Sei sulla pagina 1di 4

La tecnica e il problema del tocco

Desidero innanzitutto precisare che quanto scrivo, non deve in messun modo essere interpretato come segno di presunzione o peggio, volonta' di affermare verita' assolute, ma invece semplicemente come un contributo personale che mi auguro possa essere utile a chi fosse interessato all'argomento. Il tema della tecnica pianistica, e' stato ed e' trattato cosi' ampiamente che, a dire il vero, non sembrerebbe proprio necessario aggiungere nulla a quanto grandi compositori, celebri pianisti e innumerevoli didatti hanno gia' detto. Bisogna osservare che oltre ai vari metodi e trattati per lo studio del pianoforte, in cui sono contenuti consigli ed esercizi di ogni sorta, circa le problematiche inerenti il tocco non si trova molto. Sembra quasi che acquisire forza e agilita', come detto, mediante svariati esercizi, sia l'unico modo per giungere al virtuosismo. Il messaggio che piu' o meno palesemente viene trasmesso dalla quasi totalita' delle scuole di musica, e' quello secondo cui solo le persone piu' dotate hanno qualche possibilita' di suonare in maniera soddisfacente; gli altri sono relegati in un limbo in cui non si sa esattamente quale sia il destino di quegli aspiranti pianisti che poi scoraggiati, o cambiano lavoro o si accontentano di un livello cosi' mediocre da non lasciare speranza nella possibilita' che il messaggio musicale venga trasmesso in modo dignitoso. Vi sono, e' vero, scuole di eccellenza in cui docenti motivati e di alto livello, preparano molto bene i loro allievi, ma, l'esiguo numero di dette scuole e non ultimo il fatto che la maggior parte dei pianisti professionisti, per varie ragioni non insegna, rende lo studio del pianoforte un'avventura dall'esito molto incerto e spesso deludente. Come e' davvero sorprendente sentire che molti tra i piu' grandi pianisti, dedicassero un numero limitato di ore allo studio inteso come puro allenamento, pur ottenendo grandi soddisfazioni e dando sempre l'impressione di fare tutto con assoluta facilita'. Evidentemente c'e' qualcosa che non quadra; sara' pur vero che si tratta di individui particolarmente dotati, ma nel funzionamento del loro sistema neuromuscolare, ci dev'essere certamente qualcosa di decifrabile che permetta di comprendere tanta disinvoltura. Come dicevo, a parte le diverse impostazioni tecniche che possono andare dal meccanicismo puro, che chiamerei tecnica muscolare, all'educazione al rilassamento con il conseguente uso del peso, metodo questo che garantisce quasi sempre risultati migliori e quindi la possibilita' di usare correttamente le varie parti del corpo che entrano in gioco quando si suona, circa il tocco in particolare si danno definizioni assai imprecise o eccessivamente complesse che lo rendono difficilmente comprensibile e quindi raramente sperimentabile. Qui mi interessa principalmente cercare di far capire quale sia la reale importanza del tocco in se' o perlomeno di far intuire la necessita' di scoprire quanto sia essenziale la sua conoscenza al fine della espressivita' e della possibilita' da parte del pianista di comunicare le proprie intenzioni ed emozioni; certo non ho la pretesa in questa sede di istruire, nel senso profondo del termine, circa il modo per acquisirlo; la delicatezza dell'argomento esige un contatto molto stretto tra insegnante e allievo che impedisca quegli equivoci che una trattazione puramente teorica potrebbe indurre. Mi basterebbe stimolare la curiosita' e l'interesse per un tema cosi' importante e invece cosi' sottovalutato. Quando si parla di tocco, bisogna intendere quella capacita' del pianista di trasformare in emozioni le sue intenzioni musicali e di ottenere, per cosi' dire, un bel suono dal pianoforte. Il problema fondamentale a questo proposito riguarda la possibilita' del pianista di controllare il suono attraverso il controllo del martello e quindi deltransitorio di attacco, cioe' il momento in cui il martello percuote la corda; e' ovvio che dopo questa azione non e' naturalmente piu' possibile nessuna modifica del suono; perch il transitorio d'attacco per metta un reale controllo del suono, e' necessario che il martello raggiunga la corda con la maggior velocita' possibile e lasciandola di conseguenza poi altrettanto rapidamente libera nel suo movimento vibratorio; va da se' che sul suono stesso ha grande importanza anche la condizione del feltro del martello, ma questo e' un altro problema che qui non intendo affrontare.

Ora bisogna comprendere che il pianista deve mettersi nella condizione di poter lanciare il martello sulla corda molto velocemente, cosa che non e' possibile se vi sono risentimenti o rigidezze muscolari che impediscano alle dita di poter compiere un movimento, che chiameremo anchesso lancio (da non confondere con la semplice articolazione), che imprima altasto e di conseguenza al martello, quella velocita' necessaria di cui abbiamo parlato, per percuotere la corda in modo corretto. Molte volte noi sentiamo esecutori che hanno, per cosi' dire, un brutto suono oppure un suono pestato; si tratta semplicemente di un controllo errato del martello. Naturalmente la sensibilita' del pianista ha grande importanza, ma anch'essa va educata con una presa di coscienza circa le straordinarie possibilita' espressive che il pianoforte permette. Bisogna a questo punto comprendere come l'elemento fondamentale per una tecnica veramente efficace, sia il raggiungimento della totale liberta' delle dita che a mio avviso si puo' ottenere solamente con un disimpegno assoluto delle grandi muscolature delle braccia e del busto, ma in sostanza di tutto il corpo, per far agire solo quei piccoli fasci muscolari delle dita che per le loro caratteristiche strutturali, permettono movimenti assai rapidi e precisi; contrariamente alla comune convinzione invece, il continuo ed estenuante esercizio muscolare, non fa altro che rinforzare tutti quegli attegiamenti di rigidezza che portano il pianista a dover mantenere quell'inutile allenamento, per non perdere l'agilita' cosi' difficilmente raggiunta o solo impostata. Fondamentale e' poi la conoscenza e l'acquisizione dell'appoggio inteso come atteggiamento di rilassamento o di caduta del braccio, che pero' non pregiudichi il libero movimento delle articolazioni coinvolte, con un peso inadeguato o eccessivo; dovremmo parlare piu' che di rilassamento in se', di vigile riposo, condizione essenziale per preparare il successivo rapidissimo lancio del dito. Si tratta in definitiva di far diventare la meccanica dello strumento, non un impedimento alla libera espressione, ma un prolungamento del nostro corpo che permetta una totale possibilita' di manifestare le nostre intenzioni musicali. A questo punto assicuro che ottenere le piu' svariate sfumature e dinamiche del suono, e' un gioco imperniato tutto sulla possibilita' di dosare in maniera raffinatissima il peso a disposizione, che grazie alla velocita' del movimento delle dita, che abbiamo chiamato lancio, puo' essere assai limitato, evitando cosi' qualsiasi rischio di sovraccaricamento delle articolazioni delle stesse e della mano come sopra accennato. A proposito del lancio del dito, desidero precisare solamente che esso dev'essere il piu' rapido possibile e assai limitato nell'ampiezza che altrimenti, diventando articolazione, andrebbe ad impegnare in modo errato la muscolatura interessata dal movimento stesso; naturalmente in fase di studio il lancio va preparato con una fase di intensa concentrazione che lo renda possibile ed efficace, seguita da un periodo di riposo nel quale si sperimenti e si impari bene ad eliminare ogni possibile tensione residua. Si comprende bene come questo importante aspetto della tecnica, e' quello che piu' di ogni altro va indagato e sperimentato con l'ausilio di un insegnante che puo' evidentemente vigilare in modo da impedire atteggiamenti sbagliati o equivoci. Questo stato di attivita' in condizioni di assoluta tranquillita' mentale e fisica, permette una liberta' creativa che facilita moltissimo l'atto interpretativo facendolo diventare uno speciale momento di espressione e comunicazione. Durante questo percorso di approfondimento si notera' che viene molto sviluppata la capacita' di cogliere le sensazioni che arrivano dalle punte delle dita, che con le loro terminazioni nervose, ci guidano e ci permettono di sentire realmente il martello e quindi di determinare con precisione il tipo di impatto che deve avere sulla corda in base al suono che si desidera ottenere. Mi rendo conto che in questa breve esposizione c'e' il reale rischio di una eccessiva semplificazione, ma e' evidente che una spiegazione piu' esauriente richiederebbe una trattazione molto consistente che forse solo un testo a cio' dedicato potrebbe tentare di esaurire. Circa l'atteggiamento dell'esecutore difronte al pianoforte, posizione del busto, altezza del seggiolino, inclinazione del polso ecc., anche se ci sono degli standard utili per tutti, e' necessario adeguare individualmente ogni particolare; naturalmente, per ragioni di ordine statico, e' consigliabile che

il gomito sia leggermente piu' basso della tastiera e che anche il polso risulti piu' basso del dorso della mano che dovrebbe assumere la posizione che ha quando stringe una pallina da tennis, esercizio che consigliamo a tutti indifferentemente dall'eta' (la dimensione va adeguata alla grandezza della mano stessa). Si noti che questo modo di studiare, se da un lato richiede grande attenzione, applicazione e tempi adeguati, risulta poi sorprendente per i risultati che permette di acquisire; tra l'altro e' interessante notare come la sospensione dello studio non determina il deterioramento delle prestazioni virtuosistiche, e che non e' necessario dedicare tempo a quella che io chiamo ginnastica delle dita; non mi sembra poco! Suonare significa mettere in moto una serie di atteggiamenti molto complessi e delicati, ma che possono portare ad un'esperienza straordinaria sia sul piano emozionale che fisico; non temo di affermare che questo processo evolutivo nel senso piu' profondo del termine, puo' trasformarsi in un percorso di autentica conoscenza di se' e persino di autoguarigione psicofisica. Relativamente ai testi da usare per la soluzione di determinati problemi tecnici, bench a mio avviso da escludere ad eccezione di quelle composizioni che mantengano la possibilita' di stimolare la ricerca espressiva, ciascun didatta o professionista, sa da dove attingere; lo stesso dicasi a riguardo del percorso musicale vero e proprio, che dovrebbe stimolare e formare la personalit dello studente in modo da renderlo capace di apprezzare e godere a fondo dei tesori che la musica contiene. Non mi dilungo circa questo problema; con i miei allievi adatto il percorso tecnico-musicale alle caratteristiche e alle esigenze di ciascuno. In ogni caso invito a diffidare fortemente di ogni azione ripetitiva che abitui l'allievo a suonare in modo automatico e senza riflessione e impegno artistico. Ogni nota prodotta da uno strumento deve essere in grado di provocare emozioni e deve quindi rispondere a precise intenzioni; cosi' lo studio diventera' efficace momento di crescita tecnica e musicale e niente sara' lasciato al caso. Si tenga presente che questo tipo di approccio al pianoforte evita nella maniera piu' assoluta la possibilita' che insorgano problemi di irrigidimento muscolare, tendiniti o scorretti atteggiamenti posturali che spesso sono la causa di pregiudizievoli conseguenze per la carriera stessa di un pianista; ma nel caso in cui un super allenamento avesse gia' provocato spiacevoli inconvenienti anche con processi infiammatori dolorosi, possiamo assicurare che riportando il sistema muscolare alla normalita', si ottiene la rapida scomparsa dei fastidiosi effetti delle eventuali contratture. Per coloro che desiderassero approfondire meglio il tema del tocco sul pianoforte, segnalo l'articolo del maestro Paolo Pancino, "I fondamenti fisici e fisiologici del tocco nel pianoforte", che trovate nel sito; Questo scritto contiene interessanti approfondimenti sull'argomento in questione ed e' certamente un tentativo di mettere le basi per un approccio scientifico al problema del tocco, grazie ad un lungo e meticoloso studio sulle implicazioni neurofisiologiche che coinvolgono il pianista in questa esperienza straordinaria. Circa la didattica specifica per i bambini piu' piccoli, rimando ad altre considerazioni che certamente aiuteranno ad affrontare questa problematica. Vi sono docenti che con i piu' piccoli riescono ad impostare strategie di comunicazione tali da rendere possibile un corretto approccio con il pianoforte, cosa assai delicata e non priva di rischi. Su questo tema, ma ancora sulla didattica in generale, suggerisco di leggere "La didattica, un tema sempre aperto" di Roberta Zucchelli, che trovate in questo sito; grazie ai suoi studi approfonditi, ad una bella esperienza e grande intuito, riesce ad impostare un approccio al pianoforte e alla musica nel suo complesso, che stimolando le capacita' e le attitudini del bambino come dell'adulto, favorisce l'acquisizione delle competenze utili allo sviluppo di una vera personalita' musicale. Quasi tutti gli studenti sognano di poter fare da grandi una strepitosa carriera concertistica; bisogna far comprendere agli allievi che la musica e' innanzitutto un'esperienza di vita che puo' offrire innumerevoli possibilita' di realizzazione e comunicazione; per diventare concertisti poi sono necessarie tante condizioni psichiche, fisiche ed esistenziali, che non e' facile possedere

tutte insieme. Non bisogna soffocare i sogni soprattutto dei ragazzi, ma vanno aiutati ad apprezzare comunque la vita con la consapevolezza che a ciascuno e' dato un compito da svolgere secondo le proprie capacita', attitudini e possibilita' e che in ogni caso il fatto di aver potuto studiare musica, e' in se' un fatto molto bello e fortuna che non tocca a tutti. Rimango a disposizione di quanti intendessero pormi domande o obbiezioni in merito a cio' che ho detto in questo mio breve scritto. Gianpaolo Battistella.