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LE MANI SULLO SPAZIO

LA GLORIOSA
PARABOLA
DEL SAN MARCO di Giorgio PREDONZANI
Quarant’anni fa veniva lanciato il primo satellite italiano.
Sotto la guida del professor Luigi Broglio, un team di tecnici,
militari e scienziati svilupperà un programma di grande successo,
poi gradualmente affossato. La storia del poligono di Ngwana Bay.

I L 15 DICEMBRE DI QUEST’ANNO SI DO-


vrebbe celebrare un anniversario molto importante per l’attività spaziale nazionale,
ma forse in pochi se ne ricorderanno. Ritorniamo indietro di qualche decennio e
proviamo a ripercorrere i primi passi del nostro paese nell’attività spaziale.
Il 15 dicembre 1964 viene lanciato il primo satellite interamente italiano (San
Marco I) dalla base Nasa di Wallops Island, Virginia (Usa), con un vettore Scout
(Sv-137). Le operazioni di assiemamento e lancio sono eseguite da un team com-
pletamente italiano. La leadership del gruppo è saldamente tenuta dal professor
Luigi Broglio, eminente scienziato e ideatore dell’originale esperimento (bilancia
Broglio) installato a bordo del satellite San Marco I per lo studio della fascia me-
dio-alta dell’atmosfera. Il professore gode di grande considerazione negli ambienti
scientifici internazionali ed in particolare nelle alte sfere della Nasa, allora impe-
gnata nella gara con l’Urss per la conquista della supremazia spaziale. Con grande
sagacia, sfruttando abilmente alcune importanti amicizie politiche nazionali, egli
riesce a gettare le basi di una collaborazione bilaterale Italia-Stati Uniti per la ricer-
ca scientifica e la sperimentazione nello Spazio. La collaborazione viene ufficializ-
zata con la firma a Roma dell’accordo Piccioni-Johnson (vicepresidente degli Stati
Uniti) il 7 settembre 1962.
Nasce così il Progetto San Marco (Psm) la cui realizzazione è affidata al Centro
ricerche aerospaziali (Cra) dell’Università di Roma La Sapienza. Il personale tecni-
co-scientifico utilizzato dal Centro per lo svolgimento di tale attività proviene in
parte dall’Università di Roma e in parte dall’Aeronautica militare italiana (Ami), che
allora intravedeva possibili allettanti sviluppi delle proprie conoscenze in campo
spaziale. Un’apposita convenzione tra Ami e Università assicura un ampio serba-
toio di uomini e mezzi per le attività del Cra. La Nasa provvede all’addestramento
iniziale del team di lancio e fornisce un supporto tecnico fondamentale per la buo-
na riuscita di tutte le operazioni di lancio del programma. 169
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Il pieno successo del San Marco I dimostra la percorribilità del percorso trac-
ciato dal professor Broglio e dal punto di vista scientifico (originalità dell’esperi-
mento «bilancia Broglio») e da quello operativo (efficienza del team di lancio).
Chi scrive, allora giovane ufficiale tecnico dell’Ami, ricorda l’entusiasmo e l’or-
goglio per gli obiettivi iniziali raggiunti e la fiducia per gli sviluppi futuri, legati agli
ambiziosi programmi tracciati dalla leadership. Tali sentimenti erano diffusi in tutto
il gruppo ed erano alimentati dagli importanti riconoscimenti ottenuti in campo in-
ternazionale. Vale la pena ricordare che in quel momento storico il nostro paese
era l’unico (oltre ovviamente alle due superpotenze mondiali Usa e Urss) a poter
vantare una presenza attiva nella ricerca spaziale e ad aver collaudato la capacità
operativa di un team di lancio.
Il lancio orbitale del 15 dicembre 1964 era stato preceduto da due lanci subor-
bitali effettuati sempre da Wallops in aprile e agosto 1963 per provare la «bilancia
Broglio» nei suoi componenti elettronici e meccanici.
«Serata di gala all’ambasciata italiana di Washington. Personalità, invitati di
prestigio, discorsi, brindisi, atmosfera di festa ma per noi piccoli ingranaggi
di un meccanismo in via di perfezionamento (ma pur sempre artefici del-
l’impresa) anche un po’ di smarrimento dovuto alla difficoltà di percepire
completamente l’importanza dell’evento. Un istante dopo, di nuovo la fidu-
cia, alimentata dalla consapevolezza che il percorso appena iniziato ci pote-
va portare lontano. Si parlava di ambiziosi traguardi quali il poligono di
lancio tutto italiano in acque internazionali, sull’equatore, al largo delle co-
ste del Kenya, già in fase di preparazione; e poi di una serie di lanci orbitali
da condurre in collaborazione con la Nasa. Il lato avventuroso di un tale
prossimo futuro metteva in moto una gran voglia di fare. E poi il carisma del
professore era illimitato; qualunque cosa ci avesse chiesto in quel momento lo
avremmo fatto. Gli eravamo tutti profondamente grati per l’opportunità che
ci stava dando».

Il poligono equatoriale
Le attività di lancio del San Marco I concludevano un anno molto importante
per il Progetto. Già in febbraio vede la luce la prima legge di finanziamento; il bre-
ve tempo trascorso dall’accordo Italia-Usa dimostra il grande interesse del governo
italiano. Negli stessi primi mesi dell’anno vengono conclusi gli studi che definisco-
no la struttura e l’ubicazione di un poligono di lancio completamente italiano. L’o-
biettivo è quello di posizionare il poligono a una latitudine prossima allo zero, il
più vicino possibile all’equatore, per sfruttare nei futuri lanci verso est i vantaggi
derivanti dal massimo valore che assume la velocità di rotazione della Terra sull’e-
quatore. Le orbite equatoriali (o comunque con inclinazione prossima allo zero)
avevano allora un rilevante interesse scientifico anche perché si collocavano nella
zona di interruzione delle fasce di Van Allen, limitando quindi le possibili interfe-
170 renze nelle comunicazioni Terra-Bordo-Terra.
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Dopo un’accurata ricerca nella zona costiera africana, e a seguito di un accor-


do con la neonata Repubblica del Kenya, viene individuata una baia (Ngwana
Bay) nei pressi di Malindi, posizionata a 2°56’ a sud dell’equatore, come zona otti-
male per l’installazione del poligono.
L’idea originale del professor Broglio prevedeva un poligono «mobile»; da qui
la scelta di piattaforme di struttura robusta con gambe retrattili e capaci di «naviga-
re», di spostarsi, cioè, in funzione delle esigenze operative. Nelle acque di Ngwana
Bay vengono quindi rimorchiate due piattaforme oceaniche, la San Marco e la San-
ta Rita. Le gambe delle due piattaforme vengono abbassate e infilate nel fondale
sabbioso fino ad ottenere una perfetta stabilità. La distanza tra le due piattaforme è
stabilita in circa 600 metri (distanza di sicurezza idonea a lanci di un vettore di tipo
Scout).
La Santa Rita è quindi destinata a diventare la piattaforma di controllo e per
questo ad ospitare i centri di controllo poligono (Rcc) e vettore (Block-House) e le
apparecchiature di controllo della traiettoria di salita del vettore (radar e telemisu-
ra). Il Gse-Ground Support Equipment (Strumentazione di controllo e prova del 171
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vettore Scout) è realizzato completamente dal Cra sulla base di quello impiegato al
poligono di Wallops ma adattato alle esigenze del neonato Smer (San Marco Equa-
torial Range). La San Marco diviene invece la piattaforma di lancio con lo shelter
adibito all’assiemamento del vettore sul transporter, ed il lanciatore, una struttura
mobile munita di bracci, capace di movimentare il vettore, portarlo dalla posizione
orizzontale di assiemamento a quella verticale di lancio. Le due piattaforme vengo-
no collegate elettricamente tra di loro per mezzo di cavi sottomarini.
L’impresa della costruzione del poligono e della installazione a bordo delle
apparecchiature per l’assiemamento ed il controllo del vettore Scout e dei satelliti
che via via verranno lanciati nel corso degli anni successivi assume contorni epici.
Si consideri la posizione del poligono, al largo delle coste di un paese quasi privo
di infrastrutture; grandi difficoltà, quindi, nei trasporti per la notevole distanza di
aeroporti attrezzati (Mombasa e Nairobi); strade in molti casi impercorribili. Molti
carichi e scarichi di materiale avvengono via nave con attracco diretto alla piat-
taforma San Marco, con enormi problemi dovuti alle maree e alle correnti.
Il personale impiegato dà prova di abnegazione totale; lavora con ritmi assur-
di tra le lamiere infuocate dal sole equatoriale. Tra mille difficoltà, dopo circa due
anni, il poligono è pronto e sulla terraferma nei pressi del villaggio di pescatori di
Ngomeni, nasce anche il campo base, una struttura logistica con dormitori, mensa,
uffici e laboratori di supporto alle attività delle piattaforme. Il trasporto del perso-
nale dal campo base alla piattaforma e viceversa è assicurato da due motobarche
che solcheranno le acque della baia ad ogni ora del giorno e della notte, cariche di
materiali e personale in funzione delle esigenze operative del poligono.
«Non mi aspettavo un mare simile. (…) La motobarca ondeggia paurosa-
mente e si fa fatica a stare in piedi anche se aggrappati agli appositi soste-
gni. Siamo arrivati sotto la Santa Rita e mi chiedo come si farà ad arrivare
sul ponte. La biscaggina (mi dicono che questo è il nome della scaletta di
corda che pende dal ponte della piattaforma) viene agguantata dal mari-
naio locale che dovrebbe dirigere il nostro sbarco; poi mi indica come ar-
rampicarmi per non ritrovarmi in orizzontale; si deve afferrare la scala di
corda da un lato e poggiare i piedi sui gradini di legno in modo da non pie-
gare la scala. Immediatamente realizzo che non è affatto un’operazione
semplice e arrampicarsi in quel modo per 20 metri non sarà indolore. Il ma-
rinaio mi sollecita a fare presto, la barca rischia di essere scaraventata con-
tro le gambe della piattaforma: “Araka bwana!” e mi strappa dai sostegni
per portarmi sotto la biscaggina. All’ondata successiva agguanto la scala e
infilo i piedi nel modo corretto; sotto di me vedo la motobarca che immedia-
tamente si sposta lasciandomi appeso sopra l’acqua. Qualcuno ha sicura-
mente letto il terrore nei miei occhi e dal ponte arrivano le prime risate degli
amici che si godono lo spettacolo».
Comincio a salire cercando di coordinare i movimenti; la scaletta sembra
andare per conto suo; ho la sensazione di non arrivare mai, ma poi ecco il
172 tratto in cui la scaletta è adagiata alla fiancata della piattaforma e non si
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La piattaforma Santa Rita in fase di allestimento

muove più. È finito l’incubo. Goffamente porto la gamba destra sul ponte;
qualcuno mi dà una mano per tirarmi su. Finalmente sono a bordo, abbrac-
ci e baci. Il giuramento è presto fatto: non scenderò a terra fino al lancio. E
così è stato: 75 giorni senza dover utilizzare quella scaletta infernale!».
Si arriva così al 1967, un anno molto importante per il Psm, l’anno del primo
lancio dal Kenya.
Dopo le operazioni di qualifica del poligono, completate alla fine di febbraio,
nei primi giorni di marzo arriva la nave con a bordo il vettore Scout destinato a
portare in orbita il satellite San Marco II, progettato e costruito dal Cra. Le opera-
zioni di assiemamento e prova del vettore si prolungano fino al 26 aprile, giorno
del lancio e della messa in orbita del San Marco II, primo satellite lanciato diretta-
mente da una piattaforma oceanica in un’orbita equatoriale.
Alle operazioni assistono anche due importanti personaggi della Nasa: Arnold
Frutkin, capo ufficio programmi internazionali, e Ugo Dryden, responsabile per la
parte scientifica e tecnica, che si erano impegnati in patria per favorire la collabo-
razione con Broglio ed il suo team anche a costo di affrontare qualche rischio.
Il successo del lancio e i risultati scientifici ottenuti dal San Marco II durante la
sua vita orbitale ripagano la fiducia della Nasa, ma soprattutto dovrebbero rispon- 173
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dere allo scetticismo di parte degli ambienti scientifici e politici italiani. Purtroppo
l’evidenza dei risultati non sarà sufficiente a fugare le perplessità che si ripresente-
ranno puntuali dopo ognuna delle successive operazioni di lancio dallo Smer, da
allora al 29 marzo 1988, data dell’ultimo lancio per la messa in orbita del quinto
dei satelliti della serie San Marco.
Negli anni d’oro del programma, dal 1970 al 1975, il poligono diviene meta di
importanti visite; tra le tante almeno una è sicuramente da ricordare perché porta
lustro al programma e a tutti i suoi componenti: la visita di Wernher von Braun, il
padre della ricerca spaziale americana.
La tabella riportata qui sotto elenca le operazioni di lancio di «carichi utili»
scientifici per voli orbitali effettuate dallo Smer dal 1964 al 1988. Oltre ai lanci della
serie San Marco (II, III, IV e V), nell’elenco spiccano tre lanci orbitali effettuati per
conto della Nasa (Sas1, Sss1, Sas2) e un lancio orbitale per conto dell’agenzia spa-
ziale inglese (Uk 5). La tabella non riporta i numerosi lanci suborbitali effettuati in
tempi diversi, tra i quali spicca una serie di lanci effettuati nel febbraio 1980 in col-
laborazione con la Nasa, in occasione di un’eclissi totale di sole.

Tabella. Lanci orbitali Crpsm (Centro ricerche Progetto San Marco)

Vettore Satellite Nazionalità Data lancio Poligono

Scout SV-137 San Marco I Italia 15/12/64 Nasa


Wallops
Scout SV-153 San Marco II Italia 26/4/67 Smer
Scout SV-175 SAS-A (Uhuru) Usa 12/12/70 Smer
Scout SV-173 San Marco III Italia 24/4/71 Smer
Scout SV-163 SSS-1 Usa 15/11/71 Smer
Scout SV-170 SAS-B Usa 15/11/72 Smer
Scout SV-190 San Marco IV Italia 18/2/72 Smer
Scout SV-187 UK-5 Gran Bretagna 15/10/74 Smer
Scout SV-194 SAS-C Usa 8/5/75 Smer
Scout SV-206 San Marco V Italia 25/3/88 Smer
(D/L)

Tutte le operazioni sono coronate da pieno successo; il team di lancio si gua-


dagna sul campo fiducia e stima dagli ambienti scientifici internazionali. Ma pur-
troppo non è tutto oro quello che luccica.
«Un momento di pausa e tranquillità tra i tanti di tensione trascorsi nell’Rcc
(Range Control Center), sottocoperta sulla Santa Rita, la piattaforma di con-
trollo lancio.
Una boccata d’aria in una breve pausa del count-down; il posto migliore è
sulla piattaforma radarica, ancorata a lato della Santa Rita, proibita a gior-
174 nalisti e curiosi, lontana da occhi indiscreti.
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Il San Marco Scout 1 lanciato da Wallops Island, Virginia, il 15 dicembre 1964

Lì fuori senti il monsone carico di umidità che ti gonfia la camicia e ti dà


una piacevole sensazione sulla pelle. Ti puoi accendere una sigaretta in san-
ta pace e dimenticare per un momento la fatica che hai già accumulata e
quella che ti aspetta fino al “lift-off”, e la tensione di quei minuti intermina- 175
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bili dal “lift-off” fino all’immissione in orbita, passati divorando con gli occhi
il responso degli strumenti di rilevamento e scanditi dagli eventi fondamenta-
li della traiettoria di salita del vettore Scout attraverso l’accensione e lo spe-
gnimento dei quattro stadi, il funzionamento del sistema di guida e controllo
e la monitorizzazione degli altri sistemi di bordo fino al raggiungimento del
punto di immissione in orbita.
Tutto il lavoro di scienziati e tecnici è posto sotto esame in quei pochi minuti.
Nella condizione in cui si trova il programma in questa fase, il successo è ob-
bligatorio. Un insuccesso decreterebbe automaticamente l’interruzione dei fi-
nanziamenti e l’agonia del programma.
Ad ogni lancio questa alternativa, questa atmosfera di insicurezza si ripre-
senta puntuale. Cosa si dovrà fare per meritare maggiore credibilità agli oc-
chi dei politici che puntualmente dopo ogni lancio, o tra una campagna e
l’altra, tessono lodi, fanno mille promesse durante la visita al poligono e che,
dopo il safari rituale, puntualmente dimenticano quando il Dc9 dell’Ami at-
terra a Ciampino?
La sigaretta è finita; giusto il tempo di lanciare uno sguardo verso la San
Marco dove il vettore è già in posizione verticale illuminato dai riflettori; l’e-
vacuazione del personale è stata completata, dice l’annuncio del Range coor-
dinator sul canale generale del count-down in un inglese più che accettabile;
tutte le stazioni sono “green” per l’inizio del terminal count-down.
Uno sguardo al cielo stellato; Croce del Sud dacci una mano anche questa
volta…!
E poi di nuovo all’Rcc per le ultime verifiche concitate dei sistemi di bordo e
terra prima del comando di lancio».
Con il trascorrere degli anni le difficoltà a rinnovare le attrezzature di bordo
delle piattaforme aumentano notevolmente. La resistenza della classe politica a
fornire finanziamenti adeguati inspiegabilmente diviene una costante. Le leggi che
prevedono gli stanziamenti al programma sono sempre in ritardo (ed in qualche
caso anzi il Psm è proprio dimenticato) pregiudicando, in tal modo, la coerenza
dei programmi di ammodernamento.
Si fa un gran parlare di intervento dell’industria nazionale per ridare sprint al
programma e soprattutto per proporsi alla comunità scientifica internazionale co-
me base di lancio con propri vettori, capace di soddisfare esigenze commerciali,
che sono numerose nella fascia dei piccoli e medi satelliti a costi contenuti e sicu-
ramente competitivi. L’industria tentenna probabilmente perché non vede una vo-
lontà dello Stato di mettere a disposizione finanziamenti cospicui ed anche perché
il modo di operare del professore non riscuote grandi simpatie nei vertici indu-
striali. Non se ne fa nulla.
Si parla anche molto di un nuovo vettore, il San Marco Scout che dovrebbe su-
bentrare allo Scout ormai obsoleto (una «carriera eccellente» caratterizzata da un’af-
fidabilità vicinissima al 100%), per avere maggiori capacità di carico rispetto allo
176 Scout tradizionale. L’operazione è battezzata come «italianizzazione dello Scout»; ci
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Lancio del San Marco Scout 1

sono approcci, accordi e studi approfonditi, e al Cra si preparano già i locali dove
effettuare l’integrazione del nuovo vettore.
Ma anche in questa occasione le aspettative vengono tradite. Incredibilmente
il programma di dotare il paese di capacità di lancio a costi contenuti per proporsi
poi come venditore di servizi di lancio, cade nel dimenticatoio: un’occasione cla-
morosamente mancata. 177
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Nei primi anni Ottanta la Nasa aveva concentrato tutti i propri sforzi tecnici ed
economici sullo Shuttle e così l’Esa su Ariane. Rimaneva quindi disponibile una fa-
scia di mercato rappresentata appunto da satelliti piccoli e medi (400-700 kg) da
immettere in orbite da circolari a fortemente ellittiche (multistazionarie) per i quali
un vettore del tipo San Marco Scout sarebbe stato una soluzione eccellente in que-
gli anni e probabilmente per i venti successivi.
Broglio si batté con tutte le sue forze per dare al suo programma questo sboc-
co lungimirante, ma qualcuno «remò contro» sposando interessi non propriamente
nazionali. Sui giornali di quegli anni questa polemica non venne completamente
alla luce. I temi erano lontani dagli interessi dell’opinione pubblica, ma gli «addetti
ai lavori» la vissero molto da vicino.
Nel frattempo il poligono invecchiava rapidamente. Dopo il lancio del San
Marco D/L, la mancanza di una volontà politica concorde di fatto ha messo la pa-
rola fine alle attività di lancio.
Attualmente il poligono sopravvive per le attività di supporto fornite alle agen-
zie internazionali in occasione dei loro lanci. Le stazioni di rilevamento e raccolta
dati del campo base hanno raggiunto livelli di operatività eccellente.
Il poligono nel suo complesso è passato dal 1° gennaio del corrente anno sot-
to la gestione diretta dell’Asi a seguito di una decisione governativa. Voleva essere
forse il primo atto per un tentativo di rilancio. I fatti stanno dimostrando invece
che il caos di competenze e responsabilità è enormemente aumentato mentre il
vuoto di leadership tecnico-scientifica lasciata dal professore, scomparso nel 2001,
non è stato mai più riempito.

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