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L'Unit 21 ottobre 1999

La scommessa del nuovo Ulivo

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Caro Direttore, come firmatario della carta 14 giugno (si chiamava cosi?), prima ancora che come deputato europeo DS, La prego di ospitare alcune considerazioni sul "nuovo Ulivo" di cui - fortunatamente - si ricomincia a parlare in questi g iorni in maniera concreta. Non mi scandalizza che questa ripresa di vitalit del p rogetto che porto' alla vittoria della sinistra riformista nelle elezioni del 19 96 si manifesti ancora una volta in vista di un appuntamento elettorale; anzi, m i sembra che questo fatto testimoni proprio che soprattutto per presentarci con credibilit ai nostri elettori che abbiamo bisogno di richiamarci a quel progetto. I nostri elettori sono stati, e sono ancora, gli elettori ulivisti. Gli insoddi sfacenti risultati elettorali di questi ultimi tempi, e in alcuni casi le vere e proprie batoste, prima di essere espressione di una "fisiologica" (?) disaffezi one verso la politica, significano, per un osservatore minimamente obiettivo, ch e si sbagliato credendo di archiviare l'alleanza dell'Ulivo, il suo glorioso pul lman, i fermenti della societ civile che esso aveva rappresentato e promosso. Tut to questo, se vale, significa anche che l'Ulivo sar nuovo in quanto, rotta la con tinuit di quello originario, si presenta come una ripresa-rinnovamento; ma certo non nel senso che si debba cambiare il suo programma, la sua fisionomia di sogge tto politico (se proprio si ha orrore della parola partito) di sinistra riformis ta. Il nuovo Ulivo non comincia affatto da zero, e per questo anche ci si pu ragi onevolmente aspettare che non abbia bisogno, per (ri)nascere, di una troppo lung a gestazione. Quel che c'era di essenziale nel progetto ulivista, e che non ha p erso affatto la sua attualit, era la vitalit di base che esso aveva saputo interpr etare e intercettare. La societ civile di quattro anni fa non scomparsa, solo ent rata in una fase di relativo silenzio perch ha creduto di aver perso, o ha perso davvero, i propri interlocutori a livello politico. Una parte di essa si rivolta , come sappiamo, verso forme di rappresentanza pi ambigue, come le liste radicali . Che sono apparse persuasive, credo, molto pi che per le singole proposte progra mmatiche (davvero vogliamo liquidare i sindacati?), per la forma "aperta", spess o addirittura caotica, con cui si sono presentate nelle varie realt locali. E' a questa societ civile che occorre rivolgersi per riprendere il programma ulivista, evitando di credere che si tratti di perseguire lo scopo attraverso trattative di vertice. Io sono convinto che il prossimo congresso dei DS si sta preparando con le migliori intenzioni di farne un punto di incontro di voci molteplici senz a preclusioni rigide ed eccessivi formalismi "partitici". Le tante radicali novi t della mozione Veltroni mi sembrano autorizzare molte speranze anche sul piano d elle forme organizzative. Ma non mi nascondo il rischio che l'inerzia degli appa rati che ancora, fortunatamente del resto, sopravvivono, ci conduca alla fine ve rso esiti troppo "interni", contribuendo ad accentuare, invece che a ridurre, il distacco tra ceto politico e societ civile. Non so, comunque, se sar possibile sp erimentare queste nuove forme di rapporto tra "interno" ed "esterno", tra partit o ed elettori, nei congressi locali e nel congresso nazionale, come io mi auguro . So pero' che, se davvero vogliamo far rinascere l'Ulivo con la sua forza propu lsiva originaria, bisogna che ci mettiamo al lavoro come allora, prescindendo da lle divisioni che sono sopraggiunte quando abbiamo (hanno) ricominciato a pensar e in termini di coalizioni fra partiti e partitini. Dunque, anche senza preclusi

oni contro questa o quella etichetta, questa o quella formazione dell'area di ce ntrosinistra. Rispetto alle origini, la sola novit di rilievo che nel frattempo s iamo diventati forza di governo. Vogliamo essere tanto masochisti da pensare che questo sia un elemento negativo da cui trarre ragioni di rassegnato pessimismo?

GIANNI VATTIMO