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LA CREATIVIT DISTRUTTIVA Ogni fine prelude ad un inizio.

In economia, in particolare, chi decotto deve poter uscire di scena, per lasciare spazio a nuovi prodotti e produzioni. Il problema sta nel fatto che le teorie sono parole, ma in concreto, dietro ogni processo di ristrutturazione, delocalizzazione, acquisizione o chiusura di imprese, ci sono i lavoratori, le loro famiglie ed i redditi disponibili, senza i quali non si riempiono le borse della spesa. Tommaso Padoa Schioppa, nel suo intervento su La Stampa del 13 dicembre scorso, dal titolo La Distruzione creativa, fa notare come, allinterno dellUnione Europea, funzioni molto meglio il metodo svedese di difendere occupazione ed alti salari favorendo lo spostamento verso produzioni nuove, rispetto al modello tedesco della Siemes che, per non delocalizzare, ha semplicemente chiesto ai suoi lavoratori di lavorare di pi, a parit di salario. Per sopportare i costi sociali di una dinamica cos importante, relativa alla catena distruzione-creazione delloccupazione stabilizzata, necessario per disporre di una robusta rete di welfare, a carico di Stato ed imprese, che consenta la messa a punto di robuste filiere formative, per la ricollocazione produttiva dei lavoratori disoccupati, i quali hanno tuttavia il dovere di accettare lofferta di un nuovo lavoro, pena la perdita dei sussidi. Questo, come dire, a corto raggio. Tuttavia, con la globalizzazione, i problemi di casa Nostra diventano, inevitabilmente, di tutti. Attualmente, si sta svolgendo ad Hong Kong un meeting ministeriale, che vede coinvolti ben 149 Paesi, che fanno parte del Wto (lOrganizzazione Mondiale del Commercio), per la riforma delle regole che, attualmente, governano i mercati mondiali di beni e servizi. Ieri, come oggi, Paesi in via di sviluppo (continuando a comprendere, impropriamente, in tale categoria Cina, India e Brasile) si confrontano con le chiusure protezionistiche dellOccidente, Unione Europea ed America, in testa a tutti. Ma i conflitti (di interessi) sono ancora pi feroci allinterno dei Paesi pi industrializzati, divisi pi che mai sugli aiuti allagricoltura. Nonostante che, come ci hanno fatto velenosamente notare diplomatici indiani e brasiliani, i sussidi assicurati dalla Ue ad 1 (una) mucca francese siano sufficienti per garantire la sopravvivenza ad unintera famiglia povera di Bombay! Peggio: pur di privilegiare una categoria di lavoratori (agricoltori), si ledono gli interessi del 70% della popolazione residente nei Paesi in via di sviluppo! E Noi come reagiamo? Insultandoci ai vertici europei, convocati a vuoto per lapprovazione del bilancio settennale dellUnione! Intanto, malgrado che allincirca il 50% delle risorse comuni sia destinato allagricoltura (dove gli agricoltori francesi fanno da asso-piglia-tutto), Chirac non vuole sentir parlare di riforma della Pac (Politica Agricola Comune), prima del 2008. Certamente, non prima che Blair abbia rinunciato ai faraonici sconti, che consentono a Londra di riportarsi a casa quasi (in base al rebate) i due terzi dei contributi da versare alle casse comunitarie. Per ora, da quel che dato di capire, a chiusura della Presidenza inglese di turno, la bozza di bilancio, presentata da Blair, molto al di sotto delle attese, sia dei nuovi Paesi comunitari, che di quelli storici, come Italia, Francia, Germania e Spagna. Ad uscirne fortemente dimensionati, qualora passasse il piano inglese, sono proprio i settori della ricerca e delle grandi infrastrutture che, invece, avrebbero bisogno di un consistente aiuto, per fronteggiare la concorrenza mondiale. A quando una riflessione matura, sulla creazione di un welfare europeo, sulle cosiddette cooperazioni rafforzate (surrogato di un percorso federativo abortito) e sulla difesa comune? A proposito: a me non dispiacerebbe la liberalizzazione dei mercati agricoli, per pagare mele, ananas e manghi meno della met di quello che costano, oggi, al supermercato. E, a Voi? RicordateVi, in merito, di dichiarare nellurna la Vostra preferenza, nel 2006! Roma, 15 dicembre 2005 Maurizio Bonanni