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Vita e testimonianze La notizia biografica pi ampia su Lucrezio compare nella traduzione del Chronicon di Eusebio fatta da S.

Girolamo, che vi inser anche notizie su vari scrittori latini tratte dal De poetis di Svetonio: Titus Lucretius poeta nascitur: qui postea amatorio poculo in furorem versus, cum aliquot libros per intervalla insaniae conscripsisset, quos postea Cicero emendavit, propria se manu interfecit anno aetatis XLIV, Nasce il poeta Tito Lucrezio. Costui in seguito, indotto alla pazzia da un filtro damore, dopo avere scritto alcuni libri neglintervalli di lucidit che gli lasciava la follia (libri che furono poi riveduti da Cicerone), si uccise di propria mano a 43 anni di et. Non facile datare questa notizia, e neppure accordarla con quella fornita da Donato nella sua Vita Vergili: si pu affermare con certezza solo che il poeta nacque negli anni 90, e mor verso la met degli anni 50. Alcuni manoscritti di Girolamo collocano la nascita nel 96, altri nel 94: la data di morte oscillerebbe cos tra il 53 e il 51. Ma il grammatico Elio Donato sostiene che Lucrezio mor quando Virgilio, a 17 anni, indoss la toga virile, ed erano consoli - come nel 70, anno di nascita di Virgilio - Pompeo e Grasso. Questi, per, furono consoli per la seconda volta nel 55, non nel 53; si quindi supposto che sia corrotta lindicazione det di Virgilio (che avrebbe avuto 15 anni, non 17). La data che cos si ricava (15 ottobre 55), pu coincidere con la notizia di Girolamo, ammettendo che questi abbia confuso il nome dei consoli del 94 e del 98, anno in cui si dovrebbe collocare la nascita. Oggi 98 e 55 sono generalmente ritenute le date pi verosimili, ma permangono notevoli incertezze. Va con ogni probabilit respinta la notizia geronimiana sulla follia di Lucrezio, mai ricordata prima, neppure da Lattanzio, che pure, metaforicamente, accusa il poeta di delirare, e che non avrebbe mancato di accennare ad un elemento cos importante se solo lo avesse conosciuto. Laccusa dovrebbe essere nata in ambiente cristiano nel IV secolo al fine di screditare la polemica antireligiosa di Lucrezio: alcuni critici contemporanei le accordano ancora valore per poter sostenere limprobabile tesi di una disperazione lucreziana a sfondo patologico-depressivo (con la quale tentare di contrapporre certi tratti di pessimismo lucreziano allottimismo di Epicuro). Nulla di concreto si pu affermare
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sulla provenienza del poeta: si pensato che fosse campano, poich a Napoli era fiorente una scuola epicurea, e la Venus fisica venerata a Pompei ha tratti simili a quella cui Lucrezio dedica il proemio dellopera. Bisogna ammettere che tanto questa ipotesi, quanto quella di chi vuole il poeta nato a Roma per via di alcuni pochi riferimenti a luoghi precisi dellurbe, sono prive di basi convincenti. Sarebbe interessante determinare la classe sociale di provenienza di Lucrezio, ma dal tono delle parole che rivolge allaristocratico Memmio nel corso dellopera non possibile capire se egli si collocasse sullo stesso livello o non fosse, piuttosto, un liberto ( in ogni caso fuori discussione lampiezza della cultura ricevuta). Qualche notizia pi approfondita su questi temi in verit presente nella cosiddetta Vita Borgiana, una succinta biografia composta dallumanista Gerolamo Borgia e scoperta nel 1894. In essa si sostiene che il poeta visse in stretta intimit con Cicerone (dal quale avrebbe accolto suggerimenti stilistici), Attico, M. Bruto, C. Cassio, cio con le personalit di maggior rilievo della prima met del I secolo a.C. La gran parte degli studiosi moderni ritiene per che la Vita sia un falso di epoca umanistica. Lunico riferimento a Lucrezio nellopera di Cicerone in una lettera al fratello Quinto del febbraio 54 (Ad Quintum fratrem II 9.3): Lucreti poemata, ut scribis, ita sunt, multis luminibus ingeni, multae tamen artis 1. Alcuni deducono dal tono della frase che il poeta doveva essere morto da poco (forse nellottobre 55), e Cicerone leggesse allora per la prima volta il manoscritto che gli era stato affidato per la pubblicazione (lemendavit di Girolamo), ma la supposizione labile. Opere II poema in esametri De rerum natura, in sei libri (ogni libro va da un minimo di quasi 1100 versi a un massimo di quasi 1500 per un totale di 7415 esametri), forse non finito o comunque mancante dellultima revisione. dedicato allaristocratico Memmio, verisimilmente da identificare col Gaio Memmio che fu amico e patrono di Catullo e Cinna. Girolamo, nello stesso passo del Chronicon in cui riferisce le notizie biografiche su Lucrezio, asserisce che il De rerum natura, dopo la morte del poeta, venne rivisto e pubblicato ad opera di Cicerone. Il testo del De rerum natura conservato integralmente da due codici del IX secolo (detti - per la loro forma - Oblongus e
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Quadratue [in sigla O e Q], ora conservati a Leida); alcune parti si leggono anche in schedae (fogli di codice) conservate a Copenaghen e Vienna. Un certo numero di codici umanistici riproduce il testo tratto dal codice che Poggio Bracciolini riscopr nel 1418, durante un viaggio in Germania. La prima edizione a stampa fu eseguita nel 1473 da Ferrando da Broscia. 1. Lucrezio e lepicureismo romano A parte il rigore intollerante di Catone il Censore, la via scelta dalla classe dirigente romana nei confronti della penetrazione del pensiero greco era stata quella di un filtraggio attento, che eliminasse gli elementi potenzialmente pericolosi per lassetto istituzionale della res publica o potenzialmente corrosivi nei confronti del mos maiorum. Fu la via battuta dalla lite scipionica, e successivamente da Cicerone. Non ora un caso che laccorto eclettismo filosofico di questultimo eriga un argine insormontabile proprio nei confronti dellepicureismo; questo visto come dissolutore della morale tradizionale soprattutto perch, predicando il piacere come sommo bene e suggerendo la ricerca della tranquillit, tende a distogliere i cittadini dallimpegno politico in difesa delle istituzioni. Non minori pericoli presentava la posizione epicurea sulle divinit: negando il loro intervento negli affari umani, tendeva a creare impicci a una classe dirigente che usava la religione ufficiale come strumento di potere. Ma se nel II secolo a.C. si era arrivati anche a un provvedimento di espulsione nei confronti di due filosofi epicurei, Alceo e Filisco, che volevano diffondere la loro dottrina a Roma, nel I secolo lepicureismo era riuscito a effettuare una discreta diffusione negli strati elevati della societ romana. Un personaggio di rango consolare, Calpurnio Pisone Cesonino, si presentava come protettore di filosofi epicurei: nella sua villa di Ercolano teneva lezione Filodemo di Gdara; un altro cenacolo epicureo sorgeva a Napoli, dove sotto la guida di Sirone studiarono giovani di diversa estrazione sociale, fra i quali i discendenti di alcune famiglie nobili, e futuri poeti come Virgilio e, probabilmente, Orazio. Sappiamo anche delle propensioni epicuree di Attico - lamico di Cicerone -, di Cesare, e del cesaricida Cassio; il che sufficiente a provare come lepicureismo reclutasse i suoi adepti in ambedue le fazioni che si scontravano nella vita politica. Meno sappiamo sulla penetrazione delle dottrine epicuree nelle classi inferiori; ma interessante un passo di Cicerone, il quale,
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nelle Tusculanae disputationes (IV 7), ci informa del fatto che le divulgazioni dellepicureismo in cattiva prosa latina, dovute ad Amafinio (et incerta; forse fine del II, inizi del I secolo a.C.) e a Cazio (I secolo a.C.) circolavano presso la plebe, attratta dalla facilit di comprensione di quei testi e dagli inviti al piacere in essi disseminati. In effetti lo stesso Epicuro raccomandava lestrema chiarezza e semplicit dellespressione: senza cedere ad antistoriche forzature in senso democratico, va ricordato luniversalismo del messaggio epicureo, che intendeva rivolgersi non a una lite rigorosamente selezionata, ma a persone di ogni rango sociale, e anche - cosa quasi inaudita nellantichit - alle donne. Lucrezio si mosse tuttavia su una strada radicalmente diversa da quella di un Amafinio o di un Cazio; per divulgare in Roma la dottrina epicurea egli scelse infatti la forma del poema epicodidascalico. Ci dov destare sorpresa: Epicuro aveva condannato la poesia, soprattutto quella omerica, base delleducazione greca, per la sua stretta connessione col mito, per il mondo di belle invenzioni in cui irretiva pericolosamente i lettori, allontanandoli da una comprensione razionale della realt. Gli epicurei successivi si attennero scrupolosamente alle direttive del maestro, coltivando tuttal pi, come Filodemo, la poesia scherzosa o di puro intrattenimento. Nella sua scelta, Lucrezio fu probabilmente guidato dal desiderio di raggiungere gli strati superiori della societ con un messaggio che, anche quanto ad attrattive letterarie, non avesse niente da invidiare alla bella forma di cui talora si ammantavano le altre filosofie; quasi allinizio del poema, Lucrezio afferma del resto esplicitamente che suo proposito cospargere col miele delle Muse una dottrina apparentemente amara: come si fa con i fanciulli, cospargendo di miele gli orli della coppa che contiene lassenzio amaro destinato a guarirli. Non perci un caso che Lucrezio - in divergenza radicale dal suo maestro Epicuro - ostenti ammirazione per Omero; ma modelli importanti egli trovava anche in tutta la tradizione epico-didascalica, in particolare in Empedocle, il poeta-filosofo del V secolo a.C., che proprio nellet di Lucrezio stava conoscendo a Roma un periodo di rinnovato interesse. Di Empedocle Lucrezio certo respingeva lispirazione filosofica misticheg-giante; ma venne probabilmente affascinato dal suo ardore di apostolato, dallatteggiamento profetico di rivelatore della verit. Con la forma poetica scelta da Lucrezio per la divulgazione del suo messaggio si pensato di dover spiegare anche lo strano
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atteggiamento di Cicerone nei suoi confronti. Gi abbiamo accennato alla notizia geronimiana che vuole Cicerone editore del De rerum natura, evidentemente Cicerone non poteva condividere gli ideali filosofici di Lucrezio e resta il fatto che una decina di anni dopo la supposta pubblicazione del De rerum natura, cio fra il 46 e il 44, quando intraprende nei suoi trattati filosofici una violenta polemica contro lepicureismo, egli non fa pi alcun cenno del poema di Lucrezio, mentre menziona con tono sprezzante le opere di Amafinio e di Cazio. Forse proprio leccezionalit della forma poetica, che faceva della sua opera un unicum nella letteratura epicurea, spingeva Cicerone a non tenere conto di Lucrezio (tanto pi che egli preferiva rifarsi direttamente alle fonti greche dellepicureismo), ma il motivo determinante di tale strano silenzio si dovr pur sempre riconoscere nella volont di non concedere spazio e credibilit di interlocutore a chi aveva scritto unopera con forti valenze disgregatrici per la societ artistocratica cui Cicerone si rivolgeva. 2. II poema didascalico II titolo del poema lucreziano, De rerum natura, traduce fedelmente quello dellopera pi importante di Epicuro, il perduto Per physeos in trentasette libri. Da esso erano state tratte una Piccola Epitome (che corrisponde forse alla Lettera ad Erodoto, conservata), e una Grande Epitome (perduta), probabilmente la traccia principale seguita da Lucrezio, che pure dovette avere presenti anche altri testi dello stesso Epicuro. La data di composizione del poema non sicura. In I 41 lautore afferma che Memmio non pu sottrarsi alla cura del bene comune in un momento difficile per la patria; tutta la prima met del secolo funestata da eventi bellici, ma si tende a pensare che il riferimento sia alle turbolenze interne degli anni successivi al 59, anche perch Memmio fu pretore nel 58: non per impossibile pensare a date anteriori. II De rerum natura chiaramente articolato in tre gruppi di due libri (diadi). Nel I LIBRO, dopo louverture del poema con linno a Venere, personificazione della forza generatrice della natura, sono esposti i principi della fisica epicurea: gli atomi (parti minime di materia, indistruttibili, immutabili, infinite), muovendosi nel vuoto infinito, si aggregano in modi diversi e danno origine a tutte le realt
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esistenti; successivamente interviene la disgregazione. Nascita e morte sono costituite da questo processo di continua aggregazione e disgregazione. Alla fine del libro Lucrezio passa in rassegna, criticandole, le dottrine degli altri naturalisti. Eraclito, Empedocle, Anassagora. Nel II LIBRO (vv. 216-93) illustrata la teoria del clinamen, il tratto pi originale di Epicuro rispetto a Democrito: nel moto degli atomi interviene una inclinazione minima che permette una grande variet di aggregazioni (e rende ragione della libert del volere umano). I mondi possibili sono molti, e sono soggetti al ciclo di nascita e morte. I libri III e IV costituiscono una seconda coppia, che espone lantropologia epicurea. Il LIBRO III spiega come il corpo e lanima siano entrambi costituiti da atomi aggregati, ma di forma diversa (quelli che danno luogo allanima sono pi leggeri e lisci); lanima non pu perci sottrarsi al processo di disgregazione che investe tutte le realt consistenti di atomi; di conseguenza essa muore con il corpo, e non c da attendersi un destino ultraterreno di premio o di punizione. Il LIBRO IV prende in esame il procedimento della conoscenza, trattando la teoria dei simulacro: una specie di sottili membrane, composte di atomi, che si staccano dai corpi di cui mantengono la forma, e arrivano fino gli organi di senso. La testimonianza dei sensi sempre veritiera, e lerrore pu derivare solo da una sua errata interpretazione. I simulacra vaganti servono anche a spiegare le immagini che vediamo nei sogni; sono parimenti allorigine della reazione dei dormienti di fronte allimmagine degli oggetti del loro desiderio. A questo punto Lucrezio introduce una celebre digressione sulla passione damore e in versi carichi di dissacrante sarcasmo indica la causa unica di questa passione nella attrazione fisica. La terza coppia di libri ha per oggetto la cosmologia. Il LIBRO V dimostra la mortalit del nostro mondo - uno degli innumerevoli mondi esistenti - analizzandone il processo di formazione; viene quindi trattato il problema del moto degli astri e delle sue cause. Una sezione famosa tratta della origine ferina dellumanit. Il LIBRO VI si sforza di fornire spiegazioni assolutamente naturali di vari fenomeni fisici, come i fulmini o i terremoti, estromettendone la volont divina. Sulla descrizione di vari eventi catastrofici si innesta la narrazione della terribile peste di Atene del
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430 - che gi era stata narrata dallo storico greco Tucidide - con la quale lopera si chiude piuttosto bruscamente. Si gi detto che il De rerum natura non ha probabilmente ricevuto lultima revisione da parte dellautore: lo dimostrano alcune ripetizioni di versi, e qualche incongruenza. Problemi particolari ha destato il finale del poema. Poich nel libro V Lucrezio annuncia la descrizione delle sedi beate degli dei, ma non mantiene poi fede alla promessa, si pensato che proprio questa descrizione, e non quella della peste di Atene, fosse la chiusa progettata del De rerum natura. Se si dovesse accogliere questa supposizione, il poema avrebbe dovuto concludersi con una nota serena - che avrebbe fatto da pendant al gioioso inno a Venere col quale si apre - e non con il terrificante quadro della peste di Atene. Ma probabilmente risponde meglio ai reali intenti di Lucrezio la supposizione che la fine progettata del poema fosse proprio la peste di Atene, e non altro: Lucrezio potrebbe aver voluto contrapporre louverture e il finale come una sorta di trionfo della vita e di trionfo della morte, per mostrare come non esista alcuna conciliazione del contrasto eterno di queste due potenze. Prima del De rerum natura la letteratura latina non aveva prodotto opere di poesia didascalica di grande impegno. Ennio scrisse in settenari 1Epicharmus (mentre Euhemerus era probabilmente in prosa); lo stesso metro impieg Accio nei suoi Pragmatica, mentre i temi storico-letterari affrontati nei Didascalica erano esposti in un misto di versi e prosa. La letteratura ellenistica, seguendo lautorevole esempio di Esiodo, Parmenide ed Empedocle, aveva al contrario impiegato il verso tipico dellepos, lesametro, nel quale erano scritti sia i Fenomeni e pronastici di Arato di Soli (ca. 320-250 a.C.), una trattazione dellastronomia e delle tecniche di previsione del tempo, che gli Alexipharmaca e i Theriaca di Nicandro (II secolo a.C.). Tutte queste opere furono tradotte a Roma pi di una volta, ed anche il giovane Cicerone (negli anni 80) cur una versione degli Aratea in esametri latini di cui Lucrezio mostra di avere conoscenza. Non possibile collocare con maggior precisione tal Egnazio, autore di un De rerum natura di cui Macrobio cita alcuni versi: si supposto che fosse lo stesso personaggio dileggiato da Catullo nel carme 39, ma nulla si sa della sua opera e della sua vita. A modelli greci pi antichi si rifacevano invece gli Empedoclea di Sallustio ( improbabile si tratti dello storico), purtroppo perduti.

La tradizione latina non offriva dunque esempi di poesia didascalica di grande respiro; daltra parte, rispetto ai poeti ellenistici che abbiamo ricordato, Lucrezio si differenzia nettamente in quanto ambisce a descrivere, ma soprattutto a spiegare, ogni aspetto importante della vita del mondo e delluomo, e di convincere il lettore - con argomentazioni e dimostrazioni serrate della validit della dottrina epicurea. La tradizione ellenistica, che rivive nelle Georgiche di Virgilio, ricerca invece la sua ispirazione in argomenti tecnici (ma distaccati dalla loro originaria dimensione pratica, quasi idealizzati), e in gran parte sprovvisti di implicazioni filosofiche. Non a caso il modello cui Lucrezio guarda con dichiarata simpatia il Per physeos di Empedocle, che, per il tipo di argomento trattato, lorganizzazione del materiale, e alcuni caratteri formali (come appunto luso dellesametro), molto vicino al De rerum natura: ad Empedocle, le cui posizioni - pure - sono lontane da quelle di Epicuro, va il fervido omaggio del poeta alla fine del I libro. La consapevolezza dellimportanza della materia determina il tipo di rapporto che Lucrezio instaura con il lettore-discepolo, il quale viene continuamente esortato, talora minacciato, affinch segua con diligenza il percorso educativo che lautore gli propone. questa una ulteriore, fondamentale differenza rispetto alla poesia didascalica ellenistica, che si limita per lo pi a descrivere fenomeni, mentre quella di Lucrezio ne indaga le cause, e propone al lettore una verit, una ratio sulla quale obbligato ad esprimere un chiaro giudizio di consenso o rifiuto. Da questo discendono alcune delle caratteristiche essenziali del poema, prima fra tutte la frequenza delle apostrofi al lettore e la rigorosa struttura argomentativa. Tra i procedimenti dimostrativi Lucrezio non trascura il sillogismo, strumento principe dellargomentazione filosofica, che nella particolare forma in cui generalmente lo adopera il poeta dimostra per assurdo la falsit di tesi o possibili obiezioni avversarie. Uno spazio assai considerevole occupa anche lanalogia, grazie alla quale si tenta di ricondurre al noto, al visibile, ci che troppo lontano o piccolo per essere osservato direttamente, come ad esempio i fenomeni astronomici (libro VI) o lesistenza degli atomi e del vuoto in cui essi si muovono (libri I e II). Il libro che forse pi di ogni altro testimonia la perizia argomentativa di Lucrezio il III, dedicato alla confutazione del timore della morte. La sua struttura complessiva semplice:
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allintroduzione (vv. 1-93), che si apre con un inno ad Epicuro, segue la parte centrale della trattazione (vv. 94-829), suddivisa in due sezioni: prima si dimostra che lanima materiale, cio composta - come ogni altro corpo - di atomi (estremamente sottili e quindi mobilissimi) e vuoto (vv. 94-416); si affronta poi il problema-chiave: se materiale, lanima deve essere anche mortale, soggetta al ciclo di nascita e morte proprio di tutti i corpi (vv. 417829). In questi quattrocento versi Lucrezio propone ben 29 diverse prove per sostenere il suo assunto, di diverso peso, e non tutte egualmente solide: ma il loro accumularsi, il dispiego di strumenti retorici, lelaborazione nella scelta degli esempi e delle immagini, creano un insieme di innegabile forza persuasiva. Pur avendo dimostrato scientificamente la mortalit dellanima, e il fatto che con la morte cessa per noi ogni forma di sensibilit, positiva o negativa, Lucrezio si rende conto che questo non sufficiente a distogliere luomo dal dolore di dover abbandonare la vita. Per convincerlo, allora, d la parola, nel finale del libro (vv. 830-1094), alla voce della Natura stessa, che si rivolge direttamente alluomo (v. 940 seg.): se la vita trascorsa stata colma di gioie questi pu ritrarsene come un convitato sazio e felice dopo un banchetto; se, al contrario, stata segnata da dolori e tristezze, perch desiderare che essa prosegua? Solo gli stulti vogliono ad ogni costo continuare a vivere, anche se nulla di nuovo li pu attendere, perch eadem sunt omnia semper (III 945). In questo libro particolarmente chiaro un ultimo carattere dellopera, il suo contatto con la letteratura diatribica. La ditriba si era sviluppata in Grecia in et ellenistica, e Bione di Boristene (ca. 325-255 a.C.), un filosofo viaggiante che esponeva al popolo, per la strada, argomenti di carattere filosofico-morale, ne era stato il rappresentante pi noto. Anche se il suo orientamento filosofico era prevalentemente cinico, egli aveva contribuito a sviluppare uno schema di presentazione semi-drammatica del contenuto, con frequenti spunti satirici assai vivaci e il concorso di pi personaggi fittizi (che avevano lontani e illustri progenitori nei partecipanti ai dialoghi platonici), poi ripreso anche indipendentemente dai contenuti originari. 3. Studio della natura e serenit delluomo Subito dopo il proemio con linvocazione a Venere e una sommaria esposizione del piano dellopera, Lucrezio si rivolge al
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lettore invitandolo a non considerare empia la dottrina che egli si accinge a trattare, e a riflettere, piuttosto, su quanto crudele e davvero empia fosse la religio tradizionale, che, per esempio, aveva imposto ad Agamennone il sacrificio della figlia Ifigenia per assicurare la partenza della flotta greca alla volta di Troia. Allassassinio della fanciulla dedicata una scena tra le pi elaborate del poema (I 80-101), impostata su un tono volutamente molto patetico. Cos - prosegue Lucrezio - la religione in grado di opprimere sotto il suo peso la vita degli uomini, turbare ogni loro gioia con la paura: ma se gli uomini sapessero che dopo la morte non c che il nulla, se diventassero, perci, insensibili alle minacce di pene eterne profferite dagli indovini, smetterebbero di essere succubi della superstizione religiosa e dei timori che essa comporta. A tal fine quindi necessaria una conoscenza sicura - resa possibile dal poema - delle leggi che regolano luniverso, e rivelano la natura materiale e mortale del mondo, delluomo e dellanima stessa. Si vede come gi dai primi versi Lucrezio descriva con chiarezza il nesso tra superstizione religiosa, timore della morte, e necessit di speculazione scientifica; e il suo messaggio sar di fatto ignorato non solo per lintrinseca difficolt dellopera, ma anche, si deve pensare, perch potenzialmente capace di mettere in discussione i fondamenti culturali - e, indirettamente, sociali e politici - dello stato romano, che della religio aveva fatto un essenziale elemento di coesione. Se linsistenza sui terribili detti (I 103) dei vates costituisce probabilmente una accentuazione polemica ispirata dal clima culturale del suo tempo, Lucrezio resta peraltro fedele alle teorie di Epicuro in materia di religione. Il filosofo greco era stato il primo uomo che os levare gli occhi contro la religione che incombeva minacciosa dal cielo (I 66). Per questo egli pu essere venerato quasi come un dio, perch ha liberato gli uomini da enormi sofferenze morali: tranne il II e il IV tutti i libri dellopera si aprono con una appassionata celebrazione dei meriti di Epicuro. Questi credeva che gli dei fossero figure dotate di vita eterna, perfette e felici nella pace degli intermundia (la zona tra terra e cielo in cui abitavano), incuranti delle vicende della terra e delluomo: a loro poteva andare la pietas dei terrestri, essi potevano costituire un punto di riferimento ideale. Era invece radicalmente esclusa lipotesi che luomo fosse soggetto agli dei in un rapporto di dipendenza, che da essi, suoi padroni, egli potesse attendersi benefici o punizioni. Anche Lucrezio recupera questo senso intimo della
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religiosit, intesa come capacit di vivere serenamente e contemplare ogni cosa con mente sgombra da pregiudizi (V 1203). Nellambito del V libro una sezione della storia dellumanit (vv. 1161-1240) dedicata alla nascita del timore religioso, che sorge spontaneo per ignoranza delle leggi meccaniche che governano, per esempio, il corso perfettamente regolare degli astri, o per lo spavento causato dal fulmine e dalle tempeste (a torto considerati segni di una punizione divina) che invece colpiscono indiscriminatamente colpevoli e innocenti proprio perch dovuti a fenomeni naturali che la fisica epicurea si incarica di spiegare. A torto si voluto vedere in questi versi un atteggiamento diverso di Lucrezio nei confronti della religione, quasi un cedimento a quei timori e a quelle paure che tenta di combattere: sua intenzione invece di delineare, m questa circostanza, lorigine storica di un fenomeno del quale, appunto, non difficile ricostruire le cause, ma che nondimeno va - nel presente - combattuto ed eliminato. 4. Il corso della storia Lo sforzo di Lucrezio, come abbiamo gi accennato, di evitare che su argomenti di grande rilievo la egestas rationis, la mancanza di spiegazioni razionali in termini epicurei, riconduca il lettore ad accettare le spiegazioni tradizionali della mitologia e della superstizione. Oltre a temi affini a quelli trattati dagli antichi filosofi naturalisti, come la natura della materia e la formazione dei corpi, ed altri di ispirazione etica e morale (la religione, la paura della morte, lamicizia, lamore), Lucrezio dedica una ampia parte dellopera alla storia del mondo, del quale era stata anzitutto chiarita la natura mortale, originato com da una casuale aggregazione di atomi e destinato alla distruzione (II 1024-1174). Tutta la seconda met del libro V (vv. 772-1457) tratta invece dellorigine della vita sulla terra e della storia delluomo. N gli animali n gli esseri umani sono stati creati da un dio, ma si sono formati grazie a particolari circostanze: il terreno umido e il calore hanno spontaneamente generato i primi esseri viventi (v. 797 seg.). Notevole attenzione viene riservata alla confutazione delle tradizioni su esseri mitici che avrebbero popolato lalba della terra (v. 878 seg.): a tali fantasticherie Lucrezio oppone la saldezza delle leggi naturali della fisica epicurea, che dimostrano limpossibilit che due esseri di natura diversa (luomo e il cavallo, ad esempio) si congiungano e generino, appunto, il centauro: questo uno degli
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insegnamenti basilari di Epicuro, la cui dottrina ha insegnato cosa pu nascere, cosa non pu, ed infine in base a quale principio ogni cosa ha un potere delimitato ed un termine profondamente infisso (I 75-77). invece possibile che la natura, non governata da esseri superiori, commettesse alcuni sbagli dando vita a uomini mancanti di parti vitali del corpo (v. 837 seg.). I primi uomini conducevano una vita agreste, al di fuori di ogni vincolo sociale: la natura forniva il poco di cui cera davvero bisogno; non per questo erano privi di pericoli: le fiere sbranavano molti di loro (v. 925 seg.). Fra le tappe del progresso umano che Lucrezio tratta in seguito (vv. 1010-1457), quelle positive - la scoperta del linguaggio, quella del fuoco, dei metalli, della tessitura e dellagricoltura - sono alternate ad altre di segno negativo come linizio ed il progresso dellattivit bellica o il sorgere del timore religioso. Spesso stata la natura che ha casualmente mostrato agli uomini come agire: del metallo surriscaldato da un incendio fortuito, e raccoltosi in una buca del terreno, pu ad esempio aver indicato la tecnica della fusione. La necessit di comunicare ha invece spinto luomo a creare le prime forme di linguaggio: caso e bisogno materiale sono i fattori di avanzamento della civilt. evidente in tutta la trattazione il desiderio del poeta di contrapporsi alle visioni teleologiche del progresso umano assai diffuse nella cultura del tempo: la natura segue le sue leggi, nessun dio la piega ai bisogni delluomo. Ovviamente Lucrezio non poteva credere nellesistenza di una mitica et felice in cui luomo viveva come in un paradiso terrestre dal quale il degenerare delle razze (secondo il famoso mito esiodeo) lo ha irrimediabilmente allontanato. Il progresso materiale, fin quando stato ispirato al soddisfacimento dei bisogni primari, valutato positivamente, mentre le riserve di Lucrezio si concentrano sullaspetto di decadenza morale che il progresso ha portato con s: il sorgere dei bisogni innaturali, della guerra, delle ambizioni e cupidigie personali ha corrotto la vita delluomo. Ma quella di Lucrezio non una visione sconsolata e pessimistica: a questi problemi lepicureismo in grado di fornire una risposta invitando a riscoprire che di poche cose ha davvero bisogno la natura del corpo (II 20). Epicuro aveva prescritto di evitare i desideri non naturali e non necessari, e di badare solo al soddisfacimento di quelli naturali e necessari: Grida la carne: non aver fame non aver sete non aver freddo; chi abbia queste cose e speri di averle [in
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futuro], anche con Zeus pu gareggiare in felicit (Gnomologio Vaticano 33, trad. Arrighetti). Si comprende come lepicureismo sia stato spesso considerato a torto, gi in antico, una forma di edonismo sfrenato, non cogliendo cos lo spirito dei suoi precetti fondamentali, tutti volti alla limitazione dei bisogni e alla ricerca di piaceri naturali e semplici. Il progetto sociale di Epicuro e Lucrezio coerente con queste premesse: il saggio abbandoni le inutili ricchezze, si allontani dalle tensioni della vita politica (Epicuro consigliava: lthe bisas, vivi in disparte), si dedichi a coltivare lo studio della natura con gli amici pi fidati, somma ricchezza della vita umana: Di tutti quei beni che la saggezza procura per la completa felicit della vita il pi grande di tutti lacquisto dellamicizia (Sentenze Capitali 27, trad. Arrighetti). Nel proemio del II libro (vv. 1-61), i saggi che vivono mettendo in pratica i precetti di Epicuro sono paragonati a coloro che, al sicuro sulla terraferma, osservano distaccati il mare in tempesta, laltrui pericolo: Lucrezio vuole insegnare a tutti gli uomini come raggiungere le alte e serene regioni ben fortificate dalla scienza dei saggi (II 7-8). 5. Linterpretazione dellopera La confusione tra la figura storica dellautore e limmagine del narratore che prende la parola allinterno del poema continua a nuocere alla lettura critica del De rerum natura. Le due figure non devono essere sovrapposte meccanicamente: nessuno penserebbe, ad esempio, di far coincidere sic et simpliciter il Dante-personaggio della Commedia con luomo Alighieri; il narratore, pur assumendo molti tratti propri dellautore, non in realt che una persona tra le altre, che gioca il suo ruolo allinterno del sistema di valori e dei temi del poema. Anche solo per questo motivo non possono essere accettate le tesi di quanti hanno affannosamente ricercato nel De rerum natura tracce di uno squilibrio mentale di Lucrezio, ora nella forma di crisi maniaco-depressive, ora come generica angoscia esistenziale. In tali letture ha avuto certo un peso determinante la famigerata notizia geronimiana, della quale non peraltro difficile, come gi si detto, comprendere le motivazioni ideologiche. Ma anche una tesi pi recente (e ancora fortunata), quella che ricerca a tutti costi nellopera un Antilucrezio scettico che per primo il Lucrezio ufficiale si affannerebbe a persuadere, fu formulata per
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la prima volta, nel 1868, da un critico profondamente avverso al credo materialista del poeta e intenzionato a dimostrare lintrinseca debolezza del suo messaggio, il francese Patin. Una lettura non preconcetta dellopera induce a constatare che la tensione dellautore (che in questo senso pu a ragione essere definita illuministica), sempre rivolta a conseguire il convincimento razionale del suo lettore, a trasmettergli i precetti di una dottrina di liberazione morale nella quale egli stesso profondamente crede. indubbio che nel poema hanno una loro parte anche descrizioni a tinte fosche, violentemente drammatiche, delle quali vanno per ritrovate volta a volta le motivazioni contestuali. Laccesa confutazione della tesi stoica di una natura provvidenziale, ad esempio, spiega perch Lucrezio insiste a lungo sullidea che la natura del tutto incurante delle esigenze delluomo: la natura non preparata per noi dal volere divino: di una colpa cos grande infatti gravata (V 198-199); questa culpa evidente (V 200 segg.) nelle asperit del terreno, nelle difficolt di lavorarlo, nella durezza del clima, nel gran numero di ammali nocivi alluomo che la terra nutre; e, poi, perch il volgere degli anni porta le malattie? Perch si aggira la morte prematura? (vv. 220-221). Quando invece, nel finale del libro IV, Lucrezio si scaglia aspramente contro le insensatezze della passione amorosa, probabilmente mosso dalla volont di ribadire che il saggio epicureo (modello cui il lettore-discepolo va accostato) deve tenersi lontano da una passione irrazionale che non ha alcuna giustificazione nei dettami della natura (la condanna del poeta non coinvolge infatti il sesso). In questo particolare caso, inoltre, avranno agito anche stimoli culturali diversi, quali la volont di contrapporsi allideologia erotica dei neteroi (Catullo) e lorientamento della morale tradizionalista a condannare con severit gli amanti che sconsideratamente dissipavano le loro sostanze in doni e lussi (IV 1123-1124: e intanto il patrimonio si dissolve, si trasforma in tappeti babilonesi; i doveri sono trascurati, la reputazione vacilla e soffre). Pi in generale, alla base di questi quadri fortemente espressivi del poema radicata linclinazione a ricercare un registro stilistico elevato ed efficace, che, come abbiamo visto, accoglie e brucia nella grandezza di uno stile sublime elementi propri della diatriba e della satira. Il problema del pessimismo di Lucrezio - della distanza che sembra a volte separarlo dalla serenit del credo di Epicuro - non
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manca tuttavia di occupare un ruolo centrale in buona parte della critica, e si deve ammettere che non facile giungere ad una valutazione equilibrata che tenga conto di tutte le sfumature, dei toni talora diversi tra una parte e laltra del poema. Da un lato, come abbiamo avuto occasione di notare, si devono certo respingere i tentativi di rintracciare in molti luoghi dellopera tracce di contraddizioni sistematiche e clamorose rispetto ad Epicuro, toni troppo cupi e pessimistici, addirittura i frutti di una mente insana. Lucrezio ripete molto spesso che la ratio da lui esposta foriera - per chi ben la assimili - di serenit e libert inferiori, che traggono origine dalla comprensione razionale dei meccanismi di nascita, vita e morte delluomo e del cosmo. Lucrezio offre al suo lettore la possibilit di guardare tuttintorno con occhio indifeso e invita allaccettazione consapevole di ogni cosa in quanto esistente: la vita col suo rinnovato sorridere e la morte continuamente vicina (De rer. nat. II 75 segg.) ...sic rerum summa novatur / semper, et inter se mortales mutua vivunt. / Augescunt alide gentes, alias minuuntur, / inque brevi spatio mutantur saecla animantum / et quasi cursores vitai lampada tradunt cos la somma delle cose si rinnova sempre, e i mortali vivono di un mutuo scambio. Alcune specie si accrescono, altre declinano, in breve spazio si mutano le generazioni dei viventi, e simili a corridori si trasmettono la fiaccola della vita; cfr. II 575 segg. Nunc hic nunc illic superant vitalia rerum / et superantur item. Miscetur funere vagor / quem pueri tollunt visentes luminis oras; / nec nox ulta diem ncque noctem aurora secutast / quae non audierit mixtos vagitibus aegris / ploratus mortis comites et funeris atri Ora qui ora l, le forze vitali riportano vittoria; poi sono vinte a loro volta. Ai gemiti funebri si mescolano i vagiti dei neonati appena giunti alle spiagge della luce; nessuna notte si avvicendata al giorno, nessuna aurora alla notte che non abbia inteso, mescolati ai vagiti dolorosi, i pianti e i lamenti, compagni della morte e dei foschi funerali. Ma questo stesso razionalismo, a tratti, mostra i suoi limiti. Nel terzo libro, ad esempio, lautore insiste sul fatto che la morte nihil est ad nos neque pertinet hilum (830), perch con la morte la nostra sensibilit si perde del tutto, e per sempre; sarebbe stolto temere un oltretomba che non esiste, e che comunque non potremmo esperire. Tutto questo, per, non basta ad eliminare langoscia delluomo di fronte allidea che la sua vita deve avere un termine, ed proprio a questo punto che Lucrezio si irrigidisce: se la vita trascorsa stata piacevole - la Natura stessa si rivolge alluomo in questi termini -,
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nulla di diverso pu essere esperito in futuro (eadem sunt omnia semper, 945), conviene semmai allontanarsi come un convitato sazio, di buon grado (aequo animo, 939, unespressione tipicamente epicurea che ritroveremo in Orazio); in caso contrario, meglio comunque concludere unesperienza ricca solo di dolore. Proprio questa rigidit, il supporre - paradossalmente - che il non essere mai nati non sarebbe stato un male per luomo (V 174 quidve mali fuerat nobis non esse creatis?), linsistere sullidea che prolungare la vita non sottrae neppure un giorno alla morte che ci attende, linvito epicureo al carpe diem (957), contrastano vivamente con la precisa, approfondita descrizione delluomo in preda allangoscia irrazionale che Lucrezio stesso ci offre verso la fine del libro. Alcuni critici, esagerando forse la portata di questa differenza dintonazione, non hanno esitato a proporre limmagine di un Lucrezio intimamente dissidente nei confronti di un sistema filosofico dallaspetto troppo sereno, troppo lineare, ma impotente di fronte ad angosce primordiali: da qui ad un Lucrezio criptoreligioso, assetato di fede o peggio, il passo stato talora troppo breve. Senza sposare tesi di tal fatta, per, non si pu fare a meno di notare che esempi come quello ora citato sono arricchimenti del testo: danno in pi, alla personalit poetica di Lucrezio, alla sua energia di profeta ardente fino allentusiasmo, una dimensione di insoddisfazione amara, segno oggettivo di una interiorit tormentata. E forse i luoghi pi eloquenti dellopera potranno essere riconosciuti proprio nelle ferite che le varie contraddizioni incomposte hanno lasciato dentro il corpo della dottrina. 6. Lingua e stile di Lucrezio II breve giudizio sul De rerum natura contenuto nella lettera al fratello Quinto (riportato sopra tra le informazioni biografiche) testimonia che Cicerone ammirava in Lucrezio non solo lacutezza del pensatore, ma anche grandi capacit di elaborazione artistica. La critica moderna ha a lungo esitato a sottoscrivere la seconda delle due affermazioni, giudicando lo stile del poeta (soprattutto in base al confronto col modello classico per eccellenza, Virgilio) troppo rude e legato alluso arcaico, a tratti prosaico e ripetitivo. Da qualche tempo gli studiosi hanno modificato questa prospettiva, ricollocando sia Lucrezio che Virgilio nella loro giusta dimensione storica e valutando appieno le fondamentali divergenze di

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impostazione che intercorrono tra il De rerum natura ed anche lopera virgiliana ad esso pi vicina, le Georgiche. Anche lo stile, come lorganizzazione complessiva della materia, doveva piegarsi al fine di persuadere il lettore. Si spiegano in questa luce le frequenti ripetizioni, nelle quali si a lungo visto un segno di immaturit stilistica di Lucrezio: alcuni concetti andavano riassunti in brevi formule facilmente ricordabili, come gi raccomandava Epicuro, collocate pi di una volta in punti chiave del poema. Cos, per esempio, il principio essenziale che ogni cosa che esce - modificata - dai suoi confini, costituisce immediatamente la morte di ci che cera prima, cio che lincessante divenire degli aggregati possibile solo grazie al loro continuo disfacimento, ripetuto quattro volte (I 670; I 792; II 753; III 519). Anche linvito allattenzione del lettore doveva essere reiterato spesso; e alcuni termini tecnici della fisica epicurea, nonch i nessi logici di grande uso (ad esempio le formule di transizione tra argomenti diversi: adde quod, quod superest, praeterea, denique) dovevano restare il pi possibile fissi per consentire al lettore di familiarizzarsi con un linguaggio non certo facile. Non va neppure trascurato il fatto che alla lingua latina mancava la possibilit di esprimere certi concetti filosofici, e Lucrezio si trov quindi costretto a ricorrere a perifrasi nuove (quali semina, primordia, o corpora prima per designare gli atomi), a coniazioni, talora a calchi diretti dal greco (come homoeomeria): appunto in questa circostanza che egli lamenta la povert del vocabolario avito (I 832: patrii sermonis egestas). La povert della lingua non si estendeva per al di fuori del lessico strettamente tecnico: Lucrezio sfrutta una gran mole di vocaboli poetici che la tradizione arcaica (soprattutto enniana) gli fornisce specie nel campo degli aggettivi composti (per esempio suaviloquens, altivolans, navigerum, frugiferens), e molti ne crea egli stesso rivelando una spiccata propensione per nuovi avverbi (filatim, moderatim, praemetuenter) e perifrasi (natura animi = animus; equi vis = equus, su modello omerico). Dalla tradizione enniana, e genericamente dal patrimonio della poesia elevata romana, egli trae le pi caratteristiche forme dellespressione (pi che dallo stile alessandrineggiante contemporaneo): di qui un intensissimo uso di allitterazioni, di assonanze, di costrutti arcaici, e in generale di effetti di suono propri del gusto espressive-patetico dei pi antichi poeti di Roma. In campo grammaticale i due fenomeni sicuramente pi vistosi sono il gran numero di infiniti passivi in -ier (pi arcaico di -i), ed il
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prevalere della desinenza bisillabica -ai nel genitivo singolare della prima declinazione (anzich -ae), esclusa ormai ai tempi di Lucrezio dalla lingua duso, e considerata quindi un arcaismo che contribuisce alla elevazione del tono del discorso. Lesametro lucreziano si differenzia nettamente da quello arcaico di Ennio, rispetto al quale predilige lincipit dattilico che sar usuale nella poesia augustea. Un segno di scarsa capacit di sfruttamento delle possibilit espressive dellordine delle parole stato spesso visto nella tendenza a comporre il verso di due parti quasi equivalenti (et magis in promptu / primaque in fronte locata, I 879; tangere enim non quit / quod tangi non licei ipsum, V 152; dissoluunt nodos omnis / et vincla relaxant, VI 356) piuttosto che a ricercare un ordine chiuso (nec calidae citius decedunt corpore febres, II 34) o, per esempio, chiastico (del tipo ab-ba), molto diffusi in Virgilio ed Ovidio. Va osservato che questa disposizione, e il moderato ricorso al-lenjambement (peraltro diffuso nelle sezioni in cui si intende accentuare il pathos), annullano, soprattutto nelle parti tecniche e argomentative, la tensione che si crea allinterno del verso e tra un verso e laltro, permettendo una pi pacata e lineare comprensione del contenuto e accentuando il senso di accumulazione di fatti e prove convincenti. Lucrezio dimostra di possedere una vasta conoscenza della letteratura greca, come testimoniano le riprese di Omero, Platone, Eschilo (il quadro di Ifigenia), Euripide (i versi II 991-1001 traducono, per esempio, un frammento del Crisippo); tutta la descrizione della peste di Atene, nel libro VI, naturalmente basata sul racconto tucidideo. Neppure mancano i segni della frequentazione dei poeti ellenistici pi raffinati (Callimaco, Antipatro): nel proemio del IV libro (gli stessi versi sono ripetuti anche in I 925 seg.), Lucrezio si presenta come il poeta che raggiunge per primo gli impervi terreni delle muse Pieridi per attingere a una nuova fonte di poesia e conquistare la gloria, riproducendo cos il gesto di consapevolezza che Callimaco aveva reso un luogo tradizionale nella poesia ellenistica. Ma certamente il tratto distintivo dello stile lucreziano va individuato nella concretezza dellespressione. Evidenza e vivacit descrittiva, visibilit e percettibilit degli oggetti intorno a cui si ragiona, corporalit dellimmaginario: questi caratteri dellesposizione sono come gli effetti obbligati che derivano dalla mancanza (pi volte denunciata dallo stesso poeta) di un linguaggio astratto gi pronto, gi di per s disponibile a significare le idee e a dare forma
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filosofica al discorso. Paradossalmente lespressione - quasi trovasse un compenso a quella povert - trae da ci un guadagno formale: si fa vivida in quanto deve supplire i vuoti verbali ricorrendo a una gamma vastissima di immagini e di esempi esplicativi. Ma le immagini di cose evocate per spiegare pensieri ed idee, e cos anche le similitudini che devono chiarire (per analogia con le cose note) i meccanismi delle cose ignote o nascoste, non restano solo mezzi destinati ad illustrare in modo comprensibile largomentazione astratta: le immagini e gli esempi diventano il risvolto emozionale di un discorso intellettuale che sceglie di farsi soprattutto descrizione di grande efficacia poetica. Descrizione ravvicinata e curiosa, altre volte descrizione stupita a distanza; certe volte contemplazione delle cose grandi e altre volte di ci che piccolissimo; pu esserci incanto per la maestosit della natura immobile e anche ammirato sgomento dinanzi alle forze potenti che muovono la natura (il sublime dinamico). Al contrapporsi di cose umili e grandi, di statico e dinamico, corrisponde nellespressione il contrasto efficace tra le movenze di una lingua viva e colloquiale (che parla di cose quotidiane) e la scelta di uno stile grande e sublime. Anche se i livelli di questo stile sono molti e diversi (dallenergia del parlato alla preziosit della dizione epicotragica), il registro che li unifica uno solo e continuo: il registro dellenthusiasms poetico posto al servizio di una missione didattica vissuta con ardore eccezionale. Il risultato uno stile severo, capace di durezze e di eleganze, pronto alla commozione e alla meraviglia ma anche allinvettiva profetica: comunque sempre grandioso, senza che mai si perda nellampollosit e nella magniloquenza vana. 7. La fortuna di Lucrezio Le prime fasi della fortuna di Lucrezio sono oggetto di discussione: sicuramente strana la completa assenza del poeta dalle opere filosofiche di Cicerone, dove pure la confutazione dellepicureismo ha larga parte. Si pensato (ma le ipotesi sono molteplici) che Cicerone abbia voluto, in tale sede, appositamente ignorare il De rerum natura e sminuirne cos il valore. Tutto sommato scarsa la presenza di Lucrezio negli autori del I secolo a. C., anche se Virgilio, Orazio e Ovidio non mancano di riprenderne alcuni aspetti e di tributargli alte lodi. La lettura del poema continua anche nei secoli successivi, come testimoniano Seneca, Quintiliano,
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Stazio (cui si deve la bella definizione docti furor arduus Lucreti di Silvae II 7,76), Plinio. Gli autori cristiani leggono Lucrezio e ne criticano apertamente le posizioni, ma a partire dai secoli successivi incominciano a perdersi le tracce dellopera. Nel 1418 Poggio Bracciolini scopre in Alsazia un manoscritto del De rerum natura e lo invia a Firenze perch sia copiato: linizio della rinnovata fortuna dellopera in epoca moderna. Alla prima edizione a stampa (Broscia 1473) e al fiorire dellattivit filologica sullopera (studiata tra gli altri da Marnilo, Avancio, soprattutto Lambirlo) si affianca la ripresa dinteresse da parte dei dotti dellepoca, anche di tendenze filosofiche diverse, come Pontano o Poliziano (anche da alcune Stanze di questultimo, ispirate alla Venere di Lucrezio, Botticelli trasse spunto per la sua Primavera). Nel Cinquecento appaiono le prime confutazioni di Lucrezio, opere in versi che riprendono da vicino la lingua e lo stile latino dellautore per propugnare tesi sovente opposte a quelle materialiste del De rerum natura, e che avranno lesempio pi famoso nellAnti-Lucretius, sive de Deo et Natura del Cardinale di Polignac (1747). Il filosofo francese Gassendi (1592-1655) riporta in auge in pieno Seicento, con il suo empirismo, la dottrina di Epicuro (e di Lucrezio) conciliandola con la presenza di un Dio creatore. Molire ne traduce nel Misantropo il celebre passo del IV libro sui difetti delle donne; lIlluminismo confesser la sua ammirazione per larte e (non sempre) per la filosofia del poeta. La prima traduzione italiana dellopera del dotto Alessandro Marchetti, pubblicata a Londra nel 1717 dopo il divieto ricevuto in patria. Non si pu affermare con certezza una lettura integrale di Lucrezio da parte di Giacomo Leopardi, anche se alcune tracce indicano comunque un certo grado di conoscenza diretta (ad esempio, i vv. 111-114 della Ginestra: Nobil natura quella / che a sollevar sardisce / gli occhi mortali incontra al comun fato, riprendono forse I, 65-66, Graius homo mortalis tollere contra / est oculos ausus primusque obsistere contra). Nel 1850 ledizione critica del De rerum natura curata da Karl Lachmann il banco di prova del moderno metodo filologico basato sulla valutazione dei rapporti tra i vari rami della tradizione, individuati grazie alla presenza di errori-guida che li accomunano o separano.

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