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A CINCO AOS DE LA ENTRADA EN VIGOR DEL SUMMORUM PONTIFICUM Domani ricorre il quinto anniversario dallentrata in vigore del Motu

proprio Summorum Pontificum. In questa occasione, vorrei rispondere ad alcune domande che mi sono state rivolte pi volte sulla possibilit o meno di inserire nella celebrazione della liturgia romana celebrata secondo la forma straordinaria, elementi presenti nella forma ordinaria, cos, ad esempio, la concelebrazione dellEucaristia, la Comunione sotto le due specie, e altri elementi ancora. In favore di questa possibilit, si ricorda talvolta il principio secondo cui in favorabilia si deve applicare la norma in maniera estensiva. Come detto sopra, si cita, ad esempio, la concelebrazione eucaristica e la comunione sotto le due specie, del cui ripristino parla Sacrosanctum Concilium. E perch non estendere questo criterio, mi domando, ad altri elementi della Costituzione liturgica che hanno trovato attuazione nella riforma postconciliare: maggior uso della lingua parlata, maggior uso della Scrittura, ecc.? E mi domando, poi, chi giudica che si tratta di elementi favoribilia? Ci sono, ad esempio, per quanto riguarda la concelebrazione, dei gruppi che hanno criticato duramente questa novit (cos i Lefebvriani). La Lettera del Papa che accompagna Summorum Pontificum parla della introduzione nel Messale (e nel Breviario) della forma straordinaria di alcuni nuovi santi e anche di alcuni nuovi prefazi. Sono passati cinque anni e, nonostante i lavori della commissione creata ad hoc, non si riuscito a fare nulla. Non facile questo tipo di operazione: con quale criterio si introducono i nuovi santi, in quali giorni e con quali testi sia nel Messale che nel Breviario? Daltra parte, una simile operazione obbligherebbe alla pubblicazione di un nuovo Messale del 1962, che non sarebbe pi quello di Giovanni XXIII, ma quello di Benedetto XVI. Sarebbe, in qualche modo, un superamento del Summorum Pontificum che parla sempre per la forma straordinaria del Messale di Giovanni XXIII Nei blog tradizionalisti si parlato frequentemente e duramente contro una liturgia chiamata ibrida, fatta con elementi presi dalla forma ordinaria (e viceversa). Credo che il vicendevole arricchimento tra le due forme voluto da Benedetto XVI, debba intendersi ad un livello diverso. Parlando con la terminologia (e mentalit) comune in molti ambienti: la celebrazione col Novus Ordo dovrebbe acquisire un ambiente pi sacrale; il Vetus Ordo dovrebbe celebrarsi con pi attenzione alla

partecipazione dei fedeli, e via dicendo. O, con parole di Benedetto XVI nella Lettera sopracitata: Le due forme delluso del Rito Romano possono arricchirsi a vicenda: nel Messale antico potranno e dovranno essere inseriti nuovi santi e alcuni dei nuovi prefazi. La Commissione Ecclesia Dei in contatto con i diversi enti dedicati all usus antiquior studier le possibilit pratiche. Nella celebrazione della Messa secondo il Messale di Paolo VI potr manifestarsi, in maniera pi forte di quanto non lo spesso finora, quella sacralit che attrae molti allantico uso. La garanzia pi sicura che il Messale di Paolo VI possa unire le comunit parrocchiali e venga da loro amato consiste nel celebrare con grande riverenza in conformit alle prescrizioni; ci rende visibile la ricchezza spirituale e la profondit teologica di questo Messale. Le due forme del rito romano non sono due men con piatti intercambiabili; si sceglie un men o si sceglie laltro. Le due forme del rito romano sono legate ai rispettivi libri liturgici, come si evince da quanto afferma Summorum Pontificum. Nessun privato, sacerdote o laico autorizzato a fare dei cambiamenti nei libri liturgici. MATAS AUG