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Bankenstein revisited, dal baratto al baratro

di Marco Bollettino

Capitolo 1: La creazione della moneta

Per generazioni la gente del villaggio si era scambiata i beni attraverso il meccanismo del
baratto. Alcune famiglie riuscivano a mantenersi producendo internamente tutto ciò che serviva
al proprio sostentamento mentre altre si specializzavano nella produzione di un singolo bene e
poi scambiavano le eccedenze per procurarsi tutto ciò di cui avevano bisogno.

Il mercato del villaggio era sempre chiassoso ed allegro. La gente annunciava a gran voce le
proprie merci e la giornata trascorreva veloce mentre le famiglie scambiavano tra di loro ogni
cosa, grano, frutta, animali d'allevamento, legna, etc.

Un osservatore esterno si sarebbe divertito parecchio ad osservare gli scambi e cercare di


indovinare chi avesse guadagnato e chi perso, ma probabilmente si sarebbe trovato in una
situazione di estrema difficoltà. Quando lo scambio avveniva, infatti, sembrava che entrambe le
parti fossero contente, sia che avessero dato via della legna per del grano, che viceversa.

Il mercato del villaggio era un luogo dove la gente effettuava uno scambio.. e se ne tornava a
casa soddisfatta.

Un sistema del genere, però, aveva alcuni problemi.

Vi era ad esempio Giovanni, il bovaro, che avrebbe voluto cedere la sua mucca a Luca, in cambio
di 100 chili di grano (ed erano entrambi d'accordo!) ma sfortunatamente Luca non riusciva
proprio a scambiare la sua eccedenza di legna per ottenere il grano voluto da Giovanni (aveva
solo 20 kg). Non che avesse poca legna ma in quel periodo era difficile trovare chi la volesse
scambiare per del grano.

Come fare?

Alcune famiglie cercarono di risolvere il problema in modo molto semplice. Tutto quello che
veniva prodotto in eccesso veniva messo in comune ed era il patriarca a decidere poi come
ripartire il surplus per accontentare tutti.

Un compito difficile, certamente, e non privo di problemi. La divisione dei beni era infatti sempre
oggetto di discussioni e litigi, che spesso sfociavano in furiose liti e vere e proprie divisioni
familiari. Per quanto allargata, poi, la famiglia non riusciva ad essere autosufficiente, per cui si
rendevano necessari scambi anche con il resto del villaggio o con i mercanti, che spesso non
potevano essere risolti in modo diretto.

Luca e Giovanni però lo scambio lo volevano concludere e, seppur provenienti da due clan
diversi, escogitarono un metodo ingegnoso per risolvere il problema. Trovarono 100 conchiglie e
concordarono di associare ad ognuna di esse un kg di grano.
Luca versò, quindi, i 20 kg di grano che già aveva più 80 conchiglie a Giovanni ed entrò in
possesso della mucca. Luca, inoltre, si impegnava a consegnare, appena fosse riuscito a
procurarseli, gli 80kg di grano che mancavano (l'inverno era alle porte e la legna sarebbe
diventata presto richiestissima) e “riscattare” così le conchiglie.

L'esperimento ebbe successo e Luca, come “risarcimento” per aver fatto aspettare alcune lune a
Giovanni, lo invitò a pranzo per il solstizio d'inverno.

Questo metodo però poteva funzionare solo all'interno di un circolo di fiducia. Occorreva infatti
che tutti quelli che utilizzavano le conchiglie concordassero sulla loro equivalenza e che
soprattutto nessuno andasse in spiaggia a raccogliere nuove conchiglie per poi pretendere di
avere del grano in cambio.
Come convincere, infine, i mercanti ad accettare quelle conchiglie? Non si poteva.

La soluzione però non tardò ad arrivare.

Alcune famiglie, infatti, avevano deciso di assoldare dei mercenari per proteggere i loro
possedimenti da razzie ed attacchi esterni e dovevano trovare un qualche modo per pagarli.

L'accordo fu presto raggiunto quando la famiglia si impegnò a fondere parte dei metalli preziosi
che possedeva in piccoli dischetti, imprimendo su una faccia il simbolo araldico del clan. Questi
“dischetti di metallo” erano facilmente trasportabili ed i metalli preziosi erano accettati come
contropartita negli scambi in tutti i villaggi e le città dei dintorni.

Fu un successo e presto ogni famiglia prese a coniare i propri dischi di metallo, che iniziarono
così a circolare anche al di fuori del villaggio stesso. Venivano accettati non in base ad una
convenzione a cui tutti avevano aderito, quanto piuttosto al fatto che i metalli preziosi fossero
una merce accettata volontariamente in cambio da tutti.

Non era importante quale fosse il simbolo impresso sul disco quanto piuttosto il metallo che lo
componeva ed il suo peso: era nata la moneta metallica.

Luca e Giovanni si incontrarono di nuovo e questa Giovanni volta vendette la mucca per 100
dischetti d'argento, con i quali fu in grado di comprare il grano di cui aveva bisogno direttamente
dai contadini.

L'utilizzo della moneta permetteva di effettuare molti più scambi ed in modo molto più semplice,
così come l'olio lubrificante fa lavorare meglio un ingranaggio. Ma l'essenza del libero scambio
non era mutata. Le parti continuavano, infatti, ad essere soddisfatte, preferendo ciò che avevano
ricevuto a ciò che avevano dato in cambio, ragion per cui l'introduzione dela moneta permise
uno straordinario progresso del benessere.

Ogni commerciante iniziò a scambiare i propri prodotti in cambio delle monete metalliche,
segnalando un peso di oro o argento (e di conseguenza un numero di monete) per il quale era
disposto ad accettare lo scambio (il prezzo).

Marco era l'unico produttore di archi del villaggio ed era orgoglioso del suo lavoro: i suoi archi,
infatti, erano di una qualità straordinaria. Inizialmente aveva segnalato di volerli vendere solo
per un prezzo molto alto e se pure erano in pochi a comprare un arco ma a lui stava bene così.

Stefano pensò che investendo un po' di tempo e denaro avrebbe potuto imparare anche lui a
fabbricare archi. Si recò quindi al vicino villaggio e, dopo aver sgobbato come apprendista per
qualche luna, fu finalmente in grado di produrre i suoi.

Tornato a casa aprì bottega ed inizio a vendere gli archi ad un prezzo inferiore a quello di Marco.
La fattura degli archi di Stefano era buona, ma non eccelsa, ed il prezzo inferiore fece sì che
potesse comprare l'arco da lui anche chi prima non se la sentiva di spendere così tanto da
Marco.

Quest'ultimo aveva a disposizione due possibilità. Poteva abbassare i prezzi e fare concorrenza a
Stefano: avrebbe venduto molti più archi di prima ed avrebbe anche potuto aumentare il suo
profitto. Non se la sentiva, però, di eseguire un lavoro frettoloso per vendere poi un arco di
qualità inferiore e d'altra parte non voleva vendere i suoi prodotti, di fattura eccellente, ad un
prezzo inferiore a quello che riteneva giusto.

Decise allora di continuare il suo lavoro come prima, specializzandosi nella produzione di archi di
qualità superiore e vendendoli solo a chi era disposto a pagare il prezzo che aveva deciso,
mentre gli altri avrebbero sempre potuto comprarne uno, seppur di qualità inferiore, da Stefano.

Sino a quel momento il Capovillaggio aveva avuto pochissimo potere. Veniva essenzialmente
scelto dalle famiglie ed il suo ruolo era quello di giudicare le controversie tra i clan, condurre gli
eserciti misti in battaglia e garantire una sorta di pace di compromesso tra le famiglie.
Insomma, molta mediazione e poco potere.

La comparsa della moneta metallica, però, fornì interessanti opportunità per cambiare le cose...

Capitolo 2: La moneta diventa "di stato"

Il sistema che si era venuto a creare era molto caotico. Le famiglie più potenti, infatti, avevano
creato ognuna una propria zecca in cui coniare le monete, le quali spesso erano molto differenti
per peso ed anche metallo utilizzato, siglandole col proprio stemma a garanzia di qualità.

Effettuare scambi e conversioni, specialmente tra monete costituite da metalli diversi, non era
semplicissimo (alcuni negozianti esponevano come prezzo direttamente un peso in metallo) ed
inoltre poteva capitare che la moneta emessa da una famiglia non venisse accettata dai membri
della rivale, e viceversa.

In questo caos stavano lentamente emergendo due figure: quella dei cambiavalute e quella dei
falsari. I primi effettuavano, a pagamento, il servizio di conversione tra i vari tipi di moneta in
circolazione (anche quelle straniere), mentre i secondi avevano creato un vero e proprio
laboratorio in cui fabbricare, con metallo poco pregiato, copie delle monete esistenti per poi
ricoprirle con il metallo prezioso corrispondente.

Il Capovillaggio aveva in mente una soluzione a questo problema e la espose alla popolazione:

“Vi ho riuniti qui in assemblea per parlarvi del gravoso problema della moneta che ci angustia
sempre più in questi giorni. Essa, sebbene molto utile, sta diventando, per il nostro villaggio,
motivo di divisione e non di unione: mette famiglia contro famiglia e crea confusione tra la
gente.

Ma sono qui per proporvi una soluzione che spero accetterete di buon grado.

Se adottassimo, infatti, una moneta comune per il nostro villaggio, il cui peso e la cui qualità
siano garantiti dalla zecca dello Stato, non sarebbe meglio per tutti?

Pensateci bene.

Una sola moneta con cui fare i conti e niente più conversioni, almeno negli scambi tra cittadini.
Una moneta accettata da tutti perché garantita dal governo del villaggio, che vi rappresenta.
Un simbolo della ricchezza del nostro villaggio da esportare nel mondo ed un modo per sentirci
tutti uniti.

Per risolvere il problema dei falsari, infine, adotteremo dei metodi per rendere più difficile la loro
attività e daremo loro la caccia per punirli di aver truffato la gente del villaggio!”

La proposta ebbe un grande successo.

In poco tempo tutte le monete precedenti furono rese illegali e venne creata un'unica moneta,
con in rilievo il simbolo del villaggio e dentellata sui bordi per contrastare il fenomeno delle
monete subereate, ovvero con anima in rame e foderate poi di metallo prezioso.

Per questa prima conversione forzosa si stabilì che non vi fosse alcuna tariffa da pagare ma
venne deciso che , quando un privato cittadino avesse portato del metallo prezioso alla zecca
per farsi coniare delle monete, dovesse pagare un costo di conio, il cosiddetto signoraggio.

La riforma monetaria ebbe due importanti conseguenze.

In primo luogo il denaro divenne il nuovo simbolo di ricchezza, sostituendo, in parte, la proprietà
fondiaria, e facendo sì che la classe dei mercanti iniziasse la sua scalata verso il potere.
La moneta, poi, permetteva una riscossione più efficace dei tributi permettendo così la creazione
di un sistema di guardie armate, preposte a garantire l'ordine pubblico, pagate con le tasse dei
cittadini ma, di fatto, alle dipendenze dirette del Capovillaggio.

Quest'ultimo poi, non più ostaggio delle grandi famiglie nobiliari, per mantenere il potere doveva
riuscire a mantenere la milizia fedele e ben stipendiata ed al contempo non gravare
eccessivamente sulla popolazione con tasse troppo alte per non rischiare di scatenare una
rivolta.

Le soluzioni sperimentate furono moltissime ma una in particolare ebbe grande fortuna: la


guerra.

Il mondo là fuori era pericoloso ed il villaggio, che nel frattempo era cresciuto sino a diventare
una ricca città, era già stato soggetto ad invasioni ed attacchi da parte di potenze straniere,
respinti solo con grande fatica.

Il Capovillaggio spiegò all'assemblea cittadina che per mantenere la pace bisognava prepararsi
alla guerra e che quindi era necessario sacrificare un po' della ricchezza presente per costituire
un esercito ed una flotta, che difendessero la città e ne tutelassero gli interessi commerciali nel
futuro.

“Il costo”, spiegò, “è molto alto, ma se invece di puntare esclusivamente alla difesa dei nostri
confini attacchiamo preventivamente i nostri nemici ed abbiamo successo, allora saranno le
stesse città che conquisteremo a fornire tutto l'oro e l'argento di cui abbiamo bisogno”.

La strategia ebbe successo.

Molte città vennero conquistate e molte altre, preferendo la condizione di alleato a quella di
suddito, entrarono nella lega pagando un tributo annuale e ricevendo in cambio protezione.

Era nato l'imperialismo.

Le prime banche

Se pure la riforma monetaria aveva creato un'unica moneta cittadina, tuttavia il ruolo dei
cambiatori di monete non venne meno. Il commercio era infatti sempre più florido e la città
veniva visitata da mercanti da ogni parte del mondo, ognuno con la sua moneta diversa.

Il servizio di cambio aveva un costo e perciò, con l'aumentare delle transazioni, il mestiere di
cambiatore divenne molto redditizio.

Alcune famiglie di cambiatori, poi, che si erano stabilite in diverse città, fornivano un prezioso
servizio: la lettera di cambio.

Aristide intendeva recarsi in una lontana città (in cui era usata una moneta diversa) per
concludere un buon affare. Non voleva però portare con sé tutto l'oro di cui aveva bisogno per
paura di essere derubato dai briganti durante il viaggio. Si recò quindi da Paolo, un cambiatore
che aveva un cugino proprio in quella città, e stipulò un contratto di questo tipo:

Aristide avrebbe versato 102 monete d'oro a Paolo ottenendo in cambio una lettera firmata da
quest'ultimo. Essa, una volta giunto a destinazione, avrebbe permesso ad Aristide di farsi
consegnare dal cugino di Paolo l'equivalente in moneta locale di 100 monete d'oro. Il profitto, per
la famiglia di Paolo, era costituito dalla differenza tra quanto ricevuto alla partenza e quanto
versato a destinazione, sempre che il mercante a destinazione vi giungesse...

Ma le attività in cui si specializzarono questi primi banchieri furono soprattutto altre: i contratti di
deposito e di prestito.

Il deposito era una pratica già molto diffusa.

Se Luca intendeva assentarsi per molti giorni dalla città e voleva mettere al sicuro, ad esempio,
una statuetta d'oro, poteva rivolgersi a Giorgio che forniva un servizio di custodia. Per due
monete d'argento quest'ultimo si impegnava a custodire la statuetta sino al ritorno di Luca per
poi consegnargliela così come l'aveva ricevuta.

In alcuni casi, però, non era possibile ritirare esattamente lo stesso oggetto che era stato
depositato.

Un contadino che avesse depositato nel granaio comune il suo raccolto non avrebbe potuto
distinguere le sue spighe da quelle depositate da altri. Come fare dunque?

Si decise che il contadino avrebbe potuto ritirare l'esatto equivalente, in termini di quantità e di
qualità, rispetto a quanto depositato.

Il caso della moneta era simile.

Andrea voleva depositare 100 monete d'argento in un luogo sicuro e sapeva che Massimo
garantiva questo servizio con buona reputazione, quindi si rivolse a lui. Quest'ultimo prese le
monete e le ripose al sicuro dentro una cassaforte, annotando sul suo libro mastro la cifra
depositata da Andrea e la data.

“Custodirò le tue monete in cassaforte e aggiornerò man mano il tuo conto, registrando depositi
e prelievi. Il costo del conto corrente è di due monete d'argento l'anno ed ovviamente puoi
chiuderlo quando vuoi ritirando l'intera somma che ti rimane” concluse Massimo, mentre finiva
di compilare il libro mastro.

Massimo aveva sempre rispettato alla lettera il contratto di deposito e la sua reputazione aveva
fatto sì che moltissimi si rivolgessero a lui per aprire un conto. Poteva capitare, così, che Andrea
dovesse pagare Gianni e che entrambi avessero un conto presso la banca di Massimo.

In questo caso poteva risultare più comodo effettuare una semplice modifica ai registri contabili,
senza che le monete uscissero mai dalla cassaforte: la somma veniva sottratta al conto di
Andrea ed aggiunta a quello di Gianni.

Nel caso in cui Andrea volesse rischiare qualcosa in più ed investire, non depositare, le sue 100
monete, poteva sottoscrivere un contratto di prestito. Massimo entrava così in possesso delle
100 monete di Andrea per un anno impegnandosi a consegnargliene un numero maggiore (es.
104), alla scadenza: la differenza (104-100) venne chiamata interesse.

Alcuni filosofi e sacerdoti si interrogarono a lungo se fosse lecito o meno prestare denaro a
interesse, speculando sul fatto che in questo modo il denaro moltiplicava sé stesso, ma Massimo,
con un semplice ragionamento, spiegò che lui preferiva la certezza di avere 100 monete oggi
rispetto alla possibilità di averne 100 tra un anno e che quindi il tasso di interesse altro non era
che la misura della sua “preferenza temporale” per il presente.

Tornando ai due tipi di contratti, deposito e prestito, Massimo, che era un banchiere onesto,
spiegava che mentre nel secondo caso poteva fare ciò che voleva con le monete che aveva
ricevuto (almeno sino alla scadenza!), incluso prestarle a sua volta, nel caso del deposito invece
il suo compito consisteva nel custodire la somma con cura e renderla disponibile al cliente non
appena questi ne avesse fatto richiesta.

Ma tutte quelle monete in cassaforte costituivano una tentazione troppo grande per chi non
fosse stato più che onesto. Dopotutto le monete depositate erano tante ed i clienti non venivano
mai a ritirare i loro depositi tutti assieme, quindi perché non farle fruttare? Mantenendo in
cassaforte solo parte delle monete depositate, ovvero una riserva, e prestando con accortezza
tutte le altre (ad esempio curandosi di avere sempre a disposizione abbastanza monete per
chiudere i conti alla scadenza) i ricavi sarebbero aumentati considerevolmente, senza che
nessuno si accorgesse di nulla.

Così fece Riccardo, un banchiere appena arrivato che, per invogliare i cittadini a depositare le
loro monete da lui, offrì il servizio ad un prezzo minore di quello di Massimo.
Silvio si fidò di lui e depositò, come molti altri, 200 monete d'argento, pagandone solo una per il
servizio. Riccardo però mise solo 20 delle 200 monete in cassaforte, prestando le restanti (180) a
Claudio, con un interesse del 5%.

Durante l'anno Silvio venne qualche volta a ritirare ed a depositare monete sul conto senza
accorgersi di nulla. Alla fine dell'anno Claudio restituì il prestito a Riccardo (le 180 monete
prestate più le 9 di interesse) e Riccardo liquidò il deposito di Silvio, (200 monete meno 1 di
tariffa).

Alla fine della giornata Riccardo, soddisfatto per la buona riuscita dell'operazione, andò a
spendere le 10 monete ricavate facendo baldoria tutta la notte.

Non sempre, però, filava tutto così liscio.

Un banchiere molto spregiudicato, Federico, iniziò a prestare le monete depositate presso di lui
ad individui poco affidabili, che li volevano utilizzare per un'impresa molto rischiosa. Il tasso di
interesse promesso era molto alto e la tentazione di accettare altrettanto (dopotutto, mica erano
soldi suoi!).

La nave che doveva trasportare il carico fu però depredata dai pirati ed il prestito non fu mai
restituito per cui Federico si trovò nell'impossibilità di saldare i conti con i suoi depositanti che lo
denunciarono al Capovillaggio e lo fecero punire severamente.

Era infatti venuto meno al suo impegno, ovvero tenere in custodia le monete, restituendo in
qualsiasi momento al depositante l'esatto equivalente, in termini di quantità e qualità, rispetto a
quanto depositato.

Bisogna comunque dire che, una volta scoperti, questi banchieri disonesti venivano cacciati via
dalla città ed i cittadini iniziarono solo a rivolgersi a quelli onesti come Massimo. Anche lui,
dopotutto, prestava denaro ad interesse ma lo faceva attingendo dalla sue casse o fungendo da
intermediario per conto di altri cittadini.

Crisi nella finanza pubblica

Per un po' la politica imperialistica di “far pagare le tasse agli altri” aveva funzionato ma le
guerre non sempre si vincono e mantenere un impero esteso e pacificato comportava costi via
via sempre crescenti. Servivavano più navi, più armi, più corazze, più uomini, e tutto questo
soltanto per mantenere la situazione così com'era, senza ampliare le conquiste ed entrare in
possesso di nuove risorse.

Il Capovillaggio si trovò nella situazione di dover decidere cosa fare: alzare nuovamente le tasse?
Smantellare parte dell'esercito e rinunciare alle conquiste? Lanciare una nuova campagna di
conquista ambiziosa e molto rischiosa?

Ognuna di queste opzioni avrebbe istantaneamente messo in allarme la popolazione, con il


rischio concreto di una rivolta, per cui bisognava trovare un altro modo per risolvere, o anche
solo rimandare, il problema.

Capitolo 3: Nascita del debito pubblico e fallimento dello Stato

Una buona notizia proveniente dai confini fornì l'occasione che il Capovillaggio aveva invocato.
L'esercito di una delle potenze nemiche aveva infatti tentato una scorreria ma era stato
prontamente affrontato e distrutto dalle truppe del valoroso generale Ezio, deceduto, purtroppo,
durante lo scontro.

Il Capovillaggio pensò che quella battaglia vinta e quel generale morto da eroe avrebbero potuto
allontanare la crisi e salvare la patria una seconda volta...
La settimana seguente si tennero i funerali di Ezio ed il Capovillaggio annunciò che per celebrare
il salvatore della patria e ricordare la sua grande vittoria, le monete cittadine sarebbero state
riconiate, gratuitamente, con il ritratto del generale vittorioso.

La città esultò con un solo grido.

Nei giorni seguenti la zecca lavorò a pieno regime per riconvertire tutte le monete. Quasi tutti i
cittadini si misero in fila, per poter ricevere le nuove monete “della vittoria” ed omaggiare
l'eroismo del loro generale. Come ebbe modo di dire il Capovillaggio, pagare con le monete
vecchie sarebbe stato “antipatriottico” e così non le conservò praticamente nessuno.

Ognuno ricevette indietro dalla zecca lo stesso numero di monete che aveva portato, ognuna
con l'immagine di Ezio su di una faccia e la parola Vittoria scolpita nell'argento sull'altra. Il peso
della moneta era lo stesso di prima ma, all'insaputa dei cittadini, era cambiata la composizione:
laddove prima vi era argento puro ora c'era una lega costituita, in parte, dal rame.

La conversione non aveva comportato costi “visibili” alla popolazione ma presto le conseguenze
si sarebbero fatte sentire.

Mario portò 200 monete d'argento alla zecca, perché fossero riconiate. Con la lega di argento e
rame ne furono create 250, di cui solo 200 tornarono a Mario. Il resto fu prontamente depositato
nelle casse del governo, che tornarono ad essere piene. Tutto sembrava andare per il meglio, ma
di lì a poco sarebbe emersa la natura dell'imbroglio.

Per sfruttare il temporaneo “tempo dell'abbondanza” era stata infatti progettata una nuova ed
ambiziosa campagna militare.Erano state fatte preparare nuove armi e nuove armature, ed
erano stati assoldati molte truppe mercenarie di supporto.

I fabbri della città, come Franco, si trovarono di fronte ad un enorme lavoro da fare ed una
montagna di soldi offerti dal governo. Dovevano lavorare di più rispetto al solito per rispettare le
commesse, ma pareva non ci fossero problemi di spesa. Il Capovillaggio voleva armi e corazze
subito ed era disposto a spendere quanto richiesto.

Normalmente Franco non avrebbe lavorato così tanto ma di fronte a quell'offerta non poté
rifiutare. Gli altri cittadini che si rivolgevano a lui per i lavori quotidiani dovettero rinunciarvi o
pagare delle tariffe molto più alte: infatti Franco era disposto ad accollarsi ulteriori commesse
solo in cambio di una cifra più alta, che solo in pochi potevano permettersi.

Ma non furono soltanto i fabbri ad aumentare i prezzi. Le fonderie si trovarono in una situazione
analoga (dovevano fornire il metallo ai fabbri) e poi anche le miniere, e così via, seguendo la via
percorsa dal denaro pubblico.

Nel giro di alcuni mesi quasi tutti i prezzi erano aumentati, anche se con diverse proporzioni, ma
quelli che erano stati esclusi dal giro di affari generato dalla commessa pubblica, o che erano
stati tra gli ultimi a beneficiarne, si trovarono, senza alcun motivo apparente, con dei risparmi
che il giorno prima garantivano l'acquisto di alcuni beni, ed il giorno dopo non più.

In pratica chi aveva ricevuto e speso per primo questo denaro extra (in primis il governo) lo
aveva fatto a spese di chi, come i contadini o i fornai, rimase escluso dal giro d'affari generato
dalla spedizione militare. Quest'ultima, poi, fu un vero disastro, per cui fu necessario trovare in
fretta un capro espiatorio da sacrificare alla folla sempre più inferocita per l'aumento dei prezzi.

“La colpa – dichiarò il Capovillaggio all'assemblea - è di un fenomeno che i nostri studiosi hanno
chiamato inflazione e che ci impegneremo a combattere con tutti i mezzi a nostra disposizione.
Inoltre, come hanno denunciato alcuni mercanti, siamo stati tutti vittime di una truffa.

Il direttore della zecca, infatti, ha inserito del rame insieme all'argento che costituiva le nostre
monete, appropriandosi di quanto avanzato ed arricchendosi alle spalle della gente. Lo abbiamo
colto sul fatto ed ha tentato la fuga, costringendo le guardie ad ucciderlo.

Probabilmente questa truffa è legata al fenomeno dell'inflazione ma non sappiamo ancora in che
modo.”

Vista l'enorme villa che il direttore si era appena fatto costruire, nessuno, in città, dubitò che il
Capovillaggio potesse aver mentito (o anche solo nascosto parte della verità).

Tutti i cittadini ripresero le loro vite, quindi, magari cercando di lavorare un po' di più per
recuperare quanto perso a causa di questa misteriosa inflazione.

Un paio di svalutazioni e teste di direttore dopo, nel denaro rimaneva così poco argento che i
mercanti si rifiutarono di accettarlo negli scambi e si dovette procedere alla creazione di una
nuova moneta, lo zecchino, costituito interamente d'oro.

I due mercati, interno ed estero, vennero a trovarsi, di fatto, separati e lo zecchino ebbe così
tanta fortuna da venire adottato come una sorta di moneta internazionale del commercio.

In questo modo, però, l'utilizzo del meccanismo della svalutazione non aveva più l'efficacia del
passato ed era necessario trovare altri metodi per finanziare la spesa “pubblica”.

In tempi di grande pericolo spesso si era chiesto un sacrificio alla popolazione, imponendo una
sorta di prestito a fondo perduto che andasse a coprire delle spese straordinarie. Ad esempio,
dopo una sfortunata spedizione navale, un provvedimento del genere era servito per ricostruire
la flotta.

Ma imporre dei prelievi una tantum in modo regolare mal si conciliava con l'esigenza di tenere
buona la popolazione. Come fare per rendere la pillola meno amara?

Il Capovillaggio pensò che se il prelievo fosse stato presentato sotto forma di prestito ad
interesse allora la prospettiva di finanziare il deficit pubblico con i propri risparmi poteva risultare
meno spiacevole per i cittadini.

Rimanevano da risolvere due problemi: garantire le entrate necessarie per coprire il tasso di
interesse e trovare i finanziatori.

Il primo problema fu risolto facendo ricorso a quelle entrate indirette, costituite da gabelle e
tariffe doganali le quali, se non potevano ripianare il deficit statale, tuttavia erano sufficienti a
pagarne gli interessi.

Per quanto riguarda i finanziatori, invece, il Capovillaggio sapeva benissimo dove cercare. Aveva
bene in mente il modo fraudolento con cui alcuni banchieri avevano fatto uso dei depositi dei
loro clienti e pensò che se avesse potuto incanalare quei fondi nelle casse dello Stato avrebbe
fatto un grande passo in avanti.

Dopotutto i soldi depositati non erano di proprietà dei banchieri ma gli interessi percepiti lo
sarebbero stati. Era un affare che avrebbe beneficiato entrambe le parti quindi perché
preoccuparsi?

Vennero così ideati i titoli di debito pubblico. Simone ne acquistò uno, con scadenza annuale,
pagando 100 monete d'argento e, dopo 12 mesi, riebbe indietro le sue 100 monete più di
interesse. L'investimento piacque e così Simone decise di riacquistare il titolo e prolungare
l'investimento nel tempo.

Ma i titoli di debito non piacquero solo a Simone ma andarono letteralmente a ruba,


specialmente presso quelle banche che avevano interesse ad impiegare, in modo fraudolento, i
depositi dei loro clienti. Nessuno tra l'altro noto che, poco prima dell'emissione dei titoli, era
stata approvata una legge che consentiva alle banche di mantenere in cassa soltanto una
riserva dei depositi, fissando un valore minimo, per tale riserva, del 30%.

I banchieri onesti, come Massimo, continuarono a mantenere correttamente il 100% dei depositi
in cassa ma non ebbero modo di competere con le offerte delle altre banche, le quali, invece di
far pagare al cliente il servizio di deposito, lo remuneravano addirittura con un tasso d’interesse.
Massimo fu costretto a chiudere, e così gli altri banchieri onesti come lui, mentre prosperarono
quelli che, come Claudio, remuneravano i depositi con l'1% di interesse e poi li utilizzavano per
acquistare titoli di debito remunerati al 10%. Vediamo un caso pratico.

Piero depositò 200 monete presso la banca di Claudio, il quale ne mantenne 60 in cassa (la
riserva) e comprò, con le altre 140, un titolo di debito pubblico con scadenza annuale. Dopo 12
mesi il titolo di debito fu ripagato e Claudio incassò le 140 monete investite più 14 di interesse,
remunerando Piero con 2 monete (l'1% di 200).

Il fatto di remunerare i depositi, poi, attirò molti facoltosi investitori stranieri, del calibro di
principi e re, i quali erano attratti da questa luminosa prospettiva di potere depositare le loro
ricchezze al sicuro ed essere pure pagati!

Era andato perfezionandosi ed espandendosi anche l'uso delle banconote (note di banco).
Abbiamo visto come un mercante, invece di portare con sé una grande quantità di denaro,
potesse depositarlo presso un banchiere, farsi firmare una nota che attestava il deposito, e poi,
giunto a destinazione e recatosi dal banchiere corrispondente, utilizzare quella per ritirare il
denaro equivalente. Ogni tre mesi circa si tenevano delle fiere monetarie in cui tutti i banchieri si
riunivano per presentare le note e saldare le differenze.

Con il passare del tempo sparì l'indicazione del destinatario della banconota (prima poteva
essere girato come un assegno), la quale divenne quindi riferita al portatore, e venne meno
anche la consuetudine di saldare le note ogni tre mesi alla fiera.

Una banconota da 100 zecchini, firmata dal banchiere Claudio, era quindi una ricevuta di
deposito che dava diritto al ritiro di 100 zecchini presso quella particolare banca. Essa iniziò a
circolare come vero e proprio mezzo di pagamento, mentre le monete rimanevano custodite in
banca, ed infine fu anche accettata come vero e proprio deposito.

Il Capovillaggio utilizzò questi nuovi fondi per finanziare non solo nuove guerre, ma anche la
costruzione di strade, monumenti celebrativi, imprese commerciali ed esplorative (con la
speranza di trovare, magari, un “nuovo mondo” pieno di risorse da sfruttare) senza tralasciare
qualche finanziamento agli “amici” di vecchia data.

Il flusso di denaro pubblico inondò la città, provocando nuovamente inflazione ma questa volta
con effetti moltiplicati.

La pratica di mantenere soltanto una riserva dei depositi, prestandone il resto, aveva messo in
moto un meccanismo perverso di moltiplicazione dell'offerta di credito e l'utilizzo delle
banconote faceva sì che la truffa rimanesse nascosta più a lungo, amplificandone gli effetti.
L'enorme giro d’affari che si era sviluppato in città era però come un gigante dai piedi d'argilla.
Bastò un piccolo incidente per mandare tutto in rovina.

I denari depositati dai cittadini, ma anche dai principi e re stranieri, nella banche erano stati
utilizzati, per la maggior parte, in modo fraudolento nell’acquisto di titoli di debito pubblico
emessi dalla città.

La cattiva sorte volle che, proprio mentre falliva l'ultima e più ambiziosa spedizione militare
organizzata dal Capovillaggio, questi principi e re si trovarono a dover fronteggiare il pericolo di
una difficile, e costosa, guerra.

La loro prima reazione fu quella di rivolgersi ai banchieri presso cui avevano depositato i loro
tesori e chiedere indietro, così come specificato dal contratto di deposito, tutti i loro soldi; soldi
che però non c'erano più. Allo stesso modo anche i cittadini si precipitarono in banca per cercare
di ritirare i depositi cambiare le banconote, prima che fosse troppo tardi.

I banchieri, disperati, si rivolsero a tutti i loro debitori, tra cui lo Stato, per ricevere indietro i
crediti concessi, ma invano. Il Capovillaggio dichiarò bancarotta, seguito dalle banche, da tutti
quelli che avevano chiesto un prestito, “per approfittare della congiuntura favorevole”, e da
quelli che, semplicemente, si erano fidati delle banche per tenere al sicuro i propri risparmi.
Fu la peggiore crisi che la città avesse mai dovuto affrontare.

In città scoppiarono rivolte e sedizioni, con le guardie che, rimaste senza paga governativa,
erano le prime a compiere atti di vandalismo, saccheggi e rapine: furono assaltati forni,
magazzini, botteghe e persino la zecca comunale. Per un attimo, vi fu un ultimo sussulto di
abbondanza, figlio dei saccheggi, ma questo consumo dissennato delle ultime riserve disponibili
non fece altro che peggiorare lo stato di crisi che seguì.

Le botteghe chiusero i battenti ed i garzoni furono licenziati, gli accattoni per le strade si
moltiplicarono, così come ladri e briganti. Non vi era più pane, vino né vestiti: niente.

Quella che, sino a poco tempo prima, era parsa una città ricca ed in salute ora mostrava il suo
vero volto: quello della miseria.

Il Capovillaggio abbandonò la città alle prime avvisaglie di malcontento, rifugiandosi in un


castello nella campagna: fu la sua salvezza.

Infatti, mentre i cittadini stavano cercando di organizzarsi, aiutandosi l'un l'altro, per cercare di
tirare comunque avanti, una nuova e più terribile disgrazia si presentò alle porte della città.

Una nave mercantile era giunta, in cerca d'aiuto, ed al porto non se l'erano sentita di cacciarla
via. Il suo carico di mercanzie era abbondante e quei mercanti erano i primi a tornare da quando
era scoppiata la crisi. Una qualche malattia doveva avere colpito la nave, però, visto che alcuni
dei marinai erano già morti e molti altri erano ammalati.

All'equipaggio ed ai mercanti non fu permesso di scendere a terra e, dopo pochi giorni, sulla
nave erano morti tutti.
La prudenza suggeriva di non salire su quell'imbarcazione, ma il suo abbondante carico di grano
e mercanzie era una tentazione troppo grande, e, nottetempo, alcuni vollero tentare la sorte e
depredare il carico, prima che lo facessero altri.

Nel giro di una settimana erano a letto con una febbre altissima, seguiti a ruota dai loro familiari
e da quasi tutti quelli con cui erano venuti a contatto. Entro venti giorni erano tutti morti.

Notizie terribili iniziarono a circolare in città, evocando un male terribile il cui nome però nessuno
voleva pronunciare. I dottori, però, tranquillizzavano la popolazione parlando semplicemente di
crescita della mortalità dovuta alla crisi e ridicolizzando quelli che vociferavano di una tremenda
malattia giunta dal mare.

Intanto la gente continuava ad ammalarsi, in ogni zona della città, ed i morti divennero presto un
numero allarmante. Chi poteva cercava scampo in campagna, gli altri si chiudevano in casa,
pregando di non cadere ammalati.

Quello che tutti temevano e che nessuno osava ammettere era divenuto realtà: era giunta la
peste!

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Una postilla sulla riserva frazionaria:

Le banche sono tenute per legge a tenere una frazione dei loro depositi in un conto presso la
Banca Centrale. Questo in media deve essere intorno al 2% dei depositi tenuti dalla banca.
Questo vuol dire due cose:

Il sistema bancario può così “moltiplicare” il credito offerto al sistema (prestando i soldi in
deposito e tenendono solo una parte in riserva).

Io ho banconote per 10000 euro stampata dalla BCE. La deposito nella banca A.
Questa tiene 200 euro nel conto di riserva e ne presta 9800, che finiranno prima o poi in un'altra
banca (es. B)
Questa ne tiene 196 e presta le restanti... e così via

In via teorica, quando tutte le banconote (stampate dalla BCE) sono tenute nel conto di riserva
(E nessuna banconota è + in giro..) ho che le banche nel loro complesso han concesso crediti per
500000 di euro.

Capisci che così facendo capita che le banche finanzino di tutto e di più (vedi mutui subprime) e
lì ovviamente i soldi non ritornano...
..ecco quindi che arriva la BCE ad iniettare liquidità e salvare baracca e burattini.

Tutto questo “in parole povere”.

Marco Bollettino

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Allegato 1. Una proposta piena di buon senso:

A) No corso legale (nessuna moneta imposta per legge).


Sia il mercato a decidere quale merce (non necessariamente oro ed argento) funge da moneta.

Per il deposito irregolare (leggi: deposito bancario) valgano le stesse leggi che valgono per tutti
i depositi. Ovvero chi riceve il denaro come deposito lo deve tenere sempre a disposizione del
depositario (leggi: riserva al 100%)

B) Oro ed argento con riserva al 100%.


(un esempio di come potrebbe essere organizzata una banca).

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Allegato 2. Le proposte dei “signoraggisti”:

Io penso che il signor Lino Rossi voglia (come tanti altri signoraggisti) trasferire la stampante
dalla stanza A alla stanza B, dove per ogni bene o servizio prodotto (dal carroarmato
all'accendisigari) lo Stato stampa il 30% di moneta e lo spende come vuole.

Praticamente si dice che il sistema attuale favorisce alcuni gruppi di potere e si chiede di
trasferire il tutto in modo che si favoriscano altri gruppi di potere. Non si capisce cosa
impedisca al politico di turno, di quelli di cui si legge nel libro “La Casta”, di fare i loro porci
comodi.

Ma anche pensando alla massima serietà e buona fede degli interessati è lo stesso concetto del
“pasto gratis” (ovvero io stampo i soldi e finanzio quello che voglio) che non fa altro che spostare
ricchezza reale verso chi vede la moneta nuova di zecca per primo... indovinate chi è che
finanzia gentilmente e in modo “invisibile”?

Guardate con attenzione e ditemi se qualche “riformatore monetario” sostiene di voler “abolire il
signoraggio”. Tutti dicono di trasferirlo allo Stato, rifilando la solita storiella che lo Stato siamo
noi e che se è lo Stato a stampare i soldi andrà tutto per il meglio (ma la storia ci dice altro..)

Il signoraggio è il Male? Bene: che lo si abolisca togliendo il corso legale...

La moneta deve essere “del popolo”. Bene: che sia il popolo a decidere quale merce vuole usare
come moneta, sempre abolendo il corso legale...

[...]
Prima a gridare ai quattro venti che il signoraggio è il Problema assoluto, che nessuno ne parla e
che tutti sono servi delle banche...

...ma poi agli atti concreti non si chiede di abolire il signoraggio (che è il privilegio di prendere
carta, penna e filigrana, scriverci sopra 100 euro ed obbligare la gente ad accettarli in
pagamento - ovvero è conseguenza del corso legale) ma di trasferirne i redditi allo Stato,
spacciando la favoletta che "lo Stato siamo noi"...

[...]
i redditi monetari (ovvero gli interessi) vanno già allo Stato (vedi conto economico di Bankitalia),
quindi sarebbe già così la situazione ora.

Se invece per "dare allo Stato i redditi da Signoraggio" si intende:

a) tenere Bankitalia, far comprare a lei tutto il debito pubblico e far versare nelle casse statali gli
interessi

allora questa equivale a:

b) far stampare il denaro allo Stato.

[...]
consideriamo che le opere siano effettivamente necessarie ed abbiano un risultato positivo.
Lo Stato le può finanziare in due modi (escludiamo il sistema attuale):

a) tasse - tagli in altre spese


b) stampando moneta

Nel caso A) chi paga più tasse (verosimilmente i più ricchi) contribuisce (o meglio è costretto a
contribuire ) di più al finanziamento dell'opera.

Nel caso B) sembrerebbe che quest'opera pubblica non la paghi nessuno. Le tasse rimangono
invariate, non ci sono tagli ad altre spese pubbliche e lo Stato è riuscito a far costruire il ponte lo
stesso.

Ma non esistono pasti gratis e quindi qualcuno quel ponte l'ha pagato, anche se in maniera
invisibile. Ed è appunto l'inflazione monetaria che ha fatto aumentare i prezzi (oppure se è
aumentata l'offerta non li ha fatti diminuire) ed ha eroso il potere d'acquisto della moneta.

Caratteristica dell'inflazione monetaria è quella di danneggiare di più chi ha redditi fissi e bassi.

E' questione, se volete, di distribuzione degli oneri.

In aggiunta proprio l'illusione di aver consumato un "pasto gratis" potrebbe tentare i politici a
"regalare" contributi a pioggia ai propri amichetti ed utilizzarli in campagna elettorale.

[...]
Quindi se si chiede una moneta onesta non si tratta di "smantellare lo Stato", ma di togliere la
stampante magica dalle mani di tutti.