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Etty Hillesum

Lettere

1942 -1943

A CURA DI CHIARA PASSANTI PREFAZIONE DI JAN G. GAARLANDT

©

A D E L PH I EDIZIONI

TITOLO o r ig in a l e :

Brieven 1942-1943

Il la tica testo traduzione delle delle sue lettere di opere Chiara di (De Etty Passanti nagelaten Hillesum è quello geschriften su cui dell’edizione è stata van condotta Etty Hil­ cri­

lesum, Uitgeverij Balans, Amsterdam, 1986). La prefazio­

vece ne di tratta Jan G. dall’edizione Pantheon Gaarlandt, Books, tradotta americana New da York, Piero (Letters 1986) Bertolucci, from Westerbork, è in­

Ottava edizione: ottobre 2010

© 1986 UITGEVERIJ BALANS B.V., AMSTERDAM © 1990 ADELPHI EDIZIONI S.P.A. MILANO

I edizione g l i a d e l p h i: marzo 2001

ISBN 978-88 - 459- 1605-2

INDICE

Prefazione di Jan G. Gaarlandt LETTERE 1942-1943

e poi riprenderò il mio giro senza fine tra le ba­ racche e il fango». Così Etty Hillesum scrisse in una

«

...

delle sue lettere agli amici, e sofferenze e fango era­ no Tessenza stessa del campo di concentramento di Westerbork, e malattia e sovraffollamento, un universo di terrore e di chiasso su una striscia di brughiera di cinquecento metri quadrati. Westerbork, un « campo di smistamento » (Durch- gangslager) vicino ad Assen, neirOlanda nordorien­ tale, fu per più di centomila ebrei olandesi « l'ultima fermata prima di Auschwitz». Qui Etty passò gli ul­ timi mesi della sua vita, continuando a scrivere il suo diario e le sue lettere e occupandosi con abnegazione totale dei malati nelle baracche dell’ospedale. «Eppure la vita è meravigliosamente buona nella sua inesplicabile profondità » ribadiva ancora nella sua ultima lettera dal campo, cinque giorni prima della deportazione definitiva - un’affermazione che, per i lettori del suo diario, ha un timbro inconfondibile. Nata il 15 gennaio 1914, Etty Hillesum aveva venti­ sette anni quando cominciò a scriverlo nel marzo 1941. Alla sua scrivania, in una cameretta che dava sul

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Museumplein ad Amsterdam, nelle ore più buie del­ la storia moderna dette vita a una delle opere più memorabili del nostro tempo, una testimonianza di fede e di amore. Contro l'orrore crescente deir occu­ pazione tedesca e della persecuzione degli ebrei, con­ tro le forze rivolte alla loro distruzione, Etty cercò, insieme con i suoi amici, di erigere una barriera in­ teriore. Nel 1942 i tedeschi effettuarono la prima gran­ de retata di ebrei olandesi, imposero loro di portare la stella gialla e, dopo aver concentrato ad Amster­ dam tutti quelli che riuscirono a catturare, dichiara­ rono TOlanda «Judenrein». Il raggiungimento del­ l'obiettivo finale dei nazisti - trasferire tutti gli ebrei nei campi di sterminio in Polonia senza eccessivi in­ toppi - dipendeva in buona parte dalla collaborazione di un organismo creato ad hoc: il Consiglio Ebraico. Consigli di questo tipo, posti sotto la responsabilità di membri importanti delle varie comunità ebraiche, fu­ rono creati dai tedeschi in tutta l'Europa occupata. Lo scopo dichiarato di queste istituzioni era di stabilire chi fosse idoneo ad essere trasferito in un « campo di lavoro », e chi invece fosse indispensabile in patria; in realtà, la loro vera funzione era di sopire con l'ingan­ no i timori delle vittime. Un'analisi anche superficiale del ruolo avuto in Olanda dal Consiglio Ebraico esula dall'ambito di que­ sta presentazione, né è il caso di dare qui un giudizio sulla sua attività; ciò che importa è che nel luglio del 1942 a Etty fu dato un posto in una delle molte se­ zioni del Consiglio. Questo lavoro la esentava dall'in- ternamento a Westerbork; ciò nondimeno, qualche set­ timana dopo essere stata assunta, ella chiese di esservi trasferita in qualità di «assistente sociale», e arrivò al campo proprio nel momento in cui si dava inizio al programma di deportazioni ad Auschwitz. Ogni lu­ nedì un treno entrava nel campo; ogni martedì la lunga fila di carri merci, stipati da più di mille uomi­ ni, donne, bambini, malati e morenti, ne ripartiva.

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Tra il 15 luglio 1942 e il 3 settembre 1944, settimana dopo settimana, i treni furono in tutto novantatré. Così, in un tempo relativamente breve, tutti gli ebrei che nei mesi precedenti erano stati concentrati in un ghetto ad Amsterdam furono portati a Wester­ bork; alcuni accettarono volontariamente, i più furo­ no rastrellati per le strade o strappati con la forza dal­ le loro case; molti vi furono trasferiti dopo essere stati imprigionati o rinchiusi in altri Lager, come quello tristemente noto di Vught o quelli di Amersfoort, Om- men e Ellecom. Un'eccezione fu costituita da una élite culturale non molto numerosa - intellettuali, artisti, ma anche banchieri - che, per intercessione di alcuni alti funzionari olandesi, riuscirono a farsi trasferire al castello della cittadina di Barneveld. Mischa Hillesum, fratello di Etty, pianista già affermato, aveva la possi­ bilità di essere uno di loro, ma rifiutò questo tratta­ mento di favore a meno che non fosse concesso anche ai genitori. (Tutti gli ebrei di Barneveld furono più tardi trasportati a Theresienstadt via Westerbork, e la maggior parte di loro sopravvisse). Westerbork era stato istituito verso la fine del 1939 dal governo olandese per ospitarvi circa millecinque­ cento ebrei tedeschi che erano fuggiti dalla Germania prima della guerra. Etty vi giunse quando la valanga dei nuovi arrivi era appena agli inizi e, improvvisa­ mente, su quel fazzoletto di terra si dovette trovare un posto per trenta o quarantamila persone. Ognuno cercava disperatamente di restare a Westerbork il più a lungo possibile. I timbri di vario colore apposti sui documenti degli internati più privilegiati, ne garanti­ vano la permanenza nel campo per una settimana, per due, a volte più a lungo. Ma qualunque ne fosse il colore, i loro titolari a poco a poco scomparvero quasi tutti, compresi i membri del Consiglio Ebraico, che per la maggior parte furono deportati nel giugno del

  • 1943. Il campo aveva strutture gerarchiche, capi, guardie, medici e addetti alle varie attività sociali, dapprima

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sotto la supervisione degli olandesi, poi sotto stretto controllo tedesco. Fra gli internati, gli ebrei di origine tedesca, che avevano già passato nel campo qualche anno, godevano della maggiore influenza. Uno di que­ sti era Osias Kormann, che era diventato un buon ami­ co di Etty e al quale lei scrisse in tedesco diverse let­ tere da Amsterdam, dove, dopo cinque settimane pas­ sate a Westerbork e un breve soggiorno dai genitori a Deventer, era tornata il 5 settembre 1942. In quanto membro del Consiglio Ebraico, aveva un permesso di viaggio che le consentiva di tornare di quando in quan­ do ad Amsterdam per fare rifornimento di materiale sanitario e per portare notizie alle famiglie degli in­

ternati. Rimase ad Amsterdam per quasi tre mesi, per lo più a letto, malata e angustiata dal desiderio di West­ erbork, dove in effetti ritornò il 20 novembre 1942; due settimane dopo dovette lasciare di nuovo il campo per farsi ricoverare all’Ospedale Olandese-Israelitico di Amsterdam per calcoli alla bile. Agli inizi del giu­ gno 1943 tornò a Westerbork, per non farne più ri­ torno. Il suo amante, lo psicochirologo Julius Spier, era morto, ed Etty prese congedo dai suoi amici più cari, quelli ài quali sono indirizzate la maggior parte delle lettere da Westerbork e che i lettori del suo dia­ rio già conoscono bene : Han Wegerif («papà Han»), presso il quale Etty aveva abitato ad Amsterdam e con cui aveva avuto una relazione, suo figlio Hans, la cuoca Rathe, e Maria Tuinzing, un’infermiera alla quale Etty era particolarmente legata. Gli altri era­ no Tide (Henny Tideman), Klaas Smelik, sua figlia Jopie (Johanna Smelik), Milli Ortmann e Christine van Nooten, di Deventer, collega di Louis Hillesum, padre di Etty, che era stato preside del liceo cittadino. Furono soprattutto Milli Ortmann e Christine van Nooten ad assicurare, attraverso la Croce Rossa, l’invio a Westerbork di numerosi pacchi di cibo per gli Hil­

lesum. Sia che scriva da Amsterdam oppure dal campo,

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Westerbork è l'argomento quasi unico delle lettere di Etty che, come dice in una delle ultime pagine del suo diario, voleva essere « il cuore pensante » delle barac­ che. E lo fu: i sopravvissuti parlano ancora della sua «personalità luminosa»; dovunque andasse, intorno a lei si formava una comunità di amici, come le sue lettere testimoniano: Osias Kormann, Werner Stert- zenbach, Hedwig e Josef Mahler, Jopie Vleeschhou- wer, che lei chiamava «il mio compagno d'armi», Philip Mechanicus, autore di un diario che, col titolo In depót, diventò famoso dopo la guerra, e Werner e Liesl Levie, vecchi amici di Amsterdam. Dopo un po’ essi furono raggiunti dai genitori di Etty e da suo fratello Mischa, mentre l'altro fratello, Jaap, che era un medico, fu autorizzato a restare ad Amsterdam an­ cora per qualche tempo. Fu in questa cerchia di amici, e soprattutto a West­ erbork, che Etty Hillesum potè dare prova del suo coraggio e della sua umanità, ponendo se stessa, senza riserve, al servizio della propria gente. Nel periodo in cui le era ancora concesso di viaggiare, respinse ogni tentativo dei suoi amici di Amsterdam di procu­ rarle un nascondiglio sicuro, e quando dopo il giugno 1943 non le fu più possibile lasciare il campo, rifiutò qualsiasi proposta di aiuto per fuggire. Aveva deciso di condividere fino in fondo il destino dei suoi con­ fratelli, senza iattanza ma anche senza disperazione. La parola « Polonia » era per lei sinonimo di distru­ zione: su questo punto non si fece mai illusioni; sa­ peva che non sarebbe sopravvissuta, benché cercasse di acquietare le apprensioni dei suoi amici parlando con­ tinuamente del proprio ritorno. Il modo in cui sa­ rebbe morta non lo sapeva, perché nessuno a Wester­ bork aveva mai sentito parlare delle camere a gas, an­ che se molti erano quelli che, come lei, intuivano che il loro destino era segnato. 117 settembre 1943 arrivò al campo l'ordine improv­ viso di includere Etty, Mischa e i loro genitori nel trasporto verso la Polonia. Jopie Vleeschhouwer de­

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scrisse la sua partenza in una lettera agli amici di Am-

sterdam : « Parlando allegramente, ridendo, una paro­

la gentile per tutti quelli che incontrava, piena di

umorismo scintillante anche se un pochino malinco­

nico, proprio la nostra Etty come tutti voi la conosce­

te

...

Vedo la mamma, papà H. e Mischa salire nel va­

gone n. 1. Etty finisce nel vagone n. 12, dopo essere

passata a salutare una sua buona conoscenza nel va­

gone n. 14, che alFultimo momento viene fatta scen­

dere. Il treno parte, un fischio acuto, e i mille “ abi­

litati alla deportazione” si mettono in moto. Ancora

una visione fuggevole di Mischa che

...

saluta con la

mano da una fessura del vagone merci n. 1, poi un al­

legro ciaaao di Etty dal vagone n. 12, e sono partiti ».

Il viaggio sarebbe durato tre giorni. Prima di lascia­

re per sempre il territorio olandese, Etty riuscì a but­

tare fuori dal treno una cartolina indirizzata a Christi­

ne van Nooten: «Abbiamo lasciato il campo cantan­

do». Raggiunsero Auschwitz il 10 settembre 1943, e

i suoi genitori morirono nella camera a gas quel gior­

no stesso.

Il 30 novembre 1943 la Croce Rossa comunicò la

morte di Etty Hillesum; Mischa morì il 31 marzo 1944.

Alla fine, anche Jaap fu trasferito a Westerbork, e

nemmeno lui scampò alla morte.*

Haarlem, marzo 1986 j a n g . g a a r l a n d t

duzione • Per maggiori di Jan ragguagli G. Gaarlandt sulla vita a Diario di Etty 1941-1943, Hillesum, Adelphi, si veda l’intro­ Mila­

no, 19873.

LETTERE

1942-1945

Martedì pomeriggio, le due

Anche oggi il mio cuore è morto più volte, ma ogni volta

ha ripreso a vivere. Io dico addio di minuto in minuto e

mi libero da ogni esteriorità. Recido le funi che mi ten­

gono ancora legata, imbarco tutto quel che mi serve per

intraprendere H viaggio. Ora sono seduta sulla sponda di

un canale silenzioso, le gambe penzolanti dal muro di

pietra, e mi chiedo se il mio cuore non diventerà così

sfinito e consunto da non poter più volare liberamente

come un uccello.*

del * Nota 1942. non datata, scritta probabilmente a Amsterdam nel luglio

1. A Osias Kormann

Gabriel Metsustraat 61

Amsterdam, 14 agosto 1942

Mio caro e buon amico Kormann,2

un piccolo saluto da questa grande città. Io giro

per molte, troppe strade e Westerbork mi accompa­

gna. È strano che ci si possa legare tanto in fretta a

un luogo e ai suoi abitanti. Ritornerò volentieri da

voi, anche se faccio molta fatica a separarmi da per­

sone così familiari. Ma in qualche modo mi sento at­

tratta da quel pezzetto di terra in mezzo alla brughiera,

su cui sono stati scaraventati tanti destini umani. Non

sono ancora in grado di spiegarmi questo sentimento,

forse lo capirò col tempo, in ogni caso ritornerò. La

1. La casa al n. 6 della Gabriel Metsustraat apparteneva a Han Wegerif vi abitava (che insieme Etty, con sua la amante, cuoca tedesca chiamava Kàthe « papà Fransen, Han »); l'infer­ Etty miera Maria Tuinzing, il chimico Bernard Meylink e il figlio di Han Wegerif, Hans. 2. Max Osias Kormann (Lipsko 1895-New York 1959) era nato nel quartiere ebraico di Lipsko, in Polonia. A quattordici anni era illegalmente emigrato a Amburgo, dove era poi riuscito a farsi una buona posizione lavorando nel commercio delle cal­ zature. Si era sposato e aveva avuto due figli. Nel 1938 era stato rimandato in Polonia in quanto ebreo apolide; la moglie

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persona a me più vicina3 deve ristabilirsi adagio e con

pazienza, c’è qualcosa che non funziona nei suoi pol­

moni e sarà una convalescenza lunga e difficile. Qui

è curato bene e con affetto, non c’è nulla che io possa

fare per lui e così potrò star via per qualche settimana

con la coscienza tranquilla.

Domani cercherò di procurarmi un permesso di

viaggio per far visita ai miei genitori a Deventer, so­

no già impazienti di vedermi. Se ci riuscirò, non potrò

essere a Westerbork prima di giovedì. La prego, non

mi accusi di infedeltà. E prepari di nuovo un budino

al mio ritorno, cercherò di avere lo stomaco a posto.

Ora sono le otto e sto seduta alla mia scrivania, do­

ve spero di trascorrere una lunga e tranquilla serata

a sistemare o a liquidare tante faccende. Mi saluti i

suoi simpatici compagni di stanza, il signor Haussmann

e gli altri amici, e abbia un saluto cordialissimo da

Etty Hillesum

e i figli erano emigrati a Londra e successivamente a New York. Nel 1939 Kormann era riuscito avventurosamente a im­ barcarsi sulla nave St. Louis (cfr., sotto, la nota 13). Dopo aver

vagato governo nel campo a lo lungo aveva appena su internato, allestito questa nave, di con Westerbork. altri era passeggeri finito Qui, in Olanda della nell’estate St. dove Louis, del il mann 1942, aveva era vicedirettore conosciuto della Etty con Quinta cui aveva Unità stretto di Servizio amicizia. del cam­ Kor­ po, cioè del « Servizio Interno », che si occupava della sistema­ zione degli internati nelle baracche, del mantenimento dell'or­ dine in queste ultime, della distribuzione del cibo, ecc. 3. « La persona a me più vicina » è Julius Spier, fondatore del­ la « psicochirologia », cioè lo studio e la classificazione delle linee vera direttore vocazione della di mano. banca, per Nato la editore lettura a Francoforte e cantante. della mano, nel Si unita era 1887, poi a Spier uno scoperto era straordi­ stato una nario intuito psicologico. C.G. Jung lo convinse a trasformare questa attitudine in una professione a tempo pieno. Etty si era rivolta a lui all’inizio del 1941, ed era poi diventata sua amante (cfr. Etty Hillesum, Diario 1941-1943, cit., passim). Spier morì a Amsterdam il 15 settembre 1942, la vigilia del giorno in cui la Gestapo andò a cercarlo per condurlo a Westerbork.

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2. A Osias Kormann

[Amsterdam, 15 settembre 1942]

Martedì notte

Kormann, mio buon amico,

sai, tutto è così misterioso e strano e insieme cosi

significativo. Il mio amico è morto, l’ho saputo poche ore fa:

da quando l’avevo rivisto la settimana scorsa, ho pre­

gato in continuazione perché fosse liberato dalla sua

sofferenza mentre ero ancora qui. E ora è successo e

sono così riconoscente. E la gratitudine per la sua pre­

senza nella mia vita passata sarà sempre più forte della

tristezza per la sua mancanza, per la sua mancanza

fisica. Sono seduta alla mia scrivania, la camera è così si­

lenziosa, rimarrò ancora per diverse ore accanto alla

mia piccola lampada.

Domani non ritorno a Westerbork. Nel mio corpo

sono rispuntati molti vecchi malanni, dall’altro ieri

sono in cura presso un bravo internista che non ha

ancora finito i suoi esami. Devo prima sapere che co­

sa mi sta succedendo e che cure fare. E devo trovare

un genere tutto nuovo di pazienza per far fronte a

questa situazione inaspettata. <

T u mi scriverai, vero? Basta per ora. Per favore,

salutami tutti coloro a cui pensi faccia piacere e so­

prattutto Rosenberg.4 E arrivederci, vero?

Etty

4. Egon («Semmy») Rosenberg, nato a Witten nel 1911, era direttore dell’Ottava Unità di Servizio del campo, che compren­ deva il magazzino dove si riparavano abiti e scarpe, la lavan­ deria, una piccola manifattura di giocattoli, ecc. Rosenberg abi­ tava nella stessa baracca di Kormann ed era suo buon amico. Furono ambedue liberati nell'aprile del 1945, quando le truppe canadesi arrivarono a Westerbork.

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3. A Osias Kormann

28 settembre [1942]

Amsterdam, lunedì sera

Come si dev’essere rallegrata la mia macchina da

scrivere trascurata da tanto tempo, perché ha potuto

<li nuovo battere qualcosa di bello 1

Pensare che da qualche parte in Olanda esiste una

brughiera con un piccolo villaggio di baracche di le­

gno, dove vive un uomo chiamato Osias Kormann

che ha occhi buoni dietro le lenti degli occhiali, e

che scrive:

« Sei davvero una persona creativa, hai saputo crea­

re della vita intorno a me » - quanto mi ha toccata!

Sono grata al mio stomaco, che tu « conosci a memo­

ria», per avermi trattenuta qui alcune settimane, sarò

una persona più calma e consapevole al mio ritorno.

Se è vero che le deportazioni sono state sospese, e che

quindi saremo in tanti a passare l’inverno laggiù, ci

toccherà un grande compito morale, non credi? Con­

divideremo onestamente il freddo e il buio e la mi­

nestra di piselli e il filo spinato, e forse sapremo an­

che sopportare insieme ogni cosa. Ma « sopportare » è

un’arte che dev’essere imparata, gli olandesi non ne

sono ancora tanto capaci.

E poi c’è l’animosità tra ebrei tedeschi e olandesi,

a cui ci si deve opporre in ogni modo. Accadranno

molte cose strane e immagino che ogni tanto avremo

delle belle storie da raccontarci. Credo che diventerà

una situazione molto difficile, eppure vorrei esserci.

Sai, io ho tanto amore in me stessa, per tedeschi e

olandesi, per ebrei e non-ebrei, per tutta l’umanità,

dovrebbe pur esser lecito cederne una parte.

Se tutto va bene, un gruppo di colleghi5 arriverà in

I € colleghi » sono i membri del Consiglio Ebraico, un'orga­

  • 5. nizzazione che era nata dietro pressione dei tedeschi e doveva ufficialmente rappresentare gli ebrei olandesi. Etty era « assi-

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licenza giovedì prossimo; il mercoledì successivo ritor­

neranno a Westerbork e vorrei accompagnarli.

Quando dal mondo saranno spariti i fili spinati ver­

rai a vedere la mia camera, è così bella e tranquilla.

Io trascorro delle mezze nottate alla mia scrivania, a

leggere e a scrivere vicino alla mia piccola lampada.

Ho qui circa 1500 pagine di diario deiranno scorso

e ora me le rileggo. Che ricca vita mi viene incontro

da ogni pagina! E pensare che è stata la mia vita! E

che lo è tuttora. In fondo, tu non sai ancora molto

di me, né io di te. « Fatti », voglio dire. Ma non sono

i fatti che contano nella vita, conta solo ciò che grazie

ai fatti si diventa. Quindi sappiamo pur qualcosetta

runo deiraltro, vero?

Che aggiungere? Non molto. Sono le nove di sera.

Forse questa volta andrò davvero a dormire presto,

ogni tanto è necessario ma faccio sempre una fatica

terribile a staccarmi da questa scrivania. Ho saputo

che i miei libri sono da te, mi fa piacere.

Vedi qualche volta Vleeschhouwer, il mio compa­

gno d’armi?6

Tanto per non raccontarti solo della mia scrivania:

ogni giorno passo due ore dal dentista, nei miei denti

bucati scompare ciò che resta del capitale familiare e

così ritornerò ben restaurata da voi, non « solo » nel­

lo spirito.

Per ora basta, mio caro, e alla prossima volta, per

lettera o a voce. Salutami soprattutto Rosenberg a cui

mi capita di pensare spesso.

E tanti auguri!

£

poi stente a » Westerbork. in una sezione del Consiglio Ebraico di Amsterdam, e

6. Joseph Isidoor Vleeschhouwer, detto Jopie, era un caro amico di Etty a Westerbork. La sua lunga lettera, che descrive l'ultimo giorno trascorso nel campo da Etty, dal fratello Mischa e dai loro genitori, è stata pubblicata nel Diario di Etty, cit., pp. 256-260. Anche Vleeschhouwer fu deportato e mori il 23 aprile 1945 a Tròbitz, dopo che i tedeschi avevano evacuato il campo di Bergen-Belsen in cui era stato rinchiuso.

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Oh si, volevo ancora chiederti questo:

quando,

e

dove hai perso quel pezzetto del tuo povero indice

destro? e ti ha fatto tanto male?

4. A Osias Kormann

[Amsterdam] 4 novembre 1942

Mercoledì pomeriggio

Kormann, mio Kormann, qui abbiamo già un tem­

po così piovoso e freddo, chissà come state voi, con il

poco cibo e le scarse coperte. Oggi il mio cuore è così,

così triste pensando a voi. Ma chissà, forse voi non

c'entrate affatto, e sono piuttosto io a essere un po'

depressa e impaziente perché la tiro tanto per le lun­

ghe. E allora come stai, mio caro? Hai già traslocato

e hai avuto molte seccature per questo?

Durante una delle nostre passeggiate attorno al cam­

po giallo di lupini abbiamo parlato di desideri e del

loro adempimento. Te ne ricordi ancora? In una let­

tera del mio poeta Rainer Maria Rilke c’è un passo

splendido su questo tema.

Forse il tuo collega Haussmann ribadirebbe ama­

ramente: « Non è tempo di poeti e di filosofi ». Io non

so se abbia ragione, in ogni caso ti trascrivo quelle

poche frasi, forse ti faranno piacere in un momento

di calma (se mai ti succede di averne):

« Mi accade sovente di domandarmi se esista un ve­

ro rapporto fra adempimento e desideri. Certo, fintan­

to che il desiderio è debole, esso è simile a una metà

che per diventare autonoma ha bisogno del proprio

adempimento come di un’altra metà. Ma i desideri

possono germinare in modo così meraviglioso da di­

ventare un tutto, pieno e intero, che non si lascia più

completare e ormai si accresce, si forma e si riempie

solo dalFinterno. A volte si potrebbe credere che alla

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radice di una vita grande e intensa ci sia proprio stato

un coinvolgimento in desideri eccessivi che come una

molla interiore hanno riversato nella vita azione su

azione, effetto su effetto; e quasi non rammentando il

proprio fine originario, diventati ormai elementari co­

me un’impetuosa cascata, si sono trasformati in azione

e cordialità, in presenza e immediatezza, in lieto co­

raggio, a seconda degli eventi e delle circostanze che
li

avevano provocati».

Questo è quanto, per oggi. Salutami per favore il

Dr. Petzal per cui provo tanta simpatia.

Rivedo spesso il suo viso, segretamente malinconico

sotto una maschera ironica. Non credo che avrà la vi­

ta facile nella sua casupola sovraffollata.

Ahimè, forse la vita non sarà facile per nessuno di

voi Vorrei tanto ritornare presto per sapere come ve la

...

cavate. Io credo che dalla vita si possa ricavare qualcosa
di

positivo in tutte le circostanze, ma che si abbia il

diritto di affermarlo solo se personalmente non si sfug­

ge alle circostanze peggiori. Spesso penso che dovrem­

mo caricarci il nostro zaino sulle spalle e salire su un

treno di deportati.

La prossima volta

altra

musica. Arrivederci, mio

caro.

Etty

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5. A Han Wegerif e altri

[Westerbork] Lunedì pomeriggio all’una [23 no­

vembre 1942], nel bugigattolo dei Mahler,7 dove

Eichwald mi sta cuocendo una pappa nel latte

Carissimi, vorrei finalmente concludere una lettera

per voi : è la quinta volta che ne comincio una. Qui si

vivono troppe esperienze, e si è presi da sentimenti

troppo contraddittori per poter scrivere. Io per lo me­

no non ci riesco. Vi mando appena un saluto. E cre­

do che presto dovrò tornare indietro per farmi elimi­

nare in un mattatoio di prima classe, non sono buona

a nulla e me ne rattristo moltissimo; qui ci sarebbe

tanto da fare ma qualcosa dentro di me non funziona

proprio, vivo mandando giù polverine calmanti e fini­

rò per ricomparire inaspettatamente sotto il vostro ca­

ro naso. Niente da fare.

Che strano, mi trovo qui da meno di tre giorni e

già sembrano settimane. Non è più così « idilliaco »

come nell’estate scorsa, proprio per niente. Bene, mi

limiterò a questo saluto e andrò un poco a dormire, e

poi riprenderò il mio giro senza fine per le baracche

e il fango. Che peccato che non possa rimanere, lo vor­

rei tanto.

Vleeschhouwer entra in questo momento e gli con­

segno subito questa lettera. A più tardi.

Un saluto a tutti, e perdonatemi questa corta e di­

sordinata letterina. Tante cose care da

Etty

7. Gli ebrei tedeschi Josef e Hedwig Mahler erano emigrati in Olanda dopo la presa del potere da parte di Hitler nel 1933. Esiliati in Belgio nel 1937, rimandati in Olanda nel 1940 e suc­ Westerbork. cessivamente Qui in Germania, essi fecero furono parte di poi un rinchiusi piccolo nel gruppo campo di re­ di sistenza che tra l'altro organizzava evasioni dal campo. Josef Mahler mori nella prigione di Dusseldorf nel 1943, la moglie di a Auschwitz Westerbork; nello anche stesso lui anno. fu deportato. Eichwald lavorava nella cucina

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r 1
r 1

6. A Han Wegerif e altri

[Westerbork, 29 novembre 1942]

Domenica sera

Papà Han, Kathe, Hans, Maria,

eccovi appena un saluto. Qui non si riesce a scrive­

re, non per mancanza di tempo ma per le molte, trop­

pe impressioni da cui si è assaliti. Solo su questa setti­

mana ne avrei da raccontare per un anno intero. Sono

fra coloro che sabato prossimo andranno in licenza.

Che privilegio poter ripartire e rivedervi tutti. Ho fat­

to bene a non fuggire i primi giorni, di tanto in tanto

mi metto a letto per un’ora e poi va meglio di nuovo.

Valigia, vestiti e coperte sono a posto. I Mahler mi

circondano di premure. Ora sono le otto e mezzo di

sera e mi trovo un’altra volta nella loro cameretta ospi­

tale, che è una vera oasi. Accanto a me Vleeschhouwer

è immerso in un libro. Mahler, sua moglie e due ami­

ci fanno una partita a carte. Il piccolo Eichwald, che

mi procura fedelmente il latte, è seduto per terra in

un angolino accanto al cane Humpie, e disfa il sopra­

bito del signor Speyer di cui vuol fare un giubbotto.

Il fratello di Stertzenbach8 (questo è per Hans) sta scri­

vendo delle lettere, e più tardi ci racconterà ancora

qualcosa sulla sua prigionia. Il fornello della zia Lee

sta in un angolo come una presenza familiare, vi si pre­

parano molte cose buone per la compagnia. Poco fa

è entrato Witmondt (a Amsterdam ero andata qual­

che volta a trovare sua moglie; tutte queste persone

erbork 8. Werner dopo Stertzenbach, una lunga ebreo esperienza tedesco, di dal internamento 1941 al 1943 e a prigio­ West­

nia, aveva insistito perché Etty evadesse dal campo, e entrasse nella clandestinità con l'aiuto delForganizzazione di cui era membro; sperava infatti che lei potesse usare le proprie qualità letterarie in favore della resistenza. Etty però aveva rifiutato di fuggire. Stertzenbach riuscì a evadere da Westerbork nel la 1943, guerra. e a restare nascosto a Amsterdam fino alla conclusione del­

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mi sono cosi familiari che le nomino come se voi le

conosceste); indossava un’ampia mantellina e abbiamo

esclamato in coro: « Santo cielo, Max, dove hai trovato

quella splendida mantellina? » ; e Max - che pareva

uno scheletro quando era stato portato qui da Amers-

foort, e poi era stato premurosamente rifocillato dai

Mahler - ha risposto con tono grave e solenne: « Que­

sta mantellina è ancora macchiata del sangue di Amers-

foort», e infatti vi si potevano vedere delle macchie

rosso scuro. Che storia orribile. Io sono rannicchiata

in un angolo e scrivo un pochino. Ecco che è entrato

ancora qualcuno, un tale di Kattenburg che domatti­

na presto sarà deportato.

Il tutto capita in una cameretta di due metri per

tre. Il riscaldamento centrale è acceso - proprio cosi -

e gli uomini sono in maniche di camicia dal caldo.

Qui è tutto paradossale: nelle grandi baracche, dove

molte persone dormono su cuccette di metallo senza

materassi o coperte, si muore di freddo; e nelle ca­

sette dotate di riscaldamento centrale di notte non si

dorme dal caldo. Io sto in una baracchetta simile con

cinque colleghe. Letti a due piani che tentennano mol­

to sui loro sostegni, sicché quando la mia grassa vien­

nese del piano di sopra si gira di notte nella sua cuc­

cetta, il letto traballa come una nave nella tempesta.

E di notte ci sonò dei topi che attaccano le provviste

e i letti, una situazione un poco inquietante.

E io, che faccio? Di nuovo mi arrabatto con quei

cinque poveri bicchierini di caffè tra centinaia di per­

sone. A volte scappo via per pura impotenza: come

poco tempo fa, quando una vecchietta è svenuta in

un angolo e in tutto il campo non si trovava una goc­

cia d’acqua perché l'impianto era stato chiuso.

Poi sono arrivati quelli di Ellecom. Li hanno subito

portati all’ospedale, ho sostato accanto ai loro letti con

immenso stupore e confesso che ancora non capisco

come gli uomini possano maltrattarsi a tal punto, e

come se ne possa ancora parlare.

Ho intrapreso una piccola campagna per riportare

30

alla luce la biblioteca che è custodita nella cantina di

un magazzino chiuso a chiave. Dappertutto si sente

un gran bisogno di libri ma non si conclude nulla per

mancanza di spazio.

Martedì avrò un colloquio con Paul Cronheim9 il

wagneriano e con il notaio Spier, mi piacerebbe im­

pegnarmi per questo nutrimento spirituale, vedremo

se sarà possibile.

Molto bello qui non è: vita da vagabondi, deperi­

mento, fango. Oggi pomeriggio sono stata in un paio

di grandi baracche dove diversi bambini parevano spe­

gnersi sotto i nostri occhi.

Miei cari, non vi scrivo una lettera molto rassere­

nante eppure sono contenta di essere qui. La mia sa­

lute non è ancora del tutto a posto: pare che io sia

tormentata da ogni sorta di piccoli malanni, comun­

que si vedrà a suo tempo.

Questa non è una vera lettera, ma mi sentivo così

in colpa per avervi scritto queirunico scarabocchietto

depresso. Westerbork mi ha completamente inghiottita

un’altra volta, ne verrò fuori alla fine della settimana.

No, da qui non si riesce a scrivere, ci vorrà un bel

pezzo di vita per digerire ogni cosa. E che gioia poter

ritornare da voi la prossima settimana. Grazie per la

lettera, papà Han. E tantissime cose care a tutti voi

e arrivederci alla fine della settimana.

Etty

  • 7. A Osias Kormann

[Amsterdam, circa 22-26 dicembre 1942]

Mio buon Osias!

Quasi non

oso guardarti in faccia. Che infedeltà!

Come posso rimediare? Vorrei solo dirti questo: se tu

  • 9. Paul Cronheim era un noto musicista e wagneriano.

31

avessi ricevuto una minima parte dei pensieri che ti

ho mandato, potresti già essere soddisfatto. La mano

era sèmpre più stanca della mente, e così per tre setti­

mane non hai ricevuto una sola parola da me, non è

stato bello da parte mia. T u però mi hai già perdona­

to, vero? Di* per favore di sì!

Del resto: una volta mi hai scritto in una bella let­

tera - che ho conservato in una grossa busta intestata

« Westerbork » : « Non è necessario parlare sempre, an­

che tacendo si può stabilire un contatto e dialogare,

e credo che fra noi sia così ».

E lo è tuttora, non è vero?

Qualche giorno dopo

Peccato, peccato che tu non fossi qui: ho appena

concluso una conversazione così appassionante con te

su materialismo e realtà, ecc. In questo periodo io

m’insceno spesso dei dialoghi simili quando di notte

non riesco a dormire.

Sono le due e mezzo di venerdì notte e ho di nuo­

vo acceso la piccola lampada accanto al mio letto. Così

vivo di nuovo in posizione orizzontale, con la compa­

gnia più o meno simpatica di un calcolo biliare. Se

questo calcolo non si deciderà presto a sciogliersi in

qualche modo, finirà in ospedale - e io con lui. Chissà

che intenzioni ha il mio santo protettore personale?

Io non sono mai stata una grande eroina quanto alla

salute, ma in questi ultimi mesi è stato veramente trop­

po. Il mio organismo sembra volersi vendicare della

mia trascuratezza.

È un tale paradosso: ogni ebreo a Amsterdam da­

rebbe Dio sa che cosa per stare in ospedale, e evitare

a tutti i costi Westerbork e il resto. Mentre io vorrei

tanto ritornare a Westerbork, e devo invece trasferir­

mi in ospedale. Tutto avviene proprio secondo leggi

imperscrutabili. Forse è più saggio che io riprovi a sedurre Morfeo

32

e interrompa questa chiacchierata con te - sei stato

molto gentile a tenermi tanta compagnia. Buona notte!

26 dicembre, sabato pomeriggio

Più ci penso, più mi rammarico di non averti scrit­

to una parola per tanto tempo. Volevo scrivere a te,

a Rosenberg e a Haussmann appena arrivata qui : siete

stati sempre così gentili e ospitali e mi sono sentita a

casa da voi, la minestra di patate di Haussmann vive

nel mio ricordo come un vero apice culinario, e le luci
di

Hanukkah10 nelle grandi baracche sono un ricordo

particolarmente prezioso perché ceravate anche voi.

Forse non ti ho scritto finora perché stavo assai ma­

le e alFinizio ero anche un po' abbattuta, quando il

dottore mi aveva detto che dovevo cominciare a rimet­

termi a letto per cinque settimane. Ma io ritrovo sem­

pre la mia fiducia.

Sono contenta di aver passato quei quattordici gior­

ni a Westerbork, e di sapere fra l’altro dove abiti e

come vivi. Caro Osias, ti prometto che d’ora in poi ci

saranno pause più brevi.

Vero che mi saluti Semmy Rosenberg, e anche i tuoi

colleghi Haussmann (« nipote » inclusa) e Frank e

Grùnberg? E carissimi, carissimi saluti a te da

Etty

zione 10. Hanukkah: del Tempio la nel festaì 164 ebraica a.C. Dura che commemora otto giorni la in riconsacra­ dicembre,

ed è caratterizzata dall’accensione progressiva di otto luci - ogni giorno se ne aggiunge una - in un’apposita lampada a otto bracci.

33

8.

A due sorelle dell’A ia11

Amsterdam, dicembre 1942

Anche questa volta, come al solito, sono ritornata

dalla brughiera con diversi incarichi. Una ex soubrette

malata di calcoli biliari desiderava avere la sua tintura

per i capelli. C’era una ragazza che non poteva alzarsi

perché non aveva scarpe. E altre piccolezze simili -

sebbene la faccenda delle scarpe non fosse davvero

una piccolezza. C’era poi un incarico a cui avevo ac­

consentito con molto piacere, ma che ha cominciato

a pesarmi sempre di più. Nel frattempo, la soubrette

ha potuto già da un pezzo ritoccare la tinta dei suoi

capelli, e la ragazza-senza-scarpe può di nuovo alzarsi

dal letto e sfidare coraggiosamente il fango - ma io

non ho ancora esaudito la richiesta del Dr. K., e ciò

non dipende solo dal fatto che sono stata malata per

alcune settimane ...

Una sera, pochi giorni prima della mia partenza,

ero passata un momento nel piccolo e spoglio ufficio

dove a volte lui restava a lavorare fino a notte fonda.

Aveva un’aria stanca e un viso pallido e tirato. Dopo

aver messo da parte uno spesso fascicolo - non senza

avermene raccontato alcune curiosità col dovuto umo­

rismo -, il Dr. K. si era guardato intorno con aria esi­

tante, quasi cercasse qualcosa, e aveva trovato a stento

poche parole: cominciava a sentirsi vecchio, in questi

ultimi mesi. La guerra sarebbe pur finita un bel gior­

no ...

come prima cosa sarebbe stato bello poter sostare

11.

Questa è una delle due lettere che furono pubblicate dalla

resistenza olandese nel 1943. Il Dr. K. citato all’inizio è proba­ bilmente il Dr. Herbert Kruskal, un ebreo tedesco che già viveva e lavorava in Olanda prima di essere internato a Wester­ bork nel 1942. Qui Kruskal lavorava neirUfficio Petizioni, e sua moglie nel servizio medico del campo. Etty aveva fatto amicizia con lui e andava regolarmente a trovarlo. Nel 1944 i Kruskal furono deportati a Bergen-Belsen, e di 11, tramite scam­

bio, arrivarono in Palestina. Non ci sono notizie sulle « due sorelle » a cui è indirizzata la lettera.

34

a lungo nel folto di un gran bosco e dimenticare molte

cose ...

e poi visitare Siviglia e Malaga, perché al posto

del loro desiderato ricordo erano rimaste due lacune.

Si sarebbe anche voluto ritornare al lavoro

be pur stata una Società delle Nazioni

...

...

ci sareb­

Come poi fos­

simo improvvisamente passati dalla Società delle Na­

zioni alle due sorelle deir Aia, una bionda e Y altra

bruna, non mi è più del tutto chiaro. Ma una volta

ritornata in licenza a Amsterdam, chissà se sarei stata

disposta a scrivervi qualcosa sulla vita a Westerbork

- così, a modo mio?

« Sì, certo, » avevo risposto con molta comprensione

«è importante rimanere in contatto col retroterra».

Il Vostro amico K. era quasi indignato: « Retroter­

ra? Quelle due signore significano per noi molto di

più, sono un vero pezzo di vita». E poi - in quell’uf-

ficetto spoglio e a quell’ora tarda - aveva raccontato

di Voi due in modo così trascinante che io avevo ac­

consentito volentieri alla sua richiesta. Ma, a esser sin­

cera, ora mi trovo in un beirimpiccio: che cosa dovrei

propriamente raccontare sulla vita a Westerbork?

Era estate quando vi giunsi. Fino a quel momento,

del Drenthe io sapevo solo che c’erano molti dolmen

e nient’altro : ora ci trovavo un villaggio di baracche

di legno incorniciato da cielo e brughiera, con un

campo di lupini straordinariamente gialli nel mezzo

e tutt’intorno filo spinato. Laggiù si poteva trovare

una grande abbondanza di vite umane. A dire la veri­

tà, io non avevo mai saputo che un certo numero di

tedeschi fossero confinati già da quattro anni su quel­

la brughiera del Drenthe,12 allora ero troppo occupata

a raccoglier fondi per bambini spagnoli e cinesi.

In quei primi giorni giravo per il campo come se

stessi sfogliando le pagine di un libro di storia. Incon­

12. Il campo di Westerbork fu creato nel 1939 dal Dipartimen­ to di Giustizia olandese per ospitare i rifugiati provenienti dalla Germania. Questo primo nucleo comprendeva ebrei che erano già stati prigionieri a Buchenwald e Dachau.

35

trai persone che erano già state a Buchenwald e Da-

chau quando questi nomi erano ancora suoni lontani

e minacciosi per noi.

Incontrai persone che avevano girato il mondo su

quella nave che non aveva avuto il permesso di appro­

dare in nessun porto:13 ve ne ricorderete di certo, a

quel tempo i nostri giornali erano pieni di quella

storia. Ho visto molte fotografìe di bambini piccoli, che

nel frattempo saranno cresciuti non poco in qualche

luogo ignoto di questa terra: chissà se sapranno an­

cora riconoscere i propri genitori, se mai potranno ri­

vederli. In breve, era come trovarsi davanti a un pezzetto

tangibile del « destino » ebraico degli ultimi dieci an­

ni : e c’era chi aveva creduto che nel Drenthe esistes­

sero soltanto dei dolmen. Era quasi da togliere il fiato.

In quell’estate del 1942 - sembra che siano trascorsi

anni da allora, laggiù è successo in pochi mesi più di

quanto si possa assorbire in un periodo così breve -,

il piccolo insediamento fu radicalmente sconvolto, e

i vecchi residenti assistettero sbalorditi alla deporta­

zione in massa degli ebrei dall’Olanda all’Europa o-

rientale. Anch’essi, in un primo tempo, avevano do­

vuto fornire il loro abbondante contributo in uomini,

quando il totale dei « lavoratori volontari » non era

risultato del tutto soddisfacente.

Una sera d’estate ero seduta a mangiare il mio ca­

volo rosso sul ciglio del campo giallo di lupini, che

dalla nostra mensa si estendeva fino alla baracca di di­

sinfestazione, e riflettevo con aria ispirata: «Si do­

vrebbe scrivere la cronaca di Westerbork ». Un uomo

13. La nave St. Louis, che trasportava quasi un migliaio di ebrei, aveva fatto il suo sfortunato viaggio a Cuba nel 1939; al suo ritorno in Europa aveva avuto il permesso di attraccare nel porto di Anversa. Il Belgio accettò duecento passeggeri, il resto fu suddiviso tra Inghilterra, Francia e Olanda.

36

anziano seduto alla mia sinistra - anche lui con il suo

cavolo rosso - aveva replicato: « Sì, ma ci vorrebbe un

poeta». Queiruomo ha ragione, ci vorrebbe proprio un gran­

de poeta, le cronachine giornalistiche non bastano più.

T utta l'Europa sta diventando pian piano un uni­

co, grande campo di prigionia. Tutta TEuropa finirà

per disporre di simili, amare esperienze. Sarà mono­

tono se noi ci riferiremo scambievolmente i fatti nudi

e crudi - le famiglie lacerate, le proprietà sottratte,

le libertà perdute. E anche a proposito di filo spinato

e di pasticcio di patate e verdure non si póssono fare

dei resoconti molto pittoreschi a coloro che sono ri­

masti fuori: mi domando del resto se ne rimarranno

fuori molti, posto che la storia insista ancora a lungo

a percorrere i sentieri intrapresi.

Ecco, io sapevo già che non sarebbe venuto fuori

nulla da questo resoconto, al primo tentativo mi sono

arenata in considerazioni generiche. Del resto, una

persona dairindole piuttosto contemplativa non è ve­

ramente adatta a spiegare le caratteristiche di un de­

terminato luogo e di un determinato avvenimento.

Si scopre insomma che quelle che potremmo chiamare

le materie prime della vita sono dappertutto le stesse,

che in ogni luogo di questa terra si può vivere la pro­

pria vita in modo ricco di significato o altrimenti mo­

rire, e che l’Orsa Maggiore brilla altrettanto veritiera

sopra un paesino sperduto che sopra una grande città

nel cuore di uno Stato - o anche sopra una miniera di

carbone della Slesia, secondo le mie ardite supposizio­

ni. E dunque, sembra che non manchi nulla all’uni-

verso ...

Volevo solo dire

questo:

io non

sono poeta, e a

parte ciò mi sento piuttosto sprovveduta di fronte al­

la promessa fatta a K. Infatti, sebbene Westerbork

sia per noi un nome carico di significato che continue­

rà a risuonare nella nostra vita futura, io non saprei

37

ancora bene che cosa raccontare in proposito. La vita

laggiù è così movimentata, anche se molti diranno che

è invece di una mortale monotonia.

Ma la mattina successiva a quella sera, in cui il vo­

stro amico K. aveva pronunciato i nomi di Siviglia e

Malaga con tanto fanatico desiderio, lo incontrai sul

sentierino lastricato di mattonelle tra le baracche 14

e 15. Portava il suo caratteristico cappello di feltro,

che lo fa sembrare così smarrito in mezzo a tutte quel­

le assi di legno e porticine basse. Camminava svelto

perché aveva fame - ma passandomi accanto trovò an­

cora il tempo di raccomandarmi a calda voce : « Allora

si ricorderà di quanto Le ho chiesto? E certo, cono­

scere quelle due sorelle sarà un grande arricchimento

anche per Lei».

Così eccomi qui, a un’ora inaspettatamente tarda,

davanti ad alcuni fogli bianchi ...

Già - Westerbork.

Se capisco bene, quello che è ora un centro del do­

lore ebraico era un luogo deserto e incolto appena

quattro anni fa, e lo spirito del Dipartimento di Giu­

stizia aleggiava nel cielo di questa brughiera.

« Qui non si poteva vedere neanche una farfalla

o un fiorellino, e neppure un verme »., mi assicurano

con foga i primissimi «residenti del campo». E ora?

Proverò a scegliere a caso per Voi dall’inventario.

C’è un orfanotrofio, una sinagoga, una piccola cap­

pella mortuaria e una manifattura di solette appena

agli inizi. Ho sentito parlare della costruzione di un

manicomio, e a quanto mi consta le baracche dell’o­

spedale, sempre più numerose, contano già un miglia­

io di letti.

La prigione per due persone - un piccolo edifìcio da

operetta che si trova in un angolo del campo - pare

che non offra più spazio sufficiente, si sta progettando

la costruzione di un edifìcio più grande. Forse suone­

38

rà un po’ strano alle Vostre orecchie: una prigione den­

tro una prigione.

Ci sono crisi di gabinetto in miniatura, con tutte

le gomitate che appaiono indispensabili in casi del

genere. C’è un comandante olandese e c’è un comandante

tedesco, il primo è qui da più tempo ma il secondo

ha più voce in capitolo. Di lui si dice tra l’altro che

ami la musica e che sia un gentleman. Io non posso

proprio giudicare, ma devo dire che per essere un

gentleman ricopre un ufficio un tantino singolare ...

C’è una sala teatrale dove in un glorioso passato,

quando il termine « deportazione » doveva ancora na­

scere, un invalido portò una volta Shakespeare sul pal­

coscenico. Ora su quello stesso palcoscenico ci sono

persone sedute alle macchine da scrivere.

C’è fango, talmente tanto fango che da qualche parte

fra le costole si deve proprio possedere un gran sole in­

teriore se non se ne vuol diventare la vittima psico­

logica (scarpe rotte e piedi bagnati ve li immagine­

rete da sole).

Sebbene gli edifìci del campo siano tutti a un piano

solo, vi si sente parlare con una molteplicità di accen­

ti, come se la torre di Babele fosse stata innalzata in

mezzo a noi : bavarese e dialetto di Groningen, sasso­

ne e dialetto del Limburgo, olandese dell’Aia e olan­

dese della Frisia orientale, tedesco con accento polac­

co o russo, olandese con accento tedesco e tedesco con

accento olandese, fiammingo di Waterloo e berlinese

- e faccio presente che si tratta di un’area di poco più

di mezzo chilometro quadrato.

Il filo spinato è una pura questione di opinioni.

« Noi dietro il filo spinato!! » diceva un vecchio signo­

re indistruttibile accennando malinconicamente con

la mano « sono piuttosto loro a vivere dietro il filo

spinato » - e intanto indicava le alte ville, che stanno

come guardiani dall’altra parte della recinzione.

Se il filo spinato circondasse semplicemente il cam­

po, si saprebbe almeno dove si sta: ma anche nel

39

campo stesso, intorno e fra le baracche, si snodano

questi fili del ventesimo secolo e formano una rete la­

birintica e impenetrabile. Di tanto in tanto s’incon­

trano persone con graffi sul viso e sulle mani.

Ai quattro angoli estremi del nostro villaggio di le­

gno ci sono delle torrette di vedetta, piattaforme bat­

tute dal vento che poggiano ognuna su quattro alti

pali. Lassù, un uomo con elmo e fucile si staglia con­

tro i cieli

mutevoli.

.Alla sera si sente talvolta sparare

nella brughiera, come quando quel cieco si smarrì in

un luogo troppo vicino al filo spinato ...

Parlare di Westerbork è già difficile per il suo ca­

rattere tanto ambivalente. Da un lato vi si sta for­

mando una comunità stabile - certo che è una convi­

venza forzata, ma ha tutte le caratteristiche di una

società umana; dall’altro lato è un campo destinato a

un popolo in transito, e ci sono sempre forti sommo­

vimenti quando le folle vi si riversano dalle grandi cit­

tà e dalla provincia, da case di cura, prigioni e campi

di punizione, da tutti gli angoli dell’Olanda, per es­

sere deportate pochi giorni più tardi verso il loro de­

stino sconosciuto.

Immaginerete la ressa su quel mezzo chilometro

quadrato. Infatti, non tutti sono come quell’uomo che

aveva riempito il suo zaino ed era spontaneamente

partito con un convoglio, e alla domanda « Perché? »

aveva risposto di voler essere libero di partire quando

piaceva a lui. Mi aveva fatto pensare a quel giudice

romano che aveva detto a un martire: « Sai che io ho

il potere di ucciderti? », al che il martire aveva rispo­

sto: «Ma sai che io ho il potere di essere ucciso?».

Neirinsieme però c’è una gran ressa, a Westerbork,

quasi come attorno airultimo relitto di una nave a

cui si aggrappano troppi naufraghi sul punto di an­

negare. Tutto sommato, si preferisce svernare nella provin­

cia più povera dell’Olanda e dietro un filo spinato,

piuttosto che essere trascinati fino nel cuore dell’Eu­

40

ropa, verso regioni e destinazioni sconosciute da cui

solo pochissime e oscure voci sono trapelate a chi è

rimasto indietro. Ma il numero dei deportati dev’es­

sere quello stabilito e bisogna riempire il treno, che

con regolarità quasi matematica viene a prendersi il

suo carico; né si può trattenere tutti quanti come in­

dispensabili per il campo o troppo malati per esser

trasportati, anche se si tenta di farlo con molti. A vol­

te si pensa che sarebbe più semplice essere finalmente

deportati, che dover sempre assistere alle paure e alla

disperazione di quelle migliaia e migliaia, uomini, don­

ne, bambini, invalidi, mentecatti, neonati, malati, an­

ziani, che in una processione quasi ininterrotta sfilano

lungo le nostre mani soccorrevoli.

La mia penna stilografica non possiede accenti così

efficaci da saper descrivere - sia pur nel modo più

approssimativo - queste deportazioni. Alla lunga, vi­

ste dall’esterno, esse sembravano di una sconsolante

monotonia, eppure ogni convoglio era diverso dagli

altri e aveva per così dire una propria atmosfera.

La prima volta che uno di questi convogli passò per

le nostre mani, ci accadde di pensare che mai più

avremmo potuto ridere e essere lieti, che ci eravamo

trasformati in persone diverse, improvvisamente invec­

chiate e estraniate da tutti gli amici di prima.

Ma se poi si va fra la gente, ci si rende conto che

là dove ci sono uomini c’è anche vita, e che questa

vita si ripresenta nelle sue mille sfumature - « con un

sorriso e con una lacrima», per dirla con un’espres­

sione popolare.

Faceva molta differenza se si arrivava già prepara­

ti e muniti di uno zaino ben fornito, o se si era ina­

spettatamente trascinati fuori dalle case, o falciati via

dalle strade. Alla lunga si verificò solo più il secon­

do caso.

Dopo i primi rastrellamenti, quando ci arrivarono

persone vestite di sola biancheria e pantofole, tutta

Westerbork si spogliò fino alla camicia, in un unico

gesto di orrore e di eroismo. E grazie anche alla stretta

41

collaborazione di chi stava fuori, abbiamo cercato di

equipaggiare i partenti nel modo migliore. Ma se si

pensa ai molti che hanno affrontato l'inverno dell’Eu­

ropa orientale sprovvisti di abiti, se si pensa a quei­

runica, sottile coperta che talvolta eravamo in grado

di distribuire di notte, poche ore prima della par­

tenza ...

Arrivò il proletariato dalle grandi città e esibì nelle

nude baracche la sua povertà e trascuratezza, e molti

rimasero a bocca aperta e si chiesero come quella de­

mocrazia avesse effettivamente funzionato, a suo tem­

po La gente di Rotterdam era una categoria a sé, tem­

...

prata dai bombardamenti della guerra: «Noi non ci

spaventiamo più tanto facilmente, » si sentiva dire da

molti « se ce la siamo cavata allora ce la caveremo an­

che adesso », e alcuni giorni dopo si avviarono al treno

cantando; ma era piena estate, e ancora non si erano

visti gli anziani e gli invalidi, che dovevano esser tra­

sportati sulle barelle dietro alla processione dei par­

tenti ...

Gli ebrei di Heerlen, di Maastricht, e di tutte quel­

le altre città, avevano da raccontare delle storie che

quasi rimbombavano della simpatia dimostrata dal

Limburgo alla loro partenza, si sentiva che moralmen­

te avrebbero potuto viverne a lungo.14 « E i cattolici

hanno promesso di pregare per noi, e di sicuro se ne

intendono meglio di noi » diceva uno di loro.

Gli ebrei di Haarlem osservavano un po’ acidi e

distanti : « Quelli di Amsterdam hanno un umorismo

così macabro».

C’erano bambini che non volevano mangiare un pa­

nino finché i genitori non ne avessero ricevuto uno

anche loro.

Fu uno strano giorno quando arrivarono degli ebrei

14. Il

Limburgo

era

una

provincia

a maggioranza

cattolica.

Etty si riferisce a una dimostrazione pubblica di solidarietà per gli ebrei che dovevano partire.

42

cattolici - o se si preferisce dei cattolici ebrei -, suore

e preti con la stella gialla sui loro abiti religiosi.15

Ricordo due giovani gemelli dagli identici, bei visi

scuri del ghetto e dagli occhi calmi e fanciulleschi sot­

to i loro zuccotti, che raccontavano con cortesia e stu­

pore di essere stati portati via dalla messa alle quattro

e mezzo di mattina, e di aver mangiato cavolo rosso a

Amersfoort. C’era un monaco ancora abbastanza giovane che per

quindici anni non era uscito dal proprio convento e

ora si ritrovava per la prima volta nel «mondo». Mi

ero fermata un poco accanto a lui e avevo seguito il

suo sguardo, che vagava tranquillo per la grande ba­

racca dove si accoglievano i nuovi arrivati.

I

rapati a zero, i picchiati e maltrattati, che quello

stesso giorno si erano riversati a Westerbork insieme

con i cattolici, incespicavano e si muovevano con ge­

sti ancora incerti per quel grande locale di assi, e ten­

devano le mani verso il pane che non bastava.

Un giovane ebreo aveva sostato per un momento

accanto a noi, la sua giacchetta troppo larga gli balla­

va addosso, ma un risolino indistruttibile gli era spun­

tato sotto la barba rada e nerissima quando aveva det­

to: « Hanno provato a rompere il muro della prigione

con la mia testa, ma la mia testa era più dura di quel

muro! ».

Tra le molte teste rapate a zero spiccavano strana­

mente i bianchi turbanti delle donne che erano state

sottoposte a un trattamento igienico nella baracca di

disinfestazione, e che ora si aggiravano con aria afflitta

e umiliata.

15. Erano suore, preti e monaci di origine ebraica. In seguito alla protesta deirarcivescovo Johannes de Jong contro la per­ tata secuzione fra gli degli ebrei ebrei, cattolici il 1° in agosto convento 1942, e i nazisti arrestarono fecero circa una 300 re­ religiosi. 63 di loro arrivarono a Westerbork il 2 agosto; Etty li descrive in questa lettera e nel diario. Una delle suore era Edith Stein, nota mistica e filosofa a cui Etty è stata spesso parago­ nata. Edith Stein fu uccisa a Auschwitz il 9 agosto 1942.

43

C’erano bambini che cadevano addormentati sul­

l’assito polveroso o giocavano ad acchiapparsi in mez­

zo agli adulti. Due bambinetti svolazzano smarriti in­

torno al corpo pesante di una donna che giace priva di

sensi in un angolo, proprio non capiscono perché la

loro mamma se ne stia così immobile e non risponda.

Un anziano signore dai capelli grigi, diritto come

una candela e con un marcato profilo aristocratico, fis­

sa questa grande scena infernale e ripete fra sé: « Un

giorno terribile! Un giorno terribile! ».

E frammischiato a tutto ciò, lo scoppiettio ininter­

rotto di molte macchine da scrivere: il fuoco a mi­

traglia della burocrazia.

Attraverso i molti piccoli vetri delle finestre si vedo­

no baracche di legno, filo spinato e arida brughiera.

10 fisso il monaco che dopo quindici anni si ritrova

nel « mondo » e gli chiedo: « E allora, che cosa ne dice

del mondo?».

Ma il suo sguardo rimane tranquillo e amichevole

sopra la tonaca marrone, come se ciò che lo circonda

gli fosse noto e familiare già da molto tempo.

Più tardi qualcuno mi raccontò che quello stesso

giorno aveva visto alcuni monaci camminare in fila tra

due baracche scure nel crepuscolo, mentre dicevano

il rosario con la stessa calma con cui avrebbero reci­

tato le preghiere nei corridoi del loro convento.

E non è forse vero che si può pregare dappertutto,

in una baracca di legno come in un convento di pietra

- come pure in ogni luogo di questa terra, su cui Dio

pensa bene di scaraventare i suoi simili in tempi agi­

tati?

Coloro a cui è toccato lo snervante privilegio di po­

ter rimanere a Westerbork «fino a nuovo ordine»,

corrono un grave rischio morale: quello di diventare

apatici e insensibili.

11 dolore umano che abbiamo visto laggiù nel corso

di quest’ultimo mezzo anno, e che vi si può ancora ve­

dere ogni giorno, è più di quanto un individuo sia in

44

grado di assorbire in un periodo così limitato. Del re­

sto, lo sentiamo dire ogni giorno e in tutti i toni:

« Non vogliamo pensare, non vogliamo sentire, voglia­

mo dimenticare il più possibile». E questo mi sem­

bra molto pericoloso.

Certo, accadono cose che un tempo la nostra ragio­

ne non avrebbe creduto possibili. Ma forse possedia­

mo altri organi oltre alla ragione, organi che allora

non conoscevamo, e che potrebbero farci capire que­

sta realtà sconcertante.

Io credo che per ogni evento l’uomo possieda un

organo che gli consente di superarlo.

Se noi salveremo i nostri corpi e basta dai campi

  • di Non si tratta infatti di conservare questa vita a ogni

prigionia, dovunque essi siano, sarà troppo poco.

costo, ma di come la si conserva. A volte penso che

ogni situazione, buona o cattiva, possa arricchire l’uo­

mo di nuove prospettive. E se noi abbandoniamo al lo­

ro destino i duri fatti che dobbiamo irrevocabilmente

affrontare - se non li ospitiamo nelle nostre teste e

nei nostri cuori, per farli decantare e divenire fattori

  • di generazione vitale.

crescita e di comprensione -, allora non siamo una

Certo che non è così semplice, e forse meno che mai

per noi ebrei; ma se non sapremo offrire al mondo

impoverito del dopoguerra nient’altro che i nostri cor­

pi salvati a ogni costo - e non un nuovo senso delle

cose, attinto dai pozzi più profondi della nostra mise­

ria e disperazione -, allora non basterà. Dai campi

stessi dovranno irraggiarsi nuovi pensieri, nuove co­

noscenze dovranno portar chiarezza oltre i recinti di

filo spinato, e congiungersi con quelle che là fuori ci

si deve ora conquistare con altrettanta pena, e in cir­

costanze che diventano quasi altrettanto difficili. E for­

se allora, sulla base di una comune e onesta ricerca

  • di data potrà di nuovo fare un cauto passo avanti.

chiarezza su questi oscuri avvenimenti, la vita sban­

Per questo mi sembrava così pericoloso sentir ripe­

tere: «Non vogliamo pensare, non vogliamo sentire,

45

la cosa migliore è diventare insensibili a tutta questa

miseria». Come se il dolore - in qualunque forma ci tocchi

incontrarlo - non facesse veramente parte dell’esisten-

za umana.

Mi accorgo di aver divagato molto rispetto all’in-

nocente richiesta del Vostro amico K. : dovevo raccon­

tar qualcosa sulla vita a Westerbork, non sulle mie opi­

nioni personali.

gito ...

Non posso farci niente,

mi

è sfug­

Ma gli anziani? Tutte queste persone vecchissime

e invalide? Come posso mettermi a filosofare davanti

a loro?

Il capitolo più triste della storia di Westerbork s ­

rà certamente quello dedicato agli anziani. Forse sarà

ancora più toccante del capitolo sui malmenati e mu­

tilati provenienti da Ellecom, la cui vista fece correre

un brivido di orrore per tutto il campo.

Alle persone giovani e sane potevi dire le cose in

cui tu stesso credevi, e che ti sentivi in grado di met­

tere in pratica : la storia aveva messo sulle nostre spalle

un destino di dimensioni davvero straordinarie, e noi

dovevamo trovare la grandezza di stile commisurata al

peso eccezionale di questo destino.

Potevi dire che eravamo come dei soldati al fronte,

sebbene i fronti a cui eravamo mandati fossero al­

quanto singolari. È vero che sembravamo condannati

a una totale passività - però chi ci poteva impedire

di mobilitare le nostre forze interiori?

Ma avete mai sentito parlare di soldati ottuagenari

mandati al fronte con il bastone rosso e bianco dei

ciechi per arma?

Una mattina presto dell’estate scorsa mi imbattei

in un uomo turbato che borbottava fra sé : « Per amor

del cielo, che razza di lavoratori per la Germania ci

hanno spedito questa volta! ». Ero accorsa all’ingresso

del campo mentre autocarri malconci li scaricavano

46

sulla nostra brughiera: tanti vecchietti. Ed eccoci là,

a bocca aperta. Ci sembrava che ora si stesse davvero

esagerando un po’. Ma passato un certo tempo già la

sapevamo lunga, e a ogni arrivo ci chiedevamo : « E

allora - ci sono stati molti anziani e invalidi, questa

volta?». Ahimè, questo pezzetto di storia deH’umanità è tal­

mente triste e vergognoso che non si sa come parlar­

ne. Ci si vergogna di esser stati presenti senza averlo

potuto impedire.

C’era una vecchietta che aveva dimenticato gli oc­

chiali e il flacone della medicina sul caminetto «di

casa » : chissà se ora avrebbe potuto averli, e dove si

trovava di preciso, e dove sarebbe poi andata?

Una donna di ottantasette anni si era aggrappata

alla mia mano come se non volesse più lasciarmi an­

dare: raccontava che i gradini davanti alla porta del­

la sua casetta avevano sempre brillato, e che mai nel­

la sua vita le era successo di buttare i propri vestiti

sotto il letto quando andava a dormire.

E quel piccolo signore curvo di settantanove anni:

era sposato da cinquantadue, ora sua moglie era rico­

verata airospedale di Utrecht e l’indomani lui sareb­

be stato portato via dall’olanda ...

Ma anche se continuassi per pagine e pagine, non

avreste un’idea di quel ciabattare, barcollare e cadere

a terra, del disperato bisogno di aiuto e delle doman­

de infantili. Là non si poteva far molto con le parole,

a volte una mano sulla spalla era già troppo pesante.

No, quegli anziani sono un capitolo a sé. I loro

gesti smarriti e i loro visi spenti popolano ancora le

notti insonni di molte persone ...

In pochi mesi la popolazione di Westerbork si è

gonfiata da 1000 a circa 10.000 unità. La crescita mag­

giore risale ai terribili « giorni d’ottobre » - quando

in seguito a una grande caccia all’ebreo per tutta l’O-

landa, il campo fu devastato da un’inondazione uma­

na che minacciò di inghiottirlo.

47

Quindi non si può certo parlare di una comunità

dallo sviluppo organico e dal respiro regolare, e tut­

tavia - cosa stupefacente - vi si possono trovare tutti

gli aspetti, le classi, gli «ismi», i contrasti e le ten­

denze della società odierna (eppure l’area di mezzo chi­

lometro quadrato è rimasta la stessa). In fin dei conti

non è un fenomeno così stupefacente, se è vero che

ogni individuo porta in sé la tendenza, la parte so­

ciale o il livello culturale che rappresenta.

Ma ogni volta si è colpiti dal fatto che in una si­

tuazione di comune necessità i contrasti permangano.

Un giorno incontrai una ragazza in mezzo al fango

tra due grandi baracche: mi spiegò di essere arrivata

per caso a Westerbork (questo è tipico: ognuno crede

che il proprio caso sia particolarmente sfortunato, la

maggior parte di noi non possiede ancora una comu­

ne coscienza storica). Ma per tornare a quella ragaz­

za: mi raccontò una malinconica storia di pacchetti

che non arrivavano mai e di un paio di scarpe smarri­

te. Eppure il suo viso s’illuminò quando disse: « Però

abbiamo avuto una fortuna enorme con le persone,

siamo proprio una baracca d’élite. Sai come chiamano

la nostra baracca?» continuò tutta orgogliosa. «La

curva del Heerengracht! ».16

Io restai confusa, e la guardai, dalle sue scarpe rotte

al suo volto truccato, senza sapere se ridere o pian­

gere ...

In questo campo di concentramento la mancanza di

spazio è senza dubbio la carenza più grave.

Circa 2500 persone su 10.000 sono alloggiate nelle

215 casette che un tempo costituivano il nucleo del

campo, e che prima delle deportazioni erano tutte abi­

tate da singole famiglie.

«La curva del Heerengracht»: così è detto il tratto di que­

sto 16. famoso canale di Amsterdam che si trova all’altezza della

Nieuwe Spiegelstraat ed è case antiche.

fiancheggiato da belle e dignitose

Ogni casetta ha due, a volte tre camerette, oltre a

una piccola cucina con un rubinetto e un W.C. La

porta d’ingresso è priva di campanello, sicché entrare

diventa una faccenda molto sbrigativa. Aperta quella

porta ci si trova subito nel mezzo della cucina. Se si

vuole far visita a amici nella cameretta sul retro, si ir­

rompe con una disinvoltura ormai abituale in quella

sul davanti, dove proprio allora una famiglia è seduta

a tavola o magari litiga o sta andando a letto. E da

un po’ di tempo queste camerette sono anche gremite
di

persone desiderose di evadere dalle grandi baracche.

Adesso gli abitanti delle casette sono alloggiati in

modo principesco, per essere a Westerbork, e sono in­

vidiati e sempre assediati dagli altri.

La grande, la vergognosa miseria del campo inco­

mincia nelle colossali baracche costruite in tutta fret­

ta - in quelle rimesse di assi piene di spifferi e gremite
di

uomini, dove le cuccette di ferro a tre piani si am­

massano sotto un cielo incombente di panni che cen­

tinaia di persone hanno steso ad asciugare.

Quei poveri francesi non avrebbero mai sospettato

che sugli stessi letti da loro costruiti per la linea Ma-

ginot ebrei esiliati in una qualche brughiera del Dren­

the avrebbero sognato i loro sogni spaventosi. Ho in­

fatti saputo che quei letti provengono dalla linea Ma-

ginot. Ora su quelle cuccette si vive e si muore, si man­

gia, si è malati, o non si riesce a dormire perché tanti

bambini piangono durante la notte - o perché ci si

continua a chiedere come mai non arrivino quasi no­

tizie dalle molte migliaia già partite dal campo.

Sotto i letti sono sistemate le valigie, alle sbarre di

ferro appesi gli zaini : gli unici ripostigli che abbiamo.

Le altre suppellettili consistono di tavole di legno

grezzo e strette panche di legno.

Delle condizioni igieniche preferisco non parlare

nella mia modesta relazione, così Vi eviterò momenti

poco gradevoli.

Qua e là per quei vasti ambienti ci sono delle stufe:

49

bastano appena per riscaldare le vecchiette che, stret­

te Tuna all’altra, vi siedono intorno. Non ci è ancora

troppo chiaro come si dovrà vivere in queste baracche

durante l’inverno.

Tutti questi grandi magazzini umani sono stati co­

struiti in mezzo al fango esattamente allo stesso mo­

do, e sono per così dire arredati con la stessa sobrietà;

ma lo strano è che attraversando una baracca si ha la

sensazione di vagare per un quartiere povero e desola­

to, mentre un’altra baracca evoca ad esempio un quar­

tiere residenziale della borghesia agiata. In realtà è una

sensazione ancora più forte, è come se ogni cuccetta,

ogni tavolo di legno grezzo emanasse una propria at­

mosfera. Conosco un tavolo in una di queste baracche su

cui di sera è posata una lanterna di vetro con una

candela accesa, intorno siedono più o meno otto per­

sone e quello è il cosiddetto « angolo dei bohémiens ».

Se poi si fanno pochi passi fino al tavolo più vicino,

intorno al quale sono anche lì sedute più o meno otto

persone - forse l’unica differenza è che al posto della

candela c’è qualche padellina sporca -, allora è come

se si entrasse in un mondo totalmente diverso.

Circostanze simili non sembrano produrre necessa­

riamente persone simili.

Su quell’arido pezzo di brughiera di cinquecento

per seicento metri naufragano anche diversi protago­

nisti della vita culturale e politica delle grandi città.

Tutte le scene che li circondavano sono state brusca­

mente abbattute con un solo colpo potente, ed essi

stanno ancora un po’ tremanti e spaesati su quel pal­

coscenico aperto e pieno di correnti d’aria che si chia­

ma Westerbork. Intorno a quelle figure sradicate dal

loro contesto si può ancora respirare l’atmosfera di

una vita irrequieta, e di una società più complicata

di quella del campo.

Essi vanno lungo il sottile filo spinato, le loro sa­

gome in grandezza naturale scorrono indifese sulla

50

grande distesa del cielo. Bisogna averli visti cammi­

nare laggiù ...

La loro ben forgiata armatura di posizione, reputa­

zione e proprietà s’è sfasciata, e ora essi sono rivestiti

soltanto delTultima camicia della loro umanità. Si tro­

vano in uno spazio vuoto, delimitato da cielo e terra,

dovranno riempirlo da soli con le loro potenzialità in­

teriori - là fuori non c’è più niente.

Ora ci si avvede che nella vita non basta essere un

abile politico o un artista di talento, la vita richiede

tutt’altre cose nella miseria estrema.

Sì, è vero, siamo messi alla prova nei nostri fonda-

mentali valori umani.

E così crederete che io abbia raccontato qualcosa

su Westerbork, con la mia lunga chiacchierata? Se pro­

vo a ricreare questo Westerbork davanti al mio oc­

chio interiore - in tutte le sue sfaccettature e storia

movimentata, in tutte le sue necessità spirituali e ma­

teriali -, allora so di non esserci riuscita affatto. E

poi, il mio è un resoconto molto parziale. Potrei im­

maginarne un altro pieno di odio, amarezza e ribel­

lione. Ma la ribellione che nasce solo quando la miseria

comincia a toccarci personalmente non è vera ribel­

lione, e non potrà mai dare buoni frutti.

E assenza d’odio non significa di per sé assenza di un

elementare sdegno morale.

So che chi odia ha fondati motivi per farlo. Ma per­

ché dovremmo sempre scegliere la strada più corta e

a buon mercato? Laggiù ho potuto toccare con mano

come ogni atomo di odio che si aggiunge al mondo lo

renda ancora più inospitale.

E credo anche, forse ingenuamente ma ostinatamen­

te, che questa terra potrebbe ridiventare un po’ più

abitabile solo grazie a quell’amore di cui l’ebreo Pao­

lo scrisse agli abitanti di Corinto nel tredicesimo capi­

tolo della sua prima lettera.

51

9. A Osias Kormann

[Amsterdam] 16 gennaio 1943

Senti bene, Osias : davvero non hai ancora ricevuto

posta da me? Quanto mi dispiacerebbe! Vleeschhouwer
mi

ha dato quest’impressione, e tu penserai che sono

proprio infedelel Devo ammetterlo onestamente: fino­

ra ti ho scritto una volta sola e assai per esteso, era

notte fonda e avevo promesso di riscriverti presto. Ma

il mio « presto » è diventato alcune settimane.

Sai, io ho tanti amici. Alcuni vengono da me con

le loro difficoltà spirituali e così dobbiamo parlare a

lungo. Ce ne sono parecchi altri a cui scrivo regolar­

mente e per esteso, perché sento che ne hanno biso­

gno e li voglio aiutare.

Con te è un’altra cosa: tu esisti nella mia vita e sa­

rebbe inconcepibile il contrario, io discorro spesso con

te ma non sento mai la necessità di fissare questi di­

scorsi sulla carta, penso sempre che te ne accorga an­

che senza le mie lettere. Se non ricevi mie notizie per

un po’ non devi mai sentirti deluso o magari triste, io

continuo a pensarti con il forte e buon sentimento
di

sempre. Questa mattina, mentre me ne stavo cori­

cata e pensavo a qualcosa che ti riguardava, ho sentito

Tirresistibile bisogno di ribadirtelo con altrettante pa­

role. Quanto mi dispiacerebbe se tu pensassi che ora
di

te m’importi meno! Le cose buone e umane che ab­

biamo condiviso sono vive nei miei sentimenti e sono

sempre reali.

Spero che tu abbia ricevuto la mia prima lettera,

conteneva alcune coserelle che vorrei ti fossero cadute

sotto gli occhi.

E tu hai molto da fare, vero? Ma forse mi mande­

rai due parole se ne avrai l'occasione? Abiti sempre

con il caro Rosenberg nella tranquilla camera sul re­

tro? Quanto mi piacerebbe capitare lì da voi, finalmen­

te guarita. Invece per ora la parola d’ordine è : stare

52

r

a letto, a letto e sempre a letto. Ma anche così si può

vivere la propria vita, o almeno si deve provare.

Alla prossima volta, Osias Kormann!

Saluti a Rosenberg.

Con amicizia, Etty

10. A Osias Kormann

[Amsterdam] 24 marzo 1943

Mercoledì pomeriggio

Osias, è trascorso molto tempo dalla mia ultima let­

tera? A me paiono solo pochi giorni, ma al massimo

è una prova di quanto

il tempo mi sia passato in

fretta. Così ti mando di nuovo un bel sorriso da lontano,

sempre che la cosa sia permessa. Il mio dottore si ar­

rabbia tutte le volte che arrivo da lui con un gran

sorriso sulla faccia, secondo lui è imperdonabile che si

rida di questi tempi. Io non credo che abbia ragione,

tu che ne dici? Buongiorno Osias, come stai, che co­

sa fai, hai molto lavoro, sei di buon umore, non avre­

sti bisogno di un’assistente, fra poco? Io non chiedo

un lauto stipendio, mi basta un trattamento amiche­

vole. Per il momento mi dedico ancora alla ginnastica

mattutina, al sole, alla Bibbia, al russo, alle patate da

pelare e alla letteratura; e poi dialogo con persone ec­

cessivamente ottimiste o pessimiste, con persone pole­

miche o prossime al suicidio o infuriate o tristi, o co­

munque siano. Insomma un programma alquanto va­

riato.

E per il resto ho sempre ancora un cuore giovane e

vecchie ossa, il tutto potrebbe esser ripartito con mi­

glior equilibrio. Anche il mio dottore non ha saputo

trovare una spiegazione più saggia della tua, e dice che

53

mentre nei più sono l’anima e la mente a risentire di

questi tempi eccessivamente difficili, nel mio caso è il

corpo a soffrirne. Io ingoio a turno cose amare, acide,

dolci, solide e liquide ma in fondo mi sembra tutto as­

surdo, l’equilibrio deve ristabilirsi su basi naturali.

Però mi sembra già di ridiventare una persona valida

- e al mio ritorno farai un meraviglioso caffè, vero?

tanto in tanto con animo gentile a

E un saluto a Rosenberg.

Osias, un saluto molto affettuoso a te, e pensa di

Etty

11. A Osias Kormann

[Amsterdam, primavera del 1943]

Venerdì mattina, a letto

Osias, ti saluta una ragazza con un dito del piede

vertiginosamente gonfio. Questa ragazza è una tua buo­

na amica - te ne ricordi ancora, o te ne sei ormai di­

menticato? Succedono tante cose lì da voi, troppe cose.

Qui continua la grande contraddizione: lo spirito

è più che mai vivace e creativo e intenso, il corpo

non offre ancora una struttura abbastanza forte da po­

terlo sorreggere.

Ma ho pazienza - non sempre, naturalmente -, e vi­

vo con saggezza in modo da ristabilirmi presto e bene.

A quel punto ricomparirò improvvisamente da voi. E

tu avrai del lavoro per me nella « V »17 - o siete già

troppi in troppo poco spazio?

Il vostro villaggio è di colpo diventato una città, de­

v’essere una città ben triste e strana.

Ho paura che tu non dorma più - ti prego, va’ a

dormire ogni tanto!

« V » sta per Verzorging (Approvvigionamento), un reparto

  • 17. che era stato istituito dal Consiglio Ebraico e die disponeva di un proprio magazzino, il « V ».

54

E così è arrivata la mamma di Rosenberg. E lui?

Può renderle la vita un po' più facile? Salutamelo per

favore con molta cordialità, e salutami anche Unger.

Molti pensano oggigiorno che la vita stia andando

alla fine e che tutto stia crollando. Tra molto tempo

si vedrà forse che è stato anche un inizio. Ma forse

non poggio i piedi «sul terreno della realtà», forse

sono un’idealista? Su, lasciami stare, bisogna pur che

esistano persone come me, le mie realtà sono di fatto

diverse da quelle che i più chiamano « la realtà », ma

sono anche realtà.

Osias Kormann, amico fedele della brughiera del

Drenthe, la vita è davvero una bizzarra faccenda -

ti saluto e ti voglio molto molto bene. Etty

12. A Osias Kormann

[Amsterdam, primavera del 1943]

Venerdì mattina

Il buon Dio e la Zentralstelle18 sembrano opporsi a

che io beva il tuo caffè già in questa settimana: ve­

dremo se la prossima ci porterà il permesso di viaggio.

Spero che tu stia ottimamente sotto tutti i punti di

vista, mio caro Osias, vorrei una buona volta sincerar­

mene di persona.

Che ne è dei lupini gialli, si rivedono già? E fa

ogni tanto primavera da voi, malgrado tutto? Saluta­

mi Rosenberg. E ricevi il mio abbraccio innocente e

nondimeno affettuoso.

Etty

18. La Zentralstelle filr jiidische Auswanderung

TEmigrazione Ebraica), che organizzava la ebrei, era stata istituita dai tedeschi.

(Centro

per

deportazione degli

55

Per ora dunque : arrivederci alla prossima settimana.

E poi: un saluto da mio padre, che è stato molto

contento di ricevere il tuo.

E speriamo che non ti rovini i tuoi begli occhi con

questi orribili geroglifici (una volta scrivevo tutto a

macchina, ma già da un pezzo ho dovuto riabituarmi

alla mia mano).

Ciao! E.

13. A Osias Kormann

[Amsterdam] 8 aprile [1943]

Giovedì mattina

Il mio orologio è rotto, Osias, e così devo assoluta

mente ritornare a Westerbork perché a Amsterdam

non si trova più nessuno che abbia il tempo di ripa­

rarlo. E sai bene che io non ho proprio bisogno di

molte cose per vivere, ma di un orologio sì. E comun­

que crederai che ho altre ragioni per voler ritornare

da voi. E mi rallegro anche un pochino all’idea di ri­

vederti, proprio così!

Ho poi una lieta notizia, specialmente per te: il

mio dente del giudizio è spuntato non senza forti do­

glie, ma alla fine s’è potuto constatare che c'era per

davvero. Quindi puoi avere buone speranze che io

diventi ancora una persona ragionevole. Che intendi

per ragionevole? Egoista? Quest'egoismo diventa così

noioso! Già da molti secoli ci si racconta che l'uomo è

fondamentalmente egoista, alla fine si comincia a cre­

derlo e a quel punto è così. Ci sono molti aspetti in

un uomo, perché non si dovrebbe provare a cambiare,

e considerare un aspetto diverso da questo noioso e

sterile egoismo? Ma su questo punto bisticceremo an­

cora a voce, non è vero? La tua lettera era molto sim­

patica, sei un gran burlone ma sei anche molto caro.

A Westerbork devo rintracciare una quantità di gen­

56

te - amici, oppure figli o genitori o nonni di amici.

Sarà già un lavoro e altro lavoro verrà fuori da sé.

Mio caro, mi rallegro di rivederti ma te Tho già

detto.

Alla prossima settimana.

Ciaol Etty

14. A Osias Kormann

Amsterdam, 5 maggio 1943

Osias caro, pare di nuovo che io ti sia stata molto

infedele, e invece il mio lungo silenzio è dovuto solo

alle leggi deirinerzia umana. Il tuo caffè si sarà ormai

freddato del tutto ma non posso farci nulla, mi sento

come una specie di soldato in attesa di ordini. Da un

lato sono riconoscente per ogni giornata che posso

ancora trascorrere seduta alla mia fedele scrivania, e

immersa in faccende che mi toccano molto da vicino;

dall’altro lato vorrei solo ritornare da voi il più pre­

sto possibile. Se faccio i conti, mi accorgo di mancare

dalla vostra metropoli nella brughiera già da cinque

mesi, eppure ho la strana sensazione che sia trascorsa

appena una settimana, o meglio, che io non sia stata

affatto via. In questo modo si può continuare a vivere

contemporaneamente in luoghi diversi, non credi?

Osias, conosci il terreno dello « Ijsclub » di fronte al

Conzertgebouw? Di tanto in tanto passeggio con te

lungo la recinzione e allora stiamo così bene insieme.

Il più delle volte arrivi del tutto inaspettato, come una

sorpresa. Io faccio tranquillamente il mio giro intorno

al Club, d’un tratto sei al mio fianco e ogni volta mi

rallegro per la tua assidua e forte vicinanza.

Quanto alla mia salute, non posso lamentarmi trop­

po. Certo che sono assai meno efficiente dopo la mia

57

malattia, ma questo succederà a parecchie persone nel­

la nostra benedetta Europa.

Osias caro, basta per oggi, sono curiosa di sapere

quando potremo rivederci.

Salutami in particolare Petzal, spesso mi propongo

scrivergli ma sai bene: Tinerzia, ecc. E natural­

Ciao!

  • di mente saluta ancora Rosenberg.

E quanto a te:

arrivederci in ogni caso!

Etty

15. ^4 Osias Kormann

Mio caro Osias,

[Amsterdam] Venerdì pomeriggio

28 maggio [1943]

già da molte sere mi propongo di mandarti un pic­

colo resoconto, ma qui si vive ora in un'agitazione quo­

tidiana. Le mie coperte, lassù nella tua balconata di

legno, dovranno pazientare più del previsto per po­

termi ricoprire di nuovo. La mattina del 24 è arrivato

l’ordine di partenza: dovevo presentarmi il 25. Subito
mi

sono accinta a dare l’ultima mano al mio zaino, ma

dopo mezza giornata ho saputo che la mia convoca­

zione era stata un «errore». È un po’ strana que­

sta espressione: un « errore », come se non lo fosse per

tutti gli altri. Bene, adesso non voglio mettermi a filo­

sofare su questo tema sgradevole, tanto ci parleremo

presto.

Oggi ho saputo che quindici colleghi del Consiglio

Ebraico di Westerbork avranno una licenza, e che qui

si richiedono altrettanti volontari per sostituirli. Cer­

to che mi presenterò, e poi si vedrà se mi potranno

utilizzare dato che rappresento una categoria un po’

strana e nichilista. Ad ogni modo credo che ci rivedre­

58

mo presto, la liquidazione delle rimanenze ebraiche

procede ora a ritmo serrato.

Pensare che sono già trascorsi dieci mesi da quando

ho incontrato un omino dal berretto grigio e dai gros­

si occhiali nella scuola di Westerbork; quest’omino mi

aveva raccontato alcune storie avventurose del campo

e poi mi aveva detto: « Lei non è certo olandese. Lei

ha tanto calore ». Sì, Osias, ecc., ecc. Questa non è una

vera lettera ma un saluto frettoloso. Credo che avrai

di nuovo tanto lavoro triste. Arrivederci fra alcuni

giorni o fra alcune settimane, in ogni caso arrivederci!

Etty

16. ^4 Maria Tuinzing

[Amsterdam, 5 giugno 1943]

Sabato sera

Marieteke,

cerchiamo di non essere troppo materialiste : un

paio di giorni in più o in meno, e se ci siamo ancora

riviste oppure no - certo, è un peccato che sia andata

così, ma per noi non fa quella grande differenza, vero?

T i avrei rivista volentieri ma vedrai che succederà

ancora, ne sono proprio sicura. È tardi, non so dirti

quanto sono stanca. Avevo sperato di raggiungerti per

telefono a Wageningen, visto che comunque rimanevo

un giorno in più, ma non è stato possibile. Mi chiedi

un diario: proprio perché sei tu lascio qui uno stu­

pido quaderno - ci troverai un tale guazzabuglio, don­

na indiscreta che sei!

Se ti capita di avere delle difficoltà, sfoga la tua ani­

ma su un pezzetto di carta, e mandalo a Etty che ti

risponderà di sicuro.

Vigila un pochino su papà Han - ma so che lo fa­

rai comunque. Lui ti racconterà tutti gli avvenimenti

59

e l'agitazione di questi ultimi due giorni, i miei oc­

chietti si chiudono per il sonno e quanto lavoro dà

questo zaino. Non ti dico addio perché la nostra non

è una vera separazione.

Sta' molto molto bene, mia cara.

Etty

17. A Han Wegerif e altri

Carissimi,

[Westerbork]

Lunedì mattina, le undici, 7 giugno 1943

avete ancora salutato a lungo i miei due boccioli

rosa? Siete stati tutti così cari con me, ci ho potuto

  • di ripensare per tutto il viaggio in treno; ora questo

campo, con la sua miseria davvero enorme di depor­

tazioni in arrivo e in partenza, mi ha completamente

inghiottita un'altra volta. Rieccomi qui da cento anni.

Il viaggio in treno è stato abbastanza piacevole. C’è

un simpatico spirito cameratesco fra noi. I miei colle­

ghi mi hanno presa ben bene in giro, ma me ne sono

accorta soltanto alla fine. Hanno cominciato a dire che

da Assen fino al campo dovevamo farla a piedi, con

bagagli e tutto quanto: mi è sembrato che la cosa

potesse ancora andare. Ma quando sono arrivati a dir­
mi

che nel campo era stato aperto un piccolo negozio

torroni, che nell'area dell'orfanotrofio si era svolta

  • di una sfilata floreale e che ora vi si giocava a polo, mi

si sono aperti gli occhietti.

A Assen ci aspettava un autocarro in cui entrava

l'acqua, e diluviava. Siamo arrivati piuttosto bagnati.
Ci

hanno condotti con tutti i nostri bagagli in uno

stanzone (una volta non era così), dove i nostri zaini

e le nostre valigie sono stati ispezionati da ufficiali

della gendarmeria. Ho aperto molto volenterosamente

la valigetta di giunco con il Corano e il Talmud, ma

60

non hanno visto il mio zaino grande come una casa

e così ho potuto stare tranquilla.

La baracchetta in cui sono alloggiata questa volta

è una via di mezzo tra un piccolo magazzino e un

boudoir. Letti a castello a due o tre piani, dappertutto

valigie e scatole, fiori sulla tavola e sul davanzale del­

la finestra, e alcune languide colleghe in lunghe ve­

staglie di seta. Strano davvero. Con me abita una ex

reginetta di bellezza che ha fatto « la vita ». Alle dieci

di sera ha appoggiato uno specchio alla mia scatoletta

del burro e si è dedicata per mezz’ora alle sue soprac­

ciglia. Non c’era un letto per me. La cosa non era poi

così grave visto che più tardi si doveva lavorare, da

Vught sarebbe arrivato un convoglio di deportati. Il

nostro turno cominciava alle quattro. Alle undici di

sera mi sono avviluppata tutta vestita in una coperta,

sul letto di una collega che pareva dovesse lavorare

tutta la notte (il mio lenzuolo a sacco era bagnato ed

è appeso ad asciugare). Dopo aver trascorso un’oretta

così - e aver molto apprezzato la musica di alcuni topi

(che sembrano essersi moltiplicati durante la mia as­

senza) -, ecco arrivare la collega, era una signorina

miope dai baffi nerissimi del Lijnbaansgracht, un po­

sto che non mi è mai piaciuto molto. E ora mi trovavo

coricata con lei in un letto stretto - una situazione

che si direbbe piccante. Ci siamo svegliate un poco

rigide verso le quattro. Mi sono rifocillata con il tuo

capolavoro di frumento, Kathe cara, e ho attraversato

un’altra volta il paesaggio notturno di Westerbork.

Prima ci siamo sottoposti a un trattamento di lisolo

perché da Vught arrivano sempre tanti pidocchi. Dalle

quattro alle nove ho arrancato su e giù con bambini

piccoli che piangevano e ho portato i bagagli a donne

esauste. Era un lavoro duro, e straziava il cuore. Don­

ne con bambini piccoli, 1600 in tutto (altri 1600 ar­

rivano stanotte), gli uomini sono deliberatamente trat­

tenuti a Vught. Il convoglio di domattina è già pronto,

Jopie ed io abbiamo appena camminato lungo il tre­

no. Grandi vagoni bestiame vuoti. A Vught muoiono

da due a tre bambini piccoli al giorno. Una vecchia

mi ha chiesto tutta smarrita: «Chissà, chissà se Lei

saprebbe spiegarmi perché a noi ebrei tocca soffrire

cosi tanto?». Non ho saputo spiegarglielo con esattez­

za. Una donna che per giorni e giorni aveva dovuto

nutrire il suo bambino di quattro mesi con minestra

di cavolo, diceva: «Io ripeto sempre: mio Dio, mio

Dio - ma ci sei ancora?».

Tra i prigionieri ho incontrato un ex assistente del

professor Scholten presso cui avevo sostenuto un esa­

me di diritto processuale, l’ho riconosciuto a stento

per la sua aria smunta, la barba e lo sguardo fisso. Ho

anche incontrato il mio internista Schaap, che quando

ero ricoverata nel N.-I.Z.19 aveva sostato accanto al mio

letto con alcuni dottori, e ignorandomi completamente

aveva spiegato ai suoi colleghi : « Ecco una signorina

che vuole ritornare a Westerbork a tutti i costi », qua­

si che io fossi un caso medico molto singolare. Aveva

un ottimo aspetto e l'aria vivace (è qui già da un po'

di tempo), e stamattina ha accolto moglie e figli che

arrivavano da Vught e sembravano pure in buone

condizioni (ditelo a Tide).20

Durante il mio giro mattutino per il campo ho in­

contrato molti vecchi amici, anche dei miei genitori:

bravi borghesi, che un tempo avevo conosciuto in con­

dizioni tranquille e agiate, e che ora ritrovo molto

proletarizzati nelle grandi baracche. A volte lo stato

in cui si rivedono certe persone fa davvero impressio­

ne. È meglio che i miei genitori non vengano qui.

Ora mi trovo nella casetta di Jopie, lui è seduto da­

vanti a me con indosso un paio di pantaloni da soldato

e una sporca giacchetta grigia e vi saluta cordialmen­

te. Uno dei suoi migliori amici è morto da poche ore:

19. N.-I.Z. sta per Nederlands-Israèlitisch Ziekenhuis, l’Ospedale

Olandese-Israelitico.

20. Tide: Henny Tideman, un'amica molto cara di Etty che apparteneva alla cerchia di Spier. A Vught c'era un campo di prigionia nazista.

62

era gravemente ammalato di tbc, sua moglie e suo

figlio erano stati deportati un po’ di tempo fa e lui

non aveva potuto seguirli. Per Jopie quello era uno

dei pochi matrimoni riusciti che avesse conosciuto. Al­

cuni giorni fa è morto qui un altro suo buon amico.

Oggi pomeriggio cercherò di dormire un poco - ora

ho di nuovo un letto per me, qualcuno è partito in li­

cenza. Stanotte alle quattro arriva un altro treno da

Vught. Nel corso della notte scorsa ho potuto farmi

un quadro di questo Vught, è proprio un quadro or­

ribile. Sono contenta di esser ritornata qui. Saluti affettuo­

si a ogni passo nel campo. Sono stata da Hedwig Mah-

ler che per ora potrà rimanere, e ci ho trovato la

direttrice temporanea della scuola di papà;21 mi han­

no offerto un piatto di semolino. Poi sono stata da Kor­

mann che quasi mi ammazzava dalla gioia, e ho rice­

vuto un secondo piatto di semolino. Più tardi sono

andata da un altro « residente del campo » : altro se­

molino. A quel punto ho ceduto il mio cavolo alla

comunità. Andrà tutto bene, credo.

Nel frattempo si è fatto mezzogiorno e mezzo. Ho

appena ritirato dalla cucina la mia razione di pane e

10 grammi di burro, oltre a una piccola dose di vita­

mina C, e Tho trovato proprio commovente.

Ora chiudo questo resoconto confuso. Stasera alle

sette vado da Herman B. in ospedale, ieri non ci sono

riuscita. I turni di notte non continueranno così, ci sono sta­

ta tirata dentro questa volta. A ogni modo non preoc­

cupatevi, me la prendo con più calma che in passato.

In questo momento ho il solletico dappertutto mal­

grado il lisolo.

Ora devo salutarvi di corsa tutti quanti - troppi per

ricordarvi ad uno ad uno. Siete tutti molto buoni.

La prossima volta di più, miei cari.

^

ìifn

21. Il padre di Etty, Louis Hillesum, insegnante di greco e la­ tino, era stato preside del liceo di Deventer.

JL

63

18. Presumibilmente a Han Wegerif e altri

[Westerbork, 8 giugno 1943]

Martedì mattina, le dieci

Miei cari,

non è rimasta molta brughiera dentro al recinto di

filo spinato, le baracche diventano sempre più nume­

rose. Ne è rimasto un pezzetto in un estremo angolo

del campo, ed è lì che sono seduta ora, al sole, sotto

uno splendido cielo azzurro e fra alcuni bassi cespugli.

Proprio di fronte a me, a pochi metri di distanza, vedo

un’uniforme azzurra e un elmo nella torretta di guar­

dia sui pali.

Un ufficiale della gendarmeria raccoglie dei lupini

violetti con aria rapita, il fucile gli penzola sulla schie­

na. Se guardo a sinistra vedo innalzarsi bianche nu­

vole di fumo e sento sbuffare una locomotiva. La gen­

te è già stata caricata sui vagoni merci, le porte stanno

per chiudersi. In giro c’è molta polizia verde,22 che sta­

mattina è sfilata lungo il treno cantando e a passo di

marcia, e c’è pure molta gendarmeria olandese. Il to­

tale previsto dei partenti non è stato ancora raggiunto.

Poco fa mi sono imbattuta nella mamma dell’orfa­

notrofio con un bambino piccolo in braccio: anche

lui doveva partire, da solo. Dalle baracche dell’ospe­

dale hanno portato via altri malati. Oggi si lavora so­

do, ci sono in visita dei pezzi grossi dall’Aia. Fa un

effetto molto curioso poter osservare il loro compor­

tamento da vicino. Dalle quattro di stamattina ho avu­

to di nuovo neonati e bagagli da portare. In quelle

ore si potrebbe accumulare malinconia per una vita

intera. L’ufficiale amante della natura ha intanto mes­

so insieme il suo mazzo violetto, con cui forse farà la

corte a una contadinella dei dintorni. La locomotiva

La « polizia verde » era un corpo speciale della polizia te­

  • 22. deportazioni. desca che veniva tra l'altro impiegato nei rastrellamenti e nelle

64

manda un fischio terribile, tutto il campo trattiene il

fiato, partono altri tremila ebrei. In quei vagoni merci

giacciono diversi bambini piccoli con la polmonite. A

volte è proprio come se ciò che accade non fosse affatto

vero. Qui io non sono inquadrata in un ruolo preciso

e mi pare che sia la cosa migliore. Vado in giro e trovo

il mio lavoro da sola. Stamattina ho parlato per cin­

que minuti con una donna che veniva da Vught, e che

in tre minuti mi ha raccontato le sue ultime vicende.

Quanto si può dire in un paio di minuti così. Siamo

arrivate a una porta che non mi era permesso oltre­

passare e lei mi ha abbracciata dicendo: « Grazie per

l’aiuto che mi ha dato».

Sono salita un momento su una cassa che si trova

fra i cespugli per contare il numero dei vagoni mer­

ci, erano trentacinque, preceduti da alcuni vagoni di

seconda classe per la scorta. I vagoni merci erano com­

pletamente chiusi, ma qua e là mancavano delle assi,

e dalle aperture spuntavano mani a salutare, proprio

come le mani di chi affoga.

Il cielo è pieno di uccelli, i lupini violetti stanno

là così principeschi e così pacifici, su quella cassa si

sono sedute a chiacchierare due vecchiette, il sole

splende sulla mia faccia e sotto i nostri occhi accade

una strage, è tutto così incomprensibile.

Io sto bene.

Affettuosamente, Etty

19. A Maria Tuinzing

[Westerbork, metà giugno 1943]

Marietke, scriverai presto a Etty come stai? Sei alle­

gra, sei triste, corri di qua e di là, stai tranquillamente

a casa? E che dice Ernst, che dice Amsterdam, e papà

Han che fa, e Kàthe va a Ietto presto? Io cammino nel

65

fango tra le baracche di legno, e allo stesso tempo cam­

mino per i corridoi di quella che da sei anni è la mia

casa; ora sono seduta a un tavolino disordinato in un

piccolo ambiente rumoroso, ma sono anche seduta alla

mia cara, disordinata scrivania. Molte persone mi di­

cono : « Non vogliamo ricordare niente della vita di

prima, altrimenti non saremmo in grado di vivere

qui ». Mentre io posso vivere così bene qui proprio

perché ricordo perfettamente ogni cosa di «prima»

(per me non è neppure un «prima»), e intanto la

mia vita continua.

Di pomeriggio

La mia anima è in pace, Maria, oggi mi sono state

assegnate quattro baracche di malati, una grande e tre

piccole; lì devo controllare se qualcuno ha bisogno che

gli siano spediti viveri o bagagli da fuori. La cosa più

bella è che ora ho libero accesso a quasi tutto il com­

plesso dell’ospedale, e a quasi tutte le ore del giorno.

Più tardi

Prendi queste poche parole come vengono, mia pic­

cola Maria, qui non si riesce a scriver molto, le lette­

re che ti mando nei miei pensieri sono ben più lunghe

di questa.

Io

sto bene e sono contenta, in fondo vivo qui pro­

prio come a Amsterdam, a volte non mi accorgo nep­

pure di essere in un campo - è ben strano che io sia

così. E voi tutti mi siete tanto vicini che non mi man­

cate neppure. Jopie è un caro compagno. Di sera as­

sistiamo al tramonto del sole, che si tuffa nei lupini

violetti dietro al filo spinato. E probabilmente ritorne­

rò ancora con la prossima licenza. Scrivi presto. Ciaol

Etty

66

20. A Milli Ortmann

[Westerbork, lunedì 21 giugno 1943]

Cara Milli,23

presto vi scriverò più a lungo su questa giornata, la

più nera della mia vita. I miei genitori e Mischa sono

straordinari, mi hanno sbalordita. Stamattina i vagoni

merci pieni zeppi sono entrati nel campo. Io stavo

da una parte, sotto la pioggia. I vagoni merci erano

completamente chiusi, ma qua e là in alto erano state

tolte delle assi. Da una di quelle strette aperture ho

improvvisamente scorto il cappello della mamma e gli

occhiali di papà e il magro viso di Mischa. Mi sono

messa a gridare e mi hanno vista. Così oggi ripeterò

con loro la via crucis che già ho percorso stanotte con

i Levie e le loro due figliolette: registrazione, ore e

ore di attesa, un’altra registrazione sotto la pioggia,

quarantena. Grazie ai molti amici di qui posso aiutarli

un pochino in tanti piccoli problemi. Fra poco li ac­

compagnerò nelle grandi baracche, dove ora si è sca­

tenato l’inferno. Non credo neppure che ci sarà un

letto per tutti, e per gli uomini mancano i materassi.

Ma il mio terzetto è ammirevole per il suo coraggio e

la sua vivacità e ha persino un forte senso dell’umo­

rismo. Ora le cose pratiche. Il Consiglio Ebraico ritiene

indispensabile che alla Zentralstelle tu segua con im­

pegno la faccenda di Barneveld per Mischa e la fami­

glia (ricordati: io no!).24 Forse puoi ancora fare in

Milli Ortmann, ebrea tedesca ma ufficialmente « mezza

  • 23. ebrea », vedova dal 1941 del pittore Theo Ortmann. Dopo la

morte

del marito

difficoltà.

si era impegnata ad aiutare altri ebrei in

Nel castello De Schaffelaar a Barneveld era stato allestito

  • 24. si un tutti campo coloro per che una vi privilegiata furono internati « élite culturale sopravvissero » di alla ebrei. guerra. Qua­ Mischa Hillesum, il fratello più giovane di Etty che era stato un enfant prodige ed era diventato uno dei migliori pianisti

67

modo che Mengelberg si rivolga personalmente a Rau-

ter.

Fine improvvisa della lettera.

Etty

21. A

Christine van Nooten

Westerbork [21 giugno 1943]

Lunedì notte

Christien,25

sono indescrivibilmente coraggiosi in questo assolu­

to inferno. Stamattina presto, la fila dei vagoni merci

ha fatto il suo ingresso nel campo fangoso. Io stavo

da una parte, e per una stretta apertura in alto, in un

vagone, ho scoperto il cappello sgualcito e gli occhiali

di mio padre, il cappello della mamma e il magro vi­

so di Mischa. E ora li accompagnerò nella loro via

crucis, sono riconoscente di esser qui e di poter alle­

viare la loro vita in tante piccole cose - sebbene in que­

sto momento non ci sia proprio nulla da alleviare. Qui

è una totale catastrofe. Nelle ultime ventiquattr’ore il

campo è stato inghiottito da grandi ondate di ebrei.

Ma devo dire che papà, la mamma e anche Mischa

mi hanno sbalordita. È vero che papà è completamen­

te indifeso, che in queste ore il suo colletto è diven­

tato troppo, troppo largo e che la sua ispida barba

mann olandesi, era poteva riuscita contare ad assicurarglielo su un posto per a Barneveld: l’intervento Milli del diret­ Ort- tore d’orchestra Willem Mengelberg; ma Mischa si era rifiutato di accettarlo se i suoi genitori non avessero potuto seguirlo

(cfr. anche Jacob Presser, The Destruction of thè Dutch Jews,

New York, 1969).

25. Christine van Nooten viveva a Deventer, dove insegnava la­ bre dre tino di 1940. e greco Etty che nel era liceo stato cittadino, preside e conosceva del liceo fino molto al bene 29 novem­ il pa­

68

grigia fa tanta pena. Ma stamattina ha impugnato la

sua piccola Bibbia mentre aspettavamo per ore e ore

nella pioggia, e ha trovato splendide parole nel li­

bro di Giosuè. Ora stanno in una delle grandi ba­

racche, un magazzino umano stipato al massimo dove

per ogni tre persone ci sono due strette cuccette di

ferro, nessun materasso per gli uomini, nessuna pos­

sibilità di riporre qualcosa da qualche parte, aria pe­

sante, bambini che urlano, la peggior miseria imma­

ginabile. Farò il possibile per aiutarli a superare que­

ste difficoltà, personalmente mi sento molto forte e

piena di coraggio anche se a volte tutto diventa buio

incomprensibile. Ora una cosa pratica. Dobbiamo cercare di tener su

e

papà con il pane, visto che non mangia cibi caldi. Dal­

la provincia si possono ancora spedire dei pacchetti-

lettera di non più di 2 kg. Prova un po' se ne arriva

uno - vero che non trovi sfrontata questa mia esplici­

ta richiesta? È la necessità che comanda. Anche il pane

di segala è molto benvenuto. Non spedire qui dei ta­

gliandi, non possiamo usarli. Mandali invece a Ja-

cobs, Retiefstraat 11, specificando che può spedire dei

pacchi - 5 kg sono certamente permessi -, preferibil­

mente per raccomandata, e al mio indirizzo che è il

più sicuro : Dr. E. Hillesum, funzionario del Consiglio

Ebraico, Campo di Westerbork, Post Hoog-Halen, O,

Drenthe. In alto a sinistra: baracca 34. Manda due ri­

ghe su una cartolina postale se spedisci qualcosa, così

posso controllare se arriva.

Spero di trovare un letto stanotte, ogni millimetro

quadrato è preso. La prossima volta scriverò di più.

Prega un pochino per noi.

Affettuosamente, Etty

69

22. A Christine van Nooten

Christine,

[Westerbork,

timbro postale del 26 giugno 1943]

papà e io siamo seduti su una specie di tubo di

pietra, in un delizioso vento fresco. Davanti a noi,

degli uomini con la stella gialla scavano un fosso per

impedirci la fuga, e oltre il fosso si tende il filo spi­

nato. Alla nostra sinistra, cioè neirangolo del campo,

Tufficiale della gendarmeria sta nella sua casetta su

alti pali. Siamo neri di sabbia, soffia un vero e proprio

scirocco. Ho appena tiràto giù papà dalla sua cuccetta

al secondo piano e ora prendiamo un po’ d’aria. Sono

molto riconoscente che adesso lui abbia un letto per

sé, nella grande baracca sarebbe crollato in una setti­

mana. Sì, cercheremo di cavarcela aiutandoci l’un l’al­

tro. La mamma è ammirevole, è quasi incomprensi­

bile che possa andare in giro ben curata e vivace co­

me sempre; stamattina ad esempio ha fatto il grande

bucato in un secchio all’aperto, e lo ha steso ad asciu­

gare su una cordicella. Mischa è commovente nel suo

attaccamento ai genitori, vive nel continuo timore

che debbano finire in Polonia e dice che in quel caso

li accompagnerà di sicuro. Ma credo che la cosa si si­

stemerà, per ora riuscirò certamente a tenerli qui. Sia­

mo molto preoccupati per Mischa e temiamo che tra

poco non regga più. In fondo è incomprensibile che

non impazziscano tutti. Insomma è così.

Ora le cose pratiche. Stamattina è arrivato un pacco

molto benvenuto da Simon.26 Da te per ora niente -

vuol dire che aspetteremo un pochino. Forse la cosa

migliore è che tutto passi per il Consiglio Ebraico. La

26. pacchi A Deventer per i suoi Julius concittadini Simon ebrei organizzava internati la a spedizione Westerbork; dei a volte spediva più di duecento pacchi alla settimana. Nel 1943 fuggì in Svizzera.

70

mamma già si rallegra pensando al tuo pàté di gam­

beretti. Che ne dici, ora abbiamo perfino dei desideri

speciali - la mamma diceva stamattina: « Sarebbe de­

lizioso poter mangiare per una volta qualcosa di un

po’ piccante ». La signora de Groot sulla Ceintuurbaan

le aveva detto a suo tempo che teneva ancora parec­

chie cose del genere. Insomma, io registro il tutto da

obbediente segretaria.

E sai, qualche rara volta possiamo cambiare i ta­

gliandi del pane e del burro allo spaccio del campo,

magari potresti spedircene qualcuno se ne avete abba­

stanza. Metà Westerbork cerca di convincere papà a

accettare piatti caldi, ma lui non ce ancora riuscito.

Ora ci troviamo in mezzo a una tempesta di sabbia

- puoi leggere le mie parole? Qui tutto è pazzo e in­

comprensibile e disperato e comico al tempo stesso, è

un gran guazzabuglio. Anch’io ti scrivo un po’ di tutto

alla rinfusa, ma non si può fare altrimenti.

Oh sì, ancora una cosa, è assai probabile che io per­

da tra breve la mia posizione privilegiata, perché il

Consiglio Ebraico di Westerbork sarà abolito. In quel

caso non potrò più scrivere a piacere, ma avrò il per­

messo di scrivere una volta ogni due settimane; quindi

continuerai comunque a ricevere nostre notizie. Ora

dobbiamo andarcene da qui, altrimenti ci viene la tisi

galoppante. Speriamo di poterti poi raccontare tutto

a voce, lo speriamo davvero. E, sì, prega un pochino

per noi.

E grazie di tutto.

Tante cose care.

Etty

[sulla busta]

Il

tuo pacchetto è arrivato ora, dopo che la lettera

era stata chiusa.

71

23. A Han Wegerif e altri

[Frammento. Westerbork,

dopo il 26 giugno 1943]

E così, miei cari, rieccomi per un pochino qui. La

lettera che avevo cominciato si trova sotto il mio sacco

a pelo a scacchi arancioni, ora mi trovo in un altro an­

golo del campo e continuo la mia chiacchierata su un

foglietto di carta trovato per caso. Sono appena stata

dal mio papà che sta vivendo momenti storici : ha man­

giato un piatto di cavolo e stamattina ha persino be­

vuto del latte - mentre aveva sempre giurato che piut­

tosto che bere latte sarebbe andato in Polonia. Nella

cuccetta accanto alla sua dorme un russo robusto, un

angelo che gli fa da guida a ogni movimento malde­

stro, e che di notte si mette a fischiare se lui russa trop­

po forte. Pare che quattrocento persone ricoverate in

ospedale debbano partire con il prossimo convoglio.

Attraversare quelle baracche - soprattutto quella che

ospita molte vecchiette - è una vera disperazione.

Ognuno ti si aggrappa supplicando: «Vero che non

dovrò partire?», oppure: «Di qui non ci porteranno

certo via »; e si sente sempre lo stesso ritornello: « Non

potrebbe far qualcosa per me?». Ieri una donnetta

decrepita, magrissima e ammalata mi ha chiesto con

molta ingenuità: «Crede che in Polonia ci sia assi­

stenza medica? ». In un caso simile preferisco scappar

via. È quasi incomprensibile che chi ha ormai tutta la

vita dietro di sé sia così attaccato a quel povero pezzet­

to di carcassa che gli è rimasto. Ma tutti vogliono veder

tornare la pace e ritrovare i figli e la famiglia, e an­

che questo si può ben capire.

Stamattina, proprio mentre stavo per calare a terra

dal terzo cielo, è arrivata su Ann e-Marie27 che col suo

27. Anne-Marie van den Bergh-Riess era nata a Berlino nel vietico 1903. Giornalista Il’ja Erenburg a Parigi, che aveva era assai collaborato ammirato con da lo Etty. scrittore Prima so­ della guerra era stata sposata per un certo tempo con Herman

72

berretto da montagna e i suoi occhiali contro la pol­

vere pareva un’aviatrice. È incaricata del servizio in­

terno nella baracca in cui io stavo un anno fa. È in

ottime condizioni, ditelo soprattutto a Swiep,28 Dorme

e mangia bene, non ha un lavoro troppo gravoso, è so­

la - e questo conta molto, lo so per mia esperienza.

Le preoccupazioni per i propri cari consumano più di

qualsiasi altra cosa. Oggi non ho ancora visto Mischa

e neppure la mamma; Mischa ieri era malato ed è sta­

to « a letto » tutto il giorno e la mamma non aveva lo

stomaco a posto. Devo sempre vincere una forte resi­

stenza interiore, una sorta di paura, per entrare nella

loro baracca, dove si è subito assaliti dalle acide e am­

morbanti esalazioni umane. Sam de Wolff29 si trova

nella stessa baracca di Mischa, di tanto in tanto lo in­

contro mentre si arrabatta fra le cuccette di ferro.

In questi giorni aspettiamo un convoglio dallo Hol-

landse Schouwburg, di cui si dice che proseguirà diret­

tamente per la Polonia.30 Di Jaap31 sappiamo solo che

si trova nello Schouwburg, nient’altro. Farò di tutto

per trattenerlo qui, ma non si può forzare nulla e

ognuno deve prendere su di sé il destino che gli viene

assegnato, non può essere altrimenti.

La donna che fa pulizia da Kormann mi ha appena

detto: « Lei ha sempre un'aria cosi raggiante». Io mi

sento come sempre e dovunque, certo che a volte si è

un po' stanchi e fiacchi e con la testa che gira per le

van den Bergh, giornalista e noto poeta olandese. Deportata a Bergen-Belsen, fu liberata dai russi a Tròbitz.
28.

A Swiep van Wermeskerken Etty aveva dato lezioni di russo.

Sam de Wolff (1878-1960), economista e uomo politico so­

cialista. 29. Nel 1944 da Bergen-Belsen, dove nel frattempo era stato deportato, aveva potuto emigrare in Palestina; Tanno do­

po era ritornato in Olanda.

  • 30. so nel 1942 e trasformato in centro di raccolta degli ebrei che

da Amsterdam dovevano essere deportati a Westerbork.
31.

Jaap

medico.

Hillesum,

l'altro fratello minore di Etty, che era

Lo Hollandse Schouwburg (il Teatro Olandese) venne chiu­

73

preoccupazioni, ma sono le preoccupazioni che hanno

tutti nel campo, e perché mai non si dovrebbe sop­

portarle insieme e condividerle onestamente.

Qui mi capitano molte cose buone. Mechanicus,

con cui passeggio spesso sulla stretta e arida striscia

di terra tra fosso e filo spinato, mi legge ogni giorno

ciò che ha scritto.32 In questo campo si stringono ami­

cizie che basterebbero per più di una vita. Ogni gior­

no trovo ancora il tempo per una breve conversazio­

ne filosofica con Weinreb,33 un uomo che è un mondo

a sé, con una particolare atmosfera che si mantiene in

qualsiasi circostanza.

È un peccato che io abbia così poco tempo per scri­

vere, avrei così tanto da raccontare, ve lo terrò in ser­

bo per dopo - sì, per dopo.

Ma ora dobbiamo dedicarci al cavolo, un piatto as­

sai amato nel campo.

Un po’ più tardi

Qui si cucina bene, non c’è che dire. Miei cari, vor­

rei tanto sapere di voi, perché non ricevo notizie da

Maria? Maria, è vero che Ernst ci farà una visita? Così
mi

ha detto Renata.34 Ogni tanto m’imbatto nella ma­

dre di Paul su questo o quel sentiero fangoso e chiac­

chieriamo qualche minuto. Manca il tempo per fare

delle vere e proprie «visite», e poi manca un posto

tranquillo dove si possa star seduti insieme, si discorre

mentre ci si passa accanto, all’aperto. In fondo si cam­

mina tutto il giorno.

Oh sì, ancora una cosa, dimenticavo proprio la co­

Philip Mechanicus, giornalista, tenne a Westerbork un dia­

  • 32. rio che fu pubblicato nel 1964 con il titolo: In depót (seconda

edizione, Amsterdam, 1978). Mechanicus era diventato un buon amico di Etty nel campo.
33.

Friedrich Weinreb, figura molto discussa per l'ambiguo com­

portamento tenuto in quegli anni, ricorda Etty nelle sue me­

morie Collaboratie en Verzet, Amsterdam, 1969.

  • 34. Renata Laqueur, figlia del chimico Ernst Laqueur.

74

sa che preoccupa tutto il Consiglio Ebraico di Wester­

bork. Grande agitazione, le ultime notizie sono que­

ste (ma cambieranno ancora più volte): sessanta fra

noi possono rimanere qui, gli altri sessanta devono ri­

tornare a Amsterdam dove saranno « bloccati » con un

provvedimento speciale. Visto che i miei genitori si

trovano qui, appartengo naturalmente al numero di

coloro che vogliono rimanere a Westerbork a tutti i

costi. La maggior parte di noi si trova in questa si­

tuazione, quasi tutti hanno qui dei parenti che sono

in grado di proteggere un pochino con la loro pre­

senza, fin tanto che sarà possibile. E ora si verifica

questo paradosso : mentre chiunque altro darebbe tut­

to per lasciare Westerbork, una parte di noi ne sarà

per così dire buttata fuori. Gli animi sono agitatissimi.

Discussioni, computi, calcoli delle probabilità sono al­

l’ordine del giorno. Io preferisco non immischiarme­

ne. Tutto quel parlare costa multa energia, e poi le

cose vanno a modo loro. Le vostre care orecchie non

ci crederanno, ma io sono la persona più silenziosa del

Consiglio Ebraico, proprio così. La gente si smarrisce

dietro ai mille piccoli dettagli che qui ti vengono quo­

tidianamente addosso, e in questi dettagli si perde e

annega. Così, non tiene più d’occhio le grandi linee,

smarrisce la rotta e trova assurda la vita. Le poche co­

se grandi che contano devono esser tenute d’occhio, il

resto si può tranquillamente lasciar cadere. E quelle

poche cose grandi si trovano dappertutto, dobbiamo

riscoprirle ogni volta in noi stessi per poterci rinno­

vare alla loro sorgente. E malgrado tutto si approda

sempre alla stessa conclusione: la vita è pur buona,

non sarà colpa di Dio se a volte tutto va così storto,

ma la colpa è nostra. Questa è la mia convinzione, an­

che ora, anche se sarò spedita in Polonia con tutta la

famiglia. E ora vado in cerca della mamma e di Mischa. Vi

saluto, a più tardi.

75

Ultima tappa

Sono seduta sulla mia valigia nella nostra piccola

cucina, di là c’è tanta di quella gente che non ci cadreb­

be uno spillo. Solo alcune cose pratiche

...

Intermezzo:

è comparso un simpatico signore che era stato ana­

lizzato da Spier, si è seduto su un’altra valigia ed ec­

coci immersi nella chirologia.35 Tra l’altro, qui incon­

tro molti pazienti e allievi di Spier e tutti diciamo:

che fortuna che lui non viva più.

Ora le cose pratiche. Includo ancora qualche ta­

gliando per il pane. A Frans dispiacerebbe molto se

gli telefonaste di spedire dell’altro Sanovite? Frans è

ancora lì? La mamma non mangia quasi niente, dige­

risce malissimo il pane di qui e mi piacerebbe darle

del Sanovite ogni tanto. Spero solo di non seccarvi

troppo. E spero proprio che i tagliandi per il sapone non

siano ancora scaduti, mi sono sempre dimenticata di

mandarli. Del bucato mi occupo io stessa, lavo in un

secchio davanti a casa e poi appendiamo i panni a

una cordicella - è un sistema un po’ primitivo, ma va.

Questa lettera è anche per Mien Kuyper,36 oggi non

riesco più a scriverle. Ditele per favore che finora (og­

gi è domenica) i suoi pacchi non sono arrivati. Ho

ricevuto invece le sue lettere, quindi lei sa l’indirizzo;

sarebbe un peccato se qualche cosa si fosse smarrita,

lei aveva accennato a due spedizioni. Chiedetele per

favore se può mandare, ad esempio, pomodori e altre

cose rinfrescanti; qui imperversa una continua tempe­

sta di sabbia che ci riempie di polvere e ci prosciuga

completamente, per cui si ha ancora più bisogno di

cose rinfrescanti che di pane. Io stessa non ne sento

quella grande necessità. È un fatto ben singolare: da

quando ho visto quel convoglio di gente presa con

  • 35. Cfr., sópra, la nota 3.

  • 36. nella sua casa di Amsterdam; Mischa Hillesum vi aveva parte­

cipato spesso.

Mien Kuyper organizzava concerti e piccole serate musicali

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i rastrellamenti non soffro più né fame né sonno né

altro e mi sento benissimo, l’attenzione si concentra

talmente sul prossimo che ci si dimentica di se stessi

e anche questo va bene. Tramite Mien fate avere i

nostri saluti affettuosi a Milli Ortmann, appena pos­

sibile scriverò anche a lei. C’è da sperare che Mischa

possa togliersi di qui, alla lunga non starebbe bene,

ma con lui non si può far niente finché i suoi genitori

non saranno al sicuro. Ora chiudo questo resoconto

che cava gli occhi. Ricordatemi a tutti coloro che mi

sono tanto cari, sapete bene di chi si tratta.

Vi saluto!

Etty

Potreste mandarmi dei francobolli, la prossima vol­

ta?

24. A Milli Ortmann

[Westerbork] 29 giugno 1943

Martedì pomeriggio

Millietje carissima,

prima di tutto le cose pratiche più urgenti. Il nostro

comandante deve ricevere dalla Zentralstelle l’ordine

ufficiale di trattenere qui i miei genitori e Mischa. Al­

trimenti sarà tutto inutile.

Siamo sopravvissuti a questa notte di deportazione,

Mischa è stato temporaneamente «trattenuto», e ab­

biamo potuto tener qui i miei genitori perché i loro

nomi sono sulla « lista dei genitori » degli addetti al

campo. Ma questa lista non ha molto peso e la prossi­

ma settimana ricomincerà la battaglia per loro. Se i

treni continueranno a partire con questo ritmo non

sarò in grado di tenerli qui, a meno che non si inter­

venga per vie diverse.

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Stanotte sono arrivati quelli dello Hollandse Schouw-

burg, ho fatto la guardia tutto il tempo perché aspet­