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Raffaele Fummo

Significato, contesto, storia: lo studio del linguaggio politico in John Pocock e Quentin Skinner

INDICE

INTRODUZIONE

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PARTE PRIMA METODO

CAP. 1 POLITICA E STORIA 1.1 Fare storia del pensiero politico 1.2 La svolta linguistica 1.3 History of Ideas e New History of Political Thought 1.4 Begriffsgeschichte e New History of Political Thought 1.5 Astrazioni e mitologie delle verit eterne

p. 13 p. 13 p. 18 p. 19 p. 23 p. 28

CAP. 2 LA COMPRENSIONE DEL TESTO 2.1 La comprensione delle parole 2.2 Il recupero delloggettivazione 2.3 Contesti, paradigmi e linguaggio politico 2.4 Retorica e discorso politico 2.5 Sincronia e diacronia dei linguaggi politici 2.6 La verit delle credenze 2.7 I termini delle credenze

p. 36 p. 36 p. 39 p. 44 p. 49 p. 52 p. 56 p. 62

CAP. 3 AZIONI E AUTORI 3.1 Il significato delle parole 3.2 Luso delle parole 3.3 La forza delle parole 3.4 Le parole dellautore 3.5 Le intenzioni degli autori

p. 68 p. 68 p. 70 p. 74 p. 78 p. 84

PARTE SCONDA STORIA

CAP. 4 LA NATURA STORICA DELLA SCIENZA POLITICA 4.1 Teoria, azione, parole 4.2 Le parole nella storia

p. 88 p. 88 p. 92

CAP. 5 IL REPUBBLICANESIMO LA POCOCK: DA ARISTOTELE AI FOUNDING FATHERS 5.1 Verso un linguaggio del vivere civile 5.2 La repubblica: unentit universale 5.3 Da Machiavelli a Harrington 5.4 La virt americana

p. 99 p. 99 p. 103 p. 109 p. 116

CAP. 6 IL REPUBBLICANESIMO LA SKINNER: LA TEORIA NEO-ROMANA DELLA LIBERT 6.1 La libert e lindipendenza dei Comuni 6.2 La retorica della libert 6.3 La libert repubblicana

p. 123 p. 123 p. 128 p. 133

PARTE TERZA TEORIA

CAP. 7 CONCLUSIONI TEORICHE 7.1 Una teoria della libert 7.2 Due teorie della cittadinanza 7.3 Migrazioni teoriche

p. 141 p. 141 p. 145 p. 153

BIBLIOGRAFIA

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Introduzione

Quando John Pocock e Quentin Skinner studiano i testi del pensiero politico si chiedono cosa stessero facendo gli autori mentre, scrivendo, utilizzavano un linguaggio piuttosto che un altro. Anche io potrei chiedermi cosa stessi facendo scrivendo questo lavoro di sintesi che tenta di cogliere gli aspetti salienti della metodologia storiografica dei due storici di lingua inglese, nonch gli esiti storici e teorici che da questa metodologia dipendono. Una prima risposta a questo interrogativo pu immediatamente essere espressa dichiarando la volont di reclamare la specificit di questo metodo storiografico. Tra le scuole storiografiche che, a partire dagli anni Sessanta, hanno partecipato alla rivoluzione del linguistic turn, la New History of Political Thought, coi lavori di Pocock e Skinner, ha dato il suo contributo originale al dibattito inaugurato dalla History of Ideas di Arthur Lovejoy e dalla Begriffsgeschichte di Erich Rothacker. La dicotomia fissata dalla coppia idealtipica analitici-continentali ha definito precise distinzioni nella specificazione dei criteri epistemologici che guidano la ricerca filosofica. Gli ambiti di riferimento delle due tradizioni hanno rivelato una profonda distanza che stata messa in rilievo soprattutto dalla modalit con cui ci si rapportati coi testi del passato. Mentre la filosofia continentale attraverso lelaborazione gadameriana del metodo ermeneutico, che pu considerarsi una sintesi del lavoro degli storici della Begriffsgeschichte ha sviluppato la concezione umanistica della conoscenza dei testi, che si realizza attraverso lidea del dialogo infinito coi testi stessi, nellambito della scuola analitica, invece, stato elaborata una metodologia di ricerca storica il cui fondamento teorico consiste in una differente considerazione del testo, il quale viene prima di tutto contestualizzato e poi fatto risalire direttamente alle intenzioni dellautore. Il punto focale dal quale si distanziano reciprocamente i due approcci consiste, quindi, in una doppia lontananza derivante da una diversa concezione del significato dei concetti pre-

si in esame, concezione che si costruisce e si realizza attraverso un differente modo di muoversi allinterno della filosofia del linguaggio. Infatti, la svolta linguistica vera protagonista della filosofia del Novecento, nonch evento che ha dato avvio al confronto tra il logos heideggeriano, luogo del disvelamento dellessere, e i giochi linguistici wittgensteiniani, apparati sistemici in cui il segno linguistico acquista valore in relazione alluso che se ne fa allinterno del giocosistema in cui viene utilizzato ha determinato quella distinzione dalla quale poi emerso il problema della determinazione referenziale dei termini, i quali sono, per i continentali, significanti di un apparato categoriale universale, mentre per gli analitici sono invece vettori di un significato che non ha alcuna referenza ontologica, essendo esso chiarito dalla modalit di utilizzo allinterno di un sistema linguistico piuttosto che di un altro. Emerge con chiarezza che la distanza fondamentale della storiografia che fa capo alla filosofia analitica rispetto allapproccio ermeneutico si esplicita in quella doppia lontananza prima solo accennata, e consistente in una lontananza rispetto allinfinit dialogica, che invece si traduce in contestualizzazione spaziale e temporale, e in una lontananza rispetto alla considerazione dellautore, il quale irrilevante per la ricerca ermeneutica, mentre la cui figura diviene centrale allorch si voglia risalire al significato dei concetti che egli utilizza e allorch questo significato si determina sulla base del rilevamento delle intenzioni dellautore stesso. Il senso di un testo non trascende il suo autore, perch questo, scrivendo, non fa altro che esercitare la consapevolezza del suo agire pratico in un ambito quello del pensiero politico che pone s le sue condizioni e le sue possibilit, ma che pu anche essere sovvertito. Un testo non pu essere separato dal suo autore perch le intenzioni non possono essere prese in considerazione astrattamente, prescindendo dal linguaggio con cui il testo stato costruito. Lautore, bench sia stato labitante di un universo linguistico che ha dato significato ai suoi enunciati, non un semplice ambasciatore di questo linguaggio ma qualcosa di pi, in quanto il suo discorso e

le sue parole possono sia seguire i canoni del contesto linguistico condiviso, ma possono anche avere il potere di agire sul paradigma linguistico che lautore stesso ha utilizzato. Attraverso il testo lautore ha detto qualcosa sulla sua epoca ed , quindi, agli enunciati del testo che bisogna in primo luogo guardare per ricostruire le intenzioni di un autore. Questa la via maestra per la quale John Pocock e Quentin Skinner hanno deciso di transitare per ridisegnare ci che gli autori, attraverso i loro testi, intendevano dire. Una via che, essendo percorsa studiando i linguaggi e gli enunciati ricavati dai testi, conduce alla comprensione storica di questi testi, i quali non sono altro che lo specchio dellazione di un autore che intendeva partecipare in maniera attiva alla discussione sulluniverso politico da lui abitato. In questo modo si stabilisce una relazione stretta tra scrittura, significato e soggettivit dellautore. Ed una relazione di tipo pratico, perch la resa in parole di un atto politico essa stessa un atto politico. La politica, infatti, s un sistema di linguaggio ma anche questo linguaggio un sistema politico in quanto le parole sono allo stesso tempo azioni e atti di potere nei confronti delle persone. John Langshaw Austin aveva insegnato che lenunciato performativo tende a volere realizzare il fine della forza illocutoria, che quello di produrre effetti pratici e comportamentali in chi ascolta. Quando questa condizione ha luogo si parla di atto illocutorio che diviene perlocutorio. Perch la forza di un enunciato possa essere compresa da chi ascolta necessaria, oltre alla coerenza dellenunciato col contesto in cui viene proferito, la dichiarazione da parte di chi parla di stare eseguendo unazione. La scrittura, allora, rinvia da un lato al mondo dei significati condivisi da una comunit, dallaltro rimanda alle intenzioni di un autore che, attraverso le parole vuole conseguire e realizzare un obiettivo politico ben preciso. Questo secondo livello dei significati viene restituito alla comprensione dello storico quando questi legge gli enunciati del testo come atti performativi e quando si impegna a interpretare il linguaggio dellautore come un linguaggio il cui valore semantico determinato dalla dimensione della sua forza.

Quando si guarda alle opere di storia del pensiero politico di John Pocock e Quentin Skinner possibile cogliere la struttura metodologica che sorregge il lavoro dei due storici del pensiero politico una volta che essa stata tradotta nelleffettivo lavoro storico. Qui si deciso di seguire un percorso ben preciso, quello relativo alla storia del repubblicanesimo. I testi a cui si fatto principalmente riferimento sono stati The Machiavellian Moment di J.G.A. Pocock e The Foundations of Modern Political Thought e Liberty before Liberalism di Quentin Skinner. In queste paradigamatiche storie del pensiero politico moderno i due autori condividono lidea rivoluzionaria di individuare come perno della speculazione politica dei secoli XV-XVIII il repubblicanesimo anzich il liberalismo. Studiando in modo rigoroso i linguaggi della politica utilizzati in contesti specifici, essi hanno individuato la traiettoria di una tradizione che nellet moderna ne ha caratterizzato il dibattito politico. Ci ha significato operare un discrimine allinterno del pensiero politico moderno che ha spostato linteresse di studio non tanto sui pensatori liberali ma sui teorici del repubblicanesimo, primo fra tutti Machiavelli. Oltre questo punto di contatto, tuttavia, i loro percorsi non si sono poi incontrati, in quanto le direzioni a cui hanno condotto le loro ricerche sono risultate del tutto differenti, concentrandosi esse su due differenti tradizioni su cui il repubblicanesimo risultato fondarsi. Pocock ha costruito un itinerario che ha legato solidamente una tradizione che, a partire da Aristotele, si riverberata e trasmessa nei pensatori dellumanesimo fiorentino, nel pensiero di Harrington e dei suoi contemporanei dellInterregno, e nei pensatori politici protagonisti della Rivoluzione americana. Al centro del lavoro storiografico di Pocock, che ha il significativo sottotitolo Florentine Political Thought and the Atlantic Republican Tradition, c la convinzione che questa tradizione sia permeata e intrisa del linguaggio politico di Aristotele, in particolare della sua concezione delluomo come zoon politikon che realizza la sua piena individualit nella vita activa e nel vivere civile. In pi, aggiunge lo storico neozelandese, questo rilievo critico espone la storia inglese e americana del Seicento e del Settecento a una revisione storiografica in base alla quale

essa si presenta come irriducibile ai fenomeni storico-politici dellEuropa, monopolizzata da dagli esiti della Rivoluzione francese. Pi articolata risultata la ricostruzione storica di Skinner. Il docente di Cambridge, nel delineare la storia del repubblicanesimo moderno, si mosso tra teoria e storia. Egli, prima di tutto, ha attinto ad una diversa tradizione che lo ha convinto a individuare le origini del repubblicanesimo non in Aristotele ma nel linguaggio dei retori, dei filosofi e degli storici romani, primi fra tutti Cicerone e Sallustio. In secondo luogo, Skinner ha posto al centro della sua riflessione storica lidea di libert, inserendosi cos in quel vasto dibattito inaugurato alla fine degli anni Cinquanta dal saggio di Isaiah Berlin Two Concepts of Liberty. Se il testo Foundations of Modern Political Thought ha tracciato una storia del pensiero politico che affonda le sue radici nella tradizione repubblicana romana, per passare attraverso let comunale e poi allumanesimo fiorentino fino allet della Riforma, Liberty before Liberalism segna invece, da un lato, un ideale proseguimento storico che analizza il dibattito politico negli anni della Rivoluzione inglese, dibattito che ha avuto protagonisti autori come Henry Parker, Philip Sidney, Henry Neville, John Milton; dallaltro lato, nel suo libro, Skinner indica con precisione i parametri teorici di quella che definisce teoria neo-romana della libert. Questa viene spiegata come una terza via tra libert positiva e libert negativa: descritta come una forma di libert la cui fisionomia quella di una particolare forma di libert negativa la cui peculiarit consiste nel fatto che la sua realizzazione ha luogo quando si riesce ad impedire ogni forma dipendenza e di interferenza da parte delle istituzioni di governo. Mentre il concetto di libert negativa consiste solamente nel definirla come realizzabile allorch sia evitata solo ed esclusivamente la dipendenza, cio la schiavit, la novit di Skinner consiste nellaggiungere al carattere della dipendenza anche quello dellinterferenza. Egli asserisce che la condizione di libert come non schiavit non sufficiente al mantenimento di essa, ma fondamentale che la partecipazione politica sia costantemente finalizzata allimpedimento di ogni forma futura di costrizione

e che quindi abbia come obiettivo la preservazione della libert attraverso la protezione dal pericolo di essere sottoposti a costrizione. Direttamente connessa a questi temi la riflessione teorica che Pocock e Skinner hanno suscitato e stimolato a partire dalle loro ricostruzioni storiche. In termini di teoria politica si pu partire dai due autori per definire, prima di tutto, due differenti paradigmi della cittadinanza. Mentre il cittadino che emerge da quella che si pu definire la teoria neo-aristotelica dello stato un cittadino che realizza pienamente la sua individualit allinterno della comunit politica alla quale costitutivamente legato, il cittadino tratteggiato dalla teoria neo-romana della libert, invece, deve costantemente impegnarsi nella partecipazione politica al fine di salvaguardare la libert individuale da ogni sorta di costrizione e minaccia. Le tesi di Pocock e Skinner, inoltre, come suggeriscono gli studi di Marco Geuna, vanno collocate allinterno di due differenti dibattiti inerenti la teoria politica. Nel caso di Pocock, emerso quanto le sue ricerche storiche siano state accettate e accolte dai critici della teoria della giustizia di John Rawls, cio quei pensatori come Michael Sandel e Charles Taylor, definiti comunitari, i quali del testo The Machiavellian Moment hanno apprezzato soprattutto la tesi della continuit teorica tra aristotelismo e repubblicanesimo e la tesi storiografica che presenta il repubblicanesimo come tradizione precedente e alternativa a quella liberale. Il repubblicanesimo disegnato e delineato da Pocock ha fornito loro gli argomenti necessari da spendere contro le tesi rawlsiane dellindividuo atomic e unencumbered, proponendo una concezione di bene comune che stimola gli individui ad assolvere il proprio dovere di cittadini. Ma il repubblicanesimo pocockiano ha fatto sentire il suo peso anche in altri due diversi ambiti del dibattito politico, quello riguardante gli studi politologici sulla democrazia e quelli inerenti il diritto costituzionale. Per quanto concerne il primo caso, il testo di Robert Dahl del 1989 dal titolo La democrazia e i suoi critici, evidenzia lassunto di Pocock in merito al debito intellettuale nei confronti di Aristotele allorch si affronti la questione della tradizione repubblicana. Richard Fallon, sul versante del di-

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ritto costituzionale, nellarticolo What is Republicanism, and Is It Worth Reviving (1989), invita invece, una volta mutata linterpretazione del pensiero politico dei Padri fondatori, a rivalutare e rivedere il senso della costituzione americana. Altri autori hanno confermato la tesi di Pocock sulla matrice aristotelica della tradizione repubblicana, tra questi ricordo solo Jrgen Habermas, che nel sesto capitolo di Faktizitt und Geltung (1992) presenta il repubblicanesimo come una forma di aristotelismo da contrapporre al liberalismo. Le tesi di Quentin Skinner, invece, partendo dal concetto di libert fatto proprio da Machiavelli e da altri pensatori a lui contemporanei, la cui formulazione dipende dalla lettura dei testi scritti negli anni della repubblica romana, si fondano su una particolare concezione della libert negativa. Come nel caso di Pocock, anche le tesi di Skinner sono state discusse e hanno fatto scuola. La particolare forma di libert negativa elaborata dallo storico, supera sia la dicotomia repubblicanesimo/liberalismo sia lopposizione libert positiva/libert negativa: egli formula una teoria della libert che, sebbene si inserisca con prepotenza nel dibattito inaugurato da Berlin, se ne svincola per la sua particolare concezione della libert, definita allo stesso tempo come terza via possibile tra lindividualismo liberale e il comunitarismo aristotelico, e delinea una forma di repubblicanesimo definito come strumentale (instrumental republicanism). Strumentale nel senso che la partecipazione politica viene descritta non come il fine ultimo individuale, ma come lo strumento e il mezzo per conservare la libert da costrizione e interferenza. una concezione, quella di Skinner, che, sebbene conservi caratteri di originalit e novit, per molti aspetti riconosciuti dallo storico stesso debitrice delle riflessioni sul tema della libert elaborate da di Philip Pettit in particolare nel testo Republicanism. A Theory of Freedom and Government (1997).

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PARTE PRIMA METODO

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Capitolo 1 Politica e storia

1.1 Fare storia del pensiero politico

Nel 1975 J.G.A. Pocock pubblica The Machiavellian Moment1, mentre Quentin Skinner d alle stampe The Foundations of Modern Political Thought2 nel 1978. Si tratta di due opere di storia del pensiero politico che non eccessivo definire rivoluzionarie, in quanto disegnano un itinerario del pensiero politico moderno che si svincola dai canoni storiografici ufficiali, siano essi marxisti o straussiani, e intraprendono un percorso che, da un lato invita a leggere gli autori classici della filosofia politica in maniera affatto nuova, mentre dallaltro lato fanno emergere sulla scena della politica moderna personaggi e testi considerati secondari, se non addirittura privi di ogni interesse da parte degli storici delle idee politiche. Sia Pocock che Skinner affrontano lo studio in questione muniti di uno strumentario metodologico proprio della filosofia del linguaggio di lingua inglese, in merito al quale linteresse primario dichiarato dello storico delle idee viene indicato nello studio dei contesti storici in cui gli autori politici si trovarono ad agire. Il concetto di contesto deve, per, essere inteso nel senso di contesto linguistico: se gli autori hanno scritto un testo, lo hanno fatto utilizzando il linguaggio che avevano a disposizione, e questo linguaggio acquisisce valore e peso semantico solo ed esclusivamente in merito al fatto di essere una forma di vita condivisa, cio una attrezzatura linguistica utilizzata da tutti, i cui significati sono da tutti condivisi.

POCOCK, J.G.A., The Machiavellian Moment. Florentin Political Thought and the Atlantic Republican Tradition, Princeton University Press, Princeton, 1975; trad. it. a cura di A. Prandi, Il momento machiavelliano. Il pensiero politico fiorentino e la tradizione repubblicana anglosassone, Il Mulino, Bologna, 1980. 2 SKINNER, Q., The Foundations of Modern Political Thought, C.U.P., Cambridge, 1978; trad. it. a cura di G. Ceccarelli, Le origini del pensiero politico moderno, Il Mulino, Bologna, 1989.

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Bench provenienti da zone geografiche diverse, i due storici hanno condiviso questa impostazione metodologica di fondo e lhanno applicata alla costruzione della storia delle idee politiche. J.G.A. Pocock originario della Nuova Zelanda, una lontana terra del Commonwealth britannico, la sua attivit accademica si svolta tra lUniversit neo-zelandese di Canterbury, quella inglese di Cambridge e negli Stati Uniti. Negli anni Quaranta e Cinquanta, a Cambridge, Pocock frequenta storici delle idee che condividono la sua metodologia e linteresse per il pensiero politico dellInghilterra del secolo XVIII, tra cui John Dunn e Quentin Skinner. Studiosi e ricercatori di lingua inglese iniziano cos ad acquisire una precisa fisionomia in merito alla quale verranno dora in avanti individuati con letichetta di scuola di Cambridge. Bench Pocock, nel suo peregrinare tra i tre continenti, non abbia realizzato la sua ricerca solo ed esclusivamente in Europa, il suo nome pu tranquillamente essere annoverato tra i membri della scuola. A sostenere, invece, costantemente i fondamenti teorici e storiografici della scuola di Cambridge stato Quentin Skinner, il quale costruisce prevalentemente nella cittadina universitaria inglese la sua carriera, fino a diventare Regius Professor di storia moderna nel 1996. Nel 1959 Quentin Skinner ricercatore presso il Gonville and Caius College alluniversit di Cambridge, due anni dopo la pubblicazione della tesi di dottorato di J.G.A Pocock, The Ancient Constitution and the Feudal Law, che era stata discussa nel 1952. I due storici hanno et differenti (Pocock nato nel 1924, Skinner nel 1940), per cui il loro incontro intellettuale avviene quando il pi anziano dei due ha gi maturato le linee di fondo del suo criterio di lavoro storico. Tuttavia, ci non impedisce di individuare alcune matrici che hanno indirizzato le metodologie e le finalit della loro attivit di ricerca. Prima di tutto, entrambi sono stati consapevoli dello scemare del dibattito politico sul dualismo ideologico che investiva i paesi coinvolti nella guerra fredda. Gi negli anni Cinquanta il disgusto per questa sorta di pensiero manicheo emerse nella forma di un Committee for Nuclear Disarmament (Comitato per il disarmo nucleare), la cui figura pi eminente era Bertrand Russell. Sono questi gli anni della tesi generale

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dalla morte delle ideologie, che viene tradotta nello specifico del pensiero politico nei termini della morte della filosofia politica3. A trarre queste conclusioni Peter Laslett, docente di storia a Cambridge, il quale pronunci la sua sentenza dalle pagine della rivista Philosophy, Politics and Society, da lui diretta a partire dal 1956. Le ragioni della morte della filosofia politica venivano individuate nel successo della sociologia, il cui metodo pervadeva ormai ogni campo delle scienze umane. La sociologia si era impossessata, in questi anni, delle aree specifiche della filosofia politica e sociale, causando la mancanza di una seria discussione meramente filosofica su argomenti di carattere socio-politico4. La proposta di Laslett fu allora quella di inventare una nuova filosofia politica che rimpiazzasse e migliorasse la precedente. Una post-filosofia politica che stimolasse un vivace dibattito a cui lo storico di Cambridge prese parte proponendo una notevole novit interpretativa in merito alla lettura dei Two Treatises on Govenment di John Locke. La tesi di Laslett sul pensiero politico lockiano fu assolutamente anticonvenzionale, in quanto criticava la teoria, radicata e ritenuta inattaccabile, che il testo di Locke fosse da leggersi in intima connessione con gli eventi storici della Gloriosa Rivoluzione del 1688-89. La revisione interpretativa si fondava sullassunto che i Two Treatises costituivano una risposta alla pubblicazione del Patriarcha di Robert Filmer, per cui la redazione dei brani principali andava anticipata agli anni 1679-80, esattamente un decennio prima della data tradizionalmente stabilita. Il compito che Laslett si era prefissato costituiva un esempio di critica al modo in cui Locke veniva letto, che doveva avere la funzione di interpretare Locke cos come lui stesso voleva essere interpretato e capito, posizionando la sua opera di pensatore politico nel contesto storico in cui si trov ad agire e operare. Non si trattava, tuttavia, di un approccio del tutto nuovo. A sottolineare il ruolo del contesto come determinante per la comprensione dellapparato concettuale di un filosofo della politica era gi stato Robin George Collingwood, filosofo e storico di Oxford cresciuto e formatosi

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PALONEN, K., Quentin Skinner. History, Politics, Rhetoric, Polity Press, Cambridge, 2003; pp. 11-12. LASLETT, P., Introduction, in ID. (a cura di) Philosophy, Politics and Society, Blackwell, Oxford, 1956; pp. viixv.

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nellambito dellidealismo inglese. La storia del pensiero politico sosteneva Collingwood poteva essere ricostruita solamente a condizione che venissero combinate intuizioni storiche e filosofiche: solo attraverso la rivisitazione dei problemi e delle questioni sollevate nella storia diventava possibile individuare la logica di domanda e risposta sottostante allazione pratica dello scrivere un testo politico. Il presupposto metodologico del docente di Oxford consisteva nellindividuare come il pensatore politico rispondesse a quelle domande poste dal suo tempo e non come risposte agli interrogativi che un interprete di unepoca diversa pone al suo testo 5, cos come andava insegnando lermeneutica gadameriana. Fu a partire dalle idee di Laslett che Pocock intraprese il suo lavoro di revisione in merito alle origini della Common Law (argomento della sua tesi di dottorato), da lui indicate nel processo di feudalizzazione del territorio inglese durante lepoca della conquista normanna, fondato sulla convinzione, propria di Laslett, che il pensiero politico inglese potesse essere meglio compreso a partire da alcune parole-chiave impiegate in un contesto storico circostanziato6. In questo periodo la seconda met degli anni Cinquanta anche Skinner si avvicina alla lettura di Laslett, grazie al suo insegnante John Burrow, che gli sugger di leggere lopera di Locke da lui curata. Skinner indica la lettura di questo testo come levento che maggiormente ha influenzato i suoi studi e la sua formazione7. Fu a partire da questa lettura che il giovanissimo studente di Cambridge decise di leggere Hobbes, cos come Laslett aveva letto Locke. Decisione che fece partorire una serie di saggi sul filosofo inglese i cui testi vennero interpretati a partire dal contesto storico in cui furono ideati, dal linguaggio della teoria politica utilizzato in questo contesto, dalla ricerca delle intenzioni che Hobbes esprimeva nei termini di questo linguaggio.

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COLLINGWOOD, R.G., An Autobiography, Claredon Press, Oxford, 1978; p. 62. ALBERTONI, E.A., Prefazione a POCOCK, J.G.A., Politica, linguaggio e storia, Edizioni di Comunit, Milano, 1990; pp. xi-xiii. 7 On Encountering the Past. An Interwiew with Quentin Skinner by Petri Koikkalainen and Sami Syrjmki 4.10.2001, in Finnish Yearbook of Political Thought 6; pp. 34-63.

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A sostenere questo impegno gli veniva in appoggio anche la pubblicazione dellopera di Pocock, da lui letta durante gli anni in cui era studente. I presupposti metodologici di The Ancient Constitution and the Feudal Law, costituirono un motivo per incoraggiare la successiva produzione storica di Skinner, in quanto avevano avviato lo studio intorno a un campo di ricerca il pensiero politico dellInghilterra del XVII secolo che veniva rivisitato in base a nuovi presupposti storiografici. Ma Laslett e Pocock non costituirono, tuttavia, i soli riferimenti intellettuali di Skinner. Per accedere a Cambridge, Quentin Skinner lesse i testi di Collingwood, rimanendo colpito dal suo principio in base al quale il lavoro dello storico del pensiero politico debba essere condotto combinando latteggiamento del filosofo con quello dello storico. Solo riuscendo a individuare loperato intellettuale di un preciso momento storico lo statuto della disciplina che indaga la storia delle teorie politiche pu essere riconosciuto con autenticit e forza da parte di chi compie un lavoro finalizzato allindividuazione delle intenzioni di un pensatore politico del passato. Si tratta di un compito che deve essere condotto operando sul linguaggio utilizzato nellambito di un contesto storico preciso, individuando in esso le convenzioni e le modalit retoriche che facevano di questo linguaggio un sistema di comunicazione e comprensione condiviso. Questa impostazione metodologica tender, nei decenni che seguiranno la sua prima formulazione negli anni Cinquanta a Cambridge, ad acquisire una fisionomia sempre pi precisa e metodologicamente strutturata che le far guadagnare una sua propria autonomia storiografica, tanto che ormai invalso, presso gli studiosi di storia e teoria politica, parlare di scuola di Cambridge, o, ancora meglio, di New History of Political Thought o History of Political Discourse.

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1.2 La svolta linguistica

Il metodo storiografico proposto da Pocock e Skinner si avvale di una serie di assunti di fondo in base ai quali emerge una visione contestualista della ricostruzione della storia delle idee. Ma il contestualismo di cui parlano gli autori principalmente di tipo linguistico. Prima di analizzare nei dettagli questi assunti teorici, bene evidenziare che lattenzione al linguaggio risulta essere la tendenza dominante della filosofia inglese del Novecento, tendenza che ha condotto la storiografia filosofica a parlare, per questo fenomeno, di svolta linguistica. Unespressione con cui si intende la volont di identificare i problemi della filosofia con le questioni dellanalisi linguistica. Il linguaggio viene riconosciuto come lo strumento attraverso il quale si individuano e si cercano di chiarire le questioni filosofiche, ed per questo motivo che risulta opportuno laddove si voglia avviare una discussione metafilosofica sulla natura, sulle possibilit e sui limiti della filosofia rivolgersi al linguaggio per analizzarne le potenzialit e le carenze. Seguendo lormai classico modello storiografico proposto da Michael Dummett 8, a inaugurare questo percorso, che condurr alla nascita di un nuovo modo di fare e di intendere la filosofia denominato filosofia analitica, stato Gottlob Frege, che viene indicato come il primo ad avere spostato lanalisi filosofico-epistemologica dal piano del pensiero al piano linguistico. Nel suo testo del 1884 I fondamenti dellaritmetica Frege elabora il principio del contesto, consistente nel fatto che solo nel contesto di un enunciato che una parola acquisisce significato. quindi lindagine linguistica che pu dare risposte a domande di carattere epistemologico e ontologico, in quanto il linguaggio rappresenta lunico specchio dei pensieri di cui disponiamo e sono quindi le propriet semantiche dellenunciato a rivelare la struttura del pensiero. Si tratta di un atteggiamento che tende a vedere il linguaggio come strumento privilegiato da utilizzare per lanalisi dei problemi filosofici, come dir Wittgenstein, prima nel Tractatus lo8

DUMMETT, M., Origins of Analytical Philosophy, Harvard University Press, Cambridge, 1993. Trad. it. a cura di E. Picardi, Origini della filosofia analitica, Einaudi, Torino, 2001.

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gico-philosophicus e poi nelle Ricerche filosofiche. A partire dagli anni Venti (il Tractatus era stato pubblicato in lingua inglese nel 1922) ogni questione filosofica sar quindi declinata nei termini dellanalisi della sintassi e della semantica linguistica e il mondo universitario inglese raccoglier questa suggestione rendendosi centro propulsore di un modo di fare filosofia che, soprattutto intorno allambiente cantabrigense e oxoniense, raccoglier i nomi pi illustri della filosofia analitica del linguaggio. Soprattutto a partire dalla seconda met del Novecento, personaggi come George E. Moore, Bertrand Russell, Frank P. Ramsey, Ludwig Wittgenstein, Karl Popper, Gilbert Ryle, John L. Austin, Paul Grice, Richard M. Hare e molti altri, nutrirono una grande fiducia nei nuovi metodi analitico-linguistici ed estesero le loro considerazioni a vari livelli concernenti il panorama filosofico, da quello prettamente logico a quello epistemologico, da quello ontologico a quello etico e giuridico. John Pocock e Quentin Skinner, da parte loro, raccolsero le suggestioni della filosofia analitica del linguaggio per elaborare un modello storiografico che fondava proprio sul linguaggio e sugli enunciati utilizzati dagli scrittori politici del passato la possibilit di una nuova forma di studio delle idee politiche. Entrambi gli autori vissero intensamente lambiente culturale di Cambridge. Loriginalit e la novit della metodologia storiografica che viene proposta dai due autori, attinge fortemente da questambiente alcune tesi teoriche e interpretative che renderanno peculiare il loro approccio dello studio delle idee politiche.

1.3 History of Ideas e New History of Political Thought

Intorno agli anni Sessanta, la storiografia del lessico politico occidentale presenta una fisionomia ben precisa, caratterizzata dalla presenza di tre grosse scuole che indagano la terminologia della politica con peculiarit e finalit metodologiche differenti. Queste diverse imposta-

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zioni metodologiche, appartenenti agli anni e al contesto culturale del linguistic turn, pur avendo provenienze geografiche e culturali eterogenee, presentano punti di contatto e divergenze che le pagine seguenti tenteranno di evidenziare e chiarire. Lillustrazione dei processi fondamentali delle scuole storiografiche a ci si riferisce History of Ideas, Begriffsgeschichte, New History of Political Thought o History of Political Discourse dausilio al fine di comprenderne gli obiettivi e le impostazioni di base ma, soprattutto, risulta utile allorch si vogliano chiarire i riferimenti critici siano essi polemici o di accettazione delle architetture storico-metodologiche di J.G.A. Pocock e Quentin Skinner. Di History of Ideas si comincia a parlare a partire dagli anni Venti del secolo XX, allorch lo storico americano Arthur O. Lovejoy, insieme ad alcuni collaboratori della Johns Hopkins University di Baltimora, tra cui spiccano i nomi di George Boas e Gilbert Chinard, d vita allo History of Ideas Club. il 1922, e quattordici anni dopo Lovejoy d alle stampe il testo The Great Chain of Being [La grande catena dellessere], la cui Introduzione rappresenta una sorta di manifesto programmatico del Club. I segni distintivi della metodologia storiografica da lui elaborata possono preliminarmente essere riassunti nellaffermazione dellautore secondo la quale la History of Ideas qualcosa che nello stesso tempo pi specifico e meno limitato di quanto non sia la storia della filosofia9. da questo assunto che Lovejoy parte per presentare le due peculiarit della sua ricerca storica: la concezione atomistica delle idee (che lui definisce unitideas) e il carattere interdisciplinare del lavoro dello storico delle idee. Per quanto concerne il primo punto, Lovejoy chiarisce che il compito di uno storico che affronta lo studio di un corpo dottrinale o del pensiero di un singolo autore quello di andare alla ricerca di quelle unit-ideas che formano apparati concettuali pi vasti e complessi. Lovejoy intende questi apparati come un aggregato composito e eterogeneo10 che lo storico delle idee

LOVEJOY, A. O., The great chain of being. A study of the history of an idea, Harvard University press, CambridgeMass., 1936; trad. it. di L. Formigari, La grande catena dellessere, Feltrinelli, Milano, 1981, p. 11. 10 Ibid.

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deve analiticamente e chimicamente smontare, col preciso obiettivo di risalire a quelle ideeunit da cui il composto concettuale formato. Rispetto alle grandi costruzioni concettuali, le unit-ideas rappresentano nuclei concettuali che perdurano e restano saldi indipendentemente dalle modalit assunte dalle idee nel corso del tempo. Lo storico deve partire da queste per risalire ai composti che gli interessano, deve riconoscere lesistenza delle unit-ideas dietro e sotto le grandi concettualizzazioni storiche. Si tratta di un lavoro che investe in maniera diretta le questioni relative al linguaggio perch si concentra sulle modificazioni e alterazioni semantiche dei termini designanti le idee in ambiti spaziali, temporali, sociali e culturali diversi. Ma cosa che determina la circolazione delle unit-ideas? E sulla base di quale assunto legittimato lo studio di esse? Lovejoy abbastanza chiaro in proposito. Sebbene lontano dallorizzonte e dagli interessi storiografici della rivista delle Annales lontano solo geograficamente ma non dal punto di vista temporale, in quanto la prima generazione degli storici della celebre rivista contemporanea allo storico americano egli fa propria la concezione della possibilit di una storia della mentalit, insistendo su fattori come presupposti impliciti, abiti mentali pi o meno inconsci, tendenze dominanti di unet11 che appartengono a un singolo individuo o a una comunit e che condizionano la ricezione di idee passate o la formazione di idee nuove. Per quanto concerne il carattere interdisciplinare, caratterizzante il lavoro dello storico dello idee, esso si evince con forza dalla Preface di Philip W. Wiener al Dictionary of the History of Ideas, pubblicato a New York negli anni 1973-74. Vi viene sottolineato linvito a scrittori, artisti e scienziati di fuoriuscire dalla specificit del proprio campo di ricerca, del proprio settore di studio e del proprio metodo per indagare ed esplorare quei pivotal clues, cio quelle ideecardine, che fungono da indizi per costruire e costituire le radici culturali di diversi settori, rilevanti e marginali, operanti nel mondo della conoscenza12. Una volta che una idea-unit stata

11 12

LOVEJOY, A. O., op. cit.; p. 14. WIENER, P. W., Preface a Dictionary of the History of Ideas. Studies of selected pivotal ideas, 4 voll., Charles Scribner's Sons, New York, 1973-1974, vol. 1, p. viii.

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individuata e isolata si tratta di seguirla nel suo percorso storico anzi, in ultima analisi, attraverso tutte le sfere della storia in cui essa figura in misura notevole, sia quella della filosofia, oppure della scienza, della letteratura, dellarte, della religione o della politica13. Le idee sono entit mercuriali e dinamiche che, secondo lo schema programmatico del Dictionary, devono essere studiate in tre modi: attraverso uno studio cross-cultural che si concentri sulla presenza di una o pi unit-ideas in diverse discipline in un periodo storico determinato, attraverso la ricostruzione storica di una idea dai tempi dellantichit fino alla contemporaneit, attraverso la spiegazione del significato dellidea nelle concettualizzazioni di diversi autori principali. Questa ultima questione ha un particolare rilevo, perch indaga il problema semantico direttamente e quindi invita a svolgere unanalisi attenta allinterno del problema linguistico. Risulta importante, nelleconomia di un discorso che voglia descrivere le figure intellettuali di Pocock e Skinner, operare un confronto critico tra la History of Ideas e la New History of Political Thought. Mentre la prima risolve la questione semantica allinterno di un campo di riferimento relativo a mentalit e abiti mentali, perch questi sono gli spazi in cui le idee, anche e soprattutto inconsciamente, agiscono dallinterno e dal fondo, la seconda risolve, invece, il problema semantico nellambito del contesto linguistico; questo, a differenza dellastrattezza propria delle unit-ideas consistente e possiede peculiari propriet derivanti dalle circostanze retoriche proprie di uno specifico gioco linguistico. Tra le due scuole storiografiche esiste, poi,una diversa prospettiva di lettura in merito alla funzione e al ruolo degli autori. Questi sono, per gli storici che seguono il metodo di Lovejoy, in un certo senso condizionati dal modo in cui il composto di idee-unit crea forme dialettiche di concettualizzazione, mentre, per Pocock e Skinner, gli autori sono s, anchessi condizionati, ma dal contesto linguistico e dallo strumentario retorico di cui dispongono. Tuttavia gli autori del passato a cui ci si riferisce hanno una funzione specifica, in quanto essi, eseguendo delle mosse linguistiche riconoscibili perch proprie del loro
13

LOVEJOY, A. O., op. cit.; p. 21.

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ambito linguistico permettono allo storico di risalire alle intenzioni che gli autori avevano. Per cui, mentre lo storico delle idee cerca i composti che hanno dato vita ad una particolare forma concettuale, lo storico del discorso politico ricerca le circostanze semantiche in base alle quali stato usata una terminologia invece di unaltra. Per lui lautore non si sta esprimendo in un modo che necessita che venga stanata lidea o le idee che sono alla base della sua aggregazione concettuale, ma invece considera il mondo retorico dellautore come un linguaggio le cui corrispondenze semantiche sono condivise in quanto possesso comune di una forma di vita in cui tutti sono calati.

1.4 Begriffsgeschichte e New History of Political Thought

Qualcosa di analogo alla sintesi metodologica della History of Ideas avvenuto in Germania quando Wilhelm Dilthey diviene il capostipite di un movimento intellettuale e di pensiero che, trentanni dopo la sua morte, e cio a partire dalla fine del secondo conflitto mondiale, ritrova vigore e forza intorno alla rivista Archiv fr Begriffsgeschichte, fondata nel 1955 da Erich Rothacker . Questo orientamento eredita il nome hegeliano di Begriffsgeschichte (Storia dei concetti), utilizzato dal filosofo per la prima volta nelle Vorlesungen ber die Philosophie del Geschichte [Lezioni sulla filosofia della storia]. Il significato che Hegel d al termine riferito alla storia interpretativa non avr un seguito, ma il termine Begriffsgeschichte verr utilizzato in questi anni per specificare la volont, allinterno della lessicografia tedesca, di produrre un repertorio della terminologia filosofica tenendone presenti i mutamenti semantici avvenuti nel corso della storia della filosofia e cercando di eliminarne gli aspetti impuri e le ambiguit 14. Frutto di questo lavoro sono alcune imprese collettive come lHistorisches Wrterbuch der Philosophie
14

DORSI, A., Guida alla storia del pensiero politico, La Nuova Italia, Firenze, 1995; pp. 64-66.

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(Dizionario storico di filosofia) e il Geschichtliche Grundbegriffe (Concetti storici fondamentali). Latto di nascita ufficiale della Begriffsgeschichte pu essere indicato con la prima pubblicazione dellArchiv fr Begriffsgeschichte, dove Rothacker, in una breve Avvertenza (Geleitwort) espone i punti programmatici della rivista. Formatosi intellettualmente nellambito della diltheiana Geistesgeschichte, lautore tiene a evidenziare il carattere di impossibilit di un regesto dei termini filosofici che non tenga conto del fattore della storicit e del condizionamento temporale, e si sofferma su un aspetto del lavoro che la rivista si propone di portare avanti, cio linteresse per lallargamento dellinteresse lessicografico oltre i confini della filosofia in senso stretto per favorire lapertura allintero ambito della cultura15. un progetto, quello di Rothacker, che, bench molto ambizioso, incontr notevole interesse da parte degli storici del pensiero filosofico del tempo e che trover una prima realizzazione pratica nel lavoro coordinato, a partire dagli ultimi anni Sessanta, da Joachim Ritter, lHistorisches Wrterbuch der Philosophie. Il Dizionario unopera collettiva che contiene vere e proprie monografie sui diversi argomenti trattati, ma, soprattutto, esso dimostra che la Begriffsgeschichte non si pone come un disciplina che affianca la storia della filosofia, ma come un filone di studi dotato di dignit metodologica e contenutistica che apre il suo sguardo su vari aspetti della cultura: letteratura, arte, politica, storia. Parallela al Dizionario la lavorazione dei Geschichtliche Grundbegriffe, opera progettata e coordinata da O. Brunner, W. Conze e R. Koselleck. Questiniziativa si propone di vagliare il lessico dei concetti fondamentali della politica in lingua tedesca, anche se poi estende il suo orizzonte al resto dellEuropa, ricostruendo i mutamenti semantici di alcuni termini fondamentali. Si tratta di un lavoro che ha come presupposto metodologico di base lanalisi delle convergenze e delle divisioni della parola dal concetto, in quanto non sempre tra essi esiste una effettiva coincidenza: spesso le parole non coincidono coi concetti e i concetti non coincidono con le parole, ci sono parole che nel corso del movimento della storia acquisiscono significati diversi e, viceversa, ci
15

ROTHACKER, E., Geleitwort, Archiv fr Begriffsgeschichte,1955, n. 1; pp. 5-9,.

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sono concetti che non sempre trovano espressione nel medesimo termine, cosicch diviene necessario, per lo storico, individuare gli slittamenti terminologici e le coordinazioni che si definiscono tra concetti e le parole nel flusso storico. Anche tra Begriffsgeschichte e New History of Political Thought sono stati qualche volta indicati punti di convergenza in quanto entrambi gli orientamenti storiografici condividono lesigenza di contestualizzazione [] che rende originali e reciprocamente irriducibili i contesti duso del vocabolario politico16, cio sia la scuola di Cambridge che quella tedesca avrebbero in comune la tendenza a isolare la singolarit e leterogeneit dei campi semantici. Appare tuttavia difficile trovare compatibilit tra queste scuole, poich i riferimenti filosofici e linguistici sono diversi: mentre i presupposti metodologici degli storici di Cambridge sono legati alla tradizione analitica, quelli della Begriffsgeschichte sono invece agganciati alla tradizione ermeneutica. Un confronto accurato pu essere illustrato prendendo le mosse dallo studio sistematico su Quentin Skinner curato da Kari Palonen, docente di Scienze politiche alluniversit di Jyvskyla, in Finlandia, il quale presenta la metodologia del docente di Cambridge come lesito di un percorso teorico che parte dalla History of Ideas per approdare alla Begriffsgeschichte 17 . Litinerario tracciato sembra discutibile per diverse ragioni. Prima di tutto, lo studioso finlandese attinge quasi esclusivamente dalla critica di Skinner18 al testo di Raymond Williams Keywords: A Vocabulary of Culture and Society (1979) e di l non si scosta se non per citare Le origini del pensiero politico moderno e i primi lavori su Hobbes come opere che segnano il cambiamento di prospettiva metodologica in Skinner. Palonen prende le mosse dalla domanda di Skinner su cosa si possa effettivamente imparare di una cultura e di una societ studiando la storia del significato di una parola, e fin qui sembra inquadrare Skinner nellambito della Begriffsgeschichte; tuttavia
16

CHIGNOLA, S., voce Storia dei concetti, in GALLI C., ESPOSITO R. (a cura di), Enciclopedia del pensiero politico, Laterza, Roma-Bari, 2000. 17 PALONEN, K., Quentin Skinner. History, Politics, Rhetoric, Polity Press, Cambridge, 2003, pp. 88-90. 18 SKINNER, Q., The Idea of a Cultural Lexicon, in Essays in Criticism 29, ora, in versione riveduta e ampliata, in ID. Vision of Politics. Vol. 1, Regarding Method, C. U. P., Cambridge, 2002; trad. it. a cura di R. Laudani Linguaggio e mutamento sociale, in ID., Dellinterpretazione, Bologna, Il Mulino, 2001.

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Palonen, indicando tre punti fondamentali dello studio skinneriano che evidenziano come lanalisi del significato sia intesa da questultimo in maniera pi vasta e pi ampia, sembra non accorgersi che gli studi del professore di Cambridge riguardanti le questioni semantiche hanno una loro complessit e specificit rispetto alla Begriffsgeschichte. Skinner, nel testo citato, critica latteggiamento di Williams che identifica parola e concetto, per cui il possesso di un concetto equivale anche al possesso del significato di una parola, e utilizza un preciso strumentario teorico fornitogli dagli studiosi di filosofia del linguaggio di stampo analitico: il testo di J. L. Austin How to Do Things with Words, le Philosophical Investigations di Ludwig Wittgenstein, nonch gli studi di Michael Dummett su Frege19. Questo ambito teorico di riferimento consente allo storico e filosofo inglese di muoversi con sicurezza nel campo della teoria del significato, cos da potere approntare meglio i tre livelli di definizione del rapporto tra concetto e parola. Il primo livello riguarda la necessit di conoscere la natura e la serie di criteri in virt dei quali la parola o espressione abitualmente impiegata, mentre il secondo concerne il suo campo di riferimento20. Questi primi due livelli della classificazione di Skinner evidenziano la sua conoscenza della fondamentale distinzione elaborata da Frege tra senso e significato, una distinzione che, superando la logica aristotelica che si fonda sulla coppia soggetto/predicato, inaugura ufficialmente lo studio della proposizione dal punto di vista dellanalisi funzionalistica. Frege, in un famoso saggio del 1892 dal titolo ber Sinn und Bedeutung [Senso e significato], distinguendo le espressioni verbali da ci che esse designano, individua due diverse dimensioni del linguaggio, quella del significato, o del riferimento, e quella del modo in cui questo significato presentato e nominato. Si tratta della ripresa di un tema gi accennato da Leibniz, che lo ha presentato nei termini della differenza tra estensione e intensione dei termini verbali. Ebbene, Skinner, proponendo i suoi primi due livelli dellanalisi del rapporto tra parola e concetto ha chiaramente in mente questo impianto teorico. Egli descrive il primo livello come il livello in cui
19 20

Ivi; p. 158 nota. Ivi; pp. 158-159.

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si definisce, di una parola, il suo ruolo distintivo nella nostra lingua21, cio tutte le caratteristiche intensionali che fanno s che lapplicazione di un termine ad una determinata situazione sia identificabile con aggettivi simili e che sia distinguibile da termini contrastanti. Il secondo livello inerente, invece, al campo di riferimento, cio alla conoscenza della natura delle circostanze in cui la parola pu essere impiegata in maniera appropriata per designare particolari azioni o situazioni22. Si tratta della comprensione del carattere estensionale del termine e, quindi, della comprensione dei criteri adeguati alla applicazione di una parola a una determinata situazione. Ora, ritornando alla tesi di Palonen, si pu gi adesso constatare quanto sia piuttosto inadeguato individuare in Skinner uno storico che utilizzi armamentari teorici propri della Begriffsgeschichte. In primo luogo, la teoria di Skinner sul significato ha una palese matrice analitica. Poi, per le due impostazioni teoriche (quella di Skinner e quella degli storici della Begriffsgeschichte), bisogna pure rilevare una diversa concezione del concetto di contesto. Gli storici della Begriffsgeschichte intendono il contesto in senso storico-culturale, mentre Skinner, e con lui Pocock, quando utilizzano questo termine, hanno innanzitutto presente, come insegna Wittgenstein, un contesto di tipo linguistico in cui i parlanti utilizzano un linguaggio condiviso fatto anche, e soprattutto, di azioni linguistiche. Sembra mancare, da parte di Palonen, proprio il dovuto impegno nella sottolineatura dellaspetto linguistico che sempre evidente nel saggio di Skinner a cui lui si riferisce. Infatti questo laspetto costitutivo del terzo livello del significato elaborato da Skinner, aspetto in cui egli parla della comprensione delle parole da un punto di vista semantico come della necessit di capire a quale preciso insieme di atteggiamenti rinvia, in linea di principio, lespressione del termine23. In questo luogo del saggio Skinner attinge direttamente alla teoria di Austin secondo la quale bisogna sapere quali atti linguistici possono essere eseguiti impiegando [una certa] pa-

21 22

Ivi; p. 159. Ibid. 23 Ivi; p. 160.

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rola 24 , cio egli si riferisce a quellaspetto proprio del significato secondo il quale lapplicazione propria di un termine a una situazione legata alla comprensione dellintenzione del parlante. Sono questi temi per il momento solo accennati che consentiranno di trattare in maniera pi specifica e ampia la peculiarit della metodologia applicata alla storia del pensiero politico da parte di Pocock e Skinner. Ed proprio da qui che lanalisi vuole prendere le mosse per avviare una ricerca precisa e rigorosa sul retroterra teorico a cui gli studiosi fanno riferimento.

1.5 Astrazioni e mitologie delle verit eterne

La critica degli storici del discorso politico alla Begriffsgeschichte assume un fondamento teorico forte allorch viene seguita attraverso gli scritti metodologici di Pocock e Skinner. I due storici del pensiero politico hanno un atteggiamento fortemente critico e polemico non solo nei confronti delle specifiche metodologie di ricerca, ma anche verso le ideologie degli storici di lingua tedesca. Il primo obiettivo su cui vengono lanciati gli strali della polemica Hans-Georg Gadamer, che negli anni Cinquanta aveva diretto una Commissione Senatoriale presso la Deutschen Forschungsgemeinschaft (Comunit di ricerca tedesca) per la ricerca nel campo della storia dei concetti, evidenziando il contributo che la Begriffsgeschichte era riuscita a dare allermeneutica. Gadamer poi pubblica, nel 1960, Wahrheit und Methode [Verit e metodo], in cui presenta la ricostruzione storica di quattro concetti umanistici fondamentali: Bildung, sensus communis, Urteilskraft e Geschmack, tradotti in italiano, il primo e gli ultimi due coi termini Cultura, Giudizio e Gusto, mentre per il secondo stato lasciato il lessico latino. Si tratta di un testo basilare dellermeneutica contemporanea, dove viene esaltata la figura del filosofo
24

Ibid.

28

come colui che tratta con la fisionomia dei termini e dei concetti, per cui, chi non voglia lasciarsi dominare dal linguaggio, ma si sforzi di acquistare una fondata consapevolezza storica, si trova costretto ad affrontare tutta una serie concatenata di problemi sulla storia delle parole e dei concetti25. Latteggiamento dellermeneutica gadameriana consiste nellaffrontare lo studio dei testi dellantichit avendo come punto di partenza e di supporto teorico una serie di concetti fondamentali. In questo modo, il testo da studiare assume il valore soprastorico di classico, in quanto questo si eleva al di sopra del tempo storico e si mantiene valido di fronte alla critica storica, giacch il suo predominio storico, la potenza obbligante della sua validit che dura e si tramanda, precede ogni riflessione storica e si fa valere in essa26. A determinare questa realt che supera e che oltre il tempo storico la capacit del classico di riuscire a mettersi in comunicazione con il suo interprete che, armato delle sue strutture concettuali, riesce a dialogare con il testo facendo di esso un interlocutore capace di fare uscire dalle sue pagine verit eterne comprensibili al di l della localit cronologica in cui si abita. La critica a Gadamer e allermeneutica emerge in un saggio che ha per titolo The History of Political Thought: a methodological enquiry pubblicato nel 1962, cio appena due anni dopo la pubblicazione di Verit e metodo. In questo saggio J.G.A Pocock si chiede che cosa sia quel che facciamo quando sosteniamo di studiare la storia del pensiero politico27. Spesso, scrive lo storico neo-zelandese, gli autori del pensiero politico del passato vengono valutati in quanto iniziatori o seguaci di una tradizione, ma di una tradizione che diviene tale in merito al fatto che uno storico si occupa degli autori che lui ritiene oggetto di interesse, in base al suo punto di vista. Questo punto di vista, che dalla prospettiva gadameriana costituisce la possibilit di realizzare

25

GADAMER, H.-G., Wahrheit und Methode, J.C.B. Mohr (Paul Siebeck), Tbingen, 1986 5; trad. it. a cura di G. Vattimo, Verit e metodo, Bompiani, Milano, 2000; p. 43. 26 GADAMER, H.-G., op. cit., p. 595. 27 POCOCK, J.G.A., The History of Political Thought: a methodological enquiry, in (a cura di) LASLETT, P.RUNCIMAN W.G., Philosophy, Politics and Society: Second Series, Basil Blackwell, Oxfort, 1962; trad. it. a cura di Gadda Conti G., La storia del pensiero politico: unindagine metodologica, in ID., Politica, linguaggio e storia. Scritti scelti, Edizioni di Comunit, Milano, 1990; p. 28.

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quella fusione di orizzonti tra linterprete e lopera, rappresenta per Pocock solamente uno degli illimitati modi che rendono possibile lo studio sistematico del pensatore politico del passato. Questo modo di agire fa s che gli autori del passato costituiscano una tradizione che si perpetua laddove gli interessi storici continuino a focalizzarsi su di essi da parte dei ricercatori. La tradizione di pensiero che viene indicata con storia delle idee politiche , tuttavia, suscettibile di deviare lo sforzo intellettuale di chi opera nel settore, in quanto rischia di far emergere una confusione di pensiero circa il modo in cui altri uomini pensarono e una confusione di pensiero sul perch e sul come noi pensiamo di essi28. Il superamento di questa confusione viene da Pocock proposto attraverso una chiarificazione riguardo ai metodi e alle finalit della storia del pensiero politico. Per avvicinarsi a questa disciplina bisogna seguire due vie, o considerarla come un aspetto del comportamento sociale che tiene conto dei modi in cui gli uomini si relazionano tra loro e dei modi in cui le comunit si relazionano con le istituzioni, oppure come un aspetto dello sforzo intellettuale compiuto dagli uomini per comprendere se stessi e il loro ambiente. Un testo della tradizione della storia del pensiero politico pu, quindi, essere considerato sia come un atto di persuasione sia come un episodio della storia del comprendere, o entrambe le cose insieme. Diviene importante allora, da un lato non avanzare punti di vista a priori che possano compromettere la comprensione, dallaltro lato risulta invece rilevante prendere consapevolezza degli strumenti di cui si dispone per evitare che ci accada. Lo storico deve capire quale fu il livello di astrazione a cui il pensatore politico pensava quando scriveva un determinato brano o un intero testo: la comprensione di questo fondamentale aspetto che garantisce lautenticit di una storia del pensiero politico, che altrimenti rischia di rimanere imbrigliata nello sguardo prospettico dellinterprete. Bisogna invece cercare di individuare quale fu leffettivo livello (o livelli) di astrazione del pensatore politico senza che questi livelli vengano sottoposti ad un processo di sempre maggiore complessizzazione dovuta alla tendenza dellinterprete a vo28

Ivi; p. 29.

30

ler ricavare dai testi studiati un sistema di pensiero coerente e unitario che pi conforme al suo modo di pensare che non a quello dellautore del testo. Operando in questo modo lautore rischia di essere inserito in una tradizione concentrata in un unico esposto, che viene presentata a un elevato livello di astrazione. E poich non si ha la possibilit di chiedersi se lautore fosse consapevole o meno di muoversi su un piano del pensiero che prevedesse una tale astrazione, questo modello storiografico risulta sterile perch privo di una possibilit di verifica. Su questo ultimo aspetto della verifica si snoda la pars construens del saggio di Pocock. Lo storico si interroga sulla questione della possibilit di dimostrare se i modelli di astrazione corrispondono a una storia di avvenimenti accaduti in concreto29. Sciogliere questo nodo possibile operando un accertamento empirico, reso possibile aggiungendo alla figura del filosofo quella dello storico, cos come insegnava Collingwood. Il filosofo interessato alle forme di pensiero suscettibili di essere spiegate per merito di un procedimento razionale; lo storico volge invece lo sguardo al tipo di ambiente in cui vissero gli uomini e al modo in cui pensarono la politica. cos che si realizza il rapporto tra esperienza e pensiero, cio tra la tradizione dei comportamenti in una societ e lastrazione da quella di concetti usabili nel tentativo di comprenderla e influenzarla30. questo latteggiamento proprio di chi sostiene che vi sia un rapporto stretto e significativo tra attivit politica e teoria politica, tra fattori situazionali e livelli di astrazione, tra esperienza e attivit teoretica. Un rapporto che deve generare, al fine di produrre una valida storia del pensiero politico, due campi di studio: uno che si occupi dellattivit di pensare (concentrandosi sui modi in cui unastrazione emerge da una tradizione), e laltro che indaghi sullazione politica (cio su quello che avviene quando le astrazioni agiscono allinterno di questa tradizione). Cos lo storico pu dirigere la sua ricerca sul fondamentale compito di cogliere la relazione tra pensiero e struttura della societ, evidenziando i modi in cui gli individui di questa struttura esprimevano la loro consapevolezza e sottolineando i linguaggi attraverso i quali tale consapevo29 30

Ivi; p. 33. Ivi; p. 36.

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lezza veniva espressa. Il pensiero politico , quindi, il riflesso di una struttura societaria, e lo storico si propone il duplice compito non solo di descrivere questo riflesso attraverso i linguaggi che lo esprimono, ma anche di capire come esso si venga a formare. Risulta allora fondamentale che il pensiero venga collocato nella tradizione discorsiva a cui appartenne, sia perch ci permette dinterpretare il pensiero quale comportamento sociale, di osservare la mente agire in relazione alla propria societ, alle tradizioni di tali societ e dei coabitanti della stessa societ, sia perch aiuta a rendere il pensiero intelligibile essendo in grado di identificare i concetti che il pensatore maneggiava e il linguaggio con cui comunicava con il prossimo31. Questa la diagnosi e la prognosi di Pocock sullo stato dellagire dello storico nellambito della ricerca del pensiero politico. Ma altre perplessit profonde verso lermeneutica gadameriana ma il bersaglio critico anche Paul Ricoeur sono state esposte da Quentin Skinner sulla base di una duplice critica che si fonda sul principio che il metodo ermeneutico, nel tentativo di creare una fusione di orizzonti tra testo e interprete, non tiene conto da un lato della specificit dei motivi che hanno spinto lautore a scrivere e poi pubblicare un testo, dallaltro lato non prende in considerazione il contesto storico in cui il testo stato elaborato, contesto che un insieme di ideologie, credenze e, soprattutto, linguaggi. Questa critica bene viene esposta nove anni dopo la pubblicazione della prima edizione del testo di Gadamer e si sviluppa intorno ad alcuni punti salienti che vengono esposti da Quentin Skinner nel saggio Meaning and understanding in the history of ideas. Si tratta di una sorta di manifesto programmatico del metodo storiografico della scuola di lingua inglese che affronta il tema della assurdit delle questioni eterne e quello dei pericoli del circolo ermeneutico. Questi argomenti vengono trattati elencando quattro mitologie32 di cui gli storici dei concetti sono schiavi e da cui difficilmente riescono a liberarsi data la forza delle loro catene ideologiche. Latteggiamento dello storico che fissato nel volere e31 32

Ivi; p. 48. SKINNER, Q., Meaning and understandig in the history of ideas (1969), ora in ID., Vision of Politics Vol. 1, Regarding Method, Cambridge, C.U.P., 2002; trad. it a cura di R. Laudani, Significato e comprensione nella storia delle idee, in ID., Dellinterpretazione, Il Mulino, Bologna, 2001; pp. 14-41.

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strarre dal testo di un autore classico un argomento da lui studiato e trattato chiamato da Skinner mitologia delle dottrine. Questa comporta il rischio di trasformare una considerazione marginale del testo in una dottrina, cosa che magari non rientrava nelle intenzioni dellautore. Ma la mitologia delle dottrine soprattutto espone lo storico delle idee ad un altro pericolo pi dannoso consistente nellipostatizzare facilmente in unentit la dottrina che deve essere studiata. Si tratta, secondo Skinner, di un danno storiografico piuttosto serio che espone il ricercatore e lo studioso al rischio di presentare le dottrine come entit immanenti alla storia, come se queste fossero degli organismi che si sviluppano nel corso del tempo; per cui, una volta giunto ai nostri giorni nelle sue forme peculiari, questo organismo deve essere analizzato nei modi di evoluzione e crescita nel tempo. la concezione che le idee del presente siano forme modificate di idee, verit e valori eterni che giustificano lopinione dellesistenza di un tipo ideale di una data dottrina soggetto a trasformazione. Si tratta di ci che Arthur Lovejoy ha indicato come programma metodologico il cui fine consiste nello studiare la morfologia di una data dottrina attraverso tutte le sfere della storia in cui essa figura in misura notevole33. La seconda mitologia di cui Skinner parla nel suo saggio la mitologia della coerenza. Questa consiste in un errore che gli storici delle idee commettono allorch si trovano a che fare con testi di un autore che probabilmente non ha presentato le sue tesi in maniera sistematica. A questa mancanza lo storico tenta di supplire attraverso un lavoro di parafrasi dellopera finalizzato a trovare in essa messaggi e tesi non esposte. una mitologia che si basa sulla fissazione dello studioso su idee del passato di cui cerca un collegamento con le idee del suo tempo, convincendosi a completare il pensiero di un autore con tesi che rendono coerenti le sue riflessioni, anche se questo non ha mai raggiunto e conseguito una tale coerenza. Si tratta dello stesso livello di critica denunciato da Pocock quando accusa gli storici di attribuire agli autori un livello di astrazione che non gli appartiene. Laccusa di Skinner nei confronti di chi si abbandona a questo equivo33

LOVEJOY, A. O., op. cit.; p. 21.

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co si esprime nel rilevare la mancanza di attenzione degli studiosi della effettiva situazione storica. Questi storici hanno anche ignorato parti delle opere dei pensatori del passato pur di non negare sistematicit alla sua opera; in pi, linterprete, pur di rivelare la coerenza interna del sistema, si impegnato a non considerare un ostacolo la sua opera di costruzione della coerenza del pensiero dellautore studiato come una reale barriera. Le eventuali incompatibilit sono state forzate pur di evitare che un autore non potesse essere interpretato, a partire dal complesso dei suoi testi, come il messaggero di un sistema di pensiero completo e privo di falle. Queste due mitologie sopra descritte denunciano latteggiamento critico di Skinner verso la difficolt da parte degli storici delle idee di liberarsi dai paradigmi ideologici di riferimento. Questa non assolutamente unaccusa finalizzata a criticare gli apparati concettuali che fungono da fondamento del lavoro dellinterprete, ma hanno come mira un procedimento metodologico che rischia di non riuscire a penetrare con autenticit nel cuore del pensiero di un pensatore politico del passato. Questi lautore del testo, ma principalmente lattore di una scena ideologica e politica in cui si muove con scopi e intenzioni. Sono questi scopi e queste intenzioni che costituiscono, secondo il professore di Cambridge, il metro interpretativo della History of Political Discourse. E riuscire a definire i motivi e le ragioni effettive per cui un agente storico ha compiuto unazione politica scrivendo un testo lo scopo che Pocock e Skinner si prefiggono. Il rischio di eludere questa finalit quello di cadere nellerrore della mitologia della prolessi, consistente nellanticipazione semantica del pensiero espressa nel testo dellautore del passato indipendentemente da ci che questi realmente intendeva dire. Si tratta di un atteggiamento proprio di quegli storici che dimostrano di essere pi interessati a trovare significati moderni in autori del passato che di trovare il significato dellazione di questi ultimi. Si corre in questo modo il pericolo non solo di non descrivere un effettivo apparato concettuale, ma di disinteressarsi delle reali intenzioni per cui un pensatore ha scritto un testo. Questa una condizione che pu condurre losservatore storico a inciampare nei pericoli della mitologia del campanilismo, cio a uti-

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lizzare i paradigmi categoriali del suo tempo con lo scopo di studiare e analizzare una cultura lontana. Questo campanilismo assume due forme particolari: la prima consiste nellerrore di trovare in un autore rinvii ad autori a lui precedenti al fine di stabilire rapporti di filiazione o di contraddizione tra opere diverse, senza prendere in considerazione se il concetto studiato pu essere o meno applicato; la seconda forma di campanilismo si realizza quando i propri modelli concettuali vengono usati senza freno, abusando di essi nel descrivere il senso di unopera, senza volgere lo sguardo alla situazione storica e alle intenzioni dellautore.

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Capitolo 2 La comprensione del testo

2.1 La comprensione delle parole

La

questione

della

ricostruzione

storica

riguarda

da

vicino

il

problema

dellinterpretazione, che possibile solo laddove si realizzi la convergenza semantica tra linterprete e il testo interpretato. Ci significa che, se si guarda al problema dalla prospettiva dello storico delle idee, in particolare delle idee e dei concetti della politica, i testi di un determinato contesto storico-politico risultano comprensibili e interpretabili solo se vi la possibilit di capire il significato degli enunciati che questi testi contengono. I linguaggi utilizzati, mentre vengono intesi dalla tradizione ermeneutica nei modi resi noti da Gadamer in Verit e metodo, vengono invece sottoposti ad analisi semantica dagli storici della scuola inglese, i quali sono indicati semplicemente e banalmente come contestualisti, etichetta che pu, e deve, essere sottoposta a una pi articolata analisi, che pervenga a definire i contenuti teorici di una teoria dellinterpretazione che affonda le sue radici epistemologiche nel modello della filosofia analitica del linguaggio. Qui il bisogno interpretativo consiste nel cercare di individuare quel che voleva dire lo scrittore politico scrivendo quello che scriveva e nel tentare di risalire alluniverso di significati che lo scrittore ha intenzionalmente espresso con quei termini e con quegli enunciati. La tesi di Pocock e Skinner si basa sulla convinzione che non esiste alcuna storia di unidea o di un concetto, ma solo storia incentrata sui pensatori che hanno utilizzato un concetto o unidea in determinate situazioni storiche, e che hanno espresso queste idee e questi concetti attraverso termini e linguaggi specifici che la loro epoca rendeva disponibili. Il referente teorico

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di questa impostazione il filosofo austriaco Ludwig Wittgenstein, il quale aveva affermato che le parole sono strumenti34 (tools) che si utilizzano con consapevolezza per ottenere determinati scopi semantici. Le conclusioni di Wittgenstein sono il risultato del capovolgimento delliniziale prospettiva espressa nel Tractatus logico-philosophicus tendente a fornire del linguaggio una teoria in base alla quale il linguaggio pi precisamente la forma logica del linguaggio raffigura la realt. Quando, nel 1929, ritorn a Cambridge, Wittgenstein elabor una teoria del linguaggio antropocentrica e prassiologica tesa ad analizzare il suo funzionamento sulla base delle condizioni di utilizzo da parte di soggetti inseriti in una comunit. Lo scopo era quello di eliminare ipotesi realistico-ontologiche dallanalisi linguistica, cio di rifiutare lesistenza di una natura delle cose di cui il linguaggio rappresenterebbe unimmagine. Una questione delicata che il filosofo esplicit con i concetti di gioco linguistico e di forma di vita. Per gioco linguistico egli intese esprimere le differenti modalit di utilizzazione delle parole e delle proposizioni, per cui il linguaggio di cui una comunit dispone si manifesta multiforme in considerazione dei diversi usi di esso come differenti giochi linguistici. La variet dei giochi linguistici getta luce sul linguaggio utilizzato da una comunit perch mostra il suo carattere prassiologico, infatti parlare un linguaggio fa parte di unattivit o di una forma di vita35, cio esso il linguaggio sempre adottato da un soggetto concreto e incarnato allinterno di una comunit che possiede consuetudini e in cui si svolgono attivit. Il carattere del linguaggio , quindi, assolutamente sociale, espressione della forma di vita di una societ e non di un soggetto isolato, ma si inserisce allinterno del caleidoscopio dei comportamenti umani. Per cui, i giochi linguistici non sono altro

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Scrive Wittgenstein: Pensa agli strumenti che si trovano in una cassetta di utensili: c un martello, una tenaglia, una sega, un cacciavite, un metro, un pentolino per la colla, la colla, chiodi e viti. Quanto differenti sono le funzioni di questi oggetti, tanto differenti sono le funzioni delle parole. [] Naturalmente, quello che ci confonde luniformit nel modo di presentarsi delle parole che ci vengono dette, o che troviamo scritte e stampate. Infatti il loro impiego non ci sta davanti in modo altrettanto evidente. Specialmente, non quando facciamo filosofia! (Philosophische Untersuchungen, Basil Blackwell, Oxford, 1953. Trad. it. a cura di R. Piovesan e M. Trinchero, Ricerche filosofiche, Einaudi, Torino, 1999; 11.) 35 Ivi; 23.

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che attivit di reazione a fenomeni pre-linguistici e configurazioni simboliche le cui regole vengono di volta in volta fissate e stabilite. A un linguaggio inteso in questo modo va connesso laltro importante assunto del filosofo austriaco, riguardante il principio del seguire una regola. Una determinata forma di vita che Wittgenstein definisce dato la si accetta oppure no, non vi un modo per insegnare a qualcuno a giocare un gioco linguistico se questi non condivide reazioni pre-linguistiche e ordinamenti simbolici. La mancanza di queste reazioni da parte di un membro della comunit non gli consente di impegnarsi negli stessi giochi linguistici, per cui il linguaggio, per questo membro, risulta privo di senso. Ecco perch parlare un linguaggio fa parte di una forma di vita: alla base di un gioco linguistico vi sono alcuni comportamenti pre-linguistici e regole simboliche condivise. Se manca lelemento della condivisione non si in grado di partecipare al gioco. La grammatica non si articola, per Wittgenstein, su un sistema arbitrario, ma sulla natura umana, intesa come capacit non solo di condividere una cultura, un sistema linguistico-simbolico e un insieme di valori, ma anche, e soprattutto, come possibilit di agire mostrando questa condivisione. Comprendere , quindi, una capacit non solo manifestata ma anche manifestabile. Il meccanismo della comprensione si fonda sul fatto che un soggetto sia in grado di esibire la comprensione attraverso il proprio comportamento linguistico. Ma questa capacit non sufficiente se questo comportamento non viene esibito nel contesto giusto. Criterio fondamentale della comprensione , per Wittgenstein, laspetto normativo, in base al quale senza queste regole, la parola non ha pi nessun significato; e se cambiamo le regole ha un significato diverso (o nessun significato) e possiamo benissimo cambiare anche la parola36. Ma cosa significa seguire una regola? Wittgenstein risponde ribadendo ancora una volta il carattere prassiologico del linguaggio, specificando cio che laspetto normativo del linguaggio ha valore laddove sia riferito a determinati paradigmi nei quali le regole possono essere applicate. Il linguaggio non un fatto privato. Se non
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Ivi; p. 194.

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vi una connessione tra il seguire la regola e la sua applicazione paradigmatica la regola non tale. il carattere sociale del linguaggio a definire le coordinate semantiche dei termini ed solo nellessere esibite che le regole ritrovano la possibilit di applicabilit. Tra significato e norma vi uno stretto legame, definito dal fatto che le parole e le espressioni sono un fatto pubblico, cio vengono utilizzate in maniera conforme o difforme dalle applicazioni paradigmatiche condivise dalla comunit. il paradigma a fornire riferimenti semantici disponibili intersoggettivamente, fungendo da criterio di correttezza per lapplicazione della regola.

2.2 Il recupero delloggettivazione

Comprendere una parola o unespressione significa comprendere il contesto linguistico e il gioco linguistico in cui la parola o lespressione sono esibite, cogliendo in questo modo le regole grazie alle quali sono fissati i riferimenti semantici. La comprensione si fonda, quindi, sulla partecipazione al contesto e alla forma di vita. Ma quando la comprensione tenta di riferirsi a contesti storici che non ci appartengono pi, in cui non siamo direttamente e attivamente calati, come resa possibile? Quando si tenta di delineare la storia passata, come la storia del pensiero politico, come possibile determinare il significato delle parole e delle espressioni utilizzate nei testi? Quello della distanza storica risultato essere un problema non decisivo per Hans Georg Gadamer, il quale, prendendo le mosse da Schleiermacher e Heidegger (ma anche da Hegel, Dilthey e Droysen), ha stabilito i principi dellermeneutica contemporanea. Lobiettivo che Gadamer si posto stato quello di definire come lermeneutica, una volta liberata dagli impacci del concetto di oggettivit derivato dalle scienze, sia riuscita a riconoscere nella sua giusta portata la

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storicit del comprendere37. Liberata e separata dai metodi delle scienze della natura e inquadrata nella specificit delle scienze dello spirito, lermeneutica gadameriana ha circoscritto la possibilit dellinterpretazione allappartenenza a una tradizione storica. Non , quindi, lappartenenza a un contesto linguistico inteso come gioco, ma lappartenenza a una tradizione, che si ritrova nei testi del passato, a definire i termini e i canoni della comprensione. Tra interprete e testo interpretato viene a cadere quellesperienza di urto propria dellincontro tra il linguaggio da noi utilizzato e il linguaggio del testo. Non vi opposizione col passato. Noi scrive Gadamer stiamo invece costantemente dentro a delle tradizioni, e questo non un atteggiamento oggettivante che si ponga di fronte a ci che tali tradizioni dicono come a qualcosa di diverso da noi, di estraneo; invece qualcosa che gi sempre sentiamo come nostro, un modello positivo o negativo, un riconoscersi nel quale il successivo giudizio storico non vedr una conoscenza, ma un libero appropriarsi della tradizione38. Si tratta della definizione di un orizzonte teoretico in base al quale si circoscrive ununit tra tradizione e ricerca storica, in cui il lavoro dello storico si specifica non sulla base di un atteggiamento analitico e oggettivante, ma sulla base delle possibilit comunicative col testo, che lo strumento attraverso il quale il passato ci parla. Il testo del passato, il classico, racchiude in s un aspetto normativo e un aspetto storico, grazie ai quali una determinata fase dello sviluppo storico delluomo viene considerata anche come una configurazione dellumano39. Il classico perde la sua capacit di esprimere un certo ideale stilistico, ma diviene qualcosa di pi, rappresentando esso un modo eminente dellessere storico che conserva la sua validit, la sua potenza obbligante e si sottrae totalmente al variare del tempo e del gusto. La normativit del classico consiste nella sua possibilit di articolarsi nel tempo pur conservandosi senza distruggersi nel fluire storico. E questa sua invulnerabilit lo rende accessibile alla conoscenza storica. Il classico si colloca, quindi, fuori del tempo, in
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GADAMER, H.-G., Wahrheit und Methode, J.C.B. Mohr (Paul Siebeck), Tbingen, 1986 5. Trad. it. a cura di G. Vattimo, Verit e metodo, Bompiani, Milano, 2000; p. 551. 38 Ivi; pp. 583-585. 39 Ivi; p. 593.

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quanto contiene sempre qualcosa in pi rispetto allepoca a cui appartenuto. La sua forza comunicativa illimitata: la comprensione ci permetter di farci rendere conto della nostra appartenenza allepoca storica in cui il classico comparso; la comprensione del classico implica la comprensione dellepoca poich, come il testo, anche noi apparteniamo a quellepoca, sotto forma di epigoni che si inscrivono in una tradizione con cui riusciamo a entrare in comunicazione per mezzo della parola scritta. Per Gadamer, la comprensione non va tuttavia intesa in senso soggettivo, ma come linserirsi nel vivo di un processo di trasmissione storica40, processo grazie al quale si realizza la sintesi tra passato e presente. Si tratta di un modello di comprensione storica che non quello proprio del paradigma scientifico, ma che comunque nega latteggiamento conoscitivo soggettivo e non contempla unoggettivit di tipo scientifico. il modello storico-ermeneutico, che si fonda sulla possibilit della comprensione sulla base del fatto che chi interpreta e il testo da interpretare appartengono a una stessa tradizione, a convalidare la condivisione di linguaggi, idee, culture; e le fondamenta di questa condivisione sono espresse nei classici che, bench appartenenti unepoca passata, sono posti fuori del tempo perch riescono ancora a parlare e a comunicare con unumanit posizionata a una diversa distanza temporale. Il compito dellermeneutica consiste, quindi, nel chiarire questaspetto della comprensione, la quale risulta essere non tanto un dialogo tra anime, ma si concretizza nella consapevolezza della partecipazione ad un senso comune41, ovvero nella consapevolezza dellappartenenza a una umanit che condivide gli stessi contenuti. Viene in questo modo risolto e chiarito positivamente il senso del circolo ermeneutico, del

carattere heideggeriano della precomprensione, dellanticipazione di senso che guida la comprensione dellinterprete. E ancora una volta Gadamer ribadisce che la guida per la comprensione del testo non la soggettivit ma il senso di comunanza che ci annoda ad una tradizione.

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Ivi; p. 601. Ivi; p. 605.

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Il problema della distanza temporale, per la comprensione, risulta irrilevante perch lermeneutica non contempla la possibilit di giungere a una definitiva comprensione di un testo, in quanto la ricerca del senso un processo senza limiti che suscita sempre nuove comprensioni e nuovi significati. La distanza temporale opera una distillazione del senso, non ha spazi limitati, ma in continuo movimento di dilatazione42, quindi loggetto peculiare della conoscenza storica non un particolare oggetto storico, ma lunit della storia in cui la realt storica e la comprensione coincidono in un unico rapporto. Il comprendere incluso nella storia e nel suo procedere deve debitamente tenerne conto. Si tratta di unesigenza definita da Gadamer Wirkungsgeschichte (Storia degli effetti), consistente in una struttura che determina la nostra coscienza ermeneutica ogni volta che ci adoperiamo nello sforzo di comprendere una determinata situazione storica. La Wirkungsgeschichte decide anticipatamente di ci che si presenta a noi come problematico e come oggetto di ricerca43, agisce giustificando quel senso di unit tra passato e presente che proprio della situazione ermeneutica, nella quale emerge la coscienza di essere storicamente determinati e di essere soggetti non alieni dalla sostanzialit storica che ci determina. in questottica che diviene possibile quella fusione di orizzonti, in cui linterprete e il testo si innalzano a una superiore universalit che consente di comprendere la tradizione che salda passato e presente e che conserva vitalit e forza nei suoi effetti. Rispetto alla prospettiva interpretativa gadameriana John Pocock e Quentin Skinner si pongono in una posizione assai diversa. Lo scopo dei due storici del pensiero politico sembra essere, prima di tutto, quello di ricondurre la conoscenza storica in una dimensione in cui lo sforzo di comprensione recuperi gli strumenti propri delloggettivit. Lermeneutica si pone in una posizione ambigua rispetto alloggetto, questo dato, ma allo stesso tempo non dato; loggetto storico c, esiste, ma non pu essere isolato dal complesso della tradizione in cui inscritto, non pu prescindere dai suoi effetti la cui forma si sostanzia nelle pregiudiziali di senso proprie di chi
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Ivi; p. 617. Ivi; pp. 621-623.

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si impegna nello sforzo interpretativo. Invece, sostengono Pocock e Skinner, linterpretazione deve essere principalmente mirata allattribuzione di senso di posizioni intellettuali che devono essere ricondotte ad una struttura coerente che non venga confusa col presente. Quando si studia la storia del pensiero politico si studiano, simultaneamente, alcuni aspetti dellesperienza sociale, per cui la storiografia deve avere la capacit di esplorare le diverse relazioni possibili che lattivit teoretica possa avere con lesperienza e con lazione44. Lazione, protagonista indiscussa dellesperienza sociale, trova la sua giustificazione nel fatto di essere determinata da fattori di cui lagente spesso inconsapevole, per cui il compito dello storico si concretizza nellattivit di trovare quali siano questi fattori studiando e analizzando la situazione in cui lattore collocato. Questa situazione il risultato del complesso di idee e credenze che emergono dalle pressioni degli eventi sociali e che col tempo tendono a divenire concettualizzazioni e regole di pensiero stabili che, anche sul piano delle questioni politiche, tendono a definirsi e determinarsi in gruppi di linguaggi fissati e condivisi. Se il punto di partenza della storia del pensiero politico deve essere la precisa situazione storica con le sue peculiarit e le sue uniformit e consuetudini linguistiche e se questa delimitazione consente un tipo di studio in cui loggetto di studio identificato e limitato, consentendogli di recuperare quelloggettivit negata dallermeneutica gadameriana, allora la ricerca riesce a recuperare la condizione tipica dellanaliticit in cui il soggetto si pone dinanzi alloggetto senza essere in esso compreso o senza precondizionarlo. La comprensione storica avviene attraverso lindividuazione del contesto in cui azioni sociali e successivi livelli di astrazione possono essere inquadrati in una unit coerente che lo storico si preoccupa di chiarire, con lo scopo preciso di rilevare i linguaggi e luniverso semantico dei parlanti. Il tutto attraverso un processo di attribuzione di senso fondato sulla consapevolezza dellesistenza di contesti storico-linguistici in cui si muovono attori che condividono forme di vita e giochi linguistici.
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POCOCK, J.G.A., The History of Political Thought: a methodological enquiry, op. cit.; p. 38.

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2.3 Contesti, paradigmi e linguaggio politico

Interpretare significa dare significati alle parole e alle espressioni. Come insegnava Wittgenstein a Cambridge, il valore semantico delle espressioni linguistiche dipende dal seguire e dallapplicare le regole di un determinato gioco linguistico. Il lessico politico un particolare gioco linguistico che ha un suo proprio carattere normativo e delle sue proprie regole che trovano applicazione in contesti determinati che avallano e garantiscono lesistenza di un sistema semantico condiviso da una comunit. Sebbene sin dagli inizi la filosofia linguistica abbia sostenuto lidea che lanalisi della struttura logica non possa rivelare anche il carattere storico del linguaggio, John Pocock si fissato lobiettivo di stabilire i criteri teorici in base ai quali potesse essere possibile definire lautonomia metodologica della storia del linguaggio della politica. Lo storico neozelandese si avvalso del contributo di uno storico della scienza, Thomas Khun, e specialmente delle teorie contenute nel suo pi noto testo, La struttura delle rivoluzioni scientifiche, per avallare la sua tesi. In questo famoso testo, al capitolo quinto, Kuhn elabora il noto concetto di paradigma, che Pocock utilizzer ampiamente:

Una ricerca storica approfondita di una data scienza specializzata in un dato momento rivela la presenza di una serie di illustrazioni ricorrenti e quasi convenzionali di varie teorie nelle loro applicazioni concettuali, osservazionali e strumentali. Queste applicazioni costituiscono i paradigmi della comunit, presenti nei manuali, nelle lezioni universitarie, e negli esercizi di laboratorio. Con lo studio e la pratica di essi, i membri della corrispondente comunit imparano il loro mestiere45.

I paradigmi costituiscono dei modelli acquisiti da una comunit scientifica che vengono utilizzati anche inconsapevolmente dai suoi membri; essi rappresentano un comportamento abituale assi-

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KUHN, T. S., The Structure of Scientific Revolutions, The University of Chicago, Chicago, 1962; trad. it. di A. Carugo, La struttura delle rivoluzioni scientifiche, Einaudi, Torino, 1999, p. 65.

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milato attraverso leducazione. Non si tratta di regole seguite e rispettate, ma di qualcosa di pi e di diverso. Infatti, una comunit (scientifica) pu essere daccordo nellidentificare un paradigma comune senza tuttavia condividere linterpretazione di questo, ovvero senza raggiungere unintesa sulle regole a cui affidarsi. I paradigmi rappresentano, quindi, la coerenza della tradizione di ricerca a cui appartengono gli scienziati e i ricercatori e possono essere anteriori, pi vincolanti e pi completi di ogni insieme di regole di ricerca 46, essi i paradigmi costituiscono linsieme delle pratiche sui cui, per un certo periodo di tempo, si stabilmente fondata una comunit scientifica, la quale, sulla base di questi risultati acquisiti, realizza un periodo di scienza normale, in merito al quale si riconosce alle teorie condivise la capacit di costruire i fondamenti per la pratica della ricerca. Lipotesi storiografica di Kuhn, pur interessando da vicino la storia della scienza, ha suscitato linteresse degli storici del pensiero politico, specie laddove la storia delle idee e dei concetti della politica ha tentato il recupero delloggettivit e del rigore scientifico. Secondo Kuhn il modo proprio di avanzare della scienza caratterizzato dallassenza di conoscenze accumulate che la farebbero progressivamente avanzare verso la verit, ma la storia della scienza , invece, determinata dalla tensione essenziale tra periodi di scienza normale e rivoluzione scientifica in cui vengono proposti e avanzati nuovi paradigmi per affrontare problemi non facilmente risolvibili con i metodi e la prassi del periodo normale. Questo processo spiega pure i motivi per cui si impone un paradigma invece di un altro: il paradigma esistente viene sfidato durante i periodi di crisi e quando la sfida vinta, e il nuovo paradigma prende il posto del vecchio, la comunit scientifica subisce unesperienza di rivoluzione grazie alla quale nuovi criteri teorici sostituiscono i vecchi. Questo modo di guardare al progresso scientifico ha avuto una certa pregnanza su quegli storici della politica che hanno dimostrato di avere una certa dimestichezza con lapproccio
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Ivi; p. 68.

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scientifico. stato possibile prendere a prestito il concetto di paradigma quando si manifestata la volont di disegnare un modo di pensare la storia del pensiero politico a partire dalla considerazione che le teorie della politica costituiscono dei paradigmi che riflettono e corrispondono il fatto. Non si tratta di paragonare la storia del pensiero politico alla storia della scienza, piuttosto si tratta di dimostrare come una comunit abbia considerato un paradigma migliore di un altro quando questo riuscito ad osservare i fatti con una determinata teoria, la quale stata in grado di risolvere i rompicapo della realt fattuale meglio di unaltra. Una distinzione e una precisazione , tuttavia, necessario delineare nellimmediato in merito allutilizzo del termine comunit. Mentre Kuhn fa riferimento alla comunit scientifica per indicare il contesto in cui il paradigma applicato e utilizzato, lo storico della politica, non trovandosi a riscontrare nella storia alcuna comunit di filosofi della politica entro cui una data teoria sia condivisa e accettata, deve rilevare che la teoria di un autore politico rivolta in maniera immediata alla comunit politica stessa. Lo scopo del teorico della politica non quello di cambiare la societ modificando il modo di guardare ad essa, ma quello di cambiare la societ stessa: c una relazione molto stretta tra teoria e prassi, tra lespressione teorica e la pratica del comportamento politico. Operando in questo modo lo storico del pensiero politico pu leggere lopera politica di Platone e i suoi viaggi a Siracusa per invitare Dionigi il giovane a cambiare la societ sulla base delle sue teorie come un modo per tentare di mutare un paradigma preesistente che non risultava pi, per il filosofo ateniese, essere capace di risolvere la crisi del regime tirannico siracusano. Lo stesso si pu dire di Machiavelli e della sua intenzione, nel Principe, di indicare i modi di dirigere il governo e i modi in cui dovesse comportarsi il principe; mentre nei Discorsi, il segretario fiorentino suggerisce non solo di progettare un nuovo sistema politico ma anche di rovesciare quello vecchio. Un esempio ulteriore lo si pu pure riscontrare nella parte finale dellIntroduzione al Leviatano di Hobbes, in cui lautore scrive che lopera stata preparata

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per chi governa una nazione e con lobiettivo, cos come aveva fatto Platone, di persuadere lautorit a far ricorso al paradigma da lui teorizzato47. Questi esempi servono a dimostrare che, spesso, le teorie politiche del passato emersero come risposta a una crisi della societ politica, la quale pu essere indicata come un vero e proprio paradigma operativo caratterizzato da un insieme coerente di pratiche politiche abituali, istituzioni, leggi, strutture di governo e valori pratici organizzati e interrelati. Una societ politica un sistema organizzato e definito da un certo modo di condividere luso e la locazione del potere politico, da certe aspettative sulla maniera in cui lautorit deve trattare i membri della societ e dalle pretese che questa societ organizzata pu, per diritto, avere sui suoi membri. Ci significa che questa societ politica ha la consapevolezza di essere quello che e non un altro tipo di societ, cio una democrazia piuttosto che una dittatura, una repubblica piuttosto che una monarchia, una societ governata piuttosto che unanarchia. questo insieme di pratiche e di valori che forma un paradigma di una societ ed essa tenta di continuare la sua vita politica coerentemente con essi. Date queste premesse, possibile comprendere laccusa che Pocock muove a quegli storici del pensiero politico interessati pi a quello che unaffermazione del passato possa significare per il periodo a loro contemporaneo che allaffermazione stessa. Pocock accusa questi storici di difendere e perorare gli scopi delle proprie ricerche, piuttosto che cercare di far venire alla luce i significati dei lessici degli autori del passato. Lo storico, scrive Pocock, deve essere interessato alla domanda di fino a che punto le parole usate dallautore coincidessero con luso che ne fa linterprete moderno48, rivalutando, quindi, loperare della ricostruzione storica allinterno di un orizzonte teoretico che riconosca il valore della comprensione del contesto in cui autori e teo47

Cfr. WOLIN, S. S., Paradigms and Political Teories, in (a cura di) P. King, B. C. Parekh, Politics and Experience: Essays Presented to Professor Michael Oakeshott on the Occasion of His Retirement, C.U.P., Cambridge, 1968. 48 POCOCK, J. G. A., Languages and their implications: the transformation of the study of political thougt, in Politics, Language and Time Essays on Political Thought and History, Atheneum, London, 1971; trad. it. di Gadda Conti G., Linguaggi e loro implicazioni: la trasformazione dello studio del pensiero politico, in ID., Politica, linguaggio e storia, Edizioni di Comunit, Milano, 1990; p. 55.

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rie hanno trovato spazi e luoghi di espressione. Solo in questo modo possibile restituire ai fenomeni del pensiero politico il loro statuto di autentici fenomeni storici e riconsegnare ai fatti storici la cornice contestuale in grado di precisare i significati dellagire. Questa struttura teoretica getta le basi per le norme della comprensione, le quali edificano la loro impalcatura su un ulteriore pilastro concettuale, consistente nella considerazione del linguaggio come prodotto storico in possesso di una sua storia autonoma. La condizione per definire lautonomia della storia Pocock la ricava avvalendosi del concetto di paradigma inteso come forma di controllo delle teorie elaborato da Thomas Kuhn. Gli uomini, afferma lo storico neozelandese, che abitano sistemi linguistici sui quali si fondano i criteri della comunicazione, fanno ricorso a questi sistemi stessi per costituire tanto universi concettuali quanto strutture autoritarie. Queste due cose messe insieme costituiscono i contesti allinterno dei quali lagire e il comunicare acquistano il loro significato storico. Di conseguenza, la riflessione individuale di un pensatore politico deve essere compresa sia come un evento sociale, cio un atto di comunicazione e risposta entro un sistema paradigmatico, sia come un evento storico, ovvero un momento del processo di trasformazione di quel sistema49. Lo storico del pensiero politico ha, quindi, a che fare con un concetto di contesto non semplice ma complesso, e questa complessit emerge dal modo in cui il linguaggio della politica viene studiato insieme alla societ politica. Solo in questo modo possibile mettere in connessione il sistema linguistico con quello politico La storia del pensiero politico non la storia dei linguaggi e dei paradigmi propri della comunit degli scienziati e dei teorici della politica. A differenza del linguaggio della scienza, che interessa solo ed esclusivamente la comunit scientifica, il linguaggio della politica uno strumento proprio di un pensatore che egli stesso un membro del contesto politico. Lo scienziato della politica non alieno dalla societ, non si confronta solo ed esclusivamente coi suoi colleghi, ma agisce allinterno di un contesto la cui struttura paradigmatica articolata in modo tale
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Ivi; p. 62.

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che lattivit teorica si leghi sempre e costantemente alle istanze relative alle pratiche della convivenza sociale.

2.4 Retorica e discorso politico

La concezione di Pocock di contesto pu essere considerata concentrica in quanto egli lo considera come formato dallinsieme di strutture sociali e di situazioni storiche allinterno delle quali i paradigmi del linguaggio politico svolgono la loro azione. Poich lagire linguisticopolitico ha luogo in circostanze storico-sociali caratterizzate da eterogeneit, questo linguaggio non quello uniforme di una singola disciplina ma quello ricco e diversificato della retorica. Il discorso politico include asserzioni, proposizioni e incantagioni, cio tutte quelle procedure retoriche che permettono al linguaggio del pensatore politico di agire a pi livelli (linguistici) del contesto. Il ricorso allarmamentario retorico proprio del teorico della politica, il quale invoca valori, compendia informazioni, sopprime quanto non conviene50, al fine di dare al suo paradigma la possibilit di svolgere pi funzioni contemporaneamente. Per fare ci, chi rilascia dichiarazioni politiche deve essere in grado di controllare i diversi paradigmi linguistici dellambito politico a cui appartiene, in modo che le espressioni da lui pronunciate possano significare qualcosa e possano venire discusse. Compito dello storico quello di riscrivere la storia del pensiero politico espressa sotto forma di discorso. Egli deve ricostruire la sequenza di atti verbali compiuti da persone che agiscono entro un contesto fornito, in ultima istanza, da strutture sociali e da situazioni storiche, ma

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Ivi; pp. 64-65.

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anche e in un certo senso pi immediatamente dai linguaggi politici per mezzo dei quali gli atti debbono venir espressi51. Ma cosa il linguaggio politico? Quale la sua nozione? Pocock risponde a questa domanda considerando preliminarmente il fatto che gli atti politici agiscono sugli ascoltatori, sullo scrittore e sulla struttura linguistica. Ci significa che perch questi atti possano realmente agire deve esistere una struttura relazionale entro cui gli atti vengono compiuti, e allinterno della quale assumono significato e intelligibilit. Lo storico del discorso politico deve capire quali risorse del linguaggio imposte dalle strutture dialogiche del periodo in cui lautore politico ha scritto il suo testo erano disponibili e quali forme poteva assumere il discorso politico. sulla base di questo ordine paradigmatico, in base al quale si assume lesistenza di un contesto in cui le relazioni sono organizzate in un modo invece di un altro, che si fonda il rapporto tra il testo e il contesto (linguistico e retorico). La retorica rappresenta, allora, la scienza normale entro cui operano i differenti paradigmi che registrano i rapporti di autorit tra governanti e governati fondati sui valori e sulle concezioni del potere, ma rappresenta pure ledificio proprio di un determinato periodo storico allinterno del quale le convenzioni linguistiche si muovono e agiscono in maniera variegata. Per cogliere meglio il senso in cui Pocock intende la novit della metodologia storiografica di lingua inglese, si pu seguire lo storico neozelandese mentre chiarisce i criteri della sua concezione della storia del pensiero politico come storia del discorso politico facendo riferimento alle teorie della linguistica moderna. Il linguaggio, cos come deve essere inteso dallo storico disegnato da Pocock, sia quello dei singoli atti discorsivi che quello del contesto retorico. Lo storico deve, quindi, dirigere la sua attenzione sia verso i primi che verso il secondo, deve cio

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POCOCK, J. G. A., The reconstruction of discourse: towards the historiography of Political Thought, in Modern Language Notes: a periodical by John Hopkins Univ. Pres, Baltimore, XCVI, 1981; trad. it. di Gadda Conti G., La ricostruzione del discorso politico: verso la storiografia del discorso politico, in ID., Politica, linguaggio e storia, Edizioni di Comunit, Milano, 1990; p. 111.

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osservare e registrare sia come la parole agisce sulla langue, sia come la langue agisce sulla parole. Il ricorso alla terminologia del linguista fondatore della semiologia Ferdinand de Saussure, i cui principi teorici furono esposti e sintetizzati da due suoi allievi nel Cours de linguistique gnrale pubblicato nel 1916, funzionale al chiarimento della storiografia del discorso politico. Secondo de Saussure, la linguistica (da lui definita linguistica generale) deve occuparsi della distinzione tra la dimensione sociale del linguaggio (langue) e quella individuale (parole): mentre la prima considera il momento delle regole e delle istituzioni sociali, la seconda riflette invece sul concreto atto verbale del singolo e sul discorso individuale. Ogni individuo vive in una comunit linguistica di cui tende ad assimilare le regole e le grammatiche, senza poterle modificare; tuttavia, allinterno di questa struttura, lindividuo gode di spazi di creativit che gli permettono di personalizzare il suo messaggio. Questi due aspetti spiegano, insieme, il carattere proprio di una lingua: grazie al primo si realizza la possibilit della comunicazione, grazie al secondo la lingua muta ed evolve. Questa differenziazione spiga lulteriore distinzione elaborata da de Saussure tra la linguistica sincronica, che si occupa dei rapporti logici e psicologici colleganti termini coesistenti e formanti sistema, cos come sono percepiti dalla stessa coscienza collettiva e la linguistica diacronica, che invece studia i rapporti colleganti termini successivi non percepiti da una medesima coscienza collettiva, e che si sostituiscono gli uni agli altri senza formar sistema tra loro52. Laspetto importante di questo tipo di analisi consiste nella considerazione di un contesto linguistico sincronico, in relazione al quale i singoli gesti verbali acquistano significato e pregnanza. sulla base di queste concezioni che la storia del pensiero politico acquisisce la necessaria forza teoretica per erigersi a storia del discorso politico, in cui lanalisi tende ad oscillare costantemente tra lo studio della langue e quello della parole.

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DE SAUSSURE, F., Corso

di linguistica generale, Introd., trad. e commento di De Mauro T., Laterza, Bari, 1967; p.

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Il metodo storiografico di John Pocock si fonda sulliniziale considerazione che il campo di studio di suo interesse riguarda sia atti espressivi, orali e scritti, sia le condizioni e i contesti in cui questi atti vennero compiuti. Egli afferma: dichiariamo il nostro convincimento che uno dei contesti primari in cui un atto espressivo venga eseguito quello messo a disposizione dalla forma verbale istituzionalizzata che lo rende possibile53. Il linguaggio determina ci che pu essere detto ma pu anche venir modificato da ci che espresso. Compito dello storico del discorso politico quello di indagare contemporaneamente sia il contesto in cui il linguaggio ha abitato sia gli atti discorsivi che qui sono stati espressi, osservando come la langue abbia determinato la parole e come la parole abbia agito sulla langue, spostando la sua attenzione ora sulluna ora sullaltra dimensione del linguaggio54.

2.5 Sincronia e diacronia dei linguaggi politici

Il contesto linguistico lo si evince dalla considerazione che un linguaggio non viene utilizzato da un solo autore, ma formato da un insieme di lessici e paradigmi in cui si svolse il discorso. Lo storico dovr quindi impegnarsi nellapprendimento della langue, cio delle retoriche di questo discorso, lavoro che gli consente di elaborare una storia del discorso piuttosto che una storia di pensieri e di stati di coscienza. Lo storico deve cercare, come fa un archeologo, di fare emergere i vari strati del contesto linguistico presenti allinterno di un testo di un autore. Egli impara questi linguaggi leggendo testi di ogni genere, si impegna in unanalisi sincronica delle

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POCOCK, J. G. A., The concept of a language and the mtier dhistorien: some considerations on practice, in Pagden A. (a cura di), The language of political theory in early-modern Europe, Cambridge, C. U. P., 1987; trad. it. di Gadda Conti G., Il concetto di linguaggio e il mtier dhistorien: alcune considerazioni sulla pratica, in ID., Politica, linguaggio e storia, Edizioni di Comunit, Milano, 1990, p. 188. 54 Cfr. POCOCK, J. G. A., The state of the art, Introduzione a ID., Virtue, Commerce and History. Essays on Political Thought and History, chiefly in the Eighteenth-Centurty, Cambridge, C. U. P., 1985; trad. it. di Gadda Conti G., Lo stato dellarte, in ID., Politica, linguaggio e storia, Edizioni di Comunit, Milano, 1990, pp. 152-153.

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pubblicazioni di un determinato periodo storico, riuscendo cos a dare ai linguaggi da lui scoperti la specificit di fenomeni storici. Questo obiettivo riesce raggiungibile allo storico man mano che si allontana dal linguaggio istituzionale per pervenire a quello personale e individuale. A questo punto egli ha la certezza che i linguaggi da lui scoperti non sono una sua invenzione, e questa sua certezza aumenta se riesce a dimostrare da un lato che varianti nello stesso linguaggio sono state applicate da autori diversi, mentre comunicavano lun con laltro tramite esso e lo adoperavano come mezzo di comunicazione oltre che come forma di discorso, dallaltro che essi ne discussero luso vicendevole, concepirono linguaggi di secondordine per criticarne luso, e verbalmente ed esplicitamente lo identificarono come un linguaggio che stessero usando55. La sicurezza che la scoperta dei linguaggi non un frutto della sua immaginazione concernente le epoche passate, lo storico la ritrova nella wittgensteiniana considerazione che i linguaggi di cui egli teorizza lesistenza furono realmente applicati e usati in una comunit. Perch il linguaggio non mai un fatto isolato, e lanalisi, a questo punto della ricostruzione storica del discorso, della parole (o, meglio, delle paroles) lo dimostra. Queste furono riconosciute dalla comunit dai parlanti in quanto linguaggi disponibili utilizzati e adoperati da pi di un autore della medesima comunit. Una volta che lo storico ha imparato i linguaggi propri di un contesto, deve compiere un ulteriore passo che gli consenta di comprendere come sia possibile che alcuni atti verbali modifichino luniverso retorico di un determinato periodo storico. Egli deve comprendere come le paroles riescano a mutare e rettificare la struttura di una langue. A questo punto lo storico del pensiero politico studia gli atti verbali degli autori o come atti che rispettano le regole del gioco linguistico o, viceversa, come atti che tentano di alterare le regole del gioco. Si parla di innovazione verbale quando si ha il caso del tentativo di imporre qualche mutamento nelle regole o nelle

55

POCOCK, J. G. A., Il concetto di linguaggio e il mtier dhistorien: alcune considerazioni sulla pratica, op. cit.; p. 197.

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convenzioni del linguaggio politico56, tendente a proporre nuove convenzioni linguistiche, regole mutate, diversi sistemi di valori; ma anche quando si ha il caso in cui si tenta di trasferire una discussione di un tema o di un termine da un contesto linguistico in cui convenzionalmente dibattuto a un altro che fino ad allora non aveva mai preso in considerazione quel tipo di discussione. Le paroles danno allora vita ad un nuovo sistema di linguaggi, anche se lautore o gli autori che le hanno espresse sotto forma di atti verbali ricevono risposte che negano laccettabilit del nuovo linguaggio e tendono a rifiutarlo, poich le risposte degli avversari testimoniano che un innovatore che faccia abbastanza rumore o scandalo riesce necessariamente a imporre un nuovo linguaggio e nuove regole del gioco linguistico57. Questi autori divengono delle autorit per avere causato un mutamento non solo testuale ma anche contestuale. Essi suggeriscono nuove forme di discorso che vengono percepite come aventi implicazioni innovatrici in contesti linguistici diversi da quelli in cui dibatterono inizialmente; perci vengono letti e si risponde loro e le loro paroles hanno conseguenze sulla langue58. in queste circostanze, in cui lo storico viene a conoscenza dello sforzo da parte di un autore di mutare il paradigma linguistico utilizzato dalla comunit politica a cui appartiene, che egli sposta lasse della ricerca storica dal momento sincronico a quello diacronico. Una volta che un autore ha creato uno o pi linguaggi nuovi, necessario che questi vengano diffusi; di conseguenza lo storico deve imparare a riconoscerli in tutti i testi e i contesti in cui questi appaiono. Si tratta di un lavoro che prevede non tanto lo studio di una tradizione di pensiero ma dei modi in cui avviene la comunicazione. Prendendo le mosse da un testo che produce un nuovo paradigma linguistico, lo storico passa in rassegna altri testi e pubblicazioni scritte da coloro che avevano letto il primo testo, al fine di comprendere come le innovazioni dellautore precedente, selezionate dal resto dei suoi atti espressivi, si possano imporre sui lettori

56 57

Ivi; p. 206. Ivi; p. 207. 58 Ivi; pp. 207-208.

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in modo tale da costringerli a risposte congruenti allinnovazione59. Lo studio di questi atti verbali passa attraverso lo studio dellatto di pubblicare, perch dal momento della pubblicazione che inizia il processo di interpretazione, traduzione e discussione intorno al testo, noto col termine di tradizione. Ma si tratta di un termine errato: la storia del discorso politico , per Pocock, la storia di una traditio, intesa nel senso di trasmissione e, ancor pi, di traduzione. La storia dei testi del pensiero politico sia la storia del costante adattamento, traduzione, e ripresentazione del testo in un susseguirsi di contesti da un susseguirsi di operatori, sia la storia delle innovazioni e modifiche compiute in tanti lessici distinguibili quanti in origine erano stati radunati per comprendere il testo60. Lo storico del pensiero politico segue litinerario temporale entro il quale il testo sopravvissuto, soffermandosi sulle tappe e sulle circostanze storiche che ne hanno consentito la persistenza, rendendosi conto della continuit storica di certi paradigmi che i testi stessi hanno istituzionalizzato. Lattenzione dello storico si focalizza sulle innovazioni, intese come mosse di un autore a cui si risposto con una contromossa da parte dei lettori che a loro volta sono divenuti autori. La contromossa conterr e registrer la consapevolezza che qualcosa senza precedenti stato detto. Il lettore, leggendo il testo, prelever per s le parole e gli atti linguistici riutilizzandoli nel contesto suo proprio, ristrutturando lordine e il valore semantico dei termini. La storia dei testi , quindi, una storia di adattamento, traduzione e riesecuzione dei testi in cui le formule e i paradigmi di un autore innovatore vengono applicati e tradotti ogni volta che chiamata in causa lautorevolezza di un testo.

59 60

Ivi: p. 162. Ivi; p. 166.

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2.6 La verit delle credenze

Lattenzione dello storico delle idee politiche verte principalmente su un contesto storicosociale i cui partecipanti si capiscono grazie allesistenza di paradigmi concettuali espressi attraverso un linguaggio istituzionalizzato. Questo linguaggio, pu essere inteso da uno storico che opera in un contesto temporale diverso solo a condizione che la ricerca si soffermi sulla peculiarit dei linguaggi studiati. Poich questi linguaggi costituiscono un paradigma attraverso il quale si definisce il valore di significanza degli enunciati, bene che non si mortifichino i criteri di razionalit e le credenze espresse dai linguaggi stessi. Per evitare ci necessario che linterpretazione di un testo del passato prenda le mosse dalla considerazione che ci che in questo testo si afferma appartiene ad un insieme coerente di idee, concetti e credenze. Una volta negata la tesi gadameriana secondo la quale il testo e linterprete appartengono a una medesima tradizione culturale, sorge il problema di come comprendere le idee circolate in realt storiche lontane le cui categorie conoscitive e razionali risultano essere distanti e diverse da quelle dellinterprete. Le societ passate hanno avuto credenze con le quali si ha poca familiarit e che pongono lo storico nella condizione di definirne la verit. Se per i critici della New History of Political Thought il problema della verit delle credenze deve essere separato dalla spiegazione storica perch lo storico si trova ad un livello differente rispetto alle societ del passato con le quali in continua posizione di rivalit61, per gli storici del discorso politico, primo fra tutti Quentin Skinner, le credenze sono il miglior punto di partenza per studiare gli autori del pensiero politico, anche se queste necessitano di una spiegazione che eviti di assumere una forma simpatetica e non anacronistica62. Per fare ci assolutamente necessario che le credenze non vengano assunte dal-

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Cfr. TAYLOR, C., The hermeneutic of conflict, in TULLY J. (a cura di), Meaning and Context. Quentin Skinner and His Critics. Princeton University Press, Princeton, 1988; pp. 218-228. 62 SKINNER, Q., Interpretation, rationality and truth (1988), ora in Id., Vision of Politics Vol. 1, Regarding Method, Cambridge, C.U.P., 2002; trad. it di R. Laudani, Interpretazione, razionalit e verit, in ID., Dellinterpretazione, Il Mulino, Bologna, 2001; p. 84.

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lo storico come prive di razionalit, anche nel caso in cui questi si trovi ad incrociare idee e concetti ormai palesemente falsi. Lo storico deve tenere sempre presente che vi fu un periodo precedente in cui tali credenze vennero considerate vere. Non deve impegnarsi nel ricercare i motivi per cui gli autori non riuscirono ad avvicinarsi alla verit, altrimenti si porrebbe nella errata posizione di considerare aprioristicamente false le credenze proprie dellautore oggetto di studio. Come il sistema aristotelico-tolemaico, che venne considerato vero fino alla rivoluzione copernicana, fornendo un paradigma conoscitivo del cosmo razionalmente giustificato, allo stesso modo le idee del passato devono essere prese in considerazione come fondate su un sistema di idee basate su criteri di razionalit. Si tratta di un modello interpretativo i cui riferimenti teorici sono individuabili, oltre che in Thomas Kuhn, anche in Wittgenstein e Hilary Putnam. Lo storico si trova spesso ad incrociare idee e concetti da lui giudicati falsi, ma ci non pu indurlo a valutarli fornendo di essi spiegazioni che risultino prive di razionalit, perch ci vorrebbe dire uguagliare le credenze razionali alle credenze che lo storico giudica vere 63. Lo storico deve, invece, intendere il termine razionalit come qualcosa che non implichi responsabilit e impegno. Cio deve affrontare lo studio delloggetto storico liberandosi di quei pregiudizi in base ai quali si considerano realmente razionali e degni di vicinanza alla verit solo ed esclusivamente quegli oggetti in grado di essere compresi con le categorie appartenenti allarmamentario epistemologico della sua epoca, che viene considerato autenticamente razionale rispetto a quei modelli del passato che non hanno raggiunto gli stessi livelli di conoscenza. Si tratta di una concezione in cui emerge il debito, dichiarato esplicitamente da Skinner 64, nei confronti dellidea di razionalit propria del filosofo e matematico americano Hilary Putnam, il quale definisce autentico atteggiamento critico quello che in grado di conservare imparzialit nei confronti dei giudizi di valore. Secondo Putnam molto difficile capire quali siano i giudizi razionali e quali quelli irrazionali, se non si in grado di tralasciare le prevenzioni di parte e cri63 64

Ivi; pp. 88-89. Ivi; p. 89 n.

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ticare le proprie credenze65, questo perch la nostra capacit di essere razionali non prevede allo stesso momento la capacit di essere infallibili. E questo perch le asserzioni concernenti i valori e la conoscenza vengono considerati veri in una forma di vita che ha il potere di istituzionalizzare queste stesse asserzioni, funzionando da cornice in grado di verificarle e giustificarle ogni volta che vengono utilizzate. Wittgenstein spiega meglio questa concezione storicistica della verit e delle credenze quando critica il modo proprio di valutare le convinzioni dei popoli di cui parla lantropologo scozzese James G. Frazer nel suo testo pi famoso, Il Ramo doro. Il logico e filosofo austriaco prende le mosse dalla concezione per cui la via che porta alla verit non deve essere percorsa attraverso la constatazione della verit stessa, ma bisogna, piuttosto, trovare la via dallerrore alla verit66, bisogna, cio, non commettere lingenuit epistemologica commessa da Frazer di fare apparire come errori le concezioni magiche e religiose delle popolazioni da lui studiate. Gli uomini del passato non hanno fatto quello che hanno fatto perch sono degli sciocchi, e quindi non hanno commesso degli errori. Ci significa che per rendere conto della storia umana lo storico deve evitare di cimentarsi nellimpresa di dare una spiegazione basata sui propri modi di valutare e di giudicare, perch basta comporre correttamente quel che si sa, senza aggiungervi altro. Secondo Wittgenstein, non si tratta di comprendere, poich si pu solo descrivere e dire: cos la vita umana67. Solo cos si superano le incertezze proprie della spiegazione che elabora ipotesi e fornisce opinioni sui significati dei gesti e dei riti antichi, come fa Frazer. Questi gesti e questi riti non poggiano su una opinione, ma sono invece saldamente fondati su credenze che non possono essere spiegate ricorrendo ai concetti e ai linguaggi che si credono veri. La magia e la religione di cui si parla nel Ramo doro devono essere descritte attraverso credenze che non

65

PUTNAM, H., Reason, Truth and History, Cambridge, C.U.P., 1981; trad. it. di A. N. Radicati di Bronzolo, Ragione, verit e storia, il Saggiatore, Milano, 1985; p. 180. 66 WITTGENSTEIN, L., Bemerkungen ber Frazers The Golden Bough, 1931-36; trad. it. di S. de Waal, Note sul Ramo doro di Frazer, Adelphi, Milano, 1975; p. 17. 67 Ivi; p. 19.

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appartengono a strutture di pensiero religioso proprie dellepoca dello storico. Scrive Wittgenstein:

Quale ristrettezza della vita dello spirito in Frazer! Quindi: quale impossibilit di comprendere una vita diversa da quella inglese del suo tempo!

Frazer non in grado di immaginarsi un sacerdote che in fondo non sia un pastore inglese del nostro tempo, con tutta la sua stupidit e insipidezza68.

Neppure si pu pensare a una spiegazione storica di tipo evolutivo, che viene da Wittgenstein definita come rappresentazione perspicua, consistente nella possibilit di leggere i dati storici nella loro relazione reciproca e sintetizzarli in una rappresentazione generale che mostri lo sviluppo cronologico. Il concetto di rappresentazione perspicua serve a mediare la comprensione, esso consiste in una Weltanschauung grazie alla quale scorgiamo le connessioni che hanno determinato lo sviluppo da unepoca allaltra sulla base della somiglianza tra i fatti e ci spinge a determinare quindi unipotesi evolutiva che si pu considerare come un travestimento di una connessione formale69. Linterpretazione del passato non necessita, secondo Wittgenstein, di un chiarimento fondato su ipotesi la cui validit determinata dai modi propri dello storico di leggere e interpretare il suo mondo coi suoi strumenti conoscitivi e con le sue credenze. Il passato deve essere descritto sulla base delle constatazioni delle forme di vita che lo hanno caratterizzato. Gli uomini del passato non hanno bisogno che venga loro iniettata una coscienza che pensi e che valuti come noi pensiamo e valutiamo, perch Gli uomini [] testimoniano da s del fatto che hanno una coscienza70, il cui significato pu essere colto solo a condizione che si prendano le

68 69

Ivi; p. 23. Ivi; p. 30. 70 WITTGENSTEIN, L., Philosophische Untersuchungen; op. cit.; 415-416.

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mosse dalla forma di vita in cui queste coscienze sono calate, forma di vita le cui regole sono condivise e istituzionalizzate nel linguaggio. Secondo Wittgenstein vi sono norme di verificazione che determinano cosa sia giusto e cosa sia sbagliato nei giochi linguistici, e oltre queste norme non vi sono criteri che stabiliscono loggettivamente giusto e loggettivamente errato. La verit delle asserzioni dipende esclusivamente dalle regole fissate dal gioco linguistico; queste regole sono definite da quella che Putnam chiama concezione criteriale della razionalit, consistente nel fatto che vi sarebbero norme istituzionali che definiscono che cosa sia razionalmente accettabile e che cosa non lo sia71 e, conseguentemente, che cosa viene creduto vero e che cosa falso. Non si tratta di adottare la posizione interpretativa di Donald Davidson in base alla quale non si in grado di capire in cosa credono le popolazioni che si studiano se non si considerano vere le loro credenze72, perch altrimenti lo storico dovrebbe sforzarsi di valutare come vere anche quelle credenze, come la stregoneria o le pratiche magiche, di cui un autore del passato pu avere parlato in qualche punto della sua opera. Allo stesso modo, lo storico non deve neppure, di fronte ad una credenza palesemente falsa, giudicarla come priva o carente di razionalit, e quindi non deve considerare necessario un supplemento di spiegazione che riconosca la natura errata della credenza. Se facesse in questo modo, lo storico eguaglierebbe le credenze razionali a quelle da lui considerate vere, escludendo la possibilit che vi sia stato un periodo storico in cui queste credenze siano state considerate vere e razionalmente fondate. Il concetto di razionalit che Quentin Skinner elabora a partire dalla lettura di Wittgenstein, Kuhn e Putnam conduce ad affermare quanto segue: quando parlo di credenze razionali sostenute da un soggetto, intendo soltanto che quelle credenze (ci che il soggetto considera vero)

71 72

PUTNAM, H., Reason, Truth and History, op. cit.; p. 120. Si tratta della teoria dellinterpretazione radicale, per la quale cfr. DAVIDSON, D., Inquiries into Truth and Interpretation, Oxford University Press, Oxford, 1984; trad. it. di R. Brigati, Verit e interpretazione, Il Mulino, Milano, 1994.

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devono poter essere considerate vere da chi le sostiene in quelle determinate circostanze73. Ogni autore espone una credenza che pu essere considerata razionale laddove vi sia giunto attraverso un processo di ragionamento che fu da tutti accettato, cio attraverso la consapevolezza che il linguaggio da lui utilizzato e le regole sintattiche di questo stesso linguaggio furono quelle che la comunit dei parlanti condivise poich si tratt di un gioco linguistico le cui regole, istituzionalizzate dalluso, furono da tutti approvate. I soggetti, allora, sono considerati razionali perch hanno creduto a ci che dovettero credere e perch si dimostrarono coerenti nei confronti del processo di formazione delle credenze. Il motivo per cui non bisogna considerare le false credenze come prive di razionalit si fonda su un importante principio storiografico: se si valutano queste credenze carenti di razionalit lo storico corre il rischio di fossilizzarsi su un solo tipo di spiegazione ed costretto a confrontarsi con unargomentazione di un autore che egli giudica vuota dal punto di vista della razionalit. Compito dello storico delle idee , da un lato, quello di considerare razionali le credenze in cui si imbatte leggendo e studiando un autore, dallaltro, quello di ricostruire le condizioni che hanno portato lautore a sostenere queste credenze. Non vi la necessit di applicare una norma sovraculturale o un criterio esterno di razionalit da parte dello storico che analizza una societ e una forma di vita diversa dalla sua, suo unico compito quello di dimostrare la coerenza interna di una credenza e i modi attraverso i quali questa venne sostenuta. Quando si studia un soggetto che sostiene una credenza bisogna, secondo Skinner, fare apparire questo soggetto quanto pi razionale possibile. Ci possibile seguendo una regola che si fonda su tre precetti74. In primo luogo bisogna identificare le credenze dei soggetti, rintracciandole nei testi che essi ci hanno lasciato. Poi bisogna accettare qualsiasi informazione per quella che , cio bisogna iniziare lindagine storica assumendo che quello che gli autori hanno scritto sia esattamente ci in cui essi hanno creduto. Infine, il terzo precetto suggerisce di defini73 74

SKINNER, Q., Interpretazione, razionalit e verit, op. cit., p. 89. Ivi; p. 101 sgg.

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re quale sia lobiettivo che lo storico si prefigge seguendo questo tipo di approccio. Questultimo precetto intende invitare lo storico a incastonare la credenza a cui interessato in un contesto storico che funga da supporto, con lo scopo di fare emergere quel particolare contesto di presupposti e di altre credenze che riproduca il senso di razionalit epistemologica proprio del periodo storico dellautore studiato, con lobiettivo di dimostrare che le affermazioni da questi utilizzate hanno un carattere razionale in quella specifica situazione e in quella specifica circostanza.

2.7 I termini delle credenze

I termini attraverso cui vengono espresse le credenze sono parte del gioco linguistico che lo storico deve sforzarsi di conoscere per cercare di comprendere e descrivere le credenze di cui intende occuparsi. Per fare ci lo storico deve anzitutto ricordare che non sempre queste si presentano in maniera distinta, per cui non sempre sono facilmente identificabili e descrivibili. Ci non significa, tuttavia, che lo storico debba far ricorso alle sue categorie concettuali, ai suoi strumenti interpretativi e al suo strumentario terminologico per illuminare e per avere la presunzione di chiarire, con laggiunta o la correzione di termini, quelle credenze che non si rivelano, alla lettura dellinterprete contemporaneo, chiare e facilmente descrivibili. Lo storico non deve mai commettere lerrore di farsi condizionare dai suoi schemi concettuali, perch ogni epoca ha avuto i suoi schemi, e nessuna pu arrogarsi il diritto di dichiarare di avere partorito uno schema migliore di unaltra. Non si vuole affermare limpossibilit di narrare la storia ma soltanto che per la comprensione dei fatti si deve ricorrere a diversi apparati di termini e che ogni sistema di segni utile a discernere solo determinati oggetti e determinate situazioni, mentre altri sistemi di segni saranno sempre in grado di svolgere lo stesso obiettivo in modi diversi e potenzialmente

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contrastanti75. Non si tratta di affermare una tesi idealistica, perch non viene negata lesistenza del mondo esterno, quello che si vuole invece sostenere che questo mondo esterno inevitabilmente viene modellato sulla base delle nostre categorie concettuali e dei termini di cui siamo in possesso per esprimerle. Questi temi degli storici del discorso politico sembrano lasciare poco spazio alla possibilit di tradurre i termini di un pensatore del passato in quanto il nostro linguaggio non sembrerebbe possedere sempre i corrispettivi semantici utili alla traduzione e alla comprensione. Da un punto di vista concernente la teoria e la prassi del linguaggio, la questione si risolve con laffermazione della impossibilit di esprimere, con un enunciato, qualcosa che sia sconnesso dal fatto a cui lenunciato si riferisce, perch il linguaggio sempre legato a concetti che a loro volta sono legati al contesto storico-sociale in cui nascono e in cui sono applicati. Non possibile, secondo gli storici di Cambridge, ricostruire la storia del pensiero politico affidandosi a una sorta di platonismo linguistico grazie al quale i termini vengono compresi in virt del loro valore intensionale che li rende accessibili indipendentemente dalla loro applicazione. La metodologia storiografica di Pocock e Skinner fonda il suo impianto teoretico sul fatto che lenunciato, come ha scritto W. V. O. Quine, suscettibile di comprensione solo a condizione che si affermi linscindibilit del significato e del fatto, cio dellaspetto linguistico e di quello fattuale. Lenunciato e lesperienza hanno un carattere solidale, costituiscono un tutto insieme alla teoria in cui ricorre. Si capisce il significato di un enunciato perch si capisce il luogo che occupa e il campo di forze76 in cui lenunciato si muove. Ecco perch dellenunciato non si pu discernere laspetto empirico da quello logico e da quello teorico-convenzionale. quanto

75 76

Ivi; p. 108. PICARDI, E., Le teorie del significato, Laterza, Roma-Bari, 1999; p. 16.

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Quine afferma nel celebre saggio Due dogmi dellempirismo77, sottolineando la conseguenza che non si pu operare una distinzione tra giudizio analitico e giudizio sintetico. La questione affrontata da Quine in maniera ancora pi precisa quando parla di traduzione radicale, un tema che vede impegnato il filosofo statunitense nel cercare di risolvere il problema della traduzione di un linguaggio appartenente a un popolo che non sia stato in contatto con la nostra civilt78. La tesi di fondo di questa teoria si basa su tre assunti79 che sono riassumibili con la tesi precedentemente esposta dellimpossibilit di separare il contenuto logico da quello fattuale, con la tesi che nessun significato pu essere spiegato come fine a se stesso, cio privato di una teoria complessiva in cui includerlo e a cui farlo appartenere, e, infine, con la tesi che sintetizza le due precedenti consistente nel fatto che le credenze e le conoscenze costituiscono un insieme organico, rappresentabile come una teoria vasta che rende interdipendenti le singole parti. Lultima tesi spiega perch, secondo Quine, risulta necessario che gli enunciati si associno non soltanto con stimolazioni non-verbali [i fatti], ma con altri enunciati, se vogliamo sfruttare concettualizzazioni compiute80 venutesi a formare grazie allesistenza di una rete verbale e di una teoria articolata che lega e tiene insieme fatti e linguaggi, stimoli e risposte. Si tratta di una struttura di enunciati interconnessi in virt della quale un solo ordito connette tutto quello che possiamo dire e che diciamo intorno al mondo. Cio si tratta di una teoria che sar descritta da un linguaggio le cui caratteristiche eliminano la distinzione tra enciclopedia e dizionario, in quanto sar impensabile che linterpretazione semantica si fermi o al solo livello linguistico o al solo livello fattuale, ma dovr invece comprenderli entrambi. Questo impianto spiega il motivo per cui linterpretazione di un enunciato appartenente ad una civilt diversa dalla nostra

77

Cfr. QUINE, W. V. O., Two Dogmas of Empiricism, in From a Logical Point of View, New York, 1953; trad. it. di P. Valore, Due dogmi dellempirismo, in ID., Dal punto di vista logico. Saggi logico-filosofici, Raffaello Cortina, Milano, 2004. 78 QUINE, W. V. O., Word and Object, New York, 1960; trad. it. di F. Mondadori, Parola e oggetto, Milano, il Saggiatore, 1970; p. 41. 79 Cfr. MONDADORI, F., Introduzione a QUINE, W. V. O. Words and Object, op. cit.; p. X sgg. 80 QUINE, W. V. O., Word and Object, op. cit.; p. 19.

64

sar possibile solo a condizione che non si ricerchino i corrispettivi semantici di questa piccola parte del sistema ma dellintero sistema, cio la possibilit della traduzione si avvicina alla realizzazione quanto pi sar utilizzato un manuale di interpretazione e di traduzione che renda conto non del singolo enunciato ma della globalit di un sistema in cui linguaggio e fatti empirici sono parti comuni del sistema stesso. Ci significa, tuttavia, che diversi manuali sono suscettibili di essere utilizzati per tradurre e interpretare enunciati teorici, per cui lutilizzo di un manuale di interpretazione piuttosto che un altro dimostra pienamente il carattere di indeterminatezza della traduzione che, a questo punto non sar unica. Non possibile, quindi, supporre un platonismo semantico che consenta di tradurre con esattezza e in maniera determinata gli enunciati esotici, perch le tesi di Quine sottolineano la difficolt di definire un criterio appropriato grazie al quale si possano definire le corrispondenze semantiche, le quali sono invece soggette allutilizzo di uno fra i tanti manuali disponibili, facendo quindi parlare, per ci che riguarda la tesi dellindeterminatezza della traduzione, di relativismo semantico. Nonostante ci, quanto espresso da Quine in merito al problema dellindeterminatezza della traduzione, sembra avere notevolmente influenzato la storiografia del pensiero politico di lingua inglese almeno per due motivi. Il primo riguarda la stretta relazione tra credenze del passato e linguaggio. Quine ha insegnato che bisogna prendere le mosse dal fatto che le credenze vengono espresse con i termini di un linguaggio, e che questi termini possono assumere valore di significato a condizione che si colga il carattere olistico di un sistema in cui linguaggio ed esperienza sono strettamente connesse in una forma di vita da cui lattivit della comprensione non pu prescindere. Quindi, scrive Skinner, la morale che si pu trarre che forse dovremmo rinunciare a ricercare i significati in un senso cos atomistico81, nel senso che non risulta necessario presupporre lintelligibilit di un enunciato a partire dalla sua traducibilit, perch i termini di una lingua straniera, anche se non vi un corrispettivo nella nostra lingua, possono essere
81

SKINNER, Q., Interpretazione, razionalit e verit, op. cit.; p. 110.

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compresi a partire dalle modalit di applicazione di questi termini, in modo da poter coglierne il significato, il senso e le sfumature. Non si tratta di ricreare gli ambiti e le atmosfere del passato attraverso una ricostruzione quanto pi possibile veritiera dello scenario concettuale e ideologico appartenente a quellepoca. Si tratta, invece, di concepire la ricerca storica come

un tentativo di pensare come i nostri antenati e vedere le cose nella loro ottica. Dovremmo cercare di rintracciare i loro concetti, le distinzioni e le catene di ragionamento da loro utilizzate nei loro tentativi di dare senso al mondo in cui vivevano82.

Sono gli stili di ragionamento che bisogna imparare per accedere alla comprensione storica e non le traduzioni degli enunciati. Il secondo motivo per cui lindeterminatezza della traduzione ha interessato gli storici di Cambridge concerne la questione relativa alla possibilit che gli autori oggetto di studio da parte di uno storico delle idee non abbiano avuto i mezzi linguistici per descrivere determinati concetti. Quando si studiano questi autori non si deve ricostruire la mappa delle distinzioni e le catene di ragionamento da loro utilizzate per poi esprimerli a modo nostro83, a meno che i nostri schemi concettuali, le nostre credenze e i nostri linguaggi non siano assolutamente sovrapponibili a quelli degli autori che studiamo. Ma questa ultima occorrenza, come stato affermato fin qui, non altro che leffetto storiografico di un errore filosofico di fondo. Non giusto, afferma Skinner, correggere il linguaggio di questi autori fino al punto da porre le nostre descrizioni in conflitto con quelle proprie di questi autori. Spesso si pensa che i termini che sostituiamo possano esprimere una teoria meglio di quanto avrebbe potuto fare il suo autore. Ma comportarsi in questo modo significa che lo storico non sta perseguendo il suo obiettivo, che quello di identificare e

82 83

Ibid. Ibid.

66

descrivere le credenze da spiegare84, evitando di farsi guidare dal suo lessico conoscitivo e valutativo che, sicuramente, gli farebbe mettere in evidenza aspetti irrilevanti e, sicuramente, anacronistici. La credenza da spiegare potr essere identificata nella sua specificit solo in virt di quei termini particolari in cui stata espressa85 e non in altro modo. La ricerca storica, quindi, deve prendere le mosse da un atteggiamento epistemologico che ritenga degno di considerazione il fatto che ci che viene detto dagli autori sia la migliore guida per la comprensione delle credenze.

84 85

Ivi; p. 115. Ibid.

67

Capitolo 3 Azioni e autori

3.1 Il significato delle parole

Il passaggio da quel che le parole letteralmente dicono, in quanto parole di una lingua, e quel che crede (pensa) colui che le proferisce in uno specifico episodio duso, tanto importante quanto difficile da collocare nella luce giusta86.

Le teorie del significato si fondano sullidea che vi sia uno stretto rapporto tra forma linguistica e contenuto, tra enunciato e proposizione, cio tra espressione verbale e ci che si intende con questa espressione verbale. Una condizione di questa relazione risiede nel fatto che quando si proferisce una frase un interlocutore disposto a credere che laltro interlocutore condivida con lui un medesimo sistema di credenze che rende possibile la comunicazione. I significati delle parole e delle frasi sono sostenuti da un insieme di congetture che accomuna dei parlanti, e questi significati non sono nascosti perch vengono mostrati dai parlanti stessi attraverso luso nella lingua87. Il linguaggio un fenomeno esperito dai soggetti, i quali comunicano significativamente attraverso questesperienza che mostrando se stessa mostra anche la sua valenza semantica allinterno di una forma di vita condivisa. Il problema della rilevazione dei significati risiede nella possibilit di potere risalire dai termini a ci che essi intendono, dalle parole al sistema di credenze che queste stesse parole esibiscono. questo il motivo per cui John Pocock e Quentin Skinner affermano che non si pu elaborare una storia del pensiero politico a partire dalle grandi concettualizzazioni prescindendo

86 87

PICARDI, E., op. cit.; p. 4. Al 43 delle Ricerche filosofiche Wittgenstein scrive: il significato di una parola il suo uso nella lingua. Cfr. WITTGENSTEIN, L., Ricerche filosofiche, op. cit.

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dai linguaggi utilizzati e dal modo in cui i parlanti li hanno utilizzati. Da un punto di vista concernente lanalisi linguistica, ci significa che le idee della politica non possono essere studiate a partire dal valore intensionale delle parole con cui sono state espresse, bisogna invece risalire dai termini ai concetti attraverso un duplice processo analitico che conduca da un lato verso la rilevazione delle credenze di un autore del passato, dallaltro lato verso la constatazione di quali fossero le reali intenzioni di questo autore nello scrivere un testo. Mentre per il primo aspetto 88 si tratta di adottare un metodo che consideri una comunit di parlanti come espressione di una forma di vita che, utilizzando un particolare linguaggio, esibisce criteri di razionalit incommensurabili ai nostri, per quanto concerne il secondo aspetto, si tratta, invece, di operare unanalisi accurata dei termini utilizzati dallautore per capire quali fossero i propositi e gli obiettivi che lo hanno spinto a scrivere un testo di filosofia politica e quali le precise intenzioni che si celano dietro lutilizzo di uno specifico lessico. Una storia del pensiero politico scritta a partire da una tale profondit linguistica prevede che ci sia una precedenza dei paradigmi (linguistici) rispetto alle intenzioni che guidano lazione di un autore, perch solo dopo che avremo compreso quali strumenti egli avesse a disposizione per dire qualunque cosa, potremo comprendere quanto volesse dire89. Attraverso i loro testi gli autori hanno detto qualcosa che confermava, aggiungeva elementi o cercava di demolire il paradigma del discorso politico. Quindi, il primo problema dello storico consiste nel rilevare il vocabolario che circolava allepoca dellautore studiato per verificare cosa gli fosse concesso esprimere e quali fossero gli strumenti per potere dire qualcosa. Il modo per giungere a questi vocabolari e a questi linguaggi risulta un compito non difficile per lo storico, un compito che egli pu assolvere dimostrando empiricamente che esistevano determinati linguaggi per il semplice motivo che questi linguaggi si trovano l, che formano modelli e stili individualmente

88 89

Si veda la seconda parte del cap. 2. POCOCK, J.G.A., Linguaggi e loro implicazioni: la trasformazione dello studio del pensiero politico, op. cit.; p. 72.

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riconoscibili90 che lo storico riesce a conoscere e padroneggiare quanto pi elevata la sua sensibilit rispetto ai linguaggi e alla societ che li parlava.

3.2 Luso delle parole

Sebbene non sia sostenibile, ai fini di una epistemologia storica di questo tipo, affermare che il pensiero di un singolo non sia connesso con quello di una struttura sociale, tuttavia il metodo storiografico di Pocock e Skinner prende le mosse dal linguaggio del singolo, per dimostrare di quali significati si potesse dirlo portatore91, e lo fa non presupponendo che il linguaggio rispecchi e rifletta la realt sociale, ma sostenendo che i paradigmi, la realt sociale e il linguaggio compongono ununica struttura di cui questultimo, che non costituisce un epifenomeno irrilevante, rappresenta la parte fenomenica e appariscente che mostra la consapevolezza da parte dei soggetti di appartenere a unepoca storica. Il significato delle parole di un soggetto appartenente a una comunit di parlanti non pu essere preso in considerazione in maniera isolata, perch le parole appartengono a un gioco linguistico che funge da paradigma linguistico condiviso dalla comunit allinterno del quale si definiscono il peso e il valore semantico delle parole. La relazione organica tra la parte e il tutto, tra il gioco linguistico e le parole, tra la forma di vita e gli enunciati, tra le credenze e le proposizioni che le esprimono viene definita non in base a una sorta di connessione di tipo logicosemantico tra un termine ed il suo senso. Piuttosto si tratta di una visione pi complessa che va al di l di un semplice rapporto tra espressione verbale e riferimento; si tratta di una visione pratica per la quale si definisce il significato come luso che facciamo della parola, perch solo attraverso il modo in cui una parola impiegata che riusciamo a comprenderla. In una comunit si
90 91

Ivi; p. 73. Ivi; p. 82.

70

fissa unabitudine che insegna a rispondere e reagire in un determinato modo ogni volta che ci si trovi dinanzi a un certo segno (linguistico), quindi uno si regola secondo le indicazioni di un segnale [] solo in quanto esiste uno stabile, unabitudine condivisa dalla comunit. In conclusione: Come una parola funzioni, non lo si pu indovinare. Si deve stare a guardare limpiego della parola, e imparare da l92. Se il significato delle parole lo si ricava dal loro impiego, perch le parole in fondo sono gli strumenti che i singoli utilizzano per esprimere i loro pensieri, allora luso del linguaggio fondamentalmente legato al fatto che, parlando, si sta facendo qualcosa. La parola lo strumento attraverso il quale si edificano i pezzi di una struttura di pensiero, e questo edificare rappresenta laspetto pratico della comunicazione che si evince dallutilizzo di un termine piuttosto che un altro allinterno di un enunciato. Dire qualcosa significa, allora, anche fare qualcosa. E questo fare lo si pu comprendere a partire dalle parole usate, prendendo le mosse dalla dimensione linguistica per risalire a quella prassiologica:

Wittgenstein e Austin ci ricordano che, se vogliamo comprendere davvero un enunciato, dobbiamo essere in grado di cogliere qualcosa che vada al di l e al di sopra del senso e dei riferimenti dei termini utilizzati per esprimerlo93.

Alla concezione semantica di Wittgenstein che si fonda sulluso del linguaggio, Quentin Skinner e John Pocock aggiungono le importanti intuizioni di John L. Austin, filosofo ispiratore di quella corrente logico-filosofica nota come filosofia del linguaggio ordinario che, durante gli anni di Wittgenstein a Cambridge, elaborava dallaltra famosa cittadina universitaria inglese, Oxford, una teoria del linguaggio che prevedeva anchessa un cambio di prospettiva

92 93

WITTGENSTEIN, L., Ricerche filosofiche, op. cit., 138, 197, 198, 340. SKINNER, Q., Interpretation and the understanding of speech acts (1988), ora in ID., Vision of Politics Vol. 1, Regarding Method, C.U.P., Cambridge, 2002. Trad. it di R. Laudani, Significato, atti linguistici e interpretazione, in ID., Dellinterpretazione, Il Mulino, Bologna, 2001; pp. 123-124.

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nellosservazione del fenomeno linguistico: si verifica, cio, anche nellambiente oxoniense il passaggio dello studio del linguaggio come rappresentazione allo studio del linguaggio come azione. Austin tenne, durante la prima met degli anni Cinquanta, prima a Oxford e poi a Harvard, una serie di lezioni a cui diede il significativo titolo di Words and Deeds (parole e atti)94 in cui evidenzi con enfasi e precisione questa doppia dimensione del linguaggio:

Per troppo tempo i filosofi hanno assunto che il compito di una asserzione possa essere solo quello di descrivere un certo stato di cose, o di esporre qualche fatto, cosa che deve fare in modo vero o falso95.

stato osservato che molte parole che ci lasciano particolarmente perplessi, inserite in asserzioni apparentemente descrittive, non servono ad indicare qualche caratteristica supplementare particolarmente strana della realt riportata, ma ad indicare (non a riportare) le circostanze in cui viene fatta lasserzione o le riserve a cui sottoposta o il modo in cui deve essere intesa e cos via96.

Le espressioni linguistiche (le asserzioni) sono soggette, dice Austin, a una duplice tipologia di categorizzazione: esse possono essere suscettibili di indicare la verit o la falsit di quello che con esse viene detto oppure possono essere la manifestazione di un atto che si sta eseguendo. Vengono indicati col termine constativi il primo tipo di asserzioni, mentre col termine performativi si indicano quelle asserzioni che non descrivono o constatano la verit o la falsit, ma sono, invece, atti linguistici in cui latto di enunciare la frase costituisce lesecuzione, o parte dellesecuzione di unazione97. Si tratta, quindi, di una dimensione del linguaggio legata strettamente allazione, al fare, allagire, la quale rinvia solo ed esclusivamente a questo suo aspetto pratico per la definizione delle sue coordinate di comprensione. Il termine performativo
94

Queste lezioni, e specialmente le William James Lectures tenute a Harvard, sono poi confluite in un testo curato da J. O. Urmson dal titolo How to Do Things with Words, pubblicato a Oxford nel 1962. 95 AUSTIN, J. L., How to Do Things with Words, Oxford University Press, Oxford, 1962; trad. it. di C. Villata, Come fare cose con le parole, Marietti, Genova, 1987; p. 7. 96 Ivi; p. 8. 97 Ivi; p. 9.

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(da perform: eseguire) richiama proprio laspetto prassiologico del parlare e del comunicare inteso come un insieme di atti linguistici che indicano che il proferimento dellenunciato costituisce lesecuzione di una azione da non intendere come semplicemente dire qualcosa98, perch oltre a dire si sta anche facendo qualcosa. Ecco perch Austin interessato a definire, allinterno dei performativi, la distinzione tra latto locutorio, legato alla dimensione del dire, e latto illocutorio, espressione con cui si intende sottolineare che loccasione in cui viene proferito un enunciato ha fondamentale importanza99 perch evidenzia le funzioni e i modi in cui viene utilizzato il linguaggio, sottolineando in quale senso si stava utilizzando proprio quel linguaggio in quella specifica occasione:

Fa una gran differenza se stavamo consigliando, o soltanto suggerendo, o effettivamente ordinando, se stavamo promettendo in senso stretto oppure solo annunciando unintenzione vaga, e cos via 100.

Sono questi i presupposti che indirizzano lanalisi linguistica di Austin verso quel fondamentale insegnamento in base al quale quando si vogliono spiegare le parole bisogna distinguere la forza dal significato, cio il fare dal dire. I constativi sono differenti rispetto ai performativi: mentre i primi possono essere veri o falsi, i secondi possono essere felici o infelici, cio possono provocare o non provocare unazione coerente con il contenuto dellazione linguistica. Se, per esempio, si sta ordinando a qualcuno di fare qualcosa e questordine viene eseguito, allora si realizza la condizione di un performativo felice che ha realizzato, attraverso latto linguistico, il suo scopo. Si ha allora il caso che lenunciato (latto locutorio) viene compreso e riesce ad ottenere degli effetti richiesti. Latto illocutorio diventa, allora, atto perlocutorio, perch si riuscito a portare a termine e a compiere con successo proprio quello che latto illocutorio richiede-

98 99

Ivi; pp. 10-11. Ivi; p. 75. 100 Ivi; p. 74.

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va. Latto perlocutorio prevede, dunque, sempre delle conseguenze, le quali dipendono dallutilizzo corretto del linguaggio non solo nel senso della chiarezza espositiva ma anche, e soprattutto, nel senso che la proposizione deve essere proferita in una occasione e in un contesto che sia in grado di spiegare adeguatamente la proposizione stessa:

In generale, sempre necessario che le circostanze in cui vengono pronunciate le parole siano in un certo modo, o in pi modi, appropriate101

Pronunciare parole che producano un effetto lo scopo di un parlante, il quale realizzer questo scopo solo se da un lato adeguer il suo lessico al contesto in cui utilizzato, e dallaltro lato si impegner a rendere esplicite le intenzioni che accompagnano le sue proposizioni. Questo ultimo aspetto ci che caratterizza la forza illocutoria di un enunciato, cio il modo in cui questo deve essere inteso, manifestato attraverso lutilizzo di dispositivi linguistici che determinano il fatto che si tratti di rendere esplicita unintenzione piuttosto che unaltra, cio unesortazione piuttosto che un avvertimento, un consiglio piuttosto che un ammonimento.

3.3 La forza delle parole

Austin parla di forza di un enunciato perch interessato a spiegare ci che un attore sta facendo mentre dice qualcosa. Egli , cio, interessato alle intenzioni di questo attore. Cosa significa la teoria degli atti linguistici per la storia delle idee? E come pu, questa teoria, trovare spazio e avere un ruolo come supporto interpretativo per lo studio delle idee politiche? La risposta a queste domande pu essere elaborata facilmente se ci si pone nella prospetti-

101

Ivi; p. 12.

74

va di volere rilevare non tanto il modo in cui le idee politiche sono state manipolate e sviluppate dai singoli autori storici, ma il modo in cui il linguaggio di questi autori riuscito a fare emergere quali fossero state le loro intenzioni e i loro scopi nello scrivere un testo di filosofia politica utilizzando un lessico piuttosto che un altro. Anche gli autori, come gli attori di una scena occupata da parlanti, quando hanno scritto i loro testi si sono rivolti a qualcuno che avrebbe letto le loro parole. I loro atti illocutori il pi delle volte non sono diventati atti perlocutori perch non sono riusciti a modificare lo stato di coscienza dei loro lettori oppure non hanno sortito gli effetti che erano previsti dallautore. Tuttavia, non questo che gli storici del discorso politico vogliono rilevare. Essi sono interessati alla comprensione della forza illocutoria, cio alle modalit di ricezione delle intenzioni degli autori espresse per mezzo di enunciati. Gli enunciati della politica hanno delle peculiarit consistenti nel fatto di essere non solo atti comunicativi, ma anche, allo stesso tempo, argomentazioni:

Argomentare significa sempre argomentare a favore o contro un certo assunto, o punto di vista, o azione. Ne consegue che, se vogliamo comprendere questi enunciati, dobbiamo identificare la vera natura dellintervento contenuto nellatto di enunciarli102.

Questo il compito dello storico. Egli deve riuscire a cogliere il motivo degli interventi di un autore della politica mirando alla comprensione del significato che questi ha conferito alle espressione e agli enunciati a cui ricorso per esprimere le sue argomentazioni di carattere politico. Ci che un autore ha scritto non sono semplici proposizioni, egli ha effettuato precise mosse sullo scacchiere della discussione politica. Il suo testo la sua prestazione in qualit di

102

SKINNER, Q., Significato, atti linguistici e interpretazione, op. cit., p. 138.

75

parole in un contesto di langue103 che lautore intende continuare ad usare o modificare. Lautore compie un atto del genere perch vuole compiere una mossa la cui comprensione da parte dello storico dipende dalla considerazione della situazione pratica in cui lautore ha agito, dal punto che voleva sostenere104 legittimando o criticando una norma o una pratica della vita politica. Ma sottolinea Pocock la situazione pratica include pure la situazione linguistica105: lautore si muove allintero di un contesto linguistico allinterno del quale egli compie la sua mossa. Egli utilizza un lessico che lo storico cerca di ricostruire con lo scopo di riuscire a risalire a ci che lautore stesse facendo scrivendo quel testo. Lo storico

tenta una spiegazione esauriente delle mosse che costui ha compiuto, delle innovazioni che ha portato a termine, e dei messaggi circa lesperienza e il linguaggio che lautore ha, dimostrabilmente, trasmesso. Costituir questo un resoconto di quanto stava facendo 106

Considerare la proposizione come una mossa della discussione politica significa dischiudere lanalisi interpretativa dello storico sulla possibilit di risalire alle intenzioni che hanno guidato la scrittura della proposizione e riscoprire i presupposti e i propositi che ne hanno guidato il compimento107. Una proposizione la risposta a una domanda posta dal contesto del discorso politico, la consapevolezza di partecipare a una conversazione e a un dibattito politico assumendo una determinata posizione a cui lo storico tenta di risalire108. Ecco perch la penna una spada potente! Lautore, scrivendo un testo di filosofia politica, fa ricorso a un linguaggio che strettamente legato allazione umana. Egli da un lato utilizza
103

POCOCK, J. G. A., The state of the art, Introduzione a Virtue, Commerce and History. Essays on Political Thought and History, chiefly in the Eighteenth-Century, C. U. P., Cambridge, 1985; trad. it. di Gadda Conti G., Lo stato dellarte, in ID., Politica, linguaggio e storia, op. cit., p. 156. 104 Ibid. 105 Ivi; p. 157. 106 Ivi; p. 160. 107 SKINNER, Q., Significato, atti linguistici e interpretazione, op. cit., p. 139. 108 Ibid.

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le parole perch sta esprimendo teorie e argomentazioni, dallaltro, nel compiere questi gesti, sta facendo qualcosa. Quindi, il primo passo dellinterprete che voglia comprendere il significato dei testi della politica, consiste nel situare i testi degli autori nel loro contesto ideologico e linguistico. In fondo, una ideologia politica non altro che una argomentazione definita da convenzioni linguistiche utilizzate da un certo numero di scrittori. Il termine convenzione impiegato da Skinner109 proprio per indicare una sorta di euristica che suggerisce le coordinate lessicali grazie alle quali possibile muoversi tra la gamma dei luoghi comuni che accomuna un certo numero di testi. Conoscere i vocabolari condivisi, i presupposti, i criteri di conoscenza e di spiegazione dei problemi consente allo storico di comprendere se un autore stesse approvando o rifiutando (o addirittura ignorando) gli assunti teorici e le convenzioni di un dibattito politico. In questo senso, la felicit e linfelicit degli atti performativi degli autori dipende dalla capacit di questi atti di riuscire a rispondere in maniera adeguata rispetto al paradigma linguistico (cio rispetto al contesto e alle convenzioni linguistiche) in cui lenunciato stato proferito. Il filosofo della politica scrive un testo perch vuole rispondere a domande e a questioni sorte nella societ in cui vive; egli partecipa al dibattito politico della sua et sia utilizzando il lessico proprio di questo dibattito, sia alterando alcune delle convenzioni linguistiche al fine di modificare lideologia politica dominante che vi rispecchiata. In questo secondo caso, compito dello storico di comprendere quanto lideologia politica muta al mutare delle convenzioni linguistiche che sono state manipolate dallautore del testo politico. Quindi, fino a quando non si inserisce il testo di un autore nel contesto linguistico che appartiene al genere di scrittura proprio del suo testo, non possibile capire quale possa essere la mossa politica che questi stava eseguendo110.

109

SKINNER, Q., Social meaning and the explaination of social action (1972), ora in ID., Vision of Politics Vol. 1, Regarding Method, C.U.P., Cambridge, 2002; trad. it di R. Laudani, Significato sociale e spiegazione dellazione sociale, in ID., Dellinterpretazione, op. cit., p. 78. 110 Cfr. TULLY, J., The pen is a mighty sword, in ID. (a cura di), Meaning and Context. Quentin Skinner and his Critics, Princeton University Press, Princeton, 1988, pp. 10-15.

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Il classico, allora, non quel testo che, come scrive Gadamer, si trova al di sopra del tempo storico, ma quel testo che sfida le convenzioni linguistiche e i luoghi comuni ideologici della sua epoca. Esso conterr un vocabolario che acquisisce carattere di normativit in grado non solo di descrivere ma di anche di valutare le questioni di natura politica, indirizzando, in questo modo, lagire e la pratica della politica. Per questa ragione i classici costituiscono lo strumento meno indicato per disegnare i giudizi convenzionali e il lessico politico di unepoca, ma bisogna invece spostare lindagine verso quei testi minori che in un certo senso gravitano intorno ai classici come commentari e glossari di questi, poich utilizzano un armamentario normativo che diviene convenzionale per chi si occupa della stessa materia ideologica.

3.4 Le parole dellautore

La storiografia del discorso politico non opera una distinzione tra testo e contesto 111. Gli enunciati di un testo di filosofia politica appartengono al contesto e sono legati strettamente agli enunciati riguardanti lo stesso argomento. Se lo storico riesce a identificare le convenzioni linguistiche che formano il contesto con la dovuta cura, egli in grado di comprendere cosa stesse facendo lautore mentre scriveva le parole che ha scritto. Anche un testo di filosofia politica un atto comunicativo, e quindi se si vuole rendere giustizia ai momenti di rottura o di effettivo sovvertimento delle convenzioni o dei luoghi comuni, non possiamo fare semplicemente a meno della categoria di autore112: essendo il contesto sociale formato da concetti che possono essere mutati o sovvertiti proprio dalle penne degli auto-

111

SKINNER, Q., A reply to my critics, in TULLY, J., (a cura di), Meaning and Context. Quentin Skinner and his Critics, op. cit., p. 276. 112 SKINNER, Q., Significato, atti linguistici e interpretazione, op. cit., p. 142.

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ri, ogni alterazione di questi concetti rappresenta allo stesso tempo unalterazione delluniverso sociale. La morte dellautore, dunque, non stata ancora annunciata. La conclusione a cui sono giunti Roland Barthes e Michael Foucault, apparsa esagerata sia allo storico di Cambridge che allo storico neozelandese, i quali hanno sostenuto che la comprensione della forza illocutoria di un enunciato, indicando quale fosse stata lintenzione dellautore che lha scritto, mostra la coscienza del soggetto-autore e la sua consapevolezza di stare intervenendo attraverso luso della scrittura nel suo contesto sociale, politico e linguistico. Non si pu, quindi, fare a meno in maniera semplicistica della categoria di autore. Attraverso larma della penna il soggetto-autore riuscito probabilmente a mutare e alterare le modalit di utilizzazione dei concetti e, di conseguenza, a cambiare il mondo sociale a cui appartenuto. Pocock indica questo autore iconoclasta con lespressione presa a prestito da Sheldon Wolin di Epic theorist113 (teorico epico), con lo scopo di suggerire quali siano le caratteristiche e le peculiarit di quegli autori del pensiero politico che, con i loro linguaggi innovativi, hanno mutato il paradigma linguistico. Un autore scrive Pocock tanto lespropriatore, che prende da altri il linguaggio e lo usa per i propri fini, quanto linnovatore, che agisce sul linguaggio in modo da introdurre mutamenti momentanei o duraturi nei modi in cui viene usato114. Un autore pu riuscire a indirizzare e imporre risposte e reazioni nei suoi contemporanei determinando, col suo linguaggio nuovo, una continuit che caratterizza una comunit. Il teorico epico tale perch in grado di spiegare e giustificare tutte le proprie mosse e innovazioni, e di proporre una riorganizzazione radicale del linguaggio e della filosofia115. Sono gli autori che parlano e non i testi. Non degna di attenzione laffermazione di Gadamer secondo la quale il senso di un testo tra-

113

WOLIN, S., Political Theory as a Vocation, in American Political Science Review, LXIII, 4 (1969), pp. 106282. 114 POCOCK, J. G. A., Lo stato dellarte, op. cit., p. 145. 115 Ivi; p. 160.

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scende il suo autore116, ma piuttosto vero che gli autori non sono prigionieri della tradizione culturale a cui appartengono, perch gli autori scrivendo un testo non fanno altro che esercitare la consapevolezza del loro agire pratico in un ambito quello del pensiero politico che pone s le sue condizioni e le sue possibilit, ma che pu anche essere sovvertito. La conseguenza che il testo non pu essere separato dallautore. Non esiste una mens auctoris indipendente dal suo sermo117 perch le intenzioni non possono essere prese in considerazione astrattamente, prescindendo dal linguaggio con cui il testo stato costruito:

Le intenzioni non vengono, forse, in esistenza solo quando sono realizzate nel testo? Come pu lautore sapere quanto pensa, o quanto aveva intenzione di dire, prima di aver visto che cosa ha affermato? Lautoconoscenza retrospettiva, e ciascun autore la propria nottola di Minerva 118.

Lautore, bench sia stato labitante di un universo linguistico che ha dato significato ai suoi enunciati, non un semplice ambasciatore di questo linguaggio ma qualcosa di pi, in quanto il suo discorso, la sua parole, pu sia seguire i canoni del contesto linguistico condiviso, ma pu anche avere il potere di agire sul paradigma linguistico, sulla langue, che lautore stesso ha utilizzato. Attraverso il testo lautore ha detto qualcosa sulla sua epoca ed , quindi, agli enunciati del testo che bisogna in primo luogo guardare per ricostruire le intenzioni dellautore. Questa la via maestra che gli storici del discorso politico hanno deciso di percorrere per risalire a ci che glia autori, attraverso i testi, intendevano dire. Una via che, essendo percorsa studiando i linguaggi e gli enunciati ricavati dai testi, conduce alla comprensione storica di questi testi119, i qua-

116 117

GADAMER, H.-G., Verit e metodo, op. cit., p. 613. POCOCK, J. G. A., Lo stato dellarte, op. cit., p. 142. 118 Ibid. 119 SKINNER, Q., Some problems in the analysis of political thought and action, in TULLY, J., (a cura di), Meaning and Context. Quentin Skinner and his Critics, op. cit., p. 102.

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li non sono altro che lo specchio dellazione di un autore che intendeva partecipare in maniera attiva alla discussione sulluniverso politico da lui abitato. Si viene in questo modo a stabilire una relazione stretta tra scrittura, significato e soggettivit dellautore. Ed una relazione di tipo pratico, perch quando si parla di verbalizzazione di un atto politico si parla pure di verbalizzazione stessa quale atto politico120. La politica s un sistema di linguaggio ma anche questo linguaggio un sistema politico in quanto le parole sono allo stesso tempo azioni e atti di potere nei confronti delle persone. Dalla lezione di Austin si appreso che lenunciato performativo tende a volere realizzare il fine della forza illocutoria, che quello di produrre effetti pratici e comportamentali in chi ascolta. Quando questa condizione ha luogo si parla di atto illocutorio che diviene perlocutorio. Perch la forza di un enunciato possa essere compresa da chi ascolta necessaria, oltre alla coerenza dellenunciato col contesto in cui viene proferito, la dichiarazione da parte di chi parla di stare eseguendo unazione: ecco perch scrive Austin il performativo ha una preferenza per la prima persona121. Lutilizzo della prima persona io determina il fatto che lautore agisce su di s [] formulando il proprio intento come atto verbale, ma allo stesso tempo sta comunicando informazioni relative a tale intento a una seconda e a una terza persona. La seconda persona lui stesso in qualit di ascoltatore, mentre la terza persona il destinatario del suo intento122. La scrittura rinvia da un lato al mondo dei significati condivisi da una comunit, dallaltro rimanda alle intenzioni di un autore che, attraverso le parole vuole conseguire e realizzare un obiettivo politico ben preciso. Questo secondo livello dei significati viene restituito alla comprensione dello storico quando legge gli enunciati del testo come atti performativi.

120

POCOCK, J. G. A., Verbalizing a political act: towards a Politics of Speech, in Political Theory, Vol. 1, n. 1, feb., London; trad. it. di Gadda Conti G., Rendere in parole un atto politico: verso una politica dellespressione verbale, in ID., Politica, linguaggio e storia, op. cit., p. 215. 121 AUSTIN, J. L., Come fare cose con le parole, op. cit., pp. 47-48. 122 POCOCK, J. G. A., Rendere in parole un atto politico: verso una politica dellespressione verbale, op. cit., p. 221.

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La teoria degli atti linguistici conferma che vi una relazione diretta tra il testo e il suo autore, in quanto questa teoria indica lesistenza di una dimensione dei significati che dimostra quali fossero state le intenzioni che hanno spinto un autore a intervenire con un testo nel dibattito politico. Lutilizzo di espressioni quali significati e intenzioni richiedono tuttavia un chiarimento che consenta allinterprete dei testi della storia del pensiero politico di potersi muovere con dimestichezza allinterno delluniverso ermeneutico. Il termine significato, ad esempio, pu essere inteso in almeno tre modi: il primo riguarda il senso che un termine o una frase acquistano a seconda di quello che il loro significato grammaticale; il secondo concerne il significato che una parola o unespressione possono avere per il lettore; il terzo considera il significato che lautore ha voluto dare alle parole che ha utilizzato123. questa ultima modalit di intendere il significato che interessa gli storici del discorso politico, perch permette di concentrare lanalisi storica su quellambito semantico che cerca di rintracciare le intenzioni che spinsero lautore a scrivere il testo, determinando la stretta relazione tra lautore e ci che ha scritto. necessario sostiene Skinner124 operare anche una distinzione tra il concetto di intenzione e quello di motivo. Conoscere le intenzioni di un autore significa sapere cosa questi stava facendo mentre scriveva, cio che genere di atto linguistico stava eseguendo: se stava cio ironizzando su qualche aspetto della politica del suo tempo o se stava intervenendo con seriet su un particolare argomento del dibattito politico, e cos via. Conoscere i motivi, invece, significa risalire alle ragioni che lo hanno indotto a pronunciare quegli atti linguistici e non altri. Distinguere intenzioni e motivi vuol dire, allora, distinguere un interno e un esterno del testo, perch mentre le intenzioni di un autore fanno riferimento al suo disegno di scrivere il testo in un certo modo, un modo cio che consenta di manifestare lintenzione di fare qualcosa (ironizzare, inter-

123

SKINNER, Q., Motives, intentions and the interpretation of text, in TULLY, J., (a cura di), Meaning and Context. Quentin Skinner and his Critics, op. cit., pp. 70-71. 124 Ivi; pp. 73-74.

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venire nel dibattito politico, ecc.), parlare dei motivi di un autore significa parlare, invece, di condizioni che sono antecedenti al suo testo e che, in un certo senso, sono situate fuori del testo stesso. Ci significa che i motivi sono connessi con lopera dellautore solo in maniera contingente, e che risultano essere irrilevanti ai fini della determinazione del significato degli enunciati del testo. Ci che conta, per la teoria dellinterpretazione del discorso politico sono le intenzioni, le quali da un lato riescono a fornire il terzo di tipo di significato di cui si parlato sopra, significato che viene considerato valido per gli scopi ermeneutici di Pocock e Skinner, dallaltro lato rappresentano lunico forte collante tra autore e testo grazie al quale si crea ununit tra ci che si scritto (il testo), ci che si aveva intenzione di scrivere (il significato) e colui che ha scritto (lautore). La stessa questione affrontata da Pocock attraverso lanalisi dei concetti di testo ed evento, concetti che per lo storico costituiscono a un dipresso la stessa cosa125 perch gli eventi sono il risultato di azioni individuali che si manifestano attraverso i testi, cio attraverso sofisticate prestazioni verbali126. Analizzato in questo modo, un testo sia una azione che un evento. unazione perch lo strumento utilizzato da un autore per fare qualcosa. un evento perch riuscire a comprendere cosa un autore stesse facendo scrivendo il testo aiuta a ricostruire quellesperienza in termini atti a renderla intelligibile allo storico127, il quale fonda la sua comprensione del testo su questo processo che riunisce in una totalit la scrittura, le intenzioni e la soggettivit dellautore.

125

POCOCK, J. G. A., Text as events: reflections on the History of Political Thought, in Politics of discourse. The literature and history of Seventeenth-Century England, Univ. Of California, Los Angeles-London, 1987; trad. it. di Gadda Conti G., Testi come eventi: riflessioni sulla storia del pensiero politico, in ID., Politica, linguaggio e storia, op. cit., p. 240. 126 Ivi;, p. 242. 127 Ivi; p. 243.

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3.5 Le intenzioni degli autori

Se la morte dellautore non stata ancora annunciata, tuttavia sembra stando alle critiche che sono state mosse a Skinner che lautore stesso non versi in buone condizioni128. Infatti, lautore appare come un puro effetto dei linguaggi convenzionali che non fa altro che ripetere, evidenziare o difendere i luoghi comuni dei discorsi della politica. Ma, ha sottolineato Skinner, latto comunicativo di cui lautore storico si reso protagonista stato un atto intenzionale eseguito con il presupposto di un ventaglio di forze illocutorie129 grazie alle quali si prodotta la scrittura del testo. Testo, contesto e intenzioni sono i tre elementi che devono essere studiati dallo storico del discorso politico per ricostruire il significato storico delle opere del pensiero politico e restituire allautore il suo valore e il suo peso. vero che il testo appartiene a un contesto che linguistico e ideologico, ed individuabile dallo storico attraverso lo studio delle convenzioni terminologiche e dei vocabolari usati. Non si deve, comunque, commettere lerrore di valutare questo insieme come una entropia che causa circolarit e determina il collasso del metodo interpretativo della New History of Political Thought. Non regge laccusa di chi indica Skinner come un costruttore di un contesto ideologico che non tiene in debita considerazione le intenzioni degli autori minori, i quali sarebbero utilizzati dallo storico di Cambridge solo con lo scopo di affinare la comprensione del linguaggio utilizzato nel testo dellautore principale130. N Skinner n Pocock sembrano cadere in questa trappola ermeneutica, in quanto entrambi sostengono che una comunit politica possiede un patrimonio di termini e di valori che costituiscono la forma di vita o il paradigma che d significato alle parole e ai gesti dei suoi membri. Ci significa che anche

128

SKINNER, Q., Significato, atti linguistici e interpretazione, op. cit., p. 142; e A reply to my critics, op. cit., p. 276. 129 SKINNER, Q., Significato, atti linguistici e interpretazione, op. cit., p. 143. 130 BOUCHER D., Texts in context. Revisionist methods for studying the history of ideas, Martinus Nijhoff Publishers, Dordrecht-Boston-Lancaster, 1985, p. 214.

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laddove si definisce un autore minore rispetto a un maggiore, non si sta operando una distinzione in base alla quale solo il secondo sia in possesso di intenzioni mentre il primo no. Quello che gli autori minori fanno ha sicuramente un valore intenzionale per Pocock e Skinner, perch questi autori minori non fanno altro che palesare lutilizzo di un lessico la cui forza illocutoria pu essere identificata con la volont di confermare e approvare un universo linguistico e ideologico. Lautore bene sottolinearlo ancora non ancora morto. Fino a quando si riescono a ricostruire le sue intenzioni, egli ancora vivo e degno di essere guardato come soggetto di elevata consistenza storica. Non sembra reggere, quindi, neppure la tesi anti-intenzionalista di Jacques Derrida, il quale sostiene limpossibilit di scoprire le intenzioni di un autore, e lo fa partendo dallanalisi di una frase di Nietzsche ritrovata tra i suoi appunti che recita Ho dimenticato il mio ombrello131. Il filosofo francese afferma che difficile recuperare il significato intenzionale della frase di Nietzsche in quanto manca un contesto che consenta di ricostruirne le intenzioni. Pur essendo disposto a concedere a Derrida la possibilit che vi siano enunciati di cui difficile ricostruire la forza illocutoria, Skinner tiene a sottolineare che ci tuttavia non significa limpossibilit di costruire ipotesi plausibili sulle intenzioni con cui stato proferito un enunciato132. sempre possibile focalizzare lattenzione ermeneutica sui significati intersoggettivi degli atti illocutori e andare poi alla ricerca di prove che confermino un tale alfabeto dellintenzionalit133. Il problema di chi, come Derrida, assume la posizione scettica quello di non riuscire a liberarsi di quello che Skinner definisce il fantasma di Cartesio. Skinner col suo metodo non vuole fare altro che ricostruire lidentit storica di singoli testi della storia del pensiero politico:

131

DERRIDA, J., Eperons. Les styles de Nietzsche, Parigi, 1978; trad. it. di G. Cacciavillani, Sproni: gli stili di Nietzsche, Adelphi, Milano, 1991, pp. 113-119. 132 SKINNER, Q., Significato, atti linguistici e interpretazione, op. cit., p. 146. 133 SKINNER, Q., A reply to my critics, op. cit., pp. 280-281.

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Il fine vedere questi testi come contributi a discorsi particolari e quindi riconoscere i modi in cui essi hanno seguito, sfidato o sovvertito i termini convenzionali di quei discorsi134.

134

SKINNER, Q., Significato, atti linguistici e interpretazione, op. cit., p. 150.

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PARTE SECONDA STORIA

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Capitolo 4 La natura storica della politica

4.1 Teoria, azione, parole

Lo studio della teoria politica non pu essere affrontato a prescindere dalla storia del pensiero politico. A differenza delle scienze della natura, per le quali non necessario un approccio storico per lanalisi del suo oggetto, non si pu pensare a un approccio alla scienza politica senza tenere conto dei testi di Platone, Aristotele, Machiavelli, Botero, e cos via; di conseguenza non si pu pensare alla comprensione della politica senza considerarla un oggetto ostinatamente ed intensamente storico135. Il motivo di questo assunto di fondo risiede nel fatto che la politica una forma di attivit umana peculiare che prevede un intreccio stretto tra ideologia e azione umana, intreccio che gli storici del pensiero politico devono tentare di studiare e analizzare in maniera quanto pi precisa e sistematica possibile. Quentin Skinner e John Pocock hanno sottolineato con forza, a questo proposito, il carattere storico dei testi della politica, i quali possono essere adeguatamente interpretati solo se esaminati come complesse azioni umane finalizzate a raggiungere scopi e obiettivi. Non risulta sufficiente per i teorici della New History of Political Thought rilevare quali fossero state le ideologie circolanti in una determinata epoca e i modi in cui queste ideologie fossero imparentate con costruzioni teoriche del passato. Nemmeno sufficiente sottolineare le modalit di controllo dei luoghi e degli strumenti della cultura attraverso i quali i pensatori politici cercarono di assicurarsi la trasmissione dei concetti e delle teorie politiche. Gli storici del pensiero politico di lingua inglese sostengono invece che per comprendere le ideologie e le ragioni del loro apparire bisogna
135

DUNN, J., Storia delle dottrine politiche, Jaka Book, Milano, 1992; p. 12.

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cogliere i cambiamenti che interessarono il pensiero e lazione, la teoria e la pratica. E questa comprensione possibile solo attraverso lo studio della configurazione instabile delle relazione di potere che costituiscono la totalit del contesto politico136, i cui dibattiti sono rappresentati nellideologia. Solo quando dallo scontro delle pratiche politiche emerso un vincitore che difende o critica i comportamenti politici condivisi, solo allora si produce leffetto della manipolazione ideologica la cui finalit di legittimare il nuovo vincitore. Non ci si deve concentrare, quindi, sui teorici principali, ma bisogna piuttosto mettere a fuoco la matrice sociale e intellettuale pi generale da cui scaturirono le loro opere, perch la vita politica stessa a stabilire le questioni principali per il teorico politico137. Il periodo storico che si prende in esame costituisce per lo storico il terreno privilegiato se studiato a partire dal carattere di normativit del lessico e della terminologia del contesto storicopolitico allinterno del quale ebbe luogo il dibattito. Questo lessico aiuta da un lato a determinare i motivi per cui furono esaminate certe questioni invece di altre e dallaltro a determinare i modi in cui si contribu alla loro discussione e al loro dibattito. Scrive Pocock, parlando di questa forma di consapevolezza teoretica che condivide con Skinner:

nostra opinione che la storia del pensiero politico possa essere scritta con maggiore esattezza e perspicuit qualora lattenzione sia polarizzata sui concreti atti di formulazione e di concettualizzazione compiuti dai singoli pensatori che si muovono come soggetti attivi nellambito del discorso umano e qualora si faccia conto primario delle matrici dei linguaggi a disposizione a cui i pensatori sono obbligati a ricorrere, anche se poi essi li modificano proprio con i loro atti o interventi personali138.

136 137

TULLY, J., The pen is a mighty sword, op. cit.; p. 15 (la traduzione mia). SKINNER, Q., The Foundations of Modern Political Thought. The Renaissance, Cambridge University Press, Cambridge, 1978; trad. it. a cura di G. Ceccarelli, Le origini del pensiero politico moderno. Vol. I Il Rinascimento, il Mulino, Bologna, 1989 (dora in poi Le origini); p. 37. 138 POCOCK, J. G. A., The Machiavellian Moment. Fiorentine Political Thought and the Atlantic Republican Tradition, Princeton University Press, Princeton, 1975; trad. it. di A. Prandi, Il momento machiavelliano. Il pensiero politico fiorentino e la tradizione repubblicana anglosassone, il Mulino, Bologna, 1980; p.17.

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Un tipo di analisi testuale che si fondi su questi presupposti ha il vantaggio di consentire la scrittura di una storia delle dottrine politiche che conserva il carattere dellautentica esposizione storica e che permette, partendo dalle mentalit delle societ del passato, di comprendere i problemi della vita politica non attraverso lo studio di quei testi che hanno trattato le questioni politiche a livelli di astrazione tale da essere alieni dalla discussione dei contemporanei. Solo se il testo classico calato nel suo contesto storico-sociale si possono ricostruire le modalit di diffusione dei concetti politici nella storia. Solo attraverso ladozione di un simile metodo possibile connettere la teoria politica con la pratica politica, perch il filosofo della politica visto come un attore che si impegna in una particolare azione utilizzando un linguaggio normativo che al tempo stesso descrive il suo comportamento politico e le restrizioni sul suo stesso comportamento139, restrizioni determinate dallobbligo di utilizzare un certo linguaggio, cio quello che a disposizione del contesto storico-sociale. I testi classici, letti in questo modo, consentono allo storico del pensiero politico di risalire alluniverso degli argomenti, dei concetti e dei problemi che gli autori hanno affrontato e hanno cercato di risolvere. Per cui, quando si riesce a comprendere lintenzionalit che alla base dellazione di scrivere un testo, lo storico riesce a ricostruire il mondo concettuale e ideologico dellautore a partire dallazione pratica. Se si guarda da vicino lopera di Quentin Skinner si scopre che questa dimensione storiografica comprensibile a partire dal titolo del suo libro, The Foundations of Modern Political Thought [Le origini del pensiero politico moderno]. In italiano la parola foundations tradotta con Origini termine che sicuramente non sbugiarda il senso del testo di Skinner. Tuttavia, il termine Foundations, imparentato semanticamente col verbo to found, che significa fondare, istituire. Questa precisazione serve per definire lo scopo di ricostruzione storica da parte di Skinner, il quale consiste nel riscoprire nel pensiero politico medievale, rinascimentale e della Riforma,
139

SKINNER, Q., Le origini, op. cit.; p. 40.

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quelle convenzioni linguistiche che possono definirsi fondazionali del successivo pensiero politico moderno. Questo scopo, allo stesso tempo storico e teorico, viene perseguito da Skinner attraverso lo studio delleterogeneit del vocabolario politico emerso in quei periodi, il quale ha dato origine e fondamento a un nuovo linguaggio della politica, una volta che i termini del mondo classico e della teologia furono tagliati fuori140. proprio nellet pre-moderna che nascono i primi elementi lessicali grazie ai quali si acquisiranno le moderne elaborazioni teoriche relative al concetto di Stato (in senso moderno), sostiene Skinner. Il quale aggiunge che una ricerca che si voglia definire genuinamente storica deve riguardare sia i modi in cui il pensiero politico e lazione si sono intrecciati, sia il modo e la gradualit con cui i nuovi vocabolari politici sono emersi. Le stesse problematiche sono alla base della ricostruzione del pensiero politico moderno disegnato da Pocock nel suo The Machiavellian Moment [Il momento machiavelliano], un testo in cui lo storico neozelandese pone il problema dei modi attraverso i quali gli umanisti avevano potuto dar luogo alla rinascita dellideale repubblicano. Studiando il vocabolario disponibile in quel preciso periodo storico, Pocock evidenzia che fu attraverso lutilizzo di termini cuali Consuetudine, virt e fortuna che fu possibile trattare il problema dellesistenza della repubblica, intesa come fatto storico che in un determinato momento vide fiorire il pensiero di Machiavelli. Lo studio di Pocock condotto tenendo presente che certi modelli persistenti nella coscienza del tempo storico, propri degli europei del medioevo e della prima et moderna, condussero a presentare la repubblica, e la partecipazione dei cittadini alla repubblica come un problema relativo alla comprensione della loro propria posizione nella storia141. Il momento, quindi, si precisa pure come quel luogo della storia in cui gli umanisti si posero il problema della repubblica perch era per loro una questione viva del dibattito politico del tempo, la quale avrebbe influenzato, per successivi gradi di astrazione, la teoria e lideologia politica.

140 141

Cfr. TULLY, J., The pen is a mighty sword, op. cit.; pp. 16-17. POCOCK, J. G. A., Il momento machiavelliano, op. cit.; p. 8.

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4.2 Le parole nella storia

Lesordio della metodologia e della concezione della storia del pensiero politico, cos come sono state tratteggiate fino ad ora, pu con certezza essere fatto risalire alla pubblicazione della tesi di dottorato di J. G. A. Pocock che ha per titolo The Ancient Constitution and the Feudal Law142. Nella sua tesi, discussa nel 1952 e pubblicata nel 1957, lo storico sostiene che il linguaggio politico moderno non nasce come un linguaggio specializzato, ma afferma, invece, che tra il XVI e il XVIII secolo un caleidoscopio di linguaggi era presente sulla scena del dibattito politico. In questo testo, Pocock tenta di fare emergere alcune importanti questioni relative alla storiografia costituzionalista del diciassettesimo secolo, evidenziando lopposizione tra due diverse scuole di pensiero: quella dei sostenitori della Common Law, che credevano che la costituzione risalisse a tempi immemori e quella dei dissenzienti, i quali obiettavano ai primi questa credenza sostenendo che la costituzione fosse invece derivata dai principi del diritto di propriet risalenti allet feudale143. Questo acceso dibattito fece emergere un quadro piuttosto nuovo sul panorama inglese del Settecento, consistente nel tentativo degli uomini del tempo di comprendere se stessi comprendendo le relazioni con il loro passato. Fu questo primo testo di Pocock a fornire il suggerimento storiografico in base al quale il modo proprio di affrontare lo studio della storia politica del passato fosse quello di indirizzare la ricerca verso i testi del tempo studiandoli attraverso lanalisi dei linguaggi utilizzati. Avvalendosi dello strumento storiografico dellanalisi dei lessici e dei codici retorici il pensiero politico ha rilevato la sua vera natura e le sue peculiarit poich lo studio della terminologia utilizzata dagli autori ha consentito agli storici di rilevare quale fosse lo strumentario concettuale dei filosofi della politica e quali le visioni relative alla posizione delluomo nella societ politica e nella storia.

142 143

Cfr. sopra; par. 1.1. POCOCK, J. G. A., The Ancient Constitution and the Feudal Law, C. U. P., Cambridge, 1957; p. vii. La traduzione mia.

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La politica stato prima di tutto il campo di studio privilegiato attraverso il quale stato possibile comprendere la concezione di finitezza e di mondanit del tempo. Il vocabolario della politica stato studiato come il vocabolario del possibile e del contingente, che tenta di comprendere quei luoghi dellesperienza umana che la filosofia, in quanto ricerca delluniversale e delleterno, tiene lontana dalla sua riflessione, in quanto tratti che riguardano la temporalit e la particolarit. Ma proprio attraverso la politica e attraverso il modello repubblicano sostiene Pocock si tent di riscoprire la presenza delluniversale nel particolare, e ci accadde quando

quel particolare fenomeno o evento contingente veniva osservato nel suo prodursi nel tempo e quando la societ nella sua peculiarit era vista come una struttura idonea ad assorbire gli urti e a reagire ai sollecitamenti recati dagli eventi contingenti e quando tale societ veniva fatta consistere, sul piano istituzionale e sul piano storico, degli effetti residui di reazioni o risposte avutesi nel suo passato 144.

Questi effetti residui e queste risposte avutesi nel suo passato, cio nel passato di una societ politica, sono rinvenibili attraverso lo studio della connessione tra la legislazione presente e quella passata. Una prima indagine di questa connessione condotta da Pocock attraverso lesame del diritto consuetudinario inglese. La consuetudine viene letta dallo storico neozelandese sia come categoria sia come strumento grazie al quale si riesce a stabilire la continuit, e i motivi di questa continuit, propria di un insieme di leggi che permangono nel tempo in quanto idonee a conservare la stabilit delle relazioni politiche tra gli individui che abitano un determinato luogo. La consuetudine categoria perch ha attinenza con un ramo particolare del mondo della riflessione politica che non riguarda n i diritti naturali n il diritto positivo, ma al di fuori e al di l delle riflessioni sia del filosofo, che concentra la sua indagine sui caratteri universali del mondo politico, sia del sovrano che, arbitrariamente, decide le leggi del suo regno. La consuetudine
144

Ivi; p. 84.

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anche lo strumento grazie al quale si viene a definire la bont di un sistema di leggi che regge nel tempo per motivi che non sono razionali, ma sono invece spiegabili con il fatto che questo sistema accettato da un popolo perch osservando e praticando le leggi consuetudinarie trae vantaggio e convenienza. Da ci si conclude che la bont di una buona consuetudine si pu inferire dal fatto che essa si preservata nel tempo145 e che, quindi, la deduzione razionale e filosofica poco idonea a spiegare il meccanismo consuetudinario. Di fronte alle carenze della filosofia, lunico argomento per spiegare il diritto consuetudinario era quello ex antiquitate, cio quello fondato su un ragionamento di tipo diverso da quello deduttivo. Edmund Burke spiegava con i termini prescrittivo e presuntivo questo ragionamento. Il termine prescrittivo, indicava luso continuo e consolidato nel tempo di un tipo di legislazione, mentre presuntivo indicava il fatto che lordinamento giudiziario fosse fondato sulla presunzione del suo funzionamento per il fatto che la consuetudine riesce a conservare da tempi antichi e immemori la sua validit e la sua applicabilit146. Questo il motivo per cui Pocock, leggendo lopera di Sir John Fortescue, un esule inglese che aveva ricoperto la carica di presidente della regia corte di giustizia, dal titolo De laudibus legum Anglie (scritta tra il 1468 e il 1471), sottolinea, tra i tanti consigli che lesule d al principe di Galles, quello di conoscere la common law (il diritto consuetudinario), cio quella struttura tecnica e tradizionale, pi che una struttura razionale147, sulla quale si fondata la pratica politica del mondo inglese. Il ricorso al linguaggio della consuetudine stato funzionale al chiarimento di un pensiero repubblicano che non poteva esprimersi altrimenti che con un vocabolario che facesse riferimento a una dimensione temporale e contingente. In primo luogo, il primato della common law riusciva a determinare la superiorit del valore dellesperienza del popolo rispetto a quella del principe, che sempre lesperienza di un solo uomo che non pu essere opposta a quella di mi145 146

POCOCK, J. G. A., Il momento machiavelliano, op. cit.; p. 93. Cfr. POCOCK, J. G. A., Burke and the Ancient Constitution: A Problem in the History of Ideas, in ID. Politics, Language and Time. Essays on political Thought and History, Atheneum Publishers, New York, 1971; pp. 202-233. 147 POCOCK, J. G. A., Il momento machiavelliano, op. cit.; p. 96.

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riadi di uomini che fin da tempi antichissimi ci sono voluti per formare una consuetudine sola148. Quella del cancelliere Fortescue lesaltazione della consuetudine e dellesperienza della moltitudine che, essendosi consolidata da tempi antichi, pu confortare le modalit di legiferare del principe che nel regnare si rivolge al consenso dei suoi sudditi, invece che al suo arbitrio. Emerge un importante elemento aristotelico in questo modo di interpretare il rapporto politico. Si tratta di un elemento in base al quale non tanto il filosofo al governo di platonica memoria a fondare i principi del diritto e del potere, ma invece lesperienza accumulata nel tempo grazie alla legge consuetudinaria di un popolo a fornire le fonti per la formulazione del diritto. a partire dai dati sensibili provenienti dalle relazioni consolidate di quegli esseri particolari che formano la comunit politica che Fortescue pensa si debbano prendere le mosse per la definizione di quelle proposizioni universali che sono le leggi. Aristotele affermava che lordinamento politico della comunit umana deve essere costruito a partire dallesperienza degli uomini:

e il timone lo giudicher meglio il pilota che il carpentiere e il banchetto un invitato e non il cuoco 149.

La teoria politica aristotelica forniva a Fortescue le argomentazioni necessarie per potere sostenere la sua tesi sulla pratica del consenso del popolo che, anche nella seconda met del Quattrocento, risultava il modo migliore per vagliare il successo di una legge. Risultava questa lunica maniera per parlare di governo regolato dalla consuetudine, cio di governo in cui le esperienze e le cognizioni dei singoli sono tra loro congiunte e formano delle astrazioni superiori rispetto alla volont proveniente dallesperienza e dallintelletto di un solo uomo, sia pure un sovrano. Il debito verso lo stagirita sostenuto da Fortescue non solo riguardava il ricorso a una gnoseologia che afferma la superiorit dellesperienza sulla ragione, ma anche perch si dichiarava la maggiore validit, nella pratica politica, della moltitudine del popolo rispetto al potere deliberativo del
148 149

Ivi; p. 98. ARISTOTELE, Politica, 1282a. Ediz. a cura di R. Laurenti, Laterza, Roma-Bari, 1993.

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principe. Fortescue ha fatto ricorso al linguaggio della consuetudine per affermare, con gli strumenti linguistici disponibili al suo tempo, la robustezza teorica della tesi politica di Aristotele sul valore dellesperienza e della moltitudine del popolo, e lo ha fatto utilizzando i termini del vocabolario politico del Quattrocento. La storia e il fatto come elementi empirici da cui ricavare le astrazioni sono i pilastri teorici che sostengono anche la tesi da cui Skinner prende le mosse per comprendere meglio ci che stato scritto e affermato dai filosofi della politica. Ci sono tre tesi che spiegano i motivi per cui Skinner sarebbe riuscito a ricostruire il pensiero politico moderno attraversando contemporaneamente problematiche di carattere teoretico e storico150. La prima tesi concerne il fatto che Skinner ha messo pi volte in evidenza la sua volont di una ricostruzione genuinamente storica, realizzabile attraverso la possibilit di rilevare come le idee politiche siano state una forma di astrazione che si concretizzata attraverso delle parole che sono anche anzi principalmente azioni, le quali hanno generato un vocabolario duraturo nellepoca moderna. La seconda tesi strettamente connessa alla prima, poich si sostiene come questo vocabolario abbia creato delle convenzioni linguistiche capaci di governare un contesto. Lesempio che pu essere mostrato come prova della tesi quello dei manuali dei glossatori del Digesto giustinianeo i quali, dice Skinner151, a partire dalla fine del secolo XII scrissero le loro glosse muovendosi allinterno di un universo lessicale comune a quello dei retori che avevano scritto i trattati sullars dictaminis e che operavano nelle scuole di diritto del Regnum Italicum. Questi trattati, che iniziarono a un certo punto ad avere natura politica in quanto assunsero la fisionomia di veri e propri manuali di comportamento per i principi, sono intrisi di un linguaggio che, nel Duecento e nel Trecento, fu adoperato da tutti quei teorici della politica che intendevano difendere le prerogative dei Comuni dellItalia settentrionale dalle prerogative dellImperatore prima e del Papa poi. La convenzione
150 151

TULLY, J., The pen is a mighty sword, op. cit.; p. 16 sgg. Cfr. SKINNER, Q., The rediscovery of republican values, in ID., Vision of Politics Vol. 2, Renaissance Virtues, C.U.P., Cambridge, 2002; trad. it. di C. Sandrelli, La riscoperta dei valori repubblicani, in Virt rinascimentali, Il Mulino, Bologna, 2006; pp. 21-22. Sullargomento si discuter ampiamente nel cap. 6.

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linguistica che si venne a creare e che risult rispondere alle esigenze degli apologeti della libert e della autonomia comunale dett le coordinate di una pragmatica lessicale intorno alla quale si vennero a determinare le ideologie della libert repubblicana. Lultima tesi che spiega lintreccio tra teoria e prassi, ovvero tra ideologia e storia, riguarda il fatto che le convenzioni di cui si detto sopra costituirono i giochi linguistici grazie ai quali si riuscirono a spiegare le attivit che ebbero luogo in un determinato luogo e in una determinata epoca. Questa una tesi che si fonda sullassunto che il linguaggio sia il termometro migliore per rilevare la temperatura dellazione sociale che ha avuto luogo, riuscendo esso il linguaggio a descriverla meglio di qualunque altro strumento. Questo il motivo per cui lo studio solo teorico di una ideologia politica non un buon mezzo per cogliere il pensiero politico. La politica pu essere realmente compresa solo a condizione che si riesca da un lato ad inserirla nella sua dimensione storica e dallaltro lato se si riescono a descrivere le forme di vita che caratterizzarono le ideologie politiche di cui lo storico si occupa. Come il pilota e linvitato di cui parla Aristotele sono le persone che meglio sono in grado di giudicare e valutare un timone ed un banchetto, allo stesso modo il pensatore politico del secolo XII o del secolo XV colui che meglio ha appreso e stimato il panorama politico del suo tempo, perch ne stato protagonista attraverso la sua azione che si concretizzata nella scrittura del testo. Lopera dello storico consiste, di conseguenza, nellanalisi di ci che stato scritto partendo dalla considerazione che le parole e i termini adoperati da uno scrittore politico sono un patrimonio lessicale di cui egli disponeva e che ha speso in un modo piuttosto che in un altro con lo scopo di agire sul suo tempo e sui suoi simili. Egli ha compiuto unazione che al tempo stesso finalizzata ad agire sulla forma di vita in cui calato ma che anche un tentativo di comprensione delle idee che hanno regolato e che hanno agito sulla comunit politica. La prassi e la teoria sono gli elementi che caratterizzano lazione del filosofo della politica in quanto egli un agente storico ma anche una personalit teoretica. E solo se lo si considera

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come tale lo scrittore politico pu essere capito e la storia del pensiero politico pu essere assemblata.

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Capitolo 5 Il repubblicanesimo la Pocock: da Aristotele ai Founding Fathers

5.1 Verso un linguaggio del vivere civile

Il repubblicanesimo, inteso come specifico campo dindagine della storia del pensiero politico dotato di una sua dignit di studio e di ricerca, solo a partire dagli anni Settanta ha conquistato una posizione di rilievo nellambito della storiografia filosofica e politica152. Il merito di questa renaissance di studi sulla tradizione repubblicana da attribuire sicuramente alla pubblicazione del testo di John Pocock Il momento machiavelliano, testo che interpreta il repubblicanesimo come teoria filosofico-politica dotata di pari importanza rispetto alle altre due grandi tradizioni del pensiero politico moderno, il liberalismo e il costituzionalismo. In realt, dalla lettura dellopera di Pocock, poi ci si rende conto che linterpretazione che lo storico d della storia del pensiero politico dellet moderna finalizzata a indicare proprio il repubblicanesimo come idea predominante della filosofia politica dei secoli XV-XVIII. Ci si accorge di questo slittamento se si osserva che lo scopo precipuo dellopera di Pocock di mettere in rilievo le radici intellettuali della Rivoluzione americana, la quale, pi che come rivoluzione liberale, intesa e interpretata come rivoluzione repubblicana. Loperazione pocockiana consistita nella delineazione di una tunnel history153 che, partendo da Aristotele, ha

152

GEUNA, M., La tradizione repubblicana e i suoi interpreti: famiglie teoriche e discontinuit concettuali, in Filosofia politica, a. XII, n. 1, aprile 1998; pp. 101-102. 153 Cio una storia a galleria che perfora il materiale in una sola direzione e, quindi, svolge un tema singolo lasciando cos parzialmente ai margini ogni altro fenomeno parallelo. POCOCK, J. G. A., Il momento machiavelliano, op. cit.; p. 19.

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stabilito poi un legame tra Firenze e Filadelfia passando per Londra ed Edimburgo154 intessendo una trama che ha legato la polis ateniese con il pensiero dei Padri Fondatori e la filosofia politica di Aristotele con i Federalist Papers. Anche Skinner ha eseguito unoperazione simile, volta a porre in evidenza la presenza nel pensiero politico dellet moderna, tra i vari linguaggi, quello del vivere civile e della libert repubblicana155; ma le matrici intellettuali e culturali del repubblicanesimo sono state, secondo Skinner, assolutamente diverse da quelle indicate da Pocock. Tuttavia, importante sottolineare, al momento, la forte insistenza con cui un certo modello di interpretazione storiografica, condivisa dai due storici, ha chiarito e spiegato la presenza della teoria repubblicana e il suo ruolo nellet moderna. Il percorso dellidea repubblicana disegnato da Pocock, di cui ci si occuper in questo capitolo, prende le mosse dallo studio dei lessici a disposizione di chi viveva nel tardo Medioevo. Gli uomini di questepoca affrontarono la questione del vivere civile sulla base della considerazione aristotelica della polis dotata di una tensione sia universale, nel senso che la sua esistenza era finalizzata alla realizzazione da parte di tutti i suoi membri (cives) di ogni valore che in questa vita fosse possibile agli uomini conseguire, sia particolare, nel senso che si trattava pur sempre di una realt finita e posta in un certo spazio e in un certo tempo156. A raccogliere queste suggestioni furono, in primo luogo, gli umanisti fiorentini del Quattrocento, i quali sentirono lesigenza di una riflessione urgente sulla teoria repubblicana, suscitata da una profonda crisi della citt in seguito alla morte di Giangaleazzo Visconti nel 1402. Pocock sostiene la tesi di Hans Baron157 secondo la quale intorno al 1400 il potente signore di Milano fosse in procinto di estendere il suo dominio anche in Toscana, in un momento in cui anche la collaborazione milita-

154 155

Ivi; p. 13. GEUNA, M., op. cit.; p. 104. 156 POCOCK, J. G. A., op. cit.; p. 75. 157 Cfr BARON, H., The Crisis of the Early Italian Renaissance, Princeton University Press,Princeton, 1966; trad. it. a cura di R. Pecchioli La crisi del primo rinascimento italiano, Sansoni, Firenze, 19702.

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re tra i fiorentini e i veneti era venuta meno. Nei due anni che precedettero la morte del Visconti e durante il successivo periodo che vide crollare il sistema da lui costruito, i fiorentini, percepita la minaccia della loro comunit, si eressero a campioni della libert repubblicana in Italia e nel mondo allora conosciuto158 ed acquisirono piena coscienza di essere una realt politica fondata su valori e istituzioni repubblicane159. Si vennero a scontrare allora due tipi di linguaggi, quello cesariano e imperiale dei propagandisti milanesi e quello repubblicano degli umanisti fiorentini. La realt politica fiorentina fu concepita come ereditata da un lontano passato che la filologia era riuscito a riesumare nella sua autenticit attribuendole quello che venne considerato il giusto valore storico. Furono soprattutto Coluccio Salutati e Leonardo Bruni i primi a lanciarsi in questa impresa storiografica i cui risultati determinarono il ripudio del mito che voleva la citt di Firenze fondata dai soldati di Giulio Cesare. A questo mito si sostitu quello che voleva invece la citt fondata dalla repubblica romana oppure come afferm il Bruni addirittura dal sistema delle repubbliche etrusche. Lopposizione, poi, tra il regime di Cesare e listituto della repubblica era finalizzata a identificare il primo con la tirannia piuttosto che con la monarchia, tanto vero che perfino la figura di Bruto venne riabilitata agli occhi degli storici e umanisti del Quattrocento fiorentino, a differenza di quanto aveva fatto Dante nel secolo precedente. Larmamentario intellettuale degli umanisti fiorentini non si limit affatto a definire la repubblica di Firenze come leffetto di una consuetudine e di una tradizione, perch essi considerarono listituto repubblicano come la capacit dei cittadini di rispondere ai mutamenti e alla contingenza. Per loro la ricostruzione della storia dellautorit della repubblica venne calata in un ambito assolutamente mondano in cui essa conservava s una sublimit ideale, ma era poi dotata di una tale realt che la faceva esistere nel presente e la collegava con le repubbliche esistite nel passato. Pocock sostiene che linterpretazione degli uomini di cultura del Quattrocento si basava
158 159

POCOCK, J. G. A., op. cit; p. 157. Ivi; p. 158.

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sul fatto che la repubblica si presentava come una realt politica che poco aveva a che fare con un ordine naturale o con una gerarchia di valori eterni di tipo agostiniano, dantesco o petrarchesco160. Piuttosto si accettava la caducit e mortalit della repubblica, simboleggiata dal tirannicida Bruto, in cui la patria si ama pi della propria anima. Lordinamento repubblicano divenne il tema discriminante attraverso il quale leggere la storia. Per mezzo di una lente che focalizzava alcuni momenti invece di altri, si mise in evidenza uno scorrere del tempo discontinuo in cui momenti positivi (repubblicani) si alternavano a momenti negativi. Ecco spiegato il valore di Bruto e pure la rivalutazione del Trecento come secolo in cui la repubblica assunse consapevolezza delle proprie tradizioni e della propria continuit. Accanto alla rivoluzione storiografica, tuttavia unaltra rivoluzione pi profonda era in atto nellambito del pensiero fiorentino. Si tratta di una discussione che riprendeva un tema classico dellantichit greca, cio quello della questione relativa ai meriti da attribuire a chi pratica la vita activa e quelli da attribuire a chi, invece, pratica la vita contemplativa. Cio si tratta di una questione che ripropone lantitesi gi discussa nellagor ateniese tra retorica e filosofia, tra impegno politico e dedizione alla ricerca. Dopo la parentesi medievale tutta protesa verso la contemplazione e la preferenza per un mondo non mondano, non storico e non contingente, nel Quattrocento si assiste al discutere intorno ai temi dellattivismo politico e del vivere civile:

chi abbraccia il vivere civile doveva partecipare alla vita collettiva e agire nel quadro di una struttura sociale che, appunto, rendeva possibile al singolo tale modo di vivere; vale a dire egli doveva lasciarsi guidare dal civismo ossia dalla convinzione di dovere partecipare ad una qualche forma di polis ed per questo che in tempi successivi lespressione vivere civile assunse unaccezione specifica ed indic una forma costituzionale di vita politica che si fondava sulla diffusa partecipazione dei cives161.

160 161

Ivi; pp. 153-155. Ivi; p. 159.

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Lattivismo politico, antitetico allatteggiamento contemplativo, stava a significare il rifiuto di confrontarsi con la forma di governo del proprio tempo storico, accettando qualunque regime, monarchico e perfino tirannico, e proclamando la distanza, se non addirittura il ritiro, dal mondo e dalla storia, per tendere verso luniversale e limmutabile. Tuttavia, lumanista a cui interessato Pocock non ha mai mostrato di protendere esclusivamente per la vita attiva o per la vita contemplativa. Le due strade, quella politica e quella filosofica, non sono mai state divergenti o parallele, ma si sono spesso incontrate con lo scopo di unire in una sola riflessione teorica la contingenza storica e la sostanzialit universale. Nellambito del regime repubblicano lumanista riusciva ad esprimere sia luna che laltra.

5.2 La repubblica: unentit universale

Che la repubblica fosse unentit universale, elevabile alla discussione filosofica e non solo retorica, gli umanisti italiani del Quattrocento lo ricavarono dalla tradizione ateniese. Gli uomini di lettere del sec. XV riuscirono a superare la dicotomia tra vita activa e vita contemplativa arrivando a fare convergere, attraverso lesame sulla natura della teoria repubblicana, laspetto particolare e storico degli eventi politici con quello universale concernente una pi ampia visione della repubblica come realizzazione del bene di tutta la comunit. Grazie a questa operazione lUmanesimo civile italiano riusc, attraverso un filo lungo allincirca diciassette secoli, a legare il concetto di vita activa proprio dellAtene di Aristotele allimpegno del vivere civile che tanti autori del Quattrocento dichiararono essere lo scopo principale della loro attivit. Pocock ripercorre la trama di questo filo e di questo legame mettendo in evidenza lesistenza di un tipo di linguaggio che, attraversando i secoli, si affermato come peculiare di quegli autori

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che hanno parlato di repubblica nei termini di una continua operazione di scrittura volta a sostenere il vivere civile. Questa scrittura si espressa, ad un primo livello, sotto la peculiare forma della retorica, perch essa riusciva a fornire un linguaggio con cui esprimere una coscienza civile che promuovesse tutta la vita umana, intesa come partecipazione ad azioni e decisioni particolari e, soprattutto, come inserimento nel contesto di particolari rapporti politici tra tante persone diverse162. Pocock scorge, quindi, un modo proprio dellumanesimo civile per esprimere una tale concezione della vita associata, il quale si manifesta con uno stile di scrittura e retorico suo proprio, per mezzo del quale si ricostruisce la storia delle repubbliche esistite nel tempo. Ci significa che Aristotele non stato interpretato alla maniera del filosofo scolastico il quale ha proceduto alla compilazione di una serie di astrazioni e di analisi che poco tenevano conto del testo dellautore. Lumanista, invece, si messo ad apprendere Aristotele non come filosofo ma come filologo: egli si diede ad apprendere quanto gli era possibile dallo stesso Aristotele e cio dalla mente del filosofo quale era rivelata dalle sue parole, dalle parole conservate nei sui scritti pervenuti163. Furono, quindi, secondo Pocock, la grammatica e la filologia ad essere al centro dellinteresse speculativo degli umanisti, in quanto riuscivano realmente a comunicare cosa avesse voluto dire un autore e quale fossero state le sue intenzioni. Gli uomini colti del Quattrocento avrebbero, attraverso lo studio delle parole, costruito la storia del lessico repubblicano comunicando con gli autori che ne avevano discusso nel corso del tempo, avviando la comunicazione tra uomini del passato e del presente che, per mezzo della coscienza filologica esaltavano la coscienza intellettuale di un legame storico che correva sul filo della discussione politica. E questa conversazione, che cominciava con lo studio della storia del repubblicanesimo, finiva per esortare alla partecipazione civile e attiva alla vita politica, essendo la comunicazione con gli an162 163

Ivi; p. 164. Ivi; p. 165.

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tichi feconda quanto quella tra cittadini di uno stesso contesto politico. Luomo di lettere realizzava se stesso totalmente in questa attivit:

lumanista, nella sua qualit di filologo, di retore o di cittadino membro di una repubblica, era spinto ad impegnarsi a fondo nella vita nella vita sociale per parteciparvi nel suo farsi concreto e nelle sue vicende particolari, sia che la sua partecipazione si traducesse nellesercizio della sua arte di letterato e di filologo sia che si svolgesse a livello della azione politica e dellattivit di persuasione 164.

Fu poi, ad un secondo livello, il bisogno di rendere intelligibile la realt contingente a far derivare lidea che la conversazione con gli autori del passato significava ricordare, con Aristotele, che la pi alta forma di societ era quella politica e che lattivit sociale raggiungeva il suo pi elevato grado quando si identificava con quella politica, con quella del cittadino. Si voleva, quindi, affermare che la conoscenza vera si conseguiva per mezzo del dialogo e dellazione, poich nel vivere civile erano immanenti quei valori universali che proprio lo studio della polis ateniese aveva insegnato a considerare come valori che si esaltavano nel regime repubblicano in cui tutti gli uomini partecipavano alla realizzazione del bene comune. Questo il motivo per cui la repubblica ha una natura universale, la quale per si realizza solo se essa in grado di ripartire il potere in modo che ogni suo membro vi possa partecipare realizzando la sua natura umana e morale. E questa constatazione stimol la ricerca filologica degli umanisti del Quattrocento a guardare con attenzione alla teoria e alla costituzione della polis, e il suo sforzo fu premiato dalla disponibilit delle opere di Aristotele. Nella Politica di Aristotele gli umanisti vi ritrovarono i valori del vivere civile e della repubblica. Essi disegnarono, allora, una tradizione, quella del governo misto e della vita activa, che affondava le sue radici nel linguaggio dello stagirita. Scrive Pocock:

164

Ivi; p. 172.

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Dottrina di Aristotele fu che ogni attivit delluomo finalizzata nel senso che essa tende ad un bene teoreticamente identificabile; e lo stagirita aveva insegnato anche che ogni attivit finalizzata era sociale nel senso che veniva compiuta da uomini unitamente ad altri e che la polis o repubblica era appunto quel tipo di associazione tra uomini in cui tutte le altre forme di associazione particolare tendevano al raggiungimento dei propri fini. Lassociarsi con altri e la partecipazione alla guida finalizzata dellassociazione risultante costituivano un mezzo per raggiungere un fine, ma erano anche un fine (ossia un bene) in s e per s 165.

La partecipazione alla vita politica era la pi alta forma di vita, tendendo essa al perseguimento del bene di tutti. Con il suo atteggiamento, il cittadino riuniva in s il particolare e luniversale, poich attraverso la sua singola partecipazione alla vita politica realizzava la sua natura di zoon politikon che lo metteva in rapporto con luniversale. Restava solo il problema di inserire i cittadini in una categoria che meglio consentisse loro di esprimere la loro natura. E la polis ateniese offriva un linguaggio, consolidato dalla consuetudine, che divideva le costituzioni politiche in governo di uno, di pochi, di molti, secondo una terminologia che lo stesso Aristotele utilizz quando prese in considerazione gli stati esistenti, divisibili in monarchie, aristocrazie e democrazie. In questo modo, il problema della costituzione della polis ineriva la possibilit della partecipazione di tutti al processo decisionale e di formulazione delle leggi, problema risolvibile attraverso la scomposizione del potere in tante funzioni e tante operazioni, ognuna delle quali doveva essere affidata ad un gruppo particolare. Cos, la costituzione politica (la politeia) di una societ organizzata si configurava come la possibilit di tutti i gruppi di partecipare alle decisioni comuni, evitando che uno solo di essi esercitasse il potere. Il linguaggio di Aristotele voleva sottolineare il pericolo del dominio del particolare sulluniversale, perch la dittatura di uno solo dei gruppi (fosse anche quello dei molti) avrebbe distorto il regime politico e corrotto lequilibrio dello stato.

165

Ivi; p. 177.

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Che posizione occupa il cittadino in una struttura politica repubblicana? Egli un individuo che tende alla realizzazione i suoi interessi, ma anche un civis che opera per il bene di tutti. Vive quindi, il cittadino, una situazione di conflitto che pu essere superata quando le realizzazioni della sua natura individuale e particolare sono armonizzate con i fini che la comunit vuole perseguire. Si tratta di una teoria e di una visione del civis che gli umanisti fiorentini sostennero fortemente perch meglio si legava alla loro concezione del vivere civile e al loro sforzo intellettuale. Ma si trattava anche di una teoria che pretendeva lesistenza di un cittadino perfetto, il quale non solo doveva esercitare la sua virt costantemente, ma doveva anche agire affinch i suoi concittadini non perdessero la virt civile, altrimenti la repubblica si sarebbe inevitabilmente corrotta. Tuttavia, consapevoli della impossibilit di conservare in eterno la costituzione repubblicana, a causa delloggettiva difficolt di conservare la virt di tutti i cittadini, gli intellettuali fiorentini acquisirono la consapevolezza teorica che la repubblica, essendo unopera umana, doveva poi giungere a termine. Aristotele, mette in evidenza Pocock, aiutava a confermare questa tesi:

Infatti: poich la gamma di valori particolari (e delle attivit) e dei gruppi e dei singoli che li perseguono indefinitamente vasta, sarebbe stato sempre molto difficile compaginare una politeia che non si traducesse nella dittatura di taluni pochi sugli altri e sarebbe stato parimenti arduo fare in modo che il singolo cittadino non preferisse i suoi obbiettivi o valori particolari al bene comune166.

Ma se cos faceva, il cittadino mortificava la sua virt civile. Avvenivano, allora, i casi di corruzione, che determinavano il fatto che la virt dipendesse da tante altre variabili non controllabili dalle singole virt. Queste variabili erano determinate da una forza che guidava le singole volont e le deviava dalla perfezione propria delletica della vita attiva, e il termine con cui veni-

166

Ivi; p. 191.

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va indicata questa forza era fortuna. La considerazione di una instabilit del tempo storico, gli umanisti non la ricavarono da Aristotele, in quanto non apparteneva al suo lessico, ma da Polibio. Lesule greco ebbe una grande influenza sul pensiero del Quattrocento. Specialmente il sesto libro delle Storie esercit sui filosofi e sui filologi del tempo un grande potere nel dirigere le elaborazioni teoriche in merito allo svolgimento della politica. Polibio, che aveva sostenuto che i successi militari di Roma erano dovuti alla stabilit della Repubblica, riformul la suddivisione aristotelica delle costituzioni politiche in due sensi: classific sei regimi invece di tre (monarchia, tirannia, aristocrazia, oligarchia, oclocrazia, anarchia) e afferm lo sviluppo successivo da un regime allaltro. La sua teoria dellanaciclosi (anakuklosis politein) sosteneva che ogni stato sarebbe dovuto passare attraverso ognuna delle sei forme di governo elencate. Solo un sistema di governo sarebbe riuscito a sfuggire a questa ciclicit, cio quello che avrebbe realizzato una politeia capace di realizzare la mescolanza di tutte le forme di governo. Scrive Pocock:

Polibio poteva permettersi di nutrire un consistente ottimismo circa le possibilit di costruire una politeia di forma universale e tale, dunque, da non essere coinvolta nella ciclicit dei mutamenti. Se quanto era necessario si risolveva nella costruzione di un ordinamento politico nel quale fossero armonicamente compresenti o equilibrati luno, i pochi e i molti e che in tale ordinamento tutti e tre avessero singolarmente una parte (o un certo aspetto) del potere occorrente per impedire che uno dei tre elementi prevalesse da solo (votandosi quindi alla corruzione) sugli altri due, allora ne sarebbe risultata la possibilit di creare un organismo politico, armonioso e di valore universale 167

Ma lo stesso Polibio sapeva che una simile situazione sarebbe stata difficile da conservare nel tempo. Non pensava affatto che vi fosse qualcosa nel mondo immortale e immune da mutamento. Anzi, credeva che quanto pi perfette fossero state le costituzioni statali tanto pi difficile sarebbe stato conservare la virt dei suoi cittadini. Polibio non solo aveva previsto la fine della Repubblica romana, ma aveva anche dimostrato che la repubblica recava in s i germi della sua
167

Ivi; p. 197.

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dissoluzione in quanto la virt particolare si sarebbe ben presto scontrata con la virt civile e i due caratteri avrebbero manifestato la loro inconciliabilit. Si pu allora affermare che la fortuna avrebbe prima o poi operato per il decadimento e la corruzione della repubblica.

5.3 Da Machiavelli a Harrington

La fortuna il tema principale de Il Principe di Machiavelli. il declino della repubblica a lasciare spazio alla fortuna che, secondo il segretario fiorentino, interessa da vicino il principe e i suoi sudditi i quali hanno abbandonato ogni velleit di contribuire al vivere civile. Ma, pi precisamente, proprio del principe innovatore il rapporto con la fortuna. Egli, rispetto al principe ereditario che gode di legittimazione fornitagli dalla tradizione e dalla consuetudine, gestisce questo rapporto attraverso la sua virt, in quanto il suo potere privo di legittimit. Il principe nuovo diviene tale in virt di un gesto straordinario grazie al quale riuscito a spazzare via il governo precedente e, per imporsi al posto di questo, egli deve fare ricorso a qualit altrettanto straordinarie e molto superiori rispetto a quelle del principe spodestato, qualit che, secondo Pocock, possono essere indicate con la parola virt, cio quello strumento per cui mezzo si imponeva una forma alla materia della fortuna168. Ma il principe innovatore che deve fronteggiare il potere precedente si trova spesso a doversi sostituire a forme di governo non di tipo monarchico che mettono a dura prova le sue capacit e la sua virt. Machiavelli lo scrive nel quarto capitolo de Il Principe:

168

Ivi; p. 328.

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E chi diviene patrone di una citt consueta a vivere libera e non la disfaccia, aspetti di essere disfatto da quella: perch sempre ha per rifugio nella rebellione el nome della libert e gli ordini antiqui suoi; li quali n per la lunghezza de tempi n per benefizii mai si dimenticano169.

Pocock pone in evidenza questo passo dellopera machiavelliana per dimostrare quanto sia difficile abbandonare e dimenticare la consuetudine alla libert e al vivere civile, cio quanto sia gravoso per degli individui che abitano e costituiscono una repubblica allontanarsi dalla partecipazione alla vita della cosa pubblica, poich questo modello di vita politica imprime un marchio indelebile sulla natura o indole dei cittadini al punto che costoro devono veramente mutarsi radicalmente se si vuole che prestino unubbedienza spontanea ad un principe170. Nella forma di governo repubblicano i cittadini hanno esperito una sorta di ritorno ad una forma primordiale di vita che realizza la loro natura di uomini liberi. Il principe interviene su questa forma trasformandola in un mondo in cui la forza di tipo hobbesiana a governare i rapporti tra le persone. Ci significa che la semantica della virt include i concetti di forza e di coercizione come termini che spiegano la capacit del principe machiavelliano di piegare le volont particolari, specialmente quelle dei liberi cittadini. Si spiegano cos due concetti di virt: il primo riguarda la concezione aristotelica in base alla quale la virt consiste nella realizzazione dello zoon politikon che costruisce se stesso dandosi una forma per mezzo della partecipazione agli affari della cosa pubblica, mentre il secondo concerne la capacit del principe innovatore machiavelliano che con la forza e le armi piega gli eventi storici e le volont degli uomini. Ma se si guarda con attenzione a queste due modalit concettuali, si scopre che, in fondo, si tratta di uno schema che prevede una convergenza, teorizzata dallo stesso Machiavelli nei Discorsi sopra la prima Deca di Tito Livio, quando afferma che al pari del principe che deve sconfiggere la fortuna, anche la repubblica deve assolvere a questo
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MACHIAVELLI, N., Il Principe, in Id., Il Principe e altre opere politiche, Garzanti, Milano, 1976; pp. 27-28. POCOCK, J. G. A., Il momento machiavelliano, op. cit.; p. 335.

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compito quando anchessa si trova ad essere uninnovazione che deve possedere quel tipo di virt che d una forma alla fortuna. Pi complessa sicuramente della virt del principe quella repubblicana perch essa costituisce non solo un mezzo per affermarsi ma anche lo scopo ultimo a cui mira. Nella repubblica la virt anche il fine che deve guidare il comportamento di ogni singolo cittadino per salvaguardare se stesso e gli altri dal pericolo della corruzione, pena la perdita della condizione politica:

mentre un principe cui faceva difetto la virt finiva per perdere lo stato, i cittadini di una repubblica che andasse in rovina perdevano la loro virt ossia perdevano il loro vivere civile171.

Nella Firenze machiavelliana divenne molto acceso il dibattito storiografico sulla nascita e il mantenimento degli ordinamenti repubblicani. Lo stesso segretario vi partecip dimostrando di prendere posizione rispetto a chi come Guicciardini analizzava il fenomeno repubblicano avendo come termine di riferimento Venezia e non la repubblica romana. Per Machiavelli la storia di Roma suscitava particolare interesse se letta attraverso la lente storiografica di Polibio, la quale consentiva di scorgere i modi di realizzazione della virt civile allinterno della realt temporale senza lintervento di forze poste al di fuori della storia. Al contrario di ci che accadeva per un principe innovatore il quale doveva essere dotato di virt straordinarie per conquistare il potere, la Roma repubblicana si era venuta realizzando grazie allopera e allazione di particolari individui che avevano operato nel quadro del tempo e della contingenza (cio nel quadro della fortuna) i quali erano riusciti a realizzare qualcosa di molto pi duraturo rispetto al principe nuovo. Sebbene Machiavelli non rinunciasse a vedere nella costruzione di una repubblica quellaspetto religioso che contraddistingueva il principe, evidenziando, ad esempio, la necessit

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Ivi; p. 363.

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di sacralit e di religiosit del secondo re di Roma, Numa Pompilio, tuttavia la religione non viene identificata tout-court con la virt, la quale esiste e si realizza esclusivamente nella vita civile. Nella distinzione tra religione e politica Machiavelli individua la differenza tra il profeta e il legislatore, dove il primo colui che la cui opera si presenta straordinaria, mentre il secondo istituisce pratiche anche di tipo religioso che danno forma duratura alla convivenza politica e civile. Sia un Agostino che un Savonarola sono quindi screditati:

Se gli uomini non hanno bisogno di una presenza sovrumana per diventare cittadini, ma, anzi, realizzano la civitas ossia la partecipazione politica nella realt condizionata dal tempo e dalla fortuna, ecco che le citt terrestri e le citt celesti hanno cessato di essere identiche172.

Ad agire attivamente nella citt terrena la virt dei cittadini che si esplica nella condotta degli individui verso se stessi e verso gli altri. Ma si tratta di una virt particolare, in quanto non deve essere finalizzata a realizzarlo solamente il vivere civile ma a conservarlo attraverso la continua generazione di virt che, si ribadisce ancora una volta, motore e fine della costituzione repubblicana. Se non fosse cos il vivere civile si dissolverebbe a causa della corruzione dei cittadini. Senza un ordine morale che difenda dalla corruzione listituzione repubblicana crolla inesorabilmente lasciando spazio alla ciclicit polibiana. Ma allusura del tempo la repubblica pu sfuggire solo rinvigorendo le leggi della repubblica prima che la corruzione abbia luogo. Il linguaggio della repubblicanesimo degli umanisti del Quattrocento e di Machiavelli ha una sua propria fisionomia e poggia su alcuni pilastri terminologici, quali consuetudine, virt, fortuna e corruzione. questo il frasario a cui sono ricorsi quei pensatori e filosofi sostenitori del vivere civile, che Pocock ha definito machiavellismo, nei secoli che sono succeduti al

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Ivi; p. 375.

112

Quattrocento e al Cinquecento. Che poi questo frasario si sia arricchito anche con riferimenti diversi da quello della Roma repubblicana, aprendosi allesempio di Venezia, una questione che comunque va ad inserirsi in quel discorso di continuit le cui matrici sono da individuare nel pensiero politico di Aristotele. Si tratta di un machiavellismo formato da idee e concetti che emigrarono dal contesto fiorentino per prendere dimora in una Inghilterra monarchica che poco aveva a che fare con la polis ateniese e con la pratica dellumanesimo civile. Il suddito inglese era consapevole di far parte di una comunit di uomini razionali in grado di conoscere le leggi naturali e di far parte di un corpo politico fondato su consuetudini tramandate, ma n labitudine n la ragione erano sufficienti a fornire il supporto lessicale e concettuale del civis. Era necessario, afferma Pocock, che si avesse una reviviscenza delle idee antiche di virtus politica e di zoon politikon, cui per natura spettava governare, agire, prendere decisioni173. Il linguaggio dellumanesimo civile e del repubblicanesimo machiavelliano lo si ritrova proposto prima di tutto in The Commonwealth of Oceana, lopera pubblicata da James Harrington nel 1656. Scritta negli anni del protettorato di Cromwell, questopera rappresenta uno degli esiti pi maturi di quel pensiero repubblicano inglese che andava opponendosi alla rivoluzione dei santi guidata da puritani, zappatori, livellatori e dai vari protagonisti dei dibattiti di Putney. Il testo di Harrington si sforza di presentare il cittadino inglese come uno zoon politikon animato da virt civile in quanto possessore di propriet di immobili. Il processo inaugurato da Enrico VII Tudor, mirante allabbattimento del potere nobiliare e feudale mediante la confisca dei territori, aveva accresciuto il numero dei proprietari terrieri i quali proteggevano adesso con le armi la loro libera propriet e non il vassallo. Fu questo il fenomeno che Harrington indic come discriminante per indicare la nascita del cittadino inglese, fenomeno che Machiavelli aveva trattato sul versante della storia fiorentina nellArte della guerra, parlando di cittadini guerrieri che difendono la citt, sfiorando solamente le conclusioni dello scrittore inglese. Ma Pocock sostiene
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Ivi; p. 584.

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che il pensiero di Machiavelli e Harrington si allontana quando si affronta il tema della corruzione. Se il segretario fiorentino vedeva nella corruzione un male etico-politico, principale causa della morte delle repubbliche, Harrington sosteneva invece cha la fine dellesercizio delle virt civili era determinata dalla errata spartizione del potere, la quale doveva sempre essere proporzionata al possesso dei beni terrieri. Non era quindi il tema della degradazione morale centrale nella sua opera come lo era in quelle degli umanisti. La virt civile secondo lui molto pi legata alle condizioni materiali che a quelle morali, poich il cittadino tale in quanto detentore del diritto di propriet e partecipa attivamente alla vita politica proprio per difendere questo diritto. proprio a partire dalle considerazioni sulle condizioni materiali, pi precisamente sulle condizioni di propriet fondiaria, che possibile indicare la concezione aristotelica che pervade il pensiero e lopera di Harrington. Anche qui emerge un concetto di virt, la cui matrice greca piuttosto palese, anche se il termine subisce unoperazione di traduzione che ne consente il suo utilizzo lessicale allinterno di una semantica nuova, quella della libera propriet degli inglesi del Seicento174. Pocock afferma che sia ragionevole sostenere che la concezione della propriet terriera di Harrington ricalcava uno schema greco ed era fondata sul rapporta tra oikos e polis175. A fondamento di questa idea vi da un lato la constatazione del fatto che Harrington parla, in Oceana, di terreni acquistati e lasciati in eredit proprio con il fine di fondare delle famiglie (oikoi), dallaltro lato vi la considerazione aristotelica della propriet terriera non come strumento di profitto ma come mezzo per vivere in maniera agiata e per ostentare questo agio in campo pubblico o in unassemblea di cittadini per palesare la propria virt176. Ma Pocock ancora pi preciso in merito alla propriet terriera:

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Cfr. POCOCK, J. G. A., Virtue, Commerce, and History, C.U.P., Cambridge, 1985; capp. 1 e 2. POCOCK, J. G. A., Il momento machiavelliano, op. cit.; p. 670. 176 Ivi; p. 671.

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Essa poneva con saldo aggancio lindividuo nella struttura in cui egli poteva partecipare al potere e dimostrare la sua virt e lo liberava da ogni altra necessit s che egli potesse, appunto, fare dellesercizio del potere e della sua virt la sua attivit177.

Rispetto al pensiero di Machiavelli lo slittamento non solo lessicale, cio non riguarda solo il diverso utilizzo del termine virt come fondamento dellistituzione repubblicana, ma anche storico, poich Harrington, come altri scrittori politici inglesi a lui contemporanei, non esita ad affiancare la Repubblica di Venezia alla Repubblica romana. Harrington afferma addirittura che tra lInghilterra e Venezia vi sia unanalogia consistente nella propensione verso il mare e i traffici marittimi. Anche se, date le dimensioni territoriali, lInghilterra pot sfruttare i terreni agricoli e nutrire e armare il suo popolo meglio della Serenissima. E Harrington poteva, a questo proposito, affermare che la sua Oceana era allo stesso tempo una seconda Roma per la sua espansione territoriale e una seconda Venezia per la continuit e stabilit della libert e della virt civile. Ci che interessa e che va messo principalmente in risalto comunque laccento sul tema della virt quale lessico propulsore e quale fine dellistituzione repubblicana. Questo lessico, a partire dalla concezione della polis aristotelica, ha attraversato, subendo traduzioni e adattamenti, il linguaggio del pensiero repubblicano fiorentino del Quattrocento e del Cinquecento ed stato raccolta dai pensatori repubblicani inglesi, primo fra tutti James Harrington, definito da Pocock il Machiavelli inglese178 proprio per questo suo ricorso al linguaggio della virt. Questo linguaggio non tuttavia rappresentabile come una parabola che, guardando alla storia politica dellet moderna, possa dirsi concluso col Seicento inglese. Il filo storico che Pocock riuscito a dipanare, sul quale vi scritto il linguaggio e la terminologia del repubblicanesimo, viene dallo storico neozelandese rintracciato anche oltre-oceano, fatto proprio da quegli
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Ivi; p. 672. Ivi; p. 15.

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uomini protagonisti delle vicende delle tredici colonie americane che diedero vita alla nascita della Federazione.

5.4 La virt americana

Nel descrivere la tensione repubblicana dellInghilterra del Seicento, Harrington aveva pensato al suo come a un paese proteso o verso la terraferma o verso gli oceani. Lo scrittore credeva che lisola britannica dovesse o liberare lEuropa continentale dal giogo gotico oppure colonizzare lIrlanda che non era pi abitata dal suo antico popolo. Questa seconda possibilit fa pensare che nel riferirsi alla colonizzazione irlandese Harrington abbia in qualche modo prefigurato lopera e lazione dei colonizzatori dellAmerica settentrionale, stabilendo, quindi, una relazione tra Inghilterra e America. Affermare lesistenza di un legame tra la storia americana e quella inglese significa rompere con una certa tradizione storiografica che sostiene la spaccatura ideologica e politica tra il nuovo e il vecchio mondo. Ma significa pure che, se si inserisce la Rivoluzione americana sul binario della storia del linguaggio repubblicano di matrice aristotelica e machiavelliana, allora questa non ha caratteristiche e peculiarit che possano definirla come una rivoluzione moderna. Anzi, ci sta a significare che gi tra i Padri Fondatori si sarebbero diffuse quelle concezioni specifiche della cultura politica repubblicana di matrice neo-aristotelica la cui retorica fu, prima della rivoluzione, fatta propria dallumanesimo civile, da Machiavelli e da Harrington. Gli americani avrebbero, in sostanza, fatto ricorso a una tradizione terminologica appartenente a un certo tipo di concezione del vivere civile, attraverso la quale espressero i valori e le idee del repubblicanesimo:

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un ideale civile e patriottico, che implicava, come fondamento allaffermazione della personalit, la propriet e che individuava la piena realizzazione delluomo nella partecipazione politica attiva, anche se era poi di continuo minacciato dalla corruzione179

Il fondamento teorico di quello che Pocock definisce il momento machiavelliano ha come tema retorico principale il contrasto e la tensione tra virt e corruzione. Lo storico neozelandese individua questo lessico negli scritti di carattere politico che circolarono in America negli anni della rivoluzione, dove vennero proposti temi e problemi propri della cultura repubblicana. Si tratta di un tipo di cultura che prese forma durante il Settecento nelle colonie inglesi nutrendosi da un lato delle caratteristiche proprie dellumanesimo civile di Harrington, dallaltro dei postulati dellideologia politica di Machiavelli. La storia americana aveva suscitato nel popolo che abit il nuovo continente il desiderio di affermare la virt contro la corruzione che essi percepivano come proveniente da una zona ormai straniera, cio la ex madrepatria alla quale avevano in precedenza prestato ubbidienza. Loperazione che doveva condurre alla affermazione della virt consisteva in unoperazione di ripristino di una forma di organizzazione politica che la salvaguardasse. Fu cos che gli americani ripudiarono la monarchia per sostituirla con la forma del vivere civile le cui matrici intellettuali risalivano a Aristotele, Machiavelli, Harrington. Non si tratt di un travaso ideologico privo di mutamenti concettuali, ma piuttosto si verific il caso di una serie di eventi storici in cui un peculiare linguaggio quello del repubblicanesimo fu tradotto in modo tale da potere sostenere le istanze teorico-politiche di chi affermava i valori e gli ideali della repubblica e del vivere civile. Per gli americani la monarchia parlamentare era inevitabilmente fonte di corruzione. Rifiutarla significava, quindi, ritornare alla tradizione harringtoniana che presentava la storia inglese come una storia che culminava con la salita verso ladozione della forma repubblicana. Har-

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Ivi; p. 852.

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rington, tuttavia, riprendendo le teorie classiche, insegnava che la repubblica si sarebbe realizzata solo laddove vi fosse stata la presenza dei pochi, cio di persone intellettualmente e moralmente superiori che solo una aristocrazia naturale e non ereditaria (costituitasi cio artificialmente) avrebbe potuto garantire. Mancando questa classe di cittadini, gli americani cercarono di crearla attraverso la diffusione democratica della virt che avrebbe dovuto responsabilizzare i molti, i quali dovevano eleggere le persone che li avrebbero rappresentati. La mancanza di unaristocrazia naturale fu compensata, quindi, dalla revisione dellidea di popolo:

Inoltre, le varie istanze in cui il governo doveva essere articolato (e sostanzialmente si pensava ancora al legislativo, al giudiziario e allesecutivo previsti dalla teoria classica) si ritenne che non dovessero essere assunte in modo diretto da gruppi sociali aventi in modo eminente le qualit per esercitare le connesse funzioni, bens venissero da loro assunte in modo mediato ovverosia fossero assunte da singole persone il cui titolo per lesercizio dellautorit fosse solo quello di agire come rappresentanti del popolo180

Il potere di governo, che allo stesso tempo era nelle mani del popolo e non lo era, era lasciato ai rappresentanti, i quali, dovendo acquisire larte di governare attraverso lesperienza, avrebbero agito come i pochi, quindi come laristocrazia naturale delle antiche repubbliche. Da questo punto di vista il popolo era un soggetto attivo. Ma se il suo potere era di eleggere i rappresentanti, questi erano visti e considerati come altamente suscettibili di cadere vittime della corruzione. Se ci fosse accaduto, gli elettori potevano revocarli. Ma unaltra questione sorgeva in questo tipo di rapporto politico, e riguardava la virt: non essendovi una differenziazione quantitativa e qualitativa tra le persone il rapporto tra il rappresentante e il rappresentato non era fondato sulla virt intesa in senso classico, in quanto - sostiene Pocock latto di eleggere una persona che agisce al mio posto non potrebbe mai essere reputato leguale di un atto con cui riconosco che una tale persona agisce insieme a me e con la
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Ivi; p. 869.

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quale stabilisco un vincolo associativo naturale181. Non vi , insomma, quella virt propria della repubblica antica in base alla quale il fine che guida il comportamento di un singolo individuocittadino per tutelare se stesso dalla corruzione lo stesso che lo guida a tutelare anche gli altri dal medesimo pericolo. Questo slittamento semantico del concetto di virt non signific, tuttavia, un abbandono del paradigma repubblicano basato sulla virt. Il declino della virt civile da parte del popolo lasci spazio allinteresse personale e individuale una volta che lo scopo dellattivit umana non fosse stata pi quella del perseguimento del bene comune. Luomo privato della sua virt si ritrov ingabbiato nel suo particolarismo e schiavo delle sue passioni, per cui altissimo risult il pericolo di cadere preda della corruzione. Il Governo federale rilev questa peculiarit del popolo, tanto vero che Madison e altri scrittori politici del tempo, nel decimo numero di The Federalist, ammisero che nelle societ umane massima importanza hanno quelle fazioni che si fanno promotrici di interessi collettivi, in cui si stimola ognuno a dare un contributo alla res publica. Tuttavia, questo paradigma che potremmo tranquillamente definire classico non fu fatto proprio dalle istituzioni di governo americane, in quanto questo modello fu sostituito con una teoria, adottata dai teorici del federalismo, secondo la quale lindividuo, allinterno del contesto politico, soprattutto consapevole del proprio interesse e prende parte al governo solo attraverso lazione mediatrice della designazione ed elezione dei rappresentanti. Una volta abbandonato il paradigma repubblicano classico, di cui si conserva solo il linguaggio dellequilibrio e della stabilit, si fece strada il modello liberale allinterno del pensiero federalista, e questo slittamento determin la riformulazione dei paradigmi, che fu piuttosto consistente durante gli anni della rivoluzione conservatrice (1787-1789):

181

Ivi; p. 875.

119

la nuova federazione americana dimostrava di potere esser sia una repubblica sia un impero, limitata al continente nuovo nelle sue dimensioni iniziali e, tuttavia, capace di ulteriore estensione proprio con lapplicazione allargata del suo principio federativo182

Il linguaggio della virt e della corruzione parve lasciare lo spazio alle esigenze di allargamento territoriale della federazione che, in quel momento storico, necessitando di stabilit e continuit procrastin il recupero della virt repubblicana a un momento storico che si sarebbe poi dovuto realizzare. Ma la retorica della virt e della corruzione non abbandon del tutto il campo del pensiero politico americano, anzi, essa si fece sentire con un certo vigore non solo come sopravvivenza di qualcosa lento a morire anche dopo che ne era stata divelta la radice, ma la sua importanza si rivel in un ambito ancora pi importante e cruciale come quello della teoria costituzionale. La teoria dellumanesimo civile che definiva una relazione tra partecipazione politica e natura umana fu abbandonata a favore di una concezione di una forma di societ politica in cui il singolo potesse essere libero e potesse conoscere se stesso proprio in base al rapporto che egli aveva con la societ183. Pi che Machiavelli, Locke ad apparire in questa constatazione della natura socievole dellamericano, il quale tende a perseguire un obiettivo (il ritorno alla natura) che comunque andr incontro a frustrazioni e delusioni. Furono proprio queste disillusioni a fare ritornare con forza il codice retorico della virt e della corruzione con la pretesa di potere spiegare e interpretare la storia politica americana moderna. Gi Alexander Hamilton aveva denunciato il pericolo machiavelliano della corruzione e lallontanamento dallideale repubblicano. Ma pi incisive furono, comunque, le pagine di Thomas Jefferson, specialmente quelle Notes on the State of Virginia del 1785 di cui Pocock riporta un brano con il fine di perorare la sua teoria storiografica:

182 183

Ivi; p. 881. Ivi; p. 885.

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Quanti lavorano la terra sono il popolo eletto di Dio, posto che ci sia un popolo eletto, i cui petti egli ha fatto sede di una virt solida e genuina. L il focolare in cui egli tiene acceso quel fuoco sacro, che, altrimenti, scomparirebbe dalla faccia della terra. La corruzione della morale presso la massa dei coltivatori un fenomeno di cui non ci noto esempio alcuno in nessuna et e in nessun paese. La corruzione il carattere impresso su coloro i quali, non guardando, per procurarsi di che vivere, al cielo, al proprio terreno e al proprio lavoro (come , invece, il caso dellagricoltore) fanno dipendere il proprio vivere dalle aleatoriet e dai capricci dei clienti. La dipendenza genera asservimento e venalit, soffoca il germe della virt e appresta gli strumenti idonei ai piani dellambizione. Una situazione del genere in virt del progresso e delleffetto naturale delle arti talvolta forse per circostanze accidentali ha tardato a manifestarsi. Ma parlando in generale, il rapporto corrente tra linsieme delle altre classi di cittadini e la classe degli agricoltori il rapporto che sta tra le membra malate di uno stato e quelle sane; e proprio in tale rapporto si ha il barometro opportuno per misurare a quale grado di corruzione si sia giunti Le folle delle grandi citt sono di tale ausilio ad un retto ordinamento, quanto lo sono le piaghe rispetto alla vigoria del corpo umano. Sono i comportamenti e lanimo di un popolo a preservare sana una repubblica. Qualora si abbia una loro degenerazione, allora si sviluppa un cancro che ben presto si estende fino al cuore della costituzione di quel popolo184

Pocock scorge in questo passo di Jefferson da un lato leco rousseauiana delluomo che non pu fare a meno di diventare civile, dallaltro lato evidenza il lamento dellestensore della Dichiarazione dindipendenza relativo alluomo incapace di cedere alla corruzione. Al pari di ogni repubblicano classico anche Jefferson sostenitore della virt. Solo che, a differenza dei pensatori federalisti lockiani, egli non la ritrovava nelle naturali condizioni umane quanto piuttosto nella condizione del coltivatore. Secondo Pocock, Jefferson pensava a un ideale romano di repubblica che non facesse riferimento tanto a Catone quanto a Tiberio Gracco, scorgendo il segreto nella conservazione della virt nelle comunit di piccoli coltivatori. Ma nel brano di Jefferson emerge pure un tema che aveva attraversato il pensiero di Harrington, cio il rapporto tra commercio e virt. I capricci dei clienti e, in generale, una economia che sovrasta lagricoltura fonte di corruzione laddove linteresse personale e individuale si

184

Cit. in Pocock, Il momento machiavelliano, op. cit.; p. 895.

121

sostituisce alla virt che Dio ha iniettato nel petto dellagricoltore. Il ritorno alla natura di cui si parla non quello proprio del primitivismo dei puritani, ma si tratta piuttosto di una natura in cui luomo riesce a realizzare le istanze proprie del repubblicanesimo classico consistenti nella realizzazione della natura umana attraverso la partecipazione politica e la vita activa. La storia del pensiero politico moderno disegnata da Pocock termina con la considerazione dellesistenza di un Momento machiavelliano che, partito da Firenze, ha interessato prima lInghilterra e poi i coloni americani. Questo machiavellismo che Pocock definisce di stampo e di natura aristotelica ha avuto un suo peculiare sviluppo teorico attraverso la constatazione che la teoria repubblicana si fonda anche sullantitesi virt- corruzione. Furono, secondo Pocock, proprio la retorica di virt e corruzione a determinare la possibilit di rintracciare un lessico del repubblicanesimo che ha attraversato gran parte della storia del pensiero politico moderno e che, nato nella polis ateniese ha raggiunto, passando per i testi degli umanisti fiorentini e degli scrittori inglesi, il pensiero politico americano:

Il timore di una corruzione invadente e contagiosa contribu ad indirizzare gli americani in una direzione precisa: rinnovare la virt in una struttura repubblicana della vita politica e respingere la monarchia parlamentare, a cui (tutti lo ammettevano) andava inevitabilmente congiunta una certa dose di corruzione. E cos il contrasto tra virt e corruzione viene a costituire il momento machiavelliano185.

185

Ivi; p. 918.

122

Capitolo 6 Il repubblicanesimo la Skinner: la libert neo-romana

6.1 La libert e lindipendenza dei Comuni

Il capitolo iniziale della tesi di Quentin Skinner concernente la teoria repubblicana riguarda la storia dei Comuni italiani e la loro lotta contro quei poteri, quali lImpero e il Papato, che ne mettevano in discussione i valori e la legittimit. La stagione comunale che aveva interessato lItalia settentrionale per Skinner il laboratorio storico privilegiato da cui prendere le mosse per lo studio e lanalisi del linguaggio repubblicano. Le libere citt avevano sviluppato una forma di vita politica completamente in contrasto con il presupposto corrente secondo cui la monarchia ereditaria costituiva lunica valida forma di governo186, diventando sempre pi desiderose di libert e di autonomia e sempre pi desiderose di difendere questi valori da ingerenze esterne. I comuni difesero le loro prerogative pi volte dai tentativi imperiali di riunire il Regnum Italicum allImpero. Federico Barbarossa nella seconda met del secolo XII, Federico II nella prima met del Duecento, Enrico di Lussemburgo nel 1310 e Ludovico il Bavaro nel 1327 tentarono inutilmente limpresa di sottomettere i comuni alla volont imperiale. Sulla storia dei Comuni come esperienza di salvaguardia della libert aveva gi scritto Simonde de Sismondi nel 1832. Nella sua Storia delle repubbliche italiane, lo storico ed economista svizzero sostenne che fu nelle repubbliche italiane che nacque la scienza di governare gli uomini per il loro bene, per lo sviluppo delle loro facolt industriali, intellettuali e morali, per

186

SKINNER, Q., Le origini, op. cit.; p. 83.

123

laumento della loro felicit187. Lo stesso giudizio venne confermato poi da Carlo Cattaneo, il quale, nel saggio La citt considerata come principio ideale delle istorie italiane del 1858, scrisse che il merito delle repubbliche fu di aver diffuso sino allultima plebe il senso del diritto e della dignit civile188. La storia del repubblicanesimo tracciata da Skinner si inserisce sicuramente in questa bibliografia tendente ad esaltare lesperienza delle libere citt italiane, ma quella di Skinner una storia che pone in risalto come le armi di difesa dei Comuni contro Impero e Papato non furono solo quelle utilizzate sul campo di battaglia ma furono anche quelle di tipo ideologico, finalizzate a rivendicare il diritto dei Comuni a conservare la loro libert e di proteggerla da ingerenze esterne:

Da numerosi proclami ufficiali appare evidente che gli apologeti dei Comuni abitualmente avevano in mente due idee piuttosto chiare e distinte nella difesa delle loro libert contro lImpero: una era lasserito diritto di essere liberi da qualsiasi controllo esterno sulla loro vita politica, in altre parole la rivendicazione della propria sovranit; laltra consisteva nella riaffermazione del corrispondente diritto di autogovernarsi come reputavano pi opportuno, ossia nella difesa delle loro strutture repubblicane esistenti189.

Il significato di libert come indipendenza dallImperatore e come diritto allautogoverno lo si ricava dai testi di natura giuridica che, a partire dalla fine del secolo XII, furono scritti copiosi sotto forma di glosse al codice civile romano che, dalla fine del secolo precedente, veniva usato come strumento teorico e pratico per gli studenti di diritto delle universit di Ravenna e di Bologna. Dai codici antichi emergeva senza possibilit di confutazione la tesi che il princeps, equiparato allImperatore del Sacro Romano Impero, dovesse essere considerato lunico sovrano e reggitore del mondo. Ci implicava sostiene Skinner che fino a quando si fosse continuato

187 188

delle repubbliche italiane, a cura di P. Schiera, Bollati Boringhieri, Torino, 1996; p. 5. considerata come principio ideale delle istorie italiane, in Opere scelte, a cura di D. Castelnuovo Frigessi, Einaudi, Torino, 1972; vol. IV, p. 123. 189 Ivi; pp. 52-53.

DE SISMONDI, S., Storia CATTANEO, C., La citt

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ad usare il metodo letterale dei glossatori nellinterpretazione del diritto romano, i Comuni non avrebbero avuto alcuna possibilit di rivendicare qualsiasi indipendenza de jure dallImpero190. Il risultato di questa interpretazione era di negare ai Comune qualsiasi forma di autorit, di libert e di autonomia. Quindi, se i Comuni volevano affermare le loro rivendicazioni dovevano giustificarle sul piano giuridico cambiando il modo di pensare dei giuristi nei confronti dei testi del diritto antichi, avviando una nuova operazione di interpretazione e comprensione di questi testi. Il primo protagonista di questo orientamento fu un giurista del secolo XIV, Bartolo di Sassoferrato, il quale, di fronte alle minacce imperiali, appront una modifica nella prospettiva interpretativa dei testi antichi col tentativo di fornire ai Comuni lombardi e toscani un alinea di difesa giuridica e non meramente retorica della loro libert nei confronti dellImpero191. Prima di tutto Bartolo si stacc dal modo proprio dei glossatori di intendere il conflitto tra la legge e i fatti. Questi sostenevano che fosse sempre linterpretazione letterale della legge a dover guidare e dirigere i fatti, mentre Bartolo si impegn a dimostrare che il conflitto si sarebbe risolto solo a condizione che la legge si fosse adeguata ai fatti. Questa tesi serviva a Bartolo per perorare la causa dei Comuni contro le pretese di sovranit dellImpero. Infatti, bench il giurista riconoscesse lImperatore come unico dominus mundi, tuttavia sosteneva che vi sono popoli che non gli obbediscono, tra cui quelli di alcune citt dellItalia settentrionale. Queste citt, osserva Bartolo, essendo abitate da gente libera che in grado di fare leggi e di autogovernarsi, prospettano una diversa situazione giuridica che consolidata dai fatti. Quindi, la legge e lImperatore devono essere disposti ad accettare la situazione de facto. Il merum Imperium una prerogativa di queste citt in quanto non vi nessuna autorit superiore riconosciuta se non la popolazione stessa, la quale possiede in particolare lo stesso potere che lImperatore possiede in generale. Ma bene sottolineare che questo merum Imperium non deve essere concesso alle citt dallImperatore, in quanto non deve trattarsi altro che di una
190 191

Ivi; p. 54. Ivi; p. 86.

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sovranit riconosciuta dal punto di vista giuridico per il semplice fatto che la legge deve adeguarsi ai fatti. Il passo successivo compiuto da questo giurista, le cui glosse ai testi antichi sono state da Skinner considerate di notevole importanza, consistito nella dichiarazione che se un popolo libero di scegliere i suoi ordinamenti allora il suo sistema politico deve essere quello dellautogoverno repubblicano. In un suo commento al Digesto giustinianeo (In I Partem Codicis Commentaria) dove Bartolo discute del diritto al ricorso in appello, il giurista sostiene che nelle libere citt il giudice in appello pu anche essere il popolo, poich esso costituisce unentit superiore ed quindi simile a un Imperatore. Ma a un certo punto della storia dellItalia comunale lImperatore non fu la sola autorit che costituiva un pericolo per lesercizio dellautogoverno repubblicano. Dopo di esso, infatti, e dopo che le pretese imperiali furono frustrate e mortificate dalla resistenza dei Comuni, fu il Papa a tentare di estendere la sua sovranit sullItalia settentrionale. Durante la lotta dei Comuni italiani contro lImpero il Papa era stato un alleato che aveva sostenuto le pretese di libert delle citt del nord Italia nei confronti del potere imperiale. Una volta che lImpero non costitu pi un pericolo fu lo stesso Papato a incominciare ad aspirare al dominio del Regnum Italicum. Alessandro III, Urbano IV, Gregorio X, Martino IV, Nicola IV, Bonifacio VIII pi volte tentarono di intromettersi tra le fazioni delle citt comunali con lo scopo di imporre in maniera surrettizia la loro autorit. Quando i Comuni percepirono la minaccia politica e propagandistica del Papato iniziarono a rivendicare anche contro di esso le prerogative di ingerenza e di autogoverno. Tra le voci che per prime si levarono per allontanare lingerenza papale le pi importanti furono quelle di Dante e quelle di Marsilio da Padova. I linguaggi individuati da Skinner in questi due autori che sostengono la non interferenza papale nelle questioni politiche non sono pi quello della libert e dellautogoverno, propri della battaglia ideologica contro lImpero, ma quello della pace, e del governo secolare.

126

Nel De Monarchia, opera scritta tra il 1309 e il 1313, Dante analizza le cause della mancanza di pace e tranquillit in Italia e ne individua due principali: la negazione della legittimit dellImpero e la falsa credenza per cui lautorit imperiale dipenda dallautorit della Chiesa. Sebbene Dante fosse un sostenitore della sovranit assoluta dellImperatore egli si trova in armonia e accordo con lideologia comunale quando afferma che proprio il governo dellImperatore garantirebbe la libert al suo massimo livello in quanto il governo monarchico garantisce agli uomini di dipendere da se stessi e non da altri. In maniera pi sistematica, il problema del tentativo di papale di interferire con gli affari delle citt libere italiane fu affrontato da Marsilio da Padova nel Defensor Pacis, opera completata nel 1324. Anche in questopera, Skinner vi rileva un linguaggio teso a sostenere unideologia della difesa delle libert tradizionali contro il Papato. Scrive lo storico di Cambridge:

La soluzione proposta da Marsilio consiste essenzialmente nella semplice ma audace affermazione che i governanti della Chiesa hanno del tutto frainteso la natura della Chiesa stessa nel presupporre che essa sia il tipo di istituzione capace di esercitare qualsiasi giurisdizione legale, politica o in altre forme coattiva 192.

Marsilio ricorda che Cristo mostr il suo convincimento di dare a Cesare quel che di Cesare pagando un tributo in denaro. Marsilio fece quindi intendere che gli uomini di Chiesa erano soggetti al giudizio dei governanti di questo mondo e che la Chiesa fondata da Cristo non fosse assolutamente da considerare un organo giurisdizionale. La plenitudo potestatis rivendicata dai papi secondo Marsilio un derivato della interpretazione errata dei testi sacri. Il Papa non solo deve sottostare al potere del Concilio ma egli non pu rivendicare alcuna autorit secolare, la quale esclusiva prerogativa del legislatori humanus fidelis, termine usato da Marsilio per definire il pi elevato potere secolare di ciascun Regno o Comune193.
192 193

Ivi; p. 70. Ivi; p. 73.

127

Essendo solo il legislatore umano il solo legittimato alla giurisdizione sugli individui, Marsilio conclude che ogni tentativo papale di assicurarsi il dominio dellItalia settentrionale deve essere accantonato perch si tratterebbe di una usurpazione o di una conquista delle giurisdizioni che propriamente appartengono esclusivamente alle autorit secolari194.

6.2 La retorica della libert

La storiografia del pensiero politico solitamente sostiene che il lessico del repubblicanesimo non compaia in Italia se non prima dellinizio del Quattrocento. Invece, a proposito dellideologia repubblicana, scrive Skinner: Si pu sostenere che gli studiosi del pensiero politico rinascimentale non hanno dato il giusto rilievo al sorgere di questa ideologia nel tardo duecento e nel primo trecento195. Rispetto alla storia del pensiero politico repubblicano elaborata da Pocock, che fa riferimento allideale della virt repubblicana come a un tema proprio del lessico degli Umanisti, Skinner elabora una storia del repubblicanesimo i cui temi e i cui linguaggi vengono utilizzati e fatti propri gi dai giuristi del tardo Duecento. I motivi di questa convinzione lo storico di Cambridge li individua grazie alla constatazione che gli scrittori di quel periodo che si occuparono delle teorie dellautogoverno repubblicano disponevano di due diverse tradizioni in cui si potessero riscontrare il vocabolario e i valori della libert civile. La prima era quella della retorica che, in quegli anni, si stava affermando come disciplina autonoma nelle universit dellItalia settentrionale. La seconda, invece, derivava dagli studi dei testi della Scolastica. Il pensiero e il linguaggio della libert repubblicana divenne sempre pi pervasivo nei pensatori duecenteschi allorch lesperienza comunale, che aveva determinato interminabili e sanguinose lotte tra fazioni, si concluse con il passaggio del potere a un despota (signore) con lo
194 195

Ivi; pp. 74-75. Ivi; p. 83.

128

scopo di riportare ordine e pace alla comunit. Tuttavia, questo processo non ecliss del tutto lideale di libert e di autogoverno che aveva caratterizzato gli anni precedenti, e proprio la tradizione retorica e quella Scolastica dimostrano che non era del tutto sopito lo slancio intellettuale di chi rifiutava la signoria:

Entrambe queste tradizioni [quella retorica e quella Scolastica] resero possibile ai protagonisti delle libert repubblicane di concettualizzare e difendere i valori peculiari della loro esperienza politica, ed in particolare di argomentare che era possibile curare il male delle fazioni e, di conseguenza, che sostenere la libert poteva essere compatibile con la conservazione della pace196.

Per capire come la retorica avesse influenzato il pensiero politico bisogna comprendere gli scopi pratici dellinsegnamento della retorica stessa. In un primo tempo, a Bologna, si insegn ai giovani il modo appropriato di redigere lettere ufficiali con la massima chiarezza e forza di persuasione197. Per questo scopo furono scritti dei manuali tra cui si ricordano quello di Adalberto Samaritano dal titolo Praecepta dictaminum e le due opere di Boncompagno da Signa Rhetorica antiqua e Retorica Novissima che stabilivano le rigide regole in base alle quali scrivere le lettere ufficiali. Ma attraverso questi modelli che i dictatores dellArs Dictaminis insegnavano si and lentamente insinuando la consapevolezza che si stava andando oltre le formule retoriche e si stava iniziando ad occuparsi di questioni di legge e di questioni politiche delle citt italiane. LArs Dictaminis si un, quindi, progressivamente allArs Aregendi, cio larte di pronunciare discorsi ufficiali in pubblico, e le due discipline si riunirono in una nuova figura che al tempo stesso riuniva il retore e il pensatore politico. Dal punto di vista letterario, leffetto immediato fu quello della creazione di due diverse correnti di pensiero nellambito della politica. La prima riguardava quella rintracciabile nelle

196 197

Ivi; p. 84. Ibid.

129

cronache cittadine, le quali determinarono la comparsa di una nuova storiografia civica dotata di uno stile consapevolmente retorico e propagandistico rispetto a quelle provvidenzialistiche curate dai sacerdoti nei secoli precedenti. Queste cronache spesso esortavano i cittadini a prendere le armi per difendere i propri interessi e le proprie libert dagli usurpatori e celebravano i valori repubblicani come valori da tutelare e conservare. Laltra corrente di pensiero gener un tipo di letteratura che discendeva direttamente dallArs Dictaminis, e riguardava la raccolta di consigli destinati ai principi. Gli autori di questi trattati non si limitarono a presentare esclusivamente le loro opinioni in merito alla politica, ma ebbero la presunzione di presentarsi direttamente come i naturali consiglieri politici dei governanti e degli stati-citt198. Il tema che pi presente in questa letteratura, e che tender a definire un genere, quello dellinvito al principe a fare ricorso alla virt, un argomento che non solo ha pervaso la ricostruzione storica del pensiero politico moderno di Pocock, ma che anche Skinner rileva come tema principale della politica dellepoca moderna, anche se la sua analisi si ferma a un modello letterario che, seppure verr fatto proprio da quel grande affresco del genere che Il Principe di Machiavelli, non ha tuttavia secondo lo storico di Cambridge lo stesso peso teorico che avr la concezione di libert, almeno per ci che riguarda il linguaggio dellideale repubblicano. La Scolastica laltra tradizione di pensiero a cui i sostenitori delle libert repubblicane poterono attingere per sostenere le loro tesi. Fu la traduzione in latino delle opere aristoteliche le quali, a partire dallinizio del secolo XII giunsero in Italia da Cordova tradotte in arabo, a gettare le basi della Scolastica. I testi morali e politici dello stagirita, in un primo momento, furono considerati pericolosi a causa della loro concezione contrastante con quella di Agostino. La Politica di Aristotele considerava la politica una creazione assolutamente umana finalizzata alla realizzazione di fini umani e mondani. Egli non registrava alcuna escatologia nellorganizzazione politica ma, invece, sosteneva la vita civile della polis come un ideale fine a se stesso.
198

Ivi; p. 92.

130

Il giurista Bartolo pi volte cita Aristotele con lo scopo di adattare la teoria aristotelica sulla societ politica in modo da diagnosticare quali fossero le debolezza interne dei Comuni italiani e cercare di porvi rimedio199. Ma chi meglio di ogni altro riusc a diagnosticare le cause della debolezza dei Comuni fu Marsilio, e lo fece sviluppando una teoria della sovranit popolare attinta dal linguaggio dellopera aristotelica. Marsilio lamenta nel Defensor pacis la mancanza di autogoverno nelle citt italiane e la lacerazione dovuta alla discordia tra le fazioni. La sua preoccupazione di chiedersi come possa un sistema di governo cos ammirato essere cos esposto allavvento dei despoti. La sua risposta si avvale del linguaggio dellaristotelismo e del tomismo in quanto sostiene che il tema scolastico della pax et concordia rappresenti il valore pi alto della vita politica. In fondo anche nel titolo della sua opera sottolineato il tema della pace. Tommaso aveva riproposto, sia nella Summa theologica che in un trattato incompiuto dal titolo De Regno sive De Redimine Principatum, che la pace forniva i mezzi per sostenere il bene e la sicurezza del popolo200 e Marsilio ripropone questa tesi nel Defensor pacis quando sostiene che la causa della perdita della libert dei Comuni italiani sia da attribuire al verificarsi di situazioni contrarie alla pace e alla tranquillit. Sono stati la discordia e lantagonismo delle fazioni a spiegare i disordini del Regnum Italicum e la fine del periodo comunale. Il tema delle discordie civili come nemico della libert comune a tutti i pensatori scolastici, i quali si chiedono pure come sia possibile che ci accada. La loro risposta consiste nellinsistere sulla necessit di accantonare tutti gli interessi di parte ed identificare il bene di ogni singolo cittadino con quello della citt nel suo complesso201. un impegno che i filosofi della Scolastica esprimono attraverso il concetto di bene comune, ossia attraverso il tentativo di far convergere gli interessi della comunit con gli interessi dei singoli.

199 200

Ivi; p. 119. TOMMASO DAQUINO, De Regno sive De Redimine Principatum, cit. in SKINNER, Q., Le origini, op. cit., p. 127. 201 SKINNER, Q., Le origini, op. cit., p. 129.

131

Su questo tema, i retori e gli scolastici divergono, poich i consigli politici che loro ritengono opportuno fornire sono in contrasto tra loro. I teorici scolastici non credono che le discipline retoriche siano importanti nella vita politica, non essendo esse altro che un modo per decorare i discorsi. Per questo motivo questi si dedicano poco ai consigli da dare ai governanti per rivolgersi in primo luogo alle riflessioni sullapparato di governo.

Pi che come moralisti, essi si presentano come analisti politici, in quanto ripongono le proprie speranze di come meglio promuovere il bene comune ed il regno della pace non gi sulle virt degli individui, bens sullefficacia delle istituzioni202.

Poich gli autori scolastici pensano che il maggior pericolo contro la pace sia caratterizzato dagli interessi delle fazioni, essi, invece di moniti e di consigli morali, propongono riforme che riducano al minimo gli scontri tra le fazioni. Marsilio propone, per evitare che ci accada, di non dividere le funzioni dei magistrati e di fare in modo che non si creino fazioni nella citt ribadendo che il governo appartiene al popolo tutto, ossia allintero corpo cittadino. Marsilio qui spinto a una rivalutazione della tesi sulla sovranit popolare che solo in parte il vocabolario della politica scolastica aveva sostenuto. Skinner rileva che mentre Tommaso si limita a scrivere nella Summa theologica che, pur essendo il consenso del popolo essenziale al fine di fondare una societ politica legittima, latto stesso di insediare un governante implicava in tutti i casi da parte dei cittadini lalienazione pi che la delega della loro potest sovrana originaria Marsilio, invece, sostiene la tesi opposta del popolo che continua sempre ad essere sovrano e legislatore sia quando fa le leggi da se stesso sia quando attribuisce a qualcun altro la funzione di legiferare. Scrive, a proposito, Skinner:

202

Ivi; p. 132.

132

Per Marsilio, anche se il popolo acconsente a trasferire il diritto di esercitare la propria sovranit ad un governante supremo o ad un magistrato, essi non possono mai divenire il legislatore in senso assoluto, ma solo in senso relativo e per un periodo di tempo particolare. La suprema autorit deve costantemente rimanere nelle mani del popolo stesso, che pu sempre controllare o perfino rimuovere i suoi governanti, se non agiscono secondo i poteri, strettamente limati, a loro conferiti203.

6.3 La libert repubblicana

Ritornando al discorso sulla la retorica, Skinner ne traccia una storia che evidenzia come a cavallo dei secoli XIII e XIV gli studi retorici subirono linfluenza sempre pi pervasiva degli esempi antichi. Nel XIII secolo luniversit di Parigi accolse dictatores i cui modelli teorici e stilistici erano fermamente ancorati a quelli dei testi classici. Questa nuova forma di approccio alla retorica si diffuse rapidamente a Padova e Arezzo. Emersero personaggi di spicco come Lovato Lovati, che studi gli effetti metrici delle tragedie di Seneca e Guido dArezzo, che accus i fiorentini di avere contribuito alla sconfitta di Montaperti nel 1260 per colpa del gioco distruttivo delle fazioni. Ma tra i personaggi di spicco va annoverato Brunetto Latini, i cui Li Livres dou Tresor costituiscono lopera di un dictator della nuova scuola, in quanto accomuna ad informazioni e consigli pi convenzionali, estese citazioni da Platone, Seneca, Sallustio, Giovenale e specialmente Cicerone204. Linnovazione pi importante che si trova in questi autori, i quali si trovarono a scrivere proprio durante quel drammatico passaggio dalla civilt comunale a quella della signoria, nel carattere sistematico degli argomenti politici esposti. Essi non persero fiducia nelle perdute tradizioni repubblicane:

203 204

Ivi; p. 136. Ivi; p. 101.

133

Di fronte alla possibilit di estinzione di unintera tradizione politica, essi reagirono elaborando la prima vera e propria difesa dei valori politici repubblicani. Attingendo dal background letterario e retorico che abbiamo delineato, essi procedettero a sviluppare unideologia consacrata non solamente a sostenere i valori centrali delle libert repubblicane, ma anche volta ad analizzare le cause della loro vulnerabilit e ad accertare quali fossero i metodi migliori per tentare di assicurarne la continuit205.

Una ideologia, quella di questi uomini, che venne esposta per mezzo di una struttura di pensiero dal carattere argomentativo rigoroso e il cui punto di partenza rappresentato dallideale di libert, vista nel suo significato tradizionale di indipendenza e autogoverno206. Leffetto pi immediato della nuova retorica fu soprattutto quello di rivedere la storia di Roma e di rivalutare il periodo repubblicano rispetto a quello imperiale. Il motivo di questa rivalutazione risiede nel fatto che furono gli autori latini di quel periodo a fornire una idea di libert il cui linguaggio fu ripreso nellItalia settentrionale del Duecento e del Trecento poich fu in grado di fornire le coordinate semantiche necessarie per rispondere alle inquietudini del fallimento dellesperienza comunale. Ma questo linguaggio intraprese poi un percorso che lo port ad attraversare il Rinascimento e lideale machiavelliano della repubblica delineato nei Discorsi sopra la prima deca di Tito Livio per sbarcare sulle coste inglesi negli anni immediatamente successivi alla decapitazione di Carlo I e la proclamazione del Commonwealth. Questa la ragione per cui lidea di libert che secondo Skinner alla base dei valori repubblicani verr qui seguita abbandonando un percorso rigidamente storico-cronologico per scorgerla invece nel suo apparire proprio nei testi di quegli studiosi inglesi del diritto romano del secolo XVII, i quali avevano sostenuto la necessit di rivalutare un tipo di linguaggio della libert che fosse alla base dei valori della societ repubblicana, linguaggio gi apparso nel vocabolario giuridico romano e che per

205 206

Ivi; p. 103. Ibid.

134

questo motivo Skinner ribattezzer come il linguaggio proprio della teoria neo-romana della libert. Gi i difensori delle citt del nord Italia fondavano la loro cultura giuridica sulla tradizione del diritto romano, ma fu a partire dal 1642, cio quando scoppi la guerra civile in Inghilterra, che le questioni relative ai rapporti tra la libert civile e lobbligazione politica furono risolte avendo come riferimento teorico i testi degli storici e dei moralisti romani. Scrittori inglesi impegnati nella propaganda repubblicana come Henry Neville, Argernon Sidney, Marchamont Nedham, John Hall, Francis Osborne, John Milton, James Harrington sono accomunati dal fatto di avere esposto una teoria della libert piuttosto condivisa:

Il primo dei loro assunti condivisi che qualsiasi discussione di ci che significa per un singolo cittadino possedere o perdere la libert deve essere collocata nel contesto della spiegazione di ci che significa per unassociazione civile essere libera207.

La libert di cui questi autori parlano non quella del suddito hobbesiano di fare qualunque cosa egli voglia fino a quando la legge non glielo impedisca con lobbligo, e non neppure quella del liberalismo di matrice lockiana. In generale, si pu con certezza affermare che non si tratta di nessuna concezione sulla libert che investe la sfera individuale, ma piuttosto si tratta della libert propria delle repubbliche e del governo libero.

La chiave per capire ci che questi scrittori hanno in mente quando predicano la libert di intere comunit sta nel riconoscere che essi assumono nel modo pi serio possibile lantica metafora del corpo politico 208.

207

SKINNER, Q., Liberty Before Liberalism, C.U.P., Cambridge, 1998; trad. it. a cura di M. Geuna, La libert prima del liberalismo, Einaudi, Torino, 2001; p. 21. 208 Ivi; p. 22.

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Questi autori fanno propria lanalogia tra corpo naturale e corpo civile e la utilizzano per spiegare in che modo luno e laltro siano suscettibili di perdere la loro libert. Come gli individui sono liberi di agire a condizione che non vi siano impedimenti che limitino la loro volont, allo steso modo i corpi politici sono liberi a condizione di non subire costrizioni. Gli stati, quindi, sono liberi solo se sono in grado di autogovernarsi, cio solo se i loro membri sono gli unici a determinare le azioni del corpo politico. Questo tipo di concezione trae ispirazione dai Discorsi di Machiavelli, il quale a suo tempo dichiar di volere porre il ragionare di quelle cittadi che hanno avuto il loro principio sottoposto a altrui e di quelle che hanno avuto il principio lontano da ogni servit esterna, ma si sono subito governate per loro arbitrio209. Parlando di queste ultime il segretario fiorentino mette in rilievo la loro capacit autogovernarsi e di custodire le loro libert. La conseguenza di questo assunto che se una repubblica vuole essere considerata libera, le sue leggi devono essere approvate con il consenso di tutto il corpo politico. Se ci non accade, il corpo politico agir spinto da una volont diversa dalla sua e sar di conseguenza privo della sua libert. Parlare di corpo politico dotato di volont non significa riferirsi ad una sostanza metafisica, quanto piuttosto alla somma delle volont dei cittadini che si esprime in una maggioranza. Sebbene nella sua isola di Oceana Harrington abbia indicato la difficolt di un tipo di governo che coinvolga tutti i cittadini, gli scrittori inglesi del secolo XVII trovano la soluzione a questa difficolt concordando sul fatto che il popolo esprime una maggioranza che elegge una assemblea nazionale che rappresenta tutta la massa popolare. Il popolo , allora, libero se riesce ad esprimere da se stesso le leggi che lo governano e se libero di nominare dei rappresentanti. Ma questa condizione non sufficiente alla garanzia della libert civile. Gli scrittori inglesi di cui Skinner si occupato si pongono tutti il problema di quegli stati che non sono governati dalla volont dei cittadini ma piuttosto da qualche volont
209

MACHIAVELLI, N., Discorsi sopra la prima deca di Tito Livio, op. cit.; I.2, p. 109.

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che non sia il corpo politico nel suo insieme. Cos come la singola persona che non pu pi governarsi con la sua volont vive in condizione di schiavit, allo stesso modo i corpi politici sono privati della libert quando sono governati da una volont diversa da quella che essi sono in grado di esprimere. Ancora una volta Machiavelli lispiratore di questa tesi. Distinguendo le citt che hanno avuto principio libero da quelle che non hanno avuto la loro origine libera210 queste ultime vengono descritte come citt in condizione di schiavit. La matrice intellettuale di questa teoria machiavelliana da rintracciare negli storici e nei moralisti romani i quali, a loro volta, derivavano questi punti di vista quasi interamente dalla tradizione giuridica romana, tramandata e custodita nel Digesto. proprio dalle pagine del Digesto che si ricava il concetto di schiavit individuale in opposizione a quello di libert. Ma la distinzione che qui viene operata piuttosto sottile, in quanto analizza la condizione di schiavit tenendo presente unulteriore distinzione riguardante il diritto delle persone: la distinzione tra coloro i quali sono sui iuris, sottoposti alla loro propria giurisdizione o diritto, e coloro i quali non lo sono211. Cos come uno schiavo resta tale pure se il suo padrone magnanimo oppure assente, poich resta comunque soggetto al potere di unaltra persona, allo stesso modo uno stato non garantisce la libert politica se resta nella condizione di obnoxius cio permanentemente soggetto alla volont altrui. Gi Sallustio, nel De coniuratione Catilinae, lamenta il fatto che quando la repubblica aveva consegnato il diritto e lautorit nelle mani di pochi, tutti gli altri membri dello stato furono resi obnoxii, ossia costretti a vivere in una situazione di costante sudditanza nei confronti dei primi. E questa condizione equivale alla perdita della libert civile. Ma, secondo Skinner, questo modo di concepire la libert civile come condizione di non dipendenza dalla volont di una parte dei cittadini oppure di uno stato , pi di altre, una eredit liviana: I primi sei libri delle Storie sono per lo pi dedicati a descrivere come il popolo di Ro210 211

Ivi; I.1; p. 105. SKINNER, Q., La libert prima del liberalismo, op. cit.; p. 31.

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ma si liber dai suoi primi re e si ingegn a cercare un stato libero212, scrive lo storico inglese. E continua sottolineando come Tito Livio abbia parlato dello stato libero come di uno stato in grado di produrre da s le leggi e in cui tutti i cittadini fossero da considerare ugualmente soggetti allimperium delle leggi e non degli uomini. Sul rapporto tra legge e libert, va poi ricordato che ne hanno sostenuto lo stretto legame anche Sallustio, che riporta un discorso di Emilio Lepido il quale proclama la libert del popolo romano perch obbedisce solo alle leggi, e Cicerone, che nellorazione Pro Cluentio afferma: legum idcirco omnes servi sumus ut Liberi esse possimus (siamo quindi tutti servi delle leggi per poter essere liberi) 213. Sostenere limperium delle leggi significa sostenere che il mantenimento della libert civile sottoposto al tipo di governo che regge uno stato: una monarchia, in cui a governare un solo uomo, incompatibile con la libert pubblica; mentre la repubblica garantisce quel tipo di governo il cui tratto distintivo lassenza della condizione di schiavit. Il governo repubblicano garantisce, poi, non solo vantaggi ai cittadini ma alla repubblica tutta, dirigendola verso la grandezza. Il motivo lo spiega Machiavelli:

La ragione facile a intendere, perch non il bene particulare ma il bene comune quello che fa grandi le citt. E sanza dubbio questo bene comune non osservato se non nelle repubbliche []. Al contrario interviene quando vi uno principe, dove il pi delle volte quello che fa per lui offende la citt []214.

Secondo il segretario fiorentino gli stati che vivono in libert, essendo che i loro cittadini si sentono tutti dei principi, in quanto vivono in condizione di libert e non di schiavit, possono ambire alla conquista e allaccrescimento dei loro territori. come se le repubbliche riuscissero ad esercitare una forza politica di tipo centripeto, in base alla quale i suoi cittadini devono costan-

212 213

Ivi; p. 34. Cfr. VIROLI, M., Repubblicanesimo, Laterza, Roma-Bari, 1999; p. 32. 214 MACHIAVELLI, N., Discorsi sopra la prima deca di Tito Livio, op. cit.; II.2, p. 241.

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temente difendere la loro prerogative di libert e di sovranit, e una forza politica di tipo centrifugo, tesa ad allargare il potere verso lesterno, quasi a dare sfogo a un surplus di sovranit. Per concludere, si vuole solo porre in evidenza che diverso risultato il percorso tracciato da Skinner per disegnare il cammino della teoria repubblicana, rispetto a quello di Pocock. Skinner partito dalla Roma repubblicana per giungere, attraverso i secoli di Bartolo, di Marsilio e di Machiavelli, nellInghilterra del periodo rivoluzionario, mentre Pocock era partito da un altro punto geografico dellantichit, la polis di Aristotele, per sbarcare sulle coste atlantiche degli attuali Stati Uniti. Sebbene i due storici del pensiero politico abbiano fatto ricorso al medesimo metodo di ricerca storica per sostenere teoreticamente il loro lavoro, le storie del repubblicanesimo che sono emerse dai loro testi hanno mostrato di prendere, come abbiamo visto, direzioni non convergenti. Questa differenza storica non resta fine a se stessa. Le due diverse concezioni del vivere civile hanno indicato anche due distinte vie e due diversi linguaggi per la discussione relativa alle questioni di teoria politica. Se da un lato la concezione neo-aristotelica di Pocock ha sollecitato i teorici del comunitarismo ad affermare la natura politica degli individui, dallaltro lato lideale di libert repubblicano descritto da Skinner ha incoraggiato la ricerca dei teorici del liberalismo. La differenza, quindi, delle storie del repubblicanesimo che i due storici di lingua inglese hanno tracciato, ha, di volta in volta, spinto gli interessi degli scienziati della politica a rivolgere i loro interessi ora a uno storico ora allaltro, con il fine di sostenere diversi apparati teorici in merito alla natura del rapporto politico. Sar compito dellultima parte di questo lavoro cercare di esporre nella maniera pi chiara possibile questaspetto importante dellopera di John Pocock e di Quentin Skinner.

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PARTE TERZA TEORIA

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Capitolo 7 Conclusioni teoriche

7.1 Una teoria della libert

La tesi di Skinner sulle caratteristiche della libert repubblicana presenta dei tratti caratteristici rispetto alle precedenti concezioni della libert politica. Sia essa stata esposta dai teorici del liberalismo classico o dai teorici della filosofia analitica, la concezione della libert non ha avuto, prima di Skinner, una spiegazione dettagliata in merito ai linguaggi utilizzati per esprimerla. La teoria repubblicana illustrata da Skinner presenta due fondamentali caratteristiche in merito allidea politica di libert: in primo luogo la libert intesa come assenza di interferenza e in secondo luogo come assenza di dominazione o dipendenza da parte di individui o istituzioni. Non sufficiente rilevare lassenza di agenti esterni che interferiscono con le azioni che gli individui desiderano compiere per parlare di libert politica, ma necessario, come insegna la teoria neo-romana della libert, che i cittadini non dipendano da qualche individuo o da qualche istituzione che in ogni momento possano opprimere gli obiettivi che le persone vogliono perseguire. sulla sottile differenza tra interferenza e dipendenza che si gioca la partita semantica dellidea di libert: mentre linterferenza unazione, o un ostacolo allazione, la dipendenza un condizionamento della volont che ha come segno distintivo il timore215. E se il timore (inteso come preoccupazione costante che qualcuno possa interferire sullagire libero di qualcun altro) non allontanato dallambito dellassociazione politica, non possibile che un cittadino possa sperimentare la libert.
215

VIROLI, M., Repubblicanesimo, op. cit.; pp. 20-21.

141

La teoria neo-romana della libert , quindi, una teoria decisamente esigente della libert216 che prende con risolutezza le distanze dalle concezioni elaborate in precedenza, specialmente da quella liberale:

Che cosa separa, allora, la concezione neo-romana della libert da quella liberale? Ci che gli scrittori neoromani ripudiano, avant la lettre, lassunzione chiave del liberalismo classico secondo cui la forza o la minaccia coercitiva del ricorso ad essa costituiscono le uniche forme di costrizione che interferiscono con la libert individuale. Gli scrittori neo-romani insistono, per contro, che il vivere in una condizione di dipendenza , in se stesso, una fonte ed una forma di costrizione. Riconoscere di vivere in una tale condizione, questo atto di per se stesso sufficiente a costringerti a non esercitare alcuni tuoi diritti civili 217.

Lassenza di dipendenza fondamentale, insieme allassenza di interferenza, alla realizzazione di quella forma di libert politica che ha caratterizzato il pensiero repubblicano. Se per il pensiero liberale sufficiente che non vi siano forme di costrizione che opprimano la libert dellindividuo, per il repubblicanesimo, invece, vi bisogno dellelemento supplementare della non dipendenza per la realizzazione del vivere civile. A riconoscere lassenza di dominazione o dipendenza come elemento fondamentale della libert repubblicana stato, prima di Skinner, Philip Pettit218, le cui teorie sono confluite in un testo che ha per titolo Republicanism. A Theory of Freedom and Government. Rispetto a Skinner, per il quale la libert repubblicana contempla sia lassenza di interferenza che di dominio, Pettit sostiene s che libert repubblicana comprenda lassenza di dominio e di interferenza, ma ritiene questultima meno significativa rispetto alla mancanza di dominazione. La sua idea di non dominio consiste nella condizione di cui si gode quando si vive in presenza di altri individui e quan216

Cfr. VIROLI, M., Repubblicanesimo, op. cit., p. 20 sgg; GEUNA, M., La libert esigente di Quentin Skinner, Introduzione a Skinner, La libert prima del liberalismo, op. cit., p. xxviii. 217 SKINNER, Q., La libert prima del liberalismo, op. cit.; p. 55. 218 Scrive Skinner nella Prefazione a Libert prima del liberalismo: Sono consapevole del fatto di avere uno speciale debito nei confronti di Philip Pettit e dei suoi scritti sulla libert, dai quali sono stato profondamente influenzato, op. cit.; p. 4.

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do, in virt di un progetto sociale, nessuno occupa una posizione predominante219. Solo a questa condizione, secondo Pettit, possibile realizzare lideale di libert proprio della repubblica. Egli pone laccento sullaspetto del non dominio perch sostiene di non avere mai ritrovato negli scrittori politici repubblicani una critica significativa alle limitazioni che la legge pu imporre agli individui, i quali accettano le restrizioni della libert qualora questa sia prescritta dalla legge stessa220. Sebbene la concezione di Skinner sia decisamente pi composita rispetto a quella di Pettit, si pu comunque affermare che entrambi negano che la libert politica sia una forma di libert positiva. Il dibattito sul concetto di libert, inaugurato dal saggio di Isaiah Berlin del 1958, Two Concepts of Liberty, si era concentrato, nel quadro della filosofia politica di stampo analitico, sulla distinzione tra libert positiva e libert negativa. Nel descrivere la libert negativa Berlin aveva ripreso la concezione sulla libert dei moderni di Benjamin Constant,221 distinguendo la libert positiva, che consiste nel desiderio dellindividuo di essere padrone di se stesso222 e nel desiderio di governarsi e di partecipare al processo grazie al quale la sua vita gestita e controllata, dalla libert negativa, cos definita perch si realizza grazie alla mancanza di forze coercitive che impediscono lagire umano:

Normalmente si dice che io sono libero nella misura in cui nessun individuo o gruppo di individui interferisce con la mia attivit. In questo senso la libert politica semplicemente larea entro cui una persona pu agire sen-

219

PETTIT, P., Republicanism. A Theory of Freedom and Government, Oxford University Press Inc., New York, 1997; trad. it. di Costa P., Il repubblicanesimo. Una teoria della libert e del governo, Feltrinelli, Milano, 2000; p. 85. 220 Per una descrizione storica del governo della legge rispetto a quello degli uomini si veda il par. 6.3. 221 Quando Constant si chiede cosa significhi la parola libert, cos risponde: per ognuno il diritto di essere sottoposto soltanto alle leggi, di non poter essere arrestato, n detenuto, n messo a morte, n maltrattato in alcun modo, per effetto della volont arbitraria di uno o pi individui, CONSTANT, B., La libert degli antichi, paragonata a quella dei moderni, Einaudi, Torino, 2001; p. 6. 222 BERLIN, I, Two Concepts of Liberty, in Four Essays on Liberty, Oxford University Press, Oxford, 1969; trad. it. di G. Rigamonti e M. Santambrogio, Due concetti di libert, ora in ID., Libert, Feltrinelli, Milano, 2005; p. 181.

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za essere ostacolata da altri. [] Perci si pu parlare di mancanza di libert politica soltanto se qualcuno ci impedisce il raggiungimento di un obiettivo 223.

Quentin Skinner si inserisce a pieno titolo in questo dibattito sulla libert negativa. Riprendendo la tesi di Berlin sui due concetti di libert, tesi che negli anni Ottanta fu discussa ampiamente nellambito della filosofia analitica224, Skinner sostiene che la concezione neo-romana una concezione negativa della libert. La libert proposta dai pensatori neo-romani si definisce per via negativa in quanto caratterizzata dallassenza di costrizione. Per costrizione, poi, Skinner intende, come si gi visto sopra, non solo lassenza di interferenza ma anche quella di dominio o dipendenza. Fino ad un certo punto, quindi, la concezione della libert neo-romana simile a quella dei pensatori liberali, per i quali la presenza della libert sempre segnata dallassenza di qualche cosa, e pi in specifico dallassenza di qualche forma di restrizione o di costrizione225, ma se ne distacca nettamente in quanto i liberali intendono la costrizione come lazione di uomini o istituzioni che ricorrono alla forza o alla minaccia con lo scopo di interferire con la libert individuale mentre per Skinner la costrizione intesa non solo come forma attiva di interferenza ma anche come esercizio di un potere in forza del quale gli individui sperimentano il pericolo costante che la loro libert subisca una interferenza. Rispetto a Pettit, per il quale la concezione della libert come non dominio costituisce una terza forma di libert226, dopo quella positiva e quella negativa, la posizione di Skinner non cos gravida di conseguenze teoriche suscettibili di determinare una nuova figura categoriale. Skinner intende la concezione neo-romana della libert come una forma particolare di libert negativa. Le sue idee e il suo linguaggio si muovono allinterno di una concezione dicotomica della libert,

223 224

Ibid., p. 172. Cfr. MACCALLUM, G. C., Negative and Positive Freedom, in (a cura di P. Laslett, W. G. Runciman e Q. Skinner) Philosophy, Politics and Society, Oxford University Press, Oxford, 1972; pp. 174-193. 225 SKINNER, Q., La libert prima del liberalismo, op. cit., p. 40. 226 PETTIT, P., The Republican Idea, in J. Braithwaite e P. Pettit, Not Just Deserts, Claredon, Oxford, 1990; pp. 54-85.

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insistendo sulle peculiarit della libert negativa e indicando la libert dei pensatori neo-romani come forma peculiare di questo tipo di libert derivante da un concetto pi ampio di costrizione.

7.2 Due teorie della cittadinanza

Skinner ritiene che la libert neo-romana non consista nellautodeterminazione della collettivit e nemmeno nella partecipazione politica. Se fosse cos si avrebbe una concezione positiva della libert. Invece egli sostiene che la libert dei pensatori neo-romani sia, come abbiamo visto sopra, una libert negativa. Questa presa di posizione teorica prevede che luomo non sia considerato un animal politicum et sociale, come voleva la tradizione tomistica, ma un essere costantemente esposto alla corruzione. Secondo lopinione di Skinner, la visione aristotelica e tomistica non costituisce lunica possibile alternativa alla definizione del cittadino. Sia la concezione dello stagirita 227 che quella di Tommaso, che disegnano luomo come un animale naturale sociale et politicum, sostengono che i fini umani abbiano un carattere fondamentalmente sociale. La piena realizzazione umana sarebbe, quindi, determinata dallimpegno nellattivit di partecipazione politica, e la libert di un uomo del genere sarebbe una libert decisamente positiva. Unidea del genere la si pu sicuramente ricavare dalla concezione della virt repubblicana di cui ha parlato Pocock, il quale ha sostenuto che i pensatori e gli scrittori repubblicani hanno difeso costantemente il primato della vita activa sulla vita contemplativa. La sua storia del pensiero repubblicano ha rilevato la presenza di idee aristoteliche che, passando attraverso Machiavelli e Harrington, hanno caratterizzato il linguaggio dei coloni americani. Lo storico neoze-

227

Scrive Aristotele: evidente che lo stato un prodotto naturale e che luomo per natura un essere socievole, Per natura, dunque, in tutti la spinta verso siffatta comunit. Politica, 1253a, op. cit.

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landese ha affermato che il cittadino di Machiavelli, nonch quello dei repubblicani inglesi e dei rivoluzionari americani, altro non sia che la reincarnazione dello zoon politikon aristotelico che realizza stesso per mezzo della partecipazione politica e per mezzo di una idea condivisa di bene comune. La conseguenza di questa tesi storiografica di Pocock stata quella di porre in rilievo lassenza di una spaccatura tra lidea antica e quella moderna di cittadinanza, come affermava il paradigma dei seguaci di Leo Strauss. Secondo Pocock non va assolutamente negata la prevalenza di un concetto di cittadinanza antica nel mondo cosiddetto moderno, poich vi stata una traduzione di un determinato lessico dalla polis ateniese alla Firenze del Quattrocento. Questo lessico stato da Pocock descritto come aristotelico:

La ragione di questa mia ostinazione che lidioma aristotelico articolava classicamente la posizione secondo la quale lessere umano era per natura un cittadino, che la cittadinanza era la forma nella quale questa materia doveva essere organizzata, e al tempo stesso definiva la cittadinanza come un rapporto di uguaglianza politica, attiva e discorsiva con altri esseri umani capaci di cittadinanza e di eguaglianza 228.

Lidea di cittadino che emerge da questa formulazione teorica non , scrive Pocock, quella di Hobbes, il quale delineava una alienazione delle armi al sovrano, e una alienazione del s alla rappresentanza, ma quella descritta da Harrington, il quale proponeva che sia le armi che la rappresentanza fossero entrambe nelle mani dellindividuo, dichiarando dunque che lindividuo non poteva essere se stesso, o conoscersi al cospetto di Dio se non esercitava capacit decisionali e se non praticava luguaglianza, e che non poteva far questo se non a condizione di possedere i fondamenti materiali del suo s politico229.

228

POCOCK, J. G. A., Cittadini, clienti e creditori: la repubblica come critica del mutamento storico, in (a cura di) VIROLI, M., Libert politica e virt civile. Significati e percorsi del repubblicanesimo classico, Fondazione Giovanni Agnelli, Torino, 2005; p.136. 229 Ivi; p. 142.

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Il cittadino , quindi, colui che realizza la sua natura solo attraverso la partecipazione alla vita della cosa pubblica e questa forma di concepire la cittadinanza ha una ascendenza antica che il mondo moderno ha ereditato. La realizzazione della natura umana si definisce piena e completa solo sulla base di una ideologia che la disegna come fondamentalmente morale e finalizzata a perseguire determinati fini normativi. In questo senso lambito di azione del cittadino prevede una convergenza tra libert e impegno civico fondata sul principio che lessenza della natura umana sia fondamentalmente sociale e politica, per cui solo allinterno del consorzio politico si realizza la possibilit di conseguire la piena libert perch la forma di associazione politica che dovremo conservare e difendere sar, naturalmente, proprio quella forma in cui la nostra libert di essere veramente noi stessi potr trovare la pi completa realizzazione230. Se lidea di cittadino che emerge dalla storia del repubblicanesimo di Pocock quella di un individuo che naturalmente votato agli affari e agli interessi della res publica, meno naturalistica invece la figura del cittadino che la teoria neo-romana della libert ha tratteggiato. La particolare forma di libert negativa prevista dalla teoria neo-romana presume la partecipazione del cittadino alle questione politiche non gi perch sia quella la sua destinazione naturale, ma perch se vuole conservare la res publica e salvarla dalla degenerazione tirannica il cittadino deve partecipare attivamente alle sue vicissitudini e alle sue vicende. A differenza dei filosofi politici aristotelici o scolastici, gli scrittori neo-romani non suggeriscono mai che vi siano alcuni specifici fini che dobbiamo realizzare per poter ritenere di essere completamente o veramente liberi231. Essi piuttosto sostengono che la libert vada conquistata, mantenuta e salvaguardata attraverso limpegno politico e la vita activa. Gli scrittori neo-romani hanno fatto ricorso alla metafora del corpo politico per spiegare che uno stato libero quando, come una persona, pu agire secondo la sua volont senza subire

230

SKINNER, Q., Lideale repubblicano di libert politica (1990), in Id., La libert prima del liberalismo, op. cit., p. 86. 231 Ivi; p. 91

147

costrizioni da parte di altri. Leffetto benefico di questo tipo di azione consiste nel conseguire grandezza civica e ricchezza per lo stato, come ricorda Machiavelli nei Discorsi:

E facil cosa conoscere donde nasca ne popoli questa affezione del viver libero: perch si vede per esperienza le cittadi non aver mai ampliato n di dominio n di ricchezza se non mentre sono state in libert 232.

Ma un effetto ancora pi benefico si pu conseguire in uno stato libero, un dono di cui solo i cittadini che vi abitano possono goderne. Si tratta della libert personale, intesa nel senso ordinario, per cui ogni cittadino rimane libero da qualunque tipo di costrizione (e specialmente da quelle che derivano dalla dipendenza personale e dalla servit) e di conseguenza rimane libero di perseguire i fini che si scelto233. un tipo di libert differente rispetto alle concettualizzazioni politiche dei filosofi aristotelici e scolastici: i partigiani della libert di matrice romana non sostengono che gli uomini abbiano dei fini da realizzare per poter sentirsi liberi, ma, al contrario, sottolineano che, essendo gli uomini diversi, in quanto appartengono a differenti classi del popolo, e avendo, di conseguenza, diverse inclinazioni, essi considereranno la libert come un mezzo per ottenere fini differenti234. Alcuni vorranno essere liberi di perseguire lonore, la gloria e il potere, altri vorranno semplicemente essere lasciati liberi di agire come meglio credono. Essere liberi, seconda questa prospettiva, significa allora non essere ostacolati nel perseguimento del fine che ci si prefissati. Per realizzare questa forma di libert gli scrittori neo-romani sostengono che lassetto costituzionale debba essere quello di un governo che esprime la volont di tutta la comunit. Per questa ragione concludono che sia preferibile istituire una repubblica come forma di governo che

232 233

MACHIAVELLI, N., Discorsi sopra la prima deca di Tito Livio, op. cit.; II.2, p. 249. SKINNER, Q., Lideale repubblicano di libert politica, op. cit.; p. 91. 234 Ibid.

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si oppone alla monarchia o alla tirannia. Bisogna, quindi, prima di tutto, cercare di capire come questa forma di governo viene istituita e come viene mantenuta. Scrive Skinner:

Gli scrittori che sto esaminando, in effetti, forniscono tutti la stessa risposta. Essi sostengono che una repubblica autogovernata pu essere mantenuta solo se i suoi cittadini coltivano quella qualit indispensabile che Cicerone ha descritto come virtus, che i teorici italiani pi tardi hanno reso con virt, e che i repubblicani inglesi hanno tradotto con le espressioni civic virtus e public-spiritedness235.

La virt esprime linsieme delle qualit che ognuno deve possedere in qualit di cittadino. Non si realizza, attraverso la virt, la natura umana, come affermava Pocock leggendo i pensatori politici del Quattrocento, ma essa costituita da quellinsieme di qualit che consentono, secondo Skinner, di servire di buon grado il bene comune, di difendere la libert della nostra comunit e di garantire sia la sua grandezza che la nostra libert individuale 236. Queste qualit vengono da Skinner individuate nel coraggio e nella determinazione di difendere la repubblica dai pericoli di minacce di asservimento da parte di nemici esterni. Se si venisse conquistati si dovrebbero servire i fini del nuovo padrone e si perderebbe, di conseguenza, la libert. Compito della comunit , invece, quello di non affidare ad altri la difesa della propria libert poich nessuno pi della comunit stessa in grado di preoccuparsi della propria vita e della propria libert. Altre qualit sono la prudenza e tutte quelle qualit civiche necessarie per giocare un ruolo attivo nella vita pubblica. Le decisioni del corpo politico devono essere prese da nessun altro che non sia il corpo politico stesso, altrimenti, come accadrebbe se il corpo naturale fosse in condizione di schiavit, anche il corpo politico verrebbe indirizzato a perseguire non i suoi fini ma quelli di chi ha il controllo su di esso. Quindi, per evitare tale condizione di servit, e quindi

235 236

Ivi; p. 93 Ibid.

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per garantirci la nostra libert individuale, dobbiamo coltivare le virt politiche e dedicarci con tutto il cuore a una vita di impegno civico237. una concezione forte della cittadinanza, quella di Skinner, che tuttavia d origine ad una seria difficolt consistente nel fatto che la partecipazione politica e la cura della comunit non sono qualit che vengono messe in atto con continuit e coerenza. Come Machiavelli aveva fatto notare nel primo libro dei Discorsi238, gli uomini sono generalmente riottosi e poco propensi ad agire per il bene pubblico, essendo essi tendenzialmente corrotti, termine che i pensatori repubblicani utilizzano per indicare linclinazione naturale degli uomini ad ignorare il bene della comunit per dedicarsi al perseguimento degli interessi personali. La corruzione significa semplicemente ignorare il fatto che una societ politica che voglia definirsi libera ha buone ragioni per porre il bene comune al di sopra di quello individuale:

La corruzione, in breve, semplicemente una mancanza di razionalit, unincapacit di riconoscere che la nostra stessa libert dipende dalla nostra dedizione alla virt e dal nostro impegno nella vita pubblica 239.

Non ha senso, per questa idea di cittadinanza attiva, asserire la bont della tesi liberale di Adam Smith per la quale gli interessi particolari garantirebbero la crescita e il bene della comunit, come spiega la dottrina della mano invisibile. Gli scrittori repubblicani vedono i particolarismi sempre e comunque come forme di corruzione, e vedono, viceversa, proprio nel superamento della corruzione la condizione per realizzare la libert individuale. I cittadini, che per natura sono interessati alla loro sfera privata, possono agire in maniera virtuosa e sperare conse-

237 238

Ibid. E si pu fare questa conclusione: che dove la materia non corrotta, i tumulti ed altri scandoli non nuocono; dove la corrotta, le leggi bene ordinate non giovano, se gi le nono son mosse da uno che con estrema forza le faccia osservare tanto che la materia diventi buonaDiscorsi, op. cit.; I.17, p. 155. 239 SKINNER, Q., Lideale repubblicano di libert politica, op. cit.; p. 91.

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guentemente di ottimizzare una libert che se lasciata al loro arbitrio getterebbero via, solo attraverso la loro fiducia nel potere coercitivo della legge240. Machiavelli scriveva che la fame e la povert fa gli uomini industriosi, e le leggi gli fanno buoni241. Egli forniva una spiegazione della relazione tra legge e libert che contrastava nettamente con quella contrattualistica. Mentre per Hobbes e Locke la legge una forza coercitiva che salvaguarda la nostra libert dalle interferenze di altri, impedendo a questi ultimi di invadere lo spazio dei nostri diritti, per gli scrittori repubblicani la legge salvaguarda la nostra libert non semplicemente attraverso la coercizione degli altri, ma anche obbligando direttamente ognuno di noi ad agire in un modo particolare242. Per Hobbes e Locke la libert la possediamo naturalmente. Per scrittori come Machiavelli, invece, la legge che obbliga le persone ad agire in un modo tale da preservare le istituzioni di uno stato libero che, contemporaneamente, conserva le libert individuali. E in questo suo atto obbligante nei confronti del cittadino la legge trae anche la sua giustificazione, perch se cos non fosse, lo stato e lindividuo verrebbero ad essere inghiottiti da una situazione di schiavit. La sintesi della forma di cittadinanza che dalla storia del repubblicanesimo e dalla teoria della libert di Skinner pu essere tracciata si riassume in un cittadino che, pi che sui suoi diritti, si concentri sui suoi doveri. Dobbiamo scrive Skinner prendere i nostri doveri sul serio e, invece di sottrarci a qualsiasi cosa ecceda le esigenze minime della vita sociale, dobbiamo cercare di adempiere i nostri impegni pubblici nel miglior modo possibile243. Questa la conclusione dello storico di Cambridge, alternativa e, in un certo senso, antagonista rispetto alla forma della cittadinanza che lo zoon politikon aristotelico ripreso da Pocock aveva sostenuto. Per Skinner non questo cittadino lunico che una teoria sulla cittadinanza possa concepire, e lo chiarisce con molta nitidezza:
240 241

Ivi; p. 95. MACHIAVELLI, N., Discorsi, op. cit.; I.3, p. 115. 242 SKINNER, Q., Lideale repubblicano di libert politica, op. cit.; p. 95. 243 Ivi; p. 99.

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Lassunzione aristotelica e tomistica che una sana vita pubblica deve essere fondata su di una concezione delleudaimonia non costituisce affatto lunica alternativa a disposizione, se vogliamo recuperare una visione della politica basata non solo su procedure corrette, ma su significati e scopi condivisi. Sta a noi riflettere sulla potenziale rilevanza di una teoria che ci dice che se desideriamo massimizzare la nostra libert individuale dobbiamo smettere di riporre la nostra fiducia nei principi e assumerci invece lonere della cura e degli affari pubblici244.

7.3 Migrazioni teoriche

La teoria repubblicana differisce dal liberalismo classico non solo perch elabora una diversa e pi articolata concezione del linguaggio connesso alla libert politica, ma anche perch, come si detto sopra, vi una maggiore attenzione teorica ai doveri rispetto ai diritti. Il liberalismo classico aveva elaborato la teoria dei diritti naturali inalienabili, teoria che dai repubblicani viene criticata poich sostengono fondamentalmente che siano solo la consuetudine e la legge a riconoscere i diritti, i quali sono, quindi, storici e non naturali. Gi il lavoro storiografico di Pocock aveva riportato alla luce un tipo di linguaggio politico totalmente alternativo rispetto a quello del giusnaturalismo moderno. I concetti chiave del repubblicanesimo come virt, bene comune, doveri erano nettamente in opposizione a quelli right-based del contrattualismo moderno245. Questa distanza la si osserva ancora meglio se si leggono i testi di quei filosofi politici communitarians che insistono molto sulla contrapposizione tra repubblicanesimo e politiche right-based. Alasdair MacIntyre crede che i diritti umani siano streghe e unicorni246, mentre Michael Sandel precisa che invece di definire i diritti in base a principi neutrali fra le diverse concezioni del bene, la teoria repubblicana interpreta i diritti alla
244 245

Ivi; p. 100. BACCELLI, L., Critica del repubblicanesimo, Laterza, Roma-Bari, 2003; p. 66. 246 Cfr. MACINTYRE, A., After Virtue, Duckworth, London, 1981; trad. it., Dopo la virt, Feltrinelli, Milano, 1988; p. 90.

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luce di una particolare concezione della buona societ, la repubblica che si autogoverna247. Sulla base di queste tesi, secondo le quali sembrerebbe che le teorie neorepubblicane, nelle loro varie forme, concordino sullidea di una prevalenza deontica del dovere su quella del diritto soggettivo, e sulla priorit del processo politico di autogoverno sui diritti fondamentali248, vengono elaborate due critiche. La prima si sofferma sul fatto che la riaffermazione dei doveri sui diritti da collegare a una ri-eticizzazione della politica e al superamento dellautonomia dellambito politico. La seconda evidenzia, invece, che la prevalenza del processo politico sui diritti segna un distacco dallo Stato di diritto e riapre concezioni di democrazia plebiscitarie e populistiche, che conducono alla tirannia della maggioranza249. La risposta degli storici e dei teorici del repubblicanesimo a queste accuse si fonda sul principio che non vi sia alcuna presa di posizione critica da parte degli autori repubblicani nei confronti dei diritti. Se vero che Machiavelli non parla di diritti pur vero che lidea moderna dei diritti perfettamente coerente con lideale repubblicano della libert politica e della vita civile250, perch lidea repubblicana di libert, che contempla il non dominio, prevede che il cittadino realizzi il suo impegno di allontanare se stesso e la comunit a cui appartiene dalla schiavit attraverso lassoggettamento alla legge. Attraverso il riconoscimento del diritto luomo ammette di sottomettersi non allarroganza di un altro essere umano, ma di sottomettersi invece al diritto di comandare da parte di un suo simile, diritto che egli riconosce perch al di sopra di chi comanda e di chi comandato. Oltre alla discussione politica sui diritti, le sollecitazioni teoriche suscitate dalle storie del repubblicanesimo di Pocock e di Skinner hanno di fatto interessato diversi ambiti disciplinari. Prima si accennava ai communitarians, ed in effetti fu proprio nellambito della teoria politica in

247

SANDEL, M., Democracys Discontent. America in Search of a Public Philosophy, Belknap, Cambridge (Mass.), p. 279. Citato in BACCELLI L., Critica del repubblicanesimo, op. cit., p. 67. 248 BACCELLI L., Critica del repubblicanesimo, op. cit., p. 67. 249 Ivi; p.68. 250 VIROLI, M., Repubblicanesimo, op. cit.; p. 50.

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senso stretto che, per esempio, le tesi di Pocock si fecero strada. I comunitaristi ricorsero alle tesi dello storico neozelandese per contrastare la tesi liberale di John Rawls sulluomo come unencumbered self o atomic self. Le due tesi portanti del libro di Pocock (la continuit tra aristotelismo e repubblicanesimo e il disegno della storia del repubblicanesimo come precedente e alternativa a quella del liberalismo) bene si agganciavano ai loro scopi. Grazie al repubblicanesimo di Pocock, infatti, i teorici comunitari hanno pensato allindividuo repubblicano di aristotelica memoria come a un individuo costitutivamente legato alla sua comunit politica. Questo individuo si realizza solo nella polis: il suo S un S situato, la sua identit si forma e si mantiene nelle relazioni con gli altri membri della comunit251. I comunitari, rispetto ai liberali, analizzano la societ politica prendendo le mosse dal fatto che questa condivide una nozione di bene comune che motiva i cittadini a realizzare il loro dovere. Charles Taylor fa riferimento a questo modello aristotelico quando scrive che la definizione stessa di regime repubblicano classicamente inteso richiede unontologia diversa dallatomismo e sottolinea che la solidariet repubblicana sorregge la libert perch fornisce la motivazione per la disciplina autoimposta252. I comunitaristi andrebbero in questo modo a scavare in maniera ancora pi profonda il solco che divide il repubblicanesimo dal liberalismo. Per essi, infatti, la comunit identifica uno spazio relazionale che la teoria liberale incapace di avvalorare e/o che la pratica liberale destinata a rimuovere253. La comunit costituita da uomini che non vivono vite separate, e le cui relazioni al suo interno avvengono tra persone affini e non distanti tra esse. I filosofi comunitaristi pensano che la comunit sia costitutivamente tale, cio pensano che essa sia uno spazio di orientamenti morali ineludibili e di pratiche dalla cui densit impensabile districarsi254, per cui la
251

GEUNA, M., La tradizione repubblicana e i suoi interpreti: famiglie teoriche e discontinuit concettuali, op. cit.; p. 105. 252 TAYLOR, C., Cross-Purposes: The Liberal-Communitarian Debite, in (a cura di) N. L. Rosenblum, Liberalism and the Moral Life, Harvard U. P., Cambridge, 1989; trad. it. Il dibattito tra sordi liberali e comunitaristi, in (a cura di) A. Ferrara, Comunitarismo e liberalismo, Editori Riuniti, Roma, 1992; pp. 151-153. 253 BESUSSI, A., Liberalismo e comunitarismo: le ragioni di un dissenso, in (a cura di) S. Maffettone e S. Veca, Manuale di filosofia politica, Donzelli, Roma, 1996; p. 6. 254 Ibid.

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comunit non sarebbe altro che il luogo della realizzazione della naturale propensione delluomo alla vita comune (lo zoon politikon aristotelico!). Ma il repubblicanesimo di Pocock ha fatto sentire i suoi influssi anche in altri ambiti disciplinari. possibile leggere nel testo di Robert Dahl La democrazia e i suoi critici un paragrafo che ha per titolo La tradizione repubblicana in cui evidente il debito del professore americano nei confronti di Pocock:

Per tradizione repubblicana intendo un corpo di princpi, ben lungi dallessere sistematico o coerente, le cui origini vanno individuate [] nellopera del critico pi insigne della democrazia greca: Aristotele 255.

Analizzando la democrazia come governo del popolo capace di autogovernarsi, Dahl non pu fare a meno di confrontarsi non solo con lorigine aristotelica del repubblicanesimo, ma anche con lexcursus storico delineato da Pocock:

Prendendo spunto da Aristotele, la tradizione repubblicana, elaborata attraverso le esperienze secolari della Roma repubblicana e della Repubblica di Venezia, e interpretata in modi diversi e persino conflittuali durante il tardo Rinascimento da scrittori fiorentini quali Francesco Guicciardini e Niccol Machiavelli, venne riformulata, rielaborata e reinterpretata nellInghilterra e nellAmerica del XVII e XVIII secolo256.

Anche se Dahl distingue due forme di repubblicanesimo, uno aristocratico che si pone il problema costituzionale di tenere a freno le pressioni della maggioranza e uno democratico che ha come unico scopo la realizzazione del bene del popolo257, importante porre in evidenza come il dibattito sulla democrazia riassunto nel suo testo sia stato pervaso dal linguaggio proprio del re-

255

DAHL, R., Democracy and its Critics, Yale U. P., 1989; trad. it. La democrazia e i suoi critici, Editori Riuniti, Roma, 1990; p. 36. 256 Ivi; pp. 36-37. 257 Ivi; p. 39.

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pubblicanesimo la Pocock, a dimostrazione della forza dellimpresa storiografica dellautore del Machiavellian Moment. Anche la discussione sulla costituzione americana fu interessata dal libro di Pocock. Richard Fallon, in un articolo dal titolo What is Republicanism and Is It Worth Reviving?, pubblicato nel 1989 nella Harvard Law Review, sottolineava la necessit di rivedere le modalit di interpretare la cultura politica e costituzionale americana una volta che era mutata linterpretazione del linguaggio dei Founding Fathers258. Il dibattito suscitato da questarticolo259 ebbe per i giuristi non solo un significato storico ma anche un significato normativo, in quanto questi si resero conto che il linguaggio repubblicano costituiva una costellazione teorica a cui attingere per fondare pi adeguatamente la democrazia contemporanea260. Anche Cass Sunstein intervenne nel dibattito individuando quattro principi fondamentali che definiscono il repubblicanesimo, principi che riteneva fondamentali anche per le democrazie odierne: la politica come processo deliberativo, luguaglianza politica, il bene comune, la cittadinanza attiva261. Frank Michelman, invece, ha sostenuto che il principio fondamentale del repubblicanesimo vada individuato nella sua idea di libert, intesa come strumento di autogoverno262. Jrgen Habermas, in Fatti e norme, ha ripreso la concezione di Michelman sullautogoverno per trattare la questione se la Corte costituzionale americana potesse sospendere le norme decise dal parlamento. Per descrivere la giurisprudenza costituzionale di stampo repubblicano Habermas ha citato un brano dellarticolo di Michelman:

258

FALLON, R., What is Republicanism and Is It Worth Reviving?, in Harvard Law Review, CII, 1989; pp. 16951735. 259 Per il quale si veda GEUNA, M., La tradizione repubblicana e i suoi interpreti, op. cit.; pp. 105-107. 260 Ibid.; p. 106. 261 SUNSTEIN, C. R., Beyond the Republican Revival, in The Yale Law Journal, XCVII, 1988; pp. 1539-1589. 262 MICHELMAN, F., Laws Republic, in The Yale Law Journal, XCVII, 1988; pp. 1493-1537.

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Se la possibilit duna costituzione repubblicana presuppone che il diritto nasca da unincessante rivendicazione normativa del popolo, ne consegue che i giudici costituzionali sono al servizio di questa possibilit quando aiutano a far funzionare limpegno popolare generatore di diritto 263.

Il filosofo tedesco ha evidenziato che latto di sospensione di una norma da parte della Corte costituzionale legittimato solo se derivato da unautorit che pu direttamente richiamarsi allautodeterminazione del popolo. Ma Habermas andato oltre, perch da un lato ha riconosciuto che questa idea di autogoverno repubblicano di cui Michelman parla aristotelica, dallaltro ha dato per scontato il fatto che il repubblicanesimo abbia una storia che diverge dal liberalismo, e questa storia quella tratteggiata da Pocock:

Michelman si appoggia alla tradizione della politica aristotelica che tramite la filosofia romana e il pensiero politico del Rinascimento italiano non solo ha ricevuto con Rousseau la sua moderna versione giusnaturalistica, ma che (attraverso lavversario di Hobbes, James Harrington) anche entrata nel dibattito costituzionale americano come alternativa al liberalismo di Locke ispirando la concezione democratica dei Padri fondatori 264.

La distanza tra repubblicanesimo e liberalismo, sancita dalla storiografia, si riflette anche sulla pratica politica democratica. Laddove la concezione liberale intende lo Stato democratico come listituzione che media per linteresse di una societ, intesa questa come sistema di individui privati strutturato dalleconomia di mercato, sistema in cui la politica ha la funzione di far valere gli interessi sociali dei privati nei confronti dello Stato che, invece, si specializza nellsuo dellamministrazione del potere per fini comuni, la concezione repubblicana, per contro, concepisce la politica non come mediazione ma come processo di socializzazione attraverso cui individui organicamente inseriti in comunit pi o meno naturalmente solidali facendosi consape263

MICHELMAN, F, Laws Republic, cit. in HABERMAS, J., Faktizitt und <geltlung. Beitrge zur Diskurstheorie des Rechts und des Demokratischen Rechtsstaat, Suhrkamp Verlang, Frankfurt, 1992; trad. it. di L. Ceppa, Fatti e norme. Contributi a una teoria discorsiva del diritto e della democrazia, Guerini e Associati, Milano, 1996; p. 317. 264 Ivi; pp. 317-318.

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voli della loro reciproca dipendenza perfezionano e sviluppano con volont e coscienza, come cittadini dello Stato, i rapporti ereditati di riconoscimento reciproco265. Le conseguenze, ai fini della valutazione del processo politico, di questa distinzione sono evidenti in quattro ambiti teorici. Il primo quello che gi si analizzato in precedenza e riguarda i due diversi concetti di cittadinanza, di cui uno (quello liberale) caratterizzato da una forma di libert negativa, mentre laltro (quello repubblicano), da una forma di libert positiva che si esplica attraverso lattivit dei cittadini che prendono parte attivamente alla prassi comune. Il secondo ambito teorico, pure esso gi accennato, esamina il concetto di diritto. Viene sottolineata la distinzione tra la concezione liberale, in cui lordinamento giuridico vaglia, caso per caso, chi siano gli individui che godono di diritti e di che tipo di diritti essi godono, e la concezione repubblicana, in cui, invece, questi stessi diritti soggettivi rinviano a una dimensione oggettiva. Il terzo ambito teorico concerne la natura del processo politico. Nella concezione liberale la politica ha una natura agonistica il cui fine quello di ottenere e conservare posizioni di potere. Il successo politico, in questo modo, si misura con lapprovazione derivata dal voto espresso dagli elettori. Le loro decisioni elettorali hanno la stessa struttura delle scelte messe in atto da utenti del mercato orientati al successo266. Lontana dalle logiche del mercato invece la concezione repubblicana, per la quale il processo politico tendente alla formazione dellopinione nella sfera pubblica e in quella del parlamento obbedisce alle logiche specifiche della comunicazione pubblica orientata allintesa267. Il modello politico del repubblicanesimo non il mercato, bens il dialogo. Ecco che si parla di arena politica come luogo in cui la controversia legittimata perch non finalizzata a ottenere posizioni di potere ma perch ha come scopo il dibattito in cui chi vince non il singolo politico o il partito ma largomentazione che meglio risponde alle esigenze del bene comune.

265 266

Ivi; p. 319. Ivi; p. 324. 267 Ibid.

158

Lultimo ambito teorico riguarda le condizioni procedurali. Se la logica del mercato a pervadere la procedura politica, questa perde ogni riferimento alluso etico e morale della ragione268. Il pensiero repubblicano ha insegnato, invece, a contrapporre la fiducia nei discorsi alla logica della concorrenza, a condizione che le pratiche discorsive siano quelle che assumono la prospettiva degli altri membri della comunit e non quella del singolo: Partecipando a questo processo discorsivo di formazione dellopinione e della volont, i cittadini esercitano il loro diritto di autodeterminazione politica269. Avendo messo in discussione la continuit teorica tra aristotelismo e repubblicanesimo, ed avendo evidenziando che non fu necessario attendere il recupero di Aristotele per la ricostruzione del pensiero repubblicano, gli esiti teorici e le migrazioni concettuali della storia del repubblicanesimo di Quentin Skinner sono risultati diversi rispetto a quelli di Pocock. La matrice neo-romana del concetto di libert e la rilevazione di un linguaggio repubblicano nei dictatores ha conferito al repubblicanesimo di Skinner unautonomia teorica, configurandolo come una teoria politica ancora riproponibile nel nostro presente, una terza via possibile tra lindividualismo liberale ed il comunitarismo di matrice aristotelica270. Per questo motivo, difficile potere intravedere una migrazione del linguaggio repubblicano di cui parla Skinner verso uno dei luoghi teorici che caratterizzano il linguaggio del dibattito politico contemporaneo, quello dei comunitaristi o quello dei liberali. invece possibile sottolineare la novit teorica dello storico di Cambridge il quale sembra poter percorrere una terza via271 tra i due partiti della teoria politica. Una terza via che, avendo steso lasfalto tra le due prevalenti concezioni della libert, quella positiva e quella negativa, ha fondato il suo impianto teorico sulla concezione neoromana della libert di cui si discusso sopra.

268 269

Ivi; p. 326. Ibid. 270 GEUNA, M., La tradizione repubblicana e i suoi interpreti, op. cit.; p. 108. 271 Cfr. SPITZ, J.-F., Le rpublicanisme, une troisime voie entre libralisme et communautarisme?, in Le Banquet, 1995, n. 2; pp. 215-238.

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