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Quodlibet, 32 Ingeborg Bachmann Quel che ho visto e udito a Roma

Presentazione di Giorgio Agamben Traduzioni di Kristina Pietra e Anita Raja Titoli originali: Rmische Reportagen. Eine Wiederentdeckung 1998 Piper Verlag GmbH, Mnchen Traduzione di Kristina Pietra Was ich in Rom sah und hrte 1991 Piper Verlag GmbH, Mnchen Traduzione di Anita Raja 2002 Quodlibet ISBN 88-86570-42-2

Presentazione di Giorgio Agamben

I O W U C

Ingeborg Bachmann, In cerca di frasi vere, Laterza, Bari 1989. Id., Invocazione all'Orsa Maggiore, SE, Milano 1994. Id., Die Wahrheit ist dem Menschen zumutbar, Piper, Mnchen 1978. Id., Letteratura come utopia, Adelphi, Milano 1993. Paul Celan, Gisle Celan-Lestrange, Correspondance, Seuil, Paris 2001.

Il testo inqualificabile (Esce in questi giorni, ma non un racconto, bens un'opera un po' strana dal punto di vista formale, cui non saprei dare nessun nome. S'intitola Quel che ho visto e udito a Roma... I, 19) compare nel febbraio 1955, sulla rivista Akzente. Lo stesso numero contiene la poesia Curriculum vitae, in cui l'anello della vita, espulso alla mia nascita, viene liberato dal corpo sventrato di un pesce e scagliato indietro nella notte (O, 51). Non si tratta, per, di un'impressione su Roma, del famigerato resoconto di impressioni romane. Ho provato solo ad andare in cerca delle 'formule' della citt, della sua essenza, cos come si mostra molto concretamente in certi momenti (I, 19). Un'operazione magico-metafisica, dunque, come in certi racconti di Vigolo, che evocano l'essenza di Roma in un temporale, in un assolato pomeriggio d'estate, in un cortile sognato. Ma qui anche se pi tardi ammetter di sognare in italiano (si sogna gi in un'altra lingua, W, 140) non vi traccia di sogno, lo sguardo si posa lucido e crudele come mai sulla citt. Il Tevere non bello, S. Pietro sembra pi piccola delle sue reali dimensioni sioni e tuttavia troppo grande, in Campo de' Fiori Giordano Bruno continua a essere bruciato e, improvvisamente, udito e vista dileguano. Non possibile spiegare perch si viva in un certo posto. All'inizio sono arrivata a Roma con l'idea di restare due mesi e di 'guardarmela' un p. Nel frattempo passato un anno... ho cominciato a vivere qui e ho quasi paura di non riuscire a partire tanto presto... Naturalmente non possibile spiegare il motivo reale per cui resto qui (I, 19). Ancora quattordici anni dopo, dir di non saperlo, o di averlo dimenticato: non so pi perch vivo qui (W, 140). A Roma, tuttavia, ha imparato a darsi tempo: Devo ammettere che solo a Roma ho imparato a darmi tempo. E se anche questa fosse l'unica cosa che mi ha dato la citt, sarebbe gi abbastanza (I, 20). In Italia, le sue poesie sono diventate pi sensuali, pi immediate e pi vigorose (ibid.). Pi tardi dir di aver imparato a Roma a guardare e ascoltare (W, 136).

Alla fine, per, pur vivendo in Italia da tanto tempo, non so scrivere sull'Italia... Quando scrivo su Vienna, allora sono assolutamente sicura (1, 229). Indirizzi romani: Piazza della Quercia, Via Giulia, Via Bocca di Leone. (Una volta entrati nella casa di Via Bocca di Leone la sola che ho conosciuto l'interno non era romano, ma viennese). Il fascino di Roma sta in come essa riesce a collegare il vecchio e il nuovo in modo cos inafferrabile (I, 19). una citt aperta, nessuno degli strati che la compongono pu essere considerato concluso, essa mette in gioco tutti i tempi, uno contro l'altro, uno con l'altro, il vecchio domani pu essere nuovo e il nuovissimo gi vecchio (W, 137). In questo, Roma un'immagine perfetta della lingua: Se si potesse paragonare la lingua a una citt, ci sarebbe allora un centro antico, e poi verrebbero parti pi recenti, e alla fine le pompe di benzina, gli svincoli e forse le periferie della citt apparirebbero orrende in confronto al centro; eppure fanno parte anch'esse della citt (I, 24). Del resto, non si tratta di un'immagine, la lingua stessa una citt (25). Questa inversione dei tempi la vitalit di Roma, la sua particolare utopia, che ne fa qualcosa come una patria: l'andare e il venire e il tornare l'utopia in permanenza, il sentimento spirituale di una patria che qui si prova prende il posto dell'assenza fisica di una patria (W, 137). Fra le metropoli che conosce, Roma l'ultima in cui si possa avere un sentimento di patria interiore (I, 38). Va da s che questo sentimento incomprensibile: Resta quest'incomprensibile senso di patria (39). Elemento utopico per eccellenza il linguaggio. Poich una cosa rimane: dobbiamo lavorare duramente con la cattiva lingua che abbiamo ereditato per arrivare a quella lingua che non ha ancora mai governato e che pure governa la nostra intuizione e che noi imitiamo (U, 123). Citt e linguaggio contengono lo stesso messaggio utopico, che costituisce la letteratura come utopia e lo scrittore come esistenza utopica (124). Ieri, oggi e domani sono racchiusi nella lingua. Se la lingua di uno scrittore non regge, non regge neanche ci che egli dice (I, 17). Nel gennaio del 1965, Gisle Celan-Lestrange passa due settimane a Roma. Nelle lettere che scrive a Parigi, compaiono i nomi degli amici con cui il marito l'ha messa in contatto: Iris Kaschnitz (belle mais froide), Marianne Kraisky, Max e Margot Ufer. Accanto a questi, qualche intellettuale italiano: Boris e Ida Porena, Mario Socrate, un vieux comte italien (Chelsea!?) parlant remarquablement le franais (si tratta, naturalmente, di Giacinto Scelsi) (C, 214). Degli amici di Celan che vivevano a Roma, un solo nome non compare mai, quello della poetessa austriaca, con cui egli era stato sentimentalmente legato nel 1948 e, poi, nuovamente, nel 1957-58. La lacuna, comprensibile, qualcosa come una rimozione, dove, per chi legge le lettere, il nome assente continua a riaffiorare: negli anni sessanta, gli intellettuali legati in qualche modo alla cultura tedesca che passavano da Roma, si ritrovavano puntualmente in casa Bachmann ( l che ho incontrato, oltre a Iris Kaschnitz, Adorno e Gerschom Scholem). Dal luglio 1954 al giugno 1955, scrisse una serie di corrispondenze da Roma per

la radio di Brema, per una rubrica la cui sigla ricorda il titolo del testo inqualificabile: gesehen-gehrt, visto-udito. In apparenza, nulla di pi lontano da quel testo di queste cronache politiche e di costume, spesso velate da una punta di ironia. Eppure non soltanto una lettura pi attenta non pu che mostrare interferenze di ogni genere (a partire dal titolo), ma utile esercizio costatare che lo sguardo allucinato delle poesie di Invocazione all'Orsa maggiore lo stesso che pazientemente osserva e altrettanto lucidamente registra gli scandali politici e i fatti minuti dell'atroce Italia degli anni cinquanta (non certo pi atroce di quella di oggi). L'amara profetica geografia visionaria delle poesie va sovrapposta a "palcoscenico... buio" (qui, p. 55) su cui sfilano il ministro Scelba, Wilma Montesi, il giudice Sepe, Piero Piccioni, il marchese Montagna, Anna Maria Moneta Caglio, il presidente Gronchi, Maurizio d'Assia. Parlava italiano quasi perfettamente e senz'alcun accento. Ma di contare, in italiano, non era capace. Diceva che certe parole (mi tagli un chilo di carne) non poteva pronunciarle in nessuna lingua. Uno degli ultimi testi che dedica a Roma, grammaticalmente una lunga serie di concessive: Zugegeben, da... concesso che. Quel che sembrava incantarla nella citt 1a strada, la gente, i monumenti ora oggetto soltanto di una concessione (anche la lingua tedesca conosce un'espressione simile a quella italiana: ammesso, ma non concesso: angenommen, aber nicht zugegeben). Concesso che io non so pi perch vivo qui... concesso che le case qui sono care, e il cibo economico, che improvvisamente tutti i miei amici si chiamano Giulio o Giorgio o Luciano, Ginevra, Marina, Alda. Concesso che si sogna gi in un'altra lingua, ma che questo, a quanto pare, non significa nulla... Concesso che qui la vita come dappertutto: un giorno uno si sposa, uno vince una cattedra, uno s'impicca o internato in una clinica psichiatrica; che sar come dappertutto, nessun Colosseo, nessun Campidoglio potranno farci nulla... Concesso che qui ho imparato a intendermi con gli altri... concedo anche che quando si chiude la porta della camera in cui lavoro, allora non c' dubbio: si pensa da soli e essere soli una cosa buona (W, 140-41). come se, con quella porta, anche la citt cominciasse a richiudersi su di lei. Ma forse questo era gi avvenuto subito, al primo incontro con Roma: come nel primo entusiasmo e nel disincanto la citt gli si apri e subito si richiuse" (W, 136). E, come la citt, nemmeno la lingua si pu mai veramente possedere: mi riferisco a un'imitazione, appunto, della lingua, che intuiamo e che non riusciamo a possedere (U, 123). Poi, tre mesi prima del rogo in cui doveva consumarsi: Da quando qui cominciato il terrore, diventato brutto... Non ci sono guerra e pace, c' solo la guerra" (I, 234). GIORGIO AGAMBEN

Quel che ho visto e udito a Roma


(Roma 1955)

Traduzione di Anita Raja

A Roma ho visto che il Tevere non bello, ma trascurato nelle banchine, da dove spuntano rive a cui non c' chi metta mano. Nessuno usa le navi da carico brunite dalla ruggine, nemmeno le barche. Arbusti ed erba alta sono infangati, e sulle balaustre solitarie dormono immobili gli operai nella calura di mezzogiorno. Fino ad ora non si mai girato nessuno. Nessuno mai caduto gi. Dormono dove i platani dispiegano loro un'ombra, e si calcano il cielo sulla testa. Bella per l'acqua del fiume, verde argilla o biondo a seconda di come la luce lo irradia. Bisogna camminare lungo il Tevere e non guardarlo dai ponti, pensati come strade che portano all'isola. La Tiberina abitata dai Noantri noi altri. da intendere cos, che essa, isola dei malati e dei morti fin dall'antichit, vuole essere abitata anche da noi altri, percorsa anche da noi, perch a sua volta una nave e naviga molto lentamente nell'acqua con tutti i carichi, in un fiume che non la sente un peso. A Roma ho visto che la basilica di San Pietro sembra pi piccola delle sue reali dimesioni e tuttavia troppo grande. Si dice che Dio abbia voluto che la sua chiesa sorgesse sulla pietra e fosse solida. Ora si leva sopra la tomba del suo santo, che stanno riportando alla luce. Cos il santo stesso a metterla in pericolo e a indebolirla. Ciononostante le grandi solennit si svolgono ancora chiassosamente, con balletti in porpora sotto baldacchini, e nelle nicchie l'oro sostituisce la cera. Chiesa granne divozzione poca. Sono ancora i poveri, nella loro avvedutezza, a preoccuparsi che la chiesa non crolli, e colui che l'ha fondata ormai fa conto sul passo degli angeli. A Roma ho visto che molte case assomigliano al Palazzo Cenci, dove la sventurata Beatrice visse prima della sua esecuzione. I prezzi sono alti e le tracce della barbarie dovunque. Sulle terrazze i mastelli con gli oleandri marciscono cedendo ai fiori bianchi e rossi; i quali vorrebbero volare via, giacch non riescono a tener testa all'odore di sporcizia e decomposizione che rende il passato pi vivo dei monumenti. A Roma ho visto nel ghetto che non bisogna lodare il giorno prima della sera. Ma nel giorno dell'espiazione a ciascuno sar perdonato in anticipo per un anno.

In una trattoria vicino alla sinagoga la tavola apparecchiata, e i pesciolini rossastri del Mediterraneo sono serviti con uva passa e pinoli. I vecchi si ricordano degli amici che furono pagati a peso d'oro; quando furono riscattati, i camion partirono lo stesso, e loro non tornarono pi. Ma i nipoti, due ragazzine in gonne rosso acceso e un bambino grasso e biondo, ballano in mezzo ai tavoli e non staccano lo sguardo dai suonatori. Suonate ancora! grida il bambino grasso e sventola il berretto. Sua nonna accenna un sorriso, e quello che suona il violino diventa molto pallido e salta una battuta. Ho visto a Campo de'Fiori che Giordano Bruno continua a essere bruciato. Ogni sabato, quando smantellano le bancarelle intorno a lui e restano solo le fioraie, quando la puzza di pesce, cloro e frutta marcita va disperdendosi sulla piazza, gli uomini raccolgono sotto i suoi occhi i rifiuti che sono rimasti dopo che di tutto stato fatto mercato, e danno fuoco al mucchio. Di nuovo si leva il fumo, e le fiamme mulinano nell'aria. Una donna grida, e gli altri gridano con lei. Dato che nella luce forte le fiamme sono incolori, non si vede dove arrivano e dove cercano di colpire. Ma l'uomo sul basamento lo sa e perci non ritratta. In un bar romano ho visto e ho contato: una gatta con orecchie argute e un muso quasi glabro, calzoni bianchi e un panciotto color miele di un'epoca migliore. Un cameriere che faceva versare il caff e traboccare l'aperitivo dai bicchieri. Un ragazzino col grembiule allacciato davanti che lavava le tazze e i bicchieri e non andava mai a letto prima di mezzanotte. Clienti che andavano e venivano, e un cliente che tornava ogni volta e viveva di piccoli sorsi d'amarezza. A Roma ho visto le grandi ville, con pini e cedri spontanei, anche bosso, tagliato a formare animali di fantasia. Sul Campidoglio l'alloro e nel foro l'erbaccia proditoria, e quando l'erba sulle colonne chiuse con assi e sulle mura spezzate piombava nel crepuscolo, ho udito il rumore della citt, ingannevolmente lontano, e soave lo scivolare delle automobili. Ho visto dove le strade di Roma finiscono, insinuarsi in citt il cielo trionfante, che non si chinava sotto nessun portone e si estendeva sopra i sette colli, azzurro dopo le scorrerie sulle coste della Sicilia e pieno dei frutti delle isole del mar Tirreno, illeso dopo gli assalti nel paese dei briganti d'Abruzzo e nero di grappoli di rondini, salvo sopra l'Appennino. Ho visto il lodato cielo di ermellino e il cielo misero di tela di sacco, e ho visto nei suoi momenti migliori la sua mano tracciare rilassata la sezione aurea sopra i tetti. Ho visto spesso che ognuno si costruisce la casa come gli piace, e che per aggiungere una cosa all'altra non c' piano migliore del caso e del gusto per il dettaglio. Ma nessun gusto sufficiente a creare distanza, campi solitari per sole e ombra, e nessuno risolve l'equazione in base alla quale la pesantezza di un muro esprime la mancanza di peso di una torre. Sulla vecchia tela stanno le case; su di essa i colori sono disseccati. Solo quando la luce penetra nella stoffa porosa, appare il colore che noi vediamo; un marrone capace di qualunque metamorfosi. A Roma ho visto che tutto ha un nome e che bisogna conoscere i nomi. Perfino le cose vogliono essere chiamate. Il trono Ludovisi non caduto insieme all'ultima testa coronata. Sono rimasti in piedi colonne del tempio di Venere

di quel tempio e di nessun altro. La testa di Sant'Agnese s' raggrinzita, ma non diventata quella di una bambola di cuoio. Dopo tanti papi questo papa andr in portantina, e la benedizione vale urbi et orbi. Le famiglie si chiamano: Corsini e Pignatelli, Ruspoli e Odescalchi, Farnese e Barberini, Aldobrandini... Si chiamano ancora cos, quando in un castello di campagna i senzatetto montano i letti di ferro e accatastano i serbatoi dell'acqua sui sarcofaghi. L'ultimo della famiglia si trasferito da tempo. Nella citt le sue stanze sono rivestite di broccato nero; su un pianoforte nero a coda suona canzoni di sangue blu. Quando ode il suo nome, si spaventa. Diversa stata la bestia che non ha preso il nutrimento dalla carne, ma l'ha prodotto nella propria carne per una storia alla quale era antecedente: la lupa. Ho visto che chi dice "Roma" intende ancora il mondo e la chiave della forza sono quattro lettere, S.P.Q.R. Chi conosce la formula, pu chiudere i libri. La pu leggere sullo stemma degli autobus che passano, sulla copertura dell'accesso a una fogna. Essa la carta d'identit delle fontane e delle bevande gravate da imposta; il segno dell'unica maest che ha governato senza interruzioni la citt. Alla stazione Termini ho visto che a Roma i commiati sono presi pi alla leggera che altrove. Perch quelli che partono lasciano a quelli che restano lo scontrino della nostalgia. Con la stazione confina ci che rimane delle mura di Diocleziano, e contro la nuova parete di vetro inclinata appaiono tre cipressi dentro una scritta inequivocabile. Il classico la cosa pi semplice, e testi vecchi e nuovi lo rappresentano subito bene. Chi getta una moneta nella fontana di Trevi per poter tornare, teme che possa non essere accettata. Ma pu stare tranquillo. Di notte un giovane si siede sul bordo della fontana e fischia, fa venir fuori gli altri. Quando si sono radunati tutti, il giovane si toglie i vestiti ed entra disinvoltamente nell'acqua. La luna illumina la scena, mentre lui si china rabbrividendo e raccoglie le monete. Alla fine fischia di nuovo, e nelle sue mani tutte le monete si fondono in argento. Il bottino indivisibile sotto la luna, perch il giovane ha l'aspetto di un dio al confronto con gli altri, che devono le loro figure a vestiti a buon mercato. Difficile vedere cosa c' sotto terra: luoghi d'acqua e luoghi di morte. Scale conducono gi verso cisterne che il vento ha prosciugato, verso casette a protezione dei pozzi, sormontate da pietra a volta e scavate nel tufo morbido, verso gocce di sangue che generavano fontane. I sentieri sprofondano nelle catacombe. Qualcuno accende un fiammifero. La sua fiamma si allunga verso i simboli. Per un attimo appaiono: pesce, pavone e colomba, ncora e croce, cibo e bevanda. Il fiammifero si spegne rapidamente, e quelli che ti camminano davanti premono verso l'alto. Nella curva uno si ferma e chiede: da dove soffia il vento? Quando a Roma mi passarono l'udito e la vista, venne lo scirocco e aveva vinto sul vento aquilone delle montagne. Il sole allora mise la camicia e risplendette di luce falsa. il tempo in cui aumentano le disgrazie ed facile pronunciar parole senza amore. Perch il vento caldo ci ricaccia nel deserto. A volte lo fa sapere, sparge sabbia rossa sulla citt infiacchita e ci soffia sopra fino a lasciarla priva di sensi. Quando lo scirocco se ne va, lo fa in segreto e durante la notte, mentre noi

dormiamo smemorati. Ma al mattino, verso le tre, cade la rugiada. Se si potesse giacere l svegli e inumidirsene le labbra! A Roma di mattina presto ho guardato dal cimitero protestante fino al Testaccio e ho gettato la mia pena. Chi si affatica a gettar via la terra, ci trova sotto la pena degli altri. I cocci sul Testaccio sono innumerevoli, ma irrilevanti, per il cimitero che cerca ombra accanto alle mura aureliane. Esso tiene sull'orecchio una grossa nuvola come una conchiglia e sente ormai lontano un suono. L sono entrati: "One whose name was wrote in water", e accanto ai versi di Keats una manciata di versi di Shelly. Non una parola del figlio piccolo di Humboldt, che mor di malaria. E non una parola nemmeno di August von Goethe. Dei pittori muti Karstens e Mares sono rimaste alcune linee, una chiazza di colore, un azzurro sapiente. Degli altri muti non si mai saputo nulla. A Roma ho udito certamente che pi di uno ha il pane ma non i denti, e che le mosche vanno sui cavalli pi magri. Che a uno stato donato molto e all'altro niente; che chi la tira, la strappa e che soltanto una colonna solida sostiene la casa per cento anni. Ho udito che al mondo c' pi tempo che intelletto, ma che gli occhi ci sono dati per vedere.