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Questa raccolta di leggende è il frutto del lavoro di ricerca che Aldo Lo Curto
Questa raccolta di leggende è il frutto del lavoro di ricerca che Aldo Lo
Curto ha compiuto nella memoria di oltre 140 tribù dell’Amazzonia.
È un approccio insolito con gli uomini della foresta, poiché essi non
conoscono la scrittura come mezzo di tradizione. Si ha così la possi-
bilità di avvicinarsi alla spiritualità dell’Indio, di conoscerne i miti,
ma anche e soprattutto di mantenere viva la memoria di minoranze
etniche purtroppo famose non per la loro cultura, ma perché in via
di estinzione.
viva la memoria di minoranze etniche purtroppo famose non per la loro cultura, ma perché in

Chiunque può adoperare o diffondere i disegni e i testi di questa pubblica- zione, purché, per rispetto della cultura degli Indios, non ne faccia motivo di lucro. (L’autore)

MILLELIRE

non ne faccia motivo di lucro. (L’autore) MILLELIRE STAMPA ALTERNATIVA direzione editoriale ed esecutiva

STAMPA ALTERNATIVA

direzione editoriale ed esecutiva Marcello Baraghini

SE FOSSI INDIO Leggende dell’Amazzonia selezionate e adattate da Aldo Lo Curto

I disegni geometrici di copertina e all’interno sono motivi tradizionali che si tracciano sul corpo presso gli indios Asurini del fiume Xingu, mentre i disegni del viso sono degli indios Yanomami (Amazzonia brasiliana).

1993

Prefazione

Questa documentazione sulle leggende degli ultimi Indios è nata dalla incontenibile voglia di raccontare, se non tutto, almeno in parte, alcuni aspetti di questa straordinaria vicenda che mi vede vivere con loro e tra loro, nel cuore della foresta amazzonica, per lunghi periodi di tempo. Non è stato facile trattare questo argomento, perché sono un medico e non un antropologo, figura questa ben più qualificata per una trattazione del genere. È per questo che mi scuso con i lettori più esigenti per le inevi- tabili omissioni e imperfezioni che emergeranno lungo la tratta- zione. Ma la maggiore difficoltà nel selezionare i miti è derivata dal fatto che, essendo gli Indios dei popoli senza scrittura, il testo di quasi tutte le leggende è tremendamente ripetitivo, per far sì che il bambino possa imprimere nella memoria i particolari di ogni vicenda e passarli a sua volta ai propri figli e questi alle gene- razioni successive. Ne risulta purtroppo un testo esageratamen- te esteso che rischia di annoiare quei lettori che, appartenendo ai popoli con la scrittura, non sono avvezzi a ripetizioni eccessi- ve dello stesso concetto. Certamente, la tentazione più immediata era quella di fare una sintesi del mito, adattando, cioè, il racconto alla mentalità dell’uomo bianco, senza però alterare il tessuto narrativo della leggenda. Tuttavia non ho avuto il coraggio di fare tagli così impegnativi e rimaneggianti di testi millenari. Mi è sembrato

più sensato continuare a scavare in modo più meticoloso tra le memorie di oltre 140 tribù per approdare a leggende più brevi o

di più immediata comprensione, così che, alla fine, dopo molti

mesi, ne ho selezionate diciassette. Ma le difficoltà non erano certo finite qui: in che ordine metterle? Dividerle per tribù o dare loro un susseguirsi secondo un filo conduttore? Questa se-

conda ipotesi mi è sembrata la migliore; così, esaminando i tito-

li delle leggende, mi è parsa buona idea partire dai quattro e-

l’indio venne sulla terra”), l’aria

venne la pioggia”) e

il fuoco (“La conquista del fuoco”), per poi proseguire via via nella scala degli esseri viventi fino al regno vegetale e animale, in una successione che introducesse il lettore alla spiritualità dell’Indio. Ma questa sequenza di leggende non doveva essere

totalmente staccata dalla realtà così tragica che vivono oggi gli uomini della foresta. Mi è sembrato così importante e necessa- rio chiudere con i racconti di “Yara” e “Il Grande Spirito creò l’uomo”, per introdurre la cattiveria e il cinismo dell’uomo bianco, dissolvendo così la dimensione magico-onirica e ripor- tando la mente alla tragedia dell’estinzione degli Indios dell’Amazzonia.

È per questa ragione che ho inserito i visi dipinti dagli ultimi

Indios Yanomami, disegnati in Amazzonia nelle notti di luna piena, quando ero libero dall’inquinamento luminoso.

lementi, cioè la terra (“

E

(“Perché il cielo è lassù?”), l’acqua (“

E

L’autore

[L’autore ha concesso gratuitamente i testi qui riportati.]

…E l’indio venne sulla terra Leggenda Kayapò

Anticamente gli Indios abitavano nel Cielo e nessuno di essi co- nosceva la Terra. Un giorno, un cacciatore si imbatté in un armadillo e cominciò a inseguirlo, avvicinandosi sempre più alla preda. Vistosi quasi raggiunto, l’animale cercò di guadagnare la tana e, riuscitovi, vi si infilò fino a raggiungere il fondo. L’Indio non si perse d’animo e cominciò a scavare con decisione. Scavò giorno e notte finché non riuscì ad agguantare l’armadillo; ma proprio mentre stava per cantar vittoria, il fondo del cunicolo si aprì e solo per miracolo l’Indio riuscì ad aggrapparsi con tutte le sue forze al ciglio della voragine che si era aperta sotto di lui. Così rimase a dondolare nel vuoto per qualche tempo, paralizza- to dalla paura prima, sbalordito dalla visione sottostante subito dopo. Ai suoi occhi meravigliati si presentò uno spettacolo di indescrivibile bellezza: uno sconfinato arcobaleno, fatto di tante sfumature di verde, di cui non si riusciva a vedere né l’inizio, né la fine. Allora, riavutosi dalla sorpresa, corse subito a chiamare i compagni che lo seguirono incuriositi e restarono attoniti a os- servare sul bordo della voragine. Dall’arcobaleno verde si spri- gionava un calore che giungeva fino a loro impregnato di mille odori nuovi, mentre l’aria era attraversata dal canto di una mi- riade di uccelli che continuavano a richiamarsi l’un l’altro da ogni angolo di questo sconfinato verde, mentre le farfalle svo- lazzavano tranquillamente posandosi sui fiori colorati. Capirono

allora che l’arcobaleno era la grande foresta. I fiumi chiari si al- ternavano a quelli scuri: quando le loro acque si mescolavano, il colore acquistava sfumature di incomparabile bellezza. I pesci erano così numerosi da non trovare quasi posto in acqua, così che ogni tanto si vedevano saltare qua e là. Gli alberi erano ri- curvi, malgrado non soffiasse alito di vento: capirono che a cur- vare i rami era il peso della frutta profumata, raccoltasi in modo abbondante. Pensarono che, se tanta era la frutta, altrettanto ric- ca doveva essere la selvaggina. Gli Indios si guardarono tra loro sbigottiti e, senza esitare, si mostrarono subito desiderosi di dare maggiore serenità al loro futuro. Decisero così di lasciare la loro dimora, il Cielo, per scendere e abitare sulla Terra: ma come fare? Il Consiglio degli anziani si riunì e decise di fare una fune, u- nendo tra loro tutti i bracciali e le collane della tribù: ne risultò un filo robusto che, con l’aiuto di tutti, arrivò a una lunghezza sufficiente per raggiungere la Terra. Fu così che pian piano gli Indios cominciarono a scendere, aggrappati alla fune. La mag- gior parte raggiunse la Terra e si sparpagliò nella foresta per po- polarla. Qualcuno, invece, non convinto della visione e presa- gendo che la vita su questa Terra non sarebbe stata così bella come appariva, decise di restare lassù. Quando quasi tutti i guerrieri furono scesi sul pianeta, un bambi- no dispettoso passò vicino alla fune e, con un coltellino, tagliò il filo, di modo che a nessuno fu più possibile scendere sulla terra.

Così, nel cielo rimasero alcuni Indios e i loro fuochi si notano ancora oggi nella notte: sono le stelle

fuochi si notano ancora oggi nella notte: sono le stelle Perché il cielo è lassù? Leggenda

Perché il cielo è lassù? Leggenda Bakairì

Un tempo gli Indios abitavano non solo sulla terra, ma anche nel cielo. Solo che il cielo non era in alto come è oggi, ma accanto alla terra; erano così vicini l’un l’altro, che ogni Indio era libero di spostarsi da una parte all’altra senza alcun impedimento. Ma venne un tempo in cui gli Indios che vivevano nella zona del cielo cominciarono ad ammalarsi di una tremenda malattia che si diffuse in modo micidiale, seminando la morte in tutta la re- gione. I pochi che riuscirono a sopravvivere, per salvarsi attraversarono il confine e si stabilirono sulla terra. Il cielo, ormai senza Indios, diventò leggero leggero e, piano piano, cominciò a sollevarsi e a salire sempre più su, più su, fino a raggiungere l’alto, dove ora lo vediamo

…E venne la pioggia Leggenda Kaxinawà

Un tempo gli Indios non conoscevano la pioggia perché nel cie- lo c’era un grande lago che aveva sul fondo un foro costante- mente tappato dalla zampa di un enorme uccello pescatore. Ma un giorno, un guerriero gettò verso l’uccello un pesce dorato e, subito, il volatile si avventò sulla preda, spostandosi dal foro: fu così che sulla terra cadde la prima pioggia scrosciante. Così, il fulmine che fende il cielo, prima della pioggia, è il pesce dorato lanciato dall’Indio, mentre il piovigginare che precede la grande pioggia è causato dall’agitarsi dell’uccello pescatore, che, nell’attesa di ricevere il pesce dorato, si sporge qua e là equili- brandosi su una zampa sola.

si sporge qua e là equili- brandosi su una zampa sola. La conquista del fuoco Leggenda

La conquista del fuoco Leggenda Parintintin

Un tempo la terra era di tutti e così pure l’acqua, il sole e le piante della foresta. Ma il fuoco, no. Il fuoco apparteneva agli avvoltoi che lo usavano solo per loro, tenendolo al riparo sotto le ali perché non si spegnesse.

Così gli Indios erano costretti a mangiare il cibo crudo e durante

la notte soffrivano il freddo.

Ma un giorno Baira, il guerriero più valoroso della tribù, stanco

di questa situazione, decise di conquistare il fuoco, per aiutare la

sua gente. Pensò e ripensò a lungo, finché non ebbe un’idea ingegnosa. En-

trò nella foresta e si coprì interamente di foglie e di tèrmiti: poi

si sdraiò per terra, immobile, fingendosi morto. Dopo un po’ di

tempo arrivò la mosca azzurra, che, tratta in inganno, volò subi-

to in cielo, ronzando allegramente per la bella notizia che stava

per dare agli avvoltoi. Questi non se lo fecero ripetere due volte e, in pochi istanti, dal cielo piombarono sulla terra, portando con loro il fuoco sotto le ali, per cuocere Baira e fare un lauto banchetto. Quando essi giunsero sul posto indicato dalla mosca azzurra, at- torniarono Baira, che continuava a restare immobile e a fingersi morto. Anche gli avvoltoi furono tratti in inganno e, così, cominciarono i preparativi per cucinare: uno di questi preparò una griglia e, con fare molto guardingo, vi pose sotto alcune scintille con dei fili di paglia. Subito dopo iniziò a soffiare delicatamente, finché, aggiungendo altri pezzetti di legno, si formò un bel fuoco. Poi chiamò i suoi piccoli e disse loro di vigilare sulle fiamme, mentre si allontanava con gli altri avvoltoi per fare un giro di controllo. Appena furono volati via, i piccoli iniziarono a guar- darsi intorno, distratti dal cinguettio degli altri uccelli: lesto co- me un fulmine, Baira afferrò il fuoco e scappò via. Ma gli av- voltoi lo videro dall’alto e, passato l’attimo di sorpresa, punta-

rono tutti sul fuggitivo per cercare di catturarlo. Baira si inoltrò fulmineo in un punto in cui la vegetazione era così intricata da non lasciar passare neppure un raggio di sole. Per fortuna il fuo- co stesso gli faceva luce, facilitandogli il cammino. Gli avvoltoi, sconfitti, fecero ritorno al cielo, mentre il giovane Indio, dopo avere vagato a lungo, vide di nuovo i raggi del sole passare tra le foglie e uscì allo scoperto. Appena fuori, si ritrovò sulla sponda di un fiume grandissimo, mentre, dall’altra parte, scorse tutta la sua tribù che lo chiamava a gran voce e lo atten- deva per festeggiarlo. Ma non era facile attraversare il fiume

senza che il fuoco si spegnesse

ro e gli pose il fuoco sulla schiena, pregandolo di portarlo alla sua tribù. L’eroico gambero cominciò ad avanzare sull’acqua, malgrado il calore che lo tormentava: ma giunto a metà percorso, dovette ri- nunciare e fece appena in tempo a riportare il prezioso carico a riva, mentre il suo corpo era diventato tutto rosso per la scottatu- ra e così è ancora oggi. Il coraggioso guerriero non si perse d’animo e chiamò il gran- chio: gli pose sulla schiena il fuoco e questi si mise in viaggio cercando di attraversare il fiume. Ma, ahimè, il risultato fu lo stesso. Il granchio arrivò appena a metà, ritornandosene poi, mezzo arrostito, indietro. Baira pensò di rivolgersi ad un uccello tutto colorato che si era avvicinato incuriosito. Questi acconsentì e, caricato il fuoco sulla coda, spiccò il volo, lasciando nell’aria una cortina di fumo. Ma presto dovette rinunciare: le piume del- la coda stavano per prendere fuoco e così ritornò tutto trafelato e mezzo affumicato al punto di partenza.

Baira chiamò allora un gambe-

Baira aveva ormai perso ogni speranza, quando, ad un tratto, gli si fece incontro un ranocchio salterello che aveva visto tutta la scena e si offrì di portare il fuoco dall’altra parte. Così, col pre- zioso carico sulla schiena, cominciò a fare grandi salti sull’acqua e, in men che non si dica, arrivò sulla sponda oppo- sta, accolto dagli Indios con grida di entusiasmo. Consegnò il fuoco alla tribù e, come per incanto, fu trasformato in un mago. Ora toccava a Baira attraversare il fiume. Egli era stanco e sapeva che non era cosa facile. Ma il mago guardò il fiume e di colpo lo trasformò in torrente, così che Baira poté attraversarlo senza pericolo, mentre la tribù acclamava il giovane guerriero. Fu così che gli Indios ebbero il fuoco. Da quel momento poterono cuocere la carne e il pesce, riscalda- re la capanna, illuminare le tenebre e tenere lontani gli animali feroci, lasciandolo acceso, di notte, attorno al villaggio.

la capanna, illuminare le tenebre e tenere lontani gli animali feroci, lasciandolo acceso, di notte, attorno

L’origine della notte Leggenda Kayapò

Tanto tempo fa il giorno era fatto solo di luce e gli Indios non sapevano cosa fosse l’oscurità. Questo rendeva la loro vita diffi- cile perché la luce del sole era abbagliante e, attraversando le palpebre chiuse di chi si addormentava, rendeva il sonno diffici-

le e inquieto.

Fu così che gli Indios, stanchi di questo continuo disturbo, man- darono due guerrieri con l’incarico di cercare l’oscurità e portar-

la al villaggio. I due vagarono giorni e giorni nella foresta e lun-

go i fiumi, finché un giorno si imbatterono in “Cobra Grande”, il

dominatore delle tenebre, che erano custodite gelosamente nella sua dimora.

I due raccontarono al padrone della notte come, a causa della lu-

ce

ininterrotta, fosse così difficile e tormentato il sonno di tutta

la

tribù e gli chiesero aiuto; Cobra Grande si commosse e diede

loro una zucca ripiena di buio, avvertendoli però di non aprirla assolutamente prima del loro arrivo al villaggio. La zucca dove-

va essere aperta di fronte all’intera tribù. I due Indios promisero

di rispettare il suo volere e ripresero felici la via del ritorno col

prezioso dono. Ma, cammin facendo, la curiosità da un lato, e il desiderio di volere la notte solo per sé, dall’altro, fecero sì che si fermassero in mezzo alla foresta per aprire la zucca e vedere com’era fatta l’oscurità. Ma appena ruppero la zucca, la notte si sprigionò in un baleno e il cielo si oscurò immediatamente: insieme alla notte fuoriuscì

uno scorpione e, dietro di lui, tutti i pericoli dell’universo, che tanto difficile rendono oggi la vita dell’Indio. È per questo che il morso dello scorpione è considerato ancora oggi come una giusta punizione per colui che è prigioniero del proprio egoismo. I due Indios, infine, furono trasformati in scimmie, per avere di- subbidito alle raccomandazioni di Cobra Grande.

avere di- subbidito alle raccomandazioni di Cobra Grande. Come nacque la luna Leggenda Tupì C’era una

Come nacque la luna Leggenda Tupì

C’era una volta un guerriero che ardeva d’amore per una miste- riosa fanciulla India che appariva solo di notte, in riva al fiume. Ogni notte era così: la misteriosa donna sbucava dalla foresta all’improvviso e, in modo aggraziato, si adagiava sulla sponda del fiume aspettando il suo innamorato. Il giovane ardeva d’amore, ma era molto triste e inquieto perché ogni volta, alle prime luci dell’alba, nel silenzio, la ragazza si dileguava e così era impossibile sapere chi fosse e riconoscerla, quindi, di gior- no, tra le donne del villaggio. Fu così che l’Indio escogitò uno stratagemma: una notte, incon- tratosi di nuovo con la fanciulla, le accarezzò la fronte con le

mani intinte di jenipapo, un inchiostro vegetale nero, convinto così che il giorno dopo l’avrebbe riconosciuta. Così alle prime luci del sole il giovane guerriero si nascose die- tro un cespuglio e cominciò, con grande batticuore, a osservare ad una ad una le donne che, dopo essersi bagnate nel fiume, fa- cevano ritorno al villaggio. Ad un tratto, ecco le ragazze beffeggiare e schernire una loro giovane compagna che aveva delle strane macchie scure sulla

fronte Al colmo della curiosità, il guerriero la guardò, e quale non fu la sua sorpresa quando si accorse che la fanciulla così tanto amata

sorella minore! Distrutto dal dolore, il giovane si fece

era la

incontro alla sorella e la informò dell’orribile situazione. La notizia trafisse il cuore della donna, che, per la disperazione,

decise di fuggire in cielo. Fu così che si impossessò di un arco e

di una faretra piena di frecce: lo brandì con decisione e dopo a-

verlo teso con tutte le sue forze, scagliò il primo dardo verso l’alto. La freccia si fissò così alla volta celeste, mentre le altre si con- ficcarono l’una dietro l’altra, così che, pian piano, si formò una specie di liana che collegava il cielo con la terra. Fu un attimo:

la giovane, in preda alla disperazione, si avventò sul filo, co-

minciò ad arrampicarsi agilmente e, arrivata in cima, si fissò tra

le stelle.

Ancora oggi vive sospesa alla volta celeste e si chiama Luna.

agilmente e, arrivata in cima, si fissò tra le stelle. Ancora oggi vive sospesa alla volta

La collera del sole Leggenda Kayapò

Un tempo, “Sole” e “Luna” erano due giovani Indios che parte- cipavano insieme agli altri alla vita del villaggio, dove tutto ciò che si pescava e si cacciava veniva diviso in parti uguali e di- stribuito a tutta la tribù senza alcun favoritismo. Sole, però, ave- va un carattere turbolento e focoso, mentre Luna era un Indio più mite e remissivo. Un giorno Sole e Luna andarono insieme a caccia e ritornarono, tempo dopo, carichi di selvaggina. Al momento di dividerla, pe- rò, Sole tentò di accaparrarsene di più: Luna se ne accorse e glielo fece notare in modo discreto, ma deciso. Per tutta risposta, Sole rovesciò addosso a Luna una pentola di acqua e cibo che bollivano sul fuoco vicino e fu così che Luna, col corpo marto- riato dalle ustioni, fuggì in cielo. Ma Sole, per niente soddisfatto delle ferite provocate, e ancora furibondo, cominciò a inseguire in modo spasmodico Luna, che ad ogni suo apparire si dilegua- va, così che Sole non riuscì mai a raggiungere Luna. Sole al colmo della rabbia, non sapendo come scaricare la sua collera, decise di vendicarsi sui compagni rimasti nel villaggio riversando su di essi un calore insopportabile. Ma i compagni non erano miti come Luna e reagirono da valo- rosi guerrieri, tendendo l’arco e scagliando contro Sole tutte le loro frecce. Queste si trasformarono in quei raggi solari che si vedono quando il Sole si nasconde dietro un albero.

Le macchie lunari sono invece le cicatrici che restano dopo le tremende ustioni provocate sul corpo della Luna dall’ira del Sole.

ustioni provocate sul corpo della Luna dall’ira del Sole. La leggenda del Muiraquitã Leggenda india diffusa

La leggenda del Muiraquitã Leggenda india diffusa in tutta l’Amazzonia

Anticamente, in una regione sperduta della foresta, esisteva una tribù di valorosi guerrieri che aveva una particolarità: era com- posta solamente da donne, conosciute in tutta la regione col no- me di Amazzoni. Il solo pronunciare questo nome faceva impallidire chiunque, tanto erano famose per il loro coraggio. Nessun uomo, neanche se bambino, poteva, secondo la loro legge, stare nel villaggio. Solo una volta all’anno, quando giungeva il tempo di festeggiare la Luna, le Amazzoni invitavano gli uomini della vicina tribù Uaboi a stare per quel breve periodo con loro, per accoppiarsi, in modo da evitare l’estinzione del gruppo. Durante questo bre- ve spazio di tempo ogni Amazzone conviveva con un Indio Ua- boi, ma, finita la festa della Luna, la regola obbligava l’uomo a ritornarsene nel suo villaggio, mentre le Amazzoni si ritrovava- no ancora tra loro. Era questo il motivo per cui ogni Amazzone doveva evitare qualsiasi innamoramento con il temporaneo compagno.

Naturalmente, molte di loro, durante il periodo dell’accop- piamento, restavano gravide: passati nove mesi, quando giunge- va il momento del parto, se il neonato era di sesso femminile re- stava nel gruppo, dove sarebbe diventato una Amazzone; se, in- vece, era di sesso maschile, veniva allontanato dal villaggio se- condo la legge e consegnato alla tribù degli Uaboi. Venne una notte, in cui, terminato quasi il periodo dei festeg- giamenti alla Luna, una giovane e bella Amazzone, innamorata del suo Indio Uaboi, in preda alla tristezza, si recò in riva al fiume per piangere a calde lacrime per l’inevitabile distacco dal suo amato Indio. Pianse a lungo e in silenzio, per non essere sorpresa dalle compagne. Ad un tratto notò che le sue lacrime scivolavano nelle acque e, giunte a contatto col fango sottostante, si trasformavano d’incanto in tante pietre verdi a forma di piccole rane. Stupita per l’incantesimo, afferrò una di queste pietre e la tirò fuori dall’acqua per vederne meglio la forma. Al contatto con l’aria, la rana di pietra diventò ancora più verde. Era il “Muiraquitã”. Il giorno dopo, giunto il momento dell’addio, la giovane Amaz- zone diede al suo compagno il Muiraquitã, ricordandogli che non era solo un dono: si trattava di un amuleto che l’avrebbe protetto da tutti i pericoli e dalle malattie. Fu così che il loro ad- dio diede origine all’amuleto più straordinario e famoso di tutta l’Amazzonia.

Come nacque la ninfea Leggenda Tupì

C’era una volta Marai, una bella e giovane India che era così af- fascinata dalla Luna, da desiderare ardentemente di diventare una stella per potere accarezzarla e starle vicino. Ogni volta che il Sole scompariva all’orizzonte e il cielo diven- tava blu e trapuntato di Stelle, la giovane usciva dal villaggio e si appartava silenziosamente osservando per ore e ore la bellez-

za di Jacy, la Luna.

Così, col passare del tempo, il suo desiderio diveniva sempre più grande, finché un giorno arrivò al punto di chiedere agli spi- riti di essere trasformata in una Stella splendente. Tutto fu inuti- le: l’incantesimo non si realizzò, ma la giovane non si perse d’animo. Una notte in cui Jacy risplendeva più del solito nel mezzo della volta celeste, Marai si spinse nella palude e, salita su una canoa, si diresse verso il punto in cui l’astro si rifletteva sull’acqua. Si sporse oltre il bordo per accarezzare con le dita il disco lumino- so così stupendamente proiettato sull’acqua e, finalmente, vi riuscì.

Ma l’agitazione fu tale che perse l’equilibrio e cadde in acqua.

In un attimo, la tragedia: la giovane non sapeva nuotare e, in po-

chi istanti, fu inghiottita dalle acque stagnanti della palude. Jacy, dal cielo, osservò la drammatica scena e rimase molto tur- bata dalla disgrazia che aveva provocato la morte della giovane.

Fu così che pensò di trasformarla in un fantastico fiore a forma

di stella che appare ancora oggi nella palude, sempre vicino a

grandi foglie rotonde e galleggianti, che, di notte, ospitano sul loro letto il riflesso intero della Luna.

ospitano sul loro letto il riflesso intero della Luna. Come nacquero i pesci Leggenda Kayapò Una

Come nacquero i pesci Leggenda Kayapò

Una volta le acque dei fiumi erano prive di pesci e gli Indios, per sopravvivere, andavano a caccia degli animali della foresta, la cui carne, insieme a radici selvatiche, bacche e frutta, aiutava a vincere i morsi della fame. Venne un tempo in cui in un villaggio crebbe un Indio bellissi- mo, dal corpo muscoloso e dall’aspetto così fiero che tutte le donne della tribù si innamorarono di lui. Gli uomini si accorsero di questo e, in preda alla gelosia, pensa- rono di eliminarlo. Fu così che andarono da un malefico stregone, esperto in incan- tesimi, che, persuaso dalle loro lamentele, invocò gli spiriti ma- ligni perché il giovane fosse tramutato in un animale. In men che non si dica, l’incantesimo si avverò e il bellissimo Indio fu trasformato in un tapiro. Ma quegli uomini non erano ancora soddisfatti: cominciarono a inseguire il povero animale, scagliandogli contro lance e frecce. Il tapiro, ferito, rallentò la sua corsa e, raggiunto dagli Indios, fu ucciso a colpi di clava e trasportato al villaggio, dove le donne,

ignare, accolsero il loro ritorno, ricco di selvaggina, con accla- mazioni di gioia, secondo la consuetudine. Spartita la cacciagione, le donne la cucinarono e la mangiarono, assolutamente all’oscuro di quel che era successo. Solo alcuni giorni dopo, quando non videro più aggirarsi tra le capanne del villaggio il bel giovane, capirono che doveva essergli successo qualcosa di grave. Così, gli uomini, beffardamente, raccontarono loro la verità. La prima reazione delle donne fu quella di vomitare le carni:

poi, da quel momento, si chiusero per giorni e giorni in un silen- zio che non prometteva niente di buono. Pochi giorni dopo, gli uomini si prepararono di nuovo per anda-

re

a caccia, ma, per nulla tranquilli di quello strano mutismo del-

le

loro donne, chiesero agli anziani che restavano nel villaggio

di

sorvegliarle, mentre confezionavano utensili e ornamenti.

Appena gli Indios scomparvero nel fitto della foresta, le donne,

apparentemente tranquille, cominciarono a dipingersi l’un l’altra

di rosso e di nero, usando i tradizionali coloranti vegetali e de-

corando per intero il corpo con i disegni caratteristici di quella tribù. Fu così che i vecchi, ben presto, diminuirono la loro attenzione, e approfittando di ciò le donne si disposero in fila e iniziarono dei piccoli passi di danza, portandosi pian piano, tutte insieme, alla riva del fiume. Quando gli anziani capirono che stava per succedere il peggio, era ormai troppo tardi: le donne, buttatesi in acqua, furono tra- sformate di colpo in pesci di tutti i tipi, le cui squame riproduce-

vano i disegni di cui il loro corpo era, prima, interamente dipin- to.

I vecchi, disperati per la loro disattenzione, si tuffarono

anch’essi in acqua, cercando di afferrare quelle che ancora non avevano subito l’incantesimo e tirarle a riva, ma furono trasfor- mati all’istante in pesci elettrici e in razze, costituendo da quel momento un costante pericolo per chi si immerge nei fiumi. Il pesce elettrico, infatti, è capace di emettere delle scariche che

possono uccidere un uomo, mentre la razza è provvista di un a- culeo che, entrato nella pelle del malcapitato che la sfiora, pro- voca dolori lancinanti per giorni e giorni. Quando gli Indios tornarono dalla caccia, non ci furono, stavol- ta, ad accoglierli, le grida delle loro donne. C’erano solo i bam- bini, nel villaggio: questi, tra un singhiozzo e l’altro, racconta- rono l’accaduto. Quasi increduli, gli uomini si precipitarono verso il fiume, dove videro, per la prima volta, i pesci che fendevano le acque, con le loro squame colorate in modo estremamente familiare. Il rac- conto dei bambini era proprio vero Disperato, uno di loro afferrò una liana e vi fissò all’estremo un frutto, in modo da ricavarne un’esca rudimentale che fu lanciata

in acqua.

In men che non si dica, un pesce abboccò e lui, svelto, lo tirò fuori dall’acqua. In quel momento il corpo del pesce prese di nuovo le sembianze della donna. Ma solo per un attimo: con e- nergici movimenti ella si liberò e si rituffò in acqua, trasforman-

dosi di nuovo in pesce.

Anche gli altri uomini tentarono di afferrare il pesce col disegno corrispondente alla loro moglie. Ma fu tutto inutile: appena era preso, il pesce diventava donna, che, divincolandosi con potenti strattoni, riusciva a liberarsi dalla presa e si immergeva nelle limpide acque del fiume, ridiventando di nuovo pesce. In preda alla disperazione e consapevoli della maledizione che incombeva su di loro, gli Indios si dispersero nel folto della ve- getazione, dove un incantesimo li trasformò in pappagalli, far- falle, scimmie e altri animali che popolano oggi la foresta.

dove un incantesimo li trasformò in pappagalli, far- falle, scimmie e altri animali che popolano oggi

Il canto dell’uirapurù Leggenda india diffusa in tutta l’area Amazzonica

C’era una volta un capo Indio che aveva una moglie bellissima,

la quale destava l’ammirazione di tutti gli uomini del villaggio.

Questo suscitò in lui una gelosia esagerata a tal punto da proibi-

re a qualunque Indio della tribù di avvicinarsi alla donna amata.

Così tutti gli uomini, pur desiderandola segretamente, si dovet- tero rassegnare a malincuore alla volontà del capo. Tutti, tranne uno, un giovane e coraggioso guerriero: il suo nome era Uirapu- rù e, come gli altri, anzi più degli altri, desiderava quella donna che aveva stregato l’intera tribù. Non riusciva a darsi pace per l’impossibilità di andarle vicino e per non poterle rivolgere pa- rola.

Così, per nulla intenzionato a piegarsi all’ordine del capo, si ri- volse al Grande Spirito, chiedendo un aiuto che alleviasse la sof- ferenza del suo cuore, così innamorato, ma impossibilitato ad agire.

E venne presto la risposta dello Spirito, che trasformò Uirapurù

in un leggiadro e coloratissimo uccellino, di modo che potesse avvicinarsi all’amata senza destare i sospetti del marito. Così,

alle prime luci dell’alba, Uirapurù prese il volo ed entrò con de- cisione nella capanna del capo, intonando un canto così dolce che, invece di attirare l’attenzione della donna, fece nascere nel marito di lei una tale ammirazione, che questi cominciò a rincor- rerlo per impossessarsi del prezioso uccellino, mai visto prima

di allora. Uirapurù fuggì nella selva e l’uomo gli corse appresso,

addentrandosi così velocemente nel profondo della foresta, che, ben presto, senza accorgersene, perse l’orientamento e si smarrì

nella giungla senza più far ritorno al villaggio. Uirapurù, accor- tosi di ciò, ritornò indietro e con molta eccitazione si diresse vo- lando verso la capanna della donna dei suoi sogni. Così, appena varcò la soglia, cominciò a intonare il suo canto Ma quale non fu la sua sorpresa, quando si accorse che la donna restava assolutamente indifferente al suo richiamo! Egli non si

rassegnò e ne intonò un altro, ancora più bello

continuò imperterrita a non dargli retta e fu così che il canto dell’uccellino divenne sempre più triste ed echeggiò in tutta la sua dolcissima malinconia nel folto della foresta, riducendo al silenzio tutti gli altri uccelli. Ancora oggi, il minuscolo Uirapurù si aggira nella foresta con i suoi colori smaglianti: è possibile udire il suo canto solo una volta all’anno, quando fa il nido. In quel frangente il suo canto è così cristallino e di tale dolcezza che, si dice, tutti gli uccelli della foresta ammutoliscono in se- gno di rispetto e di ammirazione.

Ma la donna

dolcezza che, si dice, tutti gli uccelli della foresta ammutoliscono in se- gno di rispetto e

I due pappagalli Leggenda Apinajé

C’erano una volta due guerrieri molto amici che vivevano nella stessa capanna. Il primo si chiamava Sole, mentre l’altro, più giovane si chiamava Luna. Un giorno Sole andò nella foresta per cacciare, ma, a un tratto, in mezzo alla vegetazione scorse un nido con due pappagalli co- sì piccoli, che non erano in grado di volare. Scelse per sé quello con le piume verdi e brillanti, mentre pensò di donare l’altro pappagallo a Luna. Così se ne tornò a casa tutto contento e, insieme al giovane ami- co, cominciò ad allevare i due uccelli. Sole e Luna insegnarono pian piano ai due pappagalli a parlare, così che, passato un certo tempo, la capanna era un risuonare continuo di voci e di versi. Un giorno, appena Sole e Luna furono usciti, uno dei due pap-

pagalli esclamò: «Come mi dispiace che il nostro padre Sole si stanchi così tanto! Egli passa gran parte del giorno nella foresta, in mezzo ai pericoli e poi, quando torna esausto dalla caccia,

deve preparare e cucinare la selvaggina

Dobbiamo fare qual-

cosa per aiutarlo, in modo che almeno al suo rientro possa ripo- sarsi un poco, invece di continuare a lavorare!». In quello stesso istante, i due pappagalli si trasformarono in due fanciulle Indie: la prima cominciò a preparare e cucinare il cibo, mentre l’altra rimase sull’uscio a vigilare.

Al tramonto, Sole e Luna, come sempre, erano sulla via del ri- torno, quando, ad un tratto, Sole udì da lontano un suono ritma-

to: «Tum, tum, tum Si chinò e appoggiò l’orecchio sulla terraferma per cercare di capire meglio, pensando che fosse uno spirito della foresta, ma Luna gli fece cenno che il rumore proveniva dalla loro capanna. Man mano che si avvicinavano l’intensità aumentava: sembrava che qualcuno pestasse del miglio nel mortaio e con molta fretta. Si avviarono di corsa verso casa, decisi a scoprire di cosa si trat- tasse, ma, con grande sorpresa, oltrepassato l’uscio, trovarono il cibo pronto e i due pappagalli che, allegramente, facevano:

«Cra, cra, cra Rovistarono dappertutto, ma fu inutile! Luna ad un certo punto pensò ai pappagalli, ma Sole lo zittì, fa- cendogli notare che essi non hanno le mani. Fu in quel momento che notarono sulla terra orme umane, ma, incredibile a dirsi, queste cominciavano e terminavano dentro la capanna, mentre fuori non c’era segno alcuno. I due amici mangiarono il cibo che era stato cucinato e lo trova- rono molto gustoso. Subito dopo andarono a riposarsi. Il giorno seguente avvenne lo stesso strano fenomeno. Ancora dei colpi, e, appena entrati, di nuovo il cibo pronto e le orme sul pavimen-

to, con i due pappagalli che facevano: «Cra, cra, cra

Così

ancora nei giorni successivi, finché Sole e Luna decisero di ri- correre a uno stratagemma. Una mattina finsero di andare a cac- cia e, invece, si acquattarono nascosti ai due lati della capanna. Dopo pochi minuti si udirono delle voci e dei sorrisi all’interno,

mentre cominciava il ritmare del mortaio.

!».

In un attimo Sole e Luna irruppero nella capanna e, con loro grande meraviglia, videro per la prima volta nella loro vita le due fanciulle

Indie, che, sorprese, si erano rifugiate in un angolo e, ora, se ne sta- vano ammutolite e col capo chino. Sole e Luna non avevano mai vi- sto creature così belle: le due Indie avevano gli occhi scuri e a man- dorla, e i capelli nerissimi, lisci e lunghi, coprivano tutto il dorso. Sole si rivolse alla fanciulla più bella: «Così siete voi a prepararci il cibo, ogni volta che ritorniamo dalla foresta? Da dove venite?». «Noi siamo i due pappagalli: ogni giorno vi vedevamo arrivare mol- to stanchi e così abbiamo avuto compassione di voi e abbiamo pen- sato di trasformarci in esseri umani e di prepararvi il cibo per dimi- nuire le vostre fatiche!» Sole, ammirato per la bellezza e per la ge- nerosità delle due donne disse: «D’ora in poi, voi resterete così!». Sùbito la ragazza che aveva spiegato il mistero rispose: «Allora de- cidete chi scegliere di noi due!». Sole non se lo fece ripetere due volte ed esclamò: «Io scelgo te!». La ragazza, che prima era il pappagallo dalle penne verdi e brillanti,

disse sorridendo: «Mi hai scelto per la seconda volta

frattempo, osservava l’altra, anch’egli soddisfatto della nuova com-

». Luna, nel

pagna. Così cominciarono a vivere in coppia: solo che la capanna era di-

ventata piccola per loro

Decisero di abitarla a turno: il Sole e la sua compagna occupano la casa solo di notte mentre Luna e la sua donna la abitano di giorno. È per questa ragione che la Luna è sempre sveglia di notte e vaga per la volta celeste fino al mattino, in attesa che il Sole esca dalla ca-

panna con arco e frecce, per andare a caccia dall’alba al tramonto.

Ora erano in quattro!

La leggenda del colibrì Leggenda india diffusa in tutta la regione Amazzonica

Un tempo, quando giungeva il momento di morire, l’anima di ogni Indio era trasformata dal Grande Spirito in una farfalla, che, posandosi di fiore in fiore, faceva provvista di nettare per poter poi compiere il lungo e difficile volo alla volta del cielo. Questo accadde anche per il marito di Coacyaba, che, rimasta vedova ancora giovane, non riusciva a rassegnarsi alla perdita dell’Indio che l’aveva resa madre di una bellissima bambina di nome Guanamby. Così, tutti i giorni, Coacyaba prendeva per mano Guanamby e insieme andavano in mezzo ai prati per os- servare le farfalle, immaginando che in una di queste si trovasse l’anima del marito. Si struggeva di nostalgia e non si dava pace: cominciò a trascu-

rarsi e a rifiutare il cibo, finché, sotto lo sguardo impotente della sua bambina, un giorno si lasciò morire.

Il Grande Spirito trasformò anche lei in una bellissima farfalla

azzurra, mentre il dramma colse in pieno la piccola Guanamby che cominciò a lasciarsi andare e a desiderare la morte, per rag- giungere in cielo la sua mamma.

Così, ogni giorno, andava sul luogo dove il suo corpo era stato

seppellito e, piangendo a dirotto, la implorava di venire a pren- derla per portarla in cielo.

E venne il giorno in cui la morte colse anche la piccola Gua-

namby. Sùbito, il Grande Spirito la trasformò in un fiore che

cresceva vicino alla sepoltura della sua mamma.

Guanamby pianse a lungo e continuò a implorare la sua mamma perché venisse a prenderla per portarla con sé in cielo. Coacya-

ba, che, diventata una bellissima farfalla, si posava di fiore in fiore, sentì da lontano il pianto della figlioletta e subito si mise in volo per raggiungerla e cercare di esaudire il suo desiderio. Ma quale non fu la sua disperazione quando si accorse che la sua forza non era sufficiente per caricare sulle ali e trasportare l’anima della figlioletta fin lassù nel cielo! Fu così che implorò il Grande Spirito di trasformarla in un uccello, perché potesse esaudire il desiderio di Guanamby: in men che non si dica, Coa-

colibrì! Il piccolo uccellino, volando in mo-

cyaba divenne un

do deciso, cominciò a fare scorta di nettare di fiore in fiore e poi, caricata sulle sue ali l’anima di Guanamby, si avventurò verso la volta celeste, riuscendo a realizzare il desiderio della fi-

glioletta. Oggi ogni Indio che muore continua a essere trasformato in una farfalla, ma c’è qualcosa di nuovo nel volere del Grande Spirito:

quando muore un bambino, dato che la sua anima non riesce da sola a salire fino al cielo, il primo Indio che muore subito dopo, invece che in farfalla è trasformato immediatamente in colibrì, in modo che possa volare di fiore in fiore alla ricerca dell’anima del bambino e poi, trovatala, possa caricarla sulle ali e iniziare insieme il cammino verso il cielo.

ricerca dell’anima del bambino e poi, trovatala, possa caricarla sulle ali e iniziare insieme il cammino

Come nacquero gli insetti Leggenda Parintintin

Un tempo non c’era ombra di insetto nell’aria e l’Indio poteva riposare tranquillamente nell’amaca senza essere punzecchiato da questi fastidiosi animali. Ma un giorno comparve nel villaggio un uccellaccio brutto e in- gordo che cominciò a rovistare dappertutto col suo becco e a in- goiare qualsiasi cosa trovasse sia dentro, sia fuori delle capanne. Le donne furono così infastidite dall’invadenza dell’uccello, che si rivolsero ai mariti perché lo eliminassero, per poter accudire alle loro faccende in pace. Gli uomini acconsentirono e, dopo aver finto di inoltrarsi nella foresta per la consueta caccia, si ap- postarono nei pressi del villaggio con archi e frecce, pronti a colpire il disturbatore, appena si fosse fatto vivo. Ma l’uccellaccio intuì il pericolo e, allo scoccare delle prime frecce, volò alto nel cielo e così tutto fu vano. Gli uomini riten- tarono varie volte nei giorni successivi, ma le frecce riuscivano solo a spaventare l’uccello, che fuggiva senza neanche essere scalfito. Venne un tempo, però, in cui il volatile non comparve più e così gli uomini e le donne cantarono vittoria, pensando che, per la paura, l’uccello si fosse dato definitivamente alla fuga. Ma la lo- ro convinzione era errata: l’uccello si era solo acquattato per giorni e giorni al riparo nella foresta, nel digiuno più assoluto, intenzionato a vendicarsi.

Così, una notte, mentre gli Indios dormivano ormai sicuri della tranquillità ritrovata, l’uccellaccio si avventò sul villaggio e co- minciò a beccare e ingoiare avidamente tutto ciò che gli capita- va sotto tiro, così affamato da mangiarsi perfino le pietre! Il suo corpo si gonfiava a dismisura, ma poco gliene importava:

spinto da una fame insaziabile, e rovistando qua e là, scoperchiò per caso degli astucci di bambù dove erano custoditi i denti de- gli animali che gli Indios usavano per fare le collane. In men che non si dica li ingoiò a uno a uno, ma appena i denti aguzzi arrivarono nello stomaco già gonfio a dismisura, lo buca- rono e, con un rumore acutissimo e assordante, l’uccellaccio si disintegrò in una miriade di pezzettini appiccicosi e irritanti: e- rano nati così gli insetti che con il loro insistente e implacabile punzecchiare sono, ancora oggi, peggiori dell’uccellaccio che li ha generati.

che con il loro insistente e implacabile punzecchiare sono, ancora oggi, peggiori dell’uccellaccio che li ha

Il vecchio che salvò gli animali della foresta Leggenda Kayapò

Un tempo gli Indios cacciavano con una facilità estrema: non era necessario avventurarsi, come si fa oggi, per giorni e giorni nella foresta, correndo numerosi pericoli; era sufficiente fare pochi passi nel folto della vegetazione, gridare o percuotere tra loro due pezzi di legno, perché qualunque animale rispondesse al richiamo, chiedendo innocentemente: «Che c’è?». Sì, in quel tempo, ogni animale parlava la lingua degli Indios, i quali, naturalmente, ne approfittavano chiedendo subito dopo al- la povera creatura dove si trovasse in quel momento. Questa, del tutto ignara della sorte che stava per toccarle, rispondeva candi- damente: «Eccomi, sono qui, dietro questo cespuglio!», decre- tando così la sua fine. Per questo motivo, la caccia era molto facile e gli Indios faceva- no delle vere e proprie stragi di animali. C’era, nel villaggio, un vecchio che osservava, giorno dopo giorno, con preoccupazione, il continuo sterminio delle creature della foresta. Egli meditò a lungo e concluse che, se gli Indios avessero continuato a uccidere ogni giorno così tanti animali, ben presto questi sarebbero scomparsi e la foresta sarebbe stata avvolta da un lugubre silenzio di morte. Si recò, allora, in modo deciso nella foresta e cominciò a chia- mare i rappresentanti di ogni specie animale che, come sempre, si avvicinarono senza timore.

In men che non si dica, il buon vecchio fu circondato da una moltitudine di esseri: una tartaruga, una scimmia, un tapiro, un formichiere, un cervo e così via. Egli si sedette tranquillamente sulla terra e, fumando la sua pipa, raccontò a tutti dello sterminio che stava succedendo e del ri- schio di estinzione che ogni specie correva. Per risolvere il problema c’era un’unica soluzione: tutti gli ani- mali dovevano dimenticare la lingua degli Indios e imparare a fuggire al primo comparire dell’uomo. Fu in quel momento che gli animali capirono ciò che stava suc- cedendo e, seguendo il consiglio del buon vecchio, dimenticaro- no presto la lingua indigena e cominciarono a esprimersi con versi incomprensibili per l’uomo. Impararono inoltre a sapersi nascondere e a fuggire appena sen- tito il suo inconfondibile odore. Riuscirono così a sopravvivere e a riprodursi per generazioni e generazioni, tramandandosi, fino ai nostri giorni, in modo rico- noscente, il ricordo del buon vecchio.

per generazioni e generazioni, tramandandosi, fino ai nostri giorni, in modo rico- noscente, il ricordo del

Yara Leggenda Tupì

Nella tribù dei Tupì c’era una ragazza bellissima di nome Yara. Tutti ammiravano i suoi lunghi capelli e la perfezione del suo corpo. Quando andava in giro per il villaggio, il suo portamento era così aggraziato e il suo sorriso così luminoso, che tutti i giovani Indios continuavano a chiederla in sposa. Yara preferiva restare libera e immergersi nella natura, che ama- va intensamente. Passava ore e ore nella foresta, ascoltando i ver- si degli uccelli, abbracciando gli alberi e accarezzando i fiori. Tutte le creature della selva, ormai, la conoscevano e l’amavano, così da lasciarsi avvicinare senza timore. Infine, Yara si avvicinava al grande fiume Amazonas e, dopo a- vere impresso le sue orme sulla sabbia bianca per un lungo tratto, si tuffava nelle acque chiare del fiume e, rinfrescatasi, se ne tor- nava felice al villaggio, prima che tramontasse il sole. Ma venne un giorno d’estate così caldo che Yara, per trovare sollievo nelle acque del fiume, si soffermò più del solito, senza accorgersi che il sole, pian piano, era quasi sparito dietro l’orizzonte. Da lontano vide una canoa risalire rapidamente il corso e udì del- le voci: all’inizio pensò che fossero i suoi compagni ma, appena l’imbarcazione si fece più vicina, vide uomini che portavano ve- stiti, cappelli e barbe folte, parlando una lingua incomprensibile. Quando intuì il pericolo, era ormai troppo tardi. Fu colpita dura- mente e, persi i sensi, il suo corpo cominciò a inabissarsi. Quando riprese conoscenza, era ormai in fondo al fiume.

Le vennero in mente i suoi genitori, i suoi fratelli, la sua tribù. Voleva chiedere aiuto, ma i suoi polmoni erano invasi dall’acqua e capì che entro pochi attimi sarebbe morta annegata. Ma proprio in quell’istante comparve lo Spirito del fiume e, con un incantesimo, trasformò la fanciulla in una sirena: metà don- na e metà pesce e, in più, con un canto così bello da ammaliare qualunque uomo. Così, da quel momento, Yara si stabilì sulle rocce del fiume e da lì continuò a parlare con gli animali e con le piante. Quando un albero dava frutti dolci, chiedeva agli uccelli di raccoglierli e di gettarli in acqua ai pesci. Restava immersa per metà, così che, quando qualche uomo la scorgeva da lontano, pensava che fosse una bellissima fanciulla. Appena si avvicinava per ammirarla meglio, Yara cominciava a cantare in modo irresistibile: l’uomo, ammaliato dalla dolcezza di quel canto, perdeva coscienza e Yara spingeva il suo corpo verso il fondo del fiume, dove diventava cibo per i coccodrilli. Così si diffuse presto la fama di Yara: qualunque uomo che si avventura lungo i fiumi della foresta Amazzonica, deve stare molto attento, specie dopo il tramonto. Questo vale ancora oggi:

imbattersi in Yara significa restare ammaliato da una visione meravigliosa e finire, così, in pasto ai pesci.

…E il Grande Spirito creò l’uomo Leggenda Tukano

Venne un tempo in cui il Dio del Tuono pensò di popolare la fo- resta di esseri umani. Decise pertanto di passare all’azione e, sceso sulla terra, si trasformò in una grande canoa la cui forma ricordava un maestoso serpente. Cominciò allora a scivolare sulle acque e, quasi per incanto, i pesci cominciarono a saltarvi dentro, trasformandosi nello spiri- to degli uomini. La canoa continuò il suo cammino, finché non si arrestò su un’ansa del fiume, scivolando dolcemente con la sua chiglia sulla morbida sponda. In un batter d’occhio gli spiriti si tuffarono nelle limpide acque, fuoriuscendo subito dopo col corpo di uomini. Così nacque l’uomo: ma era completamente indifeso, e il Dio del Tuono di- stribuì, su una distesa di roccia, archi, frecce, lance, cerbottane e un fucile. Tra gli uomini se ne fece avanti, subito, uno dalla pelle bianca che, afferrato il fucile, cominciò a sparare all’impazzata, senza alcuna ragione, mostrando così la sua violenza. Indispettito da questo comportamento, il Dio del Tuono lo scacciò e lo mandò lontano, alla foce del fiume, perché lì si stabilisse. Gli altri uomini che erano Indios si spartirono invece, in modo ragionevole, archi, lance e cerbottane e si incamminarono tran- quillamente verso le sorgenti del fiume, stabilendosi là dove era stato indicato dal Dio del Tuono. Fu così che sorsero i villaggi e gli Indios cominciarono a gene- rare la propria stirpe, vivendo in pace e in armonia con la natura.

Ma, molto presto, cominciò a giungere l’eco delle cattiverie e della violenza dell’uomo bianco. Questo avviene ancora oggi, là dove il fiume scende, ed è proprio qui che nascono e si diffon- dono ogni giorno notizie di violenza e di morte

oggi, là dove il fiume scende, ed è proprio qui che nascono e si diffon- dono

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Aldo Lo Curto è nato in Sicilia nel 1949. Si è laureato in medi- cina, con lode, all’Università di Pavia nel 1973, ed è specialista in Anatomia Patologica e Chirurgia Plastica Ricostruttiva. Fin dal 1978 si è prodigato come volontario nei paesi in via di svi- luppo, dapprima sfruttando il periodo delle ferie e poi per lunghi periodi di tempo. Tale servizio lo ha portato in Africa (Togo, Benin, Zaire, Mala- wi), in Asia (India, Nepal, Bhutan, Hong Kong, Filippine), in Oceania (Papua, Nuova Guinea) e in Sud America (Ecuador, Brasile), dove si è trovato spesso a operare, da solo e con pochi mezzi, in regioni vaste e sperdute utilizzando unicamente la pra- ticità e il buonsenso. Proprio durante questa particolare e instan- cabile attività, Lo Curto è venuto a contatto con la cultura e le tradizioni indigene che, oltre la semplice curiosità, sono diventa- te oggetto di studio particolareggiato. Le sue ricerche, basate inizialmente sullo studio della medicina tradizionale dei popoli della foresta, si sono estese successiva- mente alla descrizione di altri elementi culturali, che non posso- no passare inosservati in un periodo storico così delicato in cui l’estinzione e il razzismo rischiano di divenire realtà. Dello stesso autore sono anche le monografie Gli animali che curano, secondo la medicina indigena dell’Amazzonia, La dro- ga nei secoli: Tra mitologia e storia e Indio: Manuale de saùde. Aldo Lo Curto è membro di Amnesty International.

Questa pubblicazione è stata resa possibile grazie alla collabo- razione dei popoli della foresta e dei numerosi amici che seguo- no la causa degli ultimi Indios già da tempo, non solo in Italia, ma anche all’estero. In particolare desidero esprimere la mia gratitudine a: Andrea, Cinzia, Chiara, Claudio, Cristina, Ilea- na, Luca, Mario, Nicoletta, Roberto, Tiziana.

(A.L.C.)