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Essere nello spazio Dico le parole essere nello spazio e penso esattamente quello: essere nello spazio; non ho dei dubbi, n su quello che sto pensando n su come lo esprimo. Chi mi ascolta, invece, pu esitare; perch, in realt, le nostre parole navigano nelle ambiguit e i dubbi dei nostri interlocutori sono i loro segnali dincertezza, gli indicatori pi evidenti di come c un abisso fra la certezza del parlante e la sua espressione. Viviamo immersi in una lingua e nella sua cultura e questo vivere immersi ci fa credere come assoluto quanto in realt naturalmente relativo. La coscienza di quanto siamo inseriti dentro un sistema culturale, come in un mondo chiuso, deve essere una specie dinvito allesplorazione di altri mondi, un invito allavventura verso i territori di frontiera della mia cultura e della sua cristallizzazione nella mia lingua. La parola essere pu significare prima di tutto una cosa, un animale, la donna o luomo: Un povero essere che si muove nello spazio e nel tempo, un essere finito che cammina inesorabilmente verso la fine. Essere anche la sostanza, lintima natura che diciamo di tutto: Lessere finito delluomo nello spazio e nel tempo. Chiunque nellascoltare la parola essere pu pensare che forse colui che ha parlato abbia voluto dire latto di essere, latto secondo il quale qualcosa esiste con una natura propria, senza scendere ad altre determinazioni: essere un uomo e non una bestia. Oppure voleva forse indicare latto di esistere nello spazio, di vivere nello spazio. Forse ci voleva indicare, molto pi semplicemente, latto,

anche degli esseri inanimati, di stare nello spazio, di avere un volume, delle dimensioni, e, per tanto, di occupare uno spazio nello spazio. Anche la parola spazio ha una forte ambiguit, che va dal significare lestensione reale dove si vedono situate le cose, al vuoto fra le stesse cose, al silenzio fra le note musicali, al bianco fra le parole, allo spazio fra i banchi, alla coordinata contrapposta al tempo che ci definisce (diciamo di vivere nello spazio e nel tempo) ma che pu anche avere, curiosamente, il senso proprio del tempo perch diciamo anche Nello spazio di due giorni, Nello spazio di una vita. Posso rompere lambiguit della parola spazio dicendo semplicemente, per esempio: Nello spazio interplanetario, Nello spazio cosmico Quellessere esce dallastronave e passeggia per lo spazio. Ho scelto un titolo per questo intervento che dice: Essere nello spazio. Ma ancora non ho chiarito il senso che voglio dare a queste parole. E vorrei continuare a riflettere sullambiguit dando un piccolo (ma anche grande) passo verso linterculturalit. Colui che nato e vive nella lingua spagnola, che si muove nella molteplicit delle culture che in quella lingua si esprimono, come percepisce il titolo italiano? Se conosce sufficientemente bene questa lingua, lo percepir, come abbiamo cercato di chiarire fino ad ora, in tutta la sua ambiguit. Se la sua conoscenza della lingua italiana ancora ad uno stadio iniziale e, pur producendo delle parole e frasi pi o meno corrette in questa lingua, continua a pensarle nella sua lingua madre, percepir il titolo in una forma molto pi univoca cio come Ser en el espacio, per tanto nel senso essenzialmente filosofico, di compiere

(come unazione) la propria essenza nello spazio. Forse pu anche capire il titolo come formato da due sostantivi: Un ser (un ente) en el espacio; e di nuovo qui riappare lambiguit, anche in lingua spagnola, del sostantivo espacio. Io che parlo, sono, adesso, uno straniero, un forestiero, uno che arrivato da fuori non importa quanti anni fa, perch forestiero rimango, anche dopo pi di 40 anni, e anche se nel lunghissimo tempo di una vita mi sono trasformato in un altro tante volte. Oggi, forse, quasi non ricordo pi la mia gente, ed anche loro mi percepiscono, pu darsi, come un estraneo. E dopo avere vissuto quasi tutta la vita in un territorio culturale e linguistico misterioso, alieno, esotico, diverso che magari avevamo immaginato allinizio come fraterno, accogliente, negli anni, poco a poco, si sar scoperto alle volte ostile, altre incomprensibile, illogico ed altre anche affascinante; un territorio che potremmo chiamare in modi diversi ma che trova la migliore descrizione e definizione con il nome di Lo spazio della lingua italiana. Quel forestiero che sono, ormai forestiero per sempre e ovunque, pure nella pi profonda integrazione, mantiene quella sua natura sradicata e viene obbligato anche dalla natura delle cose a continuare ad essere cos, straniero senza pace n certezze, e per ci, con il passare degli anni, condannato a scoprire tante realt, tanti luoghi, prima inimmaginabili, posti strani, anche letterari o linguistici, che arricchiscono il suo essere, la sua capacit di vedere il mondo, di pensare il mondo, in uninsospettata profondit. Ho appena detto delle possibilit di scoprire mille angoli non immaginati in questo spazio che chiamo lo spazio della lingua italiana. Primo fra tutti, che questo spazio, contro ogni attesa e contro ogni apparenza, non uno spazio

continuo (non un continuum). Forse una vera grande scoperta che ogni spazio che da lontano viene percepito come ununit continua, una volta dentro, si scopre come un agglomerato di frammenti, un arcipelago formato da tante isole; isole che si vedono da lontano e che si possono raggiungere via mare, vero, ma sempre isole. Dovremmo adesso soffermarci sulla complessit delle infinite combinazioni di unit e frammentazioni. Ma andiamo avanti. Dopo tanti anni, quando si riflette sulla lingua di due o pi gruppi in rapporto (formino questi oppure no insieme uno spazio culturale pi o meno comune), uno si sente attirato non tanto dalla lingua delluno o dellaltro gruppo e dalla loro ambiguit, ma dallambiguit nel passaggio fra luna e laltra, dallambiguit di quello spazio, non posso non dirlo, di frontiera, che non n delluna n dellaltra. Sto pensando a uno spazio di frontiera, a uno spazio nuovo, inesistente senza la diversit, senza il diverso, senza lo strano, senza il forestiero, spazio che ci si apre davanti agli occhi come allimprovviso si squarcia la nebbia e ci presenta nuove strade invitandoci ad avere il coraggio di percorrerle. Un luogo che sorge dalla nebbia, pur essendo un luogo scuro, scivoloso, che non esiste se non sul difficilissimo equilibrio di una linea, la linea di frontiera. uno spazio non-spazio, dove non si parla la lingua di una parte e neanche quella dellaltro lato anche se ci si sforza di parlare tutte due. Continuo con la metafora e mi domando: pu diventare, quella linea, uno spazio impossibile ma abitabile? Una vita sulla linea una nuova, straordinaria utopia che lindividuo pu sognare e realizzare, ma mai il gruppo.

A questo spazio utopico personale si arriva dopo tanti anni trascorsi in una specie di continua oscillazione, intimissima, in cui si cerca di capire, di spiegare, si prova a mediare, a congiungere, a scoprire nuovi angoli oscuri, che sono anonimamente chiari per chi vive al centro. Il problema, da questo lato o dallaltro, non quel che si pensa o, pi spesso, quel che si crede di pensare, ma quel che si dice. Molte realt si possono dire in una lingua; altre nellaltra. Ma quello che chiamo il luogo di frontiera, perfino mentre lo guardo, non lo posso dire n nelluna n nellaltra. La scoperta della frontiera unesperienza che ci arriva prima della lingua. Quando dovetti dare il titolo di questintervento, Essere nello spazio, mi fu detto che era troppo ambiguo, che non si capiva, che forse era opportuno chiarire Ma proprio lambiguit, loscurit, che ci spinge verso la ricerca, verso la scoperta e lo sforzo espressivo, verso la pi attenta e precisa articolazione della nostra lingua personale. Il senso del titolo, lunico senso che ora minteressa quello dellazione, di quel modo di occupare uno spazio che abbiamo gli esseri materiali, quello stare nello spazio (estar en el espacio si dice in spagnolo univocamente e non ser en el espacio) con le nostre tre dimensioni misurabili. In spagnolo si dice estar en el espacio, ocupar un espacio, hacer bulto 1, caber o no caber.

L. Franciosini Florentn, in Vocabolario espaol-italiano, ahora nuovamente sacado a luz () 1920: Bulto, ingombro, cio tutto quello che coperto o turato fa corpo e non si conosce quello che , come quando uno porta qualche cosa grande sotto il ferraiolo, i corti di vista dicono vedere delle cose il bolto, cio quellingombro. Nel Diccionario de Autoridades, 1726, Bulto, todo aquello che hace cuerpo y no se distingue lo que es, o por estar cubierto con alguna cosa o por estar muy distante. Le prime due accezioni di bulto in Real Accademia Espaola, Diccionario de la lengua Espaola, 2001, sono: 1. Volumen o tamao de cualquier cosa. 2. m. Cuerpo indistinguible por la distancia, por falta de luz o por estar cubierto.

In latino, spatium-ii, fra altri significati aveva quello di estensione, intervallo, distanza fra due punti, ma anche, e questa nozione cinteressa di pi, luogo che occupa una cosa. Nel primo dizionario della lingua spagnola (Spagnolo-Latino), espacio definito come de tiempo o lugar e tradotto in latino come intervallum, intercapedo, e cio, interruzione, sospensione2. La radice latina di quel caber spagnolo che sembra essere la chiave della comprensione dellazione di cui cerchiamo di parlare il verbo capio, capire, cepi, ceptum, con il senso di prendere, conquistare ed in senso passivo essere sedotto; in spagnolo capio vale anche abarcar, contener. Il capio latino significava oltre che prendere impadronirsi, conquistare, catturare, abbracciare, cingere, concepire. Questo verbo latino porta con s e trasmette alle nostre lingue il senso dello spazio (penetrare materialmente nello spazio, occuparlo) e il senso del comprendere intellettualmente, penetrare e occupare, capire, la cosa. Il caber spagnolo (capere latino) modernamente viene tradotto in italiano con entrarci ed starci3 che a loro volta vengono tradotti in spagnolo non con caber ma con entrar ed estar. anche molto interessante osservare nei dizionari spagnolo-italiano moderni come un termine semplicissimo in una cultura, com caber in spagnolo, possa creare grandi problemi in unaltra sorella, affine4. Ma non era cos anticamente n cos oggi nelle lingue locali presenti nella penisola italica. Cristbal de las Casas, nel 1570, d come unica

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Antonio de Nebrija, [Vocabulario espaol-latino], 1495 (). Tam Laura, Spagnolo-Italiano Italiano Spagnolo, Hoepli, Milano, 2009 (3 ed). 4 Caber nel dizionario on-line di Fiscali viene tradotto con entrare, nascondersi, partecipare, accordarsi, adattarsi.

traduzione di caber litaliano capere5, mentre, qualche anno dopo, Girolamo Vittori, pi attento alle difficolt dellesercizio traduttivo, si sofferma su alcuni esempi chiarificatori delle difficolt: Cabe algo en lugar () poter stare in un luogo o potervi esser compreso o potervi capire, mentre Franciosini ancora usa il verbo capire con il senso di capacit: Caber algo en lugar: capire o entrare in un luogo6. Ho appena detto che lo spagnolo caber corrisponde in italiano allarcaico capere, avere la possibilit di essere in un luogo, essere contenuto, derivato dal latino capere, prendere. Questa forma viva in molte delle lingue locali della penisola, e da dei derivati anche nellitaliano colto doggi: capace, capacit, capente, capienza Lanno 1611, Sebastin de Covarrubias, nel suo Tesoro de la lengua castellana, fa derivare espacio dal nombre latino spatium, capedo,

intervallum, que vale lugar [...] tambin significa el intervalo de tiempo. Successivamente i dizionari spagnoli privilegiano il concetto di espacio come capacit. E cos, nel Diccionario de Autoridades de 1732, espacio: capacidad, anchura, longitud o latitud de terreno, lugar, sitio u campo e nel recente Diccionario de la Real Academia Espaola, 2001, le prime due accezioni di espacio sono: 1. Extensin que contiene toda la materia existente, 2. Parte que ocupa cada objeto sensible.

Cristbal de las Casas, Vocabulario de las dos lenguas toscana y castellana, 1570. Anche nel Vocabolario della Crusca, 1621, troviamo che capere vuole dire aver luogo, esser capace e la sua variante capireaggiunge alla fine: Diciamo anche CAPIRE, ma per lo pi in significato di comprender con lo ntelletto. 6 Girolamo Vittori, Tesoro de las tres lenguas francesa, italiana y espaola () 1609; L. Franciosini Florentn, Vocabolario espaol-italiano, ahora nuovamente sacado a luz () 1920.

Abbandoniamo per un istante i dizionari e guardiamo la lingua nel suo legame con la cultura, con il nostro vivere in uno spazio materiale e culturale. Come esseri fatti di materia ci muoviamo nello spazio ed abbiamo bisogno che si sposti con noi quando ci moviamo. Una delle esperienze pi inattese di chi va dal suo mondo ad un altro, dalla sua cultura ad unaltra la percezione che qualche cosa di strano stia succedendo: gli altri si muovono nello spazio in un modo nuovo, sorprendente, ed io non li so imitare del tutto. Ed ogni tanto dei imbarazzanti malintesi mi dicono che gli altri si aspettavano da me un diverso comportamento oppure che io mi aspettavo da uno di loro un gesto diverso che non arrivato. E non sto parlando, sia chiaro (sarebbe troppo semplice) di forme comportamentali legate alleducazione, imparate, studiate, ma di quelle forme non studiate, mai esplicite, che sono cos in questo mondo culturale, che sono cos e non possono essere in altro modo, ma che, soprattutto, non si mettono in discussione, perch si percepiscono dal gruppo come naturali, indiscutibili: come sto sulla metropolitana quando viaggio da solo? Come parlo, con quale tono di voce, nei mezzi pubblici? Ed a casa mia? Come parlo quando sono con gli altri in un autobus? Qual il gesto del viso che gli altri si aspettano da me in ogni circostanza? Di solito, qual il mio atteggiamento quando incrocio uno sconosciuto per le scale di casa o nei marciapiedi? E come e dove mi fermo, se devo farlo, in un luogo pubblico dove altri sono di passaggio? Mi devo porre, per esempio degli interrogativi su delle cose prima inquestionabili: dove finisce il mio corpo? Dove inizia il corpo dellaltro? Una

risposta secca (p.e., a un centimetro della mia o della tua pelle) quantomeno profondamente insoddisfacente. Perch se sono in un luogo affollato (al chiuso o allaperto, non importa) non ho problemi ad accettare che altre persone si stringano a me, con tutto il fastidio che questo possa supporre; mentre se sono in una sala dattesa vuota trovo insopportabile che un nuovo arrivato, dopo avere costatato che ci sono pi di 20 sedie vuote, venga a sedersi, in silenzio, proprio accanto a me:
Cosa vuole questo? Perch si seduto proprio vicino a me?

Ho detto in silenzio perch tutto cambia se, semplicemente, il nuovo arrivato mi rivolge una domanda e si accomoda in quella sedia accanto a me, per proseguire nella breve conversazione con gesti di benevolenza. Il mio corpo finisce in un modo variabile, nella mia pelle, a pochi centimetri, a un metro, a venti metri di distanza. Questa visione dei corpi nello spazio e questa visione dello spazio, tanto ambiguo di per s, non uguale in tutte le lingue e in tutte le culture. Questambiguit e difficolt di definizione e di comprensione ci appare anche nella lingua frequentemente molto ricca di sfumature per descrivere il rapporto, anche materiale, di due esseri umani.. Come percepisce, sente, immagina lio il proprio corpo? Ma anche come lio vede (o non vede) il corpo del tu? Esiste, nel mondo italiano, il corpo del tu? Esiste nello stesso modo in cui esiste nel mondo spagnolo? E non sto pensando a delle situazioni in cui possiamo parlare di educazione o maleducazione ma di comportamenti spontanei di tutti (o quasi tutti) senza che ci sia unimmediata riflessione del gruppo su cosa non va, o cosa, in simili situazioni, si pu

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migliorare. Linnata allergia alle file, cio al rispetto di un naturale ordine di precedenza secondo una regola (p.e.: lordine di arrivo) pu essere una chiara risposta alla domanda Ma esiste il corpo del tu?. Naturalmente, per sopravvivere, tutti i forestieri, poco a poco imparano e si adattano ai comportamenti culturali del gruppo indigeno. Spesso senza arrivare ad una simbiosi totale. Molto importante dunque la memoria dei primi tempi del contatto e la scoperta; questo perch in quei primi tempi che abbiamo la sensibilit di percepire le differenze, anche le differenze minime, che sono quelle che pi ci spiegano come le nostre culture e visioni della vita sono diverse; e per tanto, sono anche quelle che ci dicono come il mondo ricco e vario, e come nulla uguale e monotono dappertutto ma, al contrario, tutto, guardato con occhi attenti e intelligenti fonte di nuove conoscenze. Come funziona in due culture sorelle il problema dei corpi, alle volte numerosi, che entrano in uno spazio, sostano in esso e poi escono da quello spazio in momenti differenti, quando non c un solo ingresso e una sola uscita e non c un ordine di entrata e di uscita ma tutto affidato un poco al caso? In una situazione frequente nelle grandi citt, nei mezzi pubblici, davanti alla scontata domanda
Scende alla prossima?

Le prime volte uno spagnolo non capisce. Ricordo il mio turbamento ed il mio moto dincomprensione. Non capivo lintenzione di chi mi faceva, allimprovviso, questa domanda e la sentivo anche un poco aggressiva:

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Perch questo sconosciuto vuole sapere se io scendo alla prossima fermata oppure no? Perch invece di domandarmi quali sono le mie intenzioni no mi dice, educatamente, quali sono le sue? O, meglio ancora, se mi deve chiedere qualcosa perch non me lo chiede direttamente e con garbo invece di menare il can per laia.

Ripeto, quello che a mio parere davvero interessante non come si comportano italiani e spagnoli in queste ed altre circostanze, e meno ancora se uno dei due comportamenti da preferire allaltro, ma il fatto che, nei primi tempi (prima dimparare) io sentissi questa situazione come fastidiosa. Ancora oggi a momenti provo fastidio se mi si domanda se scendo alla prossima quando il mio interlocutore pu risolvere il suo problema in silenzio facendo un passo in pi ed aggirando lostacolo, che sarei io. C una sottile soddisfazione in chi fa questa domanda, Scende alla prossima?, se ottiene come risposta un prego accompagnato da uno spostamento del corpo dellinterlocutore. Problemi simili, di diversit culturali e di diversa percezione della realt, si pongono in situazioni dove ci dovrebbe essere un ordine di precedenza, dove si dovrebbe essere una fila. Mentre sono in attesa, cosa indica la mia posizione? Lo spazio, certo, perch chiaramente io ho il mio spazio, laltro ne ha un altro e cambia se arrivato prima o dopo di me (ancora il binomio spazio-tempo!). Bene, alcuni non capiscono limportanza di questi spazi, di rispettarli, di attenersi a queste frontiere invisibili ma importantissime. Eppure, siccome queste frontiere non sono muri, non esistono materialmente, non tutti le percepiamo nello stesso modo e negli stessi luoghi. Eppure queste linee, queste frontiere, spesso ci salvano dagli scontri, mitigano laggressivit, ci rasserenano (a ognuno il suo territorio!). Insisto che non do giudizi a favore o contro una delle parti. Sono indifferente ai valori e minteressano solo le differenze culturali in s, in quanto ricchezza.

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Minteressa anche la presa di coscienza di quanto quello che puramente innato culturalmente (perch ricevuto implicitamente dai genitori e dalla societ) sia allo stesso tempo relativo (relativismo!) ed anche, spesso, essenziale nella mia visione del mondo e inquestionabile. La differenza fra culture si vede riflessa sempre nella lingua. In italiano e in spagnolo sopravvivono le tre persone latine: prima (io, yo), seconda (tu, t) e terza (egli, l), questultima con le stesse complessit di genere, e lo stesso possibile valore di una seconda persona nelluso deferente che il latino non conosceva (Lei, usted). Le tre persone secondo la funzione che hanno nellinterloquire (lio parla, il tu ascolta, e legli loggetto della conversazione), si propongono con identiche funzioni nel plurale (noi, nosotros; voi, vosotros; loro, ellos). La lingua latina quando parlava di spazio (e anche di tempo) nei dimostrativi o negli avverbi di luogo manteneva tre forme diverse riferite alla prima, alla seconda e alla terza persona:
hic, haec, hoc iste, ista, istud ille, illa illud

Il primo, che indicava qualcosa situata nello spazio dellio ha in italiano e in spagnolo rispettivamente questo/a e este/a/o. Il terzo, nello stesso modo riferito allo spazio della terza persona ha in italiano e in spagnolo rispettivamente quello/a e aquel/aquella/aquello. Mentre il secondo, e cio lindicatore dello spazio del tu (in latino iste, in spagnolo ese) ha perso in italiano la possibilit di essere indicato in quanto tale. Il tu, in italiano rimasto senza il suo spazio7. Che
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Normalmente si fa riferimento a un codesto locale e in disuso nella lingua italiana; p.e.: Laggettivo-pronome italiano codesto ancora riscontrabile nel toscano e nel linguaggio scritto burocratico e commerciale, ma tende a sparire negli altri usi, anche letterari, della nostra lingua, sostituito, a seconda dei casi da questo o da quello, L. Stupazzini, G.P. Benedetti, Stilus

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questa quasi trasparenza del tu non sia un caso nella lingua e nella cultura italiana lo vediamo nello stesso fenomeno di scomparsa quando guardiamo gli avverbi di luogo: hic corrisponde allitaliano qui (qui, dove abito io) e allo spagnolo aqu (aqu, donde estoy yo); illic corrisponde allitaliano l (l, dove lei seduta) e allo spagnolo all (all donde est ella). Il latino istic trova in spagnolo in corrispettivo ah (ah, donde t ests sentado) come avverbio di luogo che indica lo spazio del tu. Ma in italiano si perso e forse non un caso che venga sostituito con un oggettivo l di terza persona (l, dove siedi tu). La lingua in questo caso non ci fa vedere, o ci fa vedere la realt in un modo diverso. E diventa cultura diversa dallaltra.

Francisco J. Lobera Serrano

Romanus, Zanichelli, Bologna, 2005, p. 102.