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LIMMIGRAZIONE IN TRENTINO

Rapporto annuale 2012


a cura di Maurizio Ambrosini, Paolo Boccagni e Serena Piovesan

Dicembre 2012
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copyright Giunta della Provincia Autonoma di Trento - 2012 Collana infosociale 45 Assessorato alla solidariet internazionale e alla convivenza Servizio Politiche sociali e abitative Tel. 0461 493800, fax 0461 493801 www.provincia.tn.it/sociale Limmigrazione in Trentino Rapporto annuale 2012 a cura di Maurizio Ambrosini, Paolo Boccagni e Serena Piovesan Stesura del testo Maurizio Ambrosini (Introduzione; Capitolo 3); Paolo Boccagni (Capitolo 1; Capitolo 2; Capitolo 6); Serena Piovesan (par. 2.2; Capitolo 5); Roberta Raffaet (Capitolo 4); Stefania Viola (Capitolo 7); Martina Zandonai (Capitolo 8); Adriano Tomasi (Capitolo 9); Tiziano Paolazzi e Patrizia Toss (Capitolo 10). Raccolta ed elaborazione dati a cura di Serena Piovesan Coordinamento editoriale Pierluigi La Spada e Serena Piovesan Promotore Centro informativo per limmigrazione (CINFORMI), in collaborazione con Cooperativa Citt Aperta Via Zambra n. 11 - 38121 TRENTO Tel. 0461405600 - Fax 0461405699 e-mail: cinformi@provincia.tn.it www.cinformi.it I curatori della ricerca Maurizio Ambrosini docente di Sociologia dei processi migratori nellUniversit degli studi di Milano, presso la Facolt di Scienze politiche, dove coordina il corso di laurea triennale in Scienze sociali per la globalizzazione. responsabile scientico del centro studi Med-Migrazioni nel Mediterraneo di Genova, della Scuola estiva di Sociologia delle migrazioni e della rivista Mondi migranti. Tra i suoi recenti lavori ricordiamo: Sociologia delle migrazioni (Il Mulino, 2011, nuova edizione); Richiesti e respinti (Il Saggiatore, 2010); Unaltra globalizzazione (Il Mulino, 2008); Migrazioni e societ (Angeli, 2009, curatore, con E. Abbatecola); Intraprendere tra due mondi (Il Mulino, 2009, curatore). Paolo Boccagni docente di Sociologia allUniversit di Trento, presso il Corso di laurea in Servizio sociale. Si occupa di migrazioni, politiche sociali, terzo settore, diversit etno-culturale e studi transnazionali. Ha pubblicato articoli in svariate riviste scientiche, italiane e internazionali, tra cui Global Networks e Journal of Ethnic and Migration Studies. Tra le sue ultime pubblicazioni, Tracce transnazionali: vite in Italia e proiezioni verso casa tra i migranti ecuadoriani (Angeli, 2009); Lintegrazione nello studio delle migrazioni: teorie, indicatori, ricerche (con G. Pollini) (Angeli, 2012); Cercando il benessere nelle migrazioni: lesperienza delle assistenti familiari straniere in Trentino (con M. Ambrosini) (Angeli, 2012). Serena Piovesan, dottore di ricerca in Sociologia e Ricerca sociale, svolge attivit di ricerca, con particolare riferimento ai temi dellimmigrazione straniera. specializzata nello studio etnograco delle migrazioni est-europee. Si ringraziano per il loro contributo alla ricerca: Agenzia del Lavoro Osservatorio Mercato del Lavoro PAT; Azienda Provinciale per i Servizi Sanitari; Camera di Commercio, Industria, Artigianato e Agricoltura di Trento; CGIL del Trentino; CISL del Trentino; Commissariato del Governo della Provincia di Trento; Direzione Casa Circondariale di Trento; INAIL Trentino; Questura di Trento; Ufcio Organizzazione, processi e sistemi informativi Servizio Amministrazione e attivit di supporto PAT; Servizio Epidemiologia clinica e valutativa APSS; Servizio Lavoro PAT; Servizio Statistica PAT; Ufcio Edilizia abitativa pubblica Servizio Politiche sociali e abitative PAT; Ufcio Ispettivo del Lavoro PAT; UIL del Trentino. Progettazione graca e impaginazione Tecnolito graca - Trento Foto di copertina: Fotolia, Zotta

PREFAZIONE
Da undici anni il Rapporto annuale sullimmigrazione in Trentino rappresenta per le istituzioni pubbliche e il mondo sociale una importante bussola per delineare e orientare politiche locali in tema di convivenza e coesione. E mai come oggi, in un periodo segnato da importanti trasformazioni sociali ed economiche, avere a disposizione un dispositivo di analisi approfondita e dettagliata sulle dinamiche del fenomeno migratorio favorisce unefficace programmazione degli interventi pubblici, fondamentali per la tenuta sociale della nostra provincia e per accompagnarne il cambiamento. Le riflessioni proposte nel Rapporto, da quelle che riguardano la popolazione, il mondo del lavoro, fino allistruzione e alla sanit, per citare alcuni dei principali ambiti trattati, costituiscono un impegno di analisi e soprattutto un servizio di informazione alla comunit. Si tratta di una pista tenacemente coltivata attraverso molteplici attivit di ricerca previste dal Piano Convivenza approvato dalla Giunta provinciale, nella convinzione che cos si possa aiutare il cittadino a formarsi una propria idea dei cambiamenti strutturali che stanno maggiormente interessando il territorio e che vedono lapporto degli immigrati come fattore strutturale. Lauspicio che la ricchezza informativa contenuta nel Rapporto sia sempre pi condivisa, valorizzata e posta al centro del confronto tra strutture pubbliche e mondo sociale, puntando cos ad un servizio alla cittadinanza sempre pi qualificato e utile, capace di raccoglierne le sollecitazioni. Dare allopinione pubblica una articolata presentazione del fenomeno migratorio, che sia caratterizzata da un nuovo linguaggio capace di dissolvere i malintesi che sovente circondano questo tema e che metta al centro la parola chiave convivenza, rimane una delle pi importanti sfide che siamo chiamati ad affrontare.

Lia Giovanazzi Beltrami Assessore alla solidariet internazionale e alla convivenza della Provincia autonoma di Trento

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SOMMARIO
Pag. Presentazione ............................................................................................................................ INTRODUZIONE Dopo il multiculturalismo. Vecchi problemi e nuovi linguaggi nelle politiche locali per gli immigrati........................... 1. La gestione locale di unemergenza politica ....................................................... 2. La ricerca sulle politiche urbane in Italia e in Europa .................................... 3. Le tendenze condivise .................................................................................................... 4. Filosoe nazionali e politiche locali .......................................................................... 5. Retoriche e pratiche delle politiche locali per gli immigrati ......................... 6. Lintervento della societ civile e la governance locale dellimmigrazione ............................................................................................................... 7. Il dark side: le politiche locali di esclusione degli immigrati ........................ 8. Rilievi conclusivi: multiculturalismi urbani in cerca di nuovi linguaggi politici ................................................................................................ 9

13 15 17 19 20 22 24 26 28

La presenza immigrata in provincia di Trento: alcuni indicatori essenziali (31.12.2011)................................................................ 31 PRIMA PARTE 1. Il prolo sociodemograco....................................................................................... 1.1 Levoluzione delle presenze straniere nel territorio locale ................ 1.2 Immigrati e cittadini (di altri Paesi): gruppi nazionali e permessi di soggiorno ................................................... 1.3 Dalla stabilizzazione familiare allacquisizione della cittadinanza italiana .................................................................................... 1.4 La distribuzione territoriale della popolazione straniera ..................... 1.5 La distribuzione di genere................................................................................... 1.6 La distribuzione per classi di et ..................................................................... 1.7 Le seconde generazioni tra gli stranieri in Trentino .............................. 1.8 I matrimoni misti ....................................................................................................... 33 35 42 50 54 57 60 65 68

2. I processi di integrazione locale: casa, scuola, salute, devianza .......... 73 2.1 Laccesso alla casa e al mercato abitativo .................................................. 75 2.2 La presenza nel sistema scolastico ................................................................. 81 2.3 I servizi socio-sanitari: accesso e fruizione ................................................. 93 2.4 Devianza e criminalit ............................................................................................. 106 7 infosociale 45

3. La cittadinanza economica .......................................................................................... 111 3.1 Loccupazione degli immigranti in Trentino: segnali contrastanti ................................................................................................. 113 3.2 I lavoratori in mobilit............................................................................................. 119 3.3 Landamento delle assunzioni e i fabbisogni di lavoro straniero .................................................................................................... 121 3.4 Il lavoro interinale: frenata e continuit ........................................................ 127 3.5 Un approfondimento: il lavoro domestico e assistenziale in ambito familiare ................................................................. 131 3.6 Zone dombra: infortuni e situazioni di lavoro irregolare .................... 133 3.7 Il lavoro autonomo: una sfida alla crisi......................................................... 137 3.8 Dallinclusione economica alla cittadinanza sociale: la partecipazione sindacale................................................................................ 141 3.9 Osservazioni conclusive: ci che insegna la resilienza ........................ 143

SECONDA PARTE 4. Famiglie immigrate e accesso ai servizi sanitari di pediatria nella provincia di Trento: una ricerca antropologica .......................... 145 5. Canali e processi di trasmissione intergenerazionale della danza in emigrazione: etnograa sul usso migratorio tra Moldavia e Trentino ............................................................................................. 163 6. I bisogni emergenti delle assistenti familiari straniere ...................... 185 7. I percorsi scolastici e lavorativi della seconda generazione albanese in Trentino ................................................................................................... 199 8. Lassociazionismo migrante e la cooperazione allo sviluppo ......................................................................... 221 9. Immigrati ed Educazione degli Adulti in provincia di Trento ......... 245 10. Richiedenti asilo, titolari di protezione internazionale, emergenza profughi: progetti di accoglienza e tutela in Trentino....................................................................................................... 251 Bibliograa ................................................................................................................................ 263

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PRESENTAZIONE
Limmigrazione che figura nel titolo di questo undicesimo rapporto sul caso trentino, al 2012, un fenomeno che tende a mutare. Si tratta, in senso stretto, sempre meno di nuova immigrazione per lavoro dallestero: come nel resto dItalia, anche nella nostra provincia il peso relativo dei nuovi ingressi da Paesi a forte emigrazione andato notevolmente calando negli ultimi anni, fino a raggiungere i livelli pi bassi in corrispondenza al perdurare della crisi proprio nel 2012. C chi ha parlato di crescita zero, o quasi, per segnalare come le proporzioni recenti del fenomeno migratorio siano rimaste pressoch inalterate. Lammontare complessivo delle presenze straniere cresciuto, in Trentino come altrove, in misura insolitamente modesta, come esito di una ormai ben nota sommatoria tra dinamiche contrapposte: nuovi ingressi, ed espatri; nascite da genitori stranieri e naturalizzazioni; pi in generale, livelli di mobilit intra-nazionale (ma anche tra gli stati dellUnione europea) assai pi elevati di quelli dei cittadini italiani. La crisi economica stata il motivo principale, ma non esclusivo, di questo rallentamento dei flussi migratori in entrata. Poco cambiato (o sembra destinato a cambiare), nondimeno, nel radicamento dei cittadini stranieri e delle loro famiglie nel mercato del lavoro, nella scuola, nei servizi, nella societ civile in generale. Piuttosto sporadici sono i segnali di un ritorno a casa, pur nel quadro di una congiuntura economica ancora negativa, che vede negli stranieri una delle componenti pi vulnerabili della societ trentina (e italiana). Eppure continuiamo a parlare di immigrazione, in assenza di espressioni pi efficaci, per un fenomeno che corrisponde sempre meno a processi esterni alla nostra societ o ai suoi confini, e sempre pi al contrario a qualche cosa di fortemente interno: un insieme di presenze sedimentate nella nostra vita quotidiana, che di essa fanno parte e con noi interagiscono in molteplici modi, per lo pi in un caso come quello trentino non conflittuali; un bacino di circa 50mila persone di cittadinanza non italiana, e di altrettante storie individuali e familiari in faticosa ricerca di condizioni di vita migliori, ma anche di riconoscimento, diritti e opportunit, soprattutto per le generazioni che verranno. a come queste storie evolvono nel contesto trentino, in rapporto alla popolazione locale, che questo rapporto ancora una volta dedicato. Lobiettivo perseguito sta nella combinazione tra i dati numerici pi aggiornati, anche in chiave storica e comparativa, e la proposta di letture dei fenomeni che non si accontentino di tratti emergenziali, allarmistici, o pietistici, che pure ci sembrano in un contesto come quello trentino meno diffusi che altrove. Nelle pagine che seguono, ad alcuni capitoli di stato dellarte circa la distribuzione 9 infosociale 45

degli stranieri nel territorio, nei servizi e nel mercato del lavoro, seguiranno svariati capitoli di approfondimento ad hoc. Cominciamo, nellIntroduzione, da una rassegna delle politiche locali agli immigrati e alle minoranze etniche. importante apprezzare, a questo riguardo, la chiara presenza di un duplice scarto, in Italia come altrove: da un lato, il divario tra gli assetti politico-legislativi nazionali e la relativa autonomia dei governi locali nel promuovere politiche e servizi pi o meno efficaci ed inclusivi, con sensibili variazioni su scala territoriale; dallaltro, la distanza che in molti casi si avverte tra i toni del discorso politico, o delle rappresentazioni di principio in tema di assimilazione, multiculturalismo, ecc., e ladozione di soluzioni pragmatiche ai problemi posti dalla convivenza multietnica, in termini di servizi e interventi stretti tra pressioni diverse: i bisogni di tutti i cittadini, la contrazione delle risorse, gli orientamenti dellopinione pubblica. Rimane lesigenza di apprezzare meglio le potenzialit, ma anche i limiti delle politiche di governo locale della convivenza multietnica, alla luce del ruolo centrale ma certo non sostitutivo della societ civile. A partire da queste considerazioni, nei tre successivi capitoli facciamo il punto sulle dimensioni numeriche delle presenze immigrate in Trentino, seguendo le consuete chiavi di lettura: dapprima la composizione della popolazione straniera per provenienze nazionali, stato giuridico, distribuzione territoriale, genere, et, ecc. (capitolo primo); in secondo luogo levoluzione dei processi di integrazione in ambito abitativo, scolastico, socio-sanitario, nonch lesposizione degli stranieri alla devianza e alla criminalit (un fenomeno, questo, per certi versi esiguo, ma di grande visibilit nel dibattito pubblico e nellopinione comune); da ultimo, il rapporto tra immigrazione e mercato del lavoro locale, laddove trova conferma accanto allaumento della disoccupazione degli immigrati, e al loro rilevante accesso alle misure anti-crisi il dato di una partecipazione lavorativa diffusa, bench largamente dequalificata, senza che la crisi abbia sino a oggi innescato processi di sostituzione a favore dei lavoratori italiani. Una volta tracciate queste coordinate, la seconda parte del Rapporto presenta alcune possibili piste di approfondimento, basate su attivit di ricerca originali sul contesto trentino. Il quarto capitolo, in particolare, dedicato a un originale studio qualitativo sullaccesso ai servizi di pediatria da parte degli immigrati, in un contesto locale del Trentino. Questo fenomeno, centrale per la riproduzione intergenerazionale della popolazione straniera e per la sua integrazione locale, rivisitato da una duplice angolatura: quella esperienziale, fornita dalle narrazioni delle madri straniere (in particolare ecuadoriane e marocchine), e quella pi esperta tecnicamente parlando degli operatori dei servizi socio-sanitari. Segue, nel capitolo quinto, un altrettanto originale studio di una specifica collettivit immigrata, quella moldava a Trento, sotto un profilo insolito ma denso infosociale 45 10

di significati: lutilizzo di una particolare pratica culturale, ovvero la danza, come fonte di coesione sociale e identitaria tra le famiglie di immigrati, ma anche come leva di socializzazione e di mantenimento delle tradizioni dorigine, a favore delle seconde generazioni. Procedendo nella lettura, nel capitolo sesto si troveranno alcune considerazioni sui bisogni emergenti delle assistenti familiari straniere, rielaborate a partire da una ricerca promossa da Cinformi e sfociata nel libro Cercando il benessere nelle migrazioni. Il capitolo settimo invece teso a esplorare i percorsi scolastici e lavorativi della seconda generazione albanese in Trentino, attraverso una ricerca qualitativa condotta tra i giovani di et compresa tra i 18 e i 30 anni. Un altro caso di studio presentato nel capitolo ottavo, in relazione a un tema del tutto diverso ma altrettanto significativo: le prospettive dellassociazionismo straniero, in particolare tra i migranti africani, nellottica emergente del co-sviluppo. A completamento del Rapporto, i capitoli nono e decimo riprendono e aggiornano due ambiti tematici gi trattati negli anni precedenti: in primo luogo lofferta di corsi scolastici e formativi per adulti, in relazione ai beneficiari stranieri, e lattivit relativa ai test di italiano per lottenimento dei permessi di soggiorno di lungo periodo; in secondo luogo, levoluzione del progetto di accoglienza e tutela dei richiedenti asilo, nonch la gestione del progetto emergenza Nord Africa, da parte della Provincia autonoma di Trento. Laugurio che ci facciamo, in una fase in cui la grave crisi economica ha diminuito nel bene e nel male la visibilit dellimmigrazione nellagenda politica nazionale, che questo lavoro sia utile a soddisfare lesigenza di documentarsi, o anche solo la curiosit, rispetto a un fenomeno che rimane centrale per la societ trentina, non meno che per quella italiana in generale.

I curatori

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INTRODUZIONE DOPO IL MULTICULTURALISMO. VECCHI PROBLEMI E NUOVI LINGUAGGI NELLE POLITICHE LOCALI PER GLI IMMIGRATI

Nel discorso politico europeo degli ultimi anni, le teorie multiculturaliste hanno incontrato una crescente disaffezione. Diversi leader nazionali, come Blair, Cameron, Merkel, Sarkozy, hanno apertamente criticato il concetto di multiculturalismo. Nello stesso tempo, le politiche attuate dagli Stati nazionali hanno puntato a riaffermare sia il controllo dei confini esterni, sia i concetti di identit e appartenenza nazionale, soprattutto a partire dal 2001 (Balibar, 2012). Nei confronti degli immigrati, questi nuovi orientamenti si sono tradotti in retoriche pubbliche e interventi normativi di segno neo-assimilazionista. Lapprendimento della lingua, la lealt politica e ladeguamento a qualche tipo di valori nazionali sono richiesti ai migranti in vari paesi, anche attraverso la sottoscrizione formale di appositi contratti di integrazione (Joppke, 2007; Goodman, 2010). Ma lintegrazione degli immigrati avviene soprattutto a livello locale, cos come il riconoscimento e la gestione delle diversit culturali. Le politiche urbane hanno assunto pertanto un rilievo accresciuto nellinclusione sociale dei migranti. L avvengono negoziazioni cruciali dei rapporti tra dimensione assimilativa dei processi di incorporazione dei nuovi residenti e gestione delle diversit culturali e religiose. Nello stesso tempo, nel nuovo contesto le politiche locali per gli immigrati sono spinte a definire nuovi schemi concettuali e nuovi linguaggi, di fronte alla prevalenza di visioni politiche che riaffermano il primato della dimensione nazionale. In questa introduzione a un Rapporto sullimmigrazione collegato alle politiche locali della provincia di Trento, presenter alcuni elementi di riflessione su questi temi, traendo spunto da una ricerca europea sulle politiche urbane. La ricerca ha analizzato cinque citt europee (Bruxelles, Francoforte, Marsiglia, Madrid, Manchester) e tre italiane (Firenze, Genova, Verona) (Ambrosini, 2012a).

1.

La gestione locale di unemergenza politica

Sul piano politico, la questione della regolazione e gestione dei fenomeni migratori cresciuta di rango nel corso degli anni, diventando uno dei temi prioritari dellagenda politica dei governi dei paesi sviluppati. Intorno alle migrazioni si intrecciano aspetti di relazioni internazionali, di convenienze economiche, di integrazione sociale, di ridefinizione dei confini della comunit politica, facendone un nodo di arduo trattamento e ad alto rischio di impo15 infosociale 45

polarit per i governi. In tempi di globalizzazione, mentre aumentano i flussi di capitali, merci, informazioni, prodotti culturali, la risposta principale allaccresciuta mobilit umana andata in direzione della riaffermazione dei confini e della sovranit nazionale (Wihtol de Wenden, 2009). I governi, sempre meno capaci di controllare altri tipi di fenomeni globali, cercano di recuperare legittimazione agli occhi dei cittadini-elettori riaffermando il proprio ruolo di difensori delle frontiere contro lingresso di estranei provenienti da paesi pi poveri, rappresentati e percepiti come minacciosi. Sul piano giuridico e simbolico, si osservata in pi di un caso una tendenza alla rietnicizzazione della cittadinanza (Baubck et al., 2006): un altro modo di riaffermare i confini tra insiders e outsiders, anche quando si tratta di residenti da diversi anni sul territorio. Poich per gli outsiders per molti aspetti servono ai mercati del lavoro e alle affaticate economie familiari, per altri non possono essere respinti perch meritevoli di protezione umanitaria, per altri ancora non possono essere fermati senza compromettere altri interessi, come il turismo e il commercio internazionale, le retoriche della chiusura sono continuamente contraddette dai fatti (Rea, 2010; Ambrosini, 2011). Non neppure agevole definire con precisione chi siano gli outsiders e chi gli insiders, giacch la popolazione delle metropoli sempre pi diversificata e mescolata, e anche tra gli stranieri residenti si fa luce una crescente stratificazione civica, quanto a status giuridico e diritti riconosciuti (Morris, 2002; Kraler e Bonizzoni, 2010). Per contro, il mito della difesa dei confini e della riaffermazione di comunit omogenee diventato il vessillo della propaganda di movimenti populisti e xenofobi, che hanno guadagnato terreno in vari paesi dEuropa e infiltrato linguaggio e programmi di forze politiche pi moderate e istituzionalizzate (Cento Bull, 2010). Sul piano istituzionale, le difficolt di governo delle migrazioni entro lo schema della sovranit nazionale hanno aperto le porte a due sviluppi concomitanti, per certi aspetti alternativi, per altri complementari. Da un lato, verso lalto, crescono istanze e progetti che propongono un passaggio di competenze a livelli sovranazionali, soprattutto nel caso dellUnione europea: gi oggi, con gli accordi di Schengen, lEuropa comunitaria ha dato vita a uninedita esperienza di abrogazione delle frontiere interne, di libera circolazione di cittadini e lavoratori, di riconoscimento di vari diritti di cittadinanza, anche politica, per i cittadini europei espatriati, dando luogo a quella che stata definita nested citizenhip (Kivisto e Faist, 2007). Dallaltro lato, verso il basso, le politiche locali si configurano sempre pi come ambito parzialmente autonomo e rilevante delle politiche di regolazione e gestione dellimmigrazione, nonch di elaborazione di nuovi concetti e pratiche di cittadinanza. Gi qualche anno fa, era stato notato che questi sempre pi spesso si discostano dai presupposti dei cosiddetti modelli nazionali di integrazione degli immigrati, e a volte li contraddicono. Martiniello (2000) ha osservato, per il caso francese, uno scarto evidente tra le posizioni ufficiali assunte a livello nazionale infosociale 45 16

e le pratiche locali. Nelle prime, resta vivo il mito dellomogeneit culturale francese plasmata dal giacobinismo e imperniata sulla retorica della laicit. A livello locale, non solo i poteri pubblici attuano segmenti di politiche multiculturaliste, ma i responsabili politici ricorrono a un doppio linguaggio e a una duplice pratica. Dopo aver difeso strenuamente il modello repubblicano a livello nazionale, quando operano da sindaci non esitano a negoziare con i rappresentanti delle comunit etniche e religiose, per esempio a proposito dei luoghi di culto, proprio come avviene in Gran Bretagna, etichettata come la terra delezione del multiculturalismo europeo. Alexander (2003), in una ricerca su 25 contesti urbani europei, ha invece mantenuto lidea dei modelli nazionali di riferimento, ma mostra che le politiche locali se ne discostano sovente, dovendo fra laltro fronteggiare a livello periferico i fallimenti delle politiche nazionali. Per esempio, in Germania diversi Lnder a guida socialdemocratica hanno istituito gi in passato servizi per lintegrazione degli immigrati, in contrasto con il modello tradizionale del lavoratore-ospite. In Francia, molte amministrazioni locali e regionali hanno introdotto interventi di mediazione e iniziative multiculturali, in contrasto con lideologia repubblicana di indifferenza verso le diversit etniche e culturali. Nella nostra ricerca ci siamo quindi domandati se scostamenti analoghi avvengono tuttora, in tempi di maggiori irrigidimenti sul piano della gestione delle diversit e di aperta diffidenza nei confronti degli approcci multiculturalisti. Questo aspetto cruciale si inserisce in un contesto pi generale in cui le politiche locali si presentano oggi come un tema di ricerca strategico nellambito della riflessione sui rapporti tra societ riceventi e popolazioni immigrate. In sintesi, possiamo affermare che nelle grandi citt si rendono evidenti i nodi problematici e le nuove possibilit connesse allavvento di quella che stata definita superdiversit (Vertovec, 2007): contraddizioni e aperture, inedite mescolanze e domande identitarie. Ma oggi le grandi citt, con le loro periferie difficili, sono viste soprattutto come i luoghi emblematici delle tensioni e dei conflitti legati allinsediamento stabile di minoranze immigrate. In parallelo, le politiche adottate dai governi urbani acquistano un valore esemplare, nellaffrontare quotidianamente, sul terreno, le sfide della trasformazione della societ in senso multietnico. E sempre a livello locale il ruolo degli attori della societ civile e il protagonismo dei migranti hanno modo di manifestarsi sulla scena pubblica in forme pi immediate e incisive; cos come le mobilitazioni politiche di segno contrario possono trovare spazio, guadagnare visibilit, condizionare le scelte politiche.

2.

La ricerca sulle politiche urbane in Italia e in Europa

La ricerca si svolta tra lautunno del 2010 e i primi mesi del 2011. Ha adottato il metodo degli studi di caso, analizzando le politiche rivolte agli immigrati 17 infosociale 45

in cinque citt europee e tre italiane: rispettivamente, Bruxelles, Francoforte, Madrid, Manchester, Marsiglia; Genova, Firenze e Verona.1 Delle citt europee, due sono capitali (Bruxelles e Madrid); altre sono citt di dimensioni medio-grandi; una una citt dellEuropa meridionale con una dinamica di ricezione dellimmigrazione prossima a quella italiana (Madrid); le altre sono citt di immigrazione pi matura e stratificata, ascrivibili in termini di dibattito corrente entro modelli nazionali diversi di gestione delle diversit culturali: Marsiglia entro il modello assimilazionista francese; Manchester entro il modello multiculturalista britannico; Francoforte entro il modello tedesco tradizionale della gestione dei lavoratori ospiti; Bruxelles entro un modello misto, tributario sia del bilinguismo belga, sia dellinfluenza dei modelli politici degli Stati confinanti. Le citt italiane sono state scelte invece pensando ad una citt con una tradizione politica di sinistra (Firenze) e con un mercato del lavoro attrattivo, una seconda con una tradizione meno definita, ma negli ultimi anni caratterizzata anchessa da governi locali di centrosinistra e con un mercato del lavoro meno dinamico (Genova), una terza in cui alle ultime elezioni ascesa al potere la Lega Nord (Verona), ma in cui leconomia locale, fino almeno alla recessione del 2008, ha manifestato un consistente fabbisogno di manodopera immigrata. Per ogni citt stata realizzata una lettura ragionata dei principali aspetti delle politiche di integrazione e cittadinanza rivolte agli immigrati stranieri, tracciandone levoluzione nel tempo e approfondendo gli ambiti di intervento pi significativi. Gli studi hanno seguito uno schema comune, adattato al contesto considerato, e hanno poi sviluppato gli ambiti localmente pi rilevanti. Lanalisi stata condotta mediante la ricerca di materiali su internet, la consultazione della letteratura disponibile, il reperimento di dati statistici, ma soprattutto grazie a visite in loco, a incontri e interviste in profondit con i responsabili di servizi locali, studiosi, esponenti associativi. Complessivamente, sono state condotte circa 60 interviste. Ogni caso stato oggetto di una specifica trattazione, rivista, discussa, seguita da successivi approfondimenti e rielaborazioni, fino a essere presentato come un singolo capitolo nel rapporto di ricerca finale recentemente pubblicato (Ambrosini, 2012a). Presenter qui di seguito alcuni dei risultati pi rilevanti emersi nel corso dellanalisi.

La ricerca stata svolta presso la Fondazione Casa della Carit di Milano, con il sostegno finanziario della Fondazione Unicredit. Hanno collaborato: Paolo Boccagni (casi di Madrid e Manchester); Francesca Campomori (caso di Firenze); Alessandra De Bernardis (coordinamento generale e caso di Bruxelles); Viviana De Luca (casi di Marsiglia e Francoforte in collaborazione); Elena Mauri (caso di Verona); Cecilia Trotto (caso di Genova e caso di Francoforte in collaborazione; segreteria della ricerca).

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3.

Le tendenze condivise

Vorrei anzitutto porre in rilievo alcuni aspetti delle politiche urbane che accomunano in larga misura le esperienze europee considerate. Il primo consiste nella necessit di gestire una crescente diversit delle popolazioni urbane. Lo stesso termine immigrati suona ormai in molti casi generico e incapace di cogliere le sfaccettature del composito paesaggio sociale delle citt contemporanee. Mentre diminuisce la quota della popolazione a tutti gli effetti nativa, si affaccia sulla scena una folla di nuovi protagonisti: professionisti espatriati, cittadini dei nuovi paesi dellUnione, stranieri naturalizzati, membri di famiglie miste, discendenti di immigrati arrivati nei decenni scorsi, oltre a immigranti recenti e con vari tipi di titoli di soggiorno (tra cui studenti, lavoratori stagionali, coniugi di residenti, uomini daffari), richiedenti asilo e rifugiati a vario titolo, immigrati dallo status incerto o irregolare. In breve, limpiego sempre pi diffuso del termine diversity ha anche il pregio di coprire queste varie situazioni senza entrare troppo nel merito. Un secondo tratto ricorrente la tendenza a ridefinire le politiche riguardanti gli immigrati in termini di interessi pi generali e possibilmente trasversali, di cui il concetto di coesione sociale lespressione oggi pi in voga. Legittimato dal lessico delle istituzioni europee e sufficientemente flessibile da accogliere molti tipi di misure, il concetto ha il pregio di far scivolare lattenzione da gruppi-target socialmente e politicamente deboli, e come tali facilmente stigmatizzabili, alla sollecitudine per la tenuta dei legami sociali e per la stabilit della societ nel suo complesso. Implicitamente suggerisce lidea che gli investimenti nelle politiche sociali servono a mantenere un certo grado di ordine sociale, evitando conflitti e lacerazioni pi gravi. Applicato allimmigrazione, il concetto di coesione sociale evita di istituire e rendere visibile una categoria di popolazione e propone una saldatura tra interessi generali e misure specifiche. Per contro, ed questo il terzo aspetto rintracciabile in varie esperienze urbane, si tende a dare risalto alle manifestazioni pi popolari e facilmente accettabili della diversit urbana: quelle in cui la compresenza di gruppi di origine diversa d luogo a esperienze che ampliano lofferta culturale e di intrattenimento delle citt contemporanee. Rientrano qui le espressioni estetiche, che spaziano dalla musica alla danza, dal teatro alle arti visive, ma trovano spazio anche gli scambi gastronomici, le feste popolari che celebrano la diversit e il meticciato, le incorporazioni di festivit e ricorrenze delle minoranze come il Capodanno cinese. Da questo punto di vista le politiche urbane tentano di diffondere il messaggio del valore arricchente delle diversit culturali per le citt che le accolgono. Il quarto aspetto, su cui avr modo di tornare in seguito, la triangolazione con vari soggetti delle societ civili nella gestione dei risvolti socialmente problematici dellinsediamento di popolazioni immigrate. Il livello locale lo sce19 infosociale 45

nario pi propizio per negoziati e accordi. La scarsa popolarit di iniziative in materia, i vincoli normativi che si frappongono a interventi diretti in alcuni ambiti scottanti, come quello dellimmigrazione irregolare, la necessit di soluzioni organizzative flessibili e innovative, lo stesso attivismo dei soggetti del terzo settore, e ultimamente la carenza di risorse, spingono verso lalleanza e la collaborazione con soggetti non governativi, quando non a forme esplicite e implicite di delega nei loro confronti. Da ultimo, uno sviluppo forse imprevisto dellazione politica riguarda la rivalutazione del ruolo pubblico delle religioni. Anche sotto questo profilo lambito locale consente di sviluppare esperienze inedite. Forum del dialogo interreligioso, convegni rivolti alla promozione della pace e dei diritti umani, istanze pi o meno istituzionalizzate di consultazione dei responsabili religiosi, hanno conosciuto uno sviluppo imprevedibile in tempi di secolarizzazione. Si intuisce che le aggregazioni religiose sono un terreno cruciale: possono diventare una risorsa per lintegrazione sociale, oppure dare alimento a sentimenti di chiusura e ostilit reciproca. Avviare forme di riconoscimento e dialogo diventa un obiettivo di politiche locali post-secolari. Dovendo entrare in rapporto con le religioni minoritarie, si aprono spazi nuovi di presenza pubblica anche per le istituzioni religiose maggioritarie.

4.

Filosoe nazionali e politiche locali

Approfondiamo ora, alla luce della ricerca, il rapporto tra filosofie nazionali e politiche locali dintegrazione. Il lavoro sul campo conferma la sussistenza di unampia gamma di articolazioni degli approcci alle questioni del governo di societ sempre pi connotate in senso multietnico (cfr. Alexander, 2003; Penninx et al., 2004): principi normativi e scelte normative, politiche dichiarate e politiche effettivamente praticate, livello nazionale e livelli locali si discostano, si combinano e si richiamano secondo modalit variabili e non sempre esplicite. Il caso forse pi consapevole ed esplicito di divaricazione incontrato nella ricerca quello di Francoforte: da diversi anni lamministrazione locale si posta allavanguardia dello sviluppo di nuove impostazioni nei rapporti con le popolazioni immigrate. Se a livello nazionale soltanto con la riforma del 2000 la Germania ha preso atto ufficialmente di essere diventata un paese dimmigrazione e ha parzialmente superato la rigidit del criterio dello jus sanguinis nel proprio codice della cittadinanza, la citt di Francoforte fin dagli anni ottanta ha adottato un approccio pi aperto, sensibile ai temi della lotta alle discriminazioni, del riconoscimento e valorizzazione delle diversit culturali, della promozione di alcune pratiche multiculturaliste. Questo ruolo anticipatore si concretizzato nellistituzione di un apposito ufficio, lAMKA (Ufficio per gli affari multiculturali) diventato un modello di riferimento anche oltre i confini tedeschi. Qui il problema centrale deriva dallincongruenza tra innovainfosociale 45 20

zioni volontaristiche concepite a livello urbano e coordinate di inquadramento istituzionale determinate a livelli pi alti, che limitano la portata delle realizzazioni locali. Un aspetto emblematico quello degli elevati tassi di insuccesso scolastico degli alunni di estrazione minoritaria, su cui le politiche locali riescono ad incidere solo marginalmente, data larchitettura complessiva del sistema di istruzione tedesco. Diverso il caso di Marsiglia. Qui le politiche locali non prendono apertamente le distanze dalla retorica nazionale della rimozione delle questioni etniche dalla scena pubblica e dellideologia della laicit nei rapporti tra i poteri dello Stato e le confessioni religiose. Nei fatti per, in maniera poco visibile e non dichiarata, le politiche locali si discostano dai dettami proclamati a livello nazionale: riconoscono lesistenza di questioni sociali legate ai rapporti con le minoranze etniche, cercano di inserire figure di mediazione provenienti dalle popolazioni minoritarie, negoziano da anni con i vari rappresentanti di differenti versioni dellIslam su argomenti scottanti come la costruzione di una grande moschea. Il modello nazionale di integrazione viene quindi rinegoziato a livello periferico, ponendo laccento sullidentit locale e praticando una sorta di multiculturalismo di fatto. Semmai, rispetto al caso marsigliese si pu richiamare il fatto che lo stesso governo nazionale, discostandosi dai principi dichiarati di separazione tra Stato e religioni, di fatto si inserisce nelle vicende interne delle organizzazioni confessionali musulmane, cercando di privilegiare quelle considerate pi vicine e malleabili agli interessi dello Stato francese (Maussen, 2009). Nel caso di Manchester, il governo locale sembra aver seguito quello nazionale nellabbandono del linguaggio multiculturalista, nellenfasi posta sulla centralit della coesione comunitaria e nella minore visibilit conferita alle politiche sociali destinate alle popolazioni immigrate. tuttavia soprattutto a livello locale che si rivela la natura sostanzialmente retorica del cambiamento: ci che di fatto si verifica in buona parte la riproposizione delle politiche multiculturaliste del passato ricorrendo ad altre etichette e a un diverso inquadramento concettuale. Citando lo studio di caso di Paolo Boccagni (2012a), si pu parlare di multiculturalismo senza culturalismo. Qui come altrove, le politiche per lintegrazione di immigrati, rifugiati e minoranze etniche (non va dimenticato che la maggior parte degli interessati sono cittadini britannici), sembrano pi minacciate dai tagli di budget che dal declino annunciato del multiculturalismo. Il caso di Bruxelles si distingue invece soprattutto per lo statuto atipico della capitale belga: una metropoli ufficialmente bilingue e intrinsecamente internazionalizzata per il suo ruolo di capitale europea. Definire una cultura nazionale da proporre ai nuovi residenti dunque operazione particolarmente ardua, sebbene anche a Bruxelles si riscontrino tendenze neoassimilazioniste, come lenfasi posta sulla coesione sociale e sullobbligo di apprendimento di una delle lingue ufficiali del paese per i nuovi arrivati. Pure i confini 21 infosociale 45

tra immigrati ed espatriati non sono sempre agevoli da tracciare, specialmente quando gli immigrati sono a loro volta cittadini dellUnione europea. Bench quindi le politiche recenti si colorino di tinte pi assimilazioniste di quelle della generazione precedente, si nota di fatto una giustapposizione di vari approcci e filoni di gestione delle relazioni interetniche, resa ancora pi complessa dalle differenti accentuazioni proposte dalle due comunit linguistiche autoctone. In ogni caso, la celebrazione della diversit culturale mediante eventi che coinvolgono la citt un tratto saliente dellofferta politica locale, rappresentando un capitolo poco costoso, non conflittuale e diffusamente apprezzato della convivenza multietnica. Il caso di Madrid sembra invece distinguersi per una politicizzazione della questione dellimmigrazione abbastanza episodica e nel complesso relativamente scarsa sia a livello nazionale sia a livello locale, almeno fino al 2010. I cambiamenti di maggioranza politica nazionale non hanno inciso molto sugli approcci adottati. Si nota piuttosto una maggiore volatilit delle politiche, associata con le iniziative volontaristiche assunte dai leader politici locali e con una distribuzione non chiarissima delle competenze tra il governo urbano e quello regionale. Entrambi i problemi sono collegabili con il recente ingresso della Spagna nel novero dei paesi riceventi, con cui si combina un interventismo istituzionale pi diretto e pronunciato che in Italia. A Madrid, ancora pi che nelle altre citt analizzate, la recessione a pesare simultaneamente sui processi e sulle politiche dintegrazione. In definitiva, il multiculturalismo dichiarato fallimentare e variamente screditato nelle prese di posizione dei leader politici nazionali, resta vivo e variamente praticato in periferia: il tema della diversity, apparentemente pi accettabile e democratica, anche perch collegabile con altre diversit sempre pi riconosciute, prende spesso il posto dellingombrante e malvisto multiculturalismo (cfr. Vertovec e Wessendorf, 2010). Il vecchio approccio tende a essere riproposto in termini pi modesti come riconoscimento e valorizzazione delle diversit culturali, come promozione dellassociazionismo immigrato, come incoraggiamento del dialogo interreligioso, lasciando cadere impalcature ideologiche divenute ingombranti, mentre per altro verso le politiche volte a favorire lintegrazione degli immigrati vengono ridefinite sotto etichette meno appariscenti, come quella oggi in voga della coesione sociale.

5.

Retoriche e pratiche delle politiche locali per gli immigrati

Unaltra serie di considerazioni concerne il rapporto tra discorso politico predominante e politiche effettivamente realizzate, ossia tra politiche dichiarate e politiche in uso (Campomori, 2007; 2012). Certo questo scarto esiste sempre nellarena politica: rispetto ai principi enunciati e alle idee-guida proposte agli elettori, quando assurgono a responsabilit di governo le forze politiche infosociale 45 22

devono fare i conti con i vincoli del contesto e stabilire dei compromessi con la realt e con i diversi interessi in gioco. Sul terreno della gestione dellimmigrazione, la divaricazione tra dichiarazioni e realizzazioni appare tuttavia particolarmente accentuata. Nel passato, la divaricazione ricalcava gli schemi pi consueti: a fronte di promesse di lotta alle discriminazioni e di impegno per la pari dignit delle persone e delle identit culturali, le realizzazioni rimanevano distanti. In altri termini, le promesse di impegno egualitario non erano alimentate da risorse e schemi normativi adeguati. Oggi il profilo delle divaricazioni si complica, aggiungendo altri elementi. Il discorso politico tornato a enfatizzare istanze assimilazionistiche, come abbiamo richiamato, e nelle politiche praticate alcuni aspetti simbolici riflettono la sensibilit prevalente. Per esempio, si parla pi volentieri di coesione comunitaria (Manchester) o di quartieri sensibili (Marsiglia, Bruxelles) che di riconoscimento di appartenenze e identit culturali. Prevale un approccio di normalizzazione (Madrid), basato su politiche dedicate al complesso della popolazione residente, per esempio in determinati quartieri, oppure colpita da forme di disagio (madri sole con bambini, disoccupati di lunga durata, alunni con difficolt scolastiche ecc.), in luogo di misure dedicate esplicitamente al sostegno degli immigrati. Nei fatti per le politiche praticate non sono cambiate in modo profondo, n contrappongono approcci radicalmente alternativi. Possiamo distinguere delle accentuazioni e delle modalit diverse di presentazione delle soluzioni adottate: un approccio pi audace e un maggiore volontarismo a Francoforte; un discorso inclusivo ma oscillante a Madrid; un atteggiamento pi cauto e attento a evitare contrapposizioni etniche a Marsiglia; un ripiegamento pragmatico e la scelta di un profilo poco visibile a Manchester; una ricodifica degli investimenti per lintegrazione degli immigrati in un linguaggio neoassimilazionista a Bruxelles. Possiamo allora parlare, malgrado il declino della fortuna politica del termine, di un multiculturalismo inclusivo e dichiarato nel caso di Francoforte; di un multiculturalismo deenfatizzato e pragmatico a Manchester; di un multiculturalismo composito, integrazionista e celebrativo a Bruxelles; di un multiculturalismo di fatto, praticato nel silenzio, a Marsiglia; di un multiculturalismo volontaristico e altalenante a Madrid. Nelle citt italiane, si osservano invece, pi che nel panorama europeo, due tipi di scostamento: nelle citt che manifestano un approccio favorevole allaccoglienza e allintegrazione degli immigrati (Genova e Firenze), le realizzazioni rimangono indietro rispetto alle intenzioni. Dove invece la proposta politica premiata dagli elettori si contraddistinta per una marcata ostilit nei confronti dei nuovi residenti (Verona), il discorso ufficiale diventato pi rigido, sono cambiate le denominazioni di alcuni uffici e servizi, le priorit enunciate sono diverse dal passato, ma la maggior parte degli interventi sociali che riguardano gli immigrati ha proseguito il suo corso, sebbene con meno enfasi e un minore sostegno politico. Torner in seguito con maggiore dettaglio sulla peculiare esperienza veronese. 23 infosociale 45

Fa parte del divario tra retoriche e pratiche un differente trattamento comunicativo dei diversi tipi di politiche: i governi urbani pongono lenfasi sulle misure pi suscettibili di raccogliere interesse e consenso da parte del complesso della popolazione, compresi gli autoctoni. Se possibile, cercano di presentare in termini positivi il volto multietnico assunto dalle loro citt, o da determinati quartieri. In questa prospettiva, si comprende lenfasi posta sulle manifestazioni celebrative della convivenza di persone e gruppi di origine diversa, la valorizzazione delle espressioni artistiche, gastronomiche e musicali delle minoranze etniche, lattenzione pubblica alle istanze di dialogo interreligioso. Al contrario, le autorit locali cercano di togliere visibilit agli interventi pi costosi, e quindi suscettibili di innescare percezioni di competizione da parte della popolazione autoctona, accuse di welfare shopping o contrapposizioni tra vecchi e nuovi residenti (cfr. Zucchetti, 1999). Un approccio classico in materia riguarda la riconduzione degli interventi a interessi pi generali e capaci di trovare consenso: quindi si preferisce parlare di misure di contrasto della dispersione scolastica, anzich di sostegno agli studenti di origine immigrata; di miglioramento dellhabitat di determinati quartieri, anzich di politiche per il superamento della segregazione residenziale delle minoranze. Questa opzione comunicativa non nuova, ma si rafforzata nellultimo decennio: in tempi di inasprimento del clima politico sullargomento, per far passare investimenti a beneficio degli immigrati diventato pi che mai necessario presentarli come rispondenti a interessi generali. E possibilmente come alternativi allaborrito multiculturalismo. Ci che preoccupa di pi per laffiorare di un certo pessimismo rispetto alla possibilit di raggiungere gli obiettivi pi ambiziosi: le risorse per le politiche sociali diminuiscono, le misure antidiscriminatorie adottate nel passato non hanno conseguito i risultati attesi, maggioranze e minoranze sembrano ripiegare sulla difesa delle rispettive identit. Laffidamento al mercato e alle risorse individuali, come dispositivi di regolazione della stratificazione sociale, sembra aver infiltrato anche le politiche sociali. Le politiche pubbliche locali sembrano allora diventate pi inclini a celebrare la convivenza, che a cercare di perseguire livelli pi alti di integrazione sociale. Certo non mancano i progetti, le iniziative, e anche i passi avanti. Traspare meno unambizione riformista pi audace.

6.

Lintervento della societ civile e la governance locale dellimmigrazione

Un altro aspetto ricorrente del rapporto tra politiche locali e politiche nazionali la triangolazione con vari organismi della societ civile. Sia sul fronte della tutela dei diritti, sia nelle istanze di dialogo e concertazione, sia nella concezione ed erogazione operativa di specifici servizi, i governi locali di volta in volta coinvolgono attivamente, delegano ed esternalizzano, oppure sono infosociale 45 24

destinatari di azioni di sensibilizzazione ed eventualmente di protesta da parte di soggetti del terzo settore, organizzazioni religiose, movimenti sociali e altri attori, come i sindacati dei lavoratori. Su temi sensibili come limmigrazione irregolare e laccoglienza dei rifugiati, alle mobilitazioni in favore della chiusura si oppongono soggetti collettivi che militano per lapertura e il rispetto dei diritti umani. I governi locali possono appoggiarsi a essi, o favorirne in vario modo lattivit, per ammorbidire e in una certa misura aggirare le restrizioni derivanti dalle politiche nazionali (van der Leun, 2003). Se nellopinione pubblica e nello scacchiere politico prevalgono oggi le spinte verso lirrigidimento dei confini, non di meno minoranze organizzate, attive in ambito sociale e comunicativo, capaci di intervenire nella scena pubblica, riescono a incidere sulla produzione delle politiche, soprattutto a livello locale. La loro azione di lobby, molte volte incisiva, tende a compensare la debole cittadinanza politica degli immigrati e a contrastare le politiche restrittive (Zincone, 1999). La gestione locale delle politiche per gli immigrati segue pertanto pressoch ovunque, anche se con gradi diversi di riconoscimento e visibilit, un approccio di governance allargata, in cui i decisori pubblici interagiscono con le espressioni della societ civile organizzata. Possiamo citare in proposito il caso di Agenda 2010 a Manchester, le varie forme di collaborazione con il tessuto associativo a Bruxelles e a Madrid, o su un piano diverso liniziativa di Marseille Esprance, che coinvolge le diverse comunit religiose. Su alcuni segmenti delle politiche per gli immigrati lapporto di associazioni e terzo settore particolarmente rilevante. Limpopolare tematica dellaccoglienza e della tutela dei richiedenti asilo e degli immigrati in condizione irregolare di solito devoluta in ampia misura a esse. Lo abbiamo rilevato in modo particolare nelle tre citt italiane analizzate, ma la letteratura sullargomento ci informa che questo avviene anche in altri paesi (per il caso olandese: Engbersen e Broeders, 2009; per quello tedesco: Castaeda, 2008; per le cure mediche negli Stati Uniti: Fernndez-Kelly, 2012). I servizi che prendono in carico alcuni bisogni basilari degli immigrati non autorizzati (mense, dormitori, assistenza sanitaria), sono in vari paesi forniti al di fuori della cornice delle istituzioni pubbliche, salvo casi di particolare gravit e urgenza. Data la sensibilit del tema e lindurimento delle politiche nazionali in proposito, questi servizi tendono ultimamente in alcuni paesi a essere erogati in maniera poco visibile, non dichiarata, periferica (per il caso olandese: Van Meeteren, 2010). In altri, dipendono dallappoggio delle autorit locali (per il caso americano: Marrow, 2012). In altri ancora, beneficiano di forme non dichiarate di tolleranza e sostegno (Bommes e Sciortino, 2011; Ambrosini, 2012a). Non di meno, risolvono una spinosa questione: gli Stati moderni considerano la regolamentazione dellammissione sul territorio di cittadini stranieri un aspetto saliente della loro sovranit; ma degli Stati democratici, con ambizioni liberali, non possono agevolmente manifestare noncuranza di fronte alla prospettiva di lasciar morire di fame o di freddo o di malattie 25 infosociale 45

curabili delle persone per il solo fatto che sono prive di un documento, il permesso di soggiorno: rischiano una seria crisi delle basi etiche su cui poggia la loro legittimazione, un soprassalto della sensibilit dellopinione pubblica. Il ricorso, esplicito o implicito, a organizzazioni esterne al perimetro delle istituzioni pubbliche, operanti a livello locale, aiuta a ricomporre il conflitto tra queste due opposte esigenze, fornendo delle vie duscita che consentono di tenere insieme losservanza formale delle leggi e la fornitura effettiva dei servizi necessari alle persone in difficolt (Ambrosini, 2000; van der Leun, 2003). Gli Stati riaffermano la loro sovranit, ma cercano di evitare di essere chiamati in causa in caso di sgradevoli incidenti, salvaguardando la loro legittimazione sul piano dei principi etici. In tal modo, nelleconomia morale delle politiche migratory, la repressione viene bilanciata da alcune forme di compassione (Fassin, 2005). ancora una volta soprattutto a livello locale che la trama sottile dei compromessi, delle tolleranze e delle deleghe sale alla luce. Le organizzazioni della societ civile non si limitano tuttavia a lenire le tensioni tra sovranit statuale e affermazione di diritti umani universali: proprio sul terreno controverso della tutela degli immigrati irregolari hanno dato vita in alcuni casi a forme di protesta e movimenti di advocacy, che si manifestano soprattutto nelle grandi citt, dove i numeri e la concentrazione rendono pi visibili i fenomeni. Nella nostra ricerca, il caso di Bruxelles quello pi appariscente, ma altri studi hanno rilevato analoghe mobilitazioni in altre citt europee, come Parigi e Londra (Chimienti, 2011). Nel caso italiano, risalta il contrasto tra lattivismo delladvocacy coalition delle organizzazioni italiane e la debolezza dellassociazionismo degli immigrati (Kosic e Triandafyllidou, 2005). Ci si pu domandare se loccupazione dello spazio politico e organizzativo da parte di forti e radicati attori collettivi italiani (in modo particolare, sindacati e organizzazioni cattoliche) non sia una causa dello scarso protagonismo degli immigrati. La nostra ricerca conduce a una conclusione di segno contrario: limpegno della societ civile italiana compensa almeno in parte la debolezza politica e organizzativa degli immigrati (cfr. Mahnig, 2004), che per di pi in Italia non godono del diritto di voto locale, accedono alla cittadinanza con tempi lunghi e notevoli difficolt, e mancano pertanto delle risorse che potrebbero consentire di acquisire peso nel mercato politico locale, ottenendo maggiore visibilit e sostegno per le loro associazioni (Boccagni, 2012b).

7.

Il dark side: le politiche locali di esclusione degli immigrati

Le politiche locali non sono per soltanto politiche di inclusione. Le tensioni xenofobe attraversano tutta lEuropa, come abbiamo gi ricordato, e hanno attecchito in diversi paesi, anche nellambito delle istituzioni democratiche. Tra le citt europee studiate, Marsiglia e Bruxelles sono quelle pi interessate. Anche in citt governate dal centro-sinistra come Firenze, sono state infosociale 45 26

emanate ordinanze come quelle contro i lavavetri, che suonano come un indizio della prevalenza culturale delle posizioni securitarie e intolleranti, anche al di fuori dei confini tradizionali della destra politica. Un fenomeno che ha assunto un particolare rilievo in Italia rappresentato dallavvento negli ultimi anni di governi locali che hanno inalberato programmi dichiaratamente ostili agli immigrati e contrappongono interessi e domande della popolazione autoctona a quelli dei residenti stranieri. Il caso di Verona, nellambito della ricerca qui considerata, consente di approfondire la riflessione in proposito. Abbiamo gi accennato in precedenza che la maggior parte dei servizi per gli immigrati non sono stati soppressi, ma questo non significa che le retoriche xenofobe siano innocue e classificabili come una sorta di folklore politico. Nel solco dei nuovi poteri conferiti ai sindaci dal cosiddetto Pacchetto sicurezza emanato dal governo nazionale di centro-destra nel 2008, lamministrazione comunale veronese si segnalata per una nutrita produzione di ordinanze volte a disciplinare i comportamenti sociali: ordinanze antiaccattonaggio, antiprostituzione, anticonsumo di cibo negli spazi pubblici. Tutti provvedimenti che avevano di mira, talvolta esplicitamente, certe componenti della popolazione immigrata, pi immediatamente percepite come moleste. Un altro importante tassello del mosaico delle politiche locali rappresentato dal tentativo di introdurre trattamenti differenziali e barriere nellaccesso a determinati servizi e benefici locali, come ledilizia sociale. Sul terreno del pluralismo religioso, mentre in varie citt europee, pur tra resistenze e difficolt (Maussen, 2009), si promuove il dialogo, a Verona sono prevalse preoccupazioni di controllo e anche di contrasto dichiarato nei confronti delle espressioni locali dellIslam e dellapertura di luoghi di culto. Se si guarda ai casi analoghi riscontrati in altre regioni settentrionali (Manconi e Resta, 2010; Ambrosini, 2012b), non importa molto che sia le norme ispirate al pacchetto sicurezza, sia vari impedimenti alla libert di culto siano stati sconfessati dalla magistratura: queste misure sono soprattutto un messaggio politico rivolto ai cittadini elettori. Intendono comunicare che lamministrazione locale li tutela contro lintrusione degli estranei, contro i loro comportamenti avvertiti come disturbanti, contro le espressioni culturali considerate contrastanti con le tradizioni locali, contro la concorrenza per la fruizione di servizi e risorse pubbliche. Puntano a raccogliere consenso a costi relativamente bassi. In tal modo per, le politiche locali promuovono e istituzionalizzano le contrapposizioni tra noi e loro, tra residenti di origini diverse che condividono lo stesso territorio. Di fatto incentivano la separatezza e la tensione tra maggioranza e minoranze. Brandiscono e cercano di tradurre in misure politiche effettive le tre principali motivazioni della chiusura nei confronti degli immigrati: la paura rispetto alla sicurezza; la competizione per laccesso ai benefici del welfare; la difesa di una vera o presunta identit culturale del territorio (Ambrosini e Caneva, 2012). 27 infosociale 45

Nel contempo, questa impostazione della questione dei rapporti interetnici ha provocato la reazione della coalizione pro-immigrati, coadiuvata da giuristi che hanno pi volte trascinato in tribunale lamministrazione veronese, come quelle di vari altri Comuni dellItalia settentrionale, e ottenuto sentenze favorevoli. Le politiche di esclusione sono anche un magnete per la mobilitazione delle forze sociali e la formazione di inedite alleanze tra attori molto diversi fra loro, ma accomunati dalla lotta contro le discriminazioni etniche. Societ civili vigilanti e discesa in campo a fianco degli immigrati da parte di attori italiani socialmente ben insediati, come la chiesa cattolica e i sindacati dei lavoratori, si rivelano un presidio imprescindibile contro le derive xenofobe. Per diversi anni, con un picco tra il 2008 e il 2010, i messaggi politici securitari e ostili agli immigrati hanno raccolto in Italia un innegabile consenso elettorale. Pi di recente, gli esiti delle elezioni locali (primavera 2011), e soprattutto il voto milanese, sembrano indicare uninversione di tendenza. Come se gli slogan contro le moschee e le zingaropoli non facessero pi presa. presto per dichiarare che le pulsioni xenofobe siano passate di moda e si stia affermando una diversa visione politica dei rapporti interetnici, ma legittimo notare che la cultura dellesclusione non pi egemone. Occorre per ribadire che a livello europeo, anche in paesi con lunghe tradizioni di liberalismo e di apertura, come lOlanda o la Svezia, stanno conquistando consensi nuove formazioni politiche populiste e xenofobe. In Catalonia, diverse amministrazioni locali hanno assunto di recente posizioni molto simili a quelle delle citt italiane governate da coalizioni di centro-destra in cui la Lega Nord ha un peso determinante (Burchianti e Zapata Barrero, 2012). NellEuropa del XXI secolo, la questione dellaccoglienza e del trattamento di immigrati, rifugiati, minoranze etniche appare sempre pi un tema scottante dellagenda politica.

8.

Rilievi conclusivi: multiculturalismi urbani in cerca di nuovi linguaggi politici

La ricerca analizzata ha confermato che il livello locale assume un crescente rilievo e una maggiore autonomia nellambito delle politiche di gestione delle questioni legate allimmigrazione e alla formazione di minoranze etniche. Le politiche locali si rivelano per molti aspetti indipendenti dalle filosofie nazionali dichiarate di integrazione dei migranti. Sono pi sensibili, per forza di cose, ai problemi effettivi e alle dinamiche sociali derivanti dallinsediamento di popolazioni di origine diversa, meno alle enunciazioni di principio. Pagano innegabilmente un tributo alle sollecitazioni neoassimilazionistiche oggi prevalenti nel discorso pubblico, lasciando cadere molto del linguaggio multiculturalista dellultimo scorcio del secolo scorso, ed enfatizzando piuttosto obiettivi di coesione sociale e di integrazione nella societ ospitante. Nei fatti, infosociale 45 28

non hanno modificato molto il pacchetto di servizi offerti, e quando lo hanno fatto, stato soprattutto per effetto dei tagli alla spesa sociale motivati dalla crisi economico-finanziaria. Hanno aggiunto soprattutto corsi di lingua e cultura nazionale, talvolta obbligatori per i nuovi arrivati, sullonda delle istanze neo-assimilazionistiche. Sul piano comunicativo invece, i governi urbani tendono di pi oggi a sottolineare orientamenti verso la coesione e il benessere complessivo della societ locale, a ridefinire o annacquare interventi mirati sulle popolazioni immigrate e sulle minoranze etniche. NellEuropa settentrionale, la maturazione demografica dellimmigrazione e la diversificazione delle componenti minoritarie favoriscono questi processi, giacch in paesi come la Francia e il Regno Unito la maggior parte degli interessati sono cittadini nazionali e la loro collocazione nella stratificazione sociale, sia pure a fatica, tende a disperdersi e non pi a concentrarsi soltanto nei gradini pi bassi delle gerarchie sociali. Per ragioni analoghe ma di segno opposto, queste ridefinizioni risultano meno agevoli in Italia e in Spagna, dove limmigrazione prevalentemente ancora di prima generazione e ha cittadinanza straniera. Quanto al multiculturalismo, ne abbiamo visto le ridefinizioni e declinazioni nelle politiche urbane. Possiamo allora parlare, malgrado il declino della fortuna politica del termine, di un multiculturalismo inclusivo e dichiarato nel caso di Francoforte; di un multiculturalismo deenfatizzato e pragmatico a Manchester; di un multiculturalismo composito, integrazionista e celebrativo a Bruxelles; di un multiculturalismo di fatto, praticato nel silenzio, a Marsiglia; di un multiculturalismo volontaristico e altalenante a Madrid. Come e forse pi del passato, le politiche locali faticano invece ad aggredire i grandi nodi strutturali, come la discriminazione nel mercato del lavoro, la segregazione residenziale, i fallimenti scolastici delle minoranze etniche. La contrazione degli investimenti di welfare e il declino del consenso politico su questi obiettivi complicano la ricerca di nuove risposte, che in ogni caso richiederebbero grandi riforme su scala almeno nazionale. A livello locale tuttavia molti progetti e misure innovative tendono a perseguire miglioramenti puntuali delle condizioni delle minoranze svantaggiate e dei quartieri in cui sono spesso relegate. Pi popolari sono invece le iniziative volte a celebrare il volto multietnico delle citt, anche a costo di sconfinare nella sfera del folklore. Fare della diversit un elemento di attrazione diventato uno degli obiettivi di un marketing urbano pi sofisticato e per certi aspetti alternativo a quello convenzionale. Nel mondo contemporaneo, i quartieri etnici sono visti in molti casi come icone di degrado e segregazione urbana. Tuttavia in determinate circostanze, in presenza di politiche urbane dinamiche e di operatori economici intraprendenti, i quartieri degli immigrati possono trasformarsi in attrazioni turistiche, luoghi del loisir e di esperienze culturali che riproducono vicino a casa il fascino di mondi lontani (Rath, 2007; Semi, 2004). Come ha rilevato in modo particolare 29 infosociale 45

Zukin (1998), si corre il rischio di una mercificazione della diversit, che tuttavia ha il merito di vedere come risorse economiche per le citt le culture minoritarie e gli spazi urbani in cui le minoranze si insediano e le loro offerte culturali diventano fruibili. Quartieri etnici un tempo malvisti ed evitati, come ghetti insalubri e pericolosi, dopo adeguati interventi di restyling, in alcune citt si stanno trasformando in poli di attrazione turistica e commerciale. I responsabili delle politiche urbane dellimmigrazione, consapevoli della delicatezza del tema e della limitatezza delle risorse, cercano alleati, soprattutto quando devono mediare tra politiche nazionali restrittive e fenomeni locali difficilmente trattabili soltanto come questioni di sicurezza e ordine pubblico. Il raccordo con le forze sociali e con i soggetti organizzati delle societ civili un elemento ricorrente nei processi di costruzione delle politiche e nella produzione dei servizi. Soprattutto questioni spinose come quelle dei richiedenti asilo o degli immigrati non autorizzati richiedono la formazione di reti di rapporti e di alleanze strategiche tra attori diversi. Senza dimenticare la funzione di stimolo che svolgono i movimenti che richiedono il rispetto dei diritti umani e lallargamento delle maglie dellaccoglienza. Il protagonismo del terzo settore non dunque una peculiarit italiana o sud europea, anche se in Italia ha conosciuto unindubbia visibilit e capacit innovativa. Un ambito in cui il caso italiano ha portato alla ribalta orientamenti che in vari modi si stanno diffondendo in altri contesti europei, come quello spagnolo gi ricordato, e pure oltreoceano (Hagan, Rodriguez e Castro, 2011), per anche quello delle politiche locali di esclusione: politiche per molti aspetti dichiarate, retoricamente affermate ma difficilmente implementabili, spesso contrastate dallassociazionismo pro-immigrati e dalle sentenze della magistratura, ma non per questo innocue nella produzione di steccati e contrapposizioni tra popolazioni native e minoranze immigrate. Questi tentativi di respingere le trasformazioni in senso multietnico che stanno avvenendo nelle citt dellEuropa meridionale sono la spia pi acuta di un deficit di mediazione culturale e politica: il multiculturalismo quotidiano (Colombo e Semi, 2007) che si produce nelle molteplici occasioni di incontro, scambio e convivenza negli spazi urbani stenta a trovare unadeguata rappresentazione nei progetti e nelle strategie di governo delle citt. Concludendo, il multiculturalismo non finito, ma sta cercando a livello locale il linguaggio e le modalit per rilegittimarsi, in un contesto politico e sociale certamente meno favorevole del passato, ma in cui i processi sociali effettivi accrescono le diversit urbane e la necessit di governarle. Servono pi che mai visioni e idee capaci di rilanciare dal basso le politiche migratorie, valorizzando le esperienze positive di incontro tra persone e gruppi di origine diversa che avvengono ogni giorno nelle citt europee.

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LA PRESENZA IMMIGRATA IN PROVINCIA DI TRENTO: ALCUNI INDICATORI ESSENZIALI (31.12.2011)

Popolazione straniera residente 50.708 unit (+4,3% rispetto al 2010). Non comunitari: 73,5%. Componente femminile: 52,3%. Incidenza totale sulla popolazione residente: 9,5%. Macro-aree geografiche di provenienza Unione europea (27 Paesi): 26,5%; Europa centro-orientale: 39,1%; Maghreb: 14,6%; Asia: 9,9%; America centro-meridionale: 6,3%; Altri (Nord America/Oceania/altri paesi africani/altri paesi europei): 3,6%. Primi gruppi nazionali Romania (18,5%); Albania (14,0%); Marocco (9,6%); Macedonia (6,6%); Moldova (5,7%); Ucraina (4,9%); Serbia-Montenegro-Kosovo (4,7%); Pakistan (4,4%); Tunisia (3,4%); Polonia (2,8%).

Motivi del soggiorno Lavoro (50,0%); Famiglia (40,2%); Studio (3,3%); Altri motivi (6,5%).

Nati stranieri nel 2011: 896 (+0,4% rispetto al 2010). Incidenza sul totale dei nati: 16,9%. Tasso di natalit della popolazione residente con cittadinanza straniera: 18,04. Alunni con cittadinanza non italiana (a.s. 2011/2012): 9.436 (11,4% del totale degli alunni) (+6,5% rispetto alla.s. 2010/2011). Distribuzione per ordine di scuola: scuole dellinfanzia (23,2%); primarie (35,9%); secondarie di I grado (22,3%); secondarie di II grado (18,6%). Ricoveri di pazienti stranieri nel 2011: 7.110 (+5,6% rispetto al 2010). Accessi di cittadini stranieri alle strutture di pronto soccorso nel 2011: 33.772 (+2,9% rispetto al 2010). Assunzioni di lavoratori stranieri nel 2011: 45.552 (+2,4% rispetto al 2010). Distribuzione per settori: Agricoltura (33,4%); Industria (14,8%); Terziario (51,8%).

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CAPITOLO PRIMO IL PROFILO SOCIODEMOGRAFICO

Risultano essere ormai cinquantamila, allinizio del 2012, i cittadini stranieri residenti in Trentino. Il loro ammontare numerico cambia, ma in misura abbastanza modesta, se alla fonte tradizionale degli iscritti allanagrafe sostituiamo, per questanno, la banca dati dei censiti ovvero degli stranieri di cui il censimento del 2011 ha rilevato una presenza stabile nel territorio provinciale. Arriveremmo cos a circa 46mila unit (per la precisione: 45.704). Possiamo quindi collocare il dato reale degli stranieri regolari presenti in Trentino, nel 2012, in un punto allinterno di questa forbice, che sconta due fattori di relativa imprecisione: limperfetta misurazione delle migrazioni da parte delle anagrafi comunali e lerrore di copertura del censimento (Bonifazi, 2012).1 Quale che sia il valore numerico esatto peraltro sempre provvisorio, vista lincessante evoluzione demografica di ogni popolazione, nonch la mobilit territoriale degli stranieri , il dato di fondo inequivocabile: poco meno di una su dieci, tra le persone che abitano in provincia di Trento, ormai di nazionalit non italiana. Da questo semplice dato, ovvero dal riconoscimento della strutturalit dellimmigrazione anche dopo svariati anni di crisi economica, possiamo partire per lanalisi della distribuzione sociale, demografica e territoriale dei cittadini stranieri.

1.1 Levoluzione delle presenze straniere nel territorio locale


Ad allargare lo sguardo sullultimo ventennio, bastano pochi indicatori per capire come le presenze straniere siano passate, anche in Trentino, da aspetto numericamente marginale a fenomeno sociale diffuso e radicato. Se la popolazione straniera del 2012 circa 30 volte pi numerosa di quella di fine anni 90, almeno in termini di residenti regolari, il dato della sua incidenza percentuale appare ancora pi eloquente: pochi decimi di punto percentuale allora, e poco meno del 10% del totale, oggi. Se restringiamo il campo dosservazione agli ultimi anni, peraltro, non possiamo non notare lo spartiacque segnato dalla crisi economica e occupazionale. Dal 2008 in poi i tassi di incremento relativo dei residenti stranieri, pur positivi, sono pi bassi di
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In effetti, come sottolineano i demografi, che esista una certa discrepanza tra le due banche dati anagrafi e censimento un risultato scontato (Bonifazi, 2012). Ci vale per gli stranieri, ma anche per la generalit della popolazione, bench, nel secondo caso, la discrepanza sia inferiore. Va anche rilevato che alla data di chiusura di questo Rapporto (dicembre 2012) il valore assoluto degli stranieri residenti (a ottobre 2011) era pressoch lunico dato censuario disponibile, relativamente al caso trentino. Tutte le analisi riportate in questo capitolo si sono quindi basate sulle fonti di dati tradizionali, anche in chiave comparativa con le informazioni raccolte nelle annualit precedenti.

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quelli del decennio precedente, e sistematicamente decrescenti. Il dato del 2011 (+4,3% sulla precedente annualit), in particolare, segnala lincremento relativo pi modesto di tutto larco di tempo considerato nella tabella 1. Se le presenze straniere in Trentino (o nel resto dItalia) non accennano a diminuire, nonostante il persistere della crisi, tuttavia vero che la dinamica di crescita del fenomeno come mostra anche la fig. 1 notevolmente rallentata, specie per quanto riguarda i nuovi flussi migratori dallestero. Sotto questo profilo il caso trentino si allinea al panorama nazionale: come ha da poco rilevato il Rapporto annuale della Fondazione ISMU (2012), per la prima volta la crescita della presenza straniera nel nostro Paese sostanzialmente pari a zero. Sul piano nazionale sono stati infatti rilevati tassi di incremento dellimmigrazione per lavoro ancora pi modesti, a fronte di un relativo aumento dei flussi emigratori di cittadini italiani. Ed proprio nellarea del Nord-est, da sempre particolarmente attrattiva per la forza lavoro straniera, che ISMU mette in luce la pi accentuata riduzione dei nuovi flussi di immigrazione.
Tab. 1 - Popolazione straniera residente in provincia di Trento: valori assoluti e indicenza % sulla popolazione totale. Rilevazione al 31.12 di ogni anno, per gli anni 1989-2011
Anno 1989 1990 1991 1992 1993 1994 1995 1996 1997 1998 1999 2000 2001 2002 2003 2004 V.A. 1.656 2.715 3.797 4.535 5.625 6.715 7.418 8.152 9.222 10.394 12.165 14.380 16.834 19.101 22.953 26.923 % su pop. 0,4 0,6 0,8 1,0 1,2 1,5 1,6 1,8 2,0 2,2 2,6 3,0 3,5 3,9 4,7 5,4 tasso di crescita annua 10,7 63,9 39,9 19,4 24,0 19,4 10,5 9,9 13,1 12,7 17,0 18,2 17,1 13,5 20,2 17,3

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Anno 2005 2006 2007 2008 2009 2010 2011

V.A. 30.314 33.302 37.967 42.577 46.044 48.622 50.708

% su pop. 6,0 6,6 7,4 8,2 8,8 9,2 9,5

tasso di crescita annua 12,6 9,9 14,0 12,1 8,1 5,6 4,3

fonte: elaborazione Cinformi su dati ISTAT e Servizio Statistica - PAT

Fig. 1 - Popolazione straniera residente in provincia di Trento: valori assoluti e variazioni %, anni 1989-2011, al 31.12 di ogni anno
(fonte: elaborazione Cinformi su dati ISTAT e Servizio Statistica PAT)

70 60 50 40

60.000 50.000 40.000 30.000

30 20 10 0 20.000 10.000 0

89 90 91 92 93 94 95 96 97 98 99 00 01 02 03 04 05 06 07 08 09 10 11 19 19 19 19 19 19 19 19 19 19 19 20 20 20 20 20 20 20 20 20 20 20 20

variazioni%

residenti

In termini comparativi, e in questo quadro di crescita numerica sempre pi rallentata, la provincia di Trento caratterizzata, ormai da un decennio, da unincidenza relativa di immigrati residenti che pi alta del dato medio regionale, oltre che di quello regionale. Ancora pi alta la quota relativa di stranieri tra i residenti del comune di Trento, che pure, in questa graduatoria, si colloca alle spalle di molte citt venete, lombarde o emiliane a immigrazione diffusa. 37 infosociale 45

Fig. 2 - Andamento dellincidenza percentuale degli stranieri residenti sul totale della popolazione residente dal 1993 al 2011: confronto tra Comune di Trento, Provincia di Trento, Regione Trentino Alto Adige, Italia2
(fonte: Comune di Trento, 2011 e 2012 e Istat)
14,0 12,0 10,0 8,0 6,0 4,0 2,0 0,0

93 94 5 96 7 98 99 00 01 02 03 04 05 06 7 8 09 10 11 19 19 199 19 199 19 19 20 20 20 20 20 20 20 200 200 20 20 20


Provincia di Trento Trentino Alto Adige Italia

Comune di Trento

Veniamo ora alle macro-aree geografiche di provenienza dei cittadini stranieri in Trentino. Come suggerisce la figura 3, la principale costante nella composizione per nazionalit della popolazione straniera, da met anni novanta in poi, risiede nella prevalenza relativa dellimmigrazione dallEuropa dellEst. Sistematicamente in calo , nel ventennio considerato, il peso corrispettivo dellimmigrazione africana, riconducibile principalmente al Maghreb. Pi oscillante la consistenza della componente comunitaria, a riflesso dei confini mutevoli di questa categoria amministrativa: a ogni successivo allargamento della UE corrisponde un relativo incremento della quota di immigrati che perdono la tradizionale e stigmatizzante qualifica di extracomunitari. Di particolare rilievo, per il caso trentino, gli allargamenti UE del 2004 (con ingresso nella UE, tra gli altri, dei cittadini polacchi) e soprattutto del 2008 (Romania, Bulgaria).

Per la Regione Trentino Alto Adige e lItalia, i valori al 31.12.2011 sono stime di fonte Istat.

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Fig. 3 - Popolazione straniera residente in provincia di Trento per macroaree geograche: valori %, anni 1991-1995-1999-2003-2007-2011, al 31.12 di ogni anno
(fonte: elaborazioni su dati ISTAT e Servizio Statistica - PAT)
60 50 40 30 20 10 0 UE Resto Europa Africa America Asia 1991 31,7 15,3 36,8 11,0 5,2 1995 14,2 43,8 28,3 8,7 5,0 1999 9,9 48,5 27,8 7,0 6,8 2003 5,3 55,5 24,1 7,7 7,4 2007 24,9 40,3 19,6 7,1 8,1 2011 26,5 39,2 17,8 6,5 9,9

Entriamo ora nel merito dei gruppi nazionali maggiormente rappresentati. Un confronto tra le categorie che figurano in prima posizione in tab. 2, al passare degli anni, segnala la sostanziale trasformazione che ha investito le presenze straniere ufficialmente rilevate nel territorio provinciale: da fenomeno numericamente esiguo e legato soprattutto a paesi ricchi, a processo di insediamento via via pi diffuso e diversificato, con la prevalenza relativa dapprima della componente marocchina, poi della albanese, infine della romena. Almeno per quanto riguarda il peso di questi tre gruppi nazionali, il caso trentino ricalca oggi il panorama medio dellimmigrazione nel resto del Paese. Va naturalmente ricordato, nel mettere a confronto i dati dei vari anni, che non tutta la crescita relativa della popolazione straniera discende da nuovi flussi in ingresso ovvero dallimmigrazione in senso stretto. Altrettanto rilevante stato, negli anni novanta e duemila, il peso delle periodiche regolarizzazioni, che ha portato al riconoscimento amministrativo di lavoratori e lavoratrici straniere generalmente gi presenti nel territorio locale (Ambrosini, 2010; Colombo, 2012). Va poi considerato il ruolo della dinamica di crescita endogena ovvero delle seconde generazioni, i nati (in Trentino) da coppie di cittadini stranieri; un fenomeno che, come vedremo, incrementa la contabilit dei cittadini immigrati di circa 8-900 nuove unit lanno.

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Tab. 2 - Quadro sinottico relativo alle dieci nazionalit numericamente pi consistenti negli anni 1988, 1991, 1996, 2001, 2006, 2011
Posizione I II III IV V VI 1988 Germania (360) Svizzera (103) Marocco (89) Paesi Bassi (84) Regno Unito (76) Austria (71) Francia (70) Stati Uniti (57) Brasile (45) Singapore (43) 66,7% 1991 Marocco (767) Jugoslavia (443) Germania (411) Tunisia (390) Albania (173) Paesi Bassi (109) Svizzera (102) Argentina (89) Francia (89) Polonia (88) 70,1% 1996 Marocco (1.434) Jugoslavia (1.068) Albania (634) 2001 Marocco (2.845) Albania (2.701) Macedonia (1.542) 2006 Albania (5.331) Marocco (4.106) Romania (3.996) 2011 Romania (9.393) Albania (7.122) Marocco (4.886) Macedonia (3.364) Moldova (2.880) Ucraina (2.469) Serbia, Mont., Kos. (2.367) Pakistan (2.206) Tunisia (1.749) Polonia (1.420) 74,7%

Macedonia Serbia, Mont. Macedonia (559) (1.479) (2.547) Tunisia (489) Germania (479) Bosnia-Erz. (473) Croazia (372) Polonia (217) Romania (162) 72,2% Romania (942) Tunisia (917) Pakistan (600) Bosnia-Erz. (594) Germania (525) Croazia (499) 75,1% Serbia, Mont. (2.048) Tunisia (1.509) Ucraina (1.422) Pakistan (1.168) Moldova (1.040) Polonia (982) 72,5%

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VIII IX X % prime 10 su tot.

fonte: elaborazioni Cinformi su dati Servizio Statistica PAT

Da ultimo, i dati dellanagrafe trentina sul movimento naturale e migratorio degli stranieri (tab. 3 e 4) segnalano un quadro di sostanziale continuit con gli anni precedenti. Il numero degli stranieri iscritti allanagrafe rimane largamente superiore a quello degli stranieri che ne sono stati cancellati. Va tuttavia rimarcato a conferma delle considerazioni gi svolte il sensibile calo degli stranieri iscritti dallestero, nonch lincremento delle cancellazioni dallanagrafe per effetto di un trasferimento in altre province italiane (e in misura minore, di una dichiarazione di ritorno in patria). A fronte di questi dati, va anche ricordato che una recente indagine dellISTAT (2012a) a partire da una fonte diversa i permessi di soggiorno in vigore ha segnalato limportante capacit di stabilizzazione esercitata dal contesto locale trentino, infosociale 45 40

nello scenario nazionale. Per ogni 100 immigrati non comunitari che avevano ottenuto il primo permesso di soggiorno in provincia di Trento nel 2007, quattro anni pi tardi fine 2011 l89,4% era ancora presente a titolo regolare nello stesso territorio provinciale. In una ipotetica classifica della capacit di trattenimento delle diverse aree locali del paese, il Trentino si collocherebbe nella parte superiore della graduatoria, alle spalle di province come Bolzano, Genova, Aosta e Imperia.
Tab. 3 - Movimento naturale e migratorio della popolazione residente straniera - anno 2011
Nati Morti Iscritti, di cui: dalla provincia di Trento da altre province italiane dall'estero altri Cancellati, di cui: per la provincia di Trento per altre province italiane per l'estero altri 896 60 6.973 2.449 951 3.265 308 4.582 2.459 641 710 772

fonte: elaborazioni Cinformi su dati Servizio Statistica - PAT

Tab. 4 - Variazioni percentuali 2011-2010


Nati Morti Iscritti, di cui: dalla provincia di Trento da altre province italiane dall'estero altri Cancellati, di cui: per la provincia di Trento per altre province italiane per l'estero altri -3,6 23,5 9,6 -14,8 -2,4 -0,5 -14,6 -5,2 0,4 1,7

fonte: elaborazioni Cinformi su dati Servizio Statistica - PAT

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1.2 Immigrati e cittadini (di altri Paesi): gruppi nazionali e permessi di soggiorno
Alla fine del 2011, tra gli stranieri residenti in Trentino, le donne sono sensibilmente pi numerose degli uomini, confermando una tendenza alla femminilizzazione che, pur molto diversificata a seconda dei flussi, in atto da diversi anni. In due casi su tre, come si pu constatare dalla tab. 5, quelli che chiamiamo immigrati sono cittadini di Paesi europei; in un caso su quattro si tratta anzi di cittadini dellUnione europea, ovvero comunitari persone che sul piano formale, se non a livello sostanziale, non figurano pi nella categoria degli immigrati stranieri, ma sono titolari di uno status per molti versi equiparato a quello dei cittadini nazionali.
Tab. 5 - Popolazione straniera residente in provincia di Trento, per sesso e area geograca (31.12.2011)
% maschi EUROPA Europa 15 Paesi di nuova adesione (2004 e 2007) Europa 27 Europa centro-orientale (non comunitari) Altri paesi europei AFRICA Africa settentrionale Altri paesi africani ASIA Asia orientale Altri paesi asiatici AMERICA America settentrionale America centro-meridionale OCEANIA Apolidi TOTALE 45,1 41,0 44,2 43,8 45,9 33,3 56,0 54,9 61,6 56,2 48,2 59,9 38,2 43,6 38,0 33,3 66,7 47,7 V.A. 33.332 1.659 11.768 13.427 19.842 63 9.018 7.562 1.456 5.030 1.585 3.445 3.310 101 3.209 15 3 50.708 % su tot. 65,7 3,3 23,2 26,5 39,1 0,1 17,8 14,9 2,9 9,9 3,1 6,8 6,5 0,2 6,3 0,0 0,0 100,0

fonte: elaborazione Cinformi su dati Servizio Statistica - PAT

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Tab. 6 - Trentino. Cittadini non comunitari regolarmente presenti. 2008-2012 (dati al 1 gennaio)*
Maschi 2008 2009 2010 2011 2012 16.391 18.278 19.132 21.140 19.161 Femmine 14.883 17.550 18.951 20.571 19.554 Totale 31.274 35.828 38.083 41.711 38.715

* Dati comprensivi dei <14 anni annessi al permesso di soggiorno del genitore. fonte: elaborazioni Cinformi su dati Istat

Per quanto riguarda gli stranieri non comunitari, pari a poco meno dei tre quarti del totale, va anzitutto considerata una serie storica ricostruita dallISTAT, a partire dai dati del Ministero dellInterno. Questa fonte conteggia, oltre che i titolari di documenti in corso di validit, anche i minori registrati nel permesso di un genitore. A giudicare da questa banca dati (tab. 6), per il Trentino, il numero di cittadini non comunitari risulta nel 2011 in relativo calo, per la prima volta, rispetto agli anni precedenti. Saranno le rilevazioni dei prossimi anni a dire se si tratti di una vera e propria inversione di tendenza o di una semplice fluttuazione. Al di l di questo, un indicatore importante sotto il profilo della loro stabilizzazione dato dallammontare dei permessi di soggiorno di lungo periodo (le ex carte di soggiorno), che esimono i titolari dalla necessit di rinnovi ravvicinati nel tempo. Nel caso della provincia di Trento, secondo recenti rilevazioni di fonte ISTAT, sono stati rilasciati tra il 2011 e il 2012 oltre 28mila permessi di questo tipo. Come risultato, sei cittadini stranieri su dieci (59,9%), nellambito dei non comunitari, risultano oggi titolari di un permesso di soggiorno di lungo periodo. interessante notare che questo indicatore colloca il contesto trentino al di sopra della media nazionale, a cui corrisponde unincidenza di permessi di lungo periodo pari al 52% dei permessi di soggiorno in vigore. Limitatamente al 2011, una fonte di dati diversa dalla precedente la Questura di Trento ci permette di approfondire la distribuzione per nazionalit dei permessi di lungo periodo, almeno per le collettivit nazionali pi numerose (tab. 7). Da questa fonte, che non contabilizza in modo autonomo i permessi in capo ai minori, facile constatare che il grosso delle nuove carte di soggiorno va a beneficio di gruppi nazionali con una certa anzianit migratoria: Albania, Marocco e Macedonia, in circa la met dei casi.

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Tab. 7 - Documenti a validit illimitata rilasciati in provincia di Trento nel 2011: primi 10 gruppi nazionali
Gruppi nazionali Albania Marocco Macedonia Ucraina Pakistan Serbia-Montenegro-Kosovo Tunisia Moldova Cina, Rep.Pop. Algeria Altri paesi Totale V.A. 1.170 684 427 390 264 230 213 203 174 138 715 4.608 % 25,4 14,8 9,3 8,5 5,7 5,0 4,6 4,4 3,8 3,0 15,5 100,0

fonte: elaborazione Cinformi su dati Questura di Trento

Sempre in relazione agli stranieri non comunitari, i dati sui permessi di soggiorno come noto si prestano a essere disaggregati secondo la motivazione che ne costituisce il presupposto. Ci possibile per i normali permessi di soggiorno, vale a dire escludendo la quota, ormai maggioritaria, dei soggiornanti di lungo periodo. Per questo specifico segmento di popolazione straniera si pu constatare, nellinsieme (tab. 8), una certa prevalenza dei permessi per motivi di famiglia (anche se questultima categoria include anche i permessi per i minori, sicch il dato va considerato con cautela). Pi precisamente: tra i soggiornanti di sesso maschile la componente lavoro rimane maggioritaria, mentre sopravanzata dalla componente famiglia nelle fila delle donne. interessante rilevare la chiara predominanza maschile non soltanto tra i titolari di permessi umanitari, ma anche dato meno ovvio tra i titolari di permessi per motivi di studio.

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Tab. 8 - Trentino. Cittadini non comunitari regolarmente presenti per motivo della presenza e sesso, al 1.1.2012*
Valori assoluti Maschi Lavoro Famiglia (**) Studio Asilo/Umanitari Altro Totale 3.579 2.716 539 275 132 7.241 Femmine 2.642 4.959 453 110 116 8.280 Totale 6.221 7.675 992 385 248 15.521 Composizione % Maschi 49,4 37,5 7,4 3,8 1,8 100,0 Femmine 31,9 59,9 5,5 1,3 1,4 100,0 Totale 40,1 49,4 6,4 2,5 1,6 100,0

* Sono esclusi coloro che hanno un permesso di lungo periodo o una carta di soggiorno, e il dato relativo ai minori di 18 anni provvisorio a causa di ritardi nella registrazione dell'informazione. ** Sono compresi i minori registrati sul permesso di un adulto anche se rilasciato per motivi di lavoro. fonte: elaborazioni Cinformi su dati Istat

Se ora limitiamo lattenzione al dato di flusso ovvero ai nuovi permessi di soggiorno rilasciati nel corso del 2011 , possiamo nuovamente appoggiarci ai dati della Questura di Trento. Il dato fornito da questultima fonte comprensivo delle carte di soggiorno, ma indica pur sempre un numero di rilasci circoscritto allanno di riferimento. indicativo delle linee di crescita recente, e della composizione per motivi di rilascio, ma non dello stock di permessi di soggiorno in vigore. Come indica la tab. 9, la graduatoria dei permessi di soggiorno rilasciati o rinnovati nel 2011 tende a ricalcare il peso dei gruppi nazionali pi numerosi con la vistosa eccezione della Macedonia, che largamente sotto-rappresentata. La fortissima variazione negativa, rispetto allanno precedente, potrebbe essere in questo caso legata alla crisi dei settori occupazionali, come lartigianato e lestrattivo, in cui la forza lavoro macedone appare maggiormente rappresentata. Per il resto, facile constatare come il peso maggiore di permessi rilasciati per lavoro corrisponda a flussi migratori relativamente recenti e poco familiarizzati, come lucraino e, in misura minore, il moldavo.

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Tab. 9 - Permessi di soggiorno rilasciati in provincia di Trento nel 2011: motivi del rilascio per i primi 10 gruppi nazionali, valori assoluti e %; variazioni % 2011-2010
Motivi del rilascio Gruppi nazionali Albania Marocco Moldova Ucraina Macedonia Pakistan Serbia, Monten. e Kosovo Cina, Rep.Pop. Tunisia India Altri Paesi Totale lavoro 1.188 870 886 854 428 403 374 316 303 188 1.404 7.214 % % lavoro famiglia famiglia su tot. su tot. 45,5 51,9 64,4 78,6 46,0 51,1 50,3 52,4 51,8 55,0 38,1 50,0 1.144 661 359 158 374 272 245 165 196 83 979 4.636 43,8 39,4 26,1 14,5 40,2 34,5 33,0 27,4 33,5 24,3 26,6 32,1 altro 281 145 131 75 128 113 124 122 86 71 1.301 2.577 totale 2.613 1.676 1.376 1.087 930 788 743 603 585 342 3.684 14.427 % 18,1 11,6 9,5 7,5 6,4 5,5 5,2 4,2 4,1 2,4 25,5 100,0 variaz. % 20112010 11,2 8,3 9,9 31,0 -99,2 -6,1 7,8 11,0 8,1 25,7 15,8 13,2

fonte: elaborazione Cinformi su dati Questura di Trento

Della voce altri motivi di rilascio, poco meno della met corrisponde a permessi per motivi di studio. Si tratta di un migliaio di unit, riconducibile a studenti albanesi (11% del totale), ma anche di provenienza asiatica (cinesi, 7%; russi, 6%; indiani, 4%) e africana (etiopi, 7%; camerunensi, 3%). Da ultimo, la voce altri permessi comprende principalmente titoli di soggiorno per asilo, richiesta asilo, motivi umanitari e protezione sussidiaria. A completamento del quadro qui esposto, utile considerare anche e sempre dalla fonte Questura il dato dello stock dei permessi di soggiorno in vigore (tab. 10). I numeri indicati dalla tabella seguente sono sensibilmente pi bassi di quelli tracciati dalle rilevazioni ISTAT, prima esposte. La discrepanza appare legata al fatto che la banca dati ISTAT, come detto, include anche i minori registrati nel permesso di un adulto (cio che lo rende direttamente confrontabile con larchivio degli iscritti allanagrafe). Il dato fornito dalla Questura, invece, non include i permessi di soggiorno dei minori come item di contabilit a se stanti.

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Tab. 10 - Permessi di soggiorno validi in provincia di Trento al 31/12/2011: motivi di rilascio per i primi 10 gruppi nazionali - valori assoluti; incidenza % dei permessi per motivi di lavoro e di famiglia
Gruppi nazionali Albania Marocco Macedonia Moldova Ucraina Serbia, Monten. e Kosovo Pakistan Tunisia Cina Bosnia-Erzegovina Altri Paesi Totale lavoro 2.479 1.794 1.143 1.537 1.752 917 859 754 518 307 3.037 15.097 % lavoro su tot. 46,0 49,4 45,2 61,9 76,8 50,5 54,3 56,4 54,6 48,3 40,3 50,0 famiglia 2.560 1.652 1.171 774 418 709 570 514 284 302 3.180 12.134 % famiglia su tot. 47,5 45,5 46,3 31,2 18,3 39,0 36,1 38,5 29,9 47,5 42,1 40,2 altro 346 184 217 173 110 191 152 68 147 27 1.328 2.943 Totale 5.385 3.630 2.531 2.484 2.280 1.817 1.581 1.336 949 636 7.545 30.174

fonte: elaborazione Cinformi su dati Questura di Trento

Per quanto riguarda i gruppi nazionali stranieri pi numerosi, la consueta contabilit degli iscritti allanagrafe permette di disegnare il quadro della tab. 11. Come si pu vedere, i Paesi est-europei rappresentano il bacino di provenienza pi significativo per le presenze straniere in provincia di Trento. Sette, dei dieci flussi migratori pi consistenti, sono per lappunto est-europei; i due pi cospicui limmigrazione romena e albanese danno conto, da soli, di un terzo delle presenze totali. Ancora pi visibile, rispetto agli anni precedenti, il primato numerico della componente romena, che copre poco meno di un quinto del dato di insieme. Oltrepassate le prime dieci posizioni, il quadro delle cittadinanze in capo agli stranieri in Trentino si fa pi variegato e comprende anche flussi migratori asiatici, africani e latino-americani, oltre che europei. Una volta detto questo, lindicazione pi interessante che viene da questa tabella, e dalla successiva sui tassi di crescita annuali (tab. 12), riguarda forse gli equilibri di genere. infatti sempre meno accentuata, anno dopo anno, la predominanza della componente maschile in molti dei flussi migratori pi antichi e consolidati (Marocco, Serbia, Macedonia, ma anche Alba47 infosociale 45

nia). Diminuisce, in altre parole, il numero di gruppi nazionali segnati da vistosi squilibri nella composizione di genere: che questo risulti in una forte prevalenza femminile (come nei casi della Moldova e dellUcraina), o in una prevalenza maschile (mai, peraltro, altrettanto marcata; neppure nel caso dellimmigrazione tunisina o pakistana).
Tab. 11 - Stranieri residenti per genere e nazionalit: primi 20 gruppi (31.12.2011)
Gruppi nazionali Romania Albania Marocco Macedonia Moldova Ucraina Serbia, Monten. e Kosovo Pakistan Tunisia Polonia Cina, Rep. Popolare Algeria Bosnia Erzegovina Germania Brasile India Ecuador Colombia Croazia Bulgaria Altre cittadinanze e apolidi Totale Maschi 4.315 3.764 2.572 1.805 972 587 1.229 1.326 1.057 489 610 432 378 270 197 367 226 209 236 167 2.957 24.165 Femmine 5.078 3.358 2.314 1.559 1.908 1.882 1.138 880 692 931 538 357 338 385 402 229 317 306 233 232 3.466 26.543 Totale 9.393 7.122 4.886 3.364 2.880 2.469 2.367 2.206 1.749 1.420 1.148 789 716 655 599 596 543 515 469 399 6.423 50.708 % Maschi 45,9 52,9 52,6 53,7 33,8 23,8 51,9 60,1 60,4 34,4 53,1 54,8 52,8 41,2 32,9 61,6 41,6 40,6 50,3 41,9 46,0 47,7 Valore % 18,5 14,0 9,6 6,6 5,7 4,9 4,7 4,4 3,4 2,8 2,3 1,6 1,4 1,3 1,2 1,2 1,1 1,0 0,9 0,8 12,7 100,0

fonte: elaborazione Cinformi su dati Servizio Statistica - PAT

infosociale 45

48

Tab. 12 - Variazioni % 2011/2010 dei primi dieci gruppi nazionali residenti, per genere
Gruppo nazionale Romania Albania Marocco Macedonia Moldova Ucraina Serbia, Monten. e Kosovo Pakistan Tunisia Polonia Maschi 8,8 0,7 -0,5 -6,4 12,6 6,5 16,5 5,8 0,3 1,5 Femmine 10,9 2,8 1,0 -4,2 6,5 3,5 16,8 8,6 -0,6 -0,5 Totale 9,9 1,7 0,2 -5,4 8,5 4,2 16,7 6,9 -0,1 0,1

fonte: elaborazione Cinformi su dati Servizio Statistica - PAT

Con uno sguardo di pi ampio periodo (tab. 13), possibile mettere a confronto, nel decennio 2001-2011, traiettorie di incremento numerico assai diverso, a seconda del gruppo nazionale. Cos, in un quadro dinsieme in cui le presenze straniere regolari si sono triplicate, si possono distinguere casi di crescita relativamente modesta, intorno al raddoppio o meno, per le collettivit di immigrati marocchini, serbo-montenegrini, tunisini, macedoni; allestremo opposto, tassi di incremento esponenziali corrispondenti a processi di insediamento molto pi recenti per limmigrazione da Moldova, Ucraina, Romania. Restringendo lo sguardo agli anni della crisi, 2008-2011, spiccano ancora una volta i tassi di crescita relativa delle presenze moldave e ucraine, ma anche di quelle pakistane e romene.

49

infosociale 45

Tab. 13 - Variazioni % dei primi dieci gruppi nazionali residenti


Gruppo nazionale Romania Albania Marocco Macedonia Moldova Ucraina Serbia, Monten. e Kosovo Pakistan Tunisia Polonia Variaz. % 2011-2010 9,9 1,7 0,2 -5,4 8,5 4,2 16,7 6,9 -0,1 0,1 Variaz. % 2011-2008 33,2 10,9 7,1 10,9 59,8 27,7 5,0 40,2 3,6 6,7 Variaz. % 2011-2001 897,1 163,7 71,7 118,2 4.198,5 2.124,3 60,0 267,7 90,7 264,1

fonte: elaborazione Cinformi su dati Servizio Statistica - PAT

1.3 Dalla stabilizzazione familiare allacquisizione della cittadinanza italiana


Nelle richieste di ricongiungimento familiare, che anno dopo anno sono il termometro dei processi di familizzazione in atto, la graduatoria di questanno vede nelle prime posizioni i flussi migratori dalla Moldova e Pakistan: due gruppi di recente insediamento ma con un profilo di et relativamente giovane e un peso rilevante di minorenni, specie nel caso pakistano. Delle richieste di ricongiungimento pervenute nel corso del 2011, il 63% del totale stato presentato da immigrati di sesso maschile.
Tab. 14 - Richieste di ricongiungimento familiare elaborate dallo Sportello Ricongiungimenti presso il Commissariato del Governo di Trento nel 2011
Nazionalit richiedente Moldova Pakistan Marocco Cina, Rep. Pop. Ucraina Serbia, Monten. e Kosovo Tunisia India Albania Macedonia Altri Paesi Totale V.A. 81 68 65 23 22 19 19 16 13 11 98 435 % 18,6 15,6 14,9 5,3 5,1 4,4 4,4 3,7 3,0 2,5 22,5 100,0

fonte: elaborazioni Cinformi su dati Commissariato del Governo di Trento

infosociale 45

50

Sempre nel 2011, i familiari che sono stati effettivamente ricongiunti, a seguito di formale autorizzazione, risultano pari a poco di pi di 300 unit. Il dato in sensibile calo rispetto agli anni precedenti, come si pu vedere dalla tab. 15. per difficile ricavare da questo semplice dato indicazioni particolarmente significative: la misura dei ricongiungimenti effettivi pu anche variare, di anno in anno, in rapporto a fattori come i tempi burocratici e i rapporti inter-organizzativi tra le autorit competenti, oltre che per lammontare della domanda degli immigrati. interessante notare, per, come negli ultimi due anni la quota di ricongiungimenti riconducibile ai coniugi sia stata sensibilmente superiore a quella corrispondente ai figli.
Tab. 15 - Familiari di stranieri ricongiunti a seguito di autorizzazione della Questura di Trento, anni 2005-2011 (valori assoluti e percentuali)
Anno 2005 2006 2007 2008 2009 2010 2011 N. familiari ricongiunti 982 813 1.632 838 854 473 314 di cui: figlio/figlia 47,1% 45,4% 41,8% n.d. 44,9% 40,6% 44,3% di cui: moglie/marito 47,1% 49,3% 39,9% n.d. 46,0% 51,8% 50,6% di cui: padre/madre 5,8% 5,3% 18,3% n.d. 9,0% 7,6% 5,1%

fonte: elaborazioni Cinformi su dati Questura di Trento e Commissariato del Governo di Trento

Veniamo ora alle acquisizioni di cittadinanza: un passaggio cruciale e silenzioso grazie al quale una persona di origine straniera fuoriesce in genere dopo molto tempo speso in Italia dalla contabilit amministrativa degli immigrati, ed acquisisce uno status giuridico del tutto simile a quello degli autoctoni. La tabella 16 riporta levoluzione dei processi di acquisizione della cittadinanza italiana nellultimo quinquennio, secondo le rilevazioni operate dal Commissariato del Governo di Trento. Al di l della variazione negativa dei valori assoluti (-12,8% nel 2011, rispetto al 2010), le indicazioni pi rilevanti provengono dalla conferma del peso, ormai predominante, del canale della naturalizzazione ossia della cittadinanza per residenza , rispetto allacquisizione della cittadinanza italiana via matrimonio. Questultima opzione, che era la pi diffusa e percorribile sino al 2007-2008, riguarda oggi meno di un terzo del totale dei casi. Una simile inversione di tendenza segnala, da un lato, lefficacia dei cambiamenti normativi introdotti nel frattempo, nel rendere relativamente meno conveniente la cittadinanza via matrimonio (disincentivando eventuali comportamenti opportunistici). Dallaltro, per, ne esce confermata la crescente stabilizzazione della popolazione straniera, che 51 infosociale 45

trova nella cittadinanza italiana pur governata da un quadro politico estremamente restrittivo il proprio sbocco naturale. A disaggregare il dato in chiave di genere (tab. 17), trova conferma la forte prevalenza femminile tra i neo-cittadini via matrimonio (82% del totale), a fronte di un peso relativamente maggiore della componente maschile, tra i neo-cittadini per anzianit di residenza (60% circa).
Tab. 16 - Acquisizioni di cittadinanza italiana in Trentino, anni 2007-2011
Anno 2007 2008 2009 2010 2011 Matrimonio 348 335 120 193 174 Naturalizzazione 131 168 283 434 373 Totale 479 503 403 627 547 % natural. su tot. 26,0 33,4 56,3 69,2 68,2

fonte: elaborazioni Cinformi su dati Commissariato del Governo di Trento

Tab. 17 - Richieste di cittadinanza concesse nel corso del 2011 in provincia di Trento, per articolo e genere
Femmine Maschi Totale art. 5 (matrimonio) 143 31 174 art. 9 (residenza) 150 223 373 Totale 293 254 547

fonte: Cinformi su dati Commissariato del Governo di Trento

interessante disaggregare il dato dei nuovi cittadini anche in funzione del loro Paese dorigine (di cui, in molti casi, essi mantengono formalmente la cittadinanza), oltre che in base al peso relativo dei principali canali di acquisizione (matrimonio e residenza) (tab. 18). Al vertice della graduatoria dei nuovi cittadini italiani, per il 2011, si colloca la componente marocchina: un quinto del totale, quasi sempre via naturalizzazione. Seguono gli altri gruppi nazionali di pi antica immigrazione. Come si pu vedere, lacquisizione della cittadinanza per residenza prevale in tutte le collettivit considerate, con la significativa eccezione degli stranieri in realt, quasi sempre, delle straniere di origine brasiliana e moldava.

infosociale 45

52

Tab. 18 - Richieste di cittadinanza concesse nel 2011, per precedente cittadinanza dei richiedenti
Cittadinanza precedente Marocco Albania Romania Tunisia Serbia, Monten. e Kosovo Brasile Bosnia-Erzegovina Macedonia Moldova Algeria Altre cittadinanze Totale V.A. 104 82 49 33 32 26 16 16 14 13 162 547 % su tot. 19,0 15,0 9,0 6,0 5,9 4,8 2,9 2,9 2,6 2,4 29,6 100,0 % matrimonio 16,3 6,1 30,6 18,2 9,4 61,5 43,8 6,3 92,9 0,0 56,2 31,8 % residenza 83,7 93,9 69,4 81,8 90,6 38,5 56,3 93,8 7,1 100,0 43,8 68,2

fonte: elaborazioni Cinformi su dati Commissariato del Governo di Trento

Alla luce dei dati sino a qui descritti, si pu concludere che i nuovi cittadini italiani di origine straniera, da contabilizzare nel 2011 (e da sottrarre dalla contabilit giuridico-amministrativa degli stranieri), siano circa 550. In realt le cose sono pi complesse, dal momento che lacquisizione della cittadinanza, per i residenti adulti, estende lo stesso diritto ai figli minorenni residenti in Italia. per questo, e per altri motivi che il dato complessivo delle nuove acquisizioni di cittadinanza, secondo larchivio dati dellISTAT, sensibilmente pi elevato.3 Pi precisamente, la contabilit dellISTAT riporta, per quanto riguarda il 2011, 1.119 nuove acquisizioni di cittadinanza italiana tra gli stranieri residenti in Trentino. Nel solo comune di Trento risultavano, secondo le rilevazioni dellAnnuario statistico comunale, 309 nuove acquisizioni di cittadinanza italiana, da parte di stranieri; un dato caratterizzato, nellultimo decennio, da
3

Vale la pena rilevare che, in tema di acquisizioni di cittadinanza, non si riscontra mai coincidenza tra i dati degli archivi anagrafici, quelli forniti dal Commissariato del Governo e quelli di fonte ministeriale. In primo luogo, come gi ricordato, i dati anagrafici provenienti dai comuni includono anche tutte le acquisizioni di cittadinanza dei minorenni per via automatica, in virt dellacquisizione di cittadinanza da parte dei genitori; un dato, questo, che non viene conteggiato dalle statistiche del Commissariato del Governo. Questultima fonte, inoltre, non include altre pratiche di cittadinanza che passano attraverso canali diversi, principalmente gli ufficiali di stato civile del comune (acquisizione tramite matrimonio di chi risiede allestero e presenta domanda allambasciata; acquisizione di cittadinanza da parte di chi nato in Italia e ha raggiunto la maggiore et, etc.; acquisizione per discendenza). Daltro canto, il dato del Commissariato del Governo include i giuramenti effettivi, mentre quello del Ministero si basa sul ricevimento del decreto da parte dellinteressato (che, da parte sua, potrebbe non essere ancora andato a giurare); di conseguenza, il Ministero pubblica dati sulle pratiche concluse per quanto riguarda i suoi adempimenti.

53

infosociale 45

un trend di crescita pressoch ininterrotto (Comune di Trento, 2012). A livello nazionale, come documentato anche dallultimo rapporto dellISMU (2012), il dato corrispettivo nellordine delle 70mila unit. Va infine segnalato, sempre per il 2011, un sensibile incremento delle nuove richieste di cittadinanza (tab. 19). Si tratta di 1.122 unit, in crescita del 15% rispetto allanno precedente. Al di l della ripartizione per Paese dorigine che ricalca quella gi vista per le cittadinanze concesse il dato segnala lesistenza di un importante serbatoio di potenziali neo-cittadini, che tali diventeranno nel volgere dei prossimi anni.
Tab. 19 - Richieste di cittadinanza presentate al Commissariato del Governo di Trento nel 2011, per cittadinanza dei richiedenti
Cittadinanza del richiedente Albania Marocco Romania Macedonia Serbia, Montenegro e Kosovo Tunisia Pakistan Bosnia-Erzegovina Brasile Moldova Altre cittadinanze Totale V.A. 276 147 139 95 63 50 30 24 21 21 256 1.122 % su tot. 24,6 13,1 12,4 8,5 5,6 4,5 2,7 2,1 1,9 1,9 22,8 100,0

fonte: elaborazioni Cinformi su dati Commissariato del Governo di Trento

1.4 La distribuzione territoriale della popolazione straniera


In chiave di distribuzione territoriale, la popolazione straniera in Trentino si da subito caratterizzata per un insediamento diffuso, che investe sia le aree urbane sia quelle rurali e montane. Ancora oggi, i territori in cui gli stranieri sono relativamente pi numerosi corrispondono non soltanto alle aree urbane di Trento e Rovereto (e alla valle dellAdige pi in generale), ma anche al bacino dellAlto Garda e alla Valle di Non. In termini prettamente quantitativi, nondimeno, oltre la met dei residenti stranieri in provincia si distribuisce lungo lasse dellAdige, tra la comunit rotaliana, larea urbana di Trento e il territorio della Vallagarina. infosociale 45 54

Tab. 20 - Stranieri residenti in provincia di Trento, per genere e Comunit di Valle (31.12.2011): V.A., distribuzione %, incidenza % su totale residenti per Comunit di Valle
Distribuzione stranieri per Comunit di Valle V.A. Comunit territoriale della Val di Fiemme Comunit di Primiero Comunit Valsugana e Tesino Comunit Alta Valsugana e Bersntol Comunit della Valle di Cembra Comunit della Val di Non Comunit della Valle di Sole Comunit delle Giudicarie Comunit Alto Garda e Ledro Comunit della Vallagarina Comun General de Fascia Magnifica Comunit degli Altipiani cimbri Comunit Rotaliana-Knigsberg Comunit della Paganella Territorio Val d'Adige Comunit della Valle dei Laghi Provincia 1.290 450 1.927 4.171 1.109 3.993 1.226 3.155 5.007 9.308 620 217 3.400 306 13.773 756 50.708 % 2,5 0,9 3,8 8,2 2,2 7,9 2,4 6,2 9,9 18,4 1,2 0,4 6,7 0,6 27,2 1,5 100,0 Incid. % su tot. residenti Comunit 6,5 4,4 7,0 7,9 9,8 10,1 7,8 8,4 10,2 10,4 6,2 4,8 11,6 6,2 11,4 7,1 9,5

Comunit di Valle

fonte: elaborazione Cinformi su dati Servizio Statistica - PAT

Entrando nel merito della composizione della popolazione straniera per i singoli territori locali (tab. 21) si possono fare altre considerazioni interessanti, pur in presenza di valori assoluti assai diversi da un caso allaltro. Se la Romania di gran lunga il primo gruppo di immigrati su scala provinciale, questo non sempre vero nelle singole aree comprensoriali, a testimonianza di processi di insediamento locale stratificati e differenziati. Sono pi numerosi gli albanesi, ad esempio, in Bassa Valsugana, nellAlto Garda e Ledro, ma anche in Vallagarina e nella Valle dei Laghi. Un caso di concentrazione di particolare evidenza rappresentato dallarea di Cembra e dellAlta Valsugana, per quanto riguarda limmigrazione macedone. Nella comunit di valle di Cembra, in particolare, uno straniero residente su due risulta essere di cittadinanza macedone. infosociale 45

55

Tab. 21 - Distribuzione % delle prime dieci nazionalit di stranieri residenti in ciascuna Comunit di Valle (31.12.2011)

Romania

Albania

Marocco

Macedonia

Moldova

Ucraina

Serbia, Monten. e Kosovo Pakistan

Tunisia

Polonia

Altre nazionalit 1,7 0,7 18,8 18,8 3,6 29,4 4,0 23,3 1,1 14,8 2,1 15,9 1,4 14,3 2,9 23,5 5,2 29,9 2,6 23,8 2,3 21,9 1,8 38,5 1,2 22,4 2,3 17,7 2,6 32,0 2,9 18,6

Comunit territoriale della Val di Fiemme 34,0 15,6 13,7 4,4 36,6 55,6 19,6 13,6 15,8 40,6 35,9 21,6 35,9 12,8 14,3 26,5 11,2 9,2 19,2 13,1 8,8 6,3 6,7 7,8 1,8 6,9 6,1 4,4 5,3 3,4 11,2 17,4 9,0 2,1 16,6 8,4 3,1 8,0 4,2 1,9 4,1 3,6 8,8 8,9 7,4 14,3 13,6 14,7 2,6 18,4 6,0 0,4 2,7 0,4 1,7 3,5 5,1 6,8 6,9 5,1 1,6 7,4 3,0 8,3 14,9 4,6 3,8 2,0 8,8 0,2 1,3 3,1 8,2 4,8 3,2 4,1 10,5 4,1 0,1 5,5 19,4 47,9 1,6 3,1 0,5 9,5 13,4 19,9 3,6 5,6 3,2 2,6 0,5 0,8 0,5 3,6 3,2 7,2 4,0 1,6 6,8 7,8 21,9 12,0 3,2 3,8 2,4 4,5 0,2 23,1 0,2 4,2 10,2 3,3 2,2 3,3 3,4 1,2 1,2 2,2 0,1 2,2 5,4 4,6 0,3 2,8 5,2 4,5 1,5

27,5

15,0

7,1

11,9

5,7

5,7

3,6

2,5

0,5

100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0

Comunit di Primiero

Comunit Valsugana e Tesino

Comunit Alta Valsugana e Bersntol

Comunit della Valle di Cembra

Comunit della Val di Non

Comunit della Valle di Sole

Comunit delle Giudicarie

Comunit Alto Garda e Ledro

Comunit della Vallagarina

Comun General de Fascia

Magnifica Comunit degli Altipiani cimbri

Comunit Rotaliana-Knigsberg

Comunit della Paganella

Territorio Val d'Adige

Comunit della Valle dei Laghi

fonte: elaborazione Cinformi su dati Servizio Statistica - PAT

Totale

infosociale 45

Comunit di Valle

56

Restringiamo ora lattenzione al comune di Trento, in cui risiede circa un quarto degli stranieri iscritti alle anagrafi comunali del Trentino (Comune di Trento, 2012). questa forse larea in cui, anche per le sue ampie dimensioni, sono pi evidenti i processi di stratificazione nella distribuzione territoriale dei cittadini stranieri. A fronte di unincidenza media dell11,6% (pari a 13.535 individui), corrisponde a cittadini non italiani il 20,8% dei residenti a Gardolo, il 17,5% dei residenti nellarea Centro storico - Piedicastello, il 13,5% della circoscrizione San Giuseppe - Santa Chiara. Allestremo opposto della distribuzione figurano le circoscrizioni di Villazzano (con gli stranieri pari al 2,9% dei residenti), Meano (3,8%), Povo (4,4%) e Argentario (4,8%).

1.5 La distribuzione di genere


Si tende spesso ad associare, nel discorso comune, limmagine della donna migrante e in particolare della migrante sola con il profilo migratorio dellassistente familiare (detta anche badante). Come mostra la tab. 22, questa associazione di idee solo parzialmente fondata. Si registra infatti una chiara prevalenza femminile in flussi migratori tipicamente legati al lavoro di cura (Ucraina, Moldova), ma anche in altri che lo sono solo in parte (Polonia, Romania), o che non lo sono quasi per nulla (Brasile). Nellinsieme, soltanto per queste ultime collettivit che si pu ormai parlare di un forte squilibrio di genere. Anche nei flussi migratori a tradizionale prevalenza maschile, come il pakistano o il tunisino, la presenza femminile infatti piuttosto diffusa nellordine del 40% del totale. Ricapitolando: in chiave di composizione di genere dei diversi flussi migratori, limmigrazione pi femminilizzata rimane senzaltro quella proveniente dallUcraina (e poi, in misura inferiore, dal Brasile, dalla Moldova o dalla Polonia). In termini di valori assoluti, per, le donne migranti pi numerose sul territorio provinciale sono di gran lunga quelle di cittadinanza romena, e poi albanese e marocchina, prima delle ucraine stesse.

57

infosociale 45

Tab. 22 - Graduatoria del livello di femminilizzazione dei ussi per le prime 15 nazionalit residenti (31.12.2011)
Gruppi nazionali Ucraina Brasile Moldova Polonia Germania Romania Serbia, Monten. e Kosovo Marocco Bosnia Erzegovina Albania Cina, Rep. Popolare Macedonia Algeria Pakistan Tunisia % femminile 76,2 67,1 66,3 65,6 58,8 54,1 48,1 47,4 47,2 47,1 46,9 46,3 45,2 39,9 39,6 % maschile 23,8 32,9 33,8 34,4 41,2 45,9 51,9 52,6 52,8 52,9 53,1 53,7 54,8 60,1 60,4 V.A. 2.469 599 2.880 1.420 655 9.393 2.367 4.886 716 7.122 1.148 3.364 789 2.206 1.749 posizione VI XV V X XIV I VII III XIII II XI IV XII VIII IX

fonte: elaborazione Cinformi su dati Servizio Statistica - PAT

Lattuale prevalenza femminile (52,3% dei residenti stranieri), del resto, rispecchia una tendenza alla femminilizzazione dei flussi migratori in atto gi da diversi anni, come segnala la fig. 4. Tanto la crescente domanda di lavoro di cura, quanto i processi di ricongiungimento familiare hanno contribuito a produrre, negli ultimi 5-6 anni, tale esito. La stessa linea di tendenza, relativamente ai gruppi nazionali pi numerosi, ricostruita nella figura successiva (fig. 5). Come si pu vedere, il trend di una crescente incidenza femminile riguarda in modo sistematico tutte le collettivit considerate, con la significativa eccezione di quelle gi caratterizzate da un accentuato squilibrio di genere.

infosociale 45

58

Fig. 4 - Popolazione straniera residente in provincia di Trento per sesso. Composizione percentuale, anni 1988-2011
(fonte: elaborazione Cinformi su dati Servizio Statistica - PAT)
70,0% 65,0% 60,0% 55,0% 50,0% 45,0% 40,0% 35,0% 30,0%
19 8 19 8 8 19 9 9 19 0 9 19 1 9 19 2 9 19 3 9 19 4 95 19 9 19 6 9 19 7 98 19 9 20 9 00 20 0 20 1 02 20 0 20 3 0 20 4 05 20 0 20 6 0 20 7 0 20 8 09 20 10 20 11

maschi

femmine

Fig. 5 - Peso relativo della componente femminile in alcuni gruppi nazionali di stranieri residenti in provincia di Trento, anni 1999-2003-2007-2011, valori %
(fonte: elaborazione Cinformi su dati Servizio Statistica - PAT)

90 80 70 60 50 40 30 20 10 0 Romania Albania Marocco Macedonia Moldova 2003 2007 Ucraina Serbia, Pakistan Monten. e Kosovo 2011

1999

59

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1.6 La distribuzione per classi di et


Si tende spesso a rappresentare gli immigrati, nel discorso comune, come una popolazione omogenea e indifferenziata, da contrapporre monoliticamente a una altrettanto omogenea popolazione di italiani (o, nel caso locale, di trentini). Che tale omogeneit sia, specie per gli immigrati, del tutto fittizia perch legata quasi soltanto a una comunanza di status giuridico-legale, a fronte di molteplici fonti di diversit interna un dato che abbiamo gi ampiamente illustrato nel Rapporto. C per un elemento che segnala effettivamente una forte omogeneit tra buona parte degli stranieri, e che si presta a essere letto nei termini di una chiara differenza dalla popolazione autoctona: la struttura per et. Come mostra la tabella seguente, tra let media degli uni e degli altri esiste una forbice che, pur riducendosi nel tempo, ammonta ancora a pi di undici anni. Let media della popolazione straniera in Trentino oggi di appena 31 anni, a fronte dei 42 della generalit della popolazione.
Tab. 23 - Andamento dellet media della popolazione complessiva e straniera residente dal 2006 al 2011
Anno 2006 2007 2008 2009 2010 2011 Popolazione straniera 29,4 29,6 30,0 29,4 30,8 31,1 Totale residenti 41,5 41,9 42,0 42,2 42,3 42,5

fonte: elaborazioni Cinformi su dati Servizio Statistica - PAT

Pi nel dettaglio (fig. 6), le differenze tra le due strutture di et si colgono con particolare evidenza agli estremi della distribuzione: nella popolazione di et 0-14 (meno del 15% degli italiani, ma oltre il 20% degli stranieri), e soprattutto nelle fila degli ultra-sessantacinquenni. In questa classe det, che identifica convenzionalmente la popolazione anziana, rientra una persona su cinque tra i residenti italiani, ma appena il 3% dei residenti stranieri. Bench la quota di ultrasessantacinquenni stranieri sia inevitabilmente in crescita (tab. 24), si tratta pur sempre di un segmento di popolazione modesto, inferiore alle 1.500 unit, corrispondenti a donne per i due terzi del totale. Merita ancora segnalare che il peso relativo dei minorenni, nelle fila della popolazione straniera, mediamente pari a pi del 23% del totale. Inoltre, infosociale 45 60

come indica la successiva tab. 25, lincidenza degli stranieri sulla popolazione complessiva, per classi di et, assume i valori pi elevati in corrispondenza della prima infanzia (quasi il 16%), ma anche, in pari misura, nelle fasce centrali della popolazione giovane-adulta, quella compresa tra i 18 e i 39 anni. Ancora marginale, come si visto, invece il peso degli stranieri nelle classi det degli anziani.
Fig. 6 - Peso relativo delle diverse classi det nella popolazione dei residenti italiani e stranieri, anno 2011
(fonte: elaborazioni Cinformi su dati Servizio Statistica - PAT)

italiani

14,8

14,6

20,5

28,7

21,4

stranieri

20,2

24,2

34,1

18,7

2,8

0%

20%

40%

60%

80%

100%

0-14

15-29

30-44

45-64

65 e oltre

Tab. 24 - Stranieri residenti per genere e classi di et (31.12.2011)


Classi di et 0-5 6-10 11-17 18-29 30-39 40-49 50-64 65 e oltre Totale Maschi 2.655 1.585 1.953 5.128 5.897 4.331 2.078 538 24.165 Femmine 2.463 1.462 1.700 5.566 6.272 4.550 3.644 886 26.543 Totale 5.118 3.047 3.653 10.694 12.169 8.881 5.722 1.424 50.708 Valore % 10,1 6,0 7,2 21,1 24,0 17,5 11,3 2,8 100,0 % Maschi 51,9 52,0 53,5 48,0 48,5 48,8 36,3 37,8 47,7 Var. % 2011-2010 3,2 4,6 1,4 3,2 2,5 4,9 10,7 11,8 4,3

fonte: elaborazione Cinformi su dati Servizio Statistica - PAT

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Tab. 25 - Incidenza dei residenti stranieri sulla popolazione totale, per classi di et (31.12.2011)
Classi di et 0-5 6-10 11-17 18-29 30-39 40-49 50-64 65 e oltre Totale Incidenza % 15,8 11,2 9,6 16,0 16,6 10,2 5,5 1,4 9,5

fonte: elaborazione Cinformi su dati Servizio Statistica - PAT

Una volta detto questo, vale la pena entrare nel merito della distribuzione per et dei principali gruppi nazionali di stranieri residenti in Trentino (tab. 26). Emergono, a questo riguardo, delle differenze importanti. Relativamente alla prima infanzia (0-5 anni), ad esempio, la media del 10% nasconde sostanziali squilibri in base alla nazionalit (ma anche, indirettamente, alla anzianit migratoria): sono nati da meno di cinque anni il 17% circa dei residenti tunisini e pakistani, il 16% dei marocchini e il 12% degli albanesi, ma appena il 3% degli ucraini, o il 5% dei polacchi. Allo stesso modo, la centralit della popolazione giovane-adulta la classe 18-39 anni, che comprende il 45% degli stranieri residenti si declina in forme diverse a seconda della cittadinanza di riferimento. Rientrano tra gli adulti giovani il 53% dei romeni, o il 46% degli albanesi, ma meno del 30% degli ucraini. Lo squilibrio altrettanto evidente nella fila degli anziani. Verrebbe forse spontaneo accostare questa categoria anagrafica al profilo delle assistenti familiari est-europee, come le ucraine, che non a caso sono ampiamente sovra-rappresentate nella classe det 50-64 anni (in altre parole: ogni cento ucraine residenti in Trentino, quasi quaranta hanno cinquantanni, o pi). Per quanto riguarda il peso relativo degli ultrasessantacinquenni, tuttavia, emergono i valori pi elevati (4-5% delle rispettive popolazioni) tra albanesi a marocchini. questo il segnale pi chiaro del graduale e fisiologico invecchiamento dei gruppi nazionali che maggiormente combinano una numerosit consistente, e processi di stabilizzazione multi-generazionale ormai consolidati.

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Tab. 26 - Distribuzione per classi d'et dei primi dieci gruppi nazionali di residenti stranieri (31.12.2011): percentuali di riga
Nazionalit Romania Albania Marocco Macedonia Moldova Ucraina Serbia, Monten. e Kosovo Pakistan Tunisia Polonia Altri Paesi Totale fino 5 8,9 12,2 15,6 10,5 6,8 3,4 11,2 16,6 17,0 5,4 7,8 10,1 6-10 4,8 6,8 8,1 8,0 4,0 1,9 9,2 8,5 9,5 3,9 5,1 6,0 11-17 5,9 7,9 7,8 11,0 8,3 5,3 10,6 10,6 5,5 5,0 5,9 7,2 18-29 30-39 40-49 23,4 26,5 17,5 22,8 23,9 13,3 19,3 22,4 13,9 15,4 19,9 21,1 29,4 19,7 23,8 17,8 20,7 15,7 18,8 20,6 28,2 31,3 26,6 24,0 18,2 11,6 16,0 18,5 19,0 21,3 17,8 13,6 19,0 16,9 20,0 17,5 50-64 8,5 9,9 7,3 10,0 17,0 36,3 11,1 6,4 4,8 20,1 10,6 11,3 65 Totale e oltre 0,9 5,3 3,8 1,4 0,4 2,7 2,0 1,2 2,1 1,9 4,0 2,8 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0

fonte: elaborazioni Cinformi su dati Servizio Statistica - PAT

Ancora qualche considerazione merita di essere fatta sullinsieme degli stranieri minorenni ovvero, in unottica di medio periodo, sulla attuale composizione della generazione dei nuovi cittadini italiani, di origine straniera, dei prossimi decenni. Come si pu vedere dalla fig. 7, alcuni dei gruppi nazionali pi numerosi si collocano ben al di sopra della media provinciale del 23,3%. Il dato che colpisce di pi quello della popolazione pakistana, composta da minorenni per quasi il 36% del totale. Valori sensibilmente elevati un minorenne per ogni tre stranieri residenti si registrano anche in varie altre collettivit di immigrati, come nella tunisina, nella marocchina o nella serbomontenegrina. Al capo opposto della graduatoria si collocano, come di consueto, i flussi migratori in cui prevale il lavoro femminile di cura (in questo caso, Ucraina e Polonia). Riepilogando, la graduatoria dei gruppi nazionali pi numerosi (seconda colonna della tab. 27) si discosta in molte parti da quella dei gruppi nazionali con un numero maggiore di minorenni, in valore assoluto. Del tutto diversa invece, come mostra lultima colonna della tabella, la graduatoria dei gruppi nazionali in cui i minorenni pesano di pi sulla popolazione complessiva.

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Fig. 7 - Peso relativo dei minorenni nei primi gruppi nazionali di stranieri residenti in Trentino, a fronte dellincidenza media dei minorenni su tutta la popolazione straniera, anno 2011
(fonte: elaborazioni Cinformi su dati Servizio Statistica - PAT)

40,0 35,0 30,0 % minorenni 25,0 20,0 15,0 10,7 10,0 5,0 0,0
ia an m Ro a ni ba Al ia co on oc ed ar M ac M a ov ld o M a in ra Uc n n. ta te o kis on sov M Pa a- o bi e K er S sia ni Tu a ni lo Po

35,7 31,6 27,0 19,6 29,6 media provinciale 23,3% 19,1 31,0

32,0

14,4

Tab. 27 - Numero residenti e di minori stranieri, e incidenza dei minori sul totale, per le prime 10 nazionalit di stranieri in Trentino. Anno 2011
Gruppi nazionali Romania Albania Marocco Macedonia Moldova Ucraina Serbia, Montenegro e Kosovo Pakistan Tunisia Polonia V.A. residenti 9.393 7.122 4.886 3.364 2.880 2.469 2.367 2.206 1.749 1.420 V.A. minori 1.841 (II) 1.921 (I) 1.542 (III) 995 (IV) 549 (VIII) 263 (XI) 733 (VI) 788 (V) 559 (VII) 204 (XII) Incidenza % minori 19,6 (X) 27,0 (VIII) 31,6 (IV) 29,6 (VII) 19,1 (XI) 10,7 (XIII) 31,0 (V) 35,7 (II) 32,0 (III) 14,4 (XII)

fonte: elaborazioni Cinformi su dati Servizio Statistica - PAT

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1.7 Le seconde generazioni tra gli stranieri in Trentino


utile ricordare, anche questanno, che in senso proprio gli stranieri di seconda generazione corrispondono soltanto ai figli di genitori entrambi stranieri, nati in Italia e costretti a mantenere sino al diciottesimo anno in virt della attuale normativa sulla cittadinanza uno status giuridico che li assimila in tutto a immigrati. Questa componente della popolazione straniera residente, il cui peso ha ormai oltrepassato la met degli stranieri minorenni, si arricchita nel 2011 di altre 900 unit circa: un valore assoluto in linea con gli anni precedenti, in virt del quale le seconde generazioni di stranieri danno conto di poco meno del 17% dei quasi 5.300 nuovi nati in provincia. In alcune aree del territorio provinciale in particolare tra gli abitanti di Trento, Rovereto, Riva e Arco classificato come straniero un nuovo nato su cinque (tab. 28).
Tab. 28 - Iscritti in anagrafe per nascita stranieri per Comunit di Valle; incidenza relativa sul totale di nati per Comunit - Anno 2011
Comunit di Valle Comunit territoriale della Val di Fiemme Comunit di Primiero Comunit Valsugana e Tesino Comunit Alta Valsugana e Bersntol Comunit della Valle di Cembra Comunit della Val di Non Comunit della Valle di Sole Comunit delle Giudicarie Comunit Alto Garda e Ledro Comunit della Vallagarina Comun General de Fascia Magnifica Comunit degli Altipiani cimbri Comunit Rotaliana-Knigsberg Comunit della Paganella Territorio Val d'Adige Comunit della Valle dei Laghi Provincia Totale 24 7 33 71 18 61 21 52 105 183 8 1 47 3 247 15 896 incid. % su totale nati Comunit 13,3% 7,8% 13,2% 12,8% 14,5% 15,5% 14,6% 13,3% 20,0% 20,0% 8,3% 3,4% 14,5% 7,5% 21,6% 16,1% 16,9%

fonte: elaborazione Cinformi su dati Servizio Statistica - PAT

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Disaggregata per nazionalit dei genitori, la distribuzione dei neonati stranieri del 2011 quella che figura nella tabella seguente (tab. 29). Con alcune eccezioni, il numero delle nascite tende a rispecchiare il peso demografico delle principali collettivit di immigrati. In proporzione al numero di stranieri gi residenti, tuttavia, le nascite sono relativamente pi diffuse nelle fila di algerini, kosovari e pakistani. Un dato pi significativo ci viene per fornito dalla successiva tabella 30, in merito ai contorni inevitabilmente multietnici della societ trentina di domani (pi ancora che di quella odierna): nel corso dellultimo decennio, il peso degli stranieri sul totale delle nuove nascite stato caratterizzato da un aumento pressoch costante, e sistematicamente superiore al dato della loro incidenza demografica sulla popolazione. Che 17 nuovi nati su 100 corrispondano, anche in Trentino, a figli di stranieri, forse il segnale pi incontrovertibile delle prospettive di permanenza stabile di gran parte degli immigrati di oggi, anche in una congiuntura difficile, e di crisi economica prolungata, come quella attuale.
Tab. 29 - Iscritti in anagrafe per nascita stranieri: distribuzione delle prime dieci nazionalit per genere; incidenza sulla popolazione straniera residente - Anno 2011
Gruppi nazionali Romania Albania Marocco Pakistan Macedonia Tunisia Moldova Cina, Rep. Pop. Algeria Kosovo Altri Paesi Totale Maschi 82 72 55 38 24 21 23 17 20 13 91 456 Femmine 72 77 67 34 28 27 16 16 9 13 81 440 Totale 154 149 122 72 52 48 39 33 29 26 172 896 % 17,2 16,6 13,6 8,0 5,8 5,4 4,4 3,7 3,2 2,9 19,2 100,0 % res. gruppo 1,6 2,1 2,5 3,3 1,5 2,7 1,4 2,9 3,7 3,5 1,0 1,8

fonte: elaborazione Cinformi su dati Servizio Statistica - PAT

Tab. 30 - Numero di stranieri nati in provincia di Trento e loro incidenza % sul totale dei nati, anni 2003-2011
Anno V.A. % su totale nati 2003 390 7,9% 2004 624 2005 678 2006 690 2007 760 2008 853 2009 897 2010 892 2011 896

11,4% 13,1% 13,3% 14,7% 15,7% 16,7% 16,4% 16,9%

fonte: elaborazione Cinformi su dati Servizio Statistica - PAT

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A paragone della popolazione autoctona i residenti stranieri presentano generalmente, come noto, tassi di natalit pi elevati. A oggi, come mostra la tab. 31, il tasso di natalit dei cittadini stranieri in Trentino allincirca doppio di quello della popolazione italiana. significativo notare, peraltro, come tale tasso sia andato sensibilmente calando nellarco degli ultimi anni.
Tab. 31 - Tasso di natalit della popolazione residente (totale, con cittadinanza italiana, con cittadinanza straniera). Anni 2003-2011 (valori per mille)
Anno Totale residenti Res. con cittadinanza italiana Res. con cittadinanza straniera 2003 10,2 9,8 18,5 2004 11,0 10,3 25,0 2005 10,4 9,6 23,7 2006 10,3 9,5 21,7 2007 10,1 9,3 21,3 2008 10,5 9,6 21,2 2009 10,3 9,3 20,2 2010 10,3 9,5 18,8 2011 10,0 9,1 18,0

fonte: Cinformi su dati Servizio Statistica - PAT

Proviamo ora ad ampliare lo sguardo sulle seconde generazioni, in una duplice direzione: nel confronto tra contesto locale, regionale e nazionale, e nel valutare lincidenza dei figli delle coppie miste neonati con cittadinanza italiana, ma con uno dei genitori (generalmente la madre) di cittadinanza straniera. Se ai neonati formalmente stranieri aggiungessimo quelli con almeno un genitore non italiano, infatti, arriveremmo a coprire una quota delle nuove nascite ancora pi elevata: ben un quarto del totale, nel caso trentino, e un dato di alcuni punti superiore, nella media del Nord-est.
Tab. 32 - Nati per tipologia di coppia dei genitori: provincia di Trento, Nord-est e Italia a confronto, 2011 (valori %)
Tipologia di coppia dei genitori (% su totale nati) Padre Padre Genitori italiano e straniero entrambi madre e madre stranieri straniera italiana Provincia di Trento Nord-est Italia 16,9% 21,4% 14,5% 5,1% 5,0% 3,9% 2,0% 1,4% 1,0% Nati con almeno un genitore straniero (% su totale nati) 24,1% 27,8% 19,4%

Totale nati (V.A.)

5.295 106.347 546.607

fonte: elaborazione Cinformi su dati ISTAT Rilevazione degli iscritti in anagrafe per nascita

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Qualche altra interessante considerazione pu essere fatta, limitatamente al caso trentino, in senso diacronico (tab. 33). Nel corso degli ultimi anni, come si visto, il peso dei nati stranieri sul totale si mantenuto su una soglia del 16-17%, con poche oscillazioni. sistematicamente in aumento, invece, la seconda componente della tabella precedente, ovvero la quota dei figli di coppie miste, o di famiglie (ri)costituite tra un partner italiano e una straniera o, meno frequentemente, tra un partner straniero e una italiana. In questa prospettiva, che ci porta a un sotto-gruppo di neonati che va ben oltre il migliaio di unit, ancora pi evidente il trend di crescita costante dal 21% al 24% registrato negli ultimi quattro anni.

Tab. 33 - Nati in provincia di Trento per tipologia di coppia dei genitori (2008-2011)
Tipologia di coppia dei genitori (% su totale nati) Genitori entrambi stranieri 2008 2009 2010 2011 15,7% 16,8% 16,3% 16,9% Padre italiano e madre straniera 4,4% 5,0% 5,4% 5,1% Padre straniero e madre italiana 1,3% 1,5% 1,9% 2,0% Nati con almeno un genitore straniero (% su totale nati) 21,3% 23,3% 23,6% 24,1%

Totale nati (V.A.)

5.423 5.356 5.454 5.295

fonte: elaborazione Cinformi su dati ISTAT Rilevazione degli iscritti in anagrafe per nascita

1.8 I matrimoni misti


Nel corso del 2011 i matrimoni con almeno uno degli sposi straniero celebrati in Trentino sono stati 266, mentre un numero di poco inferiore 238 corrisponde a matrimoni con almeno uno degli sposi residente in Trentino. Si tratta, in gran parte dei casi, di unioni di rito civile. I matrimoni stranieri hanno inciso per il 15,4% sul totale dei matrimoni celebrati in provincia (nel complesso 1.726 matrimoni, con rito civile per il 53% del totale).

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Tab. 34 - Matrimoni celebrati in provincia di Trento nel 2011, con almeno uno degli sposi residente in provincia di Trento, per rito di celebrazione e tipologia degli sposi
Rito di celebrazione Tipologia della coppia V.A. Entrambi stranieri Straniero/italiana Italiano/straniera Totale 0 8 19 27 Religioso % col. % riga 0,0 29,6 70,4 100,0 0,0 23,5 11,5 11,3 V.A. 39 26 146 211 Civile % col. % riga 18,5 12,3 69,2 100,0 100,0 76,5 88,5 88,7 Totale V.A. 39 34 165 238 % 16,4 14,3 69,3 100,0

fonte: elaborazioni Cinformi su dati Servizio Statistica - PAT

Lammontare complessivo dei matrimoni misti celebrati in provincia analogo a quello dellanno precedente, come mostra la tab. 35. Nellinsieme, anche a livello nazionale, il peso dei matrimoni misti sul totale tuttavia crescente, poich va letto entro un trend pluri-decennale di costante diminuzione, anno dopo anno, del numero totale di matrimoni; una linea di tendenza in atto gi dagli anni settanta, ma particolarmente accentuata nellultimo quinquennio (ISTAT, 2012b).
Tab. 35 - Variazioni % 2011-2010 matrimoni misti celebrati in provincia con almeno uno degli sposi residente in Trentino
Tipologia della coppia Entrambi stranieri Straniero/italiana Italiano/straniera Totale Var. % -4,9 25,9 -2,4 0,4

fonte: elaborazioni Cinformi su dati Servizio Statistica - PAT

Per quanto riguarda la cittadinanza delle spose straniere, va segnalata, in un panorama piuttosto differenziato, la relativa prevalenza dei gruppi nazionali est-europei (anzitutto romene, moldave e ucraine). Non si ravvisano particolari concentrazioni di nazionalit, invece, nel sotto-insieme, assai esiguo, di matrimoni misti con marito straniero.

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Tab. 36 - Matrimoni misti celebrati nella provincia di Trento nel corso del 2011, con almeno uno degli sposi residente in provincia di Trento, per cittadinanza del coniuge straniero (principali gruppi nazionali)
A - sposo italiano e sposa straniera Cittadinanza della sposa Rumena Moldava Ucraina Brasiliana Albanese Altra cittadinanza Totale 33 17 17 13 9 76 165 B - sposo straniero e sposa italiana Cittadinanza dello sposo Albanese Inglese Colombiana Spagnola Altra cittadinanza Totale 3 3 3 3 22 34 8,8 8,8 8,8 8,8 64,7 100,0 20,0 10,3 10,3 7,9 5,5 46,1 100,0

fonte: Cinformi su dati Servizio Statistica - PAT

In chiave diacronica levoluzione dei matrimoni misti nellultimo decennio (fig. 8) segnala un andamento contrastante, variabile di anno in anno, senza alcuna tendenza costante. Rimane chiara, per, la sistematica prevalenza in termini numerici delle nozze con sposo italiano e sposa straniera, a paragone di quelle tra sposi stranieri e italiani, o tra coniugi entrambi stranieri.

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Fig. 8 - Matrimoni misti con almeno uno degli sposi residente in provincia di Trento, anni 2000 2011 (valori assoluti)
(fonte: Cinformi su dati Servizio Statistica PAT)

250

200

150

100

50

0 2000 2001 2002 2003 2004 2005 2006 2007 2008 2009 2010 2011 Sposo italiano sposa straniera Sposo straniero sposa italiana

Sposi entrambi stranieri

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CAPITOLO SECONDO I PROCESSI DI INTEGRAZIONE LOCALE: CASA, SCUOLA, SALUTE, DEVIANZA

2.1 Laccesso alla casa e al mercato abitativo


La questione della casa, e pi in generale dellabitare degli immigrati da sempre un tassello centrale dei loro processi di integrazione. Ne rispecchia le difficolt e fa da cartina di tornasole dellorientamento pi o meno inclusivo, e del grado di efficacia, delle politiche pubbliche. Rappresenta, per le famiglie straniere, un passaggio cruciale, anzitutto per la stabilizzazione nel territorio locale e per la partecipazione alla sua vita quotidiana; e poi, per la riappropriazione di spazi a cui dare un senso di appartenenza, di identificazione e di domesticit, in un ambiente di cui allinizio si sa poco e ci si sente, e si viene percepiti, come estranei. Sul lungo periodo, la qualit dellabitare indicativa del grado di vulnerabilit a cui gli immigrati rimangono esposti. Non sempre, peraltro, essa rispecchia il grado di maturit che, con il progredire dellanzianit migratoria, tendono ad acquistare i loro processi di integrazione nel mercato del lavoro, nelle scuole, nei consumi e nellaccesso ai servizi pur in un quadro generale di maggiore debolezza rispetto agli autoctoni, e di pi forte esposizione alle congiunture economiche negative, come quella attuale. Al tempo stesso, e per i motivi gi indicati, il tema della casa agli stranieri rimane, specie in relazione alledilizia pubblica, uno dei pi forti catalizzatori di pregiudizi e stereotipi circa i privilegi a cui gli immigrati e le loro famiglie avrebbero accesso. A volte queste istanze, che risuonano periodicamente nel dibattito pubblico, appaiono semplicemente impermeabili ai dati di realt, che indicano al contrario una sistematica sotto-fruizione del patrimonio abitativo pubblico da parte degli stranieri, almeno in rapporto al loro grado di vulnerabilit e al fabbisogno alloggiativo che ne deriverebbe. come se per gli stranieri, nelle rappresentazioni pi intolleranti, fosse in discussione il diritto di accesso alla casa in quanto tale almeno per quanto riguarda ledilizia pubblica (che pure prevede ovunque, come noto, criteri di accesso piuttosto restrittivi, legati anche alla durata della residenza in un dato territorio locale). Nellesperienza italiana, in effetti, laccesso e la fruizione del bene casa uno dei terreni di maggiore frizione potenziale tra il fabbisogno degli immigrati e quello della popolazione locale (o meglio: delle componenti pi deboli e svantaggiate della stessa). Sotto questo profilo, come in varie aree di policy, la nuova domanda degli immigrati amplifica e mette a nudo limiti strutturali delle politiche di welfare abitativo, in termini di architettura e soprattutto di consistenza. Tali politiche poggiano, a livello nazionale, su una quota di spesa sociale residuale, di molto inferiore per lambito specificamente abitativo 75 infosociale 45

alla media dellUnione europea. Detto diversamente, nel contesto italiano la competizione per laccesso alledilizia sociale solo marginalmente leffetto della domanda aggiuntiva degli immigrati, mentre dipende in larghissima misura dallinsufficienza quantitativa dellofferta (Caritas, 2012, p. 184). Unaltra particolarit del caso italiano risiede, come noto, nellelevata incidenza degli alloggi di propriet (ben al di sopra della soglia del 70%); un dato che ha ormai assunto una certa rilevanza, pur mantenendo valori ben pi bassi (e crescendo in misura rallentata negli ultimi anni), anche nelle fila degli stranieri. Stando alle pi recenti rilevazioni sulla condizione abitativa degli stranieri a cura di Scenari Immobiliari (2012), il 19% degli immigrati in Italia vive ormai in una casa di propriet (con rilevanti squilibri tra le diverse aree geografiche del Paese); gli affittuari sono invece pari, in media, a circa il 63% del totale. Il quadro completato da una quota di residenti presso il luogo di lavoro stimata nellordine dell8%, e da una componente residuale di soggetti alloggiati presso altri familiari o conoscenti. Rispetto al totale delle compravendite effettuate, il peso relativo degli acquirenti immigrati andato sistematicamente crescendo nei primi anni novanta, sino a toccare una quota del 17% circa nel 2007. andato invece calando negli anni successivi, per effetto della crisi economico-occupazionale e della contrazione dei canali di accesso al credito (da cui una maggiore difficolt ad accedere a mutui di entit relativamente cospicua). Al 2011, gli acquisti di casa da parte di immigrati entro un volume complessivo di compravendite in calo costante, dal 2007 in poi erano stimabili come di poco inferiori all11% del totale. Una ulteriore e rilevante contrazione dei nuovi acquisti era attesa, anche in ragione della congiuntura economica-occupazionale, per il 2012. Accanto a questi indicatori numerici, il rapporto di Scenari Immobiliari segnala la prevalenza, tra gli acquirenti immigrati, di lavoratori con una certa anzianit migratoria (una decina danni o pi), e quindi con un grado relativamente alto di stabilizzazione socio-lavorativa. Che lintegrazione, comunque intesa, sia fortemente correlata allanzianit di residenza anche per quanto riguarda laccesso alla casa del resto un dato condiviso nella letteratura sullargomento (Boccagni e Pollini, 2012). Alla luce dellimportanza di questo fattore possibile concludere che la crisi immobiliare ha rallentato ma non arrestato [la] progressione delle carriere abitative degli immigrati (Caritas, 2012, p. 181). Relativamente allaccesso degli stranieri alla casa di propriet non ci risultano disponibili, a oggi, dati specificamente disaggregati sul caso trentino. Non c ragione di ipotizzare, comunque, che esso si discosti in misura significativa dal profilo medio del Nord Italia, area in cui si stima si concentri il 70% degli acquisti di casa da parte delle famiglie di stranieri. Nellinsieme, tuttavia, la componente principale dellaccesso degli immigrati al mercato della casa ancora in larga misura quella degli affitti. bene ricordare come, in questo ambito, gli stranieri e le loro famiglie scontino sovente un accesso difficile o meglio, discriminato, nel senso della barriera rappreinfosociale 45 76

sentata da canoni di affitto sovente maggiorati. Come si nota in una recente pubblicazione della Fondazione ISMU (2011, p. 142), gli stranieri specie, potremmo aggiungere, quelli a bassa anzianit migratoria non dispongono di adeguati sistemi informativi che vadano al di l del rapporto personale o, meglio, non sono spesso al corrente delle opportunit informative esistenti, fornite per esempio dai sindacati inquilini o dagli sportelli dascolto. Questo spiega la loro profonda debolezza sul mercato dellaffitto privato rendendoli facilmente vittime di discriminazione e di ricatto. Anche pratiche diffuse come il sub-affitto o il sovra-affollamento degli spazi abitativi, pur tipicamente dettate dallesigenza di ridurre i costi alloggiativi, rischiano di riprodurre, in un circolo vizioso, la posizione stigmatizzata e la potenziale marginalit degli stranieri, o almeno di una parte di essi, dal mercato degli alloggi in locazione. A completamento di quanto osservato, vale la pena ricordare ancora che, nel sistema di welfare italiano, lofferta delledilizia residenziale pubblica comparativamente esigua, anche in rapporto al fabbisogno delle fasce pi vulnerabili della popolazione compresi gli stranieri e le loro famiglie. La quota degli stranieri tra i richiedenti alloggi pubblici ha conosciuto, nellultimo decennio, un sistematico incremento. In vari contesti locali, compreso quello trentino, essa corrisponde ormai a circa la met della domanda complessiva. Relativamente modesto invece, in linea generale, il peso delle assegnazioni di cui essi beneficiano (Caritas, 2012). Nel contesto trentino, per quanto riguarda il ruolo delle politiche pubbliche, lanalisi di questanno va circoscritta al campo delledilizia sociale.1 In tale ambito, come documentato dallIstituto Trentino per lEdilizia Abitativa, la domanda di alloggio pubblico (fig. 1) investe in misura predominante le aree urbane: in buona sostanza i comuni di Trento, Rovereto, Pergine, Arco e Riva. In tutte le comunit di valle, al di l dei territori pi periferici, essa ha conosciuto un incremento sistematico, nellarco degli ultimi anni.2 Al primo semestre del 2011, le istanze di alloggio pubblico presenti nella apposita graduatoria erano, nellinsieme, 7.532. Poco meno della met di queste il 48% del totale era riconducibile a cittadini non comunitari.
1 2

Nel caso delledilizia agevolata non risultano infatti presenti, per il 2011, domande da parte di stranieri. Tale incremento, nella lettura che ne d lultimo Bilancio Sociale dellItea, imputabile ad una duplice motivazione: da un lato il sistema ICEF, introdotto dalla L.P. 15/2005, a meccanismo base delle graduatorie dal 2008 in poi, ha allargato la base degli aventi diritto, rispetto allassetto precedente. Secondariamente, fino al 31/12/2011, ovvero fino allentrata in vigore del nuovo regolamento di attuazione della L.P. 15/2005 (D.P.P. n. 17-75 del 12 dicembre 2011), ogni domanda mantiene la sua validit per sei graduatorie consecutive, ovvero per 3 anni; ci pu determinare la presenza in graduatoria di domande non pi attuali, bench valide, come per esempio nei casi in cui laspirante allalloggio pubblico trovi unaltra sistemazione. Occorre tenere conto, in altre parole, delleffetto cumulativo creato dalle domande gi fatte in passato, oltre che delle variazioni nei criteri di eleggibilit. Rimane il dato dinsieme di una crescente domanda abitativa, in buona misura non soddisfatta, di cui gli stranieri rappresentano ormai una componente centrale. Va anche segnalato, come ricorda la stessa fonte, che a partire dal 2012 le graduatorie di edilizia pubblica si rinnovano su base annuale (anzich mantenere una stratificazione di tre anni, come in precedenza).

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Fig. 1 - Ripartizione territoriale delle domande di alloggio pubblico in provincia di Trento (2009-2011) (fonte: ITEA, 2012)

3.000 2.500
2.000 1.500 1.000 500 0

Comunit Val di Fiemme

Comunit di Primiero

Comunit Valsugana e Tesino

Comunit alta Comunit Comunit Valsug. e Valle di Non Valle di Sole Bersntol

2009 2010 2011

95 115 132

7 11 14

112 156 176

484 594 592

272 273 299

35 47 60

3.000 2.500
2.000 1.500 1.000 500 0

Comunit delle Giudicarie

Comunit Alto Garda e Ledro

Comunit della Vallagarina

Comun General de Fascia

Comunit della Val dAdige

Comune di Rovereto

Comune di Trento

2009 2010 2011

137 185 227

879 1.029 1.196

432 487 587

18 28 30

522 642 736

766 871 837

2.074 2.361 2.646

Nella cornice della nuova architettura istituzionale del territorio trentino, ogni comunit di valle tenuta a individuare a partire dagli standard minimi stabiliti a livello provinciale la quota di risorse di edilizia pubblica da destinare agli stranieri. Questo vale per la locazione degli alloggi pubblici, ma anche, infosociale 45 78

come vedremo, per i contributi allaffitto sul libero mercato. La quota media di assegnazioni a favore degli stranieri risulta nellordine del 10% del totale, sostanzialmente in linea con il loro peso demografico (anche se non con il loro fabbisogno abitativo, che in vari casi risulta, come si visto, assai pi elevato). Al di l del caso trentino, non esiste, a livello nazionale, alcuna banca dati unitaria circa il peso complessivo dei beneficiari stranieri sulle assegnazioni delledilizia residenziale pubblica; n come dato di flusso (cio in relazione alle assegnazioni annuali), n a maggior ragione come dato di stock. tuttavia interessante notare, come documentato dalla Fondazione ISMU (2011, p. 151) in riferimento al 2010, che in vari contesti locali di immigrazione il peso relativo degli assegnatari stranieri risultava pi elevato che a Trento: 20% circa a Piacenza, 19% a Parma, 15% a Brescia e ad Ancona, 14% a Bologna, solo per fare alcuni esempi. Limitando ora lattenzione alle domande di edilizia pubblica presentate in provincia di Trento nel secondo semestre del 2011, istruttivo fare qualche ulteriore confronto tra la componente dei richiedenti comunitari e quella dei non comunitari. Per quanto riguarda il contributo integrativo per laffitto, le domande presentate in graduatoria erano 3.302, provenienti da cittadini comunitari per il 52% del totale. interessante notare che, di tutte le domande presentate, quasi il 32% proveniva dal solo Comune di Trento (suddivise in pari misura tra comunitari e non). Se a questo dato sommiamo le istanze relative al Comune di Rovereto, nonch allAlto Garda e Ledro, arriviamo a oltre la met (54%) della domanda complessiva. Fortemente diverso tra le due categorie di richiedenti era, come prevedibile, il peso dei nuclei familiari con almeno un componente ultrasessantacinquenne: il 10% dei comunitari, contro il 5% dei non comunitari. A fronte di questa domanda di contributi integrativi per laffitto, la quota delle istanze ammesse a beneficio pari a circa il 91% tra i richiedenti comunitari e all87% tra i richiedenti non comunitari. Nel caso, invece, della locazione di alloggi pubblici (secondo semestre del 2011), le nuove domande in graduatoria erano ben 6.388, riconducibili a cittadini comunitari per il 54% del totale. Anche in questo caso si registra uno schiacciamento della domanda sul comune di Trento, da cui proviene il 34% delle richieste complessive. Da ricordare, anche in questo caso, il diverso profilo anagrafico dei nuclei familiari richiedenti: oltre il 7% delle istanze di cittadini comunitari proveniva da famiglie con almeno un membro ultrasessantacinquenne, mentre nel caso dei non comunitari lo stesso dato si fermava al 5%. Per ambedue le categorie di richiedenti, infine, la quota di domande soddisfatta era, come prevedibile, assai inferiore a quella delle domande di contributo per laffitto. A livello nazionale si stima che i beneficiari degli alloggi residenziali pubblici corrispondano, in media, a non pi dell8% dei richiedenti (2012). Nel caso trentino risultavano ammesse a beneficio, tra le domande di locazione alloggio, l11% circa delle istanze presentate da cittadini comu79 infosociale 45

nitari, e una quota sensibilmente inferiore pari al 5% delle domande di cittadini non comunitari. Il divario tra le due categorie, come segnala la tabella seguente, particolarmente accentuato nel Comune di Trento. Sono state ammesse a beneficio, in questo caso, il 6,4% delle istanze dei comunitari, a fronte dello 0,7% delle domande di non comunitari. Si tratta, bene ricordarlo, di un dato circoscritto, che rileva soltanto un flusso di domande puntuale riconducibile al 2011 e non indicativo della distribuzione di stock dei beneficiari delle misure di edilizia pubblica. Rimane, per, il dato di un accesso ai benefici da parte dei non comunitari che per quanto riguarda la locazione di alloggi pubblici fortemente sottodimensionato. Da rilevare anche, sempre relativamente alle graduatorie di edilizia pubblica del 2011 (secondo semestre), la significativa differenza nel numero medio di componenti dei nuclei familiari richiedenti: 2,82 unit per quanto riguarda i cittadini comunitari, a fronte di 3,9 unit nel caso dei cittadini non comunitari. Per fare sintesi delle considerazioni precedenti, riportiamo nelle tabelle 1 e 2 i dati di riepilogo delle domande ammesse a beneficio per i due strumenti qui esaminati, divise per categorie e per area comprensoriale di riferimento.
Tab. 1 - Contributi integrativi allaftto sul libero mercato (II semestre 2011) in provincia di Trento: confronto tra domande in graduatoria e domande ammesse a benecio (valori assoluti)
Comunitari Ente Comunit territoriale della Val di Fiemme Comunit Valsugana e Tesino Comunit Alta Valsugana e Bersntol Comprensorio della Valle dellAdige Comunit Val di Non Comunit della Valle di Sole Comunit delle Giudicarie Comunit Alto Garda e Ledro Comunit della Vallagarina Comun General de Fascia Comune di Rovereto Comune Trento TOTALE Extracomunitari Domande ammesse 29 28 145 185 40 14 134 124 10 164 502 1.375

Contributo Domande Contributo affitto ammesse affitto 51 39 155 178 130 38 74 284 74 15 157 525 1.720 51 37 150 168 129 36 284 70 12 148 477 1.562 29 28 145 188 68 14 152 134 127 10 167 520 1.582

fonte: Cinformi su dati Ufcio edilizia abitativa pubblica Servizio Politiche sociali e abitative - PAT

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Tab. 2 - Locazioni di alloggi pubblici (II semestre 2011) in provincia di Trento: confronto tra domande in graduatoria e domande ammesse a benecio (valori assoluti)
Comunitari Ente Comunit territoriale della Val di Fiemme Comunit di Primiero Comunit Valsugana e Tesino Comunit Alta Valsugana e Bersntol Comprensorio della Valle dellAdige Comunit Val di Non Comunit della Valle di Sole Comunit delle Giudicarie Comunit Alto Garda e Ledro Comunit della Vallagarina Comun General de Fascia Comune di Rovereto Comune Trento TOTALE Extracomunitari

Locazione Domande Locazione Domande alloggio ammesse alloggio ammesse 75 11 87 297 298 140 45 81 683 231 12 360 1.129 3.449 8 2 12 43 12 41 8 19 107 43 23 73 391 53 5 72 242 293 128 15 135 348 207 8 409 1.024 2.939 12 2 44 2 3 6 52 21 2 8 152

fonte: Cinformi su dati Ufcio edilizia abitativa pubblica Servizio Politiche sociali e abitative - PAT

2.2 La presenza nel sistema scolastico


Un altro tassello fondamentale nei processi di integrazione degli immigrati, in particolare delle seconde generazioni, rappresentato dal loro inserimento e dalla loro partecipazione al sistema dellistruzione e della formazione. indubbio che in questo ambito si giocano le sfide cruciali dellapprendimento in condizioni di pari opportunit e dellinclusione, e che le realt scolastico/ formative rimangono i contesti dai quali ci si attende anche limpegno a favorire buone relazioni fra giovani di diverse appartenenze. Lanalisi dei dati di seguito proposta ci consentir di rendere conto delle pi recenti dinamiche che hanno interessato la presenza straniera tra i banchi di scuola, e di mettere a fuoco alcuni degli aspetti pi significativi e le questioni emergenti che interessano i giovani stranieri e la loro domanda di istruzione. In altri termini, quello che ci si propone di fare tracciare un bilancio aggiornato sullinserimento degli alunni stranieri in Trentino, andando sinteticamente 81 infosociale 45

ad analizzare il modo in cui la realt provinciale si posiziona rispetto ad alcuni assi che caratterizzano il dibattito nazionale su immigrazione e scuola (ISMU e MIUR, 2011; Santagati, 2012): la concentrazione degli alunni stranieri in alcune scuole e istituti, il loro investimento in istruzione nella scuola secondaria di secondo grado e la canalizzazione delle scelte formative, il ritardo e il successo scolastico e formativo. Entrando nel merito dei dati rilevati per il caso trentino, possiamo partire confermando quanto gli alunni con cittadinanza non italiana siano una realt strutturale della provincia. Nellanno scolastico 2011/2012 i giovani stranieri iscritti nelle scuole sono arrivati a sfiorare le 9.500 unit: oltre 2.000 nella scuola dellinfanzia, circa 3.400 nella scuola primaria, poco pi di 2.000 nella secondaria di primo grado e 1.700 nella secondaria di secondo grado (tab. 3). Includendo anche gli stranieri che frequentano i centri di formazione professionale poco meno di 1.200 la presenza complessiva di alunni stranieri nel sistema dellistruzione e della formazione provinciale tocca le 10.600 unit. Lincremento complessivo rispetto allanno scolastico precedente stato di 600 unit (+6,5%): pi deciso negli istituti superiori (quasi +10%), contenuto nelle scuole secondarie di primo grado (+4,5%). La fotografia allargata allultimo quindicennio, poi, consente di apprezzare in maniera ancora pi chiara quanto la popolazione scolastica straniera sia passata, anche in Trentino, da aspetto numericamente marginale a fenomeno consolidato in tutti gli ordini scolastici. Nonostante il rallentamento della crescita degli iscritti stranieri segnalato a partire dalla.s. 2008/2009.
Tab. 3 - Alunni con cittadinanza non italiana iscritti alle scuole del Trentino: valori assoluti - anni scolastici 1998/99; 2005/06-2011/12
Anno scolastico 1998/99 2005/06 2006/07 2007/08 2008/09 2009/10 2010/11 2011/12 1.122 1.544 1.537 1.678 1.882 2.048 2.187 2.195 2.435 2.779 2.839 2.963 3.193 3.389 1.262 1.428 1.788 1.905 1.986 2.016 2.106 854 977 1.197 1.454 1.638 1.602 1.754 5.433 6.384 7.301 7.876 8.469 8.859 9.436 Infanzia 342 Primaria 598 Secondaria I grado 274 Secondaria II grado 141 Totale 1.355

fonte: elaborazione Cinformi su dati Servizio Statistica - PAT

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Tab. 4 - Alunni con cittadinanza non italiana iscritti alle scuole del Trentino: incidenza % sul totale della popolazione scolastica - anni scolastici 1998/99; 2005/06-2011/12
Anno scolastico 1998/99 2005/06 2006/07 2007/08 2008/09 2009/10 2010/11 2011/12 7,1 9,0 9,5 10,3 11,5 12,6 13,4 8,5 9,2 10,4 10,6 11,0 11,8 12,4 8,2 9,2 11,3 11,7 12,0 12,0 12,3 4,3 4,8 5,7 6,8 7,6 7,4 8,0 7,1 8,0 9,2 9,8 10,4 10,8 11,4 Infanzia 2,4 Primaria 2,6 Secondaria I grado 2,0 Secondaria II grado 0,8 Totale 2,0

fonte: elaborazione Cinformi su dati Servizio Statistica - PAT

Rapportando i valori assoluti al totale degli alunni iscritti alle scuole del Trentino nella.s. 2011/12 (tab. 4), possiamo verificare che la quota di studenti stranieri ha superato l11% del totale, un livello che si conferma superiore a quello medio nazionale (pari a 8,4%), ma non raggiunge quello del Nord-est (12,9%). Lincidenza maggiore si registra ancora nei primi ordini del sistema provinciale, con un valore che nella fascia prescolare tocca il 13,4%. Seguono scuola prima e secondaria di primo grado, con livelli del tutto analoghi, stimabili intorno al 12%. Pi contenuto il peso della componente straniera nella scuola secondaria di secondo grado, che comunque sale all8%. Se passiamo a considerare, tuttavia, la distribuzione percentuale degli iscritti nei diversi ordini e gradi (tab. 5), osserviamo che nellultimo decennio lincremento pi deciso ha interessato proprio gli istituti superiori: nella.s. 2002/03 accoglievano il 12,2% degli studenti con cittadinanza non italiana, mentre nella.s. 2011/12 il 18,6%. invece diminuito, passando dal 42% al 35,9%, il peso della scuola primaria. Altre tendenze hanno riguardato la scuola dellinfanzia e la scuola secondaria di primo grado, dove la percentuale di allievi stranieri rimasta piuttosto stabile nel tempo: nellultimo anno scolastico considerato queste scuole hanno accolto, rispettivamente, il 23,2% e il 22,3% degli stranieri presenti nel sistema scolastico provinciale.

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Tab. 5 - Ripartizione della popolazione scolastica straniera per ordine di scuola (provincia di Trento, a.s. 2002/2003-2011/2012) - valori percentuali
Ordine e grado di istruzione Infanzia Primaria Secondaria di I grado Secondaria di II grado Totale Distribuzione % della pop. scolastica straniera a.s. 2002/2003 22,5 42,0 23,3 12,2 100,0 a.s. 2011/2012 23,2 35,9 22,3 18,6 100,0

fonte: elaborazione Cinformi su dati Servizio Statistica - PAT

Rispetto allanno scolastico precedente ulteriormente cresciuta la quota di alunni stranieri nati in Italia (+12,4%), a fronte di un incremento medio di questi ultimi che, come abbiamo visto, stato molto pi contenuto. Ora pari al 50,2% (corrispondente a circa 4.700 studenti), mentre nella.s. 2010/2011 questa componente rappresentava il 47,6%, e vale la pena ricordare che solo quattro anni prima il dato medio era inferiore di 14 punti percentuali. Dunque, nelle scuole del Trentino complessivamente un alunno con cittadinanza non italiana su due nato in Italia. Chiaramente il peso dei nati in Italia si fa progressivamente meno incisivo nel passaggio verso gli ordinamenti scolastici superiori: se nelle scuole dellinfanzia che raggiunge il valore pi elevato (addirittura 83,3%), seguite dalle scuole primarie (60,8%), nelle secondarie di primo grado scende al 30% e negli istituti superiori registra il valore pi basso (12,8%) (tab. 6). Come segnala la fig. 2, in pochi anni tutti gli ordini scolastici hanno conosciuto un progressivo e sorprendente ampliamento della componente degli stranieri di seconda generazione in senso proprio.
Tab. 6 - Alunni con cittadinanza straniera per ordine di scuola e disaggregazioni dei nati in Italia (a.s. 2011/12)
Ordine di scuola Infanzia Primaria Secondaria di I grado Secondaria di II grado Totale Stranieri 2.187 3.389 2.106 1.754 9.436 di cui nati in Italia 1.821 2.059 634 225 4.739 % nati in Italia su tot. stranieri 83,3 60,8 30,1 12,8 50,2 var. % 2011/122010/11 nati in Italia 9,8 13,6 13,8 20,3 12,4

fonte: elaborazione Cinformi su dati Servizio Statistica - PAT

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Fig. 2 - Alunni nati in Italia ogni 100 studenti con cittadinanza non italiana. A.s. 2007/2008 - 2011/2012 (fonte: Cinformi su Servizio Statistica - PAT)
100,0 90,0 80,0 70,0 60,0 50,0
40,2 56,8 52,2 46,5 75,0 78,7 78,1 83,3 81,0

60,8

40,0 30,0 20,0 10,0 0,0 Infanzia 2007/08 Primaria 2008/09


16,5 27,6 22,7 18,9

30,1

6,2

8,5 11,6

11,7 12,8

Secondaria I grado Secondaria II grado 2009/10 2010/11 2011/12

Il dato sullincremento dei nati in Italia tra gli alunni stranieri e sulla loro incidenza pone il Trentino in linea con quanto si registra nelle prime due regioni italiane per quota di studenti stranieri nati in territorio nazionale, la Lombardia e il Veneto: anche nel sistema scolastico di questi contesti, pi della met degli studenti con cittadinanza non italiana sono per lappunto nati in Italia (50,9%). Resta il fatto che, per il loro status giuridico, rimangono inclusi nelletichetta alunni stranieri, anche se si suppone che il fatto di essere scolarizzati esclusivamente nelle scuole italiane li distingua in maniera significativa da chi viene dallesperienza del ricongiungimento (soprattutto se attuato nella fase adolescenziale). Come si legge nellultimo Dossier Caritas (2012, p. 172),
Di fatto, se oggi in Italia vigesse lo jus soli, lincidenza degli alunni stranieri sul totale sarebbe molto pi bassa e gran parte della retorica e dei timori che circondano la riflessione attorno alle supposte difficolt di convivenza tra italiani e stranieri a scuola e a ipotetiche soglie da non superare affinch lapprendimento sia efficace per tutti, non avrebbero ragione dessere.

In effetti, una questione recentemente molto dibattuta a livello nazionale e oggetto di interventi normativi e organizzativi, riguarda il fenomeno della concentrazione degli stranieri (nati in Italia e allestero) in singole scuole e classi, soprattutto per i rischi educativi di cui viene considerata indicatore. Si tratta 85 infosociale 45

di un tema che meriterebbe analisi approfondite, aldil delle considerazioni di carattere squisitamente quantitativo estrapolate dallincidenza straniera nei singoli istituti. Non solo perch, come appena detto, sotto la categoria alunni stranieri compresa una componente rilevante di ragazzi nati e scolarizzati in Italia. La questione molto pi complessa, anche nelle sue conseguenze, ed evidentemente sono molte le variabili chiamate in causa. Proprio una recente indagine quanti-qualitativa, realizzata in Lombardia nelle scuole secondarie di primo grado con pi del 30% di presenza straniera, ha indagato le caratteristiche delle relazioni in queste scuole e il loro impatto rispetto allapprendimento (Besozzi e Colombo, 2012): se innegabile che una forte concentrazione di stranieri ha portato con s problematiche nellapprendimento scolastico e nelle disparit tra studenti italiani e stranieri, la ricerca ha anche rilevato risvolti positivi a livello di clima di classe, sottolineando quanto il benessere relazionale degli studenti non sia risultato influenzato dalla presenza elevata di alunni stranieri. Premesso questo, per il caso trentino dobbiamo fermarci alle considerazioni consentite dai dati di fonte MIUR.3 Secondo queste statistiche, nellanno scolastico 2011/12 ammontava a 3,7% la quota di istituti trentini del primo e secondo ciclo di istruzione in cui stata superata la soglia massima di incidenza di presenza straniera stabilita al 30% (a livello nazionale il valore analogo, ma nelle scuole del Nord-est ha raggiunto il 6,3%): si tratta precisamente di 11 scuole primarie e 3 scuole secondarie di secondo grado. Significativo il numero di scuole che si collocano tra il 15 e il 30% di presenze straniere (45, 11,8%). Nel 6% delle scuole trentine, invece, si registrata una assenza totale di alunni con cittadinanza non italiana, percentuale molto pi esigua rispetto a quella media italiana (14,8%), ma in linea con il dato del Nord-est (6,9%). Leggendo il dato in chiave di distribuzione territoriale (tab. 7), si osserva che la popolazione scolastica straniera in termini assoluti concentrata nelle scuole della valle dellAdige e del territorio della Vallagarina incide con pesi superiori a quelli medi provinciali in Vallagarina (14,5%), Valle di Non (13,8%), nella comunit Rotaliana (13,2%) e in Valle di Cembra (12%). I valori della Valle di Non spiccano anche se si analizza il dato dellincidenza percentuale degli alunni con cittadinanza non italiana allinterno dei diversi ordini e gradi di istruzione, in particolare nelle scuole dellinfanzia (17,1%, valore analogo a quello della comunit Rotaliana), nelle primarie (16,7%, come registrato in Vallagarina), e nelle scuole secondarie di primo grado (16,1%). invece la comunit dellAlta Valsugana a detenere il primato nellambito delle scuole secondarie di secondo grado (11,9%, rispetto ad un valore medio pari all8%).

Il dato riferito alla provincia di Trento non include le scuole dellinfanzia.

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Tab. 7 - Alunni con cittadinanza non italiana in provincia di Trento per livello formativo e Comunit di Valle sede di studi. Valori assoluti e percentuali per 100 alunni - anno scolastico 2011/2012
Alunni con cittadinanza non italiana Infan. 61 11 66 203 39 199 39 130 179 483 17 7 166 14 546 27 2.187 3.389 47 760 20 11 458 53 2.106 222 145 5 5 78 692 1.754 24 12 8 772 455 425 301 208 133 11,7 16,8 5,1 7,5 17,2 9,9 15,2 8,5 13,4 223 144 58 10,9 95 46 1 9,3 330 205 124 17,1 16,7 12,3 11,4 11,7 16,8 4,6 2,5 14,1 9,2 12,5 9,9 12,4 74 45 10,9 12,5 262 180 120 11,7 9,4 152 77 68 8,4 11,4 9,2 10,7 12,2 16,1 9,5 11,7 12,9 15,8 3,5 4,6 15,9 8,5 11,6 17,2 12,3 21 17 10 4,0 4,2 5,8 81 45 37 10,8 7,4 6,3 4,9 4,1 7,6 11,9 6,8 3,7 6,2 7,6 9,7 2,5 6,6 8,0 8,0 Prim. Sec. I grado Infan. Prim. Sec. II grado Sec. I grado Sec. II grado Per 100 iscritti Tot. 7,2 4,5 9,4 10,6 12,0 13,8 10,6 10,4 11,0 14,5 4,0 4,3 13,2 9,2 11,0 11,5 11,4

Comunit di Valle

Comunit territoriale della Valle di Fiemme

Comunit di Primiero

Comunit Valsugana e Tesino

Comunit Alta Valsugana e Bersntol

Comunit della Valle di Cembra

Comunit della Valle di Non

Comunit della Valle di Sole

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Comunit delle Giudicarie

Comunit Alto Garda e Ledro

Comunit della Vallagarina

Comun General de Fascia

Magnifica Comunit degli Altopiani cimbri

Comunit Rotaliana-Knigsberg

Comunit della Paganella

Territorio Val d'Adige

Comunit della Valle dei Laghi

Totale

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fonte: elaborazione Cinformi su dati Servizio Statistica - PAT

Con riferimento alla disaggregazione per aree di origine, complessivamente lEuropa rappresenta da sola il 58% degli alunni con cittadinanza straniera, il Maghreb il 21,7%, mentre Asia e centro-sud America, rispettivamente, il 10,7% e il 6,7%. Alcune aree continentali mostrano una distribuzione interna per ordini scolastici significativamente diversa da quella media, anche in ragione del livello di maturazione raggiunto dal loro percorso migratorio e delle caratteristiche del modello migratorio stesso. Si fa riferimento, in particolare, alle presenze dal Maghreb, che vedono quote molto pi elevate rispetto ai valori medi nella scuola dellinfanzia (27,9%) e in quella primaria (39,2%), e un valore decisamente pi contenuto nelle secondarie di secondo grado (10,8%). Gli studenti dellAmerica centro-meridionale spiccano per tendenze opposte: poco rappresentanti nelleducazione pre-primaria (9,8%), e con forte concentrazione nelle scuole secondarie di primo grado (27,1%) e nel secondo ciclo di istruzione (30,9%). Non particolarmente lontani dalla media, invece, i relativi valori degli studenti dellEuropa orientale, se non in corrispondenza delle scuole secondarie di secondo grado, dove sono presenti nel 21% dei casi. Nella graduatoria per Paese dorigine proposta nella tab. 8, si confermano gli andamenti consolidati da qualche anno, con le prime tre posizioni occupate da Albania (1.500 studenti, 16,3% del totale), Marocco (circa 1.300, pari al 14,2%) e Romania (quasi 1.300, 13,7%). Dopo questi tre Paesi, nessun altro gruppo nazionale raggiunge il 10% sul totale degli alunni con cittadinanza non italiana. Rispetto alla.s. 2010/11, crescono in misura significativa moldavi (+21,2%) e algerini (+20,7%). Pi contenuti, ma pur sempre superiori al dato medio, sono gli incrementi registrati per gli studenti dalla Romania (+14,2%) e per quelli dal Pakistan (+10,6%). Da sottolineare che tra gli alunnni di origine maghrebina presenza significativa fin dallinizio della storia multiculturale della scuola trentina particolarmente elevata la quota dei nati in Italia: pari a circa l82% tra studenti con cittadinanza tunisina e algerina, al 70% tra i ragazzi con cittadinanza marocchina. Al versante opposto, troviamo gli alunni arrivati allinterno di flussi migratori pi recenti, ovvero quelli da Moldova (20% di nati in Italia) e Ucraina (25%).

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Tab. 8 - Alunni con cittadinanza non italiana per principali Paesi di cittadinanza (primi 10) - valori assoluti e percentuali, incidenza femmine e nati in Italia, variazioni percentuali (a.s. 2011/12)
Cittadinanza Albania Marocco Romania Macedonia Pakistan Moldova Serbia-Mont.-Kosovo* Tunisia Ucraina Algeria Altri paesi Totale V.A. 1.535 1.342 1.293 742 543 498 492 491 230 216 2.054 9.436 % 16,3 14,2 13,7 7,9 5,8 5,3 5,2 5,2 2,4 2,3 21,8 100,0 % femmine 49,1 46,9 49,1 48,5 45,9 57,0 49,2 50,3 51,7 57,9 47,2 48,9 % nati in Italia 61,6 70,0 36,4 52,8 39,8 19,7 54,9 81,3 24,8 81,9 37,7 50,2 var. % rispetto anno precedente 3,6 7,1 14,2 0,0 10,6 21,2 4,2 8,4 7,5 20,7 1,1 6,5

* Linformazione sulla cittadinanza elaborata dal Servizio Statistica non consente una sistematica ed esatta distinzione tra i cittadini dei tre Stati, motivo per il quale si deciso di mantenerle insieme. fonte: elaborazioni Cinformi su dati Servizio Statistica - PAT

La graduatoria dei diversi Paesi di origine varia in misura modesta in relazione ai diversi ordinamenti (tab. 9 e tab. 10), con gli albanesi che risultano la componente prevalente in tutti gli ordini tranne che nella scuola secondaria di primo grado, dove sono pi numerosi i marocchini. Proprio questi ultimi, che nei primi ordini occupano la seconda o prima posizione per incidenza sul totale degli alunni stranieri (con valori prossimi al 15%), nelle scuole secondarie di secondo grado scendono al quarto posto, facendo segnare un valore che non supera il 9%. Nella gerarchia per Paese di questi istituti, risalgono invece molte posizioni (rispetto a quelle occupate negli ordini inferiori) gli studenti di cittadinanza moldava e ucraina, raggiungendo, rispettivamente, il terzo e sesto posto, con valori pari al 10 e al 4% del totale degli alunni stranieri qui inseriti.

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Tab. 9 - Alunni con cittadinanza non italiana per principali cittadinanze e ordine di scuola (a.s. 2011/2012)
Cittadinanza Albania Marocco Romania Macedonia Pakistan Moldova Serbia-Monten.Kosovo Tunisia Ucraina Algeria Altri paesi Totale Infanzia 398 351 336 160 139 75 92 142 41 78 375 2.187 Primaria 537 501 455 298 214 133 214 211 53 91 682 3.389 Sec. I grado 300 328 267 167 123 117 120 96 63 29 496 2.106 Sec. II grado 300 162 235 117 67 173 66 42 73 18 501 1.754 Totale 1.535 1.342 1.293 742 543 498 492 491 230 216 2.054 9.436

fonte: elaborazione Cinformi su dati Servizio Statistica - PAT

Tab. 10 - Alunni con cittadinanza non italiana per principali cittadinanze e ordine di scuola (a.s. 2011/2012) - percentuali di colonna
Cittadinanza Albania Marocco Romania Macedonia Pakistan Moldova Serbia-Monten.Kosovo Tunisia Ucraina Algeria Infanzia 18,2 16,0 15,4 7,3 6,4 3,4 4,2 6,5 1,9 3,6 Primaria 15,8 14,8 13,4 8,8 6,3 3,9 6,3 6,2 1,6 2,7 Sec. I grado 14,2 15,6 12,7 7,9 5,8 5,6 5,7 4,6 3,0 1,4 Sec. II grado 17,1 9,2 13,4 6,7 3,8 9,9 3,8 2,4 4,2 1,0 Totale 16,3 14,2 13,7 7,9 5,8 5,3 5,2 5,2 2,4 2,3

fonte: elaborazione Cinformi su dati Servizio Statistica - PAT

Veniamo ora ad analizzare le scelte degli studenti stranieri rispetto agli indirizzi nelle scuole secondarie di secondo grado (tab. 11), per valutare quanto queste siano selettive e, dunque, dar conto delle dinamiche pi recenti del fenomeno della canalizzazione formativa degli alunni stranieri. Dei 1.754 studenti stranieri negli istituti superiori, quasi 2 su 3 frequentano un istituto tecnico (45,6%) o professionale (19,9%), a fronte del 46,5% rilevato infosociale 45 90

tra gli iscritti italiani. Il 30% circa inserito nei licei, contro una percentuale che tra gli studenti italiani tocca il 48%. Ne deriva una significativa eterogeneit nei pesi sulla popolazione studentesca complessiva: rispetto ad unincidenza pari all8% nel complesso delle scuole secondarie di secondo grado, ogni 100 studenti vi sono in media 5 stranieri nei licei, 10 negli istituti tecnici e 19 in quelli professionali. Risulta dunque confermato lorientamento alla scelta di indirizzi maggiormente finalizzati alla professionalizzazione, ad un pi rapido e diretto inserimento nel mercato del lavoro (cfr. anche il capitolo 7 del presente Rapporto).
Tab. 11 - Alunni con cittadinanza non italiana nelle scuole secondarie di secondo grado della provincia di Trento (a.s. 2011/2012): distribuzione per indirizzi di studio
Cittadinanza Istruzione classica, scientifica, linguistica Istruzione magistrale Istruzione tecnica Istruzione professionale Istruzione artistica e musicale Totale V.A. 324 197 799 349 85 1.754 % 18,5 11,2 45,6 19,9 4,8 100,0 % femmine 67,0 86,8 38,0 63,0 58,8 54,8 incidenza % sul totale 4,3 7,6 9,2 18,8 6,7 8,0 var. % su a.s. 2010/11 -3,6 11,3 19,1 1,5 14,9 9,5

fonte: elaborazione Cinformi su dati Servizio Statistica - PAT

A queste considerazioni vanno aggiunte quelle che derivano dal monitoraggio della situazione nei centri di formazione professionale. Nellanno formativo 2011/12, gli iscritti stranieri a questi percorsi sono stati 1.188 (solo nell8,5% dei casi nati in Italia), confermando la forte capacit che anche questa filiera ha di intercettare una quota consistente di giovani stranieri, in larga misura di genere maschile (63,5%). Sono cresciuti del 13% rispetto alla.f. precedente, e la loro incidenza sul totale dei corsisti ha raggiunto il 21% (addirittura il 30% nel macrosettore del terziario, e il 27% sia in quello dei servizi sanitari e socio-assistenziali che in quello dellindustria e artigianato). Non va dimenticato, infine, che a questi studenti si aggiungono coloro che frequentano i corsi scolastici per adulti, a cui dedicato il consueto approfondimento nel capitolo nono di questo Rapporto. I dati a disposizione ci consentono di chiudere il paragrafo proponendo alcune riflessioni su altre due questioni delicate, inevitabilmente condizionate dal percorso migratorio individuale e familiare degli studenti: il ritardo (attraverso 91 infosociale 45

lanalisi del rapporto intercorrente fra et degli alunni e classe di inserimento) e il successo scolastico. Relativamente al primo aspetto, va considerato che il ritardo scolastico tra gli stranieri si conferma pi elevato rispetto ai compagni italiani in tutti i livelli di scuola (tab. 12), anche se in Trentino meno accentuato che a livello nazionale. Risulta pari al 17,5% nella scuola primaria, al 42% con riferimento agli iscritti alla scuola secondaria di primo grado, e al 59% per gli studenti degli istituti superiori della provincia. I valori omologhi per gli italiani sono rispettivamente del 2,5%, del 6% e del 18,5%. Dunque, nel secondo ciclo di istruzione che il divario si mantiene pesante (ben 40 punti percentuali di scarto): quasi i due terzi dei giovani stranieri della secondaria di secondo grado sono in ritardo, contro circa un quinto dei compagni italiani. Va comunque sottolineato il fatto che situazioni di ritardo scolastico sono marcatamente pi diffuse tra i nati allestero iscritti in tutti gli ordini di scuola rispetto ai loro coetanei di seconda generazione. Inoltre, proprio per effetto della crescita della componente nata in Italia, negli ultimi anni la forbice fra stranieri e italiani ha dato segnali di una, seppur timida, riduzione.
Tab. 12 - Alunni per regolarit del percorso di studi, cittadinanza e livello di scuola. Fine a.s. 2011/2012, Provincia di Trento
Nati all'estero Primaria In et "regolare" (incl. in anticipo) In ritardo di un anno In ritardo di almeno due anni Totale Quota "regolari" Secondaria I grado* In et "regolare" (incl. in anticipo) In ritardo di un anno In ritardo di almeno due anni Totale Quota "regolari" Secondaria II grado* In et "regolare" (incl. in anticipo) In ritardo di un anno In ritardo di almeno due anni Totale Quota "regolari" * Dati relativi agli iscritti al diurno. fonte: elaborazione Cinformi su dati Anagrafe unica degli studenti - PAT 883 417 37 1.337 66,0 619 558 151 1.328 46,6 434 549 242 1.225 35,4 Alunni stranieri Nati in Italia 1.878 125 6 2.009 93,5 481 78 14 573 83,9 148 49 4 201 73,6 Alunni italiani 23.207 546 61 23.814 97,5 14.130 837 100 15.067 93,8 15.347 2.806 675 18.828 81,5

Totale 2.761 542 43 3.346 82,5 1.100 636 165 1.901 57,9 582 598 246 1.426 40,8

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I dati complessivi registrano un persistente divario tra alunni di cittadinanza italiana e alunni stranieri anche quando si considera un altro indicatore, ovvero il tasso di promozione.4 Nella.s. 2011/2012, il 91,8% degli stranieri iscritti alla classe prima della secondaria di primo grado ha concluso lanno con la piena promozione, contro il 97,9% degli italiani; salendo dalla prima alle classi successive, il divario viene mantenuto, anche se pi contenuto (95,1% contro 98,1% per gli iscritti alla classe seconda, 93,3% contro 98,5% nelle classe terza). Nella scuola secondaria di secondo grado, le difficolt scolastiche degli alunni stranieri sono pi accentuate: alla fine della.s. 2011/2012, il 19,2% degli stranieri non stato ammesso alla classe successiva, contro l8% degli italiani. Che gli studenti stranieri continuino ad essere scolasticamente pi in difficolt rispetto ai compagni italiani trova conferma anche dallanalisi dei dati dellindagine PISA (Programme for International Student Assessment) realizzata nel 2009 (Martini e Rubino, 2011). In questo caso, ad essere valutate sono state le competenze scolastiche possedute dai quindicenni in lettura, matematica e scienze. In Trentino, gli studenti di origine immigrata del campione hanno in lettura un punteggio medio di 430 punti, contro una media di 516 degli studenti autoctoni; la forbice tra italiani e stranieri si fa ancora pi ampia nella formazione professionale (73 punti di scarto). Nellambito disciplinare della matematica, gli studenti di cittadinanza non italiana del campione hanno raggiunto un punteggio medio pari a 443, mentre gli italiani 521 punti (e il divario risultato molto pronunciato anche nei licei). Anche in scienze, lo scarto tra il punteggio dei quindicenni di cittadinanza non italiana e quello degli italiani raggiunge i 78 punti. Resta il fatto che, pur rilevando una situazione di svantaggio da parte dei quindicenni stranieri, lindagine PISA ha messo in evidenza leterogeneit interna a questo gruppo di studenti, con una variabilit in termini di scelta del tipo di scuola e di risultati che li accomuna agli studenti italiani.

2.3 I servizi socio-sanitari: accesso e fruizione


Laccesso ai servizi e alle prestazioni sanitarie per gli immigrati, in condizioni universalistiche, forse laspetto del welfare italiano che ha visto, negli anni, la maggiore capacit di adattamento inclusivo, per un verso; la pi efficace mobilitazione pubblica a favore della non-discriminazione degli stranieri, anche a prescindere dal loro status giuridico, per altro verso. Rimangono, naturalmente, importanti criticit nei processi di accesso e di inclusione, e altrettanto rilevanti variazioni su scala locale nella effettiva esigibilit del diritto alla protezione sanitaria degli stranieri.

Il tasso deriva dal rapporto tra il numero di studenti ammessi alla classe successiva e il totale degli studenti scrutinati.

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Anche sotto il profilo della variabilit regionale, che vede nel Trentino un contesto a elevata capacit di integrazione, le presenze straniere inducono una sorta di effetto specchio: quello di rendere pi evidenti, e per certi versi ancora pi problematiche, disuguaglianze sociali, economiche e infrastrutturali in larga misura preesistenti. Nel recente dibattito su salute e immigrazione cominciano a emergere, accanto a temi tradizionali come i fattori di vulnerabilit pi rilevanti per gli stranieri, linterdipendenza tra inclusione sociale e sanitaria o la riorganizzazione dei servizi, questioni apparentemente di frontiera, ma di rilevanza strategica per il futuro. Tra queste ultime figurano le ricadute socio-sanitarie dellinvecchiamento a cui anche la generazione dei primo-migranti va incontro; con laggravante, per cos dire, di poter spesso contare su una protezione previdenziale limitata, nonch su reti di sostegno informale meno sviluppate, a parit di altre condizioni, rispetto a quelle degli autoctoni. Abbiamo cominciato a intravedere la rilevanza di questo tema, tra laltro, in uno studio sulle rappresentazioni di benessere delle assistenti familiari straniere, condotto in Trentino su iniziativa del Cinformi (Boccagni e Ambrosini, 2012; cfr. anche il capitolo 6 del presente Rapporto). Per quanto riguarda, invece, lo stato dellinclusione sanitaria degli immigrati hic et nunc, si pu generalmente notare come il ricorso ai servizi pubblici da parte delle persone immigrate avvenga principalmente nellalveo delle situazioni fisiologiche, legate al parto, o per traumi e mancata prevenzione (ISMU, 2011, p. 131). Nello specifico caso del Trentino sono quasi 52mila, come si pu vedere dalla tabella 13, gli stranieri iscritti al sistema sanitario provinciale a met del 2012.5 Bench il dato possa scontare una quota di mancate cancellazioni di stranieri trasferiti altrove, o rientrati in patria, esso testimonia la capillare copertura garantita dal sistema sanitario locale agli stranieri residenti. Sul totale degli iscritti stranieri, le donne (52,9%) sono presenti in proporzione lievemente pi alta che tra i residenti. Accanto al dato dei soggetti a cui istituzionalmente riconosciuta una copertura ufficiale, e ai quali dedicheremo il resto del paragrafo, importante fare qualche cenno anche alla contabilit degli stranieri assistiti con codice STP. Tale codice, come noto, riferibile a stranieri senza regolare titolo di soggiorno, anche se non necessariamente domiciliati in modo stabile nel territorio provinciale. Dalla contabilit delle due banche dati a disposizione (tab. 14 e 15) risulta, per il 2011, un totale di 662 soggetti in questa condizione, equivalente a poco pi dell1% degli stranieri iscritti al sistema sanitario provinciale. Le nazionalit pi rappresentate in questo sotto-gruppo, a particolare vulnerabilit sociale e sanitaria, sono la tunisina (22% del totale), e poi la marocchina (19%).

Il totale qui indicato include anche 104 persone con cittadinanza sconosciuta.

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Tab. 13 - Cittadini stranieri iscritti al Sistema sanitario provinciale della provincia di Trento (27.06.2012) per gruppi nazionali
Nazionalit Romania Albania Marocco Macedonia Moldova Ucraina Serbia, Mont. e Kosovo Pakistan Tunisia Polonia Cina Algeria Bosnia-Erzegovina India Brasile Altri Paesi Totale V.A. 9.360 7.258 5.150 3.332 3.012 2.464 2.405 2.320 1.876 1.470 1.026 801 725 621 602 9.328 51.750 % iscritti stranieri 18,1 14,0 10,0 6,4 5,8 4,8 4,6 4,5 3,6 2,8 2,0 1,5 1,4 1,2 1,2 18,0 100,0 % totale iscritti SSP 1,7 1,4 1,0 0,6 0,6 0,5 0,4 0,4 0,3 0,3 0,2 0,1 0,1 0,1 0,1 1,7 9,6 Var. % 2012/2011* 6,9 1,4 1,4 1,9 3,0 2,8 0,8 4,9 -0,3 -0,9 6,3 -2,0 3,9 7,1 -2,4 2,7 2,9

*Il dato del 2011 al 10 agosto. fonte: elaborazioni Cinformi su dati Azienda Provinciale per i Servizi Sanitari - PAT

Tab. 14 - Assistiti STP, provincia di Trento (2011)


Nazionalit Mali Tunisia Marocco Nigeria Albania Altri Paesi Totale V.A. 55 49 35 35 28 185 387 % 14,2 12,7 9,0 9,0 7,2 47,8 100,0

fonte: elaborazioni Cinformi su dati Azienda Provinciale per i Servizi Sanitari - PAT

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Tab. 15 - STP al Pronto Soccorso, provincia di Trento (2011)


Nazionalit Tunisia Marocco Albania Ucraina Algeria Altri Paesi Totale V.A. 100 92 14 11 8 50 275 % 36,4 33,5 5,1 4,0 2,9 18,2 100,0

fonte: elaborazioni Cinformi su dati Azienda Provinciale per i Servizi Sanitari - PAT

Veniamo ora alle consuete rilevazioni sullassistenza ospedaliera agli stranieri. Il dato dei ricoveri ospedalieri rimanda, per il 2011, a circa 7.100 casi (pari al 7,8% del totale) o a poco pi di 7.800 (ovvero all8,2% del totale), se si considerano anche i ricoveri per parto senza ulteriori complicazioni (DRG 391 neonato sano; una fattispecie per la quale i ricoveri di donne straniere hanno unincidenza pari al 17,2% del totale). Nellinsieme, come vedremo, il confronto tra ospedalizzazione degli stranieri e dei residenti [italiani] in provincia evidenzia delle differenze legate sia a diverse strutture demografiche sia a comportamenti differenti legati al minor ricorso allospedalizzazione nei maschi, alla diversa fecondit e al maggior ricorso allinterruzione volontaria di gravidanza nelle donne (APSS, 2012, p. 494). La contabilit dei ricoverati stranieri per nazionalit (tab. 16) tende a ricalcare il peso delle principali collettivit di immigrati presenti nel territorio trentino. Come di consueto, tale contabilit include anche cittadini di Paesi europei che non sono bacino di emigrazione, come la Germania. Da segnalare anche la sensibile prevalenza, tra i ricoverati stranieri, delle donne (quasi il 65% del totale). Tale dato ha anche a che fare con il tipico profilo anagrafico degli stranieri, e quindi con la centralit dei ricoveri per motivi legati alla gravidanza o al parto.

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Tab. 16 - Ricoveri di pazienti stranieri in provincia di Trento per nazionalit (2011)*


Gruppo nazionale Romania Albania Marocco Moldova Pakistan Macedonia Germania Ucraina Polonia Tunisia Altri Paesi Totale V.A. 1.075 928 708 349 344 341 293 263 259 242 2.308 7.110 % per paese 15,1 13,1 10,0 4,9 4,8 4,8 4,1 3,7 3,6 3,4 32,5 100,0 % ric. ordinari 65,1 68,3 73,6 59,0 73,0 69,5 93,2 61,6 74,9 73,1 71,5 70,4 Variazioni 2011/2010 12,6 16,7 -4,7 13,3 4,2 -2,6 -2,7 18,5 5,3 -11,4 4,4 5,6

* Dati al netto del Drg 391 (neonato sano). fonte: elaborazione Cinformi su dati Servizio Epidemiologia clinica e valutativa - APSS

Considerata la centralit della gravidanza e del parto nelleconomia dellaccesso alla sanit della popolazione straniera, utile fare altre considerazioni al riguardo, sulla scorta di un recente approfondimento dellAzienda provinciale per i servizi sanitari (2012).6 Va anzitutto ricordato che, in linea molto generale, le immigrate straniere hanno tassi di fecondit pi elevati e anticipati, in termini di et media al primo parto, rispetto alle donne italiane.7 Detto questo, il quadro gi noto da vari anni a livello nazionale, e confermato anche su scala locale, quello di una diffusione sensibilmente minore delle pratiche della prevenzione, tra le donne straniere, anche in relazione alla gravidanza. A paragone delle gestanti italiane, le straniere effettuano in media un numero inferiore di visite ostetriche, ecografie e accertamenti prenatali. Meno diffusa anche la partecipazione ai corsi di preparazione alla nascita. Per quanto riguarda il tipo di parto, lo studio citato non rileva differenze statisticamente significative tra le due popolazioni considerate, ovvero tra partorienti italiane
6

Sullesperienza delle madri migranti in Trentino, con particolare riferimento allaccesso ai servizi di pediatria, si sofferma anche il capitolo quarto di questo Rapporto. A questi dati, ormai ben noti, si pu aggiungere come segnalato dallo stesso Rapporto della APSS (2012) che nel caso trentino le madri straniere, comprendendo anche le neo-madri con coniugi o partner italiani (e quindi riconducibili a coppie miste), sono ormai il 23% circa del totale; sono mediamente pi giovani delle madri italiane (28,5 anni vs. 32,5); presentano, nellinsieme, pi bassi livelli di scolarit.

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e stranieri. Emerge, nondimeno, una pi alta proporzione di parti spontanei a parit di altre variabili (et, titolo di studio, partecipazione a corsi preparto, ecc.) nelle madri con cittadinanza est-europea (APSS, 2012, p. 477). Una differenza statisticamente significativa, bench non molto accentuata, si rileva inoltre nella pratica dellallattamento al seno, relativamente pi diffusa tra le donne straniere che tra le italiane. Indicazioni di un certo rilievo emergono anche relativamente allo stato di salute del neonato: possibile cogliere, dai relativi indicatori, una sovraesposizione delle madri straniere a situazioni di rischio come quelle legate alle nascite pre-termine e sottopeso. parimenti pi elevata, tra i neonati stranieri, la quota di quanti necessitano di un ricovero alla nascita (14,3% vs. 11,7%). Va da s che i motivi prevalenti di ricovero, per gli stranieri come per la generalit della popolazione, sono sensibilmente diversi in base al genere. Come si pu vedere dalle tabelle seguenti, poco meno della met dei ricoveri di pazienti di sesso maschile riconducibile a tre soli gruppi diagnostici: traumatismi/avvelenamenti, e poi malattie dellapparato digerente e del sistema circolatorio. Bench il peso dei ricoveri tenda a rispecchiare quello delle rispettive popolazioni, un confronto con la contabilit dei residenti segnala unincidenza dei ricoveri maggiore nelle fila dei marocchini, Ad essi fanno seguito, in ordine decrescente, albanesi, tunisini, romeni, pakistani e macedoni.
Tab. 17 - Primi cinque gruppi diagnostici nei ricoveri di pazienti stranieri maschi in provincia di Trento (2011)*
Raggruppamenti di diagnosi pi frequenti Traumatismi ed avvelenamenti Malattie dellapparato digerente Malattie del sistema circolatorio Malattie dell'apparato respiratorio Codici V (Fattori che influenzano la salute) Altre patologie Totale * Dati al netto del Drg 391. fonte: elaborazione Cinformi su dati Servizio Epidemiologia clinica e valutativa - APSS V.A. 534 309 285 198 168 1.010 2.504 % 21,3 12,3 11,4 7,9 6,7 40,3 100,0

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Tab. 18 - Primi 10 Paesi relativi ai primi 5 settori nosologici (2011): pazienti maschi
Gruppo nazionale Romania Albania Germania Marocco Macedonia Polonia Pakistan Tunisia Rep. Ceca Serbia, Monten. e Kosovo Altri Paesi Totale V.A. 201 190 161 136 71 69 61 50 50 41 464 1.494 % 13,5 12,7 10,8 9,1 4,8 4,6 4,1 3,3 3,3 2,7 31,1 100,0

fonte: elaborazione Cinformi su dati Servizio Epidemiologia clinica e valutativa - APSS

Per quanto riguarda le pazienti straniere, poco meno della met dei ricoveri pur sempre legata allesperienza della gravidanza o del parto, anche al netto del DRG 391. Lelenco dei gruppi nazionali maggiormente rappresentati rispecchia, in questo caso, i rispettivi pesi demografici tra le donne straniere residenti (tab. 19 e 20).
Tab. 19 - I primi cinque gruppi diagnostici nei ricoveri di pazienti straniere in provincia di Trento (2011)*
Raggruppamenti di diagnosi pi frequenti Complicazioni gravidanza, parto e puerperio Malattie dellapparato genitourinario Malattie dellapparato digerente Traumatismi ed avvelenamenti Tumori Altre patologie Totale * Dati al netto del Drg 391. fonte: elaborazione Cinformi su dati Servizio Epidemiologia clinica e valutativa - APSS V.A. 1.958 359 290 285 241 1.473 4.606 % 42,5 7,8 6,3 6,2 5,2 32,0 100,0

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Tab. 20 - Primi 10 Paesi relativi ai primi 5 settori nosologici (2011): pazienti femmine
Gruppo nazionale Romania Albania Marocco Moldova Macedonia Pakistan Polonia Ucraina Tunisia Serbia, Monten. e Kosovo Altri Paesi Totale V.A. 524 371 318 194 137 137 130 125 105 97 995 3.133 % 16,7 11,8 10,2 6,2 4,4 4,4 4,1 4,0 3,4 3,1 31,8 100,0

fonte: elaborazione Cinformi su dati Servizio Epidemiologia clinica e valutativa - APSS

Nellinsieme, come si pu vedere, il tasso di ospedalizzazione degli stranieri ovvero la loro incidenza sul totale dei ricoveri ospedalieri caratterizzato da un processo di crescita lenta e lineare (tab. 21). Di fatto, tale dato si stabilizzato da svariati anni poco sopra la soglia del 7% del totale dei ricoveri, al netto di quelli per parto (neonato sano). In altre parole, lincremento dellospedalizzazione dei cittadini stranieri procede di pari passo fisiologicamente, per cos dire con laumento della popolazione straniera residente. Nel caso degli accessi al pronto soccorso, invece, il peso della popolazione straniera continua ad avere un peso ben pi ampio di quello dei residenti. Trova sostanziale conferma, quindi, il sovra-utilizzo del pronto soccorso da parte degli stranieri, bench tale dato vada letto con cautela: al 2010, secondo le rilevazioni della APSS (2012), era riconducibile a stranieri residenti in provincia solo il 68,8% sul totale degli accessi in questione. Il dato di cui si parla, in altre parole, include anche una quota ragguardevole di stranieri in transito, come i turisti, nonch, in qualche misura, di stranieri senza regolari documenti.

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Tab. 21 - Incidenza straniera sul totale dei ricoveri e degli accessi al pronto soccorso, 2004-2011
Incidenza stranieri ricoveri day hospital ricoveri regime ordinario Totale ricoveri* Accessi al pronto soccorso 2004 4,2% 5,3% 5,0% 2005 4,9% 5,8% 5,6% 2006 5,7% 6,3% 6,2% 2007 5,9% 6,8% 6,5% 2008 6,3% 7,5% 7,1% 2009 6,5% 7,6% 7,2% 2010 6,4% 7,8% 7,3% 2011 6,8% 8,3% 7,3%

10,0% 11,1% 12,4% 13,8% 14,4% 14,6% 15,1% 15,3%

* Dati al netto del Drg 391. fonte: Cinformi su dati Servizio Epidemiologia clinica e valutativa - APSS

Disaggregato per nazionalit (tab. 22), laccesso degli stranieri al pronto soccorso tende a ricalcare il peso relativo dei gruppi nazionali pi numerosi, fatto salvo per la sovra-rappresentazione di una componente turistica, passeggera, o comunque non riconducibile allimmigrazione per lavoro, come quella dei cittadini della Germania. Rimane confermata, sul totale degli utenti stranieri del pronto soccorso, la prevalenza degli uomini (che incidono per il 17,6%) rispetto alle donne (15,6%). Limitando lanalisi agli accessi da parte di stranieri residenti, tuttavia, il peso dellutenza maschile si riduce al 47,9% (dati APSS al 2010). Per quanto riguarda, infine, le cause dellaccesso al pronto soccorso da parte dei pazienti stranieri in generale si segnala, al 2010, una lieve prevalenza di cause non traumatiche (53,2%). Tra gli incidenti traumatici figurano invece le lesioni accidentali (29,5% degli accessi di stranieri), gli incidenti sul lavoro (10,1%), gli incidenti stradali (8,2%). Spicca, tra le altre voci, lincidenza degli incidenti sciistici (15,2%), evidentemente difficili da attribuire, se non in via residuale, agli immigrati per lavoro presenti in Trentino (APSS, 2012).

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Tab. 22 - Accessi alle strutture di pronto soccorso in provincia di Trento da parte di cittadini stranieri, per nazionalit (2011)
Gruppo nazionale Romania Albania Marocco Germania Macedonia Polonia Tunisia Pakistan Serbia, Monten. e Kosovo Moldova Altri Paesi Totale Maschi 2.278 2.313 1.930 1.065 945 942 966 759 585 423 4.775 16.981 Femmine 2.281 2.062 1.861 875 879 879 548 600 623 724 5.459 16.791 Totale 4.559 4.375 3.791 1.940 1.824 1.821 1.514 1.359 1.208 1.147 10.234 33.772 % per paese 13,5 13,0 11,2 5,7 5,4 5,4 4,5 4,0 3,6 3,4 30,3 100,0 Variazioni 2011/2010 13,0 4,9 -4,0 -3,0 7,9 5,1 5,3 9,8 -10,3 -0,9 1,8 2,9

fonte: elaborazione Cinformi su dati Servizio Epidemiologia clinica e valutativa - APSS

Nellinsieme, tra gli aspetti che ancora distinguono in negativo il profilo sanitario degli stranieri da quello della generalit della popolazione spiccano, da un lato, gli effetti della loro forte sovraesposizione agli infortuni del lavoro e quindi una debolezza sanitaria che ha motivi eminentemente sociali ed economici; ma anche, dallaltro lato, lincidenza elevata, e ulteriormente in crescita, delle interruzioni di gravidanza. Anche in questo caso il dato sanitario per molti versi lo specchio di condizioni di disagio e di vulnerabilit pi ampie e complesse, che investono la popolazione straniera femminile in et giovane-adulta. A questo riguardo, la tab. 23 ricostruisce la serie storica delle interruzioni volontarie di gravidanza da met anni novanta a oggi. La linea di tendenza che ne emerge eclatante nella sua chiarezza, e fotografa meglio di molte parole astratte la situazione di particolare debolezza e vulnerabilit a cui le donne straniere sono esposte, al di l di ogni altro fattore che pu essere sotteso alla pratica dellaborto volontario.8 In buona sostanza, il ricorso alla IVG in calo sistematico tra le donne di cittadinanza italiana: il valore assoluto
8

A tale riguardo, nel gi citato Rapporto epidemiologico della APSS (2012, p. 479) si sottolinea anche linfluenza di approcci e visioni diverse dellabortivit volontaria, legati al vissuto del Paese dorigine. Si pensi, ad esempio, che in alcuni Paesi dellEst Europa lIVG stata considerata per cinquantanni un metodo contraccettivo normale, senza un dibattito che ne discutesse la liceit morale o la nocivit psico-fisica per la donna: una prassi medica del tutto comune e legittima.

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del 2011 pari a poco pi della met di quello del 1995. Si tratta di un indicatore importante dellefficacia del lavoro socio-sanitario di prevenzione, ma anche, in generale, della diffusione di migliori condizioni di benessere sociale e sanitario. A questo andamento si contrappone, tra le donne straniere, una traiettoria diametralmente contrapposta: le IVG relative a donne immigrate, che nel 1995 corrispondevano al 5% del totale, sono ormai nellordine del 37%. Laumento assai elevato anche sotto il profilo dei valori assoluti, al di l del termine di comparazione con la popolazione autoctona. Se in vari ambiti dei processi di integrazione locale possibile cogliere segni di un maggiore benessere sociale nella popolazione straniera, sia pure con vari limiti e contraddizioni, lindicatore delle IVG ci rimanda a un quadro di elevata debolezza sociale, e forse di isolamento relazionale, a cui le donne straniere sono ancora largamente sovraesposte. A oggi, il tasso di abortivit delle donne straniere in Trentino, e nel resto dItalia, risulta ben quattro volte pi alto di quello delle donne italiane.
Tab. 23 - Interruzioni volontarie di gravidanza effettuate in provincia di Trento per cittadinanza. Anni 1995-2011
Anno 1995 1996 1997 1998 1999 2000 2001 2002 2003 2004 2005 2006 2007 2008 2009 2010 2011 Cittadinanza Italiane 1.035 962 1.018 998 948 1.030 1.053 1.183 1.047 1.023 863 966 893 755 693 600 579 Straniere 57 72 85 83 156 90 128 179 182 293 380 392 391 391 385 309 337 % cittadine straniere 5,2 6,9 7,7 7,6 14,1 8,0 10,8 13,1 14,8 22,3 30,6 28,9 30,5 34,1 35,7 34,0 36,8

fonte: Cinformi su dati Servizio Epidemiologia clinica e valutativa APSS

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Per quanto riguarda la disaggregazione per cittadinanza, circa la met delle IVG praticate in Trentino nel 2011 riconducibile a tre soli gruppi nazionali: Romania (oltre un quinto del totale), Albania e Moldova (tab. 24). Come si pu vedere, la variazione rispetto allanno precedente (+9%) segnala un sensibile incremento del fenomeno, al netto delle variazioni demografiche.

Tab. 24 - IVG di donne straniere per principali cittadinanze (provincia di Trento, 2011)
Gruppo nazionale Romania Albania Moldova Marocco Macedonia Altri Paesi Totale v.a. 74 49 43 29 16 126 337 % 22,0 14,5 12,8 8,6 4,7 37,4 100,0 var. % 2011/2010 32,1 25,6 115,0 -19,4 100,0 -16,0 9,1

fonte: elaborazione Cinformi su dati Servizio Epidemiologia clinica e valutativa - APSS

Pi in generale, inappropriato come abbiamo gi ricordato nelle precedenti edizioni del Rapporto guardare alle condizioni di salute degli stranieri, e ai relativi aspetti di fragilit, in termini esclusivamente clinici. Per meglio dire, occorre tenere conto anche delle ricadute negative della vulnerabilit sociale a cui la popolazione straniera specie in alcuni suoi segmenti sovraesposta, tanto pi a seguito della crisi degli ultimi anni. Basti ricordare che, come documentato dallOsservatorio Migrantes dellAssessorato alla solidariet e alla convivenza, a ottobre 2012 i lavoratori stranieri pesavano per il 21,6% sugli iscritti alle liste di mobilit. Alla stessa data essi corrispondevano al 35% degli iscritti alle liste di collocamento, o ancora per usare un altro indicatore di vulnerabilit al 49% dei richiedenti il reddito di garanzia (come sommatoria di una quota del 44% di cittadini extracomunitari, e del 5% di cittadini comunitari). Anche un indicatore prettamente economico, quale il reddito dichiarato dai cittadini italiani e stranieri, assai eloquente in questo senso. Al 2009 i dichiaranti reddito imponibile di cittadinanza non italiana erano pari, per il comune di Trento, al 7,3% del totale. Come indica la figura seguente, gli stranieri erano fortemente sovrarappresentati nelle fasce di reddito pi basse: dichiaravano un reddito imponibile pari o inferiore ai 20mila euro ben l86% degli stranieri, a fronte del 50% dei dichiaranti italiani (Ufficio Studi e statistica del Comune di

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Trento, 2012). Come si pu vedere dalla fig. 3, il reddito medio dei dichiaranti stranieri risulta pari ad appena la met di quello degli italiani. Disaggregando la popolazione per classi di et, il differenziale tra il reddito medio dei cittadini italiani e stranieri trova conferma in tutte le fasce det considerate, ad eccezione della classe det fino ai 24 anni. Da segnalare, inoltre, nella sottopopolazione dei dichiaranti stranieri, il forte e sistematico divario tra il reddito imponibile degli uomini e delle donne. Il primo risulta, in media, superiore del 47% al valore del secondo. Uno squilibrio di genere ancora pi accentuato si registra, peraltro, nei redditi imponibili medi dei dichiaranti italiani. Se il confronto si sposta sul reddito dichiarato dalle famiglie, lo squilibrio tra italiani e stranieri tende a farsi ancora pi accentuato (con un differenziale del 67%). Come rileva lo studio citato, il reddito medio delle famiglie italiane pari a circa 41.400 euro, mentre quello delle famiglie straniere nellordine dei 18.200 euro. Vale la pena notare, in questo caso, che il reddito medio dichiarato dalle famiglie miste quelle con un coniuge di cittadinanza non italiano appena inferiore a quello delle famiglie italiane, essendo pari a circa 40.300 euro.

Fig. 3 - Distribuzione del reddito imponibile dei dichiaranti, comune di Trento (2009) italiani e stranieri a confronto
(fonte: Ufcio Studi e statistica del Comune di Trento)

25,0 20,0 15,0 10,0 5,0 0,0

media stranieri: 12.394 euro

media italiani: 24.858 euro

10 15 20 25 30 35 40 45 50 55 60 65 70 75 80 90 100 oltre 100 livello di reddito imponibile (migliaia di euro)

anno 2009

dichiaranti italiani

dichiaranti stranieri

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2.4 Devianza e criminalit


La devianza tradizionalmente, nel dibattito pubblico sullimmigrazione, un tema particolarmente controverso, delicato, esposto a letture e manipolazioni ideologiche. Per certi versi, questo dovuto a indicatori oggettivi: la forte sovra-rappresentazione degli stranieri, e in particolare degli stranieri irregolari, tra i denunciati e i condannati per alcuni tipi di reato (come furto, spaccio e rapina), specie nel caso di taluni gruppi nazionali (e, pi ancora che per gli italiani, con una schiacciante prevalenza maschile). La vistosa concentrazione degli stranieri nella popolazione carceraria un altro dato che spinge in questa direzione. Eppure, al di l della oggettiva diffusione di alcuni comportamenti criminali e del rischio di una rappresentazione deformata e ingigantita, per vari motivi, della devianza degli stranieri in gioco c qualche cosa in pi. A sondare nel senso comune, e non solo in quello di chi criminalizza esplicitamente gli immigrati, come se circolasse un tacito assunto di principio: come se, essendo gli stranieri altri da noi, e in virt della gratitudine che ci dovrebbero dimostrare per essere stati accettati qui, non fosse fisiologico, e per certi versi prevedibile, che anchessi commettano reati. A rileggere molti discorsi di senso comune su immigrazione e devianza, come se, per un dato reato, lidentit straniera dellautore fosse unaggravante qualche cosa che urta la coscienza collettiva, ha bisogno di essere giustificato e va severamente condannato, pi di quanto non avverrebbe se lautore fosse un cittadino autoctono. In buona sostanza, al di l dei reali problemi di criminalit, ma anche dello stigma, e del circuito di marginalit perversa in cui sono invischiati molti autori stranieri di specifici reati, rimane un dato singolare: la criminalit straniera tende a turbare il senso comune e la rappresentazione condivisa dellordine sociale pi di quanto non avvenga, a parit di reati, per la criminalit non riconducibile a immigrati. Una volta fatto questo inciso, che forse meriterebbe ulteriori riflessioni, possiamo ripercorrere brevemente con la figura seguente, di fonte ISTAT (2012c, p. 153) le reali proporzioni di alcuni dei reati in cui i cittadini stranieri pesano di pi, a giudicare dallarchivio delle persone denunciate allautorit giudiziaria per una serie di reati. Tale archivio, come noto, copre soltanto la quota variabile di reati a cui ha fatto seguito una denuncia a carico di un autore noto, e poi lavvio di unazione penale. Pur provenendo da una fonte estremamente attendibile, in altre parole, anche il dato che segue in qualche modo costruito, e non pu dare completamente conto come del resto, nessuna altra fonte del fenomeno criminale nella sua interezza.

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Fig. 4 - Persone di 18 anni e pi per cui iniziata lazione penale per tipo di reato e luogo di nascita (Italia/estero) Anno 2009 (per 100 reati dello stesso tipo) dati provvisori
(fonte: Istat, Rilevazione sui reati e sulle persone denunciate allAutorit giudiziaria)
Riproduzione abusiva Resistenza a P.U. Falsit (495) Immigrazione Stupefacenti Rapina Furto Prostituzione Violenze sessuali Lesioni personali volontarie Omicidio volontario 0 10 20 30 40 50 60 70 80 90 100

Persone nate all'estero

Persone nate in Italia

Come si pu vedere, al di l della ovvia predominanza di stranieri nei reati pi strettamente connessi allimmigrazione, la loro sovra-rappresentazione trova riscontro per tutte le fattispecie di comportamento criminale qui proposte. Essa assume per contorni diversi a cui corrispondono, bene ricordare, valori numerici altrettanto diversi a seconda del tipo di reato. Se ci spostiamo sul piano dei valori assoluti, nellambito di reati come rapina, furto, traffico di stupefacenti e sfruttamento della prostituzione che si concentra la parte pi rilevante e comprensibilmente, quella che crea pi allarme sociale della criminalit imputabile a cittadini stranieri in Italia. Una volta detto questo, non risultano a oggi disponibili n come dato annuale, n in termini di stock le statistiche locali sul contesto trentino relativamente agli stranieri denunciati o arrestati, per nazionalit e per tipologia di reato. Lunica fonte di specifica rilevanza locale ha a che fare con gli stranieri detenuti. Nel caso del nuovo carcere di Trento, a fine settembre 2012 i detenuti stranieri, in numero di 214, erano pari al 74% del totale. Solo una piccola minoranza di essi una trentina in tutto risultavano peraltro soggiornanti nel contesto locale di Trento. Sarebbe improprio, pertanto, collegare direttamente i numeri o le caratteristiche di questa popolazione carceraria ai numeri e alle caratteristiche dei reati commessi in Trentino (che, pure, naturalmente, hanno una loro rilevanza, a volte ingigantita da singoli episodi di relativa gravit, ma sostanzialmente isolati). 107 infosociale 45

La disaggregazione di questa popolazione di detenuti per luogo di nascita quella riportata dalla tabella seguente; come si pu vedere, si tratta in met dei casi di cittadini tunisini o marocchini. Sul totale della popolazione detenuta nel carcere di Trento (pari a 288 persone), gli uomini corrispondono al 96,5%; detto diversamente, sono presenti soltanto una decina di donne. Per quanto riguarda la posizione processuale, i detenuti in attesa di giudizio sono 65 (23% circa del totale), gli appellanti 22, i ricorrenti 18, i definitivi 183 (in buona sostanza, i due terzi del totale).
Tab. 25 - Detenuti stranieri presso la Casa Circondariale di Trento al 30/09/2012 per luogo di nascita
Nazionalit Tunisia Marocco Albania Romania Serbia, Monten. e Kosovo Altri Paesi Totale V.A. 59 47 20 19 8 61 214 % 27,6 22,0 9,3 8,9 3,7 28,5 100,0

fonte: elaborazione Cinformi su dati Ministero della Giustizia - Dipartimento Amministrazione Penitenziaria - Casa Circondariale di Trento

Alla luce di questi dati al di l della rilevanza dei reati commessi, e dellappropriatezza delle sanzioni comminate bisognerebbe forse compiere anche per i detenuti stranieri, e anche per il caso trentino, un salto di qualit nel dibattito sul tema; una riflessione, cio, intorno al deterioramento delle condizioni di vita dei carcerati, e al rischio della perdita di ogni funzione rieducativa delle carceri, come quella che emerge periodicamente nel dibattito pubblico su iniziativa del terzo settore e, a volte, di singoli politici o leader di opinione. Ci sembra eloquente, in questa prospettiva, quanto si legge nelle raccomandazioni finali dellultimo congresso della Societ italiana di medicina delle migrazioni:
Le persone straniere detenute, che sono oggi oltre un terzo della popolazione complessivamente presente nelle carceri italiane, rappresentano, di fatto, un gruppo portatore di ulteriori fragilit rispetto a quelle gi insite nella condizione di ristretto. Alle problematiche di salute comuni a tutti i detenuti, e legate, in particolare, al sovraffollamento e al disagio ambientale e psicologico che ne conseguono, si aggiungono spesso:

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difficolt comunicative e relazionali; diversit culturali e religiose; maggiore lontananza dagli affetti e dal supporto di figure amicali (anche per il minor radicamento territoriale); difficolt di rapporto di fiducia con gli operatori sanitari; scarsa informazione circa i propri diritti. A queste criticit si collegano: tendenza allisolamento fisico e psicologico e maggior ricorso ad atti di autolesionismo; rischio di minor tutela della salute (dipendenze, ritardo diagnostico), ridotta compliance, etc. (SIMM, 2012, p. 3)

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CAPITOLO TERZO LA CITTADINANZA ECONOMICA

Le perduranti difficolt delleconomia nazionale e locale rappresentano un banco di prova per il rapporto tra sistema economico, mercato del lavoro e popolazione immigrata. appena il caso di ricordare che la motivazione principale dellaccoglienza di immigrati stranieri rimanda al loro impiego in quanto lavoratori, in risposta a fabbisogni non coperti dalle forze di lavoro nazionali: di solito, in occupazioni collocate ai livelli inferiori della gerarchia occupazionale. In altri termini, i lavori che gli italiani non vogliono pi svolgere: Gli immigrati arrivano perch ne abbiamo bisogno. Occorre ora domandarsi che cosa accade quando, almeno a livello di dati aggregati, la domanda di lavoro non tira pi, la disoccupazione cresce, i lavoratori nazionali vedono restringersi le opportunit occupazionali. Sicch dunque, a prima vista, degli immigrati non avremmo pi bisogno. Analizzare la partecipazione degli immigrati al mercato del lavoro quindi particolarmente rilevante proprio in tempi di recessione, e sottende altre impegnative questioni: quanto gli immigrati riescano a conservare le loro occupazioni in tempi di crisi, in quali settori eventualmente si verifichi maggiore resilienza o arretramento, se e quanto, perdendo il lavoro, gli immigrati rientrino in patria. E naturalmente, sul versante complementare, se e quanto i lavoratori nazionali siano disposti a riprendersi i posti di lavoro che in anni migliori avevano di fatto ceduto ai lavoratori stranieri. Cercheremo di rispondere a queste domande per il caso trentino mediante lanalisi dei dati statistici disponibili.

3.1 Loccupazione degli immigrati in Trentino: segnali contrastanti


Cominciamo il nostro percorso, come negli anni passati, analizzando le stime sulloccupazione straniera elaborate dallOsservatorio sul mercato del lavoro sulla base delle indagini campionarie dellISTAT.1 Ricordiamo che queste indagini non tengono conto del lavoro stagionale, n di quello domestico e assistenziale in coabitazione, che rappresentano due settori cruciali per loccupazione degli immigrati, specialmente in Trentino. La prima indicazione che i dati ISTAT sulloccupazione rivelano abbastanza paradossale: in valore assoluto nel 2011 cresce sensibilmente il numero di immigrati occupati (+2.700, +11,1% rispetto al 2010), mentre diminuisce leggermente il numero dei disoccupati (-400, -11,1% anche in questo caso rispetto al 2010). Una possibile spiegazione, ossia il rientro in patria di una parte di coloro che hanno perso il lavoro, sembra trovare una parziale smentita nellaumento complessivo della popolazione in et attiva, cresciuta di 3.200 unit (+11,1% anche per questo valore). Dunque la prima considerazione generale riguarda il fatto che, malgrado la recessione, il Trentino ha continuato ad attrarre e a

I dati assoluti rilevati dallindagine, elaborati allunit, vengono arrotondati alle centinaia. Le differenze tra i totali e la somma dei parziali sono dovute agli arrotondamenti stessi.

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offrire lavoro a un numero consistente di lavoratori immigrati, cos come del resto avvenuto a livello nazionale, dove dal 2008 loccupazione degli immigrati aumentata di circa 500.000 unit e ha raggiunto unincidenza del 9,8% sul totale (Ministero del lavoro, 2012). La crescita occupazionale ha interessato in maggior misura (+1.300, pari a +21,3%) la componente comunitaria, rispetto a quella extracomunitaria (+1.400, ma in percentuale +10,3%), e un po pi gli uomini (+1.700, pari a +14,5%) delle donne (+1.000, pari a +12,5%): si conferma quindi, come vedremo meglio nel prosieguo, un riorientamento delle politiche di assunzione verso i bacini di offerta dei paesi neocomunitari, come pure una relativa tenuta di alcuni comparti del mercato del lavoro che impiegano prevalentemente manodopera maschile, accanto a un perdurante trend positivo di segmenti di mercato basati sulla manodopera femminile.
Tab.1 - Popolazione straniera 15 anni e oltre per condizione e sesso in provincia di Trento nel 2011 (valori assoluti)
Comunitari V.A. Forze di lavoro Maschi Femmine Totale Occupati Maschi Femmine Totale In cerca di occupazione Maschi Femmine Totale Non forze di lavoro Maschi Femmine Totale Popolazione 15 anni e oltre Maschi Femmine Totale 4.100 3.900 8.000 3.900 3.500 7.400 200 400 600 600 1.800 2.400 4.700 5.700 10.400 Extracomunitari V.A. 10.500 6.600 17.100 9.500 5.500 15.000 1.000 1.100 2.100 2.100 7.500 9.600 12.600 14.100 26.600 Totale V.A. 14.600 10.500 25.100 13.400 9.000 22.400 1.300 1.400 2.700 2.700 9.300 12.000 17.300 19.700 37.000

fonte: OML su dati indagine continua sulle forze di lavoro media annua, Servizio Statistica - PAT (ISTAT)

Entriamo ora nel merito delle dinamiche settoriali (tab. 2). Loccupazione degli immigrati continua a mostrare una marcata segmentazione per genere e settore: nella grande maggioranza dei casi, lavoratori e lavoratrici straniere trovano lavoro in ambiti diversi. Per gli uomini due soli settori assorbono oltre il infosociale 45 114

60% degli occupati: lindustria in senso stretto e le costruzioni. Sono entrambi settori colpiti dalla recessione, ma stando ai dati disponibili nel 2011 loccupazione degli immigrati non ne ha risentito particolarmente. Per la precisione, lindustria rimane stabile, mentre le costruzioni registrano una certa ripresa, con un incremento di oltre 1.000 occupati, dopo le perdite degli scorsi anni. Per la componente femminile, la distribuzione per settori si rivela pi articolata. Per superare quota 60% occorre infatti sommare quattro settori, al netto del lavoro domestico in coabitazione: nellordine, quelli che vengono definiti altri servizi collettivi e personali, ossia presumibilmente soprattutto collaborazione familiare e affini; istruzione, sanit, altri servizi sociali (presumibilmente: operatrici assistenziali in ospedali, strutture protette per anziani, cooperative); attivit immobiliari e servizi alle imprese (presumibilmente, soprattutto servizi di pulizia); alberghi e ristoranti.
Tab. 2 - Occupati stranieri per sesso e ramo di attivit in provincia di Trento nel 2011 (valori assoluti e percentuali)
Maschi V.A. %
Agricoltura, silvicoltura e pesca Industria in senso stretto Costruzioni Commercio Alberghi e ristoranti Trasporto e immagazzinaggio Servizi di informazione e comunicazione Attivit finanziarie e assicurative "Attivit immobiliari, servizi alle imprese e altre attivit professionali e imprenditoriali attivit professionali" Amministrazione pubblica e difesa assicurazione sociale obbligatoria Istruzione, sanit, altri servizi sociali Altri servizi collettivi e personali Totale

Totale Femmine V.A. % 200 1.300 0 800 1.600 100 0 100 2,2 14,4 0,0 8,9 17,8 1,1 0,0 1,1

Totale V.A. % 900 5.700 3.800 1.800 2.600 1.300 100 100 4,0 25,4 17,0 8,0 11,6 5,8 0,4 0,4

700 4.400 3.800 1.000 1.000 1.200 100 0

5,3 33,1 28,6 7,5 7,5 9,0 0,8 0,0

500

3,8

1.400

15,6

1.900

8,5

0 500 100 13.300

0,0 3,8 0,8 100,0

100 1.400 1.900 9.000

1,1 15,6 21,1 100,0

100 1.900 2.000 22.400

0,4 8,5 8,9 100,0

fonte: OML su dati indagine continua sulle forze di lavoro media annua, Servizio Statistica della PAT (ISTAT)

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Confrontiamo ora i due sottoinsiemi degli occupati con cittadinanza dellEuropa comunitaria e di origine extracomunitaria (tab. 3). La prima osservazione riguarda i numeri: bench i secondi siano tuttora circa il doppio dei primi, la tendenza va nella direzione di un rafforzamento della componente comunitaria. Lanno scorso gli occupati extracomunitari erano il 68,7% del totale; ora rappresentano poco pi del 50%. In secondo luogo, tra i lavoratori comunitari la componente femminile pi consistente (47,3%), mentre tra gli extracomunitari risulta meno coinvolta nel sistema occupazionale (36,7%), e nellultimo anno fra laltro cresciuta meno di quella maschile. Quanto alla distribuzione per settori, i lavoratori extracomunitari confermano un maggiore insediamento nellindustria (tra i maschi, quasi due su tre), con una spiccata concentrazione nelle costruzioni (28,4%, sempre per la popolazione maschile). Anche il settore del trasporto e immagazzinaggio, che raccoglie un altro 11,3%, collegato con lindustria, che dunque si conferma come il settore trainante per loccupazione extracomunitaria. Per le donne di provenienza extracomunitaria i dati confermano invece una marcata concentrazione nei servizi collettivi e personali, presumibilmente soprattutto domestici e assistenziali, in cui trova occupazione quasi il 30% del gruppo. I lavoratori comunitari sono un po meno concentrati nellindustria, che comunque ne assorbe pi della met. Le donne risultano pi distribuite su diversi comparti dei servizi: alberghi e ristoranti, sanit e assistenza, servizi alle imprese (presumibilmente, soprattutto pulizie), dove i valori raggiungono o superano il 20% del totale.

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Tab. 3 - Occupati stranieri per sesso e ramo di attivit in provincia di Trento nel 2011
Comunitari Femmine V.A. % Totale V.A. % 500 1.500 1.100 400 1.100 500 0 0 0,0 0 0,0 100 1,1 0,0 6,8 800 8,4 0 0 100 0,0 0,0 1,8 20,3 14,9 5,4 14,9 3.400 2.700 700 800 35,8 28,4 7,4 8,4 800 0 600 900 14,5 0,0 10,9 16,4 6,8 300 3,2 100 1,8 400 4.200 2.700 1.300 1.700 800 100 100 Maschi V.A. % 100 500 0 200 800 100 0 0 0,0 0,0 2,9 14,3 0,0 5,7 22,9 2,9 Extracomunitari Femmine V.A. % Totale V.A. % 2,7 28,0 18,0 8,7 11,3 5,3 0,7 0,7

Maschi V.A. % 10,3 25,6 28,2 5,1 7,7 10,3 0,0 0,0

400

1.000 1.100 200 300

400 0 0

117
2,6 700 20,0 800 10,8 500 0 7,7 0,0 100,0 3.500 300 8,6 100,0 700 20,0 0,0 0 0,0 0 1.000 300 7.400 0,0 13,5 4,1 100,0 0 200 100 9.500 0

100

5,3

700

12,7

1.200

8,0

0,0 2,1 1,1 100,0

100 600 1.600 5.500

1,8 10,9 29,1 100,0

100 800 1.700 15.000

0,7 5,3 11,3 100,0

Agricoltura, silvicoltura e pesca Industria in senso stretto Costruzioni Commercio Alberghi e ristoranti Trasporto e immagazzinaggio Servizi di informazione e comunicazione Attivit finanziarie e assicurative "Attivit immobiliari, servizi alle imprese e altre attivit professionali e imprenditoriali attivit professionali" Amministrazione pubblica e difesa assicurazione sociale obbligatoria Istruzione, sanit, altri servizi sociali Altri servizi collettivi e personali Totale

300

3.900

infosociale 45

fonte: OML su dati indagine continua sulle forze di lavoro media annua, Servizio Statistica della PAT (ISTAT)

Tab. 4 - Occupazione per qualica della popolazione straniera in provincia di Trento nel 2011 (valori assoluti e percentuali)
Comunitari V.A. Dirigenti Quadri Impiegati Operai Apprendisti Imprenditori Liberi professionisti Lavoratori in proprio Soci di cooperativa Coadiuvanti familiari Co.co.co. Prestatori d'opera occasionali Totale 100 200 1.200 5.100 100 0 200 400 0 0 100 0 7.400 % 1,4 2,7 16,2 68,9 1,4 0,0 2,7 5,4 0,0 0,0 1,4 0,0 100,0 Extracomunitari V.A. 0 0 1.400 12.200 300 0 0 900 0 0 100 0 15.000 % 0,0 0,0 9,3 81,3 2,0 0,0 0,0 6,0 0,0 0,0 0,7 0,0 100,0 Totale V.A. 100 200 2.600 17.200 400 0 200 1.300 0 0 200 100 22.400 % 0,4 0,9 11,6 76,8 1,8 0,0 0,9 5,8 0,0 0,0 0,9 0,4 100,0

fonte: OML su dati indagine continua sulle forze di lavoro media annua, Servizio Statistica della PAT (ISTAT)

Un dato che si riproduce nel tempo riguarda la concentrazione dei lavoratori immigrati nelle basse qualifiche dei sistemi occupazionali (si veda, su scala pi ampia: Reyneri e Fullin, 2011). Anche questanno la situazione fotografata dalle rilevazioni ISTAT conferma il dato, sebbene appaiano piccoli segni di miglioramento (tab. 4).2 Pi di tre lavoratori immigrati su quattro sono classificati come operai. Poco pi di uno su dieci ha un posto da impiegato (ma tra questi rientrano anche posizioni di fatto esecutive, come quella di commesso), con un lieve incremento rispetto allo scorso anno (poco pi di un punto percentuale). Meno del 6% lavora in proprio, percorrendo un tipico sentiero di mobilit sociale e professionale, ma il valore in flessione di quasi due punti rispetto allo scorso anno, in cui gi aveva marcato un arretramento. Imprenditori, quadri e liberi professionisti, sommati incidono per circa il 2% e si concentrano tra i cittadini dellUnione Europea. Globalmente, i lavoratori provenienti da altri paesi dellUnione godono di una situazione migliore: gli operai sono allincirca sette ogni dieci occupati, i colletti bianchi nellinsieme superano il 20%. Incide qui presumibilmente la pre2

Ricordiamo che si tratta di stime effettuate su indagini campionarie. Presentano quindi margini di errore, che inducono alla cautela nellinterpretazione di piccoli scostamenti come quelli che qui interessano.

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senza sul territorio di quadri provenienti dallEuropa Occidentale. Rispetto al 2010, la situazione appare stazionaria.

3.2 I lavoratori in mobilit


Gli immigrati hanno ripreso a crescere nel 2012 nelle statistiche trentine relative ai lavoratori posti in mobilit ai sensi della legge 236 del 1993. Dopo una relativa stabilizzazione del fenomeno nel biennio 2010-2011, alla fine dello scorso anno iniziato un trend ascendente che ha portato il numero dei lavoratori interessati da poco pi di 800 a circa 1.000 unit. Per quanto riguarda invece i lavoratori tutelati dalla legge 223 del 1991, i valori continuano a rimanere stabili, intorno alle 100 unit gi a partire dal 2008.
Fig. 1 - Iscritti mensili stranieri nelle liste di mobilit in provincia di Trento: valori assoluti, anni 2008-20123
(fonte: elaborazione Cinformi su dati OML - Agenzia del Lavoro - PAT)
STRANIERI 1.200 1.000 800 600 400 200 0

1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 12 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 12 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 12 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 12 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10

2008

2009 L. 236/93

2010

2011 L. 223/91

2012

Riportiamo per un opportuno confronto anche il grafico relativo ai lavoratori italiani (fig. 2). Landamento abbastanza simile, in modo particolare per quanto riguarda il sensibile incremento nei primi dieci mesi del 2012 dei lavo3

Nel mese di marzo 2008 non si riunito il Comitato mobilit.

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ratori posti in mobilit ai sensi della legge 236 del 1993. In valori assoluti, si passa da quasi 2.500 a circa 3.100. Per i lavoratori in mobilit ai sensi della legge 223 del 1991, si osserva invece dapprima un lieve calo, poi una stabilizzazione intorno alle 1.000 unit.
Fig. 2 - Iscritti mensili italiani nelle liste di mobilit in provincia di Trento: valori assoluti, anni 2008-20124
(fonte: elaborazione Cinformi su dati OML - Agenzia del Lavoro - PAT)
ITALIANI 3.500 3.000 2.500 2.000 1.500 1.000 500 0
1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 12 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 12 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 12 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 12 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10

2008

2009 L. 236/93

2010

2011 L. 223/91

2012

I dati sulla mobilit indicano quindi, in definitiva, che gli immigrati sono colpiti dalla recessione in maniera sensibile, pi che proporzionale alla loro incidenza nel mercato occupazionale trentino; che il volume della popolazione straniera in mobilit lavorativa cresciuto nel corso del 2012, malgrado il parallelo aumento della popolazione occupata; che landamento non mostra grandi scostamenti rispetto a quello che interessa i lavoratori italiani. Ci significa presumibilmente che laumento della disoccupazione collegato alla crisi dei settori di riferimento (industria manifatturiera in modo particolare), mentre non si d evidenza statistica di politiche discriminatorie n in un senso n nellaltro: dai numeri non emerge n la scelta di tutelare maggiormente gli italiani, n di penalizzarli in ragione di una maggiore flessibilit e di un minore costo dei lavoratori stranieri. Va per ricordato che la perdita del lavoro ha generalmente conseguenze pi gravi per gli immigrati, giacch le reti di solidariet familiare su cui potersi
4

Nel mese di marzo 2008 non si riunito il Comitato mobilit.

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appoggiare sono di solito pi fragili e la disponibilit di risparmi pi scarsa. La disoccupazione si traduce pi rapidamente in povert.

3.3 Landamento delle assunzioni e i fabbisogni di lavoro straniero


Un altro punto di vista sullinserimento degli immigrati nel mercato del lavoro trentino offerto dai dati relativi alle assunzioni. Grazie ad essi, possibile cogliere limportante aspetto del lavoro stagionale e farsi unidea degli elementi dinamici del mercato occupazionale, ossia degli ambiti che hanno maggiormente richiesto e assorbito lavoratori stranieri, o che al contrario hanno perso capacit di attrazione. Il quadro complessivo quello di un sostanziale assestamento sui valori del 2010, che aveva segnato una certa ripresa dopo la contrazione del 2009. Ma il dato generale deriva dalla composizione di andamenti settoriali abbastanza discordanti (tab. 5). Lagricoltura, principale fonte di assunzioni stagionali, fa segnare un certo incremento, arrivando a incidere per un terzo sui valori complessivi. Lindustria invece, dopo aver recuperato nel 2010 parte del terreno perduto nel 2009, torna a ridurre il numero degli assunti, a causa soprattutto dellindebolimento dei fabbisogni del settore delle costruzioni. I servizi invece confermano un andamento positivo, ma pi modesto del 2010. Al loro interno si rilevano tendenze divergenti: i pubblici esercizi perdono qualcosa, ma assorbono quasi un assunto su tre, superati soltanto dal settore agricolo. Come questo, impiegano largamente lavoratori stagionali, il che spiega il grande dinamismo delle assunzioni. Per contro il lavoro domestico anche nel 2011 fa registrare un netto incremento. Probabilmente si continuano ad avvertire gli effetti della sanatoria del 2009 e forse anche di una pi accurata rilevazione delle assunzioni. I pubblici esercizi a loro volta accentuano la propensione ad assumere lavoratori immigrati, secondo una costante che stata soltanto rallentata dalla recessione. Ormai in valore assoluto hanno superato il settore agricolo come principale polo di assorbimento di lavoratori provenienti dallestero, quanto meno in termini di assunzioni e quindi al lordo della domanda stagionale legata al turismo.

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Tab. 5 - Assunzioni di lavoratori stranieri in provincia di Trento per settore di attivit - valori assoluti e percentuali (2011)
Settori di attivit Agricoltura Industria
di cui Costruzioni

Assunzioni V.A. 15.233 6.743


2.359

% 33,4 14,8
5,2

var. % 2011-2010 +6,5 -5,3


-10,4

Terziario
di cui Servizi domestici di cui Pubblici esercizi

23.576
2.241 14.538

51,8
4,9 31,9

+2,2
+42,7 -0,5

Totale

45.552

100,0

+2,4

fonte: elaborazioni Cinformi su dati OML - Agenzia del Lavoro - PAT

Come si pu constatare dalla tab. 6, lanalisi per nazionalit rivela per il 2011 un nuovo incremento della componente rumena, che da alcuni anni rappresenta la maggiore fonte di offerta di lavoro straniera per il mercato del lavoro trentino. Anche se in termini percentuali la crescita si dimezzata rispetto al 2010, si tratta in valore assoluto di circa 1.000 assunti in pi, mentre lincidenza sul totale sfiora il 40%. Le altre principali nazionalit fanno segnare lievi scostamenti, in positivo (Polonia, Moldova, Marocco) o in negativo (Albania, Repubblica Slovacca). Gli scarti pi significativi riguardano Ucraina e Pakistan, e sono in entrambi i casi di segno positivo. Nel primo caso, lincremento si riferisce soprattutto alla componente femminile e fa aumentare ancora un tasso di femminilizzazione gi molto marcato: su dieci assunti di nazionalit ucraina, quasi otto sono donne. Probabilmente anche qui affiora un esito della sanatoria del 2009 e del decreto flussi degli inizi del 2011. La componente pakistana al contrario si connota da sempre per una partecipazione al mercato del lavoro quasi esclusivamente maschile, e anche nel 2011 la crescita delle assunzioni concerne gli uomini. Nel complesso, mentre i dati relativi agli occupati mostrano una prevalenza dei cittadini extracomunitari, quelli riferiti agli assunti rivelano una netta preferenza per i cittadini comunitari. La divergenza si spiega in buona parte con il fatto che i lavoratori stagionali provengono perlopi da paesi vicini e con mobilit agevolata dalla cittadinanza comunitaria. Il migliore status giuridico comporta per un vantaggio anche sul terreno delle assunzioni stabili, che giustifica la previsione di una progressiva comunitarizzazione delle politiche di reclutamento dei datori di lavoro trentini.

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Tab. 6 - Assunzioni di lavoratori stranieri in provincia di Trento per principali gruppi nazionali (2008-2011)
Gruppi nazionali Romania Polonia Albania Moldova Marocco Rep. Slovacca Ucraina Macedonia Pakistan Serbia, Monten. e Kosovo Altri Paesi Totale Assunzioni 2008 15.361 4.959 3.601 2.308 2.095 1.849 1.492 1.248 942 1.317 9.287 44.459 2009 15.093 4.470 3.275 2.107 1.792 1.794 1.109 1.292 896 1.311 8.060 41.199 2010 17.017 4.284 3.532 2.388 1.916 1.718 1.163 1.357 1.121 1.329 8.666 44.491 2011 18.071 4.373 3.420 2.470 1.969 1.679 1.406 1.337 1.301 1.284 8.242 45.552 Var. % Var. % Var. % 2009/2008 2010/2009 2011/2010 -1,7 -9,9 -9,1 -8,7 -14,5 -3,0 -25,7 +3,5 -4,9 -0,5 -13,2 -7,3 +12,7 -4,2 +7,8 +13,3 +6,9 -4,2 +4,9 +5,0 +25,1 +1,4 +7,5 +8,0 +6,2 +2,1 -3,2 +3,4 +2,8 -2,3 +20,9 -1,5 +16,1 -3,4 -4,9 +2,4

fonte: elaborazioni Cinformi su dati OML - Agenzia del Lavoro - PAT

Confrontando i dati relativi alle assunzioni negli ultimi anni (tab. 6), la tendenza complessiva vede una ripresa delle assunzioni di immigrati nel 20102011, dopo il passo indietro del 2009: pi accentuata nel 2010, lieve nel 2011. Nellinsieme, neppure in tempi di recessione il sistema occupazionale trentino sembra orientato a rinunciare ad assumere lavoratori stranieri: nelle occupazioni stagionali in agricoltura e nellindustria turistica, nei servizi domestici e assistenziali, nellindustria manifatturiera, nelle costruzioni, nei servizi alle imprese. Abbiamo accennato alla progressiva comunitarizzazione delle scelte di reclutamento. Considerando le nazionalit, il fenomeno pi evidente gi oggi leuropeizzazione delle assunzioni: tra le prime dieci nazionalit, soltanto due, Marocco e Pakistan, sono extraeuropee. Rappresentavano il 6,8% degli assunti nel 2008, rappresentano ora il 7,2%. Rimangono dunque una componente marginale nel mercato delle assunzioni. Un terzo aspetto saliente riguarda il crescente peso della componente rumena: nel 2008 rappresentava il 34,6% del totale, nel 2011 arrivata al 39,7%. Ogni dieci stranieri assunti in Trentino, quattro sono rumeni. Componenti storiche dellimmigrazione in Trentino, come quella albanese e quella marocchina, hanno invece un andamento stazionario o in lieve calo. Nuovi paesi dellUnione, come la Polonia e la Repubblica Slovacca, dopo 123 infosociale 45

aver guadagnato spazio come fornitori soprattutto di manodopera stagionale, registrano una leggera flessione. La Moldova si inserita al quarto posto e cresce negli ultimi due anni, cos come lUcraina, in entrambi i casi soprattutto a motivo delle componenti femminili assunte dalle famiglie. Sotto il profilo del genere (tab. 7), si continuano a cogliere marcate asimmetrie dovute a concentrazioni settoriali. Gli alti livelli di femminilizzazione, intorno al 70%, di Moldova e Ucraina sono chiaramente collegabili con una specializzazione nei servizi domestici e assistenziali. Il gruppo rumeno lunico a distinguersi per un relativo equilibrio di genere, sulla scia della tendenza gi rilevata negli scorsi anni. Viene poi un gruppo di nazionalit con una prevalenza maschile moderata, compresa tra il 60% e il 66% (Polonia, Albania, Marocco, Serbia-Montenegro-Kosovo); infine, troviamo i gruppi nazionali altamente maschilizzati: Macedonia, Slovacchia, Pakistan. Questultimo rappresenta un caso limite, con un tasso di maschilizzazione del 96%. Su circa 1.300 assunti nel corso dellanno, le donne non arrivano a 50.
Tab. 7 - Assunzioni di lavoratori stranieri in provincia di Trento per gruppo nazionale e genere (2011)
Gruppi nazionali Romania Polonia Albania Moldova Marocco Rep. Slovacca Ucraina Macedonia Pakistan Serbia, Monten. e Kosovo Altri Paesi Totale Assunzioni Maschi 9.434 2.628 2.051 776 1.302 1.264 323 933 1.252 826 4.768 25.557 Femmine 8.637 1.745 1.369 1.694 667 415 1.083 404 49 458 3.474 19.995 Totale 18.071 4.373 3.420 2.470 1.969 1.679 1.406 1.337 1.301 1.284 8.242 45.552 % maschi 52,2 60,1 60,0 31,4 66,1 75,3 23,0 69,8 96,2 64,3 57,9 56,1 var. % 2011-2010 +6,2 +2,1 -3,2 +3,4 +2,8 -2,3 +20,9 -1,5 +16,1 -3,4 -4,9 +2,4

fonte: elaborazioni Cinformi su dati OML - Agenzia del Lavoro - PAT

Il raffronto con i dati complessivi fornisce il dato forse pi significativo, che mostra una sostanziale continuit con gli andamenti degli scorsi anni. La recessione in altri termini non ha intaccato la simbiosi tra economia treninfosociale 45 124

tina e lavoro immigrato. Le assunzioni di lavoratori stranieri in provincia di Trento continuano a rappresentare un terzo del totale (tab. 8): un dato analogo a quello di Bolzano, tale da collocare le due province ai vertici della graduatoria nazionale. Occorre per ricordare ancora una volta che gran parte delle assunzioni si riferiscono ad attivit stagionali: quasi tutte quelle del settore agricolo, in cui gli immigrati stranieri forniscono ormai pi di tre assunti su quattro, e una parte di quelle del terziario, dove un assunto su quattro proviene dallestero, con particolare riferimento al comparto turisticoalberghiero. Leconomia trentina quindi, malgrado i contraccolpi della crisi, mantiene unelevata domanda di lavoro immigrato. In ampia misura questa domanda concerne fabbisogni ben definiti, quelli della saturazione di picchi prevedibili e programmabili nellambito di attivit contraddistinte da variazioni cicliche nel corso dellanno. Pi incerta appare invece anche questanno linterpretazione dei dati relativi allindustria, dove gli immigrati rappresentano un terzo abbondante degli assunti (36%), e questo malgrado la contrazione dellattivit edilizia in cui molti di loro avevano trovato lavoro. Non si riscontra nei dati, malgrado i tempi difficili, una riappropriazione da parte di lavoratori italiani delle occupazioni operaie lasciate negli scorsi anni ai nuovi arrivati.

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Tab. 8 - Assunzioni di lavoratori stranieri in provincia di Trento per gruppo nazionale e settore; incidenza % su tot. assunzioni, per settore (2011)
Industria % stran. su tot. V.A. 1.683 125 881 215 530 35 96 410 656 313 1.799 6.743 4,6 26,7 100,0 9,7 6,1 2,2 3,5 1,7 9,7 36,4 1,4 0,5 0,5 0,2 207 1.119 546 560 633 5.293 23.576 7,9 2,9 1.190 3,2 1,2 1.906 8,1 5,0 0,9 4,7 2,3 2,4 2,7 22,5 100,0 13,1 4,8 1.980 8,4 1,9 0,7 885 3,8 0,9 2,0 2,0 1,2 0,2 1,2 0,6 0,6 0,7 5,5 24,3 25,0 9,1 9.257 39,3 9,6 % V.A. % V.A. 18.071 4.373 3.420 2.470 1.969 1.679 1.406 1.337 1.301 1.284 8.242 45.552 36,4 17,1 2,8 1,8 1,3 7,3 0,8 1,9 0,4 1,7 6,1 77,7 Avviamenti stranieri % stran. su tot. % stran. su tot. Avviamenti stranieri Avviamenti stranieri % 39,7 9,6 7,5 5,4 4,3 3,7 3,1 2,9 2,9 2,8 18,1 100,0 Terziario Totale % stran. su tot. 13,4 3,2 2,5 1,8 1,5 1,2 1,0 1,0 1,0 1,0 6,1 33,7

infosociale 45
% 46,8 22,1 3,7 2,3 1,6 9,4 1,0 2,5 0,6 2,2 7,8

Agricoltura

Gruppi nazionali

Avviamenti stranieri

V.A.

Romania

7.131

Polonia

3.363

Albania

559

Moldova

349

126

Marocco

249

Rep. Slovacca

1.437

Ucraina

148

Macedonia

381

Pakistan

85

Serbia, Monten. e Kosovo

338

Altri Paesi

1.193

Totale

15.233

100,0

fonte: elaborazioni Cinformi su dati OML - Agenzia del Lavoro - PAT

Nella graduatoria per nazionalit proposta nella tab. 9, spicca ancora una volta la preminenza della componente rumena, che si colloca largamente al primo posto in tutti i settori. Confermando andamenti consolidati da qualche anno, la graduatoria presenta una polarizzazione: dopo i rumeni, nessun altro gruppo nazionale raggiunge il 10% degli assunti. Inoltre il secondo gruppo, quello polacco, molto concentrato nel settore agricolo. Il contrario vale per il terzo gruppo, quello albanese, che si inserisce nelle posizioni di testa in tutti e tre i settori. Il quarto gruppo anche nel 2011 rappresentato dagli immigrati moldavi, concentrati nei servizi. Come negli scorsi anni, lagricoltura poi il settore che presenta la maggiore concentrazione per nazionalit: rumeni e polacchi, i due primi gruppi, assommano pi dei due terzi delle assunzioni. Aggiungendo anche il terzo gruppo, quello slovacco, si superano i tre quarti. Lindustria al contrario il settore in cui le assunzioni si ripartiscono su un numero pi elevato di nazionalit: per superare il 50% occorre sommare i primi quattro gruppi. Il terziario ha invece una composizione che assomiglia a quella generale: il primo gruppo, quello rumeno, sfiora il 40%; dal secondo in poi, nessuno arriva al 10%.
Tab. 9 - Graduatoria delle assunzioni di stranieri per nazionalit e settore (2011)
Nazionalit (graduatoria) Prima Seconda Terza Quarta Agricoltura Romania (46,8%) Polonia (22,1%) Rep. Slovacca (9,4%) Albania (3,7%) Industria Romania (25,0%) Albania (13,1%) Pakistan (9,7%) Marocco (7,9%) Terziario Romania (39,3%) Albania (8,4%) Moldova (8,1%) Marocco (5,0%) Complessiva Romania (39,7%) Polonia (9,6%) Albania (7,5%) Moldova (5,4%)

fonte: elaborazioni Cinformi su dati OML - Agenzia del Lavoro - PAT

3.4 Il lavoro interinale: frenata e continuit


Il lavoro interinale, confermandosi un sensibile indicatore degli andamenti economici, dopo il pesante calo del 2009 e la netta ripresa del ricorso a lavoratori immigrati nel 2010, presenta una certa contrazione. Lincremento registrato nel 2010 rispetto al 2009 sfiorava nel complesso il 30%, e quindi un arretramento del 5% non appare sorprendente. Nel complesso il lavoro interinale rappresenta nel 2011 poco meno del 10% delle assunzioni complessive 127 infosociale 45

di lavoratori immigrati, ma il dato la risultante di andamenti settoriali molto diversi. In agricoltura, la formula del lavoro in somministrazione rimane assai poco utilizzata: le assunzioni stagionali sono uno strumento pi consolidato e meno costoso di saturazione di fabbisogni temporanei, in larga parte prevedibili. Il vistoso incremento percentuale che appare nella tab. 10 non deve trarre in inganno: deriva infatti da valori di partenza molto bassi. Viceversa lindustria il settore che ricorre maggiormente agli immigrati con la formula del lavoro in somministrazione. Nel 2011 il suo peso si accentuato, in corrispondenza con una significativa contrazione delle assunzioni interinali nei servizi. Oggi quasi due assunti immigrati su tre con contratti di somministrazione lavorano nellindustria. Va aggiunto un particolare importante: si tratta di industria manifatturiera, nelle costruzioni listituto praticamente non utilizzato. Nei servizi lavora il terzo residuo dei lavoratori immigrati con contratti di somministrazione, in netto calo rispetto al 2010. Allinterno del settore probabilmente si verificano situazioni diverse: gli andamenti dei due comparti evidenziati in tabella sono anche per il 2011 divergenti, con un leggero calo per i servizi alle imprese e un leggero incremento per i pubblici esercizi. Anche per i servizi probabilmente i contratti stagionali assorbono buona parte dei fabbisogni. Nel leggere i dati, va ribadita peraltro lesigenza di una certa cautela: trattandosi di piccoli numeri, qualche decina di assunzioni in pi o in meno si traduce in valori percentuali significativi.
Tab. 10 - Assunzioni di lavoratori stranieri con contratto di somministrazione in provincia di Trento per settore di attivit - valori assoluti e percentuali (2011)
Settori di attivit Agricoltura Industria
di cui Costruzioni

Assunzioni V.A. 95 2.759


80

% 2,3 65,9
1,9

var. % 2011-2010 +1.483,3 -1,0


-33,3

Terziario
di cui Servizi alle imprese di cui Pubblici esercizi

1.334
352 230

31,9
8,4 5,5

-18,2
-1,4 +2,7

Totale

4.188

100,0

-5,3

fonte: elaborazioni Cinformi su dati OML - Agenzia del Lavoro - PAT

Unaltra considerazione importante che i dati propongono riguarda lincidenza del lavoro immigrato sullandamento complessivo di questa peculiare nicchia del mercato del lavoro trentino (tab. 11). Linformazione acquista un significato pregnante in tempi di crisi, giacch aiuta a comprendere se le difficolt infosociale 45 128

occupazionali spingono i lavoratori italiani a riappropriarsi delle opportunit offerte dal lavoro interinale. Dopo che nel 2009 si era osservato per la prima volta un arretramento delle assunzioni di immigrati a vantaggio dei lavoratori nazionali, nel 2010 la tendenza si era rovesciata e la quota dei lavoratori stranieri era tornata al di sopra del 40%. Nel 2011 si nota una lieve flessione, che appare indicativa di un certo risveglio di interesse da parte degli italiani in cerca di occupazione, ma non modifica il quadro complessivo: lincidenza degli immigrati sfiora comunque il 40%, nellindustria rasenta il 50%, nei servizi si avvicina al 30% e supera il 40% nei servizi alle imprese e nei pubblici esercizi. Tirando le somme, quel polmone di flessibilit che il lavoro interinale assicura alle imprese, consentendo di colmare fabbisogni provvisori o non previsti, malgrado la crisi economica tuttora rifornito in Trentino in misura molto considerevole da lavoratori immigrati. Si potrebbe obiettare che parecchi datori di lavoro e agenzie di lavoro interinale potrebbero preferire comunque assumere immigrati, anche in presenza di candidature di disoccupati italiani con competenze analoghe o persino superiori. I dati statistici disponibili non consentono di verificare compiutamente la fondatezza della possibile obiezione. Ci limitiamo a ricordare che una vasta letteratura internazionale dimostra semmai il contrario.
Tab. 11 - Assunzioni di lavoratori stranieri con contratto di somministrazione: incidenza sul totale delle assunzioni con contratto di somministrazione (2011)
Settori di attivit Agricoltura Industria
costruzioni

incidenza % 30,8 47,9


41,0

Terziario
servizi alle imprese pubblici esercizi

29,3
40,1 40,9

Totale

39,4

fonte: elaborazioni Cinformi su dati OML - Agenzia del Lavoro - PAT

Osserviamo infine la distribuzione per nazionalit (tab. 12). Il panorama si conferma pi frammentato e composito di quello relativo alle assunzioni nel mercato del lavoro generale. Il primo gruppo anche in questo caso quello rumeno, ma raggruppa poco pi del 20% del totale. Soltanto altri due gruppi, quello pakistano, in crescita e quello albanese, in calo, superano il 10%. I primi quattro gruppi nazionali sono gli stessi del settore industriale, sia pure con uno scambio di posizioni tra albanesi e pakistani, mostrando una correlazione tra i due ambiti. 129 infosociale 45

Compaiono per in graduatoria, sia pure con piccoli numeri, componenti che non apparivano nelle tabelle relative al mercato del lavoro complessivo: ivoriani, senegalesi, tunisini. Pi consistente si rivela infine la presenza di altre nazionalit, che nel complesso rappresentano quasi il 30% del totale degli assunti, a riprova della frammentazione della composizione. Tutte registrano cali percentualmente significativi, indicando una tendenza verso una maggiore concentrazione delle assunzioni verso le nazionalit prevalenti. Il lavoro interinale si conferma inoltre a prevalente caratterizzazione maschile, anche a causa dellincidenza dellindustria: due assunti su tre sono maschi. Anche in questo caso risaltano le differenze tra le componenti nazionali: per alcune il tasso di maschilizzazione supera l80% o lo sfiora (Pakistan, Senegal, Tunisia, Costa dAvorio, Marocco). Va tuttavia segnalata la posizione in controtendenza del gruppo rumeno, in cui la componente maschile non raggiunge il 50%. I dati del 2011 consentono di ribadire tre ipotesi, che fanno riferimento allintrinseca instabilit dei contratti di somministrazione, ma che avrebbero bisogno di essere verificate empiricamente: si tratta presumibilmente per una parte dei lavoratori di contratti di primo ingresso nel mercato del lavoro locale; vi ricorrono con maggiore frequenza gruppi deboli, che faticano a trovare posto nel sistema occupazionale pi generale; sembrano contare meno i dispositivi di richiamo delle reti etniche, giacch intervengono le agenzie nel mediare il rapporto tra datori di lavoro e cercatori di impiego.
Tab. 12 - Assunzioni di cittadini stranieri con contratto di somministrazione in provincia di Trento per gruppo nazionale (2011)
Gruppi nazionali Romania Pakistan Albania Marocco Serbia-MontenegroKosovo Costa d'Avorio Moldova Macedonia Senegal Tunisia Altri paesi Totale V.A. 869 611 436 319 161 150 143 122 108 101 1.168 4.188 % 20,7 14,6 10,4 7,6 3,8 3,6 3,4 2,9 2,6 2,4 27,9 100,0 % maschi 44,4 98,5 60,8 89,3 59,0 98,7 46,9 53,3 97,2 88,1 58,4 66,6 % stranieri su tot. 8,2 5,7 4,1 3,0 1,5 1,4 1,3 1,1 1,0 1,0 11,0 39,4 var. % 2011-2010 +9,3 +20,0 -6,4 +1,9 -15,7 -19,4 -18,3 -10,3 -12,9 -39,5 -14,2 -5,3

fonte: elaborazioni Cinformi su dati OML - Agenzia del Lavoro - PAT

infosociale 45

130

3.5 Un approfondimento: il lavoro domestico e assistenziale in ambito familiare


Disponiamo questanno anche di dati inediti, di fonte INPS, tratti dallarchivio delle posizioni contributive di collaboratori e assistenti familiari: un settore cruciale in cui il lavoro degli immigrati, specialmente quello femminile, entra direttamente in relazione con i fabbisogni delle famiglie, i problemi di conciliazione tra lavoro e vita extralavorativa, le domande assistenziali riferite alla popolazione anziana (Ambrosini e Cominelli, 2004; Catanzaro e Colombo, 2009).5 I dati si riferiscono al triennio 2008-2010 (tab. 13), quindi non comprendono il 2011. Una prima osservazione generale si impone: larchivio appare piuttosto sottodimensionato rispetto alla realt, giacch stando ai dati INPS si conterebbe meno di un collaboratore familiare ogni 100 residenti. Dalle rilevazioni ISTAT sappiamo che l8-10% delle famiglie italiane ricorre a servizi domestici. Una seconda osservazione riguarda specificamente la finestra temporale considerata. Nel triennio analizzato compresa la sanatoria del 2009, riservata proprio ai lavoratori di questo settore. Questo fatto contribuisce a spiegare lincremento molto sostenuto dei lavoratori per cui sono stati effettuati versamenti contributivi: un terzo in pi nel 2009 rispetto al 2008. Per quanto riguarda i maschi stranieri, il valore pi che quadruplicato, facendo sorgere qualche dubbio su un possibile utilizzo strumentale del dispositivo di regolarizzazione. Nel 2010 sono avvenuti degli aggiustamenti, con lievi riduzioni dei valori assoluti rispetto agli anni precedenti, salvo il caso atipico dei maschi stranieri, ove si riscontra un calo del 30%. Questo duplice andamento, prima di marcata espansione, poi di contrazione, coinvolge specificamente la componente extracomunitaria: quella pi interessata alloperazione di emersione del 2009. Per i lavoratori comunitari, circa un migliaio e quasi tutti provenienti dallEuropa orientale, si riscontra invece una crescita moderata e costante, a dispetto della recessione. Per quanto riguarda invece i lavoratori e le lavoratrici italiane, il fenomeno del ritorno al lavoro domestico come risposta alla crisi non appare confermato: si coglie un modesto incremento nel 2009, che si spegne nel 2010. Pu essere che in realt le donne italiane per vari motivi siano pi disponibili a lavorare in nero della controparte immigrata, specialmente quella tenuta al possesso e al rinnovo del permesso di soggiorno. Ma allo stato dei dati, il presunto ritorno delle lavoratrici italiane al lavoro domestico sembra piuttosto da classificare tra le narrazioni scaturite dalla crisi, e forse fra i desideri di una parte degli opinion leaders.
5

Il fenomeno socialmente pi rilevante, quello dellassunzione di donne immigrate per lassistenza a domicilio di anziani con problemi di autosufficienza, stato oggetto in Trentino di una ricerca recentemente pubblicata: Boccagni e Ambrosini, 2012. A questo proposito, si rimanda al capitolo 6 di questo Rapporto.

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infosociale 45

Tab. 13 - Trentino. Lavoratori domestici assicurati presso l'Inps* per anno, genere, provenienza (2008-2010)
2008 Totale Italiani Stranieri Inc. % stranieri Femmine straniere Maschi stranieri Inc. % femmine Comunitari % Europa Est Extracomunitari % Europa Est 4.175 761 3.414 82% 3.297 117 97% 904 99% 2.510 79% 2009 5.564 819 4.745 85% 4.098 647 86% 1.047 99% 3.698 70% 2010 5.295 813 4.482 85% 4.032 450 90% 1.199 99% 3.283 73% +47% -11% +16% +15% +24% +453% -2% -30% Var. % 2009/2008 +33% +8% +39% Var. % 2010/2009 -5% -1% -6%

* Numero di lavoratori che hanno ricevuto almeno un versamento contributivo nellanno. fonte: elaborazioni Cinformi su dati Inps

Analizzando una sequenza temporale pi lunga (fig. 3), si pu osservare che agli inizi del decennio in Trentino gli italiani superavano gli stranieri tra i collaboratori familiari registrati presso lINPS. Dal 2002, probabilmente anche per effetto della sanatoria collegata alla legge Bossi-Fini, avviene un netto ribaltamento delle posizioni: il dato relativo agli italiani rimane stazionario, quello relativo agli immigrati si impenna. Seguono alcuni anni di stasi, poi dal 2005 le posizioni contributive degli immigrati occupati nel settore ricominciano a crescere vistosamente, mentre quelle degli italiani rimangono costanti, anche dopo linizio della recessione. Come risultato, oggi l85% dei lavoratori domestici e assistenziali registrati presso lINPS di Trento provengono dallestero.

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Fig. 3 - Collaboratori e assistenti familiari assicurati presso lINPS: italiani e stranieri a confronto, 2001-2010 (fonte: elaborazione Cinformi su dati INPS)
5.000 4.500 4.000 3.500 3.000 2.500 2.000 1.500 1.000 500 0 2001 2002 2003 2004 italiani 2005 2006 2007 stranieri 2008 2009 2010

3.6 Zone dombra: infortuni e situazioni di lavoro irregolare


Il lavoro degli immigrati, come abbiamo osservato, continua nel tempo ad essere contraddistinto da elementi di debolezza. Trova collocazione in larga prevalenza nei settori che presentano fabbisogni di lavoro manuale ed esecutivo non sostituibile con lautomazione, non esportabile e non pi coperto dalla manodopera nazionale. Fattori istituzionali come il mancato riconoscimento dei titoli di studio o lesclusione dal sistema pubblico, fattori strutturali come la composizione del sistema produttivo locale, fattori competitivi come la nutrita disponibilit di unofferta italiana per le posizioni qualificate, svantaggi oggettivi come la ridotta conoscenza dellitaliano colto, concorrono a spiegare questo fenomeno (Ambrosini, 2001). Neppure il fattore tempo, con la stabilizzazione in Italia e lacquisizione di vari tipi di competenze, sembra aver modificato in modo significativo la situazione. Anzi, laumento delloccupazione degli immigrati anche dopo lavvento della crisi finanziaria collegabile con la maggiore creazione di posti di lavoro di modesto livello, anzich di occupazioni qualificate. La concentrazione degli immigrati in settori e occupazioni faticose e sgradite comporta come conseguenza una maggiore esposizione al rischio infortunistico. I dati relativi seguono le fluttuazioni del ciclo economico, segnatamente 133 infosociale 45

dellindustria manifatturiera e delledilizia: nel 2009 gli incidenti sono diminuiti sensibilmente, nel 2010 sono risaliti. Come indica la tab. 14, nel 2011 si osserva una nuova leggera discesa (-5%), che raggiunge i valori pi elevati nelle attivit artigianali (oltre 15% in meno), seguite dai servizi (-6,5%).6 Il Trentino rimane tuttavia pur sempre in un ordine di grandezza di oltre 10.000 eventi infortunistici allanno, di cui pi di 2.000 riguardano lavoratori stranieri. Come negli scorsi anni, laspetto che colpisce maggiormente proprio lelevata incidenza della popolazione straniera sul volume complessivo degli infortuni sul lavoro denunciati. Pi di un infortunio sul lavoro su cinque riguarda un lavoratore straniero: 21,3% del totale. Per la prima volta per si riscontra una leggera diminuzione (-1,3 punti percentuali) rispetto al 2010. Anche nel macro-settore pi critico, definito nelle statistiche industria e servizi si registra una minore incidenza: 22,8% (-0,7 punti percentuali). Nel settore agricolo, il calo supera i due punti, presentando un valore dell11,5% contro il 13,9% dello scorso anno. Servirebbe qui unindagine specifica per approfondire le ragioni di questo miglioramento: se siano stati rafforzati i controlli, se sia migliorata la prevenzione e la formazione anti-infortunistica, se la socializzazione al lavoro si sia finalmente tradotta in maggiore capacit di evitare rischi, se sia semplicemente un effetto della riduzione di attivit, di ore straordinarie o di ritmi produttivi nei settori in cui gli immigrati sono maggiormente inseriti. Pur prendendo nota di questi relativi passi avanti, lincidenza degli infortuni conferma il dato dellinserimento degli immigrati in settori produttivi disagiati e pi esposti a rischi.
Tab. 14 - Infortuni sul lavoro occorsi a lavoratori stranieri in provincia di Trento per gestione (2011)
Gestione Agricoltura Industria e Servizi
di cui Industria Artigianato Terziario Altre attivit Non determinato

Infortuni occorsi V.A. 110 1.987


531 314 488 91 563

% 5,2 94,4
25,2 14,9 23,2 4,3 26,8

Var. % 2011-2010 -14,7 -4,8


-2,9 -15,6 -6,5 -1,1 +1,6

Conto Stato Dipendenti Totale fonte: elaborazioni Cinformi su dati INAIL

7 2.104

0,3 100,0

+40,0 -5,3

Non consideriamo il dato relativo allagricoltura: essendo molto basso il valore di partenza, la differenza rispetto al 2010, pur consistente, poco significativa.

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Nella distribuzione per nazionalit si riflette il fenomeno della concentrazione settoriale e occupazionale degli immigrati secondo linee etniche (tab. 15). Ai primi posti troviamo quindi le componenti pi attive nellindustria manifatturiera e nelle costruzioni: rumeni, albanesi, marocchini. Pur con le cautele derivanti dalla ridotta base di partenza, va segnalato il vistoso incremento degli infortuni occorsi a lavoratori albanesi, cresciuti di pi del 30%. Un altro dato degno di nota si riferisce allaumento degli infortuni occorsi a lavoratori tunisini, che si collocano al quarto posto in graduatoria. Il dato, non essendo visibilmente correlato con un particolare aumento delloccupazione, suggerisce un aggravamento dellesposizione a condizioni di lavoro pericolose.
Tab. 15 - Infortuni sul lavoro occorsi a lavoratori stranieri in provincia di Trento per Paese di nascita (2011)
Gruppo nazionale Romania Albania Marocco Tunisia Serbia, Monten. e Kosovo Moldova Macedonia Polonia Svizzera Pakistan Altri Paesi Totale fonte: elaborazioni Cinformi su dati INAIL Totale 370 270 204 118 107 87 82 69 68 58 671 2.104 % 17,6 12,8 9,7 5,6 5,1 4,1 3,9 3,3 3,2 2,8 31,9 100,0 var. % 2011-2010 -2,6 +35,5 -7,7 +31,1 -7,8 +1,2 -13,7 -6,8 +21,4 -12,1 -12,2 -5,3

Unaltra area critica del mercato del lavoro su cui disponiamo di dati si riferisce al mancato rispetto delle condizioni normative e contrattuali, su cui vigila istituzionalmente lispettorato del lavoro (tab. 16). Nel corso del 2011 sono state effettuate ispezioni nei confronti di 655 aziende, allinterno delle quali sono state controllate 3.048 posizioni lavorative; di queste, 304 (10%) si riferivano a lavoratori stranieri, in netto calo rispetto alle oltre 1.000 del 2009 e alle quasi 700 del 2010. In calo anche le infrazioni riscontrate: rispetto al 47% del 2010, nel 2011 sono state riscontrate delle irregolarit soltanto per 68 posizioni, pari al 22,4% dei lavoratori controllati. Le infrazioni hanno riguardato sia forme di lavoro nero, sia violazioni minori riferibili ad irregolarit nella 135 infosociale 45

gestione del rapporto di lavoro. In questo secondo gruppo (46 casi) si trattato soprattutto di unapplicazione non corretta dei contratti di lavoro e del mancato rispetto delle norme relative agli orari e ai riposi. Sono stati contestati invece degli illeciti per rapporti di lavoro in nero in 22 casi, pari al 7,2% dei lavoratori stranieri la cui posizione lavorativa stata verificata. Soltanto uno per risultato privo di permesso di soggiorno, ragione per cui il datore di lavoro stato denunciato allautorit giudiziaria. Nel 2010 i casi rilevati erano stati cinque, nel 2009 15. Anche se i dati non sono comparabili, a motivo della riduzione del numero di lavoratori stranieri sottoposti a controlli, il dato pu essere assunto come indicativo di una scarsa diffusione dellimpiego nelle imprese trentine di immigrati privi di documenti idonei. Per i restanti 46 lavoratori stranieri irregolari, sono state riscontrate violazioni riconducibili in particolar modo alla non corretta applicazione dei contratti collettivi ed al mancato rispetto delle norme in materia di orario di lavoro e riposi. I dati della sanatoria del settembre-ottobre 2012 confermano nella sostanza la scarsa incidenza delle situazioni di soggiorno irregolare in Trentino, rispetto ad altre province con un numero paragonabile di abitanti e di immigrati residenti: dalla provincia di Trento sono partite infatti 426 domande di regolarizzazione, delle quali 383 riguardavano il lavoro domestico. Il fenomeno quindi ha dimensioni contenute, ma non proprio irrilevante. Anche a Trento si concentra nellarea dei servizi alle famiglie, dove i controlli sono pi difficili, la popolazione interessata prevalentemente femminile, la percezione diffusa quella di un lavoro socialmente utile, la tolleranza la regola sociale predominante.
Tab. 16 - Attivit di vigilanza, provincia di Trento (2011). Aziende ispezionate e posizioni controllate
AZIENDE ISPEZIONATE Irregolari per scoperture assicurative "lavoro nero" 11 8 0 1 2 22 di cui privi di permesso di soggiorno (illecito penale) 1 0 0 0 0 1 Assicurati ed irregolari per violaz. contrattuali e/o in materia di orario di lavoro 17 1 0 19 9 46

Settore di attivit

Costruzioni Alberghi e pubblici esercizi Porfido e lapidei Trasporti terrestri e funivie Altri settori Totale

266 79 5 102 203 655

974 241 21 640 1.172 3.048

195 22 1 30 56 304

28 9 0 20 11 68

fonte: Cinformi su dati Servizio Lavoro - PAT

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di cui irregolari

di cui stranieri

Lavoratori controllati

3.7 Il lavoro autonomo: una sda alla crisi


Malgrado il contesto economico sfavorevole, il lavoro autonomo continua ad attrarre i lavoratori immigrati residenti in Trentino, cos come del resto avviene a livello nazionale, dove si sono registrate circa 20.000 posizioni in pi nellultimo anno, come nel precedente (Caritas-Migrantes, 2012). Il fenomeno mescola indubbiamente componenti diverse. In un periodo di crisi, lautoimpiego pu rappresentare una seconda opzione, un modo di reagire alla perdita del lavoro. Pu anche servire a conservare il permesso di soggiorno. Resta per viva laspettativa di mobilit sociale, reagendo con limprenditorialit al confinamento nelle posizioni svantaggiate dei sistemi occupazionali. Prima di inoltrarci nellanalisi dei dati, rammentiamo che i dati camerali consentono di fotografare il fenomeno in base al luogo di nascita delle persone che ricoprono cariche sociali nelle imprese o risultano titolari di unattivit. Risentono pertanto di un margine di imprecisione, dovuto allinclusione di operatori nati allestero, ma di nazionalit italiana, nonch di un certo numero di emigranti italiani di ritorno. Limitando la nostra analisi ai soli titolari dimpresa, il dato rilevato al 30 settembre 2012 di 2.414 unit, aumentate di poco rispetto allo scorso anno (+1,7%), ossia 40 casi in valore assoluto (tab. 17). il caso per di sottolineare che, dopo la battuta darresto del 2009, da due anni il numero di immigrati titolari di attivit economiche ha ripreso a crescere leggermente. La crisi si fa sentire condizionando lintensit del fenomeno, sicch rispetto agli anni precedenti gli incrementi sono molto pi contenuti. Ma non comporta uninversione di tendenza. Laumento interessa tutti i comparti, tranne le attivit manifatturiere, pi esposte allandamento del ciclo economico. La crescita pi significativa anche nel 2011-2012 riferita agli alberghi e ristoranti (+8,7%), ma in valori assoluti si tratta di 11 titolari in pi.
Tab. 17 - Titolari di imprese attive nati allestero. Composizione settoriale e confronto 30.09.2011-30.09.2012
Settori Attivit manifatturiere Costruzioni Commercio Alberghi, ristoranti Trasporto e magazzinaggio Altro Totale 2012 176 939 613 138 135 413 2.414 2011 182 933 611 127 130 391 2.374 var. % 2012-2011 -3,3 +0,6 +0,3 +8,7 +3,8 +5,6 +1,7

fonte: elaborazioni Cinformi su dati Camera di Commercio di Trento

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Nellanalizzare la composizione per nazionalit (tab. 18), occorre richiamare il fatto che una parte dei titolari nati allestero sono emigranti di ritorno (circa 300 casi stimati, con la Svizzera in prima posizione). Altri provengono da paesi sviluppati, come nel caso dei circa 100 operatori nati in Germania. Considerando invece le componenti nazionali pi tipicamente immigrate, la graduatoria non si discosta da quella rilevata negli scorsi anni: marocchini al primo posto, seguiti da albanesi, rumeni, tunisini. Macedoni e serbo-montenegrini occupano appaiati le posizioni successive. La principale diversit rispetto al dato nazionale data dalla perdurante marginalit della componente cinese, che in Trentino rappresenta poco pi del 3% dei titolari di attivit economiche. Nel complesso, il dato pi rilevante resta la dispersione delliniziativa economica su diversi gruppi nazionali: solo tre nellultimo anno arrivano al 10%, per arrivare al 50% occorre sommarne sette, comprendendo la Germania. In questo scenario perdura la situazione atipica del gruppo rumeno, sempre pi numeroso tra gli occupati dipendenti e gli assunti nei diversi settori, ma molto meno rappresentato tra i titolari di attivit economiche. Solo nellultimo anno arriva a rappresentare il 10%, mentre tra gli assunti lincidenza del 40%.
Tab. 18 - Titolari di imprese attive nati all'estero, per principali nazionalit. Provincia di Trento, 30/09/2012
Gruppi nazionali Marocco Albania Romania Tunisia Macedonia Serbia, Monten. e Kosovo Germania Cina Pakistan Moldova Paesi con forte componente italiana: Svizzera Argentina Cile Totale Altro Totale 183 58 44 285 623 2.414 7,6 2,4 1,8 11,8 25,8 100,0 V.A. 315 256 241 125 118 118 99 82 79 73 % 13,0 10,6 10,0 5,2 4,9 4,9 4,1 3,4 3,3 3,0

fonte: elaborazioni Cinformi su dati Camera di Commercio di Trento

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Le costruzioni, malgrado la crisi, rimangono il settore pi interessato dalla partecipazione di immigrati in qualit di lavoratori autonomi, con quasi 1.000 titolari (38,9%), sostanzialmente sugli stessi livelli dellanno precedente (tab. 19 e tab. 20). Altrettanto stabile il dato relativo al commercio, ove i titolari immigrati sono pi di 600 (25,9%). Nellinsieme i due settori raccolgono quasi i due terzi delle ditte con un titolare nato allestero. Rispetto al quadro nazionale, ledilizia si conferma allineata, mentre il commercio in Trentino risulta tuttora sottodimensionato. Il terzo settore, quello manifatturiero, resta molto staccato, con poco pi del 7% dei titolari. Alberghi e in special modo ristoranti sono icone molto note e popolari delliniziativa economica dei migranti, e anche del loro contributo al cambiamento delle pratiche di consumo e delle abitudini alimentari della popolazione autoctona. In Trentino sono pi di un centinaio gli operatori del settore nati allestero, ma la loro incidenza sul complesso dei titolari stranieri nellordine del 5%, analoga a quella dei trasporti. Incrociando nazionalit e settore, si possono cogliere le principali specializzazioni nazionali, che mantengono nel corso del tempo una marcata stabilit. I marocchini rimangono insediati in posizione quasi egemonica nel commercio, dove soltanto i cinesi presentano unanaloga specializzazione, ma su valori assoluti e percentuali nettamente pi bassi. Albanesi e rumeni, come tunisini, macedoni, serbo-montenegrini, moldavi, hanno invece cercato spazio nelle costruzioni. Il settore, con leccezione tunisina, appare in Trentino contraddistinto da un insediamento diffuso di operatori provenienti dallEuropa Orientale. Le attivit autonome si confermano inoltre un sentiero professionale a dominanza maschile, anche a motivo dellimportanza delledilizia. Otto titolari su dieci sono uomini (tab. 21). Lunica componente nazionale che denota un certo equilibrio di genere quella cinese, seguita a distanza da quella tedesca. La partecipazione femminile superiore alla media anche nel caso rumeno (un titolare su quattro donna), cos come negli altri paesi che completano la graduatoria.

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Tab.19 - Titolari di imprese attive in provincia di Trento al 30/09/2012 nati allestero (ad esclusione dei Paesi con forte componente italiana). Prime 10 nazionalit per settore
Attivit manifatturiere Commercio Costruzioni

Alberghi, ristoranti

Trasporti

Marocco Albania Romania Tunisia Macedonia Serbia, Monten. e Kosovo Germania Cina Pakistan Moldova Altri Paesi Totale

28 13 8 8 24 10 11 7 3 1 63 176

21 204 162 67 78 65 19 13 10 51 249 939

219 8 25 19 5 13 25 44 22 8 225 613

4 11 16 4 4 5 8 9 6 71 138

29 8 1 20 4 8 5 1 14 5 40 135

14 12 29 7 3 17 31 8 24 8 260 413

315 256 241 125 118 118 99 82 79 73 908 2.414

fonte: elaborazioni Cinformi su dati Camera di Commercio di Trento

Tab. 20 - Titolari di imprese attive in provincia di Trento al 30/09/2012 nati allestero. Distribuzione per settore delle prime 10 nazionalit: percentuali di riga
Attivit manifatturiere Commercio Costruzioni

Alberghi, ristoranti

Trasporti

Marocco Albania Romania Tunisia Macedonia Serbia, Monten. e Kosovo Germania Cina Pakistan Moldova Altri Paesi Totale

8,9 5,1 3,3 6,4 20,3 8,5 11,1 8,5 3,8 1,4 6,9 7,3

6,7 79,7 67,2 53,6 66,1 55,1 19,2 15,9 12,7 69,9 27,4 38,9

69,5 3,1 10,4 15,2 4,2 11,0 25,3 53,7 27,8 11,0 24,8 25,4

1,3 4,3 6,6 3,2 3,4 4,2 8,1 11,0 7,6 7,8 5,7

9,2 3,1 0,4 16,0 3,4 6,8 5,1 1,2 17,7 6,8 4,4 5,6

4,4 4,7 12,0 5,6 2,5 14,4 31,3 9,8 30,4 11,0 28,6 17,1

100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0

fonte: elaborazioni Cinformi su dati Camera di Commercio di Trento

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Totale

Altro

Gruppi nazionali

Totale

Altro

Gruppi nazionali

Tab. 21 - Titolari di imprese attive in provincia di Trento al 30/09/2012 nati allestero (ad esclusione dei Paesi con forte componente italiana): incidenza maschile nei primi 10 Paesi di nascita
Paese Marocco Albania Romania Tunisia Macedonia Serbia, Monten. e Kosovo Germania Cina Pakistan Moldova Altri Paesi Totale % maschi 89,5 94,1 74,3 93,6 94,1 86,4 67,7 58,5 92,4 79,5 72,6 80,2

fonte: elaborazioni Cinformi su dati Camera di Commercio di Trento

3.8 Dallinclusione economica alla cittadinanza sociale: la partecipazione sindacale


Il rapporto tra partecipazione al mercato del lavoro e cittadinanza sociale nelle societ moderne mediato da diversi dispositivi istituzionali e attori sociali, tra i quali le organizzazioni sindacali rivestono un ruolo di primo piano. In Italia, come negli altri paesi dellEuropa meridionale, i sindacati sono stati fra i protagonisti dellaccoglienza, fin dalle prime manifestazioni dellarrivo e dellinsediamento di numeri significativi di immigrati stranieri (Marino e Roosblad, 2008). Oggi pi di un milione di immigrati aderiscono alle organizzazioni sindacali italiane, e rappresentano la componente della popolazione attiva con i maggiori tassi di crescita (Caritas-Migrantes, 2012). Sul piano politico, i sindacati sono una delle forze sociali che assumono la difesa dei diritti degli immigrati, organizzano manifestazioni contro discriminazione e razzismo, fanno pressione per ottenere misure di regolarizzazione e trattamenti pi favorevoli (Penninx, 2011). Sono una delle componenti principali dellalleanza tra vari attori della societ civile che opera a favore degli immigrati, spesso in questi anni entrando in conflitto con politiche ostili, a livello centrale e in parecchie amministrazioni locali. 141 infosociale 45

Gli immigrati si rivolgono ai sindacati per varie esigenze: anzitutto servizi, come la regolarizzazione, il rinnovo del permesso di soggiorno, il ricongiungimento familiare. Poi richiedono tutela su base individuale: controllo della busta paga, verifica della correttezza dei trattamenti, eventuale avvio di vertenze per ottenere quanto a loro compete. Ma in mancanza del diritto di voto e della piena cittadinanza, i sindacati sono anche un canale di partecipazione politica indiretta, uno spazio per esprimere istanze e rivendicazioni. Sono altres un ambito in cui possibile assumere ruoli di rappresentanza e visibilit pubblica, sia come operatori sia come delegati e responsabili a vari livelli (Mottura, Cozzi e Rinaldini, 2010). Per la provincia di Trento non disponiamo di dati completi, ma possiamo stimare in oltre 6.000 il numero degli immigrati iscritti ai tre sindacati confederali (tab. 22 e seguenti). Per tutte e tre le sigle spicca il ruolo delledilizia, anche in ragione dei particolari istituti bilaterali del settore che favoriscono la sindacalizzazione. Pi di 3.000 immigrati aderiscono ai tre sindacati di categoria e rappresentano quindi almeno la met dei lavoratori stranieri sindacalizzati. Emergono poi alcune specificit: per la CGIL il ruolo del commercio e servizi, che costituiscono la categoria con il maggior numero di iscritti immigrati; per la CISL oltre alledilizia risalta seppure a distanza la categoria dei metalmeccanici; per la UIL dopo ledilizia vengono i trasporti e servizi, subito dopo il commercio e turismo.
Tab. 22 - Lavoratori stranieri iscritti alla CGIL del Trentino, per federazione (2011)
Federazione FILCAMS (commercio) FILCTEM (chimica) FILLEA (edilizia) FLC (scuola e formazione) FIOM (metalmeccanici) FLAI (agroalimentari) SLC (telecomunicazioni) FILT (trasporti) FISAC (banca e assicurazioni) NIDIL (precari e somministrati) Totale fonte: Cinformi su dati CGIL del Trentino V.A. 1.179 54 715 49 170 171 57 39 10 3 2.447

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Tab. 23- Lavoratori stranieri iscritti alla CISL del Trentino, per federazione (2011)*
Federazione FIM FILCA Totale V.A. 331 1721 2.052

* La Confederazione ha comunicato i dati relativi a soli due settori. fonte: Cinformi su dati CISL del Trentino

Tab. 24 - Lavoratori stranieri iscritti alla UIL del Trentino, per federazione (2011)
Federazione Settore Trasporti e Servizi Settore Commercio Turismo Terziario Settore Edilizia e affini Settore Agroalimentare Settore Chimici ed Elettrici Settore Cartai e Telefonici Settore Metalmeccanici e Tessili Settore Enti locali Totale fonte: Cinformi su dati UIL del Trentino V.A. 250 203 820 105 48 9 20 8 1.463

3.9 Osservazioni conclusive: ci che insegna la resilienza


Il perdurare della crisi economica non senza conseguenze per limpiego di lavoratori immigrati nelleconomia trentina. LISTAT stima che 2.700 fra di essi siano in cerca di lavoro e la Provincia autonoma di Trento ne conteggia pi di 1.000 tra i lavoratori posti in mobilit. Un mercato del lavoro segmentato come quello attuale indica per anche fenomeni in apparente controtendenza. Nel 2011 loccupazione immigrata sul territorio, sempre secondo le rilevazioni ISTAT, aumentata dell11%, e anche le assunzioni sono lievemente cresciute rispetto al 2010, quando gi si era riscontrato un netto recupero dopo la contrazione del 2009. Un fenomeno analogo a quello rilevato dallISTAT sul piano nazionale: in questi anni di crisi sono aumentate la disoccupazione e la povert tra gli immigrati (Fondazione 143 infosociale 45

Moressa, 2012), ma cresciuta anche loccupazione, che sfiora ormai il 10%, senza tener conto di lavoratori stagionali e collaboratori in convivenza con i datori di lavoro (Ministero del lavoro, 2012). I dati statistici ci dicono che si tratta perlopi di occupazioni modeste, di livello operaio o assimilabili (Fullin, 2011), ma non per questo meno necessarie per leconomia locale: prima di tutto, per la capacit di rispondere ai fabbisogni di lavoro stagionale in settori come lagricoltura e lindustria alberghiera; per il mantenimento in loco di posti di lavoro qualificati; per la possibilit di conciliare lavoro retribuito, carichi familiari, assistenza a domicilio alle persone anziane (Boccagni e Ambrosini, 2012). In questi ambiti laumento delloccupazione degli immigrati, e in minor misura delle assunzioni, sembra confermare che in tempi di crisi si creano pi posti di lavoro a bassa qualificazione che posti di lavoro di buon livello. Proprio lapprofondimento dei dati sul settore domestico-assistenziale mostra poi in modo piuttosto chiaro che lasserito ritorno degli italiani, o meglio delle donne italiane, in una delle pi importanti nicchie di occupazione straniera, non sta avvenendo. I dati sulla regolarizzazione del 2012, dopo quelli del 2009, dicono poi che in Trentino questo tipo di occupazioni si sviluppa prevalentemente nellambito della legalit, ma non mancano ai margini del sistema fenomeni di lavoro nero che periodicamente emergono. Probabilmente disponendo di informazioni pi dettagliate, potremmo verificare in che misura la tenuta delloccupazione in ambito domestico-assistenziale, meno soggetta a fattori congiunturali, abbia compensato nelle famiglie immigrate le difficolt perduranti in settori come lindustria manifatturiera. Il lavoro autonomo a sua volta ha tenuto, registrando qualche leggero progresso. Anche qui la crisi non sembra finora aver sconvolto il settore, ma solo rallentato il dinamismo. In Trentino oltre 2.000 immigrati di varie nazionalit sono titolari di attivit economiche, prima di tutto nel settore edile. Nel complesso dunque, pur tra contraddizioni e difficolt, il mercato del lavoro immigrato in Trentino si muove in continuit con le tendenze consolidate negli anni di espansione: la crisi non ha provocato massicci rientri, n una ridefinizione al ribasso delle preferenze dei lavoratori trentini, n un cambiamento di atteggiamento degli imprenditori. Si pu parlare di un sostanziale assestamento, in attesa di tempi migliori.

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CAPITOLO QUARTO FAMIGLIE IMMIGRATE E ACCESSO AI SERVIZI SANITARI DI PEDIATRIA NELLA PROVINCIA DI TRENTO: UNA RICERCA ANTROPOLOGICA

Introduzione
Il presente contributo deriva dalla ricerca Immigrazione e cure parentali in Trentino1 che mira ad esplorare come le famiglie immigrate in Trentino di origine marocchina e ecuadoriana curano i loro figli in et pre-scolare, e in particolare come accedono ai servizi sanitari e di pediatria.2 La ricerca iniziata nella primavera del 2010 e ha considerato le famiglie residenti nel bacino dellalto Garda e nella Val Giudicarie. Senza dubbio, la comunit marocchina e quella ecuadoriana possiedono caratteristiche assai differenti; in questo articolo vengono per analizzati i tratti di comunanza. Fino ad oggi la maggior parte delle ricerche sullimmigrazione ha posto lattenzione sugli aspetti politici ed economici dellesperienza migratoria, ma le famiglie e le relazioni familiari sono un aspetto fondamentale per una buona ed effettiva integrazione, soprattutto alla luce del fatto che una gran parte dei nuovi arrivati sono persone relativamente giovani, con bambini piccoli o con la volont di formare una nuova famiglia nel contesto ospitante. Secondo il Rapporto Immigrazione del 2008, nella provincia di Trento, uno straniero su quattro (24,4%) aveva meno di diciotto anni e ben il 12,7% delle nascite avvenute nellanno passato corrispondeva a figli di stranieri (Ambrosini et al., 2008). Il peso della popolazione minorenne e dei nati stranieri assumono valori pi alti della media nazionale. Questi dati spingono ad una valutazione dello stato di salute di queste nuove generazioni che compongono di fatto il tessuto sociale trentino, oltre che ad una seria considerazione del loro ruolo nei processi di integrazione. Spesso il primo contatto che gli immigrati hanno con il sistema pubblico oltre che con i servizi per gli immigrati avviene attraverso i servizi sanitari antenatali e pediatrici. Questo un passaggio molto importante per linte1

Finanziata dalla Provincia di Trento, attraverso una borsa di studio della Commissione Europea Marie Curie COFUND PAT. La ricerca iniziata nella primavera del 2010 ed tuttora in corso. Sono state effettuate 24 interviste nellarea delle Giudicarie e 18 nel bacino dellAlto Garda a famiglie immigrate dal Marocco e dallEcuador che hanno almeno un bambino in et pre-scolare. Sono state inoltre condotte 5 interviste con pediatri. Le interviste sono state condotte in profondit, attraverso lutilizzo di tracce semi-strutturate. Per rispetto dellanonimato dei partecipanti alla ricerca i nomi qua utilizzati sono pseudonimi. La ricerca stata resa possibile dal gentile coinvolgimento dello staff del Consultorio Familiare di Riva del Garda e di Tione, dei pediatri delle Giudicarie e del bacino dellAlto Garda, della Comunit di Valle delle Giudicarie, del GRIS (Gruppo Immigrazione e Salute) e del Centro Multietnico di Tione. La ricercatrice ringrazia di cuore anche tutte le famiglie ecuadoriane e marocchine che lhanno cos gentilmente e amichevolmente accolta nelle loro case e hanno condiviso con lei le storie pi intime della loro vita familiare.

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grazione, in cui si affrontano le contraddizioni tra i discorsi e le pratiche della loro cultura originale e quelle della comunit ospitante ed in cui emergono le problematiche principali della condizione migratoria. La finalit di questo progetto comprendere come lesperienza di genitore migrante influenzi sia la gestione della salute dei figli che linclusione sociale, due aspetti tra loro intimamente legati. La natura della ricerca qualitativa non quella doffrire generalizzazioni nella forma di percentuali o proporzioni numeriche, ma quella didentificare relazioni significanti tra vari aspetti di una problematica sociale. La ricerca sul campo ha messo in luce che essere genitori stimola linclusione sociale e la comunicazione interculturale, processo nel quale gli spazi sanitari occupano un ruolo cruciale. In questo articolo, tuttavia, verranno evidenziati gli aspetti di problematicit dellincontro tra i migranti e la comunit trentina. La costruzione di una famiglia e il trasferimento in una terra nuova sono entrambi due cambiamenti significativi nella vita di un individuo. Combinati, possono esporre allincertezza e alla fragilit. Questa condizione spesso affrontata appoggiandosi a figure o a simboli dautorit e sicurezza, come lo sono i medici e la medicina per molti migranti. Non sempre questo incontro ha esiti felici; esistono infatti ostacoli culturali, strutturali e individuali al processo dintegrazione. Quando questi si sommano, anche laccesso ai servizi sanitari diventa problematico e aggrava, in un circolo vizioso, la percezione che gli immigrati hanno di essere discriminati, accrescendo le difficolt allintegrazione e limitando, al tempo stesso, le capacit ad assumere con sicurezza il ruolo genitoriale.

Rivisitare un mito
In un recente articolo che discute la condizione delle donne immigrate in Italia e le loro esperienze come madri, si legge:
La conoscenza diretta di un modello di maternage appreso, costantemente verificato e interiorizzato, permette alla mamma straniera [] di ricorrere meno frequentemente ai manuali sullinfanzia o alluso del pediatra di quanto non succeda alle madri italiane. (Martini, 2002, p. 174)

Tale affermazione rispecchia unopinione comune tra le persone, a volte anche operatori sanitari, che non sono a contatto diretto e quotidiano con le mamme immigrate in quanto genitori. Esiste infatti una specie di mito che avvolge di mistero e di fascino la madre immigrata; essa viene spesso descritta ed immaginata come lincarnazione della madre archetipa, esperta di pratiche e conoscenze ancestrali, capace di intendere le necessit dei neonati e conoinfosociale 45 148

scitrice di rimedi naturali. Questimmagine idealizzata fa da riscontro alla descrizione negativa che spesso viene fatta della madre italiana: impaurita, disorganizzata, ansiosa e incapace di prendere decisioni sulleducazione e la salute dei propri figli. La presente ricerca ha invece messo in evidenza come spesso le madri immigrate possano facilmente essere madri disorientate. Come confessa Lubna, 32 anni, originaria del sud del Marocco e arrivata in Italia nel 2003 per lavorare:
Dopo la prima bambina mi sono trovata a essere una mamma. La bambina arrivata senza aspettarla. Mi sentivo ancora una ragazza, con amici, qua in Italia per lavoro, una di quei giovani marocchini che sognano di venire in Europa per lavorare, per avere una casa, per avere pie invece mi sono trovata essere una mamma, responsabile di una bambina. Avere bambini non facile, sono una persona nervosa, non so come si tratta con i bambini. Meno male che mio amico bravo, mi aiuta, mi tiene la bambina. Pian piano col suo aiuto ho imparato.

Se pur vero che molte donne immigrate sono cresciute in famiglie con un grande numero di bambini in cui, fin da piccole, venivano coinvolte in compiti di cura, la nascita del/la primo/a figlia/o in terra straniera pone spesso sfide e dubbi di natura diversa da quelli incontrati nellaccudimento di un nipotino o una sorellina a casa, dove la giovane donna era circondata da una cerchia di altre donne pronte a intervenire in suo aiuto. Vari fattori, tra cui la distanza geografica tra la madre patria e il nuovo contesto, lincontro/scontro con nuovi modelli genitoriali e di cura e la posizione marginale allinterno della societ italiana, rendono la donna immigrata pi fragile rispetto alle sue potenzialit e spesso indecisa nel gestire la salute e leducazione dei suoi figli. La specifica alchimia tra i fattori sopra elencati e altri fattori come let della mamma, la durata del suo soggiorno in Italia, la sua provenienza e il suo retroterra educativo e sociale determina quanto la mamma immigrata sar capace di esplicare le sue funzioni genitoriali con pi o meno sicurezza. Le mamme immigrate si trovano a vivere in un contesto sociale che appare loro profondamente diverso da quello del loro paese dorigine. Non solo la lingua e la religione, ma anche le convenzioni sociali che regolano le relazioni tra gli adulti e i pi giovani e latteggiamento dei bambini vengono descritti da queste donne come molto diversi rispetto a quello a cui erano abituate. I bambini italiani, per esempio, sono spesso descritti come sboccati e viziati. Le donne immigrate criticano pesantemente il fatto che i bambini italiani, anche piccoli, utilizzano molte parolacce, interpellano gli adulti come pari e pretendono che i loro desideri vengano esauditi. La maggior parte dei genitori mostra forti dubbi riguardo al modello educativo italiano, che appare loro poco attento ad insegnare ai bambini il rispetto per le gerarchie, per gli adulti, 149 infosociale 45

per gli anziani e poco incline a trasmettere limportanza dellutilizzo di un linguaggio e di un atteggiamento serio, che includa il valore della reciprocit e della solidariet. I genitori immigrati cercano di compensare allinterno dellintimit familiare e/o della comunit di riferimento queste carenze educative. Nelle famiglie ecuadoriane i figli danno del lei ai genitori e il rispetto per gli adulti valorizzato. Valery, originaria dellEcuador, 34 anni e due figli, in Italia dal 1999, commenta:
Mio marito riesce a imporre la disciplina solo con lo sguardo, mio marito ben determinato [recto]. [] Quando vedo le mie amiche mi dicono ma sai che abbiamo visto tuo figlio ieri. E stato molto educato, ci ha salutate, stretto la mano. Tutti lo riconoscono che i miei figli sono educati, e questo qualcosa che fa molto felice una mamma.

Nonostante i buoni propositi, creare unisola felice allinterno di una societ di cui non si approvano alcuni comportamenti risulta spesso un compito molto difficile. Come dice la giovane Basma, arrivata in Italia nel 2008 da un piccolo paesino vicino Agadir:
In Marocco non devi spiegare nulla al bambino perch in Marocco sei in Marocco, qua devi spiegare che noi siamo marocchini, la religione, il rispetto. tutto pi difficile. In Marocco, invece, puoi dare tutto per scontato, anche se tu non glielo dici, lui lo vede di fuori, nella gente, per strada, nella famiglia.

Come spiega Basma, leducazione dei figli inizia e termina nella societ, non semplicemente un affare di famiglia. Se la comunit in cui si vive riproduce comportamenti ritenuti corretti, leducazione dei figli risulta un compito pi leggero. Forse anche per questo, le madri tornano almeno una volta allanno al paese dorigine con i figli piccoli per periodi di tempo relativamente estesi (da 2 a 5 mesi). Da tali viaggi acquistano energie fisiche e emotive per andare avanti nel loro progetto migratorio e familiare in Trentino.

Una forte medicalizzazione


Uno dei settori in cui lincertezza e la fragilit dei genitori immigrati si esprime con particolare forza la gestione della salute dei bambini. Spesso il modo in cui loro sono stati curati dai loro genitori quando erano piccoli viene, in un certo senso, rifiutato. Rimedi tradizionali, come lutilizzo di erbe, sembrano portarsi appresso il marchio del ritardo culturale, del pregiudizio e della povert. Come spiega Nadia, una donna marocchina di 40 anni con dei bellissimi capelli tinti di biondo, in Italia dal 2002 e con due figli: infosociale 45 150

Gli anziani fanno le medicine con le erbe, ma noi non torniamo indietro, pu essere pericoloso. Mio padre lo fa, io no. Mia madre fa tutte quelle cose l [Nadia fa una faccia disgustata]. A noi ci curava cos [ride]. Lei faceva magia nera e magia bianca. Ma noi no, non torniamo indietro. Se no siamo qui per cosa?!

La medicina occidentale chiamata biomedicina in letteratura antropologica perch affonda le sue radici nella biologia scientifica di fine 800 (vedi Pizza, 2005; Quaranta, 2006) non solo considerata credibile e autorevole, ma proprio parte integrante del pacchetto a cui le famiglie immigrate hanno aderito nel momento in cui hanno deciso di emigrare. Sognare e sperare una vita migliore, include laccesso agevole alla biomedicina e a una sanit pubblica di alto livello. Questi aspetti fanno infatti parte dei vantaggi previsti nel progetto migratorio, che compensano, in un certo qual modo, gli svantaggi che accompagnano la migrazione, come il vivere e crescere dei figli in un paese straniero e lontano dai propri cari. Le famiglie immigrate apprezzano cos tanto il fatto di poter accedere agevolmente alla biomedicina che talvolta lo fanno con fin troppo entusiasmo. Per esempio, Alloui, donna marocchina di 34 anni, mi racconta di aver fatto lamniocentesi anche se contraria allaborto:
No, lo terrei comunque. Noi non possiamo neppure pensare a questo [aborto].

Allora le chiedo perch ha fatto lamniocentesi:


Me lha detto la ginecologa. E poi sempre un esame, pu essere utile per la mamma. Magari vedono qualcosa che non va bene. Non si sa mai.

Tutto ci che riguarda la salute dei figli a partire dagli esami prenatali considerato di grandissima importanza. Avere a cuore la salute dei propri figli con molta probabilit una caratteristica universale e non specifica delle famiglie immigrate. I bambini sono infatti un concentrato di potenzialit, promesse e speranze; sono la societ che guarda fiduciosa al futuro. Linvestimento simbolico che viene fatto sui figli, tuttavia, si esprime con maggior forza nelle famiglie immigrate. Alcune famiglie decidono di immigrare, quasi loro malgrado, in vista del futuro dei loro figli. Spesso i genitori hanno la sensazione di vivere in Italia come in un perenne esilio: soffrono di una cocente nostalgia per i cari lasciati a casa, per gli affetti, le abitudini, i luoghi e i sapori familiari. Molti di loro riportano che, se fosse solo per loro, tornerebbero subito a casa ma, aggiungono, rimanere in Italia un investimento per e sui figli. I genitori migranti sono disposti, in un certo senso, a pagare di tasca propria il prezzo 151 infosociale 45

del biglietto che permetter ai loro figli di avere una vita migliore, accedere a unistruzione riconosciuta a livello internazionale, trovare un buon lavoro e godere della modernit. Questa speranza, che motiva e accompagna il percorso migratorio, riesce perfino a creare nei genitori un senso di appartenenza al luogo di immigrazione, per cos dire unappartenenza e un benessere ottenuti per procura (Boccagni e Ambrosini, 2012). La salute dei figli, quindi, diviene una priorit; il prerequisito e la premessa che permetter di godere dei sacrifici del progetto migratorio. La risposta che un certo numero di genitori immigrati d a questa priorit quella di medicalizzare fortemente la salute dei propri figli. In molti casi le loro aspettative vengono frustrate: spesso ci si aspettava di trovare pi medicalizzazione in Italia che nel loro luogo dorigine, e non il contrario. Nel corso della ricerca di campo non era raro ascoltare lamentele rispetto alle cure ricevute dal pediatra di libera scelta perch, secondo i genitori, i pediatri italiani non prescrivono abbastanza farmaci e esami diagnostici. Sara, per esempio, che arrivata dal Marocco nel 2007 e ha due figli, esprime a gran voce la sua insoddisfazione:
Lei [la pediatra] guarda solo con locchio, senza esami. Mi dai delle analisi? Delle radiografie per vedere se c qualcosa che non va oppure no?! Ma perch ci sono delle radiografie, delle analisi se basta locchio?!

Carla, 33 anni, originaria dellEcuador e in Italia dal 1999 dice che


I medici qua prendono troppo alla leggera, prescrivono pochi esami: sembra che devono pagarli di tasca loro!

Queste affermazioni fondano il giudizio negativo che alcune famiglie danno dei servizi sanitari ricevuti in Trentino. tuttavia importante notare che tale giudizio si basa sul confronto, assente ma implicito, con le cure pediatriche ricevute nel luogo dorigine. In alcuni casi il confronto con il modello di cura di riferimento esplicito:
Il pediatra troppo sbrigativo. A volte bravo perch da delle medicine forti, quando serve. Ma in generale, sono troppo sbrigativi. Il pediatra, in Ecuador, te lo guarda [il bambino] dalla punta dei piedi fino alla punta dei capelli. Guardano anche il pisellino, per vedere se serve la circoncisione, la fanno sempre. (Maria, Ecuador)

Il figlio di Maria ha subito un pesante intervento intestinale quando aveva 2 anni. Dato che lei non si fidava totalmente del pediatra, durante il periodo di cura e di convalescenza di suo figlio chiamava sempre sua zia in Ecuador che lavorava in un ospedale come infermiera. La teneva aggiornata sulle infosociale 45 152

condizioni del nipote chiedendo il suo parere sulle scelte dei medici, gli esami e le medicine somministrate. La zia la rassicurava e cos lei era tranquilla. Latteggiamento di relativa svalutazione dellofferta sanitaria del luogo daccoglienza rispetto a quello dorigine un tratto comune in vari percorsi migratori (vedi, per esempio Inhorn, 2011) e, a seconda dei contesti, dipende da diversi fattori. Nei due casi analizzati in questa ricerca le famiglie non si recano in madre patria appositamente per far visitare i figli, ma ci fa parte delle attivit che accompagnano la vacanza a casa:
Quando torno in Marocco ne approfitto per andare a fare delle visite, per i bambini soprattutto. Fanno un bel controllo, li guardano dappertutto e poi fanno tanti esami, radiografie fanno tutto, sono molto pi precisi. Poi spiegano bene, con calma, non come qua che ti danno unocchiata e via. Loro loro capiscono meglio i nostri problemi. E sono anche economici; una visita da un privato mi costa circa 10 euro. E sono bravi sai, certo, hanno tutti studiato in Francia, Inghilterra sono molto bravi. (Sara, Marocco)

Come osservato da Sara, la relazione con medici nella madre patria pi facile. In parte ci dovuto allutilizzo di una stessa lingua, ma quando Sara dice loro capiscono meglio i nostri problemi, il riferimento non alla lingua. La sua affermazione ha a che fare con la condivisione di una comune cultura che include atteggiamenti e aspettative, sia dei medici che dei pazienti. Il giudizio negativo che alcuni genitori immigrati danno dei pediatri italiani ha anche unaltra causa: sia in Marocco che in Ecuador il sistema sanitario pubblico abbastanza scadente, bench in entrambi i luoghi ci siano notevoli spinte al cambiamento. Solo la fascia pi povera della popolazione si rivolge al servizio sanitario pubblico; gli altri si rivolgono a medici privati. Capita, quindi, che le famiglie facciano visitare il proprio bambino da un pediatra privato, il quale, come osservato da Laila (Marocco), esegue una visita pi approfondita perch deve giustificare il suo compenso e anche perch non conosce il bambino:
L: K aveva la febbre e, anche se gli davo la Tachipirina, non si abbassava. Siamo andato da un pediatra e lha visitato a lungo, altro che il mio pediatra R: Ti sembra che fosse pi bravo del tuo pediatra? L: Mah, uguale, bravi tutti e due. Per i pediatri in Marocco sono privati, quindi si devono guadagnare la visita [ride] forse anche per questo. E poi anche perch era la prima volta che lo vedeva. Io dal mio pediatra ci vado tutti i mesi

Lorganizzazione dei servizi sanitari nella madrepatria genera delle comparazioni con le cure ricevute in Trentino. In alcuni casi, come in quello di Laila, 153 infosociale 45

esiste la parziale consapevolezza dei fattori che causano le diverse modalit di visita. In altri casi, come in quello di Sara, la differenza tra le cure ricevute a casa e quelle ricevute in Trentino viene interpretata alla luce di fattori culturali, didentificazione e appartenenza etnica. Inoltre, importante ricordare che la biomedicina, per quanto si sia rapidamente diffusa in tutto il mondo, non la stessa in ogni luogo. Le sue pratiche, ma anche la teoria, variano a seconda del contesto (Berg e Mol, 1998; Lock e Gordon, 1988). Per comprendere appieno il senso delle testimonianze delle famiglie immigrate sarebbe utile condurre ulteriori ricerche sulle esperienze mediche degli immigrati quando tornano nel loro paese dorigine.

Laccesso ai servizi sanitari


Dalle interviste condotte sia con i genitori migranti che con i pediatri emerge un secondo problema: le modalit di accesso e di utilizzo dei servizi sanitari, in particolare per le cure primarie. Molte famiglie raccontano di recarsi direttamente al pronto soccorso quando il bambino/a sta male. Il pronto soccorso descritto come un luogo rassicurante perch l ci sono tutti gli specialisti che vuoi, sono pi sicuri. Ci sono tutte le macchine, tutti gli esami (Ibnissam, Marocco). I pediatri, dal canto loro, riportano di sentirsi quasi aggrediti da famiglie che sembrano delegare molto e pretendere il tipo di trattamento che hanno in mente. Secondo i pediatri queste famiglie accedono al pediatra per il bench minimo sintomo e con una frequenza notevole. Quando il pediatra non offre la diagnosi o la cura che i genitori si attendono (tipicamente medicinali forti o esami) queste famiglie si rivolgono, anche durante lo stesso giorno, al pronto soccorso, creando cos costi aggiuntivi per il sistema sanitario e conflitti tra medici e perdita dautorit agli occhi dei genitori. Come afferma il dott. X:
Pu succedere di visitare un bambino alla mattina per un disturbo lieve. Allora si consiglia i genitori di aspettare, di controllare la febbre e di rivederlo il giorno seguente. Il giorno dopo tornano e scopri che il giorno prima, dopo la tua visita, sono andati a Trento al pronto soccorso. E allora ti cadono le braccia.

I pediatri intervistati puntualizzano che un uso eccessivo e non appropriato dei servizi sanitari in realt un problema che coinvolge tutta la popolazione ma che emerge in maniera drammatica nelle famiglie immigrate. A parziale conferma di ci, una statistica gentilmente prodotta dallAzienda Sanitaria di Trento mostra come dal 2001 al 2011 gli accessi al pronto soccorso pediatrico da parte di bambini con genitori con cittadinanza straniera siano quasi quadruplicati: da 1.235 accessi nel 2001 a 4.039 nel 2011. vero che infosociale 45 154

nel corso di questi anni la popolazione straniera nella provincia di Trento aumentata, ma laccesso delle famiglie straniere al pronto soccorso pediatrico risulta comunque maggiore (poco pi del doppio) rispetto agli accessi registrati dalle famiglie italiane (15.614 accessi nel 2001 e 16.331 accessi nel 2011), tenendo anche conto del tasso di crescita della popolazione immigrata e il suo peso sulla popolazione generale. Purtroppo non sono disponibili dati sugli accessi agli ambulatori pediatrici, nel cui caso ci si deve accontentare delle percezioni dei pediatri. Lutilizzo plurimo e contemporaneo di pi servizi sanitari crea non pochi problemi organizzativi e comunicativi, sia per le famiglie immigrate che per gli operatori sanitari, come ben illustrato, per esempio, dal caso di Ibnissam. Ibnissam dice che la sua pediatra risponde raramente al telefono e che cambia spesso orari di visita, quindi lei, per comodit va direttamente alla guardia medica o al pronto soccorso. Una volta suo figlio aveva il mal di gola; si reca quindi dalla guardia medica che prescrive lantibiotico. Dopo un paio di giorni il bimbo non migliora. La famiglia si reca quindi dal pediatra che dice che il bimbo non deve assumere lantibiotico perch il suo mal di gola causato da un virus e quindi basta la Tachipirina. Ibnissam aggiunge che il pediatra abbia commentato sai, quelli della guardia medica sono giovani devono ancora imparare e Ibnissam commenta, a sua volta: vedi, non sanno neppure loro cosa fanno, meglio andare direttamente al pronto soccorso. La mancanza di coerenza tra le prescrizioni effettuate dal pediatra, dal medico della guardia medica e dal medico del pronto soccorso possono essere motivate da varie ragioni. La dott.ssa H spiega che pu succedere che in pronto soccorso si diano gli antibiotici con pi leggerezza perch, mancando un rapporto di lungo termine, i medici sono costretti a risolvere in maniera pi netta i casi che si trovano davanti. Tale discrepanza, per, viene interpretata dai genitori immigrati come una mancanza di competenza del pediatra, dato che, nella gerarchia simbolica della biomedicina, lospedale appare come il luogo pi autorevole. Molto spesso laccesso consistente di immigrati al pronto soccorso, seppur in possesso di permesso di soggiorno, spiegato come un problema pratico oppure di distanza culturale. Per quanto riguarda il primo aspetto, laccesso ai servizi sanitari sembra problematico perch alcune donne immigrate non hanno la patente o la macchina e, soprattutto nelle valli trentine, lo spostamento pu risultare non molto agevole. Queste donne devono quindi aspettare che il marito rincasi dopo il lavoro e le accompagni dal medico. Ma i pediatri non operano di solito di sera e quindi la famiglia si diriger al pronto soccorso. Stesso meccanismo si applica per donne che non conoscono bene litaliano. Per quanto riguarda gli aspetti culturali, alcuni notano come per gli immigrati possa essere difficile concepire la salute, il corpo e quindi la medicina come un qualcosa di diviso tra diverse specializzazioni mediche. La farmacia e lo155 infosociale 45

spedale sono invece luoghi che rappresentano unimmagine omnicomprensiva sia della malattia che dei suoi rimedi; manca quindi labitudine a prendere appuntamenti o recarsi dal medico solo a determinati orari. Il sistema di welfare, inoltre, stato definito muto (Tognetti Bordogna, 2004), ovvero non molto efficace oppure frammentato nel comunicare le modalit daccesso a tutti i suoi assistiti. Viene osservato che il servizio sanitario, sebbene venga definito universale, in realt autoreferenziale perch concepito per lutente medio italiano, dando quindi per assodate alcune norme, come le modalit dutilizzo e daccesso dei servizi. Nella presente ricerca di campo, tuttavia, sia il fattore pratico che quello culturale non emergono come degli ostacoli insormontabili per le famiglie immigrate. Molte madri hanno la macchina e quando non padroneggiano bene litaliano i padri spesso si prendono unora di pausa dal lavoro per recarsi dal pediatra. Le famiglie dimostrano anche di avere una buona, o perlomeno sufficiente, conoscenza delle modalit organizzative del sistema sanitario. Laspetto che risultato maggiormente legato alle modalit daccesso, pi o meno virtuose, ai servizi sanitari il grado di inclusione sociale delle famiglie, soprattutto delle madri. Linclusione sociale influenza lapertura ad accettare conoscenze e pratiche che possono essere diverse da quelle considerate vere e giuste fino ad allora. Linclusione sociale, che scaturisce dalle giuste condizioni culturali, strutturali e individuali, la circostanza virtuosa che permette di risolvere problemi pratici come la lingua o il trasporto ma anche di superare le barriere che si dice vengano create dalla diversit culturale. In realt, gli studi antropologici hanno oramai ampliamente dimostrato, a partire da Barth (1969), che la cultura non solo qualcosa che si ha, ma soprattutto qualcosa che si pratica. La cultura non una caratteristica essenziale di un gruppo umano, n unentit stabile, ma si modella e cambia a seconda dei luoghi e delle circostanze. Linclusione sociale molto spesso avviene e la ricerca fotografa un buon numero di storie a lieto fine. Qualche volta, invece, ci non si realizza. Nella prossima sezione si prenderanno ancora in esame questi casi pi problematici e verranno analizzate quali siano le ripercussioni per il sistema sanitario e per la salute dei bambini.

Essere genitori in terra straniera: il difcile equilibrio tra discriminazione e responsabilit


Linclusione sociale degli immigrati un problema complesso la cui buona riuscita o meno dipende da diversi fattori tra cui le politiche per limmigrazione, luso pi o meno strumentale che viene fatto del discorso immigrazione dai politici e dai media, la grandezza della comunit dappartenenza nel territorio dimmigrazione, la cultura e il luogo di provenienza dei migranti, infosociale 45 156

la loro et di insediamento, il loro retroterra culturale e sociale, i motivi che sostengono il progetto migratorio. Non si vuole qui dare un riassunto della ricca letteratura sullinclusione sociale, ma semplicemente sottolineare il fatto che una cura non data, un esame non prescritto, una visita un po veloce (per chiara assenza di sintomi preoccupanti) sono tutte situazioni che instillano il dubbio, in alcune famiglie immigrate, che tale comportamento sia in realt un sintomo di discriminazione:
A me sembra che i medici qua siano un po incattiviti con gli stranieri, un po razzisti. Lo vedo anche per strada, le occhiate che mi danno per come sono vestita. Hanno paura che sia una kamikaze [ride]. Hanno sempre paura di noi. Non che il pediatra ha paura, ma ma lo stesso. Non penso che visiti cos velocemente anche gli italiani loro forse li curano bene, li danno medicine, esami. (Sara, Marocco) A un certo punto mi sono chiesta se questo [poche prescrizioni di farmaci e esami] non dipenda dal fatto che sono straniera. Forse per questo. Non so, forse non vogliono spendere soldi per gli stranieri, dato che gi gli pesiamo. (Carla, Ecuador)

La ricerca di campo ha, in realt, registrato pochissime testimonianze di eventi chiaramente discriminatori o razzisti da parte di medici. Come queste citazioni testimoniano, la percezione di discriminazione pu non avere nulla a che fare con il comportamento del medico, che pu anche essere aperto e virtuoso, ma dipendono invece dal contesto pi ampio in cui limmigrato si trova a vivere. Tale percezione sfugge quindi dal controllo del singolo operatore sanitario, spesso innescando, in maniera indiretta, fraintendimenti e conflitto tra medico e assistito, tra aspettative reciproche e comportamenti messi in atto. Lincontro medico non semplicemente una questione di salute, ma una situazione politica in cui le persone sono socializzate come cittadini, ma anche come genitori, attraverso il loro ruolo come pazienti (Glvez, 2011). La famiglia, la riproduzione e leducazione sono luoghi preferenziali per la creazione di una relazione di dominazione e sottomissione, come illustrato molto bene dagli studi post-coloniali (Hunt, 1988; Summers, 1991). La dimensione politica della salute dei bambini emerge anche dalle politiche di welfare e di salute. Nuclei familiari non in possesso di permesso di soggiorno, per esempio, godono delleccezion fatta ai bambini a cui viene garantito laccesso alle scuole, ai servizi sociali e sanitari. I bambini immigrati sono salvaguardati in maniera speciale rispetto ai genitori, perch i bambini sono in parte anche dello stato sotto la cui protezione sono nati. Ci significa, implicitamente, che i genitori sono controllati dallo stato.

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A livello globale, negli ultimi 20-30 anni3 si sta assistendo ad una progressiva politicizzazione dei bambini in quanto persone con diritti da difendere e quindi gli stati esercitano sempre pi la funzione di garante dei diritti dei bambini. stato osservato (Reece, 2006) che in un certo senso ci sta avvenendo espropriando le famiglie, non solo immigrate, della loro autonomia e responsabilit genitoriale. Quella che si sta sempre pi diffondendo una nuova cultura della genitorialit (Faircloth, Hoffman e Layne, 2013; Faircloth e Lee, 2010), fatta di conoscenze esperte e normative. Si sta infatti assistendo ad un passaggio da essere responsabili verso i figli a dover dimostrare di essere responsabili a enti esterni (quali scuola, servizi sociali e sanitari) secondo canoni sempre pi scientifici e occidentali. Se questo processo coinvolge tutte le famiglie immigrate o no , certamente le famiglie immigrate rappresentano un target privilegiato per giudizi e indicazioni normative. La famiglia immigrata subisce spesso un processo di politicizzazione in quanto metafora di valori morali, idee e pratiche diverse. In molte societ occidentali esiste un discorso pubblico che rappresenta le famiglie immigrate come problematiche, come siti di produzione e riproduzione di pratiche ritenute inaccettabili per ragioni pragmatiche e ideologiche (Grillo, 2008). Tale pressione che spinge le famiglie a ricercare una ancor pi elevata medicalizzazione emerge chiara nei racconti dei genitori immigrati:
perch se qua c qualche responsabilit qua non siamo in Marocco, qua abbiamo pi responsabilit per figli abbiamo la possibilit di curarci. anche un dovere Invece di fare erbe, altre cose, meglio approfittare di curarsi come si deve. Se c la possibilit perch no? (Hanan, 33 anni, 2 figli, in Italia da 2001)

Recentemente stato messo in luce, attraverso il concetto di vulnerabilit strutturale, (Cartwright e Manderson, 2011; Quesada, Kain Hart e Burgois, 2011) come una posizione subordinata, la svalutazione delle proprie radici culturali e lesperienza quotidiana di discriminazione interferiscano con limmagine che le persone hanno di s, la loro autonomia e le loro capacit di gestire la salute. Il concetto di vulnerabilit strutturale mira a sottolineare che la salute non dipende esclusivamente da fattori economici e politici, ma anche da fattori meno manifesti, ma non per questo meno pervasivi. Lo statuto legale dei migranti nel paese dimmigrazione, per esempio, influenza lo stato di salute, ma non solo in termini di possibilit di accesso alle cure. Nel caso in cui si possegga un permesso di soggiorno, come nella maggior parte delle famiglie che hanno partecipato a questa ricerca, si pone comunque il problema dello
3

A partire dallentrata in vigore della Convenzione per i Diritti dei Bambini (UNCRC), proposta dalle Nazioni Unite nel 1979 e siglata nel 1989

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stato legale futuro e, quindi, la loro capacit di programmare la vita familiare nel nuovo contesto e mettere in moto processi di integrazione a lungo termine. Nella maggior parte degli stati (Italia inclusa), infatti, le leggi per limmigrazione sono discontinue, frammentate e inconsistenti (Van Walsum, 2006), causando periodi di legalit alternati a periodi dillegalit, condannando le famiglie immigrate a vivere nella precariet, in uno spazio di legalit liminale (Menjvar, 2012, p. 307). in questo contesto di discriminazione percepita, legalit liminale e vulnerabilit strutturale che le famiglie si trovano a prendere decisioni su come curare il proprio figlio e su quali itinerari medici intraprendere. Quando manca il riconoscimento del valore della persona in quanto persona e, ancor di pi, in quanto genitore, verr meno la capacit di creare un rapporto di fiducia con gli operatori sanitari e laccesso ai servizi sanitari tender a configurarsi come ossessivo, ma allo stesso tempo opportunistico.

Conclusione
La ricerca effettuata nella provincia di Trento su come le famiglie immigrate dal Marocco e dallEcuador gestiscono la salute dei loro figli ha evidenziato due problematiche principali, tra loro legate: la richiesta di una forte medicalizzazione e laccesso ai servizi sanitari secondo modalit non appropriate. Entrambi questi aspetti sono causati dallabitudine e fede in un approccio fortemente medicalizzato, acquisito e costantemente verificato nella madre patria, ma anche dalla specifica posizione, di maggiore o minore inclusione sociale, che ogni famiglia immigrata occupa nel luogo dimmigrazione. Questultimo elemento emerge con particolare forza in relazione al tema della genitorialit e della gestione della salute dei figli. I figli sono infatti i principali destinatari delle speranze del progetto migratorio, ma fornire loro uneducazione e una cura adeguate talvolta un duro compito per i genitori immigrati. Essi sono spesso disorientati nei loro tentativi di essere bravi genitori in una terra straniera, senza lappoggio della famiglia e il supporto della cultura di riferimento e sospesi tra modelli genitoriali della madre patria e prescrizioni normative moderne. A seconda del loro grado dintegrazione, i genitori immigrati dimostrano una maggiore o minore capacit di autonomia decisionale, autodeterminazione, senso critico e assunzione di responsabilit. In alcuni casi si verifica lincorporazione di processi di subordinazione e di marginalizzazione, che risulta nella parziale delega delle responsabilit parentali: la salute dei figli diviene un canale privilegiato attraverso cui si convogliano ansie, paure e frustrazioni, sia della condizione dimmigrazione che di genitori. In questi casi laccesso ai servizi sanitari diviene insistente, forse nellillusione o desiderio che lassistenza medica colmi o compensi i vuoti lasciati aperti dalla posizione marginale occupata da queste famiglie. Allo stesso 159 infosociale 45

tempo, per, laccesso avviene assumendo un atteggiamento sospettoso e critico che procede tra fraintendimenti di varia natura. Il riconoscimento, sia culturale che politico, da parte della comunit ospitante dellidentit e dei diritti dei migranti il primo passo verso un accesso appropriato ai servizi sanitari. Solo chi riconosciuto come membro legittimo di una comunit pu prendersi responsabilit e avere a cuore il bene comune. I servizi sanitari, in ultima istanza, pagano lo scotto delluso strumentale che viene fatto a livello politico del tema immigrazione, dei populismi mediatici che alimentano pregiudizi e paure e della mancanza di buone leggi per limmigrazione. Linclusione sociale, un tema troppo spesso considerato astratto o lontano dallesperienza e dalle necessit di tutti i giorni, ha in realt ripercussioni assai significative su aspetti molto concreti del vivere collettivo come laccesso a servizi, la salute e la gestione di un bilancio di salute pubblica. Economia, cultura e politica non sono realt separate. Per questo motivo sar poco efficace ogni tentativo che preveda di trovare una soluzione ai problemi descritti pi sopra solo attraverso interventi tecnici mirati, come la privatizzazione dei servizi, campagne dinformazione o la riorganizzazione delle cure primarie secondo standard di supposta razionalit. Per quanto riguarda la privatizzazione dei servizi, levidenza etnografica (come il caso delle donne musulmane che prenotano visite ginecologiche private pur di avere una ginecologa femmina) ha mostrato che il pagamento della prestazione sanitaria non scoraggia posizioni rigide e neppure aiuta il dialogo e la negoziazione tra visioni differenti. Lincontro medico-paziente una situazione politica, in cui gli immigrati dovrebbero venir socializzati come cittadini, non come clienti e neppure come cittadini marginali o subordinati. La presente ricerca ha voluto evidenziare le problematicit, ma queste non devono oscurare le molte voci di soddisfazione e gratitudine per i servizi offerti in Trentino, come quella di Fatima:
Benissimo, mi trovo benissimo con la mia pediatra. Anche con il pediatra che avevo a X, una volta venuto anche alle 18 anche a casa e mi aspetta se sono in ritardo. Una volta ero senza macchina e mi ha anche dato un passaggio. La mia pediatra, quella che ho adesso mi spiega, spiega bene tutto, con calma. Per esempio lantibiotico. Mi dice di aspettare, di non dare subito lantibiotico. Allinizio pensavo questa dottoressa non capisce niente [ride], poi ho visto che aveva ragione. Mi aiutava, mi spiegava. Spiega benissimo. Spiegava come allattare, lo svezzamento, spiegava, giuro, era molto brava. Era una cosa che mi aiutava tantissimo.

Attraverso la frequentazione costante con una persona di riferimento, come il pediatra, si creano le premesse per la creazione di un rapporto di fiducia. Essere genitori stimola linclusione sociale e la comunicazione interculturale. infosociale 45 160

Senza i figli molti migranti sarebbero probabilmente pi inclini ad un atteggiamento di chiusura verso la societ trentina. Le migrazioni familiari dovrebbero quindi venir particolarmente supportate perch sono tra quelle che maggiormente garantiscono la volont di integrazione dei migranti e incoraggiano un contributo attivo alla crescita della comunit in cui si trasferiscono. In questo processo, il pediatra di libera scelta, le ostetriche e i ginecologi sono attori fondamentali nel cammino verso lintegrazione nel territorio trentino. La cultura infatti una pratica sociale, una co-costruzione di realt; per questo importante che le figure sanitarie, specialmente quelle che si occupano di bambini, famiglia e nascita, non siano lasciate sole nello sforzo di dialogo tra culture diverse. altrettanto importante che queste figure professionali, dal canto loro, sottolineino la portata politica e sociale non meramente tecnica del loro lavoro.

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CAPITOLO QUINTO CANALI E PROCESSI DI TRASMISSIONE INTERGENERAZIONALE DELLA DANZA IN EMIGRAZIONE: ETNOGRAFIA SUL FLUSSO MIGRATORIO TRA MOLDAVIA E TRENTINO

In questo capitolo vengono riprese alcune riflessioni da un lavoro di ricerca svolto nellambito di una tesi dottorale che ha affrontato la questione del cambiamento delle pratiche tradizionali nel corso dellemigrazione, esplorando le dinamiche di trasformazione e innovazione che le interessano. A questo scopo stata condotta unosservazione etnografica su un flusso migratorio consolidatosi nellultimo decennio tra la Moldavia e il Trentino, focalizzando lattenzione sulluso e il significato della danza tradizionale nel nuovo contesto. Le pagine che seguono si soffermano sui canali e sui processi di trasmissione della danza in emigrazione, mettendo in evidenza gli elementi che la differenziano da quella che ha luogo in Moldavia. Per analizzare le modalit con le quali avviene la socializzazione alla pratica in Italia, viene discusso il ruolo delle agenzie e degli agenti socializzatori ai quali sono affidati i compiti della trasmissione culturale della danza, gli effetti indotti dalla loro azione e le criticit che emergono in questo percorso. In particolare, la trattazione del tema si focalizzer sulle scelte compiute dalle famiglie dei migranti moldavi (spesso ricongiunte), e sul modo in cui la seconda generazione moldava viene socializzata alla danza tradizionale nel contesto familiare (e in misura variabile attraverso il network etno-culturale di riferimento).

5.1 La trasmissione della danza moldava in Italia attraverso la famiglia


Come sottolinea Appadurai (1996), quella della riproduzione culturale (cui tradizionalmente si fatto spesso riferimento in termini di trasmissione della cultura) una questione che in termini antropologici classici viene definita il problema dellinculturazione1 in un periodo di rapido cambiamento culturale. Anche se la questione non originale, assume alcuni aspetti inediti dal momento che ci troviamo in un contesto globale in cui i punti di partenza e di arrivo sono culturalmente in movimento. Assumono cos particolare interesse i processi di negoziazione interni alla famiglia tra riproduzione di modelli culturali del Paese dorigine e riconcettualizzazione di tradizioni passate per gestire limpatto con il nuovo contesto (Foner, 1997).
1

In antropologia con questo termine si indica il processo di trasmissione della cultura da una generazione allaltra, in cui laspetto complementare la socializzazione dellindividuo tramite lapprendimento della lingua, leducazione in ambito familiare, limitazione degli adulti e lassimilazione delle regole di comportamento, leducazione sessuale, la partecipazione a giochi, gare, danze e cerimonie, la memorizzazione dei racconti degli anziani, lassociazione a gruppi di et, societ segrete e di culto, iniziazione.

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In questo senso, la domanda centrale del capitolo con quali modalit, quali negoziazioni e con quali esiti le famiglie dei migranti moldavi in Trentino gestiscono la nuova realt in cui risiedono mentre cercano di riprodurre la forma culturale della danza. Parlare del ruolo della famiglia in questo ambito significa spesso fare riferimento quasi esclusivo al ruolo delle donne. Ci si attende che siano loro a riprodurre la nazione culturalmente, a trasmettere attraverso le generazioni le tradizioni culturali (Anthias e Yuval-Davis, 1984; Yuval-Davis, 1997). interessante partire dalle informazioni raccolte in due momenti nel 2009 (a Bologna) e altri due nel 2010 (a Trento) quando ho potuto interagire e discutere con alcuni dei cittadini moldavi che si erano recati ai seggi allestiti in Italia in occasione delle elezioni politiche moldave, somministrando loro un breve questionario (Piovesan, 2011). In tutte le occasioni circa i tre quarti dei rispondenti hanno espresso la convinzione che sia molto importante che i figli mantengano la cultura del Paese dorigine. Quando poi si chiesto nello specifico di scegliere gli aspetti della cultura moldava e del modo di vivere dei moldavi che preme maggiormente tramandare alle seconde generazioni, le tradizioni musicali e di danza sono state incluse da pi della met dei rispondenti (con percentuali superiori nella citt di Trento, dove peraltro, a differenza di Bologna, era attivo da tempo un corso di balli tradizionali, e dove le manifestazioni culturali organizzate dalle associazioni moldave ormai rappresentavano un punto fermo per la comunit). Anche dalle discussioni con le persone con cui mi sono intrattenuta in quei momenti, emergeva chiaramente lorgoglio per questo specifico tratto culturale, e il desiderio che i giovani, seppur oramai lontani dal loro Paese dorigine, non ne perdessero completamente gli elementi essenziali. Ma mi era parso allo stesso tempo assolutamente evidente che, a fronte di queste attese, cera anche la consapevolezza di quanto complicata risultasse la trasmissione della pratica agli occhi delle famiglie; e infatti numerosi moldavi provenienti da alcune regioni del Centro e del Nord Italia che ho conosciuto in occasione delle elezioni, lamentavano la completa assenza di occasioni strutturate e sistematiche per trasmettere ai figli la pratica della danza tradizionale. Tanto che, quando raccontavo che invece a Trento si era concretizzata questa possibilit ed esisteva un corso tenuto da un coreografo moldavo a cui partecipavo anchio, e che venivano organizzate anche delle esibizioni rivolte alla comunit, molti (in particolare le donne) mi guardavano con una certa invidia, e ribattevano sospirando: beati voi, magari ci fosse anche da noi. Quanto andato delineandosi nel contesto in cui ho condotto losservazione merita quindi unanalisi approfondita e dettagliata. E il punto di partenza di questa analisi , per lappunto, la famiglia. Daltra parte, prima di tutto nel contesto familiare che gli adolescenti acquisiscono informazioni riguardanti il loro background culturale tra spinte contrastanti alla conservazione e allinnovazione , anche se altre agenzie (quali il gruppo infosociale 45 166

dei pari, organizzazioni, media etc.) rappresentano ulteriori canali con un ruolo rilevante in questo processo. Se, perlomeno nelle intenzioni, le famiglie moldave in larga misura condividono posizioni che danno forte priorit alla continuit della trasmissione culturale, interessante indagare le negoziazioni evidentemente pi attive e frequenti quando si vive la migrazione per raggiungere questo obiettivo, e analizzare gli sforzi effettivi messi in campo per mantenere la trasmissione culturale verso le nuove generazioni, come pure le molteplici sfide che si pongono in questo percorso. Nel delineare il ruolo della famiglia nella trasmissione della pratica della danza tradizionale proceder su due percorsi, che comunque non sono alternativi. Il primo attiene al trasferimento della pratica dai genitori ai figli in forma occasionale, non sistematica, essenzialmente vincolato alleventuale condivisione di tutti i membri della famiglia di eventi comunitari e momenti del tempo libero in cui la danza moldava ricopre un ruolo importante. Questo percorso implica generalmente il passaggio non forzato di elementi della danza tradizionale molto semplici dal punto di vista tecnico-coreografico: i genitori non obbligano sistematicamente i figli a prendere parte alla danza, ma piuttosto a partecipare, anche in forma pi passiva, a questi momenti di socialit. Nel secondo binario, invece, si rinviene una modalit di socializzazione alla danza molto pi strutturata e finalizzata alla specializzazione, caratterizzata dalla scelta delle famiglie di affidarsi per questo ad apposite organizzazioni: in queste situazioni, emersa pi chiaramente una imposizione della scelta genitoriale ai figli, soprattutto laddove si trattava di bambini e adolescenti.

Nel tempo libero: cosa cambia rispetto al Paese dorigine


Il primo percorso di trasmissione verticale quello che ho visto seguire da un consistente numero di famiglie moldave. Sono molteplici i momenti di socialit ai quali la famiglia moldava partecipa unitamente, e ha la possibilit di ballare la hora (una danza circolare). Basti citare le feste organizzate in occasione di compleanni presso le abitazioni dei festeggiati, quando si radunano intere famiglie di parenti e amici, o matrimoni e battesimi, ma anche le celebrazioni di particolari ricorrenze comunitarie o i festival multiculturali organizzati in citt. Addirittura anche le partite di calcio della squadra moldava hanno richiamato a Trento intere famiglie, e spesso si sono chiuse con gli spettatori e i giocatori che accendevano lo stereo di unauto e ballavano insieme nel parcheggio del campo di calcio. Questi momenti, utilizzati spesso per alleviare il senso di nostalgia del Paese dorigine, sono andati dunque acquisendo nel tempo (con la crescita numerica dei ricongiungimenti dei figli e le nuove nascite) anche lobiettivo di continuare a familiarizzare la seconda generazione in Italia con le tradizioni e il patrimonio culturale moldavo. 167 infosociale 45

Il genitore riesce ancora a coinvolgere i figli in alcune occasioni di socialit, condividendo con gli stessi in maniera del tutto naturale e spontanea anche la danza, che rappresenta un elemento quasi irrinunciabile. In Italia e in Moldavia mi capitato molte volte di sentir raccontare (o vivere in prima persona) delle visite domenicali a famiglie di parenti o amici, in cui dopo sostanziosi pasti accompagnati da lunghe chiacchierate si accendeva la musica e partivano le danze. Spesso ho assistito a scene in cui Maria2 (uno dei miei informatori privilegiati) e il figlio, in un momento di relax, noncuranti della mia presenza si mettevano a ballare trascinati dalla musica moldava. Non va sottovalutato il fatto che in molti casi parliamo di momenti di svago e socialit a cui si partecipa anche quando la famiglia torna al Paese dorigine, tipicamente per le vacanze estive. Molti nuclei, poi, fissano le visite di ritorno in modo da partecipare ai matrimoni di parenti o amici stretti. Queste visits home, anche se spesso finiscono per provocare un certo spaesamento e un senso di disagio (soprattutto tra i ragazzi di seconda generazione), allo stesso tempo consentono a genitori e figli di rinnovare i legami con persone, luoghi e pratiche culturali del Paese dorigine (Baldassar, 2001). La mia impressione che questi momenti del tempo libero, condivisi in Italia e in occasione dei viaggi di ritorno al Paese dorigine, rappresentino delle situazioni in cui i genitori non sono tanto interessati a forzare i figli a prendere attivamente parte alle danze, quanto piuttosto ad averli con loro, soprattutto se sono ancora minorenni, dunque a saperli in posti sicuri, in compagnia di persone conosciute e affidabili, e dove comunque le modalit scelte per divertirsi e vivere la socialit sono fortemente improntate in senso etnico. In buona misura, in Italia si cerca di riprodurre alcune abitudini e stili di vita precedenti alla migrazione. Tra queste, il modo di vivere il tempo libero e i momenti di svago, quando stare in compagnia significa anche ballare, e attraverso la danza conoscere e farsi conoscere, creare o rinforzare legami sociali importanti. Anche il solo fatto che i figli siano presenti in forma di semplici spettatori e osservino altri connazionali ballare la hora, sembra gi un risultato importante per molti genitori. In questa direzione, in emigrazione diventa rilevante il ruolo delle associazioni che organizzando manifestazioni aperte a tutti i connazionali concorrono a produrre un rinforzo della socializzazione culturale che gi avviene in famiglia, e a preservare la cultura dorigine. La partecipazione ad attivit promosse dalle associazioni con lo scopo di incoraggiare il mantenimento di pratiche culturali del Paese dorigine richiamando il valore intrinseco dellappartenenza ad una comunit (Pravisano, 2008) costituisce per i migranti una importante modalit per gestire emotivamente il sentimento di attaccamento verso la madrepatria e colmare la nostalgia provocata dalla lontananza (Svaek, 2010).
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Questo e tutti gli altri nomi utilizzati sono di fantasia.

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Per noi qua a Trento riusciamo a mantenere qualcosa, grazie anche al corso di danza. Se anche non la fanno tutti, almeno la vedono durante gli spettacoli. Se anche non la sanno, e magari non hanno la possibilit o la volont, comunque la vedono. E apprezzano i balli. Quei dieci minuti che ci si esibisce sul palco, siamo convinti che si riesce a trasmettere laria di casa nostra, le donne soprattutto di una certa et, che sono qua e hanno nostalgia, in quei dieci minuti proprio si sentono a casa. Questo il bello. Peccato che ci sono pochi che vogliono fare questa cosa. (Scheda 165, 06.11.11)

C anche chi, come Oleg, un coreografo moldavo che vive a Roma con la famiglia da una decina danni, fermamente convinto che in realt guardare e basta sia davvero una magra consolazione quando si pensa ai propri figli e a quanto acquisiscono in termini di patrimonio culturale moldavo, in particolare se ci si riferisce alle danze tradizionali. Nel corso di un nostro lungo colloquio, Oleg sottolineava con stupore e dispiacere quello che gli accade di osservare frequentemente durante i matrimoni moldavi a cui viene chiamato per intrattenere gli invitati proponendo una serie di coreografie in costumi tradizionali: tanti adolescenti moldavi che guardano gli altri ballare rimanendo in disparte, in parte incuriositi e desiderosi in realt di provare a inserirsi nelle danze, ma bloccati anche per la vergogna e per la paura del giudizio altrui di fronte alla loro incapacit di ballare. Parlando in particolare delle ragazze, commenta: hanno 15-16 anni, e non possono ballare per niente al matrimonio. Magari alcune in Moldavia vivevano in un paese piccolissimo senza palestra, poi sono venute in Italia e non hanno fatto niente. E qui diventano timide, si chiudono dentro, perch vedono che i ragazzi qui in Italia sono pi liberi, e invece in Moldavia non cos. In Italia si vergognano, iniziano ad avere paura del giudizio degli altri moldavi se non sanno ballare. E allora stanno ferme a guardare. Oleg riporta dunque limpressione che nel passaggio tra Moldavia e Italia avvenga un mutamento nelle reazioni dei ragazzi rispetto alla pratica della danza: se nel Paese dorigine non provoca sentimenti di vergogna il fatto di ballare magari con scarsa perizia di fronte a familiari, parenti e amici, in emigrazione scatta invece un senso di imbarazzo e in certi casi quasi di inferiorit se non si in grado di dimostrare ai connazionali che si veramente moldavi, cio persone che provengono da quello che Oleg definisce un Paese di ballerini. Daltra parte, anche vero che un ulteriore elemento (che concorre in parte ad interpretare quello appena descritto) da introdurre nellanalisi dei cambiamenti nella trasmissione verticale della danza indotti dalla migrazione rappresentato dalla frequenza con cui la famiglia moldava prende parte a momenti ed eventi in cui possibile ballare o perlomeno stare a guardare i connazionali ballare. 169 infosociale 45

In Italia si balla meno


Come viene sottolineato da molti cittadini, in Italia il numero di occasioni in cui si balla subisce una marcata contrazione. Madri e padri sono molto pi assorbiti dalle loro attivit lavorative, e si riduce drasticamente il tempo da trascorrere con i figli e da dedicare alla creazione di momenti di socialit allargata a parenti e amici. E inevitabilmente passa in secondo piano la preoccupazione che i figli familiarizzino con le danze tradizionali.
E dopo i genitori qua, s c la nostalgia di casa. Perch il bambino da noi anche andando alle semplici nozze, ai battesimi si balla. Non tutti sono portati, ci sono quelli timidi, ma comunque Qua invece difficile, perch una mamma pensa pi a lavorare, non si concede questo tempo, perch dice: ma dai, i balli tradizionali moldavi si imparano anche cos, e poi, chi non sa ballare?!. E invece non vero, non cos semplice. I genitori sono presi da tutti questi impegni. Ci sono anche alcuni figli, le ragazze che vogliono tanto venire a ballare, e i genitori mettono un ostacolo, perch non hanno tempo di prenderli e portarli, abitano troppo lontano, e questo un peccato. (Scheda 165, 06.11.11)

Ricorrenze che in Moldavia si sostanziano nella danza collettiva non sono poi riproponibili in Italia, dal momento che risultano strettamente collegate alle feste paesane e patronali che caratterizzano tutti i paesi moldavi, dal pi grande a quello di ridotte dimensioni: qui tutta la popolazione bambini, giovani, adulti e anziani viene coinvolta, ed inevitabile che anche i pi piccoli, come dice Pavel (un mio informatore privilegiato e coreografo in Trentino), vedano e provino le danze insieme ai familiari. Pavel mi ha fatto notare un altro aspetto relativamente alle occasioni in cui generalmente si balla: in Italia, non sempre possono prevedere il coinvolgimento dei figli, come invece avviene abitualmente nel Paese dorigine. Si pensi, a questo proposito, ai matrimoni che i moldavi decidono di celebrare in Italia. A Trento, la festa di nozze viene generalmente organizzata in un ristorante fuori citt, non particolarmente capiente. Gli sposi non sono in grado di sostenere il costo della partecipazione alle nozze delle famiglie di tutti gli invitati, e quindi andata delineandosi quella che potremmo definire una forma di segregazione generazionale, per cui a questi matrimoni partecipano solo i coniugi, portandosi i figli esclusivamente quando sono in tenera et e non possono essere lasciati con altre persone di fiducia. Chiaramente, questo riduce ulteriormente le possibilit di esposizione delle seconde generazioni alle tradizioni moldave, tra cui la danza. Le parole di Pavel sono in questo senso molto chiare.

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In Moldavia, quando vanno al matrimonio, al compleanno, al battesimo, ogni festa ballano, i bambini vedono. Di l pi percepito, perch sono in mezzo alla loro cultura, invece qua Dopo, in Moldavia ogni festa che si fa in citt o nei paesini piccoli, per il patrono ad esempio, c il corpo di ballo che fa uno spettacolo, due o tre balli, e poi canzoni. E dopo l tutto il popolo balla i balli tradizionali, la hora, la srba. La hora ballata da tutti. E dopo ci sono quelle complicate. Quelle semplici, le ballano tutti. I bambini fin da piccoli vedono questo ballo qua, e provano. Mi ricordo di mia figlia da piccola, ho anche il video, noi grandi ballavamo in cerchio, e lei si metteva in mezzo e ballava con noi. Invece qua in Italia, se vai al matrimonio, il bambino non te lo porti, perch vai al ristorante, e non puoi fare calca. Loro qua, non vedendo, dimenticano. Anche se loro lo sanno qualcosa stando qua da dieci anni si bloccano, da tanto che non ballano hanno bisogno di un po per sbloccarsi (). Se i bambini non partecipano, non vanno a vedere ogni tanto, le tradizioni si perdono. Per questo le associazioni devono organizzare feste, ma non al chiuso, ma al parco, allaperto, cos vengono i genitori anche con i bambini, cos i bambini vedono un occhio l e un occhio qua. Qua tutto limitato perch alla fine si arriva ai soldi. Vai ad un matrimonio moldavo in Italia, sei invitato tu con la moglie, perch il ristorante un posto bloccato, pagano 35 euro a persona, e se tu ti porti anche la figlia una cosa che non te lo permette portarlo. Invece in Moldavia vanno tutti. I matrimoni li organizzano fuori: prima si siedono i pi grandi al tavolo, poi sono invitati anche i giovani, e i bimbi. C ancora questa tradizione. Qua in Italia si fa solo fittivo, solo per i soldi, diciamo. Contano le persone al tavolo, e gli sposi pensano di avere meno spese e pi guadagno (dai soldi che gli invitati regalano). Io dico sempre che cos, anche se brutto, ma questa la verit. Loro quando organizzano i matrimoni, certo se hanno 200 posti e tutti portano i figli, saranno 350. Ti porti il bambino solo quando piccolissimo, e non hai nessuno a cui lasciarlo. Altrimenti gli altri sono esclusi. Lo stesso vale per i battesimi. Per quello dico che se vogliono che i figli non dimenticano le tradizioni, devono organizzare pi feste fuori, pi fuori, allaperto. C la musica, possono ballare tutti, i figli escono fuori e si divertono. Una domenica quando usciamo dove c la musica, prendiamo anche i bambini, cos balliamo e loro vedono. (Scheda 165, 07.11.11)

La proposta di Pavel di indurre le associazioni moldave ad organizzare con maggior frequenza feste che possano effettivamente agevolare la partecipazione di intere famiglie, senza escludere i pi giovani, e dunque la trasmissione delle tradizioni, si ricollega alla sua rappresentazione degli spazi in cui in Moldavia hanno generalmente luogo: allaperto, o comunque in ambienti molto ampi.

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5.2 Una socializzazione pi sistematica: dalla famiglia alle organizzazioni specializzate


Nel contesto demigrazione, la socializzazione alla danza tende a diventare una forma distruzione. Ci che in Moldavia spesso trasmesso in ambito esclusivamente familiare, a Trento appare a molte famiglie richiedere unorganizzazione specializzata. Tra alcune madri ho registrato riflessioni che nel tempo andavano facendosi pi sistematiche e ruotavano attorno alle modalit pi opportune per conservare abitudini e rituali, e trasmettere alla seconda generazione in Italia valori e conoscenze che richiamano lidentit moldava. Una delle persone che poi riuscita a realizzare alcuni progetti a questo scopo stata Maria, che ha avviato unassociazione con il preciso obiettivo di sostenere i giovani moldavi nelle fasi del primo inserimento in Italia, ma anche nella scoperta o ri-scoperta delle loro radici culturali. La sua preoccupazione, nata in ambito familiare, ha rappresentato lo stimolo per iniziare a proporre attivit rivolte anche ad altri ragazzi. Infatti temeva che il figlio (come tanti suoi coetanei), lasciata la Moldavia per ricongiungersi con lei in Italia, una volta inseritosi in un nuovo contesto sociale iniziasse a provare sentimenti di vergogna rispetto al suo bagaglio culturale e alle sue origini, con il rischio di volerlo negare e quindi perderlo irrimediabilmente. Pi volte Maria mi ripeteva che doveva lavorare in modo che i giovani moldavi capissero che non vengono dal bosco: per questo intendeva proporre sia viaggi in Moldavia che momenti di incontro a Trento espressamente rivolti al figlio e ai suoi amici moldavi, in cui avessero lopportunit di divertirsi e nello stesso tempo riconoscere il valore del patrimonio culturale moldavo.
Maria sta anche pensando ad altre attivit da proporre attraverso la sua associazione: quella a cui terrebbe in particolare, sarebbe un viaggio in Moldavia per ragazzini moldavi che ora vivono in Italia, o figli di un italiano e di una moldava. Lei crede che un viaggio in alcune localit della Moldavia (tipo Orhei, ad esempio), potrebbe dare la possibilit a questi ragazzi di capire che non vengono dal bosco, come dice efficacemente! Vuole che comprendano che anche la Moldavia ha una storia, dei luoghi con dei pregi culturali. E poi questa potrebbe essere unoccasione per condividere unesperienza tutti insieme: sta infatti cercando una struttura in grado di ospitare tutti i ragazzi. () La cosa si potrebbe fare la prossima estate. Maria aggiunge che poi si potrebbe anche passare una notte nei boschi: i ragazzi moldavi sono abituati a fare queste cose, che sono spettacolari. Vengono organizzati dei giochi, e chi vince questi giochi, la sera ha lonore di accendere il fuoco su unaltissima catasta di legno che i ragazzi raccolgono nel bosco. Maria dice che una esperienza incredibile, e che i ragazzi si divertono tantissimo, in una maniera che qui in Italia sconosciuta. (Scheda 90, 26.03.09)

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Maria ha puntato molto lattenzione sulle seconde generazioni, dicendo che i piccoli non fanno integrazione perch gliela impone qualcuno, ma perch la sentono loro. Ha anche sottolineato il fatto che gli studenti stranieri non fanno gruppo neanche tra di loro: tendono ad isolarsi o cercare amicizie del loro Paese. E ha aggiunto: le seconde generazioni dove mi fa male di pi. Maria dice che la migrazione non scelta dai figli, e lei vuole lavorare in modo che se vogliono tornare, non si trovino ad essere stranieri in casa propria, come successo a lei nelle occasioni in cui tornata in Moldavia. (Scheda 114, 12.11.09)

Lobiettivo di Maria, perlomeno nelle intenzioni, era di arricchire lofferta di attivit che in citt le associazioni moldave proponevano per i ragazzi. Prima di Maria era stato Pavel a dare concreta attuazione a idee che erano nate in seno alla sua famiglia, e che anche nel suo caso prendevano le mosse dal desiderio che i suoi figli non crescessero dimenticando completamente le tradizioni e la cultura moldava. Proprio in questo caso, stata la danza a venire posta al centro degli sforzi di trasmissione pi strutturati e organizzati, partendo da aspettative che in realt non coinvolgevano esclusivamente Pavel e il suo nucleo, ma anche un discreto numero di famiglie moldave. Aspettative che nascevano per lappunto in ambito familiare, ma che per trovare concreta realizzazione richiedevano anche una risposta esterna alla famiglia, o comunque leffetto congiunto di spinte e sostegno familiari e azioni di organizzazioni specializzate.

Non solo famiglia: la pratica della danza in Moldavia


A seguito della migrazione, relativamente al mantenimento delle tradizioni moldave e con particolare riferimento alla danza, le famiglie moldave non sono pi assistite dalla prima agenzia di socializzazione extradomestica con la quale i figli entrano in contatto, ovvero la scuola. In Moldavia le scuole sono uno degli ambiti in cui danze e balli tradizionali trovano spazio, principalmente nei corsi pomeridiani che i professori sono tenuti a predisporre in tutti gli istituti (senza dimenticare che sul territorio sono poi attive un centinaio di scuole superiori di studio artistico al di fuori dellorario scolastico). Gli studenti hanno lobbligo di seguire queste lezioni pomeridiane attivate allinterno degli istituti scolastici che frequentano, e possono scegliere sostanzialmente tra materie quali la danza, la musica, larte. I docenti poi organizzano anche esibizioni pubbliche con canti e balli tradizionali in molteplici occasioni, quali ad esempio la festa della mamma, la festa dautunno o la festa di fine anno scolastico, e sono spesso chiamati a gestire la partecipazione di gruppi di studenti a concorsi di danza in Moldavia come pure gemellaggi tra gruppi di ballo moldavi e stranieri. evidente che la socializzazione alla danza tradizionale che avviene in ambito scolastico non 173 infosociale 45

finalizzata a far raggiungere ai ragazzi livelli di prestazione da specialisti (come invece accade nelle apposite scuole di danza), ma consente comunque fin dalla tenera et di familiarizzare perlomeno con i passi della hora, e sapere quali sono i costumi che accompagnano i balli tradizionali moldavi. Non comunque automatico che i ragazzi che a scuola in Moldavia hanno avuto modo di imparare perlomeno gli elementi basilari di una coreografia, una volta trascorsi alcuni anni in Italia siano ancora in grado di eseguirli. Questo evidente quando la migrazione segna una netta interruzione della pratica in tenera et, e determina il contatto con sport o attivit di svago molto pi praticate e apprezzate dai coetanei italiani. indubbio che le famiglie moldave in Italia lamentino spesso la mancanza di attivit pomeridiane organizzate dalle scuole, che nel loro Paese per lappunto includono anche la danza e la musica. Ma non ritengo che si rimpianga quel tipo di organizzazione degli istituti scolastici esclusivamente perch garantisce spazio alla trasmissione di pratiche tradizionali. Ho ragione di ritenere che si apprezzi anche il fatto che in questo modo i figli sono presidiati per buona parte della giornata. A questo aspetto attribuito particolare valore soprattutto nella migrazione, dal momento che le figure genitoriali, impegnate pi intensamente nelle loro attivit lavorative (in termini orari), si trovano a perdere parte della capacit di controllo diretto sui figli, e spesso non possono accertare di persona il modo in cui questi trascorrono i pomeriggi in assenza dei genitori.
Maria dice che vorrebbe proporre anche in Italia le attivit culturali pomeridiane che lei coordinava come insegnante in Moldavia, ovvero quelle di danza e canto, perch a suo avviso la scuola deve offrire spazi anche nel pomeriggio, in modo che i genitori sappiano dove sono i figli e cosa fanno. E poi, secondo lei, un insegnante deve saper coinvolgere i ragazzi, creare momenti che suscitino interesse tra i ragazzi, aldil della classica lezione. E questo in Italia non accade. (Scheda 110, 16.08.09)

Ma quando si parla di trasmissione della danza tradizionale in Moldavia, oltre alla scuola, vanno citate anche le Case della cultura (istituti di cultura, presenti su tutto il territorio nazionale) e le vere e proprie scuole di danza (presenti prevalentemente nella capitale). Anche in questo caso, parliamo di istituzioni e organizzazioni su cui non si pu pi contare nel momento in cui si emigra. La famiglia moldava intenzionata ad indirizzare i figli verso percorsi strutturati di apprendimento delle danze tradizionali, in Italia si ritrova dunque con un ventaglio di opzioni ridottissimo rispetto a quanto avviene in Moldavia. Se in Moldavia variegato il ventaglio di agenzie e agenti che in varia misura socializzano alla pratica della danza anche allesterno della famiglia, cosa avviene invece in emigrazione? Tra quali opzioni possono scegliere i genitori che intendano far intraprendere ai figli un percorso pi o meno serio di infosociale 45 174

apprendimento dei balli tradizionali moldavi nel contesto di destinazione?

Italia: una gamma di opzioni ristretta


In Italia, lunica agenzia di trasmissione strutturata della pratica della danza a cui le famiglie hanno accesso quella rappresentata dalle organizzazioni avviate da moldavi che nel Paese dorigine erano coreografi o ballerini professionisti. Dalle informazioni in mio possesso, questo risulta confermato anche dalle esperienze intraprese in citt diverse da quella in cui ho condotto losservazione etnografica. Sia per le attuali possibilit di trasmissione specialistica della danza, sia in unottica di mantenimento nel tempo della pratica, appare dunque cruciale la figura del coreografo, come pure la sua possibilit e volont di mettere a disposizione dei pi giovani la professionalit acquisita nel Paese dorigine. Rispetto alla figura dei coreografi moldavi in Italia, e al loro rapporto con le famiglie che intendono affidare loro i figli per lapprendimento dei balli tradizionali, il primo problema che si pone di ordine economico. Se da una parte improbabile che un coreografo possa auto-sostenersi finanziariamente qualora decida di avviare unattivit di insegnamento, dallaltra la necessit e le aspettative di ricevere un compenso si scontrano con la posizione della maggior parte delle famiglie moldave, poco propense a riconoscerglielo. Con complicazioni di questo genere si sono scontrati sia Pavel a Trento, che Oleg a Roma. Pavel in particolare deve ammettere che, pur volendo mettere a disposizione la propria professionalit in forma gratuita, la capacit di sostenere a lungo nel tempo unattivit di questo tipo viene comunque messa seriamente a rischio, perch c una serie di ulteriori costi implicati dalla gestione di un corso di danza (affitto degli spazi in cui tenere le prove, costi legati allaffitto o allacquisto dei costumi, eventuali costi legati agli spostamenti qualora il gruppo formato debba esibirsi fuori citt, etc.). Come ammette Pavel, il rischio che comporta chiedere alle famiglie un cospicuo esborso economico per la partecipazione dei figli alle prove quello di farle dirottare poi verso corsi sportivi meno costosi, a volte molto pi appetibili anche per i giovani moldavi che crescono in Italia (danza moderna, hip hop, calcio, e cos via). Nonostante il fatto che anche Oleg riconosca che le famiglie incontrano una serie di ostacoli (non solo economici) qualora vogliano far frequentare ai figli il suo corso (c infatti anche il problema degli spostamenti in citt), rimane convinto che il suo lavoro debba ricevere un compenso, cos come avviene in Moldavia, e cos come accade negli Stati Uniti o in Canada, dove alcuni dei suoi ex colleghi del gruppo di ballo nazionale Joc sono riusciti ad avviare numerose scuole di danza moldava. In questo caso, laspettativa che lattivit del coreografo non venga riconosciuta economicamente soltanto dalle famiglie, ma riceva anche un sostegno dallo Stato. 175 infosociale 45

Quello che a giudizio di Pavel avviene in Italia, relativamente alle famiglie di suoi connazionali, che si focalizzano esclusivamente sulla dimensione economica, del guadagno. A suo dire, i soldi diventano il parametro di tutto, e nel momento in cui un coreografo si mette a disposizione per tenere un corso di danza, scatta lidea che lo faccia perch in Italia riceve un ritorno economico da questa attivit (non sempre chiaro da dove arriverebbe questo guadagno), e che quindi non ci siano ragioni per cui anche loro dovrebbero contribuire al suo arricchimento personale. Latteggiamento dei genitori e di molti giovani moldavi porterebbe cos a perdere di vista il valore della tradizione, e in questo senso li porterebbe ad allinearsi alla popolazione italiana. Dunque, indubbiamente la dimensione economica incide in maniera cruciale nella scelta delle famiglie di inserire o meno i figli in un corso di danza tradizionale, come pure la disponibilit di una sala prove nelle vicinanze dellarea in cui si abita. A Trento, questo genere di problemi stato in parte superato, dal momento che non era prevista una quota di iscrizione al corso di danza partito nel 2007, che negli anni ha raccolto numerose adesioni.

5.3 Le aspettative dei genitori


Proprio nellambito di questo corso sono emerse con maggiore evidenza le preoccupazioni di alcuni genitori rispetto alla continuit dellidentit etnica dei loro figli attraverso il mantenimento della cultura tradizionale. Ritengo che il fatto che alcune famiglie abbiano scelto proprio la danza come tentativo di trasferire comportamenti culturalmente significativi ai figli si possa spiegare anche attraverso alcuni specifici elementi: la disciplina trasmessa dal ballo; il fatto che la partecipazione al corso implicava lessere in compagnia di connazionali, dunque in un contesto potenzialmente sicuro; lambizione di vedere i figli esibirsi in pubblico (prima di tutto di fronte a connazionali, poi anche di fronte agli italiani). Ma andiamo con ordine, partendo dal tema della disciplina implicita in una pratica sportiva quale la danza. La disciplina, in generale, ritenuta fondamentale dalle famiglie moldave, e in un certo senso gestita su base quotidiana dalle madri, nonostante siano tutte occupate anche fuori casa: sono loro a prendersi cura dei figli, a curare i contatti con gli insegnanti, a decidere sullabbigliamento che i figli possono indossare, e cos via. Il fatto di avere figli educati e disciplinati rappresenta motivo di massimo orgoglio, e molti sforzi vengono messi in campo per fare in modo che anche in Italia i ragazzi crescano secondo questi valori. anche vero che in Italia i genitori moldavi rischiano di perdere il controllo educativo che sentivano di avere saldo in Moldavia, soprattutto perch capita quotidianamente che i minori trascorrano senza presidio di adulti gran parte dei loro pomeriggi (e spesso anche della prima parte della serata), essendo entrambi i genitori (o infosociale 45 176

solo la madre, qualora il padre non viva in Italia) impegnati fuori casa per lavoro (Bonizzoni, 2009). chiaro allora che il fatto che ci sia la possibilit di affidare per alcune ore i figli ad un coreografo moldavo rappresenta una garanzia di trasmissione della disciplina, ed un rinforzo della disciplina stessa che gi viene solitamente imposta in famiglia. In un certo senso, il coreografo un alleato nello sforzo di trasmissione di modelli educativi improntati alla disciplina e al rispetto dellautorit, quanto mai prezioso dal momento che invece gli insegnanti italiani vengono costantemente accusati di non essere sufficientemente severi con gli studenti. Dunque laspettativa di alcuni genitori che nella sala prove abbia luogo un rinforzo dei modelli di autorit esperiti nella situazione familiare (ma non nella scuola e nella societ italiana). In alcuni casi, addirittura si spera che il coreografo, attraverso la formazione e laddestramento alla danza, riesca a far rientrare situazioni che sono sfuggite di mano ai genitori relativamente al controllo del comportamento dei figli. In questo, c consenso tra coreografo e genitori: loro lo autorizzano tacitamente ad essere duro e severo con i figli, laddove necessario; e lui stesso ritiene che la disciplina tipica della scuola di danza moldava sia fondamentale per garantire la buona riuscita dellinsegnamento della pratica. Questa richiesta di disciplina, tuttavia, molto temperata. I genitori moldavi sembrano desiderare una disciplina maggiore di quanto valga per gli italiani,3 ma comunque inferiore a quanto non si pratichi nelle vere scuole di danza moldava.
Doina racconta che nella scuola di danza che ha frequentato in Moldavia, si veniva picchiati in caso di errore o condotta poco professionale; se si arrivava in ritardo di pochi minuti, si veniva sgridati brutalmente. Quindi, a suo giudizio, il ballo era importante anche perch ti dava uneducazione, ti insegnava la seriet, limpegno, la disciplina. () Le chiedo se questa severit nellinsegnamento della danza c sempre stata, e lei mi risponde che ricorda di aver sempre visto anche nei film che gli allenamenti erano durissimi, gli insegnanti rigorosi e severi, tanto da arrivare a picchiare i ballerini. Lo ha anche letto nei libri. Doina non si dimostra minimamente contraria a questo sistema, anzi, mi sottolinea pi volte la finalit educativa dei corsi di ballo, che trasmettevano grande disciplina. Le racconto che anche Pavel, negli anni in cui studiava danza in Moldavia, veniva picchiato dallinsegnante. Doina ricorda che quando il suo attuale fidanzato italiano e alcuni suoi amici italiani hanno assistito a qualche minuto delle nostre prove di ballo, sono rimasti negativa-

A detta di Oleg, sicuramente un coreografo avrebbe problemi ad imporsi ai bambini italiani con la severit che contraddistingue la scuola di danza moldava: i genitori italiani non accetterebbero mai, invece i moldavi accettano, eccome se accettano.

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mente stupiti dal comportamento severo di Pavel e dal fatto che urlava a noi ballerini quando qualcosa non andava. E lo hanno fatto notare a Doina. Ma lei ha spiegato loro che deve essere cos, altrimenti E mi sembrata piuttosto scocciata dalle loro osservazioni. (Scheda 132, 04.03.10)

Dunque, lo scoglio non rappresentato dai genitori, quanto piuttosto dai giovani: il coreografo infatti si trova inevitabilmente a chiedersi fino a che punto limposizione della severit allinterno del corso di danza si concili con le aspettative dei ragazzi di trovarsi in un contesto in cui possono divertirsi, uscire dalla routine, scherzare, e cos via. Come ho anticipato, oltre a quello riconducibile alla disciplina, ci sono altri aspetti che concorrono a spiegare linteresse di alcune famiglie moldave a che i figli seguano il corso di ballo tradizionale. Uno legato al fatto che questo comporta la frequentazione di spazi in cui i figli sono in compagnia di connazionali, spesso ben conosciuti, perch appartenenti alla rete parentale o amicale. Generalmente, questo viene letto come la garanzia che quel luogo sicuro, e non richiede controlli preventivi dei genitori, o il loro presidio lungo tutta la durata del corso. In questo senso, le uscite motivate dalla partecipazione alle prove, soprattutto quando si tratta delle ragazze, possono costituire lunico momento in cui i genitori concedono alle figlie di assentarsi da casa nel tardo pomeriggio. C poi la consapevolezza del fatto che, oltre al ruolo svolto dal coreografo (e dalla moglie), si pu contare sui membri anagraficamente pi maturi del gruppo, che in una certa misura si fanno carico di monitorare ed eventualmente sanzionare comportamenti ritenuti riprovevoli o non conformi alle norme sociali della comunit moldava. Negli spazi in cui i giovani vengono formati alla danza le aspettative delle famiglie incontrano dunque quelle della comunit moldava e ne vengono rinforzate, fornendo un sostegno nella cura e nelleducazione dei figli. Anche questo un esempio di come le reti etniche possono essere concettualizzate come una forma di capitale sociale che influenza lintegrazione dei figli nella societ ricevente con azioni tanto di sostegno quanto di controllo (Zhou, 1997). Complessivamente, latmosfera che si crea nella sala prove di grande familiarit e allo stesso tempo di controllo. I ragazzi che si presentano perch interessati a provare lesperienza delle prove, vi arrivano spesso attraverso amici che gi fanno parte del gruppo (aspetto che fa emergere la rilevanza della trasmissione orizzontale della pratica), e quindi non necessitano di grandi presentazioni n di colloqui particolari per essere ammessi in sala. Ma ricevono precise indicazioni sul comportamento che il coreografo si attende da loro in fatto di seriet e disciplina, e vengono tenuti docchio anche dalle ballerine pi anziane. Nello stesso tempo, i membri adulti si preoccupano costantemente della sicurezza delle ragazze (soprattutto di tutte quelle che infosociale 45 178

devono affrontare di sera il viaggio pi lungo per tornare a casa dopo le prove), e sorvegliavano i ragazzi, avvertendo le famiglie se notavano comportamenti considerati inappropriati.
Si scopre che Ion dice ai genitori che viene alle prove di danza, ma in realt non sempre cos. Quando Olga lo viene a scoprire dalla sorella, si arrabbia molto e la avverte: se il fratello continuer a comportarsi cos, Olga parler con i loro genitori. Nel caso in cui succeda qualcosa a Ion la sera, mentre i genitori credono che sia alle prove, lei non vuole coinvolgimento o responsabilit. Olga vuole anche dire al padre di Ion che venga a vedere qui al parcheggio come il ragazzo usa lo scooter che gli stato comprato con tanti sacrifici proprio dai genitori per evitargli di dover utilizzare sempre il bus. (Scheda 152, 27.01.11)

Come sottolineato anche da Zhou (1997), un genere di ambiente sociale cos ristretto e vigilante tendenzialmente favorisce la conformit ai valori familiari, che a loro volta promuovono comportamenti virtuosi dal punto di vista dellaccettazione sociale. E rinforza il sostegno familiare, influenzando linserimento dei ragazzi nella societ ricevente con azioni di controllo. evidente che la rappresentazione che i pi hanno dei contesti in cui si insegna danza moldava quella di un ambiente sano, ma non esclusivamente perch frequentato da connazionali. Come mi stato riportato anche da Oleg, se si ritorna con il pensiero a quanto accade in Moldavia, si rassicurati nel ricordare che nelle scuole di danza viene insegnato prima di tutto che non si deve fumare, e che la buona educazione e il rispetto dellautorit sono essenziali.
Oleg racconta che il ballo educazione: il bimbo, se ha da ballare, non pensa ad altro, a fumare, ad andare per la strada. Tu devi mandare in palestra il figlio, perch ha tante energie. In Moldavia io sono cresciuto con il ballo e adesso sono contento di come sono cresciuto. Io ho avuto una scuola severa, con insegnanti severi, molto severi, che ci hanno insegnato a non fumare e ad essere educati. Nel 2000 avevo una scuola di ballo per bambini in Moldavia. Ancora adesso mi ringraziano su Skype, anche i genitori, perch ho dato una scuola a questi ragazzi. E io cos prendo una grande soddisfazione. Le mamme in Moldavia vogliono mandare i figli a danza perch una scuola. A me fa male il cuore vedere qua in Italia la madre che va a prendere il figlio allasilo o a scuola e gli fuma davanti, o vedere i bambini delle medie che fumano. (Scheda 166, 09.11.11)

Capita nello stesso tempo che alcune madri facciano una valutazione diversa delle persone che ruotano attorno al gruppo di ballo, e che quindi non diano 179 infosociale 45

per scontato che ambienti frequentati per lo pi da connazionali siano pi sicuri di altri. Il fatto che nel gruppo di ballo, nel periodo in cui era maggioritaria la presenza di maschi maggiorenni (dal 2007 al 2009), ci fossero alcune persone che fumavano e due ragazze che non si comportavano secondo gli standard considerati pi opportuni dai moldavi, ha convinto ad esempio Maria a non far inserire il figlio appena ricongiunto in Italia nel collettivo di danza. In definitiva, la preferenza dei genitori per la frequentazione da parte dei figli di spazi e contesti in cui ci siano connazionali, mi ha fatto pi volte pensare che ci sia la convinzione, fondata o meno, che i figli non trarrebbero vantaggi dalluscire con i coetanei italiani, e che i modi di vivere il tempo libero di moldavi e italiani rimangano profondamente diversi. Lo spazio che il corso di danza si ritagliato, oltre a garantire disciplina e condivisione della pratica con altri moldavi, ha costituito di certo per molti genitori anche la risposta allambizione di vedere i figli riuscire in questa attivit ed esibirsi di fronte ad un pubblico, ottenendo cos il riconoscimento della comunit moldava (e in seconda battuta, di quella italiana) in un palcoscenico diverso da quello del Paese di provenienza. La posizione della madre di Dimitri, uno dei sei bambini che per pi di anno si sono allenati con Pavel, ben sintetizza queste aspettative.
La mamma di Dimitri mi racconta che inizialmente il figlio non voleva venire alle prove, ma lei lo ha costretto, anche se piangeva. E gi dopo la prima serata di prove tornato a casa entusiasta, e non la finiva pi di mostrare ai genitori i passi imparati. Insisteva per andare alle prove anche nei giorni in cui aveva la febbre: a scuola non andava, a causa dellinfluenza, ma alla sera voleva comunque venire in palestra a ballare! Lanno scorso aveva seguito il corso di karate-do, con listruttore Gheorghe. Ma quando lei ha visto che non facevano esibizioni e non prendevano medaglie o non diventavano cintura di qualcosa, si stufata. Gheorghe o qualcun altro le aveva detto che poteva portare il figlio in Moldavia a prendere il diploma, se voleva. Ma lei ha detto: io vivo qua, non porto il figlio in Moldavia per la cintura di karate. Mi lascia intendere che invece adesso soddisfatta, perch il figlio ha frequenti occasioni di partecipare a spettacoli grazie al gruppo di ballo. Da quello che capisco, a lei interessa che il bambino si esibisca davanti al pubblico. (Scheda 122, 13.12.09)

Questo un aspetto da non sottovalutare nellottica proprio delle motivazioni che possono spingere la famiglia a convincere i figli a impegnarsi in un percorso artistico che in fondo a loro non richiede un esborso economico, e ripaga lo sforzo dei ragazzi concedendo loro una visibilit pubblica che difficilmente avrebbero in altri contesti.

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5.4 Le reazioni dei gli


evidente che sono generalmente le famiglie a valutare le modalit in cui i figli, soprattutto se minorenni, possono impiegare il loro tempo libero fuori casa. E allinterno del corso di danze tradizionali tenuto da Pavel, non sono mancate le situazioni in cui era chiaro che i figli venivano letteralmente obbligati a prendere parte agli allenamenti. Comunque, durante le serate di prove non ho mai raccolto sfoghi tra i ragazzi che facessero pensare a particolari conflitti e tensioni familiari legati a questo specifico aspetto. Al massimo, mi veniva riportato qualche screzio, come nel caso di Mariana.
Noto che Mariana stasera imbronciata. Mi racconta che nelle ultime settimane non stata alle prove perch ha molte cose da studiare, ed arrabbiata perch ha preso uninsufficienza in storia. Voleva rimanere a casa anche stasera, perch probabilmente domani la interrogano. Ma suo padre, urlando, le ha detto che doveva assolutamente venire a provare. Lei allora ha commentato: ma va a quel paese. Ed venuta. (Scheda 146, 17.11.10)

Tra laltro, le madri che letteralmente forzavano i figli maschi a prendere parte alle prove, sono state anche quelle che, nel momento in cui questi hanno iniziato a faticare a raggiungere risultati positivi a scuola, li hanno fatti momentaneamente ritirare dal corso, in modo che avessero pi tempo da investire nel recupero scolastico.
Stefan venerd non venuto alle prove di danza, perch ha iniziato ad andare a ripetizioni con un suo amico moldavo da una insegnante italiana in pensione, che offre lezioni gratuitamente. Ci vanno pi volte alla settimana. Ion invece mi ha raccontato che in pagella ha avuto 4 insufficienze, e quindi per i prossimi mesi non potr venire regolarmente alle prove, perch dovr recuperare con la scuola. Pensiamo che sua mamma voglia che si impegni di pi con i compiti, e che lo tenga a casa a studiare. Invece Marina, Violeta, le figlie di padre Veniamin e Doina non si assentano mai dalle prove. (Scheda 153, 24.02.11)

Mi sembra dunque che la pratica della danza tradizionale non renda complesse e difficili le relazioni intergenerazionali. Le dinamiche che si creano anche quando sono i genitori ad essere pi interessati dei figli alle prove, e li obbligano a prendervi parte, sembrano alla fine portare dei vantaggi ad entrambi i poli: i genitori sanno che i figli stanno in un posto sicuro, impegnati in unattivit che trasmette importanti valori educativi e culturali. I figli, frequentando le prove, hanno modo di uscire di casa senza che i genitori si 181 infosociale 45

oppongano e hanno modo di socializzare con i coetanei connazionali. Anche nel caso in cui stata pi marcata la pressione esercitata dalla madre nei confronti del figlio affinch entrasse nel gruppo di ballo, si pu dire che con il tempo il ragazzo ha iniziato ad apprezzare il corso, e a scegliere poi autonomamente di proseguire negli allenamenti.
Stasera ho parlato un po con Ionel: la chiacchierata partita da alcune osservazioni di Pavel, che diceva che la gente continua a venire a vedere come si svolgono le prove, ma poi si rende conto che sono impegnative e se ne va. Forse se ci fosse una quota di frequenza e tutti dovessero sborsare dei soldi, i ragazzi la prenderebbero pi seriamente. Lui commenta: altrimenti bisogna che siano come Valeriu, che se non viene alle prove, sua mamma gli fa un occhio nero!. Valeriu ribatte subito che non vero. Che sua mamma vuole che venga, ma lui verrebbe anche se lei non lo obbligasse, perch si stanca a stare a casa sempre da solo; almeno qui passa del tempo in compagnia, e ci impiega pochi minuti a raggiungere la sala prove, visto che abita in zona. (Scheda 152, 27.01.11)

Se il ruolo della famiglia risulta fondamentale, va sottolineato che la comunit moldava pi in generale contribuisce a legittimare i valori culturali collegati alla pratica della danza. Gli stretti legami comunitari in un certo senso supportano la trasmissione culturale della pratica della danza. La frequentazione dei connazionali permette di recuperare, rielaborare, rafforzare e a volte riscoprire la propria identit culturale. Le esperienze di socializzazione non esclusivamente vissute allinterno della famiglia ma anche nelle vesti di membri di una comunit etnica diventano una parte integrante del percorso di consapevolezza dellappartenenza etnica. Inoltre, la comunit stessa rappresentata su scala ridotta dai membri del gruppo di ballo e da tutte le figure che vi gravitano intorno ha un ruolo di rinforzo del controllo genitoriale e delle aspirazioni dei genitori per i loro figli. In conclusione, mi sembra interessante riportare le osservazioni che ho raccolto nel corso di un colloquio con Olga, la moglie del coreografo attivo in Trentino. Racchiudono le sue sensazioni rispetto alle possibilit che la tradizione culturale e in particolare i balli vengano tramandati alle generazioni di moldavi che cresceranno in Italia. Molte di queste possibilit a suo giudizio risultano essenzialmente vincolate ancora una volta al ruolo giocato dalla famiglia: quanto sapr spendersi anche solo per far vedere queste tradizioni ai figli e parlarne?
Ho paura che con il tempo i moldavi via via si lasceranno andare, perch purtroppo al giorno doggi la gente non mette pi davanti la cultura, non mette pi davanti s, non dico che non mettono pi davanti

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il futuro dei loro figli, ma diciamo, in attivit economica, non culturale e della tradizione. E purtroppo un po alla volta si perde tutto quello che cera. Adesso quello che si fa, lo si fa con ragazzi arrivati dalla Moldavia con lidea del ballo, che conoscevano un po. Ma i miei figli, se non gli insegno, non vedono, e anche coetanei dei miei figli non sanno cosa vuol dire questo, se i genitori non gli fanno vedere, o non tentano di fargli capire queste cose qua a mio parere piano piano si perder tutto questo. La nostra cultura molto bella. Sarebbe un peccato che i moldavi domani chiedono ai loro figli da dove vengono, e loro non lo sanno. La tua terra rimane la tua terra. Si sposano qua in Italia, ma comunque le nozze le fanno con le tradizioni moldave. bello, e penso che per la cultura, per non dimenticare perch sul passaporto comunque scrive moldavo, non che scrive cittadinanza altra. anche una vergogna non sapere un tuo ballo tradizionale, che non ti informi della tua cultura, della tua storia. Si deve rinfrescare un po le menti dei giovani, magari parlando anche in famiglia, di far vedere i balli anche in Internet perch quanti vedono su internet i balli, e dicono: che bello, ma noi non possiamo. Noi non possiamo dire che qua a Trento non abbiamo possibilit. S, la abbiamo, ci danno, mio marito stato aiutato dal Comune con la sala per le prove. Per deve essere anche la volont dei figli. Perch quando un genitore ci tiene tanto che suo figlio viene a ballare i balli tradizionali, e il figlio non vuole, il genitore non pu fare niente, perch non pu portarlo l cos e dirgli: balla. No, si deve far vedere, parlare. (Scheda 165, 07.11.11)

In definitiva, risulta chiaro che con riguardo alla danza, si creano meccanismi di trasmissione fluidi, negoziati frequentemente, in un bricolage di elementi impartiti dalleducazione familiare ed elementi ricevuti nella socializzazione extrafamiliare. E lo stesso range di attori che forgia il tipo di trasmissione della danza, ne determina anche gli esiti. Le possibilit che il ballo venga tramandato in emigrazione subiscono un processo di adattamento, e inevitabilmente si aggiustano in base alle nuove condizioni di vita delle famiglie, alle limitazioni strutturali poste dal contesto italiano, alle pratiche sociali sia del network etno-culturale di riferimento che della societ italiana. La danza in emigrazione non significa quindi ripetizione ritualizzata quanto piuttosto innovazione (Baily e Collyer, 2006, p. 174).

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CAPITOLO SESTO I BISOGNI EMERGENTI DELLE ASSISTENTI FAMILIARI STRANIERE

In questo capitolo riportiamo alcuni spunti dallo studio Cercando il benessere nelle migrazioni, promosso da CINFORMI e recentemente pubblicato, con particolare attenzione ai bisogni sociali che emergono dalle narrazioni delle assistenti familiari straniere intervistate.1

6.1 Le ombre del benessere nel lavoro di cura


Il lavoro di assistenza alle famiglie ha raccolto crescente attenzione, nel contesto italiano, anche per la forte concentrazione di forza lavoro immigrata, per lo pi femminile, che ha attratto negli ultimi anni. Se le relazioni di cura a domicilio tra lavoratrici straniere e anziani sono state ampiamente tematizzate, diverse sfaccettature di questo delicato setting daiuto rimangono, a oggi, poco esplorate: ad esempio, i significati che le donne migranti attribuiscono al lavoro di cura, il peso di questa esperienza nel loro percorso di vita, o le sue conseguenze per il benessere psicofisico e sociale delle dirette interessate. A queste aree di approfondimento stato recentemente dedicato uno studio in provincia di Trento, su iniziativa del CINFORMI, di cui riportiamo alcune indicazioni salienti. In questo studio si cercato di interrogare la migrazione delle assistenti familiari come percorso di ricerca di un maggiore benessere individuale e familiare: una ricerca che nasce senza esiti prevedibili davanti a s, e va incontro ai limiti, le barriere e i dilemmi che emergono nei rapporti con le famiglie italiane, ma anche con le istituzioni della societ ricevente, le reti dei connazionali e i familiari rimasti in patria. In una fase in cui, nonostante la crisi economica, il peso del lavoro straniero di cura non sembra recedere, si fa sempre pi chiara la necessit di investire nellintegrazione extra-lavorativa delle assistenti familiari; in altre parole, in molteplici aspetti della loro esperienza di vita che ne possono facilitare il benessere, anche come requisito per lefficacia e la sostenibilit del lavoro di cura di cui sono co-protagoniste. Sono molti, in questa prospettiva, gli interrogativi che rimangono aperti: che cosa vuol dire vivere bene e che possibilit ci sono di farlo , a giudicare dalle pratiche quotidiane delle lavoratrici straniere di cura, e dalle loro narrazioni e rappresentazioni discorsive? Quali concezioni tacite di benessere si possono rintracciare allinizio
1 Paolo Boccagni e Maurizio Ambrosini, Cercando il benessere nelle migrazioni: lesperienza delle assistenti familiari straniere in Trentino, Milano, Angeli, 2012.

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delle loro storie di migrazione, e in che modo esse evolvono nel tempo, al variare dellesperienza migratoria? In che rapporto si pongono le concezioni e le aspettative di benessere delle assistenti familiari, per s e per gli altri, con le loro condizioni di vita reali, e quindi con le opportunit di realizzarle? Il profilo migratorio tipico delle cosiddette badanti donne di et relativamente avanzata, di origine per lo pi est-europea, spesso senza familiari al seguito rispecchia lesigenza di trovare una qualche mediazione tra pressioni contrapposte: la quotidianit dellaccudimento agli anziani nelle famiglie italiane, e la domanda di cura che anche queste persone, invecchiando, cominciano ad esprimere; la prospettiva di una vita in Italia sovente caratterizzata da segregazione occupazionale, abitativa e relazionale, e quella di un ritorno a casa che sempre possibile, ma non automatico, e sovente procrastinato. Rilette nei termini della ricerca del benessere, le loro narrazioni segnalano percorsi biografici ambigui. Dentro storie di migrazione guidate dallaspirazione a giorni migliori per i propri familiari, oltre (e spesso prima) che per s, affiorano rappresentazioni e pratiche del benessere minimali, rinunciatarie, sistematicamente proiettate in avanti. Non sono molti, nella vita quotidiana da badanti in immigrazione, i motivi di benessere che colpiscono un osservatore esterno: ad esempio, i legami con i familiari in patria, che possono essere fonte di affetto, gratitudine e riconoscimento; le relazioni significative con un certo numero di altri di fiducia e, in varia misura, lappoggio delle reti sociali delle connazionali; a volte, nei casi pi fortunati, i rapporti collaborativi e di mutuo sostegno emotivo con gli anziani accuditi e con i loro familiari. Il senso di stare bene che pu affiorare da questi spazi biografici per qualche cosa che si orienta verso altre persone, e altri luoghi, prima che alla vita quotidiana in Italia. In ultima analisi, il confronto tra come si stava prima di partire e come si sta ora, in immigrazione, rivela la compresenza di molteplici sbocchi, non riducibili a una semplice mancanza di benessere. Emerge con evidenza, tuttavia, la tensione tra i desideri e le aspettative iniziali delle assistenti familiari straniere e i risultati conseguiti con il lavoro in Italia; un dato che invita a rileggere lidea di benessere in termini sfumati, multidimensionali e incrementali, aperti a una certa discrepanza tra elementi oggettivi e soggettivi. Rimane, dalle loro testimonianze, una condizione di vita che coniuga una forte vulnerabilit e una altrettanto pervasiva invisibilit; un dato paradossale, questo, per quella che ormai una componente strutturale dellofferta di welfare locale in Italia.

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6.2 Una necessit emergente: prendersi cura di chi si prende cura


Il riconoscimento del ruolo dei prestatori informali di cura, e la necessit di potenziare le misure non soltanto monetarie a favore della conciliazione lavoro/famiglia, rappresenta oggi una delle principali frontiere emergenti per lo sviluppo delle politiche di welfare in Italia, al di l dei tradizionali modelli di tutela categoriali o subordinati alla partecipazione lavorativa. Anche nel campo del lavoro di cura informale, come si pu vedere, le migrazioni svolgono una preziosa funzione specchio sulle trasformazioni in corso nella societ ricevente. Anche nel dibatto internazionale sulle migrazioni di cura (ad es. Kofman e Raghuram, 2009; Williams, 2010; Lutz, 2011) esiste consapevolezza diffusa della necessit di mettere a tema i bisogni delle lavoratrici domestiche straniere; ovvero, per usare uno slogan, la necessit di prendersi cura di chi presta cura. La centralit di questa istanza, tipicamente sotto-tematizzata nelle narrazioni di s delle lavoratrici straniere e non sempre riducibile alle risposte del welfare tradizionale, legata a due ordini di pressioni a cui le badanti sono sovraesposte: da un lato, condizioni lavorative in cui si intrecciano una domanda di forte continuit assistenziale e di investimento fisico ed emotivo, con un forte rischio di isolamento dallambiente sociale esterno alla casa della persona accudita; dallaltro lato, le forti aspettative affettive, morali ed economiche di cui le migranti sono oggetto anche da parte dei familiari in patria con il risultato che, in qualche modo, esse devono prendersi cura anche delle esigenze di questi ultimi (Boccagni, 2011). Tra gli obiettivi centrali della nostra ricerca, in vista delle sue possibili ricadute applicative, figurava proprio una esplicitazione di questi snodi tematici, al fine di meglio comprendere i bisogni di sostegno sociale delle assistenti familiari straniere, quali emergevano dalle loro dirette testimonianze. Trova pi volte conferma, ad analizzare le narrazioni raccolte, lipotesi che i bisogni sociali delle assistenti familiari straniere siano irriducibili alla sola esigenza di un maggiore sostegno psicologico, che pure pu avere un certo peso. Certe letture del lavoro di cura straniero come problema psicologico, in voga negli ultimi anni, hanno avuto il merito di sensibilizzare lopinione pubblica sui costi personali e sociali che questo tipo di lavoro pu comportare, ma prestano il fianco a due rischi evidenti: da un lato quello di legittimare una rappresentazione sociale patologica di lavoratrici che, pur affaticate da un lavoro gravoso, mantengono un importante patrimonio di risorse individuali; per altro verso, questa retorica tende a trascurare le condizioni sociali a partire dallisolamento e dalla scarsa disponibilit di spazi individuali autonomi che stanno alla base di ogni forma di disagio che si pu manifestare. Lampliamento dei tempi extra-lavorativi e il supporto alle reti di mutua sociabilit e di supporto informale (Hernndez Plaza et al., 2007) rappresentano aree di intervento importanti in questottica. 189 infosociale 45

Questo non vuol dire, beninteso, che non si verifichino importanti episodi di disagio psicologico, che possono anche confinare con la psichiatria. La nozione di male dItalia (o peggio: sindrome dItalia), a proporla nel corso delle interviste, non dice granch a gran parte delle rispondenti (per fortuna, potremmo forse aggiungere). Ciascuna di loro per, una volta sollecitata sullargomento, riesce ad associarlo a qualche caso conosciuto o pi spesso, evocato da altri di assistenti familiari che sono effettivamente andate fuori di testa e per questo sono state assistite in immigrazione, o direttamente nella madrepatria. In una delle testimonianze pi riflessive sul tema, il sovraccarico di emozioni negative che si pu accompagnare al lavoro di cura che la stessa intervistata (la moldava N.) non riesce a definire in termini pi precisi qualche cosa che ha a che fare anche con la difficolt, e forse la vergogna provata dalle lavoratrici straniere nellesplicitare i propri vissuti emotivi.
B: Mah, un dolore un po... non che un dolore, ma dolore dentro, profondo, nellanimo, cio una cosa che uno neanche sa spiegarlo. una cosa... un dolore dentro che se riesce da sola a buttarlo fuori, ti rendi conto al momento giusto se ce la fai, poi dopo devi avere anche una bella grande volont e una bella forza per potere, perch senn... anche qua, dai, diciamo che ci sono un po di associazioni, ce ne sono, organizzano anche un po di corsi, diciamo, ogni tanto, ecco A: E servono? B: Sicuramente, sicuramente, sicuramente, per anche qua cio, secondo me devi essere... cio, tanti hanno paura di far vedere queste cose, o magari non se ne rendono conto e quando se ne rendono conto tardi, gi ci vuole, ci vuole proprio intervenire uno psicologo forte o psichiatra per capire. Poi magari tanti non ne hanno il tempo di andare a fare una visita, a fare un po di... A: Perch hanno paura di parlarne? B: Cos, magari non so, hanno paura di perdere il lavoro, che ne so, cio, sono tante secondo me, per non avere problemi con la famiglia, non lo so. (Intervista a N., moldava, 43 anni, in Italia da 9)

Una volta detto questo, occorre riconoscere che, a fronte di un bisogno psico-sociale, risposte di stampo esclusivamente psicologico, quandanche accessibili, sarebbero riduttive e stigmatizzanti. Ad esempio, nella narrazione di E., che pure testimonia episodi di connazionali ormai fuori di testa, soprattutto nella sfera della socialit informale che emergono dei bisogni fortemente insoddisfatti; esigenze, cio, legate al consumo del tempo libero, al mantenimento di interessi e amicizie in comune, ma anche allo scambio di informazioni e di sostegno reciproco. Ne emerge ancora una volta con le infosociale 45 190

parole di E. una domanda di spazi pubblici, di aggregazione e di convivialit in comune, pi che di sostegno individualizzato.
A: Ma se qua in Italia ci fosse uno psicologo, uno sportello, cos B: Brava! A: Dove poter andare a parlare di queste cose [dei problemi legati al lavoro], andresti? B: S, s, s. Si pu c proposta e bisogno da nostra parte, cara mia, non solo psicologo. Ci si chiede posti perch voi tenete qua a Italia i posti dove si incontrano ragazzi, i vostri giovani, altre A: Per potersi trovare anche. B: S, anche, per incontrarci, perch noi quando... e per tempo dinverno di pi perch vedi freddo fuori. Se ti incontri, unaltra comincia parlare e poi si trovi lavoro, pi o meno cos, solo per telefonino no, non ce lha, non conosce tutti. Capito come? Poi posto di mangiare, cos, pu darsi, non per me e per quellaltro signore che lavora. Ci sta difficolt come cos viene senza lavoro prime volte e non parla bene e non c da dormire, non c da mangiare e poi ci sta altre... muori. Io ho incontrato adesso un sacco: morta mi signora, morto mi signore. Capito? E senza lavoro doveva va? E dove va? Se ne va a sua amica, a quellamica la stessa cosa, lavora con la signora e chiede: Ti prego mia amica per un giorno, due o tre. E poi si cambia e poi con questi bagagli. Mamma mia! A: Sempre con la valigia in mano. B: Eh, s, sempre con una valigia, difficile lo sai, tutto non puoi portare, molto difficile questa, per dov qua? Una casa cos si pu fare qua? Una casa proprio per questi stranieri si rincontrano. (Intervista a E., moldava, 48 anni, in Italia da 3)

A queste considerazioni si potrebbe anche obiettare che il territorio locale dispone gi di unofferta rilevante di servizi di sostegno psico-sociale; la vera questione sta forse nella marginalit o nella difficolt di accesso a questa offerta di servizi, per le lavoratrici di cura. Unaltra delle assistenti familiari intervistate rileva inoltre, a fronte del carico psico-fisico ed emotivo del lavoro di cura, una sostanziale mancanza di momenti di supervisione, di accompagnamento e di supporto professionale. Pi in generale, si aprirebbe qui la partita complessa, e sovente sperimentata con esiti insoddisfacenti, della formazione professionale e continua. Il nodo critico, in ogni caso, non starebbe solo (o tanto) nel lavoro in s, quanto nelle condizioni in cui esso viene esercitato, anche sul piano delle relazioni con i familiari. A queste considerazioni si affianca una chiara esigenza di maggiori spazi di autonomia e di socialit extra-lavorativa; qualche cosa che appare sovente difficile da soddisfare, in particolare nelle aree pi periferiche e isolate del territorio trentino. 191 infosociale 45

B: Diciamo cos, per noi, per le badanti ci serve non so avere uno psicologo, anche psichiatra. Ci sono le istituzioni. Quale? Non sappiamo come arrangiare, chiedere dobbiamo da chi dobbiamo chiedere un aiuto, un consiglio, anche ci serve tante volte le un consiglio per come andare avanti, per fare, diciamo cos, lavoro giusto. Perch io penso questo modo perch la mia mentalit questa, ma la mentalit, diciamo cos, di voi italiani come diversa, cerco essere e pensare in modo vostro, fare in modo vostro ma anche dipende di questo, come sono cresciuta, come sono educata e molto le come la mia tradizione, comera dallaltra parte, dipende anche questo. Voi come... prendete come la possibilit prendere il mondo, lassociazione forse laltra del mio, anche questo molto importante. Dopo quando la persona vede se lei lavora, fa tutto possibile per migliorare le condizioni di suo utente e la famiglia sempre come disgraziata, non accetta nulla, sempre lo stesso come fa. Ma se hanno preso questa persona come badante in sua famiglia ma non laccettano come la persona o qualcosa laltro, allora comporta comporta un modo duro, diciamo cos, non senza affetto, senza rispetto e ci succede tante delle volte. [] E tante le famiglie non danno queste due ore o tre ore quali devono essere, niente. Tantissime, anche qui in citt di Trento o nella citt di Rovereto o in montagna, qualche piccolo paesino, la badante dove pu andare per due o tre ore? Da nessuna parte, no. Allora, se questa badante fa queste tre ore tutta la settimana, allora la... insomma, qualche giornata deve essere libera, o la domenica e il luned o sabato, luned, qualcosa. (Intervista a C., ucraina, 42 anni, in Italia da 12)

Sul versante interno allesperienza lavorativa, e al fine di evitare letture troppo individualizzanti di eventuali disagi, vale la pena enfatizzare un dato centrale: anche al di l dei vissuti biografici ed emotivi delle lavoratrici, il contatto continuo con persone fragili e in grave disagio psichico, quali che siano le mansioni svolte, il principale fattore di stress e il principale motivo che richiederebbe maggiore alternanza di (o compresenza tra) operatori socio-sanitari, per una presa in carico pi adeguata. Laddove un anziano con demenza, o con forme di forte deterioramento psico-cognitivo, diventa lunico agente di socializzazione a cui le lavoratrici straniere sono esposte lunico loro tramite con la societ e la cultura italiana che le circondano, ma che restano poco accessibili , le ricadute psicologiche possono essere pesanti se le donne straniere non trovano in s le risorse, e/o non sono supportate (dai familiari, da amici e conoscenti, ecc.), o tanto meno supervisionate in alcun modo. Lintegrazione con lintervento a ore dellassistenza domiciliare, a cui fa cenno K., unaltra delle risorse su cui si potrebbe fare leva in questa direzione. infosociale 45 192

A: Pi di una persona che ho intervistato, pi di una donna mi ha detto che ha avuto delle amiche o delle conoscenti che facendo questo lavoro hanno rischiato di impazzire, di avere dei crolli psicologici. B: S, s, anche c possibilit perch quando io lavorato a signora con Alzheimer, fra due anni io pensava che malata anchio, perch quando tu 24 ore vicino a persona che senza testa, tu gi perdi anche sua testa, tu gi non pensi come persona normale. Da qualche parte tu sei come lei perch tu lavora con lei e come lei capiscono che tu vuoi da lei e impari lingua di lei, non lingua italiana perch gi non parlano lingua italiana questi persone, parlano come bambini piccoli, bla bla bla... Ma c modo di spiegazione, capisci? Tu fai vedere cos e tu perdi anche suo intelletto perch non servono. E anche quando persona tutta notte urla, urla, urla tutte 12 ore, giorno dorme, notte urla ma a giorno tu bisogna fare spesa, bisogna lavare tutti i lenzuoli sporchi, tutti camice sporchi, bisogno stirare... A: Questo un rischio serio secondo te, ci potrebbe essere qualcosa, un aiuto esterno, gli ospedali potrebbero avere degli sportelli o qualcosa per... B: S, s, anche bisogno com stato di pi assistenza sociale [NB: domiciliare] come, per esempio, come arriva assistente sociale [=domiciliare] a fare aiuto con queste persone, lei sta tre ore con persona, ma io avuto possibilit per queste tre ore andare da qualche parte, o proprio dormire queste tre ore perch impossibile 24 ore senza sogno anche altra, anche altra... dopo non capisci niente anche tu. (Intervista a K., ucraina, 61 anni, in Italia da 9)

Unaltra intervistata di origine ucraina, A., propone una rilettura della propria esperienza (e delle reti di supporto familiare disponibili nei paesi dorigine) che aiuta a non ingigantire la portata psicologica del disagio, personale e sociale, associato a una prolungata esperienza di lavoro di cura. Naturalmente questo non elimina la necessit di una maggiore attenzione ai bisogni di cura personale delle assistenti familiari stranieri. Per sottolineare questo aspetto A. fa ricorso a una metafora meccanica che suona realistica e inquietante al medesimo tempo:
A: Unaltra cosa che emersa [dalle nostre interviste] che spesso le donne che hanno lavorato per tanti anni qua tornano nel loro paese e psicologicamente non riescono pi a stare bene, hanno dei problemi e devono essere curate, devono essere aiutate. B: Macchina deve essere revisionata una volta lanno, anche persona deve essere curata. A: Succede questa cosa?

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B: Sicuramente. A: Ma perch questo stile di vita in Italia troppo difficile? B: Non che... Vita va cos, ognuno pu prendere influenza, ognuno si pu rompere braccio, ognuno si pu spaccare la testa e infine ti viene anche psicologico. A: [] Ma qua dicevano che questo star male psicologicamente era legato al lavoro di badante. B: S, per quello temporaneo perch... A: Una volta tornati a casa si pu cancellare? B: Si pu uscire fuori, si pu cambiare qualcosa. C magari parente di l, di qua, si pu parlare e sistemare quella cosa. (Intervista a A, ucraina, 50 anni, in Italia da 8)

Non di rado, peraltro, il disagio psico-sociale vissuto dallassistente familiare straniera non appare riducibile in modo esclusivo al tipo di lavoro che esse fanno, di per s. A fare la differenza sono anche le relazioni conflittuali che si possono innescare con gli assistiti (specie se in presenza di un carico assistenziale elevato); le pretese eccessive o percepite come tali di questi ultimi; a volte, episodi di discriminazione o di maltrattamento. A fronte di queste tensioni pu capitare che le assistenti familiari reagiscano nel modo descritto con amarezza dalla russa A. Soffrono, e stanno tutte zitte. Ma io no, aggiunge lintervistata rivendicando la propria dignit professionale, ma anche lautonomia e il potere che di fatto pu esercitare sullassistito:
B: Io no taciuto, io ho detto anche io sono signora, questo il mio lavoro che sono badante, io sono signora e tu deve mi stima, io ti lavo, io ti faccio mangiare, io ti faccio... [E, alla reazione rabbiosa di una persona assistita]: Ho detto: Non parla con me in questo modo, non urla da me perch non sono tua moglie e non sono tua figlia, io sono anchio non sono giovane e non sono di prima volta, io lo so quando devo andare a negozio, io lo so quando devo fare spesa, io lo so quando devo fare lavatrici, io lo so tutto. (Intervista a A., russa, 66 anni, in Italia da 5)

C poi un ultimo aspetto di vulnerabilit emergente, gi rilevabile in molti dei brani citati, che a oggi appare, in Italia, quasi del tutto trascurato: il crescente fabbisogno di sostegno sociale, e in prospettiva sociosanitario, a cui le lavoratrici dellassistenza familiare saranno sempre pi esposte, vista la loro struttura per et, sensibilmente spostata in avanti rispetto al profilo medio della popolazione immigrata. Alla luce dellampiezza e del grado di radicamento (individuale e professionale) ormai raggiunto dalle lavoratrici straniere del care, semplicemente illusorio assumere che la questione non si ponga, infosociale 45 194

in virt di un loro prevalente ritorno a casa. Senza qui entrare nelle questioni di portabilit dei diritti sociali che si porranno per la quota, certo non irrilevante, di chi ritorner (Sabates-Wheeler et al., 2011), il punto un altro: si affaccia ormai alle politiche pubbliche, e ai servizi sociali, la prospettiva di una domanda crescente di servizi di sostegno sociale da parte di lavoratrici che sino a oggi hanno rappresentato una risorsa diffusa per quello stesso sistema di servizi. Sotto questo profilo, il caso delle assistenti familiari anticipa la pi ampia problematica dellinvecchiamento della popolazione straniera, come questione di politica sociale che andr emergendo in modo rilevante nellarco dei prossimi decenni.

6.3 Una visuale complementare: lassistente familiare straniera come antenna per lintegrazione socio-sanitaria?
Una volta esplorate le esigenze delle assistenti familiari come potenziali beneficiarie di misure di sostegno, i bisogni sociali associati al lavoro di cura andrebbero considerati anche da unangolatura diversa. Si tratta qui di delineare una prospettiva marginale nella nostra ricerca, ma centrale per i futuri sviluppi del lavoro di cura domiciliare, come tassello dei servizi integrati di welfare locale: la possibilit di potenziare il lavoro delle assistenti familiari, con la formazione e le risorse del caso, come anello di raccordo tra pratiche di accudimento informale a domicilio e la filiera istituzionale dei servizi sociosanitari (vedi, ad esempio, Boccagni e Pasquinelli, 2010). A oggi non esiste, in generale, alcuna rete di fronteggiamento formalizzata che integri le funzioni delle assistenti familiari e quelle degli operatori professionali dei servizi sociosanitari (Tognetti, 2010; Da Roit e Facchini, 2010). interessante constatare, nondimeno, che almeno una parte delle assistenti familiari che abbiamo intervistato esercita gi in qualche misura e in modo non formalizzato un ruolo di intermediazione tra lassistito e gli attori del welfare istituzionale, specie per quanto riguarda i medici di base. un ruolo che tuttavia, come suggerisce a titolo esemplificativo la citazione seguente, richiederebbe molto pi sostegno e riconoscimento pubblico e istituzionale per essere agito in modo efficace e legittimato. Risaltano, nella testimonianza dellucraina K. al riguardo, due elementi contrastanti: da un lato lenfasi sulla competenza professionale distinta e situata della badante esperta come antenna sulle condizioni di salute dellanziano, e sulla loro evoluzione, che pu essere perfino pi puntuale, sistematica e tempestiva di quella dei familiari; dallaltro lato la necessit di mantenere un delicatissimo equilibrio tra il possibile esercizio di questo ruolo da parte della badante, e il rispetto delle gerarchie affettive e di potere nei rapporti con i familiari, prima ancora che con il personale sanitario, che stanno alla base del suo mandato di assistente familiare. Anche le sofferenze umane delle 195 infosociale 45

persone coinvolte, e magari la prospettiva di una fine imminente, rendono estremamente delicato ma non per questo meno importante il potenziamento della collaborazione tra assistenti familiari e operatori socio-sanitari.
B: Anche adesso io lavoro a famiglia educata ma loro pensano che molto nobili e sempre c grande distanza fra te e fra loro, anche quando tu sai qualcosa che non sanno loro perch questo veramente cos Perch come io lavoro dieci anni faccio questo lavoro, veramente io ho visto le persone in questi condizioni, condizioni pi peggio, pi meglio e so che come c sintomi questo, uno, due, tre, quarto sar questo, non altro. Anche parlo con infermieri, con dottori e so che sar cos, ma non sempre famiglia ti crede che bisogna fare questo e perch bisogna fare questo per malato. Questo problema loro... Io lavoro oggi in questa casa, domani in altra casa, come volete sentire che dico io e dopo chiamare di medico e parlare con lui, veramente cos. Ma in questa casa dove io lavoro quando arriva medico io non pu parlare con medico, parlano solo loro. A: Loro ti hanno detto questo? B: S, ma loro non visto signora a notte e tutto giorno, arrivano per 10-15 minuti anche non tutti i giorni, non sanno come... A: la realt. B: realt, capisci? E dottore questo sa, perci dopo ritelefona a mio telefono e noi parliamo. Questo non normale come tu pensi. A: Il dottore lha capito che non ... B: S, perch dottore vede che c e questo che raccontano loro, non... A: Ma lui non ha il coraggio di dire: Io vorrei parlare con la signora?. B: No, no, perch questo sempre cambia abitudini, sempre cambia rapporti, non voglio Italiani mi piace... Una signora mi diceva verit e questo io capisco subito e racconto a te. Lei mi diceva: Io non voglio sentire questo perch questo mi disturba. Capisci? Come qualcosa mi disturba, non voglio sentire. (Intervista a K., ucraina, 61 anni, in Italia da 9)

Si dice spesso, non senza qualche buona ragione, che il lavoro dellassistente familiare co-residenziale tragga la sua convenienza (almeno iniziale), per entrambe le parti in causa, dalla scarsa necessit di formazione ex ante che esso comporterebbe, e dalla capacit delle lavoratrici di rimediare ad eventuali carenze tecniche, o alla mancanza di competenze specifiche (ammesso che queste siano necessarie), con dedizione e spirito di sacrificio tipicamente femminili. Senza entrare qui nellormai annoso dibattito sul fabbisogno di formazione di queste figure, nonch sui canali pi efficaci per incentivarlo e valorizzarne le ricadute, si pu fare una semplice constatazione, che mutuiamo dallintervista con V.: dopo un certo numero di anni trascorsi prestando infosociale 45 196

assistenza ad anziani non autosufficienti, una badante acquisisce comunque, con la pratica, un patrimonio di competenze e di saperi pratici rilevante, che non trova alcun meccanismo di valorizzazione, a livello sistemico, nella pi ampia offerta dei servizi socio-sanitari per gli anziani non autosufficienti.
B: dicevano [i familiari dellanziana accudita] di depressione ma io vedevo che era un Alzheimer; quella la mia diagnosi; questo io ho capito di tutto perch con nove anni a contatto con gli anziani si riesce a capire. Ma se cos, allora, ragazzi, dobbiamo parlare delle cose, direttamente, giusto, che la persona quando viene si prepara moralmente, fisicamente, psicologicamente cos sa dove entrata; giusto? (Intervista a V., moldava, 54 anni, in Italia da 10)

Come suggerisce questa citazione, nellesperienza professionale delle badanti c anche, al di l di tutte le difficolt descritte, un potenziale patrimonio di competenze e di abilit pratiche che possono essere meglio valorizzate, con forme di sostegno opportuno, per il welfare domiciliare trentino. Si tratta di investire nelle condizioni, certo non scontate, date le quali il lavoro delle assistenti familiari straniere pu essere fonte di sostegno e mantenimento dellautonomia per gli accuditi, senza che questo precluda un adeguato livello di benessere per le lavoratrici. A queste non agevoli prospettive dedicato, specie nella sezione conclusiva, il testo Cercando il benessere nelle migrazioni.

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CAPITOLO SETTIMO I PERCORSI SCOLASTICI E LAVORATIVI DELLA SECONDA GENERAZIONE ALBANESE IN TRENTINO

Il disegno della ricerca: obiettivi, metodologia e campione Il contributo empirico qui presentato si fonda su una ricerca di stampo prettamente qualitativo sviluppata mediante il metodo delle storie di vita in occasione della stesura di una Tesi di Laurea specialistica in Societ, Territorio, Ambiente. Lindagine volta ad analizzare il percorso scolastico e lavorativo attuato da giovani di origine albanese residenti in Trentino, appartenenti a quella che, stando allanalisi decimale di Rumbaut (1997), classificata come generazione 1.5, 1.75 e 1.25. Lobiettivo quello di comprendere se, anche nel territorio provinciale, come nel resto della Penisola, si stia incorrendo nel rischio di segregazione formativa (Besozzi, 2005) e se si stia tristemente andando incontro a quello che Herbert Gans identificava come declino della seconda generazione (Gans, 1992). importante chiedersi, infatti, se, e se s per quale motivo, i figli dei migranti siano orientati verso percorsi formativi pi brevi e maggiormente professionalizzanti rispetto ai coetanei italiani e, soprattutto, se nel loro avvenire sia possibile cogliere elementi di path dependence che rendono decisamente complesso il tentativo di mobilit sociale ascendente. Le venti interviste, condotte tra laprile e il settembre del 2011 attraverso un campionamento a valanga (snow ball), sono state equamente ripartite per genere, e hanno avuto come protagonisti ragazzi e ragazze di et compresa tra i diciotto e i trentanni.
Tab. 1 - Generazione di appartenenza degli intervistati ripartita per genere
G. 1.75 Femmine Maschi Totale 0 1 1 G. 1.5 4 5 9 G. 1.25 6 4 10 Totale 10 10 20

La scelta di focalizzarsi su questa precisa fascia non casuale. quello che c oltre la scuola a rappresentare la vera cartina di tornasole in grado di raccontarci come effettivamente si articolano i vissuti di queste persone e a dirci se la principale agenzia di socializzazione secondaria sia un incubatore di conoscenza o, piuttosto, unistituzione che non pu pi fare a meno di discernere tra chi ufficialmente parte dellingroup ed appartiene ad unipo201 infosociale 45

tetica comunit di sangue, di luogo, di spirito (Tnnies, 1887) e chi, invece, non dispone ancora dellhabitus della maggioranza (Bordieu, 1972) e, quindi, sprovvisto dei requisiti formali per miscelarsi ai pi. La maggior parte degli intervistati proviene direttamente dal Paese delle Aquile, soltanto unesigua minoranza, invece, inscrivibile alla minoranza etnica albanese presente entro i confini di Skopje e Belgrado. Il motivo della migrazione attribuibile per lo pi alle pratiche di ricongiungimento familiare e, considerato che la femminilizzazione dei flussi (Castles e Miller, 1993) non era una caratteristica distintiva degli spostamenti dai Balcani nei primi anni 90, sono soprattutto i padri ad aver incarnato la figura del breadwinner, ad aver inoltrato la richiesta e avviato le procedure burocratiche necessarie al ricompattamento del nucleo. Lultima specificazione riguarda lestrazione sociale di origine. Se si esclude la presenza di qualche colletto bianco, i giovani intervistati provengono per lo pi da famiglie operaie, che presentano un livello di istruzione basso, se non molto basso. Il possesso di solide ed elevate credenziali educative riservato ad una stretta minoranza, per la quale, tuttavia, non stato possibile far fruttare la propria qualifica. Il trasferimento ha determinato, infatti, uno scivolamento verso il basso causato anche dalla perdita del valore legale del titolo di studio conseguito in patria.

Linuenza della generazione di appartenenza sul percorso scolastico


Cos come rilevavano Shaafsma e Sweetman in relazione al contesto canadese (Shaafsma e Sweetman, 2001), le venti interviste effettuate mettono in evidenza come i percorsi scolastici attivati dai ragazzi e dalle ragazze del campione siano inequivocabilmente connessi al periodo in cui avvenuto il trasferimento in Italia. Tanto prima il minore giunge allinterno del Paese di stabilizzazione dei genitori e tanto prima immesso nel suo sistema formativo, tanto pi ampie saranno le probabilit non solo di portare a termine con successo i percorsi educativi avviati, ma anche di investire in una formazione di alto livello. Nel corso dei colloqui emerge, infatti, come linserimento precoce allinterno dei canali di scolarizzazione faciliterebbe la continuit degli studi e la loro linearit, mentre un ingresso tardivo, magari durante la scuola secondaria di secondo grado, renderebbe non solo decisamente pi complesso un proficuo avvicinamento allambiente, ma innalzerebbe le probabilit di incorrere in una segregazione formativa.

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Tab. 2 - Percorsi scolastici intrapresi dai venti ragazzi/e del campione dopo le secondarie di primo grado
Tipo di scuola Liceo I. Tecnico I. Professionale Provinciale I. Professionale Statale Totale Femmine 4 2 1 3 10 Maschi 3 2 3 2 10 Totale 7 4 4 5 20

Tab. 3 - Scelta delle scuole secondarie di secondo grado in relazione allet in cui avvenuta la migrazione
Tipo di scuola Liceo I. Tecnico I. Professionale Provinciale I. Professionale Statale Totale G. 1.75 0 1 0 0 1 G. 1.5 5 0 0 4 9 G. 1.25 2 3 4 1 10 Totale 7 4 0 5 20

Come si evince dalla tabella sopra riportata, gli iter che prevedono la possibilit di immettersi nel circuito lavorativo una volta ottenuta una qualifica triennale sono stati intrapresi soprattutto da ragazzi e ragazze appartenenti alla generazione 1.25, quindi da giovani che hanno compiuto lesperienza migratoria nel periodo adolescenziale. Molto pi raramente i membri appartenenti a questo preciso segmento hanno optato per un percorso liceale, scelta che, invece, ha riscosso maggiori adesioni tra la generazione 1.5. Appurato che la scelta dellindirizzo di studi dopo le secondarie di primo grado si configura come un processo multidimensionale (Besozzi, 2007), traiettorie cos diversificate sono attribuibili al fatto che ragazzi/e immessi allinterno del sistema educativo italiano sin dalle primarie disporrebbero di un lasso di tempo utile alladattamento molto pi dilatato rispetto a coloro che, al contrario, vivono lo spostamento in et pi avanzata. Si pensi, a tal proposito, allapprendimento della lingua veicolare. Lo scarto linguistico pu diventare un vero e proprio fardello qualora una fetta pi o meno consistente del percorso formativo sia stata realizzata altrove, perch sia la complessit, sia la specificit del vocabolario richiesto tendono ad aumentare con linnalzarsi del livello scolastico. pertanto immaginabile che un alunno di origine straniera, pur disponendo di buone competenze di base, se catapultato alle secondarie di primo, o peggio ancora, di secondo grado, affronti lanno in forte difficolt rispetto ai coetanei italiani.

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Il livello di frustrazione traspare perfettamente dalle parole di X. e A., migrate rispettivamente da Tirana e Durazzo nella prima adolescenza. Una volta giunte a Trento la prima propender per un istituto tecnico, che frequenter con profitto fino al conseguimento del diploma, la seconda si iscriver al liceo classico, scuola che abbandoner in seconda ginnasio. Nei frammenti in seguito proposti, entrambe parlano delle difficolt cui sono andate incontro durante i primi mesi e delle elevate richieste linguistiche con cui necessariamente hanno dovuto misurarsi poco dopo il loro arrivo.
Difficolt s, ne ho avute per difficolt con litaliano. Della serie che prendevo sempre cinque e l non capivo se non c, non insomma se non riuscivano i professori ad andare oltre gli errori, al modo di esprimer le cose piuttosto che al concetto, ecco Poi stato un trauma a fare, I promessi sposi, proprio leggevo le prime due frasi e poi mi fermavo cera un linguaggio difficile. Capire litaliano era una cosa, a capire I promessi sposi era unaltra ma non ho mai avuto sconti, mai. (X., 30 anni, arrivata a Trento a 13 anni) Un po litaliano lo sapevo. [] per s, ho iniziato la scuola il giorno dopo che ero arrivata qui ed stata dura. Litaliano lo capivo, ma non lo conoscevo bene e poi non sapevo scrivere in italiano io per dire e neanche leggere dai ma che la Ch era la K (a livello di pronuncia), non lo sapevo questo. (A., 22 anni, arrivata in Trentino a 13)

Per le generazioni 2.0, 1.75 e 1.5, quindi per coloro che iniziano direttamente in Italia il loro percorso educativo, o che comunque proprio sul territorio nazionale ne svolgono quasi la totalit, il gap pu essere ridotto in tempi molto pi contenuti e con minore dispendio di energie e risorse da parte dellalunno. Essendo, infatti, il livello generale della classe meno differenziato, a causa dellingresso praticamente in simultanea di autoctoni e non nel mondo della scuola, le carenze linguistiche finiscono per influire in maniera minore sia sul rendimento complessivo dello studente, sia sulle sue effettive possibilit di recupero. La storia di E. proprio di questo tipo. Il ragazzo, oggi diciannovenne, non inaugura in Italia la sua avventura scolastica; il suo arrivo a Trento avviene a nove anni e la precoce et, sommata al sostegno ricevuto a scuola, gli permettono di colmare le lacune linguistiche senza andare incontro ad alcuna conseguenza negativa.
I primi due anni delle elementari stato relativamente difficile, ma mi hanno aiutato tanto sia le maestre che i miei compagni mi hanno accolto veramente benissimo. Poi stato facile perch ero un bambino e probabilmente in tre mesi sono riuscito ad imparare bene litaliano. Seguivo le lezioni al pari degli altri []. (E., 21 anni, arrivato a Trento a 9 anni)

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Come E., anche S., che comincia la scuola direttamente in Trentino, racconta di aver superato le differenze linguistiche in tempi relativamente brevi.
[] dopo due, tre mesi avevo mi ero sbloccato con la lingua ed stato tutto pi facile. Capivo bene, cominciavo ad esprimermi, s, in due, tre mesi. (S., 21 anni, arrivato in Trentino a 5 anni)

Oltre alle difficolt relative alla comprensione orale e scritta, i membri appartenenti alla generazione 1.25 sarebbero molto pi esposti al rischio di incorrere sia in bocciature che in unuscita anticipata dalla filiera educativa.
Tab. 4 - Decisioni del Consiglio di Classe al momento dellarrivo. Bocciature e re-iscrizioni suddivise per genere
Livello scolastico Primaria Sec. di I grado Sec. di II grado Totale Proseguimento lineare 9 1 6 16 Re-iscrizione 1 (F) 1 (M) 1 (F) 3 Bocciatura 0 1 (M) 0 1 Totale 10 3 7 20

A sostegno di quanto rilevato poco sopra, si presenta brevemente la storia di L., che migra da Durazzo allet di tredici anni. Al momento del suo sbarco in Italia il ragazzo avrebbe dovuto svolgere lultimo anno delle scuole secondarie di primo grado, ma, su richiesta del Consiglio di Classe, il suo percorso subir un forte rallentamento. L. dovr, infatti, rifrequentare sia la prima che la seconda media, classi che aveva gi sostenuto con successo in Albania.
Ma io son arrivato a tredicanni e l (in Albania) a scuola andavo anche bene no per qui ho iniziato dalla prima media, con due anni di ritardo. (L. 27 anni, arrivato in Trentino allet di 13)

Il caso pi complesso per indubbiamente quello di D., giunta in Trentino allet di diciassette anni. In Albania la ragazza ha frequentato con diligenza fino alla quarta superiore, salvo, una volta trasferitasi per ricongiungersi al padre, scoprire di dover non solo rifare la classe appena superata, ma di rischiare addirittura di ricominciare dal primo anno delle secondarie di secondo grado. Comincia da quel momento un periodo di frustrazione tale da spingere la ragazza a pensare seriamente di interrompere gli studi, rinunciando cos definitivamente alla corsa verso il diploma.

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Io son venuta che avevo diciassette anni e mezzo e, quindi, ero in quarta liceo l (in Albania) mi mancava un anno alla maturit [] praticamente tutte le scuole mi han proposto di ricominciare da capo. D: Intendi proprio dalla prima? R: Dalla s, dalla prima superiore e, con il tempo, di rifare anche lesame di terza media. Solo che sinceramente non non me la sentivo a diciotto anni di riprendere tutto da capo, quindi ho detto la prima scuola che mi dice s, di cominciare non in quarta, ma anche in terza c, va bene un anno, due, ma tre c, tre anni no. (D., 25 anni, arrivata in Trentino allet di 17 anni)

Nonostante le difficolt le interviste presentano un livello di abbandono scolastico che si mantiene estremamente contenuto. Il dato confortante che, a dispetto dei ritardi, quasi tutti, ad eccezione di un singolo soggetto, hanno portato a termine il ciclo di studi e sono entrati in possesso di un diploma, sia esso liceale, tecnico o professionale. La maggior parte, dopo le secondarie di primo grado, ha investito in una formazione quinquennale e, nel caso di frequentazione di un istituto professionale statale, nessuno, una volta ottenuta la qualifica, ha deciso di lasciare la scuola. Tutti hanno svolto i due anni che hanno garantito la possibilit di sostenere lesame di Stato.

Lorientamento scolastico in relazione alla conoscenza del capitale territoriale


Scegliere il tipo di percorso da affrontare una volta terminate le secondarie di primo grado non mai facile, non lo per nessuno. Gli ostacoli per tendono oggettivamente ad aumentare e le perplessit a salire quando si registra una conoscenza molto approssimativa del territorio in cui si andr a studiare, quindi quando non solo si ignorano le offerte formative di cui esso dispone, ma quando anche lorganizzazione del sistema scolastico nel suo complesso un dato mancante. Ecco, quindi, che nei colloqui effettuati emerge come una delle variabili pi significative per valutare le motivazioni che hanno indotto ad orientarsi verso un indirizzo formativo piuttosto che un altro, sia di natura prettamente ecologica (Park, Burgess e McKenzie, 1967) e riguardi la capacit di entrare in relazione dinamica con lambiente circostante. Linserimento prolungato allinterno di un certo spazio e, pertanto, la conoscenza del capitale territoriale in cui si immersi, , infatti, unindubbia risorsa perch permette allindividuo di disporre di un maggior numero di informazioni, di porsi in modo pi critico e attivo e di riuscire a discernere in autonomia. Soprattutto nel caso in cui la migrazione sia avvenuta durante la prima adolescenza ho avuto la frequente sensazione che, a causa dei tempi risicati, la infosociale 45 206

scelta fosse in gran parte eterodiretta, nientaffatto indipendente. cos per La. che, dopo aver svolto i primi due anni di ginnasio a Durazzo, compie il suo trasferimento a Trento; qui si scontra con una realt educativa che non conosce per niente e che la spiazza fortemente. In gran fretta, lei che in Albania amava i numeri, la fisica e la chimica, si iscrive, su consiglio di unimpiegata della sovrintendenza, presso il liceo socio psico pedagogico, salvo poi comprendere di non essere nientaffatto portata per le materie del suddetto indirizzo e cambiare radicalmente percorso lanno successivo.
Ero molto spaesata perch da noi c ci sono scuole professionali da fare, non so, fai il cuoco, fai il turismo, queste cose qua, oppure c il ginnasio che c fai un po di tutto, c fai un tuttuno e, quindi, non cavevo mai pensato io a cosa fare. Il ginnasio in Albania completo al cento per cento e ci son tutte le materie dico. E invece, quando son arrivata qua, ho capito che cerano queste scuole, tipo s, tipo ragioneria, geometri queste cose qua. O non so, i meccanici, parrucchieri, quelle l. Ho detto: O Dio!. La signora l, della sovrintendenza mi ha chiesto: Ma che materia ti piace di pi?. Non sapevo cosa pensare, mi piaceva la matematica e ho detto: Oddio, s, la psicologia mi attira. Ma avevo sedicanni insomma, e quindi son finita al liceo socio psico pedagogico. [] Era un trauma, stato un trauma c mi sentivo andare indietro sul piano scientifico. (La., 24 anni, arrivata in Trentino a 16 anni)

La. per non sola e nel corso dei colloqui in molti mi presentano una situazione analoga.
Allora, non sapendo non conoscendo qui come andava come funzionavano le scuole e tutto quanto ho scelto il liceo classico perch mhan detto c, qui prendi una strada da quando c, appena finisci le medie io non sapevo. Per il mio sogno era studiare medicina poi vabb allora mi dicevano che il classico era quello pi adatto perch ti da una buona base, per poi, andando avanti, ho scoperto uno che medicina non faceva per me e il classico neanche. (A. 22 anni, arrivata in Trentino a 14 anni)

Il deficit di informazione si riversa sullintero nucleo e costituisce un cleavage significativo anche per i genitori di questi ragazzi/e, non solo per quelli appartenenti alla generazione 1.25. Nonostante in taluni casi si registri una presenza piuttosto longeva sul territorio, per molti di loro la conoscenza relativa alle modalit di organizzazione del sistema formativo italiano appare embrionale. Limpreparazione imputabile al fatto che con il passaggio da una migrazione per lavoro ad una di stanziamento, e, quindi, con il traghettamento verso una nuova fase del ciclo migratorio 207 infosociale 45

(Basteiner e Dassetto, 1990), che il tema dellistruzione comincia ad acquisire rilevanza. Se prima del ricongiungimento le esigenze del breadwinner riguardavano sfere della vita sociale legate allimmediata contingenza, con tale pratica che si manifestano nuovi bisogni e che si ridisegna lordine delle priorit. Di seguito si presentano due brevi stralci di interviste che, mettendo a confronto storie migratorie piuttosto diverse, puntano ad evidenziare reazioni analoghe da parte delle figure genitoriali nella fase che precede liscrizione alla scuola secondaria di secondo grado. Nel primo di questi estratti a parlare X., che lascia Tirana a tredici anni, appena dopo il crollo del regime comunista. Nel secondo, invece, a raccontarsi M., che, essendo giunta in Trentino allet di otto anni, appartiene alla generazione 1.5.
D: I tuoi genitori ti hanno sostenuta nella scelta? R: Ma i miei genitori non sapevano cosera il liceo, cosera ragioneria Han detto: Fai quello che ti senti. S, mhanno lasciata un po fare. E poi si son fidati parlando un po cos, con i prof (X., arrivata a Trento allet di 13 anni) D: I tuoi genitori ti hanno supportata nella scelta delle superiori? R: Loro loro non sapevano. Loro han detto: Cerca!. Non sapevano, non conoscendo le scuole e tuttora non le conoscono (ride). Mi han lasciata fare e poi, s visto che i prof eran daccordo per il liceo s insomma si son fidati. (M., arrivata in Trentino allet di 8 anni)

Il percorso di chi si fermato: giovani di origine albanese nel mondo del lavoro
Su venti ragazzi intervistati ben otto, sei maschi e due femmine, una volta terminata la scuola secondaria di secondo grado hanno deciso o, molto pi verosimilmente, si sono trovati nelle condizioni di optare per un ingresso ufficiale nel mondo lavorativo. A questi si aggiunge il caso di una studentessa che, avendo interrotto gli studi prima di conseguire la maturit, al momento dellintervista non era ancora in possesso del diploma.
Tab. 5 - Sintesi dei percorsi intrapresi dai venti ragazzi/e intervistati
Lavoro Femmine Maschi Totale 3 6 9 Universit 7 4 11 Totale 10 10 20

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Il dato confortante che nessuno di loro al momento vive una condizione di disoccupazione. Tutti e nove hanno un impiego, anche se, nella maggior parte dei casi, questo temporaneo. Nei colloqui si fatto riferimento a forme contrattuali piuttosto variegate, che oscillano da un minimo di tre mesi, ad un massimo di tre anni in caso di apprendistato. Solo due ragazzi, entrambi di sesso maschile, attualmente usufruiscono di un contratto illimitato, mentre il massimo della precariet raggiunto da una ragazza, che al momento ha sottoscritto un contratto a chiamata. Non sono note esperienze legate alla realizzazione di attivit in proprio, quindi tutti gli intervistati lavorano in qualit di dipendenti. Fatta eccezione per un numero minoritario di casi, due sembrano i bacini prevalenti da cui si dipanano i percorsi extrascolastici dei nove ragazzi/e che non hanno proseguito con limmatricolazione allUniversit: quello professionale provinciale, in cui spicca la formazione interna allEnte Acli Istruzione Professionale (Enaip), e quello professionale statale, rappresentato dallIstituto professionale statale per i servizi commerciali e turistici (IPSSCT). I ragazzi/e provengono, pertanto, soprattutto da scuole che di per s aprono le porte al mondo lavorativo e che offrono competenze richieste allinterno del suddetto senza la necessit di specializzazioni articolate nel lungo periodo. Questo vale particolarmente per la scuola professionale a ciclo corto, nella quale lo studente, fin dal momento delliscrizione, a conoscenza del segmento professionale nel quale sar chiamato ad operare. Per chi in possesso della maturit liceale le interviste confermano, invece, la tendenza a rimanere per un lasso temporale piuttosto lungo sui libri e a posticipare limmissione allinterno del mercato occupazionale puntando ad una qualifica pi elevata. Lo stesso emerge per quanto concerne i ragazzi/e aventi una qualifica tecnica. Gli studenti con un background di questo tipo hanno infatti deciso, al pari della maggior parte dei loro colleghi iscritti nei licei, di intraprendere un percorso universitario e di accrescere cos il loro bagaglio culturale.
Tab. 6 - Percorso intrapreso in relazione alla provenienza scolastica
Lavoro Liceo I. Tecnico I. P. S. I.P.P. Totale 2 0 3 4 9 Universit 5 4 2 0 11 Totale 7 4 5 4 20

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Dato che la maggior parte dei giovani che non ha proseguito con limmatricolazione allUniversit ha alle spalle la frequentazione di istituti in cui si punta ad un inserimento mirato verso specifiche aree di impiego, importante chiedersi se si sia registrata una concordanza ed una certa continuit tra scuola e lavoro o se, al contrario, la sinergia non si sia verificata. Pur presentando una realt eterogenea, nelle biografie dei nove emerge come attualmente soltanto in due, entrambi di sesso maschile e con un trascorso allistituto professionale provinciale Enaip, svolgano delle professioni attinenti alla base culturale su cui hanno investito. Tra questi a spiccare il caso di T., elettricista specializzato, che poco dopo la qualifica professionale riuscito a reperire senza difficolt un impiego perfettamente in linea con gli studi portati a termine.
In terza, dopo la qualifica ho iniziato subito a fare lelettricista e s, volevo fare proprio il mio mestiere. Facevo una scuola apposta e volevo fare proprio lelettricista, come faccio tuttora. Poi ho fatto il quarto anno, mi son diplomato e ho continuato a lavorare sempre nello stesso campo. (T., 25 anni, in possesso di una qualifica come elettricista).

Pur fuoriuscendo da percorsi altrettanto professionalizzanti, i restanti non solo si barcamenano tra lavori molto distanti dalliter svolto, ma, in talune circostanze, ricoprono mansioni decisamente sottoqualificate rispetto al titolo di cui sono in possesso. La maggioranza, infatti, ha trovato collocazione in qualit di unskilled worker presso piccole e medie imprese o cooperative distribuite sul territorio provinciale e operanti, in particolare, nel comparto agricolo, delledilizia e nellalberghiero. Questo quello che capitato a B., che, pur avendo conseguito un diploma spendibile nel settore turistico, mi racconta di aver avuto solo sporadicamente loccasione di svolgere impieghi pertinenti al suo curriculum di studi e di aver accettato di lavorare part time presso una ditta di pulizie.
Io sono tecnico del turismo, diplomato allIpc. Io ho sempre adorato viaggiare e, quindi, lavorare in unagenzia viaggi sarebbe stato il mio sogno. Qua a Trento difficile perch sono tutte piccoline []. Se io vado a chiedere un colloquio di lavoro non me lo accetteranno mai perch dicono che eh non ho lesperienza, ma se non me la fai fare, come faccio ad averla? Ho fatto anche lo stage come receptionist. Ho fatto quattro mesi di stage e il datore di lavoro, il direttore mi fa: La stagione di lavoro dura quattro mesi. Io due mesi li perdo a spiegarti come funzionano tutti i programmi. Mi manca lesperienza ed la cosa pi triste del mondo. Cio, lui dice: Piuttosto pago quei dieci euro in pi allora a uno esperto che a te che ti devo star dietro. D: Attualmente dove lavori?

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R: Io adesso lavoro in una ditta di pulizie a P., pur di non rimanere a casa e andare in giro a fare casino faccio anche le pulizie. A me non mi pesa perch ho sempre lavorato fin da quando avevo sedicanni. (B., 24 anni, arrivato in Trentino allet di 6 anni, in possesso di un diploma quinquennale come operatore turistico)

Anche V. diplomata. Ha ottenuto a Trento una qualifica come parrucchiera, ma si mantiene facendo lavori di ogni tipo: dalloperaia alla cameriera, occupazione che la impegna soprattutto durante il fine settimana.
D: Hai mai lavorato come parrucchiera? R: S, a Boston (dopo la qualifica triennale V. migrata con la famiglia per un anno negli Stati Uniti), poi qua a M. per poco, non che non ho lavorato tanto perch diciamo che siccome avevo bisogno di lavorare le paghe erano molto poche, cio povere per dire per me che avevo bisogno in quel periodo, proprio quando siamo tornati abbiamo speso tanti soldi e allora ci volevano soldi e dovevo avere un lavoro che pagasse non tanto, per di pi, allora ho lavorato in un magazzino delle mele. (V., 24 anni, arrivata in Trentino a 14, ha ottenuto una qualifica triennale come parrucchiera)

A questo proposito si nota come il bisogno di mantenersi senza poter contare sul sostegno finanziario dei genitori, o comunque sul supporto di un network disposto a provvedere alle necessit del singolo, rappresenti la tenaglia che di fatto limita il tempo a disposizione per la ricerca di un impiego e che induce questi ragazzi/e ad accontentarsi di prestare il loro servizio in ambienti che esulano anche totalmente dal loro trascorso formativo. Alcuni sembrano vivere una sorta di moderna trappola maltusiana in cui la contingenza spinge ad accettare anche lavori socialmente poco appetibili. Il risultato il fagocitamento pi o meno consapevole in un circolo vizioso dagli effetti tautologici: la mancanza di esperienza nel proprio settore incide, infatti, sia sulla possibilit di reperire un impiego corrispondente alle proprie aspettative, sia sulla strutturazione di un curriculum congruente allistruzione ricevuta. Questo determina un pericoloso scivolamento verso il basso innescato dal bisogno di usufruire con una certa continuit di una fonte di reddito e di un'entrata monetaria relativamente stabile che consenta di far fronte alle spese di tutti i giorni. cos per D., sulla carta operatrice aziendale, nella realt quotidiana aiuto cuoca.
[] adesso lavoro alla R., faccio laboratorio gastronomico. Non centra molto con quello che ho studiato e con il mio titolo di operatrice aziendale, ma mi serviva un lavoro mi piacerebbe fare limpiegata e a dire la verit questo sogno non ancora svanito []. (D., 25 anni, in Tren-

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tino dallet di 8 anni, in possesso di un diploma quinquennale presso lI.P.C.)

Una condizione di questo tipo diventa estremamente limitante allinterno di un mercato del lavoro flessibile, in cui si richiede un aggiornamento e una formazione su cui investire in modo permanente anche una volta esaurito il percorso scolastico. Va da s che meccanismi attualmente piuttosto diffusi per avvicinarsi al mondo lavorativo, come gli stage e i tirocini, per il fatto di non garantire una retribuzione e, talvolta, nemmeno un rimborso spese, diventano di difficile accesso per coloro che sono sprovvisti di una solida rete di protezione, cos come di un certo tipo di risorse materiali e simboliche. Considerato che attualmente soltanto uno dei nove intervistati provvisto di cittadinanza, la lunga trafila per i documenti ha, infatti, innegabilmente inciso con una certa frequenza sul tipo di inserimento allinterno del mercato occupazionale. Questo soprattutto per coloro che hanno presentato autonomamente domanda per lottenimento del Permesso di soggiorno Ce per soggiornanti di lungo periodo (S. L. P.) a partire dai diciotto anni e che non hanno potuto usufruire della richiesta inoltrata da almeno uno dei genitori in quanto minori a carico. Quella del lavoro unesperienza fondamentale perch non solo impedisce di gravare per un lungo periodo su terzi, siano queste le figure parentali o un gruppo pi allargato, ma perch attraverso lindipendenza economica che questi giovani riusciranno ad ottenere i requisiti validi per una permanenza pi stabile e duratura allinterno del territorio nazionale. Nel corso dei colloqui diversi ragazzi/e hanno sottolineato come la precariet di status li abbia spinti ad accettare qualsiasi incarico che permettesse loro di entrare in possesso di una documentazione illimitata, senza ragionare sulle effettive possibilit di realizzazione personale e senza ricercare necessariamente una linearit con il percorso formativo portato a termine. I frammenti in seguito riportati presentano la storia di V. e D., che, pur disponendo rispettivamente di un titolo come parrucchiera e come operatrice aziendale, riescono a migliorare significativamente la loro situazione burocratica grazie ad impieghi estranei al loro background culturale.
[] ho lavorato in un magazzino delle mele. L ho trovato delle persone stupende, in particolare il mio titolare ho fatto un anno di lavoro l e mi hanno rinnovato anche le carte cio, mi hanno fatto un contratto per avere le carte per cinque anni permanenti in Italia. stata una cosa bellissima. Grazie a quel lavoro l []. D: Questo lavoro ti ha permesso di avere un permesso illimitato? R: S, s, senza questo non lo avrei ancora carta di soggiorno si chiama. (V., 24 anni, in Trentino dallet di 13 anni. in possesso di una qualifica come parrucchiera)

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Io lavoravo in cucina. Ho cominciato quando ero ancora a scuola, infatti la quinta lho fatta al serale perch mi hanno proposto un contratto di lavoro di tutto il giorno, allora a scuola non potevo andare la mattina. D: Hai accettato? R: ho accettato anche perch volevo fare [] cio, invece che avere il permesso di soggiorno, avere la carta di soggiorno che quella a scadenza illimitata. D: Per questo documentati serviva avere il lavoro? R: S, mi serviva s perch dovevi avere un certo reddito per poterlo fare cio, doveva essere superiore ad un certo tot, allora quel lavoro mi permetteva di poterlo fare. (D., 25 anni, in Trentino dallet di 8 anni. in possesso di un titolo di operatrice aziendale)

Il percorso di chi ha proseguito: giovani di origine albanese verso lUniversit


Su venti intervistati ben undici, quattro maschi e sette femmine, una volta conseguito il diploma hanno deciso di continuare ad investire nella formazione iscrivendosi allUniversit.
Tab. 7 - Percorso scolastico dei ragazzi/e che hanno proseguito iscrivendosi allUniversit. Analisi per provenienza e genere
Liceo Femmine Maschi Totale 3 2 5 Tecnico 2 2 4 P. Statale 2 0 2 Totale 7 4 11

Nonostante le differenze, le interviste sembrano ancora una volta confermare che coloro che intraprendono una scelta liceale tendano poi, una volta acquisito il diploma, ad inaugurare una nuova fase formativa. A dispetto dello stretto collegamento con il mondo del lavoro, questa propensione si manifesta anche per i ragazzi/e che hanno ottenuto una licenza tecnica, i quali, senza alcuna distinzione di genere, hanno optato per unimplementazione del loro bagaglio culturale. interessante notare, tra il resto, come anche alcuni studenti provenienti dal professionale statale abbiano deciso di accedere ad un percorso accademico dopo aver portato a termine due anni integrativi successivi alla qualifica triennale.

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Tab. 8 - Scelta universitaria degli intervistati. Analisi per genere


S. Politiche F. sanitarie Ingegneria Sociologia Economia

Studi internaz.

Femmine Maschi Totale

2 2 4

1 2 3

1 0 1

1 0 1

1 0 1

1 0 1

11

A questo punto mi sono chiesta cosa abbia spinto questi soggetti a proseguire negli studi, a credere in una formazione di qualit e cosa li abbia portati a posticipare lingresso ufficiale nel mercato del lavoro. Nel corso dei colloqui appare piuttosto chiaro come tutti questi undici ragazzi e ragazze siano perfettamente consapevoli di essere immessi allinterno di una societ delle credenziali (Collins, 1979) fondata su uneconomia polarizzata (hourglass economy), per cui il possesso di un elevato titolo educativo si rivelerebbe una risorsa simbolica necessaria al fine di accrescere il proprio prestigio sociale, di elevare il proprio status e di non scivolare in quella che Portes identifica come downward assimilation (Portes, 1995). LUniversit molto per questi ragazzi/e: un riscatto culturale, sociale ed economico. Soprattutto qualora si sia i primi in famiglia ad accedervi, essa percepita come unoccasione di rivincita per se stessi e per il proprio nucleo, che mediante questo mezzo intravede la possibilit di risalire dalla condizione di marginalit che ha frequentemente caratterizzato la quotidianit della prima generazione di migranti. Il successo, quindi, non del singolo, ma piuttosto una questione famigliare: la chiusura di un cerchio iniziato ventanni prima con uno sbarco nel Salento. S., per esempio, pretende molto dalla sua formazione. Lo fa per se stesso e per i genitori, che molti anni prima si sono allontanati dalla Macedonia con il bisogno di credere che il percorso cui andranno incontro i loro figli sar migliore di quello che loro hanno vissuto in prima persona.
[] Vorrei trovare un buon lavoro, non come i miei. D: Ti spiegheresti meglio? In che senso non come i tuoi? R: S, che ovviamente avendo studiato eccetera, mi aspetto un lavoro adeguato a quello che ho fatto insomma []. Comunque non farei lavori ad esempio in cava o perch i miei hanno si son sforzati tanto, han lavorato tanto per evitare che facessi una cosa cos, per garantirmi qualche cosa di meglio, quindi anche per loro insomma che spero in qualche cosa di meglio. (S., 21 anni, iscritto ad Economia)

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Totale 7 4

Analogo il caso di H., che sente di dover terminare gli studi anche per ricompensare i sacrifici di sua madre, suo padre e, in particolare, del fratello maggiore, che ha intrapreso un percorso formativo pi breve nellottica di portare alla Laurea lultimogenito.
D: I tuoi genitori sono stati soddisfatti della tua scelta di frequentare lUniversit? R: S, assolutamente. [] erano molto orgogliosi perch comunque sono il primo della famiglia e e il lavoro di ingegnere molto importante l, in Albania. D: Senti delle pressioni da parte dei tuoi famigliari per questo tuo progetto di Laurea? R: Da parte dei miei genitori no da parte di mio fratello maggiore. Lui si trasferito in Albania e da parte sua penso di dover qualcosa a lui perch fino a quando cera lui qui, anche se avevo ventanni ed ero maggiorenne, pensava a tutto lui sento quasi la mancanza di rispetto nei suoi confronti se non finisco qualche cosa. (H., 21 anni, iscritto ad Ingegneria)

Nel corso dei colloqui ho potuto constatare come, soprattutto per molte delle rappresentanti di sesso femminile, il passaggio dalla scuola superiore al mondo accademico sia stato vissuto ancora pi intensamente rispetto ai loro coetanei maschi come loccasione per unemancipazione futura e come una modalit per assicurarsi, un domani, unindipendenza economica e una realizzazione che non si limiti allambito domestico. Talvolta si rileva come siano le stesse famiglie, a prescindere dal capitale culturale di cui dispongono, ad insistere affinch le figlie non trascurino la carriera.
[] c, per i miei genitori lUniversit sacra. Magari per tante mamme boh sognan che la loro figlia non so boh, si sposi, abbia una bella famiglia. Invece per i miei no [] la scuola lUniversit una cosa sacra. (L., 23 anni, in possesso di una laurea triennale) Beh mi piacerebbe farmi una famiglia, penso sia normale e ok c per non adesso. Lunica cosa, son fortunata perch i miei non mi spingono loro vogliono che vada avanti a studiare e non mi spingono a far niente. Loro hanno capito com qua. Hanno visto che io non posso, non posso esser fidanzata a quattordicanni e sposarmi a venti e vogliono il meglio per me insomma. (An., 23 anni, iscritta ad Economia)

In tutti e undici il comune denominatore un radicato attaccamento ai principi meritocratici; la convinzione , pertanto, quella di ritenere che il proprio sforzo intellettuale in futuro sar adeguatamente ricompensato da un impiego social215 infosociale 45

mente appetibile che garantisca un corrispettivo monetario pi che buono. Le aspettative sono molto alte e, pur di soddisfarle, la maggior parte di questi giovani disposta ad intraprendere una nuova migrazione, a lasciare lItalia, che ha perso gran parte dellattrattivit di cui godeva in passato, per orientarsi verso nuove mete. Nelle parole di queste seconde generazioni emerge una scarsa fiducia verso un Paese che, a loro avviso, sembra non riuscire a dare sufficientemente spazio a chi ha puntato su una preparazione di qualit. A tal proposito si respira, da un lato, affetto e affezione verso un territorio in cui tutti stanno costruendo le loro vite, dallaltra amarezza, rabbia, delusione, sentimenti che tuttavia non riescono a scalfire il loro desiderio di rivincita e di portare avanti i nuovi obiettivi, ovunque sar possibile farlo. Anche in Albania, o nella terra dorigine, ma solo qualora si realizzassero i requisiti finanziari adeguati. Lo sconfinamento non sembra essere considerato un ostacolo. In molti ricordano, infatti, di essersi gi sentiti stranieri, di sapere che cosa si provi a sentir convergere su se stessi un forte senso di estraneit e diffidenza e, in virt di questo, ritengono di essere piuttosto preparati a rivivere situazioni che non sono loro del tutto estranee. Va., che studia Ingegneria, pensa ad un prossimo stanziamento in Svizzera, S. aperto a qualsiasi opzione. Nonostante le differenze per ciascuno di loro limperativo la riuscita, anche e soprattutto sotto il profilo economico.
Vorrei fare larchitetto e magari andare a lavorare fuori. Magari andare in Svizzera visto che architettura una delle migliori in tutta Europa []. C, io un futuro non me lo immagino qua. No, no, non c prima di tutto non c un supporto per gli studenti in Italia, quindi non che penso proprio di stare qua. [] (Va., 20 anni, iscritta ad Ingegneria) Ma io mi aspetto qualcosa attinente ai miei studi e il lavoro non detto che sia qui in Italia. C, sono aperto a trasferirmi anche allestero. Non c problema. [] tornare in Macedonia potrei trovare facilmente lavoro, per rimarrei chiuso, non potrei ambire a molto c, i guadagni che ci son l posso andare al massimo ai mille euro al mese, un po fuori da quello che mi aspetto insomma. (S., 22 anni, iscritto ad Economia)

Essere albanesi: un fattore limitante?


Linterrogativo relativo alla questione etnica ha pi volte impegnato questa seconda generazione. C per chi tra loro si rapporta al tema in modo del tutto fiducioso ed convinto che la chiave verso la scalata sociale sia data dalle competenze individuali e che una ben pi seria limitazione potrebbe

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essere rappresentata dalle scarse risorse, anche e soprattutto economiche di cui si dispone, e chi, invece, sembra essere decisamente pi perplesso riguardo alla possibilit di effettuare un percorso senza avvertire il condizionamento del proprio background. E., per esempio, appartiene alla prima categoria. convinto che lostacolo pi significativo nel suo percorso verso unemancipazione economica non sia attribuibile di per s alla nazionalit, ma sia dato, invece, dalla limitatezza del capitale finanziario in suo possesso e dallimpossibilit di poter contare sul sostegno monetario da parte del suo nucleo famigliare.
D: Hai mai pensato che avere origini diverse da quelle italiane possa incidere sul tuo futuro? R: S, lo penso continuamente, ma non per il fatto che sia albanese pu incidere perch a me non mi importa. Il mio passaporto io non vado a presentarmi ad un colloquio con il passaporto. Io dico nome e cognome, se qualcuno magari pu storcere il labbro [] non mi importa niente. [] per io mi sento svantaggiato per il fatto che devo fare tutto da solo []. Questo il mio svantaggio. Ma una conseguenza del fatto che sono nato l e che non ho una casa qui e che costa tanto pagare un affitto. Ma non uno svantaggio sociale, solo uno svantaggio economico. (E., 19 anni, iscritto ad Economia)

Differentemente da E., An. ritiene che qualificarsi come albanesi su un luogo di lavoro non contribuisca a far guadagnare credibilit, ma rappresenti, invece, un serio elemento a sfavore.
D: Ti mai capitato di pensare che i tuoi documenti albanesi ti abbiano ostacolata in qualche modo? R: S, s non i documenti in quanto documenti, ma il fatto di essere albanese []. Cercavo lavoro, volevo fare la cassiera in un negozio, magari non so, di vestiti o altro e avendo saputo che non sono italiana hanno esitato hanno trovato diverse scuse e l, ovviamente, quando ho capito questa cosa, ovviamente, ho deciso di lasciar perdere. (An., 22 anni, iscritta ad Economia, lavora come cameriera)

Il timore di essere valutata negativamente in relazione alla propria nazionalit viene ribadito da D., che, in fase di compilazione di curriculum, ha preferito omettere di essere albanese.
Sai quando ti presenti per un lavoro sui curriculum non ho mai scritto di avere cittadinanza albanese o nazionalit albanese. Si legge dal nome e dal cognome, per uno pu pensare boh naturalizzata, vive qui da sempre perch comunque ha un bel curriculum e tutto. scritto

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in italiano correttissimo e per non lo metto mai di essere albanese perch sono certa che uno che lo legge : Non italiana []. Quindi non sa litaliano, non conosce le nostre abitudini, non sa rapportarsi. Ti dico la verit, non voglio. Perch le persone leggendo albanese pu avere il legittimo dubbio che questa sappia scrivere o meno in italiano [] quindi meglio omettere, non dici una bugia. (D., 26 anni, Laurea triennale in Scienze Politiche, lavora come addetta alle vendite)

Va comunque sottolineato come tutti e venti, indistintamente, non facciano mai riferimento a situazioni di palese e aperta discriminazione, ma alcuni di loro riportino episodi in cui il mancato possesso di una documentazione italiana sembra aver contribuito a sollevare forti perplessit in questo senso. Questo il caso di V., titolare di un permesso di soggiorno per soggiornanti di lungo periodo, che nel corso di pregresse esperienze lavorative ha avuto limpressione, a parit di ruolo, di ricevere una busta paga inferiore rispetto a quella dei suoi colleghi autoctoni.
D: Credi che essere albanese in qualche modo ti abbia condizionata sul luogo di lavoro? R: A me no non credo anzi [] forse per gli italiani meglio perch tante volte vieni anche pagato meno, questo bisogna dirlo. Non che vieni pagato uguale in tanti posti. Io ho avuto esperienze che mi hanno pagata uguale, ho avuto altre esperienze che ho visto che la busta paga a fine mese era meno un po ti dispiace perch tu lavori, magari anche ore in pi e poi non vengono riconosciute. Per non dicevo niente. (V., 24 anni, in possesso di un diploma di parrucchiera, ma lavora come cameriera)

Conclusioni
I venti ragazzi/e intervistati sono parte integrante del Trentino di oggi. Sono i figli di una generazione che ha intravisto una chanche in una terra lontana dalle loro radici, sono i protagonisti inconsapevoli di un cambiamento silenzioso, pi o meno velatamente osteggiato, ma comunque inesorabile. Nei colloqui effettuati emerge come let di arrivo sia ancora uno dei fattori pi significativi ai fini di un efficace inserimento allinterno del contesto di approdo. Quelle presentate, infatti, sono venti storie in cui il fattore tempo ha giocato innegabilmente un ruolo chiave nellelaborazione di percorsi di avvenuta integrazione. Migrare a sei piuttosto che a dodici anni, a otto piuttosto che a quattordici, continua a fare la differenza, pu incidere ancora molto pesantemente sul tipo di iter formativo che verr intrapreso, sulla lunghezza del percorso di studi e sulla probabilit di incorrere in situazioni di disagio infosociale 45 218

scolastico. Appartenere alla generazione 1.25 rappresenta, quindi, un fattore di rischio evidente. Se, infatti, predisponendo una serie di percorsi mirati, la scuola primaria sembra riuscire a mettere in atto utili ed efficaci strategie per facilitare limmissione nel contesto di ricezione, ai livelli pi elevati il meccanismo pare incepparsi e stentare molto a ridurre il gap con gli autoctoni. Nonostante questo non nelle derive deterministiche del paradigma strutturalista che si deve incorrere. Tra le tante, infatti, una variabile in particolare non va sottovalutata in quanto pu interrompere il potere predittivo della profezia che si autoadempie di cui parlava Merton (1957): la storia migratoria. Il desiderio di rivincita, di successo e di accrescimento di status nutrito da queste generazioni pu in un certo senso contribuire a limare lo scarto e portare ad affrancarsi dalla condizione di subalternit vissuta dai primo migranti nella precedente fase del ciclo migratorio. Per molti degli intervistati stato cos, almeno per quanto concerne il possesso di determinate credenziali educative. Nonostante la fatica quasi tutti, infatti, hanno investito e creduto, anche se in tempi e modalit differenti, nella formazione trentina. Diciannove su venti hanno conseguito un diploma, undici di loro si sono iscritti allUniversit. Ora il momento di sapere se lideale meritocratico dar i suoi frutti o se, al contrario, sar soprattutto fuori dagli istituti scolastici e dal mondo accademico che questi figli illegittimi della migrazione (Sayad, 2002) pagheranno le conseguenze di una serie di presunte colpe acquisite ed ascritte. Due su tutte non prevedono patteggiamento, n attenuanti: la prima quella di essere privi delle risorse materiali per sfondare il tetto di cristallo che gravita pericolosamente sopra le loro teste, la seconda, ben pi subdola, legata al fatto di essere meteci delloggi (Walzer, 1983) in unItalia vincolata allo jus sanguinis in cui il concetto di Vaterland, caro al romanticismo tedesco, non sembra ancora essere stato superato.

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CAPITOLO OTTAVO LASSOCIAZIONISMO MIGRANTE E LA COOPERAZIONE ALLO SVILUPPO

Introduzione
Che i migranti abbiano in s la potenzialit per diventare protagonisti dello sviluppo soprattutto in riferimento ai propri paesi di origine una delle conclusioni a cui ad oggi sono giunti molti studiosi dei fenomeni migratori. In riferimento al recente e complesso dibattito sul nesso migrazioni-sviluppo, a partire dagli anni 90, gli scienziati sociali si sono espressi in maniera prevalentemente positiva circa la capacit dei processi migratori di generare e stimolare lo sviluppo nei paesi di partenza proprio grazie allagency dei migranti: attraverso il sistema delle reti che connettono in un unico spazio transnazionale i territori di origine e di destinazione, i migranti possono infatti dare vita a flussi di denaro, beni, idee e comportamenti funzionali allo sviluppo del territorio e dei villaggi in patria. Si tratta delle rimesse monetarie, cos come delle rimesse sociali che riflettono il know how e le visioni che i migranti acquisiscono e modellano in terra straniera. Entrambe queste forme di scambio fanno parte dellinsieme di relazioni multi-stratificate con cui i migranti, una volta lasciati i propri contesti dorigine, si mantengono in contatto con essi. Gli scienziati sociali hanno definito questo fenomeno come transnazionalismo.1 Diversi studiosi hanno indagato la natura e le modalit di queste relazioni, giungendo a caratterizzare in maniera sempre pi definita la figura del migrante transnazionale, la cui vita fa sintesi di una partecipazione simultanea tra i contesti sociali di provenienza e di residenza. In particolare, si indagato il ruolo che questa figura pu giocare come attore dei processi di sviluppo. Linsieme degli studi si quindi concentrato sul significato del binomio migrazioni-sviluppo, cos come sulle relazioni tra i due policy fields corrispondenti: le politiche migratorie e le politiche della cooperazione internazionale alla sviluppo. In generale, ci a cui si assistito una profonda evoluzione del paradigma interpretativo e operativo, prevalente a livello europeo, circa questi due ambiti strategici di intervento. Fino a pochi anni fa, le politiche per lo sviluppo si fondavano su una concezione ad oggi definita da pi autori come ingenua,2 se non sbagliata.3 Secondo lo schema meccanicistico neo-classico, si credeva che lemigrazione fosse essenzialmente una conseguenza della povert e del
1

Basch, Glick-Schiller e Szanton Blanc, le studiose americane che hanno introdotto il concetto di transnazionalismo agli inizi degli anni 90. Cfr. Ambrosini (2008, p. 45). Pastore (2006, p. 2). Stocchiero (2004, p. 2).

2 3

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sottosviluppo e che i flussi migratori si sarebbero arrestati solo in corrispondenza di una riduzione del differenziale di sviluppo tra i paesi di emigrazione ed immigrazione. Da qui derivava il corollario in base al quale la cooperazione allo sviluppo poteva e doveva servire ad affrontare le cause profonde dellemigrazione, riducendo cos la pressione migratoria.4 In altre parole, la cooperazione allo sviluppo era concepita come una sorta di politica migratoria di contenimento, in base allipotesi che lo sviluppo dei paesi a forte vocazione migratoria potesse far diminuire la pressione verso lestero.5 Pi sviluppo per meno migrazioni:6 era questo lo slogan di riferimento che lUnione Europea aveva fatto proprio allepoca del Consiglio europeo di Tampere (ottobre 1999). Nellarco di meno di dieci anni tale paradigma profondamente mutato si praticamente rovesciato7 e di conseguenza anche lobiettivo del linkage tra politiche migratorie e di cooperazione ha subito delle trasformazioni.8 I fattori che hanno determinato levoluzione del paradigma sono molteplici e di diversa natura. Oltre al superamento delle stesse tesi neo-classiche, ha pesato il radicarsi di una nuova consapevolezza circa la stretta relazione tra la mobilit (interna ed internazionale) delle persone e lo sviluppo socio-economico.9 Gli studiosi sono sempre pi convinti che non vi possa essere sviluppo senza mobilit umana.10 Pi precisamente, essi riconoscono che i processi migratori sono una grande opportunit per lo sviluppo, per i paesi di accoglienza, ma specialmente per quelli di provenienza. Oltre che in ambito prettamente scientifico, questa consapevolezza emersa in maniera forte anche in campo politico, tanto da determinare uninversione nella logica delle politiche migratorie europee; ovvero, il passaggio da unimpostazione pi sviluppo per meno migrazioni a quella attuale di una migliore gestione delle migrazioni per pi sviluppo.11 Uno dei concetti che ha stimolato e allo stesso momento riassume tale inversione di orientamento quello del co-sviluppo. Tale concetto ha rivoluzionato il modo di comprendere le migrazioni, lo sviluppo, cos come il ruolo dei migranti stessi. Esso rimanda allidea che attraverso appropriate poli4 5

Pastore (2006, p. 2). Berti: Globalizzazione, migrazioni internazionali e cooperazione allo sviluppo in Ambrosini e Berti (a cura di) (2009, p. 59). Pastore (2006, p. 2). Ivi. Anche se ad oggi non ci si rif pi allo slogan del pi sviluppo per meno migrazioni, va ricordato che allinterno dei paesi riceventi lo sviluppo dei paesi pi poveri viene talvolta auspicato quale strumento di contenimento degli ingressi; quando si vogliono contenere la partenze viene fatto riferimento alla necessit di sviluppare le societ di origine, in una sorta di catarsi morale in grado di mitigare il senso di colpa dei paesi ricchi: non devono partire si dice ma contribuire allo sviluppo del loro paese grazie al nostro aiuto. Cfr. Berti: Globalizzazione, migrazioni internazionali e cooperazione allo sviluppo in Ambrosini e Berti (a cura di) (2009, p. 59). Pastore (2006, p. 2). Lazzari: Migrazioni e cooperazione internazionale in Ambrosini e Berti (a cura di) (2009, p. 213). Ibidem, p. 219.

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tiche migratorie basate principalmente sulla valorizzazione delle risorse dei migranti sia possibile giungere alle triple wins;12 in altre parole, che si ottengano congiuntamente 1. un miglioramento delle condizioni di vita dei migranti; 2. un ulteriore sviluppo delle societ e dei paesi di immigrazione; 3. lavvio di dinamiche di sviluppo e di crescita nei contesti di provenienza. Bench tale principio sia stato affrontato per lo pi sotto il profilo teorico, proprio nel campo della cooperazione allo sviluppo che in anni recenti sono emerse le esperienze pi significative in termini di politiche di co-sviluppo. Ci che alcuni studiosi hanno intuito che i migranti potrebbero essere i naturali interlocutori della cooperazione nello specifico, di quella decentrata poich legati e appartenenti alle societ delluna e dellaltra sponda, in virt della conoscenza diretta dei contesti e delle relazioni con le persone e le istituzioni locali. Praticamente, ci si chiesti quanto il fatto di coinvolgere i migranti nella rete dei progetti di cooperazione internazionale potesse rivelarsi un strategia positiva in grado di promuovere azioni di sviluppo concrete nei contesti di provenienza, cos come delle forme di integrazione e cittadinanza attiva in quelle di residenza. Le pagine che seguono sono una sintesi di un lavoro di ricerca intrapreso in riferimento al territorio trentino, proprio per comprendere meglio il ruolo che i migranti possono giocare come attori dello sviluppo nel campo della cooperazione. Pi specificamente, si tratta di uno studio di alcune tra le diverse associazioni di migranti che in Trentino sono attive nel campo della solidariet e della cooperazione internazionale.13

La ricerca
Il fatto di riferirsi allo scenario associativo stato una scelta alla base di questo lavoro di ricerca. Da una parte questo mi ha portato a circoscrivere il campo di analisi ad una specifica categoria di migranti ovvero coloro che formalmente, nel nome di unassociazione, danno vita a concreti progetti di sviluppo indirizzati ai loro paesi e villaggi di origine; dallaltra mi ha permesso di selezionare casi di studio ottimali dove le etichette di migrante e di attore di sviluppo potessero a ragione essere sovrapposte, generando a loro volta quella di migrante cooperante. Questo stimolante lavoro di ricerca mi ha portata a conoscere ed intervistare i fondatori, nonch presidenti, di alcune associazioni di migranti che in Trentino operano per lo sviluppo dei propri paesi di origine.
12

Orientamento delineato da Kofi Annan in occasione del High-level Dialogue of the general Assembly on International Migrations and Development, New York, 15-16 Settembre 2006, United Nations, Migration and Development, A/06/871. Per motivi di privacy non verranno qui citati n i nomi degli intervistati, n quelli delle rispettive associazioni.

13

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Per quanto riguarda la selezione degli intervistati, mi sono chiesta in base a quali caratteristiche potessi distinguere allinterno del vasto insieme delle associazioni di migranti quelle che si distinguevano per un impegno di una certa consistenza e formalizzazione. Riferendomi allinsieme delle associazioni che negli ultimi anni si sono costituite in provincia di Trento, ho considerato come associazioni propriamente di migranti solo quelle il cui presidente era di origine o cittadinanza straniera. Poi, per identificare quelle effettivamente coinvolte in progetti di cooperazione, ho consultato la lista delle associazioni accreditate per presentare progetti di sviluppo e chiedere finanziamenti presso il Servizio Migrazione e Solidariet Internazionale dellAssessorato della Solidariet Internazionale e la Convivenza della Provincia. Da ultimo, in base ad un interesse di tipo personale, ho considerato solo quelle legate al continente africano, in particolare allAfrica subsahariana. In totale ho intervistato i presidenti di sette Associazioni; un insieme ristretto, ma a copertura quasi completa rispetto ai criteri di selezione stabiliti. Per quanto riguarda la raccolta dei dati mi sono affidata alla tecnica dellintervista semi-strutturata. Adottando questo strumento, le tracce delle mie interviste sono state preparate attraverso un elenco delle questioni da affrontare, lasciando per possibilit di ridefinizione e aggiustamento nel corso dellintervista stessa, a seconda della direzione presa dallintervistato. Mi sono concentrata in particolare su alcuni aspetti: le motivazioni che hanno spinto gli intervistati a fondare le rispettive associazioni e in particolare ad occuparsi di cooperazione internazionale, i fattori e le variabili che a tal fine sono intervenuti. In generale, mi sono affidata ad un approccio di ricerca di tipo esplorativo, che alla fine ha fatto emergere un interessante frame di riferimento sui limiti e le sfide del fenomeno associativo dei migranti, ma soprattutto le potenzialit di queste associazioni.

8.1 Le motivazioni: il peso del passato, il senso di responsabilit e lo spirito di altruismo


Per tutti gli intervistati, il fatto di voler costituire unassociazione ha coinciso con la volont di impegnarsi a favore delle proprie comunit di origine. Nei loro racconti infatti il momento della fondazione dellassociazione appare quasi sempre combinato con levocazione delle difficolt che affliggono i loro Paesi di origine e il desiderio di poter fare qualcosa per alleviare tali situazioni di disagio. In base a questo e questa situazione generalizzabile allinsieme di tutte le associazioni ci che emerso come elemento caratterizzante delle diverse esperienze associative lorientamento verso le rispettive terre di origine. Il fatto di impegnarsi a favore dei propri connazionali viene

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declamato come la vera e propria mission delle diverse associazioni.14 interessante vedere, al contempo, come per ogni intervistato questo particolare orientamento abbia un senso particolare, radicato nel vissuto e quindi nella dimensione esperienziale pi intima di ognuno di loro. In generale, il fatto di vedere o aver visto con i propri occhi determinate situazioni sembra essere una delle molle in grado di far scattare lidea, la forza e lambizione di mettersi in moto:
A.: Dopo ho visto che il mio paese non va bene, allora mi sono detto: ho lasciato amici, fratelli l che se posso aiutare loro devo fare qualcosa; mi venuta lidea, di creare unassociazione per aiutare gi i ragazzi che hanno bisogno. E cos mi venuta lidea. B.: Ma lidea dellassociazione stata cos, andando su e gi dal Senegal ogni volta che vai vedi unesperienza nuova Il primo passo stato quello dellacqua perch una volta quando sono arrivato gi, sono andato dove prendevano questacqua e ho visto che gi ad occhio nudo e ho detto: e questo beviamo? veramente... era sporchissima, addirittura dentro cerano le rane che vivevano E da l mi ha dato la forza per chiedere C.: Allora, quando sono qua vedo tutte le cose, le situazioni, i sistemi, come la vita che va ogni volta che io vado in Nigeria, vedo che la vita che ho lasciato da 14 anni che sono qua non mai cambiato niente [accento sulla parola niente] da dove sono partita Ho detto ma io cosa faccio io? con tutto il buon cuore che ho e con tutti i soldi che guadagno qua, io sempre li mando e loro li dividono, per non arriva mai a risolvere niente [accento sulla parola niente, tono dispiaciuto/ arrabbiato] e l ho avuto questa ambizione ancora di formare questa associazione.

In tutti questi casi il fattore saliente la presa di coscienza da parte degli intervistati che nei propri paesi di origine ci sono delle situazioni di disagio. Esse emergono alla luce di episodi e fatti specifici, come per esempio lacqua sporca che i connazionali di B. sono costretti a bere, o rimandano ad una pi generalizzata condizione di mancato sviluppo per cui gli intervistati riconoscono che il proprio paese non va e che niente cambia. La consa-

14

Tale dato riflette daltra parte i criteri adottato per la selezione delle associazioni da intervistare. Pertanto, bene ricordare che il fatto di sostenere lo sviluppo dei propri villaggi di origine non che uno tra i molteplici obiettivi che caratterizzano loperato delle associazioni di migranti. Tra le loro finalit possono infatti figurare svariati elementi, legati ad altri amibiti di interesse e di azione: la solidariet e il mutuo-aiuto in terra di residenza, la sociabilita informale, la coesione etnico-culturale (o anche religiosa) e lintegrazione.

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pevolezza dello stato delle cose nei rispettivi paesi di origine rappresenta ad un livello generale e manifesto il punto di partenza dellintera esperienza associativa. Indubbiamente, il fatto di riconoscere e di definire la condizione del proprio paese frutto anche di una comparazione di quanto esperito in terra di immigrazione. Daltra parte per, per alcuni degli intervistati la questione non si risolve solo nei termini di quanto si visto, ma anche in base a quanto stato vissuto direttamente. In questi casi, le motivazioni appaiono visibilmente radicate in ci che i migranti hanno vissuto sulla propria pelle prima di emigrare e ad emergere quindi un nuovo fattore: potremmo dire, il peso del passato. Per G. stato il dramma della guerra in Somalia, per C. e D. la vita fatta di violenza e di fame, vissuta nei piccoli villaggi rurali di origine, in Nigeria e in Senegal:
C.: Pi unaltra parte che fa male, che lo so che anche io ho vissuto quella vita l: la vita di fame, la vita di povert, la vita che ti porta alla strada che non tua: io la ho vissuta tutta quella vita! [accento sulla parola tutta] Quella vita lo so cosa vuol dire allora io voglio dare sostegno a tutte queste vittime... Perch l le cose sono che se uno ti vede e ti d un pezzo di pane per mangiare, questa persona che tuo pap ti chiede a te un cambio e quel cambio cos?... vai a letto con lui perch ti ha dato il pane da mangiare Allora tante ragazze della mia et, sono vittime di questa cosa In Italia, ogni volta che io ascolto, si chiamano pedofili: questa cosa esiste bene nei villaggi; queste persone grandi che vanno a letto con bambini piccoli o anche tuo zio che ti fa molestie: tutto, tutto [accento su tutto] questo esiste nel villaggio io personalmente che sono qua oggi davanti di te, ho vissuto tante cose che ancora ho dolori qua dentro il mio cuore. E questo cosa io sono pronta domani, se Dio mi d la vita, a difendere i miei figli, perch la strada che io ho vissuto prima di arrivare in Europa non facile, non una cosa che io riesco a dimenticare Allora queste ragazze che io oggi vedo con bambini io lo so che hanno avuto bambini, due, tre, sono piccoli lo so quello che ha portato loro a quella situazione non il loro desiderio per questo che io ho detto: io aiuto queste ragazzi madri15 perch non hanno, io lo so che non hanno questa forza per difendersi, per superare questo momento delicato di loro vita... che si sono trovate con bambini senza pap, alcuni, diciamo che forse quei figli sono figli di un zio che fratello
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Lassociazione di C. ha allattivo un progetto che prevede di supportare e sostenere le ragazze madri in difficolt; esse vengono aiutate psicologicamente, ma anche attraverso il finanziamento dei loro percorsi di studi e di formazione professionale.

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di pap ma lei non dice niente, stanno l a casa, hanno dolore qua [si porta la mano al petto] Io mi riflette sempre il mio dolore, perch io so cosa hanno queste ragazze Alloro io do questo sostegno a queste vittime, perch anche io lo ho vissuto e lo so il tipo di dolore che hanno

Il fatto di aver esperito in prima persona situazioni particolarmente difficili ha qui agito in maniera propositiva, infondendo in C. la determinazione per aiutare e sostenere le donne vittime di violenze. Per D. il fatto di aver avuto un passato difficile un valore, una consapevolezza che non deve essere rinnegata:
D.: ci sono miei colleghi [altri emigrati africani] che vengono da altri Paesi, () Germania, Francia o tipo quando arrivano prendono la macchina che li vengono a prendere in aeroporto con la macchina, dentro in casa poi quando escono, gli aprono la casa, escono con la macchina in casa quando entrano, gli aprono la porta, fanno poom poom, clacson, gli aprono la porta e loro entrano con la macchina, scendono dalla macchina allinterno della casa Che senso ha? [lintervistato non nasconde la sua delusione a riguardo] tu puoi, non puoi dire hai dimenticato quando tu avevi difficolt hai dimenticato quando magari, tu quando pranzavi magari non cenavi hai dimenticato quando tu magari avresti voglia di farlo un un viaggio e che devi prestarti una bici? hai capito?! o che si no devi cercare qualcuno che ti d un passaggio per andare E adesso tu fai lindifferente perch sei andato, hai fatto fortuna e sei riuscito a guadagnarti 2 o 3 cose allora adesso tu, col mondo esterno non devi avere pi contatto?!. Cio, tutte queste robe qua mi hanno fatto veramente stare molto [sottolinea il molto] male; alle volte la notte mi mettevo a piangere capisci. Allora di questo, ho pensato: come posso fare a fare diversamente di questa roba qua? Come faccio invece a poter dare una mano alle persone?...

Ci che colpisce latteggiamento di biasimo rivolto da D. ad alcuni dei suoi connazionali i quali, dimentichi del loro passato, gli appaiono colpevoli di non aver disposto in maniera responsabile delle ricchezze acquisite grazie al percorso migratorio. Per D. il fatto di aver provato che cos la fame non si pu dimenticare; anzi, proprio perch in passato si fatta esperienza di che cos la povert, nel momento in cui si nelle condizioni di poter dare una mano a chi ne ha bisogno, doveroso intervenire. Dal suo racconto emerge quindi un altro aspetto che possiamo ricondurre al panorama delle motivazioni: il senso di responsabilit. 229 infosociale 45

Anche per E. e A. il senso di responsabilit, di riconoscenza e di lealt provato nei confronti dei propri connazionali rimasti in patria uno degli elementi alla base del loro impegno nel campo della cooperazione e della solidariet internazionale:
E.: ma allora, se noi siamo venuti grazie a delle persone che ci hanno dato una mano per istruirci, una volta che siamo istruiti non dico al 100%, ma arrivati a questo punto, che io non avrei mai pensato di arrivare a questo punto oggi [accento posto sul termine mai] di stare per laurearmi in una laurea di giurisprudenza16 allora, arrivati a questo punto, io con altri miei amici, ci sentiamo la responsabilit di dare anche ai nostri fratelli una mano [] Ci sentiamo chiamati per dare una possibilit ai miei coetanei [] Quindi un cambiamento [in riferimento alla necessit di contribuire allalfabetizzazione dei ragazzini della Guinea Bissau] che per noi, volendo o no, dobbiamo portare avanti quindi per questo sentiamo che siamo chiamati per rispondere a queste necessit che ci sono perch senza questa [listruzione] sarebbe un caos A.: allora mi sono detto: ho lasciato amici, fratelli l che se posso aiutare loro devo fare qualcosa.

E. e A. utilizzano dei termini e delle espressioni dalla forte valenza simbolica come il dover intervenire o lessere chiamati, che esprimono chiaramente il forte senso di responsabilit che li spinge a rispondere a una aspettativa altrettanto forte di reciprocit da parte di chi non emigrato familiari ma anche amici. In base alle parole di E. si pu intuire come questo atteggiamento carico di riconoscenza derivi anche dal fatto di aver avuto la possibilit di ottenere unistruzione non a caso poi, limpegno messo in campo dalla sua associazione proprio nel settore della scolarizzazione.17 In generale per, giustificare lattivismo degli intervistati in base al loro successo migratorio sarebbe limitante, se non addirittura improprio. Infatti, se da un lato questo senso di responsabilit potrebbe forse essere ricondotto alla consapevolezza di aver avuto qualche fortuna in pi rispetto ai propri connazionali come per esempio la possibilit di studiare avuta da E. , dallaltro sembra esserci una dimensione ancora pi profonda alla base, che non dipende tanto dal percorso migratorio intrapreso, quanto piuttosto da una sorta di predisposizione caratteriale che ti porta ad avvicinarti al prossimo.
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E., una volta arrivato in Europa, ha concluso gli anni della scuola secondaria superiore, iscrivendosi in seguito alla facolt di giurisprudenza di Trento, presso la quale studia tuttora. LAssociazione ha come obiettivo primario leducazione scolastica di base; il suo progetto principale un centro scolastico in un villaggio rurale.

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Se questo vero, riferirci alla sola categoria dei migranti non sufficiente come chiave di lettura del loro attivismo nei confronti delle persone rimaste nei rispettivi paesi di origine. Il fatto di mettersi in moto potrebbe derivare anche da questa inclinazione caratteriale, oltre che dallaver fatto esperienza di situazioni particolarmente drammatiche o dallessere consapevoli di aver avuto un percorso migratorio dagli esiti relativamente positivi. Con questo non si vuole per forza scindere le due cose, n tantomeno stabilire quale delle due giochi un ruolo pi significativo. interessante vedere come dalle testimonianze degli intervistati questa dimensione emerga in maniera piuttosto esplicita, arricchendo il ventaglio delle motivazioni e delle ragioni che qui si stanno indagando. Trattandosi di auto-rappresentazioni, bene ricordare che molto probabilmente esse riflettono anche la tendenza da parte degli intervistati di presentarsi sotto una luce positiva e soprattutto che quanto raccontato non riflette necessariamente e automaticamente lo stato effettivo delle cose. Nonostante questo, il fatto che i migranti si percepiscano in un modo piuttosto che in un altro un dato di per s significativo, che ci aiuta a comprendere meglio il modo in cui essi interpretano il loro ruolo di migrante cooperante:
F.: allinizio [quando doveva costituire lassociazione] era sempre difficile, perch creare qualcosa sempre difficile. Per come ti dicevo era sempre il mio sacerdozio posso dire, perch ho sempre avuto lintenzione di aiutare i bambini [] E io vedo che da quando sono nato fino ad adesso, ho sempre pensato ai bambini per aiutarli, ho sempre pensato ad aiutare una persona, per dire che lui con il mio merito ho potuto farlo diventare una persona responsabile, una persona che pu fare qualcosa per la sua vita, cos sono contento [] E ho scelto di creare un centro di accoglienza per i bambini; per questo motivo che ho avuto questa scelta proprio. Non era una scelta cos, per era una scelta veramente dallinizio fino ad adesso. Ho sempre pensato cos, di fare una cosa del genere, una cosa automatica posso dire []... Un dovere quasi, veramente per dirti la verit perch questo che mi tranquillizza se lo faccio [].

La volont di aiutare i bambini per F. un sentimento di lunga data, che lui ha portato dentro di s da sempre, da quando nato fino ad adesso. Secondo F. questo suo impegno ha un valore molto alto, tanto che il termine sacerdozio evoca la sacralit di questa sua scelta di vita. Anche C. sente di avere dentro di s, nel suo cuore e nel suo sangue, questo tipo di propensione al prossimo: un qualcosa che, come ripete con insistenza, sempre la pungola e la spinge a non sedersi e a fare quello di cui c bisogno:

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C.: lo sai che io, secondo me, io penso che per fare il lavoro di volontariato, deve essere una cosa che tu senti dentro, se no non ce la fai mai Perch io vedo questa gente che non sono con me, non hanno questo volontariato proprio dentro nel sangue, non facile per chi lo ha, ti giuro che tu non lo vedi mai come un impegno a farlo, ecco []. Perch sai, il volontariato qualcosa che tu hai nel sangue, che tu lo senti e non ce la fai a stare seduto ti punge da fare, ti punge: eh eh eh qui hanno bisogno di te eh eh eh qui hanno bisogno di te eh eh eh hanno bisogno di te ti punge, come qualcosa che ti punge il sedere da fare e questo il volontariato proprio che tu ce lhai nel sangue che devi fare Qualunque cosa che tu pensa i pericoli, tu non li vedi mai i pericoli che ci sono, tu vedi sempre la strada pulita, i pericoli non li vedi, perch ce lhai nel sangue [ride]

Nella auto-narrazione di D., il fare del bene allaltro espressione che lui utilizza per definire il volontariato una cosa che ha sempre fatto parte della sua esperienza di vita, fin da quando era bambino:
D.: eh quindi volontariato una cosa in cui proprio se tu ci sei dentro non potresti farne a meno s, perch una cosa che tu proprio, dopo, la senti come una parte di te. [] Questo fare bene allaltro una parte possiamo dire che dipende anche dalle persone, ok. Io sono cresciuto felicemente in un villaggio cerano 3 case, io ero lunico bambino di questo villaggio qualsiasi persona che passava durante lorario caldo, io lo portavo a casa. La chiamavo e la portavo a casa e gli dicevo vieni a riposarti fino a quando il sole si cala un po. E i miei genitori mi dicevano sempre: D., cosa fai, ogni persona che vedi la porti a casa e magari nei momenti che noi non abbiamo niente da dare da mangiare?.

D. racconta di questa sua attitudine al volontariato descrivendola come un aspetto caratteriale, congenito, legato alla sua persona. Fino ad ora, volendo comprendere le ragioni che hanno spinto gli intervistati a fondare le rispettive associazioni e a intraprendere dei progetti a vantaggio dello sviluppo dei propri paesi di origine, si fatto riferimento a tutto un insieme di elementi legati essenzialmente alla loro volont di poter fare qualcosa: la consapevolezza dei problemi e delle situazioni di disagio che in patria affliggono i propri connazionali, il fatto di aver vissuto sulla propria pelle situazioni di estrema difficolt, il forte senso di responsabilit e quella predisposizione naturale a rispondere ai bisogni del prossimo, la famiglia in primis. Ora, bene considerare la fase di costituzione delle varie associazioni anche dal lato dellofferta; infatti, in base agli stessi racconti degli intervistati, infosociale 45 232

appare chiaro come il fatto di aver creato unassociazione sia legato anche ad una specifica struttura di opportunit presente sul territorio trentino: la possibilit per le associazioni di volontariato di ottenere da parte della Provincia Autonoma di Trento dei finanziamenti per la realizzazione di progetti di sviluppo allestero.

8.2 Due fattori critici: il ruolo dellente pubblico e le risorse relazionali


Come si pu evincere dagli stralci a seguire, lofferta istituzionale in termini di finanziamenti ha giocato un ruolo importante nel creare la domanda. In alcuni casi il riferimento a questo aspetto molto esplicito:
E.: Allora, vedendo che a Trento ci sono delle possibilit di avere un finanziamento infatti, proprio per questo che nata [la sua associazione] D.: E poi venuto fuori che cera la possibilit di prendere il finanziamento e cos ho fatto lassociazione

Si detto che per gli intervistati il fatto di voler costituire unassociazione abbia conciso con la volont di impegnarsi a favore delle proprie comunit di origine. Ora, questo aspetto emerge con maggiore chiarezza in riferimento alla possibilit da parte delle associazioni trentine di ottenere dei finanziamenti dalla Provincia; infatti, si afferma una efficace combinazione tra la creazione di una associazione e la possibilit di poter concretamente realizzare dei progetti di cooperazione, tramite i finanziamenti in questione. Tale aspetto a mio giudizio interessante perch si discosta dalle visioni pi diffuse nellassociazionismo di migranti; infatti, pi che un obiettivo in s stesso, lassociazione appare una strumento necessario in vista di qualcosaltro: il presupposto per ottenere dei fondi e quindi la condizione per poter concretamente mettere in pratica progetti e programmi di solidariet e cooperazione internazionale. In generale, anche se in base a questi ultimi stralci emerge pi che altro un atteggiamento strumentale (se non opportunistico) da parte dei migranti, sarebbe improprio riferirsi solo al ruolo giocato dai finanziamenti provinciali per spiegare la fondazione delle diverse associazioni. Piuttosto, appare pi corretta uninterpretazione che tenga conto di entrambe le cose: la volont da parte degli intervistati di mettersi in gioco nel campo della solidariet e della cooperazione internazionale e il ruolo giocato dalle istituzioni nellincentivare una domanda, grazie ai finanziamenti erogabili. In questo modo, si vede anche come il fenomeno dellassociazionismo migrante possa essere spie233 infosociale 45

gato alla luce di diverse variabili: le risorse motivazionali dei singoli migranti, cos come il contesto, declinato qui nei termini della struttura di opportunit presente sul territorio. Per studiare il fenomeno dellassociazionismo quindi importante tenere conto che i fattori alla base della mobilitazione associativa di un migrante sono molteplici, riconducibili a dimensioni sia di tipo micro, macro che mesosociologico.18 A tale livello per esempio intervengono le reti di relazioni che i membri delle associazioni di migranti intessono con i diversi soggetti del territorio. In riferimento allo specifico momento della fondazione e costituzione, emerso quanto tali risorse relazionali si siano rivelate fondamentali per lavvio dellassociazione. Nella quasi totalit dei casi stato determinante per i fondatori il fatto di aver incontrato una persona gi inserita e impegnata nel campo della solidariet internazionale. La mediazione di queste figure, grazie alla loro esperienza associativa, si tradotta in una fonte di importanti consigli e informazioni che hanno permesso agli intervistati prima di concepire lidea di costituire unassociazione e poi di costituirla concretamente e formalmente. Gli intervistati, nel fare cenno al sostegno ricevuto da queste persone, sottolineano limportanza di aver da esse ricevuto indicazioni preziose su come funzionano le cose e su le strade giuste dove passare per arrivare a creare lassociazione. Dai loro racconti emerge proprio il ruolo delle risorse relazionali nel veicolare i flussi di informazioni, e quindi limportanza che hanno le reti di relazione e di legami fiduciari. Infine, sempre considerando le diverse variabili che rendono effettiva lesperienza associativa dei migranti, interessante soffermarsi sul dato della anzianit migratoria. Solo in un caso lintervallo considerato non ha superato i dieci anni, aggirandosi la media attorno ai 12 anni.19 A mio giudizio questo dato ci fornisce uninteressante chiave di lettura rispetto a quanto emerso dai racconti degli intervistati. In base alle loro testimonianze, i principali fattori che hanno portato alla fondazione delle rispettive associazioni consistevano nel forte senso di responsabilit provato nei confronti dei propri connazionali rimasti in patria e in quella sorta di predisposizione al prossimo. Ora pur non volendo mettere in dubbio o negare la determinazione, la volont e il desiderio che hanno portato gli intervistati a fondare unassociazione che si impegnasse per lo sviluppo dei proprio paesi di origine doveroso evidenziare come il punto di vista degli intervistati tenda ad enfatizzare i loro meriti lasciando un po nellombra gli altri fattori che hanno facilitato lo sviluppo delle associazioni. Cos, il lasso di tempo relativamente lungo intercorso tra larrivo in Italia degli intervistati e la fon18

Mantovan (2007, p. 103). Tali dimensioni sono rispettivamente concentrate intorno allazione sociale dei singoli soggetti, ai sistemi sociali complessi e alle relazioni intersoggettive. Si tratta questo di un dato approssimativo; nel caso di due intervistati non stato possibile reperire lanno di fondazione dellAssociazione e lanno preciso di arrivo in Italia dellintervistato.

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dazione dellassociazione rivela come la loro volont e le loro aspirazioni si siano intrecciate ad una serie di condizioni e circostanze di tipo pi strutturale, anchesse determinanti per la fondazione dellassociazione: ad esempio lottenimento del permesso di soggiorno, la disponibilit di una casa, lacquisizione di una sostanziale sicurezza professionale, etc. Questi fattori hanno fatto in modo che i migranti raggiungessero una certa stabilit, condizione e presupposto di una loro successiva mobilitazione associativa. Daltra parte, sempre in relazione alla variabile tempo, plausibile supporre che alcuni degli intervistati con il passare degli anni abbiano rielaborato e rivisto il loro percorso migratorio, finendo talvolta per cambiare il punto di vista su di s e sulla propria esperienza migratoria. La testimonianza di E. sintetizza in modo efficace la questione:
E.: perch prima, ti dico, se tu mi avessi chiamato tipo prima e mi avessi detto: E., vorrei che tu mi raccontasi un po della Guinea Bissau ti avrei detto: guarda non ho il tempo adesso invece mi trovo pi aperto che prima dicevo: no, non mi interessa, se vogliono possono uccidersi tra di loro, che io ormai sono allestero, sono fortunato: ecco, queste cose adesso non le penso pi sento che almeno devo per forza andare loro incontro

8.3 I progetti di cooperazione gi avviati: le nalit, i partner locali e il ruolo della conoscenza

Tab. 1 Le principali aree di attivit e iniziative delle associazioni studiate


Area di attivit (principali) Progetti avviati e/o in corso di progettazione - sostegno del diritto allo studio tramite lassegnazione di borse di studio agli studenti ivoriani per frequentare corsi universitari in Italia (presso lateneo trentino) - costruzione di una biblioteca - programma di cura a base di antivirali per le donne incinte e malate di aids - fornitura di arredi e dispositivi medici presso una struttura sanitaria - servizio di ambulanza gratuito per il trasporto verso lospedale in casi di emergenza - cooperativa agricola per lauto-sostentamento alimentare e il commercio dei prodotti della terra - costruzione di un pozzo

- istruzione - sanit

- sanit - agricoltura

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Area di attivit (principali) - istruzione - sanit

Progetti avviati e/o in corso di progettazione - centro scolastico - ambulatorio medico - costruzione di un pozzo - centro di accoglienza e cura per disabili - programmi di sostegno e supporto per ragazze madri in difficolt - costruzione di un pozzo - centro maternit e di sostegno alle donne che subiscono violenze - adozioni a distanza - costruzione di pozzi - corso di formazione sulle tecniche di agricoltura e allevamento - dispensario medico - fornitura di arredi e strumentazioni mediche di un centro sanitario - centro di accoglienza per la scolarizzazione e la formazione professionale di bambini e ragazzi di strada

- sanit

- sanit - protezione dei minori

- agricoltura e allevamento - sanit

- istruzione

La tabella 1 riassume linsieme dei progetti portati avanti dalle diverse associazioni: iniziative di differente portata e consistenza, per lo pi nei settori dellistruzione e della sanit. Pi che sugli aspetti logistici dei progetti, penso sia interessante soffermarsi su ci che gli intervistati hanno espresso circa le finalit degli stessi; infatti, attraverso le loro considerazioni a proposito si pu comprendere qual per loro il significato pi profondo dei progetti e pi in generale il tipo di approccio che le associazioni hanno rispetto al fatto di operare nel campo della cooperazione e della solidariet internazionale. Nella quasi totalit dei casi, le considerazioni espresse dagli intervistati sembrano fare riferimento ad un unico imperativo di fondo: aiutare. In maniera pi o meno esplicita, tutti gli intervistati ricorrono a questo termine quando esprimono gli obiettivi e i modi di operare delle loro associazioni, abbinando talvolta il fatto di portare aiuto alla specifica volont di sostenere i pi deboli. Si parla infatti di aiutare questa mia gente che ho lasciato, di dare una mano alle persone che sono l, di progetti che sono nati per sostenere i pi deboli, della volont di poter aiutare chi meno fortunato, o persino di volersi impegnare per aiutare qualcuno. A prima vista potrebbe trasparire pi che altro un orientamento di tipo pietistico, teso allaiuto isolato e fine a se stesso. Daltra parte, non sembra mancare tra gli intervistati la consapevolezza dellimportanza di interventi progettati e strutturati, che esulano dalla tensione pietistica allaiuto fine a s stesso. infosociale 45 236

G.: e il senso questo: alluomo non dare il pesce cotto, ma fai vedere come a pescarsi [] quindi noi adesso stiamo dando la possibilit di, come dire, di alzarsi da soli Perch se io ogni mese mando il mio stipendio a sostenere, io sento che sto aiutando qualcuno, per non lo sto aiutando, lo sto rovinando! Quindi devo dare un lavoro concreto per s stesso; se domani io non ci sono; questa persona aspetta chi?... anche lui morir, quindi cosa ho fatto? Io non ho fatto nulla Quindi questo che oggi noi dobbiamo fare: di istruire le persone che poi facciano da sole! E allora io comincio a riposarmi quando vedo che la persona non ha pi bisogno di me, perch comunque anche una responsabilit mia se io sto ingannando [mandando solo soldi] queste persone

Dalla parole di G. appare chiaro come da parte sua e della sua associazione non ci sia la volont di promuovere interventi assistenzialistici, che portano il beneficiario a sviluppare un atteggiamento passivo e un legame di dipendenza nei confronti del benefattore; al contrario, emerge la consapevolezza dellimportanza di agire nella direzione contraria affinch le persone possano alzarsi da sole. Da questo punto di vista, gli intervistati appaiono socializzati alla visione mainstream della cooperazione allo sviluppo, basata appunto sullautopromozione dei popoli.20 Ora, passando brevemente agli aspetti pi pratici della realizzazione dei progetti, interessante soffermarsi sui contesti locali in cui essi sono implementati. Infatti, seppur tutti gli Stati in cui i progetti sono realizzati corrispondano a quelli di origine degli intervistati, per alcuni dei migranti il fatto di operare nel proprio paese di origine non una priorit dichiarata. Talvolta, seppure a livello di principio, alcuni intervistati hanno espresso la volont di aprire la propria associazione ai bisogni di pi paesi. Pi spesso poi, emerso come la scelta del luogo in cui realizzare i progetti non dipenda dalle specifiche zone di provenienza, ma dal fatto che determinante aree siano ritenute pi bisognose di altre. Tale situazione smentisce almeno nei casi considerati le considerazioni secondo cui uno dei principali rischi delle associazioni di migranti sarebbe quello di rispondere principalmente, se non esclusivamente, agli interessi particolaristici della famiglia e dei parenti.21 Pi in generale poi, il fatto che manchi questa corrispondenza ci pone degli interrogativi sul tipo di legami che i migranti mantengono con i rispettivi paesi di origine; infatti, poich i migranti operano talvolta in zone diverse da quelle di origine, appare legittimo chiedersi come, concretamente, il migrante entri in contatto con queste aree.
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Ianni (2011, p. 40). Castagnone (2006, p. 20). Stocchiero (2008, p. 21).

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Ora, partendo dal presupposto che il migrante inserito in un sistema di reti che connette in un unico spazio transnazionale i territori di origine e di partenza, ci che emerso dai racconti degli intervistati che, allinterno di questo campo transnazionale, un ruolo fondamentale giocato dai cosiddetti partner locali: infatti, ogni associazione, per portare avanti i progetti, si appoggia a referenti che risiedono stabilmente in loco. Si tratta di un diversificato insieme di collaboratori in cui variano sia il livello di istituzionalizzazione del partner locale, sia il grado di formalizzazione del rapporto con lassociazione (gruppi informali di conoscenti, istituzioni religiose, associazioni autoctone, autorit politiche...). In alcuni casi la relazione con il partner locale si basa su unamicizia di lunga data, risalente al periodo precedente lemigrazione; in altri, gli intervistati hanno incontrato e conosciuto i rispettivi partner solamente quando stavano ideando i diversi progetti. Proprio in relazione a questultimo aspetto, la non conoscenza delle persone con cui si collabora potrebbe essere un indicatore di una certa distanza tra il migrante e la sua terra dorigine. Questo, sommato al fatto che talvolta i migranti non operano specificatamente nelle zone di provenienza, pone effettivamente degli interrogativi sul legame che intercorre tra i migranti e le aree di intervento. In effetti, stabilire in che misura e in che modo i migranti sono legati alla propria terra di origine non cosa semplice, n se si guarda allinsieme dei migranti che vivono allestero, n a quelli che sono impegnati nel campo della solidariet e cooperazione internazionale. Nonostante ci, riferendosi al migrante cooperante, uno degli aspetti che pi sembra rendere conto di questo legame la conoscenza dei propri contesti di origine. Tale conoscenza comunemente ritenuta una delle principali risorse che i migranti possono mettere in campo quando si tratta di implementare dei progetti di sviluppo efficaci e funzionanti. Il fatto di lavorare nelle aree in cui si nati e cresciuti fornisce infatti al migrante tutte le competenze alla base di un buon progetto, non facilmente acquisibili dalle persone che in quei luoghi non sono nate. Si tratta della capacit di muoversi nel contesto, di comprendere i fenomeni, di capire le dinamiche che si stanno per verificare, di concepire soluzioni appropriate, etc. Anche alcuni dei migranti intervistati, quando posti nella condizione di confrontare il loro ruolo di migrante cooperante con quello dellitaliano cooperante, hanno individuato nella conoscenza dei propri contesti il principale discrimine:22
E.: bisogna anche darci la possibilit di esprimere la nostra realt; perch, non che sono contro, ma non mi va che viene un italiano a spiegarmi la situazione della Guinea Bissau perch solo io conosco e anche lui ha i suoi limiti e non capir mai [accento sulla parola mai] le
22

Anche se la questione stata affrontata solo nel corso di due interviste, nei casi in cui gli intervistati si sono espressi in merito alla questione lo hanno fatto esplicitando gli stessi pareri.

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problematiche della Guinea Bissau pi di E.! Mai Allora, bisogna dare alle persone la possibilit di esprimere la loro realt

Nonostante la perentoriet delle parole di E., comunque bene ricordare che non sempre il fatto di conoscere i propri contesti di origine automaticamente abbinato al fatto di essere migranti: infatti, anche escludendo il caso dei migranti di seconda generazione, uno dei rischi paventati da alcuni studiosi che i migranti di fatto misconoscano le proprie zone di provenienza. Tale misconoscenza pu derivare dal fatto che spesso i migranti si assentano dalla madrepatria per molti anni e, non avendo la possibilit di aggiornarsi, rimangono ancorati a scenari che magari nel tempo sono mutati. In tal senso, sicuramente ingenuo pensare che dal momento che una persona nata in un determinato posto, sia necessariamente e automaticamente in grado di individuare i problemi e i migliori mezzi per approcciarli e risolverli.

8.4 Punti di forza e debolezza delle associazioni


Per quanto riguarda i punti deboli, gli intervistati non hanno mancato di soffermarsi sullinsieme delle difficolt che devono affrontare nelle rispettive associazioni. Una delle preoccupazioni che emerge con particolare frequenza la difficolt nel coinvolgere nuovi membri. Per molti degli intervistati, questo si verifica soprattutto nei confronti dei propri connazionali:
F.: Sai, nellassociazione c sempre difficolt per convincere la gente ad associarsi, soprattutto i connazionali. Perch loro anche per dire, e li capisco anche da un certo punto, perch qua sai quello che faccio io un sacrificio, anche se non puoi chiamarlo una perdita di tempo io per posso seguire una cosa che a lungo, invece di solito tutti gli stranieri che vengono qua cercano sempre nel pi presto possibile di avere le fortune e tornare nel suo Paese: lobiettivo dello straniero. Vuol dire che c la difficolt a rubare un po del loro tempo; non ti danno il tempo necessario per aiutarti ad andare avanti con lassociazione. Ho questa difficolt in primo luogo. A parte questo, per me, insomma, va abbastanza

Il fatto di coinvolgere i migranti, pertanto, non per niente semplice, in quanto le attivit che vengono promosse con lassociazione non sono immediatamente funzionali agli obiettivi di vita di breve periodo dello straniero. Invece, spendersi per lassociazione significa fare qualche sacrificio, dedicare il proprio tempo e soprattutto impegnarsi nel lungo periodo. Al di l di queste considerazioni, ritengo sia significativo che lintervistato si riferisca alla categoria delle persone immigrate; infatti, definendo lo stile di 239 infosociale 45

vita dello straniero votato al guadagno facile e immediato egli si chiama fuori da questo modello. come se dicesse che per il migrante il fatto di fondare unassociazione e di mettersi e disposizione per lavorare nel campo della solidariet e della cooperazione internazionale quasi una controtendenza, qualcosa che va contro il naturale modo di concepire lesperienza di immigrazione stessa. Unaltra difficolt condivisa da quasi tutte le associazioni la reperibilit di spazi dove potersi incontrare e organizzare eventi di sensibilizzazione (come le cene etniche). Infine, ci che alcuni intervistati sembrano lamentare tra le righe la mala distribuzione del carico di lavoro tra i soci, per cui il grosso alla fine va a ricadere sulla singola persona del presidente dellassociazione. In generale, la centralit della figura del presidente stata riconosciuta come una delle peculiarit strutturali dellassociazionismo migrante.23 Ci che stato riscontrato alla luce di diverse ricerche una sorta di identificazione tra lassociazione e il suo presidente, essendo il presidente colui, o (pi di rado) colei, che di fatto orienta le visioni e le operativit concrete dellassociazione.24 Si presenta sovente come una persona carismatica, dotata di buone risorse relazionali e generalmente ben integrata e conosciuta nel territorio in cui risiede. Se da una parte quindi evidente limportanza della figura del leader per la vita dellassociazione soprattutto in riferimento alla sua capacit di dialogare e intessere relazioni con lesterno, le istituzioni in primis dallaltra appare altrettanto chiaro che la natura fortemente personalistica dellassociazione rivela anche delle fragilit; infatti, oltre alla possibilit che il leader si ritrovi sovraccaricato di lavoro, c il rischio che una volta che il presidente abbandona la sua attivit, lassociazione non sopravviva o, in caso contrario, che si interrompa il suo legame storico con il territorio.25 Fin qui ci si concentrati sugli aspetti pi difficoltosi e problematici. Passiamo ora a mettere in luce ci che per gli intervistati sono invece le cose positive della loro esperienza associativa. Ci che va detto fin da subito che in tutti i casi la soddisfazione e lentusiasmo espressi dagli intervistati sulle rispettive associazioni sono parsi prevalere sulla consapevolezza di qualche aspetto di difficolt; infatti, in generale, la consistenza delle problematiche riscontrate non parsa cos forte da scalfire o compromettere la soddisfazione degli intervistati circa la loro esperienza associativa nel campo della cooperazione e della solidariet internazionale. In precedenza, guardando alle ragioni che avevano mosso gli intervistati a
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Consoli, Pallida: lassociazionismo degli immigrati tra solidariet e integrazione in Decimo e Sciortino (a cura di) (2006, p. 126). Stocchiero (2008, p. 16). Consoli, Pallida: Lassociazionismo degli immigrati tra solidariet e integrazione in Decimo e Sciortino (a cura di) (2008, p. 126). Anche per questo, uno dei dati che spesso emerge sullassociazionismo dei migranti la volatilit di queste esperienze organizzate.

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fondare le rispettive associazioni, uno degli aspetti su cui ci si era soffermati era la sostanziale sovrapposizione tra il fatto di volerle costituire e la volont di impegnarsi a favore dei propri paesi di origine. Di conseguenza, in linea con le motivazioni, anche il grado di soddisfazione espresso dagli intervistati si riferisce principalmente a quanto essi sono riusciti a fare per il popolo africano, pi che al fatto di aver fondato unassociazione in Trentino. Dei loro racconti colpiscono la genuinit e la sincerit delle emozioni:
R: e sei soddisfatto della tua associazione? I: S uno dice: ma ha fatto pochissimo, quasi non ha fatto niente ma quel poco che faccio, arrivo l [in Senegal], anche solo con un paio di scarpe e veramente ti senti [silenzio, si commuove] s, ti senti soddisfatto perch bello, bello, bello bello [silenzio, si commuove prende un fazzoletto e si asciuga gli occhi] S, da quel lato mi sento soddisfatto perch molti stranieri, voglio dire, non so gli altri casi, per magari qualcuno laggi riuscito a farsi anche una villa io la villa non ce lho ma sono contento che ho fatto qualcosa per aiutare e sono soddisfatto, s

In generale, ci che gli intervistati esternano la gratificazione che provano nel vedere che grazie al proprio impegno si riusciti ad aiutare le altre persone, si riusciti a mettere in piedi delle iniziative che funzionano. una gioia che viene dai sorrisi e dai volti felici delle persone che grazie ai progetti ricevono aiuto e sostegno, ma anche dal fatto di vedere che piano piano qualcosa si muove; per E. per esempio, una grande soddisfazione vedere che nel villaggio dove la sua associazione ha costruito una scuola e un ambulatorio la gente abbia iniziato a sensibilizzarsi verso dei valori e delle pratiche nuove, come listruzione e lassunzione responsabile di medicinali. Certamente la soddisfazione espressa dagli intervistati circa i progetti e le attivit promosse dalle loro associazioni uno degli aspetti in base a cui possiamo vedere quanto per loro sia positiva lesperienza di migranti cooperanti. Daltra parte, limitando i punti di forza alla sola gratificazione personale dei migranti, si rischierebbe di riprodurre unimmagine semplicistica e riduttiva del fenomeno qui presentato. Infatti, un altro significativo aspetto che emerso in relazione al fenomeno associativo qui studiato lefficacia dellesperienza associativa come strumento di integrazione per coloro che vi aderiscono. Tale risultato rispecchia una delle ipotesi ad oggi condivise dalla comunit scientifica: lattivo coinvolgimento associativo dei migranti favorisce il processo di integrazione delle comunit straniere nelle societ di accoglienza.26 Lassociazionismo si presenta quindi come un importante e concreto passo da parte degli immigrati
26

Pizzolati (2007, p. 35).

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verso lintegrazione, uno sforzo nella direzione della partecipazione attiva alla vita sociale della societ di residenza. uno strumento che permette agli immigrati di sperimentare un inserimento qualitativamente migliore e quindi creare cittadinanza. Ci avviene quando le associazioni promuovono attivit ed eventi di interesse pubblico in loco, ma soprattutto quando creano delle relazioni con la pluralit dei soggetti che animano il territorio. Ora, riguardo alle diverse esperienze qui studiate, in tutti i casi le associazioni hanno confermato sia di svolgere diverse attivit sul territorio trentino, sia di essere inserite allinterno di una rete di relazioni. Per quanto riguarda linsieme delle attivit promosse in loco, a mio giudizio significativo e per niente scontato che questo avvenga; se infatti si considera lorientamento delle associazioni verso la madrepatria e la loro volont di sostenere il miglioramento delle condizioni di vita delle comunit di riferimento africane, lapertura verso il territorio non appare inevitabilmente compresa nel quadro delle attivit delle associazioni. Daltra parte, queste attivit appaiono in linea con le principali finalit delle associazioni; esse sono volte a due principali obiettivi: 1. la sensibilizzazione della popolazione ai problemi che affliggono il continente africano; 2. la raccolta fondi per il finanziamento di progetti di solidariet e cooperazione (attraverso bancarelle di prodotti africani, cene etniche, etc.). Per quanto riguarda la rete delle relazioni intessute dalle associazioni, lorientamento al networking apparso un aspetto caratterizzante delle diverse esperienze associative. Tutti gli intervistati hanno fatto riferimento al loro rapporto con gli altri soggetti del territorio, focalizzandosi su due specifici ambiti relazionali: il rapporto con lente provinciale (finalizzato essenzialmente alla richiesta fondi) e quello con le altre associazioni. In questultimo caso, i rapporti avvengono sia con le associazioni di stranieri che di italiani, nella maggior parte dei casi con quelle impegnate sul fronte della cooperazione internazionale. Solo in alcuni casi le relazioni si sostanziano in vere e proprie collaborazioni attivit di sensibilizzazione, di promozione della cultura africana e di raccolta fondi , limitandosi nella maggior parte dei casi a rapporti di tipo informale, basati pi che altro sulla conoscenza reciproca, quella tra presidenti in particolare. In riferimento allefficacia dellesperienza associativa come strumento di integrazione interessante confrontarsi anche con il punto di vista dei migranti. Dalle parole di C. si evince infatti il ruolo che la rete delle relazioni tra associazioni pu giocare nel creare rapporti, partecipazione, dialogo e quindi integrazione:
C.: l che con lassociazione il mio nome cominciato ad essere un po fuori... perch prima lavoravo in silenzio perch non sapevo come gestire, come muovermi, a chi appoggiarmi e non ero riconosciuta tanto non conoscevo altre associazioni e le associazioni non

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mi conoscevano, per dallanno scorso fino ad adesso mi sono incontrata miliardi [accento sulla parola miliardi] di volte con le associazioni, con il telefono e con tutto questo, sono pronta a collaborare, partecipo a tanti corsi, partecipo a tante feste, a tante cose e mi sento sostenuta sempre di andare avanti. E anche quella timidit che io tenevo prima, mi sento di mollare la timidit e di andare avanti tante persone mi vengono incontro e questa una cosa che [sorride]

Indubbiamente, il fatto di promuovere la cittadinanza degli immigrati pu essere collegato al fenomeno dellassociazionismo in generale. Daltro canto, lo specifico campo di intervento della cooperazione internazionale ha anche delle implicazioni peculiari; infatti, il migrante vede contemporaneamente riconosciuto il suo ruolo sia in riferimento alla societ di partenza, che a quella di arrivo. Come sostenuto da stergaard-Nielsen, il tipo di cittadinanza che si promuove quando i migranti divengono attori dello sviluppo per i propri paesi di origine ha tre componenti: 1. locale, perch si realizza sulla base di un sistema di relazioni e di politiche che vengono messe in atto principalmente ad un livello locale; 2. partecipatoria perch incoraggia il capacity-building dei migranti e il networking con gli altri attori sociali; 3. transnazionale perch gli interessi transnazionali dei migranti, i loro contatti e il loro coinvolgimento tra il contesto di origine e quello di partenza, sono visti come una parte integrale della loro incorporazione locale.27 Quindi, in riferimento a questo terzo punto, il tipo di cittadinanza che si promuove ha un merito in pi: quello di unire e di rendere complementari entrambe le dimensioni di vita del migrante: quella locale e quella transnazionale.

Conclusioni
La ricaduta positiva in termini di integrazione della mobilitazione associativa senzaltro uno degli aspetti pi significativi che risultato dalla ricerca. Pi in generale, ci che lo studio ha messo in luce che la possibilit di contare sui soggetti migranti come agenti della cooperazione una possibilit effettiva. infatti apparso come sulla base dei legami che essi intrattengono con i propri contesti di origine, possano formalizzarsi e prendere forma interessanti iniziative; progetti concepiti per sostenere le situazioni di particolare disagio, resi possibili dalloperato dei partner locali, ma soprattutto costruiti sulla base di una profonda conoscenza delle condizioni e delle problematiche presenti nei contesti di intervento. Sotto vari profili quindi la condizione di attore transnazionale del migrante racchiude delle potenzialit rilevanti per le iniziative di cooperazione. Daltra
27

stergaard-Nielsen (2010, p. 35).

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parte, il loro contributo rappresenta nei fatti una condizione particolare, che fa sintesi di diversi fattori. Infatti, lesperienza dei migranti come attori della cooperazione apparsa vincolata ad almeno due aspetti fondamentali: 1. le risorse motivazionali dei singoli e 2. la struttura di opportunit presente sul territorio. Sono fondamentali, in altre parole, la volont e la determinazione degli intervistati di mobilitarsi, e la possibilit di ottenere dallente provinciale dei finanziamenti per i progetti. Ora, vale la pena soffermarsi su questo secondo aspetto. A mio giudizio, infatti, la possibilit che i migranti diventino sempre pi figure centrali ed operative nel campo della cooperazione legata al ruolo che in futuro gli enti e le organizzazioni della societ civile, attive in questo campo, giocheranno nel promuovere e sostenere lattivismo dei migranti. Il fatto che un ente pubblico metta a disposizione dei fondi certamente un primo passo in questa direzione. Daltra parte, ci sono a mio giudizio altre iniziative che potrebbero essere messe in campo per rafforzare e valorizzare ulteriormente la figura del migrante come attore di cooperazione. In riferimento ai principi della cooperazione decentrata per esempio, una possibile strategia potrebbe essere quella di rafforzare il lavoro in rete tra i diversi soggetti che animano il territorio e che hanno come ambito di interesse comune la cooperazione internazionale: le associazioni di volontariato, gli enti locali, ma anche le cooperative, i servizi pubblici, le organizzazioni non governative. Si tratterebbe in particolare di creare un tessuto di relazioni basato sulla conoscenza reciproca, ma soprattutto sullo scambio delle proprie specifiche competenze e risorse. Si potrebbe poi dare inizio a esperienze di collaborazione, sia per quanto riguarda la progettazione di interventi di sviluppo in terra straniera, sia per quanto riguarda le attivit da promuovere sul territorio. Pi in generale, non si tratterebbe solo di attuare concrete e specifiche strategie, bens di ripensare al ruolo del migrante in relazione al suo paese di provenienza e soprattutto di residenza; infatti, prima di chiedersi in che modo valorizzare il ruolo dei migranti come attori di sviluppo, dovrebbe diffondersi tra i vari soggetti della societ la consapevolezza che essi sono soggetti capaci di agency, reali o potenziali attori del co-sviluppo.

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CAPITOLO NONO IMMIGRATI ED EDUCAZIONE DEGLI ADULTI IN PROVINCIA DI TRENTO

Premessa
Anche questanno si presenta un bilancio sintetico relativo ai corsi per cittadini adulti che permettono di completare studi interrotti, intraprendere nuovi corsi di studi, aggiornarsi sui nuovi saperi e, per gli stranieri, imparare la lingua italiana. I dati presentati in questo capitolo sono stati forniti dalle istituzioni scolastiche al Settore Educazione permanente e per gli adulti - Servizio Istruzione della provincia di Trento, insieme al consueto monitoraggio delle attivit organizzato dal Servizio istruzione al termine di ogni anno scolastico. Attualmente sono 26 le istituzioni scolastiche e formative che offrono percorsi destinati a chi ha compiuto i 18 anni: 5 Centri Educazione degli Adulti, che mettono a disposizione corsi scolastici per il titolo conclusivo del primo ciclo di istruzione e corsi di Italiano per immigrati; 17 istituti di istruzione secondaria, che offrono corsi scolastici per il titolo conclusivo del secondo ciclo di istruzione; 4 centri o istituti di Formazione Professionale, che offrono corsi scolastici per il titolo di qualifica di formazione professionale. Lanno scolastico 2011-2012 stato ricco di novit per lEducazione degli Adulti in Trentino. Infatti, la Giunta Provinciale il 21 ottobre 2011 ha approvato la delibera n. 2186 contenente le linee di indirizzo programmatico che delineano il futuro assetto di questarea per la provincia di Trento. Nel maggio del 2012, con due delibere (la 903 e la 904) la Giunta Provinciale ha poi indicato le prime azioni di sistema per lanno 2012/2013: il trasferimento dei Centri EdA di Mezzolombardo, Pergine Valsugana e Riva del Garda dalla sede nellIstituto Comprensivo locale rispettivamente agli Istituti superiori Martini, Curie e Floriani. Il Centro EdA di Trento sar trasferito presso listituto Rosmini il prossimo anno scolastico 2013-2014; altri quattro Istituti di Istruzione, il Guetti a Tione, il Degasperi a Borgo Valsugana, il Pilati a Cles e La Rosa Bianca a Cavalese hanno avuto nel 2012/2013 un insegnante in distacco per alcune ore con il compito specifico di esplorare i bisogni formativi del territorio al fine di creare le condizioni per la nascita di quattro nuovi centri EdA in territori dove questa offerta formativa di base ancora manca.

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Gli indirizzi programmatici1 indicano gli obiettivi e le azioni indispensabili per portare questo settore della scuola trentina nella direzione del Lifelong learning europeo. Lobiettivo centrale quello di diffondere nella popolazione la consapevolezza che non mai troppo tardi per apprendere. I mutamenti economici, demografici, sociali e culturali intervenuti negli ultimi anni, e in particolare la sempre pi consistente presenza di cittadini stranieri, hanno prodotto nuovi bisogni di formazione per i quali il settore delleducazione degli adulti si deve attrezzare per rispondere sempre meglio alla sfida che essi pongono per il futuro. Gli obiettivi che ci si posti e sui quali si iniziato a lavorare sono i seguenti sette: 1. listituzione di un tavolo di coordinamento per tutte le politiche formative rivolte alla popolazione adulta in provincia di Trento; 2. la creazione di uno sportello web provinciale, informativo e orientativo per i cittadini; 3. il completamento della rete dellofferta formativa sullintero territorio provinciale; 4. la nascita di 4 nuovi centri EdA e spostamento degli altri cinque in scuole superiori che accoglieranno in ogni zona tutti i corsi scolastici per adulti; 5. il potenziamento dellazione di indirizzo e di coordinamento da parte del Dipartimento Istruzione per rendere il sistema EdA coerente; 6. la promozione di un modello organizzativo e didattico specifico per gli adulti; 7. laccrescimento della qualit delle risorse professionali attraverso corsi di formazione per gli insegnanti tesi a valorizzare la specificit di questa tipologia di docenza.

Il quadro generale dei corsi e degli iscritti EdA: panoramica sui dati principali
Venendo ai dati relativi allofferta formativa per gli adulti, aggiornati alla.s. 2011/2012, partiamo con il quadro della situazione presso i cinque Centri di Educazione degli Adulti, che offrono percorsi scolastici finalizzati allesame di stato conclusivo del primo ciclo. Dei 185 iscritti ai corsi per il conseguimento del diploma di scuola secondaria di primo grado, addirittura l85% rappresentato da cittadini stranieri (a Trento e Rovereto, i centri che raccolgono il maggior numero di iscritti, lincidenza straniera raggiunge, rispettivamente, l83% e il 92%). Tra gli iscritti stranieri, pre1

Per il testo completo, si rimanda al portale della scuola trentina www.vivoscuola.it sotto la voce Educazione degli adulti.

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valgono le donne (56%). La preponderanza della presenza straniera a questo livello scolastico riconducibile anche al fatto che questo percorso si pone come naturale prosecuzione dei corsi di italiano organizzati dai centri EdA. Va anche rilevato che i corsi di italiano L2 attivati presso i cinque centri hanno raccolto 1.924 iscritti. Se passiamo a considerare lofferta formativa a corsi serali di istruzione superiore rivolta agli adulti, garantita da diciassette istituti superiori del territorio provinciale e finalizzata al conseguimento del diploma di maturit,2 anche per lanno 2011/2012 rileviamo che lincidenza degli stranieri si riduce drasticamente allinterno di questi corsi, dove non supera il 20% (valore comunque in crescita rispetto allanno precedente). Il dato si spiega, in parte, con le difficolt relative alla conoscenza della lingua italiana per lo studio e allimpegno richiesto da percorsi di maggiore durata (fra i 3 e i 5 anni). Da qualche anno, infine, sono attivi anche percorsi sperimentali della formazione professionale finalizzati allottenimento della qualifica professionale. Si tratta di corsi serali gestiti da due istituti e due centri di formazione professionale situati a Trento e a Rovereto. In questo ambito, si conferma consistente il numero di stranieri: 122 nel 2011/2012, il 40,4% del totale, e in larga misura di genere maschile. Complessivamente, gli stranieri che frequentano corsi scolastici in Trentino ormai rappresentano il 30% di tutti gli iscritti.
Tab. 1 - Iscritti ai corsi per adulti in provincia di Trento
Iscritti ai corsi scolastici Centri EdA licenza media Corsi serali scuola superiore Corsi serali Formazione Professionale Totale 185 1.369 302 1.856 di cui immigrati (V.A.) 157 270 122 549

Permesso di soggiorno di lungo periodo e test di lingua italiana


Unaltra attivit che dal gennaio 2011 vede impegnati tre centri Educazione degli Adulti (quelli di Trento, Rovereto e Mezzolombardo) quella relativa al test di conoscenza della lingua italiana per lottenimento del permesso di soggiorno di lunga permanenza.
2

I titoli di studio rilasciati sono: Dirigente di comunit; Geometra; Ragioniere e perito commerciale; Perito informatico; Maturit liceo delle scienze sociali; Perito in elettronica e telecomunicazioni; Maturit artistica; Perito specializzazione elettrotecnica e automazione; Operatore dellimpresa turistica; Operatore della gestione aziendale; Operatore dei servizi sociali; Tecnico dei servizi turistici; Tecnico gestione aziendale informatica; Tecnico dei servizi sociali; Diploma di arte applicata (grafico pubblicitario).

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Un accordo diretto fra Provincia autonoma di Trento e Commissariato del Governo ne regola le modalit di esecuzione. In base ad esso sono tre le sedi di test presso i Centro EdA di Trento, Rovereto e Mezzolombardo. I test si svolgono a scadenza pi o meno mensile e, a differenza di quanto avviene in altre regioni italiane dove i test vengono preparati da ogni singola commissione (ed in ogni provincia ce ne possono essere diverse), in Trentino si deciso che il test sia uguale per tutte le commissioni e che sia effettuato nel medesimo giorno ed alla stessa ora. Questo per garantire su tutto il territorio della nostra provincia lo stesso trattamento alle persone che lo devono sostenere. La conoscenza della lingua italiana richiesta al livello A2 del Framework Europeo per le lingue. Questo livello garantisce unautonomia in contesti comunicativi elementari: chi lo possiede in grado di svolgere compiti relativi ad alcune necessit primarie riguardanti la sfera individuale, la geografia locale, il lavoro, gli acquisti, e cos via. Alle sessioni desame fissate nel 2012, su 1.666 iscritti si sono presentati 1.491 cittadini stranieri, il 74,3% dei quali sono risultati idonei, in linea con il dato medio del 2011.
Tab. 2 - Iscritti, presenti e idonei al test di conoscenza della lingua italiana per lottenimento del permesso di soggiorno di lungo periodo (2012)
Mese Gennaio Febbraio Marzo Maggio Giugno Luglio Agosto Ottobre Novembre Dicembre Totale Iscritti 115 155 140 172 173 175 147 190 228 171 1.666 Presenti 101 148 128 151 156 158 120 173 210 146 1.491 Idonei 75 93 80 112 116 117 84 115 112 135 1.039 % idonei sui presenti 74,3 62,8 62,5 74,2 74,4 74,1 70,0 66,5 53,3 92,5 74,3

Infine, dal questionario anonimo somministrato ai partecipanti al test per rilevare la scolarit pregressa emerso che nel 50% dei casi si tratta di soggetti con scolarit compresa tra i 6 e i 12 anni, mentre nel 37,5% dei casi di persone con pi di 12 anni di scolarit.

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CAPITOLO DECIMO RICHIEDENTI ASILO, TITOLARI DI PROTEZIONE INTERNAZIONALE, EMERGENZA PROFUGHI: PROGETTI DI ACCOGLIENZA E TUTELA IN TRENTINO

Premessa I rifugiati sono persone in fuga dal proprio paese perch perseguitate per motivi di razza, religione, nazionalit, appartenenza a un determinato gruppo sociale o per le loro opinioni politiche e che hanno chiesto protezione allestero. In Italia, secondo i dati dellAlto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati, risiedono attualmente circa 58mila rifugiati. Il 2011 stato un anno in cui il tema del diritto dasilo stato spesso al centro dellattenzione. Lo scoppio della c.d. primavera araba prima, e della crisi libica poi, hanno portato alla ripresa degli sbarchi sullisola di Lampedusa di persone che, nella maggior parte dei casi, hanno anche chiesto protezione. Si registrato infatti un forte aumento delle domande dasilo presentate, circa il triplo rispetto allanno precedente (tab. 1).
Tab. 1 - Domande dasilo in Italia nel periodo 2009-2011
Anno 2009 2010 2011 Domande presentate 19.090 12.121 37.350 Domande esaminate 25.113 14.042 25.626 Status rifugiato 2.328 2.094 2.057 Protezione umanitaria/ sussidiaria 7.742 5.464 8.231 Decisione negativa/ irreperibili 12.860 5.218 13.470

fonte: Cinformi su dati Ministero dellInterno

I richiedenti asilo giunti in Italia nel 2011 sono arrivati principalmente da paesi africani (oltre il 76%). Le principali nazionalit sono state Nigeria, Tunisia, Ghana, Mali, Pakistan e Costa dAvorio. La procedura per ottenere protezione prevede che le domande siano valutate, dopo aver incontrato ed ascoltato il richiedente asilo, da unapposita commissione territoriale. Nel 2010, le commissioni territoriali hanno preso oltre 25.000 decisioni: 10.288 persone hanno ottenuto una forma di protezione, mentre 11.131 persone hanno ottenuto un diniego.

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Il progetto di accoglienza e tutela per richiedenti e titolari di protezione internazionale della Provincia Autonoma di Trento
Era il 2010, mio padre e mio fratello sono stati arrestati, [] allora sono fuggito a Karachi. Avevo tanta paura e anche mio padre era talmente spaventato che ha chiesto a un mio amico di organizzare la mia fuga, prima per via mare e poi sempre per via terra, nascosto in un container. E cos sono arrivato a Trento. (Richiedente asilo dal Pakistan)

Il progetto di accoglienza e tutela per richiedenti e titolari di protezione internazionale della Provincia Autonoma di Trento attivo dal 2002 ed entrato, nel 2006, a far parte del Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati (SPRAR), una rete di enti locali, coordinata dal Ministero dellInterno, che garantisce la realizzazione di progetti di accoglienza, tutela ed integrazione per richiedenti e titolari di protezione internazionale presenti in Italia. Il progetto provinciale prevede laccoglienza per richiedenti e titolari di protezione internazionale in alcuni appartamenti distribuiti in vari comuni (Trento, Rovereto, Mori, Lavis, San Michele allAdige). Le persone inserite nel progetto vengono accompagnate nella procedura per la richiesta dasilo e nel percorso per riacquisire la propria autonomia, in particolare per quanto riguarda la conoscenza della lingua italiana, lorientamento sul territorio e laccesso a percorsi formativi/professionali. Per i beneficiari del progetto attivo anche un servizio di supporto psicologico.

La situazione nel periodo 01 settembre 2011-31 agosto 2012 Consistenza e caratteristiche socio-demograche dei beneciari del progetto
Nel periodo settembre 2011-agosto 2012 il Servizio politiche sociali e abitative della Provincia, attraverso il Cinformi, ha accolto 24 nuovi beneficiari, ovvero 5 persone in pi rispetto allo stesso periodo dellanno precedente. Di questi, 19 si sono presentati al Cinformi in autonomia per chiedere accoglienza, in quanto hanno presentato domanda di protezione presso la Questura di Trento, 2 sono invece stati segnalati dal Servizio Centrale del Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati. Un nucleo familiare invece arrivato sul territorio della provincia dopo essere stato accolto per un breve periodo presso un Centro di accoglienza per richiedenti asilo (CARA). Durante lo stesso lasso di tempo cinque persone, che hanno presentato domanda di asilo presso la Questura di Trento, ma per le quali non cera possibilit di accoglienza, sono state inviate a progetti SPRAR attivi in altre regioni (Piemonte, Sicilia, Friuli Venezia Giulia e Lombardia). infosociale 45 254

Nello stesso lasso di tempo sono uscite dal progetto 25 persone. Rispetto a questo dato, ha influito luscita durante lanno di due nuclei familiari di 4 e 5 persone. In questo ultimo anno, calcolando le persone entrate nel progetto e quelle gi presenti, si sono alternati nei 30 posti di accoglienza per richiedenti e titolari di protezione internazionale messi a disposizione dalla Provincia Autonoma di Trento, 52 beneficiari. Se osserviamo pi dettagliatamente le caratteristiche socio demografiche delle 24 persone recentemente entrate nel progetto possiamo osservare che si tratta di: 18 uomini e 6 donne; let media di 28 anni. 8 persone fra i 18 e i 26 anni, 14 fra i 30 e i 39 anni e una persona con pi di 40 anni; 20 persone sono singoli, a cui si aggiunge un nucleo familiare con un bambino di 3 anni. Due donne si sono ricongiunte ai mariti gi presenti sul territorio provinciale.

Aree di provenienza e storia dei beneciari


Sono stato arrestato nel giorno dellanniversario della morte del leader del nostro movimento per lindipendenza del Kashmir. La polizia intervenuta durante il nostro anniversario, ci ha picchiato con i bastoni ed ha arrestato alcune persone compreso me. Quattro poliziotti mi hanno caricato in una macchina e mi hanno picchiato col calcio del fucile, ferendomi allocchio e alla testa e al braccio sinistro. Mi hanno buttato dalla macchina in corsa. Io ho perso i sensi e mi sono risvegliato dopo due giorni in ospedale e ci sono rimasto tre o quattro mesi. Con me cera un altro ragazzo ma di lui non sappiamo che fine ha fatto. Tornato a casa dallospedale mio padre per un po di giorni non mi ha fatto uscire, poi con tutti i ragazzi del movimento festeggiavamo la fondazione dellassociazione, in uno stadio della nostra zona, e volevamo fare un corteo dallo stadio alla questura contro la polizia per laggressione dei mesi precedenti e per cercare un nostro compagno che scomparso. Ma la polizia ci ha aggredito prima ancora che finisse la riunione con cariche di bastoni e gas lacrimogeni ed io sono scappato a casa di un mio amico. Dopo poche ore mi ha chiamato mio padre perch la polizia era andata a casa mia a cercarmi, la prima volta in borghese. Quando sono andati la seconda volta a casa mia i poliziotti erano in divisa e avevano una denuncia con laccusa di tradimento allo Stato. Il giorno dopo mio padre ha parlato con un avvocato che gli ha spiegato che per questo reato ce la pena di morte o il carcere a vita. Poi da l sono scappato e mio padre e mio zio mi hanno affidato ad una persona che mi ha portato in Iran. Infine

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sono andato in Turchia, poi hanno caricato me a e altri tre ragazzi in un container e poi siamo arrivati in Italica. Mio padre ha pagato il viaggio, non so quanto forse sette o otto mila euro. (Richiedente asilo dal Pakistan)

Le 24 persone entrate nel progetto nel periodo settembre 2011-agosto 2012 provengono da 8 paesi diversi. In questo anno sono entrati nel progetto, in momenti diversi dellanno, 14 uomini provenienti dal Pakistan, a conferma dellandamento registrato durante lo scorso anno circa laumento di persone provenienti da questo paese. La situazione trentina in sintonia con il dato nazionale, in base al quale nel 2007 sono state presentate circa 300 domande da parte di cittadini pakistani, nel triennio 2008-2010 le domande sono state oltre 1.000 ogni anno, mentre nel 2011 hanno superato le 2.000 unit. A febbraio 2012 stato accolto un nucleo familiare proveniente dalla Somalia. Le altre persone beneficiarie del progetto provengono da Tibet, Congo, Camerun, Afghanistan e Palestina. Si tratta quindi di persone con storie ed esperienze diverse, ma che provengono tutte da paesi caratterizzati da situazioni di violazione dei diritti umani, spesso con condizioni di violenza generalizzata, mancanza di libert di espressione o ripetute discriminazioni nei confronti di specifici gruppi etnici. Dodici di questi richiedenti protezione sono arrivati in Italia via terra, spesso nascosti in camion, attraverso il confine con lAustria o con la Slovenia. In tre casi, invece, le persone sono giunte via mare, sbarcando sulla costa tirrenica (a Bari o Ancona) dopo essere passate dalla Turchia e dalla Grecia, infine in sei casi le persone sono arrivate in aereo sbarcando a Malpensa. La maggior parte delle persone sono arrivate a Trento senza avere parenti o conoscenti sul territorio. In tre casi avevano dei familiari gi presenti in provincia e quindi sono arrivati a Trento per ricongiungersi o riavvicinarsi a loro. Leggendo le storie raccontate nel momento della presentazione della domanda di protezione, emerge che 12 richiedenti asilo sono scappati perch hanno subito persecuzioni (con arresti ingiustificati e maltrattamenti) o hanno rischiato di subire persecuzioni per il loro impegno politico o in quanto familiari di persone impegnate politicamente; altri 5 sono dovuti scappare perch appartenenti a famiglie coinvolte in faide familiari a cui lo stato non riuscito a dare protezione. Negli altri casi i problemi sono sorti per persecuzioni dovute al credo religioso, discriminazioni perch appartenenti ad uno specifico gruppo etnico o per il perpetuarsi di situazioni di violenza generalizzata nei confronti della popolazione.

Esito delle domande di protezione presentate dai beneciari


Diciassette delle 52 persone accolte nel progetto hanno incontrato la Commissione territoriale di Gorizia (nella sede distaccata di Verona), competente infosociale 45 256

per il territorio provinciale, durante il periodo compreso tra settembre 2011 e agosto 2012. I tempi di attesa, dalla presentazione della domanda alla convocazione da parte della Commissione, sono diminuiti ulteriormente rispetto allo scorso anno, e le persone hanno atteso per lo pi 1-2 mesi. Nel caso di due persone giunte durante lultimo anno, il tempo di attesa risultato pi lungo (dopo oltre 5 mesi non hanno ancora incontrato la commissione) per difficolt nel definire se lItalia sia lo stato dellUnione Europea competente per ricevere la richiesta di protezione, in quanto le persone erano arrivate in Italia transitando per altri paesi dellUnione.1 Nello stesso periodo 20 persone hanno ottenuto una risposta alla loro domanda di protezione: in 17 casi le persone si sono viste riconoscere una forma di protezione (6 status di rifugiato, 4 protezione sussidiaria2 e 7 protezione umanitaria), mentre in altri 3 la Commissione ha ritenuto che non ci fossero motivi per riconoscere una qualche forma di protezione.

Uscita dallaccoglienza
Tra settembre 2011 e agosto 2012 sono uscite dal progetto 25 persone. Nella maggioranza dei casi le persone sono uscite per la conclusione delliter della procedura o alla scadenza dei termini di accoglienza, riuscendo spesso con laiuto degli operatori o dei servizi sociali a compiere un percorso di inserimento sul territorio provinciale. La permanenza media dei beneficiari nel progetto di circa 18 mesi.

Il bilancio di un decennio di accoglienza Consistenza e caratteristiche socio-demograche degli assistiti


Dopo aver osservato nel dettaglio landamento del fenomeno relativo ai richiedenti e titolari di protezione internazionale accolti in provincia di Trento durante lultimo anno, cercheremo ora di fare un bilancio relativamente al trend complessivo di questo decennio di accoglienza. Da agosto 2002 allo stesso mese del 2012 sono state accolte nel progetto per richiedenti protezione internazionale attivo nella provincia di Trento 198 persone, di cui circa il 67% uomini (tab. 2). Si conferma la giovane et delle

In base alla Convenzione di Dublino, i richiedenti asilo devono presentare domanda nel primo paese dellUnione europea attraverso cui transitano o dove hanno legami familiari. La protezione sussidiaria viene riconosciuta allo straniero che non possiede i requisiti per essere riconosciuto come rifugiato, ma nei confronti del quale sussistono fondati motivi di ritenere che, se tornasse nel paese di origine, correrebbe un rischio effettivo di subire un grave danno (violenza o persecuzione)

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persone accolte nel progetto, infatti circa il 77% ha meno di 35 anni, nonostante negli ultimi anni let media si sia leggermente alzata rispetto al passato (tab. 3). Relativamente al dato sulla situazione familiare (singoli o nuclei familiari), si segnala anche questanno una prevalenza di singoli rispetto ai nuclei familiari (tab. 4). Questo dato rispecchia una situazione diffusa fra i richiedenti asilo, i quali data la loro condizione di persone in fuga, tendono a muoversi da soli, prevedendo in un secondo momento, quando hanno presentato domanda dasilo o hanno raggiunto una certa autonomia, di farsi raggiungere dalla famiglia.
Tab. 2 - Richiedenti e titolari protezione internazionale assistiti nel progetto della Provincia Autonoma di Trento per genere
15.08.2002-31.08.2012 Genere V.A. Maschi Femmine Totale fonte: Cinformi 134 64 198 % 66,7 33,3 100,0 V.A.% 18 6 24 % 75,0 25,0 100,0 01.09.2011-31.08.2012

Tab. 3 - Richiedenti e titolari protezione internazionale per classi di et


15.08.2002-31.08.2012 Classi di et V.A. 0-17 18-23 24-29 30-35 36-41 42-47 48-53 54-59 Totale fonte: Cinformi 28 42 46 37 23 13 4 5 198 % 14,1 21,2 23,2 18,7 11,6 6,6 2,0 2,5 100,0 V.A.% 1 6 2 10 4 1 24 % 4,2 25,0 8,3 41,7 16,7 4,2 100,0 01.09.2011-31.08.2012

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Tab. 4 - Incidenza dei nuclei familiari sul totale dei richiedenti e titolari protezione internazionale0
15.08.2002-31.08.2012 V.A. Singoli Persone aggregate in famiglia Totale fonte: Cinformi 128 70 198 % 64,6 35,4 100,0 01.09.2011-31.08.2012 V.A. 20 4 24 % 83,3 16,7 100,0

Aree di provenienza
Coma gi segnalato, tra il 2011 e il 2012 si confermato laumento delle persone inserite nel progetto e provenienti dal Pakistan. Nel periodo complessivo 2002-2012 si sono registrate 31 nazionalit diverse di richiedenti asilo. Il continente da cui arrivata la maggior parte dei beneficiari quello europeo (oltre il 41%), in particolare larea balcanica, nonostante negli ultimi anni sia cresciuto il numero delle persone provenienti dallarea asiatica (in particolare da Pakistan, Afghanistan, Tibet), che rappresentano ormai quasi il 34%. Fra i paesi di provenienza si registra per la prima volta larrivo di una persona dalla Palestina.
Tab. 5 - Richiedenti e titolari protezione internazionale per principali gruppi nazionali (2002-2012)
Nazionalit Ex Jugoslavia (Kosovo) Pakistan Macedonia Afghanistan Iran Eritrea Liberia Tibet Altri Paesi3 Totale fonte: Cinformi
3 Albania, Armenia, Bielorussia, Camerun, Colombia, Congo, Costa dAvorio, Georgia, Iraq, Mali, Moldavia, Nigeria, Palestina, Romania, Russia, Sierra Leone, Somalia, Togo, Tunisia, Turchia, Ucraina, Yemen.

15.08.2002-31.08.2012 V.A. 37 25 21 20 8 8 8 8 63 198 % 18,7 12,6 10,6 10,1 4,0 4,0 4,0 4,0 31,8 100,0

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Durata di permanenza in accoglienza


Oltre il 75% dei beneficiari del progetto sono rimasti in accoglienza fino a 18 mesi. La quota di coloro che necessitano assistenza per pi di 19 mesi tende a diminuire nel tempo, grazie anche allattivit delle Commissioni territoriali, che hanno negli anni diminuito notevolmente i tempi della procedura.
Tab. 6 - Durata di permanenza in accoglienza
Beneficiari gi usciti dallaccoglienza (31.08.2012) Intervallo di V.A. % tempo 1-6 mesi 44 23,8 7-12 mesi 52 28,1 13-18 mesi 43 23,2 Oltre 19 mesi 46 24,9 Totale 185 100,0 fonte: Cinformi Beneficiari non ancora usciti dallaccoglienza (01.09.2012) V.A.% 1-6 mesi 7-12 mesi 13-18 mesi Oltre 19 mesi Totale 12 10 3 2 27 % 44,4 37,0 11,1 7,4 100,0

Cause delluscita dallaccoglienza


Si conferma anche questanno il dato relativo alle uscite dal progetto di accoglienza della Provincia autonoma di Trento, che vede crescere ulteriormente il peso delle uscite dovute alla conclusione delliter (scadenza del tempo massimo dellaccoglienza o termine della procedura dasilo). A causa del prolungamento della crisi economica, continuano le difficolt nel percorso di ri-acquisizione dellautonomia e lintegrazione sul territorio.
Tab. 7 - Motivi delluscita dallaccoglienza (15.08.2002-31.08.2012)
Motivi Conclusione iter Altri motivi integrazione territorio e fuori territorio* ritiro domanda dasilo arresto per reati comuni altro** Totale uscite dallaccoglienza V.A. 122 30 8 5 6 171 % 71,3 17,5 4,7 2,9 3,5 100,0

* Questa voce sostituisce la precedente acquisizione residenza, in quanto ora la residenza viene concessa gi durante il progetto. ** Espulsione da progetto (1), accoglienza in altro progetto (1) o struttura pi idonea (1), irreperibilit (3). fonte: Cinformi

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Relativamente al dato complessivo sugli esiti finali delle procedure per la richiesta dasilo, aggiungendo il dato delle persone che hanno terminato la procedura in questo ultimo anno, si conferma che quasi il 65% dei richiedenti asilo ha ottenuto una forma di protezione.
Tab. 8 - Esito nale delle richieste per richiedenti assistiti giunti alla conclusione delliter (15.08.2002-31.08.2012)
Esito finale Status di rifugiato Protezione sussidiaria Protezione umanitaria Esito negativo Non pervenuto Totale fonte: Cinformi V.A. 27 45 13 44 2 131 % 20,6 34,4 9,9 33,6 1,5 100,0

Emergenza Nord Africa


Nel 2012 continuato limpegno della Provincia Autonoma di Trento nel progetto di accoglienza Emergenza Nord Africa. Allinterno di questo progetto, durante il 2011 sono arrivate sul territorio provinciale 223 persone, 201 richiedenti la protezione internazionale, 13 tunisini che hanno ottenuto un permesso di soggiorno per motivi umanitari e 9 minori non accompagnati. Le persone accolte sono 216 uomini e 7 donne. Let media di 25 anni. Sono arrivate sei coppie sposate. Durante il 2012 sono inoltre nati due bambini, entrambi maschi. Sono presenti 25 diverse nazionalit, i principali paesi di provenienza sono Mali (54 persone), Somalia (30), Nigeria (21), Niger (16), Tunisia (13), Ghana (13), Costa davorio (11) e Sudan (10). Gi durante il 2011, dopo un periodo di permanenza presso il campo della Protezione Civile di Marco le persone sono state accolte in appartamenti in semi autonomia dislocati sul territorio provinciale. Sono stati attivati per la loro accoglienza gli stessi servizi previsti per i richiedenti asilo accolti nel progetto ordinario della Provincia Autonoma di Trento, con una particolare attenzione alle attivit volte a favorire linserimento nelle comunit locali e al percorso verso la riacquisizione dellautonomia (attivazione di corsi di formazione e di attivit di volontariato). Tutti i richiedenti protezione internazionale accolti nel progetto hanno incontrato la Commissione territoriale di Gorizia, attivata appositamente per lemergenza. 261 infosociale 45

In questo periodo 189 persone hanno ottenuto una risposta alla loro domanda di protezione: 100 di loro hanno visto riconosciuta una forma di protezione (36 status di rifugiato, 27 protezione sussidiaria e 37 protezione umanitaria), mentre per altre 89 la Commissione ha ritenuto che non ci fossero motivi per riconoscere una qualche forma di protezione.4 In quattro casi la Commissione non ha ancora notificato la risposta (dato al 01/12/2012). Al primo dicembre 2012 risultavano accolte nel progetto ancora 165 persone, 157 richiedenti o titolari di protezione internazionale, 4 tunisini con un permesso di soggiorno per motivi umanitari e 4 minori non accompagnati. Sessantuno persone sono uscite dal progetto durante questo anno di accoglienza: alcuni soggetti hanno abbandonato volontariamente il progetto (spesso per raggiungere amici o familiari che vivono fuori dal territorio provinciale), altri sono stati allontanati dal progetto per non aver rispettato le regole dello stesso o per problemi con la giustizia. Infine cinque persone sono state inserite in progetti di rimpatrio assistito verso il paese di origine.

Il dato rispetto al numero dei dinieghi da considerarsi provvisorio, in quanto due circolari emanate dal Ministero dellInterno hanno garantito a tutte le persone accolte nei progetti di Emergenza Nord Africa di ottenere una qualche forma di protezione. Il 15 giugno 2012 stata emanata una circolare del Ministero dellInterno Commissione Nazionale per il Diritto dAsilo, in cui si specifica come a seguito della situazione di grave crisi umanitaria in cui versa il Mali, si ritiene che ai soggetti provenienti da questo paese debba essere riconosciuta, in linea di principio, la protezione sussidiaria (dopo aver sostenuto una nuova audizione individuale). Il 26 ottobre 2012 il Ministero dellInterno ha, invece, emanato un documento di indirizzo per il superamento dellEmergenza Nord Africa in cui, tenuto conto della necessit di dare soluzione allo status degli stranieri in accoglienza, ha stabilito di dare alle persone che hanno ottenuto un diniego da parte della commissione territoriale la possibilit di chiedere un riesame della propria posizione e di ottenere in questo modo un nuovo permesso di soggiorno (sostenendo o rinunciando ad una nuova audizione).

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