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PROLOGO IN PURGATORIO

() La stretta precisazione delle leggi, istituzioni, statuti governi ec. insomma delle cose, sempre
cresciuta in proporzione che gli uomini e i secoli sono stati pi guasti.
Giacomo Leopardi, Zib. 583.
Nellatto III del Faust, lappello al cuore, allo spazio interiore e segreto dellanima, allude alla frattura
sentimentale.
Come ricondurre insieme, dunque, nella modernit, filosofia e respiro, insegnamento morale e incanto
( o desiderio)antichi in cerca di una via duscita. Il libro delle Operette poggia su un vuoto: lassenza, o il
rifiuto doloroso, del genere lirico, primogenito di tutti; proprio di ogni nazione anche selvaggia; pi
nobile e pi poetico di ogni altro.

ELOGIO DELLA VOCE
-Il filosofo seduto-

LElogio degli uccelli unoperetta misteriosa, per molti versi indecifrabile. A livello strutturale colpsce la
sproporzione tra la premessa narrativa, brevissima, in cui viene presentato il personaggio di Amelio,
filosofo solitario; e laltro collettivo: gli uccelli. La distinzione tra premessa e corpo testuale
sottolineata anche da questo, che la prima si declina al singolare, la seconda al plurale. Alla fine,
tuttavia, il protagonista plurale, gli uccelli, viene a coincidere, pur solo nel desiderio e
temporaneamente, con quello singolare, Amelio, il cui io ritorna sulla scena (similmente io vorrei, per un
poco, essere convertito in uccello, per provare quella contentezza e letizia della loro vita). Questa struttura ,
allinterno delle operette, unica. La maggio parte di esse, infatti, consiste in dialoghi puri e semplici,
non incrociati. Tre sono interamente narrative ( Storia del genere umano, Sillografi, Ottonieri); altre tre
presentano una struttura analoga a quella dellElogio: un breve esordio narrativo che introduce un
discorso ( Parini, Cantico, Frammento). Con la differenza, per, che tutti e tre non hanno come oggetto
un protagonista ben individuabile, nel quale chi parla finisce per rispecchiarsi e, al limite, identificarsi.
Il desiderio finale di Amelio di essere convertito in uccello produce invece una tensione circolare che
rende tutto il discorso simile ad un dialogo, in cui parla, vero, uno solo dei due personaggi, ma
facendo affiorare la voce e la personalit di un altro, che finisce per essere svelata nel finale come suo
alter ego.
Da questo punto di vista la struttura dellElogio simile, o meglio speculare, a quella di Natura e
Islandese, che, come il Prometeo, presenta battute di dialogo incorniciate da brani narrativi; una voce
esterna rientra in campo. LIslandese si presenta alla Natura con i tratti del filosofo solitario. Inoltre
un filosofo preoccupato della felicit, o meglio dellassenza di felicit; e oggetto specifico della
speculazione di Amelio proprio la felicit positiva degli uccelli. Caratteristica fondamentale di questi
ultimi ( e causa della loro condizione perennemente lieta) il movimento. Specularmente, lIslandese
sempre in moto per sfuggire linfelicit, ma dovunque vada, senza successo. LIslandese finisce per
diventare immobile, addirittura sepolto in un superbissimo mausoleo di sabbia, unimmagine che pi
antitetica non si potrebbe a quella del libero e spensierato volo degli animali canori di cui Amelio tesse
lelogio. Questi molti segnali dicono che nelle due operette vengono messe in scena due varianti dello
stesso tema: il nesso problematico che lega la civilizzazione ( rappresentata al suo culmine: la filosofia),
natura e felicit, o meglio, piacere. Questo nesso per visto nellElogio da unangolatura particolare,
quella del passaggio- nella storia individuale cos come in quella della civilt umana- da una fase orale
a una fase scritta.
Il contesto in cui ritratto non lascia dubbi sulla sua appartenenza alla cultura tipografica. Una cultura,
cio, della lettura e scrittura silenziose e solitarie: aggettivi che assumono , al di l delle connotazioni
biografiche, una loro pregnanza tecnica, confermata dalla posa statica del lettore/scrittore di testi , che
lo distingue dallautore/ascoltatore di testi orali, il quale impiega e mette in movimento tutto il corpo.
Avendo raggiunto, grazie a una totale scritturalizzazione, il culmine della civilt, Amelio tende verso
immobilit ( lessenza dellindividuo civilizzato consiste nel non muoversi, siccome nel parlare a voce bassa ec.).
Che la sua lettura sia silenziosa anche dichiarato dal contrasto con il suono prodotto dallantagonista
collettivo al su primo apparire nel testo: proprio il cantare degli uccelli a scuotere Amelio dal suo
raccoglimento, secondo una modalit che ricorda da vicino quella descritta nellInfinito, ove i
sovrumani silenzi e la profondissima quiete sono interrotti dallo stormir delle piante e dalla voce del
vento.
Amelio rappresentato come circondato da libri, e bench verosimilmente allaperto, fornito di tutti gli
strumenti del mestiere: una penna e carta o pergamena alla mano. Leopardi potrebbe aver conosciuto le
lettere dello pseudo Ippocrate, in cui Democrito sedeva sotto un platano basso e dalla grande chioma, e
teneva un libro sulle ginocchia mentre altri erano sparsi a terra intorno a lui. La figura della
malinconica seduta, o del filosofo in meditazione silenziosa e solitaria nella sua biblioteca, caratterizza,
e spesso anticipa) gli inizi dellera tipografica, tra Quattro e Cinquecento. Un uomo in piedi, dunque,
ma silenzioso, e con un libro aperto in mano, dedito agli sudi con attenzione, parola zibaldoniana per
eccellenza.
Anche Montaigne , maestro segreto di Leopardi, si descrive come un filosofo solitario, anche lui muto
e sognatore, rinchiuso in biblioteca. Se non la immaginassimo scaturita dallesperienza vissuta
dellautore, il trapasso dalla lettura al sogno potrebbe farci supporre che la figura di Amelio sia ispirata
proprio a questo autoritratto, bench latteggiamento di Montaigne tradisca una maggior prossimit
alla cultura orale: innanzitutto nellesibita mancanza di metodo nello sfogliare e leggere i libri, e poi,
soprattutto, nella posa meno statica, in quel dettare il movimento che rimanda alla cultura antica,
nonch alla sopravvivenza, in alcuni scrittori dellera tipografica( esemplarmente Rousseau), di uno
stretto legame tra composizione e attivit corporea. In effetti, Montaigne ancora talmente vicino a
una cultura della voce e del corpo da percepire con chiarezza ci che ha perso, il prezzo pagato per
acquistare il piacere della lettura silenziosa e solitaria. Latterrarsi e il rattristirsi del corpo la
conseguenza inevitabile di una lunga consuetudine con latto silenzioso, intimo e concentrato, del
leggere, e non stupisce allora che, distratto nella lettura dal canto degli uccelli, il pensiero del filosofo-
torniamo ora ad Amelio- si innalzi volentieri a quelle creature volatili e liete.
Qui il Leopardi rappresenta il lento e graduale svaporarsi della concentrazione del lettore, linizio di un
lungo percorso di diversione dai pensieri generati dalla lettura, come se il filosofo si stesse
domandando che piacere o felicit o conforto possa dare il vero, cio il nulla. Dopo un momento di
sospensione, per, in cui il pensare coincide con lascoltare, Amelio finir per tornare alla
concentrazione della scrittura, ma per fare, paradossalmente, lelogio di ci stesso che lo distrare e
diverte.
Tutto il rimanente delloperetta dunque figura di uno scrivere libri per distrarsi dalla fatica di leggere
e scrivere. quindi comprensibile che sia dedicato alla voce, anzi alle voci- plurali- di animali felici. La
diversione si conclude con il rimpianto di una corporeit perduta.
La cognizione delle cose era ci che occupava, prima che ne fosse distolto dal canto degli uccelli, la
mente di Amelio, filosofo (neo)platonico. Nelloperetta prende forma, plasticamente, la stessa
successione concettuale, ma con un salti immaginativo ardito: dalle condizioni e dagli emblemi di una
cultura libresca e scritturale- solitudine, silenzio, concentrazione, rigore, malinconia: lascetico
paesaggio di cui si nutre una mente educata allastrazione del pensiero- si entra in un mondo corporeo,
dinamico e confuso, popolato di creature variopinte e canore, e dunque liete: se il primo paragrafo si
era aperto allinsegna della singolarit distillata dalla meditazione ( Amelio filosofo solitario), il
secondo apre ora alla pluralit di una natura in cui i corpi, non ancora identificati e individualizzati,
sono perci felici.
LIslandese che va fuggendo la natura, lha invece incontrata, anzi le caduto in gola come uno
scoiattolo nelle fauci di un serpente a sonagli. Ci che distingue la struttura profonda di Natura e
Islandese da quella dellElogio che da parte degli uccelli vi un perpetuo mutar di luogo, che si
contrappone alla posizione seduta di Amelio; ma lesito felice. Amelio pu considerarsi dunque un
Islandese sopravvissuto, e progredito sulla via della filosofia, giacch desidera imparare dagli uccelli
larte di sfuggire al proprio stesso pensiero, e, almeno per un poco di tempo, essere convertito in uno di
loro, dove convertito allude cripticamente a una vera e propria palinodia, o conversione filosofica,
rispetto allIslandese.
-La biblioteca di Amelio-
Amelio non un nome qualunque: appartiene infatti a uno dei discepoli di Plotino, del quale pare
abbia tramandato gli insegnamenti nei Cento libri di scolii, opera perduta. Amelio, dunque, potrebbe star
leggendo unopera di Plotino, ma ancora pi verosimilmente una del maestro di Plotino: PLATONE. E
tra le opere di Platone, probabile che un filosofo cos marcatamente scritturale come Amelio ricordi la
parte finale del Fedro, in cui raccontando il mito di Theut, Socrate condanna, in un dialogo scritto, larte
della scrittura. Quella tc_vq cio che sta alla base del proprio pensiero, e della quale Platone non poteva
cogliere tutte le implicazioni storiche. Leopardi potrebbe averlo rievocato nellimmaginare il
personaggio di Amelio se il tema del dialogo proprio il mondo in cui Fedro devessere sottratto
alleducazione libresca e condotto verso un pensare autonomo. Fin fa principio il giovane sembra in
effetti quasi innamorato del libro che porta in mano sotto il mantello. Anzi, apprendiamo da Socrate
che Fedro, avendo ascoltato pi volte il discorso di Lisia, se lo fatto infine dare in forma scritta, per
poterne riesaminare con agio e attenzione i passi che pi di tutti bramava. Proprio lattenzione dedicata
per lungo tempo alla lettura, in posizione seduta, lo ha stancato a tal punto da indurlo a fare una
passeggiata. Stanco di leggere, Fedro si avvia verso la campagna, fuori dalle mura, ed scalzo, come a
sottolineare il desiderio di evadere dalla dimensione cittadina: in questo alzarsi e interrompere la
lettura possiamo riconoscere il gesto di Amelio, il cui ascoltare e pensare corrisponde, dunque, allo
spazio della discussione tra Socrate e il suo giovane amico, fatta di pensiero e di ascolto reciproco,
giacch i due passeranno gran parte del tempo a recitare discorsi e ad ascoltarli. Anche il finale
delloperetta, taltra parte, rimanda al dialogo. Sia il Fedro, sia lElogio, terminano infatti con una
preghiera: Socrate chiede a Pan di diventare bello dentro; Amelio al contrario chiede di trasformarsi in
un uccello, cio in un animale che abbonda soprammodo della vita estrinseca. Il significato di tale
metamorfosi approfondito fin troppo bene dal paragone co la serie degli oggetti di piacere in cui il
poeta erotico per eccellenza, Anacreonte, avrebbe desiderato mutarsi: ispecchio, gonnellino, unguento,
acqua, perla, calzare. Uno sciogliersi negli oggetti, pi che una costruzione del soggetto, come quella
insegnata da Socrate.
Si viene cos a creare una duplice specularit, dellinizio e della fine, tale da farci sospettare che
Leopardi, scrivendo lElogio, volesse alludere al Fedro. E confermati da ulteriori elementi. Innanzitutto
la presenza di animali canori. Nel Fedro compaio gi dallinizio, quando i protagonisti, giunti in aperta
campagna, si siedono allombra di un platano, e una melodiosa eco estiva risponde al coro delle cicale.
Poi lelemento forse pi importante; nel dialogo platonico il volo e gli esseri alati svolgono una
funzione centrale. I simbolismo delle ali dellanima pervade, con mille variazioni, lintero secondo
discorso di Socrate, quello a capo scoperto in lode di Eros. Cosa ci sarebbe di pi ovvio, dunque, per un
filosofo (neo) platonico quale Amelio, che passare col pensiero fino alliperuranio, agli esseri in carne e
ossa che volano e cantano sulla sua testa? Entrambi, in fondo, condividono una condizione di assoluta
beatitudine.
La figura del filosofo musico, cio ispirato dalle Muse, e in preda a una mania, a un furore divino. Alla
connessione tra sapienza, musica e amore si allude forse nelloperetta, quando si dice degli uccelli che
mentre sono in amore, cantano meglio, e pi spesso, e pi lungamente che mai. La scelta del verbo
ricreare potrebbe alludere proprio alla dimensione divina di queste creature, tanto pi che, dice Socrate,
ci che sempre si muove immortale, e lo stato ordinario degli uccelli, affermer Aurelio, il moto.
Senza contare che, nel parallelo tra il canto e il riso che occupa buona parte dellElogio, il secondo
definito una specie di pazzia non durabile, o pure di vaneggiamento o delirio, il che sembra rimandare,
come pure il cenno allubriachezza, a quello stato di mania considerato qui ( ma non altrove) da Platone
un dono divino.
Il punto che deve aver colpito di pi del secondo discorso di Socrate infatti il nesso tra perfezione e
felicit, nesso che si salda solo nellanima capace di dimenticare la molteplicit delle sensazioni per
muovere ( o, appunto, innalzarsi a volo duccello) verso lalto, cio verso lunit assoluta e imperitura
dellidea. Quando, spiega Socrate, lanima perfetta, tcco, e alata, cttcecvq.Ad Amelio parr
dunque naturale vedere negli uccelli le pi liete creature del mondo, giacch nella dottrina platonica
solo lanima che pu volare ( elevandosi al cielo dellidea), ovvero lanima perfetta, felice. Non a caso
Amelio insister pi volte, nel suo elogio, sulla perfezione degli uccelli rispetto agli altri animali. Ma in
entrambi i luoghi ci fa sospettare che il paragone non regge fino in fondo: cosa vuol dire, infatti, se la
consideriamo in certo modi? Quali modi? il modo che rende luccello perfetto la maggior copia di vita,
il che non torna affatto con il discorso di Socrate, in cui lanima, per elevarsi, deve costantemente
combattere contro un elemento corporeo che ne inquina la purezza e la fa ripiombare verso il basso.
verosimile che, a questo punto, Amelio venga scosso da alcuni dubbi. mai possibile che si possano
paragonare le anime perfette a uccelli, che per quanto belli e piacevoli, e capaci di innalzarsi verso il
cielo, sono pur sempre animali? E daltra parte lui, il filosofo solitario, perch non capace di volare
con la propria anima? E perch, soprattutto non felice? La questione della felicit degli animali,
paragonata a quella degli uomini, uno degli snodi cruciali della filosofia antica. possibile che
Amelio conosca la nota formulazione dellEtica nicomachea. La felicit, sostiene Aristotele, coincide con
il sommo bene, e questo si realizza solo se conforme alla funzione propria di ciascun essere. E quale
pu mai essere la funzione specifica delluomo? Dunque la vita rimane intesa come un certo tipo di
attivit della parte razionale dellanima. Di conseguenza, il bene delluomo consiste in unattivit
dellanima secondo la sua virt.
Enneadi: possibile che non solo luomo, ma gli altri viventi, siano felici? Se si mette dunque il viver
bene allo stesso livello della felicit, e se esso consiste nel compimento della propria funzione, esso
appartiene anche agli altri viventi. I quali possono infatti essere felici in quanto agiscano conforme alla
loro natura.
Quella di Plotino, per, come Amelio sa bene, una conclusione provvisoria. La felicit vera, o
superiore, risiede infatti, si spiega subito dopo, nellanima razionale, capace di giudicare che il piacere
un bene. Con questo viene introdotta una distinzione tra due livelli: quello, irrazionale, della
sensazione, o impressione, e quello di una facolt superiore alla sensazione: la conoscenza, pripria della
ragione o intelligenza.
Da un lato torniamo alla distinzione aristotelica tra vivere come nutrizione e crescita o come vita dei
sensi, e vita come attivit razionale; dallaltro c per, rispetto allEtica nicomachea, e naturalmente
sulla scia dellinsegnamento platonico, una forte svalutazione del primo termine di cui, anche
ammettendo lipotesi di una svolta, rimangono forti tracce anche nel Fedro. Non pare infatti che sia in
contraddizione con il secondo discorso di Socrate lidea plotidiana che lesercizio e la soddisfazione del
corpo rischiano di impedire lattivit dellanima razionale, rendendo impossibile la felicit. Come sua
madre, Adelaide Antici, ripete con le Enneadi che sono pi felici gli animali pi attivi. Ma mentre
Plotino parla dellattivit dellanima razionale, Leopardi puntualizza che sta parlando, al contrario,
proprio della vita puramente vegetativa del corpo.
Questa disposizione naturale alla felicit ( Sono gli uccelli naturalmente le pi liete creature del mondo)
dipende insomma da una perfezione di cui capovolto il significato filosofico: perfezione del corpo, o
meglio dellesistenza, e non pi dellanima. Ma se la perfezione- metafisicamente parlando- nel corpo,
non ha pi senso la distinzione tra piacere e felicit, o tra felicit e una vera felicit coincidente con
il sommo bene; insomma, cade limpalcatura teorica di tutta letica antica di origine platonico-
aristotelica. Lopposizione platonica alto/basso, ripresa nellElogio dal Fedro, rovesciata di segno:
quanto pi il corpo tirato verso lalto, tanto pi lanima felice. Vivere (,eq) vs vita (|ioo), corpo vs
anima.
Rapporto tra moto e letizia: se il piacere deriva dallattivit corporea, dal moto, vero per anche
linverso, che il moto praticato esclusivamente perch produce piacere. Ed ecco scoperto un altro dei
libri che, supponiamo, circondando Amelio. La posizione filosofica che ammette il piacere come
giustificazione sufficiente per il comportamento delluomo presa in considerazione da Platone, sia
pure per essere confutata, in un dialogo che riguardava, come il Fedro, la retorica, e Leopardi laveva
ben presente. Si tratta del Gorgia. Esattamente questo fanno gli uccelli, dando piena e continua
soddisfazione esterna al loro desiderio di piacere, ovvero secondo la terminologia platonica, alle loro
passioni. E il loro moto perpetuo si spiga- secondo la dottrina platonica- con il prevalere, sullanima
razionale, del corpo.
Se da un lato, per, Amelio delega agli uccelli un polemico rovesciamento dellopposizione platonica o
plotiniana alto/basso, dallaltro recupera dallo stesso Platone- di nuovo quello del Fedro- lidea di
mediazione. Sembra che nellElogio la distinzione Natura/Civilt non coincida nemmeno pi con
quella tra uomini e animali; semmai solo tra un certo tipo di uomini e animali, pi civilizzati, e un altro
tipo di uomini e animali, selvaggi e rozzi. Gli uccelli sono nel mezzo, quasi rappresentassero, nel
percorso della civilt, un bivio ove si imboccano diversi modi di rapportarsi con la Natura. Se cos ,
lElogio davvero un progresso filosofico rispetto allIslandese, il tentativo di trovare una soluzione
incruenta al tragico conflitto l messo in scena. Gi si detto, in parte in cosa consiste questo
progresso: non certo in una regressione allo stato di Natura ( su questo punto Amelio chiarissimo),
bens nella capacit di distrarsi dal proprio pensiero, di divertirsi; ove divertirsi vale sia come sviarsi
dalla distruttiva natura di una ragion dialettica che fissa le cose nella loro astrazione, sia sul versante
opposto, da prendere diletto nel senso di Callicle.
La soluzione prospettata da Montaigne era quella del sogno. Il sogno, in altri termini, di una civilt
meno filosofica, o non filosofica affatto. E visto che il punto di riferimento di Amelio Platone, questa
civilt avrebbe naturalmente caratteri opposti a quelli della repubblica ideale platonica. E, infatti, la
civilt orale che ha prodotto lepica omerica. Una repubblica poetica.

-Al di fuori della filosofia-
La paradossale ipotesi dellElogio-un filosofo (neo)platonico che si distrae dalla lettura di un libro
platonico ( il Fedro?) sulla felicit del percepire le cose in s scrivendo un trattatello sulla felicit della
distrazione, o del divertimento dalla cosa in s, trova riscontro in una nota zibaldoniana in cui il
Leopardi sembra dire che, nella pratica, i veri filosofi sono gli uccelli, che non sanno di esserlo, e in
effetti non lo sono per natura. Basta sostituire uccelli con uomini per avere un compiuto ritratto dei
protagonisti dellElogio: spensierati e imperturbabili e sempre lieti e tranquilli. Il desiderio finale di
Amelio di convertirsi in uccello quindi un esercizio di somma filosofia, e dunque un risultato pi alto
raggiunto dalla sua meditazione.
Il punto cruciale della meditazione di Amelio : cosa sta, nel Fedro, ma in generale in tutto Platone,
dietro lopposizione tra felicit vera, o superiore ( coincidente col sommo bene), e felicit come piacere,
o soddisfacimento continuo del corpo e delle passioni. C la fondamentale opposizione tra filosofia ed
esperienza, la pratica. Ma anche, dietro di essa, quella tra dialettica e retorica. La retorica, sostiene
Socrate, non unarte, ma una semplice pratica, giacch una vera arte della parola, una autentica arte
del dire che non sia connessa alla verit, non esiste n esister mai. La filosofia una scienza in quanto
si fonda sulla conoscenza della verit; la retorica invece basata sulla credenza, ooo, che appartiene al
dominio dellesperienza ( nonch, si potrebbe aggiungere, a quello dellinconscio).
Come ctciio, la retorica infatti legata al piacere che non sa di essere tale, al piacere dei sensi. Tende
al proprio fine, il piacere appunto, senza arte alcuna, senza prima indagare la natura del piacere, e
solamente conservando con la pratica e lesperienza il ricordo di ci che di solito si verifica. Di questo
procedere irrazionale, irriflessivo, zigzagante dellesperienza una splendida raffigurazione plastica il
volo degli uccelli, i quali, lungi dal considerare razionalmente la necessit di ci che fanno, hanno come
unico fine il sollazzo.
Ed a questo punto che siamo in grado di interpretare meglio i termini del rovesciamento del Fedro.
Liniziale sovrapposizione- che si suppone concepita da Amelio- tra le anime perfette e degli uccelli,
fondata sullanalogia del volo, fuorviante. Il volo degli uccelli assai diverso dal volo lineare e
razionalmente orientato del filosofo, il quale, lungi dal voler spaziare orizzontalmente nel territorio
esperienziale dellumano ( non per nulla un filosofo solitario, cio metafisico), mira a raggiungere
verticalmente la fissit di una posizione immutabile. Se il moto degli uccelli tuttuno con lesperienza,
ripetuta e ripetibile, del piacere, anzi dei piaceri, quello del filosofo mira al raggiungimento del piacere
pi alto e perfetto, assoluto, che coincide con il sommo bene: la felicit. Non dunque un moto che
luogo nellesperienza, ma nella mente. Perci il volo degli uccelli diventa oggetto di riflessione, ma
anche di nostalgia, da parte di un filosofo seduto quale Amelio, cui Platone Plotino hanno insegnato a
volare con la sola anima, a discapito del corpo. Per Amelio il piacere una forma, non un evento.
Innalzarsi con lanima significa per Platone fissare il pensiero sullidea di s. In una nota zibaldoniana,
linfelicit delluomo fatta derivare da un lato dal potenziamento della mente e dalla fissazione di
concetti astratti ( come quello stesso della felicit), dallaltro dal parallelo sacrificio e dalla rinuncia alla
distrazione. Occupazione, azione fisica, e distrazione viva e continua sono precisamente le
caratteristiche della vita degli uccelli.
Limpossibilit del piacere dipende dal suo essere ipostatizzato quale entit astratta, dalla necessaria
tendenza della vita dellanima ad un fine impossibile a conseguirsi, ed per questo che il solo piacere
possibile consister o in un abbandono, una noncuranza, una negligenza , una specie di dimenticanza,
oppure nel suo opposto, la distrazione che consiste appunto nella maggior somma possibile di attivit,
di azione.
A questo punto si comprende meglio quanto importante sia il passaggio, nelloperetta, dalla
dimensione singolare dellesordio, in cui viene presentato Amelio concentrato nella meditatio, alla
dimensione plurale, variegata ed estremamente mobile del mondo degli uccelli descritto nellelogio,
che allo stesso tempo, per Amelio, una specie di dimenticanza di s, della propria filosofia, e una
distrazione che si materializza, in corpore vili, negli uccelli, esseri dedicati alla maggior somma
possibile di attivit, di azione. Convertendosi in uccello, Amelio sogna di protendersi al di fuori della
filosofia, verso la molteplicit di esperienze del mondo esterno; in un certo senso quel che fa Fedro
quando, stanco di leggere il suo libro, esce fuori dalle mura della citt e si avvia verso la campagna,
mettendosi a piedi nudi sullerba fresca, come Socrate. Questo vuol dire anche muoversi, come Fedro in
fuga dal mondo sclerotizzato dei discorsi scritti, verso il mondo delloralit; anche se ci significa per
Leopardi qualcosa di assai diverso da quello che intendeva Platone.

-Dalla voce al libro, dal libro alla voce-
Nel Fedro Socrte insegna come, innalzandosi con le sue ali, la mente del filosofo segue un percorso che
muovendo da una molteplicit di sensazioni viene raccolto dal pensiero in unit. Ecco allora perch,
nella scena iniziale, Amelio sta leggendo, ed circondato di libri e strumenti per scrivere. La coerenza
dialettica promossa da Platone non pu infatti che derivare da una cultura della scrittura e del libro.
Lobiettivo vero delle teorie platoniche la sconfitta della mentalit orale, rappresentata dai poemi
omerici; la mentalit incapace di astrarre dalle situazioni concrete e dunque di stabilire norme etiche
universali. Linvenzione del linguaggio astratto della scienza descrittiva, da sostituire al linguaggio
concreto della memoria orale.
Se da un lato Leopardi sembra farci credere che gli uccelli siano una sorta di incarnazione del
movimento dal molteplice alluno ( immensi spettacoli e variatissimi; a un tempo solo), dallaltro chiarisce
che essi non vedono affatto luno nel tutto con gli occhi della mente, come vorrebbe Platone, bens con
locchio. Amelio sembra rivolgersi insomma agli uccelli proprio in quanto lo divertono dallunit
organizzata del ragionamento ( che si materializza nella lettura) per condurlo in un mondo di
sensazioni e di percezioni che non sono riportate allunit della mente. Nel suo sogno, infatti, gli
uccelli passano continuamente dal sommo allinfimo, col risultato di vedere e provare la molteplicit
che oggetto dei sensi.
Vedere e provare: siamo in una sfera arcaica in cui il vedere coincide con il respirare ( e con ludire), e il
percepire tuttuno con un pensiero che si traduce immediatamente in movimento. Chi ha familiarit
con le indagini di Onians sulla grecit arcaica sa che quello un mondo privo di familiarit con la
scrittura, in cui le parole o pensieri hanno sede nei polmoni. E non si stupir della tesi di Havelock che
la contemplazione platonica dellidea ( ossia la dissazione dei concetto con locchio della mente) cui si
arriva attraverso la dialettica, fu resa possibile da un mutamento intervenuto nella tecnologia della
comunicazione. La poesia orale doveva la sua efficacia proprio al meccanismo di identificazione
dellascoltatore con la parola incarnata dal poeta; la familiarit con la scrittura e con i libri permette
invece allascoltatore, diventato lettore, di fare a meno di sentirsi emotivamente coinvolto, e dunque di
utilizzare lenergia psichica risparmiata per passare in rassegna e ordinare concettualmente il contenuto
del libro, che poteva essere cos percepito con distacco come altro da s. Solo in questo modo
possibile passare da unaccettazione acritica della ooo ( la credenza, lopinione: ci che appare),
allaccertamento della verit ( ci che : la cosa in s). Se questo il processo che sta al fondamento del
percorso filosofico inaugurato da Platone, esso presuppone un divorzio del pensiero dal corpo, della
mente dai polmoni, della filosofia dalla pratica e dallesperienza. La composizione epica e la tragedia
erano accompagnate dalla musica proprio perch la ouoikq,mettendo in azione movimenti e riflessi
corporei, aiutava la registrazione e memorizzazione del discorso. Questa cooperazione dellintero
sistema nervoso allatto dellascolto mobilitava le risorse dellinconscio in aiuto della coscienza, e non
contro di essa.
Con un paradosso si potrebbe dire che per pensare non occorreva riflettere, separando se stessi dal
pensato, giacch lapprendimento e la memorizzazione dei contenuti tradizionali erano integrati
dellintero sistema di riflessi motori; e questi erano di una natura spiccatamente sensuale, e
strettamente connessi con i piaceri fisici. NellElogio, il piacere, al contrario che nellepoca post
platonica, non era percepito come un ostacolo allo sviluppo intellettuale e morale, ma anzi veniva
sfruttato come strumento della continuit culturale. La trasmissione dei contenuti, accompagnata dalla
musica, aveva un effetto ipnotico che rilassava e al tempo stessi stimolava impulsi erotici: la Musa, la
voce dellistruzione, era anche la voce del piacere.
Gli uccelli sono dunque perennemente lieti perch vivono in una dimensione orale, in cui la parola non
divorziata dal corpo, il pensiero dal gesto e da un movimento, ovvero da unazione, che fluisce
liberamente senza fissarsi mai. Tale connessione, tipica di una cultura in cui il pensare si definisce come
un parlare, era comune a tutti i generi filosofici preplatonici, che sono, la poesia epica, lirica, tragica e
comica, il trattato storico, loratoria: tutti, compresa la storia, in origine orali, e solo lentamente
scritturalizzati.
Quale tipo di vocalit, o se si preferisce, quale genere, gli uccelli richiamo alla mente? Si potrebbe
ipotizzare, in generale: la poesia. La stesura delle Operette era dopo tutto un volontario esilio
dallispirazione poetica. Non improbabile, a ben vedere, che la combinazione di canto ( oralit), di
moto fluido, rapido e continuo ( il volo), e di prestanza corporea, unita a pieghevolezza e prontezza,
alla luce di tutto quel che si detto, rappresenti, agli occhi di un (neo) platonico, la pratica del discorso
oratorio, o meglio lorizzonte culturale e antropologico in cui quella pratica si colloca. Daltronde,
oratoria e poesia si equivalgono sia per Platone, sia, sulla sponda opposta, per Gorgia, il cui celebre
Encomio potrebbe addirittura aver ispirato lidea ( e il titolo) dellElogio, perch non esiste genere meno
filosofico e pi sofisticato. E notiamo che tale incantamento, tale fascinosa magia della parola implicano
chiaramente inganno, illusione dei sensi, menzogna. C da notare, a questo proposito, che anche sulla
questione della verit il Socrate del Fedro pi indulgente del solito (anche se in modo ironico).
Ricordiamo che linizio vero e proprio della conversazione sotto il platano una domanda di Fedro su
un racconto mitologico ambientato nel paesaggio circostante. uno di quei luoghi platonici in cui si
respira gi laria di certe Operette. Stretto nellangolo, il maestro assume una posizione che quella
stessa del Saggio sugli errori popolari, o delle ultime Operette del 24: si pu certo ricondurre il mito,
lerrore, a una verit naturalistica, ma dedicarsi a questa sorta di svelamento segno di una sapienza
rozza, giacch ridicolo occuparsi di tali cose quando non si conosce ancora se stessi.
Non mi pare si sia compresa fino in fondo questa sapienza ( per nulla rozza) degli uccelli, di farsi
banditori di una felicit inesistente, propagandisti ( con testimonianze false)di unallegrezza senza
fondamenti, ma pur reale.
Avidi del sapere o della filosofia, non esitano invece a scoprire le cose pi nascoste dalla natura, e
dunque a conoscere la propria felicit. Non potrebbe essere proprio questo il pensiero che ha folgorato
Amelio, uomo avido di sapere e di filosofia, quando, rendendosi conto di percorrere la strada gi
percorsa dallIslandese, si distrae dai suoi libri per ascoltare la voce degli uccelli? O per farsi persuadere
dalle loro testimonianze, ancorch false, della felicit delle cose?
Una palinodia: dalla filosofia ad una mezza filosofia. Che significa, per Amelio, dal libro alla voce. Il
percorso inverso a quello compiuto, secondo Havelock, da Platone. Il quale, per imporre il pensiero
astratto ( contro il pensiero circostanziale della ooo) deve screditare leloquenza, il potere della voce. E
per fare questo sceglie un bersaglio nobile: Pericle. NellAlcibiade maggiore Platone gi ne smantella il
prestigio- ineguagliato nellantichit- di uomo saggio e oratore; ma nel Simposio che vengono messi a
confronto, nelle parole di Alcibiade, il fascino dello zio e quello, assai diverso, esercitato da Socrate.
Leffetto fisico che Socrate produce mostra che straordinaria potenza egli abbia.
LElogio in questa fase, ovvero quella della rimarginazione di quella frattura fra la lingua e la mente,
certo assurda, inutile e biasimevole, causata, a dire di Cicerone, cui appartengono queste parole, dal
Socrate platonizzato. Un Elogio, dunque, della voce, che Platone condanna, proprio nel Gorgia, perch
non mira al vero, bens a gratificare, compiacere il pubblico: _oi,couoi. Come traduzione di
_oi,couoi potrebbe essere letto il ricreare di un brano gi citato, che sembra quasi voler identificare
gli uccelli come maestri di oratoria, abili manipolatori di uditori affascinati dalla voce. Attenzione, per.
La tonalit dellelogio ironica, e non bisogna mai dimenticare la presenza di Amelio, amico di
Platone( e pi ancora della verit), che, seduto allombra, osserva malinconicamente quanto accade
sopra di lui. Resta il fatto che per lungo tempo, e a pi riprese, Leopardi ha riflettuto sulla difficolt di
far prevenire la propria voce a maggior numero di uditori. proprio questa la chiave della riflessione
sul passaggio dalla parola detta alla parola scritta, dalla poesia al libro a stampa. Ed questo uno dei
fondamenti del progetto delle Operette morali, che si appoggia sulla ripresa teorica, proposta nel coevo
Discorso sopra lo stato presente dei costumi, della pratica antica delloratoria come strumento di
formazione dellopinione pubblica. L lopinione pubblica ( la ooo) rivalutata come unico principio
regolatore della societ, nonostante sia condannata filosoficamente. Essa infatti ha le caratteristiche che
Platone rimproverava alluniverso poetico omerico: regolarmente incerta e senza regola. Di nuovo, si
tratta di concetti che sembrano materializzarsi nel moto imprevedibile e incostante degli uccelli,
generato dal piacere dellattimo pi che dalla ricerca di un vero e di un bene stabili e costanti. Ma
non strano, giacch nelloperetta prende corpo- pur in sogno- il paradossale elogio, da parte di
Amelio, di ci che un filosofo platonico dovrebbe condannare: lincostanza e irregolarit del moto e
della voce.
La questione del passaggio dalloralit alla tecnologia della scrittura insomma uno dei grandi nodi
teorici che fa da sfondo alle Operette morali e al Discorso. a questo punto che la dicotomia, da sempre
presente nelluniverso leopardiano, adulto/fanciullo, acquista un nuovo significato. Prende solida
forma, non solo teorica ma anche storica, lipotesi di una civilt bambina, in cui la fissazione del
pensiero nella scrittura non abbia ancora prodotto lossessione della conoscenza e lillusione
delleternit. E nello spirito infantile di questi popoli, cos come lo descrivono gli studiosi nei quali si
finalmente imbattuto, Leopardi ritrova finalmente un mondo che aveva- nei panni di Amelio- gi
sognato: il mondo degli uccelli, in cui vivacit e mobilit di corpo e di spirito infantili si accompagnano
alla capacit di godere dei piaceri e di procurarli con la voce del canto. Questo dunque il senso di un
altro elemento cruciale delloperetta: il paragone tra gli uccelli e i fanciulli. Il quale, strettamente
connesso al problema delloralit, va a toccare un punto sensibilissimo nella memoria infantile di
Leopardi: la rapidit e la violenza inaudita con cui una formidabile educazione scritturale aveva
cancellato lo stadio precedente.

-Uccelli come fanciulli-
Nel Gorgia Platone molto chiaro: il pubblico cui si rivolgono i retori, o i poeti, immaturo; un
popolo di fanciulli che non amano ricercare la verit, ma piuttosto essere compiaciuti e blanditi.
Il fanciullo il modello delluomo dissoluto che corre dietro al piacere senza badare al sommo bene; di
colui insomma che, non avendo pieno dominio sulle passioni, tale da lasciarsi sedurre e da mutare
direzione in su e in gi. Fin dallAlcibiade le qualit tipiche del discorso orale( imprecisione, incostanza e
mutevolezza di opinioni) sono vizi capitali da riformare per giungere alla definizione assoluta della
verit. Un altro testo della biblioteca di Amelio potrebbe essere la Repubblica, gran parte della quale
dedicata alla perfetta educazione del fanciullo. Questi non deve essere adulato- come fa loratore col
suo pubblico- ma corretto. Perci gli devessere proibito lascolto della poesia epica, che, come si visto,
asseconda il desiderio di piacere, e anzi proprio di questo si serve per trasmettere oralmente, col
supporto della musica, gli incoerenti insegnamenti delletica tradizionale. Il dialogo platonico, glorioso
frutto della tc_vq della scrittura, si propone come sostituto della poesia orale nella misura i cui abitua
la mente al procedimento logico-analitico, e la esercita a quella coerenza e stabilit di valori assoluti che
il testo orale dellepica non in grado di fissare. Di qui, nei libri secondo e terzo, un elenco minuzioso
di forme e contenuti della poesia orale che vanno cancellati dal curriculum e dimenticati.
Non facciamo fatica, a questo punto, a indovinare linquietudine di Amelio, e intuiamo che ci
devessere stato un tempo in cui il filosofo platonico- come, daltronde, Platone stesso- era un fanciullo
ammaliato dal canto, dalla voce. Nella poesia, messa implacabilmente sotto accusa nella Republica, e
negli aspetti dellesperienza umana che Platone impone di non mostrare- la paura della morte, la
sofferenza e il pianto, le emozioni, i comportamenti irrazionali e poco virtuosi degli dei ed eroi-
riconosciamo il nutrimento primo dellimmaginazione fanciullesca leopardiana. Leopardi, sta pensando
qui ( in termini platonici, ma con valutazione opposta), a Omero: e sembra proprio di percepire nelle
sue parole una modalit di ascolto della poesia vicina a quella del pubblico arcaico e dellepica e della
tragedia. Quel pubblico di ascoltatori che, in stato di ipnosi, si immedesima rispondendo alle
suggestioni fantastiche di una voce che non trasmette verit certe ma cerca invece di ammaliare e
stordire di piacere. E infatti: non del poeta ma del filosofo il guardare allutile e al vero: il poeta ha
cura del dilettuoso. Leopardi, quando parla, nel Discorso, della poesia, spontaneamente immagina
una poesia orale, che si rivolge non a un lettore bens a un ascoltatore il quale si aspetta di essere
letteralmente inondato ( psichicamente e fisicamente) dal piacere.
Quegli uditori che, dunque, in termini platonici sono rimasti fanciulli. E infatti: quello che furono gli
antichi, siamo stati noi tutti, e quello che fu il mondo per qualche secolo, siamo stati noi per qualche
tempo, dico fanciulli. Luccello ha col fanciullo una manifesta similitudine, e ha in particolare
unimmaginazione fanciullesca. Ma facciamo attenzione. Del carattere fanciullesco Leopardi seleziona
attentamente alcuni tratti che gi conosciamo, giacch sono quelli che caratterizzano, in termini
platonici, lo stadio orale della civilt umana. Limmaginativa che accomuna gli uccelli ai fanciulli
quella ricca, varia, leggera, instabile che corrisponde alla vispezza e alla mobilit di fuori. Ma c di pi.
Questo stadio infantile e orale dellimmaginazione sembra essere incompatibile con la formazione
scolastica. Limmaginazione fanciullesca non si assoggetta facilmente allo studio, basato sulla
lettura/scrittura solitaria, perch non riesce a fissarsi stabilmente sulle idee, e tende invece a distrarsi, o
divertirsi continuamente. Nei termini dellElogio, riferiti agli uccelli, potremmo dire che pochissimo
soprastanno in un medesimo luogo, vanno e vengono di continuo senza necessit veruna, inseguendo il
piacere, o appunto, il divertimento: usano volare per sollazzo. In termini platonici, questo
comportamento tipico, come si visto, di chi, facendo prevalere le passioni, si lascia sedurre, e muta
sempre direzione invece di mirare a uno scopo determinato come la precisa conoscenza, e la esatta
definizione della verit.
Indirizzare il pensiero a uno scopo determinato era il cuore del metodo di studio leopardiano. Ma per
ora notiamo che per un filosofo (neo) platonico farsi distrarre dalla lettura, e dalla contemplazione della
verit, il pi ignominioso dei peccati. Soprattutto se a divertire lattenzione dai libri sono liete creature
dedite solo alla pratica di un canto e di un moto insensati, privi di ogni scopo che non sia il
soddisfacimento di un piacere immediato. Ma quella di Amelio una precisa scelta filosofica. Prima di
diventare discepolo di Platone e Plotino, infatti, in un passato remotissimo e quasi dimenticato, stato
fanciullo distratto e felice, e sa dunque per esperienza quanta saggezza, e quanta filosofia, c nel
lasciarsi andare al flusso mobile e contraddittorio della vita. lecito dunque sospettare che quando si
augura di essere convertito in uccello, per provare quella contentezza e letizia della loro vita, intenda
semplicemente tornare, come lio del Passero solitario, a una condizione che era gi stata la sua.
Leopardi ama scandire la sua vita in fasi, spesso chiamandole conversioni; ma forse tali fratture non
sono che razionalizzazioni a posteriori di un salto originario avvenuto in un tempo remoto e a
malapena rammemorabile, un salto che ha trasformato la natura e la qualit di una immaginazione
fanciullesca in qualcosa di assai diverso, in una funestissima dote, la profondit della quale li fissa
fortemente in questa o quella idea. Questa immaginazione, che oggi chiameremmo nevrotica,
chiaramente di natura opposta allaltra: invece di distrarre, fissa la mente su un unico obiettivo. un
procedimento mentale che ci richiama luniverso platonico: la prima, compiuta espressione di un
pensiero formatosi sulla pratica della scrittura e del libro.
Ma allora viene da chiedersi: perch Leopardi si attribuisce questo tipi di immaginazione, concentrata e
malinconica come lattivit della scrittura/lettura, e non laltra, ariosa e leggera come il volo e il canto
degli uccelli, che pure analizza e descrive spesso con somma cognizione di causa, come se lavesse
posseduta? Si potrebbe suggerire che la mutazione leopardiana stata innescata da una
trasformazione tecnologia: il brusco e violento passaggio da una fase arcaica orale, caratterizzata da un
libero movimento corporeo e da continue distrazioni, a una fase di costruzione del corpo, dominata da
scrittura e lettura solitarie. Alla prima corrisponde unimmaginazione aerea e felice, alla seconda
unimmaginazione profonda e malinconica. Mentre questa viene incoraggiata e autorizzata, e dunque
integrata nellio, laltra rimossa, e risospinta verso la terra di nessuno che la precede: potr solo essere
portata alla luce dal punto di vista del teorico, o evocata in immagini allegoriche e oniriche quali,
appunto, la fantasticheria di Amelio. Il mondo libero e leggero, corporeo e orale dellepica e
delloratoria rimase vivo nellimmaginazione di Leopardi incarnato nella figura delluccello, un animale
che, combinando estrema agilit fisica e spiccate qualit vocali e canore, poteva ben prestarsi alla
funzione di alter ego. Da lUcello allElogio la scelta dellalter ego si arricchita di motivi nutriti da anni
di riflessioni. Nellascoltare il canto degli uccelli Amelio sogna di dimenticare quello che diventato-
uno scrittore filosofo- e di ritrovare un se stesso sopito e nascosto nelle pieghe del passato. Ma, pur
desiderando azzerare la propria formazione scritturale-e con essa secoli di civilt moderna-, non si
dirige affatto verso un a monte della civilt, cio verso una natura disumanizzata e selvatica. Il suo
obiettivo non sbarazzarsi della civilt, o delletica. Vuole invece collocarsi al di l si una certa idea di
civilt; al di l dellespirazione platonica a un mondo cos perfetto e felice da rendere la percezione
dellumano tragicamente inadeguata e imperfetta, e dunque inevitabilmente infelice.
Luccello non uomo e non fiera; appartiene bens alla categoria degli animali, ma di quelli
dimesticati e usi a vivere con gli uomini, tanto che di questi ultimi condivide il giudizio sullamenit
dei luoghi. Se il riferimento platonico davvero voluto, lanimalit domestica, mansueta e felice degli
uccelli sta ad indicare una fase di civilizzazione media ancora vicina alla libera corporeit e aliena da
eccessiva speculazione. La ricerca di una civilt arcaica, in cui regni non proprio lignoranza, ma una
certa ignoranza come quella degli antichi, fondata su una centralit della vita estrinseca, forse il senso
di una digressione, apparentemente fuori luogo e poco funzionale, sulla definizione di natura. Il
naturale raramente percepibile come tale: esso sempre un prodotto delluomo, dunque artificiale.
Il problema , sembra voler dire Amelio, appunto il grado di naturalezza, e dunque il tipi di educazione.
Insomma, convertirsi in uccello significa convertirsi-in sogno- in una specie di animale la cui misura di
civilt incerta e non ben definita e definibile; e soprattutto variabile dipendente dellesperienza, e
contraddistinta da una notevole libert di spostarsi e adattarsi sempre di nuovo. Gli uccelli pigliano s
della civilt degli uomini, ma alcun poco, e anco essendo liberi. Ecco in che cosa gli uccelli sono, e
restano, fanciulli: tenacemente refrattari a una perfetta educazione. Per loro, come per i poeti, non c
spazio in una Repubblica ideale.

-Ebrezza ,riso ,canto-
Ma nellOperetta c unaltra digressione, che ha come oggetto il riso. Essa , a prima vista, inspiegabile,
e alquanto contraddittoria. Amelio infatti dice che la facolt del riso accomuna gli uccelli agli uomini,
distinguendoli dagli altri animali, e questo conferma lidea di una loro appartenenza alla civilt.
Luccello condividerebbe infatti con luomo- pensano alcuni- non solo lo status di animale intellettivo
o razionale, ma anche quello di animale risibilie. Levidente malizia dellosservazione, con sberleffo alla
risibile anima razionale di entrambi, uomini e uccelli, introduce coerentemente a un guazzabuglio di
notizie incoerenti e poco riconducibili a ragione. Insomma, non c verso di trovare una logica in
questa ingarbugliata matassa, che mescola varie idee leopardiane sul tema, ma si guarda bene dal
metterle in ordine.
Ma forse la soluzione del mistero- se mistero c- proprio questa: non affatto strano che il processo
mentale di Amelio risulti incoerente e contraddittorio, almeno, dal punto di vista della logica scritturale.
Se vero che egli, scrivendo LElogio, sta distraendosi dal rigore dialettico, non dimentichiamo che
proprio lincoerenza- il giustapporre concetti, informazioni e norme etiche diverse e persino
inconciliabili, senza unificarle in un organismo unitario, in un discorso provvisto di chiarezza e
coerenza interna, era il bersaglio principale che Platone intendeva colpire sia nella poesia orale sia nella
retorica non dialettica. Il significato profondo, e forse inconsapevole, di questo intarsio sarebbe dunque
di carattere metanarrativo; esso ci dice qualcosa su Amelio, e sul suo stile compositivo. Se il primo
gesto di Amelio quello di lasciarsi distrarre, come potrebbe comporre un testo coerente e dotato di
perfetta struttura logico-discorsiva?. Nel bel mezzo delloperetta, dunque, la digressione sul riso ha
valore proprio in quanto spezza il filo del discorso e lo ingarbuglia. La felicit nellinterruzione, nella
perdita, nella dimenticanza. In un uscire da s che Amelio chiama con elegante precisione non
travagliosa alienazione di mente.
Sta parlando naturalmente di s. Del suo lasciarsi andare a una fantasticheria che lo allontana da un io
faticosamente costruito sulla riflessione e lo studio: lettura e scrittura. Riso, canto e ubriachezza sono
una specie di pazzia non durabile, di vaneggiamento o delirio di matrice chiaramente dionisiaca. La
malinconia deriva dal vero e non dal falso, e lubriachezza cagiona la dimenticanza del vero, dalla
quale sola pu nascere lallegrezza. Gli uccelli, dunque, sono lieti perch sono ubriachi ( e vigorosi),
ovvero dimentichi del vero, della cosa in s, dalla quale si distraggono volando e cantando. Amelio,
dunque, probabilmente ebbro, fantastica di un mondo orale: canto, voce, riso; simile forse a quello dei
selvaggi. Non chiaro a quale stadio della civilt appartengano questi selvaggi, ma sicuramente a
unepoca arcaica che non ha ancora scoperto il pensiero astratto generato dalla scrittura. assai
probabile, comunque, che non sarebbero piaciuti a Platone, il quale, nella Repubblica, se la prende
specificatamente col riso, tanto meno se si tratta di divinit. Potrebbe essere proprio questa lorigine
della divagazione sul tema da parte di un colto filosofo (neo) platonico che si diverte a rovesciare un
certo Platone.

-La scrittura (in)felice-
Perch Amelio, scosso dal cantare degli uccelli per la campagna, smette di leggere, e si mette ascrivere?
Dallo Zibaldone, Leopardi afferma che luomo non pu tornare indietro senza un miracolo, perch
quello che si imparato non si dimentica. Tocchiamo qui la quintessenza del genio leopardiano, che
precisamente lincapacit di derogare- se non in sogno, o in una temporanea alienazione di mente, a
una formazione profondamente scritturale. Leopardi rappresenta forse lestremo limite raggiunto dalla
consapevolezza di una svolata epocale giunta a compimento sullo scorcio del secolo: la sostituzione,
almeno fino allavvento dei mass media di oralit secondaria, della civilt della voce ( o di ci che ne
restava ) da parte di una civilt della scrittura che, grazie alla rivoluzione tipografica, si era fatta sempre
pi pervasiva e totalizzante.
Per Montaigne la lettura percepita come unattivit piacevole solo nella misura in cui riproduce a
livello mentale una mobilit fisica perduta, per la quale infatti si prova nostalgia. Leopardi percepisce la
lettura in modo assai diverso. Il piacere della lettura innanzitutto totalizzante; e soprattutto non pi
un esercizio, bens un fine da raggiungere. Esattamente rovesciato di segno dunque il senso della
lettura come libero movimento dentro il libro e da un libro allaltro. Montaigne riesce a provare piacere
perch la lettura riproduce mentalmente il moto corporeo, lazione, o la mobilit di una conversazione.
Vive ancora in un universo in cui il pensiero legato al gesto, il linguaggio alla voce, e dunque prova,
nel leggere, un piacere che, per essere impuro, non meno reale. Leopardi, invece, dispera di poter
provare alcun diletto. Anche se la qualit della lettura forse diversa, il gesto risolutivo finale di
Leopardi lo stesso di Amelio, in un certo senso il suo segreto: il motivo profondo della distrazione
dalla lettura, che la disperazione per la mancanza di piacere. Gli uccelli, animali canori, riescono a
trovare piacere in ci che non ha necessit n scopo n ordine; luomo scritturale no, perch il
procedimento di astrazione reso possibile dalla scrittura genera lorientamento logico- lineare del
pensiero verso un fine unico e assoluto. Proprio riferendosi alla poesia orale, contrapposta alla scrittura,
Leopardi dir infatti che Omero senza desiderare n aspirare allimmortalit, lha ottenuta; mentre chi
la desidera, per effetto appunto della scrittura che ha ispirato tal desiderio, non la otterr.
Havelock afferma che il senso della svolta platonica appunto nel passaggio dal particolare allastratto,
dal molteplice alluno, o meglio allidea delluno, resa concepibile dalla tckvq della scrittura. In questo
senso, lElogio-palinodia inverte la rotta, passando dalla figura singolare di Amelio, filosofo platonico,
alla molteplicit degli uccelli, protagonisti plurali delloperetta. Ma la descrizione del moto degli uccelli
rimane pur sempre incastonata in una cornice che rimanda alla scritturalit di Amelio, la quale ha un
ruolo di primissimo piano. proprio la breve descrizione iniziale a fare il tono, per contrasto, a tutta
loperetta, come in quei paesaggi la cui luminosit diviene tanto pi intensa se percepita dalla
prospettiva di una piccola zona dombra posta in primo piano. Si tratta di una struttura eccezionale
allinterno delle Operette, e il suo significato appunto quello di orientare il discorso di Amelio
ribadendo che esso pur sempre un discorso scritto, non pronunciato. In un libro che vive di paradossi,
questo il paradosso costitutivo dellElogio, e lultimo indizio della presenza, sotto la superficie, del
palinsesto del Fedro: Amelio non pronuncia, bens scrive, un discorso contro la scrittura. Ed naturale
che cos faccia, giacch ci che lo rende infelice lo porta ad abbandonarsi alla sua reverie anche il suo
ricovero solitario. Luomo scritturale orienta necessariamente le sue azioni verso un fine assoluto. Per
questo non trova piacere nel leggere considerato come azione in s, o come dice Montaigne, esercizio,
cctq. Ma pu ritrovare paradossalmente unombra del piacere perduto solo ipostatizzando uno
scopo raggiungibile, individuando un fine da spostare indefinitamente in avanti. Il diletto torna solo se
non pi uno scopo, se si dimentica il fine solo ed espresso di trovar piacere e dilettarsi. Questo
ravvicinamento del fine ultimo a una serie infinita ( plurale) di piccoli fini il modo in cui luomo si
distrae, a modo suo, dalla ricerca assoluta cui condannato dallhabitus scritturale. Soltanto la scrittura,
insomma, allevia la noia di un universo scritturale talmente assoluto da svuotarsi di ogni movimento,
di ogni respiro o voce, e insomma della vita. Compor libretti lunica cosa rimasta allhomo platonicus. I
libri del quale per hanno come obiettivo esattamente ci da cui dovrebbero distrarre, lorribile mistero
delle cose, cos come lha contemplato lIslandese.
Amelio , dunque, pur scosso dal cantare degli uccelli, non pu uscire dai confini del suo mondo, in cui
intrappolato come un uccello entro dipinta gabbia; e si mette a scrivere. E non solo scrive un elogio
della voce e del movimento contro se steso, rinnegando cio il suo (neo) platonismo, ma lo scrive
riproducendo in parte una modalit di discorso orale, ovvero contaminando la forma del ritratto
scientifico ( il linguaggio dimostrativo) con tratti stilistici e strutturali tipici del linguaggio indicativo, o
prefilosofico.
Netta predominanza della paratassi, tendenza alla giustapposizione di elementi che si vanno ad
aggiungere ai precedenti, o spesso addirittura li contraddicono; elencazione di molte unit testuali
isolate, ognuna in uno specifico spazio- tempo; mancanza di ogni tipo di astrazione o conclusione o
deduzione logica. Si direbbe proprio che la conoscenza di Amelio sullargomento sia basata su una
memoria orale, cos come descritta da Platone secondo la sintesi di Havelock, quale conoscenza di
accadimenti (ghignomena) che sono vividamente sperimentati in unit separate e cos vengono
pluralizzate ( poll) piuttosto che venir integrati in sistemi di causa effetto.
Un critico malevolo potrebbe dire che il testo procede, in effetti, in modo incoerente e disorganizzato
senza seguire alcuna logica. Si salta di palo in frasca, aggiungendo sempre nuove informazioni, che in
parte ripetono con variazioni, in parte modificano, in parte contraddicono quanto gi detto. Oltre a ci,
il lettore viene fuorviato da digressioni apparentemente inspiegabili che interrompono il filo, tra cui
come si visto una, quella sul riso, occupa una buona porzione di testo, ed al suo interno
profondamente contraddittoria. Tutto , lElogio, tranne che un trattato in forma distinta, precisa e
dialettica. dunque probabile, se davvero loperetta un divertissement sulla falsariga del Fedro, che
Leopardi abbia compiuto una perversa mimesi del discorso non dialettico che qui viene analizzato e
criticato.
E tuttavia, Amelio non pronuncia, bens scrive un discorso contro la scrittura. Esattamente come ha
fatto Platone nel Fedro. Verso la fine, Socrate racconta il mito egiziano del dio Theuth e del re di Tebe
Thamus. Sembra che Socrate voglia dire in sostanza questo: che lautentica indagine filosofica
appannaggio di un certo tipo di discorso orale, quello dialettico, di cui un esempio la sua palinodia a
capo scoperto. Ci spiegherebbe il disegno generale del dialogo, se vero che Fedro stato strappato
infine alla fascinazione del libro con cui entra in scena: quel libro che contiene limmagine del discorso
di Lisia, criticato da Socrate perch a sua volta puro gioco di immagini, o apparenze: atto a persuadere
ma non a cercare la verit. La scrittura, dunque, come immagine di un parlare per immagini; specchio
di uno specchio. Non certo questo il punto di vista di Amelio, per il quale la scrittura e il libro sono
invece gli strumenti di un mortifero riconoscimento intellettuale della cosa in s. Daltra parte loralit
che egli vede incarnata negli uccelli, una vocalit reale e corporea, non coincide affatto con loralit
dialettica promossa da Socrate, che invece inconcepibile senza che la mente abbia introiettato il
supporto librario, sperandosi dal respiro. Lo stesso Socrate implicitamente lo ammette quando, per
analizzare con pi attenzione le incongruenze del discorso di Lisia, chiede a Fedro di leggerlo daccapo.
Leopardi non sta n dalla parte di Socrate n da quella di Lisia, n da quella di un Platone che li usa
entrambi, e non dobbiamo costringerlo a prendere posizione: sta giocando il suo gioco, che fatto,
come al solito, di domande, di paradossi e di contraddizioni. E lo spiega abilmente alla strategia di un
serissimo divertissement filosofico che ha come sfondo non la Atene del V secolo, ma un universo
ormai completamente scritturalizzato. Ed appunto cos che rimette in gioco lennesima immagine
platonica, quella di una scrittura che pu essere recuperata allambito ludico del piacere, ma anche alla
sfera pratica e pubblica dellazione etico-politica. Per gioco, toioioo,concede infatti Socrate, il filosofo
potr spargere semi nei giardini di scrittura, serbando un tesoro da richiamare alla memoria per s
stesso. Allo stesso modo il malinconico Amelio, filosofo solitario in funzione della sua biblioteca, ma
consapevole di non poter ormai tornare indietro, cerca distrazione e conforto nella scrittura che lo ha
reso infelice, e, ponendo mano alla penna, si ricrea riproducendo limmagine scritta della propria voce,
che a sua volta imita le voci degli uccelli. Un gioco, dice Socrate, paragonabile agli svaghi che si
prendono a un banchetto: il canto, il riso, magari il vino. Il filosofo platonico, diventato muto alla
rigorosa scuola della dialettica, immagina di respirare finalmente a pieni polmoni; e si diverte a
celebrare, in uno stato di allegria, la voce perduta, per dare sostanza alle cose che veramente non
lhanno.

INTERLUDIO I
-La muta voce-

LElogio degli uccelli il sogno di una civilt orale collocato, come una bomba, nel cuore di un libro
radicalmente scritturale. Questa chiave di lettura restituisce le Operette a una dimensione europea, e al
dialogo con le testimonianze pi alte di una frattura storica e antropologica di cui ancora vediamo le
conseguenze.
Leopardi stato forse lunico in Italia a capire la natura e la vastit di quella lentissima rivoluzione
silenziosa che, iniziata ai tempi di Platone, e acceleratasi grazie allinvenzione di caratteri mobili, stava
distruggendo la civilt millenaria della voce. Il vero terremoto settecentesco. Nel 1880, Zola tirer le
somme decretando con soddisfazione il tramonto definitivo di una civilt della conversazione e del
trionfo del libro. Lautorit che un tempo era nella voce, scrive, si trasferita del tutto nella marea di
libri che inonda il mercato, cio la massa di acquirenti, ovvero nel denaro che d il titolo al suo saggio.
Quanto a Leopardi, il suo rifugiarsi in un passato ormai morto stato a lungo chiamato classicismo,
senza capirne fino in fondo la dimensione tragica, e le tangenze con il moderno pensiero romantico. La
frattura fu certo pi traumatica che per gli scrittori inglesi, francesi, tedeschi, per nulla attutita dalle
mediazioni della societ letteraria. In un recesso provinciale, isolato dal mondo, un fanciullo immerso
in una cultura orale, in unatmosfera di festivit giocosa, di giochi chiassosi e di esercitazioni retoriche
che si richiamavano a una vitalit corporea, prima ancora che a una testualit, antiche, si trov
bruscamente catapultato, nelle ore di lezione, in un mondo di libri in cui risuonava solo la voce muta
dei caratteri a stampa. In questalternanza di colori, lunica strategia capace di animare un librario
silenzio di tomba era trasformare, senza avvedersene, la lettura muta in recitazione, la parola scritta in
una teatralizzazione sonora.
Questo esattamente il significato della mimesis platonica, che stava a fondamento del sistema etico-
politico greco arcaico: quel processo di immedesimazione dellascoltatore nelle parole del poeta che
produce alienazione dal s morale e intellettuale. Il Giacomo fanciullo conosceva bene tale meccanismo
come produttore, giacch sapeva bene come tener avvinto a s il pubblico dei fratelli inanellando
racconti epici senza fine. Era un incantatore. E, come tutti gli incantatori antichi, voleva educare,
consigliare, governare. E non solo i fratelli, ma, qualche anno dopo, la patria.
Che la condotta di uno Stato dovesse poggiare su una base cos poco solida, il plauso e lentusiasmo di
un popolo ebbro, era appunto ci che Platone voleva evitare dando un fondamento pi stabile e
astratto alla morale e alla sua repubblica. Il che era concepibile solo da una mente passata attraverso la
disciplina della scrittura. Platone, che in giovent aveva avuto pratica e ambizioni di poeta, era in bilico
tra il fascino delloralit antica e la nuova condizione di un pensiero muto, che non risponde a chi lo
interroga. I rapporti tra queste due sfere sono complessi, e costituiscono uno dei nodi irrisolti
dellesegesi platonica. A noi interessa che Leopardi si trovi, a distanza di secoli, in una condizione di
trapasso per molti versi analoga: un incantatore, ma irrimediabilmente platonizzato, come Socrate.
Nei dialoghi platonici, che sono per lappunto dialoghi, ma scritti, il punto di passaggio segnato
dalluso ambivalente del verbo ovtcue, incanto. In certi luoghi una vera e propria operazione di
magia; ma , altrove, soprattutto il modo in cui i retori e poeti avvincono a s gli ascoltatori con il
potere della voce, facendo leva sul corpo e sul desiderio di piacere. Ma in due contesti usato da
Platone in tuttaltro senso, per descrivere lazione che la filosofia esercita sulle anime, e non sui corpi.
1) Nel Gorgia Callicle dice che i giovani sono incantati e sottomessi, come leoni, dagli anziani che
ne condizionano il comportamento( con scritti e leggi), ma sostiene anche che se essi trovassero
la forza di seguire la natura, si ribellerebbero. Lincanto dunque, in questo caso, quello della
legge morale, che agisce imitando quel tipo di magia che fa presa sul corpo. Non a caso poco
sopra Callicle si era fatto gioco di Socrate accusandolo di parlare e persuadere come se fosse un
oqqooo, un demagogo, che fa vergognare e ammutolire linterlocutore.
2) Il secondo testo il Menone. Socrate vi descritto come incantatore ( sempre lo stesso verbo)
nel senso che, diversamente da retori e poeti, inibisce e intorpidisce con le sue domande
leloquenza dellinterlocutore. Socrate zittisce leloquenza di Menone con uneloquenza di altro
tipo: analitica, razionale, spigolosa, o, come disse Leopardi della dialettica platonica, spinosa.
Lincantamento socratico, dunque, bench di natura diversa, cio fondato su una scritturalizzata ragion
dialettica, produce lo stesso effetto delleloquenza dei retori sullascoltatore, o sarebbe meglio dire: sul
lettore. Questo il punto. Il passaggio dalluna allaltra dimensione raffigurato da Platone in uno dei
dialoghi in cui lironia pi scoperta, il Menesseno. Il suo, qui come altrove, cos un discorso allo
specchio di un altro discorso, che linterlocutore non pi in grado di ascoltare, riprodotto poi nella
scrittura del dialogo. La voce di Socrate , insomma, una voce riflessa pi volte; una voce muta o, dal
Fedro, unimmagine della voce.
I primi decenni del secolo XIX hanno bruciato rapidissimamente ogni residuo di oralit: molto pi
radicalmente che per Platone, lascoltatore divenuto un lettore; un lettore incapace, per di ascoltare il
testo, e di ricostruire la viva voce dellautore. Condizione analoga, dunque, eppur diversa nella misura
in cui la scritturalit, potenziata dallindustria del libro, ha assunto, nel nuovo contesto della nascente
societ di massa, caratteri nuovi e assai pi inquietanti di quelli che Platone avrebbe mai potuto
immaginare. Non un caso, dunque, che il libro destinato a esprimere disincanto della voce ( e
lincanto delle idee), le Operette morali, sia anchesso un libro di dialoghi muti, di teatralizzazione del
pensiero. Un libro ambiguo e contraddittorio, filosofico e ludico, apollineo e dionisiaco; un libro
profondamente scritturale, tipografico, e tuttavia poetico, attraversato dalla viva memoria- cristallizzata
o intorpidita, di quei generi antichi, loratoria, il teatro e lepos, in cui le voci erano veicolo di moralit,
incarnazione di saggezza.

LORATORE SENZA VOCE
-Carlo Antici e il letterato-oratore:
Entro le cose che muovono gli uomini

Fu il marchese Carlo Antici a indirizzare il giovanissimo nipote, Giacomo Leopardi, verso lo studio del
greco e del latino (in particolare verso le traduzioni), e allo stesso tempo verso una letteratura di
orientamento- in senso lato- morale. Sulle traduzioni di Platone insistette pi che mai. Dal 1814 al 1823,
direttamente o indirettamente, lo zio cerc di distogliere il nipote dalle belle lettere( lerudizione, ma
anche la poesia, o almeno, certamente la poesia lirica) per spingerlo verso le buone lettere, cio in
sostanza, la filosofia e la letteratura morale. Come diceva Antici, dalle Muse piacevoli alle Muse severe.
Certo, gli ammonimenti di Antici erano contraddittorie. Da un lato egli aveva lo scopo di convincere
lirrequieto nipote a contentarsi della dimora paterna; dallaltro gli diceva che gli studi erano qualcosa
di pi che un ozioso passatempo erudito, e che un vero intellettuale, le cui opere meritino di galleggiare
sopra le onde del tempo, avrebbe dovuto innanzitutto capire il mondo in cui viveva, internarsi entro le
cose che muovono gli uomini, e volgersi verso la storia, leconomia, il diritto, lasciando da parte
quisquilie erudite. Il messaggio che, un poco subdolamente, questi due consigli apparentemente
inconciliabili veicolavano era che solo restando a casa, e preparandosi seriamente sui libri, Giacomo
avrebbe potuto trovare il modo di farsi grande e, un giorno, uscire da Recanati. Lo stesso criptico
messaggio discendeva dallaltro contradditorio consiglio di curare il corpo e leloquenza. Perch, infatti,
il giovane avrebbe dovuto apprendere a ben parlare, se doveva restarsene rinchiuso per sempre in una
tana? Il patto chiaro: reclusione ora, entrata nel grande mondo poi, se si sar meritata la celebrit.
Antici forse non si accorgeva di fare dellumorismo involontario, ma dava al giovane recluso pi che un
appiglio a sperare di gettarsi un giorno nella mischia degli affari pubblici.
La mutazione totale di Giacomo, dagli antichi ai moderni, avvenne nel 1819. La privazione delluso
della vista avr anche contribuito a volgere il suo sguardo interiore verso materie appartenenti sopra
tutto alla nostra natura, ma la direzione di questa sterzata violenta troppo simile a quella che da
tempo gli andava suggerendo Antici da non far sospettare un influsso di lunga durata. E non di rado il
linguaggio di Giacomo sembra rincalcato su quello dello zio Carlo.
Leopardi recep lidea forte che gli studi dovessero servire a qualcosa di serio e profondo, senza
escludere un senso di gratificazione personale che non era in contraddizione con lorgoglio aristocratico.
Dovevano servire innanzitutto a farsi grande al cospetto di una nazione che avrebbe tratto vantaggio
dal sapere. Chi esibisce in quel modo di non mirare n allaumento dellindustria, n al miglioramento
degli ordini sociali, n al perfezionamento delluomo sta negando una tendenza primaria a pensarsi
come intellettuale-guida della nazione. Una tendenza che per rimase attiva durante la stagione delle
Operette. E fece da sfondo sia allinteresse per lepopea greca come genere nazional-popolare, sia
allammirazione morale per lumanit degli antichi.
Vero che la lettura di Demostene fu suggerita a Giacomo dal Giordani nel 1817. Ma probabile che lo
studio delleloquenza gli fosse stato gi raccomandato dallo zio. possibile che il suo costume di
esercitarsi nellarte delleloquenza fosse ancora pi antico, forse addirittura coevo alle infantili finte
battaglie romane. Nel bel mezzo della sua fase erudita Giacomo aveva gi contratto quel virus
delloratore-filosofo che gli far dire a Giordani di voler creare non solamente la nostra eloquenza ma la
nostra filosofia, e in tutto per tutto tanto al di fuori quanto il di dentro della nostra prosa. Quando
incontr Giordani aveva, insomma, riguardo ai classici, suoi metri di giudizio gi consolidati.
Proponendo come esempio, nello Stato pontificio, lantitiranno Demostene, Carlo Antici evidentemente
non aveva calcolato i possibili effetti di tale slittamento sul letterato cristiano in pectore, il quale di
nascosto faceva letture poco ortodosse e componeva ancora meno ortodosse canzoni patriottiche.

-Il modello greco e Madame de Stael-
Fu su questo terreno che si innest il decisivo influsso della Stael. Lo dice Giacomo stesso in una pagina
dello Zibaldone: a indurlo a passare dalla poesia alla prosa, dalla bella letteratura alla ragione, alla
filosofia, alla matematica delle astrazioni, fu la lettura di alcune opere di Madame de Stael. Quel
passaggio, che aveva chiamato mutazione totale, avvenne nel 1819.
La versione staeliana del letterato-filosofo aveva, rispetto a quella di Antici, due vantaggi: era priva di
ogni cornice trascendente ( e dunque non soggetta a una torsione ideologica religiosa); e poneva
decisamente a fondamento di un rapporto moderno tra letteratura e societ il modello democratico
greco, fondato non sullattesa e sul sacrificio, ma bens sulla soddisfazione immediata e terrena di
quello smoderato e insolente desiderio di gloria che infiammava lambizioso recluso. La Stael rievocava
un mondo in cui luomo di talento si fa valere, viene riconosciuto da un pubblico di eguali che tiene pi
di ogni altra cosa alla stima dei contemporanei, e perpetua in questo modo il proprio nome. In tale
mondo lidea di gloria e di immortalit del tutto diversa da quella religiosa, proiettata in uneternit
astratta e incorporea.
Un sistema basato sul riconoscimento immediato della virt e del talento non ha bisogno di appellarsi a
un giudizio ultraterreno: sar la tradizione nazionale a tener viva la memoria delleroe e del gesto o
della parola efficace. Come Leopardi osserv molto pi tardi, i poeti greci limitavano i lor desiderii a
quel che sensibile, e naturale a desiderarsi, la lode dei presenti, ma proprio per questo ottennero
gloria duratura e immortalit. I luoghi nei quali questo meccanismo agisce sono il foro e il teatro, spazi
pubblici in cui la presa diretta sui cittadini si trasforma in gloria imperitura, sicch un discorso su una
qualunque lite di eredit sar ricordato nei secoli a venire.
Tuttavia, molto attenta agli aspetti tecnologici della diffusione della parola e delle idee, la Stael sa bene
che ci che poteva funzionare quando cera il duplice vantaggio dei piccoli stati, e dei grandi teatri, non
funzionava pi nellet moderna.
Che diverrebbe mai una popolosa nazione, se gli individui componenti non corrispondessero fra di loro
per mezzo della stampa?. La taciturna societ duna moltitudine duomini non istabilirebbe alcun
punto di contatto, da ci potesse scaturire la luce, e la moltitudine non si arricchirebbe mai dei pensieri e
degli uomini grandi. Questo un argomento decisivo, specialmente per chi, come Giacomo, a lungo
non stato in grado di stabilire alcun punto di contatto col mondo, e ha temuto di sprecare il proprio
talento.
Da un lato fa sua lanalisi del De la littrature sul potere dei libri in una societ moderna, con un
evidente riferimento allesempio francese( e allesperienza rivoluzionaria). Dallaltro si appella al
sistema antico per ribadire che classici si diventa scrivendo per il proprio tempo, e coltivando
leloquenza per influire sulle cose presenti.
Linflusso della Stael per determinante anche in altro senso. Leopardi le da torto in quanto fautrice
del progresso. Su questo punto Giacomo in sintonia con conservatorismo politico del marchese Antici:
la celebrazione staeliana del progresso non lo convince affatto. Ma la baronessa, esaltando la morale
socratica, ammetteva che gli antichi riuscivano a essere virtuosi- ed erano dunque un modello da
imitare-nonostante la loro cecit sul vero.
Lidea di una leva- dice la De Stael- che potesse rialzare ( cio risollevare a un orizzonte etico
comune)legoismo, sacrificando linteresse personale, non era, insieme ad altri tali concetti, affatto
estranea al lessico intellettuale di Antici; ma qui il progetto etico del tutto svincolato da fede, ragione e
verit, per svolgersi invece nellalveo naturale dei sensi, della passione e dellillusione. A muovere gli
uomini saranno anche, come dice De Stael, idee fittizie, ma grazie ad esse che gli Antichi potevano
dimenticare il proprio interesse personale e vivere moralmente il momento presente, in vista
dellimmortalit. Leopardi commenta e va oltre: le grandi azioni non sono affatto generate dalla ragione,
esse sono anzi per lo pi pazzie.

-Cicerone e le illusioni-

Ecco dunque approfondito criticamente lo spunto staeliano. Sono proprio le illusioni che fanno un
popolo veramente civile; mentre invece la ragione, facendo naturalmente amici dellutile proprio, e
togliendo le illusioni che ci legano gli uni agli altri, scioglie assolutamente la societ, e inferocisce le
persone. Qui di vengono incontro due nomi: quelli di Bruto, che sacrific se stesso a un avanzo di
illusione, e di nuovo, Cicerone, come modello di scrittore-oratore inattuale, che si oppone inutilmente
alla barbarie incombente di un mondo sempre pi razionale ed egoista.
Campione, per Leopardi, di una grecit ormai scomparsa, Cicerone, il maggiore scrittore della latinit
pratica e commemora larte oratoria come forma essenziale di uneducazione allantica, fondata, come
nei suoi modelli attici, sul valore delle grandi e magnanime illusioni, prima fra tutte lamor di patria. In
lui la filosofia non legata alla cognizione delle cose ( scienza esperienza storia); invece innanzitutto
eloquenza, cio saggezza pratica che, facendo appello alluomo naturale, alle sue pulsazioni ed
emozioni, si fonda non sulla verit, bens sullillusione e sulla persuasione.
Per agire, sostiene Leopardi, luomo ha bisogno di credenze, cio deve credere che le cose siano buone
o cattive, e che quella tal cosa sia buona o cattiva, altrimenti la sua volont non avr motivo per
determinarsi ad abbracciarla o fuggirla. Ma queste credenze, specifica poi, non sono cognizioni:
loggetto della cognizione la verit; loggetto della credenza una proposizione credibile. quanto
dire che la morale pratica distinta poco prima da quella speculativa e affiliata alla politica, ricade
interamente nellambito della retorica. Lazione e la volont non sono soggette alla scienza, ma sono
mosse dallarte del persuadere a una cosa o a unaltra in una data circostanza, che pu cambiare con il
tempo. Tale era il modello antico, pagano, in cui la molteplicit delle credenze garantiva alletica uno
spazio flessibile e morbido di mediazione: uno spazio nientaffatto privato e interiore, bens pubblico,
cio istituzionale, rituale e soprattutto retorico.
Ecco il punto in cui il modello di lettorato-oratore eloquente raccomandato dallAntici mostra tutta la
sua debolezza. Leloquenza non pu essere cristiana perch il cristianesimo ( o almeno un cristianesimo
razionale di ascendenza platonica) ha eroso, e infine distrutto, lo spazio pubblico e retorico in cui
leloquenza deve esercitarsi. Vincolando la credenza a una dimensione eterna e assoluta che trascende i
limiti della vita umana, il cristianesimo ha infatti posto un limite alla possibilit di credere le illusioni
realizzabili in questo mondo, minando alla la stessa capacit di credere. Ecco perch il crollo del
paganesimo port con s il crollo dello Stato romano. In altri termini, la politica e la morale pratica, non
possono che essere pagane. Subordinata a una religione cristiana razionale e metafisica ,e dunque a
una morale speculativa, leloquenza perde tutto il proprio potenziale benefico. Tuttavia il cristianesimo
non che una tappa di un percorso assai pi lungo e complesso, le cui propaggini arrivano ad un
pensiero moderno post cristiano ( come era quello di Leopardi), e le cui radici affondano nella stessa
antichit pagana. Dal primo punto di vista, essendo il cristianesimo una metafisica della verit, cio
lapripista del razionalismo moderno, leloquenza, come arte civile etico-politica, non pu che essere
antica. Ecco perch il modello progressista staeliano, che pure era servito a svezzare Leopardi dalla
tutela dello zio, non funziona, cos come non funzioneranno tutti i progetti etico-politici moderni
fondanti sul primato della ragione.
Dal secondo punto di vista, per, questa antichit deve essere ulteriormente e pi precisamente definita.
Si produce la frattura di sicuro non con il cristianesimo, che anzi nei primi secoli contribuisce
addirittura a ravvivare le illusioni antiche. Rivelatrice la posizione di Cicerone: ancora pre-cristiano,
egli gi un nostalgico imitatore di un passato in ci intelletto e azione, pensiero e parola erano tuttuno
e lo studio non si era ancora separato dalla pratica. Il problema non pi allora solo quello del rapporto
tra eloquenza e cristianesimo, bens quello, pi generale, del rapporto tra una morale compatibile con il
mondo ( che Leopardi chiama pratica) e una morale che in contrasto con il mondo ( speculativa, o
retorica). Tra un pensiero che sia solidale con lazione e con gli interessi umani, soggetti al tempo e alla
caducit, e un pensiero puramente astratto, che miri a valori intemporali e assoluti. Insomma, tra una
filosofia in accordo con la natura degli uomini e delle cose, ancora vicina al modello della sapienza
antica e radicata nellarte della parola persuasiva ed eloquente, e una filosofia puramente speculativa,
che trova il proprio fondamento quasi metafisico in una ragione disincarnata e disincantata.

-Socrate, Platone, Nietczsche e la mezza filosofia-

evidente che la figura spartiacque tra questi due orizzonti non pu che essere Platone. Anche da
questo punto di vista, la figura dello zio Antici cruciale, e per pi versi decisiva per la formazione di
Giacomo. probabile infatti che la questione teorica si sia incarnata per cui nei diversi temperamenti
della madre e dello zio, che davano tuttaltro colore a una medesima, intensa, religiosit: da un lato il
cristianesimo razionale e interiorizzato di Adelaide, di matrice platonica, di cui il figlio doro Giacomo
aveva sperimentato i terribili effetti; dallaltro Carlo Antici, il quale, nonostante lo invitasse, come si
visto, a leggere e tradurre, era in fin dei conti un uomo di mondo e un accorto politico. Il quale aveva
fortemente incoraggiato lo schivo ma ambizioso nipote ad aspirare, con gli scritti, alla celebrit in vita.
Giacomo vide ben presto incompatibilit. Diventata platonica, la filosofica socratica spezza il legame
con leloquenza per farsi ragione fredda e astratta, che non ha pi presa sugli uomini. Le cose non sono
il riflesso di idee che le precedono, come nel sogno di Platone, ma la loro maniera di esistere affatto
arbitraria e dipendente dal creatore, come dice Montesquieu e non ha nessuna ragione per essere
piuttosto cos che in un altro modo, se non la volont di chi le ha fatte.
La politica qualcosa che attiene alla sfera naturale e corporea dei sensi e delle passioni. Non c
dunque nessuna legge che preceda le cose; esistono solo la volont, interessi, credenze, illusioni, errori;
sono questi a muovere il mondo, ed per questo che una filosofia puramente speculativa
incompatibile con lazione. Ma come pu luomo moderno, platonizzato, cristiano e razionale, incapace
di rinunciare a se stesso, come pu questuomo moderno sperare di poter ancora agire nel mondo?
La risposta di Leopardi che deve tornare, almeno parzialmente, indietro.
La mezza filosofia. La mezza filosofia compatibile con lazione, anzi pu cagionarla. E questo perch
non n pura verit ne ragione, la quale non potrebbe cagionare movimenti, ma invece madre di
errori ed errori essa stessa. Attenzione, per. La mezza filosofia non viene prima dellintiera filosofia;
bens un passo indietro rispetto alla ragione dispiegata della modernit, un rientrare parzialmente
nellombra per trovare riparo dai lumi accecanti di un eccesso dellincivilimento. Essa non , cio,
espressione della piena vitalit naturale dellantico, ma una medicina escogitata per rimediare a un
morbo pestilenziale che ha gi corroso lorganismo producendo errori ancor pi anti-vitali, cio
razionali, e dunque barbari. Non bisogna dunque illudersi, la mezza filosofia non ha la sua base nella
natura, e la sua tendenza parimente alla ragione, e quindi alla morte, alla distruzione, e allinazione,
per cui la sua azione non pu che essere effimera. La mezza filosofia non pu essere quindi che il
recupero parziale di ci che andato perduto con la svolta platonica; un ritorno alla filosofia di Socrate.
Nel nome del Socrate pre-platonico si auspica una concordia, una combinazione della ragione colla
natura, della filosofia con la poesia. Per ora notiamo che nella zona franca della mezza filosofia, di
virtuoso e saggio arretramento rispetto a un micidiale progresso della ragione, una zona n ancora del
tutto moderna, n per gi pi antica, troviamo di nuovo, tra altri filosofi solo a mezzo, Cicerone.
Leopardi riconosce nella mezza filosofia di Cicerone il proprio stesso inattuabile progetto: riportare
indietro le lancette della storia, tornare a una condizione che si sa gi perduta. Inattualit ( e
inattuabilit) strutturale: un filosofo morale e politico moderno, si viene a scontrare con la
consapevolezza di essere senza pubblico, perch presso un pubblico sempre pi illuminato, il modello
antico non ha alcuna presa. In tal modo Leopardi anticipa di pi di mezzo secolo Nietzsche: Non c
nessuna armonia prestabilita fra progresso della verit e il bene dellumanit. Anche per Nietzche
leroismo antico frutto di unazione irriflettuta, di un pudore dellintelletto: ,a virt pura e semplice
riproduzione di comportamenti che non vogliono essere troppo illuminanti. Per Nietzche: Il mezzo
sapere pi vittorioso del sapere completo: esso conosce le cose pi semplici di come sono, e forma
quindi la sua opinione in modo pi comprensibile e convincente.
Siamo dunque ancora una volta in un ambito retorico, un ambito in cui non vince la verit, ma
lopinione formulata meglio, la pi comunicabile e persuasiva. il dominio della ooo, una radura
ombrosa, poco illuminata dal lume della ragione, in cui le cose si guardano, secondo Platone,
superficialmente, in modo confuso, ma dove proprio per questo si pu agire su di esse in modo pi
efficace. Penombra= eloquenza, strumento estremamente flessibile di unopera continua di mediazione,
di ammorbidimento delle asperit della vita. Questa funzione benefica e moderatrice pu essere svolta
per solo se si accetta il mondo nella sua frugalit, variet e contingenza. Le storture non possono
essere raddrizzate per sempre, le opinioni cambiano, lumanit soggetta al tempo, alla leggerezza e
agli azzardi di un mondo su cui non pesa il cielo trascendente della verit. Luomo, che vive nel
mutamento e nella contraddizione, ha bisogno di credenze, e pu essere ricondotto a credere solo dal
potere di una parola riparatrice e rivivificatrice, eloquente, che gli faccia vedere e non vedere, ricordare
e dimenticare nello stesso tempo.

-Isocrate, oratore inattuale-
Ed proprio qui che viene evocata, per la prima volta nel suo insieme, senza far nomi, leloquenza della
quale fra gli antichi sono modelli i cosi detti Oratori attici. Fino a ora, Leopardi aveva mostrato di
apprezzare soprattutto leloquenza calda e appassionata dei suoi modelli adolescenziali, Demostene e
Cicerone, e quella impetuosa di Lorenzo de Medici nella volont di agire. Lorenzino pu essere cos
eloquente perch scriveva per se, aveva cio lurgenza esistenziale di difendersi, e dunque non poteva
andar dietro alle sofisticherie come gli altri miserabili cinquecentisti. Ma questo vero in generale,
perch leloquenza radicata nelle passioni e nelle credenze, non nella ragione.
La novit la propriet di ammorbidire, di lenire, di mediare; di far vedere e non vedere, di immergere
le cose nella penombra, rassicurando gli uomini, e permettendo loro di agire. Tale propriet non solo
delleloquenza che strascina, ma anche di quella secca eloquenza fondata sopra uno stretto
ragionamento, e una dialettica per lo pi ingannatrice. Non si capisce bene se la definizione del secondo
tipo di eloquenza possa alludere a quelle che definir, molto pi tardi, spinosit dialettiche di Platone.
Ma per oratori attici non pu che intendere i dieci del canone antico, e poi plutarcheo. Se nelleloquenza
che trascina riconosciamo senza dubbio Demostene, quello dei dieci a lui pi familiare, possibile che
la secca eloquenza alluda al pi elaborato e ragionato, a tratti involuto e quasi dialettico, periodare di
Isocrate? Leloquenza latina era molto pi studiata, colta, e dunque meno spontanea, naturale della
greca, eccetto Isocrate, e forse neppure. Una strana posizione, dunque, quella di Isocrate. Una quasi
eccezione rispetto ai greci. Uno scrittore gi quasi latino. Isocrate uneccezione, una parentesi,
unipotesi. Platone il pi moderno dei greci, il pi vicino ai latini, perch pi raffinato, elegante,
lavorato ( e dunque meno semplice, naturale): se non vogliamo escludere Isocrate. Isocrate dunque,
nonostante tra gli oratori attici preceda nel tempo Demostene, appare a Leopardi come una figura di
cerniera, che anticipa gi alcuni tratti di una letteratura di imitazione, artificiosa e riflettuta; un antico
ritardo, o un anticipatore della modernit, in cui la naturalezza e la disinvoltura delleloquenza antica
sono mescolate con la ragione e lartificio. Pi una lingua, argomenta Leopardi, semplice e naturale,
come quella antica greca, meno lo scrittore si discosta dal parlato, ed dunque inteso facilmente da tutti.
Con il progredire della ragione, dellesperienza, delle cognizioni e della filosofia, la lingua scritta si
allontana dalla spontaneit popolare e diventa artificiale, razionale ( come quella francese); a questo
punto ridiventa paradossalmente universale, perch, di nuovo, scritto e parlato tornano a coincidere,
ma questa volta lo scritto a far da modello al parlato, e non vice versa. Sicch se la lingua antica era
universalmente intesa da tutti in modo approssimativo ( lassamente), ed era per questo ricca, varia,
bella; la lingua moderna intesa da tutti assolutamente, perch secca, arida, monotona e uniforme
come un linguaggio scientifico. Laccenno alla infelicit ci dice che il problema morale, non solo
linguistico. Lo sviluppo della lingua corrisponde al cammino della civilt. La differenza originaria
nasce in seno stesso alla cultura greca. Da un punto di vista filosofico, il responsabile , per Leopardi,
Platone. E analogamente, da un punto di vista linguistico, Platone, e forse, Isocrate.
Tra gli ottimi scrittori antichi, semplici e naturali, compaiono Erodoto, Senofonte e gli oratori attici;
mentre tra gli scrittori successivi che si allontanarono dalla nativa, nuda, schietta, spontanea, facile
bellezza e grazia, ci sono Polibio, Dionigi dAlicarnasso, Luciano, Longino, scrittori elegantissimi ma
con un eccesso di lavorato e ornato. E in mezzo, stilisticamente parlando, c appunto Isocrate. Isocrate
tanto famoso per la delicatissima cura che poneva nella scelta e collocazione delle parole, nella
struttura ed armonia deperiodi, che si potrebbe credere chegli, quantunque per tempo appartenga a
quegli antichi scrittori distinti dai pi moderni (Erodoto, Senofonte e gli oratori attici, forse in
particolare Demostene), pel carattere per della sua lingua appartenesse piuttosto a quegli ultimi
(Luciano e Longino). E pure la sua cura, qualunque fosse, cos nascosta. Isocrate nato quando
scrivere equivaleva a parlare semplicemente e naturalmente, senza troppo riflettere, ma invece autore
scritturale quantaltri mai ( tanto studiato) come se fosse appartenuto a quella latinit in cui la lingua fu
opera espressa dello scrittore pi che qualunque altra. Ma inattuabile in modo cos nascosto che il
lettore quasi non se ne avvede, ritenendolo ancora antico. Isocrate rispetto al proprio tempo quel che
il poeta moderno sar rispetto a un favoloso passato di spontaneit e naturalezza appreso soltanto dai
libri; ma appunto per questo la sua inattuabilit ancora pi bruciante e drammatica, anche se gli offre
il privilegio di percorrere un futuro in cui lo scrittore dovr, con larte, destare immagini delle quali non
sia evidente la ragione, ma quasi nascosta, e tale chelle paiano accidentali, e non procurate dal poeta in
nessun modo.

-Mikrophonia e mezza filosofia: Isocrate vs Platone-

La posizione isocratea incarna il nucleo estetico centrale del Discorso sopra la poesia romantica.
Leopardi ora si rende conto che il modello antico non pu funzionare pi, perch venuta meno- gi
forse fin dalla latinit- la sfera pubblica, quello spazio in cui pu avere immediata e profonda efficacia
lazione- gesto o parola- delleroe. Politici e poeti sono divisi: chi governa non legge poemi. Nel sistema
antico, invece, la letteratura era uno spazio di mediazione, lo strumento di una contrattazione etico-
politica, e la sua immortalit le derivava proprio dalla sua efficacia nel commercio degli uomini. Nel
linguaggio si conciliavano natura e ragione, bello e vero, sensibilit e astrazione, poesia e filosofia. Ma
questo accadeva in un sistema in cui letteratura e filosofia erano orali, o molto vicine alloralit; prima,
cio, della svolta platonica. La filosofia di Socrate incarna il modello della mezza filosofia. In quanto
partecipava assai della natura, la filosofia di Socrate poteva e potr sempre non solo comparire, ma
infinitamente servire alla letteratura e poesia, e giover pur sempre agli uomini pi dellodierna. una
filosofia poco lontana da quello che la natura stessa insegna alluomo sociale. Oggi che la filosofia si
separata dal bello, e guarda a un vero scientifico celato ai mortali, condanna la poesia alloblio e la
morale allastrazione, e dunque alla barbarie. proprio, dunque, perch la voce delloratore non ha pi
potere sullimmediato che la scrittura non in gradi di durare e di tramandare i costumi degli uomini.
Da questo punto di vista la figura di Isocrate diventa davvero emblematica. Isocrate non solo,
allinterno della scuola socratica, lantagonista di Platone, ma alternativo a Platone proprio in quanto
rimane al di qua del passo che porter la filosofia a separarsi dal bello. Isocrate , in altri termini, un
mezzo filosofo ancora legato alla retorica e alla sofistica come arte del discorso eloquente e persuasivo.
E tuttavia gi interno a una cultura scritturale. Questa contraddizione riflette in modo sorprendente il
punto critico nel quale Leopardi si trova quando, consapevole di aver perduto la voce,lo scrittore si
chiede se una scrittura percepita e praticata come sostituto della voce possa ancora essere efficace. Il
destino di inattuabilit isocrateo pu riassumersi infatti in un tratto fondamentale, che tutti i suoi molti
biografi mettono quasi ossessivamente in luce: la sua mikrophonia, la sua voce debole.
Come poteva Giacomo non fare caso a queste parole, che raffiguravano in un antico il proprio stesso
ritratto? Un ritratto che per di pi Carlo Antici non si faceva scrupolo di riproporgli. Isocrate forniva
dunque a Leopardi lesempio antico di un letterato socratico, filosofo morale, anzi mezzo filosofo, con
ambizioni politiche ma ostacolato da un difetto fisico che lo costringe a scrivere anzich parlare. Tale
menomazione gli avrebbe fatto rinunciare alla vocazione se non avesse trasformato il difetto in uno
strumento che in quella medesima vocazione poteva essere la carta vincente, in un contesto politico che
stava allargando i propri confini: dalla polis allintera nazione greca, dai cittadini riuniti nellagora a un
pubblico di lettori lontani. Isocrate sceglie di rimanere chiuso tra le quattro mura della sua scuola, e di
rinunciare alla voce per dedicarsi alleducazione e allelevazione morale di tutta la grecit attraverso
unoratoria solamente scritta.
Devessere suonato a Giacomo stranamente simile al proprio il destino di un uomo segnato dal
contrasto tra un compito etico-politico e patriottico grandioso, e lisolamento forzato, dal quale tuttavia
fa risuonare altissima, nella scrittura, la propria debole voce. Isocrate non solo non riesce a declamare
egli stesso le proprie orazioni, ma se anche qualcuno gli prestasse la voce, quei testi, cos studiati,
precidi ed eleganti, concepiti insomma per la lettura, non riuscirebbero a muovere le folle. E tuttavia,
osserva Leopardi, le studiatissime, scritte e non recitate orazioni di Isocrate, indirizzate ai grandi del
mondo di allora, ebbero, al contrario dei fiumi di parole stampate allo stesso scopo nel Cinquecento, un
effetto quasi miracoloso, bench ritardato, su un lettore diverso ( il grande Alessandro) da quello per il
quale erano state pensate ( Filippo II).
Il ritardo nellefficacia del messaggio etico-politico il problema forse pi urgente di una modernit che
ha messo in crisi il concetto di opinione pubblica e in cui la stampa ha guadagnato un ruolo decisivo.
Mikrophonia e immortalit, isolamento e potere, rinuncia e ambizione, inattualit ed efficacia ritardata,
o addirittura postuma; sono queste, dunque, le coordinate entro le quali Leopardi ripensa, nellestate
del 1823 e poi durante la stesura delle Operette, la propria missione dello scrittore, che continua a
collocare, come gli aveva suggerito molti anni prima lo zio, ma in modi del tutto nuovi, nel solco
delloratoria antica, e nel nome di Isocrate. Che cos fosse lo conferma il fatto che le Operette hanno
come costante punto di riferimento, intellettuale e polemico, Platone, il filosofo antagonista di Isocrate
che aveva combattuto leloquenza, e aveva anzi fatto della sconfitta dei generi orali e del sistema
retorico antico la leva di un pensiero razionale moderno. Se con una mano, allora, Leopardi scrive,
contro Platone dialettico, un libro immoralista cui d il titolo ironico di Operette Morali, con laltra
mando, subito dopo, tornando, per cos dire, indietro rispetto a quellorizzonte speculativo e metafisico
traduce lantagonista Platone, il mezzo filosofo Isocrate, maestro di retorica e di stile, maestro non gi
di verit risolute e razionali, ma di mezze verit e di illusioni patriottiche. E alla traduzione d
esattamente lo stesso titolo di Operette morali. Isocrate, tornando a un socratismo pre-platonico, gli
mostra la via di una concordia tra natura e ragione, tra poesia e filosofia; la possibilit di uneloquenza
scritturale, che non pi discorso orale, ma non ancora ricerca filosofica scritta della verit;
uneloquenza nata al lume di lucerna e lontano dalle folle, ma che conserva un barlume di quel poetico
che incanta i sensi, e muove gli uomini per renderli migliori. Anche se in ritardo e a distanza.

-La concordia tra antico e moderno: un poeta scritturale-

Un testo lunghissimo e imponente nel cuore delle Operette, il Parini, affronta proprio il problema
dellefficacia della scrittura e della stampa su una scena sociale che non pi piccola e ristretta: la polis.
E nel Timandro, Eleandro pone allamico, e a se stesso, una domanda cruciale: Ma credete voi che i
libri possano giovare alla specie umana?. Per capire la portata di questa domanda ricordiamo
lintuizione fondamentale di Nietzche: Non c nessuna armonia prestabilita fra il progresso della
verit e il bene dellumanit. Il progresso della verit , per Leopardi, legato allo sviluppo della
scrittura e della stampa, che fissa indelebilmente sulla carta londeggiante e conciliatrice vitalit della
parola orale. Contro quella parola eloquente, cio, in sostanza, contro lintera tradizione poetica orale e
contro la sofistica, si era scagliato Platone nella Repubblica, mirando a fissare letica in una teorica, cio
in una intiera filosofia.
Giovano, invece, i libri destinati a muovere limmaginazione (sia in prosa che in versi). Il poetico in
senso lato quel residuo di oralit che sopravvissuta alla geometrica precisione della razionalit
moderna. il suo fascino irrazionale di una lingua che, nelle varie circostanze della vita, illude e
incanta i sensi, muove limmaginazione e dunque persuade di volta in volta al bene, o a ci che si
riconosce in quel momento come tale, fossanche unillusione. La Stael dice che la leva non pu essere la
filosofia intiera ( dalla sua prima versione platonica in gi, fino alla modernit), ma la poesia, o la
mezza filosofia, che sanno come innescare il motore della volont umana. Lo stile elaboratissimo, ma
non per questo meno semplice e naturale, di Isocrate era considerato nellantichit poetico grazie alle
sue numerose figure e allarmonia periodica del ritmo. Ma nello stesso tempo un poetico scritturale,
non concepito per la declamazione ma per la lettura, e dunque preciso, articolato, razionale, adatto a un
silenzioso e scolarizzato pubblico moderno.
Un periodo circolare, con un certo ritmo alquanto vicino al metro poetico, fatto piuttosto per la lettura
che per luso diretto. La prosa di Isocrate si avvale del metro poetico, ma lontanissima dalla poesia
orale. Ed proprio usando questo doppio passo che gli scritti di Isocrate riescono ad avere una grande
efficacia morale, sanno come muovere. Isocrate , come Leopardi ha riconosciuto subito, un autore
cerniera, da un lato letteratissimo e scritturale, anticipatore della corruzione latina e poi moderna;
dallaltro ancora vicino agli antichi prosatori semplici e naturali. La sua posizione intermedia concilia la
precisione intellettuale di una prosa ispirata a una ragione ormai adulta con la semplice armoniosa
bellezza della prosa. E Leopardi conclude chiedendosi come si possa fare per accordarli insieme. La
cosa difficile, ma non impossibile. Una lingua, massime come la nostra ( non cos la francese), pu
conservare o ripigliare le antiche qualit, ed assumere le moderne. Se gli scrittori saranno savi, ed
avranno vero giudizio, il mezzo di concordia questo.
in questo contesto, un ragionamento su come trovare il mezzo di concordia tra lingua antica( naturale,
semplice e poetica), e lingua moderna ( chiara, precisa e razionale), che viene introdotto il tema della
conciliazione tra letteratura e filosofia, e viene indicato in Socrate colui che per primo lha incarnata. Gli
scrittori savi, che hanno vero giudizio, devono dunque ispirarsi a Socrate.

-Le maschere di Giacomo: Filippo Ottonieri, Socrate, Isocrate-

Leopardi, nei Detti memorabili di Filippo Ottonieri, composti nel settembre del 1824, non a caso dopo il
Parini e un mese prima dellElogio degli uccelli, racconta la vita di un Socrate moderno, Filippo
Ottonieri. Egli, vi si dice, godeva di chiamarsi socratico, e il primo tratto che gli si attribuisce quello
della dialogicit orale. Come Socrate, infatti, Filippo non lascio scritta cosa alcuna di filosofia. Non solo.
Buona parte del primo capitolo riporta un discorso dello stesso Ottonieri su Socrate, nel quale egli
velatamente allude a s, tanto che difficile distinguere il punto in cui, finita la biografia del filosofo
ateniese, inizia di nuovo quella di Filippo, che attacca con un tratto indiscutibilmente socratico ( Non
lascio scritta cosa alcuna di filosofia), e si conclude sulla falsariga del Fedro. Notiamo per
unincongruenza. Il moderno Socrate leopardiano non solo non dialoga pi con gli artigiani, che hanno
ben altro da fare, ma nemmeno usa il metodo dialettico. La dialettica una tecnica fastidiosa, o, come
scrisse il Leopardi altrove, spinosa, che disturba bruscamente il piacevole compiacimento offerto dalla
formula o dallimmagine poetica; costringe il pensiero a sottrarsi allidentificazione emotiva con chi
parla, e lo invita ad astrarre, spezzando lincanto del linguaggio. Ottonieri viene meno al metodo
filosofico del Socrate platonico, il confronto dialettico, perch ritiene che, nelle mutate condizioni
storiche, legoismo da un lato e lincapacit di attendere e pazientare dallaltro lo abbiano reso
inservibile. Quanto al fisico, del Socrate platonico e storico viene richiamata la bruttezza tramandata
dalle fonti: il naso rincagnato, e il viso da satiro, una chiara allusione ai sileni e al satiro Marsia. Ma
mentre su questa bruttezza Leopardi fa perno per descrivere una personalit frustrata dal desiderio
non corrisposto, nel Simposio Alcibiade ricorda laspetto di Socrate solo per dare maggior risalto al suo
fascino: la fisicit di Socrate tuttaltro che in contrasto con la sua virt: egli valente guerriero,
coraggiosissimo e resistentissimo alla fatica. Allora, perch per Ottonieri, Socrate sciagurato
oltremodo nella forma del corpo? Se il Socrate storico rifiut di partecipare alla politica del suo tempo
fu per scelta, e non per impedimenti fisici che non aveva affatto. Indubbiamente c qui una torsione
autobiografica, che viene confermata dalla condizione di un uomo povero, rifiutato dallamore, poco
atti ai maneggi pubblici, il quale si pone per ozio a ragionare sottilmente delle azioni, dei costumi e
delle qualit dei suoi cittadini: nel che gli venne usata una certa ironia; come naturalmente doveva
accadere a chi si trovava impedito di aver parte, per cos dire, nella vita. Sembrerebbe la storia di
Giacomo immoralista, autore cio delle Operette morali.
Ma la somiglianza finisce qui; il seguito della biografia socratica di Ottonieri non coincide affatto con la
vita di Giacomo ( e neanche, in fondo, con la figura del Socrate platonico).
Dov la mansuetudine? E lironia riposata e dolce? Non certo nelle Operette morali. E, peggio ancora,
dov la celebrit che egli si venne guadagnando con questi medesimi ragionamenti? Questa, semmai,
era nei voti e nei progetti dello zio Carlo, quando esortava il nipote a non trascurare il corpo e larte di
un discorso facile ed interessante per non far pregiudizio alla celebrit di cui fare acquisto con le
meditazioni. Non sottovalutiamo linflusso del marchese per descrivere lesito degli studi filosofici di
Ottonieri. Soprattutto, non sottovalutiamo, nelle parole dello zio, linvito a sapere comunicare con
semplicit, interessando il pubblico e facendo pressione sullascoltatore. questa leredit che il
cattolicissimo Antici ricevette da una solida educazione classica e umanistica. come, quindi, se
Leopardi stesse attribuendo al Socrate alter ego del suo alter ego Filippo alcuni tratti che lo zio gli aveva
caldamente raccomandato di coltivare: mansuetudine, dolcezza, semplicit e animazione di un discorso
capace di interessare il pubblico.
Non un discorso dialettico, dunque, ma un discorso eloquente e suadente, che riesca ad appianare le
scabrosit. Non, allora, il fastidioso e implacabile Socrate platonico ( che dalla propria celebrit ricavo
solo una condanna a morte), ma un altro Socrate, pi ameno e alla portata di tutti.
Questa non certo una descrizione della filosofia alla maniera platonica, che , assai pi di quanto non
lo fosse quella originaria socratica, speculazione delle cose occulte; e nemmeno una descrizione delle
Operete morali. Potrebbe essere invece una descrizione di altre Operette morali, quelle di Isocrate,
oratore amabile di grande successo, certo meno arduo e speculativo di Platone.
Costruendo la figura di un Socrate moderno, Leopardi usa dunque tre modelli: per alcuni tratti il
Socrate storico e pre-platonico( che per lui rappresentava quella mezza filosofia, anteriore alla ragione
spiegata, che gi nel 1821 si era dato il compito di recuperare); se stesso per altri tratti ( soprattutto la
debolezza fisica), che coincidono per con quelli tradizionalmente attribuiti a Isocrate; infine alcune
caratteristiche solo isocratee. In questo gioco di maschere e di sovrapposizioni, il ritratto finale
appartiene al personaggio di un sapiente filosoficamente collocabile prima e dopo la dialettica platonica
( che Leopardi chiama filosofia intiera), ovvero mezzo filosofo. Non v dubbio, questa figura
ritagliata sul modello isocrateo pi che su quello socratico ( sia storico, sia, a maggior ragione, quello
platonico). Quanto allinclinazione a operare, frustrata dalle difficolt che glielo impedivano( difficolt
fisiche), fanno testo, oltre a quelli autobiografici isocratei, i brani sulla debolezza del fisico e la
timidezza del carattere.

-Lamico di Socrate: il finale del Fedro-

Per intendere invece il senso della scelta di intrattenersi favellando come passatempo preferito alla
filosofia stessa ( e a qualunque altra scelta o arte) dobbiamo rivolgerci al finale del Fedro platonico, che,
come si detto, viene evocato nella conclusione del primo capitolo dellOttonieri. Per un lettore appena
un po pi colto linvito a leggere ironicamente il testo sullo sfondo del modello esplicito. Del finale
del dialogo Leopardi riprende lidea che il filosofare sia essenzialmente un dialogare , e ne deduce,
come Platone, linadeguatezza dei libri, anche se Leopardi rovescia, forse per burla, il comportamento
di queste strane creature di carta, che nelloriginale non rispondono perch rimangono in silenzio;
nellimitazione , invece, perch parlano troppo. Ma c unaltra affinit, che dimostra come Leopardi
abbia meditato attentamente un testo assai poco limpido. La contrapposizione fondamentale , nel
Fedro, tra chi parla o scrive sulla base della conoscenza del vero, e chi parla o scrive senza aver prima
definito ogni cosa in se stessa. La distinzione cio tra filosofi dialettici, che nel dialogo cercano la
verit, e oratori, rapsodi o legislatori, che non mirano a insegnare, ma a persuadere. Riguardo alla
scrittura, si dice per che essa non pu essere strumento di ricerca della verit ( appunto perch
incapace di sostenere il gioco dialettico di domanda e risposta), ma solo strumento di rammemorazione,
a posteriori, di una verit che gi conosce. In questo senso, e solo in questo senso, la scrittura
ammessa, e anche raccomandabile: ma come gioco, passatempo di chi gi possiede la scienza delle cose
giuste, belle e buone, acquista attraverso la dialettica, e si diverte a richiamare alla memoria per se
stesso ci che gi sa.
Si noti che il termine mythologein proprio quello contro cui Platone si scaglia nella Repubblica, il
peccato di Omero. Ma qui riscattato dalla dimensione ludica di chi sa come stanno le cose, e si diverte
a parlarne o a scriverne solo per ozio, e per tenerle a mente. A costui, nonostante scriva, il Socrate
platonico d il nome di filosofo, o amante di sapienza. E il filosofo chi sa pi di quanto esprima con i
discorsi, siano essi orali o scritti. Chi riuscito a illuminare dialetticamente la verit delle cose, e poi
torna indietro, per comporre discorsi come passatempo. Ed ecco che, sorprendentemente, il dialogo si
chiude con levocazione di un giovane amico di Socrate. Questo amico Isocrate, il quale ha finora
superato tutti coloro che si sono occupati di discorsi, e sembra spinto da un impulso divino a cose
ancora pi grandi: giacch nellanimo delluomo c una certa filosofia, tio |iooo|io.
Tio |iooo|io unespressione ambigua. Pu voler dire che in Isocrate c, al contrario che negli altri
oratori e sofisti che mirano solo a persuadere, un qualcosa di autenticamente filosofico; ma anche che
non c la filosofia intiera. Alcuni commentatori sostengono infatti che la lode di Isocrate debba essere
intesa come un giudizio limitativo. un giovane promettente, ma non andr pi in l di cos. Le due
scuole, ricordiamolo, erano antagoniste e rivali: uno ( Isocrate) era di appena otto anni maggiore
dellaltro.
Daltra parte c anche chi sostiene che lelogio di Isocrate autentico, perch Platone in lui vedrebbe la
figura di un filosofo che, dopo essere giunto alla verit con la dialettica, scrive opere di persuasione.
Quale che sia la sua lettura del Fedro, Leopardi potrebbe averne tratto lo spunto per proporre
cripticamente, in un personaggio tra i pi autobiografici delle Operette morali, unalternativa al
platonismo, giocando su una parziale e burlesca identificazione della maschera di Ottonieri, con lo
scrittore-oratore nel quale Leopardi si era identificato: Isocrate. ( E il gioco delle sovrapposizioni aveva
una sua pregnanza numerologica, se nella finzione del Fedro Isocrate ha ventisei anni, esattamente let
di Leopardi nel 1824).