppa Marsili.


203 La costruzione di un ossario all’interno del cimitero di Civitella in Val di Chiana sarà una cre-
azione degli anni Sessanta, opera di volontariato portata a compimento dalla Associazione Vit-
time Civili di guerra. Soltanto allora i resti delle vittime verranno trasferiti in singoli loculi, re-
cante ognuno il nome del defunto.
204 Cfr. DE MARTINO 1958, p. 36.
Qualunque individuo o società, dai primordî del genere umano ai giorni
nostri, si è trovato di fronte all’impellenza di “spiegare” la morte per evitare la
crisi. Ed è infatti ai primordî dell’umanità che è stato avvertito il bisogno di tro-
vare una soluzione alla crisi della presenza derivante dalla traumatica esperien-
za della morte.
Sostiene de Martino che «nelle civiltà primitive e nel mondo antico una
parte considerevole della coerenza tecnica dell’uomo […] è impiegata […] nella
creazione di forme istituzionali atte a proteggere la presenza dal rischio di non
esserci al mondo. Ora l’esigenza di questa protezione tecnica costituisce l’origine
della vita religiosa come ordine mitico-rituale» 205 .
Ad una pericolosa condizione melanconica e al rischio di una perdita del-
la presenza, situazioni entrambe potenzialmente connesse ad una distorta o
mancata elaborazione di un lutto, sorge nell’uomo riunito in società un’urgenza
eminentemente «tecnica» – ovvero culturale – che consiste nel concepimento e
nella concretizzazione di due sostanziali meccanismi autodifensivi e tutelanti:
una dinamica mitopoietica e un apparato rituale/cultuale.
E – ciò che ne consegue direttamente – proprio l’umana necessità di affi-
darsi ad una creazione narrativa e ad istituzioni di rito o di culto allo scopo di
salvaguardare la propria integrità psicosociale costituisce – nel mondo antico
come nel mondo moderno – il fondamento della religione e del sacro.
Vale forse la pena aggiungere quanto afferma in proposito il folklorista
Alfonso Maria di Nola: «[…] l’emergenza di una situazione lacerante e inaccet-
tabile porta, per chi muore e per il gruppo cui il morto appartiene, ad un trauma
di angoscia, di smarrimento e di perdita della propria sicurezza storica. La cul-
tura, più specificamente le varie culture in modalità diversificate, sono intese a
creare meccanismi di tutela e di difesa o sistemi ideologici che servono a scio-
gliere le molte situazioni conturbanti e a renderle accettabili: l’organizzazione
culturale trasforma il rischio di disfacimento e di crollo del sé e del mondo in
una nuova sicurezza, che è la vittoria stessa della vita messa in crisi. I meccani-
smi che esprimono questa esigenza e la riducono a realtà storica sono, in so-
stanza, due. Il primo meccanismo rientra in quella che, classicamente, si suole
chiamare la sfera dell’immaginario, del mitico e dell’ideologico e che sostituisce
alla realtà fisiologica della fine la diversa realtà culturale dell’essere proiettati in
una nuova vita, in una vita diversa; e, in tal caso, i legami solidali fra morto e
gruppo non si interrompono drasticamente, giacché il morto sotto specie rinno-
vata, continua a partecipare la vita di quanti gli appartengono […]. Il secondo
meccanismo è di tipo rituale-operativo, appartiene alla sfera dell’azione, del
dromenon, ed è rappresentato dai sistemi di lutto, intricate schematizzazioni
comportamentali ricche di molteplici elementi» 206 .
Non sembra, dunque, essere una pura coincidenza il fatto che, nel caso di
Civitella in Val di Chiana, la memoria locale dell’eccidio – che da sempre si op-
pone tenacemente ad un tipo di memoria istituzionale e filoresistenziale – si dia
prima di tutto a partire da una creazione narrativa condivisa del massacro e de-
gli eventi che ad esso conducono: un racconto collettivo inattaccabile nella sua
estrema coesione e logicità, pervaso di elementi mitici e simbolici dalla valenza
religiosa prettamente cristiana.

205 Ivi, p. 37.


206 Cfr. DI NOLA 1995, p. 19.
Né casuali sembrano le modalità commemorative messe in atto dalla po-
polazione che, di anno in anno, ripropongono coerentemente un’immagine mar-
tirologica e sacrificale delle vittime della strage.
Nella narrazione collettiva di Civitella, il momento dell’arrivo dei carnefi-
ci in paese è quasi sempre posto in stridente contrasto con la serenità e la gioia
della festività patronale: «La mattina del 29, festa di S. Pietro, era una bellissi-
ma giornata […] e tutti si andava a messa» 207 ; «La mattina del 29 giugno, SS.
Pietro e Paolo […], avevamo fatto tutti gli anni in chiesa una bella funzione reli-
giosa e un po’ di festa in casa» 208 ; «La mattina del 29 giugno mi alzai per andare
alla Santa Messa. Appena uscito di casa sentii dire che c’erano i tedeschi» 209 ;
«La mattina del 29, giorno dei SS. Apostoli Pietro e Paolo, mi alzai […] per re-
carmi alla Santa Messa […] molte persone andavano in chiesa agitate e dicendo:
“Ci sono i tedeschi tutti armati che vengono su”» 210 .
Inoltre, sebbene dominato dal modo orribile in cui gli abitanti sono stati
uccisi dai tedeschi e dal ricordo di un paese incendiato e distrutto, nel racconto
dei sopravvissuti risaltano particolarmente alcune figure simboliche, attorno al-
le quali si addensano valori e significati cristiani profondamente condivisi dalla
popolazione: ad esempio, la figura di don Alcide Lazzeri, l’eroico parroco che,
prima di essere ucciso, ha offerto la propria vita in sacrificio per la salvezza del
suo popolo; la figura del “tedesco buono”, il giovane soldato punito con la morte
dal proprio superiore per non aver eseguito gli ordini impartiti e aver dimostra-
to un senso di umana pietà; la figura del reduce di guerra che, dopo quaranta
anni, torna fugacemente sul luogo del massacro e, piangendo, manifesta il pro-
prio pentimento chiedendo il perdono degli abitanti e di Dio.
Gli stessi drammatici momenti del massacro, nel ricordo di molti soprav-
vissuti, sono permeati da un fatale senso di abbandono e di remissione ad una
provvidenza divina: «[…] pregai il Signore che desse tanto coraggio a me e ai
miei figliuoli per poter sopportare questo dolore e andai con le altre vedove dove
erano stati uccisi i nostri uomini» 211 ; «[…] sentivo lamenti, sentivo le case bru-
ciare, sentivo esplodere le bombe a mano nelle case e io, presa dalla gran paura,
abbracciai le mie creature stando lì ad aspettare la morte, ma Iddio non lo vol-
le» 212 ; «il Signore mi dette tanto coraggio che la sera stessa tornai dai miei bam-
bini. E lì piangemmo tutti insieme, pensando alla disgrazia che ci aveva colpito
[…]» 213 .
Se, dunque, tutti i ricordi, i resoconti e le testimonianze individuali
dell’eccidio contribuiscono alla creazione di un racconto condiviso intriso di
simboli e significati religiosi, lo stesso accade per il linguaggio della commemo-
razione pubblica dell’evento.
Per decenni la popolazione di Civitella in Val di Chiana si è adoperata af-
finché strumentalizzazioni politiche ed istituzionali non “inquinassero” il ricor-
do delle vittime, “agnelli sacrificali” che niente avevano a che fare con la virtuosa
e audace immagine del partigiano combattente.

207 Cfr. BILENCHI 1984, p. 253. Testimonianza di Anna Cetoloni.


208 Ivi, p. 273. Testimonianza di Laura Guasti.
209 Ivi, p. 276. Testimonianza di Gino Bartolucci.
210 Ivi, p. 258. Testimonianza di Uliana Merini.
211 Ivi, p. 254. Testimonianza di Anna Cetoloni.
212 Ivi, p. 255. Testimonianza di Ada Sestini.
213 Ibidem.
Il simbolismo commemorativo, gli artefatti culturali ed ogni elemento che
costituisce la memoria esteriore di Civitella in Val di Chiana parlano chiaramen-
te in proposito: la antica piazza della Cisterna – piazza Vittorio Emanuele III, da
sempre nucleo urbano e “politico” di Civitella – è stata presto intitolata “piazza
Alcide Lazzeri”; allo stesso modo, la storica via del Palazzo Pretorio, arteria
principale del paese, è stata nominata “via Martiri di Civitella”. Anche la topo-
nomastica locale è, quindi, fortemente dipendente dalla sfera semantica del reli-
gioso e del cristologico.
Scrive infatti lo storico Claudio Pavone che «forse il largo uso delle parole
“màrtiri” e “martirio” anche per coloro che delle rappresaglie sono soltanto “vit-
time”, può essere ricondotto al desiderio, più o meno consapevole, di riportare
sotto la categoria della testimonianza […] le violenze e i patimenti subìti […]» 214 .
In tutto ciò sta, di fatto, esplicitamente o meno, un chiaro riferimento ai
màrtiri intesi come i testimoni di un’ingiusta e barbara violenza, esattamente
come, nella latinità del secolo II, testi anonimi quali gli Acta martyrum e le Pas-
siones riportavano la testimonianza e la denunzia di torture e persecuzioni subì-
te da coloro che professavano la fede cristiana.
E a conferma di quanto detto fino ad ora, si potrebbero aggiungere il mo-
numento commemorativo ai Màrtiri di Civitella che attrae lo sguardo di chiun-
que sosti sulla piazza del paese; la statua in bronzo dedicata a don Daniele Tiez-
zi, uno dei pochi superstiti della strage e fermo propugnatore di pace e riconci-
liazione fra i sopravvissuti e le istituzioni fino al 1993, anno della sua morte; la
statua in marmo, posta a fianco della chiesa di santa Maria Assunta, raffigurante
san Francesco d’Assisi, da secoli assurto a simbolo di pace e fratellanza; non ul-
tima, quella “Porta della Pace” che, posta ad entrata della chiesa, campeggia sul-
la piazza antistante ed ivi presiede a monito di riconciliazione.
In conclusione, si potrebbe suggerire una qual certa continuità o, quanto
meno, una sopravvivenza culturale, un arcaico retaggio che pone in relazione
noi moderni con i nostri antichi predecessori; una primitiva eredità la cui emer-
genza è stata probabilmente descritta in queste pagine, analizzando la memoria
del massacro di Civitella in Val di Chiana: Marcel Detienne parlerebbe forse di
una «antica solidarietà fra parole e gesti» 215 la cui funzione sociale e culturale è
quella di creare per comprendere, narrare per interpretare, agire per curare.
Così, come per le culture antiche il metalinguaggio del mito e il paralin-
guaggio del rito sottostanno alla formazione e alla sistemazione del pensiero re-
ligioso, tanto la parola – ossia la narrazione altamente formalizzata e condivisa
del massacro – quanto il gesto – il linguaggio e il simbolismo della commemo-
razione – dei sopravvissuti alla strage di Civitella in Val di Chiana, si configura-
no come fenomeni culturali dai tratti profondamente religiosi, in virtù del vio-
lento trauma da cui traggono origine.
E religiosa è infine da ritenersi la sola configurazione di memoria cultura-
le che la comunità di Civitella in Val di Chiana avrebbe potuto elaborare a prote-
zione e lenizione di un lutto dal carattere apocalittico come quello che scaturì
dal massacro nazi-fascista del 29 giugno 1944.

214 Cfr. PAVONE 1991, p. 478.


215 Cfr. DETIENNE 1980, p. 348.
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RINGRAZIAMENTI

Il mio sentito ringraziamento va a tutti coloro che, secondo il proprio àmbito


di competenza, hanno dato un prezioso contributo a quanto proposto nel pre-
sente lavoro: Pierangiolo Berrettoni, Alba Bucchioni, Pietro Clemente, Giovanni
Contini, Fabio Dei, Alessandro Duranti, Simone Dragoni, Alessandro Grilli, Pao-
lo Jedlowski, Gabriele Lenzi, Claudio Manfroni, Anna Lisa Tota.

Ringrazio, inoltre, il Comune e la Biblioteca Comunale di Civitella in Val di


Chiana che – particolarmente nelle persone di Massimiliano Dindalini, Edi Bac-
ci, Rita Pernici e Marcello Occhini – mi hanno reso possibile, agevolando e con-
sigliandomi, la consultazione dei documenti di archivio.

Uno speciale segno di riconoscenza, infine, va a coloro che, durante il periodo


di ricerca 2002-2003, mi hanno concesso interviste e testimonianze, renden-
domi pertanto partecipe di un prezioso frammento della loro memoria e, dun-
que, della loro vita: Ida Balò, Gualtiero Bassetti, Santi Cacioli, Massimiliano
Dindalini, Chiara Falsetti, Paolo Nannini, Rita Pernici, Amedeo Sereni, Edoardo
Succhielli, Dino Tiezzi, Tommaso Tonioni.