Sei sulla pagina 1di 192

Sandro Soleri Note al TRACTATUS LOGICO-PHILOSOPHICUS di Ludwig Wittgenstein con schede di lettura Wittgenstein nello SWIF

INTRODUZIONE 1. Le vicende della composizione e della pubblicazione del libro. Il Tractatus logico-philosophicus, insieme ad un libro di testo per le scuole el ementari austriache (1926) e al breve saggio Some remarks on Logical Form (1929) , lunico scritto dato alle stampe in vita da Ludwig Wittgenstein. Lopera ebbe una gestazione piuttosto lunga e travagliata. Il primo progetto di unopera filosofica risale probabilmente al 1911. In quel periodo Wittgenstein si trovava a Manches ter per proseguire i suoi studi di ingegneria aeronautica. La lettura delle oper e di Gottlob Frege e quella dei Principles of Mathematics di Bertrand Russell av evano dischiuso al giovane Ludwig lorizzonte degli studi di logica e filosofia, d istogliendolo progressivamente dai suoi interessi originari. Nellestate del 1911 Wittgenstein si rec a Jena e discusse dei suoi progetti filosofici con Frege, il quale gli sugger di stabilirsi a Cambridge per studiare sotto la guida di Bertran d Russell. Lincontro di Wittgenstein con lautore dei Principia Mathematica avvenne il 18 ottobre di quellanno e fu cos descritto da Russell: Comparve un tedesco affa tto sconosciuto che parlava inglese con difficolt e che tuttavia si rifiutava di esprimersi in lingua tedesca. Alla fine risult uno che aveva studiato ingegneria a Charlottenburg, ma che nel corso di tali studi sera appassionato, in modo del t utto autonomo, alla filosofia della matematica, per cui sarebbe arrivato qui a C ambridge con la ferma intenzione di assistere alle mie lezioni.[1] Wittgenstein n on si limit ad assistere alle lezioni: egli inizi infatti un serrato confronto con Russell discutendone le teorie ed elaborando idee originali che risultavano spe sso in conflitto con quelle del maestro. Il mio tedesco minaccia di trasformarsi in una pestilenza: al termine delle lezioni mi vien dietro e non la smette di ar gomentare fino allora di cena. Ostinato e spietato, non mi sembra per affatto stup ido.[2] Pur dovendo far fronte agli attacchi continui di Wittgenstein (le cui cri tiche si rivolgevano soprattutto alla Teoria dei tipi logici), Russell mostrava di apprezzare le grandi doti intellettuali del suo allievo e col passare del tem po si rese conto che il prossimo contributo di rilievo nel campo della logica ma tematica sarebbe venuto proprio dal suo tedesco. Prima di dedicarsi completamente alle nuove discipline di studio, per, Wittgenstein aveva un disperato bisogno di conferme, come testimonia il seguente episodio: Alla fine del suo primo trimestre a Cambridge, Wittgenstein venne da me e mi chiese: Pu dirmi, per favore, se sono un idiota completo o no?. Gli risposi: Caro amico, non lo so proprio. Ma perch me l o chiede?. E lui: Perch se sono un idiota completo far il pilota daereo, se no far il filosofo. Gli dissi di scrivermi qualcosa, durante le vacanze, su un qualche argo mento filosofico, e poi gli avrei detto se era un idiota completo o no. Segu il m io consiglio e allinizio del trimestre successivo mi port il suo elaborato. Dopo a verne letto una sola frase gli dissi: No, lei non deve fare il pilota daereo .[3] Wi ttgenstein inizi a lavorare ai problemi di logica con incredibile energia. Ha il t emperamento dellartista scriveva di lui Russell in quel periodo- intuitivo e luna tico. Dice che tutte le mattine inizia il lavoro sotto il segno della speranza e tutte le sere lo conclude nella disperazione.[4] Nel febbraio del 1912 Wittgenst ein fu ammesso al Trinity College ed inizi a seguire i corsi di logica. Come gi ac caduto nei suoi incontri con Russell, egli si dimostr un allievo piuttosto diffic ile. Prese a farmi lezione sin dal nostro primo incontro dichiar seccato uno dei su oi professori.[5] Durante il suo soggiorno a Cambridge, negli anni 1912-1913, Wi ttgenstein strinse amicizia con il filosofo G. E. Moore e con leconomista J. M. K eynes. Su richiesta di Russell, nel 1913 egli si decise a mettere un po di ordine nei suoi appunti e a scrivere un resoconto dei progressi fino ad allora compiut i. Wittgenstein era ossessionato dallidea di morire prima di essere riuscito a co mpletare il proprio lavoro. Il suo amico David Pinsent annot nel proprio diario: [ Wittgenstein] ha un terrore morboso di morire prima di mettere a punto quella te oria [ovvero la revisione della Teoria dei tipi, ndr], e prima di aver messo per iscritto tutti gli altri lavori di modo che risultino comprensibili al mondo e di qualche utilit per la scienza logica. Ha gi scritto molto, Russell gli ha perfi no promesso di pubblicare le sue opere caso mai dovesse morire, ma lui convinto che la loro formulazione non sia abbastanza precisa e non rispecchi con la neces saria chiarezza i suoi metodi di pensiero ecc., che ovviamente sono pi preziosi d ei risultati raggiunti. Non fa che dire di essere certo di morire entro quattro

anni: oggi erano diventati addirittura due mesi.[6] Forse questo irragionevole ti more fu una delle cause che spinsero Wittgenstein a prendere la penna e a fissar e i punti principali delle proprie scoperte. Nacquero cos le Note sulla logica, c he rappresentano la prima testimonianza scritta del suo pensiero. Di l a poco Wit tgenstein decise inaspettatamente di lasciare Cambridge e di trasferirsi in Norv egia per studiare in solitudine. Russell tent di dissuaderlo, ma fu tutto inutile : Gli dissi che sarebbe stato buio e mi rispose che detesta la luce del sole. Gli dissi che sarebbe stato completamente solo e mi rispose che si prostituiva linte lletto parlando con la gente intelligente. Gli dissi che era pazzo e mi rispose D io mi protegga dalla saggezza. (E

speriamo proprio che Dio lo protegga). [7] Dal 1913 al 1914 Wittgenstein visse a Skjolden, sulla sponda di un fiordo, isolato dal resto del mondo. Il soggiorno n orvegese rappresent per lui un periodo di grande creativit. Allepoca il mio cervello era infuocato! dir anni pi tardi.[8] E scrivendo a Russell: Mi sembra che stia cres cendo dentro di me ogni specie di pianta logica, ma per il momento non sono anco ra in grado di scriverne.[9] Nellaprile del 1914 Wittgenstein invit a Skjolden Geor ge Edward Moore, al quale dett i risultati delle proprie indagini. Nelle note tra scritte da Moore, Wittgenstein delineava quella distinzione tra dire e mostrare che diventer poi uno dei cardini della teoria esposta nel Tractatus consentendo d i sostituire la Teoria dei tipi di Russell con una nuova teoria dei simboli la qu ale mostri che generi differenti di cose sono simbolizzati da generi differenti di simboli che non possono essere sostituiti luno con laltro (LR 244). Al suo ritor no a Cambridge, Moore si inform se il manoscritto (intitolato provvisoriamente: L ogica) potesse garantire a Wittgenstein il diploma di Bachelor of Arts al Trinit y College. La risposta fu negativa: il regolamento del college disciplinava rigi damente la struttura cui doveva uniformarsi un elaborato e lo scritto di Wittgen stein non rientrava nei parametri. Wittgenstein and su tutte le furie e se la pre se col povero Moore: Caro Moore, la sua lettera mi ha molto contrariato. Quando s crissi Logica non mi curai di consultare i Regolamenti, sicch ritengo che sarebbe pi che onesto se mi si desse il mio diploma senza andare tanto a consultarli! () Se non son degno che si faccia uneccezione per me riguardo ad alcuni stupidi dett agli, allora tanto vale mandarmi al diavolo senza tanti ambagi, e se io ne sono degno e lei non lo fa, allora, per Dio!, ci vada lei. Lintera faccenda troppo idi ota e troppo bestiale per continuare a scriverne.[10] Questa vivace reazione dipe se probabilmente dallo stato di esaurimento fisico e nervoso in cui venne a trov arsi Wittgenstein dopo lo sforzo produttivo dei mesi precedenti. Dominato da unes igenza di chiarezza che si traduceva in unesasperante ricerca della perfezione, W ittgenstein incontrava grandi difficolt nel mettere in chiaro i propri pensieri e d era costantemente insoddisfatto dei risultati raggiunti. Nei suoi diari annote r: La mia difficolt solo una enorme difficolt despressione (Q 133). Il fatto che enstein abbia pubblicato cos poco materiale durante la sua vita da ascriversi pro prio a questa ricerca quasi maniacale della forma espressiva perfetta. Ma i prob lemi di Wittgenstein erano anche di natura morale e si collegavano a quellesigenz a di fare i conti con se stesso cui egli accenna in una lettera a Russell: Come p otr mai essere un logico prima di essere un umano?.[11] Fu probabilmente tale nece ssit interiore di mettersi alla prova per scoprire il proprio autentico io che sp inse Wittgenstein, allo scoppio della Prima guerra mondiale, ad arruolarsi come volontario nellesercito austro-ungarico. Wittgenstein riteneva che lesperienza di a ffrontare la morte lo avrebbe in qualche modo arricchito. And in guerra, si potre bbe dire, non per il proprio paese ma per se stesso.[12] La sua prima destinazion e, nel settembre del 1914, fu il fronte orientale, su un battello che pattugliav a il fiume Vistola. In questo periodo Wittgenstein lesse le Spiegazioni dei vang eli di Tolstoj e si accost alla fede cristiana. I suoi compagni lo chiamavano luomo coi vangeli. Nonostante le difficolt connesse al suo nuovo stato, Wittgenstein in izi la stesura del Tractatus annotando le proprie osservazioni su una serie di ta ccuini che portava sempre con s nello zaino militare. Nel dicembre del 1914 venne trasferito in un officina di artiglieria, dove godette di una maggiore tranquil lit per proseguire i suoi studi. Lesse i Saggi di R. W. Emerson, lAnticristo di Ni etzsche e I fratelli Karamazov di Dostoevskij. Nellottobre del 1915 stese una pri ma redazione del Tractatus, andata purtroppo perduta. Dal marzo del 1916 fu tras ferito sulla linea del fuoco, sul fronte russo. Perduti i contatti con Russell e lambiente di Cambridge, Wittgenstein attravers un periodo molto difficile riuscen do tuttavia a portare avanti il proprio lavoro e distinguendosi anche nelle azio ni di guerra per il suo coraggio (acquisito il grado di ufficiale di artiglieria , nel 1917 venne decorato con la medaglia dargento al valore militare). Dal marzo 1918, crollato il fronte russo e firmata la pace di Brest-Litovsk, Wittgenstein fu trasferito sul fronte italiano. Nellagosto dello stesso anno termin la stesura del suo libro e ne invi una copia alleditore Jahoda, che per rifiut di pubblicarlo; fu la prima di una lunga serie di risposte negative, ma Wittgenstein aveva in q uel momento ben altro di cui preoccuparsi: in ottobre cadde infatti prigioniero

dagli Italiani e fu trasferito in un campo di prigionia prima a Como e poi a Cas sino (dove rimarr dal gennaio allagosto 1919). Riuscito a riprendere il contatto e pistolare con Russell, gli comunic di aver terminato la sua opera, per la quale a veva scelto il titolo di Logisch-Philosophische Abhandlung. Wittgenstein temeva che il libro fosse troppo innovativo per essere compreso, e le sue paure risulta rono purtroppo fondate. Russell e Frege, cui era stata inviata una copia manoscr itta dellopera, manifestarono molte riserve sul contenuto del testo e riconobbero francamente di non aver compreso molto di esso. Ci contribu ad accentuare lo stat o di sconforto in cui versava Wittgenstein per le difficolt di pubblicazione dello pera: nessuno degli editori contattati sembrava infatti disposto a rischiare su unopera cos singolare, e le lettere di rifiuto si susseguivano inesorabili. Ancora nel 1929, quando il Tractatus fu presentato come tesi di laurea al Trinity Coll ege di Cambridge, Wittgenstein era intimamente persuaso che quasi nessuno avesse compreso la lezione del suo libro: al termine dellesame, alzatosi dalla sedia, e gli and a battere sulle spalle di Moore e Russell dicendo: Non preoccupatevi tropp o, tanto lo so bene che non lo capirete mai.[13] Liberato dal campo di prigionia, Wittgenstein torn a Vienna. Era uno degli uomini pi ricchi di tutta lAustria, ma

il suo primo atto una volta rientrato in patria fu di rinunciare alleredit paterna e di iscriversi ad un corso per diventare maestro elementare. La scelta di abba ndonare gli studi filosofici era in fondo coerente con il giudizio negativo espr esso sulla filosofia nel Tractatus e con la convinzione di aver detto nella sua opera tutto quanto fosse possibile esprimere sensatamente (nella sua Prefazione, Wittgenstein scrive: La verit dei pensieri qui comunicati mi sembra intangibile e definitiva. Sono dunque dellavviso daver definitivamente risolto nellessenziale i problemi). Depresso e in preda alla sindrome del reduce (continuer per anni a indo ssare una logora divisa dellesercito), Wittgenstein medit a pi riprese il suicidio (gi tre dei suoi fratelli si erano tolti la vita). Era comunque convinto che il s uicidio fosse un errore: Sinch una persona vive non del tutto perduta. E invece, c i che spinge una persona al sucidio proprio il timore di essere del tutto perduta. [14] Nonostante le difficolt a trovare un editore per il Tractatus, Wittgenstein rifiutava lidea di pubblicare il libro a proprie spese: Il mio lavoro di modestiss ima mole, circa sessanta pagine. Ma chi scrive sessanta paginette su questioni f ilosofiche? Gli unici sono quegli scribacchini disperati che non possiedono n lo spirito dei grandi n lerudizione dei professori, e, tuttavia, desiderano ad ogni c osto pubblicare qualcosa. Perci tal genere di prodotti viene solitamente pubblica to a spese dellautore. Ma io non posso mescolare tra questi scritti lopera della m ia vita: perch di questo appunto si tratta.[15] Nella speranza di trovare una coll ocazione adeguata per il Tractatus, Wittgenstein decise di contattare Ludwig Von Ficker, editore della rivista letteraria Der Brenner. Wittgenstein scrisse una lettera di presentazione spiegando a Von Ficker il significato dell opera: Il mio lavoro si compone di due parti: ci che ho scritto, pi tutto ci che non ho scritto. E proprio questa seconda parte importante. Grazie al mio libro, letico viene per cos dire delimitato dallinterno; e sono convinto che, in senso stretto, letico sia da delimitarsi solo in questo modo. In breve, credo che: tutto ci su cui molti o ggi parlano a vanvera, io, nel mio libro, lho definito semplicemente tacendone. P erci, a meno che non mi sbagli del tutto, questo libro dir molte cose che anche le i vuol dire, magari senza nemmeno accorgersi che vi vengono dette. Nel frattempo , vorrei raccomandarle la lettura della prefazione e delle conclusioni, perch esp rimono le cose nella maniera pi immediata.[16] Von Ficker si riserv di decidere dop o aver consultato un professore di filosofia, ma Wittgenstein si mostr tuttaltro c he favorevole allidea: se nemmeno Frege e Russell avevano compreso la lezione del Tractatus non vera speranza che qualcun altro riuscisse nellimpresa. Sottoporre un lavoro di filosofia a un professore di filosofia come gettare perle ai porci. () Del resto non ne capir una parola.[17] Anche questo tentativo si risolse cos in un fallimento. Le cose cambiarono dopo che Russell, con il quale Wittgenstein avev a discusso il libro parola per parola durante un incontro in Olanda, accett di sc rivere una introduzione al Tractatus. Il fatto che un autore affermato e conosci uto internazionalmente quale era Russell si facesse garante del valore dellopera riusc in effetti a convincere gli editori ad interessarsi al lavoro di Wittgenste in. Il Tractatus (ancora intitolato Logisch-Philosophische Abhandlung) venne cos pubblicato nel 1921 su una rivista tedesca, Annalen der Naturphilosophie, dirett a da W. Ostwald. Ledizione era zeppa di errori tipografici e a Wittgenstein non f u data nemmeno la possibilit di correggere le bozze. Linsoddisfazione di Wittgenst ein crebbe ulteriormente per il fatto che lintroduzione scritta da Russell conten eva gravi fraintendimenti della dottrina esposta nellopera. Finalmente nel 1922 f u pubblicata ledizione inglese, nella traduzione di Frank Ramsey. Il titolo Logis ch-Philosophische Abhandlung fu cambiato in Tractatus logicophilosophicus su pro posta di G. E. Moore, ispiratosi al famoso Tractatus theologico-politicus di Spi noza. Wittgenstein aveva a quel punto gi intrapreso la carriera di maestro elemen tare e continu a tenersi lontano dagli studi logici e filosofici fino alla fine d egli anni Venti (abbandonato linsegnamento egli aveva lavorato come giardiniere i n un convento e successivamente come architetto insieme allamico Paul Engelmann). Egli ritorn a Cambridge solo nel 1929, scoprendo che il Tractatus logico-philoso phicus lo aveva gi da tempo consacrato come uno dei massimi pensatori della scena mondiale. 2. La struttura del libro.

Il Tractatus logico-philosophicus si compone di sette proposizioni principali e dei corollari a queste proposizioni, ordinati secondo un sistema di numerazione decimale che serve a mettere in rilievo limportanza di ogni singolo enunciato. Ad esempio, la proposizione 1 pi importante della 1.1 (il cui contenuto presuppone quanto viene affermato nella 1), la quale a sua volta pi importante della 1.11, e tc.. In realt Wittgenstein non rispetta sempre tale criterio e capita pertanto di trovare in posizione subordinata osservazioni degne di maggiore rilievo. Le set te proposizioni fondamentali costituiscono la struttura portante di tutta lopera e la loro sequenza descrive sinteticamente limpianto teorico del Tractatus: 1. Il mondo tutto ci che accade. 2. Ci che accade, il fatto, il sussistere di stati di cose.

3. 4. 5. 6. 7. Limmagine logica dei fatti il pensiero. Il pensiero la proposizione munita di sen so. La proposizione una funzione di verit delle proposizioni elementari. La forma generale della funzione di verit : [ , , N( ) ]. Su ci, di cui non si pu parlare, s i deve tacere. Il numero di enunciati subordinati a queste proposizioni di base variabile: la n umero 1 consta ad esempio soltanto di sei corollari, mentre la 5 e la 6 ne conta no diverse decine e la proposizione numero 7 viene presentata senza alcun commen to. Lopera caratterizzata da unarchitettura severa che richiede al lettore un impe gno ed unadesione costanti: Wittgenstein presenta ogni pensiero nella forma di una sserzione che non ammette repliche (Bertrand Russell paragon le proposizioni del Tractatus agli ordini dello Zar) e non si cura molto di argomentare le proprie c onclusioni. Chi sappia collegare le fredde e laconiche osservazioni di Wittgenst ein nel disegno generale dellopera, per, non potr non apprezzare la bellezza essenz iale e priva di fronzoli del Tractatus. La ricerca della chiarezza espressiva se nza alcuna concessione al dettaglio ornamentale e alla decorazione accomunava Wi ttgenstein agli esponenti della nuova architettura viennese come Adolf Loos, sos tenitore di una forma stilistica rigorosa e lineare. Da questo punto di vista, i l Tractatus pu essere considerato come il risultato di un faticoso lavoro di dist illazione del materiale preparatorio mirante a concentrare fino alla sua essenza pi pura il nucleo delle tesi originarie. Preparando la stesura definitiva del li bro per ledizione inglese, Wittgenstein aveva scritto una serie di aggiunte che ( a parte una) non furono poi inserite nella redazione finale. Leditore inglese chi ese a Wittgenstein se fosse possibile inserire tali aggiunte per ampliare (e ren dere pi comprensibile) lopera. Ricevette questa risposta: Le aggiunte sono esattame nte ci che non deve pubblicarsi. E a parte il fatto che non contengono alcuna del ucidazione di sorta, sono ancor meno chiare delle restanti proposizioni. Per qua nto poi riguarda la brevit del libro ne sono veramente costernato: ma cosa posso farci? Se lei mi spremesse come un limone non ne caverebbe nemmeno una goccia. L asciarle stampare le aggiunte sarebbe una cosa irrimediabile. Sarebbe esattament e come se lei andasse da un falegname a ordinare un tavolo e quello glielo faces se troppo corto e allora volesse venderle i trucioli, la segatura e tutti gli al tri scarti unitamente al tavolo per rimediare al fatto che corto. (Piuttosto che pubblicare le aggiunte per ingrassare il libro, si lascino una dozzina di fogli bianchi a disposizione del lettore per riempirli di imprecazioni quando dopo av er comprato il libro non ci capisce nulla.). Questo episodio e molti altri testim oniano il fatto che Wittgenstein considerava la forma del Tractatus, per quanto ardua per il lettore, impossibile da modificare senza stravolgere il messaggio s tesso dellopera. Forma e contenuto del Tractatus devono quindi considerarsi ununit inscindibile: gli insegnamenti che Wittgenstein intendeva comunicare potevano es sere veicolati soltanto nella forma espressiva scelta dallautore. Al di l dellordin e di successione imposto ai singoli enunciati, nella trama del Tractatus si assi ste al costante e regolare riemergere delle idee fondamentali e al loro inquadra mento prospettico secondo una molteplicit di punti di vista differenti. La strutt ura dellopera stata in questo senso paragonata felicemente ad una composizione mu sicale i cui leitmotiv ricompaiono di continuo in sottili modulazioni.[18] Il lett ore si trova cos ripetutamente posto di fronte alle verit essenziali del messaggio r endendosi conto che ogni sentiero del percorso suggerito da Wittgenstein, per qu anto in apparenza tortuoso e divergente dalla strada principale, lo riconduce in fine sempre ad uno stesso scenario di fondo. Lidea di un percorso filosofico che conduca il lettore a vedere la verit del messaggio, un percorso insomma che si limi ti a mostrare e a dischiudere lorizzonte del visibile, era del resto profondamente coerente con lidea che Wittgenstein aveva maturato a proposito del sapere filosof ico: Wittgenstein pensava (ed unidea a cui sarebbe rimasto sempre fedele) che esse ndo la filosofia puramente descrittiva essa non contenga deduzioni. (...) Conforme mente a questa convinzione, il Tractatus non organizzato (almeno in superficie) come una successione di argomentazioni, ma come una sequenza di osservazioni. Lor dine delle osservazioni, e il loro ruolo gerarchico, indicato (almeno in teoria)

dal numero scritto a sinistra di ciascuna osservazione, dovrebbe guidare il let tore non lungo un percorso argomentativo, ma piuttosto a vedere come stanno le cos e; cos come si potrebbe pensare di guidare qualcuno a osservare un paesaggio atti rando la sua attenzione prima sui tratti pi salienti, poi sui dettagli (prima su una catena di montagne, poi su ciascuna montagna, poi sui villaggi ai piedi di c iascuna montagna, e cos via). [19] La metafora pi efficace per descrivere il Tracta tus logico-philosophicus forse quella della scala, cui Wittgenstein

accenna nella proposizione 6.54 del testo. I singoli enunciati del Tractatus son o i come i gradini di una scala che il lettore sale fino a raggiungere un punto di vista che gli consente di vedere quanto prima si celava al suo sguardo. Arriv ati al vertice della struttura (cio una volta giunti alla proposizione finale del lopera e assimilata la lezione del libro), ognuno di noi vede rettamente il mondo ( 6.54) ed in grado di agire in esso senza pi il rischio di cadere negli equivoci e negli errori prospettici tramandati dalla tradizione filosofica. Questo modo di considerare il testo ci suggerisce anche quale valore debba essere attribuito a l Tractatus una volta che esso abbia svolto la sua funzione. Nel momento stesso in cui abbiamo raggiunto il livello prospettico adeguato, ci dice Wittgenstein, la scala che ci ha reso possibile lascesa non serve pi a nulla e bisogna perci disf arsene senza rimpianti. Perch il Tractatus logico-philosophicus servito a mostrar ci e indicarci la strada da percorrere ed esaurisce il suo compito una volta che noi, i lettori, ci siamo incamminati nella direzione giusta. Continuare a fissa re i nostri sguardi sul libro equivarrebbe ripetere lerrore di quello sciocco cui veniva indicata la luna e che invece di guardare in direzione del cielo concent rava la sua attenzione sul dito teso del suo interlocutore. 3. Note alla presente edizione. Per il Tractatus logico-philosophicus, i Quaderni 1914-1916 e le Note sulla logi ca e ci siamo rifatti alla traduzione di Amedeo G. Conte (Einaudi editore, 1987, terza ristampa; il testo contiene anche alcuni Estratti da lettere a B. Russell ). Il testo che presentiamo si articola in due sezioni alternate luna allaltra: le Note al Tractatus (numerate secondo lordine progressivo delle proposizioni origi nali di Wittgenstein), indicate da un quadratino blu, e le Schede di commento, i ndicate da un quadratino rosso. Riguardo alle Note al Tractatus, va segnalato ch e la divisione del testo in capitoli e i titoli di questi dipendono da una scelt a arbitraria dellautore e rispondono unicamente allesigenza di fornire un percorso di lettura dellopera di Wittgenstein quanto pi schematico e chiaro possibile. Ogn i nota presentata in questa sezione un commento alla corrispondente proposizione del Tractatus, con rimandi ad altri luoghi dellopera di Wittgenstein o a interve nti di altri autori. Non vengono commentate tutte le proposizioni originali del Tractatus, ma soltanto quelle che lautore del presente libro ha ritenuto funziona li allo sviluppo del proprio percorso di lettura, n vengono segnalati i tagli app ortati al testo originale di Wittgenstein (alcune delle proposizioni omesse poss ono tuttavia essere citate in altre Note di commento o nelle Schede di lettura). Lestensione relativa delle varie note dipende unicamente dalle scelte espositive del commentatore e non deve pertanto esser considerata proporzionale allimportan za delle corrispondenti proposizioni del Tractatus. Per semplificare il sistema delle citazioni, i testi vengono indicati con il nome dellautore seguito dal nume ro della pagina o, nel caso della maggior parte delle opere di Wittgenstein, da una sigla seguita dal numero della pagina (le proposizioni del Tractatus sono in dicate semplicemente dal loro numero). Si rimanda alla nota bibliografica per ma ggiori dettagli. Le Schede di lettura hanno lo scopo di presentare in forma unit aria i temi fondamentali che emergono di volta in volta dal testo del Tractatus. Per consentire uno sviluppo progressivo del percorso di studio sono stati limit ati al massimo, ove possibile, i rimandi in avanti, ovvero si cercato di impostare ogni Scheda come un riassunto schematico ed un approfondimento dei problemi gi a nalizzati nella sezione delle Note al Tractatus. Il lettore si accorger che alcun i temi e problemi tornano a presentarsi in forma pi o meno modificata in diversi luoghi delle Schede e delle Note: ci inevitabile dato che il testo originale di W ittgenstein, come s detto, caratterizzato dal continuo riaffiorare dei medesimi ar gomenti e dalla loro discussione alla luce dei risultati via via raggiunti. Per facilitare la lettura abbiamo limitato al massimo luso dei simboli logici, sostit uendoli ove possibile con espressioni della lingua naturale e fornendo comunque la traduzione di ogni espressione simbolica introdotta nel testo.

[1] In: Monk 45. [2] In: Monk 46. [3] In: Kenny 14. [4] In: Monk 50. [5] In: Mon k 49. [6] Pinsent, 107. [7] In: Monk 98. [8] In: Monk 101. [9] Ibidem. [10] In: Monk 108-109. [11] In: Monk 103.

[12] Monk 118. [13] Monk 269. [14] In: Monk 190. [15] In: Monk 182. [16] In: Mon k 182-183. [17] In. Monk 183. [18] Black 12. Wittgenstein era dotato di grande s ensibilit per la musica. Nella casa dei Wittgenstein a Vienna erano spesso ospita ti compositori di fama come Mendellshon e Brahms. C persino una somiglianza di fami glia tra le strutture logiche, i motivi e le intenzioni del Tractatus e quelli d ella teoria musicale di Schnberg: perch anche Schnberg guidato dalla convinzione ch e il linguaggio attraverso cui egli si esprime, la musica, deve essere innalzato a d un grado di necessit logica tale che eliminerebbe tutti gli incidenti soggettiv i (E. Heller in: Bouveresse 21). [19] Marconi 1997, 18 n. 9.

Scheda 1: La Prefazione di Wittgenstein Le finalit del Tractatus. Se gli avessero chiesto in qualunque momento, mentre compilava trattati di geomet ria o di logica matematica, oppure di scienze naturali, quale scopo egli si prop onesse, avrebbe risposto che un solo problema valeva veramente la pena di essere meditato, e cio quello del vivere giusto. (R. Musil, Luomo senza qualit, p. 246) Ne lla Prefazione al Tractatus, Wittgenstein espone per sommi capi le finalit dellope ra. Innanzitutto, il libro intende chiarire in modo esaustivo (la teoria esposta infatti definita intangibile e definitiva) che i problemi filosofici nascono da u n uso errato del linguaggio: la definizione esatta delle regole logiche che gove rnano gli enunciati della lingua servir pertanto a stabilire quale sia luso sensat o delle nostre proposizioni e, nel contempo, quale sia il limite invalicabile de l linguaggio (al di l di questo limite tutto sar nonsenso). Wittgenstein, pur dich iarando di non essere interessato al fatto che altri filosofi possano aver gi dis cusso tesi comprese nel Tractatus, si riconosce debitore nei confronti di Frege e di Russell per i loro studi innovatori nel campo della logica. Questo non vuol dire che il pensiero di Wittgenstein non sia stato influenzato, come mostreremo di volta in volta, da altri pensatori; comunque un dato di fatto che Wittgenste in non ebbe una vera e propria formazione filosofica (studi infatti ingegneria e si accost relativamente tardi alla filosofia) e che al tempo della stesura del Tr actatus egli considerava la logica come lunica chiave per risolvere i problemi fi losofici. Il senso generale del Tractatus, secondo lautore, sintetizzabile in que sta breve affermazione: Quanto pu dirsi, si pu dir chiaro; e su ci, di cui non si pu parlare, si deve tacere. Visto che questo pensiero sar ribadito nella proposizione finale (la numero 7), si pu dire che Wittgenstein saldi ad anello linizio e la co nclusione del Tractatus per far meglio risaltare linsegnamento fondamentale dellop era. Indagata la natura e le condizioni del linguaggio, Wittgenstein mostrer che lunico uso sensato delle nostre proposizioni quello descrittivo: gli enunciati de lla lingua sono raffigurazioni di fatti e finch si user il linguaggio per comunica re contenuti rappresentativi sar possibile esprimersi in modo corretto. Lambito di quel che si pu dir chiaro, dunque, corrisponde senza riserve allambito della descri zione di fatti: ne consegue che solo le proposizioni della scienza naturale rien trano a pieno diritto nella sfera delle proposizioni dotate di senso (cfr. 6.53) . I problemi di cui si occupa la filosofia non possono invece essere formulati i n proposizioni sensate perch tendono a proiettare il soggetto conoscitivo oltre l a sfera dei fatti. Cos, quando la metafisica si interroga sui fondamenti del mond o fenomenico chiamando in causa concetti quali Essere, Anima, Essenza, etc., assistiam o alla pretesa di usare il linguaggio in senso non naturale (cio non descrittivo) con lunica conseguenza di creare fraintendimenti e nonsensi; e lo stesso accade quando in campo morale si pretende di indagare questioni come il Valore o il sig nificato dellesistenza. Questordine di problemi, facendo riferimento ad un livello di realt sganciato dallambito dei fatti, non pu essere contenuto in parole signifi canti e va perci consegnato al silenzio (su ci di cui non si pu parlare si deve app unto tacere). Wittgenstein giunge a questa radicale conclusione al termine di uni ndagine volta a stabilire le condizioni ed i limiti di quanto pensabile ed espri mibile. Questa impostazione stata spesso accostata al problema critico affrontat o da Kant nella Critica della ragion pura. Vi sono in effetti molte analogie tra lindagine di Kant e quella di Wittgenstein (ad esempio, entrambi sottolineano il valore dellesperienza ed escludono che la metafisica possieda lo status di scien za); tuttavia, nella Prefazione al Tractatus contenuta una precisazione polemica che colpisce un aspetto essenziale della concezione di kantiana. Kant aveva dis tinto tra lambito del fenomeno (inteso come il risultato del mio modo a priori di conoscere) e quello del noumeno (o cosa in s, esistente fuori di noi ma inconosc ibile). La cosa in s era considerata da Kant come un pensiero vuoto (nel senso che non poteva esserle fatta corrispondere unintuizione sensibile), ma la sua esisten za doveva tuttavia essere correlata a quella del fenomeno al fine di stabilire i l principio dellindipendenza della realt in s dal pensiero ed evitare cos il rischio d i scivolare in una posizione compiutamente idealista. Il noumeno, ponendosi al d i fuori del raggio della nostra conoscenza, chiamava cos in causa il limite della facolt conoscitiva. Dato che la conoscenza umana pu applicarsi soltanto al campo dei fenomeni, Kant, nella Dialettica trascendentale, sottoponeva ad una critica

serrata ogni tentativo di estendere la nostra conoscenza oltre i suoi limiti nat urali allo scopo di illuminare il livello noumenico della realt. Wittgenstein acc etta la tesi secondo la quale impossibile conoscere quanto si trova oltre il lim ite della conoscenza, ma ritiene che la posizione kantiana contenga una contradd izione. Quando Kant si esprime riguardo alla pensabilit del noumeno, infatti, avv iene proprio quello sconfinamento in direzione dellimpensabile che avevamo dichia rato illecito. Il limite un concetto di natura spaziale ed inevitabilmente legat o alla distinzione tra un luogo interno ed un luogo esterno: ogni volta che delimiti amo uno spazio per mezzo di un linea, in altri termini, quel che otteniamo una s eparazione tra ci che allinterno del limite e ci che si trova fuori di esso. Spinoz a spiegava a questo proposito che nessuno pu concepire i limiti di una qualche est ensione o spazio senza concepire oltre essi altri spazi che lo seguano immediata mente.[1] Se lidea di limite chiama in causa automaticamente lidea di un luogo ester no, ne consegue che non possibile

tracciare un limite al pensiero: infatti, questa pretesa metterebbe subito capo alla situazione assurda di concepire quel che per definizione dovrebbe porsi al di fuori di ogni possibile pensiero (ne appunto un esempio il noumeno kantiano, come gi prima di Wittgenstein avevano rilevato i filosofi idealisti). Per tracciar e al pensiero un limite osserva Wittgenstein nella Prefazione al Tractatus- dovr emmo poter pensare ambo i lati di questo limite (dovremmo dunque poter pensare q uel che pensare non si pu). Per superare questa contraddizione, Wittgenstein si pr opone di tracciare un limite non al pensiero bens allespressione dei pensieri, rei mpostando cos il problema kantiano da un punto di vista strettamente linguistico (di qui la distinzione tra ci che pu essere espresso in modo sensato e ci che non p u trovare posto nel linguaggio). Quel confine che Kant aveva stabilito in rapport o ad un elemento (il noumeno) esterno alla facolt conoscitiva deve dunque essere cercato procedendo dallinterno del linguaggio, tentando di delimitare limpensabile dal di dentro attraverso il pensabile (4.114). Il limite del linguaggio non pu ess ere concretizzato al modo di un confine spaziale perch cos facendo evocheremmo imm ediatamente anche ci che si trova oltre esso (e ci troveremmo, come Kant, a parla re di quanto non possibile esprimere). Ci comporta in un certo senso lo sparire del limite, cio la sua trascendenza rispetto al campo prospettico della conoscenza u mana. Il campo visivo dellocchio risulta di fatto senza limiti perch locchio non pu coglierne il margine estremo (cfr. 6.4311); allo stesso modo, i limiti del lingu aggio non possono essere descritti allinterno del linguaggio stesso e finiscono p erci per assomigliare ad un orizzonte irraggiungibile ed invalicabile. Tutto ci ch e dobbiamo e possiamo fare, al fine di chiarire i limiti dellespressione sensata, si riduce perci a rappresentare chiaramente il dicibile (4.115). Luomo, per cos di re, si muove sempre nel linguaggio senza possibilit di trascenderlo in direzione di un impensabile al di fuori: quel che non si pu dire deve rimanere assolutamente inesprimibile, e non c modo di aggirare il divieto (di qui la costante preoccupazi one, da parte di Wittgenstein, di escludere ogni prospettiva che possa generare lillusione di poter trascendere il linguaggio). Se il tentativo di Wittgenstein p ossa dirsi riuscito e se la delimitazione dallinterno sia esente dalle contraddizio ni che si intendeva scansare sono questioni che prematuro sollevare. Per valutar e la complessit della posizione di Wittgenstein basta pensare che egli sottoline s pesso limportanza fondamentale proprio di quanto risulta indicibile. Parlando del T ractatus, ad esempio, Wittgenstein scrisse: Il mio lavoro si compone di due parti : ci che ho scritto; pi tutto ci che non ho scritto. E proprio questa seconda parte importante (in: Monk, 182). Quel che nel Tractatus chiamato il mistico o letico, p quanto inesprimibile, ci che pi stava a cuore al filosofo viennese perch a tale liv ello trascendente legata la possibilit di comprendere il mistero dellesistenza. E proprio in ci risiede la differenza tra Wittgenstein ed i filosofi del Circolo di Vienna, i quali si richiamarono spesso alla lezione del Tractatus. Paul Engelma nn osserv a questo riguardo: Il Positivismo sostiene, e questa la sua essenza, che ci che conta nella vita ci di cui possiamo parlare, mentre Wittgenstein crede app assionatamente che ci che conta veramente nella vita umana proprio quello di cui, dal suo punto di vista, si deve tacere. Quando, con immensi sforzi, [Wittgenste in] delimita ci che non importante (e cio gli scopi e i limiti del linguaggio ordi nario), non sta misurando le coste dellisola che esplora con tanta meticolosit, ma i confini delloceano (in: Janik/Toulmin, 193). Il rigore dellanalisi di Wittgenste in, insomma, si accompagna alla continua tensione verso ci che per natura si sott rae alle capacit definitorie ed espressive del linguaggio. In questa associazione di volont di chiarezza e di aspirazione al trascendente, Wittgenstein rivela una s tretta affinit con le idee dello scrittore viennese Robert Musil, autore de Luomo senza qualit. Sia Wittgenstein che Musil sono dominati (come notava Cesare Cases) dallesigenza di servirsi del lavoro analitico della ragione e di spingerlo fino a l punto in cui appaiono i contorni del paese della trascendenza (Introduzione a Lu omo senza qualit, XXI). Ulrich, il protagonista del romanzo di Musil, oscilla di continuo tra due differenti impulsi: il primo rivolto allesattezza, alla precisio ne, allanalisi rigorosa della realt secondo schemi logico-matematici ed alla verif ica empirica propria delle scienze fisiche; il secondo impulso mira invece alle verit superiori, non traducibili in parole, determinando una continua tensione a scavalcare il livello empirico dei fatti al fine di cogliere il senso profondo c

he si cela dietro lapparenza fenomenica. Come per Ulrich, cos anche in Wittgenstei n convivono due pulsioni apparentemente incompatibili verso la logica e verso il misticismo; e lesigenza dellordine e dellesattezza, anzich annullare la tensione mi stica, finisce proprio per evocarla come suo naturale complemento. Certo, il lin guaggio non consente di penetrare nella regione del trascendente, ovvero, ripren dendo lesempio di Engelmann, il filosofo non pu abbandonare lisola di cui prigionie ro (leggi: lambito delle proposizioni dotate di senso) per intraprendere lesploraz ione delloceano (leggi: lambito del valore, inesprimibile). Se si comprende ci, si sono risolti dun colpo i problemi filosofici semplicemente annullandoli come prob lemi (cfr. 6.52 e 6.521). Allo stesso tempo, per, nota Wittgenstein nelle ultime righe della sua Prefazione, manifesto quanto poco sia fatto dallesser questi probl emi risolti, ovvero: quanto rimanga da fare sul piano etico per diventare persone degne una volta riconosciuto che certe risposte fondamentali non possono essere trovate allinterno del linguaggio e per mezzo di esso. Nella proposizione 6.52 l eggiamo: Noi sentiamo che, anche una volta che tutte le possibili domande scienti fiche hanno avuto risposta, i nostri problemi vitali non sono ancora neppur tocc ati. Vestendo i panni del logico, Wittgenstein pu affermare di aver guadagnato la via duscita per sottrarsi a problemi che per loro natura sono insolubili. Ma per luomo Wittgenstein, per il filosofo, lincapacit di impostare una soluzione sensata dei problemi fondamentali dellesistenza suona come uno scacco e rivela il dramma di un pensatore che continuava a ritenere quei problemi come gli unici ad avere realmente valore.

[1] B. Spinoza, Principi della filosofia cartesiana, Torino, p. 164.

Note al Tractatus IL MONDO (1 1.21) 1. Il Mondo (o realt, 2.063) costituito da tutto ci che accade. Dato che ci he accade sono i fatti (2), il mondo costituito dalla totalit dei fatti (1.1). 1.1 . Il mondo non si compone di cose ma di fatti. Un fatto, ovvero ci che accade, il su ssistere di stati di cose (2). Lo stato di cose poi definito come un nesso di ogge tti (Enti, cose) (2.01). Il mondo dunque costituito di oggetti combinati tra loro e non di oggetti isolati. Loggetto unentit semplice, mentre un fatto unentit comple sa. E opportuno rilevare fin dora che mentre i fatti sono indipendenti luno dallaltr o (1.21, 2.061, e 5.135), gli oggetti risultano sempre combinati con altri ogget ti (2.011). 1.11. Il mondo come aggregato di fatti lorizzonte che racchiude tutto ci che accade e perci non ammesso alcun altro livello di realt oltre a questo: non vi sono fatti extra-empirici. Il mondo costituito da tutti i fatti, ma non c un su per-fatto (o fatto di ordine superiore) per cui non ci sono pi fatti (Black 44). 1 .12. Linsieme dei fatti di cui si compone il mondo costituisce la totalit di ci che esiste (accade) e, allo stesso tempo, determina anche tutto quel che non accade nel mondo. Pi avanti Wittgenstein ribadir che il mondo la totalit degli stati di c ose sussistenti (2.04) e che questa totalit determina anche quali stati di cose n on sussistono (2.05). Se so ci che sussiste nel mondo, ad esempio il fatto che il libro sul tavolo, allora io so anche quel che nel mondo non sussiste (ovvero so che il libro non si trova sul pavimento, oppure sul divano etc.). Tali possibil it non sussistenti saranno definite da Wittgenstein fatti negativi 1.13. Lo spazio logico contiene tutti i fatti possibili (cos come lo spazio fisico contiene virtualm ente tutti gli oggetti spaziali). Affermare che il mondo costituito dai fatti nel lo spazio logico significa dunque che per mondo si pu intendere sia linsieme dei fat ti esistenti in atto, sia linsieme di tutti i fatti possibili. Nel mondo, conside rato identico allo spazio logico, troviamo dunque sia i fatti esistenti (i fatti positivi) che i fatti non esistenti (i fatti negativi). Sulla duplicit di signif icato del termine mondo, v. nota alla 2.06. 1.21. Cfr. 2.062: Dal sussistere o non sussistere di uno stato di cose non pu concludersi al sussistere o non sussistere dun altro. Wittgenstein sostiene lindipendenza reciproca degli stati di cose (o fa tti elementari): Gli stati di cose sono indipendenti luno dallaltro (2.061). Pertant o, dallaccadere di un certo stato di cose non pu inferirsi che un altro stato di c ose si verifichi o meno. Su queste basi, Wittgenstein rifiuter di attribuire un f ondamento al nesso causale (il quale presuppone appunto un legame necessario tra due accadimenti, cfr. 6.37). I fatti di cui si compone il mondo sono tutti cont ingenti: non sussistono tra essi relazioni necessarie. Lunica necessit ammessa da Wittgenstein quella logica (6.37), mentre tutto ci che vediamo e che possiamo des crivere potrebbe essere altrimenti (5.634).

Note al Tractatus OGGETTI, STATI DI COSE E FATTI (2 2.062) 2. Il mondo si compone di fatti e ogni fatto (in tedesco: Tatsache) si compone di stati cose. Stato di cose corrisponde al termine tedesco Sachverhalt, che pu essere anche tradotto con lespressione fatto atomico o fatto elementare. Lo sta to di cose lunit complessa minima di cui si compone il mondo. Gli stati di cose so no prodotti dalla combinazione di oggetti (2.01). Pi stati di cose si possono com binare dando origine ad un Tatsache, che potremmo pertanto anche tradurre con les pressione fatto complesso. Ad esempio, dalla combinazione degli oggetti: penna, tavol o, si produce lo stato di cose: La penna sul tavolo; dalla combinazione di due stat i di cose si produce poi un fatto (ad esempio: La penna sul tavolo e il libro sul tappeto). Lontologia del Tractatus si pu riassumere schematicamente cos: oggetti = entit semplici; una combinazione di oggetti = uno stato di cose; una combinazione di pi stati di cose = un fatto; la totalit dei fatti = la totalit di ci che accade = il mondo. 2.01. Lo stato di cose una configurazione o connessione di oggetti. Sappiamo che il mondo costituito di fatti, e non di cose (1.1). Le cose (oggetti ) non esistono isolatamente le une dalle altre ma si combinano insieme formando gli stati di cose. Nello stato di cose gli oggetti sono in relazione reciproca ( 2.031) come le maglie di una catena (2.03). 2.011. Un oggetto , essenzialmente, un possibile costituente di uno stato di cose (Kenny, 92). Mentre i fatti sono reci procamente indipendenti, gli oggetti, il cui nesso d origine allo stato di cose, sono sempre inseriti in un contesto (ovvero sono sempre legati luno allaltro nella struttura del fatto elementare). La possibilit di occorrere in stati di cose con tenuta nelloggetto cos come un elemento chimico contiene virtualmente tutte le sue possibili combinazioni con altri elementi, e non possiamo concepire alcun ogget to fuori della sua possibilit di essere collegato ad altri oggetti (2.0121). Ques ta tesi pu essere considerata affine a quella di Leibniz secondo cui la cosa, il s oggetto deve contenere tutti i suoi possibili predicati (Vanni Rovighi, 541). La propriet di combinarsi reciprocamente per costituire un complesso propria anche d ei nomi, i quali hanno la funzione di indicare gli oggetti (3.3). 2.012. La logi ca lambito delle verit necessarie e fuori della logica tutto accidente (6.3). La pos sibilit di entrare in connessione con altri oggetti una propriet logica (essenziale) delloggetto e come tale necessariamente connessa al suo esistere. 2.0121. Cfr. 2 .013: Ogni cosa in un uno spazio di possibili stati di cose. Dato che un oggetto d eve necessariamente entrare in combinazione con altri (2.011), e dato che ci dipe nde dalle propriet logiche delloggetto, posso dire che con gli oggetti dato linsiem e di tutte le loro possibili relazioni: questa rete di relazioni virtuali la chi amer spazio logico. Cos come un oggetto spaziale non pu essere concepito fuori dello spazio, e un oggetto temporale fuori del tempo, allo stesso modo nessun oggetto pu concepirsi fuori dello spazio logico, vale a dire indipendentemente dalla poss ibilit di un nesso con altri oggetti. Quella che abbiamo appena enunciato una ver it logica, e dunque necessaria a priori. Non invece una questione logica, ma rien tra nel campo delle verit contingenti, indicare quali combinazioni di oggetti sus sistano effettivamente nella realt (cos come una questione empirica sapere quale p orzione dello spazio fisico un oggetto spaziale occupi effettivamente). Alla log ica compete la descrizione di tutte le possibilit di combinazione, le quali sono determinabili a priori e valgono indipendentemente dalle configurazioni empirich e sussistenti di fatto nel mondo. 2.0122. Solo astrattamente si pu considerare un oggetto separato dal suo nesso con gli altri: anche se un oggetto pu non trovars i inserito in un particolare nesso empirico (in questo senso si manifesta la sua indipendenza), tuttavia impensabile che esso sia sganciato da ogni contesto pos sibile (e qui viene in luce il suo essere dipendente). Allo stesso modo, un nome (la cui funzione indicare un oggetto) devessere sempre inserito nel contesto del la proposizione: il nome pu occorrere in diverse proposizioni, ma da solo non pu s tare. Cfr: 3.3: Solo la proposizione ha senso; solo nella connessione della propo sizione un nome ha significato. 2.01231. Le propriet interne delloggetto corrispond ono alle possibilit logiche delloggetto di combinarsi con

altri per formare uno stato di cose (cfr. 2.011); le propriet esterne delloggetto corrispondono invece alle sue relazioni con altri in un singolo stato di cose es istente. Stabilendo unanalogia con il gioco degli scacchi, che una torre possa mu oversi in orizzontale e verticale dipende dalle propriet interne di quel pezzo; c he una certa torre si trovi sulla casella a2, e dunque sia in una determinata re lazione con i pezzi circostanti, invece una propriet esterna di quel pezzo. Si pu dire che in base alle propriet interne delloggetto posso fare affermazioni necessa rie a priori, mentre le propriet esterne sono contingenti e determinabili solo em piricamente. Conoscere un oggetto significa conoscerne le propriet interne, ovver o le propriet essenziali: ad esempio, conoscere una torre significa sapere quali sono le sue possibilit logiche (cio come essa pu muoversi sulla scacchiera, il che ci consente di prevedere in quali combinazioni essa pu trovarsi). Viene cos confer mato che conoscere un oggetto vuol dire conoscere tutte le possibilit del suo occo rrere in stati di cose ( 2.0123). 2.0124. Dato che ogni oggetto contiene in s tutt e le sue possibili combinazioni con altri oggetti (ovvero, ogni oggetto contiene la possibilit di tutti gli stati di cose in cui pu occorrere), allora se sono dat i tutti gli oggetti sono con ci dati anche tutti i possibili stati di cose. 2.013 . Cfr. 2.0121. Come una macchia non pu non avere un colore ed un suono non pu non essere caratterizzato da unaltezza (2.0131), cos loggetto in generale non pu non tro varsi in combinazione con altri. Un oggetto dunque idealmente inserito in uno sp azio di relazioni possibili e se da una parte posso concepire tale spazio come v uoto, dallaltra non posso pensare un oggetto fuori dello spazio. Largomentazione d i Wittgenstein ricorda un passaggio della Critica della ragion pura kantiana: Noi non possiamo mai rappresentarci lassenza dello spazio, bench possiamo benissimo p ensarlo vuoto degli oggetti (Estetica Trasc., I, 2). 2.0131. S detto che risulta in concepibile che un oggetto spaziale non occupi una porzione di spazio: v pertanto una somiglianza tra il luogo spaziale e la x che compare in una funzione, la quale rappresenta un luogo in cui pu trovar posto un argomento. E ugualmente inconcepibil e, aggiunge Wittgenstein, che un oggetto cromatico non abbia un colore, o che un suono non possieda unaltezza, etc.. Loggetto in generale deve perci essere inserit o in un reticolo di combinazioni possibili con altri oggetti. 2.0141. Riassumend o le indicazioni fin qui fornite da Wittgenstein, si pu affermare che la possibil it delloggetto di entrare in relazione con gli altri oggetti rappresenta la sua es senza (2.011) o natura (2.0123), le sue propriet interne (2.01231) e la sua forma (2.0141). Wittgenstein assume pertanto questi termini come equivalenti: essenza = natura = propriet interne = forma. E chiaro che egli considera la forma logica d i un oggetto alla stregua della capacit o facolt di combinarsi con altri oggetti i n fatti atomici: gli oggetti hanno forme logiche diverse quando hanno diverse po ssibilit di associazione (Black, 62). 2.02. Cfr. 2.021: dato che gli oggetti sono la sostanza del mondo, essi devono essere semplici. La posizione di Wittgenstein pu essere confrontata con lanaloga tesi di Leibniz sulla semplicit della monade: La monade di cui parleremo qui non altro che una sostanza semplice, che entra nei composti; semplice, cio senza parti. E bisogna che vi siano sostanze semplici, da to che ci sono composti; poich il composto non altro che un ammasso o aggregato d i semplici (Leibniz, Monadologia, 1, 2 ). Gli oggetti sono le entit semplici la cui aggregazione d vita agli stati di cose. Cfr. Kant (Critica della ragion pura, Di al. Trasc., Secondo conflitto delle idee t.): Se si ammettesse che le sostanze co mposte non constino di parti semplici, sopprimendo nel pensiero ogni composizion e, non resterebbe nessuna parte composta, e (non essendoci parti semplici) nessu na parte semplice, quindi assolutamente niente, e per conseguenza nessuna sostan za sarebbe data. 2.0201. La relazione di isomorfismo sussistente tra struttura de lla realt e struttura della lingua consente a Wittgenstein di deviare bruscamente il discorso dal piano ontologico a quello linguistico. Ogni complesso pu essere scomposto finch non siano raggiunti i suoi elementi costitutivi semplici. Ci vale, livello ontologico, riguardo agli stati di cose (entit complesse costituite di c ose) e, a livello linguistico, riguardo alle proposizioni elementari (entit compl esse costituite di nomi). Wittgenstein presenta per la prima volta lidea di analis i della proposizione quale strumento per svelare la struttura degli enunciati (cf r. 3.201 e 3.25). Tale idea rivela uninfluenza di Bertrand Russell, al quale Witt genstein fa esplicito riferimento nella 4.0031. 2.021. Gli oggetti sono la sosta

nza del mondo: in quanto tali essi devono risultare semplici, cio non scomponibil i in parti minori, ed immutabili. La nozione classica di sostanza presuppone appun to la stabilit e la permanenza (cfr. 2.023 e 2.026: gli oggetti sono la forma fiss a del mondo). Ci che nel mondo muta sono le configurazioni degli oggetti, ovvero l e loro diverse combinazioni, ma gli oggetti sono entit fisse e sussistenti [per s] (2. 027,

2.0271). Cfr. 2.024: La sostanza ci che sussiste indipendemente da ci che accade. 2. 0211. Cfr. quanto discusso pi avanti nella Scheda 2. Se, per assurdo, il mondo no n avesse sostanza, allora ad un nome corrisponderebbe non un oggetto semplice, m a una molteplicit infinita di parti. Il senso della proposizione Lorologio nel cass etto dipenderebbe allora dal fatto che abbiamo stabilito la verit di una serie di altri enunciati che asseriscono lesistenza di ogni componente dellorologio. Dato c he la serie dei costituenti di ogni oggetto fisico verosimilmente infinita, sare bbe evidentemente impossibile progettare unimmagine (vera o falsa) del mondo (2.0 212), cio sarebbe impossibile asserire alcunch riguardo al mondo. 2.023. Ogni mond o possibile (anche qualora volessimo immaginarlo differente dal mondo della nost ra esperienza) deve avere una sostanza: questa rappresentata dagli oggetti. Gli oggetti costituiscono la forma fissa del mondo, ovvero una caratteristica immutabi le della realt stessa. In altri termini, gli oggetti come sostanza o forma della re alt sono le condizioni di pensabilit del mondo. Cfr. Kenny 93: Gli oggetti non sono generabili e sono indistruttibili: ogni possibile mondo, infatti, deve contener e gli stessi oggetti di questo. 2.0231. Per propriet materiali si devono intendere l e caratteristiche empiriche degli stati di cose esistenti. Esse sono contingenti e mutevoli (non necessarie), e pertanto vanno intese in opposizione alle propri et interne o formali (necessarie a priori). La sostanza del mondo (gli oggetti) deter mina necessariamente soltanto la forma della realt (ovvero linsieme delle relazion i possibili, che vale necessariamente a priori e dipende dalle propriet interne d egli oggetti) ma non determina quali stati di cose sussistono poi effettivamente in atto (il che costituisce una questione empirica). Le propriet materiali, ovvero gli stati di cose esistenti, sono descritti dalle proposizioni del linguaggio. 2.0232. Gli oggetti sono incolori, cio: ogni propriet [materiale, esterna], ogni col ore attribuito agli oggetti dalla proposizione, dal trovarsi gli oggetti in uno s tato di cose (Vanni Rovighi, 541). 2.024. Wittgenstein accetta la classica defini zione della sostanza come fondamento immutabile della realt. Quel che muta nella realt sono le caratteristiche accidentali, mentre lessenza permane sempre uguale a se stessa. Gli oggetti, quali sostanza del mondo, sussistono indipendentemente da ci che accade, indipendentemente cio dalle loro configurazioni empiriche (stati di cose e fatti), le quali costituiscono lelemento accidentale della realt. Cfr. 2.0271: loggetto ci che sussiste come fisso, mentre la configurazione variabile e incostante. 2.025. Riassumendo quanto viene detto nelle proposizioni precedenti: gli oggetti rappresentano la sostanza (2.021), la forma fissa e immutabile (2.0 23) e il contenuto (2.025) del mondo. Considerati come i fattori determinanti dei fatti atomici in cui possono presentarsi, gli oggetti hanno ciascuno la sua pro pria forma e tutti insieme costituiscono sotto questo rispetto la forma del mond o. Ma gli oggetti sono anche il materiale che costituisce i fatti (Black, 70). Pe rci gli oggetti sono sia forma che contenuto del mondo. 2.0272. Lo stato di cose o fatto atomico (elementare) unentit complessa formata da una combinazione di ogge tti. Cfr. 2.01: Lo stato di cose un nesso doggetti (Enti, cose). 2.03. Nello stato di cose gli oggetti sono connessi secondo un ordine logico: in questo senso, uno stato di cose non un miscuglio di oggetti (cfr. 3.141), ma una relazione determin ata da regole. Una catena non pu essere costruita senza tener conto dellordine che deve sussistere tra i suoi elementi costitutivi. 2.032. La struttura di uno sta to di cose il modo in cui gli oggetti sono connessi luno con laltro. Cfr. 2.15: la struttura di unentit complessa (stato di cose o immagine) il modo della connessio ne dei suoi elementi costitutivi. 2.033. La forma delloggetto la sua possibilit di occorrere in stati di cose (2.0141). La forma di un oggetto pertanto ci che rende possibile lesistere di una struttura: , appunto, la possibilit della struttura. 2.034 . Cfr. 2: un fatto (Tatsache) il sussistere di stati cose (Sachverhalte). Ogni f atto unentit complessa costituita di stati di cose (che a loro volta sono entit com plesse costituite di oggetti). La struttura di un fatto dunque determinata dalle strutture degli stati di cose che lo compongono. 2.04. Wittgenstein riprende or a lanalisi del concetto di mondo. Se Il mondo tutto ci che accade (1) e ci

che accade, il fatto, il sussistere di stati di cose(2), allora il mondo linsieme di tutti gli stati di cose sussistenti. 2.05. Ma linsieme dei fatti sussistenti d etermina anche linsieme dei fatti che non sussistono. Cfr. 1.12: Ch la totalit dei f atti determina ci che accade, ed anche tutto ci che non accade. Sapendo tutto ci che esiste come fatto nel mondo sono in grado di dire anche tutto quanto non esiste n el mondo. I fatti che non sussistono sono definiti fatti negativi (2.06). 2.06. Da to che realt equivale a mondo (2.063), il mondo si compone sia di fatti positivi (cio di stati di cose sussistenti) che di fatti negativi (cio di stati cose non sussis tenti). Questa affermazione di Wittgenstein contrasta con la 2.04, secondo la qu ale il mondo la totalit degli stati di cose sussistenti. Probabilmente Wittgenstein intende qui per mondo linsieme di tutti i fatti possibili, sia quelli esistenti in atto nella realt empirica (i fatti positivi) sia quelli che non si sono realizza ti (i fatti negativi). Nella 1.13 Wittgenstein aveva appunto identificato il mon do con lo spazio logico. Nello spazio logico compreso ogni fatto che ha possibil it di realizzarsi. E in questo senso che il mondo si compone di fatti positivi e d i fatti negativi. Il termine mondo, dunque, ha due valenze: da un lato, esso la to talit dei fatti sussistenti (1 + 2 + 2.04), e quando parliamo del mondo in questo senso ci riferiamo quindi allinsieme dei fatti positivi riscontrabili empiricame nte; in un senso pi ampio, il mondo anche lorizzonte di tutte le possibilit (1.13 + 2 .06): quando parliamo del mondo in questa accezione ci riferiamo alla totalit deg li stati di cose possibili, e in esso troviamo sia fatti positivi che fatti nega tivi. 2.061. Gli stati di cose sono caratterizzati dalla reciproca indipendenza. Cfr. 1.21: Una cosa pu accadere o non accadere e tutto laltro restare eguale. Dallac cadere di un determinato stato di cose non pu essere inferito laccadere o non acca dere di uno stato di cose diverso (2.062). Non sussistendo relazioni necessarie tra gli accadimenti, il livello dei fatti caratterizzato da unassoluta contingenz a. 2.062. Non vi sono, tra due stati di cose, relazioni di tipo logico che conse ntano di derivare luno dallaltro. Cfr. 5.135: In nessun modo pu concludersi dal suss istere duna qualsiasi situazione al sussistere duna situazione affatto diversa da essa.

Scheda 2: Gli oggetti semplici. Il limite la legge del mondo manifestato Simone Weil, Quaderni, I, p. 322. Dopo aver affermato che il mondo un aggregato di fatti, che i fatti sono costitu iti dal sussistere di stati di cose e che gli stati di cose sono combinazioni di oggetti, Wittgenstein postula come necessaria la semplicit degli oggetti (2.02). Nella 2.021 egli afferma che gli oggetti sono la sostanza del mondo e che per que sto motivo essi non sono concepibili come aggregati di parti. Wittgenstein non e sita dunque a servirsi della nozione metafisica di sostanza come fondamento ultimo , limite che non possibile oltrepassare e che perci rappresenta il livello di rea lt cui ogni divisione deve infine metter capo. Lanalisi della posizione di Wittgen stein complicata dal fatto che egli non forn mai esempi di oggetti semplici, n rit enne che ci costituisse un limite della sua teoria. Vi sono anzi nellimpianto teor ico del Tractatus precise regole restrittive che impediscono di formulare esempi concreti di oggetti semplici (cfr. 3.221, 4.1272); una proposizione che asseris se: Questo un oggetto dovrebbe essere respinta come del tutto priva di senso perch si esprimerebbe intorno alle propriet logiche dei simboli, mentre una propriet log ica non pu mai essere oggetto di descrizione. Si potrebbe quindi dire che Wittgen stein non poteva fornire esempi concreti di oggetti semplici. Nei Quaderni (Q. 1 57-158) viene affermato esplicitamente che lesistenza del semplice una necessit di tipo logico: lidea del semplice [] gi contenuta in quella del complesso e nellidea d ellanalisi, e in modo tale che noi (prescindendo completamente da qualsiasi esemp io doggetti semplici o da proposizioni ove si parli di tali oggetti) perveniamo a questa idea ed intuiamo lesistenza degli oggetti semplici come una necessit logic a a priori. Wittgenstein, insomma, procede nella sua indagine ontologica partendo da presupposti logici, domandandosi quali caratteristiche debbano attribuirsi a lla realt se devono esistere proposizioni dotate di senso. La mancanza di esempi, nota Kenny, non dunque casuale. Infatti, Wittgenstein credeva nellesistenza di og getti semplici e di stati di cose atomici non perch pensava di poterne fornire de gli esempi, ma perch riteneva che essi dovessero esistere quali correlati, nel mo ndo, dei nomi e delle proposizioni elementari di un linguaggio completamente ana lizzato (Kenny, 94). Pertanto luniverso, quale lo concepisce Wittgenstein, una proi ezione dei caratteri chegli rileva nel linguaggio (Black, 34). Per comprendere il tema della semplicit degli oggetti dunque necessario anticipare alcuni elementi d ella teoria raffigurativa del linguaggio sostenuta da Wittgenstein. Il Tractatus considera le proposizioni come immagini della realt (4.01). Ogni enunciato in gr ado di raffigurare un determinato stato di cose in virt della sua interna comples sit (4.032): le relazioni che sussistono tra le parti della proposizione (i nomi) corrispondono alle relazioni che sussistono tra gli oggetti che costituiscono l o stato di cose raffigurato. Cos, la proposizione: Lorologio nel cassetto mette in r elazione dei nomi (orologio, cassetto) in modo da raffigurare un determinato nesso d i oggetti (lorologio e il casetto) esistenti nella realt. Analizzare una proposizi one significa scomporla nelle sue parti costitutive fino a raggiungere le unit mi nime di cui costituita: queste ultime sono rappresentate appunto dai nomi, segni semplici che significano gli oggetti (3.202, 3.203). La tesi di Wittgenstein ch e se i nomi non si riferissero ad entit semplici, allora nessuna proposizione pot rebbe avere un senso compiuto. Poniamo infatti che orologio sia unentit complessa. I n questo caso, un enunciato che parli di tale entit risulterebbe incomprensibile a meno di presupporre un elenco completo delle sue parti (cio una serie di altri en unciati descriventi gli elementi del composto). Cos, se con il termine orologio int endo un complesso di ingranaggi, viti, rotelle, etc., io non potrei essere sicur o che la proposizione Lorologio nel cassetto si riferisca proprio a quel determinat o oggetto a meno che io non sia preliminarmente informato del fatto che tutti i suoi componenti sono effettivamente presenti in esso (se allorologio mancasse un ingranaggio, la parola orologio non indicherebbe loggetto in modo determinato). Ma una volta individuati i costituenti dellorologio mi troverei di fronte alla medes ima difficolt perch ogni oggetto fisico , almento in linea di principio, infinitame nte divisibile: neanche la proposizione lingranaggio x si trova nellorologio potrebb e quindi essere compresa se non presupponendo una serie di altri enunciati che a sseriscono che ogni singola parte dellingranaggio effettivamente presente in esso

. E a questo punto non mi sarebbe lecito nominare alcuna cosa con la speranza di essere compreso, n sarebbe possibile costruire alcun enunciato dotato di senso c ompiuto. E per un fatto evidente che chiunque in grado di comprendere la proposizi one Lorologio nel cassetto, e da ci Wittgenstein deduce che i nomi devono effettivam ente possedere la capacit di indicare unit semplici, cio entit formalmente compiute. Nei Quaderni leggiamo conseguentemente che Lesigenza delle cose semplici lesigenza della determinatezza del senso (Q. 162, cfr. 3.23). In altre parole, se ammettia mo che le proposizioni del linguaggio debbano avere un senso determinato, allora dobbiamo anche ammettere lesistenza di oggetti semplici quali correlato ontologi co dei segni semplici contenuti nelle proposizioni. Nei Quaderni si trovano lung he e complicate riflessioni che mostrano quanta importanza Wittgenstein annettes se al problema degli oggetti semplici e quali difficolt egli incontrasse nella de finizione di una chiave risolutoria. Wittgenstein ritiene indispensabile lesisten za del semplice per evitare che venga annullata la possibilit di parlare in modo sensato delle cose. Tuttavia, questa esigenza si scontra con lindefinita divisibi lit degli enti fisici e non

facile indicare in che misura la complessit di un oggetto debba essere tenuta in conto per ottenere proposizioni nelle quali un oggetto possa comparire come unit in s compiuta. Se io dico che lorologio nel cassetto, scrive Wittgenstein, sto for se implicitamente affermando che anche una rotella dellingranaggio nel cassetto? Forse io non sapevo affatto che quella rotella si trovava nellorologio e quindi, con lespressione questo orologio io non intendevo descrivere un complesso ove la rot ella occorre (Q. 163). Tuttavia, quando parlo dellorologio in questione (il quale, almeno in teoria, si compone di infinite parti) vengo facilmente compreso dai m iei interlocutori: lespressione: Lorologio nel cassetto ha infatti un senso compiuto indipendentemente dalla possibile complessit infinita delloggetto e ne prova il f atto che ciascuno di noi comprende perfettamente tale enunciato. Wittgenstein pu allora affermare che la complessit di un oggetto, se determinante per il senso del la proposizione, devessere raffigurata nella proposizione nella misura in cui det ermina il senso della proposizione. E, nella misura nella quale la composizione non determinante per questo senso, in questa misura gli oggetti di questa propos izione sono semplici. Essi non possono essere scomposti ulteriormente (Q. 162). G li oggetti il cui nome compare in un enunciato devono dunque essere considerati, se lenunciato ha senso, come unit formalmente compiute, cio semplici. Se di un ogg etto (ad esempio, lorologio) si intende mettere in rilievo la complessit, la propo sizione illustrer in modo definito e compiuto le parti di cui esso si compone, ma anche in questo caso le parti compariranno nellenunciato come semplici (cos, in una proposizione ove interessa illustrare che lorologio contiene ingranaggi, la sing ola rotella sar considerata un oggetto semplice non ulteriormente decomponibile). Il fatto che ogni oggetto fisico sia scomponibile, insomma, non pregiudica seco ndo Wittgenstein la possibilit di costruire enunciati dal senso perfettamente def inito perch ogni volta che un oggetto viene nominato nella proposizione costituis ce ununit esistente in atto e la sua potenziale infinit pu venir trascurata come non essenziale per il senso della proposizione. Se una proposizione ci dice qualcosa essa devessere, cos com, unimmagine e completa- della realt. (Q.159). Le indicazion el Tractatus, insomma, non valgono ad individuare entit fisiche ultime (sul model lo degli atomi della tradizione democritea) ed quindi inutile cercare nella real t fisica un corrispettivo dei semplici logici. Da alcune affermazioni di Wittgenste in risulta poi evidente che tutta la questione pu essere trattata senza essere co stretti a determinare preliminarmente se la realt fisica sia o non sia infinitame nte scomponibile in parti: Anche se il mondo infinitamente complesso recita la pro posizione 4.211 del Tractatus, cos che ogni fatto consta dinfiniti stati di cose ed ogni stato di cose composto dinfiniti oggetti, anche allora vi devono essere ogg etti e stati di cose. Paolo Zellini, nel libro Breve storia dellinfinito, inserisc e queste tesi del Tractatus nel quadro della classica contrapposizione tra princ ipio dellinfinito e principio del limite. Gi Aristotele (Phys. III, 204 a 21) avev a negato che potesse esistere un oggetto infinito in atto perch tutto quel che es iste definito dal principio limitante della forma: ogni entit corporea deve dunqu e essere intesa come una forma compiuta, un tutto irripetibile eretto dal princip io formale, limitante, sul substrato dellinfinita potenzialit, racchiusa negli inf initesimi che lo compongono (Zellini, 17). Secondo questa linea di pensiero, si p u comprendere e definire soltanto ci che limitato: la radice del termine definire ap punto finis, cio confine, limite, mentre non v logos riguardo allinfinito (in greco n, letteralmente: ci che privo di limite). La stessa esistenza delle cose sembra inconcepibile se prescindiamo dal principio del limite: Dopo tutto scrive Musil ne Luomo senza qualit, un oggetto esiste solo merc i suoi limiti. Il pitagorico Filolao , in questo senso, affermava che per concepire la realt necessario postulare un p rincipio formale limitante perch soltanto cose illimitate non potrebbero esistere ( fr. 2). Dal punto di vista gnoseologico, osserva Zellini, lattualit e il limite for nirono in ogni tempo il presupposto irrinunciabile di ogni teoria della conoscen za, la stessa essenza discriminante del pensiero, lirrinunciabile criterio di ogn i ordinamento concettuale e attivit dastrazione (...). Gli oggetti semplici di Wittg enstein rispondono anchessi alla esigenza della priorit dellattuale: essi sono dell e entit primarie non scomponibili se non al prezzo di una insensata frantumazione d el senso della proposizione in cui compaiono (Zellini, 48, 52).

Scheda 3: Lesempio della scacchiera. In un indovinello sulla scacchiera, qual lunica parola proibita? J.L.Borges, Finzio ni Anthony J. P. Kenny, uno studioso di Wittgenstein, ha illustrato le prime pro posizioni del Tractatus (quelle che si occupano della struttura della realt) serv endosi di unefficace metafora: il gioco degli scacchi. Molte delle tesi fin qui c onsiderate possono essere esemplificate in modo chiaro se immaginiamo che il mon do sia rappresentato dai pezzi degli scacchi e dai quadrati della scacchiera. Un oggetto sar rappresentato da un singolo pezzo (pedone, torre, alfiere, etc.); da to che Wittgenstein ritiene che gli oggetti costituiscano la sostanza inalterabi le del mondo, sar necessario modificare le regole del gioco in modo che non sia p ossibile mangiare, ovvero eliminare pezzi dal nostro mondo (la scacchiera). Uno st ato di cose corrisponder ad una determinata posizione dei pezzi sui quadrati bian chi e neri della scacchiera (ad es., il re si trova in a4). Un fatto, ovvero il sussistere di stati di cose, consister nella congiunzione di differenti combinazi oni di pezzi (ad es., il re si trova in a4 e lalfiere si trova in d5). La realt o mondo, ovvero tutto ci che accade, corrisponder alla posizione della totalit dei pe zzi sulla scacchiera in un dato momento. Partendo di qui, consideriamo le principali tesi del Tractatus. Il mondo sar la to talit dei fatti, non delle cose (non soltanto la scacchiera pi i pezzi, bens la pos izione di questi su quella). Lo spazio logico sar linsieme delle possibilit ammesse dalle regole degli scacchi, cio quello che potremmo chiamare lo spazio scacchist ico (1.13). Caratteristica essenziale dei pezzi che possano occupare posizioni s ulla scacchiera, e dei quadrati che siano delle possibili posizioni per i pezzi. Solo in questo consiste la loro essenza [2.011, 2.013]. Nelle regole non c niente di accidentale: se un pezzo pu occorrere in uno stato di cose (per esempio, se u n alfiere pu occupare una casella nera) perch questo gi contenuto nelle regole per il suo uso (2.012). Le regole per la disposizione dei pezzi costituiscono la lor o forma logica; i pezzi possono differire per la forma logica (come un cavallo d a una torre) o per il semplice fatto di essere numericamente diversi (come due p edoni fra loro). Le propriet interne dei pezzi (ad esempio, che lalfiere possa muo versi in diagonale) possono essere confrontate con quelle esterne (ad esempio, c on il fatto che un certo alfiere sia ora in h4). Separato dalla scacchiera e dag li altri pezzi un re inconcepibile: non si possono pensare i pezzi degli scacchi separatamente dalle regole e dal gioco (2.0121). I pezzi, inoltre, sono oggetti semplici [2.02]; ovviamente, quelli con cui effettivamente si gioca sono fatti di legno o di avorio e hanno forme e parti, ma per quanto stabiliscono le regole la loro composizione del tutto trascurabile, e degli atomi solidi andrebbero ug ualmente bene (Kenny, 95). Lanalogia con il gioco degli scacchi pu essere utilizzat a anche per comprendere un tema di fondamentale importanza nella teoria del Trac tatus: limpossibilit di immaginare un punto esterno al mondo ed al linguaggio. Nel la Prefazione, Wittgenstein ha rifiutato lidea di un luogo esterno al pensiero e, d i conseguenza, ha impostato la ricerca dei limiti del linguaggio procedendo dallin terno di esso. Il Tractatus definisce insensata la pretesa di esprimere ci che si trova oltre il linguaggio, il pensiero ed il mondo (linguaggio, pensiero e mondo si identificano nel senso che ci che pensiamo coincide con quanto esprimibile da l linguaggio, e ci che viene espresso dal linguaggio sono i fatti, ovvero il mond o). La 1.11 ha del resto gi suggerito lidea che non esistono fatti che trascendono il mondo. Queste affermazioni risultano pi chiare se proviamo ad assumere il pun to di vista dei pezzi che si trovano sulla scacchiera. Per un pedone, il mondo c oincide con la scacchiera e non v modo di fare esperienza di ci che trascende le ca selle bianche e nere (con i relativi pezzi che le occupano). Parlare di quanto s i trova oltre il mondo sarebbe un puro nonsenso perch lorizzonte dei pezzi solo e semplicemente la scacchiera. Considerando lesempio proposto da Kenny siamo portat i naturalmente ad immaginare la scacchiera inserita in un contesto (essa poggia su un tavolo, il tavolo si trova al centro di una stanza, etc.). Siamo pertanto soggetti a fraintendere le possibilit conoscitive del nostro pedone perch il nostr o punto di vista ci consente di considerare, a un tempo, quel che si trova sulla

scacchiera e quel che esterno ad essa (lambito spaziale che la circonda). Condizi onati dalla nostra percezione del contesto, potremmo chiedere ad un pezzo di pro seguire il suo movimento oltre lultima casella della scacchiera fino a cadere sul pavimento: in tal modo non avremmo forse provato che possibile esperire ci che e sterno al mondo-scacchiera? Ma questo modo di procedere non corrisponde alle rea li possibilit di un pezzo situato sulla scacchiera. Se ci sforziamo (con un po di immaginazione) di collocarci a nostra volta su una delle caselle prendendo il po sto del pedone citato, ci accorgeremo che la nostra prospettiva muter considerevo lmente. Nel nostro nuovo mondo esisteremo soltanto noi, gli altri 31 pezzi e le 64 caselle bianche nere. Ogni pezzo si muove in un certo modo: lalfiere in diagon ale, la torre in verticale o in orizzontale, e via di seguito. Le regole che det erminano il movimento dei pezzi sono le uniche regole esistenti in quel mondo e la posizione dei pezzi in qualsiasi momento avviene conformemente alle regole de l gioco. Immaginiamo adesso che ci venga impartito lordine che avevamo in mente d i rivolgere ad un pezzo quando ci trovavamo fuori del mondo-scacchiera (prosegui re oltre lultima casella fino a cadere sul pavimento). Evidentemente, tale ordine non potrebbe essere compreso da noi n da alcun altro pezzo. Pavimento, infatti, no n significa nulla perch con tale parola non si descrive alcun elemento del mondos cacchiera; e lintero enunciato un perfetto nonsenso perch il movimento in question e non corrisponde ad alcuna regola ammessa dal gioco degli scacchi. Lespressione da noi usata per tentare di guidare lesperienza del pedone in direzione di ci che trascende il suo mondo era dunque formata in modo scorretto. Se smettiamo di con siderare il problema dallesterno, ci renderemo facilmente conto del fatto che ci c he viola le regole logiche inesprimibile ed impensabile ( questo uno degli insegn amenti fondamentali del Tractatus). Al di l della scacchiera , dal punto di vista di chi appartiene al mondo-scacchiera, unespressione vuota, un gioco di parole inco mprensibile (in generale, ci si pu chiedere cosa si trovi al di l di un oggetto co llocato nel mondo, ma non cosa si trovi al di l del mondo). Uno degli obiettivi d el Tractatus consiste proprio nel mostrare che impossibile raggiungere un punto di vista che autorizzi la visione del mondo dallesterno. Tale tentativo, secondo Wi ttgenstein, caratterizza intimamente tutta la tradizione filosofica: lessenza del la metafisica consiste appunto nel proiettare il soggetto conoscitivo oltre la s fera dellesperienza fino a considerare il mondo come un tutto (6.45). E da questa er rata prospettiva che sorgono, secondo Wittgenstein, tutti gli pseudo-problemi ti pici della tradizione filosofica (ad esempio potrebbe sorgere il problema dellart efice di questa totalit, ovvero il problema di un Dio creatore). Di qui la condan na espressa da Wittgenstein nei confronti delle teorie metafisiche, considerate come insiemi di enunciati privi di senso (ovvero, insiemi di proposizioni simili allordine che poco fa tentammo di impartire al pedone). Tutte le volte che usiam o la parola mondo, a ben vedere, rischiamo di scivolare inconsapevolmente in una p osizione di tipo metafisico. Per rendercene conto, proviamo a rispondere al ques ito che il lettore ha trovato in epigrafe alla presente scheda. Stephen Albert, il protagonista del racconto di J. L. Borges intitolato Il giardino dei sentieri che si biforcano, pone il seguente quesito: In un indovinello sulla scacchiera, qual lunica parola proibita?. Linterlocutore di Albert risponde immediatamente che la parola proibita scacchiera, ed Albert acconsente. Questa risposta pu forse appar ire banale, ma contiene unindicazione importante. Un indovinello sulla scacchiera (ovvero un problema scacchistico del genere di quelli che si trovano sulle rivi ste di enigmistica) ha per oggetto una certa configurazione di pezzi sulla scacc hiera. E facile notare che in nessun caso, in problemi di questo tipo, si fa menz ione della scacchiera o delle regole del gioco: questi sono semmai i presupposti dellindovinello (se non vi fossero la scacchiera e le regole non sarebbe nemmeno concepibile un problema scacchistico). Ma perch dovremmo considerare scacchiera un a parola proibita? Si potrebbe ad esempio dire: Il gioco degli scacchi presuppone una scacchiera, dei pezzi chiamati pedoni, torri, etc.. Per quale motivo dovremmo co nsiderare scorretto un enunciato di questo tipo? La ragione che menzionando la s cacchiera noi ci troviamo a parlare del gioco degli scacchi e quindi ci stiamo e sprimendo da un punto di vista metascacchistico: ovvero noi non ci troviamo pi allin terno del gioco, ma ci poniamo esternamente ad esso. Dallinterno del gioco, che v i siano una scacchiera e dei pezzi non un evento problematizzabile: gli unici ev

enti descrivibili sono i singoli fatti che si svolgono nel mondo-scacchiera, e d unque la successione delle mosse tutto ci di cui si pu parlare (non si parla dunqu e della scacchiera n si dice che essa esiste, o che fatta in un certo modo, o che il gioco si svolge secondo certe regole, etc.). Come si diceva in precedenza, p er ogni elemento appartenente al mondo-scacchiera vale questa condizione restrit tiva: Non si pu assumere un punto di vista esterno alla scacchiera. Il punto di vis ta metascacchistico (che ammette la possibilit di parlare della scacchiera e dell e regole del gioco) quindi irraggiungibile dai pezzi. Il termine scacchiera divent a a questo punto una parola sempre proibita (dato che non indica alcun oggetto) e non potr mai occorrere in enunciati dotati di senso. La stessa considerazione v ale per linsieme delle regole che governano il gioco: per enunciarle, infatti, do bbiamo presupporre la possibilit di parlare di qualcosa che nulla ha a che fare c on le posizioni assunte dai pezzi, ovvero di qualcosa che non costituisce un fat to situabile allinterno del mondoscacchiera. Il compito che Wittgenstein si assum e nel Tractatus precisamente quello di riportare il nostro punto di vista allinte rno del mondo in modo da evitare pericolose tendenze a sconfinare oltre esso. La teoria raffigurativa del linguaggio, come vedremo, ci obbliga a parlare esclusi vamente dei fatti che accadono nel mondo sbarrando la strada ad ogni tentativo d i formulare asserzioni sul mondo come un tutto e sulla logica che lo governa. Per comprendere appieno il senso di questa operazione sar per necessario progredire ul teriormente in quella delimitazione dallinterno cui Wittgenstein faceva cenno nella Prefazione.

Note al Tractatus IMMAGINE E RAFFIGURAZIONE. (2.1 2.17) 2.1. Definita la struttura del mondo, lindagine si sposta adesso sulle modalit della sua rappresentazione da parte del soggetto. Wittgenstein assume co me punto di partenza il fatto che noi raffiguriamo gli eventi per mezzo di immag ini. Successivamente, passa a chiarire in che modo funziona unimmagine, ovvero qual i rapporti sussistono tra una raffigurazione e levento da essa rappresentato. Dat o che per Wittgenstein le proposizioni sono nientaltro che raffigurazioni di fatt i, le analisi riguardanti la natura delle immagini preparano i successivi approf ondimenti sulla natura della proposizione. Comprendere lessenza dellimmagine e del rapporto raffigurativo significa compiere un passo decisivo per chiarire le mod alit di funzionamento del nostro linguaggio. 2.11. Unimmagine raffigura sempre una situazione possibile (lo spazio logico contiene infatti tutte le possibilit). Vi s ono dunque immagini raffiguranti fatti positivi (il sussistere di stati di cose) e altre raffiguranti fatti negativi (il non sussistere di stati di cose). In al tri termini, posso costruire immagini sia di ci che esiste sia di ci che non esist e nel mondo empirico: ad esempio, posso raffigurare una combinazione di pezzi ch e di fatto non si realizza sulla scacchiera. Limmagine non deve dunque essere int esa come una semplice copia visiva di quanto esiste, ma come un modello (2.12) che deve essere messo a confronto con la realt. 2.12. Cfr. 4.01: La proposizione unimm agine della realt. La proposizione un modello della realt quale noi la pensiamo. La nozione di modello derivata dalla fisica. Un modello non una semplice copia di qu anto viene rappresentato, ma consiste in una costruzione (operata dal soggetto s econdo regole logiche) il cui scopo la spiegazione di una certa classe di fenome ni e la cui validit dipende sempre dal confronto con la realt (un modello pu dunque rivelarsi inadeguato, cos come unimmagine pu risultare falsa una volta accertato c he le cose non stanno cos come essa le raffigura). Quando si studia un fenomeno f isico per mezzo di un modello si isolano alcune caratteristiche essenziali del f enomeno in modo da ottenere una rappresentazione semplificata di esso (tra il mode llo e ci che esso raffigura sussiste pertanto solo una somiglianza di struttura, e non una corrispondenza assoluta). Tali osservazioni valgono anche per limmagine quale intesa da Wittgenstein. Unimmagine ha in comune con il raffigurato solo qu ella conformit strutturale che nella 2.18 definita forma logica. Sulla nozione di mo dello, v. nota alla 4.01 e Scheda 4. 2.13, 2.131. La raffigurazione fondata e res a possibile dalla corrispondenza tra gli elementi dellimmagine e quelli del fatto raffigurato in essa. In uno spartito musicale deve sussistere una relazione tra i segni sul pentagramma ed i suoni, altrimenti non vi sarebbe alcun nesso tra s partito e melodia. In generale, qualsiasi linguaggio segnico caratterizzato da u na corrispondenza di uno ad uno tra elementi simbolici ed elementi della realt. 2.1 4. Ad ogni elemento dellimmagine deve corrispondere un elemento del fatto raffigu rato (2.13), ma ci non sufficiente a realizzare il rapporto raffigurativo: infatt i una raffigurazione riuscita solo se il nesso che lega gli elementi dellimmagine corrisponde al nesso che lega gli elementi del fatto cui limmagine si riferisce. Per raffigurare su uno spartito la Quinta sinfonia di Beethoven non basta che v i sia una corrispondenza tra il numero delle note ed il numero dei segni sul pen tagramma: bisogna soprattutto che sia rispettato lordine di successione tra i suo ni (cio la struttura, la forma della melodia). Unimmagine sempre caratterizzata da l fatto di possedere una forma. In questo senso, essa non un semplice miscuglio di elementi (cfr. 2.03, 2.031, 3.14, 3.141). 2.141. Ogni immagine, riproducendo nella propria struttura la complessit del fatto rappresentato, essa stessa un fat to. Cfr. 3.14 e relativa nota. 2.15. Cfr. 2.032 e 2.033. La struttura dellimmagin e consiste nella connessione esistente tra i suoi elementi. Tale connessione mos tra come stanno le cose nella realt (cio quale relazione sussista tra gli elementi del fatto raffigurato). Ogni immagine deve dunque essere articolata, cio deve po ssedere la medesima molteplicit logica della situazione che rappresenta (cfr. 4.032 , 4.04). Perch ci si realizzi bisogna che immagine e fatto abbiano qualcosa in com une (2.16): immagine e fatto devono essere isomorfi, cio devono condividere una s tessa forma. Ad esempio, in un ritratto noi constatiamo che gli elementi dellimma gine sono disposti in modo conforme alle relazioni sussistenti tra le diverse pa rti del volto raffigurato: immagine e raffigurato devono dunque possedere

qualcosa di comune. Se immagine e fatto fossero del tutto eterogenei, ovviamente , non vi sarebbe relazione raffigurativa; tuttavia immagine e fatto sono due ent it materialmente distinte, e quindi lelemento comune deve avere una natura puramente formale. Wittgenstein chiama forma di raffigurazione lelemento comune a immagine e realt dal quale dipende la possibilit del loro reciproco corrispondersi (cfr. 2 .151). Solo se sussiste la forma di raffigurazione possibile una somiglianza di struttura tra immagine e fatto: la forma di raffigurazione pu essere pertanto def inita la possibilit della struttura. 2.1515. La coordinazione tra gli elementi delli mmagine e gli elementi del fatto paragonata da Wittgenstein al rapporto sussiste nte tra una figura geometrica e la sua proiezione. Cos come, in una proiezione or togonale, si ottiene unimmagine conforme di una data figura proiettando su un pia no le sue perpendicolari, cos ogni immagine pu intendersi come il risultato di un collegamento uno a uno dei suoi elementi costitutivi con quelli del fatto raffigur ato. Immagine e fatto sono idealmente collegati per mezzo di linee di proiezione (le antenne). Cfr. 3.1. 2.161. Limmagine e ci che da essa viene raffigurato devono ovviamente avere qualcosa in comune, altrimenti non sussisterebbe nemmeno la rel azione raffigurativa. Quel che identico la forma di raffigurazione. Se vogliamo ra ppresentare su una tela un determinato soggetto (ad es., una tavola su cui si tr ovano piatti e bicchieri), dovremo fare in modo che tra le immagini dipinte suss istano le medesime relazioni sussistenti tra gli oggetti reali (se i bicchieri s ono a destra dei piatti, ci dovr valere anche per le immagini dipinte sulla tela, etc.). La relazione di raffigurazione consiste appunto nella coordinazione degli elementi dellimmagine e gli elementi del fatto (2.1514). Ma questa coordinazione concepibile solo se immagine e realt sono omogenee dal punto di vista formale. 2 .17. Dato che unimmagine pu raffigurare sia situazioni esistenti che situazioni no n esistenti (2.11), essa pu risultare vera o falsa una volta confrontata con la r ealt. Se ad esempio raffiguro in unimmagine un gatto su un tappeto e poi mi accert o del fatto che il gatto non si trova sul tappeto, la raffigurazione in question e risulter scorretta. Tuttavia, anche tale immagine (cos come le immagini vere) de ve essere dotata della forma di raffigurazione: se cos non fosse, limmagine non es primerebbe un senso e quindi non saprei neppure come impostare un confronto tra essa e la realt (non avrei dunque modo di riconoscerla come falsa). Ne consegue c he ogni immagine, sia essa corretta o scorretta, deve essere dotata della forma di raffigurazione. LA FORMA DI RAFFIGURAZIONE NON E RAFFIGURABILE (2.171 2.174) 2.171. Cfr. 2.16, 2.161 (tra immagine e fatto deve esservi un elem ento comune) e 2.17 (ci che limmagine ha in comune con la realt la forma di raffigu razione). Il rapporto di raffigurazione presuppone necessariamente lidentit di for ma tra immagine e raffigurato. Unimmagine spaziale, ad esempio limmagine dipinta r affigurante un libro su un tavolo, condivide con la situazione raffigurata la fo rma spaziale (traduce per mezzo di una relazione spaziale tra i propri elementi la relazione spaziale tra gli oggetti). Due macchie di colore su un foglio potrann o invece raffigurare una relazione cromatica utilizzando un mezzo espressivo del tutto diverso. In ogni caso, immagine e raffigurato sono caratterizzate da unide ntica forma. 2.172. La condizione restrittiva fissata da Wittgenstein in questa proposizione costituisce uno dei capisaldi del Tractatus. Cfr. 4.12: La proposizi one pu rappresentare la realt tutta ma non pu rappresentare ci che, con la realt, ess a deve avere comune per poterla rappresentare la forma logica. Secondo Wittgenste in, le condizioni formali che rendono possibile la conoscenza (cio la rappresenta zione del mondo per mezzo del linguaggio) non sono a loro volta rappresentabili nel linguaggio, se non si vuole cadere in un evidente circolo vizioso. In questo senso, la teoria del Tractatus dichiara inconoscibile (irrapresentabile) lambito a-priori che invece era oggetto della Critica della ragion pura kantiana. La co ndizione che rende unimmagine significativa, ovvero la forma di raffigurazione, s emplicemente esibita dallimmagine (limmagine mostra di possedere tale forma per il semplice fatto che capace di raffigurare una situazione); ma nessuna immagine p u raffigurare le condizioni che le permettono di essere significativa. La forma d i raffigurazione, quindi, non un elemento dellimmagine. Analogamente, sulla super ficie di uno specchio troviamo immagini di oggetti ma in nessun caso sono compre

se in quelle immagini le condizioni della sedere la capacit di riflettere immagini i che pu essere mostrato non pu essere ti che essa raffigura (in questo senso si

riflessione (lo specchio mostra di pos semplicemente esibendole). Cfr. 4.1212: C detto. 2.173. Limmagine unentit distinta dai pu dire che limmagine

rappresenta il suo oggetto dal di fuori). Se non vi fosse questa distanza tra immagi ne e raffigurato (se cio immagine e fatto fossero coincidenti) non sarebbe neppur e concepibile lesistenza di immagini false. La verit e falsit dellimmagine si stabil isce per mezzo di un confronto con la realt (2.223), e ci presuppone appunto che i mmagine e realt raffigurata siano distinte. 2.174. Dallesteriorit reciproca di imma gine e raffigurato (2.173) segue che la forma di raffigurazione non raffigurabil e a sua volta. La relazione raffigurativa possibile solo se interviene la forma di raffigurazione quale elemento mediatore tra immagine e raffigurato. Ci signifi ca che per raffigurare la forma di raffigurazione avremmo bisogno di un ulterior e elemento mediatore distinto dalla forma di raffigurazione comune ad immagine e realt. Da ci segue immediatamente che nessuna immagine della realt pu raffigurare l a propria forma di raffigurazione: per fare ci, infatti, dovrebbe essere concesso allimmagine di assumere un punto di vista esterno a se stessa (il che, naturalme nte, quanto nessuna immagine in grado di fare).

LA FORMA LOGICA (2.18 2.225) 2.18. Ogni immagine, per poter rappresentare la realt, deve aver com une con essa una forma (2.171). Ma prima di essere unimmagine spaziale, o cromati ca o temporale, etc., ogni immagine unimmagine logica (2.182), ovvero deve essere strutturata in modo conforme alle leggi logiche (unimmagine illogica non potrebb e esistere, cfr. 3.03). La forma logica ci che ogni immagine deve condividere con la realt (di qui la presa di posizione di natura ontologica: la forma logica la f orma della realt). Ogni immagine ha la propriet di comunicare un contenuto rapprese ntativo in forza della strutturazione operata a priori dalla forma logica. La fo rma logica quindi lelemento a priori che conferisce allimmagine in generale la fac olt di rappresentare il reale. Wittgenstein non pu illustrare in modo compiuto less enza della forma logica perch essa non raffigurabile (4.12; cfr. 2.172, 2.174). L e condizioni della raffigurazione rimangono infatti ai limiti del processo conos citivo e non possono essere comprese in esso. Parlare della forma logica dunque impossibile: essa si mostra, ma non pu esser detta . 2.182. La raffigurazione di una certa tonalit di blu non unimmagine di tipo spaziale (dunque, vi sono immagini che non possiedono una forma di raffigurazione spaziale). Tuttavia nessun tipo di immagine pu fare a meno della forma logica perch ogni immagine presenta determina te relazioni (cromatiche, spaziali, etc.) e la forma logica la condizione della raffigurazione di quelle relazioni in senso pi generale ed astratto. In altri ter mini, tutte le relazioni possibili si riducono nella loro essenza a relazioni di tipo logico. Ogni immagine perci unimmagine logica. 2.201. Limmagine raffigura sem pre situazioni possibili. In modo analogo, la proposizione (la quale unimmagine, cio una raffigurazione logica, della realt) raffigura la possibilit del sussistere e non sussistere di stati di cose (4.2). Se unimmagine non raffigurasse delle sem plici possibilit non riusciremmo a giustificare lesistenza di immagini false (cui non corrisponde alcuno stato di cose nella realt empirica). Una raffigurazione lo gica dotata di un senso compiuto indipendentemente dalla propria verit o falsit, o vvero indipendentemente dal fatto che la situazione da essa rappresentata sia es istente o meno. Cfr. 212: limmagine un modello della realt. 2.202. Cfr. 2.11: Limmagi e presenta la situazione nello spazio logico, il sussistere e non sussistere di stati di cose. Ad ogni situazione possibile raffigurata dalle immagini corrispond ono idealmente luoghi dello spazio logico. Lo spazio logico linsieme di tutte le po ssibilit determinate a priori dalla logica. In quanto dotata di forma logica, ogn i immagine fissa un punto in quel reticolo di possibilit che lo spazio logico. Cf r. 3.4. 2.203. Si noti il ricorrere del termine possibilit nelle 2.201, 2.202, 2.20 3. Limmagine raffigura realt possibili, e non realt attuali. In questo modo si rend e ragione dellesistenza di immagini false (dotate di un senso compiuto, e perci co mprensibili, anche se levento raffigurato non sussiste). 2.22. Cfr. 2.17: la form a di raffigurazione ci che ogni immagine deve possedere per poter raffigurare, co rrettamente o falsamente, la realt. Ne segue che la presenza di tale elemento for male basta a garantire la capacit dellimmagine di stabilire un rapporto proiettivo con la realt, indipendentemente dalla verit o falsit dellimmagine stessa.

2.221. Il senso dellimmagine il suo contenuto rappresentativo, cio nientaltro che l a situazione (possibile) che essa raffigura. Comprendendo il senso di unimmagine noi sappiamo cosa deve sussistere nella realt nel caso che limmagine sia vera e co sa non deve sussistere nella realt nel caso limmagine sia falsa. Il senso di unimma gine (e di una proposizione) corrisponde dunque alla possibilit del sussistere e non sussistere di stati di cose (cfr. 4.2). Affermando che limmagine rappresenta i l proprio senso, Wittgenstein intende dire che essa lo esibisce, lo mostra. Allo stesso modo, La proposizione mostra il suo senso (4.022). 2.222. La verit o falsit d i unimmagine pu esser stabilita solo accertando se ci che essa rappresenta (ovvero il suo senso, 2.221) si accorda o meno con la realt empirica. Mentre il senso di unimmagine stabilito a priori, la sua verit o falsit una questione di esperienza; p er questo le tre proposizioni successive alla 2.221 affermano che la semplice an alisi dellimmagine non contiene nulla che consenta di stabilire se essa sia vera o falsa (per usare una terminologia kantiana, accertare se un fatto sussiste o m eno una questione sintetica e non analitica). 2.223. Cfr. 4.05. Non possiamo sap ere se unimmagine vera o falsa se non dopo il confronto con la realt. Scrive B. Ru ssell: Per ciascun fatto ci sono due proposizioni, una vera e una falsa, e non c nu lla della natura del simbolo che ci possa mostrare quale sia quella vera e quale quella falsa. Se ci fosse, si potrebbe accertare la verit sul mondo limitandosi ad esaminare le proposizioni, senza bisogno di guardarsi intorno (vedi la citazio ne completa in scheda 5). 2.225. La 3.04 specifica come da intendersi unimmagine (pensiero) vera a priori: Un pensiero corretto a priori sarebbe quello, la cui po ssibilit ne condizionasse la verit. Largomento ontologico di S. Anselmo esemplifica perfettamente quel che Wittgenstein intende per pensiero corretto a priori. Questa condizione non per realizzabile (e largomento di S. Anselmo fallisce dunque il su o scopo) dato che il valore di verit di unimmagine pu stabilirsi solo per mezzo del confronto con la realt effettiva.

Scheda 4: Limmagine. Io ho ereditato questo concetto di immagine da due lati: in primo luogo dallimmagi ne come disegno e in secondo luogo dallimmagine del matematico, che gi un concetto pi generale. Infatti il matematico parla di raffigurazione anche nei casi in cui il pittore non userebbe questa espressione Ludwig Wittgenstein Le osservazioni riguardanti la nozione di immagine sono di fondamentale importanza nelleconomia del Tractatus perch gettano le basi per la comprensione della natura del linguaggio nel suo rapporto di proiezione con la realt. Noi ci facciamo immag ini dei fatti dice Wittgenstein nella 2.1. Pi avanti, egli preciser che immagini de i fatti sono i pensieri e le proposizioni. Limmagine un modello della realt (2.12) , ovvero ha la propriet di rappresentare un fatto riproducendo nella propria stru ttura il nesso che lega gli oggetti nello stato di cose da essa raffigurato (2.1 4, 2.15). In una fotografia, ad esempio, constatiamo che la disposizione degli e lementi nellimmagine corrisponde al nesso che sussiste di fatto tra gli oggetti p osti davanti allobiettivo della macchina fotografica: tale corripondenza struttur ale lessenza del rapporto di raffigurazione. In generale, ogni immagine rimanda a ci che raffigura in virt della relazione di isomorfismo sussistente tra essa e la situazione reale. Limmagine: rappresenta lo stato di cose corrispondente perch condivide con esso una forma (2 .16, 2.161, 2.17, 2.171). Dalla forma di raffigurazione dipende la possibilit di connettere gli elementi dellimmagine in modo da rispecchiare la struttura del fat to (ovvero, nel nostro esempio, la disposizione dei pezzi reali sulla scacchiera ). Lidentit di forma tra immagine e realt il presupposto irrinunciabile del rapport o di raffigurazione. Ma per raffigurare la situazione del nostro esempio ci potr emmo servire anche di unimmagine non spaziale. Db1 ; Tc2 (leggi: Donna nella casell a b1 e Torre nella casella c2) un enunciato che illustra in modo equivalente lo stato di cose descritto sopra. Questa particolare forma di notazione solitamente usata dagli scacchisti per descrivere la sucessione delle mosse in una partita. Ad esempio: Frese Schroeder (Marburg, 1951) 1. d4 d5 2. c4 d:c4 3. Cc3 e5 4. d5 Ad6 5. e4 f5 6. A:c4 Cf6 7. Ad3 f:e4 8. C:e4 0-0 9. Ag5 C:e4 10. A:d8 Ab4+ 11. Re2 T:f2+ 12. Re3 Ac5+ 13. R:e4 Af5+ 14. R:e5 Cd7(matto). la descrizione della p artita (svoltasi a Marburgo nel 1951) tra i giocatori Frese e Schroeder e conclu sasi alla 14^ mossa con la vittoria del Nero. Per quanto ci possa non risultare i ntuitivo al pari del primo esempio, anche la serie di simboli che abbiamo appena citato unimmagine. Scrive Wittgenstein: A prima vista la proposizione quale, ad e sempio, stampata sulla carta - non sembra sia una immagine della realt della qual e tratta. Ma neppure la notazione musicale, a prima vista, sembra essere unimmagi ne della musica, n la nostra grafia fonetica (lalfabeto) sembra unimmagine dei fone mi del nostro linguaggio (4.011). Una volta accettate alcune convenzioni (d4 sign ifica la mossa iniziale di un pedone bianco che muove in avanti di due caselle, il segno : significa mangiare un pezzo, etc.), chiunque perfettamente in grado di ri costruire lo svolgimento della partita: la sequenza dei simboli dunque da intend ersi a pieno titolo come una immagine del fatto e lesistenza del rapporto di raff igurazione presuppone che sussista anche in questo caso una relazione di isomorf ismo tra enunciato e realt. I due diversi modi di rappresentare una configurazion e di pezzi sulla scacchiera (immagini spaziali o simboli scacchistici) funzionano altrettanto efficacemente perch viene in ogni caso stabilita una relazione proiet tiva tra elementi dellimmagine ed elementi della realt. Se il medesimo evento (una partita di scacchi) pu essere raffigurato secondo due diverse forme di raffigura zione (spaziale e non spaziale) si pone il seguente problema: che cosa consente ad entrambi i tipi di immagine di essere raffigurazioni della realt? Wittgenstein risponde che ogni immagine, sia essa spaziale, temporale, cromatica, etc., deve avere in comune con la realt la forma logica (2.18). Ogni immagine possiede un s uo modo particolare di riferirsi a ci che raffigura; tuttavia, ogni immagine anch e unimmagine logica (2.182). La forma logica dunque

lelemento mediatore principale, il vero a priori che determina la capacit dellimmag ine (a prescindere dalla sua particolare forma di raffigurazione) di riferirsi a i fatti del mondo. Nulla pu essere pensato e raffigurato prescindendo dalle leggi logiche (cfr. 3.03). Dato che senza lintervento della forma logica il mondo non sarebbe neppure pensabile, Wittgenstein pu definire la forma logica come la forma della realt (2.18). La caratteristica peculiare di ogni immagine che essa viene co mpresa senza bisogno di spiegazioni di alcun tipo: limmagine presenta una situazi one direttamente, ovvero in modo autosufficiente (suonerebbe molto strano se, da vanti alla raffigurazione di unalbero, io avessi bisogno, per comprendere il sens o dellimmagine, che qualcuno mi dicesse Questo un albero: ci si vede dallimmagine ste ssa). E vero che bisogna stabilire alcune convenzioni per far s che limmagine sia c ompresa da tutti: ma una volta accettato che una certa figura bidimensionale den ota un pezzo reale (tridimensionale), o che il simbolo T significa torre, ogni immagin e parla da s senza bisogno di ulteriori interventi esplicativi. Trasferendo tale os servazione al linguaggio ricaviamo che le proposizioni, in quanto immagini, illu strano la realt senza bisogno di ulteriori mediazioni: La proposizione un immagine della realt: Infatti io conosco la situazione da essa rappresentata se comprendo la proposizione. E la proposizione la comprendo senza che me ne si sia spiegato il senso(4.021). Se per comprendere una proposizione-immagine fosse richiesta una spiegazione aggiuntiva (e dunque fosse richesto lintervento esplicativo di unulte riore proposizione-immagine) vorrebbe dire che le mie proposizioni non sono dota te di un senso autonomo: ma allora si aprirebbe un infinito processo di fondazio ne del senso, giacch anche le proposizioni chiamate in causa per chiarire il sens o del primo enunciato avrebbero a loro volta bisogno di altre proposizioni espli cative. Se da una parte nessuna immagine pu esprimersi intorno al senso di unaltra , anche vero che nessuna immagine pu esprimersi intorno al proprio senso, dicendo ad esempio di se stessa che sta raffigurando un albero o una torre. Per far ci, limmagine dovrebbe infatti esprimersi sulla relazione raffigurativa che intrattie ne con la situazione raffigurata, ovvero dovrebbe poter raffigurare la propria f orma logica. Non sussiste per alcuna possibilit che le immagini possano riuscire i n questo compito. Ci che limmagine pu raffigurare soltanto una determinata situazio ne, ed essa pu far questo in virt dellintervento a priori della forma logica. Ma la forma logica determina soltanto la capacit dellimmagine di raffigurare alberi e pedo ni, cio fatti del mondo, mentre essa stessa non un fatto bens la condizione della r apresentabilit dei fatti. Nessuna immagine pu perci parlare del modo in cui rappres enta levento raffigurato perch dovrebbe cessare di essere immagine dellevento in qu estione e diventare raffigurazione di se medesima, cio dovrebbe trascendere se st essa uscendo dalla propria forma di raffigurazione (2.174). Avendo definito le imm agini come raffigurazioni dei fatti, si pone adesso il problema di giustificare lesistenza delle immagini false. Se una proposizione falsa, lo stato di cose che essa descrive non sussiste affatto e sembra perci illegittimo considerare lenuncia to in questione come unimmagine. Asserire che una proposizione falsa unimmagine no n equivarrebbe forse a sostenere che su uno specchio si possono formare immagini riflesse di cose che non vi sono? Per rispondere, immaginiamo che la raffiguraz ione della scacchiera che abbiamo presentato sopra sia falsa, ovvero che sulla s cacchiera reale la Donna e la Torre non si trovino in b1 e in c2. Osservando limm agine, ovviamente, noi non possiamo dire se essa sia vera o falsa: per stabilire ci necessario un confronto con la realt (2.224, 2.223). Ma per operare tale confr onto bisogna che noi abbiamo compreso preliminarmente quel che limmagine ci dice, ovvero che Donna e Torre si trovano in una certa posizione. Ogni immagine, sia essa vera o falsa, deve avere un senso compiuto prima di ogni operazione finaliz zata ad accertarne il valore di verit (ogni immagine, dicevamo, si fa comprendere da s in quanto immagine). Il senso dellimmagine dipende esclusivamente dal fatto che essa dotata di forma logica e non dal fatto che limmagine corrisponda o meno alla realt. Se limmagine del nostro esempio non dipingesse alcunch, noi non saremmo n eanche in grado di impostare un confronto tra essa e il mondo. Anche le immagini false, dunque, devono essere a tutti gli effetti immagini, cio raffigurazioni di qualcosa. Questo qualcosa una situazione possibile, ovvero uno stato di cose che si accorda con le possibilit stabilite dalla logica. Affinch dunque una proposizion e rappresenti uno stato di cose, necessario solo che le sue parti costitutive ra

ppresentino quelle dello stato di cose e che quelle stiano in un nesso possibile per queste. Il segno proposizionale garantisce la possibilit (non lattualit) del f atto che esso rappresenta (Q. 115. Cfr. 2.201, 2.202, 2.203). Ci che viene raffigu rato nellimmagine del nostro esempio dunque una semplice possibilit contemplata da lle regole degli scacchi. Dipende da noi, a questo punto, andare a verificare se il nostro schema di raffigurazione corrisponde o meno alla realt attuale (il che s ignifica appunto stabilire la verit o falsit dellimmagine in riferimento alla scacc hiera). Ma limmagine non cessa di essere tale se constatiamo che i pezzi sono col locati in modo diverso da quanto veniva raffigurato. In tal caso, limmagine raffi gura semplicemente una possibilit che non sussiste in atto nella realt empirica. U nimmagine, sia essa vera o falsa, intrattiene sempre un rapporto proiettivo con i l mondo. Descrivere la natura dellimmagine servendosi di analogie quali una fotog rafia o limmagine riflessa da uno specchio risulta allora fuorviante. Questi esem pi, infatti, richiamano lidea dellimmagine come semplice riproduzione e copia dell a realt (secondo un modulo che intende il procedimento conoscitivo quale passiva riproduzione di ci che impressiona i sensi). Ma le immagini di cui parla Wittgens tein sono piuttosto da intendersi come schemi di conoscenza costruiti coscienteme nte o rappresentazioni verbali deliberatamente costruite: Una Bild o immagine, per Wittgenstein, qualcosa che noi facciamo o produciamo com e un manufatto e, proprio come

un pittore produce una rappresentazione artistica di una scena o di una persona, n oi ci costruiamo nel linguaggio delle proposizioni che hanno la stessa forma dei fatti che raffigurano; le proposizioni-immagini, dunque, sono delle costruzioni logiche del tutto diverse dalla riproduzione dellesperienza sensibile (Janik-Toul min, 141, 185). Il termine modello, usato da Wittgenstein nella 2.12 e 4.01 per caratterizzare limm agine e la proposizione, usato dai fisici per indicare uno strumento esplicativo dei fenomeni costruito intenzionalmente dallo scienziato al fine di ricondurre un certo numero di eventi ad uno schema comune. In questo senso, il modello funzio na come una struttura rappresentativa che determina a priori sequenze di eventi possibili. Hertz (di cui Wittgenstein apprezz lopera) aveva scritto: Noi ci facciam o immagini o simboli degli oggetti esterni, in modo tale che quelle che sono nel pensiero le conseguenze necessarie delle immagini siano sempre le immagini di q uelle che sono in natura le conseguenze necessarie degli oggetti raffigurati (in Marconi, 1997, 19). Un modello pu assolvere alla propria funzione soltanto se dot ato di una struttura logica conforme a quella del fenomeno descritto: in altri t ermini, il modello (come limmagine di Wittgenstein) devessere caratterizzato da un rapporto di isomorfismo con la realt. Modello e realt devono possedere la medesima molteplicit logica (4.04). Un modello fisico che fosse in conflitto con le leggi logiche sarebbe in questo senso unassurdit: Osserveremo subito scrive Hertz- che son o inamissibili quei modelli che contraddicono implicitamente le leggi del nostro pensiero (in Janik-Toulmin 141). Allo stesso modo, secondo Wittgenstein, non pos sibile formare alcuna immagine della realt prescindendo dalle leggi della logica: Non possiamo pensare nulla dillogico, ch altrimenti dovremmo pensare illogicamente (3.03). Ma un modello, condividendo con i fenomeni solo la forma logica, costitu isce anche una rappresentazione semplificata della realt empirica. La stessa consid erazione pu ripetersi a proposito delle immagini in generale: esse hanno sempre q ualcosa in meno rispetto alla realt che raffigurano. Gi Platone, nel Cratilo (432 b-d), sottolineava il fatto che lesattezza dellimmagine non pu consistere nella per fetta riproduzione del raffigurato: se unimmagine, infatti, fosse una replica esa tta in ogni particolare delloggetto, avremmo due oggetti identici e non un oggett o e la sua copia; ma in tal modo verrebbe snaturata lessenza del rapporto raffigu rativo, che si fonda sullanalogia di struttura tra immagine e situazione senza pr etendere di giungere alla conformit assoluta tra i termini della relazione. J. P. K enny ha proposto, a riguardo, la distinzione tra forma di raffigurazione e forma di rappresentazione: Lidea di Wittgenstein sembra essere che affinch A sia unimmagine d i B, A non deve essere del tutto simile a B (altrimenti sarebbe B e non unimmagin e di B) n completamente diversa da B (altrimenti non potrebbe assolutamente raffi gurare B). Ci per cui A simile a B, ci che A ha in comune con B, Wittgenstein lo c hiama, come abbiamo visto, forma di raffigurazione di A. Ci per cui A si differenzi a da B, e che fa s che essa sia unimmagine e non una seconda realt, lo possiamo chi amare la forma di rappresentazione di A (Kenny, 76). Ad esempio, nel dipinto che il lustra un paesaggio la forma di raffigurazione la spazialit dellimmagine (ci che il dipinto ha in comune con il paesaggio); mentre la forma di rappresentazione la bidimensionalit dellimmagine (ci che non comune con la realt tridimensionale del pae saggio). Per costruire unimmagine, un modello, non necessario duplicare la realt c he si intende raffigurare: perch unimmagine funzioni semplicemente richiesto che vi sia unidentit di struttura logica tra essa e il raffigurato.

Note al Tractatus IL PENSIERO (3 3.05) 3. Dopo aver illustrato la natura dellimmagine, Wittgenstein afferma che il pensiero altro non che una raffigurazione logica della realt. Pensare qualcos a significa raffigurarlo per mezzo di unimmagine (3.001). Come sappiamo (2.182), ogni immagine anche unimmagine logica. Ma ci sono immagini che sono, per cos dire, soltanto immagini logiche: non hanno in comune con ci che raffigurano relazioni c romatiche, o geometriche, o sonore, ma soltanto relazioni in quanto tali; e ques te immagini sono i pensieri (Marconi, 1997, 23). Cfr. Kenny, 78: Ogni immagine, ov vio, unimmagine logica; i pensieri, per, sono le immagini logiche per eccellenza d al momento che la struttura logica esaurisce lintera loro forma di raffigurazione. La quarta proposizione fondamentale del Tractatus identificher i pensieri con le proposizioni munite di senso. 3.02. Cfr. 2.201, 2.202, 2.203. Un pensiero, in q uanto immagine, si riferisce alla realt rappresentando la possibilit di una situaz ione (il sussistere o non sussistere di uno stato di cose). Tutto ci che possiamo pensare (cio raffigurare) anche possibile. Ne segue che quanto in disaccordo con le leggi del pensiero (ovvero, con le leggi logiche), impensabile (quindi irrap presentabile) ed impossibile. In nessun modo, ad esempio, possibile raffigurare due oggetti ognuno dei quali pi grande dellaltro. Cfr. 3.032: tentare di rappresen tare qualcosa che violi le leggi logiche equivale al tentativo di rappresentare, in geometria, una figura che contraddica le leggi dello spazio. 3.03. Cfr. 5.47 31: Che la logica sia a priori consiste in questo, che non si pu pensare illogicam ente. Se la condizione di ogni rappresentazione la forma logica (2.18), nessuna i mmagine (e dunque nessun pensiero, dato che il pensiero immagine logica dei fatt i) pu sussistere prescindendo dalle regole logiche. Pensare illogicamente unespressi one priva di significato ed indice di unoperazione impossibile perch v pensiero solt anto ove siano operanti le leggi della logica. Spiega Wittgenstein: Per descriver e una realt in cui la grammatica fosse diversa dovrei usare proprio le combinazio ni che la grammatica proibisce. Le regole della grammatica distinguono senso e n onsenso, e se uso le combinazioni proibite proferisco un nonsenso (in: Perissinot to, 99). 3.031. Mentre tutto quel che riguarda la nostra esperienza potrebbe anc he avvenire altrimenti (5.634), lambito della logica considerato da Wittgenstein necessario e immodificabile fino al punto da dichiarare che nemmeno Dio potrebbe operare contro le leggi logiche (cfr. 5.123). 3.0321. Se da un lato impossibile rappresentare un oggetto spaziale in contraddizione con le leggi dello spazio, dallaltro perfettamente possibile fornire la rappresentazione di un evento in con trasto con le leggi fisiche. Le leggi della geometria, al contrario di quelle fi siche, hanno dunque una validit a priori. Wittgenstein anticipa qui il tema della convenzionalit delle teorie scientifiche (cfr. 6.3 e seguenti). V solo una necessit logica (6.37). Data lindipendenza reciproca degli stati di cose (1.21), il mondo e mpirico contrassegnato dalla contingenza: non v tra i fatti empirici alcun nesso n ecessario. 3.05. Un pensiero vero a priori non avrebbe bisogno di alcun confront o con lesterno per essere giudicato tale. Ma ci impossibile. Cfr. 2.25: Unimmagine v era a priori non v. Per accertare la verit o falsit di unimmagine bisogna confrontarla con i fatti (2.223). IL NOME E LA PROPOSIZIONE (3.1 3.318). 3.1. Nella proposizione il pensiero trova espressione sensibile, ov vero si concretizza in suoni o segni grafici percepibili per mezzo dei sensi. Da to che i pensieri sono immagini logiche dei fatti (3), le proposizioni sono anche sse nientaltro che raffigurazioni di stati di cose. 3.11. La funzione dei segni s ensibili (fonemi o grafemi) la raffigurazione di situazioni possibili. Ma perch c i si

realizzi necessario che i singoli segni siano correlati ad oggetti. Questa corre lazione non qualcosa che effettuata dalla raffigurazione: qualcosa che effettuiam o noi (Anscombe 62). Di per s, una combinazione di segni come: x pi alto di y non dic e ancora nulla sulla realt. Ci che rende la struttura segnica x pi alto di y immagine di una situazione loperazione con cui ad x ed y colleghiamo un significato preci so (ad es. Mario pi alto di Carlo, oppure LEverest pi alto del Monte Bianco, etc.) bilendo una connessione tra i segni e gli oggetti noi conferiamo alla proposizio ne un senso determinato (cio ne facciamo la raffigurazione di una situazione poss ibile). Ecco perch stabilire un metodo di proiezione equivale a determinare il se nso della proposizione. 3.12. Un segno proposizionale una configurazione fisica, per esempio di inchiostro su carta; la proposizione il segno proposizionale nell a sua relazione con il mondo, cio il segno proposizionale pensato come immagine d i una certa situazione (Marconi, 1997, 23). Se valida questa distinzione, si dovr ebbe forse correggere la 3.1 dicendo: Nel segno proposizionale il pensiero sesprim e sensibilmente. Comunque, il punto fondamentale della tesi di Wittgenstein che l a proposizione deve trovare espressione sensibile nel segno proposizionale: Una p roposizione disincarnata sarebbe un assurdo (Black 103). 3.13. La proposizione, g razie alla forma logica, possiede la capacit di proiettare in direzione degli eve nti. Ma il proiettato (cio il senso della proposizione, la situazione che essa ra ppresenta) non contenuto in essa se non come possibilit. Il senso della proposizi one viene determinato solo nel momento in cui stabiliamo una correlazione tra es sa e la realt (cfr. 3.11). Dunque nella proposizione contenuta solo la possibilit di esprimere un senso. Nella proposizione non troviamo il contenuto del suo sens o, ma solo la forma di esso (appunto le condizioni della sua possibilit). Prendiam o ad es. Mario ama Carla: possiamo dire che la tesi di W. che questenunciato non con tiene niente di pi di aRb [a relazionato a b], alla stregua di una funzione proposizi nale. Solo nel momento in cui a e b vengono coordinati ad oggetti (cio a Mario e Carla ) si aggiunge ad essi, dal di fuori, un senso determinato (Black 105). 3.14. Cfr. le medesime osservazioni, riferite allimmagine, nella 2.14 e 2.141. La proposizio ne pu raffigurare la realt solo al patto di condividerne la forma; ma lidentit di fo rma tra proposizione e fatto implica che anche la proposizione, al pari del fatt o, sia complessa: come un fatto un nesso di oggetti, cos la proposizione un nesso di nomi (4.22). Se tutto ci che sussiste come complesso nel mondo un fatto, allo ra la proposizione stessa da considerarsi un fatto. 3.141. Ogni proposizione un complesso ordinato perch articolato secondo una struttura logica. Nella proposizi one, le parole non si trovano mescolate alla rinfusa (cos come una melodia non pu ra mescolanza di suoni); la proposizione articolata perch i suoi elementi sono di sposti in modo da corrispondere alla sequenza degli oggetti nello stato di cose cui la proposizione si riferisce. Tale conformit di struttura tra immagine e fatt o raffigurato lessenza stessa del rapporto raffigurativo (2.14). Cfr. 4.22: la pr oposizione una connessione, una concatenazione di nomi. 3.142. Solo un fatto (e le proposizioni sono appunto fatti, 3.14) pu raffigurare un fatto (cio esprimere un senso). Ci dipende dalla natura del rapporto raffigurativo, il quale presuppone c he immagine e raffigurato siano dotati di una medesima complessit (il fatto-propo sizione e il fatto raffigurato sono appunto due entit complesse). La proposizione non pu essere intesa come una serie (una classe) di nomi perch necessario che i n omi stiano luno allaltro nella medesima relazione che caratterizza gli oggetti del fatto. La proposizione qualcosa di pi di una semplice collezione di nomi: essa c aratterizzata da una forma. 3.143. In quanto segni grafici (inchiostro su carta) , proposizione e nome possono apparire identici. Se cadiamo in questo errore fin iamo per trascurare che una proposizione, al contrario di nome, un fatto (ovvero : caratterizzata da uninterna complessit che soltanto i fatti possono avere). Il n ome, al contrario di una proposizione, non un fatto perch un segno semplice che i ndica un oggetto (3.202, 3.22). Di ci non si rese adeguatamente conto Frege, il q uale consider la proposizione nientaltro che un nome composto (finendo cos per sovr apporre le due distinte funzioni della proposizione e del nome). Per la critica di Wittgenstein alla posizione di Frege, v. Scheda 5. 3.1431. Immaginiamo di dov erci servire, per raffigurare una situazione (ad esempio, la disposizione dei mo bili in una stanza), non di parole, bens di una serie di oggetti (copie conformi degli oggetti presenti nella suddetta stanza). La raffigurazione del fatto, in q

uesto caso, consisterebbe nel disporre gli oggetti-copia nella stessa relazione reciproca in cui si trovano gli oggetti della stanza. Wittgenstein sottolinea co s che lessenziale, nella proposizione,

la forma-struttura: in ci risiede il senso della proposizione. Cfr. 4.0311. 3.143 2. Il segno aRb (a e b sono nomi di oggetti, R sta per relazione) raffigura uno sta ose composto di due oggetti (ad esempio, Il libro sul tavolo). Il segno R non indica per un oggetto al pari dei segni a e b: in tal caso, infatti, la proposizione sarebb e solo un nome composto (3.143) R un semplice espediente grafico per indicare che i nomi a e b (gli elementi della raffigurazione) si trovano in una certa relazione alli nterno della proposizione. E proprio il fatto che tra a e b vi sia una relazione (cos come tra i tavoli, le sedie e i libri nella raffigurazione di una stanza, 3.1431 ) a rendere possibile allimmagine la raffigurazione dello stato di cose corrispon dente. Ovviamente, sarebbe vano cercare loggetto relazione tra gli elementi della r affigurazione (questi comprendono solo tavoli, sedie e libri): che vi sia una re lazione noi lo vediamo nellimmagine stessa, cio dal modo in cui sono combinati i s uoi elementi. Del segno R possiamo quindi fare del tutto a meno: nella teoria raff igurativa di Wittgenstein, una relazione verr [sempre] presentata da una relazione e non da un segno di relazione (Piana 21). E perci sbagliato dire che aRb raffigura la relazione R sussistente tra a e b (dice che a sta nella relazione R a b). E invec fatto che a stia in una certa relazione a b a dirci che aRb (ovvero a raffigurare il f atto). La relazione tra a e b corrisponde alla struttura formale della proposizioneimmagine, e nessuna immagine pu raffigurare la propria forma, bens solo mostrarla (2.172, 4.12). Questo tema da collegarsi alla natura non denotante dei simboli l ogici (cfr. 4.0312). I simboli delle costanti logiche non designano oggetti o str utture precostituite; cos, nel caso succitato, il segno R non indica la struttura p recostituita agli oggetti designati dai simboli a e b, ma una relazione che generata dalle propriet formali dei simboli a e b (Gargani 20). 3.144. Una situazione (cio un stato di cose o un fatto) qualcosa di complesso, e pertanto pu essere raffigurat a (descritta) solo per mezzo di un segno complesso (una proposizione); un oggett o invece unentit semplice e pertanto pu soltanto essere indicato (denominato) per m ezzo di un segno semplice (un nome). Un segno semplice ovviamente incapace di ri produrre linterna complessit di un fatto: perci le situazioni non si possono denomi nare, ma solo descrivere. Il punto essenziale del paragone [i nomi somigliano a p unti, le proposizioni a frecce] che una freccia diretta verso qualcosa: potremmo dire che una proposizione ha anchessa un bersaglio, il fatto chessa rappresenta, e potremmo immaginare che la proposizione raggiunga questo bersaglio se vera, lo manchi invece se falsa (Black, 110). Un nome, al contrario di una proposizione, non n vero n falso, pertanto non pu essere paragonato ad una freccia. 3.2. Il pensi ero si esprime nella proposizione traducendo la propria complessit in quella delle nunciato. Gli elementi del segno proposizionale, ovvero i segni semplici di cui esso composto, sono i nomi (3.202). Wittgenstein lascia aperto il problema della natura degli elementi semplici che costituiscono un pensiero. Interrogato su qu esto punto da Russell, Wittgenstein mostr di ritenere la questione superflua: Io n on so che siano i costituenti di un pensiero, ma so che esso deve avere costitue nti corrispondenti alle parole del linguaggio. Quanto poi al genere di relazione intercorrente tra tra i costituenti del pensiero e i costituenti del fatto raff igurato, esso irrilevante. Scoprirlo sarebbe una questione di psicologia (LR. 253 ). 3.201. Gli elementi della proposizione, i segni semplici, sono i nomi (3.202) . I nomi significano gli oggetti (3.203). La proposizione pu essere analizzata fi no alle sue parti costitutive semplici (cfr. 2.0201). Alla possibilit di scomporr e la proposizione nelle sue componenti minime (i nomi) corrisponde la possibilit di scomporre la realt (come insieme di fatti) fino al livello degli oggetti sempl ici. 3.21. Il rapporto sussistente tra i nomi nella proposizione corrisponde al rapporto sussistente tra gli oggetti nello stato di cose. Cfr. 2.15: Che gli elem enti dellimmagine siano in una determinata relazione luno allaltro mostra che le co se sono in questa relazione luna allaltra. 3.221. Non possiamo parlare degli oggetti in modo diverso, e in modo pi diretto, se non descrivendone le configurazioni co ntingenti e mutevoli in cui gli oggetti entrano (Bouveresse, 33). Che un dato seg no (nome) significhi un oggetto viene mostrato dal segno. Posso dunque parlare d i un oggetto nel contesto della proposizione (dirne) ma non dire che cosa esso sia . Una proposizione dice come stanno le cose, ma non pu affermare nulla riguardo a lla natura delle cose di cui parla (che gli oggetti di cui si parla siano oggett i viene mostrato e non detto). La mancanza, nel Tractatus, di esempi che chiaris

cano la natura degli oggetti semplici va ascritta a questo principio basilare. S e Wittgenstein tentasse di definire o indicare con un esempio un oggetto semplic e verrebbe violata la norma che vieta di parlare del modo in cui il linguaggio i nteragisce con la realt. Cfr. 4.1272.

3.23. Cfr. Q. 162: Lesigenza delle cose semplici lesigenza della determinatezza del senso. Se non vi fossero segni semplici, nessuna proposizione potrebbe avere un senso determinato (lanalisi potrebbe proseguire allinfinito). Che esistano, a live llo ontologico, oggetti semplici come correlato dei segni semplici (i nomi) del linguaggio una esigenza logica (cfr. Scheda 2). Se non esistessero oggetti sempl ici e segni semplici non si potrebbe progettare unimmagine (vera o falsa) della r ealt (2.0212). 3.24. Si pu raffigurare un complesso (un fatto) solo descrivendone la struttura per mezzo di un enunciato dotato della medesima complessit struttura le (cfr. 3.144: Le situazioni si possono descrivere, non denominare). La proposizi one pu raffigurare in modo vero o falso, tuttavia anche una descrizione falsa per fettamente sensata (cfr. 2.22: limmagine raffigura indipendentemente dalla propri a verit o falsit). Ad esempio, la proposizione: Il gatto sul tappeto comprensibile ( e perci dotata di senso compiuto) anche se il gatto non si trova sul tappeto. 3.2 5. Solo se una proposizione suscettibile di unanalisi completa ed unica, il suo se nso pu essere definito (Black, 115). E il fatto che le proposizioni sono dotate di un senso definito costituisce un presupposto indiscutibile della teoria raffigu rativa del linguaggio. 3.26. Come loggetto semplice, cos il nome, rappresentante d elloggetto nella proposizione (3.22) un segno semplice non ulteriormente decompon ibile, cio non definibile. Il senso di una proposizione effettivamente determinato solo se esso consta di segni che designano senza alcun tramite linguistico (Pian a, 22). Tali segni sono appunto i nomi. Il nome non limmagine di un oggetto: unimm agine pu infatti essere compresa senza spiegazioni aggiuntive, mentre non si pu in tendere un nome se non ci stato spiegato il suo significato (cfr. 4.026). 3.261. Ogni segno complesso (proposizione) designa per mezzo di segni semplici (nomi). Dato che i nomi sono segni primitivi, cio semplici e non scomponibili, essi non si possono disgregare mediante definizioni. Non possiamo sostituire ad un nome un enunciato definitorio: ci vorrebbe dire che non abbiamo a che fare con un segno s emplice. Ogni enunciato (anche quello definitorio, il quale si compone di nomi) presuppone che vi siano segni semplici in relazione diretta con gli oggetti. 3.3 . Un nome si trova sempre collegato, nel contesto della proposizione, ad altri s egni semplici. Questa affermazione corrisponde a quanto gi sappiamo riguardo agli oggetti: essi non sussistono di per s ma sono sempre parte costitutiva di uno st ato di cose (2.011); non concepibile alcun oggetto fuori della possibilit di un c ontesto (2.0121); ogni oggetto inserito in uno spazio di possibili stati di cose (2.013). Allo stesso modo, essenziale al nome essere parte costitutiva di una p roposizione: il suo significato dipende dalla combinazione con altri segni nel c ontesto dellenunciato cui appartiene. Cfr. 4.23: Il nome occorre nella proposizion e solo nella connessione della proposizione elementare. Soltanto la proposizione ha un senso (solo ad essa, cio, compete la raffigurazione). Dato che la relazione raffigurativa presuppone una corrispondenza tra complessi, un segno semplice no n pu funzionare come immagine. Su questo tema v. Scheda 5. 3.318. Primo accenno all a teoria della proposizione come funzione di verit. Cfr. 5: La proposizione una fu nzione di verit delle proposizioni elementari.

Scheda 5: Senso e significato. Per comprendere la distinzione che Wittgenstein opera tra la proposizione ed il nome, e la conseguente critica alla tesi secondo la quale la proposizione un nome composto (3.143), necessario richiamare brevemente alcune teorie di Frege. Gottl ob Frege (1848-1925) fu un logico e matematico tedesco le cui opere rivoluzionar ono il campo degli studi logici, gettando le basi di quellambito di ricerca che v a sotto il nome di logica matematica. Wittgenstein conobbe personalmente Frege (fu questultimo a consigliargli di proseguire gli studi di logica a Cambridge, dove insegnava Bertrand Russell) e fu fortemente influenzato dalle sue teorie. Come a bbiamo visto, Wittgenstein, nella Prefazione, riconosce che le grandiose opere di Frege costituiscono una delle principali fonti di ispirazione del Tractatus logi co-philosophicus. Nonostante ci, il Tractatus contiene diversi spunti critici nei confronti del maestro: ad esempio, nella 3.325 ci viene detto che lideografia di Frege non consente di escludere dal campo dellespressione tutti i possibili erro ri. La posizione di Wittgenstein e Frege, in particolare, divergeva nettamente r iguardo al modo di considerare i nomi e le proposizioni. Un nome , secondo Frege, unespressione linguistica che designa uno e un solo ogge tto (ad es. Musil, Venere, ma anche: Lautore de Luomo senza qualit o La stella dell Riguardo ai nomi, dobbiamo distinguere tra il loro senso (Sinn) e la loro denot azione (Bedeutung). La denotazione di un nome loggetto cui esso si riferisce (nei nostri esempi, lo scrittore Robert Musil e il pianeta Venere). Il senso di un n ome corrisponde invece al particolare modo in cui viene offerto alla nostra compre nsione loggetto denotato. Musil e Lautore de Luomo senza qualit sono due nomi aventi stessa denotazione ma differente senso: uguale infatti loggetto cui essi si rifer iscono, ma diverso il modo di caratterizzarlo (ovvero, diverso il percorso logic o-linguistico che conduce alloggetto). La distinzione senso/denotazione permettev a a Frege di separare, nellambito dei giudizi di identit, gli enunciati dotati di valore conoscitivo dalle semplici tautologie. Prendiamo ad esempio lenunciato: La stella della sera la stella del mattino. Le due espressioni (nomi) che compaiono nellenunciato denotano uno stesso oggetto, ovvero il pianeta Venere, ma possiedon o un senso differente. Tale giudizio di identit non pu essere considerato equivale nte a: Venere Venere, che asserisce una verit puramente analitica: esso, infatti, c omporta un progresso conoscitivo perch esprime una scoperta astronomica (ovvero l a scoperta che Venere il corpo celeste che appare, in una certa posizione, allalb a e al tramonto). Si pu allora dire che un giudizio di identit accrescitivo della conoscenza quando esprime lidentit di oggetti che sono individuati da sensi differ enti. Allo stesso modo, Musil Musil una banale tautologia; Musil lautore de Luomo za qualit invece un giudizio che estende la nostra conoscenza. Anche le proposizio ni possiedono un senso e una denotazione. Secondo Frege, il senso di una proposi zione il pensiero che in essa si esprime (comprendere il senso di un enunciato v uol dire afferrare il pensiero corrispondente). Per quanto riguarda il significato (denotazione) di un enunciato, Frege riteneva che ogni proposizione denotasse u n valore di verit, ovvero si riferisse ad oggetti (simili a idee platoniche) chiama ti il Vero e il Falso. Le proposizioni sono quindi considerate da Frege come nomi che denotano oggetti di natura non empirica. La conseguenza, a prima vista paradossa le, di questa teoria che tutte le proposizioni vere e tutte le proposizioni fals e hanno la stessa denotazione. Ogni asserzione vera, infatti, pu distinguersi dal le altre per il senso ma ha in comune con tutte le altre proposizioni vere logget to denotato (cio loggetto il Vero), e lo stesso pu dirsi delle asserzioni false (ognu na di esse denota loggetto il Falso). Parigi la capitale della Francia e 2+ 2 = 4 so dunque due diversi modi di indicare (denotare) il valore di verit il Vero. Roma la c apitale dellIrlanda e 2 + 2 = 5 sono invece due diversi modi per denotare il valore di verit il Falso. Wittgenstein, nella 3.143, si riferisce a tale teoria parlando d ella proposizione come nome composto: per Frege, infatti, gli enunciati dichiarati vi sono designazioni (nomi) di valori di verit risultanti dalla connessione di pi nomi denotanti oggetti individuali. Pur continuando ad avvalersi della distinzione tra senso e significato (denotazi one), Wittgenstein modific sensibilmente loriginaria posizione di Frege rimodellan dola sulla base delle teorie ontologiche esposte nelle prime sezioni del Tractat

us. Wittgenstein non accetta i presupposti platonici della logica di Frege respi ngendo perci lidea che esista un piano di essenze soprasensibili (gli oggetti: il Ve ro e il Falso) cui dovrebbero fare riferimento le proposizioni del linguaggio. Lunic a funzione del linguaggio la rappresentazione della realt, e nella realt troviamo soltanto oggetti e stati di cose. Un oggetto, nella teoria del Tractatus, unentit semplice (2.02), il costituente di un possibile stato di cose (2.011). Uno stato di cose un nesso di oggetti (2.01), cio unentit complessa costituita di elementi sem plici che ineriscono luno nellaltro, come le maglie duna catena (2.03). Pi stati di co se costituiscono un fatto, e il mondo la totalit dei fatti (1.1): nessuna entit di tipo platonico pu dunque essere inscritta nellorizzonte di ci che esiste nel mondo . Le differenze che nel Tractatus intercorrono, sul piano ontologico, tra oggett i e fatti valgono sul piano logicolinguistico a distinguere la funzione del nome da quella della proposizione. Come loggetto, in quanto costituente del fatto, un elemento semplice, cos il nome, allinterno della proposizione, un segno semplice non ulteriormente decomponibile. La proposizione invece un segno complesso, una struttura i cui elementi costitutivi (i nomi) stanno in una determinata relazion e luno allaltro (3.14). Su queste basi, Wittgenstein obietta a Frege che una propo sizione non pu essere considerata alla stregua di un nome: la proposizione non il nome di un fatto perch le situazioni si possono descrivere, non denominare (3.144) . Il nome, in quanto segno semplice, rimanda ad un oggetto, ovvero denota unentit semplice (3.203). La proposizione, invece, ha il compito di raffigurare (o descr ivere) un fatto, che unentit complessa. La proposizione non pu essere considerata c ome il nome di un fatto perch essa caratterizzata da una forma, da una struttura logica che un nome, in quanto segno semplice, non pu contenere. E proprio la compl essit della proposizione ad essere determinante per la raffigurazione della realt: unimmagine infatti tale solo se riproduce

le relazioni che sussistono nel fatto raffigurato; ogni descrizione presuppone d unque un rapporto di reciproca inerenza tra due entit complesse (limmagine e il fa tto devono possedere la medesima molteplicit logica, 4.04). Ci significa che solo un segno complesso pu funzionare come immagine, non un segno semplice: per Wittgenste in sono le proposizioni, e non i nomi, a raffigurare la realt. La proposizione-im magine consiste appunto in una concatenazione di nomi, e alla configurazione dei nomi nella proposizione corrisponde la configurazione degli oggetti nella situa zione (3.21). Wittgenstein corregge allora le tesi di Frege in questo modo: ai n omi connesso un significato (ma non un senso), mentre alle proposizioni connesso sia un senso che un significato, ma la possibilit di comprendere una proposizion e dipende solo dal suo senso. Il significato di un nome loggetto cui esso si rife risce (3.203). Il significato del nome Musil, si diceva, lo scrittore Robert Musil , il significato di Venere il pianeta Venere, etc.. Perch non si pu attribuire a que sti nomi anche un senso? La ragione che con il termine senso Wittgenstein intende una caratteristica peculiare delle immagini: senso di unimmagine ci che essa rappr esenta (2.221), ovvero la possibilit di una situazione (2.203). Dato che solo un segno complesso in grado di raffigurare una situazione, solo le proposizioni son o dotate di senso, non i nomi. Un nome non raffigura alcunch perch non possiede un a molteplicit logica che gli consenta di duplicare nella propria struttura la com plessit della situazione: esso ha solo un significato, ma non un senso. Queste os servazioni ci permettono di distinguere con maggiore precisione il rapporto che i nomi e le proposizioni intrattengono con la realt. Noi comprendiamo un nome sol o se ne conosciamo il significato: il nome Sarchiapone, ad esempio, incomprensibil e perch non possibile collegare ad esso alcun oggetto (in tal caso dico che quest o nome privo di significato). Se la proposizione funzionasse come un nome, allora noi potremmo comprenderla solo se ne conoscessimo il significato: dato che il si gnificato di una proposizione il fatto che attualmente le corrisponde (NL. 202), n oi potremmo comprendere la proposizione solo dopo aver stabilito che la situazio ne che essa descrive sussiste nella realt. Ma le cose non stanno affatto cos. Noi, infatti, comprendiamo lenunciato Il cane sulluscio senza sapere come stanno le cose nella realt empirica. Se tale enunciato fosse falso (ovvero se il cane, di fatto , non si trovasse sulluscio ma in mezzo al cortile) noi non avremmo alcun problem a ad intendere la situazione che esso raffigura. Un nome senza significato incom prensibile, ovvero non un nome; una proposizione senza significato, invece, perf ettamente comprensibile e non cessa perci di essere una proposizione (cio una raff igurazione). Scrive a questo proposito Wittgenstein: I significati dei segni semp lici (le parole) devono esserci spiegati affinch li comprendiamo. Con le proposiz ioni, tuttavia, ci intendiamo (4.026). Ci accade perch quel che noi intendiamo di u na proposizione appunto il suo senso e non il suo significato. E chiaro che noi co mprendiamo le proposizioni senza sapere se son vere o false. Ma il significato d i una proposizione possiamo conoscerlo solo quando sappiamo se essa vera o falsa . Ci che noi comprendiamo il senso della proposizione (NL, 202). Comprendere una p roposizione consiste allora semplicemente nel cogliere il suo contenuto rapprese ntativo, cio il suo senso, il quale definito indipendentemente dalla corrisponden za o meno di ci che raffigurato con la realt empirica. Per stabilire se una propos izione vera o falsa, dobbiamo confrontare il suo senso con la realt (2.223): ma c i presuppone appunto che il senso della proposizione sia compiuto prima di ogni c onfronto (altrimenti non avremmo proprio nulla da confrontare con i fatti). Noi possiamo dunque intendere ci che la proposizione raffigura senza sapere nulla rig uardo al suo significato e al suo valore di verit. Possiamo riassumere le differe nze tra il nome e la proposizione servendoci del seguente schema: Perch la relazione tra proposizione e fatto viene indicata, al contrario di quant o avviene per il nome, mediante due frecce? Questa particolarit si riferisce al f atto che una proposizione ha sempre una duplice relazione con la realt: Ogni propo sizione scrive Wittgenstein- essenzialmente vera-falsa. Pertanto una proposizione ha due poli (corrispondenti al caso della sua verit ed al caso della sua falsit). Chiamiamo questo il senso duna proposizione (NL, 202).

Come sappiamo, unimmagine, in quanto modello della realt (2.12), descrive sempre u na situazione possibile, cio uno stato di cose che pu verificarsi o meno nella rea lt. Possedere un senso, per la proposizione, equivale dunque ad avere la possibil it di essere vera o falsa. Questa duplicit caratterizza necessariamente ogni propo sizione dotata di senso. Un nome, invece, ha una sola relazione con loggetto che denota: se al nome non corrisponde un oggetto, allora esso un segno privo di sig nificato. Si pu allora concludere che soltanto la proposizione pu essere vera o fa lsa, mentre assurdo chiedersi se un nome sia vero o falso. La verit o la falsit so no attribuibili solo ad unimmagine, e quindi solo ad una proposizione, non ad un nome. Bertrand Russell, nel 1918, aveva riconosciuto che la spiegazione di Wittg enstein era lunica che consentisse di distinguere in modo appropriato le differen ti funzioni del nome e della proposizione: Le proposizioni non sono i nomi dei fatti. Non appena ve lo fanno notare, ci appar e assolutamente ovvio, ma in effetti io non me nero mai reso conto, finch un mio e x-allievo, Wittgenstein, non me lo fece rilevare. E perfettamente evidente, non a ppena ci pensate, che una proposizione non il nome di un fatto, per la semplicis sima ragione che ci sono due proposizioni che corrispondono a ciascun fatto. Pre ndiamo in considerazione, per esempio, il fatto che Socrate morto. Avrete, allor a, due proposizioni: Socrate morto e Socrate non morto. E poich queste due proposizi ni corrispondono ad un medesimo fatto, ci sar un solo fatto nel mondo che rende u na proposizione vera e laltra falsa. Ci non accidentale e dimostra come la relazio ne tra proposizione e fatto sia totalmente differente dalla relazione tra nome e cosa denominata. Per ciascun fatto ci sono due proposizioni, una vera e una fal sa, e non c nulla della natura del simbolo che ci possa mostrare quale sia quella vera e quale quella falsa. Se ci fosse, si potrebbe accertare la verit sul mondo limitandosi ad esaminare le proposizioni, senza bisogno di guardarsi intorno (.. .) mentre un nome pu avere un solo tipo di relazione con ci che esso nomina: un no me pu soltanto denominare un particolare, oppure, se non lo fa, non affatto un no me... .[1] Il problema della verit o falsit dei nomi aveva impegnato a lungo i filosofi. Nel Cratilo platonico, ad esempio, viene discussa una teoria che considera il nome c ome una raffigurazione delloggetto eseguita per mezzo di elementi primi (i suoni corrispondenti alle vocali ed alle consonanti di cui si compone il nome) esprime nti lessenza delloggetto raffigurato. Posto, ad esempio, che il suono della letter a r evoca limmagine del movimento (perch, spiega Platone, la lingua, nel pronunciare questa lettera, non sta ferma minimamente e moltissimo vibra, Cratilo 426e), ne c onsegue che ogni parola che intenda descrivere lo scorrere dovr essere formata in m odo da contenere uno o pi suoni di questo tipo. Un nome sar dunque tanto pi vero quan to pi sar rispettato questo criterio compositivo che collega i suoni allessenza del designato. Le parti del nome (consonanti e vocali), secondo questa impostazione , vengono dunque trattati come simboli dotati di significato. Dal punto di vista del Tractatus, queste discussioni appaiono insensate perch il nome un segno prim itivo, ovvero unentit semplice, e non pu essere disgregato ulteriormente (3.26): og ni tentativo di far parlare le componenti del nome perci del tutto vano. Secondo Wi ttgenstein, nessuna sorta di composizione essenziale per il nome (3.3411) e quindi le parti costitutive di esso, le lettere, non possono essere considerate come s imboli dotati di significato. Se lessenza della raffigurazione consiste nella rel azione di isomorfismo sussistente tra elementi del fatto ed elementi della propo sizione, allora, al contrario di quanto affermato nel Cratilo, solo la proposizi one e non il nome pu essere considerata una raffigurazione. Ne consegue che verit e falsit possono essere attribuite solo alle proposizioni, mentre i nomi non sono n veri n falsi, ma costituiscono solo delle etichette convenzionali con le quali co ntrassegnamo gli oggetti. [1] B. Russell, La filosofia dellatomismo logico, in: Neoempirismo logico, semiot ica e filosofia analitica, Brescia, 1976, pp. 18-19.

Note al Tractatus EQUIVOCI LINGUISTICI, CONFUSIONI FILOSOFICHE (3.32 3.328) 3.32. Wittgenstein opera unimportante distinzione tra segno e simbol o. Le parole nella loro fisicit (segni grafici o fonemi, 3.321), sono definibili co me segni. Considerate quali veicoli di senso, le parole sono invece simboli. Il simb olo riconoscibile nel segno considerando il suo uso munito di senso (3.326) ovve ro il suo impiego logicosintattico (3.327). Il segno arbitrario (i linguaggi si differenziano appunto per la diversit dei segni impiegati), mentre la funzione si mbolica costituisce un aspetto essenziale del linguaggio (cfr. 3.322, 3.34). Nel le lingue naturali pu accadere che due diversi simboli siano espressi dallo stess o segno, o che uno stesso simbolo possa esprimersi per mezzo di due diversi segn i. Per evitare fraintendimenti, noi dobbiamo guardare alla parola non come sempl ice segno, ma alla parola come simbolo. E nel simbolo che riconosciamo operante q uella forma logica che determina la capacit espressiva del linguaggio. In un ling uaggio adeguato (che cio sia esente dalle ambiguit del linguaggio naturale), ad og ni simbolo dovrebbe corrispondere uno e un solo segno. E dunque necessario adegua re il sistema dei segni in modo da rispettare le differenti funzioni simboliche dei segni stessi (3.325). Se il linguaggio obbedisse alla sintassi logica si evi terebbero tutte le confusioni tipiche del discorso filosofico (3.324). 3.321. Du e simboli diversi designano in modo diverso, al di l delle somiglianze dei loro s egni. Diceva infatti, per esempio, che segni con significati diversi devono esser e simboli diversi (Moore, 287). I segni btte (inteso come recipiente) e btte (colpi, p rcosse), identici in quanto segni, sono simboli differenti; al di l della loro so miglianza superficiale (identit del segno come elemento sensibile), questi segni po ssiedono unessenza differente e non designano affatto allo stesso modo. 3.322. Co me si pu indicare che due oggetti hanno una propriet comune? Non si pu fare affidam ento sul segno inteso come elemento sensibile (grafema o fonema, 3.321) perch ess o mutevole. In un certo linguaggio, oggetti che abbiano un carattere comune potr ebbero essere indicati dallo stesso nome, ma in un altro linguaggio i nomi che i ndicano quegli oggetti potrebbero essere differenti ed allora dellelemento comune non rimarrebbe traccia. Al di l della uguaglianza o diversit dei segni, due ogget ti diversi saranno indicati da simboli diversi (cio da segni che designano in mod o diverso); e il carattere comune ai due oggetti sar asserito per mezzo di una pr oposizione in cui compaiono i simboli che denotano quegli oggetti. 3.323. Nel li nguaggio ordinario accade di frequente che uno stesso segno sia utilizzato per t radurre in forma sensibile due simboli differenti: ad esempio, liber, in latino, s ignifica sia libro che libero; porta, in italiano, pu valere come nome che come verbo; ranco pu valere come nome proprio o come aggettivo; il verbo essere pu esprimere un l egame tra soggetto e predicato (Mario alto) ma pu anche significare identit (La somma degli angoli interni di un triangolo 180 ) o esprimere lesistenza di qualcosa (nel senso in cui si afferma che Dio ). Pu anche accadere che due parole che svolgono fu nzioni logiche distinte (dunque: due simboli diversi) siano impiegate allo stess o modo: ad esempio, il verbo esistere (al pari di verbi come andare) potrebbe essere usato per significare unazione del soggetto; identico potrebbe essere usato come u n qualsiasi altro aggettivo (rosso, alto, etc.). E facilmente comprensibile come ci co mporti il rischio di gravi fraintendimenti. La sovrapposizione delle differenti funzioni del verbo essere, ad esempio, potrebbe portare il filosofo ad interrogars i sullessenza dellEssere. Considerando il verbo esistere come espressione di unazione ci si potrebbe interrogare sulla natura dellesistere delluomo e delle cose. Tratt ando identico come un aggettivo si potrebbero coniare nonsensi del tipo: Il bene pi identico del bello (cfr. 4.003). Tali equivoci sono possibili perch nella lingua n aturale non sussiste una relazione univoca tra segno e simbolo: segni uguali pos sono avere funzioni simboliche differenti e segni diversi possono esprimere la m edesima funzione simbolica. Wittgenstein indica la soluzione di tali difficolt ne lla 3.325. 3.324. La filosofia caratterizzata da una serie di problemi apparenti che sono stati generati da un uso equivoco ed ambiguo del linguaggio: per la ma ggior parte, dunque, le questioni filosofiche risultano prive di senso e possono essere superate per mezzo di una corretta analisi logica delle espressioni (cfr . 4.003). Questa tesi avr uninfluenza decisiva sui pensatori che si richiameranno alla lezione del Tractatus, in particolare sugli esponenti del Circolo di Vienna

. La posizione di Wittgenstein vanta comunque numerosi precedenti nella storia d ella filosofia. Gi Francesco Bacone, ad esempio, denunci con vigore gli equivoci c onnessi al cattivo uso del linguaggio (Idola fori)

come serio ostacolo alla corretta conoscenza dei fenomeni. Leibniz scriveva che i linguaggi ordinari, sebbene generalmente utili per le inferenze del pensiero, s ono tuttavia soggetti a innumerevoli ambiguit (in Bochenski, II, 357). Idee simili si ritrovano in altri pensatori quali Hobbes, Locke e nei progettisti di lingue perfette del XVII secolo. Gli studi logici di Frege, che rappresentano un punto di riferimento costante per Wittgenstein, sono caratterizzati da continui rifer imenti polemici alla imperfezione del linguaggio naturale (di qui il progetto di sostituire ad esso una forma di espressione simbolica che rispecchi fedelmente lordine logico del pensiero). Anche in Russell troviamo lindicazione che la forma logica essenziale degli enunciati risulta sovente occultata da una forma grammat icale apparente (cfr. 4.0031). Wittgenstein continuer per tutta la vita a ritener e necessaria una terapia del linguaggio per sfuggire agli pseudo-problemi filoso fici: Finch ci sar un verbo essere che sembra funzionare come mangiare e bere, finch ranno aggettivi come identico, vero, falso, possibile, finch si parler dello scorre tempo e dellestensione dello spazio, e cos via, fino ad allora gli uomini incapper anno sempre nelle stesse misteriose difficolt, e si fisseranno su ci che nessuna s piegazione sembra poter rimuovere (Filosofia, 57). 3.325. In un linguaggio che obb edisca alla grammatica logica i segni non dovrebbero essere di numero superiore o inferiore ai simboli. Infatti, se i simboli eccedono i segni vi saranno parole con pi funzioni simboliche (omonimia: la stessa parola ha pi significati); e se i segni eccedono i simboli, vi saranno pi parole per esprimere la stessa funzione s imbolica (sinonimia: pi parole esprimono lo stesso significato). Ponendo come esi genza la nonequivocit delle espressioni e la semplicit logica del linguaggio, rich iesto che i segni siano esattamente tanti quanti sono i simboli del linguaggio; e ci la stessa cosa che esigere che a segno diverso corrisponda un significato div erso, allo stesso segno lo stesso significato (Piana 35). Lanalisi logica serve a c ostruire un simbolismo in cui uno stesso segno non venga usato per simboli diver si, un simbolismo che obbedisca alle regole della grammatica logica a differenza dellitaliano dove, ad esempio, designa in tre modi diversi, e dove identico rientra nella sintassi linguistica, ma non in quella logica, di un aggettivo (Kenny 67). 3.326. Noi riconosciamo il simbolo quando consideriamo limpiego logico-sintattico del segno (3.327), cio la sua funzione nelleconomia della proposizione. In altri termini, il segno rivela la sua funzione simbolica nel momento in cui se ne cons idera il ruolo allinterno dellenunciato come elemento determinante per la produzio ne di un senso. 3.327. Un segno determina una forma logica solo nel caso che si t enga conto dei modi in cui pu combinarsi con altri segni, in base alle regole del la sintassi logica (Black, 137). 3.328. Cfr. 5.47321. Guglielmo di Ockham (1280-1 349), filosofo inglese il cui pensiero era ispirato ad un radicale empirismo e n ominalismo, sostenne la necessit di un principio di economia che consentisse di sne llire le procedure di spiegazione ed argomentazione eliminando principii e cause superflue dalle teorie scientifiche (tale principio fu poi definito efficacemen te Rasoio di Ockham). Il criterio metodologico usato da Ockham pu essere sintetizza to dicendo che non si devono moltiplicare le cause e gli enti quando non necessa rio. Wittgenstein applica tale principio ai segni dichiarando che segni privi di significato sono inutili. Ci va collegato allesigenza di un linguaggio che obbedis ca alla grammatica logica in cui segni e simboli siano di numero eguale (3.325). I segni non vanno moltiplicati senza necessit ed chiaro che moltiplichiamo i segni senza necessit se ci serviamo di due segni per esprimere un unico simbolo (Piana 3 9).

Scheda 6: Equivoci linguistici e perplessit filosofiche. Se ci viene alle mani qualche volume, per esempio di teologia o di metafisica sco lastica, domandiamoci: Contiene qualche ragionamento astratto sulla quantit o sui numeri? No. Contiene qualche ragionamento sperimentale su questioni di fatto e di esistenza? No. E allora gettiamolo nel fuoco, perch non contiene che sofistich erie ed inganni. D. Hume, Ricerca sullintelletto umano, XII. Diffidare della gramma tica il primo requisito per filosofare L. Wittgenstein, Note sulla logica, Q. 201

La filosofia una battaglia contro lincantamento del nostro intelletto, per mezzo d el nostro linguaggio ( 109); I risultati della filosofia sono la scoperta di un qua lche schietto non-senso e di bernoccoli che lintelletto si fatto cozzando contro i limiti del linguaggio ( 119); Un problema filosofico ha la forma: Non mi ci raccap ezzo (123); La chiarezza cui aspiriamo certo una chiarezza completa. Ma questo vuol dire soltanto che i problemi filosofici devono svanire completamente ( 133). Quest e affermazioni sono tratte dalle Ricerche filosofiche, lopera cui Wittgenstein la vor instancabilmente a partire dal 1941 e che fu poi pubblicata postuma nel 1953. Le Ricerche filosofiche contengono severe critiche alle tesi contenute nel Trac tatus (si usa perci parlare di un primo e di un secondo Wittgenstein per distinguere le due fasi del suo pensiero), ma conservano rispetto alla prima opera alcuni tr atti comuni, tra cui appunto la convinzione che tutti i problemi filosofici si o riginano da un fraintendimento del modo di in cui funziona il nostro linguaggio. L e principali questioni filosofiche sorgono nel momento in cui ci si lascia ingan nare dalla forma apparente delle proposizioni e si trascura la loro forma logica essenziale: si pu quindi affermare che il pi delle questioni e proposizioni dei fi losofi si fonda sul fatto che noi non comprendiamo la nostra logica del linguagg io (4.003). In che modo i problemi filosofici si generano dal cattivo uso della lin gua e dalla mancata conoscenza del suo funzionamento? La risposta pu essere impos tata partendo da una curiosa osservazione di Wittgenstein: I filosofi sono spesso come bambini piccoli, che prima scarabocchiano con la loro matita dei segni qua lsiasi su di un foglio di carta, e poi chiedono agli adulti che cos?. La cosa era and ata cos: varie volte ladulto aveva disegnato qualcosa al bambino e aveva detto: que sto un uomo, questa una casa, ecc.. E adesso anche il bambino traccia delle linee e domanda: e questo che cos? (Filosofia, 73). Wittgenstein intende dire che i filoso fi, come i bambini, tendono spesso ad assegnare un contenuto rappresentativo a c ombinazioni di parole formate in modo arbitrario o a parti dellenunciato che, da sole, non significano alcunch. Lequivoco nasce dal fatto che il bambino ha imparat o il significato di alcune parole per mezzo di un procedimento ostensivo: ladulto dapprima mostrava un oggetto e quindi collegava ad esso il nome corrispondente (Questa una casa, etc.); di fronte ad un segno qualsiasi, adesso, il bambino reagi sce chiedendosi quale oggetto corrisponda ad esso nella realt. Ma un verbo o una congiunzione, tanto per fare un esempio, non servono a denotare oggetti, ed perc i illecito supporre che ad essi debbano per forza corrispondere cose. Lerrore sempre in agguato perch il linguaggio ordinario nasconde la struttura della proposizione ; in esso, relazioni paiono predicati; predicati paiono nomi, ecc. (NL. 205). Il filosofo deve quindi essere consapevole del fatto che necessario mantenere una c ostante vigilanza sulle nostre forme espressive. Le parole ha scritto J. P. Austin - sono i nostri strumenti e, come minimo, dovremmo usare strumenti puliti: dovre mmo sapere che cosa significano e che cosa non significano, e dovremmo premunirc i contro le trappole che il linguaggio ci prepara. Lerrore pi tipico in cui incorro no i filosofi quando giocano con il linguaggio consiste nella trasformazione di al cune parti del discorso in termini denotanti oggetti reali. Un esempio classico rappresentato dal tema dellEssere in Parmenide di Elea. Il fatto che ogni predica zione (La mela rossa, Zenone alto, etc.) sia caratterizzata dalla presenza del verbo essere assumeva agli occhi di Parmenide il valore di una precisa indicazione onto logica: se tutto ci che esiste , allora tutto ci che esiste essere e lEssere deve p onsiderarsi lunica realt esistente (ecco dunque trasformato un verbo in una cosa). I problemi che sorgevano da una tale impostazione (ed in particolare dal princi pio per cui il Non-essere doveva essere considerato assolutamente inesistente ed i nesprimibile) dovevano angosciare i filosofi per lunghissimo tempo. Ancora per Pl

atone si veda il Teeteto- dire ci che non equivale a non dire nulla, cio a tacere. Diventava perci impossibile dare ragione del falso, dal momento che per discorso falso si intendeva quello che dice ci che non : se ci che non risulta inconcepibile e impronunciabile, o si parla e si dice il vero, oppure si tace. (...) Tutto ci pu apparire quanto mai strano a distanza di ventiquattro secoli; ma basta leggere lEutidemo di Platone o le Confutazioni sofistiche di Aristotele per constatare c ome questi fossero problemi autentici ancora per i Greci del secolo IV, e come p ermettessero, nel caso di Eutidemo, famosissimo per la sua imbattibilit, di passa re con disinvoltura dalla proposizione Teeteto non sapiente alla proposizione Teete to non , quindi morto. I Sofisti, abili manipolatori

di parole, costruivano infatti fama e ricchezza su giochi linguistici del genere , fondati sullambiguit del verbo essere (Celluprica 15). Secondo Wittgenstein, gli sforzi per chiarire tali problemi sono del tutto inutili se si rimane allinterno della prospettiva che li ha generati. Risolvere le questioni filosofiche unoperaz ione assai semplice che consiste nel dissolvere ogni problema riportando il ling uaggio al suo uso naturale; lo strumento per realizzare tale compito lanalisi log ica, grazie alla quale diviene possibile smascherare errori come quello che ha c ondotto a credere nellesistenza di presunte entit come lEssere di Parmenide. In que sto senso, linquietudine del filosofo non ha ragioni per sussistere pi a lungo: es sa assomiglia [al] supplizio dellasceta che stesse l a sollevare, tra i lamenti, un a pesante palla e che qualcuno liberasse dicendogli: Lasciala cadere. (Filosofia, 3 3). Il filosofo come la mosca che batte contro il vetro senza accorgersi dello s piraglio che si apre pochi centimetri pi in l: lo scopo della filosofia consiste a llora nellindicare alla mosca la via duscita dalla trappola (Ricerche, 209). Probl emi e le domande tipici della tradizione metafisica possono sorgere solo nel mom ento in cui il linguaggio fa vacanza (Ricerche, 38); ne consegue che i cosiddetti p rolemi filosofici sono solo pseudo-problemi originati dal fatto che i filosofi co struiscono non proposizioni dotate di senso, ma proposizioni apparenti o pseudop roposizioni.[1] . Wittgenstein riteneva che tutte le proposizioni della metafisi ca fossero da considerarsi come pseudoproposizioni. I termini di cui hanno fatto uso i metafisici si rivelano infatti come del tutto privi di riferimenti empiri ci e pertanto sono da considerarsi come gusci vuoti cui non possibile collegare alcun significato preciso. Enunciati in cui compaiano parole come Idea, Assoluto, Inc ondizionato, Essere dellente, Nonente, Cosa in s, Spirito assoluto, Spirito ogget Io, Non-io, etc., sono pertanto da considerarsi espressioni prive di senso. Sappiam o che secondo Wittgenstein una proposizione dotata di senso quando descrive una situazione possibile, cio quando pu essere vera o falsa (cfr. Scheda 5). Mentre la proposizione sensata intrattiene con la realt una duplice relazione (corrisponde nte al caso della sua verit e della sua falsit), una proposizione insensata, invec e, non ha alcun rapporto con la realt: essa consiste in una illecita combinazione di segni cui nulla pu corrispondere nel mondo. Quando un filosofo ci chiede di a ccettare una certa asserzione, noi dobbiamo allora in primo luogo cercare di sta bilire quali fatti empirici potrebbero verificare o falsificare il suo enunciato . Qualora ci non sia possibile, ovvero se non esistono fatti che possono conferma re o smentire lasserto, dobbiamo senzaltro rigettare quellenunciato come privo di s enso. Carnap illustra la questione in modo efficace: Supponiamo che, per esempio, qualcuno formi la nuova parola babico e sostenga che v i sono cose babiche e non babiche. Per venire a sapere il significato di questa parola gli chiederemo chiarimenti circa il criterio di applicazione: come si pu c onstatare, nel caso concreto, se una determinata cosa babica o no? Vogliamo ora, in primo luogo, ammettere che quel tale non ci dia alcuna risposta; a suo dire, non vi sono qualit empiriche caratterizzanti la babicit. In questo caso, noi non considereremmo lecito luso di tale parola. E se chi lusa continuasse nonostante tu tto a sostenere che esistono cose babiche e cose non babiche, e che solo per il misero, finito, intelletto delluomo rimarr per sempre un mistero sapere quali cose sono babiche e quali no, anche in questo caso noi reputeremmo ci un discorso vuo to. Ma, forse, egli ci assicurer di voler comunque significare qualcosa con la pa rola babico. Da tutto questo, per, noi non apprenderemmo altro che il fatto psicolo gico del suo associare alla parola certi non precisabili idee e sentimenti. E co n ci, la parola non acquisirebbe un significato. Se non stabilito nessun criterio di applicazione per la nuova parola, allora le proposizioni in cui essa compare non vogliono dire nulla e sono mere pseudo-proposizioni[2]. Questa posizione sottintende che tutta la storia della filosofia ci ha costretto a discutere intorno a parole che hanno le stesse caratteristiche del termine bab ico (e che pertanto devono essere rifiutate come combinazioni di segni privi di s ignificato). Il metodo corretto della filosofia, secondo quanto Wittgenstein aff erma nella 6.53, consiste allora nel mostrare al filosofo (qualora voglia afferm are una verit di tipo metafisico) che a certi segni nelle sue proposizioni egli no

n ha dato significato alcuno. Le uniche proposizioni dotate di senso, a questo pu nto, sono quelle di cui si servono le scienze empiriche: solo gli asserti descri ttivi della scienza, infatti, si prestano ad essere verificati o falsificati per mezzo dellesperienza. Stabilito che la filosofia nasce da fraintendimenti di nat ura linguistica, e posto che tali fraintendimenti sono facilitati dalla lingua s tessa (nel senso che il linguaggio ordinario e la sua grammatica superficiale co ntengono una buona dose di ambiguit), qual il compito che si prefiggono i logici? P ossono essi fidarsi ancora del linguaggio ordinario o non debbono piuttosto sost ituirlo integralmente con uno strumento espressivo pi chiaro ed efficace (ovvero privo di ambiguit)? Frege scelse la soluzione di mettere del tutto da parte il li nguaggio comune e di concentrarsi sulla creazione di una lingua artificiale perfe tta (tale appunto la sua Ideografia) che potesse essere utilizzata per scopi scie ntifici -cio per le esigenze della logica. Questa indicazione sembra essere accol ta da Wittgenstein nella 3.325, ove si legge che per sfuggire agli errori della filosofia dobbiamo impiegare un linguaggio segnico il quale li escluda non impieg ando, in simboli diversi, lo stesso segno, e non impiegando, apparentemente nell o stesso modo, segni che designano in modo diverso. Un linguaggio segnico, dunqu e, che obbedisca alla grammatica logica alla sintassi logica-. Tuttavia, nella 5.5 563 leggiamo che tutte le proposizioni

del nostro linguaggio comune sono di fatto, cos come esse sono, del tutto ordinat e logicamente, e da ci deduciamo che Wittgenstein non pensava affatto di ricorrere ad un linguaggio artificiale che sostituisse quello ordinario. Il linguaggio co mune in ordine cos com perch inconcepibile un linguaggio privo di senso, e dove c , l devesserci ordine perfetto. Lordine perfetto deve dunque essere presente anche nella proposizione pi vaga (Ricerche, 98). Di fatto, per, il linguaggio comune trave ste i pensieri, complicato al pari dellorganismo umano e rende perci umanamente impo ssibile desumerne immediatamente la logica (4.002). Lanalisi logica serve appunto a chiarire le regole di funzionamento delle espressioni allo scopo di fornire un a solida struttura teorica che sia in grado di arginare ogni tentativo di deviar e il linguaggio dal suo alveo naturale. Non v dunque alcun bisogno di seguire Freg e nel tentativo di costruire un linguaggio artificiale: noi possiamo tranquillam ente continuare ad usare la lingua naturale affiancandole per un continuo lavoro di chiarificazione della sua struttura logica. Una metafora di Patzig esemplific a efficacemente come debba intendersi il lavoro del logico e quali rapporti le t eorie logiche intrattengano con il linguaggio ordinario: Possiamo riflettere su quali siano, nel linguaggio, i punti pi importanti di manov ra del pensiero e in quali punti si possa cadere facilmente in errore; procedime nto paragonabile a quello della polizia stradale che segna con piccole bandierin e su una pianta della citt i punti della rete stradale nei quali sono avvenuti in cidenti. Allora in base alla frequenza e gravit degli incidenti vengono apportate urgenti migliorie al sistema del traffico mediante la revisione del codice stra dale, linstallazione di segnali, ecc.. Allo stesso modo, chi sia interessato allo studio della logica cercher di scoprire e di correggere gli aspetti patologici d el linguaggio quotidiano (...). Attraverso lo studio della logica si acquista un a perspicacia, per tali punti pericolosi, pari a quella che un vigile esperto sv iluppa per i punti pericolosi del traffico stradale. [3] Grazie alla sorveglianza continua delle nostre modalit espressive sar possibile li mitare e correggere la tendenza dei filosofi a giocare con il linguaggio evitand o il sorgere di quelle formulazioni prive di senso (le teorie metafisiche) intor no alle quali il pensiero filosofico si esercita senza scopo. Liberato il campo dellespressione dalle incrostazioni filosofiche, il linguaggio potr allora tornare a svolgere il proprio compito essenziale di raffigurazione della realt. [1] Carnap classific le pseudo-proposizioni in due specie: O vi compare una parola che erroneamente abbia un significato, o tutte le parole ivi presenti hanno, s, un significato, ma sono combinate in un modo cos contrario alla sintassi, che non ne risulta senso alcuno (Il superamento della metafisica mediante lanalisi logica del linguaggio). [2] Carnap, op. cit., p. 189. [3] Patzig pp. 48-49.

Note al Tractatus LA CRITICA DELLA TEORIA DEI TIPI (3.33 3.334) 3.33. La sintassi logica, ovvero le regole che governano la combina zione dei segni, deve essere stabilita senza mai chiamare in causa ci che un segn o significa. Infatti, la connessione dei segni nella proposizione sensata dipend e esclusivamente dalle possibilit combinatorie di quei segni, cio dalle loro propr iet formali, e non dal significato che essi esprimono (il loro contenuto). La regol a sintattica che mi permette di combinare i segni a e b in: aRb, dunque, indipendente dal significato che posso di volta in volta attribuire ad a e b (la logica opera sol o sulla forma dei segni, disinteressandosi dei contenuti). Le norme della sintas si logica devono comprendersi da s, sol che si sappia come ogni singolo segno desi gna (3.334), ovvero guardando semplicemente al modo in cui un segno si combina co n gli altri nel contesto dell enunciato cui appartiene: per questo Wittgenstein dice che la sintassi logica presuppone solo la descrizione delle espressioni. Cf r. 6.122: le propriet formali delle proposizioni si possono ricavare per mera ispe zione delle proposizioni stesse. 3.331. La Teoria dei tipi di Russell rappresenta un tentativo di stabilire le regole sintattiche che governano le relazioni tra i segni sulla base del significato dei segni stessi ed dunque in conflitto con i l principio enunciato da Wittgenstein nella 3.33. Sulle ragioni che spingono Wit tgenstein a dichiarare illecita loperazione condotta da Russell, v. scheda 7. 3.3 32. Tutta la Teoria dei tipi pu essere sostituita dalla regola che vieta di costr uire funzioni proposizionali che contengano se stesse, ovvero che siano argoment o di se stesse (in questo modo si mettono al bando lautoreferenza e lautoappartene nza, da cui hanno origine le antinomie). Wittgenstein fornisce una prescrizione di carattere puramente sintattico: una corretta combinazione dei segni esclude c he il segno proposizionale possa comparire in se stesso. Ogni riferimento al cam po di significato della funzione proposizionale (che caratterizzava invece la te oria di Russell) viene messo da parte per concentrarsi esclusivamente sul piano delle regole combinatorie dei segni. 3.333. Frege diceva che una funzione sempre bisognosa di completamento: in una funzione matematica (del tipo: x + 1 = 5), la let tera x serve soltanto a tenere liberi i posti in cui si pu sostituire un segno nume rico che completi lespressione (in Bochenski, 416). Wittgenstein, analogamente, af ferma che una qualsiasi funzione proposizionale (ad es. La capitale di x) contiene un archetipo del suo argomento, ovvero contiene una variabile x che deve essere s ostituita da un nome (Gran Bretagna, Francia, etc.). Chiamiamo argomenti della funzion e proposizionale i nomi che completano la funzione, ovvero che vanno ad occupare i l luogo lasciato libero dalla x. Tra i possibili argomenti della funzione proposizio nale non per inclusa la funzione stessa, o, in altri termini, una funzione non pu essere suo proprio argomento. Alla x, dunque, non pu essere sostituito il segno fun zionale che contiene la x: qualora si volesse procedere in questo modo si creerebb ero dei nonsensi. Ci accade ad es. in quelle espressioni che pretendono di esprim ersi sul proprio valore di verit: Questo enunciato falso appunto una funzione che a rgomento di se stessa. La regola sintattica che vieta di sovrapporre funzione ed argomento consente a Wittgenstein di evitare la costruzione di enunciati autore ferenziali (ci che costituiva lobiettivo anche della Teoria dei tipi di Russell). 3.334. Cfr. 3.33: la sintassi logica deve stabilirsi senza parlare del significat o dun segno. Per comprendere le regole della sintassi noi non osserviamo che cosa il singolo segno designi, ad esempio non [loggetto] semplice chesso, se un nome, ra ppresenta, ma piuttosto il modo in cui esso si combina con altri segni per produ rre fattienunciati (Black 152).

Scheda 7: La critica della Teoria dei tipi. Tutte le teorie dei tipi devono essere eliminate da una teoria del simbolismo la quale mostri che generi differenti di cose sono simbolizzati da generi different i di simboli che non possono essere sostituiti luno con laltro (Lettera a Bertrand Russell, 16/1/1913). Le critiche che Wittgenstein rivolge alla Teoria dei tipi e laborata da Bertrand Russell sembrano costituire, a prima vista, una parentesi d i natura molto specialistica e di importanza secondaria. In realt, largomento rapp resenta uno dei passaggi-chiave del Tractatus: collegandosi al tema della indici bilit della forma logica (cfr. 2.172, 4.12), infatti, Wittgenstein stabilisce il principio per cui le propriet formali (logiche) del linguaggio non possono essere oggetto di indagine e getta con ci le basi per uninterpretazione originale della natura delle proposizioni logiche. La Teoria dei tipi fu concepita da Russell co me uno strumento indispensabile alla riuscita del programma logicista di Frege. Questultimo, proponendosi di derivare la matematica da fondamenti esclusivamente logici, aveva costruito una definizione di numero in termini di relazioni tra cl assi. Il numero 2, ad esempio, la classe di tutte le coppie (ovvero la classe di tutte le classi con due elementi); il numero 3 la classe di tutti i terzetti (o vvero la classe di tutte le classi con tre elementi), e cos via. Ogni numero, da questo punto di vista, una classe contenente classi i cui elementi sono in relaz ione biunivoca (ovvero, una classe contenente classi con lo stesso numero di ele menti); e il concetto generale di numero corrisponder dunque alla classe di tutte le classi che sono numero di qualche classe (la classe, cio, di tutte le coppie, i terzetti, i quartetti etc.). Su questi presupposti, Frege ricostruiva la seri e dei numeri naturali facendo riferimento soltanto a nozioni di natura logica co me classe, appartenenza, equivalenza, identit, etc. Bertrand Russell, pur accettando rocedimento fregeano di definizione del numero naturale, si era reso conto che e sso consentiva il sorgere di una pericolosa antinomia. Tale antinomia pu essere f ormulata cos: La classe di tutte le classi che non appartengono a se stesse appart iene o non appartiene a se stessa?. Se rispondiamo che tale classe appartiene a s e stessa violiamo lassunto di partenza secondo il quale a tale classe appartengon o solo classi che non appartengono a se stesse. Se invece rispondiamo che la cla sse in questione non appartiene a se stessa, allora violiamo lassunto per il qual e a tale classe devono appartenere tutte le classi che non appartengono a se ste sse. Ognuna delle due possibilit finisce insomma per rovesciarsi nel suo opposto: tale classe non pu n includere n escludere se stessa dal numero dei propri element i. Lesistenza dellantinomia fu un brutto colpo per il programma logicista perch la costruzione di classi contenenti altre classi (operazione che aveva consentito a Frege di derivare il numero da operazioni logiche) doveva evidentemente essere soggetta ad alcune restrizioni non previste nel sistema di Frege (pena il sorger e di contraddizioni insolubili). A uno scrittore di scienza scrisse Frege nel 1903 , ben poco pu giungere pi sgradito del fatto che dopo aver completato un lavoro- ven ga scosso uno dei fondamenti della sua costruzione. Sono stato messo in questa s ituazione da una lettera del signor Bertrand Russell (...).[1] Russell si mise al lavoro per trovare una soluzione e individu nel concetto di autoappartenza la ra dice del problema. La pretesa di includere una classe in se stessa, secondo Russ ell, rappresentava una violazione del naturale rapporto gerarchico esistente tra un insieme e i suoi elementi. La Teoria dei tipi si preoccup dunque innanzitutto di stabilire una scala logica i cui livelli fungessero da guida per la corretta f ormazione delle classi. Russell procedette cos. Stabil che gli oggetti (ovvero gli elementi delle classi pi semplici) dovessero essere situati al livello pi basso del la scala (il livello o tipo 0). Al livello immediatamente superiore della scala (c io al livello o tipo 1) troviamo le classi che raggruppano oggetti. Ma le classi di livello 1 possono a loro volta diventare elementi di classi di livello superior e, cio di classi di tipo 2. Si pu quindi procedere formando classi di livello 3 (c he contengono come elementi le classi di livello 2), poi si possono formare clas si di livello 4 (che raggruppano classi di livello 3), e cos via. La procedura co rretta per formare le classi consiste nellattribuire ad ognuna di esse soltanto e lementi appartenenti al livello o tipo immediatamente inferiore nella scala logica . Chiedersi se una classe appartenga a se stessa, da questo punto di vista, altr ettanto insensato che chiedersi se la classe di tutti gli uomini sia o meno un u

omo. Rispettando lordine gerarchico si mettono fuori gioco tentativi di costruire classi che contengono se stesse (operazione che permette il sorgere delle antin omie) e si pu tornare ad utilizzare il concetto di classe come base per la realizza zione del programma logicista di Frege, ripreso da Russell e Whitehead nei Princ ipia mathematica. La scala logica che abbiamo appena descritto definisce anche i criteri per la corretta formazione dei nostri enunciati: lordine gerarchico tra i diversi livelli della scala, infatti, ci dice come possibile assegnare gli arg omenti ad una determinata funzione proposizionale. Data una qualsiasi funzione p roposizionale, linsieme degli argomenti che possono essere utilizzati per saturar e la funzione (ovvero che possono essere sostituiti alla variabile x) deve necessa riamente essere situato ad un livello gerarchicamente inferiore rispetto alla fu nzione stessa. In altri termini, il rapporto tra una funzione ed i suoi argoment i di natura gerarchica cos come il rapporto tra una classe ed i suoi elementi.

Ad esempio, la funzione proposizionale: X bianco deve essere saturata con nomi di oggetti (cio con argomenti di tipo 0: latte, foglio, gesso, etc.). Completando questa unzione con un argomento di tipo 0 otteniamo una proposizione che parla di un ogge tto (ad esempio, Il latte bianco), e che perci si situa al livello 1 della scala ge rarchica dei tipi. Posso quindi procedere costruendo una funzione in cui si pred ica qualcosa di un enunciato di livello 1, ad esempio: x un enunciato della lingu a italiana. In questo caso, dato che ci stiamo esprimendo intorno alle propriet di un enunciato, situeremo tale funzione al secondo livello della scala dei tipi. Essa potr essere saturata solo con argomenti di livello gerarchico inferiore, ad esempio con lenunciato di livello 1: Il latte bianco (otterr quindi lenunciato di liv ello 2: Il latte bianco un enunciato della lingua italiana). Possiamo procedere ul teriormente formando funzioni di tipo 3 (cui riferiremo argomenti di tipo 2), e poi funzioni di tipo 4 (cui riferiremo argomenti di tipo 3), e cos via. Se voglia mo costruire enunciati dotati di senso sufficiente rispettare lordine gerarchico dei livelli di predicazione. Qualora non si rispettasse il rapporto di subordina zione tra funzione ed argomento si formerebbero enunciati privi di senso (esatta mente come nel caso in cui non si rispetti il rapporto di subordinazione tra una classe e i suoi elementi). Ad esempio, lenunciato: Questa proposizione falsa forma to in modo scorretto perch non rispetta la distinzione tra funzione ed argomento. [2] Per rendercene conto, basta considerare la funzione proposizionale: X falsa Se la x che compare nella funzione fosse sostituita da un argomento appropriato (ad es. dallenunciato di livello 1: Napoleone era tedesco), si ricaverebbe unasserzione perfettamente sensata (cio lenunciato di livello 2: La proposizione: Napoleone era tedesco falsa). Ma nella proposizione Questa proposizione falsa si utilizzato come argomento della funzione la funzione stessa. La funzione proposizionale viene ci o saturata in modo anomalo: anzich sostituire alla x un argomento di livello logic o inferiore, si procede costringendo la funzione a diventare argomento di se ste ssa. In questo modo si ottiene una sorta di cortocircuito linguistico la cui conse guenza un enunciato autoreferenziale del quale impossibile stabilire il valore d i verit. Ma cos facendo noi abbiamo violato le regole della Teoria dei tipi: lenunc iato in questione perci da giudicare un perfetto nonsenso. Considerato che la Teo ria dei tipi appare uno strumento cos efficace per stroncare sul nascere le antin omie e per porre ordine nel linguaggio, rimangono da chiarire le ragioni del dec iso attacco che Wittgenstein rivolge contro di essa nel Tractatus. Il principale motivo di dissenso tra Russell e Wittgenstein era costituito dal tema della rap presentabilit delle propriet logiche dei simboli linguistici. Russell dava per sco ntato che fosse possibile acquisire una conoscenza diretta della forma logica ch e caratterizza un simbolo. Wittgenstein, invece, assunse come punto fermo di tut to il Tractatus che fosse impossibile raffigurare la forma logica. La tesi di Wi ttgenstein che il rapporto di proiezione sussistente tra i simboli e la realt non sia rappresentabile: per riuscire in questo compito si dovrebbe guadagnare un p unto di osservazione esterno al linguaggio (cos da riuscire a vedere, a un tempo, il simbolo e ci a cui esso rimanda), ma questa unoperazione di cui il linguaggio ovviamente incapace (2.174, 4.12). Ne consegue che il linguaggio mostra la propr ia forma logica ma non pu dire nulla su di essa: la sua funzione infatti esprimer e (dire) cosa accade nel mondo, e non esprimersi sul proprio modus operandi. Dal p unto di vista di Russell, era perfettamente lecito cercare di far ordine nel lingu aggio chiamando in causa il significato dei segni linguistici, cio parlando della relazione sussistente tra essi e la realt. Ad esempio, noi possiamo chiarire qua li siano le regole per il corretto impiego di un dato simbolo M una volta indica to che esso ha la funzione logica di significare un oggetto, e che dunque appart iene ad un determinato tipo logico e pu comparire come argomento soltanto in funz ioni proposizionali di tipo superiore, etc. Dal punto di vista di Wittgenstein, invece, qualsiasi asserzione riguardante la forma logica di un simbolo doveva es sere considerata illecita. Non si pu dire ci che un simbolo pu solo mostrare. Quind i non nemmeno possibile asserire sensatamente che un certo simbolo devessere asse gnato ad un determinato tipo logico perch ha certe propriet logiche. La teoria dei tipi insensata proprio perch presuppone la possibilit di parlare delle caratteris tiche formali dei simboli linguistici e di rendere esplicito il rapporto tra un simbolo e ci che esso significa. Perci: Lerrore di Russell si mostra nellaver egli do

vuto parlare, stabilendo le regole dei segni, del significato dei segni(3.31). Te ntare di esprimere mediante una proposizione la forma logica dei simboli, oltre che insensato, anche perfettamente inutile perch ogni simbolo mostra da s le sue p ropriet qualora se ne consideri limpiego logicosintattico (cfr. 3.326, 3.327). Per ci: Anche se vi fossero proposizioni della forma M una cosa, esse sarebbero superflu e (tautologiche), poich ci che tali proposizioni cercano di dire qualcosa che gi ve duto quando vedi M (Q. 225). Che M una cosa non pu essere detto; nonsenso: ma qualc sa mostrato dal simbolo M. (Q. 225). Wittgenstein opera cos un ribaltamento della po sizione di Russell: non si pu dire che un simbolo devessere impiegato in un certo modo perch ha un certo significato (e dunque certe propriet logiche), ma che un si mbolo sia

impiegato in un certo modo allinterno di un enunciato mostra quali siano le sue p ropriet logiche e dunque quali siano le modalit del suo corretto impiego. Per dire quali siano le propriet logiche dei simboli, s detto, noi dovremmo assumere un pun to di vista che ci consenta di considerare dallesterno quelle propriet: dovemmo qu indi uscire dalla logica per esprimerci su di essa. Restando fedele al programma di indagare il linguaggio dal suo interno (cfr. Prefazione), Wittgenstein stabi lisce invece che le propriet logiche del linguaggio possano essere rivelate solta nto per mezzo di un atto di visione immediata. Si potrebbe dire che lunico modo per apprendere quali siano le propriet logiche dei simboli vederle, cio riconoscerle in atto in ogni proposizione del linguaggio. Ad esempio, che i simboli a e b rappres entino oggetti non pu essere detto da alcuna proposizione, ma si mostra ed visibi le per il fatto che essi risultano combinati in un certo modo allinterno del segn o complesso aRb (cfr. 3.1432). Analogamente, che una proposizione segua da unaltra o che due proposizioni si contraddicano qualcosa che noi ravvisiamo dalla struttu ra delle proposizioni (4.1211, 5.13) e che non pu essere asserito in modo sensato; e nemmeno pu essere detto, ma va ravvisato dalla struttura della funzione propos izionale che essa non pu essere suo proprio argomento (3.333). In una notazione ade guata, possibile riconoscere le propriet formali delle proposizioni per mera ispez ione delle proposizioni stesse (6.122). Ecco perch la sintassi logica deve stabilir si senza parlare del significato dun segno, ma pu solo presupporre la descrizione de lle espressioni (3.33). Ispezionando le proposizioni, cio prendendo atto del modo in cui i simboli si combinano nel segno proposizionale, noi siamo in grado di ri cavare (appunto vedendole) tutte le regole che disciplinano luso dei segni. Una c orretta teoria del simbolismo rende inutile ogni teoria dei tipi perch mostra con chiarezza (senza pretendere di dirlo) che generi differenti di cose sono simboli zzati da generi differenti di simboli che non possono essere sostituiti luno con laltro (LR 244). Descrivere le proposizioni, cio lasciare che esse ci mostrino le l oro propriet logiche, ci consente di comprendere quelle leggi senza cadere nellerr ore di adottare un punto di vista esterno al linguaggio e alla sua logica. Il di vieto di raffigurare la forma logica doveva condurre Wittgenstein ad una caratte rizzazione delle proposizioni logiche del tutto inedita rispetto ai suoi predece ssori. In primo luogo, dobbiamo rinunciare allidea che le proposizioni logiche fo rniscano immagini (cio siano raffigurazioni) delle propriet logiche del linguaggio . La logica si distingue da tutte le altre scienze appunto perch la natura peculi are del suo oggetto(la forma logica) impedisce ogni tentativo di raffigurazione: l a logica una scienza senza contenuti. Le proposizioni logiche, non raffigurando fatti, devono dunque avere una natura del tutto differente dalle normali proposi zioni dotate di senso. Ma le proposizioni logiche non possono nemmeno essere int ese come prescrizioni sulluso dei simboli, perch ogni tentativo di dire in che mod o un simbolo devessere impiegato (come accade nella Teoria dei tipi) presuppone a ppunto la possibilit di parlare della forma logica di quel simbolo. Se assegnassi mo un contenuto normativo alle proposizioni della logica, insomma, daremmo per s contato che le propriet logiche del simbolismo possano essere oggetto di raffigur azione. Ne consegue che: E impossibile prescrivere a un simbolo che cosa gli sia l ecito esprimere. Ad un simbolo lecito esprimere tutto ci che gli possibile esprim ere (Q. 253). In accordo con la tesi secondo cui le propriet logiche possono solo essere mostrate, le proposizioni logiche dovranno semplicemente esibire la strut tura formale del linguaggio senza pretendere di dire alcunch riguardo ad essa. Pe r chiarire la natura delle proposizioni logiche, Wittgenstein dovr dunque spiegar e come sia possibile combinare i segni linguistici in modo da ottenere proposizi oni che non siano raffigurazioni e che allo stesso tempo siano dotate della capa cit di rivelare in modo immediato le propriet essenziali del simbolismo. Le indica zioni suggerite dalla critica alla Teoria dei tipi guideranno lindagine di Wittge nstein fino allidentificazione delle proposizioni logiche con le tautologie (6.1) . [1] In Mondadori-Dagostino 104. [2] Tale enunciato autoreferenziale corrisponde al celebre argomento del Mentitore formulato da Eubulide di Mileto nel IV secolo a. C.: Se dici che menti, e in ci dici il vero, menti o dici la verit?. Il problema con nesso ad enunciati di questo tipo che risulta impossibile stabilire il loro valo

re di verit: se infatti affermiamo che lenunciato vero (e dunque se accettiamo com e vero che il suo contenuto sia una menzogna), allora esso deve per forza essere falso (poich una menzogna lasserzione di una falsit); daltro lato, se affermiamo ch e lenunciato falso allora esso deve giocoforza essere considerato vero (perch se d ice il falso asserendo di essere una menzogna, allora deve essere per forza esse re vero). Insomma, se lenunciato vero, allora esso falso; e se falso, allora deve risultare vero. La verit o falsit dellenunciato risulta indecidibile al pari della propriet appartenere a se stesso nel paradosso di Russell.

Note al Tractatus TRATTI ESSENZIALI ED ACCIDENTALI DELLA PROPOSIZIONE (3.34 3.3441) 3.34. Cfr. la distinzione tra segno e simbolo nella 3.32 e seguenti. I tratti es senziali di una proposizione sono quelli che le permettono di esprimere un senso e non possono ovviamente essere eliminati: essi corrispondono alla struttura lo gica della proposizione. I tratti accidentali corrispondono invece alle convenzi oni arbitrarie che differenziano un particolare sistema di segni (linguaggio) da un altro, e possono invece venir trascurati come inessenziali. Tentiamo di spie garci con un esempio. Il linguaggio assolve alla medesima funzione di uno specch io, deve cio fornire immagini della realt. Ci sono diversi modi per realizzare una superficie riflettente: levigare un piano metallico, coprire con un panno scuro la parte posteriore di un vetro o dipingerla con vernice argentata, etc. Tutto ci rientra nelle caratteristiche accidentali degli specchi che abbiamo realizzato : lelemento essenziale, invece, costituito dal fatto che ogni specchio restituisc e immagini conformi della realt. Il modo particolare di produrre lo specchio arbi trario, ma una volta che la superficie riflettente realizzata non dipende pi da u na convenzione il fatto che essa produca immagini: ci dipende invece dalla sua es senza (3.342). Per comprendere lessenza del linguaggio, ci sta dicendo Wittgenste in, noi dobbiamo considerarne gli aspetti essenziali, mettendone da parte le car atteristiche arbitrarie (cio il modo particolare di realizzare la funzione raffig urativa). 3.341. Il fatto che proposizioni differenti possano esprimere il medes imo senso prova che in esse v unessenza comune. Ad es. gli enunciati: Il gatto sul t appeto e The cat is on the carpet, pur appartenendo a due differenti lingue, esprim ono lo stesso senso, ovvero raffigurano la medesima situazione: in ognuna di ess e dunque presente una stessa struttura essenziale. Generalizzando, i tratti esse nziali di un simbolo sono quelli che sono presenti in tutti i simboli che eserci tano la medesima funzione (cfr. 3.343). Ci si pu esprimere dicendo che al di sotto di una apparenza mutevole (il livello dei segni, varianti da lingua a lingua) p ermane immutabile la funzione simbolica propria del linguaggio nella sua essenza . Infatti, sebbene i caratteri siano arbitrari, nondimeno il loro uso e la loro c onnessione hanno alcunch di non arbitrario, vale a dire una qualche proporzione t ra caratteri e cose, e le relazioni che hanno tra loro caratteri diversi che esp rimono le medesime cose (Leibniz, Scritti di Logica, 176). 3.342. Possiamo arbitr ariamente scegliere una certa forma di notazione (cio un particolare insieme di s egni e regole convenzionali) per esprimere senso e significato, ma ci serve solo a tradurre un ordine logico che non a sua volta arbitrario. Una volta stabilito co nvenzionalmente il modo di produrre il segno proposizionale, qualcosaltro deve acc adere, cio le norme della sintassi logica del linguaggio dovranno necessariamente regolare quel determinato sistema di segni in modo identico a qualsiasi altro si stema. Ci che non arbitrario nei nostri simboli non sono n i simboli n le regole che diamo, ma il fatto che, date certe regole, altre sono fissate = seguono logicam ente (NM, 230). 3.3421. Un particolare modo di designazione, ovvero i tratti accide ntali che distinguono un sistema di segni dallaltro sono indubbiamente irrilevant i (non a questi dobbiamo guardare per chiarire lessenza della raffigurazione); e tuttavia importante il fatto che le convenzioni operanti nei vari linguaggi cost ituiscano modi leciti per rendere operante la funzione raffigurativa dei segni ( ognuna di quelle convenzioni pur sempre un possibile modo di designazione). I trat ti accidentali delle nostre notazioni rivelano cos di non essere puramente arbitrar i: le nostre scelte convenzionali in campo linguistico devono comunque regolarsi su unimpalcatura logica invariante rispetto ai sistemi segnici particolari. Ogni particolare modo di raffigurazione finisce cos per manifestare lessenza unitaria del linguaggio: allo stesso modo, in filosofia, comprendere le condizioni di pos sibilit del particolare pu servire ad intendere lessenza del tutto (il mondo). 3.34 3. Il fatto che un linguaggio sia traducibile in un altro prova lesistenza di tra tti essenziali nei segni (ci che appunto viene conservato nel passaggio da una li ngua ad unaltra). Che uno stesso senso possa essere espresso da differenti sistem i di segni dimostra che le differenze tra segni equivalenti sono puramente accid entali. 3.344. Cfr. NM, 234: Ci che in un simbolo simbolizza ci che comune a tutti

i simboli che, secondo le regole della logica = regole sintattiche per manipolar e simboli, possano essere sostituiti a quel simbolo. 3.3441. Ci che comune a tutte le funzioni di verit che ognuna di esse pu essere tradotta utilizzando

soltanto i connettivi ~ (non) e v (o). Ad esempio, p q (se p allora q) si pu s orma: ~p v q (non-p o q). Il fatto che le funzioni di verit siano tutte reciprocament e traducibili rivela la loro essenza comune. La riducibilit delle funzioni ad unun ico schema sar utilizzata da Wittgenstein per determinare la forma generale della proposizione (v. 6, 6.001). Viene con ci confermato che la possibilit di una part icolare notazione pu schiuderci prospettive di carattere generale (3.3421). In se guito, Wittgenstein semplificher ulteriormente la notazione servendosi del solo c onnettivo / (n...n) per costruire tutte le funzioni di verit (5.5). PROPOSIZIONE E SPAZIO LOGICO (3.4 3.42) 3.4. Cfr. 2.202: limmagine presenta una situazione possibile nello spa zio logico. Una proposizione dotata di senso, in quanto raffigurazione di uno st ato di cose possibile, rimanda ad un luogo dello spazio logico: questultimo la somm a di tutte le possibilit che si accordano con le leggi della logica, e la proposi zione sensata ne individua una tra tutte. 3.41. Una proposizione in grado di raf figurare un possibile stato di cose in virt della coordinazione dei suoi elementi con la realt (cfr. 2.1514). Perch tale coordinazione sia possibile necessario lint ervento della forma logica (2.18), dalla quale dipende il senso di una proposizi one (appunto, la sua possibilit di coordinarsi con la realt, cfr. 4.2). Per defini re un luogo nello spazio logico si deve allora considerare la proposizione unita mente alle sue coordinate logiche, ovvero la proposizione in quanto dotata di se nso. Solo la proposizione sensata si pu inserire in quel reticolo di possibilit che lo spazio logico. 3.411. Cos come, in geometria, un determinato punto fissato in base a coordinate di riferimento rappresenta la possibile posizione di un oggett o, cos un luogo dello spazio logico rappresenta, in riferimento alla serie delle combinazioni determinate a priori dalla logica, la possibilit di esistenza di uno stato di cose. Cfr. 2.013. 3.42. Se riprendiamo lanalogia con il gioco degli scac chi, potremmo dire che per Wittgenstein ogni proposizione elementare intorno all a posizione di un pezzo su un quadrato presuppone lintera scacchiera e tutti i pe zzi. Non dice, ovviamente, nulla sugli altri pezzi o quadrati (non dice, ad esem pio, dove sono gli altri pezzi), ma poich ha senso solo allinterno del gioco degli scacchi, presuppone lintero spazio scacchistico, la scacchiera, i pezzi e le regol e (Kenny 115). Una proposizione elementare del tipo Il Re in a1, potrebbe allora es sere immaginata come una lunga catena di disgiunzioni che ci informano sulle res tanti combinazioni che potrebbero aver luogo sulla scacchiera: Il Re in a1 e: o l a Donna in a2, oppure la Donna in a3, o lAlfiere in c4, etc.. Essendo il numero dei pezzi e dei quadrati finito, in questo caso sarebbe perfettamente possibile cos truire una proposizione che abbia lo stesso significato della semplice Re1 e menzi oni, tuttavia, ogni pezzo, ogni quadrato e ogni possibile posizione. Risulterebb e cos in maniera evidentissima come la proposizione, pur determinando un singolo luogo dello spazio logico, fornisca tuttavia lintero spazio logico (Ibidem).

LIDENTITA DI PENSIERO E LINGUAGGIO. LA FILOSOFIA COME CRITICA DEL LINGUAGGIO. (4 4.0031) 4. La quarta proposizione fondamentale del Tractatus stabilisce la pe rfetta identit di pensiero e linguaggio. Il pensiero limmagine logica dei fatti (3 ) e si esprime sensibilmente nella proposizione (3.1). Wittgenstein perci asseris ce lequazione: raffigurazione logica dei fatti = pensiero = proposizione sensata (cfr. Black 161). Nei Quaderni (Q. 184) Wittgenstein annota: Adesso diviene chiaro perc h io pensassi che pensare e parlare fossero lo stesso. Il pensare infatti una spe cie di linguaggio. Ch il pensiero naturalmente anche unimmagine logica della propo sizione e pertanto una specie di proposizione. Lambito di ci che pensabile coincide cos senza resti con lambito di ci che pu essere espresso per mezzo delle proposizio ni dotate di senso. Limpensabile inesprimibile. 4.001. Cfr. 1.1: Il mondo la total it dei fatti. Alla totalit dei fatti, che noi chiamiamo mondo, corrisponde la totalit delle proposizioni (raffiguranti i fatti) di cui si compone il linguaggio. Nel l inguaggio trova raffigurazione ogni possibile accadimento del mondo. In questo s enso, si pu affermare che i limiti del mio linguaggio

significano i limiti del mio mondo (5.6). 4.002. La facilit con cui ogni individuo si serve del linguaggio per esprimere significati pu essere sviante: il linguagg io infatti complicato al pari dellorganismo umano ed necessario comprenderne il f unzionamento se vogliamo usarlo nella maniera giusta. Le difficolt che si incontr ano nel tentativo di svelare la logica del linguaggio dipendono dal fatto che il linguaggio traveste i pensieri: la forma logica reale risulta infatti spesso occu ltata da una forma apparente (cfr. 4.0031) e non facile rendere esplicita la str uttura essenziale di un enunciato cos come non facile rendersi conto della forma di un corpo osservando soltanto labito che lo ricopre. Queste osservazioni prepar ano e giustificano quanto Wittgenstein asserisce nella 4.003: dato che risulta d ifficile svelare la struttura logica dei nostri enunciati, accade sovente che so rgano fraintendimenti e che si faccia un cattivo uso della lingua (tentando ad e sempio di formulare domande cui impossibile rispondere). E questo un errore tipic o della filosofia, i cui temi fondamentali derivano appunto dalla mancata compre nsione delle regole linguistiche (cfr. 3.323, 3.324). 4.003. Cfr. Prefazione: Il libro tratta i problemi filosofici e mostra credo che la formulazione di questi problemi si fonda sul fraintendimento della logica del nostro linguaggio. Le pro posizioni filosofiche non sono false, bens prive di senso: se fossero semplicemen te false, rientrerebbero di diritto nellambito delle proposizioni sensate (una pr oposizione sensata, infatti, pu essere sia vera che falsa). In quanto insensate, le domande della filosofia non possono avere risposta (cfr. 6.51: ci pu essere ri sposta solo se la domanda ha un senso); e i problemi pi profondi della filosofia non sono affatto problemi (per risolverli, suggerisce Wittgenstein nelle 6.52 e 6.521, bisogna semplicemente farli sparire). La questione che Wittgenstein cita per esemplificare linsensatezza dei problemi filosofici (se il bene sia pi o meno identico del bello) ha uneco nella 5.473 (cfr. 3.323). 4.0031. Lunica funzione posi tiva che si possa assegnare alla filosofia la sorveglianza critica dellespressione linguistica, allo scopo di evitare errori e nonsensi. Fritz Mauthner (1849-1923 ), filosofo di origine boema, sosteneva che i problemi della tradizione filosofi ca sorgessero da fraintendimenti di natura linguistica (di qui la necessit di por tare avanti una critica del linguaggio). Al di l di alcuni tratti comuni, le teor ie di Wittgenstein e Mauthner divergevano apertamente dal momento che questultimo riteneva impossibile la conoscenza del mondo per mezzo del linguaggio. Per ques to motivo Wittgenstein precisa che la sua concezione della critica del linguaggio ha presupposti differenti da quelli di Mauthner. Nella seconda parte della propo sizione, Wittgenstein attribuisce a B. Russell il merito di aver dimostrato che la forma logica reale degli enunciati celata al di sotto di una forma grammatica le superficiale (il riferimento alla Teoria delle descrizioni di Russell). Lanalisi logica degli enunciati, svelando la loro struttura essenziale, consente di chia rire il corretto funzionamento del linguaggio. LA PROPOSIZIONE COME IMMAGINE DELLA REALTA (4.01 4.041) 4.01. Wittgenstein enuncia il principio fondamentale della Picture theory of the language: la proposizione unimmagine della realt, ovvero la raffigur azione di una situazione possibile. Ecco perch Wittgenstein chiama la proposizion e un modello della realt (cfr. 2.12): ad un modello fisico corrispondono sempre s equenze possibili di eventi (cfr. Scheda 4). Il modello presuppone unidentit di fo rma con ci che raffigura. Anche nella fisica contemporanea (...) incontriamo lespre ssione modello, per esempio quando si parla di modello atomico. E anche nella fisi ca si scelta questespresssione per mettere in chiaro che la descrizione dellatomo non ha nulla a che fare con latomo in s, per chiarire che, come direbbe Wittgenste in, soltanto la forma logica corrisponde [ovvero, comune] alla rappresentazione e alla realt non afferrabile dalla rappresentazione (Bachmann, 54-55). 4.011. Cfr. lesempio discusso nella Scheda 4: a prima vista, il resoconto di una partita di scacchi effettuato mediante i simboli della notazione scacchistica non sembra uni mmagine dello sviluppo dei pezzi che si verificato nel corso del gioco. Ma il fa tto che sia possibile ricostruire lo svolgimento della partita per mezzo di quei simboli dimostra che essi sono effettivamente immagini. Se le proposizioni non fossero raffigurazioni non potrebbero in alcun modo dire qualcosa: La proposizion e enuncia qualcosa solo nella misura in cui unimmagine (4.03). 4.012. Cfr. 3.1432.

Nel segno aRb, i simboli a e b (nomi di oggetti) sono combinati in modo da raffigurar e il nesso che lega gli oggetti nello stato di cose corrispondente. aRb dunque unim magine (una similitudine) dello stato di cose raffigurato.

4.014, 4.0141. Il disco fonografico, il pensiero musicale, la partitura e le ond e sonore sono caratterizzati dallaver una struttura logica comune che consente la traduzione reciproca. Potremmo anche dire che ognuna di queste strutture comple sse pu essere proiettata sullaltra: cos, la successione dei segni scritti sul penta gramma in un rapporto di proiezione con la successione dei suoni, e viceversa (p artendo indifferentemente da uno dei due infatti possibile ricavare laltro). Liden tit di struttura logica comporta la possibilit di stabilire una corrispondenza (un rapporto di proiezione) tra gli elementi costitutivi di due complessi. Wittgens tein sottolinea cos che la possibilit di raffigurare un complesso di cose (un fatt o) per mezzo di un complesso di nomi (una proposizione) presuppone che tra essi sussista unidentit di forma. Solo in questo modo concepibile la traducibilit dei fatt i nel linguaggio (ci che chiamiamo relazione raffigurativa). 4.015. La possibilit di costruire immagini della realt vincolata alle regole logiche della raffigurazion e. Cfr. 2.182: Ogni immagine anche unimmagine logica. La logica della raffigurazione (cio la sua condizione di possibilit) consiste nella relazione di isomorfismo che deve sussistere tra immagine e raffigurato (quel che nella 4.014 indicato come le gge della proiezione e regola della traduzione). 4.016. Lessenza della proposizione consiste nel suo essere una raffigurazione dei fatti. Questo carattere perfettam ente esemplificato dalla scrittura geroglifica, che si compone di immagini invec e che di segni alfabetici. Dalla grafia geroglifica si passati a quella alfabeti ca senza mutare la sostanza raffigurativa del linguaggio. 4.02, 4.021. A riprova del fatto che le proposizioni sono immagini basta considerare (come abbiamo det to nella scheda 5) che ognuno comprende il senso di una proposizione senza bisog no di alcuna spiegazione. Una proposizione che asserisce: Il giardino fiorito altr ettanto perspicua di una raffigurazione pittorica di quel giardino e non richied e alcuna precisazione per essere intesa (cos come, di fronte ad una raffigurazion e pittorica, superfluo che ci venga detto: Questa immagine di un giardino fiorito raffigura un giardino fiorito). Nessuna proposizione potrebbe del resto incarica rsi di spiegare il senso di unaltra proposizione: se ci avvenisse, dovremmo ammett ere la possibilit di raffigurare le propriet formali del linguaggio (ci che Wittgen stein nega risolutamente). Dunque il senso di una proposizione deve essere espre sso dal segno proposizionale in modo compiuto ed autosufficiente. Inoltre, tale senso deve essere definito (e comprensibile) indipendentemente dal fatto che la situazione raffigurata sussista o meno nella realt: infatti noi comprendiamo una proposizione senza sapere se essa vera o falsa (4.024). 4.022. Wittgenstein intr oduce limportante distinzione tra dire e mostrare che sar discussa pi estesamente a pa tire dalla 4.12. Unimmagine pu raffigurare un certo fatto assumendone unanaloga com plessit strutturale (rapporto di isomorfismo tra proposizione e fatto). Cos, utili zzando modelli di tavoli, sedie, libri, etc., noi possiamo raffigurare la dispos izione dei mobili in una stanza ordinando i modelli in modo conforme alloriginale (3.1431, cfr. 4.0311). Questa relazione tra gli elementi della raffigurazione c onsente allimmagine di dire che le cose stanno in un certo modo, ma pu essere solo mostrata dallimmagine e non pu esser detta a sua volta. Ad esempio, il fatto che a stia in una certa relazione a b a dire che aRb, ma la relazione R mostrata e non det ta (3.1432). Perci una proposizione pu dire come stanno le cose, ma pu solo mostrar e gli aspetti formali che le consentono di raffigurare una situazione (cio pu solo esibire come raffigura). Cfr. 4.461: La proposizione mostra ci che dice. 4.023. La p roposizione dotata di senso pu essere vera o falsa, ovvero ogni proposizione sens ata fissa la realt (rimanda ad essa) al s o no (concordando o discordando con essa). L a proposizione descrive la realt secondo le propriet interne di essa e solo a ques ta condizione possono formularsi proposizioni sensate. Ad esempio, propriet inter na dellalfiere muoversi solo sulle diagonali di ugual colore (bianche o nere). Og ni descrizione in cui si faccia menzione dellalfiere (ovvero ogni enunciato che d escrive una propriet esterna del tipo: Lalfiere si trova in f2) dovr raffigurare una situazione compatibile con le propriet interne di questo pezzo. Se non tenesse co nto delle propriet interne del pezzo, infatti, una descrizione non potrebbe esser e vera o falsa: una proposizione che ipotizzasse uno stato di cose illogico (com e il salto su una casella nera dellalfiere che si muove sulle diagonali bianche) sa rebbe infatti n vera n falsa, bens priva di senso. Perci, dicendo che la proposizion e descrive la realt secondo le sue propriet interne, Wittgenstein ribadisce che og

ni immagine pu raffigurare una situazione solo a patto di condividere con essa la forma logica (cfr. 2.17, 2.18). Dato che ogni proposizione presuppone il sussis tere della forma logica (la proposizione costruisce un mondo con laiuto duna armatu ra logica), ispezionando le proposizioni (siano esse vera o false) si possono ric avare tutte le propriet logiche del linguaggio.

4.024. Ci che conosciamo quando comprendiamo una proposizione questo: noi conoscia mo che accade se essa vera, e che accade se essa falsa (NL 201-202); Ci che intendo dire che noi comprendiamo una proposizione solo se sappiamo e che cosa accadreb be se essa fosse falsa, e che cosa accadrebbe se essa fosse vera (LR 246). Ad ese mpio, comprendere lenunciato Il gatto sul tappeto vuol dire sapere che se esso vero il gatto si trova effettivamente sul tappeto, mentre se esso falso il gatto non si trova sul tappeto. Dato che il senso di una proposizione sussiste indipenden temente dal fatto che la proposizione sia vera o falsa, si pu comprendere la prop osizione senza sapere come stiano le cose nella realt. Per comprendere il senso d i una proposizione se ne devono per comprendere le parti costitutive, cio bisogna che io sappia a quali oggetti rimandano i nomi che compaiono nella proposizione. Solo se vi sono elementi primi del linguaggio (i nomi) in diretta connessione c on gli elementi primi della realt (gli oggetti) la proposizione pu essere immagine di uno stato di cose: La possibilit della proposizione si fonda sul principio del la rappresentanza doggetti da parte di segni (4.0312). 4.026. Per comprendere un n ome bisogna che qualcuno ci spieghi il suo significato (se ancora non lo conosci amo); ci non accade invece con le proposizioni: noi le comprendiamo senza sapere se la situazione da esse raffigurata sussista o meno. Cfr. 4.02 e 4.021. Sulla d ifferenza tra nomi (segni semplici) e proposizioni (segni complessi), v. Scheda 5. 4.03. Solo concependo una proposizione come unimmagine riusciamo a rendere ragi one del fatto che essa pu comunicarci uninformazione nuova. Essa ci dice, sulla re alt, qualcosa che non sapevamo prima; e ce lo dice usando soltanto le sue parti c ostitutive le parole- e la loro disposizione (Marconi, 1995, 387). Questa propriet dipende dal fatto che limmagine inerisce essenzialmente alla situazione raffigurata , ovvero condivide con essa la forma logica (2.18) e la raffigura secondo le sue propriet interne (4.023). In ci consiste appunto la raffigurazione logica dei fat ti. 4.031. Dato che una proposizione dotata di senso asserisce il sussistere o n on sussistere di una certa situazione, invece di dire: Questo il senso della prop osizione, possiamo dire: Questa la situazione raffigurata dalla proposizione. Laffer mazione iniziale di Wittgenstein concorda con la definizione della proposizione come modello (4.01): se la situazione composta sperimentalmente nella proposizione, allora non si deve concepire lenunciato come una semplice copia o calco della realt (a ltrimenti diverrebbe inconcepibile lesistenza di proposizioni false). 4.0311. La proposizione come un quadro plastico i cui elementi sono connessi tra loro in modo conforme alla disposizione degli oggetti nello stato di cose. Cfr. 3.1431. 4.03 12. La proposizione pu rappresentare la realt solo se i nomi di cui si compone rinv iano ad oggetti. Ma una proposizione comprende anche segni ai quali, nella realt e mpirica, non corrisponde alcun oggetto. Tali sono le cosiddette costanti logiche, ovvero i connettivi e, se...allora, o, etc.: essi non sono nomi e dunque non stanno pe cose, non rinviano ad alcunch di reale. Wittgenstein definisce fondamentale questa osservazione ( dunque abbastanza strano che essa compaia nel testo con una numera zione che la relega apparentemente in secondo piano). Per capire perch [Wittgenste in] annettesse tanta importanza [a questo problema], bisogna ricordare che, negl i anni della formazione delle idee del Tractatus, Russell elaborava una teoria i n base alla quale la comprensione di una proposizione richiedeva (tra laltro) la conoscenza diretta (acquaintance) della forma della proposizione e degli oggetti logici designati da parole come o, non, tutti, qualche (le costanti logiche) (Mar 7, 28). Secondo Wittgentein, invece, non esistono oggetti logici (5.4) e la logica non pu trattare un insieme speciale di cose (NL 209). Se le proposizioni logiche d enotassero oggetti logici, allora sarebbe possibile parlare della forma logica d el linguaggio esattamente come si pu parlare delle situazioni empiriche. Ma per W ittgenstein impossibile raffigurare la forma logica (2.172, 4.12): la logica dei fatti non pu dunque aver rappresentanti (cfr. Scheda 7). 4.032. La proposizione pu ra ppresentare una situazione solo in quanto articolata logicamente, ovvero dotata di una complessit strutturale conforme alla complessit strutturale del fatto che rap presenta (cfr. 3.251: la proposizione articolata). Wittgenstein ribadisce che les senza della raffigurazione consiste nel rapporto di isomorfismo tra immagine e s ituazione, che un rapporto tra due complessi. Perci un nome, in quanto segno semp lice, non pu raffigurare (descrivere) una situazione (3.144). 4.04. Nella proposi zione si possono distinguere tanti elementi costitutivi quanti ne sono presenti

nella situazione

che essa raffigura. Inoltre, il nesso tra gli elementi costitutivi della proposi zione corrisponde al nesso tra gli elementi costitutivi dello stato di cose: pro posizione e fatto sono dunque isomorfi (possiedono la stessa forma o molteplicit- l ogica). Su Hertz e sulla nozione fisica di modello, v. Scheda 4. 4.041. Wittgenste in riprende il tema dellimpossibilit di rappresentare le condizioni della rapprese ntazione. La molteplicit logica che accomuna modello e realt non a sua volta raffigu rabile: ovvero, la proposizione non pu uscire da se stessa per raffigurare la sua relazione di proiezione con ci che raffigura. Largomento, presentato per la prima volta nella 2.172, verr affrontato pi estesamente nella 4.12 (v. Scheda 10).

Scheda 8: La proposizione come immagine La tesi secondo la quale la proposizione unimmagine della realt (4.01) costituisce u no dei temi centrali del Tractatus ed il fondamento della cosiddetta Teoria raffi gurativa del linguaggio (Picture Theory of the Language). Wittgenstein asserisce che le proposizioni hanno lesclusiva funzione di raffigurare la realt fornendo imm agini di ogni possibile accadere e non accadere di stati di cose. Le propriet car atteristiche dellimmagine in generale sono state gi illustrate nella sezione che v a dalla 2.1 alla 2.225: si tratta ora di estendere quelle propriet anche alla pro posizione come immagine logica dei fatti. Lidea che che le proposizioni siano raf figurazioni di fatti si affacci alla mente di Wittgenstein intorno al 1914, nel p eriodo in cui il filosofo vestiva la divisa dellesercito austro-ungarico. Nei Qua derni, in data 29 settembre 1914, troviamo questa annotazione: Nella proposizione un mondo composto sperimentalmente. (Come quando al tribunale di Parigi un inci dente dautomobile rappresentato con pupazzi, etc.). A cosa si riferiva Wittgenstei n? Norman Malcom, amico e biografo di Wittgenstein, ci racconta il seguente epis odio: Era lautunno del 1914, sul fronte orientale. Wittgenstein leggeva, in una ri vista, di un processo a Parigi per un incidente automobilistico. Al dibattimento era stato presentato alla corte un modello in miniatura dellincidente. Il modell o in quel caso equivaleva alla proposizione; vale a dire alla descrizione di un possibile stato di cose. Aveva tale funzione grazie a una corrispondenza tra le parti del modello (case, automobili, persone in miniatura) e le cose (case, auto mobili, persone) reali. A questo punto a Wittgenstein venne fatto di pensare che si sarebbe potuto capovolgere lanalogia e dire che una proposizione serve da mod ello o raffigurazione, in virt di una analoga corrispondenza tra le sue parti e i l mondo. Il modo con il quale si combinano le parti della proposizione la strutt ura della proposizione- descrive una possibile combinazione di elementi della re alt, un possibile stato di cose (Malcom, 1516).[1] Wittgenstein illustra la tesi d ella natura raffigurativa delle proposizioni servendosi di un disegno: Se, in questimmagine, la sagoma di destra rappresenta luomo A, e quella di sinistra designa luomo B, il tutto potrebbe dire ad esempio: -A tira di scherma con B- (Q. 92). La proposizione che descrive questo stato di cose, dunque, funziona esatta mente come unimmagine spaziale: essa raffigura una situazione connettendo i nomi A e B in modo conforme al nesso che lega, nella realt, gli oggetti denotati da quei n omi (immagine e realt sono cos caratterizzati da una medesima struttura o moltepli cit- logica). A prima vista, una proposizione non sembra affatto unimmagine: ma nep pure la notazione musicale dice Wittgenstein- sembra essere unimmagine della music a (4.011). Ci accade perch ogni raffigurazione, contenendo sempre qualcosa di meno ri spetto a ci che raffigura, richiede che si stabiliscano convenzioni per garantire il suo collegamento con la realt. Nella raffigurazione spaziale degli schermitor i, ad esempio, si stabilisce che una figura bidimensionale stia per un oggetto tri dimensionale. Non tutti gli stati di cose sono raffigurabili per mezzo di immagi ni spaziali: si pensi, ad esempio, a come si potrebbe rappresentare spazialmente la differenza tra due diverse sfumature di un colore. Il segno proposizionale, invece, pu raffigurare ogni possibilit perch il suo rapporto di proiezione con i fa tti dipende solo dalla sua forma logica, cio da quellelemento a priori che presupp osto da ogni immagine (sia essa spaziale o meno, cfr. 2.182). Perci Wittgenstein osserva: Noi non abbiamo, vero, la certezza di poter mettere sulla carta tutti gl i stati di cose in immagini; ma certo abbiamo la certezza di poter raffigurare i n una scrittura a due dimensioni tutte le propriet logiche degli stati di cose (Q. 92). Ci non significa naturalmente che le propriet logiche possano essere oggetto di raffigurazione al pari delle situazioni empiriche, ma solo che ogni relazion e logica pu essere tradotta connettendo tra loro i segni linguistici. Un nome sta pe r una cosa, un altro per unaltra cosa e sono connessi tra loro: cos il tutto prese nta come un quadro plastico- lo stato di cose (4.0311). Laspetto fondamentale della teoria di Wittgenstein proprio il fatto che le relazioni sussistenti tra gli el ementi di uno stato di cose sono raffigurate dalle relazioni sussistenti tra gli elementi della proposizione, e non da segni particolari che possano occorrere n el segno proposizionale. Un pittore non raffigura una situazione dipingendo sull

tela le immagini degli oggetti e, accanto ad esse, anche limmagine della relazion e che le connette. Il nesso tra gli elementi dellimmagine non qualcosa il pittore aggiunge alle immagini dipinte, ma ci che il pittore realizza nel momento stesso in cui raffigura per mezzo di immagini. Limmagine, in altri termini, raffigura s olo in virt della combinazione dei propri elementi e mostra in modo autonomo che a quella combinazione corrisponde nella realt la possibilit di una relazione tra o ggetti. Cos, nel segno complesso aRb ci che consente la raffigurazione il nesso che sussiste tra i nomi a e b (3.1432). Ma qui, a differenza che in un dipinto, compare un segno (R) che apparentemente denota la relazione tra gli elementi della raffigu razione (i nomi a e b). In realt le cose non stanno affatto cos. R non un segno den e, n esso dice che tra i nomi a e b sussiste un nesso (che tra i nomi a e b sussista relazione mostrato dal segno aRb). Non esiste una cosa chiamata la relazione tra a e b, ma esiste invece una struttura complessa nella quale a e b sono messi in relazio ne. Scrivendo il segno R, quindi, noi rimandiamo semplicemente a quellelemento form ale che pu solo mostrarsi e mai essere detto. Le propriet formali della proposizio ne, cos come quelle di un dipinto, possono soltanto essere esibite (non: raffigur ate). In virt del nesso sussistente tra i suoi elementi, la proposizione mostra co me stan le cose, se essa vera, ovvero mostra il suo senso (4.022). Pur combinando s emplici segni alfabetici (i quali non assomigliano affatto ad immagini di cose), essa presuppone lo stesso principio che sta alla base della grafia geroglifica, che raffigura i fatti che descrive. Dal linguaggio figurativo dei geroglifici luom o passato alla grafia alfabetica senza perdere lessenziale della raffigurazione (4. 016). In sintesi, possiamo riassumere cos le caratteristiche della proposizione c ome immagine logica dei fatti: Ogni proposizione caratterizzata da una struttura, ovvero contiene elementi costitutivi (nomi) in una determinata relazione luno alla ltro (3.14) ed articolata logicamente (4.032). Cfr. 2.14. In quanto complesso di elementi, la proposizione un fatto (3.14). Cfr. 2.141. Ogni proposizione caratt erizzata dalla corrispondenza tra i propri elementi, i nomi, e quelli della situ azione raffigurata, gli oggetti, o cose (3.21, 4.0312). Cfr. 2.13, 2.131, 2.1514 . La proposizione caratterizzata da un rapporto di proiezione con la realt che ra ffigura (3.11, 4.031, 4.0311). Cfr. 2.15, 2.151. Il rapporto di proiezione reso possibile dalla forma logica (cfr. 2.18) e grazie ad essa sussiste una relazione di isomorfismo tra immagine e situazione. Ogni proposizione viene compresa senz a spiegazioni aggiuntive, ma mostra da s, in modo autonomo, ci che raffigura. Come limmagine rappresenta il proprio senso (2.221), cos la proposizione mostra il suo senso (4.022): la proposizione, come ogni immagine, evoca la situazione che descr ive senza altro ausilio che la propria capacit di proiettarci in direzione della realt. E vero che la formazione degli enunciati dipende anche da regole convenzion ali, le quali valgono a definire i cosiddetti tratti accidentali delle proposizion i (v. 3.34 e seguenti). Una volta stabilite queste convenzioni, per, il linguaggi o diventa operativo e funziona in modo autonomo senza bisogno di ulteriori interve nti: La proposizione scrive Wittgenstein- rappresenta lo stato di cose, direi quas i, di sua testa (Q. 115). Una volta data la proposizione, non c bisogno di un enunc iato aggiuntivo che ci spieghi quel che essa asserisce (ci equivarrebbe a dire ch e la proposizione in questione non unimmagine). La proposizione non pu raffigurare il modo della propria raffigurazione, ovvero non pu raffigurare la forma logica (4.12, cfr. 4.041). Per far ci, la proposizione dovrebbe proiettare su se stessa invece che in direzione della realt: ma ci impossibile perch compito delle proposiz ioni soltanto la raffigurazione di fatti (cfr. 2.172, 2.174). Per lo stesso moti vo, nessuna proposizione pu enunciare qualcosa sopra se stessa (3.332). Compito e sclusivo delle proposizioni raffigurare il mondo. La proposizione rappresenta il sussistere e non sussistere di stati di cose (4.1) e determina in questo modo u n luogo nello spazio logico (3.4). Cfr. 2.11. Ogni proposizione rappresenta una situazione possibile, ovvero la possibilit del sussistere e non sussistere di sta ti di cose (4.2, 3.11). Cfr. 2.201, 2.202, 2.203. Ne consegue che possono anche esistere proposizioni false, cio raffigurazioni di situazioni che di fatto non su ssistono nella realt empirica. Una proposizione pu essere compresa senza sapere se essa vera o falsa (4.024). Si comprende una proposizione quando se ne intende i l senso, ed il senso contiene solo la possibilit della situazione raffigurata (4.2) : dunque la proposizione ha un senso indipendentemente dal fatto che sia vera o

falsa (allo stesso modo, unimmagine raffigura indipendentemente dalla propria ver it o falsit, 2.22). Una proposizione vera o falsa quando, rispettivamente, concord a o non concorda con il fatto che descrive. Per conoscere il valore di verit di u na proposizione bisogna confrontarla con la realt; per intenderne il senso, invec e, basta che se ne comprendano le parti costitutive (4.024). (Per un approfondimento del rapporto di isomorfismo tra proposizioni e fatti si rimanda alla Scheda 11). [1] Secondo questa versione dei fatti, fu dunque il resoconto del processo parig ino che ispir a Wittgenstein la Teoria raffigurativa del

linguaggio. Allidentificazione della proposizione con limmagine, per, diede certame nte un contributo decisivo anche la lettura dei Principi della Meccanica di Hert z, ed in particolare la nozione di modello quale struttura ideale che consente la rappresentazione dei fenomeni (sul modello in Hertz, v. Scheda 4).

Note al Tractatus LA NEGAZIONE (4.05 4.0641) 4.05. Cfr. 2.223: il riconoscimento della verit o falsit di una prop osizione dipende dal confronto con la realt. Ma per operare tale confronto necess ario che la proposizione sia unimmagine della realt, cio che raffiguri una situazio ne ed esprima un senso (4.06). 4.06. La proposizione pu raffigurare in modo vero o falso solo a patto di essere effettivamente unimmagine, cio solo a patto di trov arsi in relazione raffigurativa con la realt. Il senso della proposizione comunqu e determinato indipendentemente dalla sua verit o falsit, cio indipendentemente da come stanno le cose nella realt: noi comprendiamo infatti una proposizione senza sapere se essa vera o falsa (4.024). Questi presupposti costituiscono i principi basilari della teoria raffigurativa del linguaggio. 4.061. Una proposizione ha un senso indipendente dai fatti: essa infatti dotata di senso sia che il fatto d a essa raffigurato sussista sia che non sussista. Come abbiamo visto nella Sched a 5, ci equivale a dire che una proposizione ha sempre una duplice relazione con i fatti: ogni proposizione essenzialmente vera-falsa. Chi trascuri questa propri et essenziale degli enunciati, pu cadere nellerrore di credere che una proposizione (al pari di un nome) abbia una sola relazione con la realt. Ad esempio, si potre bbe credere che la proposizione p e la sua negazione ~p (non-p) designino uno stesso fatto, rispettivamente, in modo vero e in modo falso. In altri termini, il segn o di negazione sarebbe un indicatore di falsit, mentre lassenza di questo segno sare bbe un indicatore di verit. Ci manifestamente sbagliato perch sia p che ~p, in qua posizioni dotate di senso, possono essere vere o false a seconda che concordino o meno con la realt. Se ad esempio il gatto non si trova sul tappeto, lenunciato ~p (Il gatto non sul tappeto) risulter vero smentendo la tesi che ad una proposizione n egativa corrisponda sempre una falsit. 4.062. Chi identifica p con la designazione vera e ~p con la designazione falsa ritiene che il mondo pu essere descritto con pr oposizioni dotate di ununica relazione con la realt. Da questo punto di vista, la descrizione potrebbe indifferentemente utilizzare proposizioni false: basterebbe tener presente che in questo caso noi stiamo raffigurando alla rovescia. Ma Wittg enstein nota che in ogni caso noi siamo sempre condotti ad ammettere che le prop osizioni hanno una duplice relazione con i fatti. Se con la proposizione: Il libr o sul tavolo (p) intendiamo Il libro non sul tavolo (~p), ed il libro effettivamen n si trova sul tavolo, allora lenunciato ~p risulta vero, e non falso. La verit di u n enunciato consiste nel suo accordo con la realt, e ~p si accorda con la realt quan do lo stato di cose di cui nega il sussistere non sussiste effettivamente. 4.062 1. La proposizione p e la sua negativa ~p hanno senso opposto (il segno di negazione ha infatti la funzione di invertire il senso della proposizione, 5.2341). Perci, quando p vera, ~p falsa, e quando p falsa, ~p vera. Tuttavia esse non descri ioni diverse. Ci potrebbe verificarsi solo se il segno ~ denotasse, al pari di un n ome, un oggetto. In questo caso, ~p dovrebbe riferirsi ad una situazione diversa d a p (lo stato di cose descritto da ~p consterebbe infatti di un oggetto che non si t rova nello stato di cose descritto da p). Ma al segno di negazione non corrisponde nulla nella realt: a conferma di ci, si pu considerare che il non pu anche scomparire dallenunciato (basta scriverlo due volte: due negazioni si annullano, cfr. 5.254 ). Lenunciato p e la sua negazione ~p, pur avendo senso opposto, non sono dunque imma gini di fatti diversi, bens immagini diverse dello stesso fatto (ad esse corrispon de ununica e stessa realt). Sul tema delle costanti logiche come segni non denotanti, cfr. 4.0312, 5.4. 4.063. Prendiamo un foglio di carta bianca e disegnamo una ma cchia nera. Ogni punto nero del foglio costituir un fatto positivo (il sussistere della macchia), ogni punto bianco costituir invece un fatto negativo (il non sus sistere della macchia). Un fatto positivo sar descritto da una asserzione del tip o: Il punto x nero, mentre un fatto negativo sar descritto da un enunciato del tipo : Il punto x bianco (non nero). Per sapere se un enunciato vero o falso dovr andare controllare il foglio: se ho assegnato un significato ai nomi bianco e nero,

comprendendo il senso dellenunciato io sapr cosa devo andare a cercare sul foglio (cio sapr come impostare il confronto tra proposizione e realt), e a seconda di que llo che trover (un punto nero o bianco) io sapr se la raffigurazione corretta o sc orretta. Lanalogia della macchia sul foglio ha un limite: infatti io posso indica re col dito un punto sul foglio senza conoscere la distinzione tra bianco e nero . Ma nessuna proposizione pu puntare il dito sulla realt a meno che non abbia un sen so. E questo senso devessere compiuto prima di ogni confronto con la realt: ci avvi ene solo se ammettiamo che la proposizione, al contrario del nome, abbia una dup lice relazione con il fatto raffigurato (Wittgenstein critica la tesi di Frege s econdo cui le proposizioni hanno la stessa funzione denotante dei nomi). 4.064. Wittgenstein ribadisce che ci che caratterizza intimamente ogni proposizione il f atto di possedere un senso. Negare o affermare una proposizione vuol dire afferm arne o negarne il senso. Dunque ogni proposizione devessere dotata di senso indip endentemente dal fatto che la si affermi o la si neghi. 4.0641. La proposizione negativa ~p determina un proprio luogo logico riferendosi a quello determinato dal la proposizione p: ma il luogo individuato da ~p un altro, e pi precisamente risulta terno a quello individuato da p. Cfr. Q. 139: Due proposizioni sono opposte luna alla ltra se giaccion tutte luna fuori dellaltra; Q. 153: Ogni proposizione ha solo una n egativa; v solo una proposizione che giace tutta fuori di p. Per linterpretazione di questo passo v. Scheda 9.

Scheda 9: Senso e negazione. Un test per riconoscere le proposizioni sensate. "Quellombra che limmagine, direi, getta sul mondo: Come afferrarla esattamente? Ec co un mistero profondo. E il mistero della negazione: Le cose non stan cos, eppure possiamo dire come le cose non stanno. (Quaderni, 14 novembre 1914)

Le osservazioni contenute nella sezione 4.05 - 4.0641 ci consentono di svolgere alcune importanti considerazioni sul modo in cui loperazione logica della negazio ne modifica il senso di una proposizione. Wittgenstein inizia col dichiarare che sbagliato considerare il segno p equivalente alla designazione vera e il segno ~p e quivalente alla designazione falsa. Se cos fosse, le proposizioni avrebbero, al p ari dei nomi, una sola relazione con la realt. Da questo punto di vista, la descr izione dei fatti del mondo consisterebbe semplicemente nel nominarli per mezzo del le proposizioni positive, mentre alle proposizioni negative (che designano in mo do falso) non corrisponderebbe alcunch di reale; si potrebbero per utilizzare per la descrizione anche le proposizioni negative (cio le asserzioni false) tenendo c onto del fatto che nella realt si verifica il contrario di quanto esse dicono (4. 062). Ma per Wittgenstein anche una proposizione negativa pu descrivere la realt e d essere perci vera (in tal caso, ad essa corrisponde un fatto negativo). Ad esem pio, se il gatto non sul tappeto, la proposizione negativa ~p (che dice: Il gatto n on sul tappeto) fornisce una descrizione vera. Dobbiamo quindi ammettere che sia lenunciato p che la sua negazione ~p intrattengono una duplice relazione con la realt (cfr. Scheda 5): entrambe possono infatti risultare vere o false una volta confr ontate con i fatti. Le proposizioni non possono dunque essere parificate a nomi. Naturalmente non possibile che p e ~p siano entrambe vere o entrambe false: la veri t di p implica la falsit di ~p, e la falsit di p implica la verit di ~p. Ad esemp atto si trova sul tappeto, la proposizione p (Il gatto sul tappeto) sar vera e la pro posizione ~p (Il gatto non sul tappeto) diverr automaticamente falsa. Viceversa, se i l gatto non si trova sul tappeto, la proposizione p sar falsa mentre la proposizion e ~p diventer vera. La verit di ~p pone per il problema di chiarire cosa raffigura una proposizione negativa. Se la proposizione Il gatto non sul tappeto vera, il fatto da essa negato non sussiste nella realt, ovvero non c niente nel mondo che le corri sponda. Di che cosa immagine, dunque, una proposizione negativa? E quale rapport o proiettivo intrattiene con i fatti? Secondo Wittgenstein, la proposizione nega tiva fornisce una raffigurazione dello stesso fatto descritto dalla proposizione positiva e perci ~p rimanda esattamente alla stessa realt descritta da p. La spiegazi one di ci si pu articolare nei seguenti tre punti: 1. Il segno di negazione, come tutti i connettivi logici, non serve ad introdurre nuovi oggetti (4.0621). Se il segno ~ denotasse un oggetto, allora le proposizioni p e ~~p (non-non-p) dovrebbero figurare situazioni differenti: nello stato di cose descritto da ~~p, infatti, dov rebbero trovarsi due oggetti che non si trovano invece nella situazione descritt a da p. Ma cos non , perch p e ~~p hanno esattamente lo stesso senso (le due negazio nfatti, si annullano). Ci che nella realt corriponde a p e a ~~p quindi esattamente l stesso stato di cose. Ovviamente, il segno di negazione ~ non introduce alcun ogg etto nemmeno quando lo aggiungiamo a p per ottenere ~p. Applicando il segno di negaz ione a p non si ottiene quindi una proposizione che parla di un fatto nuovo: a p e ~p orrisponde ununica e stessa realt (4.0621). 2. Ritenendo che la proposizione negati va ~p si riferisca ad una situazione differente da quella cui si riferisce p, noi co nfondiamo il fatto negato da ~p con il fatto che sussiste al suo posto. Se ~p vera, allora il gatto non si trova sul tappeto. Ma la proposizione ~p non dice che il ga tto si trova sul davanzale, o sotto il tavolo, etc.: in questo caso, essa raffig urerebbe effettivamente una situazione diversa da p. Lo scopo di ~p soltanto la nega zione del caso affermato da p, e non laffermazione di fatti diversi da p. Ne consegue appunto che quanto viene raffigurato da ~p la stessa situazione raffigurata da p, e di essa ~p dice: Tale situazione non sussiste. 3. La proposizione negativa ~p pu dire che una certa situazione non sussiste solo a condizione di esibire limmagine del fatto che essa nega. Nessuna immagine pu raffigurare la non-esistenza di qualcosa perch non si pu rappresentare unassenza. La proposizione che nega che il gatto si trovi sul tappeto deve dunque presentare limmagine di un gatto su un tappeto. E chi aro che si dovr presentare quale situazione si dice che non esiste, e codesta sit

uazione la si presenter proprio mediante la raffigurazione che la raffigura. Non si potrebbe prendere nessunaltra raffigurazione: non si potrebbe, ad esempio, far e una raffigurazione del non esistere della situazione (Anscombe 63). Ancora una volta siamo costretti ad ammettere che ~p ci presenta la stessa situazione present ata dalla proposizione positiva p . Il segno ~ (o meglio, come si vedr in seguito, lop erazione che tale segno introduce) modifica per il rapporto

di proiezione che lega la proposizione p alla realt. La negazione, osserva Wittgens tein, inverte il senso della proposizione (5.2341). Ci significa che la proposizi one negativa, pur raffigurando la stessa situazione raffigurata dalla positiva, ricever risposte diametralmente opposte dal confronto con la realt: come si diceva sopra, essa sar vera quando la positiva falsa, e sar falsa quando la positiva ver a. Il caso simile a quello di una fotografia e del suo negativo. Entrambi, infat ti, raffigurano il medesimo soggetto, e tuttavia risultano capovolte le condizio ni della loro corrispondenza con la realt: una fotografia raffigura fedelmente un a situazione quando ad una sua porzione di colore chiaro corrisponde nella realt un oggetto di colore chiaro e ad una sua porzione di colore scuro corrisponde un oggetto di colore scuro; mentre il negativo della fotografia fedele se ad una s ua porzione di colore scuro corrisponde un oggetto di colore chiaro e ad una sua porzione di colore chiaro corrisponde nella realt un oggetto di colore scuro. La proposizione p e la sua negativa ~p assomigliano appunto ad una fotografia ed al su o negativo: p ~p

La situazione cui le due proposizioni rimandano, come si vede, identica; quel ch e muta sono le condizioni di verit delle due proposizioni, cio il loro modo di int eragire con il medesimo fatto: se i due personaggi reali stanno effettivamente t irando si scherma, allora la positiva vera mentre la negativa falsa; e se se i d ue personaggi reali non stanno tirando di scherma, allora la positiva falsa ment re la negativa risulta vera. Pur determinando possibilit differenti (il loro sens o infatti opposto), p e ~p si presuppongono dunque vicendevolmente. La proposizione p ositiva scrive Wittgenstein- deve presupporre lesistenza della proposizione negat iva, e viceversa (5.5151). La proposizione negativa, come abbiamo visto, infatti costruita applicando loperazione della negazione alla proposizione positiva: essa non potrebbe esistere se non esistesse la proposizione p. Bisogna dunque tener se mpre presente che la negazione si riferisce al luogo logico che la proposizione n egata [cio p] determina: pur determinando un luogo logico diverso da p, la proposizion negante [cio ~p] determina un luogo logico con laiuto della proposizione negata [ci o di p], descrivendo quello come sito fuori di questo (4.0641). Ma anche la proposiz ione positiva p richiede necessariamente lesistenza della sua negativa ~p. Se infatti p una proposizione dotata di senso, allora essa pu essere vera o falsa. Asserire l a verit di p equivale per automaticamente ad asserire la falsit della sua negativa ~p; e, simmetricamente, asserire la falsit di p equivale automaticamente ad asserire la verit di ~p. Scrive pertanto Wittgenstein: Noi possiamo vedere che ~ p non ha un se nso se p non ne ha uno, cos possiamo anche dire che p non ne ha uno se ~ p non ne ha uno (NM 236).Riducendo questa osservazione in forma sintetica otteniamo il pr incipio secondo cui se un enunciato ha senso allora anche la sua negazione ha se nso. Tale regola pu essere utilizzata come vero e proprio test per riconoscere le p roposizioni dotate di senso. Il principio per cui il senso di una proposizione va insieme a quello della sua negazione sar costantemente usato da Wittgenstein, an che dopo il Tractatus, come test di sensatezza: ogni volta che abbiamo la sensaz ione di non poter immaginare il contrario di ci che una proposizione dice o sembra dire, siamo sicuri di avere a che fare con un nonsenso (Marconi, 1997, 27). Provi amo a utilizzare questo strumento operativo per stabilire se lenunciato Domani pio ver sia dotato di senso o meno. Se Domani piover sensata, allora la sua negazione Dom ni non piover deve poter essere vera (dobbiamo dunque poter immaginare che si veri fichi il contrario della situazione descritta). Ci manifestamente possibile. Se d omani effettivamente piover, p diventer vero e ~p falso; se domani non piover, p div falso e ~p vero. Lenunciato in questione pu essere falsificato dallesperienza (il che rende automaticamente vera la sua negazione) e quindi un enunciato dotato di se nso. Proviamo adesso a considerare lenunciato: Il mondo tale e quale io lo conosco. Il caso diverso da quello precedente perch di questa proposizione non possibile immaginare il contrario (ovvero non possibile la verit della sua negazione). Lenun ciato Il mondo non tale e quale io lo conosco, infatti, non pu essere verificato o

falsificato in alcun modo. Quale esperienza potrebbe provare che la realt diversa da come si presenta al soggetto conoscitivo? Dato che ogni esperienza presuppon e lintervento attivo del soggetto e dei suoi strumenti conoscitivi, ogni tentativ o di costruire un esperimento significativo al riguardo non farebbe altro che ri proporre il mondo quale

conosciuto dal soggetto, e mai il mondo come entit in s sganciata dal suo rapporto c on il soggetto. Il mondo tale e quale io lo conosco, non ammettendo la possibilit c he la sua negativa sia vera, da considerarsi un enunciato privo di senso (esso n on pu essere falso e dunque non pu nemmeno esser vero: e una proposizione che non pu essere vera o falsa appunto insensata) . Il test ha dunque rivelato lesistenza di un nonsenso. In generale, tutte le asserzioni della scienza naturale (cfr. 41 1, 6.53) sono caratterizzate dalla possibilit di essere vere o false, e perci sono dotate di senso: di ogni enunciato descrittivo della forma p o ~p dunque possibile i mmaginare il contrario. Le proposizioni (o meglio: le pseudo-proposizioni) filosofi che, invece, sono insensate perch non possibile concepire la possibilit della loro falsit e dunque, neanche la possibilit della loro verit: esse sono semplicemente p rive di senso, ovvero non hanno valore di verit (sono n vere n false). Il principio secondo il quale di una proposizione sensata si deve poter concepire la negazio ne ha come riflesso immediato, nel Tractatus, la conferma dellirrappresentabilit d ella forma logica e della contingenza di ogni stato di cose. Infatti: La forma l ogica la condizione a priori del rapporto raffigurativo che sussiste tra linguag gio e realt. Se si intendesse descrivere (rappresentare per mezzo del linguaggio) la forma logica, essa dovrebbe venire considerata alla stregua di un fatto come gli altri e si dovrebbe poter asserire che questo fatto sussiste. Ma si pu asser ire in modo sensato che un fatto sussiste soltanto se ha senso dire che esso non sussiste. Ci proprio quanto non si pu fare riguardo alla forma logica: infatti in immaginabile che essa non sussista, poich dobbiamo sempre presupporla come condiz ione della rappresentazione. Dunque, non ha senso considerare la forma logica al la stregua di un fatto e tentare di rappresentarla nel linguaggio: una proposizi one che intendesse descrivere la forma logica sarebbe priva di senso (non ammett endo la possibilit della propria negazione). La forma logica pertanto indicibile. Se di ogni fatto asserito da una proposizione dotata di senso si pu immaginare i l contrario (la sua negazione), allora nessun fatto necessario, ma tutti i fatti sono contingenti (possono essere come non essere). Secondo Wittgenstein v solo un a necessit logica (6.37), mentre ogni avvenire ed essere-cos accidentale. Ogni fatto pu accadere come non accadere: Tutto ci che vediamo potrebbe anche essere altrimen ti. Tutto ci che possiamo comunque descrivere potrebbe essere altrimenti. Non v un ordine a priori delle cose (5.634). Su queste basi, Wittgenstein negher che tra gl i stati di cose sussistano relazioni di causa-effetto. Dato che gli stati di cos e sono indipendenti luno dallaltro (2.061), dal sussistere o non sussistere duno st ato di cose non pu concludersi al sussistere o non sussistere dun altro (2.062) e quindi non v alcun modo per inferire con necessit uno stato di cose da un altro.

Note al Tractatus LA FILOSOFIA E LA SCIENZA (4.11 4.115) 4.11. Se la totalit delle proposizioni vere la scienza naturale tutta, allora lambito di quanto pu essere detto sensatamente coincide senza resti con lam bito delle proposizioni scientifiche. Cfr. 6.53: Il metodo corretto in filosofia sarebbe propriamente questo: Nulla dire se non ci che pu dirsi; dunque, proposizio ni della scienza naturale dunque, qualcosa che con la filosofia nulla ha da fare. 4.111. Le proposizioni della scienza sono dotate di senso e in quanto tali posso no essere vere o false (tutte le proposizioni vere rientrano quindi nel campo de lla scienza); le pseudo-proposizioni filosofiche non hanno un contenuto rapprese ntativo (non parlano della realt) e quindi sono n vere n false, bens insensate. La fi losofia non d immagini della realt, e non pu n confermare n infirmare le indagini sci entifiche (NL 201). La filosofia tenta di porsi ad un livello di descrizione che non coincide con quello delle scienze (essa sta sopra o sotto, non gi presso le sc ienze naturali). Ma con ci si condanna ad essere sterile e improduttiva. 4.112. La filosofia serve a chiarire la struttura logica degli enunciati, ovvero ad illus trare il corretto funzionamento del linguaggio. Non esistono contenuti filosofici da comunicare: ci che pu essere detto rientra in toto nellambito di quanto viene espr esso dalle proposizioni della scienza naturale (4.11). La filosofia non quindi u na dottrina ma una attivit: ad essa compete soltanto la chiarificazione delle nos tre modalit espressive. Cfr. 4.0031: Tutta la filosofia critica del linguaggio . 4.11 21. La psicologia non una branca della filosofia, ma una disciplina scientifica da essa distinta. Quando si affronta il problema della conoscenza (gnoseologia) non si pi nel campo della psicologia, ma in quello della filosofia applicata ai r isultati della psicologia (si dunque abbandonato lambito scientifico, nel quale v engono formulate proposizioni dotate di senso). In questo passo Wittgenstein cerc a di infrangere il controllo dittatoriale che era stato a lungo esercitato sul r esto della filosofia da quella che si chiama teoria della conoscenza e cio dalla filosofia della sensazione, percezione, immaginazione e, in generale, dellesperie nza (Anscombe 140). Il Tractatus non presenta una teoria della conoscenza ma si o ccupa soltanto delle condizioni a priori della raffigurazione del mondo da parte del linguaggio. La diffidenza nei confronti delle inessenziali ricerche psicolog iche era stata comunicata a Wittgenstein da Frege, il quale aveva combattuto con forza quelle filosofie le quali riducono ogni contenuto conoscitivo ai meccanism i psicologici e ai fenomeni soggettivi della coscienza. 4.113. La filosofia (int esa nellaccezione di sorveglianza critica dellespressione) indica alla scienza che il linguaggio pu parlare solo dei fatti. In questo modo, la filosofia limita all a realt empirica il campo dazione su cui pu esercitarsi fruttuosamente la scienza. 4.114. Lattivit chiarificatrice della filosofia restringe luso del linguaggio nei l imiti della raffigurazione dei fatti: le proposizioni servono esclusivamente a p arlare della realt, e qualsiasi altro uso del linguaggio (ad es. la descrizione d i verit metafisiche o la descrizione della forma logica) conduce alla produzione di nonsensi. In questo modo si realizza quella delimitazione dallinterno di cui Wit tgenstein parlava nella Prefazione. Descrivendo lambito entro il quale possibile organizzare proposizioni sensate (lambito dei fatti), implicitamente stabilisco a nche un confine oltre il quale il linguaggio non pu spingersi. E la cosa pi import ante che questo risultato si ottiene rimanendo sempre allinterno del campo delle proposizioni sensate, senza esser costretti a descrivere quello che si trova olt re il limite (altrimenti cadremmo nella contraddizione di dover pensare quel che pensare non si pu). 4.115. Significare lindicibile rendendo chiaro il dicibile lob iettivo forse pi importante che Wittgenstein si proponeva di realizzare scrivendo il Tractatus. Significare non vuol dire qui esprimere per mezzo di proposizioni: lin dicibile, ovviamente, non pu essere comunicato per mezzo del linguaggio. La filos ofia, rappresentando chiaramente quanto pu essere detto, mostrer nel contempo che v una serie di questioni (la natura del Bene e del Male, il senso della vita, etc. ) che il linguaggio non pu contenere e che per questo sono indicibili. Tuttavia, suggerir Wittgenstein al termine del Tractatus, noi avvertiamo (quasi come una pr esenza) il vuoto che tali questioni lasciano dietro di s una volta scomparse dallo rizzonte del dicibile. Cfr. 6.522: V davvero dellineffabile. Esso mostra s, il mistic o.

LA FORMA LOGICA NON E RAPPRESENTABILE (4.12 4.1212) 4.12. La proposizione pu raffigurare la realt grazie alla forma logi ca (lelemento formale comune a linguaggio e realt, 2.18). Se la forma logica la co ndizione del rapporto raffigurativo, essa non pu mai diventare oggetto di raffigu razione: la proposizione, quindi, non pu rappresentare ci che, con la realt, essa de ve aver comune per poterla rappresentare la forma logica. E dato che i limiti del la logica sono anche i limiti del mondo (5.61), tentare di esprimersi sulla form a logica (ovvero considerarla come un oggetto di conoscenza) equivarrebbe al ten tativo di proiettarsi oltre il mondo. Per analoghe considerazioni riferite allimm agine, v. 2.172, 2.174 (cfr. 4.0312: la logica dei fatti non pu aver rappresentant i). 4.121. La proposizione non pu dir nulla sulla forma logica perch essa si mostra nella proposizione (si specchia in essa) ma non pu mai essere oggetto di raffigura zione. Le proposizioni del linguaggio possono raffigurare in immagini solo le si tuazioni empiriche. La forma logica, per, non un fatto del mondo ma la condizione della corrispondenza tra linguaggio e realt. Per raffigurare le proprie condizio ni, il linguaggio dovrebbe uscire da se stesso (4.12): dato che questo impossibi le, ci che nel linguaggio si specchia ed esprime s (la forma logica) noi non possiamo esprimere per mezzo di proposizioni. Quel che dobbiamo fare per chiarire le prop riet logiche del linguaggio consiste semplicemente nel vedere quel che la proposi zione mostra ed esibisce. Perci Wittgenstein diceva che la sintassi logica deve stabi lirsi ricorrendo solo alla descrizione delle espressioni (3.33) senza chiamare in causa le propriet logiche dei simboli. Gli aspetti formali del linguaggio si most rano, ma non possono esser detti (4.1212). 4.1211. La proposizione mostra la pro pria forma logica, ma non pu rappresentarla in alcun modo: essa, dunque, non pu ma i dire quali propriet logiche la contraddistinguono. Cos, la proposizione fa (unasser zione qualsiasi) mostra di parlare delloggetto a, ma ovviamente non dice di se st essa che possiede la propriet logica di riferirsi ad a. Allo stesso modo, le prop osizioni fa e ga mostrano, ma non dicono, che in esse si parla dello stesso oggetto a. Queste osservazioni possono collegarsi alla critica rivolta da Wittgenstein a lla Teoria dei tipi di Russell (3.33 e seguenti). Se gli aspetti formali delle p roposizioni sono solo mostrati, insensato pretendere, come fa Russell, di stabil ire le regole della sintassi logica parlando delle propriet logiche dei simboli. Noi possiamo riconoscere tali regole semplicemente descrivendo il modo di combin arsi dei simboli nella proposizione: infatti, dato che un linguaggio illogico im possibile (5.4731), la forma logica devessere visibile in ogni enunciato della li ngua. Da questo punto di vista, anche il fatto che due proposizioni si contraddi cano o che siano deducibili luna dallaltra mostrato dalla loro forma senza bisogno di dire ci (cfr. 5.13, 5.132). 4.1212. Ci che si mostra e si specchia nel linguag gio (la forma logica) non pu essere a sua volta rappresentato per mezzo del lingu aggio, cio non pu essere detto. Per Wittgenstein, si pu dire che qualcosa sussiste so lo se anche possibile dire che esso non sussiste (cfr. Scheda 9). Ma ci irrealizz abile riguardo alla forma logica: infatti inconcepibile che essa non sussista. N essuna proposizione, quindi, pu asserirne lesistenza. La distinzione tra ci che pu e ssere detto (i fatti) e quanto pu essere solo mostrato (la forma logica) consente a Wittgenstein di vincolare il linguaggio alla esclusiva funzione di rappresent are la realt, negando ad esso la possibilit di applicarsi sensatamente al problema delle proprie condizioni.

Scheda 10: La forma logica indicibile. Spiegando le finalit del Tractatus, Wittgenstein scrisse: Il punto centrale la teo ria di che cosa pu essere detto mediante una proposizione cio mediante il linguaggi o- (e, il che finisce per essere lo stesso, che cosa pu essere pensato) e che cos a non pu essere detto mediante una proposizione, ma solo mostrato; il che, io cre do, poi il problema basilare della filosofia.[1] Ci che le proposizioni possono dir e (cio raffigurare) sono i fatti di cui si compone il mondo. Ci che invece pu solo e ssere mostrato dalle proposizioni sono le propriet logiche del linguaggio. Questa distinzione la diretta conseguenza della natura raffigurativa delle proposizion i: secondo Wittgenstein, ogni proposizione dotata di senso raffigura una (possib ile) situazione empirica e la raffigurazione della realt la sola funzione che com pete agli enunciati del linguaggio. Posto ci, chiaro che noi potremmo raffigurare per mezzo di proposizioni la forma logica del linguaggio solo se essa fosse rid ucibile ad un fatto interno al mondo. Ma la forma logica non un fatto perch i fat ti hanno una natura contingente (possono accadere come non accadere, 1.21) mentr e impensabile che la forma logica non sussista: essa qualcosa che ogni proposizi one sensata deve necessariamente possedere. Come abbiamo anticipato nella Scheda 9, ci comporta automaticamente lesclusione della forma logica dallambito del dicib ile. Wittgenstein chiama formale, o interna, una propriet se risulta impensabile che i l suo oggetto non la possieda (4.123), ovvero se impossibile che essa non sussist a. Ma se necessario a priori che tali propriet sussistano, allora sarebbe altretta nto insensato riconoscere una propriet formale alla proposizione quanto disconosc erla (4.124). Una proposizione non pu comunicare come uninformazione sensata il fat to di essere dotata di forma logica: pu solo mostrarlo, non dirlo (4.1212). Dire che qualcosa sussiste ha un senso solo se ha senso anche il negare che esso suss ista. Quindi, la ragione per cui una proposizione non pu descrivere una condizione del proprio senso un tratto essenziale del linguaggio e del mondo- che nessuna configurazione proposizionale pu corrispondere alleventualit che tale condizione no n sia realizzata (che non sia realizzata impensabile); ma se ci fosse una propos izione sensata che descrive quella condizione, sarebbe sensata anche la sua nega zione, e dunque sarebbe pensabile che la condizione non sia realizzata (Marconi, 1997, 48). Nelle 2.172 e 2.174, Wittgenstein aveva negato che unimmagine possa fa re qualcosa di pi che esibire la propria forma di raffigurazione, dato che per ra ffigurarla essa dovrebbe uscire da se stessa. Per lo stesso motivo, nessuna propos izione del linguaggio pu parlare della forma logica (lelemento che ogni immagine c ondivide con la realt, 2.18): per far ci, infatti, dovremmo poter situare noi stess i con la proposizione fuori della logica, vale a dire, fuori del mondo (4.12). Il tentativo di raffigurare le propriet formali del linguaggio implica di fatto lusc ita dalla logica perch la forma logica la condizione a priori della relazione raf figurativa e perci potrebbe essere a sua volta rappresentata solo a patto di fare intervenire una condizione esterna ad essa. A meno di non voler incorrere in un palese circolo vizioso, infatti, dobbiamo ammettere che nessuna condizione pu di ventare oggetto delle procedure operative che essa stessa autorizza e fonda. Nel le Ricerche filosofiche, Wittgenstein chiarir la questione utilizzando il seguent e argomento: Di una cosa non si pu affermare e nemmeno negare che sia lunga un met ro: del metro campione di Parigi... [esso] non il rappresentato, ma il mezzo di rappresentazione (Ricerche 50). Affermare o negare che il metro campione sia lung o un metro insensato perch esso la condizione di ogni misurazione effettuata seco ndo il sistema metrico-decimale: questo tipo di misurazione non pu dunque essere applicata circolarmente sulla condizione che la rende possibile. Per la stessa r agione, il mezzo della rappresentazione pi generale, cio la forma logica, non pu dive nire un rappresentato. Le condizioni del processo conoscitivo assumono allora laspe tto di limiti: esse sono operanti allinterno del cerchio della conoscenza, ma non possono essere ricomprese in esso. Si potrebbe per tentare di raffigurare la con dizione della raffigurazione (cio la forma logica) appunto chiamando in causa, pe r sfuggire al circolo vizioso, una condizione di livello superiore. Dato che unim magine pu raffigurare un fatto solo a patto di condividere con esso una forma (2. 161, 2.171), se intendessimo descrivere la forma logica come un fatto dovremmo n ecessariamente postulare lesistenza di una nuova forma condivisa sia dalla forma logica (la quale in questo caso diverrebbe il raffigurato) che dalla proposizion

e incaricata di raffigurarla. Ci troveremmo cos nella situazione schematizzata ne l quadro di destra della seguente figura:

Postuliamo dunque lesistenza di una forma logica 2: mentre la forma logica lelemento comune alla proposizione ed al fatto raffigurato (quadro di sinistra), la forma logica 2 lelemento comune alla proposizione descrivente la forma logica ed alla fo rma logica intesa come fatto raffigurato. E facile notare che chiamando in causa una forma logica di livello superiore si realizza ci che Wittgenstein aveva previ sto: la raffigurazione delle propriet formali del linguaggio implica necessariame nte la proiezione in una regione esterna alla logica di cui disponiamo. Questa o perazione, per, non risolverebbe il nostro problema iniziale (raffigurare le cond izioni della raffigurazione) ma lo sposterebbe soltanto: i presupposti della raf figurazione continuerebbero infatti a rimanere nascosti dato che la nuova forma logica risulta a sua volta irrapresentabile. Potremmo allora cercare di raffigur are la forma logica 2 chiamando in causa una forma di livello gerarchico superiore (di livello 3). A questo punto, per, si genererebbe una catena infinita di riman di: la rappresentabilit della forma logica 3 richiede il sussistere di una forma log ica 4, la rappresentabilit di questultima richiede una forma logica 5, e cos via. Da c i risulterebbe chiaro che le condizioni della raffigurazione non sono mai raffigu rabili. Se infatti stabiliamo la possibilit di trascendere una volta il nostro pu nto prospettico, nel tentativo di obbligare il linguaggio ad esprimersi su se st esso, allora non v modo di limitare la moltiplicazione dei punti di vista e con ci no n si sarebbe guadagnato nulla: la condizione prima della raffigurazione continue rebbe a rimanere irraggiungibile. Ma credere che esista una forma logica di live llo superiore a quella che si mostra nelle proposizioni sensate (ovvero credere che esista una gerarchia di forme logiche) per Wittgenstein del tutto insensato. Il linguaggio un orizzonte intrascendibile: non esiste un punto di vista estern o al linguaggio, e come v solo un linguaggio, cos vi sono solo una logica ed un mon do. Per evitare la tentazione di individuare livelli prospettici superiori alla forma logica, Wittgenstein nega che vi sia pi di una forma logica, ovvero che esi sta una logica di secondo grado: E chiaro: le leggi logiche non possono sottostare esse stesse, a loro volta, a leggi logiche(6.123). Dobbiamo semplicemente accett are il fatto che dal linguaggio non si pu evadere, ovvero che non possiamo sottrarc i al linguaggio per esprimerci su di esso: non si pu avere simultaneamente un pied e fuori e un piede dentro il linguaggio (Bouveresse 48). Fuori del linguaggio e d ella logica v solo nonsenso. Scrive a questo proposito Wittgenstein: E impossibile d ire quali siano [le propriet logiche del linguaggio]; per dirlo dovresti infatti avere un linguaggio che non avesse le propriet in questione, ed impossibile che e sso sia un vero e proprio linguaggio. Impossibile costruire [un] linguaggio illo gico. Affinch tu abbia un linguaggio che pu esprimere o dire tutto ci che pu essere detto, questo linguaggio deve avere certe propriet; e se le ha, che esso le ha no n pu pi essere detto in quel linguaggio o in un qualche linguaggio (NM 223). Un lin guaggio ed una logica alternativi a quelli dati sono inconcepibili: ammetterne le sistenza equivarebbe a poter pensare ci che pensare non si pu, come Wittgenstein h a scritto nella Prefazione. Tali alternative sarebbero, dal punto di vista dellun ico linguaggio di cui disponiamo, del tutto illogiche: ma non possiamo pensare nu lla dillogico, ch altrimenti dovremmo pensare illogicamente (3.03); dun mondo illogico non potremmo infatti dire come parrebbe (3.031). La forma logica deve dunque esse re considerata irrappresentabile. [2] [1] Lettera a B. Russell, in Monk 167. [2] Le tesi di Wittgenstein possono esser fatte valere come un attacco contro la prospettiva trascendentale assunta da Ka nt nella Critica della ragion pura (cfr. Scheda 1). Kant aveva scritto: Chiamo tr ascendentale ogni conoscenza che si occupa non di oggetti, ma del nostro modo di conoscenza degli oggetti, in quanto questa devessere possibile a priori (Critica della ragion pura, Introduzione, 7). Tale punto di vista metaconoscitivo precisa mente quanto Wittgenstein riteneva impossibile da realizzare. Lunica conoscenza v alida, cio sensata, la conoscenza che si occupa di oggetti, mentre il tentativo d i conoscere la conoscenza non pu approdare a nulla.

Note al Tractatus PROPRIETA E RELAZIONI INTERNE (4.122 4.124) 4.122. Tutte le propriet logiche del mondo e del linguaggio sono defi nite da Wittgenstein formali o interne. Ad esempio, la capacit di un oggetto di combi narsi con altri (2.011) una sua propriet formale. Le relazioni sussistenti tra gl i oggetti in uno stato di cose costituiscono a loro volta le propriet formali (in terne) di quello stato di cose. Una propriet interna quando impensabile che il su o oggetto non la possieda (4.123): impensabile che un oggetto non possa combinar si con altri (non sarebbe un oggetto) cos come impensabile che uno stato di cose non abbia una struttura (non sarebbe uno stato di cose). Dato che queste caratte ristiche essenziali (interne) sono nientaltro che aspetti della forma logica (Black 197), vale riguardo ad esse la condizione restrittiva che nella sezione precede nte abbiamo visto valere per la forma logica: le propriet interne non sono rappre sentabili, ovvero non possono essere asserite da alcuna proposizione. Il sussist ere di tali propriet si mostra nelle proposizioni che parlano di oggetti e di sta ti di cose, ma non possono essere dette. Una proposizione che tentasse di dire Qu esto un oggetto, ed un oggetto ha la propriet interna di combinarsi con altri sare bbe insensata. Lo stesso vale per le relazioni logiche tra proposizioni. Ad esem pio, se la proposizione: Socrate mortale(C) deriva dalle premesse: Tutti gli uomini sono mortali (A) e Socrate un uomo (B), tra queste proposizioni deve sussistere un a relazione interna; la derivabilit della conclusione dalle premesse non pu per ess ere asserita, ma si mostra nella struttura di quelle proposizioni. 4.1221. Come riconosciamo i tratti di un volto semplicemente osservandolo, cos possiamo ricono scere le propriet formali di un fatto o di una proposizione per mera ispezione (6.1 22). 4.123. Date due diverse sfumature di azzurro, necessario che una di esse si a pi chiara o pi scura dellaltra: ci dipende da quella che potremmo definire la strut tura logica del colore. Allo stesso modo, data una qualsiasi propriet interna impe nsabile che il suo oggetto prescinda da essa, cio non la possieda. Se un alfiere ha la propriet interna di muovere solo in diagonale, impensabile che esso possa m uoversi in orizzontale e verticale. Tutte le propriet logiche risultano caratteri zzate da questa peculiarit. 4.124. Dato che necessario che le propriet logiche (for mali o interne) appartengano ai loro oggetti, allora nessuna proposizione sensata p u affermare che esse sussistono. Di ogni proposizione sensata, infatti, pu immagin arsi il contrario (cfr. Scheda 9), ma il contrario del sussistere delle propriet logiche (ovvero il loro nonsussistere) impensabile (4.123). Dunque non si pu affe rmare n negare che vi siano propriet logiche: sarebbe insensato sia il riconoscerl e quanto il disconoscerle. Che una proposizione possieda una propriet interna si mostra (esprime s, cfr. 4.121, 4.125) ma non pu esser detto da alcuna proposizione s ensata.

CONCETTI FORMALI (4.126 4.1274) 4.126. Se dico: Socrate un uomo, loggetto Socrate appare come un caso del concetto uomo. Analogamente, gatto ricade sotto il concetto di animale come suo og getto. I concetti di uomo e di animale fan parte di quelli che Wittgenstein definisc e concetti veri e propri. Se invece affermo: Il libro un oggetto, io sto tentando di esprimere una propriet logica della realt. Ma questo non mai consentito: le propr iet formali, infatti, si mostrano e non possono essere dette (4.1212). Pertanto W ittgenstein nega che si possano formulare proposizioni che asseriscono che qualc osa un oggetto (o che qualcosa un complesso, un fatto, una funzione, etc.; cfr. 4.1272). In tutti questi casi io sto trattando di concetti formali, cio delle propr iet interne del linguaggio, e che qualcosa ricade sotto un concetto formale, quale suo oggetto, non pu essere espresso da alcuna proposizione, cio non pu essere ridot to nella forma di una asserzione (le propriet formali non sono espresse da funzion i). Il libro un oggetto quindi una pseudoproposizione. Che il libro sia un oggetto, ovvero che quel

nome stia per un oggetto, si mostra in ogni proposizione (autenticamente dotata di senso) in cui si parla di libri, ad esempio: Il libro sul tavolo. Ogni tentativo di dire ci che quella proposizione mostra deve condurre al nonsenso. 4.1272. Non si pu in alcun modo operare la sussunzione di elementi sotto un concetto formale, al modo in cui riportiamo elementi sotto il concetto di uomo, animale, etc. Infatti , questa operazione presuppone la formulabilit delle propriet che gli elementi dev ono soddisfare: mentre questo possibile con i concetti veri e propri, per quanto riguarda i concetti formali (i quali si riferiscono a propriet logiche) ci del tu tto illecito. Qualora perci costruissimo gli enunciati: Vi sono due oggetti, Vi sono oggetti, etc., otterremmo solo combinazioni di segni privi di senso (proposizion i apparenti). Lo stesso dicasi per enunciati in cui compaiano parole come complesso, fatto, funzione, numero, etc.. Tutte queste parole designano concetti formali e sono rci da considerarsi proibite: con esse non si pu costruire alcuna proposizione sensa ta. Ma una proposizione del tipo: Vi sono un x e un y tali che... (in simboli: ($ x , y)...), mostra che stiamo trattando di due oggetti. Possiamo allora dire che le variabili x ed y sono il segno vero e proprio del concetto formale oggetto e, in gen le, che ogni variabile il segno di un concetto formale (4.1271). I nostri simboli linguistici, in altri termini, fanno segno e mostrano quelle propriet che risulta i mpossibile formulare e descrivere per mezzo del linguaggio. 4.1274. Cfr. 4.1272: insensato domandarsi se esistano oggetti, o fatti, etc.. Si potrebbe formulare una domanda di questo tipo solo se vi fosse la possibilit di formulare una rispos ta (cfr. 6.5); e dato che illecita ogni combinazione di segni del tipo: Vi sono o ggetti, cos illecito anche chiedersi se gli oggetti esistano (o chiedersi quanti o ggetti vi siano, etc.). Il sussistere (o non sussistere) di un concetto formale non pu dunque essere problematizzato in alcun modo. IL SENSO DELLA PROPOSIZIONE. LE PROPOSIZIONI ELEMENTARI. (4.2 4.26) 4.2. Il senso di una proposizione corrisponde alla situazione che ess a, in quanto immagine, raffigura (2.221: Ci che limmagine rappresenta il proprio se nso; 4.031: Invece di: questa proposizione ha questo e questaltro senso, si pu sempl icemente dire: questa proposizione rappresenta questa e questaltra situazione). La proposizione-immagine raffigura sempre una situazione possibile (cfr. 2.201), e dunque pu risultare vera o falsa a seconda che concordi o meno con la realt. Il s enso della proposizione perci definibile come la sua possibilit di accordarsi o no n accordarsi con il sussistere e non sussistere degli stati di cose. 4.21. La pr oposizione pi semplice quella non ulteriormente analizzabile, ovvero la proposizion e che non suscettibile di essere scomposta in altre proposizioni ma che consiste i n una connessione di nomi (4.22). La proposizione elementare raffigura uno stato di cose, il quale una combinazione, un nesso di oggetti (2.01). Prima di affronta re il tema della proposizione complessa come funzione di verit di proposizioni elem entari, Wittgenstein ribadisce la necessit di postulare lesistenza di proposizioni elementari che constano di nomi in nesso immediato (4.221). Ovviamente, solo se e sistono proposizioni-atomo (elementari) concepibile lesistenza delle proposizioni -molecola (complesse). 4.211. Caratteristica principale della proposizione eleme ntare che essa risulta indipendente da ogni altra proposizione elementare. Essen do gli stati di cose reciprocamente indipendenti (2.061), laccadere o non accader e di uno stato di cose non pu mai determinare laccadere o non accadere di un altro (2.062); allo stesso modo, una proposizione elementare non pu essere contraddett a da alcunaltra proposizione elementare (cfr. 5.134: per lo stesso motivo non si pu inferire una proposizione elementare da unaltra). Una proposizione elementare p u essere contraddetta solo dalla sua negazione, che una proposizione logicamente c omplessa (Marconi, 1997, 34). 4.22. I nomi, nella proposizione elementare, risult ano connessi e concatenati secondo un determinato ordine. Cfr. 2.03: Nello stato di cose gli oggetti ineriscono luno allaltro come le maglie di una catena. In quest o senso la proposizione non un miscuglio di parole, ma articolata logicamente (3 .141). 4.221. Lesistenza di proposizioni elementari, cos come lesistenza degli ogge tti semplici (2.02), la condizione

ineliminabile del rapporto raffigurativo sussistente tra linguaggio e realt. Se i l linguaggio in connessione raffigurativa con il mondo, allora deve essere possi bile analizzare le proposizioni fino a raggiungere proposizioni elementari che s i riferiscono direttamente a stati di cose; e queste ultime dovranno esser forma te da nomi che rimandano ad oggetti. Sorge a questo punto la questione: come pos sibile che i nomi si combinino insieme in modo che la proposizione elementare ab bia una struttura conforme allo stato di cose? Domande di questo tipo tentano di illuminare la forma logica dei nostri enunciati e quindi sono insensate: ad ess e non si pu dare risposta perch la forma logica non rappresentabile (4.12). 4.2211 . Indipendentemente dallipotesi che il mondo sia finito o infinito, e che la divi sione di ci che esiste possa essere reiterata indefinitamente, devono comunque es istere oggetti semplici e stati di cose elementari se vogliamo attribuire al lin guaggio la capacit di raffigurare la realt (su questo tema cfr. quanto discusso ne lla Scheda 2). 4.23. Cfr. 3.3: Solo nella connessione della proposizione un nome ha significato. 4.25. La proposizione elementare rappresenta lunit proposizionale m inima la cui caratteristica principale di essere in immediato rapporto proiettiv o con la realt. La proposizione elementare vera raffigura uno stato di cose sussi stente, la proposizione elementare falsa raffigura uno stato di cose che non sus siste. Wittgenstein comincia a preparare il terreno allanalisi della proposizione come funzione di verit delle proposizioni elementari (Black 211). Dato che le prop osizioni complesse sono costruite combinando insieme proposizioni elementari, la verit o falsit della proposizione complessa dipender funzionalmente dalla verit o f alsit delle proposizioni elementari che la costituiscono. 4.26. Se per mondo intend iamo la totalit degli stati di cose sussistenti (2.04), allora esso sar descritto dallinsieme di tutte le proposizioni elementari vere (le quali raffigurano appunt o tutti gli stati di cose sussistenti). Date tutte le proposizioni elementari, u na volta scartate quelle false quel che rimarr sar appunto la descrizione completa della realt in atto.

Scheda 11: Proposizione elementare e rapporto di isomorfismo tra linguaggio e re alt. Il concetto generale della proposizione comporta anche un concetto generalissimo della coordinazione di proposizione e stato di cose. Quaderni, 29 9- 1914. La proposizione elementare una connessione, una concatenazio ne di nomi (4.22). In virt della propria struttura logica, essa raffigura uno stat o di cose (o fatto atomico). Perch si inneschi il rapporto di proiezione tra propos izione elementare e realt devono essere rispettate due condizioni: innanzitutto a d ogni segno semplice (ad ogni nome che compare nellenunciato) deve corrisponde n ella realt un oggetto: la possibilit della raffigurazione riposa dunque sul princip io della rappresentanza di oggetti da parte di segni (4.0312); in secondo luogo, le relazioni che sussistono nella proposizione tra i segni semplici devono rispe cchiare le relazioni sussistenti tra gli oggetti che compongono lo stato di cose raffigurato: la proposizione elementare deve essere dotata di una struttura con forme a quella dello stato di cose, cio proposizione e realt devono esser caratter izzate da un rapporto di isomorfismo. Pi proposizioni elementari si possono combi nare insieme (per mezzo dei connettivi logici) dando origine ad una proposizione complessa. La proposizione complessa la raffigurazione di un fatto complesso, c io di una situazione composta da due o pi stati di cose. Ad esempio, la proposizio ne complessa: Il vaso sul tavolo e il piatto sul pavimento connette per mezzo dell a congiunzione e due proposizioni elementari: essa immagine di un fatto complesso composto di due stati di cose. Per mezzo delle operazioni logiche, insomma, le c omponenti atomiche del linguaggio (le proposizioni elementari) vengono aggregate l e une alle altre per formare molecole di diversa complessit. Si comprende cos la rag ione per la quale la teoria raffigurativa esposta nel Tractatus stata indicata c on lespressione atomismo logico: come la teoria atomica, nella scienza fisica, cons ente di spiegare la struttura e le propriet dei corpi riducendole alla combinazio ne di entit minime (gli atomi, appunto), cos la teoria del Tractatus spiega il fun zionamento del linguaggio riducendo ogni enunciato dotato di senso alla combinaz ione di entit linguistiche minime, cio le proposizioni elementari o atomiche. Le t esi di Wittgenstein si fondano in effetti sui medesimi presupposti che caratteri zzarono la teoria atomista fin dai suoi esordi. Il concetto di atomo come entit ult ima e indivisibile, nella filosofia di Democrito, rispondeva allesigenza di garan tire lesistenza stessa del mondo fisico e della sua conoscibilit. Se la divisione della realt procedesse senza incontrare alcun limite, ragionava Democrito, ogni e nte si dissolverebbe nella serie infinita dei suoi costituenti e ne risulterebbe irrimediabilmente compromessa la sua compiutezza formale. Secondo Wittgenstein, analogamente, una proposizione elementare non potrebbe essere a sua volta scomp onibile in altre proposizioni se non a prezzo della rinuncia alla determinatezza del senso (su questo tema, cfr. Scheda 2). Ovviamente, anche la proposizione el ementare unentit complessa, dato che costituita di nomi. Essa costituisce per lunit affigurativa minima del linguaggio. I nomi, come sappiamo, non sono affatto raff igurazioni (essi indicano o denotano oggetti): la funzione raffigurativa compete s empre e soltanto alle proposizioni, cio ai complessi di nomi. Se Wittgenstein non p onesse un limite alla scomponibilit degli enunciati, allora non esisterebbero pro posizioni in diretta relazione raffigurativa con i fatti e il linguaggio non sar ebbe mai in grado di raffigurare qualcosa perch verrebbe a mancare il punto di sca mbio con la realt. Da una proposizione se ne potrebbero allora ricavare infinite a ltre (come in un gioco di scatole cinesi) ma di nessuna di esse si potrebbe dire che immagine di alcunch. Le proposizioni complesse possono essere paragonate a s pecchi costruiti mettendo insieme specchi pi piccoli (le proposizioni elementari) . Ma perch questi specchi composti possano raffigurare devono appunto esistere gli specchi di cui essi sono costitutiti, e questi devono necessariamente contenere im magini della realt. Lesistenza delle proposizioni elementari come unit raffigurativ e minime allora unesigenza di tipo logico: E manifesto che, nellanalisi delle propos izioni, dobbiamo pervenire a proposizioni elementari che constano di nomi in nes so immediato (4.221). Se il linguaggio deve poter raffigurare la realt, argomenta Wittgenstein, allora devono esistere proposizioni elementari. Questo modo di pro cedere, come abbiamo gi avuto modo di notare, caratterizza lintero sviluppo dellind

agine del Tractatus logico-philosophicus. Wittgenstein assume come punto di part enza il fatto evidente che il linguaggio possiede la propriet di raffigurare i fa tti, e deduce da ci tutte le propriet che devono necessariamente essere attribuite al linguaggio e al mondo perch sia pensabile il sussistere tra di essi di una re lazione raffigurativa. In altri termini, larticolarsi del linguaggio nel triplice livello dei nomi, delle proposizioni elementari e delle proposizioni complesse, ed il corrispondente articolarsi della realt nel triplice livello delle cose, de gli stati di cose e dei fatti complessi, risponde ad una medesima necessit logica . Postulando quale condizione prima della raffigurazione il sussistere di una fo rma comune a linguaggio e realt, cio il sussistere della forma logica, Wittgenstein poteva dunque trasferire al piano ontologico tutte le indicazioni

riguardanti la struttura del linguaggio. S, il mio lavoro s esteso dai fondamenti de lla logica allessenza del mondo, annota Wittgenstein nei Quaderni (181), e potremm o aggiungere che non poteva che avvenire cos dato che il rapporto di isomorfismo tra linguaggio e realt il punto di partenza ed il cardine di tutta la costruzione teorica del Tractatus. Le frecce che collegano gli elementi appartenenti ad uno stesso livello (linguag gio, mondo) indicano il sussistere di una relazione compositiva: i nomi sono i c ostituenti delle proposizioni elementari, e le proposizioni elementari sono a lo ro volta gli elementi costitutivi delle proposizioni complesse; parallelamente, gli oggetti si combinano insieme dando origine agli stati di cose e questi ultim i sono gli elementi costitutivi dei fatti complessi. Procedendo in senso inverso , linguaggio e realt possono essere analizzati fino ai loro costituenti elementar i: le proposizioni complesse sono scomponibili in proposizioni elementari (le un it minime cui compete la raffigurazione), e queste ultime possono essere scompost e in nomi (gli elementi linguistici semplici in rapporto di uno ad uno con gli ogg etti); in modo simmetrico, i fatti complessi si scompongono in stati di cose e g li stati di cose in oggetti. Le linee verticali che uniscono gli elementi dei du e livelli indicano invece il sussistere di una relazione simbolica: i nomi simbo leggiano cose, le proposizioni elementari simboleggiano stati di cose e le propo sizioni complesse simboleggiano fatti complessi. La funzione simbolica denotante per i nomi (una linea verticale), mentre raffigurativa per le proposizioni elem entari e complesse (due linee verticali). I nomi, denotando oggetti, hanno infat ti soltanto una sola relazione con ci che descrivono; le proposizioni, raffiguran do situazioni, intrattengono invece con la realt una duplice relazione: esse hann o un senso, cio possono essere sia vere che false (cfr. lo schema riportato nella Scheda 5). Sapendo che una proposizione elementare vera o falsa a seconda che l o stato di cose da essa descritto sussista o meno nella realt, e sapendo altres ch e una proposizione complessa costruita combinando insieme proposizioni elementar i, Wittgenstein deve ora spiegare quale relazione sussista tra le possibilit di v erit delle proposizioni elementari e le possibilit di verit della proposizione comp lessa, ovvero in quale rapporto stiano gli specchi elementari e quelli composti. A questo scopo, come vedremo tra breve, Wittgenstein illustrer la sua teoria del la proposizione come funzione di verit di proposizioni elementari.

Note al Tractatus LE CONDIZIONI DI VERITA DELLA PROPOSIZIONE. LE TAVOLE DI VERITA. (4.3 4.42) 4.3. Wittgenstein getta le basi per definire la proposizione compless a una funzione di verit di proposizioni elementari (4.4, 5). Una proposizione eleme ntare pu essere vera o falsa: queste sono le sue possibilit di verit. Alla prima even tualit corrisponde il sussistere di un fatto, alla seconda il non sussistere di q uel fatto. Dato che una proposizione complessa costituita di proposizioni elemen tari, le sue possibilit di verit dipenderanno dalle possibilit di verit delle propos izioni elementari. La proposizione complessa, in altri termini, connessa alla re alt per il tramite delle proposizioni di cui composta: essa sar vera o falsa a sec onda della verit o falsit delle proposizioni elementari. 4.31. Wittgenstein consid era le tre proposizioni elementari p, q, r (su tale notazione v. 4.24) e ne descrive l e possibilit di verit servendosi di uno schema chiamato tavola di verit: p V F V V F F V F q V V F V F V F F r V V V F V F F F p q V F V F V V F F p V F

La tavola di destra illustra le possibilit di verit della proposizione p: tale propo sizione pu assumere solo due valori, ovvero il vero (V) o il falso (F). La tavola di centro considera invece le possibilit di verit delle proposizioni p e q. Esse sono quattro: p e q possono essere entrambe vere, oppure (alternativamente) una vera e la ltra falsa, oppure entrambe false. Le possibilit di verit crescono ancora (sono in tutto otto) considerando insieme le proposizioni p, q ed r (tavola di sinistra): si p u infatti dare il caso che p, q ed r siano tutte vere, o che la prima sia falsa e le r stanti due vere, etc.. Wittgenstein illustra in questo modo tutte le eventualit c onfigurabili per mezzo del calcolo combinatorio applicato alle possibilit di veri t delle proposizioni elementari. Partendo dalla combinazione dei valori di verit d elle proposizioni elementari sar possibile calcolare il valore di verit delle prop osizioni complesse. 4.4. La proposizione alla quale Wittgenstein fa qui riferime nto la proposizione complessa. Wittgenstein enuncia per la prima volta al cosidd etto principio di estensionalit: le proposizioni sono funzioni di verit di proposizi oni elementari (cfr. 5). Essendo le proposizioni complesse il risultato della co mbinazione di proposizioni elementari, il senso di una proposizione complessa (c i che essa esprime e raffigura) dipende dal senso delle proposizioni elementari c he la costituiscono. Le proposizioni elementari possono essere vere o false, con cordare o discordare con gli stati di cose da esse raffigurati. Le possibilit di verit delle proposizioni elementari determineranno automaticamente le possibilit d i verit della proposizione complessa. La verit o falsit della proposizione compless a, in altri termini, dipender dalla verit o falsit delle proposizioni che la costit uiscono (il valore di verit di una proposizione complessa appunto una funzione de l valore di verit delle proposizioni elementari). Ordinando in una tavola di veri t le possibilit di verit delle proposizioni elementari (secondo gli schemi proposti nella 4.31) avremo un quadro completo delle possibilit di verit della proposizion e complessa. Le tavole di verit saranno dunque utilizzate per rendere esplicito i l rapporto funzionale sussistente tra le possibilit di verit delle

proposizioni-atomo (elementari) e quelle delle proposizioni-molecola (complesse) . Dato che il senso della proposizione la sua concordanza o discordanza con le po ssibilit del sussistere e non sussistere degli stati di cose (4.2), si pu affermare che la tavola di verit allora la chiara formulazione del senso di una proposizion e complessa (Black 217). Sul principio di estensionalit cfr. 5, 5.54. 4.41. Se il senso della proposizione complessa (la sua possibilit di essere vera o falsa) dip ende dalle possibilit di verit delle proposizioni elementari, allora queste ultime sono le condizioni di verit della proposizione complessa. 4.43. Cfr. la tavola d i verit presentata nella 4.442. Definite le combinazioni delle possibilit di verit delle proposizioni elementari (la sequenza di V e F che compaiono sotto p e q), la co rdanza della proposizione complessa con esse sar indicata dal segno V (Vero), mentr e la discordanza da esse sar indicata da uno spazio vuoto, ovvero dal segno F (Fals o). 4.431. Affermando che la proposizione lespressione delle sue condizioni di ver it, Wittgenstein ribadisce quanto gi affermato nelle 4.4 e 4.41. Il concetto genera le di proposizione implica che ogni proposizione manifesti quali stati di cose la renderebbero vera e quali falsa (Marconi, 1997, 35). Elencare per mezzo di una t avola di verit le possibilit di verit delle proposizioni elementari significa appun to indicare a quali condizioni la proposizione complessa che da esse deriva vera o falsa. 4.44. La sequenza di V e di F a tutti gli effetti un segno proposizionale. Ad es., la tavola di verit che compare nella 4.442 esattamente la stessa proposi zione che scriviamo nella forma p q (Se p allora q): essa appunto un segno proposizi onale. Scrivendo la proposizione p q nella forma: V-V-F-V noi illustriamo pi chiarame nte il suo senso: infatti noi mostriamo per mezzo della sequenza di V e di F a quali condizioni la proposizione risulta vera o falsa, cio in quali casi essa concorda o non concorda con la realt. Il senso della proposizione contiene appunto le con dizioni del suo accordo o disaccordo con lambito dei fatti. 4.441. I segni V e F non hanno la funzione di denotare oggetti, cos come, ovviamente, nessun oggetto corri sponde agli espedienti grafici (righe orizzontali o verticali, parentesi) utiliz zati per ordinare in sequenza la serie delle V e delle F. Vero e Falso non sono nomi denotino oggetti (Wittgenstein si pone cos in antitesi con la posizione di Frege ), bens sono solo un mezzo per mostrare che tra le possibilit di verit elementari su ssiste una partizione (Black 221). Wittgenstein ribadisce qui il suo pensiero fond amentale secondo cui le costanti logiche non sono rappresentanti (4.0312, cfr. 5.4) , ovvero che il simbolismo logico non serve a rappresentare oggetti logici. 4.442. Wittgenstein considera la tavola di verit corrispondente al segno proposizionale p q (se p allora q, implicazione): p V F V F q V V F F V V V

Per ogni combinazione delle proposizioni elementari p e q operata utilizzando i conn ettivi proposizionali possibile fornire una tavola di verit che mostri come il va lore di verit della proposizione complessa dipenda dai valori di verit delle propo sizioni elementari (cfr. lo schema della 5.101). Stabilita la sequenza standard de lle combinazioni dei valori di verit di p e di q (cio la serie -uguale in tutte le tav ole- di combinazioni che compaiono nelle colonne della p e della q: VV-FV-VF-FF), la colonna di destra rappresenta da sola lespressione delle possibilit di verit della proposizione complessa. La proposizione p q possiede allora i seguenti valori di verit: VV-V, ovvero (inserendo la F nello spazio vuoto) VVFV. Questa sequenza esprime il senso del segno proposizionale p q, o anche: il segno proposizionale p q (4.44) Nel segno proposizionale (VVFV) (p,q), il numero dei valori di verit che compaiono nella parentesi di sinistra (in questo

caso 4) dipende dal numero di proposizioni elementari che compaiono nella parent esi di destra (in questo caso 2). La combinazione di 3 proposizioni elementari g enererebbe un numero di posti pari a 8 nella parentesi di sinistra (v. lesempio n ella 4.31).

Scheda 12: Le tavole di verit. Come sappiamo, Wittgenstein distingue tra due tipi di proposizioni: da una parte le proposizioni elementari, dallaltra quelle complesse. Le proposizioni elementa ri sono connessioni, concatenazioni di nomi (4.22) la cui funzione raffigurare g li stati di cose (4.21). Esse sono vere o false a seconda che lo stato di cose c he descrivono sussista o non sussista nella realt empirica (4.25). Indicando con il segno V (Vero) il caso in cui una proposizione p concorda con la realt, e con il s egno F (Falso) il caso in cui tale proposizione discorda dalla realt, si possono or dinare le possibilit di verit di una proposizione elementare p e della sua negativa ~ p (non-p) in uno schema di questo tipo:

p ~p V F F V Sia la proposizione elementare p che la sua negativa ~p possiedono due possibilit di verit (ognuna di esse pu infatti risultare vera o falsa una volta confrontata con la realt). Nella colonna di p troviamo appunto una V e una F; ovviamente, dato che il segno di negazione inverte il senso di una proposizione, ~p avr una tavola di ve rit in cui le possibilit di verit risulteranno rovesciate rispetto a p. Considerando c ngiuntamente due proposizioni elementari p e q, avremo invece quattro possibili comb inazioni di valori di verit: p e q potranno infatti essere entrambe vere, o (alternat ivamente) una vera e laltra falsa, oppure entrambe false: p V F V F q V V F F

Oltre alle proposizioni elementari esistono anche le proposizioni complesse, le quali risultano dalla combinazione di due (o pi) proposizioni elementari. Le prop osizioni complesse, afferma Wittgenstein, sono funzioni di verit delle proposizio ni elementari (5). Ci significa che la verit e la falsit di una proposizione comple ssa dipende sempre dalla verit o falsit delle proposizioni elementari che la costi tuiscono. Le possibilit di verit della proposizione elementare sono dunque le condi zioni di verit e falsit delle proposizioni [complesse] (4.41). Le tavole di verit se rvono proprio ad illustrare il rapporto di dipendenza funzionale esistente tra i l valore di verit della proposizione complessa ed i valori di verit delle proposiz ioni elementari. Date due proposizioni elementari p e q, noi possiamo calcolare il v alore di verit della proposizione complessa che da queste deriva sulla base delle quattro possibili combinazioni di valori di verit di p e di q (rispettivamente: V-V, F-V, V-F, F-F). Il risultato di questo calcolo logico condotto sulle sequenze dei valori di verit di p e di q dipende per dal tipo di connettivo utilizzato per legare sieme le proposizioni elementari: a seconda del connettivo logico impiegato si o ttengono infatti differenti valori di verit della proposizione complessa. Prender emo adesso in considerazione alcune delle principali operazioni logiche mediante le quali possibile generare una funzione di verit (cio una proposizione complessa ) a partire da due proposizioni elementari p e q [1]. La proposizione complessa: Il g atto sul tappeto e il libro sul tavolo risulta dalla congiunzione di due proposiz ioni elementari. In forma simbolica, questa proposizione si scrive: p . q, ove il segno . (e) costituisce il segno logico della congiunzione. Riportando nelle colonne di sinistra e di centro la sequenza standard dei valori di verit delle proposizion i elementari p e q, scriveremo nella colonna di destra i valori di verit assunti dall a proposizione complessa p . q: p V F V q p.q V V V F F F

F F F La sequenza delle V e delle F nella colonna di destra mostra che la proposizione p . q vera nel caso che le proposizioni elementari di cui composta siano entrambe vere; essa risulta invece falsa in tutti gli altri casi. Il gatto sul tappeto e il libro sul tavolo vera se vero che il gatto si trova sul tappeto e se vero che il libro si trova sul tavolo. Ma tale proposizione falsa se il gatto non si trov a sul tappeto, o se il libro non si trova sul tavolo, oppure se n il gatto si tro va sul tappeto n il libro si trova sul tavolo. Costruiamo adesso la tavola di ver it della proposizione complessa p v q, ove il segno v vale come simbolo logico della disgiunzione inclusiva (corrispondente al vel latino: o questo, o quello, o entra mbi): p V F V F q pvq V V V V F V F F La tavola mostra che una proposizione complessa del tipo Il gatto sul tappeto o i l libro sul tavolo sempre vera a meno che la proposizione elementare p e la propos izione elementare q siano entrambe false. Se il gatto si trova sul tappeto e il li bro si trova sul tavolo, allora la proposizione p v q risulta vera, cos come nel ca so che almeno una delle situazioni descritte dalle proposizioni elementari sussi sta nella realt. Se invece n il gatto si trova sul tappeto, n il libro si trova sul tavolo, allora la disgiunzione risulter falsa. Consideriamo adesso la tavola di verit dellimplicazione (in simboli: p q; in parole: Se p, allora q): p V F V F q p q V V V V F F F V

Una proposizione della forma p q sempre vera tranne quando lantecedente p vero e i onseguente q falso. Questa forma di implicazione, studiata nellantichit da Filone me garico, detta implicazione materiale. Filone di Megara asseriva appunto che un co ndizionale vero un condizionale che non comincia con una verit e finisce con una falsit. I valori di verit di p q sono quindi: V-V-F-V. La proposizione Se il gatto tappeto allora il libro sul tavolo risulta falsa solo se il gatto si trova sul t appeto mentre il libro non si trova sul tavolo, ed invece vera in tutti gli altr i casi (compreso quello in cui n il gatto si trovi sul tappeto n libro si trovi su l tavolo). La tavola di verit della proposizione p / q (negazione congiunta, in par ole: n p n q) sar invece cos costituita: p V F V F q V V F F p/q F F F V

Un enunciato della forma p / q (ad es. N il gatto sul tappeto n il libro sul tavolo isulter vero solo se non si d il caso che il gatto si trovi sul tappeto e il libro sul tavolo (cio solo nel caso in cui sia p che q siano false). In tutte le altre eve ntualit (dunque nel caso in cui una sola o entrambe le proposizioni elementari si ano vere), lenunciato risulter falso. Definiti i criteri di costruzione di una tav ola di verit dobbiamo ora chiederci: cosa viene illustrato in essa? Cosa ci perme ttono di fare le sequenze di valori che abbiamo appena descritto? Una tavola di verit, secondo Wittgenstein, costituisce la compiuta espressione del senso di un enunciato. In quanto immagine, una proposizione deve mostrare

come stan le cose se essa vera (4.022). Una proposizione deve insomma contenere tutt e le indicazioni necessarie a stabilire un confronto tra quanto essa raffigura e la realt: comprendendone il senso, noi dobbiamo essere in grado di dire quali st ati di cose sussistono nella realt quando lenunciato vero, e quali stati di cose n on sussistono nella realt quando lenunciato falso. Comprendere una proposizione, spi ega Wittgenstein, vuol dire sapere che accada se essa vera (4.024). Ci appunto quan to una tavola di verit ci consente di capire immediatamente: leggendo la tavola d a destra verso sinistra, noi vediamo cosa dobbiamo aspettarci dal fatto che una proposizione complessa sia vera o falsa, ovvero sappiamo quali stati di cose dov rebbero sussistere nella realt in corrispondenza della verit o falsit di tale propo sizione. Ad esempio, nel caso che la proposizione p . q sia vera noi dobbiamo aspe ttarci che nella realt sussistano sia lo stato di cose asserito da p che lo stato d i cose asserito da q (cio che p e q siano entrambe vere). Una tavola di verit a tut i effetti un segno proposizionale (4.442). Dal punto di vista di Wittgenstein, a nzi, questa forma di notazione risulta lo strumento pi efficace per mettere in chi aro il senso di una proposizione. Nella sequenza di valori: V-V-F-V, potremmo dire, contenuto in modo diretto e senza ambiguit tutto il senso della proposizione se p allora q. Comprendendo il senso di una proposizione noi non sappiamo per ancora n ulla su ci che effettivamente sussiste o non sussiste nella realt: guardando una t avola di verit, dunque, non possiamo sapere se le proposizioni elementari di cui essa tratta sono vere o false (ci dipende dallesperienza). Una tavola di verit un p uro calcolo a priori che esibisce quali relazioni sussistono tra le possibilit di verit delle proposizioni elementari e le possibilit di verit della proposizione co mplessa: essa non produce conoscenze a priori. Per riconoscere se limmagine vera o falsa dobbiamo confrontarla con la realt (2.223), e ci appunto quel che dobbiamo f are per stabilire la verit o falsit delle proposizioni elementari che compaiono ne lla tavola. Una volta accertato ci, la tavola ci consente di stabilire meccanicam ente il valore di verit dellenunciato complesso. La tesi di estensionalit, cio il prin cipio secondo cui la proposizione una funzione di verit, viene in questo modo a c onfermare il presupposto empiristico che sta alla base della teoria raffigurativ a del linguaggio: Con la tesi di estensionalit noi sosteniamo che ogni conoscenza attinta dallesperienza, che il confronto con la realt decide, in ultima analisi, i l valore di verit delle proposizioni (Piana 63). Ma se la proposizione complessa u na funzione di verit di proposizioni elementari viene anche confermata la tesi ch e il linguaggio non pu mai descrivere le propriet logiche dei simboli. Una proposi zione, infatti, pu essere contenuta in unaltra solo come suo argomento di verit (5.01 fr. 5.54), cio solo se la sua verit o falsit determina la verit o falsit della propos izione contenente (cos come avviene nei casi illustrati sopra). Qualora invece tent assimo di costruire una proposizione che parla di unaltra proposizione (per asser irne le propriet logiche), ci che otterremmo non sarebbe una funzione di verit, ovv ero non sarebbe una proposizione che rispetta le regole della sintassi logica. C onsideriamo ad esempio la proposizione: Il gatto sul tappeto dice che il gatto su l tappeto. Apparentemente siamo di fronte ad una proposizione complessa, ma in re alt quello che abbiamo appena scritto un nonsenso. Se tale proposizione fosse for mata correttamente dovrebbe possedere un valore di verit dipendente dal valore di verit dei suoi costituenti. E qui incontriamo un problema insormontabile: la pro posizione Il gatto sul tappeto, cos come compare nello pseudoenunciato, non possi ede affatto un valore di verit perch non assolve alla funzione di proiettare in di rezione di uno stato di cose possibile, bens una semplice combinazione di segni c onsiderata nella sua materialit. Il gatto sul tappeto, in altri termini, non un s imbolo che raffigura una possibile situazione empirica, ma solo un insieme di gr afemi o fonemi cui pretendiamo di attribuire una certa propriet formale (la propr iet, cio, di raffigurare una certa situazione). Non essendo una raffigurazione, ta le enunciato non pu avere un valore di verit e quindi non pu in alcun modo determin are il valore di verit dellenunciato che lo contiene. Ne consegue che nemmeno la p roposizione: Il gatto sul tappeto dice che il gatto sul tappeto dotata di un valor e di verit, ovvero di un senso. Che una proposizione possa solo mostrare il suo se nso e mai dire il senso di alcuna proposizione commenta Bouveresse - una consegu enza inevitabile sia della tesi di estensionalit che della teoria della raffigura zione logica. Una proposizione, infatti, potrebbe parlare realmente di unaltra pr

oposizione solo violando la tesi di estensionalit, in quanto la seconda dovrebbe figurare nella prima altrimenti che come argomento di verit (Bouveresse 51). Lanali si della proposizione come funzione di verit, in ultima analisi, conferma la tesi che il linguaggio pu solo parlare del mondo; ogni tentativo di usare diversament e il linguaggio ottiene lunico risultato di provocare un inceppamento dei meccani smi della raffigurazione. [1] Date due proposizioni elementari, si possono generare in tutto sedici propos izioni complesse (funzioni di verit delle proposizioni elementari), ovvero sedici differenti sequenze di V e di F. Lelenco completo di queste combinazioni verr fornito da Wittgenstein nella proposizione 5.101 del Tractatus.

Note al Tractatus TAUTOLOGIE E CONTRADDIZIONI (4.46 4.4661) 4.46. Tra le funzioni di verit vi sono due casi limite: la tautolog ia e la contraddizione. Nello schema della 5.101, esse corrispondono, rispettiva mente, alla prima ed allultima sequenza di valori di verit. Una tautologia (ad es. Piove o non piove) sempre vera: la tautologia concorder pertanto con tutte le poss ibilit di verit delle proposizioni elementari e la sua tavola di verit sar caratteri zzata dalla presenza di sole V. Una contraddizione (ad es. Piove e non piove), invec e, sempre falsa: essa discorder pertanto da tutte le possibilit di verit delle prop osizioni elementari e ci sar mostrato, nella sua tavola di verit, dalla presenza es clusiva di F. Per tali caratteristiche anomale rispetto alle altre funzioni di ver it, tautologia e contraddizione rappresentano casi limite del nesso segnico (4.466) , non dicono nulla e sono prive di senso (4.461), non sono immagini della realt (4.462 . Nelle lezioni tenute nel 1939, Wittgenstein paragon la tautologia ad una ruota c he gira a vuoto in un ingranaggio, e la contraddizione ad una ruota che si incep pa ed incapace di girare (Black, 227). Tautologie e contraddizioni non possono ing ranare con la realt, ovvero non stabiliscono alcun rapporto proiettivo con il mond o. 4.461. Ogni proposizione mostra il proprio senso, mostra come stan le cose se essa vera e dice che le cose stanno cos (4.022). La tautologia mostra che quanto da essa asserito non ha possibilit di venir falsificato (non c un fatto che possa rendere falsa la tautologia Piove o non piove); la contraddizione mostra invece ch e quanto da essa asserito non ha possibilit di venir verificato (non c un fatto che possa rendere vera la contraddizione Piove e non piove). Per questa loro incapaci t di ingranare con la realt, tautologia e contraddizione mostrano di non dire effett ivamente nulla, ovvero mostrano di essere prive di senso (sinnlos, che cosa divers a dallessere unsinning, cio insensate; v. nota successiva). 4.4611. Tautologie e con traddizioni sono prive di senso (sinnlos) perch non raffigurano alcuna situazione pos sibile, cio non stabiliscono alcuna relazione proiettiva con il mondo. Ma esse no n sono insensate (unsinning), al modo di uno pseudoenunciato come Socrate identico (c r. 5.4733). Sia la tautologia che la contraddizione, infatti, obbediscono alle r egole della sintassi logica, cio sono comprese nelle possibilit di combinazione de i segni ammesse dalla logica. Anche tautologie e contraddizioni svolgono dunque una funzione. Pi avanti, Wittgenstein dir che tutte le proposizioni della logica s ono tautologie (6.1) e che, per quanto prive di contenuto descrittivo, le propos izioni logiche (le tautologie) rivelano tuttavia qualcosa riguardo allessenza del mondo (6.12, 6.124). 4.462. Se tautologia e contraddizione fossero immagini del la realt allora esse dovrebbero ammettere la possibilit di essere vere o false una volta confrontate con i fatti. Ma una tautologia sempre vera, mentre una contra ddizione sempre falsa. Dunque esse non sono immagini, il che equivale a dire che n la tautologia n la contraddizione sono autentiche proposizioni (cfr. 4.03: la pr oposizione enuncia qualcosa solo nella misura in cui unimmagine). 4.463. Ogni prop osizione sensata raffigura una situazione possibile e in questo modo fissa un punt o nello spazio logico (3.4). Comprendendo il senso di una proposizione, noi sapp iamo quali fatti sono compatibili e quali sono incompatibili con la sua verit o f alsit, e questo il margine che lasciato ai fatti dalla proposizione. Ma una tautolo gia (ad es. Il re nero si trova in a4 o non si trova in a4) compatibile con tutti gli stati di cose possibili e quindi non occupa effettivamente alcuna porzione d ello spazio logico: essa lascia sussistere senza alterarlo tutto lo spazio delle possibilit. La contraddizione (ad es. Il re si trova in a4 e non si trova in a4), essendo incompatibile con tutti gli stati di cose possibili, solidifica invece lint ero spazio logico senza lasciare sussistere alcuna possibilit. Il margine delle p ossibilit determinato dalla tautologia infinito, quello determinato dalla contrad dizione nullo. Nessuna delle due pu quindi dire alcunch riguardo al mondo. 4.465. A conferma del fatto che una tautologia non dice nulla, Wittgenstein osserva che la congiunzione (prodotto logico) di una proposizione con una tautologia non pr oduce alcun mutamento nella tavola di verit di quella proposizione. Ad es., p dice lo stesso di p e (q o non-q): per entrambe, infatti, la sequenza dei valori di ver it V-F-V-F. In parole, Il libro blu dice lo stesso di Il libro blu e (il quaderno rde o il quaderno non

verde). Paragonando una tautologia allo zero (4.4611), come per ogni numero n val e che n + 0 = n, cos per ogni proposizione p vale che p + tautologia = p. 4.466. In una proposizione sensata, al nesso sussistente tra i segni corrisponde un pos sibile nesso di oggetti nel fatto raffigurato realt (e non tutti i nessi o nessun nesso, come nel caso della tautologia e della contraddizione). La raffigurazion e consiste appunto nellesprimere determinate relazioni tra oggetti per mezzo di d eterminate relazioni tra segni. Ma una tautologia compatibile con ogni nesso di oggetti, mentre una contraddizione incompatibile con ogni nesso di oggetti. Witt genstein conclude che nella tautologia e nella contraddizione non sussiste unaute ntica relazione tra i segni (esse sono casi-limite, cio la dissoluzione del nesso seg nico). Ci pu apparire paradossale, ma come risulta dalla 4.4661, Wittgenstein riti ene che un autentico nesso tra segni deve necessariamente valere come raffiguraz ione di una situazione possibile. Ci che in essa [ovvero nella tautologia] avviene questo: tutte le sue parti semplici hanno significato, ma essa tale che le conn essioni tra queste si paralizzano o distruggono luna laltra, cos da esser tutte con nesse solo in una maniera irrilevante (NM 236). 4.4661. La connessione dei segni, nella tautologia e nella contraddizione, non assolve alla funzione di rendere o perativo un rapporto di proiezione con la realt (ci che trasformerebbe quei segni in simboli). Le relazioni tra i segni nella tautologia e nella contraddizione de vono dunque essere considerate inessenziali.

LA FORMA GENERALE DELLA PROPOSIZIONE ( I ). LA PROPOSIZIONE COME FUNZIONE DI VER ITA (4.5 5.101) 4.5. Chiarito cos una funzione di verit si pu ora tentare di definire la forma proposizionale pi generale, ovvero lessenza della proposizione (5.471). La fo rma generale della funzione di verit sar definita nella proposizione 6 del Tractat us. Wittgenstein fornisce qui una prima indicazione dicendo che la forma general e della proposizione : E cos e cos. Indicare lespressione Le cose stanno cos e cos orma generale della proposizione, in fondo la stessa cosa che definire la propos izione come tutto ci che pu essere vero o falso. Infatti, invece di dire Le cose st anno cos... avrei anche potuto dire: La tal cosa vera. (Ma anche: La tal cosa falsa (...) E dire che una proposizione tutto ci che pu essere vero o falso val quanto d ire: Chiamiamo proposizione ci a cui, nel nostro linguaggio, applichiamo il calco lo delle funzioni di verit. (Ricerche, 136). Ci che devessere comune ad ogni proposi zione, ne deduciamo, la capacit di asserire qualcosa riguardo al mondo. 4.51. Se tutte le proposizioni sono funzioni di verit delle proposizioni elementari, allor a supposto che mi fossero date tutte le proposizioni elementari, posso sempliceme nte domandare quali proposizioni posso formare da esse, e avr allora tutte le pro posizioni possibili(Kenny, 107). Ci rivela quale strada dobbiamo percorrere per in dividuare la forma proposizionale generale. Ogni proposizione complessa nasce da operazioni logiche applicate alle proposizioni elementari (cfr. gli esempi di t avole di verit nella Scheda 12). Se perci noi riuscissimo ad individuare una proce dura comune per la costruzione delle funzioni di verit avremmo appunto trovato les senza di ogni proposizione. Cfr. 4.5: Che vi sia una forma proposizionale general e dimostrato dal non potervi essere alcuna proposizione, la cui forma non si sar ebbe potuto prevedere (vale a dire, costruire). 5. Nella quinta proposizione fond amentale del Tractatus Wittgenstein formula il principio di estensionalit (anticipa to nella 4.4): ogni proposizione complessa ha un valore di verit dipendente dalla verit o falsit delle proposizioni elementari di cui composta (un enunciato comple sso appunto una funzione di verit delle proposizioni elementari). Wittgenstein defi nisce la proposizione elementare una funzione di verit di se stessa perch la sua ver it e falsit dipende direttamente dalla sua corrispondenza o non corrispondenza con lo stato di cose raffigurato (il valore di verit di una proposizione elementare non pu dipendere dal valore di verit dei suoi costituenti: i nomi, come sappiamo, non sono n veri n falsi). La teoria raffigurativa presuppone che lanalisi degli enu nciati debba metter capo a proposizioni-atomo che stanno in immediato rapporto d i raffigurazione con la realt. Se ci non accadesse, sarebbe impossibile stabilire il senso delle proposizioni: il senso di ogni enunciato dipenderebbe infatti dal la verit o falsit di una serie infinita di altri enunciati (cfr. Scheda 11). Lesist enza di proposizioni che sono funzioni di verit di se stesse quindi la condizione

della raffigurazione della realt ad opera del linguaggio. 5.01. Le proposizioni elementari compaiono nella proposizione complessa come condizioni della sua veri t o falsit

(4.41), cio come basi delle operazioni di verit (5.54). 5.101. Witttgenstein illus tra tutte le funzioni di verit generabili a partire da due proposizioni elementar i p e q: (V V V V) (p, q) Tautologia (Se p allora p, e se q allora q) [p p . q q] (F V V V) (p, q) in parole: Non e p e q. [~ (p . q)] Se q allora p. [q p] (V F V V ) (p, q) (V V F V) (p, q) Se p allora q. [p q] (V V V F) (p, q) p o q. [p v q] (F F V V ) (p, q) Non q. [~ q] (F V F V) (p, q) Non p. [~ p] (F V V F) (p, q) p o q, ma non ambedue. [p . ~ q :v: q . ~ p] (V F F V) (p, q) Se p, allora q; e se q, allora p. [p q] (V F V F) (p, q) p (V V F F) (p, q) q (F F F V) (p, q) N p n q. [~ p . ~ q, o p | q ] (F F V F) (p, q) p e non q. [p . ~ q] (F V F F) (p, q) q e non p. [q . ~ p] (V F F F) (p, q) p e q. [p . q] (F F F F) (p, q) Contraddizione (p e non p; e q e non q.) [p . ~ p . q . ~ q] Dalla combinazione di due proposizioni elementari nascono in tutto sedici propos izioni complesse, e Wittgenstein ordina le loro sequenze di valori di verit nella colonna di sinistra dello schema. Nella colonna di destra sono invece riportate le espressioni simboliche di ognuna delle sedici funzioni. Ogni sequenza di val ori di verit potrebbe naturalmente essere espressa per mezzo delle tavole di veri t, secondo gli esempi che abbiamo fornito nella Scheda 12, e in tal modo metterem mo in evidenza la dipendenza funzionale del valore di verit della proposizione co mplessa dai valori di verit delle proposizioni elementari. Le combinazioni dei va lori di verit di p e q in corrispondenza dei quali la proposizione complessa risulta vera sono chiamati da Wittgenstein fondamenti di verit della proposizione complessa . Ad es., la proposizione complessa se p allora q ha come fondamenti di verit: p = V, q = V; p = F, q = V; p = F, q = F. La proposizione complessa p . q ha invece co me unici fondamenti di verit: p = V, q = V.

LA RELAZIONE DI INFERENZA. IL NESSO CAUSALE. (5.11 5.1362) 5.11. Lo scopo di Wittgenstein, nella presente sezione, dimostrare che la possibilit di inferire una proposizione da unaltra dipende soltanto dalla struttura logica degli enunciati, e che pertanto inutile e insensato ricorrere a leggi di inferenza per giustificare il nesso tra antecedente e conseguente (5.132 ). I fondamenti di verit di una proposizione costitutita da due proposizioni elem entari p e q sono quei valori di p e di q in corrispondenza dei quali la proposizione mplessa risulta vera (5.101). Una proposizione segue da unaltra proposizione se t utti i fondamenti di verit dellantecedente sono anche fondamenti di verit della pro posizione conseguente, cio se i valori delle proposizioni elementari in corrispon denza dei quali lantecedente vera sono anche i valori in corrispondenza dei quali vera la conseguente. La possibilit di inferire una proposizione da unaltra (o da altre) dipende quindi soltanto dalla struttura logica degli enunciati coinvolti (5.13). Da notare che il rapporto di inferenza deduttiva non pu sussistere tra pr oposizioni elementari (5.134). Ne consegue che se interpretiamo la causalit come r elazione tra stati di cose raffigurati da proposizioni elementari, lasserzione di una relazione causale non mai giustificata (Marconi, 1997, 40). Lanalisi dellinfer enza prelude cos alla negazione del nesso di causa-effetto (5.134-5.1361). 5.12. La scelta di utilizzare i segni p e q infelice perch essi indicano proposizioni eleme ntari, mentre tra due proposizioni elementari non vi pu essere nesso inferenziale . Ad ogni modo, Wittgenstein ribadisce (applicandolo al caso di due sole proposi zioni) il principio affermato nella 5.12. In base alla definizione di Wittgenstei n, una

proposizione B segue da A se B vera in tutti i casi in cui A vera, cio se tutte l e combinazioni di valori di verit dei costituenti che rendono vera A rendono vera anche B (Marconi, 1997, 39). Ad esempio, dalla proposizione p . q si pu inferire la proposizione p v q perch i fondamenti di verit della prima (p = V, q = V) sono anch e fondamenti di verit della seconda. Il semplice esame delle tavole di verit di ta li proposizioni basta a rivelare il sussistere di una relazione di inferenza; e dato che per mezzo della tavola di verit esprimiamo il senso di una proposizione, risulterebbe con ci chiaro che il senso della proposizione conseguente contenuto i n quello della proposizione antecedente (5.122). 5.123. Cfr. 3.031. La necessit l ogica considerata da Wittgenstein talmente forte da vincolare addirittura lagire divino. Neppure Dio potrebbe impedire che da A segua B, perch ci dipende dalla str uttura logica delle due proposizioni. 5.124. La proposizione A afferma ogni propos izione (B, C, etc.) che da lei pu essere inferita logicamente. Ovvero, con ogni p roposizione sono date necessariamente tutte le proposizioni che da essa derivano . 5.13. Il sussistere del rapporto di inferenza qualcosa che noi ravvisiamo dalla struttura delle proposizioni. Cfr. 4.1211: Se due proposizioni si contraddicono, lo mostra la loro struttura; e cos pure se luna segue dallaltra. Si noti che la rela zione di inferenza tra due proposizioni, cos come tutte le caratteristiche formal i del linguaggio (le propriet che dipendono dalla struttura logica delle proposiz ioni), possono solo essere viste e mai essere asserite (cio dette) sensatamente. Dato che lesistenza dellantecedente determina necessariamente quella della proposizion e che ne consegue (5.124), allora non nemmeno possibile giustificare per mezzo d i leggi di inferenza le modalit del passaggio dalluno allaltra (5.132). In questo cas o tenteremmo di dire ci che invece pu solo essere mostrato. 5.131. Non dobbiamo farci ingannare dal fatto che la deduzione di conseguenze a partire da certe premesse frutto di unoperazione compiuta dalla nostra mente: ci, infatti, accidentale perch la relazione di inferenza sussisterebbe tra quegli enunciati anche senza interve nto del soggetto, in virt di una caratteristica essenziale delle proposizioni ste sse (una propriet interna se impensabile che il suo oggetto non la possieda, 4.123) . Wittgenstein segue la lezione di Frege, il quale aveva distinto nettamente lamb ito oggettivo e necessario delle leggi logiche dal livello delle rappresentazioni soggettive, mutevoli e accidentali. Cfr. 5.123: se la necessit logica risulta ind ipendente perfino dal volere divino, a maggior ragione si pu dichiarare la sua au tonomia dallagire del soggetto individuale. 5.132. Una teoria che tentasse di cod ificare le regole dellinferenza sarebbe superflua ed insensata. Superflua perch la stessa struttura delle proposizioni a determinare il sussistere della relazione logica per la quale B deducibile da A: questa relazione interna (5.131) nel senso impensabile che essa non sussista dato il sussistere delle due proposizioni. In sensata, perch una teoria dellinferenza tenta di rendere esplicito (enunciando reg ole) ci che soltanto pu essere mostrato, ovvero il nesso logico che lega A e B. Le rag ioni per le quali Wittgenstein rifiuta una teoria dellinferenza sono dunque le st esse che lo avevano condotto a rifiutare la Teoria dei tipi di Russell: in entra mbi i casi si pretende di descrivere le propriet logiche del linguaggio e perci vi ene violata la distinzione tra ci che il linguaggio dice e ci che esso pu solo most rare. 5.133. La possibilit di inferire B da A dipende dalla struttura logica di B e di A, e dunque non legata ad una questione di esperienza n dipende dallinterven to umano (5.131): linferenza ha perci una validit a priori. 5.134. Come gli stati d i cose sono indipendenti luno dallaltro (1.21, 2.061), cos anche le proposizioni el ementari (che raffigurano stati di cose) risultano reciprocamente indipendenti. Ne consegue che tra due proposizioni elementari non pu esserci n contraddizione (4 .211) n nesso di inferenza (tutte le proposizioni elementari sono compatibili e n essuna pu essere dedotta da altre). Se gli stati di cose risultano reciprocamente indipendenti, allora il nesso causale non ha alcuna giustificazione. 5.135. Il sussistere di uno stato di cose compatibile con il sussistere di qualsiasi altro perch tra due stati di cose non pu esservi contraddizione n relazione inferenziale . Perci dal verificarsi di una certa situazione non pu dedursi il verificarsi o no n verificarsi di unaltra. 5.136. La validit del nesso causale insostenibile. Cfr. Q. 187: Ma chiaro che il nesso causale non affatto un nesso. Wittgenstein distingu e tra lambito della logica, allinterno del quale valgono rapporti necessari a prio ri, e

lambito dei fatti, dominato dalla contingenza: Una costrizione, secondo la quale u na cosa debbe avvenire poich ne avvenuta unaltra, non v. V solo una necessit logica 7). La posizione di Wittgenstein in questo senso assimilabile a quella di D. Hum e, il quale distingueva tra relazioni tra idee e materie di fatto. Le prime, oggetto delle scienze logico-matematiche, sono caratterizzate da una certezza assoluta. Le materie di fatto, che sono la seconda specie di oggetti dellumana ragione, non si possono accertare nella stessa maniera, n levidenza della loro verit, per quant o grande, della stessa natura della precedente. Il contrario di ogni materia di fatto sempre possibile, perch non pu mai implicare contraddizione e viene concepit o dalla mente con la stessa facilit e distinzione che se fosse del pari conforme a realt. Che il sole sorger domani una proposizione non meno intelligibile e che n on implica pi contraddizione dellaffermazione che esso sorger (D. Hume, Ricerche fil osofiche, IV, I). Uneco dellargomento di Hume contenuto nella 6.36311. 5.1362. Dal la contingenza di ci che accade Wittgenstein passa a considerare lidea di libert. S e fosse possibile dedurre logicamente ogni accadimento futuro da quelli presenti , allora non si potrebbe giustificare il libero arbitrio (la libert delluomo sareb be vanificata dalla necessit del tutto). Ma lunica necessit di tipo logico (cfr. 6. 37). Dato che ogni fatto pu accadere come non accadere, per ogni evento p concepi bile sia il suo sussistere in atto nella realt che il suo non sussistere (vale ci o sempre la formula: p o non-p). Lespressione: A sa che accadr il fatto p deve perci ursi nella forma: A sa che accadr il fatto p o non accadr il fatto p. Ma non ha sens o presentare la tautologia p o non-p come uninformazione sul mondo: A sa che p, scriv e Wittgenstein, priva di senso, se p una tautologia. Poich i fatti sono tutti con tingenti (e come tali imprevedibili) lidea di libert risulta compatibile con la vi sione del mondo espressa dal Tractatus.

Scheda 13: La relazione di inferenza e il paradosso di Carroll . Nella 5.132 Wittgenstein spiega che se una proposizione p segue dalla proposizio ne q allora noi possiamo concludere da q a p, cio possiamo inferire p da q. Ma il modo della conclusione da ricavarsi solo dalle due proposizioni. Esse ed esse so ltanto possono giustificare la conclusione. Leggi di inferenza che come in Frege e in Russell- giustifichino le conclusioni, sono prive di senso, e sarebbero super flue. Wittgenstein intende dire che il passaggio dalle premesse alla conclusione si produce automaticamente nel momento stesso in cui sono date due proposizioni la cui forma logica autorizza ad inferire luna dallaltra; e se noi non siamo in gr ado di vedere la necessit di tale passaggio, allora nessuna regola (cio nessuna pr oposizione della logica) in grado di giustificare ci. Nel corso delle lezioni ten ute a Cambridge allinizio degli anni Trenta, Wittgenstein torn ad occuparsi del te ma dellinferenza fornendo alcuni importanti chiarimenti sul senso delle affermazi oni contenute nel Tractatus. Wittgenstein afferm che ci che giustifica linferenza un a relazione interna (Moore 322), intendendo con questa espressione una relazione c he sussiste tra due termini se i termini sono quelli che sono, e che non si pu du nque immaginare che non sussista (Moore 322). Una propriet interna, dice la propos izione 4.123 del Tractatus, appunto se impensabile che il suo oggetto non la poss ieda. Il fatto che una proposizione derivi da unaltra dipende quindi esclusivament e dalle propriet interne delle proposizioni in questione, cio dalla loro forma log ica. Se la verit duna proposizione segue dalla verit di altre, ci sesprime mediante re lazioni nelle quali le forme di quelle proposizioni stanno luna allaltra; che siam o noi a porle in quelle relazioni, connettendole luna allaltra in una proposizione , non occorre: quelle relazioni sono interne e sussistono immediatamente quando e in quanto sussistono quelle proposizioni (5.131). Quando, per esempio, si dice c he una proposizione della forma pvq deriva dalla corrispondente proposizione della forma p.q, la cosiddetta relazione interamente determinata dalle due proposizioni i n questione (Moore, 322). Se impensabile che tali propriet e relazioni interne non sussistano (esse sono infatti necessarie a priori), allora nessuna proposizione pu asserirne il sussistere (cfr. 4.122). Una proposizione dotata di senso pu infa tti essere sia vera che falsa, mentre una proposizione che esprimesse una caratt eristica formale della proposizione non potrebbe ammettere il caso della propria falsit. Pur non potendo essere raffigurate da alcun enunciato, le propriet intern e si mostrano tuttavia nella forma degli enunciati, ed appunto per questo che Wi ttgenstein ritiene che il sussistere del nesso inferenziale possa solo essere co nstatato mediante lispezione dei simboli in questione. In una notazione rispondent e afferma Wittgenstein nella 6.122, possiamo riconoscere le propriet formali delle proposizioni per mera ispezione delle proposizioni stesse; nel caso dellinferenza, noi percepiamo la relazione con la semplice osservazione delle due proposizioni interessate (Moore 323), cio noi la vediamo semplicemente nella forma dei simboli. Non v dunque alcun bisogno di giustificare il passaggio dalla proposizione antece dente a quella conseguente chiamando in causa una regola di inferenza. Ad esempio, se p v q deriva da p . q, la proposizione generale pvq deriva da p.q non necessari a per spiegare linferenza particolare: nel senso che, se non siete in grado di ve dere, considerando le due proposizioni di queste forme, che una deriva dallaltra, la proposizione generale non vi sar di nessun aiuto; una regola di inferenza (inte ndo per inferenza una inferenza deduttiva) non giustifica mai uninferenza (Moore, 323) . Se noi avessimo realmente bisogno di formulare una regola di inferenza (cio una proposizione logica) per giustificare il passaggio dallantecendente al conseguen te, allora si verificherebbe secondo Wittgenstein una situazione paradossale: un a volta aperto il problema della fondazione dellinferenza, noi avremmo infatti bi sogno di una serie infinita di regole, cio di un numero illimitato di pre-condizi oni che autorizzano a concludere dallenunciato p allenunciato q. Se ci fosse bisogn o di una regola r per giustificare uninferenza da p a q, allora q deriverebbe dal la congiunzione di p ed r, di modo che avremmo bisogno di una nuova regola per g iustificare linferenza da questa congiunzione a q, e cos via ad infinitum. (...) U ninferenza si pu giustificare solo in base a ci che vediamo (Moore 324). Largomento d i Wittgenstein esemplificato perfettamente dallimbarazzante situazione in cui si viene a trovare Achille in un racconto di Lewis Carroll (lautore di Alice nel pae se delle meraviglie).[1] Achille e la tartaruga, terminata la gara descritta nel

famoso paradosso di Zenone di Elea, discutono di problemi logici seduti tranqui llamente luno di fronte allaltro. Viene proposto il seguente sillogismo: (A) Cose che sono uguali alla stessa cosa sono uguali tra loro. (B) I due lati di questo triangolo sono cose che sono uguali alla stessa cosa. (Z) I due lati di questo t riangolo sono uguali tra loro. I lettori di Euclide concederanno, suppongo, che Z segue logicamente da A e B, cosicch chi accetta A e B come vere deve accettare Z come vera. Ma la tartaruga non si dichiara affatto convinta del fatto che la con clusione Z sia logicamente inferibile dalle premesse A e B, e chiede pertanto ad Achille di esplicitare in una formula la regola del passaggio da A e B a Z. La situazione identica al caso, prospettato da Wittgenstein, in cui una persona non essendo in grado di vedere nelle proposizioni stesse il modo della conclusione- ch ieda di giustificare linferenza da p a q chiamando in causa una regola di inferen za.

Achille formula dunque la proposizione C: Se A e B sono vere, Z deve essere vera. La tartaruga modifica allora il sillogismo inserendo la nuova proposizione: (A) Cose che sono uguali alla stessa cosa sono uguali tra loro. (B) I due lati di qu esto triangolo sono cose che sono uguali alla stessa cosa. (C) Se A e B sono ver e, Z deve essere vera. (Z) I due lati di questo triangolo sono uguali tra loro. Proprio come aveva previsto Wittgenstein, il problema del passaggio dalle premes se alla conclusione per ancora irrisolto perch la regola espressa nella proposizio ne C diventa a sua volta una premessa del ragionamento e avremo perci bisogno di unulteriore regola per giustificare il passaggio alla conclusione Z. Achille inse risce perci la proposizione (D): (A) Cose che sono uguali alla stessa cosa sono u guali tra loro. (B) I due lati di questo triangolo sono cose che sono uguali all a stessa cosa. (C) Se A e B sono vere, Z deve essere vera. (D) Se A e B e C sono vere, Z vera. (Z) I due lati di questo triangolo sono uguali tra loro. E quindi , alla prevedibile richiesta della tartaruga (la quale non riesce ancora a giust ificare il passaggio dalle premesse a Z, Achille inserisce la proposizione (E): (A) Cose che sono uguali alla stessa cosa sono uguali tra loro. (B) I due lati d i questo triangolo sono cose che sono uguali alla stessa cosa. (C) Se A e B sono vere, Z deve essere vera. (D) Se A, B e C sono vere, Z vera. (E) Se A, B, C e D sono vere, Z vera. (Z) I due lati di questo triangolo sono uguali tra loro. E c os via allinfinito, in un continuo regresso che rende del tutto impossibile ammett ere la liceit della conclusione Z a partire dalle premesse del ragionamento. Per evitare le insormontabili difficolt incontrate da Achille, Wittgenstein dichiara che illegittimo (e a ben vedere anche inutile) enunciare regole per autorizzare ci che la struttura logica delle proposizioni gi di per s sufficiente a giustificar e. La logica, abbiamo detto nella Scheda 7, non pu contenere prescrizioni perch pe r stabilire una qualsiasi prescrizione riguardante le propriet dei simboli dovrem mo esprimerci sulla loro forma logica, il che non mai consentito. Una regola com e: Se A e B sono vere, Z deve essere vera non pu dunque mai essere formulata sensat amente. Nel tentare di rendere esplicito il nesso logico che lega le premesse A e B alla conclusione Z compiamo lo stesso genere di errore che Wittgenstein rimp roverava alla Teoria dei tipi di Russell: con ci noi pretendiamo infatti di dire ci che pu essere solo mostrato. Lerrore di Achille consiste proprio nellaver egli es presso in parole una propriet formale, cio nellaver parlato della forma logica dell a proposizione. Per raffigurare la forma logica, come abbiamo mostrato nella Sch eda 10, dovremmo poter adottare una forma di livello gerarchico superiore, apren do cos la strada ad una moltiplicazione infinita delle condizioni della raffigura zione: ed appunto in un tale gioco di infiniti rimandi prospettici che cade anch e lAchille di Lewis Carroll. Achille potrebbe tentare di difendersi spiegando che era necessario dare una risposta al dubbio della tartaruga. Ma la relazione di inferenza, cos come ogni altra propriet logica, qualcosa che non ha bisogno di una legittimazione da parte delluomo: essa sussiste immediatamente non appena sono s tate poste proposizioni dotate di certe relazioni strutturali. Quella relazione non prodotta da noi: essa esiste in quanto esistono A, B e Z, e lo stato mentale di dubbio espresso dalla tartaruga in questo senso del tutto irrilevante e non pu essere espresso sensatamente. Infatti si pu dubitare di qualcosa solo quando le cose potrebbero stare altrimenti da come descritto; ma inconcepibile che nel si llogismo proposto la proposizione Z non segua da A e B, perch tale relazione nece ssaria: quindi non nemmeno lecito dubitare di ci. La relazione di inferenza una p ropriet formale e sarebbe tanto insensato riconoscere una propriet formale alla pro posizione quanto disconoscerla (4.124). Sia lespressione di dubbio della tartaruga che la risposta di Achille dovevano quindi condurre necessariamente al nonsenso . La lezione che dobbiamo trarre da questa vicenda che la forma logica incorpora ta nel linguaggio ed vano tentare di trarla fuori esplicitandola in proposizioni che la raffigurino come un fatto. Per la loro natura di condizioni a priori, le propriet interne del linguaggio non si lasciano oggettivare ma sfuggono allindiet ro, si nascondono sempre alle spalle delle nostre proposizioni. Lunico modo per a rrestare questo insensato inseguimento riconoscere che ci che pu solo mostrarsi no n pu essere detto. [1] Il dialogo Quello che la tartaruga disse ad Achille fu pubblicato sulla rivi

sta Mind nel 1895 (n.s., 4, pp. 278-280). Una traduzione italiana contenuta in D . R. Hofstadter, Gdel, Escher, Bach, Adelphi, Milano, 1990, pp. 47-49.

Note al Tractatus LE OPERAZIONI (5.2 5.32) 5.2. Le relazioni che sussistono tra una proposizione complessa e le proposizion i elementari di cui costituita sono relazioni interne. Se noi chiarissimo la pro cedura in base alla quale dalle proposizioni elementari si genera una proposizio ne complessa, allora potremmo rendere evidenti i nessi strutturali, cio le relazi oni interne, che caratterizzano ogni funzione di verit (5.21). A questo scopo bis ogna introdurre il concetto di "operazione", ovvero "ci che deve farsi con luna pr oposizione per far da essa laltra (5.23). 5.21. Dalla proposizione "p" possiamo d erivare la proposizione "~ p" applicando loperazione della negazione. Chiamiamo " p" la base delloperazione e "~ p" il suo risultato. Allo stesso modo, dalle basi "p" e "q" posso costruire la proposizione "p q" applicando loperazione " " (implic azione). Come sappiamo, una proposizione complessa ha un valore di verit dipenden te da quello dei suoi costituenti. Tra "p q" ed i suoi costituenti "p" e "q" sus siste quindi una relazione interna dipendente dalla struttura delle proposizioni in questione. Dare rilievo alloperazione che mi permette di costruire "~ p" part endo da "p", o "p q" partendo da "p" e da "q", significa mettere in chiaro che t ra il risultato delloperazione e le sue basi sussiste una relazione di struttura. Loperazione pu allora definirsi lespressione di questa relazione (5.22). 5.23. Le operazioni logiche possono essere applicate alle proposizioni per generare nuove proposizioni. Si pu quindi affermare che "il concetto delloperazione , parlando in termini generalissimi, quello secondo il quale possono costruirsi segni secondo una regola" (Q. 193). Loperazione rivela il modo in cui vengono generate le prop osizioni e quindi indagare la natura delle operazioni equivale ad illuminare less enza della proposizione. 5.231. Ogni relazione tra i simboli generata e dipende soltanto dalle propriet logiche ("formali" o "interne") dei simboli stessi. Ad es empio, nel segno "aRb" la relazione tra i simboli "a" e "b" dipende solo dalla f orma logica di "a" e "b" (cfr. 3.1432), cio dalla propriet di ogni nome di combina rsi con altri. In altri termini, non loccorrere del segno logico "R" a determinar e il sussistere di una relazione tra "a" e "b", ma al contrario il fatto che tra "a" e "b" sussiste una relazione formale a generare "R". Allo stesso modo, non si deve dire che tra due proposizioni sussiste una relazione perch esse sono lega te da un connettivo (o segno doperazione), ma, al contrario, la presenza del conn ettivo esprime una relazione che sussiste tra due proposizioni solo in virt delle loro propriet interne. 5.234. Ogni proposizione (complessa) una funzione di veri t delle proposizioni elementari (5), ed ogni funzione di verit si genera applicand o unoperazione (negazione, disgiunzione, congiunzione, implicazione, etc.) alle p roposizioni elementari, che sono le basi delloperazione. Loperazione mediante la q uale la funzione di verit (la proposizione complessa) si genera dalle sue basi de tta "operazione di verit". Tutte le proposizioni (funzioni di verit) sono dunque r isultati di operazioni di verit (5.3). 5.2341. La negazione logica (che produce li nversione del senso di un enunciato), laddizione o somma logica (cio la disgiunzio ne, "p o q"), la moltiplicazione logica (cio la congiunzione, "p e q"), e tutte l e restanti operazioni introdotte dai connettivi (vedi lo schema riportato nella 5.101) sono modi per produrre funzioni di verit a partire dalle proposizioni elem entari. Il senso di ogni funzione di verit che ha "p" per base dipende dal senso di "p": infatti la verit o falsit della proposizione complessa dipende funzionalme nte dalla verit o falsit dei suoi costituenti. 5.25. Il senso della proposizione n on viene determinato dalloccorrere delloperazione perch loperazione non enuncia alcu nch. Cfr. 4.0621: "Che in una proposizione occorra la negazione non ancora un car attere del suo senso (~ ~ p = p)". Laffermazione di Wittgenstein si chiarisce ten endo presente il "pensiero fondamentale" secondo cui i connettivi logici non den otano alcunch (4.0312). A riprova di ci Wittgenstein ricorda che i connettivi sono tutti interdefinibili (5.42) e che le operazioni da essi introdotte possono "el idersi luna laltra"

(5.253: il caso appunto della negazione, che se raddoppiata si annulla). Quel ch e in una proposizione complessa raffigura ("enuncia") sono in ogni caso le propo sizioni elementari (le basi delloperazione) e non gli operatori logici. Loperazion e logica solo lespressione di una relazione tra la funzione di verit e le sue basi (5.22) ma con ci non viene introdotto alcun nuovo elemento di rappresentazione. 5.251. La funzione di verit il risultato delloperazione: funzione e operazione van no perci tenute distinte (v. 5.25). La loro differenza si fa tangibile consideran do che mentre una funzione non pu essere suo proprio argomento (3.333), il risult ato di unoperazione pu invece diventare la base per reiterare loperazione stessa. " Ad esempio, non possiamo porre x un uomo nel posto di argomento dello stesso x un u omo otterremmo il nonsenso x un uomo un uomo; ma possiamo scrivere ~ p al posto di la stessa ~ p, e il risultato ~ ~ p ha perfettamente senso. Analogamente, qualsiasi operazione pu essere ripetuta, e per qualsiasi numero di volte" (Anscombe, 110). Cfr. 5.44. 5.3. Ogni funzione di verit nasce come prodotto di unoperazione che ha per basi le proposizioni elementari. Ma loperazione pu applicarsi al prodotto dello perazione (5.251) facendo nascere una nuova funzione di verit. Applicando ripetut amente le operazioni logiche si pu generare ogni possibile funzione di verit. Ci co nsente di avviare a soluzione il problema della forma generale della proposizion e (cfr. 4.5). Se si riuscisse a ridurre i segni di operazione ad uno solo, si po trebbe condensare in una formula la regola generale che consente di generare ogn i proposizione. Risulterebbe allora chiaro che le proposizioni sono il risultato dellapplicazione successiva di una medesima operazione di verit alle proposizioni elementari ed ai prodotti cos ottenuti. Wittgenstein indicher la natura di tale o perazione nella 5.5 e presenter la forma generale della funzione di verit nella 6. 5.31. Dato che le operazioni possono essere applicate alle funzioni di verit (ci o alle proposizioni complesse), negli schemi della 4.31 potrebbero comparire anch e proposizioni complesse. La tavola di verit dellimplicazione, che nella 4.442 rig uardava due proposizioni elementari "p" e "q", potrebbe dunque ospitare due propos izioni complesse connesse per mezzo del segno di implicazione. In questo caso, i l segno proposizionale che ne risulterebbe sarebbe ancora una funzione di verit d elle proposizioni elementari "p" e "q". 5.32. Cfr. 5.234. Wittgenstein precisa c he il numero delle operazioni necessarie a generare una funzione di verit finito. Interviene qui la stessa esigenza del limite che rende necessario postulare lesi stenza di oggetti semplici e di proposizioni elementari. Se il numero di operazi oni di verit fosse infinito, allora lanalisi delle proposizioni non metterebbe mai capo a proposizioni elementari in diretta connessione con il mondo, e la teoria raffigurativa del linguaggio sarebbe destituita di fondamento. NON VI SONO COSTANTI LOGICHE (5.4 5.46) 5.4. I connettivi proposizionali non possono essere considerati, come facevano F rege e Russell, come segni primitivi o "costanti logiche" perch sono tutti interd efinibili (5.42) e possono annullarsi a vicenda (5.253, 5.254). Tali segni non d enotano alcunch (in questo senso non esistono "oggetti logici") perch non hanno fu nzione rappresentativa: i connettivi, infatti, servono esclusivamente ad introdu rre operazioni. Cfr. 4.0312 (le "costanti logiche" non denotano), 4.0621 (al seg no di negazione non corrisponde nulla di reale), 4.441 (non vi sono oggetti logi ci), 5.25 (loperazione non enuncia nulla). 5.41. Su questo tema, v. Scheda 14. Co nsideriamo le proposizioni: "p . q" e "~ (~ p v ~ q)" (le quali sono il risultat o di operazioni di verit applicate alle proposizioni elementari "p" e "q"). La ta vola di verit di queste due funzioni di verit identica: V-F-F-F. Ci significa che " p . q" e "~ (~ p v ~ q)" sono in effetti la stessa proposizione (esse, possedend o le medesime condizioni di verit, cio essendo verificate o falsificate dagli stes si fatti, hanno il medesimo senso). Se le cose stanno cos, evidentemente assurdo pensare che i connettivi "e", "non" e "o", utilizzati per produrre queste propos izioni, introducano oggetti logici differenti: se cos fosse, la funzione in cui com pare la "e" non potrebbe esprimere lo stesso senso di quella in cui compaiono "n on" e "o". Lesempio dimostra anche che i connettivi sono interdefinibili, come Wi ttgenstein asserisce nella 5.42. Il connettivo "e", infatti, pu essere sostituito

da "non" e "o". Se i connettivi sono interdefinibili, allora sbagliato consider arli come "costanti

logiche". 5.42. I connettivi non descrivono relazioni reali, ovvero rapporti sus sistenti tra stati di cose, perch gli stati di cose sono indipendenti luno dallaltr o. La connessione instaurata dal connettivo nella funzione "p q" riguarda solo i simboli e non indica che gli stati di cose descritti da "p" e "q" dipendono luno dallaltro (se tra i fatti sussistessero relazioni corrispondenti ai nessi logici allora da una situazione potremmo derivarne unaltra e si giustificherebbe lesiste nza del nesso di causa-effetto, cfr. 5.133 e seguenti). Che i connettivi non des crivano relazioni sussistenti di fatto tra gli stati di cose provabile anche oss ervando che i connettivi sono tutti interdefinibili ("p q" equivale a "~ p v q", "p v q" equivale a "~ p q", ecc.), il che non accade con relazioni come "a dest ra di" e "a sinistra di". 5.43. Il segno "p" equivalente al segno "non-non-p" (d ue negazioni si elidono) ed al segno "non-non-non-non-p", etc.. Risultando equiv alenti, sbagliato pensare che a queste proposizioni corrispondano situazioni div erse. Ma questa conclusione sarebbe inevitabile qualora si sostenesse che un con nettivo sia un segno denotante al pari di un nome (il segno di negazione introdu rrebbe allora un nuovo oggetto e la proposizione che contiene due segni di negaz ione, cos come quella che ne contiene quattro, etc., descriverebbero fatti differ enti). Bisogna dunque concludere che i connettivi non denotano alcunch. In genera le, nessuna proposizione logica raffigura. Le proposizioni della logica sono inf atti tautologie (6.1) e una tautologia non raffigura la realt (4.462). 5.44. Witt genstein ha gi sottolineato la differenza tra funzione proposizionale e operazion e di verit nella 5.251. "Lespressione funzione materiale compare solo in questo pass o del testo: indica quello che Wittgenstein chiama di norma funzione" (Black 259 ). Una funzione proposizionale del tipo "x sul tavolo" va saturata con il nome d i un oggetto (ad es. "Il libro"): si ottiene cos un enunciato che parla di un ogg etto ("Il libro sul tavolo"). Ma quando costruiamo "non-non-p" applicando loperaz ione di negazione a "non-p" stiamo facendo qualcosa di diverso. Il "non" che com pare in "non-p", infatti, non sta per un oggetto e quindi la funzione di verit ch e abbiamo costruito "non tratta della negazione come di un oggetto". Quel che fa cciamo applicando loperazione di negazione consiste semplicemente nel derivare un a proposizione da unaltra secondo le possibilit che ci offre il calcolo logico (in questo senso "la possibilit della negazione gi pregiudicata nellaffermazione"). Ci vale naturalmente per ogni operazione logica. Cfr. Q. 128: i segni che compaiono nella funzione di verit non stanno per oggetti, "altrimenti non potrebbero scomp arire". 5.441. Quelle che Russell indicava come costanti logiche (i connettivi) possono "scomparire" rivelando di non essere affatto delle costanti. Wittgenstei n pone due esempi di segni equivalenti. Nel primo esempio assistiamo allo scompa rire dei segni "$ " e "~ " nel passaggio dalla prima alla seconda forma (" ~ ($ x) . ~ fx " dice la stessa cosa di " (x) . fx "). Nel secondo esempio, la sempli ficazione appare ancora pi netta. Lasserzione "Esiste almeno un x tale che x un uo mo e x = Socrate" (in simboli: " ($ x) . fx . x = a ") equivale infatti allenunci ato "Socrate un uomo" ("fa"). Cfr. 5.47. 5.442. Nella proposizione elementare, s econdo Wittgenstein, sono gi contenute tutte le operazioni logiche (cfr. 5.47). S i pu dunque affermare che la proposizione presuppone tutte le proposizioni che da lei si possono ricavare applicando le operazioni logiche, ovvero che con la pro posizione sono dati anche tutti i risultati delle operazioni di verit che la hann o come base. Cfr. 5.124: la proposizione afferma ogni proposizione che da essa s egue logicamente. 5.46. Introdurre correttamente i segni logici significa "conse ntire una precisa interpretazione di tutti i contesti in cui figurano" (Black 26 3). Dato che i segni logici (i connettivi) non sono "costanti logiche" o "segni primitivi" (essi sono infatti tutti interdefinibi), per questa via si comprender ebbe che lunico segno generale vero e proprio, ovvero lunico segno primitivo della logica, sarebbe "la forma pi generale" delle combinazioni dei segni e che in ci d eve consistere lessenza della proposizione (cio la forma proposizionale generale).

Scheda 14: I connettivi logici e le operazioni logiche. "Qualunque cosa nella realt corrisponda alle proposizioni complesse non deve esse re pi di ci che corrisponde alle loro singole proposizioni atomiche. Le proposizio ni molecolari non contengono nulla che non sia gi contenuto nei loro atomi; esse non aggiungono uninformazione materiale che non sia gi contenuta nei loro atomi. T utto ci che essenziale nelle funzioni molecolari il loro V-F (vero-falso) (cio lass erzione dei casi in cui esse son vere e dei casi in cui esse sono false" (Note s ulla logica, 210). Come abbiamo visto nella Scheda 12, le proposizioni complesse, oltre ai simboli delle proposizioni elementari ("p", "q", "r", etc.), contengono segni logici com e "v" ("o"), "." ("e"), " " ("se...allora") che vengono chiamati "connettivi prop osizionali". La funzione di questi segni, apparentemente, di stabilire relazioni tra le proposizioni. La disgiunzione "p v q", in questo senso, deriverebbe dal fatto che abbiamo "creato" una connessione tra "p" e "q" per mezzo del segno "v" . Wittgenstein, per, respinge questa interpretazione perch comporta lammissione che un segno logico di connessione aggiunga qualcosa di nuovo alle proposizioni su cui opera. In realt, il fatto che tra due proposizioni vi sia una relazione non d ipende dalla presenza di segni di connessione, ma esclusivamente dalle propriet l ogiche delle proposizioni in questione. Dobbiamo conseguentemente respingere lide a che un segno logico abbia la funzione di "creare" una connessione tra simboli. Non ci sono relazioni tra i simboli perch ci sono i connettivi logici, ma al con trario noi possiamo utilizzare un segno di connessione perch tra i simboli sussis tono relazioni che dipendono esclusivamente dalla loro forma logica. Se sono le propriet interne delle proposizioni a generare ogni relazione possibile, si pu all ora affermare che con la proposizione sono gi date tutte le sue possibili relazio ni con altre proposizioni. "Se ci data una proposizione", scrive Wittgenstein, " ci sono gi dati con essa anche i risultati di tutte le operazioni di verit che la hanno a base" (5.442), e quindi nella proposizione sono gi "contenute" tutte le c ostanti logiche (5.47). Che i segni logici di connessione non aggiungano nulla a lle proposizioni su cui operano pu essere provato osservando che essi sono tutti interdefinibili, cio possono essere sostituiti gli uni con gli altri senza altera re il senso degli enunciati in cui compaiono (cfr. 5.41). Prendiamo ad esempio l e proposizioni: "p q" e "~ p v q" e costruiamo le loro tavole di verit: p q V F V F V V F F pq V V F V p q ~ p vq F V V V V V F F F V F V Pur contenendo connettivi diversi, queste due proposizioni possiedono gli stessi valori di verit (V-V-F-V), cio dicono esattamente la stessa cosa e perci hanno lo stesso senso. Da ci deduciamo che i connettivi logici non sono elementi costituti vi del senso delle proposizioni: se infatti essi determinassero in qualche modo il senso della proposizione, allora la presenza di connettivi diversi dovrebbe g enerare proposizioni di senso diverso, ci che invece abbiamo provato esser falso. Ci dimostra anche che i connettivi logici non possono essere considerati come el ementi denotanti, ovvero non possono essere equiparati a nomi che indicano ogget ti. Anche in questo caso, infatti, le loro diverse occorrenze dovrebbero determi nare una variazione di senso della proposizione, esattamente come accade con pro posizioni che contengono nomi diversi (proposizioni che contengono nomi diversi descrivono situazioni diverse). Lequivalenza di senso di "p q" e "~ p v q" smenti sce per tale ipotesi: a questi segni corriponde una stessa e medesima situazione. Alla stessa conclusione si pu giungere osservando che "p" ha un senso equivalent e a "~ ~ p" (5.43): se il segno di negazione denotasse un oggetto, allora la sit uazione descritta da "~ ~ p" dovrebbe essere diversa da

quella descritta da "p", perch conterrebbe due oggetti in pi rispetto al fatto p. Ma il senso di "~ ~ p" esattamente identico al senso di "p" (due negazioni si an nullano). Che i segni di connessione non abbiano la funzione denotante propria d ei nomi rimanda direttamente al tema dellirrappresentabilit della forma logica. Se un segno logico denotasse un "oggetto logico", allora potremmo considerare una combinazione di questi segni (cio una proposizione logica) alla stregua di una ra ffigurazione. La forma logica delle proposizioni, in questo modo, sarebbe consid erata come un fatto e perci esisterebbe una classe particolare di proposizioni in grado di raffigurare le propriet formali del linguaggio. Ma secondo Wittgenstein i segni logici non denotano affatto "oggetti logici", n le proposizioni logiche hanno la funzione di raffigurare presunti "fatti logici" (4.41, 5.4). La logica, abbiamo detto nella Scheda 7, una scienza senza oggetto: essa non tratta di una classe "speciale" di cose o di fatti perch "oggetti logici" e "fatti logici" non esistono. La forma logica pu solo mostrarsi, nessuna proposizione pu tentare di r affigurarla. Ne consegue che "tutte le proposizioni della logica dicon lo stesso . Ossia, nulla" (5.43). Il mio pensiero fondamentale" dichiarava Wittgenstein ne lla 4.0312, " che le costanti logiche [i connettivi proposizionali] non siano rappr esentanti. Che la logica dei fatti non possa aver rappresentanti" (4.0312). In c onseguenza del fatto che le "costanti logiche" non sono costituenti del senso, W ittgenstein ritiene che esse debbano essere considerate come "tratti accidentali " del simbolismo (e come tali, per il principio di economia di Ockham, eliminabi li da esso, cfr. 3.328). I segni di connessione non sono dunque i "segni primiti vi" della logica (5.42), ma anzi qualcosa di superfluo. In una notazione adeguat a, noi possiamo esprimere in modo compiuto il senso delle proposizioni per mezzo delle tavole di verit mettendo completamente da parte i connettivi. Quel che Wit tgenstein intende dire che un segno come: p V F V F q V V F F V V F V che in forma pi sintetica pu essere scritto: "V-V-F-V (p, q)", sufficiente ad espr imere il senso della proposizione "p q" e di tutte le proposizioni ad essa equiv alenti. Il vantaggio di questo tipo di notazione risiede nel fatto che risulta i mmediatamente visibile che proposizioni apparentemente diverse per la presenza d i differenti connettivi (come appunto "p q" e "~ p v q") sono in realt lo stesso segno. La notazione scelta da Wittgenstein, insomma, ha il vantaggio di esibire con chiarezza la forma reale della proposizione (cio i suoi tratti essenziali), l a quale risulta invece celata al di sotto di una forma apparente nella notazione in cui vengono utilizzati i segni di connessione (cfr. 4.0031). Al di l delle lo ro caratteristiche superficiali e accidentali, "p q" e "~ p v q" sono la stessa funzione di verit, cio quella proposizione che vera se "p" e "q" sono entrambe ver e, o se "p" falsa e "q" vera, o se sia "p" che "q" sono false; e che falsa se "p " vera" e "q" falsa. Ci che la presenza dei connettivi rendeva difficile da veder e, invece esibito con assoluta evidenza dalla tavola di verit. Anche se i segni d i connessione sono elementi accidentali del simbolismo, possiamo tuttavia scegli ere di servirci di essi per "dar rilievo" (5.21) alle relazioni interne tra le p roposizioni. Un connettivo logico, in questo senso, da considerarsi semplicement e come un segno di operazione, cio come uno strumento per rivelare lesistenza di u n nesso formale tra i simboli. Le relazioni, sottolinea Wittgenstein nella 5.231 , dipendono soltanto dalle propriet formali dei simboli. Che siamo noi a stabilir e relazioni tra proposizioni (per mezzo delle operazioni logiche) del tutto tras curabile: "quelle relazioni sono interne e occorrono immediatamente quando e in quanto sussistono quelle proposizioni" (5.131). Loperazione logica quindi semplic emente "lespressione duna relazione tra le strutture del suo risultato e delle sue basi" (5.22, corsivo mio): come si diceva, essa non vale a "creare" un nesso lo gico tra proposizioni, ma lo rivela soltanto. Loperazione "ci che deve farsi con lu na proposizione per far da essa laltra" (5.23). La negazione, la disgiunzione, la

congiunzione, etc., sono operazioni logiche (5.2341). Le proposizioni cui appli chiamo unoperazione sono dette basi delloperazione (5.21), mentre la proposizione che otteniamo il risultato o prodotto delloperazione. Prendiamo ad esempio la tav ola di verit della proposizione "p v q":

p V F V F q V V F F p vq V V V F Per quanto il segno "V-V-V-F (p, q)" esprima in modo compiuto il senso di questa proposizione, noi possiamo mettere in risalto la relazione interna sussistente tra i simboli rappresentando "p v q" come il risultato delloperazione di disgiunz ione applicata alle proposizioni "p" e "q" (le basi delloperazione). La differenz a tra unoperazione logica ed unoperazione matematica che unoperazione matematica si applica a numeri, mentre unoperazione logica si applica alle "V" ed alle "F" che compaiono nelle sequenze dei valori di verit delle proposizioni assunte come bas i e genera come risultato ancora delle "V" e delle "F". Il calcolo logico consis te insomma nel produrre una "V" o una "F" da ogni coppia di valori che compare n elle prime due colonne della tavola. Nel nostro caso, loperazione di disgiunzione applicata alla coppia "V-V" produce come risultato una V, e produce ancora una V se applicata alle coppie di valori "F-V" e "V-F"; mentre applicando questa ope razione alla coppia "F-F" si ottiene come risultato una F. Si cos ricavata la nuo va sequenza di valori di verit: "V-V-V-F", cio si generata una nuova proposizione intervenendo sulle sequenze di valori di due proposizioni elementari. Lo stesso pu naturalmente ripetersi per tutte le altre operazioni logiche di cui abbiamo pa rlato nella Scheda 11: ognuna di esse esprime una regola differente per produrre nuove combinazioni di V e di F partendo da una sequenza di valori di verit assun ti come basi delloperazione. Ad esempio, applicando loperazione della congiunzione alle proposizioni "p" e "q" produciamo una V in corrispondenza della coppia "VV", mentre produciamo una F in tutti gli altri casi. Per mezzo del calcolo logic o, ovvero mostrando in che modo ogni proposizione pu generarsi da proposizioni el ementari per mezzo delle operazioni logiche, noi rendiamo visibile il rapporto f unzionale di dipendenza del senso della proposizione complessa (il prodotto dello perazione) dal senso delle proposizioni elementari di cui essa composta (cio dall e basi da cui essa deriva per mezzo delloperazione). Ogni proposizione, pertanto, si conferma come "lespressione delle sue condizioni di verit" (4.431), cio come fu nzione di verit di proposizioni elementari (5). C unultima osservazione da fare. Fin ora abbiamo dato per scontato che le operazioni siano molteplici, cio che il loro numero corrisponda al numero dei connettivi che troviamo nello schema della 5.1 01. Immaginiamo adesso di ridurre la molteplicit delle operazioni ad ununica opera zione fondamentale. Il compito tuttaltro che irrealizzabile dato che i connettivi , come s detto, sono tutti interdefinibili. "Il numero delle operazioni fondamenta li necessarie", scrive Wittgenstein, "dipende solo dalla nostra notazione" (5.47 4). Quali risultati conseguirebbero da questa semplificazione? Risolvendo la mol teplicit delle operazioni, noi avremmo a disposizione un procedimento unitario pe r produrre tutte le funzioni di verit. Ma il tratto essenziale che accomuna ogni proposizione appunto il fatto di risultare da operazioni di verit. Se perci noi tr ovassimo ununica operazione di verit alla quale tutte le altre sono riducibili, no i avremmo individuato lessenza ultima della proposizione, ci che Wittgenstein chia ma la "forma proposizionale generale". La forma proposizionale generale costitui sce lunico segno primitivo (5.472) e lunica costante della logica (5.472). Si comp rende a questo punto meglio la ragione per la quale Wittgenstein nega ai connett ivi lattributo di "costanti logiche": lelemento costante che caratterizza gli enun ciati non coincide con alcuno dei segni che in essi possono occorrere, bens si id entifica con la forma generale della combinazione dei segni (cfr. 5.46). Ovvero, lunica costante logica loperazione fondamentale che consente di derivare ogni pro posizione dalle proposizioni elementari. Trovare tale operazione logica fondamen tale e dimostrare come ogni proposizione risulti dallapplicazione successiva di q uesta alle proposizioni elementari diventa a questo punto lobiettivo principale d i Wittgenstein. Una volta fatto ci, il Tractatus potr finalmente approdare alla de finizione della forma proposizionale generale, il che avverr nella proposizione 6 dellopera.

Note al Tractatus LA FORMA GENERALE DELLA PROPOSIZIONE (II). LAUTONOMIA DELLA LOGICA E LA GENESI DE L NONSENSO. (5.47 5.4733) 5.47. Cfr. 4.5: "Che vi sia una forma proposizionale generale dimostrato dal non potervi essere alcuna proposizione, la cui forma non si sarebbe potuto preveder e (vale a dire, costruire)". Perci tale forma pu essere indicata a priori una volt a per tutte (cfr. 6.1251: nella logica non vi sono mai sorprese). I segni di ope razione non aggiungono nulla che non sia gi contenuto nella proposizione. Ad esem pio, la proposizione "Socrate un uomo" (in simboli: "fa") dice lo stesso che "Es iste almeno un x tale che x un uomo e x = Socrate" (in simboli: "($ x) . fx . x = a"), espressione che contiene tre operatori logici (quantificatore esistenzial e, segno di congiunzione e segno di uguaglianza). Lunica costante logica la forma generale della combinazione dei segni (5.46), ovvero la forma proposizionale ge nerale, ci che tutte le proposizioni hanno in comune. 5.4711. Poich linguaggio e r ealt condividono una stessa forma (cfr. 2.18), chiarire lessenza della proposizion e equivale a chiarire lessenza del mondo. Nei Quaderni troviamo scritto: "S, il mi o lavoro s esteso dai fondamenti della logica allessenza del mondo" (Q. 181). Lident it di forma tra linguaggio e realt consente dunque a Wittgenstein di sviluppare la sua indagine sia sul piano logico-linguistico che su quello ontologico. 5.473. "La logica si cura di se stessa; noi dobbiamo soltanto stare a guardare come ess a fa ci" (Q. 96). Le leggi della logica non derivano la loro legittimit da altre l eggi (cfr. 6.123), ma valgono incondizionatamente, cio a priori. Se non c modo di g iustificare i principi logici, allora in logica dobbiamo semplicemente prendere atto di quei principi (ecco perch la logica "si cura di se stessa" o "basta a se stessa"). In questo senso, quanto possibile compiere in logica anche lecito. Ad esempio, se possibile legare mediante la copula i simboli "x" ed "y" per formare lenunciato "x y", ci deve anche essere lecito. In questa prospettiva si pu afferma re che non si pu sbagliare in logica: non vi sono infatti combinazioni illecite d i simboli perch noi non possiamo pensare illogicamente (3.03, 5.4731). Come pu sor gere, allora, lerrore? Per il fatto che spetta a noi assegnare un significato ad "x" e ad "y" (cfr. 3.11, 3.13). Interpretando "x" come "Socrate" e "y" come "ate niese" otteniamo una proposizione perfettamente sensata ("Socrate ateniese"). Ma se ad "y" assegnamo il significato "identico" otteniamo un nonsenso ("Socrate i dentico"). Lerrore sorge non perch "x y" sia un simbolo illecito, ma perch "noi non abbiamo operato una qualche determinazione arbitraria". "Se accade che una data combinazione di segni non abbia senso, questo non dipender da qualcosa di illegi ttimo nel segno stesso, ma dal fatto che non siamo riusciti a stabilire una conn essione fra esso e la realt, non abbiamo fatto di esso un simbolo" (Kenny 85). 5. 4731. La natura a priori dei principi della logica non dipende dal fatto che ess i siano evidenti, bens dal fatto che non si pu pensare illogicamente (3.03). Pensa re in modo illogico significa assumere un punto di vista alternativo, esterno al la logica. Ma v solo una logica (cfr. 6.123) e non possibile metterla fuori gioco sottraendosi alle sue leggi. 5.4732. Non possiamo assegnare un senso sbagliato a d un segno proposizionale semplicemente perch non dipende da noi (ma dalle propri et logiche di quel segno, cio da qualcosa che nulla ha a che fare con le nostre sc elte) che una certa proposizione abbia un determinato senso. Possiamo per far s ch e una certa combinazione di segni non esprima alcun senso: ci accade, come rivela lesempio della 5.473, quando non diamo alcun significato ad una parte dellenuncia to. 5.47321. Segni inutili non hanno alcuna funzione e possono essere eliminati dal simbolismo. Wittgenstein applica il principio di economia di Ockham, v. 3.32 8. 5.4733. Ogni possibile proposizione formata legittimamente perch si pu parlare di proposizione solo nel caso in cui una combinazione di segni obbedisca alle rego le logiche. In quanto strutturata logicamente, una proposizione esprime un senso , ovvero raffigura una situazione possibile. Se ci non accade solo perch noi non a bbiamo stabilito un rapporto tra i segni che compaiono nella proposizione e la r ealt (anche se crediamo di averlo fatto). In "Socrate identico", ad esempio, null a corrisponde nella realt al termine identico. Nel nostro linguaggio non esiste alc una convenzione che permetta di attribuire un significato a identico come aggettiv

o, mentre esiste una

convenzione per la quale identico pu intervenire come segno di uguaglianza. Questo termine pu pertanto occorrere in enunciati del tipo "X identico ad y", ma non in enunciati del tipo "X identico". In questi due enunciati il segno utilizzato lo stesso, ma la funzione simbolica differente (cfr. la distinzione tra segno e sim bolo, 3.32 e seguenti). LA NEGAZIONE CONGIUNTA (5.474 5.511) 5.474. Dato che i connettivi sono tutti interdefinibili, il loro numero question e di scelta arbitraria. Si tratta semplicemente di decidere quale forma intendia mo attribuire al sistema di segni (5.475). Potremmo ad esempio costruire il nost ro sistema di logica utilizzando, al posto della molteplicit di connettivi che co mpaiono nello schema della 5.101, soltanto il segno della negazione congiunta (5 .5). Ci che non arbitrario nella logica il fatto che "se abbiamo determinato arbi trariamente qualcosa, qualcosaltro deve accadere" (3.342). Pur potendo scegliere a nostro arbitrio la forma di notazione con cui esprimere le relazioni logiche, infatti, queste ultime rimangono nella loro essenza inalterabili e costanti. 5.4 76. Quando stabiliamo il numero delle operazioni necessarie a costruire il siste ma della logica, noi non troviamo i "concetti primitivi" della logica, n indichia mo "principi primi" dotati di una superiore evidenza (cfr. 5.4731). Wittgenstein ribadisce che la logica non tratta di cose, n ha il compito di rivelare struttur e precostituite appartenenti ad un livello di essenze platoniche. Determinando l e dimensioni del nostro sistema di segni (5.475), noi non facciamo altro che espri mere le regole che devono guidare la corretta combinazione dei segni. Ad esempio , decidendo di esprimere le relazioni tra i simboli per mezzo dellunico connettiv o della negazione congiunta, noi forniamo semplicemente una regola di sintassi c he ci consente di costruire ogni possibile relazione tra i segni. 5.5. Wittgenst ein sceglie di servirsi della negazione congiunta ("n p n q", in simboli: "p / q") quale operazione fondamentale che consente di generare ogni proposizione. Wittg enstein presenta la seguente formula: (-----V) (x ,....) Essa va interpretata cos: la prima coppia di parentesi contiene una sequenza di v alori di verit (gli spazi vuoti stanno al posto delle "F", cfr. 4.442); la second a coppia di parentesi contiene un numero indeterminato di proposizioni (la "x " una variabile proposizionale). La lunghezza della sequenza di "V" e di "F" nella prima coppia di parentesi dipende dal numero di proposizioni contenute nella se conda coppia (nel caso si tratti di due proposizioni "p" e "q", tale sequenza sa rebbe: "F-F-F-V", corrispondente appunto alla negazione congiunta di "p" e di "q "). La formula esprime dunque la negazione di tutte le proposizioni contenute ne lla parentesi di destra. Ogni funzione di verit, come mostreremo nella scheda 15, risulta dallapplicazione successiva di questa operazione a proposizioni elementa ri. 5.502. Possiamo esprimere sinteticamente la formula presentata nella 5.5 in questo modo: al posto di "(-----V)" scriviamo semplicemente "N", vale a dire il segno della negazione congiunta; al posto di "(x ,....)" scriviamo invece " ". I l segno " x " una variabile i cui valori sono proposizioni; aggiungendo la barre tta (" "), Wittgenstein indica che tutti i valori di x "vanno considerati congiu ntamente" (Black 270). La formula: "N( )" indica allora loperazione della negazione applicata congiuntamente a tutti i valo ri di x , o pi semplicemente: loperazione della negazione congiunta applicata ad u na classe qualsiasi di proposizioni. 5.51. Se la variabile "x " ha un solo valor e (cio se ad essa corrisponde solo una proposizione "p"), allora la formula "N( ) " indica la negazione congiunta di "p", cio "p / p" ("n p n p", equivalente a "nonp"). Se la

variabile "x " ha due valori (se ad essa corrispondono due proposizioni "p" e "q "), allora la formula "N( )" indica la negazione congiunta di "p" e "q", ovvero "p / q" ("n p n q", equivalente a "non-p e non-q"). 5.511. La logica il grande spe cchio del mondo. Le operazioni logiche fan parte degli strumenti formali ("uncin i" e "manipolazioni") per mezzo dei quali la logica conferisce al linguaggio la propriet di descrivere la realt. A rigore, la metafora dello specchio dovrebbe val ere solo per il linguaggio e non per la logica: solo alle proposizioni del lingu aggio, infatti, compete la funzione raffigurativa, mentre la logica non dice alc unch sulla realt. Ma se Wittgenstein, da un lato, ritiene che le proposizioni dell a logica, in quanto tautologie, "dicono nulla" (6.11), dallaltro crede che le pro posizioni logiche mostrino le propriet interne del linguaggio e del mondo (6.12). Nel primo senso, la logica non uno specchio, ma la condizione che consente al l inguaggio di funzionare come specchio; nel secondo senso, la logica diventa inve ce lo specchio di ci che v di pi essenziale (la forma logica), e le proposizioni log iche possono perci considerarsi "unimmagine speculare del mondo" (6.13).

Scheda 15: La negazione congiunta come operazione logica fondamentale. "Il numero delle operazioni fondamentali necessarie dipende solo dalla nostra no tazione", scrive Wittgenstein nella 5.474. Spetta dunque a noi stabilire di quan ti segni di operazione dovremo servirci per costruire la rete di rapporti che ca ratterizzano il sistema della logica formale (si ricordi a tal proposito che lo "spazio logico" pu essere appunto definito un reticolo di connessioni formali). S eguendo la lezione dei Principia Mathematica, Wittgenstein aveva affermato nella 3.441 che tutte le funzioni di verit possono essere sostituite dalla notazione " ~ p" ("non p") e "p v q" ("p o q"). Nella scheda 13 abbiamo dato un esempio di t ale procedura sostituendo il segno di implicazione " " con i connettivi "~ " e "v " e mostrando che la proposizione: "p q" ha un senso equivalente a "~ p v q" (VV -F-V). Come dimostr il logico Henry M. Sheffer (di cui Wittgenstein conosceva il lavoro), per possibile effettuare unulteriore riduzione dei segni di operazione de finendo anche il segno di negazione e quello di disgiunzione mediante un unico c onnettivo. Tutte le funzioni di verit possono dunque essere costruite utilizzando soltanto loperazione della negazione congiunta, o "funzione tratto" (il nome der iva dal simbolo " / ", che come sappiamo significa "n...n"). Ad esempio, la negazi one "~ p" pu essere scritta nella forma: "p / p" ("n p n p"). Come mostra la seguen te tavola, infatti, i valori di verit di "p / p" sono identici a quelli di "~ p" (cio F-V-F-V): p V F V F p p/p V F F V V F F V La stessa cosa pu ripetersi per la proposizione elementare "~ q", i cui valori (F -F-V-V) sono gli stessi della proposizione "q / q" ("n q n q"): q V V F F q V V F F q/q F F V V La disgiunzione "p v q" (V-V-V-F) pu essere invece scritta nella forma "(p / q) / (p / q)" (in parole: "n (n p n q) n (n p n q)"). Come mostra la seguente tavola, infa tti, i valori di verit di queste espressioni coincidono: p/q p/q (p / q) / (p / q)

F F F V F F F V V V V F La congiunzione "p . q" (i cui valori di verit sono: V-F-F-F) pu a sua volta esser scritta nella forma: "(p / p) / ( q / q)", cio "n (n p n p) n (n q n q)": p/p F V F V q/q F F V V (p / p) / (q / q) V F F F Limplicazione "p q" (V-V-F-V), tradotta in una notazione che fa uso del solo oper atore della negazione congiunta, corrisponde invece a: "[(p / p) / q] / [(p / p) / q]: p/p F V F V q V V F F (p / p) / q F F V F [(p / p) / q] / [(p / p) / q] V V F V Effettuando questa riduzione dei connettivi, Wittgenstein non ottiene soltanto u na semplificazione del simbolismo eliminando da esso gli elementi accidentali e superflui (le pseudo-costanti logiche di Russell). Riducendo la variet dei segni di connessione ad uno solo, egli mostra che lessenza delloperazione unica. Per mez zo di unoperazione, vale a dire, noi facciamo sempre una stessa e identica cosa: produciamo delle V e delle F dalla combinazione di altre V e altre F appartenent i alle sequenze delle proposizioni che fan da base alloperazione. Loperazione cons iste proprio in unazione compiuta su un segno proposizionale per ricavare da esso un altro segno proposizionale (5.23). La funzione tratto, dice Wittgenstein, de vessere quindi considerata come un "mero strumento meccanico per costruire tutti i simboli possibili [di funzioni di verit]" (NL 213). Scoprendo che tutte le prop osizioni possono essere generate facendo intervenire un unico schema di modifica dei valori di verit di proposizioni elementari noi abbiamo anche compiuto un pas so decisivo in direzione della "forma generale" della proposizione. Come abbiamo anticipato nella Scheda 14, infatti, lunico elemento costante della proposizione la forma generale della combinazione dei segni. Ovvero: lessenza della proposizi one consiste

semplicemente nella regola fondamentale che consente di costruire ogni segno pro posizionale, ovvero ogni funzione di verit, a partire dalle proposizioni assunte come basi. Questa regola, come s visto, appunto espressa dalloperazione della negaz ione congiunta. Potremmo esemplificare ci che intende Wittgenstein sostituendo i valori di verit di "p" e "q" con palline bianche (Verit) e nere (Falsit): Come sappiamo, date due proposizioni elementari "p" e "q" esistono in tutto sedi ci possibili funzioni di verit (cfr. lo schema della 5.101). Devono quindi esiste re sedici possibili combinazioni di palline bianche e nere, inclusi i casi-limite della tautologia e della contraddizione (rappresentati dalle sequenze in cui le palline risultano tutte bianche o tutte nere). Il nostro compito consiste adesso nel trovare una regola per produrre tutte queste combinazioni agendo sui colori d ello schema di partenza (facendo delle due sequenze illustrate le basi di unopera zione). Adotteremo a questo scopo la seguente regola: da una singola sequenza di colori pu esserne ricavata una nuova disegnando un pallino bianco ove sia un pal lino nero, e disegnandone uno nero ove sia un pallino bianco; da due sequenze di colori combinate insieme pu esserne ricavata una nuova disegnando un pallino bia nco quando ve ne sono due neri, ed uno nero in tutti gli altri casi. La regola che abbiamo enunciato corrisponde ione congiunta: essa, applicata ad una sola le V con le F e viceversa; ed applicata oni elementari) produce una verit nel caso sit in esattamente alloperazione della negaz sequenza di valori di verit, inverte a due sequenze di valori (cio a due proposizi nella tavola compaiano due F, ed una fal

tutti gli altri casi. In questo modo abbiamo appena costruito (procedendo da sin istra verso destra) "~ p" (nerobianco-nero-bianco, cio: F-V-F-V), "~ q" (nero-ner o-bianco-bianco, cio: F-F-V-V) e "p / q" (nero-nero-nerobianco, cio: F-F-F-V). App licando questo schema di calcolo possibile generare tutte le possibili combinazi oni di palline bianche e nere. Prendiamo ad esempio la sequenza: "nero-nero-nero -bianco" (cio F-F-F-V, corrispondente a "p / q"), ottenuta applicando la nostra o perazione alle due combinazioni di colori iniziali (tavola di destra). Scrivendo due volte tale sequenza (cio trasformando queste combinazioni in basi per una su ccessiva operazione) ed applicando la nostra regola di trasformazione otterremo una nuova combinazione di palline bianche e nere, ovvero: La nuova sequenza "bianco-bianco-bianco-nero" corrisponde ai valori di verit dell a disgiunzione "p v q" (appunto: V-V-V-F). Come abbiamo mostrato pocanzi, infatti , i valori di verit della disgiunzione "p v q" possono essere ricavati applicando loperazione " / " alla negazione congiunta di p e q (cio per mezzo delloperazione "(p / q) / (p / q)"). A questo punto si potrebbe ricavare una nuova combinazione di palline bianche e nere prendendo la sequenza di "~ p" (nero-bianco-nero-bian co), quella di "~ q" (nero-nero-bianco-bianco), ed applicando congiuntamente ad esse la nostra "regola di calcolo dei colori". Ne verrebbe fuori la combinazione : "bianco-nero-nero-nero", corrispondente ai valori di verit di "p . q" (V-F-F-F) . E via di seguito, fino a coprire ognuna delle sedici possibilit previste dal calc olo combinatorio. Da questi esempi risulta chiaro che ogni possibile sequenza il risultato di ununico schema di modifica applicato alle combinazioni iniziali. Ed appunto questo il fondamento comune a tutte le sequenze di palline: ognuna di e sse viene generata per mezzo di una stessa regola di combinazione dei colori. Se perci dovessimo dire in che consiste lessenza di ogni combinazione, dovremmo semp licemente guardare a tale regola. La "forma generale" della sequenza di palline potrebbe allora essere espressa cos: "Date due combinazioni iniziali di palline, applicando a queste loperazione fondamentale si ottengono come risultato altre se quenze, ed applicando nuovamente loperazione fondamentale ai prodotti cos ottenuti si ricavano tutte le altre sequenze possibili".

Conveniamo di indicare con il simbolo "N" loperazione fondamentale di combinazion e dei colori. La forma generale della sequenza di palline, allora, dice semplice mente che ogni sequenza il risultato dellapplicazione successiva delloperazione N alle sequenze elementari (cfr. 6.001). Come vedremo tra breve, la formula che es prime la forma generale della proposizione, ovvero: , , N( ) dice esattamente la stessa cosa.

Note al Tractatus LA FORMA GENERALE DELLA PROPOSIZIONE (III) (6 6.001) 6. Per linterpretazione della formula [ , , N( ) ] v. Scheda 17. 6.001. Cfr. 5.5, 5.502. Ogni funzione di verit prodotta applicando ripetutamente loperazione della negazione congiunta alle proposizioni elementari

Note al Tractatus ESPRESSIONI DI CREDENZA (5.54 5.5421) 5.54. Per il principio di estensionalit, una proposizione pu comparire in unaltra s olo come base per unoperazione di verit, cio come argomento di verit (5.01). Questo lunico modo in cui una proposizione pu "essere contenuta" in unaltra. Se tentassimo di costruire proposizioni del tipo "Lenunciato Il gatto sul tappeto dice che il ga tto sul tappeto" produrremmo solo un nonsenso: in essa, infatti, Il gatto sul tap peto non figura quale argomento di verit (la proposizione citata non dunque una fu nzione di verit, cfr. lesempio discusso nella Scheda 12). Il principio di estensio nalit, insomma, vieta al linguaggio di parlare di se stesso (sullimpossibilit di co struire una funzione che sia suo proprio argomento v. 3.32 e 3.33). 5.541. In en unciati che esprimono credenza, giudizio, etc., sembra tuttavia che una proposiz ione possa comparire in unaltra altrimenti che come argomento di verit. Lenunciato "A crede che p" non una funzione di verit di p, in quanto la sua verit non dipende dal valore di verit di p. Pu sembrare che lenunciato in questione asserisca che la proposizione p stia in una qualche relazione con A, ma per Wittgenstein le cose non stanno cos. Devessere allora possibile analizzare lenunciato "A crede che p" i n modo da non violare il principio di estensionalit: ci che Wittgenstein compie ne lla 5.542. Da ci risulter che non affatto in questione una relazione tra la propos izione p ed il soggetto A che la asserisce, come superficialmente potrebbe appar ire (riferimento polemico alle teorie gnoseologiche di Moore e Russell). 5.542. Analizzando correttamente enunciati come "A crede che p" si ottiene il risultato di eliminare ogni riferimento al soggetto A. Infatti, la forma reale di questo enunciato : "p dice che p". Poniamo che "p" significhi: "Lerba verde"; pensare (gi udicare, credere, etc.) che lerba sia verde significa che "levento mentale che cor risponde a quel particolare pensiero deve essere altrettanto articolato della pr oposizione [che esprime quel pensiero]" (Kenny, 123). In altri termini, data lide ntit pensiero-proposizione (4), pensare una situazione (ovvero, credere o giudica re che essa sussista) equivale a formarsene unimmagine articolata, il che equival e a sua volta ad esprimere quel fatto per mezzo di un enunciato dotato della med esima complessit del fatto raffigurato. "A crede che lerba verde" va dunque letto come "Lerba verde dice che lerba verde". Questo risolve il problema posto nella 5. 541: lenunciato "A crede che p" pareva infatti implicare che una proposizione p p u comparire in unaltra proposizione non come argomento di verit (il che violerebbe il principio di estensionalit) bens nel senso di una relazione (non verofunzionale ) di p ad A. Ma lanalisi ci mostra che in "A crede che p" non affatto asserita la relazione di p con A, bens la nota coordinazione tra gli elementi della proposiz ione e gli elementi del fatto. In realt, "p dice che p deve essere una pseudoprop osizione, poich una proposizione mostra il suo senso e non pu dire di possederlo ( 4.022). Cos anche le proposizioni che esprimono credenze devono essere pseudoprop osizioni" (Kenny 123). 5.5421. Secondo lanalisi condotta nella 5.542, dal momento che la proposizione "A crede che p" significa "p dice che p", il soggetto della prima proposizione scompare e viene sostituito dalla proposizione p. Se intendi amo il soggetto A come lio o anima, ne risulta che esso dovrebbe essere unentit com plessa al pari dellenunciato p. Ma unanima composta, nota Wittgenstein, unassurdit. Il solo e unico risultato dellanalisi allora la scomparsa del soggetto A. Questa osservazione prelude allapprofondimento della questione del soggetto contenuta ne lla 5.631 e seguenti. Il soggetto non appartiene al mondo, ma un limite di esso (5.632); il soggetto che pensa ed immagina, dunque, non v (5.631). In questo senso lanalisi delle espressioni di credenza, mostrando che il riferimento al soggetto caratterizza solo la forma apparente della proposizione, introduce per la prima volta nel Tractatus il tema delleclissarsi del soggetto dallorizzonte della filos ofia. LA FORMA DELLA PROPOSIZIONE ELEMENTARE LOGICA E APPLICAZIONE DELLA LOGICA

(5.55 5.557) 5.55. Quante e quali forme possono assumere le proposizioni elementari? Wittgens tein ritiene che questa domanda non possa avere risposta. Nella presente sezione , Wittgenstein "cerca di distinguere ci che la logica determina a priori (per ese mpio, che devesserci un mondo di cui facciamo esperienza, 5.552, e che devono ess erci proposizioni elementari, 5.5562) da ci che pu essere determinato soltanto con listituzione del linguaggio: quali proposizioni elementari vi siano (5.557), qua li siano i nomi che vi compaiono (5.55), che cosa sia empiricamente reale (5.556 1)" (Marconi, 1997, 55). Come non possibile indicare a priori il numero dei nomi , cos non nemmeno possibile indicare le forme possibili delle proposizioni elemen tari (che appunto di nomi si compongono). E lapplicazione della logica, cio la conc reta prassi linguistica, a dirci quali proposizioni elementari vi siano (5.557). 5.551. Ogni problema logico deve poter essere risolto a priori, cio indipendente mente dallosservazione empirica dei fatti. Da ci risulta che il problema delle for me della proposizione elementare non un problema logico: la sua soluzione implic a infatti la considerazione dellimpiego delle leggi logiche, ovvero richiede prop rio quel confronto con i fatti che i problemi di natura logica escludono. 5.552. Cfr. 6.1222: le proposizioni della logica non possono essere confermate n infirm ate dallesperienza. La logica precede ogni esperienza che ha per oggetto lordine c ontingente dei fatti. Lambito del contingente indicato da Wittgenstein con le esp ressioni "essere cos" e "Come [le cose stanno]": dunque la logica prima di "ogni esperienza che qualcosa cos" ed prima del "come". Ma con la logica deve necessari amente essere "dato" un mondo. Le proposizioni logiche, infatti, "descrivono larm atura del mondo, o, piuttosto, la rappresentano" (6.124). Lunica esperienza conne ssa alla logica dunque quella del "Che cosa", espressione che in Wittgenstein si gnifica "lesserci", lesistere delle cose, ovvero del mondo. Per quanto essenziale per la comprensione della logica, tuttavia lesperienza dellesistenza del mondo non unesperienza perch non potrebbe essere comunicata da alcuna proposizione sensata. Ogni proposizione dotata di senso pu infatti essere vera o falsa, ma la negativa dellenunciato: "Il mondo esiste" inconcepibile (cfr. Scheda 9: se di una proposi zione non pu essere "immaginato il contrario", allora abbiamo a che fare con un n onsenso). La distinzione tra "come il mondo " e "che esso " torner nella 6.44 in re lazione al problema del "Mistico". 5.5521. Se la logica non determinasse a prior i le condizioni di possibilit dei fatti e della loro raffigurazione da parte del linguaggio, non sarebbe nemmeno concepibile lapplicazione della logica. Non vi pu essere un mondo senza logica, n una logica senza un mondo ad essa correlato. Se d ichiarassimo che logica e mondo sono indipendenti, rimarrebbe comunque aperto il problema di rintracciare le leggi logiche che governano questo mondo, che di fa tto esiste. 5.555. Noi sappiamo, anche se non possiamo stabilire a priori la lor o forma, che devono esservi proposizioni elementari e che esse sono concatenazio ni di nomi. Questa unesigenza logica (5.5562): se la proposizione unimmagine, allo ra deve essere possibile analizzarla fino ai suoi elementi costitutivi semplici (appunto le proposizioni elementari, le quali stanno in diretto rapporto raffigu rativo con gli stati di cose, ed i nomi di cui essa composta). Ma la logica non si occupa delle forme che si possono inventare o costruire: essa riguarda solo l e condizioni a priori che consentono la costruzione delle forme. 5.556. Non pu st abilirsi una tipologia (gerarchia) delle proposizioni elementari. Mentre possibi le stabilire a priori la forma generale della proposizione, ci non pu essere reali zzato con le proposizioni elementari: il loro numero dipende dallapplicazione del la logica. Se dunque impossibile fornire a priori un elenco delle proposizioni e lementari, "volerle indicare non pu non condurre a un evidente nonsenso" (5.571). 5.5561. Dato che gli oggetti sono la sostanza del mondo (2.021), essi delimitan o la totalit di ci che esiste (la realt empirica consiste nelle combinazioni degli oggetti in stati di cose e nulla di pi). La limitazione della realt empirica (cio i suoi contorni) si mostra nuovamente nelle proposizioni elementari, che descrivo no le combinazioni degli oggetti: lindicazione di tutte le proposizioni elementar i vere descrive il mondo completamente (4.26). 5.5562. Per spiegare il fatto che noi comprendiamo le proposizioni del linguaggio dobbiamo postulare come una nec essit logica che lanalisi delle proposizioni debba arrestarsi a proposizioni non u

lteriormente scomponibili (cio a proposizioni elementari). Cfr. 4.411 e 4.221.

5.5563. Su questa asserzione e sul contrasto con la 3.325, v. Scheda 6. "Wittgen stein non tentava, come sugger erroneamente Russell nella sua introduzione [al Tr actatus], di tracciare i lineamenti di un linguaggio ideale, ma sosteneva di son dare le radici del linguaggio che noi usiamo di fatto" (Ayer 32). Tutte le propo sizioni del nostro linguaggio hanno un senso determinato (sono "ordinate logicam ente"). Un linguaggio "illogico" infatti inconcepibile (3.03). Nei Quaderni trov iamo: "Ma questo pur chiaro: le proposizioni che lumanit usa esclusivamente avrann o un senso cos come sono e non aspettano una analisi futura per acquistare un sen so" (Q. 160). Il compito che si prefigge Wittgenstein sembra dunque essere non l a sostituzione del linguaggio comune con un linguaggio artificiale, bens solo la chiarificazione di quelle "tacite" ed "enormemente complicate" intese che caratt erizzano il linguaggio comune (4.002). 5.557. La logica non pu descrivere a prior i quanto dipende dalla pratica linguistica. Ovvero: il numero e le forme delle p roposizioni elementari possono essere descritte solo "scendendo" al livello del concreto impiego del linguaggio. Bisogna dunque tener separati lambito della logi ca e quello delle sua applicazione. Ma nemmeno si pu dire che i due livelli possa no collidere o sovrapporsi: la costruzione di forme proposizionali da parte di c hi si serve del linguaggio dovr pur sempre risultare conforme alle leggi a priori della logica. La logica semplicemente "in contatto" con la propria applicazione . I LIMITI DEL LINGUAGGIO, IL SOLIPSISMO, IL SOGGETTO (5.6 5.641) 5.6. Il linguaggio ha la funzione di rappresentare il mondo come totalit dei fatt i (1.1) e tutti i fatti di cui si compone il mondo sono suscettibili di raffigur azione per mezzo del linguaggio. Nientaltro pu trovare posto nel linguaggio, ovver o pu essere espresso per mezzo di esso. Mondo e linguaggio sono dunque coestesi: i limiti del linguaggio sono anche i limiti del mondo. Nella Prefazione, Wittgen stein si proponeva di trovare i limiti del linguaggio (e dunque anche del mondo) procedendo dallinterno di esso, cio senza pretendere di descrivere ci che a quei l imiti si sottrae. Il risultato pi notevole di questa indagine stata la scoperta c he le condizioni di senso del linguaggio (la sua forma logica) devono trovarsi f uori della sfera del dicibile. Wittgenstein si appresta adesso a mettere fuorigi oco anche il soggetto trascendentale, che costituisce la condizione del processo raffigurativo. Esso infatti non appartiene al mondo, ma un limite del mondo (5. 632). 5.61. I confini della logica sono anche i confini di tutto ci che possibile nel mondo. In questo senso, la logica "riempie il mondo": i suoi confini coinci dono con quelli della realt. Quanto non compreso nelle leggi logiche non pu in alc un modo essere descritto: per farlo, la logica dovrebbe trascendere se stessa (m a un ordine alternativo a quello stabilito dalle leggi logiche semplicemente imp ensabile, cfr. 3.03, 5.4731). Dunque non si pu dire che cosa non compreso nella l ogica e nel mondo (ci implicherebbe appunto la possibilit di gettare uno sguardo a l di l del limite). Ci che impensabile deve rimanere impensabile; e dato che limpen sabile inesprimibile, vano ogni tentativo di dire quanto trascende le possibilit despressione. 5.62. Il solipsismo considera lio, cui il mondo "appartiene" come pe nsato, quale unica realt: il mondo coincide dunque sempre con il mio mondo (cfr. 5.63: "Io sono il mio mondo"). La verit del solipsismo per Wittgenstein indubitab ile e provata dal fatto che i limiti del mio linguaggio sono i limiti del mondo. Si manifesta qui chiaramente linflusso di Schopenhauer, di cui Wittgenstein fu l ettore appassionato. Tuttavia, quanto il solipsismo intende indicibile e pu solo mostrarsi. Infatti, per poterci esprimere riguardo al rapporto tra io e mondo do vremmo assumere un punto di vista esterno ad essi, il che vietato dalla teoria r affigurativa del linguaggio. 5.631. Nellipotetico libro intitolato "Il mondo, com e io lo trovai" di cui parla Wittgenstein potrebbero essere contenute soltanto d escrizioni di stati di cose, ovvero fatti ed eventi riscontrabili empiricamente nel mondo. Fanno parte del livello dei fatti anche le caratteristiche del nostro corpo e tutte le manifestazioni dellio empirico (volizioni, sentimenti, etc.) di cui potrebbero darci notizia scienze quali la fisiologia o la psicologia; ma ne l resoconto generale di quanto si trova nel mondo non potrebbe mai comparire il

soggetto metafisico-trascendentale, che condizione della conoscibilit del mondo s tesso. In questo senso si pu affermare che il soggetto "non v". Esso non appartiene al mondo, ma un limite del mondo (5.632).

5.632. Il soggetto non rientra nellambito degli oggetti, non appartiene dunque al mondo (non si trova allinterno di esso) bens idealmente situato al limite del mon do. La figura riportata nella 5.6331 esemplifica la condizione di limite del sog getto: esso si pone ai margini del conoscibile cos come locchio situato ai margini del proprio campo prospettico. 5.6331. Wittgenstein rileva che la figura propos ta ingannevole perch frutto di un punto di vista esterno allocchio raffigurato. In fatti, soltanto ponendosi esternamente alla figura (dal punto di vista del letto re) possibile considerare, a un tempo, locchio ed il suo campo visivo: Ma il soggetto cui il campo prospettico appartiene (locchio raffigurato nellimmagi ne) non mai in grado di comprendere se stesso nel campo visivo: il soggetto, dun que, "non appartiene al mondo, ma un limite del mondo" (5.632) e il soggetto che pensa e immagina non v (5.631). Ecco perch il solipsismo coincide con il realismo (5.64): ponendosi il soggetto "ai margini del mondo", lunica cosa che rimane appu nto il mondo. La figura proposta risulta ingannevole anche per il fatto che il l ettore portato a considerare i limiti del campo visivo (ovvero, ci che si trova a llinterno e allesterno dellambito della conoscenza). In realt, "il nostro campo visi vo senza limiti" (6.4311). Gi nella Prefazione Wittgenstein aveva avvertito che b isogna evitare lequivoco di considerare il limite della conoscenza come unentit con creta (al modo di un confine spaziale) perch in questo modo si evocherebbe automa ticamente ci che si trova fuori dellambito della conoscenza. Il punto di vista del lettore (che considera nella sua interezza il campo visivo) esemplifica pertant o quel "punto di vista esterno" che, secondo la teoria del Tractatus, sempre pre cluso al soggetto conoscitivo. Tale prospettiva per tipica dellatteggiamento metaf isico: la metafisica aspira infatti a considerare il mondo come una totalit compi uta. Ecco perch Wittgenstein scrive: "Intuire il mondo sub specie aeterni intuirl o quale tutto limitato-. Sentire il mondo come tutto limitato il mistico" (6.45). 5.634. Se anche vi fossero elementi a priori della mia conoscenza, essi non pot rebbero comunque esser compresi allinterno del campo dellesperienza e risulterebbe ro perci inconoscibili. Wittgenstein (cfr. la Prefazione al Tractatus) si discost a cos dalla pretesa kantiana di rendere lapriori oggetto della conoscenza. Come loc chio non pu far parte del campo visivo, allo stesso modo le condizioni della cono scenza non possono esser ricomprese nella conoscenza stessa diventando a loro vo lta oggetti di conoscenza. Se "nessuna parte della nostra esperienza a priori", allora non vi un ordine necessario dei fatti e "tutto quel che vediamo potrebbe essere altrimenti". Lordine dei fatti ("come" il mondo , cfr. 5.552) contingente p erch gli stati di cose di cui si compone il mondo sono reciprocamente indipendent i (1.21, 2.061, 5.135). 5.64. Nei Quaderni (188) troviamo: "La strada che ho per corso questa: lidealismo separa dal mondo, come unici, gli uomini, il solipsismo separa me solo, e alla fine io vedo che anchio appartengo al resto del mondo; da una parte resta dunque nulla; dallaltra, unico, il mondo. Cos lidealismo, pensato c on rigore sino in fondo, porta al realismo". Lassentarsi del soggetto ("limite de l mondo" che non pu essere compreso nellorizzonte dellesperibile) lascia sussistere quale unica realt- il mondo. Ecco perch la verit del solipsismo (il mondo sempre co ordinato al soggetto) coincide con quella del realismo puro. Su questo punto, Wi ttgenstein potrebbe essere stato influenzato dalle teorie di Ernst Mach (1838-19 16), il quale aveva conciliato idealismo e realismo sul fondamento di una teoria radicalmente fenomenista che considerava le sensazioni (il fondamento della con oscenza) quali elementi neutri suscettibili di essere trattati indifferentemente dal punto di vista psichico-soggettivo e fisicooggettivo. 5.641. Per quanto inc onoscibile, il soggetto metafisico-trascendentale resta comunque coordinato alla realt nel senso che ad esso devo necessariamente far riferimento quando affermo che il mondo il mio mondo. Mentre la psicologia parla dellio soltanto nella sua d imensione fenomenica ed empirica, la filosofia si occupa del soggetto

quale fondamento di tutto ci che esiste ed esperiamo. Il Tractatus insegna che so lo le proposizioni della scienza naturale sono in grado di comunicare un senso ( 6.53); la filosofia, che non una scienza naturale (4.111), non contiene altro ch e nonsensi e fraintendimenti (4.003). Sembra allora che dellio possa parlarsi sol tanto nel senso indicato dalla psicologia (che una scienza naturale distinta dal la filosofia, 4.1121). Tuttavia, Wittgenstein asserisce che la filosofia in qual che modo autorizzata a parlare dellio in senso non psicologico: il soggetto metaf isico-trascendentale infatti il presupposto ineliminabile della conoscenza, cos c ome locchio rispetto al suo campo visivo. Questo tema conduce direttamente alla d imensione del "Mistico": se ci che trascende le possibilit di esperienza mostra la sua presenza come correlato ineliminabile dellesperienza stessa, allora "v davvero dellineffabile. Esso mostra s, il Mistico" (6.522). La "delimitazione dallinterno" del linguaggio (indicata nella Prefazione come scopo dellopera) finisce cos per p rodurre una singolare tensione tra il pensabile e limpensabile, e tra lesprimibile e linesprimibile, di cui sono testimonianza le riflessioni finali del Tractatus.

Scheda 16: Il soggetto che non c. "Lio perde il senso che ha avuto finora, di un sovrano che compie atti di governo ; noi impariamo a comprendere il suo divenire conforme alle leggi, linflusso del suo ambiente, la variet della sua costituzione, il suo sparire nei momenti di mas sima attivit, in una parola le norme che regolano la sua formazione e la sua cond otta. Pensi: le leggi della personalit, cara cugina! Sarebbe come ununione corpora tiva dei serpenti velenosi o una camera di commercio per i ladri! Infatti, poich le leggi sono la cosa pi impersonale che esista al mondo, la personalit non sar pi b en presto che un immaginario punto dincontro dellimpersonale..." (Robert Musil, Luo mo senza qualit, p. 460) Le critiche di Wittgenstein alla nozione di "soggetto" vantano numerosi preceden ti nella filosofia tra Ottocento e Novecento. Il primo influsso riconoscibile su lla posizione di Wittgenstein quello di Schopenhauer. Questi, recuperando le oss ervazioni di Kant riguardanti linapplicabilit delle categorie allio penso (che cond izione della conoscenza e dunque non pu mai divenire oggetto di essa), aveva nega to la possibilit di includere nellorizzonte del conoscibile il soggetto metafisico -trascendentale. Il soggetto, scriveva Schopenhauer, " quello che tutto conosce e che da nessuno conosciuto" (La libert del volere umano, p. 50). La coscienza rap presentativa, secondo Schopenhauer, "diretta con tutte le sue forze verso lestern o, ed il teatro (anzi, da un punto pi profondo della ricerca, la condizione) del reale mondo esterno" (op. cit., p. 46). Se il compito della conoscenza consiste nello stabilire un rapporto di proiezione con la realt esterna, ne consegue che o gni tentativo di forzare la conoscenza ad occuparsi di se stessa deve condurre a l fallimento. "L fuori, dunque, davanti ai suoi sguardi c grande luce e chiarezza. Dentro invece buio come in un cannocchiale ben annerito; nessuna enunciazione a priori rischiara la notte del suo proprio interno; questi fari mandano i loro ra ggi soltanto verso lesterno" (op. cit. p.64). Questa affermazione colpiva alla ra dice quella linea di pensiero, inaugurata dal cogito di Cartesio e approdante al razionalismo assoluto di Hegel, che individuava nella coscienza e nelle sue leg gi costitutive il punto dorigine di tutte le certezze. Partendo da presupposti an aloghi a quelli di Schopenhauer, Nietzsche scriveva: "Vi sono ancora dei bravi o sservatori di s che credono che ci siano delle certezze dirette, per es. Io penso (.. .). Il filosofo deve dirsi: Se io scompongo il procedimento, che espresso nella proposizione io penso ne ricavo una serie di affermazioni temerarie la cui fondate zza difficile e forse impossibile per esempio che sono io che penso, che in gene rale devesserci un qualche cosa che pensa, che pensare unattivit e un effetto da pa rte di un essere che vien pensato come causa, che c un io, infine che gi fisso quel c he cosa va determinato col pensare, -che io so che cosa pensare. (...). Si pensa : ma che questo si sia proprio il vecchio famoso io , a dir poco, solo una supposizio ne, una affermazione, ma pi di tutto non una certezza diretta" (in: "La distruzio ne delle certezze", pp. 59-60). Le critiche di Schopenhauer e di Nietzsche alla nozione di soggetto ebbero una vasta eco nel dibattito culturale viennese tra la fine dellOttocento e linizio del Novecento. La singolare natura dellimpero asburgi co, un "mosaico di nazionalit" che vivevano ununit precaria sotto le insegne della Duplice monarchia, rendeva gli intellettuali austraci particolarmente sensibili al tema della crisi dellio quale centro unificatore dellesperienza. Ha scritto Cla udio Magris: "La composita variet dellimpero, minato da spinte centrifughe arginat e da una cauta saggezza e da una scettica nostalgia dellunit, aveva acuito la cons apevolezza che ogni realt apparentemente unitaria una pluralit di componenti etero genee e di contraddizioni inconciliabili. Non a caso nella vecchia Austria che s i sono sviluppate con particolare vivacit le scienze le quali, come la matematica , hanno svelato la mancanza dei loro fondamenti, o hanno esplorato, come la psic oanalisi, la molteplice struttura della personalit individuale. Nessun uomo ha do vuto accorgersi di essere molti uomini come quell "uomo senza qualit" che era il s uddito di Francesco Giuseppe: un insieme di qualit senza luomo diceva Musil- ovvero prive di un centro unificatore e dunque il pi moderno degli uomini, sospeso tra la fedelt al passato e la disponibilit alle trasformazioni del futuro" (Itaca e ol tre, 40-41). Linafferrabilit del soggetto, la sua frammentazione in una pluralit ir riducibile di componenti, analizzata lucidamente da Robert Musil ne Luomo senza q

ualit. Ulrich, il protagonista del romanzo, collabora ad un comitato per i festeg giamenti del settantesimo anniversario di regno di Francesco Giuseppe. I ripetut i tentativi di individuare unidea della "vera Austria" su cui imperniare le celeb razioni, per, si risolvono in un totale fallimento. Indagare lessenza della Duplic e monarchia, nota ironicamente Musil, era difficile tanto quanto comprendere il mistero della Trinit. Nel composito agglomerato di nazionalit che costituivano limp ero, gli Austriaci finivano cos per pensare se stessi come il risultato di una so ttrazione: un austriaco, scherzava Musil, poteva essere definito solo come un au stro-ungherese meno questo ungherese.

Trasferendo i conflitti irrisolti della Duplice monarchia allinterno della stessa psiche soggettiva, la teoria psicoanalitica di Sigmund Freud giungeva alle stes se destabilizzanti conclusioni di Musil. Freud presentava limmagine dellIo coscien te quale labile punto di raccordo tra le forze pulsionali provenienti dallInconsc io e lattivit censoria esercitata dal Super-io. "L io scrisse Freud - non pi padrone in casa propria". Il soggetto veniva in tal modo ridotto ad una maschera che co pre il mutevole gioco delle pulsioni sotterranee, destituendo cos di fondamento l a tradizionale visione del soggetto razionale quale punto di riferimento stabile di tutte le attivit psichiche. Nellambiente viennese aveva avuto vasta risonanza anche lattacco alla centralit dellio condotto da Ernst Mach, il quale assumeva come punto di partenza unanalisi della conoscenza di stampo rigorosamente empiristico . Mach riteneva che la conoscenza derivasse esclusivamente da sensazioni. Queste ultime, definite anche "elementi", di per s non sono di natura psichica n fisica, ma sono suscettibili di essere interpretate in entrambi i modi. I corpi, ad ese mpio, sono nientaltro che insiemi di elementi percettivi dotati di una relativa s tabilit. Allo stesso modo, lio non affatto unentit esistente di per s, ma soltanto "u n complesso di ricordi, disposizioni, sentimenti, legato a un determinato corpo" . Lidea di "io" (cos come quella di "oggetto") non dunque un dato originario, bens una costruzione derivante dal collegamento delle sensazioni. David Hume, partend o da analoghe considerazioni, aveva affermato che il soggetto nientaltro che un " fascio di percezioni", ovvero una collezione di operazioni psichiche che siamo s oliti riunire arbitrariamente insieme in unentit fittizia cui diamo il nome di "Io ". Le riflessioni di Wittgenstein si inseriscono dunque in una tradizione di pen siero molto ricca, e in un certo senso possono considerarsi espressione del diba ttito avviato dal mondo intellettuale viennese. "Il soggetto che pensa non , alla fine, mera superstizione?" domanda Wittgenstein nei Quaderni (181). E nel Tract atus egli afferma in tono perentorio: "Il soggetto che pensa, immagina, non v" (5. 631). Lesclusione del soggetto dalla sfera della conoscenza si accorda con il pre supposto empirista del Tractatus logico-philosophicus: la nostra conoscenza rigu arda soltanto stati di cose, cio eventi riscontrabili per mezzo dellesperienza, ma n lio sostanziale dei metafisici n lio trascendentale di Kant sono oggetti di cui s ia possibile fare esperienza nel mondo. Credere alla loro esistenza empirica dun que una mera superstizione. Dato che le proposizioni della scienza sono le unich e proposizioni sensate, per descrivere il soggetto non resterebbe che affidarsi alla psicologia. Ma questa scienza ci restituisce limmagine di un io frazionato nel la serie dei suoi atti riscontrabili empiricamente (volizioni, sentimenti, etc.) , cio in quella "somma di elementi" o "collezione di percezioni" di cui avevano p arlato Mach e Hume. Wittgenstein concorda con Mach e Hume nel negare che tale mo lteplicit di aspetti sia identificabile con il soggetto quale inteso dalla tradiz ione filosofica. Un io molteplice per Wittgenstein un nonsenso: "Lanima il soggetto, etc.- come concepita nella superficiale psicologia odierna, un assurdo. Unanima composta, infatti, non sarebbe pi unanima" (5.5421). Tuttavia, Wittgenstein si dis costa da Mach e Hume nel momento in cui dichiara che non possibile rinunciare al lidea del soggetto come entit sostanziale semplice e come condizione a priori del mondo. Il soggetto metafisico-trascendentale "entra nella filosofia perch il mond o il mio mondo"; quindi v "realmente un senso, nel quale in filosofia si pu parlare non psicologicamente dellio" (5.641). Il celebre esempio dellocchio e del campo v isivo (5.6331) suggerisce appunto che il soggetto trascendentale, per quanto inc oncoscibile, non pu essere eliminato dallorizzonte della filosofia perch costituisc e la condizione desistenza del campo prospettico: senza il soggetto conoscitivo, non esisterebbe nemmeno il mondo. Wittgenstein adotta pertanto un approccio al p roblema dellio che ricalca da vicino il dualismo schopenhaueriano tra il livello fenomenico della rappresentazione ed il livello noumenico della cosa in s. Limposs ibilit di conoscere lio metafisico-trascendentale dimostra soltanto che non possed iamo strumenti conoscitivi ed espressivi adeguati allo scopo. Tuttavia, lesigenza insopprimibile della sua esistenza ci costringe a situarlo nella regione estern a al campo fenomenico o, come Wittgenstein asserisce nella 5.632, ai limiti di e sso. Se Wittgenstein adottasse un punto di vista rigorosamente empirista, i risu ltati della psicologia fornirebbero tutte le risposte relative al problema del s oggetto e non rimarrebbe pi nulla da aggiungere. Ma la condizione di "limite" del

soggetto viene assunta da Wittgenstein come la prova evidente "che v davvero delli neffabile" (6.522), ovvero che v un livello noumenico che rimane celato agli sguar di della facolt rappresentativa. Questo dualismo caratterizza anche il modo in cu i nel Tractatus viene affrontato il problema delletica: una volta esclusa la poss ibilit di rintracciare i Valori allinterno dellambito dei fatti, una scelta corente mente empirista dovrebbe portare ad unetica fondata su principi relativi ed imman enti quali lutile, la "massima felicit del maggior numero", o altri simili. Wittge nstein, invece, rifiuta di effettuare una scelta di questo tipo e continua a pro pugnare lideale di unetica fondata su valori assoluti: e visto che essi non appart engono al livello dei fatti, egli li proietta semplicemente in una sfera superio re a quella empirica. Con le riflessioni dedicate alla questione del soggetto, d unque, sembra che Wittgenstein imponga alla sua opera un brusco cambio di marcia in direzione di quella che stata definita la "svolta mistica" del Tractatus. A ben vedere, per, i presupposti di tale "svolta" sono gi presenti nella distinzione tra "dire" e mostrare" e nel tema della

indicibilit della forma logica. Le condizioni di rappresentabilit del mondo per me zzo del linguaggio (la forma logica) devono per loro natura rimanere ai margini del procedimento raffigurativo; tuttavia esse mostrano di continuo la propria pr esenza negli enunciati del linguaggio. Anche riguardo alla forma logica Wittgens tein ha quindi assunto una posizione "mistica". Se pure non possiamo indicare do ve stiano le prime maglie che sorreggono la rete della nostra conoscenza (per us are la metafora di Musil), tuttavia esse devono pur esistere, e questo prova che c qualcosa di essenziale che si sottrae al nostro sguardo. Il soggetto trascenden tale si trova insomma in quel rapporto dialettico di esclusione/inclusione che t ipico di tutti gli aspetti formali della conoscenza: lio non pu essere svelato nel la sua essenza profonda ma proprio il suo essere un limite del processo conoscit ivo ne fa un elemento costitutivo di essa e ci obbliga ad includerlo nella nostr a spiegazione. Il limite, diceva Simone Weil, " la presenza, in un ordine, sotto forma dellinfinitamente piccolo, dellordine trascendente. Il limite trascendente i n rapporto a ci che esso delimita". E trascendenti rispetto allordine che essi ste ssi contribuiscono a fondare sono per Wittgenstein il soggetto trascendentale e la forma logica. Questi elementi formali devono sfuggire per principio ad ogni t entativo di chiarificazione per mezzo del linguaggio, e allo stesso tempo fanno avvertire la loro presenza in ogni atto linguistico dotato di senso. Il soggetto metafisico-trascendentale quale "portatore delletico" rientra sicuramente tra le cose "realmente importanti" che la filosofia deve confinare nellambito dellinespr imibile. Il cerchio della nostra esistenza si trova cos a ruotare intorno ad unass enza che non possiamo fare a meno di pensare come lunica cosa che varrebbe verame nte la pena di conoscere. Cos ragiona Clarisse, uno dei personaggi del romanzo di Musil: "Mentre ascoltavo ho avuto limpressione che se si potesse sezionarci, for se tutta la nostra vita avrebbe laspetto di un anello, cos, che gira intorno a qua lcosa. Sera tolta la fede dal dito e guardava attraverso il cerchietto la parete i lluminata.Voglio dire che lanello nel centro non ha nulla, eppure sembra che per lui sia proprio il centro che conta!" (Luomo senza qualita, p. 357). Il sentiment o provato da Clarisse traduce esattamente lo stato danimo di Wittgenstein nel mom ento in cui deve riconoscere che le nostre domande sul valore e sul senso dellesi stenza fanno perno sul vuoto. Questa consapevolezza tragica costituir il filo con duttore delle riflessioni finali del Tractatus (6.4 - 7), le quali tenteranno di mettere a fuoco la condizione di scacco in cui fatalmente si trova luomo quando tenta di giustificare una visione "etico-mistica" del mondo.

Scheda 17: La forma proposizionale generale. "Tutto il mio compito consiste nello spiegare lessenza della proposizione" (Quade rni, 131) La forma proposizionale generale "ci che tutte le proposizioni, secondo la loro n atura, hanno in comune luna con laltra" e costituisce perci lunica costante logica ( 5.47). Essa esprime lessenza della proposizione (5.471), cio lessenza di ogni descr izione ed allo stesso tempo, dato che il linguaggio e la realt devono essere acco munate da unidentica forma (2.18), lessenza stessa del mondo (5.4711). Nella 4.5, Wittgenstein afferma che devessere senzaltro possibile indicare la forma proposizi onale generale perch si pu prevedere (cio costruire a priori) la forma di ogni prop osizione. Ci richiede un chiarimento. Noi non possiamo indicare a priori la forma delle proposizioni elementari (5.55), ma sappiamo solo ("per motivi puramente l ogici") che esse devono esistere (5.5562). Quel che conosciamo a priori invece i l fatto che tutte le proposizioni complesse, in quanto funzioni di verit, derivan o da operazioni di verit che hanno per basi le proposizioni elementari. La forma proposizionale generale descriver dunque le modalit di costruzione di ogni proposi zione complessa a partire dalle proposizioni elementari, cio il modo in cui ogni funzione di verit pu essere generata dalle sue basi per mezzo delle operazioni log iche. Come abbiamo anticipato, tutte le operazioni possono essere definite per m ezzo dellunico operatore della negazione congiunta "n...n", indicato da Wittgenstei n con il segno "N" (5.502). Ogni funzione di verit il risultato dellapplicazione s uccessiva di questa operazione a proposizioni elementari. Loperazione della negaz ione congiunta ci permette dunque di definire in modo compiuto la forma del pass aggio da una forma proposizionale ad unaltra ed in ci consister appunto la forma pr oposizionale generale: ci che tutte le proposizioni hanno in comune proprio il fa tto di essere il prodotto di un unico schema di modifica applicato alle proposiz ioni elementari. La proposizione 6 del Tractatus indica la forma proposizionale generale con la formula: [ , , N( ) ] Per prima cosa, interpretiamo i singoli segni che compaiono in questa espression e: Il segno " " indica linsieme di tutte le proposizioni elementari. Il segno " " indica linsieme delle proposizioni che si ottengono applicando loperazione di neg azione congiunta alle proposizioni elementari. Il segno "N", come sappiamo, indi ca loperazione della negazione congiunta ("n...n"). Il segno "N( )" indica linsieme delle proposizioni che si ricavano applicando loperazione della negazione congiun ta a Il significato di questa formula : dato linsieme delle proposizioni elementar i, ogni proposizione pu essere ricavata applicando a queste loperazione N ed appli cando successivamente tale operazione ai prodotti cos ottenuti. Nella Scheda 15 a bbiamo fornito alcuni esempi di riduzione delle diverse operazioni logiche alluni ca operazione fondamentale della negazione congiunta, e inoltre abbiamo detto ch e per mezzo delloperazione N (da noi "tradotta" in una regola per il calcolo dei colori) si possono generare tutte le combinazioni possibili di palline bianche e nere a partire da due sequenze assunte come basi. Si tratter adesso di applicare il medesimo procedimento a sequenze di valori di verit. Scegliamo di assumere le due proposizioni elementari "p" e "q" come basi delloperazione. Le funzioni di v erit che si possono costruire in questo modo, come sappiamo, sono in tutto sedici , come mostra la seguente tabella (cfr. 5.101): p q 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 12 13 14 15 16 VV VFVVVFFFV V V F F F V F

FV VVFVVFVV F F V F F V F F V F VVVFVVFV F V F F V F F F F F VVVVFVVFV F F V F F F F Nello schema, le sequenze dei valori di verit di "p" e di "q" compaiono, rispetti vamente, nelle colonne 10 (V-FV-F) e 11 (V-V-F-F). Se la formula di Wittgenstein rappresenta veramente lo schema generale in base al quale si possono costruire tutte le proposizioni, allora ogni funzione di verit compresa nella tabella (cio o gni sequenza di V e di F) il risultato della negazione della 10 e della 11 e del la negazione dei prodotti ottenuti negando la 10 e la 11. Sappiamo che lapplicazi one del segno di negazione N ad una proposizione determina linversione del suo se nso, cio determina la sostituzione di tutte le V con delle F e viceversa nella ta vola di verit di quella proposizione. Se facciamo ci prima con "p" e poi con "q" o tteniamo due nuove funzioni di verit le quali corrispondono alla colonna 7 ("nonp", F-V-F-V) ed alla 6 ("non-q", F-F-V-V). Negando congiuntamente "p" e "q" otte niamo poi la tavola di verit 12 ("n p n q", F-F-F-V). La negazione congiunta di due proposizioni, ricordiamo, risulta infatti vera solo nel caso che siano false en trambe le basi delloperazione, mentre risulta falsa in tutti gli altri casi. Facc iamo il punto della situazione: finora abbiamo ricavato dalla negazione congiunt a di "p" e di "q" tre nuove proposizioni corrispondenti alle colonne 7, 6 e 12. E proprio allinsieme di tali proposizioni, dunque, che si riferisce il segno " " d ella formula di Wittgenstein. Per ricavare le altre proposizioni dobbiamo adesso applicare loperazione N ai prodotti finora ottenuti e ripetere questo procedimen to fino a generare lintera serie delle sequenze che compaiono nella tavola. Le se quenze che ci accingiamo a derivare corrispondono quindi allinsieme di proposizio ni che nella formula sono indicate dal segno "N( )" ). Partiamo dalla colonna 12 ("n p n q" F-F-F-V) : applicando ad essa loperazione N otterremo la colonna 5 ("p o q", V-V-V-F). Negando congiuntamente la colonna 6 (F-F-V-V) e la 7 (F-V-F-V) s i ricava la sequenza della congiunzione, ovvero la colonna 15 ("p e q", V-F-F-F) . Applicando loperazione N alla 15 ("p e q") ricaviamo la colonna 2 (F-V-V-V, "no n e p e q"). Negando la colonna 2 (F-V-V-V) e la 15 (V-F-F-F) si ricava la 16 (c ontraddizione, F-F-F-F). Negando la colonna della contraddizione si ricaver quell a della tautologia, cio la 1 (V-V-V-V). Applicando loperazione N alla 12 (F-F-F-V) ed alla 15 (V-F-F-F) si ottiene la colonna 8 (F-V-V-F, "p o q ma non entrambi") . Negando la 8 si ricava poi la 9 (V-F-F-V, "se p allora q e se q allora p"). Pe r ottenere la 13 ("p e non-q", F-F-V-F) applicheremo loperazione N alla 9 (V-F-FV), alla 11 (V-V-F-F) e alla 12 (F-F-F-V). La negazione congiunta di tre proposi zioni vera solo nel caso che in tutte le combinazioni dei valori di verit delle b asi compaia il segno "F": scriveremo dunque "V" ove compaiano tre F, altrimenti scriveremo "F". Ricavata la colonna 13 applicheremo a questa loperazione N ottene ndo la 4 ("se p, allora q", V-V-F-V). Rimangono a questo punto la 14 e la 3. La tavola 14 ("q e non-p", F-V-F-F) si pu ricavare negando congiuntamente la 9 (V-FF-V) e la 10 (V-F-V-F). Negando la 14 (F-V-F-F) otteniamo infine la 3 ("se q, al lora p", V-F-V-V). Riassumendo: dato linsieme di proposizioni elementari " " (col onne 10 e 11), applichiamo ad esse loperazione N ricavando linsieme di proposizion i " " (colonne 7, 6, 12), e successivamente neghiamo congiuntamente questi prodo tti e quelli di volta in volta ottenuti per ricavare linsieme di proposizioni "N( )" (colonne 1, 2, 3, 4, 5, 8, 9, 13, 14, 15, 16). "Con ci abbiamo ottenuto quant o ci eravamo proposti, e abbiamo mostrato che ognuna delle sedici proposizioni p u essere vista come il risultato di successive applicazioni di N alle proposizion i elementari 10 e 11 o ai risultati di precedenti applicazioni di N a esse" (Ken ny, 110). Per quanto appaia a prima vista astrusa e complicata, la formula che W ittgenstein presenta nella proposizione 6 del Tractatus si limita a quindi a ria ssumere in forma simbolica una verit molto semplice: "[ , , N( )]" dice soltanto che "ogni proposizione un risultato dellapplicazione successiva delloperazione N( ) alle proposizioni elementari" (6.001).

Note al Tractatus LE PROPOSIZIONI LOGICHE SONO TAUTOLOGIE. (6.1 6.13) 6.1. Le proposizioni logiche hanno una posizione speciale rispetto alle altre pr oposizioni (6.112): esse sono infatti tautologie, cio risultano vere comunque sti ano le cose nella realt. In ci si differenziano dalle normali proposizioni dotate di senso, le quali possono essere vere o false. Non potendo risultare falsa, una tautologia non unimmagine della realt (4.462): le proposizioni logiche non raffig urano alcunch e "dicon dunque nulla" (6.11). Ci si accorda con il "pensiero fondam entale" secondo cui i segni logici non denotano "oggetti logici" (4.0312, cfr. 5 .4). La logica non tratta di una classe particolare di oggetti, non ha un conten uto rappresentativo, e tuttavia le proposizioni logiche mostrano "le propriet for mali logiche- del linguaggio, del mondo" (6.12). Dallinsieme delle proposizioni de lla logica, infatti, noi possiamo desumere le propriet essenziali del simbolismo: e dato che la forma logica anche "la forma della realt" (2.18), ci equivale a get tare luce sullintima essenza del mondo. 6.11. In quanto tautologie, le proposizio ni logiche non dicono nulla riguardo al mondo (4.461). Esse possono essere ricon osciute come vere semplicemente analizzandone la forma (6.113). 6.112. Una spieg azione corretta assegna alle proposizioni della logica quella posizione "special e" che hanno le tautologie rispetto a tutte le altre funzioni di verit (cfr. 4.46 , 4.466: le tautologie sono "casi estremi" o "casi-limite" delle funzioni di ver it). 6.113. "E il carattere peculiare (e sommamente importante) delle proposizioni non-logiche limpossibilit di riconoscerle vere dal segno proposizionale stesso. S e, ad esempio, dico Rossi stupido, di questa proposizione non pu dirsi per ispezion e se sia vera o falsa. Ma le proposizioni della logica ed esse solo- hanno la pro priet che la loro verit (...) sesprime gi nel loro stesso segno" (LR 251). Mentre no i riconosciamo la verit di una proposizione logica solo osservandone la forma, ov vero i simboli che compaiono in esse, questo invece non pu accadere con le propos izioni empiriche: mentre le prime sono proposizioni analitiche (6.11), riguardo alle seconde vale il principio secondo cui "dallimmagine soltanto non pu riconosce rsi se essa vera o falsa" (2.224). 6.12. Cfr. 6.124: "Le proposizioni della logi ca descrivono larmatura del mondo, o, piuttosto, la rappresentano". Le proposizio ni logiche esibiscono le propriet essenziali del linguaggio (la sua forma logica) e dunque, per lidentit di forma tra linguaggio e realt (2.18), anche le propriet es senziali del mondo. Una tautologia non dice nulla. Ma il fatto decisivo che il n esso tra le sue parti costitutive produce una struttura segnica caratterizzata d al fatto di essere sempre vera: questo dimostra che nella tautologia si rende vi sibile una propriet necessaria del simbolismo. 6.121. Nella tautologia, caratteri zzata da una tavola di verit di sole "V", le proposizioni connesse risultano in u na sorta di "stato di equilibrio" (tutte le combinazioni dei valori di tali prop osizioni danno uno stesso risultato, cio una "V", e perci come se lago della bilanc ia non si spostasse mai dallo zero). Questo il segno rivelatore di una proposizi one logica, cio di una combinazione di segni la cui funzione non di proiettare ve rso la realt, bens di rispecchiare direttamente un aspetto della forma logica. 6.1 22. Le propriet logiche del linguaggio si specchiano in esso (4.121), vale a dire sono esibite da ogni combinazione di simboli che rispetti le norme della sintas si logica. E dunque possibile riconoscere le propriet formali delle proposizioni " per mera ispezione" delle normali proposizioni dotate di senso, e a questo punto le proposizioni logiche diverrebbero superflue. Il metodo delle tavole di verit ci fornisce comunque una regola di calcolo "per riconoscere pi facilmente la taut ologia ove questa complicata" (6.1262). 6.1221. Come gi rilevato a proposito dell a 5.12, la scelta dei simboli "p" e "q" scorretta perch connettendo due proposizi oni elementari con il segno di implicazione non si produce una tautologia (i val ori di verit di "p q" sono infatti: V-V-F-V). Lespressione del secondo esempio inv ece una tautologia. Che la conclusione "p" derivi necessariamente dalle premesse "(p q) . p" si vede nella forma stessa dei simboli. Ma lo si pu anche dimostrare

"meccanicamente" connettendo quei simboli nellespressione "[(p q) . p] q") e most rando (per mezzo del calcolo logico) che questa una tautologia. In questo modo, noi abbiamo soltanto reso meglio visibile il nesso di inferenza tra i simboli. E di fondamentale importanza capire che la tautologia non dice che tra i simboli s ussiste quella certa relazione, n ha il compito di giustificare il passaggio alla conclusione "p". Se cos fosse, la tautologia descriverebbe la forma logica degli enunciati e renderebbe esplicita la regola che ci consente di inferire "p" dall e premesse, aprendo la strada a quel regresso infinito descritto nel paradosso d i Carroll (Scheda 13). 6.1222. Cfr. 5.551. Dato che la logica determina lordine a priori del mondo, nessuna esperienza pu essere in contrasto con le leggi logiche (ogni accadimento, infatti, deve necessariamente conformarsi a quellordine). Un pensiero illogico o un evento in contrasto con i principi a priori della logica sono semplicemente impensabili. Se lordine dei fatti il prodotto delle leggi logi che, insensato tanto il cercare nei fatti una smentita di tali leggi quanto il c ercare nei fatti una loro conferma. Solo le proposizioni empiriche ammettono la possibilit di risultare vere o false una volta confrontate con la realt; le propos izioni logiche, invece, sono vere a priori. 6.1223. Lesistenza delle verit logiche richiesta dallesistenza stessa di ogni sistema di segni in grado di raffigurare la realt. Nella misura in cui postuliamo una notazione in grado di esprimere sens o e significato, noi postuliamo lesistenza delle leggi logiche. 6.1224. La logica si occupa delle propriet formali del linguaggio e dei nessi di inferenza tra le proposizioni. Non compito delle proposizioni logiche comunicare informazioni sul la realt empirica. 6.123. Le leggi logiche non possono sottostare, a loro volta, ad altre leggi logiche perch v solo una logica, le cui leggi costituiscono lorizzont e ultimo (non ulteriormente giustificabile) della razionalit. Non esiste una gera rchia di forme logiche: fuori della logica v solo nonsenso (cfr. quanto discusso n elle Schede 7, 10 e 13). 6.124. In quanto tautologie, le proposizioni logiche "t rattano di nulla" (cfr. 4.461, 6.11): esse non descrivono alcuna situazione empi rica. Il loro nesso col mondo consiste nel presupporre che i simboli di cui trat tano stiano in relazione raffigurativa con la realt. Tuttavia, il fatto che certe connessioni tra simboli siano tautologie (ovvero che tali nessi di simboli abbi ano la propriet di esser sempre veri) "deve indicare qualcosa sul mondo": le prop osizioni logiche mostrano appunto "larmatura del mondo", cio la sua struttura esse nziale. Nelle proposizioni logiche si rivela linsieme delle leggi a priori (incon dizionatamente vere) che costituiscono limpalcatura della realt. Perci in logica ab biamo a che fare solo con laspetto essenziale del simbolismo, e non con i suoi tr atti accidentali. Dato che i tratti accidentali dipendono da scelte soggettive, la logica costituisce un corpo di leggi assolutamente oggettivo e autonomo rispe tto allintervento umano: in questo senso, non siamo noi ad esprimere la logica, m a la logica ad esprimere se stessa (cfr. 5.473). Noi non possiamo interferire co n tale meccanismo, ma solo riconoscerne la necessit. Conoscendo le regole che gov ernano le relazioni tra i segni (la sintassi logica) ci sarebbero gi date tutte l e leggi logiche (cfr. 6.1223: postulare una notazione soddisfacente equivale a p ostulare tutte le "verit logiche"). 6.1251. In logica non ci si pu sorprendere di nulla: "per poter essere sorpresi, dovremmo poter formulare proposizioni suscett ibili di essere false. Il linguaggio della sorpresa e della scoperta adatto alle sci enze naturali, dove, talora, falsificazioni contingenti vengono in conflitto con le aspettative razionali: nella logica non c niente da aspettare, niente che poss a causare disappunto o produrre soddisfazione" (Black 320). Cfr. 6.1261. 6.126. Noi possiamo dimostrare che una certa connessione di simboli una proposizione lo gica (cio una tautologia) calcolandone il valore di verit per mezzo delle tavole. Da una proposizione logica pu ricavarsene unaltra applicando operazioni (e da una tautologia seguono solo altre tautologie). Wittgenstein fa notare che le regole in base alle quali da una proposizione logica ne nasce da unaltra sono puramente sintattiche (noi non chiamiamo in causa senso e significato dei simboli che trat tiamo, cfr. 3.33). Ad ogni modo, questa procedura di calcolo che consente il ric onoscimento delle proposizioni logiche (cio delle tautologie) qualcosa di "inesse nziale alla logica". Infatti le tautologie mostrano da s di essere tali (6.127). La natura tautologica delle proposizioni logiche si mostra nella forma stessa de l loro simbolo senza bisogno di alcuna dimostrazione. 6.1261. "Derivando una tau

tologia da unaltra, non facciamo alcuna scoperta (come faremmo invece se estraess imo una nuova sostanza chimica da un frammento di roccia). Ogni tautologia conne ssa con ogni altra tautologia per via di certe loro interne propriet, in un modo che appare evidente derivando luna dallaltra. Quindi (6.1262) la prova in logica ric hiama semplicemente la nostra attenzione, ci aiuta a vedere quello che, presumib ilmente, potevamo vedere anche senza di essa" (Black 328).

6.1262. Cfr. 6.126: dimostrare una proposizione logica significa mostrare che un a tautologia generata da altre tautologie per applicazione successiva di certe o perazioni. Si pu avere a che fare con una proposizione logica "cos complicata da n on poter vedere, per ispezione, che una tautologia; ma tu hai mostrato che essa pu esser derivata mediante certe operazioni da certe altre proposizioni secondo l a nostra regola per costruire tautologie; e cos sei messo in grado di vedere che una cosa segue da unaltra, il che non ti sarebbe stato possibile altrimenti" (NM 228). 6.127. In un sistema formale come quello dei Principia Mathematica vengono scelte alcune proposizioni fondamentali (dette "assiomi") e da esse vengono der ivate tutte le altre proposizioni logiche. Ne consegue una distinzione gerarchic a tra le proposizioni logiche "originarie" e le altre. La scoperta che tutte le proposizioni logiche sono tautologie consente a Wittgenstein di respingere lidea di una gerarchia tra le proposizioni logiche: nella logica, tutte le proposizion i devono essere "degual ordine". Non vi sono pertanto proposizioni auto-evidenti che esprimono "leggi fondamentali", ma tutte le leggi logiche sono sullo stesso piano. 6.13. La logica non asserisce verit empiriche (non dunque una dottrina), m a esibisce la forma a priori che ogni enunciato dotato di senso deve possedere p er poter raffigurare il mondo. In questo senso la logica trascendentale (cfr. 5. 4731, la logica a priori). Wittgenstein assegna una portata ontologica ai princi pi a priori della logica: in quanto rappresentano "larmatura del mondo" (6.124), le proposizioni logiche forniscono unimmagine speculare del mondo. Su questo tema v. nota alla 5.511.

Scheda 18: Le proposizioni della logica sono tautologie. "La logica deve risultare di tuttaltro genere che ogni altra scienza". (Lettera a Russell, 22 giugno 1922) "Possiamo e dobbiamo ammettere che [le proposizioni logiche] costituiscono una c lasse di proposizioni totalmente diverse da quelle che giungiamo a conoscere emp iricamente. Esse hanno tutte la caratteristica che, un momento fa, abbiamo conve nuto di chiamare "tautologia" (...). Per il momento non so come definire le taut ologie (limportanza di questa nozione di "tautologia" per la definizione della ma tematica mi stata segnalata dal mio ex-allievo Ludwig Wittgenstein, che stava la vorando sul problema. Non so se lo abbia risolto. Non so neppure se sia vivo o m orto)" (B. Russell, Introduzione alla filosofia matematica, 238). La proposizione 6.1 del Tractatus asserisce che gli enunciati che appartengono a lla logica sono tautologie. Questa osservazione pu essere considerata per molti a spetti come il punto di arrivo delle indagini svolte da Wittgenstein nel Tractat us. Quali sono le ragioni che spingono Wittgenstein a stabilire lidentit tra le pr oposizioni logiche e le tautologie? Per rispondere a questa domanda dobbiamo inn anzitutto chiarire quali siano le caratteristiche peculiari della logica e perch sia necessario assegnare a tale scienza una posizione distinta rispetto ad ogni altra (6.112). La logica, secondo Wittgenstein, lunica scienza dotata di una vali dit a priori (essa "trascendentale", 6.13). In questo senso, le proposizioni logi che non possono essere smentite n confermata da alcuna esperienza (6.1222) perch n essuna esperienza pu risultare in conflitto con le leggi della logica (ovvero, ne ssun fatto pu violare lordine logico, essendone il prodotto); le proposizioni logi che risultano compatibili con qualsiasi stato del mondo, cio sono vere qualsiasi cosa accada, e perci non ammettono la possibilit di essere negate: la negazione di una verit necessaria deve infatti portare ad una contraddizione. Mentre la fisic a, la chimica e tutte le altre scienze empiriche formulano asserzioni che posson o risultare vere o false, la logica consta dunque di proposizioni dotate della p ropriet di essere sempre vere. Da ci consegue immediatamente che le proposizioni l ogiche non raffigurano alcunch. Una raffigurazione infatti compatibile solo con c erte possibilit (e dunque pu essere vera o falsa a seconda che levento da essa affe rmato o negato sussista o non sussista), mentre le proposizioni della logica son o vere qualsiasi cosa accada, cio sono compatibili con ogni possibilit. Non essend o raffigurazioni, le proposizioni logiche non hanno contenuto descrittivo (6.111 ) e perci dicono nulla (6.11) e non esprimono alcun senso. Non v bisogno, per accer tarne la verit, di confrontarle con i fatti (cos come accade con le proposizioni e mpiriche): infatti carattere peculiare delle proposizioni logiche "la possibilit di riconoscerle vere dal simbolo soltanto" (6.113), cio semplicemente dalla loro forma. Una tautologia, come sappiamo, possiede tutte queste caratteristiche. Ess a incondizionatamente vera, non dice nulla riguardo al mondo ed priva di senso: ad esempio, noi non sappiamo nulla sul tempo se sappiamo che piove o non piove ( 4.461). Una tautologia non unimmagine della realt ed anzi compatibile con ogni pos sibile situazione (4.462): essa non determina in alcun modo lassetto empirico del mondo e pertanto "lascia alla realt tutto infinito- lo spazio logico" (4.463). In oltre, "ogni tautologia mostra da s che una tautologia" (6.127), senza bisogno di confrontarla con la realt, e la negazione di una tautologia produce una contradd izione. Ma il fatto che una tautologia abbia tutte le propriet richieste ad una p roposizione logica non ci autorizza ancora a stabilire la loro identit. V una ragio ne decisiva per compiere questo passo: le proposizioni della logica sono effetti vamente tautologie! Wittgenstein ne aveva avuto conferma studiando le teorie log iche elaborate da Russell: egli scopr che gli assiomi (o "proposizioni primitive" ) utilizzati nei Principia Mathematica, cos come tutte le proposizioni che da ess i possono essere derivate, sono caratterizzati da una tavola di verit in cui comp aiono solo delle "V". "Proposizioni come "p v ~ p", "p (q v p)", "(p (q r)) ((p q) (p r))" sono vere quali che siano i valori di verit di p, q ed r. In questo se nso, un fatto che le proposizioni della logica sono tautologie" (Marconi, 1997, 43). La stessa cosa vale per i principi logici formulati dalla logica classica, come il principio di identit, di non-contraddizione e del terzo escluso, o per lo

schema inferenziale chiamato "modus ponens" (in simboli: "((p q) . p) q)"). Si possono dunque identificare senza riserve le proposizioni logiche con le tautolo gie: ogniqualvolta incontriamo una combinazione di simboli la cui tavola di veri t caratterizzata dalla sequenza di valori "V-V-V-V" noi siamo in presenza di una proposizione della logica.

Nel corso di alcune lezioni tenute nel 1939, Wittgenstein spiegher: "Che signific a dire che una proposizione una tautologia, non d alcuna spiegazione, non dice nu lla? Quando, molti anni fa, pensavo a questo, pensavo al simbolismo VF [Vero-Fal so] come ad un mezzo per trasformare le proposizioni di Russell in modo tale che esse divenissero tutte simili. Mostrai che tutte le proposizioni di Russell dan no una colonna di V, e dissi poi che le proposizioni di Russell sono compatibili con qualunque fatto atomico, sicch non possono essere usate per comunicare infor mazione. Io non feci altro che tradurre le sue proposizioni in un simbolismo div erso" (Lezioni sui fondamenti della matematica, in Black 314-5). Cerchiamo di va lutare quali siano i risultati di questa caratterizzazione delle proposizioni lo giche: 1. Innazitutto, la logica assume la dignit di una scienza autonoma e capac e di conseguire risultati assolutamente certi e necessari indipendentemente da o gni contributo da parte dellesperienza. Wittgenstein ripropone con ci la classica distinzione razionalista tra "verit di ragione" (cio le verit logicomatematiche, ca ratterizzate da una certezza assoluta) e "verit di fatto" (dotate di un valore co ntingente perch di ognuna di esse concepibile il contrario). Tale distinzione non entra in conflitto con limpostazione empirista del Tractatus perch le proposizion i logiche non producono conoscenze a priori, ma anzi sono del tutto prive di con tenuto rappresentativo. Negando alla logica la possibilit di raffigurare alcunch, Wittgenstein rende cos perfettamente compatibile il carattere necessario delle pr oposizioni logiche (le quali sono sempre vere proprio perch non dicono nulla) con lidea che la verit di ogni proposizione dotata di senso dipende sempre da un conf ronto con i fatti. 2. In secondo luogo, Wittgenstein pu liberare la prospettiva d a quei residui di platonismo che ancora caratterizzavano le teorie logiche di Fr ege e di Russell. Bertrand Russell, negli anni in cui Wittgenstein elaborava il Tractatus, sosteneva che la comprensione della logica implicasse una conoscenza diretta (acquaintance) degli "oggetti logici" e delle "forme pure" degli enuncia ti. La logica, secondo Russell, tenta "di comprendere, e di far comprendere chia ramente anche agli altri, le entit prese in esame [cio le verit logiche] affinch la mente abbia di esse lo stesso tipo di conoscenza che ha con il colore rosso o co n il sapore dellananas" (La mia filosofia, 73). Wittgenstein ribatteva che nessun a esperienza necessaria alla comprensione della logica (5.552). Alle proposizion i della logica non corrispondono "fatti logici", n alcuno dei segni logici ha la funzione di denotare "oggetti logici" (4.0312, 5.4). La logica, abbiamo detto, u na scienza "senza oggetto": essa non ha il compito di raffigurare "essenza etern e" di tipo platonico. Le proposizioni logiche non proiettano quindi n in direzion e della realt empirica n in direzione di un livello di realt extra-empirico: una ta utologia semplicemente senza contenuti. Wittgenstein rimane dunque fedele al div ieto di raffigurare la forma logica: questultima non "super-fatto" di cui possiam o fornire unimmagine, quindi pu solo essere mostrata e non pu mai essere detta. 3. In terzo luogo, Wittgenstein non tratta le proposizioni logiche come una classe di proposizioni distinta gerarchicamente dagli enunciati descrittivi, ma le pone allo stesso livello di ogni altra combinazione di segni ammessa dalle regole de lla sintassi logica. Non vi sono proposizioni che parlano del mondo e proposizio ni (cio le proposizioni logiche) che parlano delle condizioni della raffigurazion e: se cos fosse, come si diceva nella Scheda 10, le proposizioni della logica dov rebbero obbedire a regole differenti da quelle cui sono subordinate le normali p roposizioni descrittive, e quindi dovremmo postulare lesistenza di una forma logi ca di secondo livello. Una tautologia, invece, obbedisce esattamente alle stesse regole cui subordinata una proposizione descrittiva. Ma quelle stesse regole in base alle quali formiamo proposizioni che parlano del mondo, autorizzano la nas cita di combinazioni particolari di segni prive di valore raffigurativo e la cui tavola di verit contiene solo delle "V". E dunque vero che le proposizioni logich e sono diverse da tutte le altre proposizioni, ma la loro natura "speciale" gius tificata pur sempre allinterno del quadro dellunico linguaggio e dellunica logica d i cui disponiamo. La procedura di caratterizzazione e di riconoscimento delle pr oposizioni logiche proposta da Wittgenstein rispetta pertanto pienamente il prop osito, cui egli accennava nella Prefazione, di rimanere sempre allinterno del lin guaggio evitando di proiettare il punto di vista in una impensabile regione "est erna". Le proposizioni della logica, esibiscono ("mostrano") le propriet logiche

del linguaggio e del mondo (6.12). Per quanto "priva di senso" (sinnlos), una ta utologia non insensata (unsinnig), distinguendosi in ci da quelle combinazioni di segni che non rispettano le regole della sintassi logica (cfr. 4.4611). Enuncia re una proposizione logica come "~ (p . ~ p)" non equivale quindi ad enunciare u n nonsenso del tipo "Questo tavolo orologia il libro" (NL 204). La ragione di ci consiste appunto nel fatto che le tautologie "rispettano le regole della sintass i logica (quindi non sono mere accozzaglie di segni), ma le portano, per cos dire , al limite (4.466): fanno vedere che,

combinando i simboli in certi modi peraltro leciti, si ottengono combinazioni pr ive di senso, che per il loro stesso essere tali mostrano come funzionano quei s imboli" (Marconi, 1997, 43). Scrive Wittgenstein: "E chiaro che deve indicare qua lcosa sul mondo il fatto che certi nessi di simboli che per essenza hanno un dete rminato carattere- siano tautologie" (6.124). Ci che quei nessi rivelano, per il fatto di essere sempre veri, sono appunto le leggi a priori che devono necessari amente caratterizzare ogni possibilit empirica. Ad esempio, in virt della tautolog icit del principio di non contraddizione (cio per il fatto che: "non: p e non-p" s empre vera) deve risultare impossibile che nel mondo sussista e allo stesso temp o non sussista il fatto p. Una tautologia, per, non enuncia ci in modo esplicito ( come abbiamo appena fatto noi), bens si limita a rendere visibile nella propria s truttura una propriet essenziale del simbolismo. Wittgenstein paragon la tautologi a ad una ruota che gira a vuoto in un ingranaggio (v. nota alla 4.46). Questo ti po di movimento, potremmo dire, manifesta "la logica" delle parti costitutive de l meccanismo cui la ruota appartiene. Pur non "ingranando" con la realt empirica ed anzi "girando a vuoto" come gli ingranaggi di un motore in folle, la tautolog ia rivela il funzionamento del meccanismo logico. Nella forma di una proposizion e logica noi vediamo manifestarsi la natura essenziale del linguaggio, cio qualco sa che non dipende affatto da noi ma che in un certo senso in s compiuto ed autos ufficiente indipendentemente da ogni intervento soggettivo: le regole logiche no n sono creazioni arbitrarie della mente umana, ma sono espressione di un ordine superiore che il soggetto non pu far altro che apprendere. Nemmeno Dio potrebbe v iolare lordine necessario delle leggi logiche (3.031, 5.123). In questo senso, "n ella logica non siamo noi ad esprimere, con laiuto dei segni, ci che vogliamo; nel la logica la natura stessa dei segni necessari ad esprimere" (6.124). Ma la part icolare natura delle proposizioni logiche contiene in s le ragioni del loro super amento in un sistema simbolico adeguato. Noi possiamo infatti "riconoscere le pr opriet formali delle proposizioni per mera ispezione delle proposizioni stesse" ( 6.122). Da un lato, si pu dimostrare che nellenunciato "[(p q) . p] q" la proposiz ione "q" segue logicamente dallantecedente "(p q) . p" calcolando il valore di ve rit dei simboli e vedendo che questa una tautologia. Ma in fondo non v alcun bisogn o di far ci dal momento che il nesso logico che lega "q" allantecedente appunto vi sibile nella struttura del segno proposizionale. "Che la verit duna proposizione s egua dalla verit daltre proposizioni, noi ravvisiamo dalla struttura delle proposi zioni" (5.13). Dimostrare per mezzo del metodo delle tavole di verit che una data combinazione di simboli una proposizione logica sembra pertanto solo un espedie nte di calcolo per riconoscere pi facilmente la tautologia ove questa complicata" (6.1262). Il ricorso a questo "mezzo meccanico" per in linea di principio dispen sabile dato che ogni tautologia mostra da s di esser tale. "A questo modo, il Tra ctatus rende del tutto superflua la logica come dottrina separata, perch il suo c ontenuto completamente assorbito nella teoria del simbolismo: una corretta teori a della forma delle proposizioni del linguaggio ci consente non solo di discrimi nare tra proposizioni ben formate e successioni mal formate di segni, ma anche d i cogliere le relazioni inferenziali tra proposizioni. Tutto ci che la logica ten ta di dire, si vede dalla forma delle proposizioni" (Marconi, 1997, 459).

Note al Tractatus LA SCIENZA (6.3 6.372) 6.3. Cfr. 6.37: "V solo una necessit logica". Nel mondo tutto contingente e quindi non vi sono leggi necessarie, dotate di una validit a priori. Questa osservazione introduce le riflessioni critiche di Wittgenstein sul sapere scientifico. Cfr. E. Mach: "Esiste soltanto la necessit logica: se al fatto A competono certe propr iet, io non posso al tempo stesso prescinderne. Ma che esse gli competano semplic emente un fatto dellesperienza. Una necessit fisica non esiste" (in: Musil, Sulle teorie di Mach, p. 68). 6.31. Linduzione, o inferenza induttiva, consiste nellelab orazione di una legge generale partendo da una serie di casi particolari. J. S. Mill (1806-1873) considerava il procedimento della generalizzazione induttiva qu ale fondamento di tutto il sapere scientifico. Per Wittgenstein, la "legge di in duzione" non affatto una legge (le uniche leggi degne di questo nome, in quanto universali e necessarie, sono quelle logiche). Il principio dellinduzione pu formu larsi cos: "La constatazione della presenza di certi caratteri nei casi osservati un segno del loro presentarsi anche nei casi che esperir in futuro". Tale asserz ione empirica, ovvero pu essere smentita dallesperienza. Non si tratta dunque di u na verit a priori. Da ci si pu dedurre lo statuto contingente di tutte le asserzion i formulate dalla scienza sulla base del principio della generalizzazione indutt iva. Sullinduzione cfr. 6.363. 6.32. Nemmeno il principio di causa-effetto una le gge a priori: la credenza nella sua validit necessaria una superstizione (5.1361) . Tuttavia esso fa parte di quelle assunzioni fondamentali che consentono alla s cienza di collegare i fenomeni naturali secondo un ordine sistematico. Ogni legg e naturale presuppone un collegamento costante tra i fenomeni. La legge di causa lit, esprimendo appunto lidea della connessione necessaria dei fenomeni, pu dunque essere definita come la forma che ogni legge naturale presuppone e condivide con le altre leggi. Perci Wittgenstein asserisce nella 6.36: "Se vi fosse una legge di causalit, essa potrebbe sonare: -Vi sono leggi naturali-". Il principio di cau sa-effetto non enuncia nulla riguardo ai fatti del mondo, ma rivela piuttosto la forma delle asserzioni scientifiche (6.34) ovvero la struttura dei nostri siste mi interpretativi della natura (6.35). 6.34. Per "intuizioni a priori" (termine di derivazione kantiana) si deve intendere linsieme dei presupposti che la scienz a utilizza per descrivere i fenomeni. La legge di causalit (principio di ragion s ufficiente), il principio della continuit dei fenomeni naturali, la legge del min imo sforzo, la legge di conservazione dellenergia (6.33), in questo senso, son tu tte intuizioni a priori, ovvero costituscono le "prime maglie" che sorreggono la rete delle proposizioni scientifiche: lo scienziato le presuppone costantemente nel tentativo di ricondurre linsieme dei fenomeni a leggi e rapporti costanti. I n quanto determinano la possibilit delle proposizioni della scienza, tutti questi presupposti valgono a definire la forma delle proposizioni scientifiche (6.33); essi "esprimono opzioni circa la sintassi dei possibili linguaggi scientifici" (Black 333). 6.341. Una teoria scientifica pu essere paragonata ad un reticolo so vrapposto ad una macchia nera su un foglio bianco. Come la scelta di un reticolo adeguatamente "fine" consente di individuare con precisione le porzioni bianche e nere del foglio, cos linsieme delle proposizioni di una teoria scientifica cons ente di inquadrare i fenomeni naturali "in forma unitaria". Per la spiegazione d i questa analogia v. Scheda 18. 6.342. Il fatto che la macchia (v. 6.341) possa essere descritta per mezzo di una certa rete ad essa sovrapposta, o che il mondo possa essere descritto per mezzo di una certa teoria (ad es. quella newtoniana) non fornisce ancora alcuna informazione su ci che si intende descrivere (la macc hia, la natura fenomenica). Sarebbe infatti possibile procedere nella descrizion e utilizzando criteri differenti da quelli assunti, e quando concentriamo la nos tra attenzione sulle modalit della rappresentazione (le diverse griglie per quant o riguarda la macchia, le diverse teorie scientifiche riguardo alla natura) ci o ccupiamo della rete e non di ci che la rete descrive (6.35). Ma per mezzo della r ete diventa possibile formulare asserzioni riguardanti i fenomeni (dicendo ad es . che un certo quadrato bianco o nero) e ovviamente in questo caso ci riferiamo al mondo e diciamo qualcosa su di esso. E allo stesso modo stabiliremo un nesso

con la realt scoprendo che una certa rete in grado di descrivere "pi semplicemente " il mondo rispetto ad unaltra (lefficacia descrittiva di una rete dipende infatti dalla struttura del mondo, non una

propriet a priori del reticolo). 6.35. Noi possiamo indicare a priori le propriet geometriche del reticolo per mezzo del quale descriviamo le macchie nere sul fog lio; ma la geometria non pu ovviamente dir nulla a priori sulla forma e posizione delle macchie, perch laccertamento di ci questione di esperienza. Analogamente, so no indicabili a priori tutti i principi utilizzati dalla scienza per descrivere i fenomeni, ma non possibile dedurre da questi lordine contingente dei fenomeni e mpirici. In entrambi i casi, parlando dei principi costitutivi delle nostre grig lie interpretative noi fissiamo lo sguardo sulla rete e non su ci che per mezzo d ella rete intendiamo descrivere. I principi primi della scienza non hanno un con tenuto raffigurativo: essi non servono a descrivere fatti, ma hanno lesclusiva fu nzione di guidare le nostre esperienze. 6.36. Cfr. 6.32: la legge di causalit non una legge ma la forma di una legge. Dato che ogni legge naturale presuppone lord ine causale dei fenomeni, asserire che esiste la legge di causalit equivarrebbe a d affermare: "Vi sono leggi naturali". Ma che vi sia una legge di causalit non pu essere asserito ("detto") come se si trattasse di un fatto perch tale principio n on ha alcun fondamento empirico. Semplicemente, tutte le asserzioni della scienz a naturale mostrano di presupporre costantemente la validit della legge causale. Con ci non si dice che il nesso di causa-effetto una verit a priori, ma lo si rico nosce come il principio costitutivo pi importante di ogni rete interpretativa. 6. 361. Solo presupponendo il principio di causalit possibile pensare ad una conform it dei fenomeni a leggi comuni. Ricordiamo ancora una volta che parlando del prin cipio di causalit non asseriamo che esistono connessioni necessarie tra i fatti, o che la natura nella sua essenza caratterizzata da un comportamento uniforme. T ale principio costituisce soltanto il presupposto della conoscibilit delle cose s econdo leggi e dunque riguarda la struttura della rete, e non ci che la rete desc rive (6.35). 6.362. Cfr. 6.32 (la legge di causalit la forma di una legge) e 6.36 (assumere il principio di causalit equivale ad asserire che vi sono leggi natura li). "Qui descrivere deve significare descrivere in conformit a certe leggi, in qua nto certamente Wittgenstein non intendeva escludere la descrizione di un evento casuale (poniamo, per mezzo di una proposizione elementare)" (Black 351). Lafferm azione di Wittgenstein va dunque letta cos: non possibile inquadrare alcun accadi mento naturale sotto una legge prescindendo dal principio di causalit (lelemento f ormale che condiviso da ogni legge, 6.32 e 6.36). 6.363. Sullinduzione, cfr. 6.31 . Il procedimento induttivo segue un principio di economia (tema derivato da Mac h) consistente nellassumere, per la spiegazione dei fenomeni naturali, le leggi p i semplici escludendo le ipotesi superflue. "La mia esperienza conforta la tesi c he questa ipotesi sar capace di rappresentare semplicemente la mia esperienza pas sata e futura. Se si appura che il materiale dellesperienza rappresentata in form a pi semplice da unaltra ipotesi, sceglier il metodo pi semplice" (OF 130, 9). 6.363 1. Ancora una volta Wittgenstein rifiuta di far valere i principi costitutivi de lla rete interpretativa come indicazioni sullessenza della realt. Noi elaboriamo l eggi esplicative dei fenomeni seguendo un principio di economia (6.363), ma ci no n vuol dire affatto che la natura si regoli sempre in modo che avvenga il caso p i semplice. La mia credenza al riguardo, come gi rilevato da Hume, ha solo un fond amento psicologico, vale a dire, non ha alcun fondamento. 6.36311. "Che il sole sorger domani una proposizione non meno intelligibile e che non implica pi contrad dizione dellaffermazione che esso sorger" (D. Hume, Ricerche filosofiche, IV, I). Cfr. nota alla 5.136. 6.37. "Gli stati di cose sono indipendenti luno dallaltro" ( 2.061) e quindi "dal sussistere o non sussistere duno stato di cose non pu conclud ersi al sussistere o non sussistere dun altro" (2.062). Non v alcun fondamento (se non psicologico, cfr. 6.3631) alla credenza della connessione necessaria dei fen omeni. Lunica necessit quella stabilita dalle leggi logiche; essa per non vale per quelle che Hume chiamava "materie di fatto", cio per le questioni empiriche. Una necessit "empirica" non esiste. Cfr. Nietzsche: "La necessit meccanica non un fatto; noi labbiamo introdotta nellavvenimento per interpretarlo" (in: La distruzione de lle certezze, 43). 6.371. Lodierna fiducia nella scienza (il bersaglio polemico d i Wittgenstein il Positivismo) basata su un equivoco: le leggi elaborate dalla s cienza, infatti, non svelano affatto il mondo com nella sua essenza (e dunque non spiegano i fenomeni naturali) ma sono soltanto una descrizione dei fenomeni oper ata sulla base dei principi teorici assunti per ridurre il molteplice in forma u

nitaria. "La scienza non ci fornisce mai nulla di pi che una

maniera appropriata di descrivere i fenomeni, e nessuno strumento per spiegarli nel senso forte (...). Wittgenstein aveva una tendenza nettissima a giudicare ch e se tutto quel che possiamo sapere quanto pu dirci la scienza, allora sappiamo b en poche cose; e se le sole questioni che possono essere risolte nel senso propr io sono le questioni scientifiche, allora tanto vale dire che nulla pu essere ris olto" (Bouveresse, 15-16). 6.372. Considerate come verit intangibili, le spiegazi oni scientifiche sono al giorno doggi oggetto di venerazione proprio come Dio e i l Fato presso gli antichi. C tuttavia una differenza tra la concezione antica e qu ella moderna: riconoscendo Dio quale istitutore dellordine naturale si riconosce che non tutto pu essere spiegato (le ragioni per cui la divinit stabilisce questo determinato ordine non possono infatti essere comprese); chi si affida alla scie nza quale clavis universalis per spiegare il mondo, invece, certo della spiegabi lit di ogni cosa. Wittgenstein ritiene pi adeguata la concezione degli antichi per ch anche nellambito del sapere scientifico sussiste un livello che non rischiarabi le per mezzo di alcun procedimento dimostrativo. La scienza non infatti in grado di spiegare la ragione ultima per la quale nel mondo le cose accadono in un cer to modo piuttosto che altrimenti, ma deve limitarsi a registrare e descrivere qu anto nel mondo avviene; inoltre, data la convenzionalit dei principi di spiegazio ne adottati per ordinare i fenomeni, le teorie scientifiche devono rinunciare al la pretesa di fornire una spiegazione "totale" del mondo ed accontentarsi di sta bilire "punti di vista" (sempre superabili) per linterpretazione della natura.

Scheda 19: La scienza Questa gente adulta e tanto intelligente s chiusa dentro una rete, una maglia tiene su laltra, sicch linsieme appare naturalissimo. Ma nessuno sa dove stia la prima m aglia che regge tutto quanto. R. Musil, I turbamenti del giovane Trless. Le riflessioni di Wittgenstein sul sapere scientifico e sul valore dei modelli i ntepretativi utilizzati dalle teorie fisiche risentono del profondo mutamento av venuto nella scienza tra Ottocento e Novecento. Nel corso del XIX secolo, le sci enze fisiche subirono un progressivo allontanamento dal paradigma della meccanic a classica e dal quadro teorico della teoria newtoniana (sostenuti dalla scuola di Laplace). Le tappe pi significative di questo processo furono: la nascita dell a Termodinamica come scienza autonoma retta da principi distinti da quelli della Meccanica (il secondo principio della Termodinamica, introducendo la nozione di irreversibilit dei fenomeni naturali, si poneva in esplicita contraddizione con linterpretazione meccanicista, per la quale le trasformazioni dei fenomeni sono t utte idealmente reversibili); lo studio dei fenomeni elettromagnetici (Faraday, Maxwell) e la nascita della Teoria della Relativit (Einstein); lo sviluppo della teoria atomica (Bohr). Gli anni immediatamente successivi alla pubblicazione del Tractatus avrebbero poi visto laffermazione della fisica quantistica, i cui risu ltati segnarono il definitivo divorzio della nuova scienza dalla fisica classica . In particolare, il principio di indeterminazione di Heisenberg sembrava colpir e alla radice il pi importante presupposto del sapere scientifico, ovvero il prin cipio secondo cui lordine dei fenomeni regolato invariabilmente dal nesso di caus a-effetto. Le scoperte della fisica quantistica, intaccando il dogma dellesatta p revedibilit degli stati successivi della natura, sembravano in questo senso una c onferma di quelle posizioni critiche nei confronti della visione determinista ch e avevano caratterizzato ampi settori della filosofia alla fine dellOttocento. Laf fermarsi delle nuove teorie fisiche rendeva ormai evidente che possibile e lecit o costruire molteplici sistemi interpretativi per la spiegazione dei fenomeni na turali, sottolineando con ci il margine di libert concesso allo scienziato nella d efinizione dei punti di partenza della propria indagine (la scelta della rete di c ui parla Wittgenstein nella 6.341).[1] In contrasto con lidea di scienza elaborat a dal Positivismo ottocentesco, pensatori come Henri Poincar (18541913) e Pierre Duhem (1861-1916) posero laccento sulla natura convenzionale dei principi adottat i dai fisici al fine di ordinare i fenomeni naturali. Tali principi non devono e ssere considerati giudizi sintetici a priori (in senso kantiano) n verit empiriche , ma ipotesi la cui scelta determinata dal criterio dellefficacia con la quale es si riescono a riunire i fenomeni sotto leggi comuni. La funzione economica della s cienza fu sostenuta con particolare vigore da Ernst Mach (1838-1916): il sapere scientifico seleziona i propri strumenti operativi (principi, leggi, teorie) con lunico scopo di realizzare il massimo risparmio di operazioni mentali nella spiega zione dei fatti. Sostenitore di un empirismo radicale, Mach era un deciso avvers ario della metafisica e sosteneva la necessit considerare i concetti utilizzati d alla fisica quali semplici criteri (desunti da singole esperienze) per orientare la ricerca. Quando i fisici parlano di forza, atomo, massa, etc. non si riferiscono a entit effettivamente esistenti, ma solo al modo per ricondurre i fenomeni empiri ci ad un ordine sistematico. A voler essere esatti, non esistono leggi naturali ma solo una molteplicit di reti di classificazione. Le teorie elaborate dalla sci enza hanno lo scopo esclusivo di anticipare esperienze costruendo modelli interpre tativi dei fenomeni. La nozione di modello era stata oggetto delle riflessioni di Hertz ne I principi della meccanica, opera che Wittgenstein conosceva molto bene (la definizione della proposizione come modello della realt (4.01) rivela chiarame nte linflusso di Hertz). Ad un modello richiesta soltanto una conformit di struttu ra con la situazione che raffigura (cfr. 4.04), e in questo senso la costruzione di un modello fisico deve rispondere innanzitutto a criteri logici (un modello che violasse le norme della logica non potrebbe raffigurare alcunch). Soddisfatto questo requisito, un modello sar poi pi o meno adeguato a seconda della sua capac it di rispecchiare le relazioni sussistenti tra i fenomeni. Non bisogna per cedere alla tentazione di assegnare al modello un valore assoluto o un significato ont ologico: esso soltanto uno strumento interpretativo, ed il suo valore dipende un

icamente dalla sua capacit di interagire con la realt. Essendo possibile descriver e la natura per mezzo di modelli differenti luno dallaltro, lunico criterio che ci guider nella scelta di uno particolare di essi sar, come aveva gi sostenuto Mach, q uello della sua economicit: ovvero sar privilegiato il sistema di raffigurazione c he ci consente di spiegare il maggior numero di fatti utilizzando il minor numer o di principi di spiegazione. Spiegava Hertz: Dati due modelli dello stesso ogget to pi appropriato quello che include in s il numero maggiore di relazioni essenzia li delloggetto, e che noi chiameremo il pi distinto. Dati due modelli di eguale di stinzione, il pi appropriato quello che contiene, oltre alle caratteristiche esse nziali, il numero pi piccolo di relazioni superflue o vuote, e sar il pi semplice d ei due (in Janik-Toulmin 141). Paragonando le teorie scientifiche a reti per la des crizione del mondo in forma unitaria (6.341), Wittgenstein mostra una chiara consa pevolezza dei temi su cui si concentra il dibattito innescato dalle nuove teorie scientifiche.

Consideriamo una superficie bianca su cui compare una macchia nera dai margini i rregolari. Potremmo impostare una descrizione di tale superficie sovrapponendo a d essa una rete a maglie quadrate: se il reticolato sufficientemente fitto, ogni porzione dellimmagine risulter bianca o nera e saremo perci in grado di identifica re con precisione il nostro oggetto. La scelta della rete (la forma della descrizione) arbitraria: avrei infatti potu to utilizzare con uguale successo una rete formata di maglie triangolari o esago nali, e una griglia di triangoli pi grandi potrebbe rivelarsi in certi casi pi fun zionale di una griglia di quadrati pi piccoli, etc.. Alla molteplicit delle reti d i cui posso servirmi per la descrizione di unimmagine corrispondono, nella scienz a, diversi sistemi di descrizione del mondo. Wittgenstein sottolinea in tal modo c he ladozione di un certo punto prospettico, ad esempio quello della meccanica new toniana o quello della meccanica quantistica, dipende da una libera decisione de llo scienziato. Si potrebbe pensare che la scienza debba limitarsi a prendere ord ini dalla realt e che in questo senso una teoria scientifica si costituisca soltan to in seguito ad esperienze empiriche. Ma questa visione semplicistica: perch vi siano esperienze significative, infatti, indispensabile che esista una struttura teorica di riferimento precedente ad esse, e quindi ci di cui lo scienziato deve innazitutto preoccuparsi la definizione dei principi che serviranno a connetter e i dati empirici. La meccanica, ad esempio, fornisce un certo numero di assiomi dicendo: Qualunque edificio tu voglia innalzare, lo devi comunque costruire con queste pietre, e con queste soltanto. Ogni teoria dunque un tentativo di costruire tutte le proposizioni vere, che ci servono per la descrizione del mondo, second o un unico piano (6.343). Definiti i principi generali, lo scienziato proceder inq uadrando i fenomeni naturali secondo un ordine definito a priori, ed ogni enunci ato elaborato allinterno di quella data prospettiva dovr necessariamente accordars i con i principi generali di essa. Accade cos che quando parliamo degli assiomi e dei principi primi di una determinata teoria scientifica non stiamo affatto par lando della realt, bens delle assunzioni, delle convenzioni che permettono di stab ilire un campo prospettico allinterno del quale diventa possibile fissare lordine dei fenomeni. Ad esempio, dalla possibilit di descrivere il mondo secondo gli ass iomi della meccanica newtoniana non possiamo derivare alcuna indicazione riguard o al mondo (6.342). E trattando del principio di causalit, della continuit dei fen omeni naturali, del minimo sforzo nella natura, etc., noi parliamo della rete e non di ci che la rete descrive (6.34, 6.35). Lequivoco che Wittgenstein intende ev itare dunque quello di attribuire al mondo propriet che sono proprie soltanto dei nostri schemi rappresentativi di essa. Non essendo condizionati dallesperienza, ma essendo anzi definiti prima di ogni esperienza, i principi primi utilizzati d a una teoria scientifica assumono cos una validit a priori. Ci non significa per che essi siano incondizionatamente veri, ma solo che di tali principi non si pu fare a meno restando allinterno della determinata prospettiva che essi contribuiscono a fondare. Allo scopo di inquadrare i fenomeni secondo un ordine unitario si po ssono ovviamente adottare principi differenti, ma una volta definito linsieme deg li assiomi di una teoria questi assumeranno il valore di verit a priori per quel de terminato ordine prospettico.[2] Da un lato, noi possiamo descrivere a priori tu tte le propriet geometriche del reticolato sovrapposto alla macchia (6.35), ma qu esto non dice ancora nulla sul mondo. Non invece indicabile a priori se un quadr ato della rete risulter bianco oppure nero: ci dipender appunto dallesperienza. Ovve ro, non saranno date a priori, ma dipenderanno dallesperienza, quelle informazion i sulla realt che i principi di una teoria scientifica si incaricano di inquadrar e in forma sistematica. Pur attraverso tutto lapparato logico scrive Wittgensteinle leggi fisiche parlano tuttavia degli oggetti del mondo (6.3431). Al di l della convenzionalit del sistema interpretativo scelto per rappresentare i fenomeni, n on sar pi arbitrario (ma dipender da come la realt) che una determinata rete fornisc a una rappresentazione pi o meno adeguata della macchia ovvero che una certa teor ia scientifica costituisca una spiegazione pi semplice del mondo rispetto ad unalt ra (6.342). Il nesso tra la teoria ed il mondo si mostra nel grado di elaborazion e (la finezza delle maglie nellanalogia di Wittgenstein) richiesto per raggiunger e, in un dato modo di rappresentazione, un grado di esattezza assegnato. Come il

taglio di un abito, per quanto imperfetto possa essere, rivela sempre qualcosa

della sagoma di colui che lo indossa, cos la scelta del sistema di coordinate pi a ttendibile rivela qualcosa del carattere del mondo reale (Black 336). Da un punto di vista generale, le asserzioni formulate dalla scienza naturale riguardo alla realt empirica costituiscono le uniche proposizioni dotate autenticamente di sen so e perci la scienza esaurisce il campo del dicibile (6.53, cfr. 411: La totalit d elle proposizioni vere la scienza naturale tutta). Tuttavia, se attribuissimo all a scienza la virt di svelare lessenza ultima del mondo cadremmo in un illusione di tipo metafisico. Le leggi naturali, infatti, non sono le spiegazioni dei fenome ni naturali (6.371), ma soltanto uno schema interpretativo degli stessi: dato ch e v solo una necessit logica (6.37), nessuna legge della scienza naturale pu present arsi come necessaria ed incontrovertibile. La moderna concezione del mondo, idolat rando i risultati della scienza quali verit supreme e intangibili, finisce allora per assomigliare alla posizione assunta dagli antichi quando parlavano del Fato e dellordine stabilito dalla divinit. Secondo Wittgenstein, la concezione degli a ntichi in fondo pi onesta di quella attuale perch chi chiama in causa la divinit ri conosce che non tutto, nella natura, spiegabile: le nostre teorie, infatti, lasc iano sempre sussistere un residuo incalcolabile, un livello che si sottrae ostin atamente ai nostri sforzi di comprensione e razionalizzazione. Nellottica positiv ista, invece, dovrebbe sembrare che tutto sia spiegato (6.372). Si potrebbe dire c he una spiegazione forte della realt (quella cui aspira il Positivismo) non dovrebb e lasciare aperta la questione dei fondamenti dei nostri principi intepretativi. La scienza non riesce per in nessun caso a chiudere il cerchio delle spiegazioni dato che nella determinazione delle prime maglie della rete sussiste un margine i neliminabile di arbitrariet. La spiegazione ultima della realt potrebbe darsi soltan to assumendo un punto di vista che consenta di comprendere nel campo prospettico la totalit dei fatti, ci il mondo come un tutto. Ma ci esula dagli obiettivi e dalle possibilit della scienza. Ladozione di questo punto di vista sulla realt sembra pi uttosto implicare una considerazione del mondo tipicamente metafisica. La possib ilit di vedere il mondo sub specie aeterni, nella dimensione di un tutto concepito co me unit realizzata, sar oggetto delle analisi di Wittgenstein nelle proposizioni f inali dellopera. [1] Ad analoghi risultati aveva condotto, nel corso dellOttocento, la nascita del le geometrie non-euclidee (Bolyai, Lobacevskij, Riemann). Il sistema di Euclide, per il suo rigore deduttivo e lassoluta certezza delle sue co nclusioni, aveva rappresentato nel corso dei secoli un modello di riferimento si a per i filosofi che per gli scienziati. Ma la possibilit di costruire geometrie alternative rendeva impossibile giudicare ancora i teoremi euclidei quali descri zioni delle propriet dello spazio in s. Lesistenza di sistemi diversi da quello class ico suggeriva invece che i concetti geometrici dovevano essere considerati come costruzioni della mente operate a partire da una scelta arbitraria di assiomi: l a validit di una teoria non riposava pi sullevidenza intuitiva dei suoi principi, m a sulla coerenza interna del sistema. Nessun sistema poteva in questo senso pres entarsi come pi vero degli altri. [2] Ogni teoria scientifica, fondandosi sullassunz ione di alcuni principi-guida immutabili, assume perci laspetto di un ordine chiuso. Una nuova teoria scientifica, in questo senso, non si riduce semplicemente ad u n differente corpo di asserzioni riguardanti la realt fenomenica, ma consiste nel ladozione di una nuova serie di principi-guida che tenderanno inevitabilmente a f ondare un nuovo ordine chiuso. La scienza non si sviluppa perci secondo un processo di incremento successivo di conoscenze allinterno di un quadro di riferimento co stante, ma procede anzi per bruschi cambiamenti di orizzonte: ci che viene modifi cato nel corso di una rivoluzione scientifica sono sempre le reti nel loro compl esso.

Note al Tractatus MONDO E VOLONT (6.373 6.375) 6.373. Sulla volont cfr. 6.423, 6.43. Ci che accade, cio il mondo com e insieme di fatti, sussiste indipendentemente dal mio volere: non v, tra la mia v olont ed il mondo, alcuna connessione necessaria (6.374). Ne consegue che il mio volere non pu modificare in nessun modo i fatti del mondo. Dal punto di vista eti co, questa osservazione suggerisce limpossibilit del soggetto di influenzare lordin e contingente dei fatti per mezzo delle proprie intenzioni morali (6.43). Nel mo ndo tutto "avviene come avviene" (6.41) e non v alcun nesso tra le mie aspettative di natura morale ed il livello degli accadimenti. 6.374. Dato che non v alcuna co nnessione tra la volont ed il mondo, se tutto quel che vogliamo o desideriamo si realizzasse veramente ci avverrebbe per puro accidente (sarebbe "una grazia del f ato"). Cfr. Q. 173: "Io non posso guidare gli eventi del mondo secondo la mia vo lont; al contrario, sono affatto impotente"; Q. 175: "Il mondo mi dato, vale a di re la mia volont si volge al mondo completamente dal di fuori, come a un fatto co mpiuto". 6.375. Come non esiste una necessit fisica cos non esiste una impossibili t fisica: necessit e impossibilit non sussistono fuori della logica. Cfr. 6.3 (fuor i della logica tutto accidente), 6.37 (v solo una necessit logica). LETICA, IL VALORE, IL SENSO DELLA VITA. (6.4 6.522) 6.4. Gli eventi di cui costituito il mondo (data lindipendenza recipr oca degli stati di cose, 2.061) sono tutti "accidentali" e dunque non possibile distinguerli stabilendo tra essi differenze di valore (nessun fatto pi importante o migliore di un altro). Anche le proposizioni sono tutte "neutrali" rispetto alla prospettiva del valore: esse sono tutte "degual valore", ovvero non v alcuna differ enza di valore tra esse. Le proposizioni del linguaggio hanno lesclusiva funzione di raffigurare i fatti, e nessuna descrizione pu contenere una valutazione: limma gine semplicemente estranea alla distinzione tra bene e male (le immagini posson o rappresentare eventi che dal punto di vista morale sono giudicabili riprovevol i o giusti, ma in quanto immagini esse non giudicano affatto). La natura raffigu rativa del linguaggio rende dunque impossibile tradurre in parole un giudizio mo rale sugli eventi: letica, afferma Wittgenstein nella 6.421, non pu formularsi. 6. 41. I fatti sono tutti equivalenti, ogni evento "avviene come avviene" e nessun accadimento differisce da un altro riguardo al valore. Non esistono perci fatti b uoni o cattivi, azioni raccomandabili o riprovevoli: il mondo come , e il linguag gio si limita a registrare ci che accade. Se per "Valore" intendiamo un principio assoluto, necessario e immodificabile, chiaro che esso pu essere concepito solo come trascendente lordine contingente dei fatti. Lambito dei valori deve dunque es sere proiettato al di fuori della sfera degli accadimenti, vale a dire fuori del mondo. LEtica, cui essenziale il riferimento ai Valori, non ha nulla a che fare con il livello di ci che accade nel mondo. 6.42. Che le proposizioni non possano esprimere nulla "ch pi alto" e che non vi possano essere proposizioni etiche dirett a conseguenza di quanto affermato nella 6.4. La teoria raffigurativa determina li mpossibilit di piegare il linguaggio alle esigenze delletica. Gli enunciati si lim itano a descrivere la realt, il che ben diverso dalla valutazione cui aspiriamo i n campo morale. LEtica rimanda ad un dover-essere, mentre la funzione naturale de l linguaggio riflettere lesistente (cio la semplice presenza dei fatti, il loro ac cadere). Di fronte ad un omicidio, ci si pu porre dal punto di vista morale e giu dicare riprovevole lazione pronunciando un giudizio di condanna (un evento di que sto genere non dovrebbe accadere perch viola una valore morale); daltra parte, dal punto di vista scientifico si tender a descrivere levento come un qualsiasi altro accadimento fisico, tentando magari di inserirlo in un contesto statistico o il lustrandone le modalit di attuazione etc.. Chi adotta questultima prospettiva assu me un

atteggiamento neutrale di fronte al valore morale degli eventi e si interessa so ltanto della descrizione di essi. Se lunico uso sensato degli enunciati, seguendo la teoria del Tractatus, la raffigurazione (cio la descrizione), ne consegue che la nostra esperienza dei fatti si svolge esclusivamente secondo le modalit a-val utative proprie della razionalit scientifica, escludendo cos latteggiamento etico d a ogni possibilit di espressione sensata. 6.421. Cfr. Quaderni, 178: "Letica devess ere una condizione del mondo, come la logica". Wittgenstein individua un tratto comune alla logica ed alletica: n luna n laltra trattano del mondo (v. 6.124: le prop osizioni della logica "trattano di nulla"). La logica, descrivendo "larmatura del mondo", pu essere a ragione considerata condizione del mondo ed essere definita come "trascendentale". Pi complesso spiegare le ragioni che spingono Wittgenstein ad affermare che letica trascendentale, dato che solo la logica d forma alle prop osizioni ed escluso che letica possa rappresentare unalternativa alla logica o man ifestarsi indipendentemente da essa (non esiste una "forma etica" che possa sost ituire la forma logica o aggiungersi ad essa: le proposizioni del linguaggio son o strutturate secondo la forma logica e nessuna delle proposizioni dotate di sen so pu contenere un senso "etico"). Nei Quaderni (180), Wittgenstein aveva scelto di qualificare letica come trascendente: questa definizione si accorda meglio con lestraneit delletica rispetto al mondo e con la sua impossibilit a "far presa" su e sso. Probabilmente la scelta dellaggettivo "trascendentale" si giustifica in rela zione alla capacit delletica di valere come condizione di quella trasfigurazione t otale della realt di cui Wittgenstein parla nella 6.43. Sullidentit etica estetica, cfr. Q. 185: "Lopera darte loggetto visto sub specie aeternitatis; e la vita buona il mondo visto sub specie aeternitatis. Questa la connessione tra arte ed etica ". Il nesso etica-estetica fu probabilmente suggerito a Wittgenstein dalla lettu ra di Schopenhauer. Questultimo, ne Il mondo come volont e rappresentazione, aveva descritto lesperienza estetica come uno stato di contemplazione dei valori sganc iato dalle modalit conoscitive ordinarie legate alla rappresentazione del mondo f enomenico. Per Schopenhauer, "larte concepisce con la pura contemplazione, e ripr oduce poi, le idee eterne, cio tutto quello che vi di essenziale e di permanente in tutti i fenomeni del mondo (...). Larte si attiene dunque alloggetto singolo, c onsiderato a s stante; ferma la ruota dei tempi; svanite le relazioni, lessenziale , lidea, formano il suo unico oggetto" (Il mondo come volont e rappresentazione, I II, 6). Anche secondo Schopenhauer, dunque, lopera darte loggetto visto sub specie aeternitatis. 6.422. Wittgenstein esclude che un imperativo morale equivalga ad una semplice subordinazione di mezzi a fini. Kant parlava a questo proposito di imperativo ipotetico, che un precetto di natura strumentale (se tu vuoi x allora devi agire in un certo modo); questo tipo di precetto lascia del tutto inesplor ata la questione del valore dellobiettivo che si intende conseguire interessandos i soltanto dellefficacia del nostro agire (lobiettivo "x" potrebbe corrispondere a d una qualsiasi azione malvagia riguardo alla quale ci vengono proposti i mezzi adeguati per porla in atto). Il vero imperativo morale, quello che Kant definisc e categorico, chiama invece in causa la volont buona, cio lintenzione con la quale il soggetto si adegua al comando della ragion pratica. Affermando che il problema delle conseguenze di unazione irrilevante, Wittgenstein collega la dimensione eti ca ad un principio che al pari della volont buona di Kant- del tutto indipendente dallordine dei fatti. Nella 6.423 Wittgenstein precisa che il "portatore delletico " proprio la volont. Lazione morale scaturisce dalla volont buona indipendentemente da ogni circostanza fattuale e da ogni calcolo delle conseguenze. Kant aveva sc ritto: "Anche se lavversit della sorte o i doni avari di una natura matrigna priva ssero interamente questa volont del potere di realizzare i propri progetti; anche se il suo maggior sforzo non approdasse a nulla ed essa restasse una pura e sem plice buona volont (...) essa brillerebbe di luce propria come un gioiello, come qualcosa che ha in s il suo pieno valore" (Fondazione della metafisica dei Costum i, 1). In questo senso si comprende meglio laffermazione di Wittgenstein secondo c ui il premio e la pena devono essere nellazione stessa. 6.423. Il volere quale "p ortatore delletico", ovvero quale condizione del riferimento ai Valori, non appar tiene al mondo perch non un fatto. Si pu parlare sensatamente soltanto dei fatti; dunque possibile parlare solo del volere in quanto fenomeno (ogni atto manifesto del soggetto che vuole), e ci di pertinenza della scienza psicologica. Ma non v al

cuna possibilit di esprimere il livello pi profondo della volont morale. Wittgenste in aveva gi affermato che "il soggetto che pensa, immagina, non v" (5.631). Con la "scomparsa" del soggetto quale fondamento dellattivit rappresentativa viene proiet tato fuori della sfera dei fatti anche il cardine dellesperienza morale, ovvero li o quale "portatore delletico" (su questo tema cfr. Scheda 16). 6.43. Dato che il mondo indipendente dalla mia volont (6.373), in cosa consiste il mutamento di cui responsabile il volere buono o cattivo? Le immagini proposte da Wittgenstein (u nalterazione dei limiti del linguaggio, un cambiamento che non pu essere espresso in parole e che produce una modificazione totale del mondo) paiono identificare la prospettiva etica con uno stato mistico di trasfigurazione della realt. Nei Quad erni (174) Wittgenstein specifica che il crescere o decrescere in toto del mondo avviene "come per aggiunta o caduta

dun senso". Questo ribaltamento della prospettiva ordinaria del tutto indescrivib ile perch produce un cambiamento del campo prospettico nella sua interezza: esso riguarda i limiti del linguaggio, e non fatti descrivibili per mezzo del linguag gio. Musil scrive a questo proposito: "Tutti i precetti della morale indicano un o stato di trasognamento che gi sfuggito alle regole in cui lo si chiude" (Luomo s enza qualita, II, 738); "Nel momento in cui si evade dalla vita inessenziale si stabiliscono nuove correlazioni. Anzi, direi quasi che le cose non stanno pi in a lcun rapporto fra loro, perch si tratta di un rapporto sconosciuto, del quale non abbiamo nessuna esperienza, e tutte le altre correlazioni sono smarrite; ma que sta nonostante la sua oscurit cos chiara che non la si pu negare. E forte, ma inconc epibilmente forte. Si potrebbe anche dire: di solito noi guardiamo qualcosa e lo sguardo come una bacchettina o un filo teso al quale locchio e loggetto guardato si appoggiano reciprocamente, e ogni secondo che passa sorregge una trama di que sto genere; mentre in questa particolare disposizione danimo c piuttosto qualcosa d i dolorosamente dolce che disgiunge i raggi visuali" (op. cit., II, 739). Musil, al pari di Wittgenstein, descrive tale mutamento come un "evento" confinato nel la dimensione privata del soggetto e nega perci che esso abbia unincidenza sul mon do. Si soliti pensare che "una persona buona rende buono tutto ci che tocca, anch e se gli altri le fanno guerra: appena entrano nel suo campo, essa li trasforma interamente"; ma in realt "questo sarebbe uno dei malintesi pi antichi! Perch una p ersona buona non migliora affatto il mondo n influisce in alcun modo su di esso; se ne allontana soltanto!" (Ibidem). Rispetto al mondo dellinfelice osserva Wittge nstein- quello in cui vive la persona felice semplicemente un altro mondo. 6.431 1. Losservazione di Wittgenstein richiama il celebre argomento di Epicuro secondo cui non si pu fare esperienza della morte perch vita e morte si escludono a vicen da ("quando noi siamo, la morte non presente, e quando presente la morte, allora noi non siamo", Diog. Laert., X, 125). La morte delimita lorizzonte della tempor alit poich con essa ha termine il tempo della nostra esistenza. Ci sono per due mod i di intendere tale limitazione. Nel senso etico-religioso, si soliti considerar e la morte come confine tra due durate (la nostra esistenza e la vita eterna), e di qui si condotti a porsi il problema della destinazione ultraterrena dellanima . Ma in questo modo ci si rappresenta il limite da un punto di vista esterno esa ttamente come quando si raffigura il campo visivo chiuso da una linea e si consi dera ci che situato fuori di esso (cfr. 5.6331). Il modo corretto di considerare la morte quale limite, allora, consiste nel riconoscerne la trascendenza rispett o alla vita ("la morte non un evento della vita. Non un fatto del mondo", Q. 175 ). Scomparso il limite, diviene privo di senso anche concepire un tempo che si e stende oltre la vita. Lunica scelta coerente diviene perci laccettazione dellimmanen za, ci che Wittgenstein chiama "vivere nel presente". Nei Quaderni (175) Wittgens tein scrive: "Solo chi vive non nel tempo, ma nel presente, felice"; "Per la vit a nel presente non v morte". Escludendo il pensiero della morte come linea separat rice tra il tempo e leterno, lesistenza viene concepita come priva di limiti: in q uesto modo si guadagna lunica forma di "eternit" che concessa alluomo, la quale coi ncide con lintemporalit. J. L. Borges notava a questo riguardo: "Essere immortale cosa da poco: tranne luomo tutte le creature lo sono, giacch ignorano la morte" (LA leph, 18). 6.4312. Nulla, nel mondo, pu provare limmortalit dellanima umana (la ques tione non riguarda la scienza naturale, cio non vi sono fatti che possano provare o smentire questa tesi). Del resto, lipotesi di una vita eterna non costituisce affatto la chiave risolutoria del mistero dellesistenza: qualora la accettassimo, non faremmo altro che duplicare il problema iniziale dato che la vita eterna ri sulta enigmatica al pari della vita presente. Se ci che pu dirsi coincide con le p roposizioni della scienza naturale, lordine di problemi che qui chiamiamo in caus a deve essere rigettato come privo di senso. Le risposte che stiamo cercando son o sganciate dal livello dei fatti (sono "fuori dello spazio e tempo"). 6.432. Wi ttgenstein insiste sulla trascendenza di Dio e dellambito dei valori. Questa posi zione lo porta ad escludere che lordine dei fatti sia manifestazione di Dio. La p rima parte della proposizione sembra negare la Provvidenza divina nei confronti del mondo (come il mondo , ovvero lordine contingente dei fatti, indifferente per Dio). Lesclusione di Dio dal campo fenomenico accomuna Wittgenstein al Kant della Critica della ragion pura. Ma Kant pu compensare linsufficienza dellintelletto teo

retico (incapace di comprendere Dio tra i propri oggetti) con la dimensione prat ica della ragione: Dio introdotto nel sistema kantiano come postulato della ragi on pratica, ovvero come esigenza morale di ogni uomo. Non cos per Wittgenstein: n on c modo di aggirare il linguaggio, non esistono modalit alternative di espression e che possano contenere il sentimento della dipendenza del mondo da Dio come cre atore o garante dellordine morale. 6.4321. Cfr. 5.552. "Al regno del mistico appa rtiene tutto ci che per Wittgenstein ha autentico valore: lestetica, letica, la rel igione, tutto ci che trascendentale" (Black 360). Permanendo a livello dei fatti em pirici (occupandosi cio di "come il mondo ") non possibile alcun aggancio con lambi to dei valori. Lintuizione del mistico avviene nel momento in cui assumiamo come problema lesistenza del mondo ("che il mondo "). Quando

ci accade, il nostro punto di vista non pi interno al mondo ma viene proiettato es ternamente ad esso: allora si tenta di vedere la realt come un "tutto" e si ricer ca la causa della sua esistenza. Nella Conferenza sulletica, latteggiamento etico paragonato al meravigliarsi per lesistere delle cose (stupor mundi). Questo parti colare sentimento rivela la tensione a raffigurarsi Dio come causa dellesistenza del mondo. Stupirsi per lesistenza del mondo, scrive Wittgenstein, "lesperienza cu i si fa riferimento quando si dice che Dio ha creato il mondo" (LC 15). Cfr. Q. 173: "Il senso della vita, cio il senso del mondo, possiamo chiamarlo Dio. E coll egare a ci la similitudine di Dio quale padre". 6.45. La terminologia di Wittgens tein richiama il terzo genere di conoscenza di cui parla Spinoza. La metafisica pretende di considerare il mondo come totalit data, ovvero come un oggetto che la ragione pu contemplare nella sua interezza. B. Russell definisce appunto la meta fisica "il tentativo di concepire il mondo come un tutto per mezzo del pensiero" (Misticismo e logica, 3). Per far ci, bisogna idealmente proiettarsi al di fuori del mondo assumendo una prospettiva per la quale linsieme degli eventi pu essere circoscritto e considerato come ununit limitata. Un simile punto di vista coincide rebbe con quello di Dio quale creatore del mondo (il mondo come "tutto limitato" pu valere come metafora del mondo in quanto creato da Dio). Cfr. Q 185: "Il cons ueto modo di vedere vede gli oggetti quasi dal di dentro; il vederli sub specie aeternitatis, dal di fuori. Cos che per sfondo hanno il mondo intero. E forse che essa vede loggetto con, invece che in, lo spazio e il tempo? Ogni cosa condiziona tutto il mondo logico, per cos dire, tutto lo spazio logico. (Simpone il pensiero ): La cosa vista sub specie aeternitatis la cosa vista con tutto lo spazio logic o". Wittgenstein suggerisce che solo in forza di unintuizione soprarazionale si p otrebbe giudicare il mondo nella prospettiva del Valore. Ma pretendere che la co noscenza oltrepassi i propri limiti naturali insensato: letica dunque destinata a muoversi nel campo dellinesprimibile. 6.5. Le domande etico-religiose sul senso del mondo (ovvero, sul senso della vita) non possono avere risposta perch non son o formulabili come domande (non possono essere espresse sensatamente dal linguag gio). In questo senso, non esistono enigmi e lunico modo per avviare a soluzione il problema del significato dellesistenza annullarlo come problema (v. 6.521). Wi ttgenstein prepara con queste affermazioni lenunciato finale del Tractatus, nel q uale raccomanda il silenzio come unico atteggiamento autentico riguardo al probl ema morale. 6.51. Lantica scuola scettica negava che fosse possibile raggiungere una conoscenza certa e infallibile del mondo. La pretesa di sottoporre a giudizi o la facolt conoscitiva, secondo Wittgenstein, per unimpresa disperata che condanna lo Scetticismo al nonsenso. Gli argomenti scettici, pertanto, non sono confutab ili perch privi di senso (soltanto gli enunciati dotati di senso possono essere v eri o falsi, ovvero confermabili o refutabili per mezzo dellesperienza). 6.52. Le proposizioni della scienza esauriscono il campo del dicibile e tuttavia esse no n contengono alcuna indicazione che consenta di risolvere gli enigmi che pi stann o a cuore alluomo (in primo luogo, il problema del senso della nostra esistenza). Nella Prefazione, Wittgenstein aveva anticipato tale argomento asserendo che il Tractatus mostra "quanto poco sia fatto dallessere questi problemi risolti": una volta scoperto che le domande essenziali non possono essere formulate, e che du nque "non resta pi domanda alcuna", luomo sente in modo ancora pi angoscioso la pro pria impotenza di fronte al mistero della vita. Cfr. Q 146: "Limpulso al mistico viene dalla mancata soddisfazione dei nostri desideri da parte della scienza". 6 .521. Il problema della vita (le domande riguardanti il mistero della nostra esi stenza e in generale le domande di natura etica) si risolve solo nel momento in cui comprendiamo che non stiamo trattando di fatti, e che perci non v alcuna rispos ta possibile (cfr. 6.51). Quando comprendiamo ci, tale problema sparisce semplice mente, liberando la nostra prospettiva. E importante tuttavia notare che Wittgens tein non nega che la soluzione degli enigmi possa essere raggiunta (anche se in forma assolutamente privata e incomunicabile): vi sono infatti individui cui il senso della vita divenne improvvisamente chiaro. Nessuno di costoro, per, fu in g rado di spiegare in che consistesse questo senso perch il linguaggio non permette va loro di esprimerlo come un evento. Le domande e le risposte, in campo etico-rel igioso, trascendono i limiti del linguaggio. 6.522. Cfr. 5.641. Lineffabile, ci ch e non pu essere espresso sensatamente dal linguaggio (ovvero il mistico, lambito d

ei valori), mostra la propria presenza pur non potendo essere reso esplicito in alcun modo. Per usare unespressione di Sartre, il mistico potrebbe essere inteso come "la presenza di unassenza". Lambito dei valori non va annullato, bens consegna to al silenzio. "La soluzione negativa in Wittgenstein ha un contenuto nettament e positivo: luniverso delle risposte possibili, quello del dicibile, fa segno verso qualche cosa, al di fuori dei suoi limiti, che non pu integrare e nemmeno negare " (Bouveresse 14).

Scheda 20: Il mistico, letica. Cara Agathe, c un cerchio di domande che ha una grande circonferenza e nessun centr o: e quelle domande significano tutte come devo vivere? . R. Musil, Luomo senza qu alit, II, 868. Tutto ci che visibile attaccato allinvisibile, ludibile al nonudibile il sensibile al non-sensibile. Forse il pensabile allimpensabile. Novalis

Nella primavera del 1916, Wittgenstein fu trasferito in prima linea sulla parte meridionale del fronte russo. E in questo periodo che le sue riflessioni si spost ano dalle tematiche logiche a quelle etiche e religiose. Se Wittgenstein avesse t rascorso lintera guerra nelle retrovie, il Tractatus logico-philosophicus sarebbe rimasto quello che con ogni probabilit era nella prima concezione del 1915: un t rattato sulla logica (Monk, 144). Il quotidiano confronto con la morte indusse in vece Wittgenstein ad interrogarsi sempre pi spesso sul tema di Dio e dei valori, sul significato dellesistenza e sui problemi di natura etica.[1] Questa svolta se gnalata nei Quaderni da una annotazione in data 11 giugno 1916: Che so di Dio e d el fine della vita? Io so che questo mondo . Che io sto in esso, come il mio occh io nel suo campo visivo. Che in esso problematico qualcosa, che chiamiamo il suo senso. Che questo senso non risiede in esso ma fuori di esso. Da questo punto de i Quaderni in poi, le osservazioni di natura etica prendono il sopravvento su qu elle riguardanti le tematiche logico-linguistiche. Va sottolineato che gli esiti mistici del Tractatus, pi che un elemento di rottura con i temi finora considerati , possono essere considerati come un naturale sviluppo e complemento delle conce zioni logiche di Wittgenstein. Ci che caratterizza ogni forma di misticismo lidea che lambito delle verit supreme, pur manifestandosi in vari modi al soggetto, non pu essere espresso per mezzo del normale linguaggio significante. Quando Wittgens tein distingue tra ci che il linguaggio dice e ci che esso pu soltanto mostrare riv ela appunto di credere nellesistenza di un livello di verit ultime di cui il lingu aggio incapace di render conto. Le proposizioni dotate di senso parlano del mond o empirico, ma possono solo mostrare (e non dire) la forma logica che consente l oro di raffigurare la realt. Da un lato, per mezzo del linguaggio tutto diviene c hiaro, manifesto e il mondo stesso si illumina e diventa visibile; allo stesso t empo, per, il linguaggio evoca, con la sua stessa presenza, scenari che si sottra ggono alla luminosit. Il linguaggio in questo senso il mezzo attraverso il quale lindicibile manifesta la propria presenza. A questo livello trascendente della re alt Wittgenstein non assegna soltanto linsieme dei presupposti della conoscenza, b ens anche tutti quei contenuti che costituiscono il fondamento delletica e della r eligione. E se pur vero che lenigma non v (6.5), nel senso che non si d alcuna possib lit di tradurre in linguaggio significante le domande su ci che si trova oltre i c onfini del conoscibile, risulta tuttavia evidente che V davvero dellineffabile. Esso mostra s, il mistico (6.522). Lindicibilit del mistico non va pertanto interpretata come la prova della sua nullit, ma al contrario per Wittgenstein un segno manife sto dellesistenza di qualcosa che supera le nostre capacit espressive. La tensione tra ci che dentro il linguaggio e ci che si proietta fuori di esso percorre ogni affermazione di Wittgenstein riguardante i temi delletica. Dato che lambito dei va lori trascende il livello degli accadimenti empirici, Wittgenstein sancisce lasso luta estraneit delletica rispetto ai fatti. Ci che chiamiamo il senso del mondo (o il senso dellesistenza) deve perci trovarsi fuori del mondo (6.41). Concepire un codic e morale equivale per Wittgenstein a postulare lesistenza di valori assoluti. Nel mondo, per, tutto come , e tutto avviene come avviene (6.41): i fatti, cio, accadono semplicemente e non possono essere distinti luno dallaltro sulla base di una diff erenza di valore. Nulla, nel mondo, si presenta come un valore: laccadere dei fatti si impone come una presenza irriducibilmente neutra riguardo al bene ed al male e non possibile trarre dagli eventi alcuna indicazione di natura morale. In que sto senso, anche le proposizioni che descrivono i fatti sono tutte degual valore (6 .4): appunto in quanto descrizioni, esse non possono esprimere alcuna valutazion e dei loro oggetti. Letica comporta sempre un riferimento al dover-essere, ma nes suna descrizione di fatti contiene qualcosa di pi della semplice raffigurazione d i ci che : nessuna proposizione dotata di senso pu dunque essere utilizzata per dar e una risposta ai nostri problemi morali. Gli enunciati del linguaggio

significante non contengono nulla ch pi alto (6.42) e dunque letica non pu formularsi 421). Pur non essendo possibile riferire i concetti di bene e di male ai fatti d el mondo, tuttavia essi risultano in qualche modo connessi alla sfera della sogg ettivit. Bene e male e male scrive Wittgenstein- non interviene che attraverso il s oggetto (Q 180); essi sono predicati del soggetto, non propriet del mondo (Q 181). N e consegue che buono e cattivo essenzialmente solo lio, non il mondo (Q 181). Kant esprimeva la stessa idea quando affermava che in ogni parte del mondo e, in gener ale, anche fuori di esso non concepibile nulla di incondizionatamente buono allin fuori di una volont buona (Fondazione della metafisica dei costumi, 11). Il sogget to di cui parlano sia Kant che Wittgenstein non per lio fenomenico-empirico, bens li o noumenicotrascendentale. Il primo nientaltro che un fatto del mondo, e di esso si interessa la scienza psicologica; il secondo essenzialmente il portatore dellet ico e nessun discorso sensato pu avviarsi intorno alla sua essenza: del volere qual e portatore delletico non pu parlarsi. E la volont quale fenomeno interessa solo la psicologia (6.423). Il dualismo tra ambito dei fatti e volont del soggetto richia ma lanaloga contrapposizione che Schopenhauer (seguendo limpostazione kantiana) av eva instaurato tra il mondo della rappresentazione e il livello della Volont. Per tanto si potrebbe dire (alla Schopenhauer): Il mondo della rappresentazione n buon o n cattivo; buono e cattivo il soggetto che vuole (Q 180). Dato che lambito del va lore risulta connesso esclusivamente allambito dellio, ci che pu derivare dallatteggi amento etico soltanto una modificazione del modo in cui il soggetto individuale si rapporta ai fatti. Ad un conoscente che asseriva che letica pu cambiare il mond o, Wittgenstein rispose: Si limiti a migliorare se stesso, lunica cosa che possa f are per cambiare il mondo (Monk 215). Letico non si pu insegnare perch non un fatto descrivibile e quindi non v possibilit di comunicare ad altri lessenza dellesperienza morale: Non si pu guidare gli uomini al bene, si pu solo condurli in qualche luogo . Il bene al di fuori dellambito dei fatti (LC, 24). Ne consegue, come notava Musi l, che una persona buona non migliora affatto il mondo n influisce su di esso: se ne allontana soltanto (Luomo senza qualit, 739). La morale non modifica lordine natu rale degli eventi n pu in alcun modo produrre effetti sulla mentalit e gli atteggia menti che caratterizzano una determinata societ: se essa ha un effetto, lo ha esc lusivamente sul soggetto e perci la salvezza sempre una salvezza individuale. La nostra volont risulta in effetti del tutto incapace di influire sugli eventi: Il m ondo indipendente dalla mia volont (6.373), perch esso mi dato, vale a dire la mia v olont si volge al mondo completamente dal di fuori, come a un fatto compiuto (Q 17 5). E per vero che il mondo del felice altro da quello dellinfelice (6.43). Pur non p otendo alterare lordine contingente degli accadimenti, la volont buona o cattiva p u infatti far s che il mondo acquisti una qualit, un senso differente. E impossibile spiegare in che consista tale ribaltamento prospettico: coloro i quali lo hanno vissuto non hanno poi saputo tradurre in parole il senso della loro esperienza (6.521). Wittgenstein tenta tuttavia di chiarirne i presupposti: ci che viene alt erato sono i limiti del mondo, e pertanto il mondo deve crescere o decrescere in toto (6.43). Nei Quaderni aggiunge: Come per aggiunta o caduta dun senso (Q. 174). C oncepire il mondo secondo categorie morali, per Wittgenstein, significa intuirlo come un tutto limitato (6.45), e sentire il mondo come una totalit equivale ad abb andonare lordinario punto di vista interno alla realt per abbracciare con lo sguar do tutta la sfera dellessere. Chi adotta una simile prospettiva tender inevitabilm ente a domandarsi quale sia la causa dellesistere del mondo come totalit. Lo stupo re per lesistenza del mondo il fondamento dellesperienza religiosa: meravigliarsi perch le cose esistono, scrive Wittgenstein nella Conferenza sulletica, esattament e lesperienza cui si fa riferimento quando si dice che Dio ha creato il mondo. Si p u allora dire che la trasfigurazione del mondo operata dalletica dipende dal fatto che la prospettiva del valore contiene in s il sentimento della dipendenza del m ondo da Dio. Da questo punto di vista, la vita felice cui conduce letica signific a essere in armonia con la volont di Dio (Q 175). Il mondo e la nostra esistenza ac quistano allora un senso e il soggetto morale vede che il suo mondo diventato se mplicemente un altro mondo: Credere in un Dio vuol dir comprendere la questione d el senso della vita. Credere in un Dio vuol dire vedere che i fatti del mondo no n sono poi tutto. Credere in Dio vuol dire vedere che la vita ha un senso (Q 175) . Letica di Wittgenstein richiama perci come suo naturale complemento latteggiament

o mistico-religioso: la possibilit del giudizio morale sul mondo pu infatti giusti ficarsi solo nella prospettiva dellesistenza di Dio. In questo senso, tutte le do mande delletica possono formularsi secondo le categorie proprie della sfera relig iosa. Scrive ad esempio Wittgenstein: Il senso della vita, cio il senso del mondo, possiamo chiamarlo Dio. E collegare a ci la similitudine di Dio quale padre. Pre gare pensare al senso della vita (Q 173). Rispondendo a Waismann, che aveva doman dato se lesistenza del mondo connessa con letico, Wittgenstein rispose: Che si dia, qui, una connessione, gli uomini lhanno sentito e lhanno espresso cos: -Il Padre h a creato il mondo, il Figlio (o la Parola, che da Dio procede) lEtico- (LC 25). Ma bene rammentare che ogniqualvolta tentiamo di esprimerci riguardo ai temi dellet ica e della religione noi facciamo un cattivo uso del linguaggio. Nessuna delle espressioni da noi utilizzate per parlare del Valore, del bene e del male, etc., pu essere dotata di senso: queste proposizioni, infatti, non descrivono eventi m a qualcosa che, se esiste, deve trovarsi oltre il perimetro del dicibile. Tutto il discorso di Wittgenstein pu dunque essere inteso come un tentativo di esprimer e linesprimibile (e dunque esso va giudicato come insensato). Ne consegue che la risoluzione del problema della vita si pu effettivamente scorgere soltanto allo sp arire di esso (6.521), cio comprendendo che la risposta che cerchiamo non pu essere formulata per mezzo del linguaggio. Certo allora non resta pi domanda alcuna; e a ppunto questa la risposta (6.52).

[1] Wittgenstein si era arruolato nellesercito austro-ungarico proprio allo scopo di mettersi alla prova, nel tentativo di trasformarsi in una persona diversa: Or a avrei la possibilit di essere una persona decente, perch mi trovo faccia a facci a con la morte (...) Forse la vicinanza della morte mi porter la luce della vita. Dio mi illumini! (in: Monk 118).

Note al Tractatus CI CHE PU DIRSI. IL TRACTATUS E UNA SCALA. (6.53 6.54) 6.53. Compito della filosofia "chiarire e delimitare nettamente i pensieri", e q uindi essa "non una dottrina, ma unattivit" (4.112). Non vi sono contenuti filosof ici, n proposizioni filosofiche: ci di cui si pu parlare sono soltanto i fatti del mondo, ragion per cui le proposizioni della scienza naturale sono le uniche in g rado di esprimere un senso. "Fare filosofia" significa esercitare un compito di sorveglianza critica del linguaggio, ovvero significa impedire che le proposizio ni siano utilizzate in modo contrario al loro uso naturale (uso che consiste nel la raffigurazione di fatti). 6.54. Anche le proposizioni del Tractatus logico-ph ilosophicus devono essere riconosciute come unillecito sconfinamento in quellambit o che Wittgenstein aveva considerato al di l di ogni possibile discorso sensato. Il Tractatus, infatti, vieta che si parli del linguaggio e della conoscenza: ma di cosa ha discusso il libro? Di conoscenza, appunto, e delle condizioni in base alle quali possibile enunciare proposizioni dotate di senso. Anche Wittgenstein , insomma, adotta una prospettiva di tipo "trascendentale", pur negando che ques ta operazione sia lecita. I limiti del linguaggio venivano cercati "dallinterno" della conoscenza stessa, ma lo svolgimento dellindagine ha richiesto la proiezion e del punto prospettico in quelle regioni "esterne" che il Tractatus stesso si s forzava via via di negare. Ci si potrebbe chiedere: "da dove" ci parla il Tracta tus? Non dal punto di vista della conoscenza naturale, poich il libro si esprime su di essa e dunque deve porsi ad un livello superiore: ed ecco risorgere la met aconoscenza, il metalinguaggio, la gerarchia dei livelli (come nella Teoria dei tipi di Russell). Wittgenstein riconosce questa grave difficolt e suggerisce una soluzione, ma lenunciato 6.54 minaccia di rappresentare il punto in cui il Tracta tus annulla se stesso. "Gettar via la scala dopo esservi saliti" significa ricon oscere che la lezione del Tractatus va utilizzata senza pi badare al testo che lha espressa, dato che questo testo ha dovuto violare per rendere comprensibile il p roprio messaggio- gli stessi insegnamenti in esso contenuti. Sembra davvero impo ssibile sfuggire al paradosso: se infatti accetto di considerare insensate le pr oposizioni del Tractatus, allora quelle stesse proposizioni devono avere un sens o giacch sulla base di quanto esse stabiliscono che io distinguo ci che ha senso d a ci che ne privo; del resto, se io accetto che quelle proposizioni abbiano un se nso, il loro insegnamento deve condurmi a riconoscerle come insensate. La soluzio ne suggerita da Wittgenstein ha un illustre precedente. La tesi scettica secondo cui "tutto falso" rappresenta un enunciato che finisce per falsificare se stesso (allo stesso modo, le tesi del Tractatus implicano il non-senso del Tractatus s tesso). Sesto Empirico rispondeva a questa difficolt affermando che "le proposizi oni scettiche si possono annullare da se medesime, circoscrivendo se stesse con le cose di cui si dicono; cos le medicine purganti, non solo cacciano dal corpo g li umori, ma anche se stesse espellono insieme con gli umori" (Schizzi Pirronian i, I, 206). La metafora di Sesto Empirico sicuramente meno elegante di quella di Wittgenstein, ma la sostanza la stessa. Anche nelle dottrine buddiste ricorre u nimmagine che ricorda lesempio della scala da gettare via: Budda infatti "paragon i l suo insegnamento ad una zattera con cui si attraversa il fiume, e che bisogna lasciarsi dietro quando si sia giunti allaltra riva" (Watts, Lo zen, 58). Il perc orso tracciato da Wittgenstein cos giunto al suo termine naturale. Una volta sali ti sulla scala del Tractatus noi dobbiamo dimenticare il cammino percorso e rivo lgere il nostro sguardo al mondo. Da questo momento noi useremo il linguaggio es clusivamente per raffigurare i fatti, esprimendo con chiarezza il dicibile e res pingendo come insensato ogni tentativo di parlare dellindicibile. "Le nostre paro le, usate come noi le usiamo nella scienza, sono strumenti capaci solo di conten ere e di trasmettere significato e senso, senso e significato naturali. Letica, s e qualcosa, soprannaturale, mentre le nostre parole potranno esprimere solamente fatti; cos come una tazza contiene solo la quantit dacqua che la riempie fino allor lo, e io ne facessi versare un ettolitro" (LC 11). Non ci resta che consegnare a l silenzio, come recita la proposizione finale dellopera, tutte le questioni che non possono essere contenute nelle proposizioni del linguaggio.

TESTI CITATI Anscombe G. E. M., Introduzione al Tractatus di Wittgenstein, Ubaldini, Roma, 19 66. Ayer A. J., Wittgenstein, Laterza, Roma-Bari, 1986. Bachmann I., Il dicibile e lindicibile, Adelphi, Milano, 1998. Bochenski J. M., La logica formale, Einaud i, Torino, 1972. Borges J. L., Finzioni, Einaudi, Torino, 1993. LAleph, Feltrinel li, Milano, 1990. Black M., Manuale per il "Tractatus" di Wittgenstein, Roma, Ub aldini, 1967. Calvino I., Lezioni americane, Garzanti, Milano, 1989. Carnap R., Il superamento della metafisica mediante lanalisi logica del linguaggio (1932), i n: Grande antologia filosofica Marzorati, Milano, 1989, XXVIII, pp. 188-191. Cel luprica V., La logica antica, Loescher, Torino, 1978. Gargani A., Introduzione a Wittgenstein, Laterza, Roma-Bari, 1993. Hofstadter D., Gdel, Escher, Bach, Adelp hi, Milano, 1990. Hume D., Ricerche filosofiche sullintelletto umano e sui princi pi della morale, Laterza, Roma-Bari, 1980. Janik A. Toulmin S., La grande Vienna , Garzanti, Milano 1997. Kant I. Critica della ragion pura, Laterza, Roma-Bari, 1985. Critica della ragion pratica, Laterza, Roma-Bari, 1983. Fondazione della m etafisica dei costumi, Laterza, Roma-Bari, 1993. Kenny A. J. P., Wittgenstein, B oringhieri, Torino, 1984. Leibniz G. W., Scritti di Logica, Bologna, 1968. Magri s C., Itaca e oltre, Garzanti, Milano, 1982. Malcom N., Ludwig Wittgenstein, Bom piani, Milano, 1988. Marconi D. Il "Tractatus" in: AA.VV., Wittgenstein, (a cura di D. Marconi), Laterza, Roma-Bari, 1997, pp. 15-58. Filosofia del linguaggio, in: AA.VV., La filosofia, a cura di P. Rossi, UTET, Torino, 1995, pp. 365-460. M ondadori M.- Dagostino M., Logica, B. Mondadori, Milano, 1997.

Monk R., Wittgenstein. Il dovere del genio, Bompiani, Milano, 1991. Musil R., Luo mo senza qualit, Einaudi, Torino, 1994. I turbamenti del giovane Trless, Einaudi, Torino, 1990. Sulle teorie di Mach, Adelphi, Milano, 1993. Moore G. E., Le lezio ni di Wittgenstein negli anni 1930-33, in: Saggi filosofici, Lampugnani-Negri, M ilano, 1970, pp. 275-360. Nietzsche F., "La distruzione delle certezze", antolog ia a cura di S. Moravia, La Nuova Italia, Firenze, 1984. Patzig G., Linguaggio e logica, Torino, 1973. Piana G., Interpretazione del Tractatus di Wittgenstein, Il Saggiatore, Milano, 1973. Perissinotto L., "Wittgenstein. Una guida", Feltrin elli, Milano, 1997. Pinsent, D. H., Vacanze con Wittgenstein, Bollati Boringhier i, Torino, 1992. Russell B. Introduzione alla filosofia matematica, Newton Compt on, Roma, 1989. La filosofia dellatomismo logico [1918], in: AA.VV., Neoempirismo logico, semiotica e filosofia analitica, La scuola, Brescia, 1976, pp.7-21 La m ia filosofia, Newton Compton, Roma, 1995. Misticismo e logica, Longanesi, Milano , 1970. Schopenhauer A. Il mondo come volont e rappresentazione, Laterza, Bari, 1 968. La libert del volere umano, B. Mondadori, Milano, 1998. Vanni Rovighi S., Wi ttgenstein, in: Storia della filosofia contemporanea, La Scuola, Brescia, 1985, pp. 539-547. Weil S., Quaderni, 4 voll., Adelphi, Milano, 1982 1993. Wittgenstei n L. Tractatus logico-philosophicus, traduzione di Amedeo G. Conte, Einaudi, Tor ino, 1987. Ledizione comprende: i Quaderni 1914-1916, le Note sulla logica, le No te dettate a G. E. Moore, e gli Estratti da lettere a B. Russell. Filosofia, (a cura di Diego Marconi), Donzelli, Roma, 1996. LC Lezioni e conversazioni sulletic a, lestetica, la psicologia e la credenza religiosa, Bompiani, Milano, 1987. Il l ibro contiene la Conferenza sulletica, [1929], pp. 5-18. LR - Estratti di lettere di L. Wittgenstein a B. Russell, [1912-1920], in: Tractatus logicophilosophicus cit., pp. 239-255. NL - Note sulla logica [settembre 1913], in: Tractatus logic o-philosophicus cit., pp. 199-

219. NM - Note dettate a G. E. Moore, in: Tractatus logico-philosophicus cit., p p. 221-237. OF - Osservazioni filosofiche, Einaudi, Torino, 1976. Q Quaderni 191 4-1916, in: Tractatus logico-philosophicus cit., pp. 83-195. Ricerche filosofich e, Einaudi, Torino, 1983. A.W.Watts, Lo zen, Bompiani, Milano, 1991. Zellini P., Breve storia dellinfinito, Adelphi, Milano, 1989.

Note al Tractatus LA PROPOSIZIONE FINALE (7) 7. Su ci, di cui non si pu parlare, si deve tacere.

Potrebbero piacerti anche