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Il fallimento del multiculturalismo

di Antonio Maglietta
maglietta@ragionpolitica.it

luned 18 ottobre 2010

Il cancelliere tedesco Angela Merkel, durante il congresso dei giovani di Cdu (Unione Cristiano Democratica) e Csu a Potsdam, ha affermato che il modello multiculturale in Germania totalmente fallito. Secondo la Merkel la Germania non ha mano d'opera qualificata e non pu fare a meno degli immigrati, ma questi si devono integrare e devono adottare la cultura e i valori tedeschi, compreso imparare la lingua. Il cancelliere tedesco sostiene che l'idea di vivere fianco a fianco in serenit fallito per un approccio iniziale sbagliato, spiegando che quando all'inizio degli anni Sessanta la Germania ha invitato i lavoratori stranieri a venire non si era immaginato che poi questi si sarebbero stabiliti, comprese le future generazioni, nel Paese. Ci siamo in parte presi in giro quando abbiamo detto "non rimarranno, prima o poi se ne andranno", ha continuato Angela Merkel, sottolineando per che tutti gli extracomunitari sono ancora graditi in Germania, anche perch essenziali in determinati ambiti lavorativi. Il fallimento tedesco certifica ancora una volta, se ancora ci fosse qualche dubbio, che il multiculturalismo un modello che divide e non unisce, che alimenta l'odio verso la diversit e non favorisce la tolleranza. Ma cosa il multiculturalismo? Si tratta di una politica volta a riconoscere e a tutelare l'identit culturale e linguistica delle varie componenti etniche presenti in un dato paese. Da dove nascono le criticit? Secondo il professor Giovanni Sartori, che ha saputo sintetizzare i fattori critici del multiculturalismo, la buona societ quella aperta e pluralistica fondata sulla tolleranza e sul riconoscimento del valore della diversit. Il multiculturalismo non una prosecuzione del pluralismo ma, al contrario, la sua negazione, poich non persegue un'integrazione differenziata, ma una disintegrazione multietnica. Il pluralismo difende ma contemporaneamente frena la diversit e richiede l'assimilazione, il multiculturalismo non fa che accentuare le diversit mediante politiche di riconoscimento. Mentre con l'affirmative action i principi del costituzionalismo liberale (governo della legge e generalit di questa) vengono rispettati, il multiculturalismo mina le basi della convivenza democratico-liberale. Questo secondo Sartori porta alla Bosnia e alla balcanizzazione (Giovanni Sartori, Pluralismo, multiculturalismo e estranei. Saggio sulla societ multietnica, Milano, 2002). Bisogna partire da un presupposto fondamentale per capire meglio. I paesi ricchi hanno da sempre bisogno di manodopera che alimenti la spinta produttiva di certi settori (agricoltura, edilizia, industria in senso stretto e, da ultimo, servizi per la cura della persona). Sempre pi spesso questo fabbisogno non riesce a trovare una risposta soddisfacente all'interno del mercato del lavoro nazionale ed ecco che la leva dell'immigrazione usata per rispondere a questa esigenza che nasce nel sistema economico e produttivo. Ovviamente l'immigrato non un robot che, terminato il lavoro, si spegne e si mette a posto nel ripostiglio. E' una persona che, al di fuori del working time, ha spesso una famiglia e

una vita sociale da vivere secondo usi e costumi propri del luogo da cui viene e una religione da professare. Ed qui, da questa banalissima considerazione, che nascono quasi tutte le problematiche riguardanti il fenomeno dell'immigrazione. Integrarsi significa adattarsi alla realt che si vive e compiere un processo attraverso il quale diventare parte integrante di un sistema sociale, aderendo ai valori che ne definiscono l'ordine normativo (definizione di integrazione sociale). Quindi, se integrarsi vuol dire aderire ai valori, stiamo parlando in primis di un processo tutto personale, che ovviamente investe tutto quello che in sociologia rientra nella definizione dei cosiddetti gruppi primari e secondari, ma che riguarda fondamentalmente la sfera della volont personale. La scuola, la famiglia, le istituzioni, magari anche l'ambiente di lavoro sono importanti nel processo di integrazione, ma l'aspetto fondamentale risiede nella volont dell'individuo di adattarsi ai valori del paese in cui vive. E' ovvio, poi, che siano fattori che non aiutano l'essere sottopagato, lavorare in nero e senza tutele, avere problemi con il processo di scolarizzazione dei figli, non riuscire a far vivere dignitosamente la propria famiglia con quello che si guadagna. Allora bisogna chiedersi se giusto usare la leva dell'immigrazione per alimentare i processi produttivi di alcuni settori dell'economia nazionale senza considerare le ricadute di quest'operazione e anche se siamo in grado di gestire al meglio questi fenomeni con gli strumenti fin qui conosciuti e i parametri fino ad ora adottati. Alcuni operatori del sistema economico e produttivo, che usano, talvolta impropriamente, la leva dell'immigrazione per rispondere a un proprio fabbisogno, senza curarsi minimamente delle ricadute complesse di questo loro semplice gesto, dovrebbero fare la loro parte e cio puntare il pi possibile sulla formazione professionale e l'innovazione tecnologica, rispettare di pi chi lavora e pagare il giusto senza mettere in concorrenza selvaggia gli autoctoni e gli stranieri. Le difficolt di alcuni processi sociali, come la convivenza e l'integrazione, unite a quelle di natura economica rappresentano il giusto carburante per alimentare tensioni nella societ. In tutto questo, il modello multiculturale, che prevede attraverso le politiche di riconoscimento di adattare il sistema all'esigenza particolare e non generale, porta all'esaltazione massima degli egoismi e alla disgregazione sociale. Il sistema dei valori di un paese non si pu deformare secondo le esigenze dell'economia che ha bisogno di manodopera a basso costo. Deve essere l'immigrato, con un percorso personale, certamente non facile, ad aderire ai valori che definiscono l'ordine normativo di un paese. E' lui che deve cambiare qualcosa nel suo modo di vivere e non il sistema che lo ospita. Solo cos si favorisce l'integrazione e si preserva la pace sociale.