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Il coraggio della consapevolezza

CORRADO PENSA

La psicologia insegna che la madre saggia colei che cura, sostiene e protegge il suo bambino da una parte, mentre pronta, daltro canto, a dargli fiducia. In questo modo, sentendosi rassicurato, il bambino impara a stare volentieri anche da solo e sviluppa interesse per esplorare ci che non conosce.

A me sembra utile chiedersi quale pu essere nel cammino spirituale un equivalente della madre saggia, ossia un qualcosa che, sostenendoci intelligentemente, ci permette di avanzare con fiducia e coraggio.

Io credo che tale equivalente ci che potremmo chiamare la base della pratica ed rappresentato da un insieme di cose, o meglio di condizioni, per usare il linguaggio dharmico, condizioni che, appunto, sostengono e sospingono. Vediamo di passarle brevemente in rassegna.

a) In primo luogo ricordiamo tutto ci che sangha e dunque gruppi di pratica, insegnanti, monasteri e monaci, centri urbani di Dharma, centri di ritiro. Lelemento chiave arrivare a sentire tutte o alcune di queste condizioni come familiari e affidabili. Il meditante che per un attimo si commuove rimettendo piede in un luogo di ritiro, che in passato fu propizio a unapertura del cuore, percepisce una sorta di calore e di affidabilit. Consideriamo inoltre la contentezza che possiamo avvertire allorch ci affacciamo in un posto dove siamo soliti praticare in gruppo: quella contentezza una forma implicita e per niente superficiale di presa di rifugio nel sangha. E sempre nel sangha io includerei la tradizione grazie alla quale ci sono pervenuti attraverso i secoli gli insegnamenti che seguiamo. La gratitudine verso la tradizione unaltra forma di presa di rifugio nel sangha.

b) Naturalmente far parte della base della pratica una buona comprensione delle dottrine essenziali del Dharma, a cominciare dallinsegnamento circa le quattro verit fondamentali. Qui non si parla di una realizzazione profonda di tali dottrine, n, daltra parte, di una conoscenza erudita. Intendiamo piuttosto lo sviluppo di un certo interesse e di un certo gusto a riflettervi, aiutandosi con lascolto e lo studio del Dharma. Anche qui la chiave importante quel certo senso di familiarit e di fiducia che pu nascere da questo tipo di riflessione.

c) Una sincera attrazione per la sfera delletica e della sua coltivazione, con tutte le difficolt che ci comporta, dato che il mondo, oggi come ieri, sempre andato in direzione opposta a una vita virtuosa. E

ci in modi grossolani o molto sottili. Ora unetica che tende sempre pi a farsi sensibilit, a farsi impegno via via meno fragile e pi tranquillo alimenta anchessa un agio e una fiducia materne.

d) La pratica formale di calma concentrata nel suo aspetto pi diffuso in questa tradizione, ovvero lattenzione al respiro o ad altra sensazione fisica rilevante, alimenta col tempo una forza, unenergia che importante per diverse ragioni. Tra esse spiccano, ancora una volta, la serenit e la fiducia che vengono al seguito di una mente pi unificata. Notiamo che la pratica di calma concentrata per riuscire soddisfacente e fruttuosa dovr essere intrinsecamente condizionata da a), b) e c).

e) Personalmente apprezzo molto, accanto alla pratica formale di raccoglimento sul respiro, una modalit di raccoglimento di tipo pi informale che per molti si rivela strumento eccellente di lavoro interiore: la pratica della metta (benevolenza) in azione, ossia evocata il pi possibile nel fitto della vita quotidiana. Essa pure, col tempo, produce una sensazione di fondo, assai netta, di sostegno. Chi ha dimestichezza con questa pratica sa che anchessa procede per fasi: fasi difficili, fasi agevoli. Un giorno pu sembrarci che la metta ormai abbia preso fissa dimora in noi, il giorno dopo abbiamo quasi limpressione di non averla mai praticata, tanto si fatta ardua.

Questi cinque punti configurano una versione di ci che abbiamo chiamato la base della pratica. Superfluo dire che possono esserci versioni differenti da questa, a seconda del lignaggio di pratica che uno segue e dalle inclinazioni spirituali dellindividuo. Limportante che linsieme degli ingredienti riescano a compaginarsi in una base, in un fondamento nutriente capace di sostenerci maternamente.

Ora questo fondamento sembra imprescindibile per i pi a causa di una ragione molto precisa, che questa: praticare davvero la consapevolezza e dunque esercitarla a tutto campo significa avventurarsi in un territorio in larga parte ignoto, anche se ci appare familiare.

Per esempio, sappiamo bene che talora ci coglie quel tale astio sordo. Dunque, roba risaputa. Tuttavia, in realt non ci siamo mai seduti dentro lastio in silenzio ad ascoltarne la pulsazione e, probabilmente, non abbiamo alcuna intenzione di farlo, malgrado i nostri interessi spirituali. Ecco la terra incognita e la paura di attraversarla.

La vasta capacit intrinseca al nostro cuore - annota Ajahn Munindo - ha gi in se stessa tutto quello che cerchiamo. Il problema che noi preferiamo non affrontare la paura di entrare in una realt pi ampia 1.

In breve il punto sembra esser questo: per potere aprirsi di pi (molto di pi) alla realt, per imparare a entrare in intimit col movimento della mente e della vita, abbiamo bisogno di lasciare andare una contrazione fondamentale, quella contrazione chiamata anche io-mio. Lincessante pensare per pensare, il

nostro profondo attaccamento al discorrere mentale , in effetto, un continuo fasciarci, coprirci, chiuderci. Infatti, cos facendo, noi dipingiamo e definiamo la realt in termini noti e abituali, poco conta se negativamente o positivamente.

Lenormit, il fatto sconcertante che la pratica pian piano ci rivela che noi, per lo pi, siamo ben poco in contatto con le cose cos come sono. E ci perch la contrazione fondamentale dellio-mio ci preclude la realt. Questa sorta di paralisi ci porta a una radicale incapacit di ascolto ovvero di consapevolezza.Sicch piuttosto che alimentarci dellascolto diretto (di cose, situazioni, persone) noi ci nutriamo, piuttosto, di giudizi, concetti, reazioni espresse prima e durante lascolto, ascolto che finisce cos per aver luogo ben di rado. E il nostro spazio del cuore, potenzialmente assai vasto, non pu che restringersi e contrarsi.

Il pensare incessante e ripetitivo interferisce con la capacit di connetterci con il nostro mondo. Isolati dentro le nostre teste, aspiriamo acutamente a quella connessione dalla quale il nostro pensare ci tiene lontani Pu essere una scoperta non da poco quella di accorgersi che tanta parte del nostro pensare noiosa, ripetitiva e irrilevante e che, oltre a ci, ci isola e ci taglia fuori proprio da quel sentimento di connessione che tanto apprezziamo 2.

Del nostro continuo raccontarci e giudicare la realt senza ascoltarla fa parte organicamente la compulsione a controllarla il pi possibile di modo che essa ci appaia cos come ce la raccontiamo, come vogliamo che sia e come siamo saldamente abituati a raccontarcela e a volerla. E dunque, per esempio, lindugiare frequente in pensieri circa il futuro spesso un tentativo di esorcizzare limprevisto, di cercare sicurezze di vario genere, di disporre e ridisporre le cose per far fronte allindistinto, allignoto.

E cos pure -altro esempio abbastanza evidente di controllo- quando rimuginiamo ci che vorremmo dire a quel tale o ci che gli avremmo voluto dire, di nuovo siamo preda della coazione a controllare, di nuovo rifiutiamo lascolto di ci che : in questo caso rabbia, paura e simili. Da notare che queste strategie di controllo e diversione sono diventate talmente abituali da apparirci come la pi innocua normalit. Per questa ragione, se vogliamo lavorare su tutto ci, abbiamo bisogno di una pratica che diventi per lo meno altrettanto normale.

Ma perch la pratica possa cominciare a intaccare questo groviglio cruciale capire ci che efficacemente sottolineava pocanzi Epstein, vale a dire che lincessante controllare e proliferare mentalmente ha come risultato pi cospicuo quello di isolarci, alienarci, separarci e dunque di addolorarci. Attaccati a come vorremmo che la realt sia, non entriamo in contatto con la realt e soffriamo.

Solo se cominciamo a comprendere questa contraddizione potr sorriderci la prospettiva di apprendere larte del lasciare andare la compulsione al controllo e alla proliferazione mentale.

Ci comporter di mettere in discussione tutto il peso e la densit che siamo abituati a dare alle nostre conclusioni, opinioni, giudizi; tutto il potere che conferiamo alle nostre percezioni, pur sapendo che sono spesso sbagliate; tutta lautorit che impartiamo alle nostre emozioni.

Tuttavia tale messa in questione pu aver luogo soltanto se cambia musica e solo se ci ritroviamo sempre pi a dare il potere alla consapevolezza, invece di identificarci meccanicamente con lavversione, lattaccamento, la paura, con labitudine a controllare e a evocare il noto. Ma perch la consapevolezza possa decollare sar necessaria - almeno per la grande maggioranza dei cercatori interiori - la madre saggia, ossia quella base spirituale affidabile e calda che dicevamo.

Cos sorretta, la consapevolezza potr osare esplorare, a cominciare dai nodi del cuore. Infatti, come gi si diceva, noi non vogliamo contemplare in silenzio la nostra rabbia, anche se il progetto ci affascina e lo raccomandiamo in giro. Piuttosto, noi vogliamo parlare nella rabbia, vogliamo pensare e immaginare nella rabbia, anche se tutto ci che diciamo prevedibile. Anzi, importante proprio perch prevedibile, ripetitivo, noto, abituale. In questa maniera noi non incontriamo mai davvero la rabbia. Al contrario, ne rimaniamo separati da quella barriera proliferante alla quale siamo cos attaccati.

Riepilogando: se, grazie a quella madre saggia che la base della pratica, nasce in noi il coraggio della consapevolezza, ci accorgiamo anzitutto della costante contrazione di vita nella quale ci muoviamo e, inoltre, tocchiamo con mano che le numerose strategie di controllo e di diversione alle quali si ricorre sono fallimentari e hanno come unico effetto quello di aumentare la contrazione.

Gi questa prima intuizione (in genere gradualissima) comincia a indebolire la contrazione fondamentale. un po come trasalire al rendersi conto di un grosso errore che siamo venuti facendo per molto tempo. Quindi la consapevolezza, vedendo la fecondit del lasciare andare, mossa da ulteriore fiducia e coraggio e prende a muoversi oltre quella resistenza che ci separa e ci divide. Questa la vera capacit di consapevolezza intima, ossia la capacit di riposare in silenzio attento e, in qualche modo, affettuoso, dentro la paura o qualsiasi altro moto mentale. Ecco allora che la separazione-alienazione cronica da ci che accade, la barriera giudicante-proliferante-controllante prende a dare segni di scioglimento. E questo evento - che non soltanto lento e graduale ma anche travagliato e punteggiato da ricadute - evidentemente carico di conseguenze.

Alcune che mi sembrano di grande rilievo sono le seguenti. Anzitutto intimit e comunione sia con lo spiacevole sia con il piacevole significa cominciare veramente a capire e gustare la vita nel presente in spirito di connessione. Ancora molto incisivo Epstein:

Allorch siamo afflitti da sensi di indegnit facile sentirsi manchevoli e vedere nellamore di unaltra persona lunica possibilit di soluzione per il nostro disagio. La meditazione tende a operare in direzione contraria rispetto a questa conclusione di manchevolezza, lavorando a restaurare la capacit di connessione dallinterno Nel far ci la meditazione mette in questione ci che nella nostra cultura si d per scontato e cio che la connessione pu avvenire solo in virt di un altro. Nella visione buddhista la connessione gi presente. Noi non siamo separati e distinti come pensiamo di essere. La connessione il nostro stato naturale: dobbiamo solo imparare a permettercelo 3.

Intimit significa, inoltre, lasciare andare, abbandonare la resistenza cronica (di cui fa parte la mente cronicamente giudicante) e approdare a un maggior agio.

Infine intimit significa comprensione pi profonda.

E dunque se comprendiamo pi profondamente ci che non salutare, ci che causa sofferenza - per esempio abitudini, atteggiamenti, attivit - tutto ci destinato ad attenuarsi e talora, suscitando grande felicit, a finire.

Daltra parte, se comprendiamo sempre pi nettamente ci che salutare, ovvero tutto quanto contribuisce al bene, questa comprensione ci indurr a una memorabile conversione del cuore.

Unultima annotazione. Questo scritto ha suggerito in vario modo come la consapevolezza vada suonata sempre in accordo armonico con il silenzio interiore, lintimit, laccettazione, labbandono, il lasciare andare. Vorremmo sottolineare questa cosa ancora una volta, data la sua grande rilevanza per un corretto intendimento della pratica.

In proposito, ricordiamo il lapidario "Losservatore losservato" di Krishnamurti 4. Che vuol dire? Se per esempio osserviamo la paura, se dunque losservato la paura e se noi la osserviamo col desiderio che se ne vada, con fastidio e giudizio nei nostri confronti, allora quella mente che osserva la paura si rivela della medesima stoffa della paura, ha lo stesso sentire, la stessa logica, la paura. Dunque losservatore losservato, losservatore della paura il censore impaurito e irritato. Siamo evidentemente agli antipodi della consapevolezza non giudicante.

Ma quando invece la consapevolezza permeata di silenzio e di abbandono, come se entrasse in scena un livello del tutto differente, nel quale c una liberante percezione che il dolore sia nellosservatoregiudice, sia nella paura osservata-censurata. E allorch questa percezione non pi un fatto episodico, bens una naturale occorrenza, questo segno che la consapevolezza, ben sostenuta dalla madre saggia, sta fiorendo dentro di noi.

NOTE

1. Ajahn Munindo, The Gift of Well-being, River Publications, Harnham, Gran Bretagna, 1998, p. 68. Trad. nostra.

2. M. Epstein, Going to pieces without falling apart. A Buddhist perspective on wholeness, New York 1998, pp. 58-9. Trad. nostra.

3. Ivi, p. 75.

4. un tema che attraversa tutta lopera di Krishnamurti. Abbondanti riferimenti nei voll. 15 e 16 dei Collected Works. In italiano si pu vedere la recente antologia: Krishnamurti, Libert totale, Ubaldini Editore, Roma 1998, pp. 247-8.

Da: http://digilander.libero.it/Ameco/sati983/corrado.htm

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