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Istituzioni del welfare e prassi amministrativa ieri ed oggi a Reggio Emilia.

Appunti per una microstoria dei servizi pubblici reggiani.


di Leonardo Angelini "Chi si serve dei mezzi amministrativi e delle istituzioni con irremovibile coscienza critica pu ancor sempre realizzare qualcosa di ci che sarebbe diverso dalla pura cultura amministrata" (Adorno)

Gli assalti che, con furia iconoclasta, in questi ultimi anni sono stati condotti al welfare emiliano-romagnolo dagli epigoni di coloro che furono i suoi primi sperimentatori stanno per demolire anche le sue ultime cittadelle. Le pagine che seguono sono un tentativo di storia del welfare reggiano, un insieme di appunti, che, almeno nelle mie intenzioni, dovrebbero avere un carattere di sistematicit, ma che senzaltro richiedono ulteriori approfondimenti. Appunti presi dallinterno, vale a dire da un operatore della psichiatria, uno psicologo che ha avuto la ventura di vivere e operare, fin dal 1971, in quello che fu uno dei luoghi canonici del welfare emiliano-romagnolo: per lappunto Reggio Emilia. Appunti quindi che, sotto certi punti di vista, costituiscono la trama di un racconto i cui protagonisti sono Reggio Emilia, i suoi abitanti, gli operatori del welfare reggiano che in questi anni si sono applicati in un lavoro appagante per ci che concerne il rapporto

con i propri fruitori, usurante spesso per gli aspetti burocratico-istituzionali. Questi operatori e le loro istituzioni, linsieme delle loro pratiche, dei contenuti e dei metodi di lavoro, hanno sedimentato nel tempo una cultura dei servizi (Angelini, 1987, 1995; Angelini e Bertani), abbastanza omogenea nelle sue linee di fondo, in grado di sconvolgere, almeno allinizio, le vecchie pratiche e le vecchie discipline che erano a monte di esse, o di costituirne di nuove1. Il tutto in rapporto ad un territorio specifico, Reggio, in cui gli sconvolgimenti avvenuti nel tessuto sociale ed economico a seguito del rapido passaggio in questo quarantennio da una societ contadina ad una societ dapprima industriale, successivamente sempre pi terziarizzata, da una parte, e le lotte che sono state portate avanti da una soggettivit di massa che aveva nel PCI il suo fulcro, dallaltra, hanno permesso di costruire nel tempo una rete di servizi, che ora rischia di diventare sempre pi marginale e, in certi settori, di scomparire, per ragioni che spero di riuscire a esplicare nelle pagine che seguono. C stato insomma in Emilia e Romagna, e qui a Reggio in particolare, una specie di filo rosso che ha collegato operatori della sanit, della psichiatria, della fascia prescolare, della scuola e dellassistenza, etc. in tutti questi anni. E, prima ancora, la presenza nel soggetto collettivo che aveva lottato per la nascita del welfare di unidea di societ, di un insieme di progetti e di realizzazioni che sono figli di questa terra di riformisti, che nel proprio modo di vivere mostrano di avere il
Per un racconto puntuale e appassionato di quegli inizi nel mondo dellantipsichiatria reggiana cfr. Jervis, e specialmente il primo saggio, pp. 9-42.
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dono di sapere realizzare ci che dapprima hanno sognato. E quindi da questi elementi, legati alle istituzioni del welfare, ma anche ad un contenitore pi ampio delle istituzioni stesse e capace di farle nascere e, fino a non molto tempo fa, di sostenerle nella loro crescita, che a mio avviso occorre partire per comprendere il welfare reggiano. E quello che cercher di fare nelle prossime pagine.

1 fase: Il primo dopoguerra e la controcultura comunista Il primo dopoguerra vede Reggio, come la maggior parte del territorio regionale, alle prese con i problemi della ricostruzione. I dati che risalgono al censimento del 19512 mettono in risalto una societ che ancora prevalentemente di tipo contadino e protoindustriale: il 55,1% della popolazione attiva in questo periodo occupata in questo ramo di attivit economica, mentre lindustria, dopo lespansione degli anni bellici, non solo arretrata, ma attraversa una profonda crisi di riconversione che vede in tutta lEmilia e Romagna il numero degli occupati in questo settore diminuire rispetto anche al periodo prebellico3.
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Questi dati, e quelli che utilizzeremo in seguito per descrivere le trasformazioni che seguiranno a Reggio Emilia nei decenni successivi, vengono da un confronto fra i tre censimenti del 51, del 71 e del 91 e precisamente dalla distribuzione percentuale degli occupati nei tre censimenti presi in considerazione: ANNO DEL CENSIMENTOSETTORE AGRICOLOSETTORE INDUSTRIALESERVIZIALTRO195155,1 %25,I %19,3 %0,5 %19712I,2 %47,0 %31,2 %0 %19916,6 %44,7 %48,1 %0,6 % 3 Cfr. il recentissimo studio sullindustria reggiana a cura di Basini e Lugli, che - fra laltro - riferendosi allintera regione Emilia e Romagna dice: Secondo lUfficio regionale del lavoro, dal 37 al

Da unanalisi della struttura della famiglia reggiana nel 1951 risulta la prevalenza, specie fra i contadini e gli artigiani, della famiglia plurinucleare. Tale tipo di famiglia aveva i suoi capisaldi nellautoconsumo e nella conseguente marginalit rispetto al mercato, nella realizzazione del S individuale di ciascun componente allinterno di un S familiare che lo comprendeva e lo condizionava, in una concezione dellautorit parentale rigida e pervasiva che vedeva il capofamiglia maschile presiedere ai lavori extradomestici e la resdra (letteralmente la reggitrice) che era la moglie del capofamiglia - dirigere gli affari domestici. Sottoposto a questa duplice autorit, incapsulato in questa rigida gerarchia, costretto a questa vicinanza forzosa con la parentela meno stretta lindividuo reggiano del primo dopoguerra era meno autonomo ed individualizzato di quello odierno, con un enorme peso morale sulle spalle che lo portava a ritenersi perennemente legato alla famiglia, sia sul piano lavorativo sia su quello privato ed intimo. A questo quadro, ancora statico e patriarcale, faceva come da pendant una tradizione riformista, che risaliva alla fine dell800, che era stata socialista e prampoliniana fino allavvento del fascismo4 e che era rinata comunista, clandestina, minoritaria e legata ancora prevalentemente alla vecchia generazione sotto il fascismo, e via via pi ampia e rinnovata nei suoi quadri e nella sua base di massa nel periodo della
52 la piccola industria e lartigianato , che vivono delle commesse della grande industria, perdono il 40% dei posti di lavoro. Le 74.000 unit produttive, che nel 37 occupavano 295.000, nel 51 si riducono a 58.000 e occupano 268.000 persone. (ivi, pag. 143) 4 Cfr. in proposito: Profumieri, Zavaroni.

resistenza

ancor

pi

nei

primi

anni

dopo

la

liberazione. In questa miscela di due parallele tradizioni, che si influenzavano, e a volte si contraddicevano, a volte si esaltavano a vicenda, stava il segreto dellethos di questa terra. E non a caso quando Togliatti, proprio a Reggio Emilia, il 24 settembre del 1946 pronuncia il suo famoso discorso Ceti medi ed Emilia rossa, proprio da questo mix, che faceva si che gli iscritti al partito fossero pi contadini che operai, che parte per dire che era su questa alleanza fra classe operaia e ceti medi produttivi che occorreva partire per definire un terreno di crescita del modello emiliano. Ebbene, se da un punto di vista socioeconomico tutto sembrava ancora fermo e statico, dal punto di vista politico, il dopoguerra reggiano era invece pieno di lotte di natura politico-sindacale. E da questo punto di vista si pu dire che, con tutti i suoi slanci e con tutte le sue delusioni, il dopoguerra a Reggio Emilia ha il suo culmine nella sconfitta delle Reggiane. La lotta delle Reggiane rappresenta infatti da una parte la fine dellepopea partigiana, ma nel contempo anche il punto di partenza di quellampio progetto di societ che va sotto il nome di modello emiliano, che sar perseguito prima attraverso le lotte degli anni 50, e poi attuato attraverso welfare. Modello composto innanzitutto, da una imprenditivit diffusa, che nasce fra laltro dalla diaspora delle maestranze delle Reggiane e degli operai disoccupati a causa della crisi di riconversione, che non erano operai una serie di pratiche che, fra laltro, comprenderanno la costruzione delle istituzioni del

tayloristi espropriati delle competenze complessive atte ad inventare e costruire le merci, ma operai - artigiani e competenti5, in grado, dopo il momento iniziale di scoramento successivo alla sconfitta, di riciclarsi e di diventare protagonisti dellindustria reggiana a partire dal boom. Modello per che impregnato anche di quel solidarismo laico, dorigine contadina, di quella capacit di praticare le idee: di immaginarle e, non appena possibile, di attuarle attraverso linvenzione di servizi di tipo universalistico, che, con il salario indiretto che ne deriver, permetter allEmilia lattuazione di volno per la crescita economica di questa terra. Ma, se queste sono le condizioni che si vanno incubando in quei tremendi anni 50, occorre ricordare che nellimmediato ci che fa da cornice alle lotte difensive di quegli anni, che vedono Reggio Emilia e tutta la regione protagoniste non dome fino alla vigilia del boom, ancora lindigenza, la povert, lassenza di un qualsiasi reticolo di infrastrutture legate al potere locale, che saldamente nelle mani della sinistra, ma che appare come un insieme di cittadelle assediate e vessate dallo stato centrale. Di modo che le sole azioni possibili ai pur moderati amministratori locali sono azioni di buona amministrazione, di sostegno della rinata cooperazione e di tutela delle fasce pi deboli (Cavandoli). Il decentramento agli enti locali, che pure era nel mandato costituzionale, ma che i governi centristi osteggiarono in tutti i modi, non fu raggiunto in
Operai capaci di inventare e di costruire lErre.60, un mitico trattore che, in alcuni prototipi, era ancora in funzione ancora agli inizi degli anni 70 (per una ricostruzione della lotta delle Reggiane cfr.: AA.VV., 1977)
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una

politica di contenimento salariale che far da ulteriore

quegli anni se non in maniera minima e sempre contro lo stato centrale. Il risultato sul piano sociale in questa fase fu il permanere di due societ. Da una parte la societ dei padroni che svolgeva una feroce peso battaglia della antioperaia Societ e che anticontadina, godeva del nellintenzione di scaricare sulle fasce deboli tutto il ricostruzione. sostegno ideologico di una chiesa locale che, oltre che preconciliare, era anche legata, a parte la minoranza dossettiana, alla borghesia agraria e ad altri gruppi sociali reazionari, spesso compromessi col fascismo, e quindi mille miglia lontana dai deboli. In questo periodo le istituzioni esistenti (scuola, psichiatria, etc.) sono saldamente nelle mani di questa borghesia e degli intellettuali provenienti da essa o, specie nella scuola, da una piccola borghesia di orientamento conservatore e cattolico. Tali istituzioni sono quindi, senza eccezioni, in questo periodo luoghi di riproduzione della cultura dominante: cultura della esclusione, della selezione meritocratica, dellegoismo di classe. Cultura che risultava funzionale: - ai processi di industrializzazione (Reggio Emilia nei due decenni fra il 48 e il 68 diventa una realt prevalentemente industriale, da agricola che era), - ai processi di immigrazione interna, che in questo periodo interessano la montagna, ma soprattutto quellinsieme di contadini che abbandonano le ville6 e il lavoro nei campi e si inurbano, - alla preparazione di questo
Reggio Emilia ancora oggi contornata da molte ville, cio da molte frazioni, che negli anni 50 erano ancora agglomerati contadini, che a partire degli anni del boom economico si sono via via trasformate in luoghi residenziali borghesi, o, pi tardi, in dormitori degli immigrati.
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enorme flusso di manodopera all'ingresso in un mondo del lavoro che richiedeva allimprovviso una buona qualificazione a tutti i livelli, ma anche un'alta fungibilit ai fini di un adattamento passivo alle esigenze di mercato delle sempre pi consistenti aree industriali. Dall'altra parte vi per a Reggio una controsociet, in cui si identifica la maggior parte dei dominati, che elabora una controcultura, che affonda le sue radici negli ideali antifascisti nonch in quelli tipici del riformismo prampoliniano. Controcultura che ha propri contenuti, propri metodi di espressione, propri luoghi, propri tempi, e propri intellettuali. Sul piano dei contenuti si va, nel maschile, dalla capacit immaginativa e progettuale che produrr l'Erre-60, alla ripresa della cooperazione, fino a quella fucina di progettualit che fu la piccola azienda artigianale nata dalla sconfitta delle lotte difensive in fabbrica negli anni 50 e dal di ripiegamento applicazione dei quadri propria operai capacit non di omologabili in imprese che nascono soprattutto come luogo della espressione autonoma. Nel femminile dalla gestione delle prime scuole materne laiche e delle colonie estive dell'UDI alle lotte per l'istituzione dei servizi sociali (scuole materne ed asili nido comunali, servizi per anziani, consultori, etc.) che costituiranno la spinta decisiva a livello di massa alla battaglia parlamentare per il decentramento che alla base della nascita del welfare in Emilia e Romagna. Sul piano dei metodi si pu dire che in questi anni che nasce la partecipazione che per in questo periodo

collegata strettamente all'universo controsocietario ed alla controcultura comunista, e cio ad una soggettivit almeno parzialmente libera ed autonoma dalla societ dei padroni, che si sviluppa dentro la societ dominante come pratica di massa di una sorta di citt futura a met, che ha nel pubblico tutte le sue parti migliori e realmente autonome, mentre nel privato risente di una situazione di dipendenza dai valori dominanti borghesi e piccoloborghesi. I luoghi in cui tale citt futura comincia a dispiegarsi sono le case del popolo, le sezioni, le organizzazioni di massa, i giornali "di parte", etc.- E la stessa vita quotidiana, vissuta da una altro ampia base come testimonianza (a volte moralistica) di un modo di espressione di se stessi di massa che rispetto ai valori sar capace di dominanti, fa da sfondo alla crescita di una soggettivit generazionalmente reggere poi sul piano identitario a molte delle prove cui la citt e il suo territorio saranno sottoposti nei decenni successivi. I tempi di questa controsociet sono quelli non ancora occupati dai mass media, e dalla televisione soprattutto, e cio la sera in sezione e nelle case del popolo, lestate con le feste dell'Unit, la domenica e il tempo libero in generale, in cui convivono, in maniera a volte schizofrenica, la dimensione pubblica della partecipazione, e quella privata dei legami familiari in cui continuano ad operare spesso i miti e gli stili di vita della societ contadina e protoindustriale. Infine gli intellettuali di questo periodo sono i quadri nati dalla resistenza e dalle lotte difensive di quegli anni che

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si sono formati nel crogiolo delle lotte, e ancor prima nelle carceri, che sono stati poi spostati nel partito e nelle organizzazioni di massa quando erano bruciati nel loro luogo di lavoro, o in base ad una sorta di operazione pere mature, e che vivono dentro questa controsociet come pesci nellacqua contribuendo a definirne i tratti in un rapporto di dialogo continuo con una base proletaria che faceva diventare questi luoghi e questi tempi come unenorme scuola di massa alternativa capace di dispensare sapere e di seminare, direi, il gusto della trasformazione e della progettualit.

2 Fase: Il '68 e la nascita dei centri di libert e di sperimentazione I dati del censimento del 1971 mostrano come ormai il settore agricolo e a Reggio la Emilia stia diventando si indirizzi marginale come forza-lavoro

prevalentemente verso il settore industriale: il 47% della popolazione attiva occupa questo settore contro il 25,3% del 1951, e gli addetti allagricoltura diminuiscono fino al 21,2%. La struttura economica della citt risente positivamente , come gran parte del Nord, dei benefici effetti del boom economico. In meno di dieci anni nasce cos una nuova realt industriale. La vera e propria inversione, in termini percentuali, degli occupati nellindustria e nellagricoltura in questi venti anni importante sia per la rilevanza dellincremento degli occupati nellindustria, sia per il decremento fra gli

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occupati in agricoltura. Infatti questo secondo dato, affermano Basini e Lugli, avvicina Reggio Emilia alle societ industriali di prima e di seconda generazione. Cosicch negli anni 60, e ancor prima nella seconda met degli anni 50, dalle campagne si assiste al primo grande flusso migratorio che prende la citt: dalle ville, la popolazione si sposta nel centro cittadino, e da contadina si trasforma in operaia e impiegatizia. Alla lunga questi elementi sono destinati a sconvolgere anche il profilo della famiglia reggiana, e soprattutto quello della famiglia contadina. Si pensi al dato dellinurbamento: cittadina la stessa agli altri struttura della casa insieme importanti elementi

strutturali cui abbiamo appena accennato - implica una spinta improvvisa e irreversibile verso labbandono della famiglia plurinucleare e lenorme ampliamento della famiglia nucleare. Avviene in questo periodo linizio di un processo di emancipazione dalle autorit familiari tradizionali destinato a crescere ulteriormente e, in questultimo ventennio, a costituire la base per ulteriori cambiamenti. Sul piano politico, nel decennio che va dai fatti del Luglio 60 al biennio 68/69 si esaurisce velocemente quella che abbiamo definito la fase della controsociet. I morti del Luglio 60, sui quali a livello nazionale passer il centrosinistra (Cooke, Crainz), a livello locale rappresentano classi l'ultimo ma grande neanche episodio di una Una controsociet che non vuole mangiare alla tavola delle dominanti, rovesciarla. generazione che in ultima istanza, e usando ancora la metafora conviviale, intende costruire una propria

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tavola sulla quale mangiare il proprio cibo, cio produrre e fruire della propria cultura, vivere la propria vita. Ci che accadr nel quadriennio successivo il boom, che la crisi del 65/66 riuscir appena a scalfire, e che riprender poi rigoglioso negli anni dopo il 66. E Reggio Emilia sar pronta a sfruttare fino in fondo le possibilit di espansione che dalla congiuntura economica sono originate proprio perch quel tessuto di imprese, di competenze, di etica padana del lavoro7, fatta di risparmio e di investimento, ma anche di cooperazione e di partecipazione, sembra ora fatto apposta per diventare il terreno sul quale si costruir poi il benessere degli anni 70: il decentramento produttivo, la crescita e la trasformazione delle cooperative in imprese sempre pi centrali nel mercato capitalistico, la disponibilit e l'accortezza sul piano degli investimenti, la capacit di tradurre velocemente le idee sul piano della produzione, di sfruttare gli interstizi del mercato, etc. Contemporaneamente, il varo del centrosinistra a livello nazionale, la continuazione delle lotte sociali per le riforme da parte della generazione precedente, e soprattutto il movimento anti-istituzionale nato nel 68, con i suoi programmi e i suoi nuovi soggetti, forgiati nelle lotte antiautoritarie studentesche ed operaie del biennio rosso - che a Reggio Emilia furono consistenti, diffusi e ancora una volta realisti movimenti di base permettono di avere, nell'arco di pochi anni, da una parte le leggi e le possibilit finanziarie per far nascere scuole materne, asili nido comunali, nuove strutture per
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Cfr. in proposito: Angelini L., 1999.

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gli

anziani,

nuovi

luoghi

dellantipsichiatria

etc.,

dallaltra e soprattutto nuovi soggetti in grado di riempire questi luoghi e queste pratiche di nuovi contenuti e nuovi metodi, non pi subordinati alle vecchie discipline e ai vecchi saperi, messi in crisi profondamente dal 68.- E ci che non fanno le leggi lo fanno gli amministratori locali di quegli anni, che sono tutti figli della resistenza e delle lotte degli anni 50. Nascono cos il CIM di Jervis, la medicina del lavoro, le scuole per linfanzia e gli asili nido comunali, etc. che rappresentano ben presto la nascita di centri di libert e di sperimentazione8 nati dalla felice congiuntura che permette una dialettica fra amministratori accorti9, da
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Mi pare importante, a questo punto fare alcune specificazioni relative al significato che, allinterno di questo lavoro assumo i termini che ho qui usato. Intanto devo ad Adorno la distinzione fra tecnico ed esperto all'interno degli intellettuali delle amministrazioni e del welfare in particolare. Questa distinzione va collocata in una dimensione che, appunto, non assolutamente legata ad una visione piramidale dei due termini (per cui il tecnico sarebbe nei gradi bassi e l'esperto nei gradi alti della gerarchia istituzionale) ma secondo il grado di autocoscienza che concretamente si esprime nella prassi. Il tecnico, afferma Adorno, non ha comprensione della cosa ma solo competenze di tipo manipolativo. E' cio un esecutore che non si pone mai il problema dei criteri di funzionalit che informano il proprio lavoro e tantomeno quelli della istituzione in cui opera (qualora operi in una istituzione). L'esperto invece, secondo Adorno, uno dei pochi - in una societ che uccide sistematicamente le possibilit di autoaffermazione e di autocoscienza - che ha la possibilit di fare "un'esperienza differenziata ed avanzata". In questo senso l'esperto compie una forzatura che per va "a beneficio di coloro che, certamente senza loro colpa, sono esclusi dall'espressione viva della propria causa". Cio, come lintellettuale critico di Benjamin, 'deve rappresentare gli interessi del pubblico contro il pubblico" 9 Gli amministratori, afferma Adorno, si trovano sempre di fronte a due opzioni: possono ridurre le istituzioni ad un insieme pi o meno efficace ed efficiente di attivit amministrate, possono cio ridurre le istituzioni del welfare ad un puro affare di natura amministrativa, ed allora avranno bisogno di contornarsi di tecnici, che non si pongono il problema della cosa, e non di esperti. La cultura che informer tali istituzioni, in questo modo, sar essa stessa una cultura amministrata, cio evirata di ogni istanza critica. Oppure possono mettere in atto una prassi amministrativa maggiorenne". E possono far ci rappresentando gli interessi del pubblico contro

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una parte, ed esperti, nati nelle lotte di quegli anni, che non rinunciano ad avere cognizione della cosa, dall'altra, e movimenti di base che cominciano ad affidare le proprie istanze e i propri progetti a queste istituzioni decentrate rinunciando gradualmente alla controsociet ed alla controcultura. Ed anche la scuola, che rimane apparentemente una istituzione centrale, in effetti viene fortemente investita e trasformata dai movimenti i e dalle istituzioni locali che propongono (e a volte impongono, sotto la spinta dei movimenti di base) non solo nuovi contenuti e nuovi metodi, ma anche nuovi tempi e nuove figure che la permeano e la sconvolgono, nel bene e nel male. Ci determina un nuovo rapporto fra intellettuali e masse che non pi confinato nei "Fort Apache" dei luoghi della controsociet, ma tende a proporsi su tutto il territorio (questo termine comincia ad essere usato proprio in quegli anni nellaccezione che ancor oggi in voga). Il territorio cio rappresenta non una entit geografica, ma un contenitore, una specie di utero sociale fatto di movimenti e di programmi, di operatori esperti, cio critici e non di meri esecutori tecnici; di amministratori accorti (e non di burocrati) attraverso i
il pubblico. Da questo punto di vista il potere che gli amministratori hanno non sostanzialmente molto diverso da quello degli intellettuali, tecnici o esperti che essi siano, che lavorano nell'istituzione: anche il potere di allocare le risorse in un modo o nell'altro infatti nasce da una dialettica fra amministratori e intellettuali alle loro dipendenze. Cosicch sia che le istituzioni operino, come in questo primo periodo reggiano in rapporto a movimenti di base capaci di definirle come centri di libert e sperimentazione, sia che acquisiscano una forza tale "da renderle autonome da un effettivo controllo di tipo plebiscitario" sempre possibile definire unalleanza fra loro e gli operatori che andr in un senso o nellaltro, in base ad una serie di fattori che non pu essere solo ricondotto alla presenza di un forte movimento di base o di massa.

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quali e solo attraverso i quali il modello del welfare emiliano-romagnolo ha potuto attecchire. Un luogo nel quale, almeno inizialmente, centri di libert e di sperimentazione si pongono non pi in un'ottica di separazione dalla societ capitalistica, ma in un'ottica di riforma che vuole ridefinire tutto il sociale, il sanitario etc. in base agli interessi delle classi subalterne, in nome delle quali, a torto o a ragione, presume di parlare e di operare. Anche la partecipazione in questo periodo si modifica e nei suoi significati e nelle sue modalit espressive. Esce fuori dal luogo separato in cui si era esercitata precedentemente e spesso diventa la testa d'ariete che conduce alla conquista delle vecchie istituzioni o alla nascita delle nuove istituzioni decentrate: il caso, ad esempio dei Comitati Scuola e Citt (Angelini et al., 1978) che permettono la nascita del tempo pieno e della sperimentazione nelle scuole elementari e medie; il caso del Comitato contro le malattie mentali che porta alla nascita del CIM. Grande importanza assume lanalisi dei criteri di selezione secondo i quali vengono ad aggregarsi gli intellettuali che opereranno in queste istituzioni (tutti gli intellettuali, e non solo i dirigenti) poich, come avremo modo di vedere anche pi avanti, ci che fa da testa di ponte in direzione di tutti i cambiamenti avvenuti dora in poi nelle istituzioni del welfare la selezione di operatori ad hoc che, a volte si aggiungono, a volte si sostituiscono a quelli dei periodi precedenti, dando cos origine ad una sedimentazione di storie e di percorsi istituzionali del tutto specifici che si addensano e si

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solidificano in vari strati fra loro pi o meno permeabili. Ci che viene richiesta in questo primo momento a questi operatori, presi dai luoghi delle lotte antiistituzionali, una disponibilit a farsi carico in termini critici e complessivi dei problemi. In una parola10 si cercano degli esperti e non dei tecnici. E' su queste gambe che marcia la sperimentazione di questi anni, ed figli da unalleanza fra questi esperti, figli del 68 e gli amministratori accorti della resistenza e delle lotte difensive degli anni 50, che possibile mettere in piedi quella prassi amministrativa maggiorenne che potremmo definire l'epopea iniziale del welfare reggiano. Ci sono per, ad onor del vero, due elementi che diciamo cos rappresentano il limite di questa esperienza. Il primo sul versante degli operatori, degli esperti che a volte, sospinti dallimpeto destruens nei confronti delle vecchie istituzioni, compiono degli eccessi e tendono a sottovalutare la rete delle alleanze, istituzionali e non, che necessaria allorch si vuole costruire insieme agli altri il nuovo11. Dallaltra gli amministratori, specie se hanno di fronte operatori tendenti allideologizzazione, propendono a volte verso atteggiamenti semplicistici e essi stessi ideologizzanti, per cui, ad esempio, se si a corto di idee si dir: si fa cos perch cos vuole il movimento dei lavoratori. In conclusione su questo periodo due sono gli elementi che mi preme sottolineare. Il primo relativo al
E riprendendo la distinzione di Adorno fra tecnico ed esperto' cui si accennava prima in nota. 11 Lopera di deisitituzionalizzazione, ad esempio, si accompagnava sempre in quegli anni al recupero e al riciclaggio dei vecchi operatori che andavano territorializzati.
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significato che il territorio assume a partire da quegli anni: per territorio si comincia ad intendere, a partire dallinizio degli anni 70, non una entit di tipo geografico, ma un insieme di servizi, un vero e proprio tessuto istituzionale che una volta non c'era e che, da un certo momento in avanti, ha cominciato ad essere imbastito, a volte in contrapposizione ad istituzioni preesistenti, a volte in aggiunta ad esse, a volte ancora ex novo, senza cio alcun modello precedente cui contrapporsi o giustapporsi. Il secondo elemento, strettamente legato al primo, nel diverso significato che il welfare, sempre a partire da quegli anni assume in Italia a seconda del luogo specifico in cui esso si sviluppa e della presenza o meno in ciascun luogo del territorio. E noto che il welfare in Italia stato bifronte: stato sociale, basato sullo sviluppo dei servizi, da una parte e stato assistenziale, basato sulla distribuzione di sussidi, dallaltra. Ora in Emilia lopzione, fin dallinizio fu quella del welfare dei servizi, al contrario di ci che accadde ad esempio in tutto il Sud in cui la direzione presa dalle amministrazioni locali fu quella dellespansione di un welfare dei sussidi, e cio dello stato assistenziale. Ebbene la presenza o meno del territorio (e cio dei servizi territoriali) pu essere presa come cartina di tornasole che evidenzia il tipo di scelte che le amministrazioni locali fecero a partire da quegli anni: e cio se andarono nel senso del welfare dei servizi o dello stato assistenziale. Ma la presenza o meno di un welfare dei servizi - al di l di ci che accade sul piano del consenso - implica nel tempo la presenza o meno di

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una cultura dei servizi, di identit professionali figlie di quella cultura, di strutture territoriali che rimangono, e che divengono la spina dorsale di quel territorio, con esiti anche sul piano della spesa - molto diversi da quelli che possibile ottenere in zone in cui l'assistenzialismo e imperante.

Fase:

Dallo

sperimentalismo

alla

cultura

amministrata Ma gi verso la fine degli anni 70 e ancor pi negli anni 80 la sperimentazione mostra la corda. Da una parte infatti una componente minoritaria e violenta del movimento anticapitalistico in maniera sempre pi evidente occupa la scena con le sue azioni terroristiche che ben presto finiscono con lo screditare ogni istanza critica trasformandola in qualcosa di sinistro che fa paura a tutti e finisce col fare terra bruciata di ogni movimento critico. Dallaltra il PCI, a partire dal compromesso storico e da tutte le svolte e controsvolte che da esso nascono, anche in Emilia comincia a rinunciare a quella grande opera di formazione di una soggettivit critica di massa, cos come invece aveva fatto negli anni 50 e 60, con esiti alla lunga nefasti sul piano della formazione non solo dei quadri dirigenti ed intermedi, ma anche di buona parte della base. Esiti, peraltro, che l per l non risultano evidenti e che solo successivamente verranno in piena in luce. Daltro canto sul piano economico dopo il boom, e soprattutto a partire dagli anni 70, nuove componenti

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strutturali parte

si

irradiano nuova

nella politica

gi di

dinamica

base

produttiva reggiana. Tali componenti sono legate solo in alla decentramento amministrativo che al contrario dei governi centristi che lo hanno preceduto - il centrosinistra ora permette e, sotto certi punti di vista, incoraggia (vedi nascita delle regioni); decentramento che gli enti locali rossi possono attuare in scala molto pi ampia rispetto al dopoguerra, proseguendo nella costruzione del welfare dei servizi e accentuando quel lavoro di sostegno alla piccola e media impresa e alla cooperazione che, a dir la verit, era gi stato messo in atto dagli istituti di governo locale fin dallimmediato dopoguerra, ma con possibilit limitate, dato lostracismo che centralmente il blocco moderato aveva mostrato, fino al 62\63, nei confronti degli enti locali, e di quelli rossi in particolare (Crainz). Lelemento che risulta strutturalmente pi importante in questo periodo luso massivo da parte dellindustria locale del decentramento produttivo e del lavoro a domicilio che assorbe, a Reggio cos come in tutta lEmilia in quegli anni, fra il 30 e il 40% del lavoro (Sechi). Questo elemento si lega e si intreccia con altre tre importanti componenti: 1. la tendenza dellindustria locale ad autofinanziarsi ed a reinvestire nella produzione (e non nella speculazione finanziaria): il che permette lespandersi del numero degli occupati; 2. la presenza di una rete produttiva e distributiva legata alla cooperazione che rappresenta un primo grande ammortizzatore sociale; ed infine - ricongiungendoci a quanto dicevamo prima a proposito del decentramento

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amministrativo 3. ci che in termini economici viene definito limpulso salario indiretto locale ed in termini che sociali larchitettura di quel welfare dei servizi, nato sotto dellente emiliano, permette lerogazione di salario sociale sotto forma di servizi. Salario sociale che, a sua volta consente una minore pressione dei bisogni operai sul profitto dimpresa12: vale a dire la presenza di un secondo rilevantissimo ammortizzatore sociale. Il decentramento produttivo con la sua struttura a scatola cinese, ben presto riesce a permeare di s e della sua logica ogni interstizio, ogni luogo, ogni famiglia, ogni soggetto in grado di prestare almeno un po del suo tempo quotidiano in unopera di costruzione di un microscopico tassello che - messo insieme agli altri tasselli e condotto, l dove necessario, da quelle formiche impazzite rappresentate dai piazzisti - finisce con il fare assumere alla merce, nella sua versione finale, un valore aggiunto che nel proprio interstizio locale il singolo soggetto non vede. In questo modo il senso della produzione, che al raffinato operaioartigiano delle Reggiane era chiarissimo, al lavorante a domicilio diventa sconosciuto. Ma la cosa pi gravida di conseguenze sul piano sociale nel fatto che mentre il lavorante a domicilio si affanna, con i suoi familiari, ad assemblare e a rifinire gli oggetti della produzione, i suoi legami sociali, cos come quelli pi intimi e privati si spezzano. In questo modo tendono a venir meno contemporaneamente due delle componenti decisive alla formazione delletica padana del lavoro: la spinta solidaristica
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la

visione

dinsieme

dei

processi

Piro, pp.147-148, cit. in Sechi.

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trasformativi, mentre le tonalit maniacali del lavoro a domicilio esprimono, in maniera fin troppo enfatica, le logiche di sfruttamento e di autosfruttamento che le sottendono. Il solidificarsi di questo nuovo stile di vita, attento alla produzione e ad ogni mezzo e occasione che permetta una rapida ascesa sociale, la grande spinta verso la mobilit verticale che insita in questo improvviso diffondersi del lavoro in ogni interstizio familiare, si verificano cos per la prima volta a Reggio in base ad un impegno individuale (o al massimo familiare), e non pi come il prodotto di uno sforzo immaginativo di massa guidato dal partito, o in ogni caso innescato da una qualche entit in rapporto con esso e con i movimenti e le istituzioni da esso ispirate13. Questi sono i connotati di fondo in base ai quali in Emilia si espande lindustrializzazione: si tratta di un modello che ha i suoi capisaldi nella piccola e media impresa, le quali usano massicciamente grimaldello il che decentramento produttivo come

permette massimizzazione dei profitti, a minor costo e senza i condizionamenti derivanti dai mille lacci e laccioli cui sono costrette le grandi industrie. I risultati, sul piano della composizione del blocco sociale dominante in regione e in citt sono molto importanti:
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la

rapidissima

industrializzazione

E noto, in ambito sindacale, lepisodio di Amendola che in quegli anni, durante la lotta della Blok viene a Reggio per riprendere le donne comuniste licenziate che mostravano di essere meno combattive di quelle di Bergamo (dove esisteva un altro opificio Blok) e scopre che la maggior parte di loro nel frattempo o aveva gi trovato un nuovo lavoro o era a casa a carico dei familiari, tutte in una situazione in cui il venir meno di uno stipendio per qualche mese poteva essere facilmente riassorbito dalla contemporanea entrata di altri stipendi familiari.

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terziarizzazione (cfr. nota 1) sconvolge il vecchio mondo e le vecchie identit e fa emergere nuovi strati e nuove classi che, per un insieme di motivi, finiscono per fruire gratuitamente, e spesso in situazione di concorrenza drogata con le classi del lavoro dipendente, di quel welfare dei servizi che era stato pensato anche come strumento difensivo (salario indiretto) proprio per il lavoro dipendente. Questa contraddizione, che lerogazione quasi gratuita dei servizi per ora copre, sar ben presto destinata ad esplodere allorch lepoca del deficit spending, tipica dei centrosinistra della I repubblica trover il suo culo di sacco nella crisi dei primi anni 90. Certo che negli anni 80, e forse ancor prima, qui a Reggio si innesca quella contraddizione fra vecchie e nuove classi sociali in base alla quale si determiner un vero e proprio meccanismo perverso di fruizione del welfare che, ad esempio, nellassegnazione di un posto al nido o in casa di riposo privileger il partito degli evasori rispetto a quello degli onesti contribuenti. Su questa base si andato saldando negli anni 80 un vero e proprio blocco sociale che vedeva nel territorio il luogo in cui da una parte il welfare ancora continuava, in base alla sua gratuit, a svolgere una funzione di salario indiretto, ma con funzioni perverse, cui abbiamo appena accennato, che oggettivamente avvantaggiavano le nuove classi sociali, pi che il lavoro dipendente. Dallaltra la partecipazione alienata permetteva ancora l'adesione delle masse alla politica pidiessina di gestione del welfare.

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In questo quadro, a mio avviso, il tema della mancata battaglia per il decentramento fiscale assume un significato centrale. Diceva Barbera nell82 (!): a un certo punto "la sinistra abbandona le battaglie degli anni precedenti e preferisce rivendicare risorse finanziarie da un centro sempre pi condizionato da politiche cadeva il anticongiunturali monito di chi si anzich ostinava rivendicare a ripetere, l'assunzione di responsabilit autonome; e nel vuoto soprattutto a sinistra, che non si sono mai conosciute in Occidente forme di democrazia locale che non fossero legate al prelievo di risorse tributarie". Cosicch di fatto lultimo PCI ed il PDS si sono trovati, nel momento della crisi, a continuare a fare demagogicamente richieste ad uno stato centrale non pi in grado di rifornire gli enti locali di risorse e hanno lasciato uscire dalla regione il capitale finanziario che, in mancanza di un prelievo a livello locale e superata la fase iniziale di reinserimento nella produzione locale, attraverso le banche stato in questi ultimi anni reinvestito sempre pi altrove. E la mancanza di una politica di decentramento tributario dall'aumento della ricchezza sociale in grado di in Emilia ha massimizzare le possibilit create per i lavoratori regalato questa istanza alla Lega che lo agita ora a fini razzistici, ed ha strozzato le riforme14. In questa situazione estremamente dinamica avviene un rapido processo
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di sostituzione dei vecchi quadri

La rinuncia ad una battaglia per un nuovo sistema decentrato di esazione delle finanze per rilanciare le riforme, creando dei sistemi di compensazione per le regioni pi povere ed arretrate fa venire in mente lo scontro fra Salvemini e i socialisti emiliani sul rapporto nord sud degli inizi del 1900.

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dirigenti sia nel partito, sia nelle istituzioni del welfare. Un po per ragioni anagrafiche, un po per precise scelte politiche si assiste ad un ricambio che, nellepoca del compromesso storico, e con tutte le preoccupazioni di accreditamento che il PCI ha presso le altre forze dellarco costituzionale, non pu non avere un effetto a cascata nella definizione di nuovi criteri secondo i quali assumere, programmare, decidere. E tali criteri sono quelli di una distillazione degli sforzi e di una diffusione dei poteri compiuta per due ordini di motivi: - il primo in una politica locale che mette in soffitta lindicazione togliattiana dellalleanza con i ceti medi produttivi sotto legemonia della classe operaia, o meglio che rinuncia ad un aggiornamento di questa politica alle esigenze delloggi, nel tentativo di cavalcare gli interessi dei nuovi strati emergenti; - il secondo, che a mio avviso va visto in subordine al primo, ma su un piano di stretta consequenzialit ad esso, nella logica consociativa in base alla quale, abbandonata la battaglia per il decentramento contributivo, non restava che rimanere in buona con il potere centrale, nei confronti del quale ci si limitava a rivendicare le risorse, come diceva Barbera. Ci determinava anche in citt una politica di grande apertura nei confronti delle minoranze che centralmente detenevano il potere (e specialmente dei cattolici). Nelle istituzioni del welfare ci signific che gli amministratori, per mettersi al riparo dalle critiche eventuali provenienti dalle altre componenti dellarco costituzionale si impegnarono in un continuo sforzo di tipo interpretativo in base al quale - ad esempio - i

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consultori, che a Reggio "non hanno fatto in tempo" a nascere nella prima met degli anni 70, nascono pi tardi secondo questottica di tipo consociativo e senza che alcuno, da parte delle minoranze, oltretutto, abbia fatto alcuna pressione, in quegli anni almeno, su questo piano, ma semplicemente perch i nuovi amministratori stavano diventando allimprovviso pi realisti del re. Per cui in base a queste premesse, come Aymone ebbe a dire gi nel 79, nelle istituzioni del welfare emiliano rapidamente si passa dal periodo delle giuste parole dordine, a quello della costruzione nel territorio, ed infine al periodo della crisi e del riflusso
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. Cosicch il

nuovo ceto politico, nato a partire dal 68, ma che si va agglomerando in base ad una specie di selezione alla rovescia che privilegia sempre pi le capacit di allineamento consociativo dei quadri lentamente, ma inesorabilmente e a volte in maniera brutale - manda a casa i vecchi amministratori. In questo periodo le istituzioni, intese come spazi di libert, cominciano a diventare disfunzionali rispetto al nuovo clima consociativo. Comincia cos una inesorabile opera di trasformazione delle istituzioni del welfare reggiano che, da luoghi di sperimentazione, diventano istituzioni bonificate in cui la cultura amministrata tende sempre pi a soppiantare la cultura vista come esercizio critico; e gli esperti o sono marginalizzati e sostituiti da tecnici che non hanno cognizione della cosa, funzionali al nuovo modo di vedere i servizi, o fanno karakiri e si ri\dimensionano essi stessi. Ci nondimeno in questo periodo, a Reggio E. come nel
T. Aymone, Potere locale e burocrazia nellesperienza della sinistra, in Inchiesta, N.40, Luglio- Agosto 1979, pp.3-9 (Cfr. anche: Aymone, 1976)
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resto della Regione Emilia e Romagna, si completa e si perfeziona sul piano amministrativo la costruzione dei servizi. Non siamo pi in una situazione di stato nascente in cui lalleanza fra esperti e amministratori accorti inventa il nuovo e lo ripropone sempre in maniera creativa e critica: si tenta anzi da pi parti di evirare la cultura critica che era nata negli anni precedenti, ma il progetto, larchitettura dei servizi continua ad andare avanti. Anche la partecipazione, che nel primo dopoguerra era stata la spina dorsale della controcultura comunista, e che nellepoca della sperimentazione post-sessantottina si era trasformata a Reggio Emilia in quellinsieme di istanze di base16 che avevano innescato il cambiamento in tutti i luoghi del welfare, ora diventa unaltra cosa. Cosicch la libert e l'autonomia dei soggetti della partecipazione - che fino allinizio degli anni 70 era come un insieme di onde che continuamente si riproducevano dapprima nella controsociet, poi nella sfida alle vecchie istituzioni, per poi magari essere costrette a sfaldarsi nella battigia del tran tran politicoistituzionale - a partire dalla seconda met degli anni 70 tendono ad essere compresse fin dallesordio dei nuovi soggetti sulla scena politica cittadina, quando non nascono gi evirate di ogni reale spinta critica. Si assiste cos in quegli anni da una parte alla scomparsa dei vecchi soggetti della partecipazione, intesi come soggetti autonomi e liberi (dai condizionamenti di chicchessia), dall'altra alla comparsa come abbiamo visto pi sopra - di un nuovo soggetto
Si tenga presente che Reggio non aveva una universit, e questo impediva la formazione, anche in unepoca di grandi fermenti quale fu il 68, di movimenti di massa al di fuori o a latere del PCI.
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burocratico

che

vede

la

partecipazione

come

attivizzazione eterodiretta ed eteronoma (vedi ad es. i Comitati di Gestione , Decreti Delegati, i Quartieri, le Circoscrizioni, l'eteronomia i Comprensori, etc.). Laddove appare evidente nella incontrollabilit

delle modalit secondo le quali si formano realmente le decisioni in questi luoghi presto svuotati di ogni nerbo critico e abbandonati stregoni spinge da della verso tutti, tranne che dagli e di apprendisti nuova burocrazia; tentativi

l'eterodirezione

continui

attivizzazione della base senza che ad essa venga dato alcun elemento per dirigere realmente il movimento: tentativi che alla fine spingono verso la formazione di una autocoscienza alienata che ufficialmente dovrebbe permettere una comunicazione fra apparato e utenti, ma che in effetti mira a pilotare il cambiamento secondo la logica dell'apparato. E il territorio in questa nuova logica comincia a cambiare pelle e a diventare la tela di Penelope che viene continuamente fatta e disfatta in base ad esigenze che appaiono pi legate alle logiche attuali dell'apparato che a quelle dei soggetti che dovrebbero essere i fruitori e i controllori dei servizi. Didascalica in proposito la nascita e la repentina scomparsa dei Comprensori sociosanitari che nascono a freddo, a tavolino e alla fine servono solo ad immettere nel circuito del welfare una nuova leva di operatori (prevalentemente amministrativi) ampiamente da centralismo selezionati col manuale Cencelli del consociativismo. E' ci che resta della mentalit democratico che, nella sua immaterialit e in questo

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nuovo clima consociativo, ha permesso all'apparato di autopromuoversi ed autoselezionarsi, poich il centralismo democratico ora, attraverso unopera di smussamento ed eliminazione di ogni tratto individuale nella definizione del "cursus honorum" burocratico, produce alla fine un quadro senza slanci e senza passioni che in effetti diventa una tela che si presta passivamente ad essere ridipinta secondo le esigenze del partito o della corrente del partito di cui il quadro espressione. Lassenza di principi e di passione politica spinge il quadro, sia esso impiegato nelle istituzioni del welfare, sia nel partito, o in altri luoghi del potere locale, in uno stato di (falsa) sicurezza che implica alla lunga una crescita a met, un non diventare mai adulti e autonomi, e cio il permanere sempre in una posizione filiale in cui l'unico rischio che si corre quello di essere riciclati, come figli inetti, in un settore dell'apparato importante. ritenuto (a volte a torto) meno

4 Fase: Laziendalizzazione, il welfare mix e il declino La fine della prima repubblica significa anche crisi sia del welfare dei servizi sia dello stato assistenziale. Ci che spinge in questa direzione lenorme buco che nel bilancio dello stato si era prodotto negli anni 80 per via degli scriteriati criteri (BOT - CCT, etc) in base ai quali il pentapartito aveva cercato di risolvere il problema della spesa. Il protrarsi per oltre un decennio di queste

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politiche aveva, fra laltro, contribuito non poco a sconvolgere la base del blocco sociale che era stato cementato dallavvento del centrosinistra ed aveva contribuito altres alla nascita di nuove classi sociali legate alla rendita e alla speculazione finanziaria, i cui interessi come abbiamo visto - avevano cominciato a minare alle radici il significato del welfare. La crisi del blocco sociale che aveva tenuto su il centrosinistra spinge dapprima il trio Amato, Ciampi, Dini, successivamente lUlivo a cercare un nuovo patto fra produttori, che alla base del programma dellUlivo e che consiste in una politica di austerit necessaria per consentire allItalia lingresso in Europa. Ci in sede locale significa apertura ai popolari, che era stata gi incubata nel decennio precedente e che perci diventa ora di facile attuazione in citt. La linea di rigore che i governi del nuovo centrosinistra assumono nei confronti della spesa, per, a mio avviso, non basta a comprendere ci che sta avvenendo nei territori del welfare qui in Emilia, e a Reggio in particolare. E vero infatti che gi la riforma De Lorenzo e gi gi fino ai recenti progetti di riforma della scuola di Berlinguer e De Mauro, tutto va verso laziendalizzazione dei servizi che dovrebbe essere larchitrave su cui costruire una rigorosa politica della spesa. Ma in effetti laltro versante del programma prodiano prima, e del centrosinistra poi, quello che va nella direzione del welfare mix, determina, almeno qui a Reggio Emilia, una situazione particolare che sotto certi punti di vista, conferma le politiche del rigore, ad esempio attraverso la dismissione pura e semplice di

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settori del welfare ed il ritorno della cura sulle spalle delle famiglie e delle donne, in particolare; sotto altri punti di vista appare, pi che altro, come una pura e semplice spinta verso la nascita, a fianco dei servizi pubblici, di veri e propri doppioni (e a volte anche di triploni) dati in appalto al privato no profit o profit. Tali nuovi ambiti del welfare non solo si aggiungono, spesso in maniera concorrenziale a quelli che qui ci sono gi da 30 anni, non solo spesso non hanno alcun legame di continuit con la cultura dei servizi che qui si sedimentata fra gli operatori, ma vengono anche erogati con criteri di appalto poco chiari, che non azzardato definire clientelari. Criteri che mortificano lingresso dei giovani nel mercato del lavoro perch li obbligano a salire su uno dei due o tre carrozzoni clientelari presenti in citt che, di fatto, operano in condizioni monopolio. Le recenti concessioni che a livello centrale ci sono state da parte degli elementi pi moderati del centrosinistra alle posizioni della Compagnia delle Opere, posizioni che ribaltano la logica del pubblico al primo posto e della natura universalistica del welfare, e definiscono come prioritario lintervento privato e solo residuale quello pubblico17, hanno prodotto una accentuazione del fenomeno. La presenza inoltre di logiche di assegnazione degli appalti secondo regole definite in sede regionale e locale che premiano i progetti meno costosi pongono gli attori del privato sociale in una condizione di povert di risorse che spinge verso lerogazione di servizi di basso profilo che pesano sui fruitori e sugli operatori. Questi
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Per esempio quanto previsto nella legge Turco sullassistenza

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ultimi infatti, privati del tempo e delle risorse per la formazione, pagati male e perci in perenne situazione di turn over non solo sono posti oggi nella impossibilit di svolgere un lavoro qualitativamente elevato, ma, in prospettiva, sono anche impediti, al di l delle loro qualit e della loro dedizione personale, nel potere contribuire alla sedimentazione nel tempo di una cultura dei servizi, etc. Il tutto mentre spesso il pubblico in grado di offrire lo stesso servizio a costo zero. Il tutto mentre nei 30 anni scorsi nel pubblico, almeno qui in Emilia e Romagna, si sedimentata una cultura dei servizi ricca, stimata spesso anche extra-moenia, trasferibile, se solo ci fosse la volont politica di trasmetterla18. Nel frattempo sul piano sociale la realt reggiana si va sempre pi configurando come una societ postindustriale e terziarizzata. E ci rilevabile, da una parte, a partire dal fatto che quasi la met della
E qui mi associo al grido di dolore di Burgio nei confronti del welfare pubblico morente, anche se sul piano programmatico come Burgio stesso mi pare si proponga, occorre avere un atteggiamento non schizoparanoideo sul welfare mix dei giorni nostri. Infatti da una parte vero che le ipotesi alla Revelli che propugnano una auto-amministrazione solidale risultano utopiche ed idealistiche di fronte ad una classe politica che mette le mani sul no profit in maniera pesante e clientelare. Dallaltra la rinuncia da parte della sinistra ad una battaglia tesa ad evitare che nel no profit si determino situazioni di monopolio, la rinuncia a immaginare e legiferare prevedendo meccanismi di appalto e di remunerazione degli operatori no profit fondati su presupposti di giustizia e di qualit fa da pendant a operazioni, quali quella della Turco, che pongono nelle mani degli apparati amministrativi un potere discrezionale enorme che gi sta innescando operazioni neoclientelari. Io penso per che, di fronte a condizioni di appalto giuste e qualitativamente garantite, sarebbe possibile: innanzitutto far convivere il pubblico, laddove questo ha delle tradizioni ancora vive e feconde, con il no profit; - e soprattutto, dove le condizioni lo permettano, sperimentare forme di cogestione e prima ancora di programmazione comune fra pubblico e no profit a tutto vantaggio degli utenti.
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popolazione attiva di Reggio Emilia nel 91 impegnata nel settore dei servizi, dallaltra dal fatto che, anche rispetto ai dati del 71, cambiata la qualit del terziario, che da arretrato che era fino al 71 - ora diventa avanzato, cio sempre pi concentrato sul piano della comunicazione e nella finanza19. Da una recente rivelazione compiuta dallOsservatorio per le famiglie di Reggio Emilia emerge una nuova fisionomia della famiglia reggiana che appare ormai come un quadro strutturale complesso, ormai mille miglia lontano dalla famiglia contadina, e analogo sotto molti profili a quello che va emergendo oggi in tutta Europa (Zanatta). I dati raccolti mostrano una netta prevalenza di nuclei semplici, con una scomparsa della tradizionale struttura plurinucleare, con lemergere, a fianco di quella nucleare, della famiglia prolungata (Scabini), e con lespansione della famiglia mononucleare, che implica in ultima istanza - un complessivo aumento del numero di famiglie, unito alla contemporanea media (Iori). Ma c unaltra e pi sconvolgente trasformazione che prende Reggio Emilia specie a partire dalla seconda met degli anni 90: limmigrazione. La trasformazione di Reggio in una societ opulenta attrae chi, da tutto il mondo, vien qui per trovare un luogo di lavoro e di vita. Tutte le statistiche parlano di un trend che fra il 2008 e il 2028 dovrebbe vedere gli immigrati superare il 20% dei residenti. E chiaro che in una societ provinciale, che,
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contrazione

della

loro

dimensione

nonostante

gli

sconvolgimenti

degli

ultimi

Fra il 71 e il 91 gli addetti del terziario nel settore della finanza passano dal 5 al 12 % sul tot. della popolazione attiva.

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decenni, aveva mantenuto un profilo delle tradizioni e perfino un dialetto locale, larrivo degli immigrati, in misura cos massiccia, risulta un fatto nuovo e una sfida, che fra laltro, proprio perch va ad innestarsi su di un ceppo gi provato dalle rapidissime trasformazioni degli ultimi decenni espone la citt a gravi pericoli. Reggio cos, che negli ultimi anni ha assunto la veste di societ multietnica (Mottura), stenta a darsi una cultura capace di rapportarsi con i nuovi arrivati, e non riesce a considerare questi ultimi come portatori di culture altre con le quali fare i conti. Di nuovo possibile costatare oggi la nascita di due societ, di due culture. Da una parte la societ dei consumi, la ricca tavola imbandita intorno alla quale tutte le classi sociali affluenti si ingegnano a trovare un senso alla loro sempre pi sfrenata pulsione a "ingerire" qualsiasi prodotto il mercato proponga (Angelini, 1999; Scanagatta). Dallaltra una seconda societ, che non invitata alla tavola consumistica, ma che anzi ne esclusa e che da alcuni strati sociali della citt20 vessata e sfruttata. Le caratteristiche di alterit, di non domesticit di questa seconda societ tendono ad essere nascoste alla citt. Pur tuttavia gli altri ci sono. Ma questa seconda societ, al contrario di quella comunista degli anni 50, non si pone come controsociet nei confronti della prima, e non presenta al proprio interno, almeno a Reggio E., significativi momenti di autocoscienza dai quali partire per reclamare i propri diritti e le proprie libert, a parte alcune significative iniziative della CGIL.
E non solo da quelli di destra, se vero che, ad esempio, sul problema degli alloggi, molti dei proprietari profittatori sono di sinistra.
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Anzi

sembra

attualmente

succube

della

cultura

dominante. Insomma penso sia chiaro ora che Reggio Emilia diventata il capoluogo di un territorio che, nellarco di pochi decenni ha subito una serie di cambiamenti strutturali radicali. Affermano Basini e Lugli: Reggio in particolare, e lEmilia in generale, sono stati sottoposti in questo quarantennio ad un processo di cambiamento che in Inghilterra ed in Francia sono avvenuti nellarco di centocinquanta anni. Il rischio sul piano della identit e della coesione sociale in situazioni sociale, di rapidissimo mutamento quello

dellingenerarsi di una situazione di anomia (Durkheim) in cui i soggetti hanno limpressione che i vecchi valori siano diventati obsoleti e che i nuovi valori siano ancora incerti, non sufficientemente condivisi ed appena abbozzati. Ebbene giusto dirsi, come fa Ghelfi, che in una terra come questa, diversamente da situazioni simili come il Veneto, in cui il cambiamento stato altrettanto rapido, i rischi di una disgregazione sociale siano stati meno ampi e la societ ha tenuto. Occorre chiedersi anche per fino a che punto largine della tradizione, rappresentato da quel mix di spirito di intrapresa e di solidarismo laico, sia oggi ancora in grado di tenere, e fino a che punto invece diventato un argine costruito su fondamenta di generazioni e di stili di vita che stanno scomparendo e che, prima o poi, rischia di cedere, anche di botto, attraverso le falle rappresentate dalla cesura fra vecchie e nuove generazioni che, ormai prive di ideali, vanno verso il Polo.

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In conclusione cosa accaduto in questi ultimi tempi al welfare reggiano? In quello che fu tra i cantieri principali della sperimentazione del welfare dei servizi con lo stesso zelo speso nel momento della nascita dei servizi, ma con una tonalit mortuaria che lopposto del fervore creativo che contraddistinse quellepoca e quellepopea, si sta facendo di tutto per potere essere primi anche in unopera di demolizione. Il nuovo blocco sociale che qui si aggregato intorno allUlivo ha ai propri vertici un nuovo ceto politico che diventato esso stesso un fattore di accelerazione dellopera di disgregazione del vecchio modello di welfare e di riaggregazione di una nuova entit i cui contorni sono quelli dellaziendalizzazione e del welfare mix. Tre sono fin dallinizio le strade che lUlivo va intraprendendo per ridisegnare in chiave leggera ed in termini di welfare mix il welfare emiliano e quello reggiano, in particolare. La prima strada, come dicevamo prima, quella dellaziendalizzazione che sostanzialmente nasce dalla supposta esigenza di agire sulle spese con rigore. Ci ha posto le premesse per una mutazione genetica dei servizi, proponendosi di trasformarli in aziende. E qui in Emilia, proprio per lo zelo iconoclasta di cui sopra, in molti scomparti tale trasformazione gi avvenuta. Il tutto accompagnato, specie nella prima fase, da una improbabile total quality applicata ai pubblici servizi, di importazione bocconiana, che appare pi come una mano di fondotinta tesa a nascondere il sostanziale taglio dei servizi, che una operazione aziendalistica. Ma

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questa operazione da sola non basta a spiegare ci che realmente qui sta avvenendo. Infatti, a fianco a questa strategia, ve ne sono almeno altre due che sono altrettanto significative. Vi intanto, come abbiamo gi visto, una seconda strada intrapresa dagli amministratori locali: quella della dismissione di settori pi o meno ampi di welfare pubblico e dellappalto di questi stessi settori al privato. Tale

dismissione, che dovrebbe avvenire, secondo quanto ci dicono, per ragioni di bilancio, in effetti sta avvenendo secondo criteri che sono tutti da studiare e con logiche poco trasparenti sul piano della spesa. Su questo piano lalleanza con i popolari presenta interessanti elementi di specificit rispetto a quella storica con i socialisti. I popolari cio - al contrario dei socialisti, che non avevano una linea sui servizi e si preoccupavano solo di presidiarli - si propongono come portatori di una nuova offerta di prestazioni sociali, sanitarie ed educative e di riallocare le risorse nel loro privato sociale e non. Ci implica la nascita di un vero e proprio nuovo modello di erogazione delle prestazioni e dei servizi (il welfare mix, per lappunto!), di un nuovo operatore del welfare leggero, di un nuovo modo di concepire il rapporto con lutente, di un nuovo modo di fare cultura in questi nuovi servizi che merita unattenzione particolare, poich lanello principale destinato a fare da vettore e da stabilizzatore del nuovo blocco storico fra ulivisti del centro e della sinistra qui in Emilia. Infine vi una terza strada che quella della sottrazione di ingenti quote del welfare sia dai servizi pubblici, sia dal privato pi o meno sociale, attraverso unopera di

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inabissamento della cura in quel fiume carsico che la famiglia, che cos viene di nuovo sovraccaricata, soprattutto nella sua componente femminile (AA.VV., 1990), di quelle incombenze suppletive e marginalizzanti dalle quali per tutto il novecento aveva tentato di emanciparsi. Il risultato di tutta questa complessa operazione non sar solo la perdita di un modello di welfare che ci stato invidiato nel mondo, ma anche un rilevante processo di riallocazione delle risorse a danno delle famiglie (e delle imprese) che vedranno venir meno quel salario indiretto prodotto dal welfare che, con la conseguente politica di moderazione salariale, era stato uno dei volani del modello emiliano a partire dalla fine degli anni 60; e nella versione degli anni 80 - aveva costituito, insieme alla rinuncia alla esazione fiscale diretta da parte dellente locale, una delle basi su cui si era costituito il nuovo blocco sociale che aveva preso a funzionare alla fine della prima repubblica, e che ancora continua a rimanere in piedi, direi, per forza dinerzia. In effetti laziendalizzazione, lappalto al privato, linabissamento della cura, ed infine la tikettazione ormai generalizzata stanno minando alla radice il welfare dei servizi, per cui n le nuove classi medie traggono pi vantaggi rilevanti da esso, n tantomeno i lavoratori dipendenti, ormai costretti a pagare due o tre volte le prestazioni, e quindi ormai paradossalmente gravati dal welfare. Ancora pi penalizzate dalla situazione attuale sono le donne doppiamente marginalizzate sia per lenorme cura intra-familiare, e perci aumento del peso che la

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femminile, destinato ad avere nei prossimi anni, sia perch con la contrazione del welfare destinato a venir meno quellimportante bacino di lavoro femminile extradomestico che rappresentato dal welfare stesso. Mentre per i nuovi arrivati, che vengono a noi con le loro speranze e senza le loro famiglie, lungi dal ribadire lequanimit tipica dellormai tramontato welfare universalistico, o si prospettano soluzioni che non fanno parte dellambito dei diritti, ma della carit, o si d loro risposte pigre, a rimorchio dei problemi, incapaci di prevederli e di governarli. Gli homines novi di questo coacervo di forze e di parrocchie pretendono di trattare il welfare emiliano, e reggiano in particolare, come se fosse un vecchio reperto fossile assimilabile al loro stato assistenziale, democristiano, dispendioso e clientelare, e vorrebbero ridurlo a mera istanza di controllo del vero welfare che nei loro disegni dovrebbe traslocare altrove21: un ferrovecchio da fare tendenzialmente scomparire. Molteplici le ragioni di questo declino e non certo identificabili in termini causalistici: abbiamo fatto cenno ai rapidissimi mutamenti avvenuti in citt sul piano economico-sociale in questo quarantennio; alla crisi didentit che ne derivata allinterno di ogni classe sociale; alle profonde trasformazioni del welfare reggiano sul piano dei contenuti e dei metodi, ed a quelle cui, lungo questo quarantennio, sono andati incontro la partecipazione e gli intellettuali del welfare. Ci che mi preme rimarcare, alla fine di questo excursus storico, per lassenza oggi nella sinistra
(facendo addirittura questioni circa le effettive possibilit che il pubblico avrebbe di controllare bene, da un punto di vista qualitativo, i nuovi luoghi della cura
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locale di un luogo collettivo in cui il cambiamento (e non solo quello relativo alla politica dei servizi) possa essere interpretato, guidato, piegato agli interessi delle classi subalterne. Di fronte a questa inerzia, di fronte allassenza di luoghi politici in cui la sinistra possa disegnare il proprio futuro, di fronte alla sua presa di distanza da quello che pur fu un aspetto del suo prestigioso passato, lattivismo del centro, che ha un proprio progetto di welfare, come abbiamo tentato di dimostrare, destinato ad avere partita vinta. Intanto gli operatori del welfare sono incanutiti. Molti sono andati anzitempo in pensione e c seriamente il rischio che si scavi un grosso fossato fra passato e presente. Su questa linea di discontinuit peraltro incombono altri dei rischi connessi ai processi che di frantumazione grossi contenitori prima

dellaziendalizzazione erano necessari per comprendere i nessi fra gli eventi, e che ora si rivelano disfunzionali poich non permettono rapide ristrutturazioni e rapidi spostamenti di personale da un settore ad un altro. Tale rischio, che nel breve periodo di un eccesso di frantumazione, di parcellizzazione in settori sempre meno dialoganti fra di loro e sempre pi egemonizzati da una cultura aziendalistica che mira a fini eteronomi rispetto alla cura, nel medio periodo pu innescare processi di perdita di ogni memoria del proprio passato e di sottomissione, sul piano culturale, rispetto ai nuovi soggetti privati, profit o no profit, che irrompono sulla scena del welfare leggero dei giorni nostri. Contro passato questa e disposizione questo adialettica assurdo rispetto mi al contro oblio pare

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importante storia.

prendere

appunti

per

lasciare

alle

generazioni che verranno tracce di s e della propria

Reggio Emilia, Maggio 2001 Post scriptum: Oggi, 11 Giugno 2001, sinsedia il secondo governo Berlusconi, che si appresta a maramaldeggiare su un welfare ormai moribondo.

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