Sei sulla pagina 1di 8

Con empatia

Rosi Capitanio (Psicologa, Bergamo. Docente all'Istituto Superiore per Formatori.) Lempatia un'esperienza che interessa la vita quotidiana, ma decisamente rilevante in ambito educativo. Sta ad indicare quel particolare modo di sentire l'altro, di cogliere che cosa si muove in lui, come si sente in una data situazione, che cosa realmente prova al di l di ci che sa esprimere verbalmente e, perci, qualifica la partecipazione emotiva di chi impegnato in una relazione di aiuto. Non c' vero contatto con l'altro se non quando si realizza, per la prima volta, un atto empatico: nel momento in cui empatizzo, l'esperienza estranea diventa per me accessibile e allora mi possibile capire la persona. L:empatia anzitutto un mezzo per la conoscenza dell'altro, ma nello stesso tempo una fonte di conoscenza di s attraverso lo sguardo empatico dell'altro. La definizione pi comune e popolare descrive l'empatia come la capacit di mettersi nei panni di un altro (Questa definizione semplice e sintetica di S. Ferenczi citata da S. Bolognini, L'empatia psicoanalitica, Bollati Boringhieri, Torino 2002, p. 44.), ossia di percepire ci che egli prova. , per, un'espressione oggi molto abusata e diluita e merita di essere rifocalizzata nella sua vera valenza, cos da giustificare il suo specifico e ineliminabile ruolo in ogni relazione di aiuto. Che cosa non - Non un'operazione mentale che pretende di intuire - senza un lungo ascolto - le intenzioni dell'altro o che pretende di ricostruire esattamente in chi ascolta l'esperienza altrui, dal momento che la soggettivit di ciascuno non che parzialmente comunicabile, indagabile e afferrabile . - Non la simpatia, perch l'empatia rimane neutrale. - Non si riduce ad una tecnica, perch implica - in chi ascolta - un coinvolgi mento di tutto il suo essere. - Non , per, confondersi o fondersi con l'altro, perch l'empatia esige e suppone il senso della propria separatezza e, pertanto, la capacit di non annullare la diversit del proprio sentire rispetto a quello altrui. - Non semplice identificazione, perch riconoscersi nell'altro non significa ancora accoglierlo, contenerlo se necessario o contribuire a migliorarlo. - Non affinit, dato che l'empatia chiede accoglienza anche di ci che dell'altra persona non ci familiare o congeniale. - Non sempre trasmettere calore o dolcezza, perch per alcuni la troppa vicinanza affettiva sentita come una minaccia e potrebbe ostacolare la loro apertura. Il riserbo pu essere empatico al pari della risposta emotiva. - Non detto che sia comprensione benevola, perch purtroppo anche la comprensione profonda di un essere umano pu essere usata a danno dell'altro, per fini manipolativi od ostili. - Non esattamente compassione, preoccupazione, darsi da fare, rassicurare ... : termini che implicano un certo grado di distanza e forse di superiorit rispetto alla persona che si sta confidando. - Non solo accoglienza incondizionata, dato che l'empatia vuole offrirsi anche come luogo e strumento di trasformazione. Non occorre dilungarsi con i distinguo per capire che l'empatia un'esperienza solo apparentemente semplice e immediata. Se alcuni degli atteggiamenti appena elencati sono indispensabili alla comprensione empatica (per esempio, l'ascolto, l'identificazione, il coinvolgi mento affettivo) e altri vi possono contribuire (come l'intuizione, l'affinit, l'accoglienza incondizionata), nessuno di essi riesce a dire tutta l'essenza dell'empatia. Come intendere l'empatia Kohut - che ha fatto dell'empatia il centro della sua pratica psicoterapeutica e della sua riflessione scientifica - porta l'esempio d' una persona sproporzionatamente alta.( H. Kohut, La ricerca del s. Bollati Boringhieri Torino 1982, p. 27. Cf anche Id., Introspezione ed Empatia, Bollati Boringhieri. Torino 2003.) Quando io la vedo, non posso non notare questo fatto. Senza una mia partecipazione empatica la sua eccezionale statura rimane un attributo puramente fisico. Ma posso anche provare a mettermi al posto di quella persona, incominciare a sentire la sua statura insolita come se fosse mia, richiamare esperienze mie nelle quali anch'io sono stato non comune, fuori dalla norma, mi sono dovuto far notare per forza ... : solo a questo punto incomincio ad accorgermi del significato che la statura insolita pu avere per quella persona e solo adesso ho osservato un fatto psicologico. Questo esempio dice molte cose: - Ciascuno si modella in accordo alla sua particolare visione delle cose e l'intensit o l'impressione che un accadimento particolare provoca in un individuo non dipende dal fatto obiettivo delle circostanze ma, piuttosto, da

come egli sente e considera quel fatto. Questo significato soggettivo non necessariamente corrisponde all'importanza che oggettivamente il fatto merita. Nonostante questo alto grado di personalizzazione, un altro pu cogliere, almeno per adombramento, la soggettivit altrui facendo appello anche alla propria esperienza, a patto che ci non dia adito a indebite trasposizioni. - con il vissuto interiore che si pu provare empatia. Non si empatizza con dei fatti (la statura) o con esperienze nel loro storico accadere. Si empatizza con eventi (il significato della statura per chi alto), ossia con il modo assolutamente personale con cui ciascuno percepisce, vive, soffre gli accadimenti esterni o interni della sua esistenza. Il fatto diviene evento quando connotato da significati soggettivi, altrimenti rimane un fatto somatico, comportamentale, psichico, economico, sociale ... Dell'evento non si pu avere intelligenza senza il ricorso all'empatia. L'empatia - spiega ancora Kohut - la modalit mediante la quale raccogliamo dati psicologici a proposito delle altre persone e, quando esse dicono ci che pensano o sentono, immaginiamo la loro esperienza interna anche se non si apre all'osservazione diretta (Id., La ricerca del s, cit., p. 101. ) - Possiamo empatizzare anche con esperienze a noi estranee. Infatti, l'empatia non relativa al contenuto specifico dell'esperienza dell'altro, ma al significato emotivo con cui egli lo vive e alla visione soggettiva e personale che lui si formato degli eventi e del mondo. Perci, anche una persona di statura normale pu empatizzare con il disagio di chi sproporzionatamente alto, perch il contatto empatico avviene ad un livello pi profondo, una sintonizzazione con il significato intimo di quella particolare esperienza (l'essere non comuni o il doversi far notare per forza). In questa luce, empatia solidariet con l'altro, in quanto partecipazione alla comune umanit. - L'empatia neutrale e non va confusa con la simpatia, come spesso accade al senso comune. Trattandosi di una modalit di osservazione che coglie il sentire altrui in una prospettiva che interna e non esterna alla soggettivit dell'altro, l'empatia indipendente e previa a ogni scelta di campo e di valore (non approva n disapprova), utilizzabile per i vissuti pi disparati (compresi quelli non vissuti da chi prova empatia) e pu trovare modalit di espressioni anche molto distanti tra loro. - L'empatia sentire sentendosi. Va da s, che le due forme di introspezione - in noi stessi e negli altri - non sono mutuamente esclusive, ma entrambe costitutive della retta comprensione dell'altro. Cos concepita, l'empatia, tutt'altro che un vissuto occasionale, uno stile di relazione che presuppone in chi la esercita un'interiorit personale accessibile, conosciuta e posseduta. - L'empatia coglie affettivamente lo sperimentare interno dell'altro sentendolo risuonare in s prima ancora di saperlo definire. esperienza di qualcosa che viene percepito prima ancora di poter essere spiegato. Empatia anche distanza Vedere con gli occhi di un altro, udire con le orecchie di un altro, sentire con il cuore di un altro ... non soltanto sentire lui, con lui o come lui. Assai di pi, dare spazio in noi al sentire di un altro, lasciare che quel sentire prenda casa nella nostra casa per poteri o trattare, contenere (e forse sanare, se per chi ce lo ha trasmesso contiene anche elementi di inquietudine), fino a quando l'altro si dimostrer pronto, a sua volta, a riprenderlo in casa sua come cosa che gli appartiene e con cui possibile almeno convivere, se non proprio allearsi. L'empatia sa cogliere, infatti, anche eventuali tracce degli stati affettivi che l'altro disconosce o che non ancora in grado di ammettere nel proprio mondo. Quando qualcuno prova empatia, non solo intende avvicinare a s il mondo dell'altro, ma vuole avvicinare l'altro al suo S pi vero. Lo accompagna ad uscire dalla sua inautenticit mediante il riconoscimento pi tranquillo della stessa, cos che l'incontro con una nuova verit di s sia esperienza di luce e non di accecamento: se l'empatia non arriva a questo esito rischia di diventare manipolazione. Per ricondurre empaticamente l'altro a se stesso, chi ascolta deve essere sufficientemente aperto per sperimentare qualcosa come proprio, ma nella consapevolezza che proprio non : immedesimarsi, ma allo stesso tempo mantenere una sufficiente distanza psicologica per assicurare la qualit educativa della relazione. Il termine empatia descrive adeguatamente questo duplice movimento e il suo obiettivo di maggior individuazione di chi si sta ascoltando. (S. Guarinelli, Linquietudine dell'altro; a proposito di empatia e identificazione proiettiva, in Tredimensioni.,4 (2007), pp. 8-18. ) Questa sintonizzazione ri-strutturante non pu avvenire indipendentemente dalla coesione e dalla consistenza interna dell'ascoltatore stesso. Solo uno stato psichico di consapevole separatezza pu consentire lo sviluppo di una vera empatia, che sintonizzarsi senza farsi contagiare, entrare nella vita dell'altro e ritornare in s, partecipare senza possedere, condividere senza condizionare. Ci significa che l'empatia prerogativa di chi ha raggiunto una buona individuazione di s, di chi mantiene la libert di essere anch'egli altro, con la sua unicit e diversit e non fa dipendere la stabilit e stima di s dalla situazione emotiva altrui. Quando si ha un atteggiamento empatico corretto se ne vedono anche i frutti: chi ascoltato sente rafforzata la sua indipendente attivit di percezione e di elaborazione psichica, recupera sicurezza, individua ed esprime in modo pi preciso i propri stati affettivi, sa cogliere nuovi aspetti di s.

Nel contatto empatico, si verifica di solito per l'educatore una temporanea regressione dei confini dell'Io che gli consente di entrare nella situazione altrui e di assumerla emotivamente. Ma la solidit dei suoi confini viene poi ristabilita, cos che sia possibile abbozzare una risposta, appropriata e matura. La regressione propria dell'empatia (a differenza di quella del contagio emotivo) non dissolve i confini dell'Io, ma piuttosto li rende flessibili ed estensibili, cos che il mondo dell'altro possa esservi accolto e contenuto. Con un po' d'azzardo, il buon educatore potrebbe fare proprie le parole di Ges: Nessuno mi toglie la vita, ma la offro da me stesso, perch ho il potere di offrirla e il potere di riprenderla (Gv 10,17-18). Nell'empatia individuazione e relazione, distacco e partecipazione, solitudine e comunicazione non si offrono come esperienze soltanto opposte, ma compresenti e riconciliate. la ricerca del bene esclusivo dell'altro (e non il nostro umore) che ritma i due movimenti e suggerisce all'educatore quando offrire se stesso e quando trattenersi, quando allentare i confini dell'io e quando ristabilirli, quando entrare nell'altro e quando trattenersi. Ma una tale flessibilit non che il riflesso e la controparte della sua stabilit psichica. Proprio il senso della sua separatezza consente all'educatore, dopo aver accolto e rielaborato i vissuti dell'altro, di restituirglieli, e all'altro di poterli accogliere e sentirli - a questo punto - pi gestibili e significativi. L'empatia non omologa ma, esattamente al contrario, si prende cura della individualit e della differenza dell'altro. Uno spazio condiviso Mediante l'accoglienza empatica, chi si confida ha l'opportunit di riconoscersi in un'area che non soltanto soggettiva, sua, interna (perch ci che suo lo sta condividendo con un altro), ma nemmeno un'area soltanto oggettiva, esterna a lui (perch il rimando che gli viene dall'educatore, per quanto elaborato, ancora esperienza sua). Quest'area condivisa consente di transitare, appunto, tra ci che mio e ci che tuo, in una comunicazione profonda, anche senza parole. L'empatia permette precisamente questa possibilit di accettare un va e vieni tra s e l'altro, creando un'intesa che nasce dal contatto di strati profondi dell'essere. A patto che di vera empatia si tratti, ossia di una sintonia resa possibile proprio dalla separazione perch - conviene ripeterlo - ci che empaticamente attingo dell'altro pur sempre destinato a restare suo, appartiene a lui e alla sua storia. Cuore dell'empatia l'altro, ci che egli , ci che egli vive. Latto empatico compiuto dall'io, ma porta l'io oltre se stesso, a riconoscere il proprio simile nella sua alterit. Questo il paradosso dell'empatia: fare mio un vissuto che rimane inequivocabilmente dell'altro. Vivo intimamente e forse con intensit qualcosa che, comunque, non mi appartiene: la sua gioia, il suo dolore. Il dolore o la gioia di un altro. Affinit di carattere? Indubbiamente, percepire il mondo altrui pi facile se l'altro rivela aspetti in comune con i nostri. Tuttavia, se l'empatia pu essere incoraggiata dalla percezione di identit esperienziali, il suo esercizio non va limitato a questi momenti. Anzi, la rapidit propria dell'intuizione pu perfino costituire un ostacolo. Fa saltare i ritardi imposti dall'ascolto attento e dalla lunga osservazione, fa rispondere sbrigativamente, fa diventare saccenti, fa esagerare le somiglianze per cui, alla fine, l'altro ha l'impressione che stiamo parlando a noi e non a lui, e che gli stiamo dando risposte standard che andrebbero bene per tutti. Lempatia non cerca l'affinit, ma il sentire altrui e allora pu esserci anche quando ci sintonizziamo su processi o significati che non ci sono affatto familiari o congeniali. A volte, l'ascolto educativo ci pu portare a ricevere in noi emozioni che non solo sono estranee al nostro carattere (ostilit, ricatto, disgusto, sadismo, vendetta, rassegnazione, remissivit .. ,), ma che sembrano perfino - quando le accogliamo dentro di noi - allontanarci dall'ascolto e dalla possibilit di aiutare veramente l'altro. Spesso, invece, proprio chi si trova in questa condizione soffre di un grado molto elevato di empatia, in quanto sta realmente sentendo l'altro, la sua ostilit, la sua rassegnazione, la sua sofferenza ... Anche questo sentire (e talora, proprio questo sentire) un accostarsi all'altro in modo che egli si senta davvero capito e non come dispensatori di una partecipazione elargita per dovere professionale. Il fatto che l'empatia scavi nell'esperienza soggettiva di chi la esercita in modo non solo consolatorio o confermante dice come essa non possa realizzarsi che nella trascendenza di s. La sensibilit verso gli altri non ancora empatia, perch la si pu mettere al servizio dei propri bisogni e delle proprie aspettative. Per questo, chi usa l'ascolto per altre mire si preclude la possibilit di una reale empatia. Purtroppo, anche la capacit di mettersi nei panni degli altri pu non essere usata per il bene degli altri. La si pu sfruttare anche in maniera assolutamente sadica, come storicamente si verificato in regimi dittatoriali, quando la ricerca di forme di tortura sempre pi efficaci, sia fisiche che psicologiche, sollecitava una conoscenza del sentire altrui tutt'altro che superficiale. In maniera certamente meno tragica, ma a sua volta non priva di qualche violenza, anche i meccanismi della pubblicit, facendo leva sulla percezione umana, implicano un uso ambiguo dell'elemento empatico. In ambito di patologia clinica, le arti manipolatorie del pedofilo nei confronti delle sue vittime sono un esempio chiaro di come l'empatia possa servire scopi perversi. Il discorso sull'empatia va, quindi, adeguatamente

articolato e sottratto a una visione ingenuamente romantica. Significativamente, Kohut pone in primo piano, tra gli ostacoli che interferiscono con l'uso dell'empatia, quelli che derivano dal rapportarsi ad un'altra persona in una modalit narcisistica. (H. Kohut, La ricerca del s. cit. p. 103) Empatia e trasformazione di s Nella misura in cui la capacit empatica si sviluppa (a questo punto chiaro che non si tratta di un atto immediato), essa non si offre solo come strumento di comprensione e di cambiamento dell'altro, ma anche come esperienza di trasformazione per l'educatore stesso. Quando mi rendo capace di accogliere il sentire altrui mantenendo la distinzione tra me e l'altro, tra ci che mio e ci che suo, mi rendo capace di custodire la mia identit, ma anche di dilatarla: Mettersi nei panni dell'altro vuol dire sperimentare se stessi al di l delle vie battute, al di l dei propri confini ( L.Boella Sentire l'altro. Conoscere e praticare l'empatia, Cortina, Milano 2006, p. 67. ) Ci che dell'altro si intercetta e si riceve nel contatto empatico non necessariamente pu essere ricondotto al proprio S, ma pu contribuire alla trasformazione di s. Nello spazio condiviso, io scopro che c' un altro e lo ospito e, cos facendo, sperimento me stesso in modo nuovo perch mi sperimento nel vissuto di un altro. Grazie all'empatia, che risonanza interiore di un'esperienza altra, la mia stessa interiorit pu approfondirsi (ma anche deteriorarsi, se perdo il controllo dei rispettivi confini, nel senso spiegato pi sopra). Il mio farmi prossimo potrebbe essere illusorio (retorico o puramente tecnico) se in qualche misura non subisce anche una trasformazione prodotta proprio dal mio essermi fatto prossimo. Non empatizzo solo in base alla mia esperienza: anche l'empatia allarga l'orizzonte della mia esperienza. Proprio le esperienze che mi erano ignote prima che le vivessi empaticamente nell'altro, mi possono dischiudere un frammento di umanit a cui ero alieno e farmi conoscere altri tratti di umanit che si nascondono nel sentire altrui ... e anche in me.

Con empatia, oltre l'empatia


Rosi Capitanio (Psicologa, Bergamo. Docente all'Istituto Superiore per Formatori) In un precedente articolo avevamo visto il significato dell'empatia, cos da giustificarne l'ineliminabile ruolo in ogni relazione di aiuto. (R. Capitanio, Con empatia, in Tredimensioni, 7 (2010), pp. 8-16. In questo articolo si vuole aggiungere che per stimolare la crescita l'empatia non basta. Se l'empatia fondamentale per la comprensione del presente, essa sola non pianifica un futuro migliore. Per arrivare a questo, occorre, in aggiunta, la spiegazione. Comprendere, ma anche spiegare L'amore non basta, scriveva Bettelheim. (B. Bettelheim, l'amore non basta, Ferro. Milano 1990.) E Kohul, che pure ha fatto dell'empatia il centro della sua pratica psicoterapeutica e della sua riflessione scientifica, sostiene che l'empatia non cura. (Kohut, La guarigione del s, Bollati Boringhieri, Torino) 980, p. 263. ) Lo insegna anche l'esperienza spicciola: l'immedesimazione emotiva nelle problematiche altrui che ignora i dinamismi della crescita e la complessit della relazione educativa, non solo rischia di restare sterile, ma pu diventare perfino dannosa. I guai di un'empatia lasciata a se stessa si possono riscontrare anche in quelle iniziative caritative e assistenziali che fanno leva solo sulla generosit ingenua degli operatori o sul loro entusiasmo momentaneo, senza badare a riconoscere e a controllare i processi emotivi che scattano nelle dinamiche interpersonali, con il rischio finale (molto forte) di annegare insieme a chi si vuole salvare. Desiderio e volont di comprendere l'altro vanno accompagnati da un'attrezzatura adatta. Star l, gentili, dire s, io ti capisco proprio non basta . Sono due gli aspetti decisivi della pratica educativa: comprendere e spiegare. Essi costituiscono l'unit terapeutica di base, cio rappresentano i due momenti essenziali, irriducibili uno all'altro, ma complementari, del colloquio di aiuto. I due momenti, empatico ed esplicativo, sono chiaramente separabili dal punto di vista concettuale, ma nella realt s'intersecano poich non indicano soltanto una sequenza cronologica (che, come si dir, ha tutta la sua ragion d'essere), ma sono due livelli di accesso alla vita interiore, per cui il buon educatore sa spostarsi continuamente da una posizione di comprensione ad una di spiegazione e viceversa. il fine stesso del percorso educativo a imporre la compresenza dei due momenti, un fine sempre connesso al potenzia mento della tenuta del soggetto che lo metta in grado non solo di sentirsi cos come egli , ma anche di fronteggiare con pi realismo la sua vita futura e di poter apprendere da quella passata. Nessun consolidamento strutturale - che agisca dall'interno e non sia solo di facciata - si pu conseguire in forza della sola comprensione empatica, seppure corretta. Sentire come l'altro sente, capire, confermare e restituire ci che l'altro sente e dice il primo passo; ma poi, si deve andare avanti e trovare una spiegazione di ci che sta avvenendo e una possibile via migliorativa per affrontarlo. Nella fase di comprensione, l'educatore entra in sintonia con ci che l'altro prova e sente. Nella fase di spiegazione condivide con lui anche il possibile significato di quel sentire, portando cos la condivisione a un livello pi alto di oggettivit senza per questo diminuire l'accettazio e dell'altro cos come egli . n Se, ad esempio, un genitore piange per la morte improvvisa del figlio, bisogner partecipare al suo lutto e sicuramente questa fase empatica richieder anche tempi molto lunghi. Ma ci non toglie l'attesa del momento in cui si potr cercare, insieme e con pi distacco, i possibili significati di quel pianto, che vanno dal dolore per la perdita, alla colpa per non essere stato un genitore abbastanza attento, fino al sentirsi punito da Dio ... Nella fase di spiegazione si d a quel genitore non solo il conforto della condivisione (che gi tanto!), ma anche l'occasione di diventare pi obiettivo verso se stesso e il suo dramma pur continuando ad accettarsi nel suo piangere, proprio come chi gli vicino continua ad accettarlo mentre gli offre qualche spiegazione in pi riguardo alla sua situazione e al modo di attraversarla. Un altro esempio: quando vogliamo aiutare una persona che ha comportamenti piuttosto dissennati, dobbiamo lasciare che la sua dissennatezza entri in noi e ci faccia provare emozioni altrettanto dissennate che, forse, ci sono del tutto estranee; dovr per seguire anche una seconda fase che ci vede impegnati a spiegare a quella persona i rischi, l'irrazionalit e la sterilit della sua dissennatezza, cio gli aspetti disadattivi del suo funzionamento. Capire l'altro dall'inter rimane decisivo, ma non esaurisce il compito di promuovere un reale cammino di maturazione. no Spiegare all'altro il suo comportamento e gli eventuali errori contenuti nel suo stile di vita non un atto cattedratico che possa legittimare interventi direttivi o sostitutivi, non passare a discorsi esortativi, non fare astruse interpretazioni che tirano in ballo l'inconscio o i sogni. un buon esercizio, ancora all'insegna dell'empatia, con il quale partecipare gradualmente al diretto interessato quanto si capito del suo stile di vita e cos portarlo non solo a sentirsi compreso, ma anche a comprendersi di pi e a disporre di migliori strumenti per il suo cammino.

C' quindi un prima (fase di comprensione empatica) e un poi (fase esplicativa). E non senza ragione: se fondamentale la raccolta di dati mediante una profonda sintonizzazione emotiva, non meno importante rendere questi dati intelligibili e opportunamente utilizzabili ai fini di una comprensione pi precisa dello stato interiore del soggetto e di un intervento a misura della sua condizione. L'empatia pu ingannare L'empatia non un dono di divinazione e pu essere fallibile. Poich attivata e caratterizzata prevalentemente da istanze emotive, ci che per suo tramite viene colto ha sempre bisogno di essere verificato. Come si pu fallire nel riconoscimento di un volto perch non sempre l'impressione immediata corretta, cos anche quanto di un'altra persona viene percepito mediante il contatto empatico potrebbe corrispondere poco o nulla al suo vissuto interno. Mediante l'empatia noi riusciamo a discernere, in un singolo atto di riconoscimento intuitivo, configurazioni psicologiche complesse, ma trattandosi, punto, di configurazioni complesse, la certezza dell'atto dev'essere quanto meno, verificata. Questo significa che la conoscenza ottenuta con mezzi empatici dev'essere confrontata e completata con il ricorso a mezzi non empatici. Non si tratta di metodi anti-empatici che raffreddano l'empatia o che la invalidano, ma di porte d'ingresso complementari che possono a loro volta concorrere ad alimentare e a rendere pi attendibile l'uso dell'empatia, quali: controllare la scientificit dei metodi di ascolto usati cos da ridurre il margine di errore e di arbitrariet interpretativa, verificare la coerenza interna tra i dati raccolti, fare attenzione alla attendibilit del proprio sentire, avere una conoscenza teorica dei processi psicologici contattati per via empatica, conoscere i principi psicodinamici fondamentali della motivazione umana, disporre di una antropologia di riferimento sulla natura e il funzionamento della personalit umana. E dopo tutto questo ... ricordarsi che non si arriver mai a certezze assolute. Il dato empirico fornito dall'immedesimazione va sempre connesso con il dato teorico, che pu illuminarlo, confermarlo, ampliarlo o anche rettificarlo. dunque di estrema importanza mantenere una sana dialettica tra pratica e teoria, tra approccio empirico e argomentazione riflessa, tra l'esperire empatico e una conoscenza maturata per altre vie. Il lavoro dell'educatore condurrebbe a risultati effimeri se non includesse una comprensione che va al di l dell'empatia, e il lavoro del teorico sarebbe vuoto e sterile senza un continuo legame con il dato osservato empaticamente dall'educatore. Per giungere a incontrare la persona nella concretezza e nella totalit del suo esistere, non basta percorrere una strada sola. Bisogna batte me sempre almeno due. La prima , la strada dal basso, vicina all'esperienza dell'altro (comprensione). La seconda , la strada dall'al che si allontana dall'esperienza condivisa per poterla meglio to scrutare nel suo svolgersi e orientarla in avanti (spiegazione). La strada dal basso richiama l'atteggiamento empirico di quando ci caliamo nel vissuto della persona concreta che davanti a noi, sperimentandolo da vicino, quasi come fosse nostro. La strada dall'alto richiede invece l'atteggiamento epistemologico, che si avvale anche di teorie lontane dall'esperienza, ma utili per capire l'esperienza stessa, per inquadrare i fenomeni esperiti in una cornice di riferimento capace di renderli intelligibili e organizzabili in vista di una migliore ricomposizione del vissuto e di un rilancio della vita. La relazione educativa il terreno su cui queste due strade continuamente s'incrociano e si avvicendano, con diritto di precedenza a ci di cui il soggetto esistente necessita. Il buon educatore non pu sottrarsi al compito permanente, per quanto arduo, di una sintesi dinamica tra passivit e attivit, tra esperienza e riflessione critica, tra coinvolgi mento e distacco, tra ascolto e intervento, tra solidariet e confronto, teoria e pratica ... La conoscenza dovrebbe consentire all'educatore il pieno sviluppo della sua empatia. Tuttavia, occorre fare attenzione che il quadro teorico di riferimento - pur necessario a interpretare e a confrontare i dati emersi dall'immersione empatica - non distolga (n distorca) l'attenzione all'interlocutore che si ha davanti qui e ora o non costringa quest'ultimo a sentire conformemente a quanto l'educatore si attende. Purtroppo la conoscenza teorica che dovrebbe favorire l'accesso alla comunicazione empatica, non sempre collabora a questo fine. In fondo, tutti siamo tentati di vedere quello che gi sappiamo e quando il vissuto soggettivo altrui non collima con le aspettative che ci siamo fatti in base ai nostri presupposti teorici, il rischio di disconoscere la peculiarit di quel vissuto o di distorcerlo aumenta notevolmente (di qui, l'importanza per l'educatore di sottoporsi a supervisione). Oltre l'empatia, per renderla propulsione di crescita Non sarebbe per del tutto esatto considerare il momento esplicativo come la controparte cognitiva di un processo emotivo identificato con l'empatia. Quando l'educatore ritorna ad esaminare in maniera pi distaccata l'esperienza che ha ascoltato e che ha lasciato risuonare dentro di s, si distoglie temporaneamente dall'assorbimento empatico (immedesimazione), ma per potersi restituire alla relazione con una capacit empatica ancor pi affinata, cos da offrire una risposta con una lucidit tale che la persona comprenda di essere stata pienamente capita, oltre che accolta. In questa luce, si conferma come il riferimento alla teoria non sia destinato a diminuire l'originaria capacit empatica dell'educatore, bens ad approfondirne la portata, allargando il potenziale campo della sua applicazione.

La fase esplicativa, quando correttamente posta, instaura un legame empatico pi profondo, ad un livello di contatto pi maturo. Anch'essa, quindi, si avvale del registro emotivo, ma secondo una diversa tonalit rispetto alla fase precedente. uno spiegare, con rispetto, provando ad avanzare e pronti a ritirarsi se questo non funziona. Quando l'educatore cerca di capire e far capire, la sua empatia - associata all'intelligenza dei processi in atto allarga la capacit dell'altro di essere empatico verso se stesso e ad un livello pi profondo di prima. Infatti, quel pi di conoscenza di se stesso che gli deriva dal contributo dell'educatore sostanzialmente il ritorno elaborato di aspetti di s di cui non aveva coscienza o su cui non aveva controllo, ma che ora pu re-introiettare proprio perch gli vengono restituiti in forma pi accettabile, per quanto sorprendente e a volte dolorosa. Chi si sente spiegato cos ha la possibilit di entrare in contatto non solo con ci che sente, ma anche con le radici di quel sentire, cio con quegli aspetti di s che rendono ragione del suo modo di reagire e di affrontare la vita; si sente capito ancora pi a fondo, in qualcosa che a lui sfuggiva, ma in cui pu riconoscersi e grazie a cui pu arrivare a capire e a comprendere meglio se stesso. Nello stesso tempo, si allarga anche la sua capacit di empatia verso gli altri, per il fatto che comincia ad esercitarla nei confronti dell'educatore con il quale ha collaborato e collabora in modo solidale per capire e capirsi meglio. Se nella fase di comprensione l'educatore si sintonizza sul sentire del discepolo, condividendo la percezione che questi ha del suo stato interiore, nella fase esplicativa piuttosto il discepolo a sintonizzarsi sulla comprensione (speriamo pi articolata e realista!) che l'educatore ha di lui, non per sottoscriverla ciecamente, ma per servirsene come una lettura - altra ma utile - che gli consente una visione pi articolata e realista di se stesso. bene ripetere che questa empatia di ritorno non dice che il discepolo ha bevuto la spiegazione ricevuta, ma che entrato in una cooperazione tra procedimenti empatici e non-empatici che lo porta ad un pi profondo contatto con la propria interiorit e ad un consolidamento dell'alleanza educativa con colui da cui si sente sempre meglio aiutato, ma mai indagato n indottrinato. Nella misura in cui la componente pi affettiva della prima fase (comprensione con mezzi empatici) va a permeare e si lascia completare dalla dimensione pi cognitiva della seconda (spiegazione mediante mezzi non-empatici), l'eventuale e auspicabile cammino di crescita ha migliori garanzie di autenticit e di durata, perch la crescita non procede mai per iniezioni solo affettive o solo cognitive. Quando affetto e conoscenza procedono di pari passo pi probabile che si stia costruendo sulla roccia anzich sulla sabbia. Infatti, ogni passo in avanti, per quanto modesto, attiva decisioni e azioni che finirebbero per essere volontaristiche se non si saldassero con il vissuto affettivo di chi le fa o che rimarrebbero troppo superficiali se non fossero radicate anche in una chiara persuasione cognitiva. Lautenticit di un cambiamento pu e deve essere verificata sulla messa in gioco e sul grado d'integrazione di tutte le dimensioni del nostro essere. Che significa, dunque, oltre l'empatia? Significa prima di tutto che essa non va lasciata sola e che, nel corso del cammino educativo, deve andare soggetta a temporanee sospensioni, in modo da poterne verificare l'attendibilit e da poterla integrare con altri mezzi di osservazione. Ma significa anche, e forse pi appropriatamente, che l'empatia deve andare oltre se stessa, evolvendosi in forme sempre pi mature. In questo senso, come gi si diceva, il momento esplicativo rispetto al precedente costituisce un livello pi alto di empatia, perch implica un livello pi profondo di comprensione del soggetto fatto di partecipazione emotiva ma anche di intelligenza dei processi in atto. Il dialogo educativo non incomincia col fare domande, ma con il calarsi empaticamente nella vita interna di un'altra persona con atteggiamento di ascolto rispettoso o di disponibile attesa, affinch l'interiorit (da spiegare poi) si scopra nel suo proprio stato. Non basta, per, sapere dell'altro come si sente. Occorre anche capire dove si trova nella mappa del suo sviluppo sulla quale (senza alcuna fatalit, ma con realismo) sono indicati i percorsi possibili, quelli obbligati e anche quelli impediti. L'atto empatico un atto teso a liberare, ma nessuna liberazione potr compiersi senza che si conosca dove le restrizioni si pongono, quando gli arresti sono avvenuti, come e in che misura il cammino della libert pu essere ripreso e dilatato. Si capisce, allora, come l'empatia non sia solo accettare incondizionatamente l'altro, ma anche capacit di maturare una visione lucida della sua condizione, nelle componenti di limite pi o meno consapevole e di risorse, anch'esse non sempre conosciute, che offrono la speranza di un progresso. Aiutare a crescere un compito che va al di l dell'empatia e richiede anche i mezzi non-empatici della scienza. Ma nel servirsi della scienza l'educatore trasmette un'empatia ancora pi profonda, perch si colloca con consapevolezza proprio l dove l'altro si trova, a condividere la sua sofferenza, la sua lotta o forse la sua rassegnazione... , per rilanciare il cammino. Servire i poveri pi poveri: dove l'empatia fallisce Senza afferrare la particolare struttura e il particolare sviluppo del soggetto che si sta aiutando, ogni tentativo di ridare vigore al movimento verso la meta andrebbe a vuoto.

In realt, sintonizzarsi sul livello di funzionamento di chi si vuole aiutare per stimolare, a partire da l, un rinnovato movimento di crescita, un'operazione complessa, soprattutto quando quel livello di funzionamento piuttosto basso. Eppure, una sintonia che bisogna tentare, se ci si vuole accostare all'altro con una sollecitudine senza moralismi e complessi di superiorit. Senza moralismi, perch il livello a cui l'altro si trova l'esito di una storia che va rinarrata e non sommariamente giudicata. Senza complessi di superiorit, perch la possibilit di raggiungere l'altro nel livello in ci si trova sempre relativa, e anche il livello a cui l'educatore si trova non mai il pi alto nella scala di maturit (anche se, ovviamente, dovrebbe essere pi alto di quello in cui si trova l'educando, altrimenti anzich farlo progredire lo fa regredire). In quest'ottica, l'invito evangelico a diventare bambini sembra valere anche nel servizio educativo. Loperazione implica, nell'educatore, un buon grado di maturit umana, ossia una solidit e flessibilit tale da poter salire e scendere - forse non senza costo, ma insieme con una certa naturalezza - i gradini del proprio sviluppo, per incontrare l'altro l dove si trova e di l continuare, con lui, la strada della crescita possibile. Pi l'organizzazione psichica di chi stiamo aiutando rispecchia modalit tipiche di stadi arcaici dello sviluppo, pi diventa difficile sintonizzarsi con lui per proseguire il cammino. Questo ritornare indietro diventa difficile perch richiede all'educatore di entrare in contatto con le proprie organizzazioni mentali passate e questo pu non essere affatto scontato o agevole. La ricchezza di una progressiva ristrutturazione intrapsichica a livelli sempre pi maturi comporta sempre anche qualche impoverimento, rendendo meno o non pi accessibili certe prerogative delle origini: paradossalmente, le leggi dello sviluppo umano che ci hanno consentito di approdare a forme pi complesse e mature, sono anche quelle che giustificano la nostra difficolt a sintonizzarci su livelli assai pregressi di funzionamento, anche se li abbiamo attraversati e continuano ad appartenerci Le fasi attraverso cui si sviluppa la vita sono simili per tutti, ma non per questo tutti siamo nella stessa fase; le fasi successive ci sono ancora estranee e quelle passate non sono di fatto pienamente recuperabili. Per esempio, con soggetti psicotici e borderline, di basso livello di funzionamento, anche quando il fattore controtransferale sotto controllo, il contatto lo si raggiunge con pi fatica, in tempi pi dilatati e comunque in misura ridotta rispetto al contatto che pu stabilirsi con soggetti che funzionano ad un livello pi vicino a quello dell'educatore ( eloquente che la comprensione degli stati patologici pi gravi sia potuta progredire a livello scientifico, solo attraverso l'osservazione del comportamento infantile. Proprio la difficolt ad empatizzare con soggetti adulti affetti da patologie che rispecchiano stadi di sviluppo mollo primitivi ha condotto psichiatri e psicoterapeuti a cercare di comprendere la sofferenza e i disturbi dei loro pazienti in modo indiretto, per analogia con le modalit di funzionamento tipiche dell'essere umano nelle prime fasi di vita. Naturalmente, concentrare l'attenzione sul bambino per delucidare processi riguardanti l'adulto, ha comportato anche l'impiego di modalit di osservazione non empatiche, ossia riguardanti il comportamento esterno, e non interno, del soggetto). Ma la stessa fatica anche di un genitore quando vuole sintonizzarsi con il mondo interiore del figlio adolescente o di un insegnante con la sua classe o di una generazione che tenta di intercettarne un'altra. Evocare processi psicologici profondi della propria organizzazione mentale precoce possibile, quindi, solo in minima parte e questo rende difficile afferrare con la sola empatia le esperienze di chi invece sente, pensa e agisce, stabilmente o prevalentemente, in conformit a un livello diverso o inferiore di strutturazione psichica. Se si considera che l'attendibilit dell'empatia diminuisce quanto pi diverso l'osservatore dall'osservato, si capisce perch l'empatia non pu bastare per sintonizzarsi con stati mentali o stili di vita arcaici. Anzi, quanto pi sono arcaici tanto pi sono difficili da raggiungere con la sola empatia. Questo fa pensare. Per consolare i drammi umani, non basta essere solidali con colui che soffre o immedesimarsi nel suo dramma e questo diventa chiaro proprio l dove i drammi sono altamente drammatici. Pi l'altro povero e pi difficile raggiungerlo nella sua povert e sentirsi solidali con lui. il suo compagno di sventura, povero come lui, che lo pu capire dal di dentro. Ma per aiutarlo, bisogna essere pi ricchi di lui. Tanto pi ricchi, quanto pi egli povero. Altrimenti, le povert si sommano e risucchiano tutti. D'altra parte, per evitare di aiutare con saccenza e superiorit, ma farlo, invece, in modo che il povero ce lo possa perdonare, dobbiamo ricordare di essere stati noi stessi molto poveri (e forse pi di lui) e non aver paura di ritornare a quel vissuto di povert, per liberare chi ancora soltanto l. A volte, e soprattutto nei drammi ... pi drammatici, sulla base della conoscenza non-empatica che si arriva a capire anche empaticamente ci che l'altro vive. E quando il contatto avviene, non sar certo per uno sprazzo di compassione che si acceso, improvviso e passeggero, nell'animo dell'impietosito benefattore.