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I Che esistessero migliaia di posti nei quali vivere oltre Aritzo, Francesca laveva capito nel momento in cui

aveva rivisto Francesco. Eppure per tanto tempo, anche dopo il matrimonio, nonostante tutti i discorsi che gli aveva sentito fare, non aveva mai pensato seriamente che avrebbero lasciato il paese per andare a vivere altrove. Perfino adesso che si trovavano sul treno, con le valigie nel portabagagli e i bambini che non la smettevano di fare domande, le rimanevano dei dubbi. Da quando si era sposata i passi che faceva fuori dalla porta di casa erano andati diminuendo fino a ridursi a una manciata. La colpa non era certo di Francesco, n dei cinque parti in otto anni, laffanno cera sempre stato, solo che negli ultimi tempi si era fatto di giorno in giorno pi pesante. oramai, non appena accennava a muoversi, le segava il respiro, riducendolo a un breve singhiozzo. Se prima bastava sedersi un paio di volte a riprendere fiato lungo la strada in salita che faceva per andare a ritirare le uova dalle suore, nellultimo anno era stata costretta a mandare Giovanna al suo posto. Cos, semplicemente, il suo mondo si era infeltrito, e il vicinato le si era stampato sugli occhi come lunico orizzonte riconoscibile.

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Per Francesco era diverso. Per lui il mondo esisteva, e una volta uscito dallisola per fare il militare laveva indossato al posto del costume, e anche quando era rientrato in paese se lera tenuto addosso, come una specie duniforme. I suoi racconti silluminavano delle cose viste lontano dai boschi di Aritzo e gli occhi si mettevano a brillare come riflettessero luci impossibili a trovarsi nellisola. Nel suo sguardo irrequieto si riassumeva un unico fatto, a lui il paese non piaceva. Per quasi dieci anni aveva lottato inutilmente per riadattarsi al ritmo sonnolente in cui si diluiva la sua vita, ma alla fine si era arreso. E se spesso arrendersi voleva dire rintanarsi nella calma inattaccabile del proprio villaggio, per Francesco aveva significato cedere alla tentazione di partire. Non appena Francesca si era ripresa dallultima gravidanza, arrangiate in fretta le ultime cose, aveva caricato la famiglia sul treno alla volta di Monserrato. Lospitalit di sua zia gli avrebbe permesso di cercare una sistemazione a Cagliari. Ripeteva spesso che in una citt i piedi abbondano e il lavoro per un calzolaio c sempre perch le distanze sono diverse, e i marciapiedi consumano le scarpe. Si rivolgeva a Francesca e con laria di volerla convincere le parlava di Mussolini, di come la civilt stesse arrivando nellisola, e di come la modernit richiedesse

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luoghi aperti, popolosi, nei quali poter costruire e mettere in posa le novit. Se si voleva godere dello sviluppo che ne sarebbe venuto non si poteva certo restare in paese e aspettare che il progresso si arrampicasse per le strade tortuose che portavano alla montagna. Rimanessero pure i commercianti di neve e di castagne a fare la guardia, i suoi occhi avevano bisogno della citt come di una medicina. Inoltre la Cagliari dei racconti di Francesco, straripava di dottori, veri e propri luminari, che avrebbero impiegato un attimo per scoprire le cause dellaffanno in cui si andava consumando sua moglie. Col sedere addormentato dai sedili di legno, i bambini cominciavano a dare segni di insofferenza. Francesco per distrarli si mise a raccontare di quando su un treno speciale aveva attraversato lItalia per andare fino al confine con lAustria. Francesca, seduta nel verso opposto al senso di marcia, teneva la piccola Irene in braccio nel tentativo di ancorarsi saldamente a qualcosa di familiare. Cercava di imparare a memoria, senza riuscirvi, i nomi dei posti mai sentiti prima nei quali il treno sostava. Alcuni le suonavano come invenzioni del momento, posti che esistevano per la prima volta esclusivamente affinch il treno ci passasse davanti. La maggior parte delle stazioni erano casette di una stanza, riconoscibili soltanto per il nome scritto in

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nero sopra la porta che dava sui binari. Immaginava che, un attimo dopo il fischio del capotreno, sparissero o si trasformassero in case normali. Ogni volta che il treno ripartiva le sembrava di essere trascinata via, come se i pochi istanti passati a fissare le cose immobili fuori dai finestrini fossero stati sufficienti a stabilire con esse un labile rapporto di sintonia. Una legame che veniva rotto puntualmente dalla necessit tutta meccanica di andare avanti. Oltre le tintinnanti vibrazioni dei vetri, per lunghi tratti, i fitti alberi che costeggiavano la massicciata, avevano racchiuso il sguardo, ammorbidendone le inquietudini con uno sfondo familiare, poi, il paesaggio aveva cominciato a cambiare. Si era rarefatto, interrompendo la continuit dei boschi attraverso i quali le rotaie segnavano un percorso riparato. La vegetazione si era fatta pi rada, liberando spazi vuoti nei quali lo sguardo aveva il tempo dincagliarsi. La terra aveva iniziato a mostrare tappeti gialli sempre pi ampi, distese in cui piccoli gruppi dalberi creavano oasi dombra per il bestiame. Pecore e mucche, immobili come statue, sembravano non accorgersi del passaggio del treno che si avvicinava rumoroso alla piana. Quando la campagna si apr definitivamente, Francesco fece avvicinare i bambini ai finestrini. Colline gonfie, come pani

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posati su un tavolato, riempivano in lontananza il panorama chiuso soltanto da montagne cos distanti da sembrare cumuli di nuvole grigie sopra lorizzonte. Intorno, la terra piatta. Bassi muri di pietra segnavano confini apparentemente inutili tra macchie di fieno uguali. Tutto ci che Francesca si era sforzata di riconoscere era scomparso. Se fino a quel momento le era parso possibile tenere a mente uno per uno, tutti gli alberi che aveva visto, le divenne impossibile distinguere alcun dettaglio nelle maree gialle che si sgranavano identiche davanti ai sui occhi. Con fastidio cominci a immaginare che tutto venisse scagliato via dallo sferragliare dei vagoni, che il loro passaggio sulle rotaie si trasformasse in una spinta in grado di accatastare tutto in un cumulo indistinto. Vide volare gli alberi, le stazioni, i sassi bianchi della massicciata, si sgretolavano i muri a secco, ogni filo derba e ogni singola spiga di grano, tutto ci che era rimasto indietro, bestie e uomini compresi veniva fiondato nellenorme catasta. In un punto preciso dello spazio, le cose si posavano strato su strato, creando una sorta di caotico monumento che da quel giorno avrebbe fatto parte della memoria di Francesca. Un magazzino di immagini nel quale difficilmente si sarebbe messa a rovistare, ma che forse in futuro le sarebbe stato indispensabile per ritrovare la strada del paese. Non aveva trovato un motivo

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suo per il quale partire, aveva deciso di seguire Francesco, lasciando un posto nel quale era sicura di poter vivere. Questo la rassicurava, aiutandola a credere che il ritorno potesse rimanere una questione aperta. Posando occhi diversi sulle stesse cose, Francesco sentiva concludersi la parentesi del suo ritorno ad Aritzo, il peso del paese gli si sbriciolava sulle spalle fino a divenire inconsistente. Una sensazione che aveva provato alla fine della guerra, quando aveva lasciato il fronte per andare a Milano, e quando da Milano si era trasferito a Varese per andare a lavorare nel calzaturificio. Non era stato lo stesso quando aveva deciso di tornare nellisola. Quella volta, un senso di pesantezza crescente laveva tormentato per tutto il viaggio, un peso che era diminuito solo con labitudine, ma del quale non era pi riuscito a liberarsi completamente fino a quel momento. Guardando il paesaggio, oltre le teste dei figli che premevano la fronte sui vetri, Francesco pensava a come sarebbero state diverse le cose se fosse rimasto a Varese. Ma in un modo o nellaltro, dieci anni prima, alla fine dellinverno, aveva deciso di tornare nellisola.

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II

Da due giorni i paesani sfilavano nel vicolo davanti alla casa dei Nioi per assicurarsi che il ritorno di Francesco non fosse un nuovo malinteso nelle chiacchiere delle comari. Daltronde il suo nome era stato inserito gi da tempo nella lista degli eroi che avevano reso la vita per servire la patria nella grande guerra. Il fatto che fosse stato dato per disperso non era bastato ad alimentare le speranze, ma aveva contribuito a ingrassare di particolari le congetture sulle misteriose circostanze della sua scomparsa. Ognuno si era fatto la sua idea. Alcuni lo avevano voluto tra morti di trincea, altri lo avevano fatto esplodere eroicamente con una granata tra le mani, mentre i pi fiduciosi lo avevano ammazzato in un combattimento allarma bianca decisivo per le sorti della guerra. Tutti avevano fantasticato sul suo conto, orlando il proprio immaginario di particolari pi o meno salienti, cera chi aveva parlato di un freddo cos intenso da congelare la polvere da sparo nei moschetti, e chi invece con lo stesso freddo aveva congelato gli uomini nelle fosse. Qualcuno si limitava a ricordare la cattiveria del nemico austriaco, capace di mutilare il coraggio delle prime linee soltanto con lo sguardo.

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Nel mosaico di racconti con i quali i sopravvissuti avevano animato il paese nei primi mesi del 19, ognuno aveva trovato materia sufficiente per confezionare le morti pi suggestive o raccapriccianti, e ne aveva approfittato per cucirle addosso al malcapitato disperso, del quale, in questo modo, si celebrava la memoria. Adesso che Francesco era tornato, dissolvendo in un sol colpo le trame mitologiche in cui era stato accuratamente avvolto, avrebbe dovuto spiegare cosa gli era capitato negli ultimi due anni. Cominciando innanzitutto, col districare il groviglio di incomprensioni che impastavano di leggenda il suo arrivo in paese. Per fortuna, capitava ancora, a volte, che la realt fosse meno bizzarra della fantasia. Le cose, infatti, avevano seguito vie molto meno tortuose di quanto chiunque, in paese, avesse voluto immaginare. Semplicemente, Francesco, una volta giunto alla stazione, aveva risalito a piedi la strada che portava in paese, vestito con abiti di sartoria e con una piccola valigia sistemata sulla testa. Giunto sulla via principale, si era messo a salutare i compaesani con un accento stemperato dagli anni dassenza e nessuno laveva riconosciuto. Pi rapida del ticchettio del telegrafo, la voce sulla presenza di un continentale con delle belle scarpe da passeggio, rimbalz da una parte allaltra fino a

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diventare una certezza. Non si trattava di una novit eclatante, da quando il Cavaliere aveva fatto costruire quella specie di monumento funebre che chiamavano castello, gli stranieri pur rimanendo un buon argomento di conversazione, avevano perso un po del loro fascino esotico. Nel frattempo, Francesco era arrivato davanti a casa sua e trovandola sbarrata e non sapendo come entrare, si era fatto riconoscere dalle vicine incuriosite e aveva chiesto chi potesse avere le chiavi. Subito erano stati mandati a chiamare i suoi parenti, e cos la voce sul ritorno del figlio del calzolaio si era mescolata a quella sulle scarpe dello straniero. Come i racconti tramandati per millenni davanti al fuoco, anche le chiacchiere di paese, nel loro piccolo, partorivano stranezze, e le congetture del primo momento vagavano tra la certezza che Francesco fosse tornato in compagnia di uno straniero, probabilmente per mettere su un calzaturificio, e la sicurezza che il Cavaliere avesse assunto un continentale per ritrovare il figlio del calzolaio, e che quello ci fosse finalmente riuscito. Che non esistesse nessun forestiero, fu una verit che si fece strada con molte difficolt, e per alcuni il dubbio rimase comunque, anche dopo che i misteri parvero dissolversi col dipanarsi dei fatti.

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I cugini di Francesco si presentarono con le chiavi e una faccia storta dallincredulit e da un leggero fastidio. Nei progetti del ramo superstite della famiglia, la casa, svuotata dopo la morte dei Nioi, ufficialmente per evitare che qualcuno ci facesse un pensiero, era destinata a ospitare il primo dei cugini che si sarebbe sposato. Sorpresi dalla ricomparsa del legittimo proprietario, scostarono i vicini intenti a lapidare di domande il redivivo, e si misero in fila per abbracciarlo, cercando di rilassare le smorfie per fare buon viso al cattivo gioco. Gli offrirono la naturale, dovuta, e in fondo sincera, ospitalit, ma davanti alle rassicurazioni del loro cugino che avrebbe preferito dormire a casa sua, si videro costretti a disperdersi in fretta per recuperare, in un modo o nellaltro, almeno un letto. In un paio di giorni furono parecchie le cose che presero la via del ritorno e la casa cominci nuovamente a riempirsi. Tra i rumori del trasloco, cigolava il malumore delle zie che speravano a turno che allamato nipote, eroe resuscitato, la guerra avesse slavato almeno un pochino la memoria, di modo che non si ricordasse esattamente di tutto, perch alle cose, ad avercele in casa anche solo da un paio danni, un minimo ci si affeziona. Poco incline a dare dei dispiaceri, Francesco pass i primi giorni a raccontare al flusso ininterrotto di visitatori con lacquolina alle orecchie, di

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come, dopo la guerra, era tornato a Milano, dove aveva vissuto subito dopo il servizio di leva, e del successivo trasferimento a Varese per lavorare nel calzaturificio. Esposto a gragnole di domande, doveva rispondere su cosa avesse fatto durante la guerra, su quale fosse la parte del fronte nel quale era stato dislocato, su chi fosse con lui, se avesse ucciso, se fosse rimasto ferito, che cosa facesse a Milano per vivere, se avesse veramente intenzione di aprire un calzaturificio ad Aritzo. Qualcuno gli chiese perfino di quantificare, se non lo disturbava, la quota di finanziamento promessagli dal Cavaliere. Gli svuotavano la testa dei ricordi, ma nessun resoconto era abbastanza dettagliato da non suscitare nuove domande, e Francesco cercava, con la pazienza ereditata dal padre con la professione, e nei limiti della realt, di riempire la curiosit di tutti. Dopo tre giorni le visite cominciarono a diradarsi e dopo meno di una settimana erano finite. Fu il segno che, anche lui, come tutti i sopravvissuti, era stato finalmente riassorbito, autorizzato dal paese a riprendersi la propria vita, con lunico peso di dover convivere con qualche piccola leggenda della quale sarebbe stato impossibile liberarsi. Frastornato dagli inattesi rituali scatenati dal suo rientro, era riuscito a malapena a sistemare qualche mobile nella cucina e qualcun altro nella camera da letto. La casa era fredda, erano gi

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tre anni che nessuno labitava, da quando suo padre, rimasto vedovo, si era stancato di vivere e aveva costretto i compaesani a farsi fare le scarpe nei paesi vicini, cosa questa, che non tutti gli avevano perdonato al momento della sepoltura. Recuperati il banchetto e gli attrezzi, Francesco li sistem nella stanza che dava direttamente sul vicolo, la stessa nella quale suo padre, da sempre, aveva passato le giornate a rammendare ci che il selciato rovinava. Tra tutte le domande con le quali lavevano assillato, nessuno gli aveva chiesto perch fosse tornato. Pens che probabilmente tutti dessero per scontato che, prima o poi, essendo vivo, sarebbe dovuto tornare. Non era stata una decisione facile. A Varese stava bene, campava del proprio mestiere, ma nonostante gli amici e i colleghi, gli era sembrato di sentirsi solo. Avrebbe voluto una donna con la quale sposarsi. Le donne del nord lo affascinavano, ma nessuna pareva quadrare con lidea di moglie che aveva in testa. Cos, alla fine, aveva pensato che lisola potesse centrarci qualcosa e aveva scelto di partire. Poi, mentre i preparativi per il viaggio si facevano pi concreti, non gli era suonato strano che tornare potesse voler dire riprendere da dove aveva interrotto anni addietro. E adesso, era l, che cercava di rimettere in sesto le cose, con la speranza che grazie a lui gli

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aritzesi la smettessero di andare a farsi prendere le misure fuori dal paese. Fortunatamente ci mise poco a constatare che la comodit vale pi di qualsiasi pubblicit, e che i piedi dei compaesani non avevano perso labitudine di consumare parecchia strada, e cos scarpe. Soprattutto i lavoranti dellindustria della neve, nonostante la concorrenza dei norvegesi cominciasse a rovinargli lumore, si misero da subito in fila per farsi fare gli scarponi. Per questa faccenda della neve il nome di Aritzo era conosciuto in tutta lisola. durante linverno e fino a primavera inoltrata, sui monti che sorvegliavano dallalto il paese, la neve ricopriva i canaloni con un manto spesso. Gli uomini la caricavano con delle ceste e la stipavano nelle case della neve e la tenevano nascosta fino allarrivo dellestate. Poi cominciavano il traffico dei blocchi di ghiaccio. Negli ultimi anni per il lavoro rendeva sempre meno e sembrava destinato soltanto a rifornire di gelato al limone i banchi delle sagre paesane. I nordici, che di neve ne avevano in abbondanza tutto lanno, erano entrati nel mercato vendendola a prezzi stracciati e sbarcandola dalle navi direttamente nel porto di Cagliari. Era uno dei segni che la modernit, alla quale Francesco si era cos affezionato vivendo oltremare, stava arrivando anche da quelle

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parti, e che forse le si poteva andare incontro pur rimanendo nei confini stretti dellisola.

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III

Labbondante lavoro dei primi tempi riusc a distrarre Francesco dallidea di risistemarsi la valigia sulla testa, imbarcarsi sulla prima nave e tornarsene a Varese. Come una stanza piena di mobilio inutile, il paese gli stava stretto. Gli spigoli contro i quali si ostinava a sbattere cominciarono ad ammorbidirsi solo quando Francesca, in compagnia delle amiche, prese a passare spesso davanti alla bottega. Quella che aveva lasciato anni addietro come una bambina, era cresciuta poco in altezza, diventando una donna minuta, dal viso magro e pallido che sembrava sparire tra i colori severi del costume. Quando, dopo alcuni mesi di sguardi muti, Francesco si present alla porta dei Meloni, lunico veramente sorpreso sembr essere lui. La famiglia di Francesca laveva sempre trattata come un oggetto fragile, e lei non aveva potuto far altro che ricambiare le attenzioni ricevute con una salute cagionevole. Nel momento in cui Francesco la chiese in sposa, tutti si sentirono sollevati dalla fatica di una cura costante, e soprattutto per il padre, fu come essersi spogliato di un finimento troppo stretto. Nei suoi calcoli, let della sua figlia maggiore cominciava a diventare un ostacolo allopportunit di trovarle un marito decente e, per contro, il suo nubilato gli

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impediva di sistemare le due figlie minori che, con maggior fortuna, gi da tempo avevano buoni pretendenti. Non fu dunque per stima personale che Francesco venne accolto in casa come un ospite tra i pi graditi. Piuttosto in fretta, ma senza trascurare i rituali del caso, la buona occasione che soddisfaceva un po tutti, venne mascherata a festa, e dopo un fidanzamento durato appena un inverno, venne celebrato il matrimonio. Nonostante tutto, a minare la tenacia delle pettegole, rimase il fatto che a trarre il maggior profitto dallunione parevano essere i due sposi, e non tardarono a dimostrarlo. Poco pi di nove mesi dopo, come un sigillo sulle lingue pi tenaci, arriv la primogenita, frutto di una gravidanza sofferta che aveva costretto Francesca a letto per gran parte del tempo. Nei sette anni successivi, con la puntualit di un esattore, una felicit sempre pi affaticata continu a visitare la coppia, rendendo partecipe il vicinato della venuta al mondo di altri quattro figli di calzolaio. Ogni volta che arrivavano le doglie, Francesco mandava a chiamare la levatrice e, senza nemmeno guardare che tempo facesse, trasferiva il banchetto nel vicolo e si metteva a lavorare. Quando zia Tonia aveva finito gli faceva cenno di entrare, gli diceva a bassa voce che era tutto a posto e lo lasciava solo con Francesca. Dopo ogni parto sua moglie sembrava assottigliarsi, il

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pallore sfumava il contorno del suo viso contro la tela del cuscino rendendolo poco pi di un rilievo. Col fagotto appena partorito tra le braccia, lei sorrideva sfinita e pronunciava il nome che aveva scelto. Francesco lo ripeteva un paio di volte per non dimenticarlo e facendolo, con gli occhi fissi sullastenia di Francesca, si prometteva che non ce ne sarebbero stati altri. Fu cos per Giovanna, per Cesare, Ida, Giuliana e per Irene. Ogni gravidanza parve incidere un solco definito nel respiro di quel corpo quasi privo di spessore, ma poi, in un paio di settimane, la vita aveva il sopravvento, e anche le promesse uscivano dalla mente di Francesco per fare spazio al nome nuovo. Adesso erano in cinque, a dieci anni di distanza dal suo rientro ad Aritzo, a tenere il viso schiacciato sul finestrino per vedere meglio un panorama sconosciuto, impensabile entro i confini dei boschi che circondavano il paese come un orizzonte apparentemente invalicabile. La pianura scorreva oramai da quasi due ore sotto al treno, il viaggio iniziava a diventare faticoso per tutti. I bambini erano svegli da presto e nonostante lentusiasmo cominciavano a cedere allincedere monotono e dondolante del convoglio. Ida era lunica sveglia e tormentava con un filo di voce suo padre affinch continuasse a raccontarle qualcosa.

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Francesca, con gli occhi chiusi e Irene addormentata in braccio, aveva rinunciato a guardare le distanze dissolversi. Quando, improvvisamente, il paesaggio prese a snocciolare una lunga fila di casette basse, suo marito le tocc la spalla e si mise a svegliare i bambini. La campagna era sparita lasciando che il paesone si distendesse su entrambi i lati delle rotaie, il treno rallentava, una decina di persone si preparavano a scendere. Francesco, recuperando le valigie, chiese conferma sulla fermata e prese Irene in braccio per permettere a sua moglie di sistemare i figli. Stridendo e sbuffando come una bestia, la locomotiva diede un ultimo scossone e ammutol. Chi sapeva dessere arrivato cominci a scendere. Al fischio del capotreno le ruote, slittando, ripresero a trascinare i vagoni, lasciando a terra i Nioi, immobili a guardare il treno passare, come uno di quei gruppi dalberi che Francesca aveva visto nella pianura, fare ombra al bestiame. Per le teste incorniciate dai finestrini, che il calzolaio guardava sfilare con invidia, il viaggio terminava al capolinea, in citt. Monserrato non era altro che un altro luogo da attraversare prima di fermarsi. Il sollievo di Francesca per la conclusione del viaggio, e la rinnovata eccitazione che dissolveva il sonno negli occhi dei bambini, si trasformavano, nello sguardo di Francesco, nella

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consapevolezza che avrebbe dovuto cercare il modo pi rapido per arrivare anche lui alla fine dei binari. Ma daltronde, avevano gi fatto molta strada e ci erano vicini, una volta riempito il piccolo vuoto che li separava da Cagliari sarebbe stato sufficiente dare unocchiata intorno per rendersi conto dessere giunti sul bordo dellisola.

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IV

Ogni giorno Francesco prendeva il treno e cuciva lo spazio gli impediva di sentirsi soddisfatto. Uscendo dalla stazione di Bonaria, si arrampicava fin quasi al castello per vedere la citt dallalto. Seduto su una panchina di un viale alberato in salita che finiva inghiottito da una delle porte antiche, mangiava quello che Francesca gli aveva preparato. Guardava in direzione del porto e perdeva il senso del confine. Ci che pareva scivolare nellacqua, sembrava allo stesso tempo uscirne fuori gradualmente per risalire ai suoi piedi. La frana che seduceva i lembi della citt attirandoli in mare, si trasformava in una catasta sempre pi fitta di costruzioni che lottavano per rimanere allasciutto. Quando sentiva gli occhi esausti per il riflesso del sole sulla distesa cromata, si rimetteva a camminare, ridiscendendo uno dei versanti che non aveva ancora esplorato. Scopriva la citt quartiere per quartiere, annotandone le differenze e i punti di riferimento. Faceva lunghi giri, chiedendo nelle botteghe, consumando le scarpe da passeggio che in paese aveva indossato soltanto una decina di volte. La sera risaliva sul treno e tornava da sua moglie e dai bambini. Durante il viaggio

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cercava di sistemare gli odori di cui si era riempito durante la giornata, in modo da immaginare come sarebbe stato percorrere le strade la mattina presto per andare a lavoro. Pensava a quello che avrebbe detto Francesca vedendo il mare per la prima volta. Si figurava Ida e Cesare col viso schiacciato sui vetri del tram che passava davanti al porto. Alla fine di settembre prese una stanza in affitto per un paio di settimane, calcolando che costava poco pi dei viaggi quotidiani. Continuava a vagare di quartiere in quartiere, di bottega in bottega. Sembrava che ogni rione avesse gi il suo calzolaio, e nessuno sembrava interessato ad assumere un lavorante, soprattutto uno che aveva una famiglia sulle spalle e unesperienza che avrebbero dovuto pagare per quello che valeva. Francesco cominci a pensare che forse avrebbe dovuto aprire una propria calzoleria, camminando si perdeva in conti dettagliati che finivano ogni volta per consumare completamente sia i soldi rimasti dai tempi di Varese, sia il magro ricavo della vendita della casa di Aritzo. E non erano solo i soldi il problema, significava rimanere senza un minimo di sicurezza. Con questi pensieri a gravare sui passi, girava nuovamente nei pressi di Viale Bonaria alla ricerca di una bottega della quale gli avevano parlato e che non era riuscito ancora a trovare. Entr in un bar, ordin un caff e, insieme al

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conto, chiese al barista se per caso sapesse dove si poteva trovare un calzolaio. Luomo usc dal banco per indicargli una traversa che tagliava la strada esattamente di fronte allingresso del locale. Poi gli disse che non poteva garantire che la bottega fosse aperta perch aveva sentito dire che il vecchio non stava bene ultimamente, e il figlio, coi problemi che aveva, probabilmente non si fidava ad aprire da solo. Francesco imbocc una strada che aveva percorso diverse volte. Continuava a rimuginare sulle difficolt che sarebbero venute dallaffittare un locale commerciale, dal fare il carico delle merci, farsi una clientela, cose che non aveva mai dovuto affrontare. Quando vide sulla sinistra la piccola vetrina della calzoleria gli torn il sorriso. ammassati contro il vetro, arnesi e scarpe, lacci, e tomaie e suole, impedivano di guardare dentro. Attraverso la porta socchiusa intravide nella penombra la testa bruna di un giovane che, spalle allingresso, seduto al banchetto, martellava una scarpa su una forma. Entr e salut, ma il giovane parve non accorgersi di nulla. Francesco ne approfitt per dare unocchiata alle condizioni della bottega, su di un banco numerose paia di scarpe in disordine, lesine, trincetti e forme sparpagliati un po ovunque, gli diedero limpressione che il lavoro fosse stato trascurato. Lodore nellaria gli ricordava in modo

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impressionante latmosfera del calzaturificio, lambiente era pi cupo, come se la stanza fosse rimasta chiusa per parecchio tempo. Quando luomo smise di martellare e si volt, parve colto dalla sorpresa di trovare qualcuno nella stanza. Rimase qualche secondo a fissare lestraneo, una scarpa in mano e unespressione smarrita negli occhi. Francesco evit di porgergli la mano per non costringere il giovane a liberare le sue. Mi chiamo Francesco Nioi, vengo da Aritzo, sono calzolaio anchio, cerco lavoro, mi hanno parlato della vostra bottega. Il giovane, dopo averlo guardato in faccia, abbass lo sguardo fino a terra incrociando le scarpe da passeggio, i suoi occhi faticavano nella penombra. Non disse nulla, appoggi quello che aveva in mano sul banco sopra e altre cose e si avvicin allo sconosciuto. Apr la bocca e si indic la lingua facendo cenno di no col dito. Poi si indic le orecchie con entrambe le mani e nuovamente scosse gli indici. Una sottile disperazione color il volto di Francesco storcendogli il sorriso in una smorfia di rassegnazione. Si sentiva come se avesse sgranato un intero rosario e si ritrovasse tra le dita lultimo grano. Era forse lultima preghiera che gli restava da recitare e si trovava di fronte qualcuno che, con tutta probabilit, anche se avesse voluto, non avrebbe potuto ascoltarlo, e che in ogni caso non avrebbe potuto

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rispondergli. Luomo non percep il cambiamento dumore e gli porse la mano per farsela stringere, dopodich gli prese delicatamente il gomito e lo invit a fare un mezzo giro su se stesso, in modo che la luce gli illuminasse il viso. Poi gli fece cenno di ripetere. Mi chiamo Francesco Nioisono calzolaio cerco lavoro. aveva scandito le parole lentamente, in modo innaturale. Il giovane si mise a ridere di una risata afona, scuotendo avanti e indietro la testa di corti riccioli neri. A Francesco parve di capire che anche lui coglieva il ridicolo della scena e sorrise alla risata facendo un passo verso luscita. Il sordomuto gli prese il braccio e lo trattenne sulla porta mentre faceva nuovamente no con il dito. Cosa c? il ragazzo fece segno di aspettare, si pose la mano sul petto e indic il soffitto. Francesco era confuso, cominciava a dubitare che i problemi del calzolaio fossero soltanto una questione di orecchie di lingua. Quello, invece, si tolse il grembiule, tir fuori le chiavi del negozio e lo invit a uscire in modo da poter chiudere la porta, poi fece qualche passo voltato allindietro per assicurarsi che lo stesse seguendo, apr un portone ed entr nel palazzo. Giunto al secondo piano attese sul pianerottolo fino a quando non venne raggiunto e spinse la porta. Un campanello tintinn sul fondo del corridoio. Da una delle camere rispose un voce

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fievole :Salvatore con chi sei? Fatti vedere. Visto che Salvatore non avrebbe potuto rispondere, Francesco pens che sarebbe stato meglio presentarsi ancor prima di affacciarsi nella stanza :Scusi, mi chiamo Francesco Nioi, sono calzolaio, credo che suo figlioio sto cercando lavoro. aspett una risposta, ma gi Salvatore gli faceva cenno di entrare nella stanza. Superata la soglia, vide un vecchio disteso che occupava una piccola porzione di un letto matrimoniale. Scusi signor Nioi, Salvatore, come avr capito, non sente e non parla, mi dispiace riceverla cos, ma da qualche settimana non riesco a uscire nemmeno dal letto. Si figuri, mi avevano detto che aveva problemi di salute. Si pent subito di aver pronunciato la frase, si sent invadente, quasi pettegolo, arross. Cosa posso fare per lei? Salvatore era uscito dalla stanza. Io mi sto trasferendo qui, e sto cercando lavoro come calzolaio, lavoravo ad Aritzo, e ho lavorato anche a Varese, nel calzaturificio, ho pensato che magari vi serviva un aiuto, anche solo per adesso che non potete lavorare. Lha mandata qualcuno? No, ho solo chiesto a un barista se sapeva dove era la calzoleria pi vicina, ho girato tutta Cagliari, sto con la famiglia a Monserrato. stato fortunato a trovare aperto, siamo rimasti chiusi per quasi un mese, Salvatore non vuole andare da solo, si porta il lavoro qui su, non gli piace

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trattare con la clientela, siamo in ritardo con le consegne, da quanto fa il calzolaio? Salvatore rientr nella stanza e si avvicin al capezzale del padre. Gli indic le scarpe di Francesco. Da sempre, mio padre era calzolaio, poi sono partito per fare il militare, lui morto, scoppiata la guerra, ho lavorato per due anni al calzaturificio di Varese e quando sono tornato ho preso il posto di mio padre ad Aritzo. Belle scarpe, le ha fatte lei? Si, ai tempi di Varese, ma ad Aritzo non cerano marciapiedi per usarle. Credo che Salvatore avrebbe bisogno di un aiuto, io non mi illudo di potermi rialzare presto dal letto, se per lei non ci sono problemi pu venire anche domani mattina, poi se lavora bene ne parliamo meglio. Per me non ci sono problemi, ho preso una stanza in affitto, a che ora vengo? Dico a mio figlio di aprire alle sette, cos vedete cosa c da fare. La ringrazio, cominciavo a non sperarci, la ringrazio di cuore signor? Mi chiamo Efisio Ibba, e anche io faccio li calzolaio pi o meno da sempre, e anche Salvatore, si pu dire che lui non abbia conosciuto altro. Domani a met mattina venga a farmi visita. Francesco si avvicin al letto per stringere la mano al vecchio e a suo figlio. Salvatore aveva passato il tempo a inseguire la conversazione sulle labbra del padre e del nuovo

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collega, e ora sorrideva soddisfatto mentre lo accompagnava alla porta. Non appena fu in strada, senza una meta precisa, Francesco si mise a camminare svelto, il passo alleggerito dai pensieri che lo avevano assillato negli ultimi giorni. Avrebbe voluto raccontare subito tutto a Francesca, ma sarebbe dovuto andare a Monserrato. Sent le campane suonare e si rese conto che non era nemmeno lora di pranzo, pens che avrebbe fatto in tempo a prendere il treno e a tornare in serata, quindi affrett ancora il passo, cercando nella sua testa la strada pi breve per arrivare alla stazione.

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Da quando i Nioi si erano trasferiti in Piazza dArmi, in due stanzette a piano strada, Francesco non la smetteva di rassicurare sua moglie sulla provvisoriet della sistemazione. Il carattere di Francesca, come accade talvolta al vino, pareva essersi guastato col viaggio. Il medico cagliaritano che laveva visitata, molto pi scrupoloso dei suoi colleghi di paese, aveva individuato la causa del perenne affanno in un cuore troppo grosso per quel corpo minuto. La diagnosi lapidaria laveva cos trasformata in una malata cronica, convincendola che, per quanto avesse voluto o potuto fare, le sue condizioni non sarebbero migliorate. Lennesima gravidanza laveva costretta a letto alcuni mesi, e perfino adesso che aveva ripreso un po di colore e ricominciava a fare qualche faccenda, sentiva continuamente il bisogno di fermarsi a prendere fiato. Passava gran parte delle giornate seduta vicino alla porta, o alla finestra, con lultima arrivata in grembo, a guardare i soldatini delle caserme cittadini esercitarsi alle manovre nello spiazzo davanti casa. Col tempo, a passo di marcia, trascorrevano i pensieri in un ribollire continuo di preoccupazioni identiche, specialmente da quando i risparmi

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sopravvissuti al trasloco erano stati inghiottiti dalla calzoleria di cui suo marito era diventato socio. Erano bastate un paio di settimane perch i vecchi clienti riprendessero a frequentare la calzoleria. In due avevano sbrigato in fretta gli arretrati ed era bastato poco per rimettersi in pari e tornare in attivo. Qualche giorno prima di morire Efisio Ibba, preoccupato che la bottega diventasse un fardello troppo pesante per le spalle di Salvatore, aveva proposto a Francesco di dividere a met oneri e guadagni e lui aveva accettato. Una volta che le carte furono fatte e firmate, il vecchio calzolaio dichiar a voce alta, con una mano sulla bocca, di essere abbastanza soddisfatto da poter morire senza rammarichi. Tranne Salvatore quindi, nessuno si stup quando, due giorni dopo, fu impossibile risvegliarlo da un sonno che sembrava perlomeno sereno. Dopo appena un giorno di lutto, la porta venne riaperta e il lavoro riprese da dove era stato interrotto. Ogni mattina, esattamente come aveva immaginato, Francesco attraversava la citt facendosi guidare dal naso. Sul profumo del mare in sottofondo si stendevano, come su un tappeto, lodore della carne appena macellata, quello del formaggio, intermittente la fragranza del pane si affacciava dai forni, e sempre pi intenso, man mano che si avvicinava al porto, dominava il pesce, cancellato soltanto dallodore del cuoio che

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addensava laria della calzoleria. Prima di uscire di casa baciava sua moglie e i bambini e ne respirava lodore in modo da ricordarsene con sollievo durante la giornata. Come lo sentiva allontanarsi, Francesca si alzava e preparava Giovanna, Cesare e Ida per la scuola e aspettava che anche loro uscissero. Poi, la sua mattinata si diluiva in unimmobilit quasi totale. Con la speranza semplice che la testardaggine di Francesco riuscisse ad aumentare almeno di una stanza le dimensioni della casa, si sistemava al suo posto. Osservava i rituali di una miseria sempre identica svolgersi con accenti diversi attraverso le porte e le finestre che davano sulla piazza. Generazioni di nonni e nipoti, costretti in case troppo piccole, pendevano senza vergogna dai medesimi fili da stendere. Francesca, assecondando un pudore paesano, metteva le cose ad asciugare in camera da letto, facendo attenzione che la porta della cucina rimanesse ben chiusa per non rovinare il profumo del bucato. Prima che i bambini tornassero da scuola, abbandonava la sedia e parte dei pensieri che le infestavano lumore e si metteva a preparare il pranzo. Sistemava Bonaria, lultima nata, tra i cuscini sul letto, socchiudeva la porta per poter sbirciare cosa combinavano Irene e Giuliana, e faceva le cose con calma. Soltanto il ritorno di Ida e Cesare rompeva la quiete maturata nellarco della mattinata. Per Giovanna era

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impossibile fare in modo che entrambi stessero nella stessa stanza senza stuzzicarsi. Una mattina di marzo, mentre Cesare inseguiva Ida attraverso la stanza, la monotonia delle grida dei bambini fu scossa da un movimento brusco. Un istante di silenzio seguito dal sovrapporsi di voci sempre pi acute, in un coro che richiam lattenzione del vicinato. Francesca davanti alla cucina, un mestolo in mano, e la bocca spalancata, fissava Ida che piangeva urlando, completamente ricoperta del sugo bollente che pochi secondi prima borbottava nella pentola. Cesare si era rannicchiato in un angolo, Giovanna sulla soglia della camera da letto aveva smesso di gridare come se il fiato le si fosse spezzato oltre le labbra. Il pianto delle piccole attraversava la porta. Francesca si premette le mani contro le orecchie, ma la voce di Ida si era fatta cos acuta che fu come se non avesse fatto niente. Pochi secondi e, senza chiedere permesso, le donne del vicinato affollavano la stanza mute. La prima a scuotere laria fu signora Marianna, la levatrice, abituata per mestiere alle emergenze, disse che bisognava portare immediatamente la bambina in ospedale. Il pensiero di Francesca corse inutilmente e si fiss sulla convinzione che se qualcuno al di fuori di quella stanza avesse visto sua figlia in quelle condizioni, lavrebbero sicuramente arrestata e le avrebbero

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portato via i bambini. Si mise a delirare, piagnucolando pregava che nessuno chiamasse i carabinieri e cercava di impedire alle donne di avvicinarsi a Ida che non la smetteva di piangere, immobile al centro della stanza. Signora Marianna valut il da farsi e assest uno schiaffo a Francesca frapponendosi con forza tra lei e la piccola, poi chiese aiuto a Giovanna e disse alle altre di portare fuori i bambini. Cercava di spogliare Ida il pi in fretta possibile, e per questo insisteva per avere un paio di forbici, ma Francesca la scongiurava di salvare il vestitino di velluto rosso, nonostante il tessuto fosse diventato un tuttuno con la pelle ustionata del collo. Per tagliare corto la levatrice scelse il male minore e strapp dal basso verso lalto in modo secc, svelando a un tempo la sottoveste bianca e lustione in tutta la sua gravit. La bambina parve svenire con un grido smorzato, insieme al vestito era venuta via parte della pelle rimasta incollata al colletto. Obbedendo agli ordini, Giovanna era corsa a chiamare Tonia, la figlia dellostetrica, e in due trascinavano dentro un catino dacqua fredda. Francesca sembrava riacquistare un po di buonsenso, limitandosi a borbottare maledizioni piuttosto che a sbraitare. Signora Marianna spieg a Tonia che doveva andare al convento delle suore per recuperare tutta la cera dapi che potevano darle, nel frattempo continuava a immergere la testa di

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Ida nellacqua e cercava, come meglio poteva, di ripulirla dalla pelle morta. Come si trattasse si spiumare una gallina, tirava con gesti veloci e decisi, accompagnati da parole dolci che non riuscivano in ogni caso a fermare le lacrime della bambina. Non aveva ancora finito quando Tonia torn con un fagotto e subito si mise a scaldare la cera a bagnomaria. Una volta che sua madre reput che tutta la pelle rovinata fosse stata tolta, si fece aiutare a sdraiare Ida sul letto, bagn un tovagliolo e glielo mise in bocca. Cominci a spalmarle la cera bollente sul viso, usando le mani la stendeva come una seconda pelle, senza preoccuparsi del bruciore che le arrossava le dita n tantomeno dei lamenti soffocati della bambina. Quando le sembr abbastanza si ferm, si assicur che Francesca si fosse tranquillizzata e la fece entrare per spiegarle con calma cosa sarebbe stato necessario fare. Si trattava di una cura lunga, bisognava ripetere la stessa operazione tutti i giorni, ma alla fine, era sicura che non sarebbe rimasto neanche un segno dellaccaduto. Pallida come la calce, Francesca la ringrazi tra i singhiozzi, dichiarandosi sua debitrice per sempre le assicur che avrebbe trovato il modo di sdebitarsi. La levatrice, che non era donna di complimenti, le disse che sarebbe stato gi sufficientemente oneroso recuperare la cera necessaria per non interrompere il trattamento, e vanificare gli sforzi.

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Francesco arriv a casa e trov Giovanna che ripuliva la cucina e sua moglie seduta accanto al letto che piangeva in silenzio con i bambini intorno. Ida giaceva sul letto con una spaventosa maschera di stoffa sul viso. Pens fosse morta, ma la voce nuovamente ferma di Francesca lo riport alla realt rassicurandolo che era viva. Poi, lentamente, gli raccont ci che era in grado di ricordare, omettendo i particolari sul panico confuso di cui era stata preda. Nei sette mesi successivi linizio delle giornate si arricch di un rituale nuovo. Verso le cinque, signora Marianna batteva piano le nocche sulla porta e appena entrata si metteva a scaldare la cera. Francesco portava Ida in braccio e nel dormiveglia la faceva sedere sul gradino che dava sul cortiletto davanti alla piazza. Con pazienza la donna rimuoveva lo strato di cera che si era indurito e con esso parte della vecchia pelle che continuava a salire in superficie. Poi lo sostituiva con una nuova maschera. La bambina si era abituata nel frattempo a smorzare il dolore nella stretta dei denti sul fazzoletto, ma le lacrime uscivano da sole, annacquando impercettibilmente il denso impasto che le appesantiva il viso. Quando la benefattrice aveva concluso, salutava e tornava a casa ad accudire i suoi otto figli e non si faceva viva fino al giorno dopo.

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Furono mesi pesanti, i lamenti di Francesca erano diminuiti, ridimensionati dalla preoccupazione che su Ida rimanesse un marchio indelebile che le avrebbe reso la vita difficile. Ci che era accaduto le riempiva la testa ogni volta che posava lo sguardo sulla figlia insofferente per la noia di dover restare in casa a guardare per ore i soldati fare avanti e indietro nella piazza. Dopo i primi tentativi, avevano rinunciato a invitare le compagne di scuola che non si trovavano a loro agio davanti a quella maschera orribile. La bambina non faceva paura soltanto alle amichette, continuava a spaventare Francesca che non smetteva di pensare a cosa avrebbe fatto se alla fine della cura tutto si fosse rivelato inutile. Soffocando la speranza sia lei che Francesco tentavano di rassegnarsi allidea che la piccola potesse rimanere sfigurata. A confronto la preoccupazione per lanno di scuola perso si ridimensionava fin quasi a sparire. Settembre arriv come sempre e il rituale parve consumarsi spontaneamente. Una mattina, verso le cinque come al solito, Francesco apr la porta e si trov di fronte la levatrice a mani vuote. In silenzio prelev la bambina dal letto e laffid alle cure della vicina. Lentamente, man mano che veniva liberato, il viso riapparve senza segni. La pelle era cos liscia da sembrare di carta. Francesco approfitt di quella felicit per accostare le

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labbra allorecchio della moglie e, mentre lei piangeva senza accorgersene, le sussurr :Comincia a preparare le cose, fra un paio di settimane ci trasferiamo in un palazzo.

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VI

Le ultime valigie furono caricate sul tram insieme ai bambini. Negli ultimi quattro anni traslocare era diventata unabitudine, come se ogni tanto sentissero il bisogno di concedersi un viaggio in un nuovo paese per conoscere gente diversa, differenti usanze. Questa volta pi delle altre parve a tutti di aver superato da tempo i confini della citt. Pi semplicemente Cagliari ingrassava stiracchiandosi e ogni tanto le sue spire si assottigliavano fino a sparire per poi riemergere con strade e palazzi mai visti. Per smorzare lentusiasmo dei figli e rassicurare al tempo stesso sua moglie, Francesco continuava a ripetere che stavano soltanto cambiando quartiere. Scesero al capolinea e si infilarono tra i palazzi di propriet del comune, passato il portone tutti rimasero impressionati dal cortile. Perfino Francesca che non faceva altro che favoleggiare di regge e case principesche ogni volta che si metteva a preparare i bagagli. Un centinaio di finestre si affacciavano sullo spiazzo animato, i palazzi confinavano con altri palazzi e davano le spalle ad altre corti. Sotto gli occhi straniti dei nuovi vicini i Nioi salirono le scale in fila indiana fino al secondo piano, Francesca per ultima, arrancando. Le quattro

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stanze sembrarono un notevole miglioramento se paragonate ai tempi di Piazza dArmi e aggiungevano una camera allultima sistemazione, Cesare avrebbe continuato a dormire in cucina, ma almeno le bambine, crescendo, non avrebbero dovuto dormire tutte insieme unendo i letti. Oramai perfino la pi piccola, Monda, aveva due anni, ma la pancia di Francesca, visibilmente grossa, sbandierava la necessit di ridistribuire presto lo spazio disponibile. Gi nei primi giorni ognuno parve trovare il proprio modo dadattarsi, Francesco si svegliava molto presto perch coi traslochi la calzoleria si era via via allontanata, Giovanna imparava a ricamare da una signora, e per questo rifaceva ogni mattina la strada fino allultima casa, Ida aveva appena finito le elementari e si occupava della casa e della spesa per la quale bastava scendere nella bottega al piano terra. Francesca, quasi immobile, controllava che Irene e Giuliana andassero a scuola ordinate, e Bonaria passava il tempo a manifestare la propria gelosia nei confronti dellultima arrivata che laveva spodestata nelle attenzioni di tutti. Il cortile si riempiva di bambini fin dal mattino, nel pomeriggio si aggiungevano i pi grandi che tornavano da scuola. Le voci delle donne rimbalzavano negli spazi comuni come si trattasse di unestensione naturale dei loro appartamenti. Francesca aveva cominciato a esplorare con lo

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sguardo i limiti della propria discrezione e di quella degli altri. Da sempre era riuscita a schermare la propria intimit continuando a considerare personali cose che i cittadini dimostravano di non ritenere tali. Attraverso le pareti in comune le voci si diffondevano come amplificate e ogni minimo sussurro diveniva una presenza quasi visibile. Nello stesso modo in cui non era possibile tenere fuori i rumori degli altri, risultava difficile trattenere allinterno della casa quelle che Francesca considerava le cose private. Sembrava lunica a subire unoppressione morbosa per questo. Le vicine non si preoccupavano di affacciarsi alla finestra e gridare ai figli, ai mariti, alla bottegaia, e lo stesso tono di voce lo utilizzavano una volta chiuse le imposte. Stare tutto il tempo in casa, come faceva la signora Nioi, significava ascoltare una radio sempre accesa che la metteva al corrente di tutto ci che gli altri cucinavano, lavavano, compravano, dei motivi per i quali si lamentavano o si dicevano soddisfatti, ogni cosa veniva assorbita dalle pareti e trasmessa in diretta al di l dei confini allinterno dei quali era stata detta. Quando la famiglia era riunita, Francesca passava il tempo a redarguirla, cercando di moderare il volume delle voci, attutire i movimenti, in estenuanti tentativi di ovattare la vita della casa per sentirsi meno vulnerabile al giudizio degli altri.

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Pensava che tutti trascorressero le giornate come lei, in perenne ascolto di ci che succedeva al di l dei muri, e soffriva al pensiero che qualcuno potesse metterla alla berlina. Chi non sembrava nemmeno sfiorato da ci che diceva la gente era Francesco, al quale la citt, negli anni, aveva migliorato lumore e aumentato, se possibile, la pazienza, insegnandogli che nessuno esente da vizi, e che a volerli nascondere tutti si rischiava di perderci il sonno. Per cui, pratico pi di sua moglie che si era opposta come fosse una questione di vita o di morte, aveva accettato gli aiuti che unassociazione di studenti universitari distribuiva alle famiglie numerose. Non si trattava di soldi, ma i buoni consumo, il caff, il pane e la pasta facevano ugualmente comodo e permettevano di vivere un po meno col fiato sul collo. Francesca si limitava a coltivare la propria vergogna barricata nella camera da letto e mandava Giovanna alla porta ogni volta che si presentava qualcuno a consegnare il pacco. Tra i volontari, un giovane di studente di giurisprudenza di nome Nino aveva preso a benvolere Cesare e non perdeva occasione per fare visita alla famiglia. Un giorno si era presentato con una scacchiera e cos si era messo in testa di insegnare a giocare a scacchi al suo protetto. Francesca considerava che anche quello faceva parte dellelemosina e come Nino se ne andava non la smetteva di

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lamentarsi

chiamandolo

bassa

lintruso.

Poi,

anche

limportanza di queste cose, venne ridimensionata da una voce sempre pi insistente. LItalia entrava in guerra. A quanto si diceva non si trattava di una vera e propria guerra, perlomeno non aveva niente a che fare con la prima guerra mondiale. Come recitavano sulle scale i pochi che sapevano leggere: sorretto dallentusiasmo del popolo, il duce aveva promesso di fare della nazione una potenza imperiale, per cui in nome dellideale fascista e di una conquista solare, aveva deciso di fare una campagna militare in Etiopia. La notizia giunse alle orecchie di Francesco mentre chiudeva bottega e gli rovin il tragitto fino a casa, ma una volta entrato nel cortile fece finta di niente. Quando apr la porta si rese conto che la mala novella doveva essere riuscita ad attraversare le pareti dellappartamento. Francesca piangeva sdraiata sul letto mentre le bambine le giravano intorno perplesse. Lufficialit della chiamata alle armi non tard ad arrivare insieme alle cartoline recapitate dai messi comunali, e il calzolaio si mise a sistemare le cose in fretta, temendo un suo nuovo coinvolgimento nelle vicende nazionali alle porte. Furono giorni confusi, le voci si inseguivano, rimbalzando di finestra in finestra, da un lato allaltro del cortile, continue conferme e smentite non facevano che alimentare la tensione di chi si sentiva

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destinato a partire. In quasi ogni famiglia cera qualcuno che aveva prestato servizio durante la grande guerra ma era ancora abbastanza giovane per essere richiamato. Alla fine venne anche il turno di Francesco e per Francesca fu come se glielo avessero gi ammazzato. Per due giorni sembr che avesse perso la testa e ci volle tutto la fiducia nel futuro di suo marito per calmarla. Alla vigilia della partenza Francesco usc di casa dopo pranzo e port Cesare, Ida, Irene e Giuliana in calzoleria. Salutarono Salvatore che, come gli altri inabili alle armi, sarebbe rimasto lontano dalla miseria del valore militare. Passeggiarono per Cagliari cercando di mascherare laria di commiato, mangiarono il gelato, passarono a comprare le paste e rincasarono per cena. Il tavolo era apparecchiato, Francesca cucinava e non la smetteva di annacquare il condimento con le lacrime, suo marito cerc di ammorbidire latmosfera scherzando sulla partenza. Vedendo seduti tutti insieme, sua moglie e i suoi figli, decise di nascondere dietro a un sorriso la consapevolezza che per loro sarebbero stati tempi difficili. Mangiarono e Francesca era pi impegnata ad asciugarsi gli occhi col grembiule piuttosto che a sgridare i figli per il tono della voce, le bambine ne approfittavano, fu una cena pi chiassosa e divertente del solito. Irene e Giuliana imitavano le vicine, Francesco rideva per ogni cosa che dicevano, evitando

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lo sguardo di sua moglie, le teneva la mano non appena lei la posava sulla tovaglia. Ida e Giovanna sparecchiarono e vennero scartati i dolci e ognuno ebbe il suo. Poi le bambine cominciarono a crollare, una dopo laltra. Quando Cesare, lultimo rimasta sveglio, usc per andare in bagno, Francesco prese una delle paste rimaste e la mise dentro una vecchia gavetta e disse a Francesca che se lavrebbero mangiata insieme al suo ritorno, che sarebbe stato cos rapido che la crema non si sarebbe nemmeno inacidita. Le promise che non sarebbe mancato per la nascita della creatura, e scherzando le ordin di farglielo maschio per una volta. Come al solito faceva promesse che non era sicuro di poter mantenere, ma come diceva sempre Francesca, lui era un ottimista e confidava nellavvenire anche se non cera niente di buono da sperare, e in fondo era meglio cos, che a disperarsi bastava e avanzava lei. Lindomani la casa si svegli che la partenza cera gi stata, Francesco aveva baciato le bambine nel sonno e sulla soglia aveva abbracciato sua moglie. Per lei era stato come vederlo uscire per andare a lavoro. Lidea che aveva dellAfrica era cos vaga che prefer immaginarselo seduto al banchetto a cucire e martellare qualche suola. Nei giorni successivi furono pochi i segni dellassenza che pesava sui Nioi, lunica vera novit fu che contrariamente al buon senso,

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Francesca aveva deciso che avrebbe indossato il lutto fino al rientro di suo marito. La gravidanza si avvicinava e voleva sentirsi libera di discutere con se stessa i propri mali come riteneva opportuno. Lora in cui Francesco era solito rincasare da lavoro divenne un appuntamento fisso, il pretesto per immaginare dove fosse in quel momento, cosa stesse facendo, nella mente dei bambini la guerra si era trasformata nella possibilit tutta africana di camminare tra animali esotici, pigmei e watussi. Ognuno, in base allet, lo metteva a confronto con il proprio immaginario, incurante di cosa realmente stesse passando. Daltronde, come aveva detto lui prima di partire, lAfrica era lontana, ma non abbastanza, cera solo il mare da attraversare, e poi si sarebbe sentito a casa, in fin dei conti, a guardarla nelle mappe, anche lAfrica non era nientaltro che unisola.

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