Sei sulla pagina 1di 104

PARTE I PRECEDENTI STORICO GIURIDICI La nobilt nel diritto romano Prima di passare allesame del nuovo ordinamento e per

poter valutare con esattezza la sua portata e la sua grande importanza legislativa unificatrice, si rende necessario conoscere quali erano gli ordinamenti e le consuetudini abrogate che regolavano la materia nobiliare. In diritto romano antico erano chiamati patres o anche patricii i signori o capi che stavano a rappresentare nel Senato le antiche gentes ed essi formavano una nobilt ereditaria. Successivamente quando la scelta dei senatori venne fatta anche tra persone che avevano ricoperto cariche pubbliche, questi senatori, che potevano essere indifferentemente patrizi o plebei, erano chiamati conscripti. Ma poich col tempo si era indebolita lorganizzazione gentilizia, e siccome solo i patrizi potevano essere patres, mentre i plebei non potevano essere che conscripti, col termine patres venivano designati i senatori patrizi, e con quello di conscripti i senatori plebei. Donde la espressione patres conscripti serviva ad indicare linsieme dellassemblea senatoria1 . Ma rallentatisi i primitivi rigidi costumi romani, venne a costituirsi una nobilt plutocratica, accanto agli antichi patrizi, formata da quei magistrati che nel governo delle province avevano accumulato ricchezze enormi. Fu questa nobilt che introdusse luso di tener esposte nellatrio delle case le figure di cera degli antenati che avevano rivestito cariche curuli, ed essa sola aveva lo ius imaginum. Una specie di nobilt inferiore era costituita dai cavalieri, i quali avevano aumentato le loro ricchezze facendo gli appaltatori delle imposte ed i commercianti. Essi risorsero sotto limpero e furono chiamati a coprire, insieme coi senatori, tutte le cariche dello Stato. Di tal che la nobilt ereditaria come era allepoca regia si trasforma in nobilt burocratica nellepoca repubblicana e tale si conserva sotto lImpero. Il carattere fondamentale della nobilt romana pu cos considerarsi come una causa donore per le gesta degli antenati2 , e tale concetto ritorna nellordinamento nobiliare rimasto dopo labolizione della feudalit, perch fa del titolo soltanto una decorazione del nome di famiglia.
---------------------------------------------------------------------------------------------------------------1 - BONFANTE, Storia del Diritto Romano, 3a ediz., 1933, pagina 81; DE FRANCISCI, Storia del dir. rom., vol. I, pag. 132, 265, Roma 1926. 2 - FADDA e BENSA, Annotazioni alle Pandette del Windscheid, vol. IV, pag. 172, Torino 1926. La descrizione dei privilegi dei senatori, dei patrizi e dei cavalieri romani, nonch dei loro segni distintivi, trovasi in MOMMSEN, Disegno di diritto pubblico romano, trad. Bonfante, Milano, pag. 43.

La nobilt al tempo delle invasioni barbariche Lintima connessione della nobilt con le istituzioni politiche impone la necessit di tracciare a grandi linee, e dal nostro punto di vista, quale sia stato nel nostro paese lo svolgimento delle istituzioni stesse dalla caduta dellimpero romano (anno 476 d. Cristo) alla abolizione del feudalesimo. da ricordare anzitutto che le invasioni barbariche culminarono al V secolo. Nellordinamento longobardico in Italia stava a base il principio del diritto barbarico della inscindibilit perfetta fra lamministrazione civile e quella militare, per cui i capi dellordinamento militare e gli ufficiali erano i reggitori e gli organi del potere civile. A base del governo locale stavano i duchi (duces, ducones) che erano gli antichi capi popolari, ed il territorio era ripartito in ducati che generalmente prendevano il nome dalla citt che ne era capoluogo. I duchi erano sottoposti al potere prevalente del Re ed erano di nomina regia, ma, in conseguenza della loro origine popolare avevano ufficio vitalizio nei loro distretti ed assomma vano nelle loro mani ogni autorit militare, giudiziaria e di polizia. La restaurazione dellimpero romano doccidente, rimasta nei voti delle popolazioni italiche durante le invasioni barbariche, venne realizzata da Carlo Magno a Roma la notte di Natale dell800, ma lelemento barbarico predominante non fu in grado di comprendere la necessit di un governo centrale che lo avesse guidato sulla via del progresso, pur nominandolo con la forza. Di tal che, 29 anni dopo la morte di Carlo Magno, il suo impero si divise in tre stati: Francia, Germania e Italia; e, dopo Carlo il Calvo, ognuno di essi fu diviso in una quantit di possessi grandi e piccoli, che iniziarono il periodo storico del feudalesimo3 .
----------------------------------------------------------------------------------------------------------------

3 -Immensa la bibliografia sul feudalesimo, che pu rilevarsi dalle opere di storia del diritto italiano, ultime fra laltre quelle del SALVIOLI, 9a edizione, Torino 1930; SOLMI; 2a edizione, Milano 1918 - con la bibliografia citata.

Il feudalesimo in Italia In Italia i diversi popoli germanici, che si erano succeduti: Eruli, Goti, Longobardi, Franchi, vi avevano gettato il seme del feudalesimo germanico, ma le impronte lasciate dalle istituzioni romane nelle province erano rimaste cos vive soprattutto nelle citt, dimodoch il regime feudale acquist in Italia un carattere tutto speciale. Gli Imperatori nellItalia settentrionale e centrale, per tenerla meglio assoggettata, accanto ai feudatari laici, dei quali poco si fidavano, concessero amplissimi poteri ai Vescovi, e, non di rado, lufficio del conte nelle citt di loro residenza, con lincarico di organizzare una propria feudalit sulla quale gli Imperatori potessero contare. Dato che la feudalit aveva una base spiccatamente militare e gerarchica, in Lombardia si distinsero 4 gradi di feudi e di nobilt. Al primo appartenevano i feudatari maggiori o principes, aventi feudi col titolo di duchi, marchesi, conti, i vescovi, gli abati e le abadesse possessori di feudi. Essi formavano la curia del principe ed eleggevano gli imperatori ed i re. Al secondo appartenevano i capitanei, detti poi generalmente conti. Al terzo entravano i vassalli dei capitanei, o valvassori. Al quarto i vassalli dei valvassori, chiamati valvassori minori o valvassini. Con nomi e titoli diversi, le stesse classi appariscono nelle altre regioni dItalia: nella centrale e parte della meridionale abbiamo tre classi: conti, baroni e militi, in Piemonte e Savoia: baroni, banderesi e vassalli. Da questi rapporti feudali, era rimasta quasi immune parte dellItalia meridionale e la Sicilia, ma vi si svilupparono poscia, soprattutto con le signorie normanne e con la formazione della monarchia in Sicilia. Questultima ridusse ad obbedienza i capi normanni, che avevano costituito signorie autonome, e form una vasta gerarchia feudale, che anche la monarchia sveva succeduta, tenne a freno. Ma questopera di freno non fu seguita n dagli Angioini in continente, n dagli Aragonesi in Sicilia. Di fronte allo sviluppo delle signorie feudali sorge anche linizio delle libert comunali nelle citt. Per il fatto che lobbligo del servizio militare era uno dei principali doveri derivanti dalla tenuta del feudo, la milizia acquist carattere professionale e divenne loccupazione favorita e quasi esclusiva della nobilt, ed i nobili furono chiamati con lappellativo di milites, cavalieri, titolo donore e dignit, ereditario come il feudo, che li teneva segregati dalla plebe ed imponeva loro doveri rigorosi e precisi. Allora si stabilirono le condizioni richieste per lammissione al cavalierato, il tirocinio, le prove preparatorie, i voti solenni con cui avveniva la vestizione, condizioni e riti che miravano studiatamente a conservare listituzione come patrimonio sacro nel seno della nobilt, a mantenere puro lo spirito di corpo, a preservare la nobilt da ogni corruzione. La cavalleria si diffuse in Europa ed in Oriente, e rifulse al tempo delle crociate, le quali furono incentivo alla creazione di nuovi ordini cavallereschi con carattere misto di religione e di milizia. Dopo il mille lantica nobilt militare fu combattuta dai comuni e dal monarcato, e decadde sotto il potere delle repubbliche comunali e dei principi, e cominci il secondo periodo del feudalesimo, quello che pu dirsi curtense, nel quale lelemento privato del feudo, con tutto lapparato economico e fiscale, prevale sullelemento pubblico, e questo apparato economico e fiscale persiste attraverso il medio evo e lepoca moderna fino al secolo XVIII. In generale pu dirsi che nellalta Italia il feudalesimo come istituzione politica cess di avere importanza nel secolo XIII, avendo i comuni di Toscana, Emilia e Lombardia abolito i vincoli personali ed il servaggio della gleba. Le antiche classi feudali formarono la nobilt, i magnati dei comuni e delle monarchie, con diritto speciale, privilegi, immunit ed onori, ma senza esercizio di sovranit territoriale, cio senza diritto di tener tribunali, far leggi, tenere armati, ecc. Il feudalesimo invece nellItalia meridionale si mantenne potente fino al XVIII secolo4 . Carattere della feudalit italiana che, anche dopo la costituzione delle grandi e piccole monarchie nella penisola, la maggior parte dei principi riconobbe gli stati come feudi avuti dallimperatore, al

quale prestavano i doveri feudali. Ci avvenne specialmente per i principi dellItalia settentrionale, i quali intervenivano alle diete dellimpero e sottostavano alle decisioni dellimperatore per le questioni che sorgevano fra i principi stessi. Ma allorquando gli eserciti sovrani non furono costituiti soltanto dalla nobilt, ed al servizio militare fu sostituita ladoha o adobha (contributo di denaro a vantaggio del signore, detta anche hostenditiae, e nellItalia meridionale bursale) che serv per assoldare le compagnie di ventura, e furono formati dei veri e propri eserciti, dei quali fu capo il sovrano, la nobilt perdette limportanza politica che aveva prima, e si distinse dal popolo, sia per gli uffici ad essa riservati, sia per i privilegi di cui godeva. Nei Libri Feudorum, compilazione privata dei secoli XII e XIII, divenuti il diritto comune intorno ai feudi, si trovano le fonti del diritto feudale, sulloggetto del feudo, sui diritti ed obblighi che ne derivano pel Signore, per il vassallo, sui modi dinvestitura, sulle regole della successione feudale5 . Dato che nel medio evo era nobile chi era possessore di feudi e quindi feudatario e nobile erano sinonimi, occorre qui tracciare i principi del diritto feudale per quanto si attiene ai titoli nobiliari. Sar detto in seguito dei titoli nobiliari di origine non feudale (vedi n. 18).
---------------------------------------------------------------------------------------------------------------4 - SALVIOLI, op. cit., pag. 213. 5 -Una sintetica ricostruzione storica della successione feudale trovasi nella sentenza della Corte di Appello di Napoli in sede di rinvio, 13-1-1931, Malagola Ubaldini Presidenza del Consiglio dei Ministri, Foro It., 1931, 1, 1309.

Distinzione di feudi I feudi venivano distinti in titolati o di dignit e in non titolati. Nei titolati si riteneva che il titolo fosse loro inerente, e quindi passasse col possesso. I non titolati si chiamavano anche ignobili o burgensi. Il feudo titolato, anche se fosse passato ad un uomo rustico, rimaneva nobile, e viceversa il feudo rustico rimaneva tale anche se fosse passato ad un nobile. Inoltre un uomo rustico se avesse comprato un feudo nobile non diventava nobile, essendo opinione comune che generositas et virtus pecuniis comparari non possunt. Se invece un nobile non titolato acquistava un feudo titolato, poteva prenderne il titolo. Altra distinzione era quella di feudi di forma larga, alla cui successione erano chiamati tutti gli eredi, e feudi di forma stretta alla cui successione avevano diritto i soli discendenti; e quella di feudi pazionati, ereditari e misti. Si chiamavano pazionati, e in altre regioni retti e legali, o ex pacto et providentia, quelli concessi con la formula: tibi et filiis; tibi et successoribus; tibi et discendentibus ex legitimo corpore, nei quali feudi succedevano solo gli eredi del sangue del primo investito, ex pacto primi adquirentis et ex providentia dantis (del signore) in favore cio dei discendenti del primo investito. Si chiamarono impropriamente feudi ereditari, feuda mere haereditaria, quelle terre che erano paragonate ad allodio, che venivano concesse con la formula tibi et cui dederis; tibi et haeredibus quibuscumque; tibi haeredibus tuis in perpetuum, nei quali poteva succedere anche un estraneo, reputandosi trasmissibili a chiunque piacesse al primo investito; ed essendo il successore chiamato non jure proprio, ma ex persona defuncti, come erede dellultimo possessore. Poich in tal modo si addiveniva alla commerciabilit dei feudi a danno del fisco, nelle investiture successive venne adoperata la clausola di stile: natura feudi in aliquo non mutata, che fu poi confermata da Carlo V, per cui la mutazione della natura del feudo doveva risultare da dichiarazioni esplicite dellatto di investitura. Carlo I dAngi a Napoli adoper un altro tipo di feudo, che non danneggiava la regalia sovrana, ma lavvicinava al diritto comune, con la formula dinvestitura tibi et haeredibus ex corpore legitime discendentibus utriusque sexus. Questo feudo fu chiamato misto ed anche ereditario, mentre mere haereditaria erano detti i feudi impropri; ed avendo questa formula dato luogo a dubbi dinterpretazione venne da Carlo II interpretata nel senso che, nella successione, il fratello o la sorella succeda al fratello o alla sorella, servata la prerogativa della primogenitura e del sesso maschile. Cosicch in questi feudi poteva succedere un erede del sangue, e non un erede estraneo. I feudi si distinguevano poi in maggiori, mediani, minori e minimi. I maggiori detti in capite erano costituiti dai grandi benefici concessi direttamente dal sovrano e per lo pi annessi agli uffici civili e militari, e comprendevano i comitati, i marchesati, le baronie, i grandi feudi laici ed ecclesiastici. I mediani, civili od ecclesiastici, erano formati dalle concessioni di patrimoni fondiari di minore

estensione, con esercizio di cariche pubbliche di minore importanza. I feudi minimi ed i minori comprendevano concessioni territoriali varie dei patrimoni laici ed ecclesiastici, compiute spesso a titolo di livello e gravate di oneri a carattere feudale. Nellantico diritto feudale era assoluto il principio della inalienabilit dei feudi, e lalienazione o aggiudicazione allasta importava la devoluzione del feudo alla corona. Successivamente, diffusosi luso, fu dal diritto feudale pi recente ammessa la vendita del feudo, purch lacquirente assumesse gli obblighi dellalienante e previo assenso della corona. Il titolo feudale Il titolo nella generalit delle leggi feudali era nei primi tempi connesso al feudo titolato. Siccome il feudo era indivisibile, e quindi non si divideva fra i figli del feudatario, ma si devolveva al maschio primogenito, cos anche il titolo veniva attribuito al figlio che succedeva al feudo. Allorquando venne ammessa lalienazione del feudo, per la connessione fra titolo e feudo, in caso di alienazione del feudo titolato, il titolo veniva assunto dallacquirente, e fu perfino di fatto, e non di diritto, ammesso che il titolo venisse assunto dal venditore e dal compratore. In diritto per venne sempre riconosciuta la indivisibilit dei titoli, anche allorquando, per abuso gli ultrogeniti assumevano titoli nobiliari spettanti al primogenito. Ma cresciuta lestimazione dei titoli, nei casi di vendita del feudo titolato, veniva stabilito che il titolo non sarebbe stato trasferito, usandosi la clausola retenti titulo. E per effetto di tale clausola, divenuta di stile, si ritenne che il titolo, a meno che non vi fosse espressa indicazione, non sintendeva trasferito. Non mancarono per gli abusi che i compratori assumessero un titolo non trasmesso. Venne cos affermato che il titolo fosse separato dal feudo, e se ne aveva la prova nel fatto che, nel caso di confisca dei beni, i titoli si perdevano dal reo e non da chi doveva succedergli nel titolo. Nel Napoletano ed in Sicilia fu vietata la vendita, la donazione, il legato dei titoli, perch non potevano formare oggetto di private contrattazioni. In Piemonte fin dal 1475 fu consentita lalienazione del feudo per dotare le fanciulle e per necessit di famiglia, e dal 1729 fu data facolt agli acquirenti dei feudi dal Procuratore Generale di disporne s per contratto che per testamento a favore di chi volessero, purch fossero persone capaci e gradite al Sovrano. La successione nei feudi Per quanto riguarda la successione nei feudi vi erano norme diverse. Per il diritto dei Franchi, il feudo era indivisibile, ed al possessore succedevano i figli e i discendenti fino allinfinito; ed i maschi erano preferiti alle donne, ed il primogenito escludeva il fratello minore; se poi non esistevano maschi, la prima figlia escludeva le altre, purch per non fosse maritata e dotata, e purch nellatto dinvestitura le donne non fossero state escluse. Per il diritto longobardo i ducati e le contee soltanto erano indivisibili; i feudi minori invece si dividevano fra i figli, escluse di regola le femmine6 . Vi erano per feudi muliebri, nei quali le donne succedevano insieme ai maschi. Di regola il feudo longobardo si svolse nellItalia settentrionale e centrale, quello franco nellItalia meridionale, in Sicilia ed in Sardegna, ma ci non toglie che gli Aragonesi, gli Svevi, Carlo V, gli altri Re spagnoli abbiano fatto in Italia concessioni di feudi secondo il diritto longobardo. I figli per succedere dovevano essere legittimi o legittimati per susseguente matrimonio, con esclusione della legittimazione per oblationem o rescriptum principis. Erano esclusi quindi dalla successione i figli naturali, riconosciuti o no, e i figli adottivi. Inoltre erano esclusi dalla successione coloro che avevano contratto voti solenni (frati e preti) o per difetto di corpo fossero stati inetti alle armi.
---------------------------------------------------------------------------------------------------------------6 - La forma di successione franca richiama alla mente la legge Salica, di cui parla lart. 2 dello Statuto, quando dice che lo Stato retto da un governo monarchico rappresentativo ed il trono ereditario secondo la legge Salica. Detta legge, secondo il Racioppi e Brunelli (Commento allo Statuto, art. 2, Torino 1909), una compilazione di norme giuridiche redatta probabilmente fra il 453 e il 486 ad uso dei giudici di centna (o cento famiglie rurali) dei Franchi Salii, cio dei popoli stanziati lungo il fiume Yssel in Olanda. Una delle disposizioni di questa compilazione e la pi famosa, stabilisce che le donne nella propriet fondiaria erano escluse dalla successione, e questa devolvevasi ai maschi in parti eguali fra loro. Durante una controversia sorta verso il 1216 fra Enrico III dlnghilterra e Filippo IV di Valois per la successione al trono dInghilterra, questa disposizione generica della legge salica fu richiamata dai giuristi per la prima volta in ordine alla successione di diritto pubblico; alterandosene per il significato le si diede il senso non solo della esclusione delle donne, ma anche il senso del passaggio della corona secondo lordine della primogenitura. Da allora in poi la frase legge salica divent convenzionale, e fu cos usata dal nostro Statuto, essendosi dalla dinastia di Savoia fin dal secolo XIII adoperato sempre il sistema della esclusione delle donne dalla successione al trono.

La vita milizia e la dote di paraggio

Circa la sorte dei figli nati dopo il primogenito, e chiamati ultrogeniti, provvedevano gli istituti della vita milizia per gli uomini, e della dote di paraggio per le donne. La vita milizia fu un istituto creato dallimperatore Federico II lo Svevo, e consistette, dapprima, in un vitalizio sui frutti del feudo di cui godeva, vita natural durante, lultrogenito, e cessava alla di lui morte, e, poscia, in beni o in contanti che si davano in piena propriet ai maschi ultrogeniti. La dote di paraggio consistette, dapprima, in una rendita vitalizia sui frutti del feudo ed ipotecata su di esso, poscia in denaro ed altri beni che venivano dati in propriet alla dotata, secondo le sostanze della famiglia, il numero dei figli superstiti ed il matrimonio che la donna contraeva, circostanze tutte che diedero luogo ad altre disposizioni successive ed a litigi. Nel diritto feudale longobardo, pel quale leredit feudale si divideva fra tutti i figli maschi chiamati del medesimo grado; coloro che venivano esclusi dalla chiamata per difetto fisico o morale, come i muti o i furiosi, avevano diritto ad essere convenientemente alimentati dagli eredi. La rfuta Nel diritto feudale era consentito che il possessore di un feudo, titolo, fedecommesso, maggiorascato potesse trasferirlo al prossimo successibile, a colui che avrebbe dovuto succedergli in virt dellatto di concessione. Questo trasferimento a favore del prossimo agnato era considerato non come donazione, ma come anticipata successione ammessa per modum legum, e veniva chiamato rfuta. I feudalisti equiparavano la refuta alla rinunzia del feudo, del titolo, in mano della corona. Non occorreva per la refuta in mano del prossimo successibile alcun consenso degli altri agnati, n il regio assenso. La refuta poteva farsi anche del solo titolo, senza quella del feudo, specie quando il titolo ed il feudo derivavano da concessioni diverse ed il titolo era stato concesso intuitu personae. Quando la refuta era fatta a favore non del prossimo agnato, ma di agnato pi lontano, la refuta non era una rinuncia,n unanticipata successione, ma un vero e proprio atto di trasferimento, di alienazione, ed allora occorreva lassenso regio e di tutti coloro ai quali sarebbe spettato il titolo o il feudo o la primogenitura secondo latto di concessione. Nel Napoletano con la prammatica 20 de feudis venne prescritto che coloro avessero fatto refutazione dei feudi, e non dei titoli, ai loro figliuoli o altri successori dovessero, entro quattro mesi dalla data della prammatica, farla iscrivere nei quinternioni della R. Camera, e dallora in avanti tutte le refute che sarebbero state effettuate dovevano essere fatte notare nei quinternioni predetti entro 15 giorni dalla refuta sotto pena di rimanere inefficaci, e ci al fine del pagamento del relevio o laudemio al fisco. Inoltre con rescritto regio 8 giugno 1842 fu stabilito essere necessario per le refute a favore di agnati remoziori, il consenso di tutti gli agnati che precedevano nel grado colui a favore del quale si effettuava la refuta. Quando alcuno degli agnati era minore di et, con regio rescritto 5-8-1843 venne stabilito che non vi fosse modo legale al di lui consenso. La giurisprudenza ha ritenuto variamente: che la refuta dovesse essere fatta con atto pubblico, ed altre volte che bastasse qualunque scrittura, specie per la refuta del solo titolo. La perdita del feudo Quando nel feudo si verificava la mancanza di successibili secondo latto di concessione, il feudo ritornava alla corona. Il feudo si perdeva anche per fellonia, cio delitti del feudatario verso il signore, o delitto comune, nel quale era compreso lingiusto trattamento dei sudditi. Nellantico diritto feudale la nobilt si perdeva qualora il feudatario si fosse dedicato al commercio e non alle armi. Successivamente, quando i traffici ed i commerci si svilupparono ed il mestiere delle armi decadde, e i commercianti con le loro ricchezze poterono procurarsi un titolo, lalto commercio e la tenuta di un banco o del cambio non furono pi reputati causa di perdita della nobilt7 . Lesercizio delle arti meccaniche era causa di perdita temporanea della nobilt per colui che le esercitava, ma non la perdevano i successibili. Ma ci non era uniforme per tutti gli stati. Anche per alcune professioni liberali, quali la chirurgia, la farmacia, il notariato, si discusse se lesercizio di esse avesse fatto perdere la nobilt, ed alcune leggi napoletane stabilirono che esse

fossero incompatibili con la dignit di nobili. Nella dottrina comune si ritenne che il feudo non potesse perdersi per prescrizione, n acquistarsi per usucapione, per cui il lungo possesso di un titolo o di un feudo costituiva soltanto una presunzione che ci fosse stata la relativa concessione.
---------------------------------------------------------------------------------------------------------------7 - STOLFI, op. cit., pag. 348 e seg.; SALVIOLI, op. cit., pagina 314. - Il commerciante non poteva diventare nobile se non dopo 30 anni dacch aveva cessato dal commerciare. Solo nel XVIII secolo (Lombardia 1760) si tolse questa eccezione pei commercianti allingrosso in seta e lana ed a Napoli nel 1757 venne nobilitato chi aveva esercitato da due generazioni siffatto commercio. Ad Ancona con bolla di Papa Urbano VIII del 7 giugno 1644 venne consentito lesercizio dellarte della lana e della seta ed il commercio di certe merci senza pregiudizio della nobilt. La bolla pubblicata sul Boll. Uff. della Consulta Araldica, 1933, n. 42, pag. 36-37. Colla costituzione 15-3-1671 di Papa Clemente X fu permesso ai nobili dello stato pontificio di esercitare il commercio senza pregiudizio della nobilt. Il regolamento della nobilt per le province toscane del 31 luglio 1750 decise che il commercio allingrosso, le grandi industrie della seta, della lana e della banca, la medicina, avvocatura, magistratura e le arti belle, scultura, pittura, architettura, non toglievano la nobilt, ma che degradavano lesercente e la discendenza sua il vendere al minuto, la chirurgia, la farmacia, il notariato e le professioni meccaniche. A Bologna in base al breve di Pio VII del 26 settembre 1820 qualunque esercizio di arti liberali e di commercio, purch gli esercenti non vendessero in nome proprio, non faceva perdere n acquistare la nobilt. Erano esclusi dalla nobilt coloro che personalmente e i loro padri avessero, almeno 30 anni addietro, esercitato unarte meccanica. Nel Ducato di Milano per parere della Consulta al Senato del 1662 la condotta delle imposte camerali non pregiudicava la nobilt; la prammatica 13 dicembre 1682 di Carlo II di Spagna stabiliva non essere contrario a nobilt tenere fabbriche di seta, panni, tela, ecc.; la prammatica 28 giugno 1713 dichiarava che la mercatura nobilmente esercitata non si opponeva alla nobilt richiesta per lammissione al Collegio dei nobili giurisperiti; il dispaccio 29 maggio 1760 di Maria Teresa dichiarava che lesercizio di setifici e di lanifici non derogava a nobilt.

Il matrimonio nel diritto feudale Il matrimonio legittimo per eccellenza era quello di paraggio, cio fra sposi di eguale condizione, e, per listituto del baliato, nei primi anni del feudalismo, i feudatari non erano liberi di sposare chi avessero voluto, ma chi fosse riuscito gradito al sovrano. Si disputava dai pratici se la donna non nobile che si maritasse ad un nobile diventasse nobile e viceversa. Secondo Bartolo, Fulgosio, Cuiacio, Tiraquello venne ritenuto che le donne non nobili, maritate ad un nobile, diventavano nobili e partecipavano alla dignit del marito. Inoltre dal sec. XIII si us di dare alla donna il titolo ed il nome del marito, conservando altres il titolo durante lo stato vedovile, salvo a smetterlo in caso di passaggio a seconde nozze, o a perderlo se le donne avessero condotto durante la vedovanza vita non corretta. Nel caso contrario, di una donna nobile che avesse sposato un uomo ignobile, questo non acquistava la nobilt della moglie, e la donna la perdeva. Era fatta eccezione per la Regina o la titolare di un feudo di alta dignit, poich esse, se avessero sposato un uomo ignobile, non solo non perdevano la nobilt, ma facevano di lui un uomo nobile, specialmente se quella alta nobilt fosse stata data in dote. Nel diritto vigente in Italia prima dellunificazione legislativa non si avevano disposizioni uniformi. Nel ducato di Lucca, ad esempio, nel 1826, il matrimonio con i non nobili non faceva perdere, n alluomo, n alla donna, la nobilt che rimaneva personalmente; per il regolamento della nobilt per le province toscane del 31 luglio 1750, qualunque donna patrizia o nobile, che si fosse maritata con un uomo ignobile, non era scancellata dalla Sua classe, bench, costante il matrimonio, si dovesse estimare della condizione del marito; nel ducato di Aosta in base alle consuetudini del 1588 il matrimonio di un uomo di media condizione con donne nobili non nobilitavano il marito, e la donna nobile non perdeva la nobilt; in Piemonte con le R. Patenti 16-7-1782 furono comminate speciali pene contro i nobili che avessero contratto matrimoni sconvenienti; in Lombardia per leditto 20 novembre 1769 le mogli e le sorelle dei nobili, collocandosi in matrimonio, seguivano la condizione dei mariti; per Bologna in base al breve del 26 settembre 1820 di Pio VII8 , il matrimonio era mezzo allacquisto della nobilt del coniuge per la moglie non nobile solo per speciale concessione sovrana; e per il marito non nobile di una moglie nobile purch egli avesse giustificato di avere la di lui famiglia una rendita stabilita; perdeva la nobilt chi avesse preso una moglie che avesse portato pubblica nota di infamia allonor suo o per altra guisa fosse ignominiosa ed abbietta; a Venezia con decisione 26 maggio 1422 venne stabilito dal Maggior Consiglio che di esso non potessero far parte i nati da schiava, serva, o donna di vile condizione, e con decisione 9 marzo 1533 venne proibita la approvazione e la discussione della nobilt dei figli nati da matrimonio di un patrizio con una fantesca, villana o donna abbietta. Nel Napoletano con Regale dispaccio 20 dicembre 1800, il matrimonio con non nobili importava la cancellazione dal libro della nobilt. Ed essendosi venuta formando una consuetudine contro legge, per la quale il marito ignobile portava il titolo della moglie nobile, con Reali Dispacci del 4 marzo e 24 aprile 1828 fu ratificato questo uso, permettendosi che il marito della titolata portasse personalmente il titolo della moglie durante la costanza di matrimonio o la di lui vedovanza, purch non fossero viventi i genitori di lei. In base al regolamento sulla Consulta Araldica del 1896 doveva ritenersi che il marito non acquistasse il titolo

della moglie, e la Consulta fiss le massime che i figli non acquistano la nobilt pel solo fatto della nobilt materna, e perch il marito potesse portare, maritali nomine, cio durante la costanza di matrimonio o di vedovanza, i titoli nobiliari che erano in capo alla moglie, occorreva si provvedesse di un decreto ministeriale, anche in quei paesi ove tale assunzione si faceva per antica usanza (mass. 18).
---------------------------------------------------------------------------------------------------------------8 - Detto breve sul riaprimento del Libro dOro e sullammissione al ceto nobile della citt di Bologna pubblicato nel Boll. Uff. della Consulta Araldica, n. 41, del maggio 1931, pag. 72-77.

La successione feudale napoletana Altri due sistemi di successione in Italia erano il napoletano ed il siciliano, il quale ultimo pu considerarsi una sottospecie del primo, quantunque sia da altri ritenuto che il diritto feudale siculo costituisca un sistema a s. Per il regno di Napoli e Sicilia, Federico II lo Svevo, al quale il regno era pervenuto per via di donna, regol con due costituzioni In aliquibus e Ut de successionibus, la successione. Con la prima ammise alla successione, oltre che i figli maggiori o minori, anche le figlie puberi. Con la seconda ammise alla successione la discendenza maschile, e fra i maschi soltanto il maggiore di et, se il defunto fosse vissuto secondo il diritto dei Franchi. Se fossero mancati i figli maschi succedevano le figlie, con preferenza per quella di maggiore et. Che, se la figlia maggiore di et fosse stata dotata coi beni paterni o fosse maritata, essa veniva esclusa nella successione della sorella minore nubile (in capillo), e ci in conseguenza dellistituto del baliato che consentiva al re di dare in sposo alla zitella uno dei suoi favoriti. In tal modo la successione collaterale in linea maschile veniva abolita, e sostituita con la femminile in linea retta. Inoltre era esclusa la successione retrograda o ascendentale. Con la prammatica di Giovanna II, detta prammatica Filangeria, ed emanata nel 1418 per favorire Giovanni, detto Sergianni, Caracciolo, nominato poi gran siniscalco, che aveva sposato Caterina Filangieri, venne confermata la successione per via femminile in mancanza di discendenti maschi, con esclusione dello zio paterno, e venne stabilito che la sorella per essere esclusa dalla successione fraterna doveva essere stata dotata nei feudi ex jure francorum coi beni del fratello, e nei feudi ex jure longobardorum bastava che fosse stata dotata coi beni del padre. Carlo V nel 1532 ammise lo zio, fratello del padre, alla successione dellultimo possessore morto senza legittimi e naturali figliuoli, nonostante le clausole delle investiture (v. n. 70). Successivamente i baroni del regno di Napoli ottennero dallimperatore Filippo II di Spagna nel 1595 con la prammatica 33 che si potesse disporre di feudi e titoli in favore di quel maschio della loro famiglia il quale nel tempo della disposizione sarebbe succeduto, nonostante che vi fossero donne ugualmente successibili prossimiori. A modifica del precedente statuto feudale venne anche consentita la facolt di disporre dei feudi e dei titoli sia per atti fra vivi, sia anche per atto di ultima volont, a favore del prossimo agnato, con esclusione delle figlie eredi del refutante e loro discendenti. Detta prammatica per avere adoperato una formula imprecisa feuda quoad haereditaria, diede luogo a dispute nella dottrina e giurisprudenza, nel senso se il nuovo principio si estendesse ai feudi impropri detti mere haereditaria, o anche ai feudi misti, e se la refuta e la disposizione mortis causa potessero avvenire solo quando vi fossero le sorelle e non le figlie del feudatario. Filippo IV con la prammatica 34 del 1655 estese la successione dei feudi fino al 4 grado collaterale con la facolt di vincolarli a maggiorasco (v. n. 17). Successivamente i baroni stessi nel 1720 si rivolsero allimperatore Carlo VI per ottenere la grazia che si potesse, per via di sostituzione diretta o fedecommissaria, disporre dei feudi antichi e nuovi (erano nuovi quelli nei quali lacquisitore poteva imporre qualunque legge in pregiudizio dei suoi successori, quelli che cominciavano in persona dellacquirente sia per munificenza del principe, sia per acquisto, sia per ogni altro titolo) anche titolati e di gran momento, con esclusione non solo della femmina immediata, o del maschio discendente dalla femmina, anche se questa si fosse maritata nella famiglia (cio ad uno quindi che aveva lo stesso cognome, femmina che sarebbe stata immediata succeditrice), ma anche con esclusione perpetua nelle femmine e loro discendenti, intendendosi sempre la esclusione suddetta in benefizio del maschio agnato remoziore alla elezione del disponente, anche in grado non successibile. In questo caso le femmine avrebbero avuto la

legittima sul prezzo o sui beni burgensatici per la concorrente quantit della legittima, che loro spettava sui beni feudali. Limperatore Carlo VI con la prammatica 38, consent che fosse chiamato nei feudi il maschio remoziore, purch si trovasse in grado successibile, escludendo le femmine prossimiori. Ma questa prammatica se tolse ogni dubbio che la refuta e la disposizione mortis causa potessero avvenire anche per i feudi misti, non parl della femmina maritata in famiglia o dei discendenti delle femmine. Da qui sono sorte varie dispute sulla validit delle refute e sulle disposizioni mortis causa, ma fu ritenuto che dopo il 1720 si potessero preferire il maschio alla femmina per conservare il feudo alla famiglia. Passato il regno a Giuseppe Bonaparte, con legge 2 agosto 1806 venne abolita la feudalit, ma fu conservata la nobilt ereditaria e furono mantenuti ai possessori i titoli di principe, di duca, di conte e di marchese legittimamente concessi, con trasmissibilit in perpetuo con ordine di primogenitura e nella linea collaterale fino al 4 grado. Succeduto nella corona di Napoli nel 1808 Re Gioacchino Murat, questi con decreto 10 gennaio 1812 stabil che i nuovi titoli da lui conferiti erano personali pei titolari autorizzati a portarli, e potevano divenire ereditari mediante la costituzione di maggioraschi, ai quali sarebbero stati annessi, ed in questo caso la successione nei titoli sarebbe avvenuta da maschio in maschio per ordine di primogenitura in favore degli eredi di coloro che avevano fondato il maggiorasco, o in favore di quelli pei quali il Sovrano fondava maggioraschi di motu proprio. Il titolo di cavaliere non poteva trasmettersi ai propri discendenti senza conferma sovrana. Ritornati sul trono i Borboni nel 1815, Francesco I, allo scopo di porre un freno agli abusi formatisi, con R. rescritto 24 settembre 1827 stabil che, cumulandosi nel capo di qualche famiglia diversi titoli, questi non potessero arbitrariamente intestarsi agli individui della famiglia stessa, n in qualunque modo distrarsi, anche a favore dei collaterali, senza espressa sovrana autorizzazione, e con eccezione dei casi in cui, per consuetudine, il capo di qualche famiglia permettesse che, durante la sua vita, uno dei suoi titoli fosse portato dal figlio primogenito, o da chi ne tenesse luogo. Ferdinando II ordin con vari R. rescritti: 6 marzo 1841 doversi esigere il consenso di tutti i successori per il passaggio di titoli agli ultrogeniti; 8 giugno 1842 che nelle refute dei titoli, fra i compresi nella investitura occorresse lassenso di tutti gli agnati prossimiori nella vocazione; 5 agosto 1843 che le refute a titoli fatte a nome di minorenni fossero inaccettabili; 2 dicembre 1843 che nelle ricognizioni di titoli nuovi la formula per s e i suoi successori sintendesse comprendere la sola famiglia del concessionario e ne escludesse i collaterali, massime quando discendevano da femmine; 28 giugno 1845 che un titolo conceduto in considerazione della nobilt della famiglia, di servigi, e per avere il concessionario popolata la terra cui il titolo era annesso, fosse trasmissibile ai successori del concessionario nel modo di legge, ancorch non fosse detto nel diploma; 29 luglio 1853 che nella successione dei titoli materni, in difetto di prole maschile, succedeva colei che godeva la prerogativa dellet, quantunque fosse congiunta pel solo lato materno, e che, dopo labolizione della feudalit e dei fedecommessi, i titoli spettavano sempre ai discendenti legittimi e naturali di coloro che, a quellepoca, li godevano; 11 ottobre 1855 che gli affini non potevano succedere nei titoli. La successione feudale siciliana Nel sistema siciliano le concessioni feudali, quando mancava lespressa menzione che fossero state fatte secondo il diritto longobardo, dovevano ritenersi fatte secondo il diritto dei franchi, e per questo succedevano dapprima i soli discendenti maschi, e dopo la costituzione In aliquibus del 1221 di Federico II lo Svevo, anche le femmine. Con laltra costituzione Ut de successionibus del 1221 di Federico II venne introdotta in Sicilia la successione dei collaterali, ma fino ai fratelli e ai figli di costoro (3 grado), con esclusione dello zio paterno e dei parenti nella linea retta e collaterale retrograda. Passata la Sicilia agli Aragonesi, dopo espulsi gli Angioini, Re Giacomo, incoronato re di Sicilia nel 1286, col capitolo Si aliquem dispose che, in mancanza di erede legittimo per linea discendentale, nei feudi e suffeudi succedesse tanto il fratello del defunto, quando i di lui figliuoli fino al trinepote, serbata la prerogativa del sesso e dellet, e suo fratello Re Federico col capitolo Volentes del 1296 ammise a succedere i collaterali tanto nei feudi nuovi quanto nei vecchi.

Con le prammatiche di Ferdinando I di Borbone 3 ottobre 1786 e 14 novembre 1788 venne dichiarato che il capitolo Si aliquem estende la successione al 6 grado, e che erano da considerare come legittimi successori, nella linea collaterale, solo quelle persone che erano come tali indicate dal capitolo Si aliquem. Come eccezione al principio di diritto normanno e svevo dellinalienabilit dei feudi pazionati, principio successivamente attenuato, ma non distrutto, dal detto capitolo Volentes di Federico dAragona, era massima generale ed assoluta per antica consuetudine che il primo quesitore del feudo, sotto qualunque forma lavesse ricevuto, e quindi anche ex pacto et providentia, aveva, senza essere legato alla forma stessa, una illimitata facolt di disporre e poteva quindi istituire un fedecommesso agnatizio mascolino. Con il capitolo Volentes anzidetto, venne ammessa la facolt, senza bisogno del preventivo assenso regio, di permutare, pignorare, donare e disporre per testamento del feudo, anche col titolo, quando la trasmissione fra vivi o per causa di morte avesse luogo in favore di determinata persona, pi degna o della stessa dignit dellalienante, con esclusione per in favore delle chiese o persone ecclesiastiche, e col diritto, in certi casi, di prelazione per la regia corte. Per detto capitolo la trasmissione poteva essere regolata dal primo investito, restringendo e non allargando lordine di successione. Questo capitolo fu interpretato dalla citata prammatica 14 novembre 1788, la quale lo intese nel senso che il feudatario, trovandosi disperato di prole e privo di legittimi successori in grado, non potesse neanche per atto fra vivi alienare il feudo; inoltre viet labuso invalso di porre in vendita i titoli, perch se ne faceva dipendere lacquisto dal denaro e dalle ricchezze, anzich dalle nobili e virtuose azioni. Era sorta questione fra i feudisti sulla specificazione del grado cui corrispondeva il trinepote, sostenendosi da alcuni che esso costituisse il grado 6 e da altri il 7; ma ormai da tutti ammesso, in base anche al capitolo 258 del 1555 di Carlo V ed alla interpretazione di Ferdinando I, che trattavasi del grado 6. Ci era anche conforme al capitolo di Papa Onorio IV, che, per il regno di Napoli, feudatario della Chiesa, aveva esteso la successione della linea collaterale fino al grado 6. Sorse discordia e si sostenne che, avendo il capitolo Volentes consentita non solo la vendita del feudo, ma anche la successione testata a favore di persona non parente, i feudatari fossero rimasti liberi di disporre del feudo a loro piacimento, e che, tanto la costituzione di Re Giacomo del 1221 Si aliquem e tanto la prammatica del 1788 di Re Ferdinando I, regolassero solo la successione legittima e non quella testata; ma stato inteso e deciso dalla autorit giudiziaria nel senso che i feudatari potevano disporre del feudo a favore dei loro successibili compresi nei gradi stabiliti dalla legge, ma non potevano eccedere tali gradi e chiamare alla successione parenti pi lontani od estranei, appunto perch avrebbero leso il diritto della corona. Da re Alfonso dAragona col capitolo 454 venne accordata la remissione delle caducit incorse dai feudatari, per inadempimento di obblighi, purch i titoli feudali fossero rimasti nella forma antica, e, qualora non apparisse questa forma, sintendessero conceduti colla clausola del diritto dei franchi, e col capitolo 456 venne confermato ai feudatari il possesso dei loro feudi secondo il diritto proprio di ciascuno, eccettuati coloro che avessero perduto i loro titoli, ai quali fu imposta la trasmissione secondo il diritto dei Franchi. Limperatore Carlo V, col capitolo 146 ordin a quei feudatari che non avessero forma certa dei loro feudi di possederli colle clausole del diritto dei Franchi, col capitolo 118 dichiar che il figlio del primogenito premorto doveva essere preferito al secondogenito vivente, col capitolo 204 prescrisse che la figlia femmina del maschio premorto dovesse essere preferita alla zia sopravvivente, non per allo zio pure sopravvivente, col capitolo 258 del 1555, per eliminare ogni falsa interpretazione del capitolo Si aliquem di Re Giacomo circa la successione dei fratelli uterini, nel quale si trovano le parole et fratri communibus vel non communibus , stabil che i fratelli uterini non fossero ammessi alla successione se non in mancanza di discendenti della linea del primo acquisitore, ad esclusione del fisco. Re Filippo II col capitolo 18 stabil che il figlio del secondogenito premorto dovesse essere preferito al terzogenito vivente, e la figlia del secondogenito alla terzogenita, non per al terzogenito. Con lo

statuto costituzionale di Sicilia del 25 marzo 1812, venne disposto che non vi sarebbero stati pi feudi, conservandosi per i titoli e gli onori annessi ai feudi nelle rispettive famiglie con lordine di successione che allora si godeva. E con la legge 10 agosto 1812 venne abolita la feudalit, conservando ognun0 i titoli e gli onori che fino allora erano annessi ai feudi, e dei quali aveva goduto, trasferibili questi ai suoi successori. Dopo la restaurazione di Ferdinando I di Borbone nel regno di Napoli, con la legge 11 dicembre 1816 di unione dei due regni, allart. 9 venne dichiarata conservata labolizione della feudalit anche in Sicilia. Con dispaccio sovrano 17 settembre 1917 fu dichiarato che la feudalit in Sicilia non fosse cessata prima del 2 giugno 1813. La legge abolitiva dei fedecommessi 2 agosto 1818 si mantenne estranea ai titoli di nobilt, e quindi il fedecommesso, non pi applicabile alla trasmissione di propriet dei feudi, rimase in pieno vigore per regolare la successione nei titoli9 . Col dispaccio reale 22 settembre 1852 fu vietato il passaggio dei titoli siciliani ai collaterali, ma questo rescritto va posto in relazione alle disposizioni del capitolo Si aliquem di Re Giacomo.
---------------------------------------------------------------------------------------------------------------9 - Nei feudi vincolati a fedecommesso, esistendo un successore legittimo dellultimo investito e non potendosi perci far luogo alla riversione al fisco, la successione si apriva a favore del chiamato dal fedecommesso, nonostante che egli si trovasse fuori del grado di legge in rapporto allultimo possessore. Anche dopo labolizione della feudalit conservarono vigore in Sicilia agli effetti della semplice trasmissione dei titoli di nobilt le regole della successione fedecommissaria. C. App. Catania, 5-12-1932, Patern-Impellizzeri, Rass. Giud., 1933, 1, 38.

Il fedecommesso Un istituto di diritto romano, che trov nella decadenza del feudo il suo svilluppo, il fedecommesso. Con esso il testatore imponeva ad una persona di sua fiducia lobbligo di trasmettere la eredit alla sua morte, o dopo un tempo determinato, secondo lordine di successione legittima, fissato da Giustiniano non oltre la 4a generazione. Listituto mir a conservare il patrimonio domestico, e a trasmetterlo integro nel fedecommesso di famiglia, dato che colui che otteneva il fedecommesso non poteva diminuire, n alienare il patrimonio, di cui aveva soltanto lusufrutto, n confonderlo coi propri beni. Sotto linfluenza delle istituzioni feudali si manifestarono due tendenze allo sviluppo del fedecommesso: da un lato il sistema della inalienabilit del patrimonio derivante dal feudo longobardo, dallaltro la tendenza alla indivisibilit del patrimonio col cercare di ridurre i diritti dei successori delle donne e di accentrare il patrimonio nelle mani di un solo, tendenza derivante dal feudo franco. Di tal che dal secolo XIV il fedecommesso serv ad assicurare il decoro e la potenza del casato, mediante linalienabilit del patrimonio e la conservazione e la trasmissione dei beni attraverso la linea agnatizia maschile. Il massimo sviluppo dellistituto fu raggiunto in Italia nei secoli XVI e XVII, diventando il mezzo normale di trasmissione del patrimonio domestico, divenuto indivisibile e inalienabile mediante la volont del disponente. La trasmissione era fissata preventivamente sia per contratto che per atto di ultima volont, senza limiti di generazione, a favore generalmente della parentela maschile; ma poteva anche stabilirsi la chiamata dei collaterali, delle donne e dei loro discendenti, qualora fossero mancati gli agnati. Colui che otteneva il fedecommesso derivava il suo diritto, come nel feudo, non dallultimo possessore morto, ma dalla volont del fondatore, senza che avesse rilievo il fatto che egli fosse discendente o collaterale dellultimo possessore, poich sia luno che laltro erano successori ex pacto et providentia maiorum. Sotto linfluenza spagnuola, il fedecommesso si diffuse in Italia ai beni pi svariati, passando dagli immobili compresi i feudi, alle industrie, ai prodotti del commercio, alle rendite, ai beni mobili, e consentendosi puro o condizionale, con trasmissione semplicemente familiare se i beni dovevano restare nella famiglia designata, o con trasmissione familiare lineare, se i beni, in caso di mancanza di una linea, dovevano passare in altra. La trasmissione fedecommissaria poteva aver luogo in 5 forme: per maggiorasco, per seniorato, per primogenitura, per juniorato, per ultimogenitura. Nel maggiorasco, i beni passavano al pi prossimo parente dellultimo possessore; il maggiorasco poteva essere regolare o irregolare: nel regolare era chiamato il pi prossimo parente secondo lordine di successione legittima; nellirregolare era chiamato il primogenito, anche se non era il pi prossimo parente dellultimo possessore. Se pi persone erano dello stesso grado si preferiva il pi anziano. Nel seniorato succedeva sempre il pi vecchio fra i discendenti del primo istituito, senza riguardo alla linea ed al grado di parentela collultimo possessore. Nella primogenitura, che era la

forma ordinaria di successione del fedecommesso, succedevano i primogeniti successivamente generati nella famiglia, e senza riguardo alla strettezza di grado della parentela. In mancanza di primogenitura succedeva il pi prossimo parente dellultimo possessore, o la sua discendenza. Il juniorato era lopposto del seniorato, e succedeva il pi giovane della famiglia. Nellultimogenitura succedeva la linea pi giovane e lultimo nato di essa. Il fedecommesso durava finch esisteva la famiglia, a meno che non fosse stato stabilito diversamente nellatto di fondazione, come avveniva nello stato pontificio con listituto della surrogazione (v. n. 91). A causa dei vincoli che col fedecommesso si ponevano alla libera circolazione dei beni, gli stati cercarono di limitarne la fondazione. Solo lordinamento nobiliare napoleonico e muratiano favorirono lo sviluppo del maggiorasco. La nobilt dallepoca dei Comuni alla abolizione del feudalesimo (nobilt per diplomi, per cariche, derivante dagli ordini cavallereschi esistenti in Italia [di S. Maurizio e Lazzaro di Piemonte, di Leopoldo di Austria, di S. Ludovico di Parma, di S. Giuseppe di Toscana, Pontifici: della Milizia Aurata, Piano], di distinta civilt). (In nota: gli Ordini Pontifici della Milizia Aurata o dello Speron dOro, di S. Silvestro, Piano, di San Gregorio Magno, del S. Sepolcro di Gerusalemme). Nellepoca dei comuni la nobilt maggiore feudale fu sopraffatta dai popolani e dai borghesi e cacciata dalle citt, ove fu costretta a ritornare, come ostaggio, dalle milizie comunali. Essa non rappresent nellItalia settentrionale e centrale un ceto potente, a causa del suo impoverimento, sia perch i feudi, regolati jure longobardorum, venivano frazionandosi, sia per esser costretta, per trovar partigiani nelle lotte politiche, a distribuire le terre a titolo di enfiteusi, i cui censi vennero a ridursi di valore per effetto dello svilimento della moneta. Nei comuni la piccola nobilt partecip alla loro formazione, per la pratica nei maneggi politici e nelle armi, acquistando autorit e conservando qualche distinzione. In generale per i nobili, nelle lotte di classe dei ceti mercantili e artigianeschi contro di essi, con gli ordinamenti di giustizia (di Firenze, di Bologna, di Modena, di Pisa, di Parma) detti sacratissimi, perch mai abrogabili, furono privati dei loro privilegi, del diritto di portar armi, esclusi dagli uffici pubblici, sottoposti a confische. Mentre in tal modo declinava la grande e piccola nobilt gentilizia, nelle citt veniva sorgendo una nobilt nuova, costituita da quelle famiglie che si erano arricchite coi commerci e che avevano acquistato beni feudali con giurisdizione, o che avevano ottenuto il privilegio delle armi dallImperatore, dal Papa o dal comune. Luso di concedere la nobilt per diplomi si dice introdotto nel 1271 da Filippo lArdito di Francia, ma se ne hanno esempi fin dai tempi di Federico II e di Carlo dAngi. Pi tardi, di questo uso si avvalsero non solo i Papi, gli Imperatori, i Re indipendenti, ma i principi soggetti allimpero come Amedeo VIII, i conti palatini, la repubblica di Venezia e perfino citt minori. Questo uso per svalutava la nobilt perch i diplomi e i titoli erano frequentemente concessi per denaro, anzich per premiare la virt e il merito10 . NellItalia settentrionale e centrale, succedute ai comuni le signorie, queste abbassarono la nobilt vecchia e nuova e la spogliarono dei privilegi, riducendola al loro seguito, e le repubbliche di Venezia e di Genova trasformarono i loro reggimenti in governo aristocratico. La nobilt nelle citt rette a repubblica assunse il nome di patriziato. Dopo il primo trentennio del quattrocento, delle altre citt, pur conservandosi gli statuti e i consigli propri, alcune eleggevano le magistrature sotto la presidenza del capo che vi mandava il sovrano, altre eleggevano esse stesse il proprio capo. I consiglieri non erano presi da tutta la cittadinanza, ma dalle classi pi elevate, con esclusione degli esercenti arti meccaniche o piccolo commercio e delle condizioni ancor pi basse, ed in qualche luogo erano prescelti fra determinate famiglie, le quali formavano un corpo chiuso, che talvolta erano nobili e popolane, ma comunemente soltanto nobili, sia perch da esse originariamente veniva tratto il consiglio, sia perch si considerava fondamento e causa della nobilt lappartenenza al consiglio. Il consiglio prendeva allora il nome di Consiglio dei nobili, e quelle famiglie non nobili che vi venivano iscritte, in mancanza delle antiche o per concessione fatta al popolo, conseguivano la nobilt. Nel mezzogiorno nelle citt regie, cio non feudali, le famiglie erano divise in ceti o ordini, e la

classe pi cospicua costituiva il patriziato o la nobilt civica o decurionale, la quale amministrava il comune o universit col concorso, a volte, del rappresentante del ceto borghese. Dai documenti esistenti risulta luso del titolo di patrizio in Napoli fin dal 1420. Le citt si distinguevano in citt di piazza chiusa e citt di semplice ma vera separazione11 . Come i princip germanici, dice il Pertile, avevano fatto attribuire la nobilt alluso delle armi, cos il risorgere del diritto romano fece valutare i meriti dellingegno ed altri servizi, e un la idea della nobilt con certe cariche, oltre che militari, anche civili, che il diritto romano aveva chiamato milizia, e con la laurea dottorale nelle leggi, prendendo alla lettera i passi delle costituzioni imperiali che eguagliavano gli avvocati ai combattenti. Da qui la nobilt venne poi estesa agli altri dottori in medicina, ma con limitazione. Si parlava cos di cavalieri o conti delle leggi, o cavalieri di toga. In Piemonte fin dal 1584 erano considerati nobili alcuni ufficiali stipendiati e i giudici maggiori della Savoia; la riforma della repubblica genovese del 1576 mette insieme nella nobilt e nei privilegi i doctores legum, artium et medicinae; Papa Gregorio XIII cre milites et equites auratos tutti i dottori del collegio dei medici e dei filosofi di Bologna. Intanto lo sviluppo dei traffici aveva fatto sorgere il concetto che lesercizio del commercio di mare, quello dellarte del cambio, della lana e della seta allingrosso non costituiva ostacolo allacquisto della nobilt. Durante il dominio spagnuolo in Italia si verific una mania per i titoli, e le citt furono popolate di nobili sia per effetto di concessioni di titoli, sia mediante la vendita di carte di nobilt. Dopo il secolo XVI pu dirsi che la vendita dei titoli sia divenuto un mezzo ordinario di entrate pubbliche; dato che in generale ogni concessione di nobilt importava nellinsignito il pagamento di tasse e di entrate straordinarie per far fronte ai bisogni delle guerre, come avvenne a Venezia e nel Piemonte, nel cui ultimo stato in 70 anni circa furono vendute 819 patenti di nobilt per 11 milioni di lire, che costituirono la nobilt del 1722 svalutata in confronto della antica. Nel 1700 si riconobbe anche una nuova classe di nobili di secondo grado o di civilt, appartenente alle famiglie ammesse ai minori uffici, o a quelli che potevano provare di aver vissuto per tre generazioni comodamente senza esercitare impieghi bassi e popolari. Con Napoleone agli insigniti di certe cariche vennero accordati titoli di duca, conte e barone (v. n. 19 D). Allargatosi daltro lato sempre pi il concetto della nobilt, essa fu estesa agli ordini cavallereschi che venivano istituendosi12 . Cos, prima dello Statuto, in Piemonte lordine (una volta Religiosa Milizia, Ordine Religioso e Militare) dei Santi Maurizio e Lazzaro, conferito in via di grazia, attribuiva la nobilt personale13 ; lordine imperiale austriaco di Leopoldo, fondato da Francesco I nel 1808, conferiva ai commendatori e ai cavalieri il grado ereditario di barone o di cavaliere dellimpero, per con separato provvedimento ed a loro richiesta; la Milizia Aurata, detta volgarmente ordine pontificio dello Speron dOro o di S. Silvestro, conferiva14 fra gli altri privilegi concessi da Papa Paolo III, la qualit personale di conte palatino lateranense e la nobilt ereditaria per i discendenti; lordine Piano, cos chiamato dal suo fondatore Pio IV nel 1559 e rinnovato da Pio IX nel 1847, attribuiva ai cavalieri di 1a classe la nobilt trasmissibile ai loro figli, e a quelli della 2a classe la nobilt personale15 . Vari altri ordini cavallereschi degli ex stati italiani (v. n. 115), oramai estinti, conferivano la nobilt. Cos lordine del merito di S. Ludovico di Parma, ricostituito nel 1849, conferiva ai decorati della gran croce o della commenda, che prima non lavessero, la nobilt, mediante la concessione, su richiesta, di speciale diploma; lordine di S. Giuseppe di Toscana, istituito nel 1807, conferiva col grado di cavaliere la nobilt personale, e con quello di commendatore la nobilt ereditaria16 . Nel medio evo e fino alle leggi abolitive dei fedecommessi, le famiglie nobili per conservare pi integri i loro privilegi e per difendersi dalle violenze e dagli arbitri popolari si strinsero in consorzi o consorterie di casati, detti Alberghi17 a Genova, Ospizi in Piemonte, e si organizzarono in Sedili o Seggi a Napoli18 e in Tocchi in Sicilia. Le famiglie nobili usarono anche di starsene unite sotto un capo comune, che dapprima fu probabilmente il pi vecchio, o colui che succedeva nella dignit, pi tardi venne scelto per elezione a tempo, e finalmente si smise lelezione del capo. La nobilt generosa e magnatizia, cio quella feudale e dei nobili delle citt regie o derivante dalla concessione di titoli fatta dal sovrano agli arricchiti, e quella acquistata per alte cariche ricoperte a

corte o in curia o nella milizia formavano un ordine o corpo, con distintivi, regolamenti e privilegi, come lesenzione da molti pubblici tributi, il foro particolare, il giudizio dei pari, lavere riservati quasi tutti gli impieghi nello stato, i gradi di ufficiale nella milizia, il potere erigere fedecommessi e acquistar feudi, lo star seduti avanti i magistrati, e perfino alla presenza del principe, il non potere essere incarcerati per debiti civili, lavere assegnate stanze separate nel caso di incarcerazione per delitto, la eclusione da pene infamanti, la tenuta di posti a parte in chiesa, a teatro, la istituzione di appositi collegi in cui educare i loro figli19 . Ogni ordine, ogni citt aveva i suoi libri doro in cui si scriveva il nome delle famiglie nobili, e di quelle che venivano aggregate, e per mantenere pura la nobilta si istituirono speciali tribunali araldici. La legislazione nobiliare cos varia e vasta nei diversi stati dItalia, da renderne necessaria lesposizione almeno sommaria, come qui di seguito vien fatto. Essa per si presenta talvolta frammentaria per la dispersione delle fonti, tanto che ne riesce difficile lorganico svolgimento20 . Oltre che delle leggi, delle prammatiche, degli statuti, delle patenti, degli editti, dei rescritti e dispacci sovrani, bisogna tener conto dei pareri dei corpi consultivi del tempo, che, se approvati dal capo dello stato, allora assoluto, hanno la stessa forza di legge. La Consulta Araldica su questa complessa materia venuta formulando una raccolta di massime che costituisce il suo massimario21 .
---------------------------------------------------------------------------------------------------------------10 - PERTILE, Storia del diritto italiano, TORINO 1894, 2a ediz., III vol., pag. 147 e seg. 11 - La differenza fra le citt di piazza chiusa e quelle di semplice ma vera separazione nel napoletano cos indicata dalla massima 85 della Consulta Araldica: Alleffetto dellattribuzione dei titoli di patrizio e di nobile, sono, nella regione napolitana, considerate di Piazza Chiusa, le citt nelle quali, per titolo implicito di antichissima consuetudine, o per titolo esplicito di sovrana concessione, la nobilt composta di determinate famiglie, costituenti un corpo o collegio affatto separato dalla rimanente parte della cittadinanza e dallo stesso governo municipale, e con diritto di discretiva in alcuni offici del governo medesimo, godeva eziandio delle prerogative di procedere liberamente e privatamente alle novelle aggregazioni, senza che altri, in suo dissenso, avesse potuto ci ottenere per giustizia; di vedere roborato da regio assenso le novelle aggregazioni e le reintegrazioni; di potersi radunare senza intervento di regio ministro. E sono considerate di semplice, ma vera separazione, le citt che, avendo tutti gli altri innanzi indicati requisiti, mancavano di alcune delle tre ultime prerogative. Per la legge sulla istituzione nel napoletano del Tribunale della Nobilt del 1800 (v. n. 21 M) il patriziato spettava solo a coloro che appartenevano a citt di piazza chiusa. 12 - Il SANSOVINO nellopera: Della origine de Cavalieri, Venezia 1583, pag. 15 e seg., distingue 3 ordini di cavalieri: di collana (della Giarrettiera di Inghilterra, dellAnnunziata di Savoia, del Toson dOro di Borgogna, di S. Michele di Francia); di croce derivanti dalle Crociate (Cavalieri gerosolimitani di S. Giovanni e del S. Sepolcro di Gerusalemme); di sprone (creati in ogni tempo e da ogni principe). Questa tripartizione ancora oggi accettata dagli storici del diritto. Vedi bibliografia citata dal GORINO, Titoli nobiliari ed Ordini Equestri pontifici, Torino, Bocca, 1933, pag. 18 nota 36. da ricordare che gli ordini di cavalleria posteriori alla Rivoluzione Francese, creati sul modello della francese Legion dOnore, conferiscono il semplice titolo, indipendentemente da qualsiasi qualit nobiliare del decorato e da ogni privilegio ereditario. Per gli ordini equestri pontifici vedi appresso. 13 - C0n lo Statuto Albertino questo privilegio rimase abrogato, e lordine divenne una semplice decorazione cavalleresca. Vedi pareri approvati 28 novembre 1832, 24 aprile 1834, 28 gennaio 1840 dal Procuratore Generale di S. M. presso la Camera dei Conti di Torino. Per entrare invece nellordine come cavaliere di giustizia era necessario provare quattro gradi di nobilt. 14 - GORINO, op. cit., pag. 22. - Lordine della Milizia Aurata, la cui istituzione era stata anche attribuita a S. Silvestro Papa, venne restaurato e riformato nel 1841 da Gregorio XVI sotto il titolo di S. Silvestro. Comprendeva due classi: di commendatore e di cavaliere. Gregorio XVI e Pio X revocarono ogni privilegio nobiliare annesso allordine per rialzarne il prestigio, scosso dallo stragrande numero di diplomi concessi dai delegati del Papa, senza alcun controllo, dato che la collazione dellordine era delegata ad alcuni alti dignitari della corte papale e ad alcune famiglie principesche romane, fra le altre alla Sforza Cesarini. Pio X nel 1905 separ lordine della Milizia Aurata da quello di S. Silvestro. Quello dello Speron doro (ex Milizia Aurata) ha attualmente una sola classe di cavalieri; quello di S. Silvestro consta di 3 classi: 1a cavaliere di gran croce; 2a commendatore con placca e commendatore; 3a cavaliere. Vedi CUOMO, Ordini cavallereschi antichi e moderni, Napoli 1894, pag. 746; PIETRAMELLARA, Elenco degli ordini equestri, loro origine e storia, Roma 1901, pag. 54. Un tempo anche il pontificio ordine equestre del S. Sepolcro di Gerusalemme conferiva privilegi di nobilt identici a quelli della Milizia Aurata. Attualmente si discute se il titolo di conte palatino che vi era annesso, si debba ritenere decaduto per effetto della generica abolizione del titolo stesso fatta da Pio VII, nonostante che una revoca nominativa per lOrdine del S. Sepolcro non esista. Sullantichissimo ordine del S. Sepolcro si disputa sulla data di istituzione e sul nome del fondatore. Anticamente era condizione per la ammissione allunica classe di cavalieri dellordine lappartenere a nobilt di razza. Per delegazione pontificia, rettore e amministratore perpetuo dellordine il Patriarca Latino di Gerusalemme, che rilascia agli ascritti i diplomi, i quali dal 1931 devono essere vistati e muniti del sigillo della Cancelleria dei brevi presso la S. Sede, ai fini del loro riconoscimento ufficiale. Lordine attualmente comprende 3 classi: cavaliere di gran croce, commendatore, cavaliere. Ad esso possono essere ascritte anche le Dame. Vedi CUOMO, op. cit., pag. 735. Secondo il PASINI FRASSONI (Considerazioni sui titoli nobiliari e sugli ordini equestri pontifici, in Rivista Araldica, 1914, pag. 354) gli ordini di S. Gregorio Magno, istituito nel 1831 da Gregorio XVI e di S. Silvestro predetto, attribuirebbero, seguendo una pratica ritenuta comune a tutti gli ordini pontifici, la nobilt generica e personale per i gran croce, GORINO, op. cit., pag. 20. 15 - Vedi CUOMO, Ordini cit., pag. 751, PIETRAMELLERA, op. cit., pag. 52. Lordine attualmente diviso in 3 classi: 1a cavaliere di gran croce: 2a commendatore con placca e commendatore: 3a cavaliere. Il titolo di nobile annesso alla onorificenza di cavaliere di gran croce dellOrdine Piano stato riconosciuto alluso nel regno per la prima volta nel 1932, con provvedimento distinto da quello di riconoscimento del titolo equestre. Bollettino Ufficiale della C0nsulta Araldica, n. 42, 1933, pag. 65. 16 - CUOMO, Ordini Cavallereschi cit., pag. 905, 908. Per detti ordini la Consulta Araldica ha adottato le massime 35 e 50. 17 - PANDIANI, Albergo di Nobili, in Enciclopedia Italiana Treccani , vol. II, 1929. 18 - Il nome di sedili derivava dal luogo ove i nobili si riunivano. Essi in origine erano 29, e per la estinzione delle famiglie si ridussero a 5, pur conservandosi i rappresentanti dei primitivi seggi, chiamati capitani della nobilt. I capi dei seggi rimasti si chiamavano eletti, ed avevano, insieme colleletto del popolo , il governo municipale della citt. 19 -PERTILE, op. cit., vol. III, pag. 152. 20 -Una raccolta di legislazione nobiliare con testi integrali o riassunti contenuta nel Memoriale per la Consulta Araldica pubblicato nel 1888, e ristampato in Roma dalla Libreria dello Stato nel 1924. 21 - Un Massimario per servire alla Consulta Araldica fu pubblicato in Roma, Stab. Tip. Civelli, nel 1905. Un nuovo Massimario contenente massime di legislazione nobiliare approvate dalla Consulta Araldica e dal Real governo e nuovamente ordinate stato pubblicato a Roma, Tip. delle Mantellate, nel 1915. Le massime successive

sono pubblicate nel Bollettino ufficiale della Consulta Araldica , e riportate dalla PIANO MARTINUZZI, op. cit.

LA LEGISLAZIONE NOBILIARE DEI VARI STATI PRECEDENTI LUNIT ITALIANA Piemonte Negli Statuti di Amedeo VIII del 1430 si contenevano norme sui figli legittimi dei bastardi dei nobili e sulle insegne e le armi. La duchessa Iolanda e Bianca, rispettivamente nel 1475 e 1491, emisero norme sopra lalienazione dei feudi per dotare le fanciulle e sovvenir necessit familiari. Nel 1503 Filiberto II riform gli Statuti sopra la natura retta e propria dei feudi e sullalienazione dei medesimi per cause dotali. Carlo Emanuele I nel 1588 emise le costumanze generali del ducato di Aosta. Per esse, nella gente nobile il figlio seguiva la condizione del padre, bastando che fosse nobile il padre affinch i figli nati da legittimo matrimonio fossero considerati tali e godessero dei privilegi della nobilt. Se il padre fosse nato da nobile lignaggio e nondimeno si fosse sposato ad una donna plebea, i figli nati sarebbero stati considerati nobili, ancorch la madre non lo fosse. Se il padre fosse stato plebeo e la madre nobile, i figli sarebbero stati plebei. Erano nobili coloro che avessero ottenuto rescritti e privilegi di nobilt dal sovrano. La donna plebea maritata ad un nobile godeva dei privilegi e prerogative dei nobili, quale li godeva il marito, sia durante la di lui vita che nello stato di vedovanza. Ma se rimaritata con un plebeo, ancorch rimanesse vedova di lui, riprendeva la sua condizione di plebea, perch essa conservava la condizione del tempo del suo ultimo matrimonio. Se la donna nobile si maritava ad un uomo di medio stato, ancorch non fosse nobile, non perdeva il privilegio di nobilt, ma di esso godeva tanto in costanza di matrimonio che dopo. I suoi figli avrebbero goduto di detto privilegio per acquistare eredit nobili lasciate da essa, purch la natura del feudo lo avesse comportato. Quelli che avevano lo stato di nobilt e si mantenevano come nobili, erano ritenuti per presunzione nobili, fino a che non si fosse verificato il contrario. La persona nobile, che avesse fatto o esercitato atti in deroga alla nobilt, era sottoposta a tutte le tasse, concorsi, sussidi e altre imposte. Per porre un freno alla passione sorta per gli stemmi, nel 1597 e 1598 vennero emessi due editti di proibizione di valersi di armi nobili senza privilegio imperiale o ducale, e di divieto delluso di armi gentilizie a coloro che, non essendo n ecclesiastici, n nobili, non avessero ottenuto un privilegio sovrano. Nel 1613 Carlo Emanuele I ordin la formazione dei registri delle armi, e diede ordine di consegna, entro due mesi, a tutti i capi famiglia, proib a tutti i naturali luso delle armi dei loro progenitori, salvo col segno, filo o barra e purch vi fosse stato il consenso scritto della maggior parte degli appartenenti alla medesima famiglia, stirpe, e la conferma ducale; conferm lus0 per quelle armi di semplice possesso almeno settantenario. Nel 1618 fu dato ordine perch questultimo editto fosse eseguito nel Monferrato. Nel 1627 Carlo Emanuele I prescrisse che la nobilt non sarebbe stata pregiudicata ai negozianti nel porto franco in Nizza, Villafranca e SantOspizio, e nel 1633 Vittorio Amedeo I, per assicurare labbondanza delle derrate e la prosperit del commercio, stabil un ufficio di abbondanza, consentendo che alla costituzione del fondo dellufficio stesso potesse concorrere la nobilt senza esserne degradata. Carlo Emanuele I con ordine 16 luglio 1648, considerato che la divisione dei feudi aveva non poco scemato lo splendore nelle principali e pi nobili famiglie e provocato discordie fra i consortili, permise ai possessori di giurisdizione e beni feudali, ancorch di natura di feudo retto e proprio, il poter detti feudi, in tutto o in parte erigere in primogenitura, ed in essi e fra i chiamati alla successione di essi, in virt delle antecedenti investiture stabilire una o pi primogeniture con ordine di perpetua lineale successione primogeniale, ovvero di maggiorato, o sia seniorato, e in questo modo pregiudicare temporalmente alla simultanea vocazione degli altri agnati e discendenti, o altri che in qualsivoglia modo fossero, dalle antecedenti investiture, chiamati alla successione. Per favorire la nobilt e porgerle la comodit di fare decentemente qualche profitto, col quale sostenere i pesi del decoro che le conveniva, sullesempio di quanto si praticava in altre citt, M. R. Giovanna Battista con leditto 3 aprile 1680 stabil di non considerare come repugnante alla nobilt e non pregiudizievole alla sua riputazione e prerogative, il tenere fondaci o magazzini di mercanzie, vendendole allingrosso, purch ci fosse fatto a mezzo di altri, il tenere banco aperto di cambio o collocar il proprio e laltrui denaro in mani di mercanti perch trafficassero per mare o per terra, il far lavorare altri nelle arti della seta, della lana e simili.

Vittorio Amedeo II, divenuto poi nel 1713 re di Sicilia, e poscia di Sardegna nel 1720 per permuta della Sicilia, con due editti del 1687 diede disposizioni sulla registrazione e concessione delle armi gentilizie e con editto 26 marzo 1700 prescrisse le regole da osservarsi sulluso dei titoli di marchese, di conte e di barone. Con editto 7 gennaio 1720 stabil la inalienabilit del demanio della corona, revoc tutte le concessioni di feudi a titolo grazioso fatte anche dai predecessori, nel 1722, per far fronte alle spese del regno, fece una larga vendita di feudi, e, a complemento delle costituzioni 11 luglio 1729, nelle quali si trattava della natura e successione nei feudi, della erezione di essi in primogenitura, della alienazione dei feudi e dei beni feudali, con RR. Patenti 5 ottobre 1729 stabil che coloro che avevano acquistato feudi dal procuratore generale di S. M. avessero, oltre la facolt di disporre come primi acquisitori s per contratto che per ultima volont a favore di chi avessero voluto, purch fossero persone capaci e gradite al Sovrano, quella ancora di chiamare alla successione del feudo, dopo la linea mascolina dei loro discendenti maschi, o una delle femmine da essi discendenti, purch nel primo maschio da essa discendente il feudo riassumesse la natura di retto e proprio, o un agnato trasversale, purch questo fosse nel tempo in cui si sarebbe aperta la successione nel settimo grado di parentela civile. Con leditto di Carlo Emanuele III del 16 aprile 1734 sulla impropriazione dei feudi22 veniva accordato ai primi acquisitori non solo limpropriazione per le femmine da essi discendenti, ma anche la facolt ai discendenti loro delluno e dellaltro sesso di poterne disporre s per contratto fra vivi che per ultima volont. Ai possessori di feudi che fossero loro pervenuti dagli antenati, se non avevano agnati trasversali, si consentiva limpropriazione per le femmine da essi discendenti in mancanza di maschi, ed avendo agnati trasversali si concedeva limpropriazione in modo che la vocazione delle femmine avesse solamente luogo in mancanza dei maschi s di essi che dei loro agnati. Si accordava a qualunque vassallo che lultimo chiamato alla successione del feudo, che altrimenti sarebbe tornato alla di lui morte al regio patrimonio, potesse disporne tanto per contratto tra vivi che per ultima volont. I feudi posti in vendita con leditto dellottobre 1733 avrebbero potuto alienarsi anche per femmine, e sarebbero stati disponibili per contratto e per atto di ultima volont. Dal parere, in data 20 luglio 1738, di un Congresso formato dai primi presidenti del senato di Piemonte e della camera dei conti e dellavvocato generale del senato di Piemonte, e diretto a Carlo Emanuele III, si rileva che erano distinti tre generi di nobilt: 1) per privilegio del principe: era quella che dal principe si concedeva a chiunque gli piaceva e voleva far nobile e questa si tramandava senzaltro alla discendenza; 2) di sangue: questa non aveva norme certe per misurarla. Per la legge dei romani, adottata universalmente ed osservata da quegli ordini di cavalleria i quali esigevano la nobilt senza prefiggerne i gradi, erano considerati nobili quelli che erano nati da padre e da avo nobili. Erano poi considerati nobili quelli che erano nati e vivevano nobilmente, e non solamente vivendo delle proprie rendite, senza esercitare arte meccanica o vile, ma quando fossero altres riputati nobili per stima e concetto pubblico, od ammessi negli ordini, assemblee ed impieghi civili, i quali si suolevano conferire se non a persone nobili, maggiormente se avessero contratto per matrimonio alleanze illustri. La prova di questa nobilt era della natura di quelle cose che dipendendo da puro fatto ricevono dalle circostanze maggiore o minor peso. Per comporre questa nobilt si richiedeva il concorso di tre generazioni vissute nobilmente; 3) per uffici di dignit coperti da persone, che si rendevano meritevoli di essere considerate per nobili. Gi Carlo Emanuele I nelleditto del 27 marzo 1584, dichiarando quelli che, come nobili, andavano esenti dai tributi, aveva annoverato gli ufficiali stipendiati ed esercitanti lufficio col titolo di consiglieri del principe, di controllori di guerra, i segretari del Sovrano servienti presso la sua persona. Successivamente furono compresi i giudici maggiori della Savoia, quantunque il senato avesse dichiarato che questa nobilt non sarebbe discesa ai loro figli. Ora volendo fissare dei criteri per stabilire la nobilt degli uffici, il congresso propose che fosse adottata la regola seguente. Se si trattava di persone discendenti dagli ufficiali dei tempi passati, avrebbero potuto considerarsi pur nobili quelli che discendevano da ufficiali che gli editti dichiararono nobili, o da altri i quali avessero posseduto impieghi che nel tempo degli editti non erano dichiarati nobili, ma vi erano e vi ebbero altres annesso il titolo di consigliere del principe,

per essere questo un titolo nobile da s; se si trattava di ufficiali presenti conveniva distinguere le classi degli ufficiali per adattarvi le regole convenienti. Cominciando dalla magistratura, i supremi tribunali erano stati sempre considerati come una specie di milizia e di sacerdozio, composti di persone distinte o per nascita o per altri meriti, e quelli che non erano nobili per sangue si facevano cavalieri nelle leggi, simili a quelli di spada. Per lufficio ricoperto, e per il fine di poter acquistare feudi di giurisdizione avrebbero dovuto annoverarsi fra i nobili, fra i magistrati, i presidenti, i senatori, i referendari, quelli che godevano un impiego simile, come i collaterali di camera, gli avvocati e procuratori generali, gli avvocati dei poveri, i mastri auditori che godevano la sedia e le insegne dei senatori e collaterali rispettivamente. Riguardo alle segreterie avrebbero potuto essere compresi fra i nobili coloro che avevano il titolo di segretario di stato e di guerra e di gabinetto e della M. S. e darchivista di corte; inoltre i primi ufficiali del controllore generale, delle finanze e delle gabelle, e maggiormente il controllore generale, lauditore generale di guerra, lintendente generale della casa di S. M., dellartiglieria, delle fabbriche e delle fortificazioni, gli intendenti generali delle province. Degli impieghi militari avrebbero potuto comprendersi nella nobilt i governatori e comandanti di piazza, i maggiori, i colonnelli, i luogotenenti, i maggiori dei reggimenti, i capitani con 10 anni di servizio. Venivano anche proposti per la concessione della nobilt i prefetti, gli intendenti delle province ed i sostituti degli avvocato, procuratore ed avvocato fiscale generale con 10 anni di servizio. Inoltre i posseditori di un feudo nobile avrebbero dovuto esser considerati nobili, operando in loro il feudo ci che faceva lufficio nobile negli altri. Circa la nobilt cos attribuita, se fosse solo temporanea finch si possedesse il feudo o si esercitasse lufficio, venne proposto che, rispetto al feudo acquistato, la prerogativa durasse in colui che lo aveva acquistato finch vi fosse stato il possesso; se il feudo fosse venduto o ritolto, pi non avrebbe giovato, ma avrebbero conservato la nobilt avuta col feudo i di lui figliuoli, ancorch avessero perduto il feudo, se per ci non fosse avvenuto per atto volontario o per delitto. Negli altri casi avrebbero conservato la nobilt acquistata dal padre e con la morte di lui consumata. Per la nobilt per ufficio, essa si sarebbe perduta da colui che aveva abbandonato lufficio, e si sarebbe conservata nel caso di collocamento a riposo onorevole impetrato. Inoltre essa, per quegli uffici che erano nobili da s, e nei quali il padre fosse morto, esercitandoli finch visse o fin quando fosse stato collocato a riposo, si sarebbe trasmessa nei posteri, purch questi la conservassero vivendo nobilmente, ma si sarebbe perduta in caso di esercizio di arte meccanica. Per quegli uffici, nei quali fossero richiesti dieci anni di servizio per far nobile il soggetto, la nobilt non sarebbe passata ai figliuoli, ma ai figli dei figli, purch gli uni e gli altri fossero vissuti nobilmente, considerando simili impieghi, esercitati sempre dallavo o lasciati per onorevole giubilazione, come un principio di nobilt, la quale, coltivata nelle tre generazioni ed accresciuta, facesse nobile chi ne discendeva. La nobilt acquistata per lettere del principe, siccome si perdeva per lesercizio di qualche arte meccanica, avrebbe potuto riacquistarsi quando si fosse ricorso al Sovrano, o si fossero da lui ottenute lettere di riabilitazione. Gli altri generi di nobilt, una volta perduti, non si sarebbero pi riacquistati. Per la patente sovrana del 25 febbraio 1735 furono anche dichiarati capaci di acquistar feudi i capitani dei reggimenti e i semplici laureati. Carlo Emanuele III con editto 5 agosto 1752 dispose sulla natura ed alienabilit dei feudi del ducato di Savoia. Per esso, i feudi, conformemente al costume di quella regione, erano alienabili sia per contratto che per disposizione di ultima volont, e trasmissibili a maschi e femmine. Facevano eccezione quei feudi ai quali fosse stata data una natura particolare e stretta. I feudi erano divisibili tanto in caso di successione che di alienazione, era per riservato il diritto di riscatto alla corona. I feudi di natura stretta non erano suscettibili di riscatto, e per la alienazione bisognava ottenere il consenso sovrano. Lo stesso Carlo Emanuele III con le costituzioni del 7 aprile 1770 riordin la materia dei feudi. Essi, salvo che nella prima investitura non fossero stati concessi con altra forma, erano retti e propri, e, nonostante la clausola adoperata nelle investiture dei feudi del Piemonte: per s e suoi eredi e qualsivoglia successori , erano ritenuti concessi per retti e propri. La clausola eredi e successori adoperata nelle investiture comprendeva soltanto i figli e i discendenti, rimanendo

abolita ogni forma di feudo misto. Nei feudi concessi per maschio e femmina, le femmine succedevano solo in mancanza di maschi, di modo che il maschio pi remoto, ancorch daltra linea, escludeva la femmina pi prossima in grado di succedere. La clausola in antico, avito e paterno, apposta alle concessioni dei feudi, non comprendeva i fratelli o altri agnati, e quando gli agnati trasversali al primo acquisitore erano espressamente chiamati, non succedevano oltre il 7 grado. Ogni figlia nubile, o donna, che possedesse qualche giurisdizione o diritti feudali, venendo a maritarsi con uno straniero non abitante negli stati del regno, decadeva dal dominio e possesso di essi, e era incapace di acquistarne altri, tanto per atto tra vivi che di ultima volont. La giurisdizione e i diritti feudali si devolvevano a coloro che erano in grado di succedere, esclusi i discendenti dal matrimonio con lo straniero. l feudi in avvenire sarebbero stati concessi per retti e propri, ritenendosi nulla ogni altra forma, escluse le concessioni che anche, con qualche impropriazione della loro natura, sarebbero fatte in virt di pubblici editti per urgente necessit o per evidente utilit della corona. Ogni feudo di giurisdizione, tanto retto e proprio, per maschi e femmine, che meramente ereditario, non poteva mai dividersi fra pi possessori, bench fossero di ugual grado, ma si sarebbe conservato sempre indiviso, ammessa la divisibilit solo dei beni feudali rustici separati dalla giurisdizione. Coloro che avevano la facolt di disporre di detti feudi potevano sottoporli a primogenitura fra i chiamati in quellordine che avessero creduto, tanto per contratto che per disposizione di ultima volont, e, quando non li avessero sottoposti a primogenitura, sarebbe succeduto il primogenito fra i chiamati, ad esclusione degli altri, e fra primogeniti, concorrendo alla successione il patruo (zio paterno) e in virt di rappresentazione il nipote, questo avrebbe escluso sempre il patruo. Le primogeniture istituite sui feudi ereditari e disponibili erano limitate fino al 4 grado. Linvestitura dei feudi doveva esser chiesta dai vassalli alla camera dei conti, sotto pena di decadenza entro lanno e un giorno, sia nel caso di successione che di acquisto, sia in caso di cambiamento di Sovrano. Le investiture concesse immediatamente dal Sovrano dovevano esser presentate entro un mese alla camera dei conti per la interinazione. In caso di decadenza del feudo, per non chiesta investitura, o per inadempimento delle altre obbligazioni di vassallaggio, se antico, retto e proprio, o per maschi e femmine, o ereditario vincolato, la sua devoluzione al r. patrimonio aveva luogo solamente a danno del contumace e durante la di lui vita, e dopo la morte del medesimo il feudo ritornava a coloro che erano in grado di succedergli. La stessa regola si osservava in caso di confisca del feudo per delitto comune. Nel caso di fellonia del vassallo o di reato di lesa maest, decadeva dal feudo il vassallo e qualunque discendente, agnato, trasversale, o altro chiamato per disposizione di legge o per patto e provvidenza delluomo. Nessuno avrebbe potuto usare il titolo di duca, principe, marchese, conte o barone o qualsivoglia altro, se non avesse avuto la patente del Sovrano o suoi predecessori interinata alla camera dei conti, e ottenuta la investitura dei feudi e delle giurisdizioni che avessero annesso un titolo. I possessori di piccole giurisdizioni feudali non avrebbero potuto fare uso del titolo, se non avessero avuto la met intera del feudo nei luoghi di cento fuochi, o un terzo negli altri di maggior numero; se per anche per pi piccole porzioni di feudo fosse stato accordato dal Sovrano qualche titolo, avrebbero potuto farne uso. Coloro che avessero alienato i feudi, ai quali erano ammessi i titoli, non avrebbero potuto pi goderne, anche se nel contratto se ne fossero riservata la facolt. Era consentito ai possessori di quei feudi che erano alienabili di venderli ed ipotecarli col consenso sovrano, ma solamente per le doti delle loro figlie o di altre femmine discendenti dal primo acquisitore, o per i puri e meri alimenti del vassallo, o per i miglioramenti indispensabili del feudo. La vendita o la ipoteca doveva esser preceduta dallinterpellazione dei consorti ed agnati del feudo, i quali avevano la prelazione. Non erano capaci di acquistar feudi aventi lesercizio di qualche giurisdizione se non le persone nobili, o quelle che, non essendo nobili, avessero prima ottenuto le patenti di nobilt o abilitazione. Lo stesso limite si applicava per la successione nei feudi ereditari quando non si fosse trattato di successori ab intestato, ma di un estraneo in virt di disposizione di ultima volont. Vittorio Amedeo III nel 1782 sanc speciali pene contro i nobili che avessero contratto matrimoni sconvenienti, e nel 1797, sotto linfluenza delle idee della rivoluzione francese, dichiar allodiali i

beni feudali e sciolti da ogni vincolo feudale, eccetto le terre costituenti appannaggi dei principi reali, abol i diritti e prerogative feudali e proib la istituzione di primogeniture e fedecommessi. Occupato il Piemonte dai Francesi, il governo provvisorio nel 1793 abol tutti i titoli, le divise e distinzioni di nobilt, luso delle livree, trine, armi e stemmi gentilizi, e prescrisse che sarebbe stato usato solo il titolo di cittadino; nel 1798 dispose che sarebbero stati bruciati solennemente i diplomi, gli stemmi, le investiture e le altre carte di aristocrazia, ai piedi dellalbero della libert. Il 9 dicembre 1799 Carlo Emanuele IV abdicava al regno, protestando contro loccupazione francese, e nel 1802 il Piemonte veniva unito alla Francia, divenendone provincia, e seguendone la legislazione, per cui occorre occuparsi anche di essa. Napoleone, proclamato limpero nel 1804, pens di accrescere lo splendore del suo trono con listituzione di una nuova nobilt e di ordini cavallereschi. Cos nel 1806 costitu la Legione dOnore, e con decreto del marzo 1808 cre la nuova nobilt, la quale derivava unicamente dallimperatore, e non dal possesso di un feudo, non godeva di privilegi onorifici, n era esonerata dagli oneri pubblici. Con lo stesso decreto abol esplicitamente la vecchia nobilt, i cui titoli tornarono allimperatore, il quale fu favorevole a concederli a quei nobili, che li avevano prima posseduti, e che si erano resi benemeriti del nuovo governo. Per collegare la vecchia alla nuova nobilt, Napoleone cre nei territori italiani acquistati, dodici ducati negli Stati veneti, e sei nel Regno di Napoli, che furono poi concessi ai generali dellesercito. Fece inoltre rivivere i titoli di principe e di altezza serenissima, per i grandi dignitari dello stato, e diede ai primogeniti di essi il diritto di chiamarsi duca dellimpero, qualora il padre avesse costituito loro un maggiorasco che producesse 20 mila franchi allanno. Pose il titolo di principe sopra quello di duca, abol il titolo di marchese e di visconte, stabil che la nobilt era personale, col diritto di renderla ereditaria quando si fosse costituito un maggiorasco, la cui rendita variava a secondo dei titoli. Nello stesso anno 1808, nella sua qualit anche di Re del Regno Italico, eman il 7 statuto costituzionale sui titoli di nobilt del quale sar detto parlando della Lombardia. Caduto nel 1814 Napoleone, Vittorio Emanuele I ripristin le costituzioni di Carlo Emanuele III del 1770 e gli altri provvedimenti emanati dai suoi predecessori fino al 23 giugno 1800. Nella trasformazione, che subirono dopo la restaurazione del 1815 gli stati da regime assoluto a quello costituzionale, sorse il problema sulla conservazione o meno della nobilt, e, nellaffermativa, delle garanzie a tutela del principio fondamentale della eguaglianza giuridica e sociale dei cittadini, e questo problema si present nel 1848 a Carlo Alberto al momento della concessione dello Statuto, ispirato alle costituzioni francese e belga. Ed assicurato il principio delleguaglianza civile e politica dei cittadini con lart. 24 dello Statuto, Carlo Alberto non ebbe difficolt a mantenere, con lart. 79, la nobilt come affermazione storica. Ci risulta chiaramente dallo schema dello Statuto, nel quale era detto: I titoli di nobilt sono garantiti , mentre nel testo definitivo venne detto: I titoli di nobilt sono mantenuti. In tal modo la formula Albertina risult pi precisa di quella usata nelle costituzioni francese e belga, volendo intendere che i titoli nobiliari erano mantenuti, senza distinzione dorigine e di epoca, generalmente a tutti coloro che potessero vantare per essi un vero e proprio diritto. A fianco di questo riconoscimento del passato non si dichiar porta chiusa alla nobilt, bens si riconobbe al Re il potere di conferire titoli nuovi.
---------------------------------------------------------------------------------------------------------------22 - Ossia trasmissione od acquisto, devianti dalla natura retta e propria dei feudi. Una circostanza alterativa della natura del feudo, che diveniva improprio e corrotto, era labilitazione delle femmine a possederlo. V. Card. DE LUCA G. B., Il dottor volgare, Libro I, capo IV, parag. 3, Roma, Corvo 1673.

Genova Nella repubblica di Genova la nobilt era formata da quelle famiglie che dai tempi pi antichi avevano dato al governo podest e consiglieri del podest. Le famiglie nobili erano coalizzate cos potentemente nei 28 Alberghi (v. n. 18) da allontanare dal governo e da tutte le cariche pubbliche coloro che non erano nobili. Le prime disposizioni sulla nobilt sono contenute nel regolamento del 1528, che prevede la formazione di un Liber nobilitatis da custodirsi presso la Signoria, in cui si sarebbero dovuti annotare tutti i cittadini nobili, raggruppati negli Alberghi, libro volgarmente detto Libro doro (v. n. 106). Varie disposizioni furono emanate successivamente per la iscrizione in detto libro, che fu bruciato il 1797. Genova nel 1805 fu aggregata alla Francia, e nel 1815 fu unita al

Piemonte. Dai seguenti pareri del Procuratore Generale presso la Camera dei Conti di Torino si rileva che: il governo succeduto alla repubblica di Genova non riconobbe altra nobilt fuor di quella che la repubblica riconosceva: cio: quella derivante dalla ascrizione al libro doro (parere 16 febbraio 1838); il titolo marchionale assunto da alcune Famiglie ducali di Genova fu tacitamente dal governo del Re tollerato, ma non serve ad esse di titolo legale, molto meno pu implorarsi quale diritto da altri discendenti da famiglie ascritte al libro doro aperto nel 1528 (pareri 23-12-1834 e 23-6-1845)23 .
---------------------------------------------------------------------------------------------------------------23 - Con R. D. 18 dicembre 1889 venne autorizzato il riconoscimento per decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri del titolo di marchese ai discendenti in linea primogenita, mascolina, legittima e naturale degli individui iscritti al corpo della nobilt genovese nel 1797. Con deliberazione 30-1-1890 la Consulta propose il riconoscimento del titolo marchionale ad personam a quei patrizi genovesi ultrogeniti di famiglie alle quali secondo il decreto del 1889 spettava il titolo marchionale, e che essendo in elevata posizione sociale gi godessero tale titolo per enunciazioni fatte in antecedenti provvisioni regie. Questa deliberazione, sancita dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri, venne revocata a decorrere dal l giugno 1908.

Sardegna Fin dal Re Alfonso dAragona nel 1481 venne consentita la successione nel feudo anche alla figlia vivente. Con successivo capitolo del 1511 venne stabilito che la successione fosse sempre del figlio maggiore, e del maschio di esso, e se egli fosse premorto al padre, subentrassero a lui altri fratelli. Con capitoli del 1560, 1575 e 1586 venne ampliata la successione nei feudi nelle figlie, preferendo la maggiore alla minore. Nel 1623 venne stabilito che nella successione dei feudi si avesse riguardo alla primogenitura fra i fratelli chiamati alla investitura, e che nella successione delle donne e loro figli si osservassero le clausole della investitura e le disposizioni del diritto. Sotto Casa Savoia venne disposto che nessuno avrebbe potuto usare il titolo di cavaliere o di nobile, se non avesse avuto sovrane patenti, o non fosse stato per tale riconosciuto in due corti successive. I fedecommessi e le primogeniture erano ristretti a 4 gradi e si insinuava la compra, la vendita e la concessione dei beni feudali. Nelle leggi civili e criminali di Carlo Felice del 16 gennaio 1827 venne stabilito che nella successione ai feudi, essendo stata questa sempre nel regno individua, sia in forza dei capitoli di corte, sia per immemorabile consuetudine, si sarebbe osservato sempre lordine di primogenitura. La successione sarebbe stata sempre regolare in concorso di donne, se esse vi fossero state, bench in difetto di maschi, eccetto che non si fosse provveduto diversamente, o nella stessa concessione, o per disposizione dellinvestito del feudo, il quale avesse, o dalla stessa concessione o a termini della legge, la facolt di disporre e prescrivere lordine di successione tra le persone chiamate e comprese nellinvestitura. Era vietato di alterare i patti e le condizioni contenute nelle infeudazioni e concessioni, e di alienare in tutto o in parte terre feudali a persone in esse non comprese, o di passarle per alcun titolo a mano di universit, chiese, monasteri, collegi o altre manimorte, senza speciale permesso ed autorizzazione del Sovrano. Carlo Alberto nel 1835 prescrisse la consegna generale dei feudi, giurisdizioni e diritti feudali, e nel 1836 soppresse la giurisdizione feudale. Nel 1842 lo stesso Carlo Alberto stabil che, ove una famiglia si fosse dedicata allinsegnamento universitario, il terzo professore di una stessa linea avrebbe goduto la nobilt personale ed il diritto di chiedere la nobilt progressiva nel caso che i suoi successori della stessa linea avessero servito per almeno 10 anni ciascuno. La stessa onorificenza e diritto avrebbe avuto quel professore il quale contava nella linea dei suoi ascendenti due persone fregiate della qualit di giudice della Reale Udienza, o del grado di luogotenente colonnello nelle R. Armate o del distintivo di cavaliere dellordine militare dei SS. Maurizio e Lazzaro. La Consulta Araldica ha adottato per la Sardegna le seguenti massime: la nobilt sarda acquistavasi mediante espresso speciale diploma (art. 108). Fanno parte della nobilt sarda quelle famiglie che hanno ottenuto speciali diplomi dai Re di Aragona, di Spagna e di Sardegna (articolo 119). I titoli di principe, duca, marchese, conte, barone, visconte, provenienti dai cessati possessori di feudi per maschi e femmine, spettano ai maschi primogeniti, ma possono trasmettersi, in mancanza di loro, e dei loro diretti successori, ai fratelli, ed in mancanza di questi, alle sorelle. In parit per di grado e di linea, il maschio sempre preferito alla femmina (art. 117). Poteva usare del titolo di nobile e cavaliere chi era stato riconosciuto per tale in due Corti Successive (art. 109). Nellisola di Sardegna e per i feudi impropri il diritto di primogenitura si trasfondeva nella linea dellinvestito; cosicch deve prima esaurirsi interamente la linea investita, anche con la vocazione delle femmine, in precedenza di maschi delle linee pi remote (articolo 105). Alle famiglie decorate del cavalierato

e della nobilt e ai vescovi, spetta il trattamento di don, che non si pu pretendere n dai sacerdoti, n dai semplici cavalieri ereditari, n dai titolati od antichi feudatari, che non furono decorati del cavalierato e nobilt (art. 104). In Sardegna non esiste alcuna vera nobilt civica o decurionale (art. 118). Lombardia Passato il Ducato di Milano sotto il dominio spagnuolo, Filippo III nel 1609 stabil che per le concessioni dei titoli di marchese e di conte da lui fatte dal 1601 ad allora nello Stato di Milano, e in quelle future, i titoli stessi avrebbero dovuto passare soltanto ai primogeniti, nonostante vivessero altri discendenti ai quali appartenesse porzione del feudo sopra cui fossero collocati e posti tali titoli, data la svalutazione subita dai titoli stessi in conseguenza del fatto che in quello Stato i feudi erano divisibili, e quindi succedendo tutti i discendenti, una terra veniva ad avere molti signori, con danno dei sudditi. In caso poi di reversione alla Corona di feudi, questi non avrebbero dovuto esser venduti coi titoli di marchese e di conte. Per rimediare agli abusi il Vicer duca di Feria in data 29 maggio 1631 dispose che fossero notificati i titoli di marchese o di conte, e il Vicer Contestabile di Sicilia in data 1 febbraio 1647 ordin di notificare i titoli di marchese, conte, barone ed altri. Con editto governativo 29 marzo 1718 venne rivolto invito ai titolati da principi stranieri di godere la prerogativa nobiliare nello Stato, purch pagassero cento doppie per una sola volta, e venne concessa dispensa ai titolati di S. M. dallobbligo di acquistare un feudo capace, mediante il pagamento di cento doppie per i marchesi e 50 per i conti; fu fatto obbligo ai titolati di presentare i loro privilegi e documenti per formare un catalogo dei titolati. Fu fatto invito ai feudatari per lacquisto delljus proclamandi nei loro feudi, e per ottenere la facolt della successione nel feudo per una femmina in caso di estinzione della linea mascolina. Passato il Ducato di Milano allAustria nel 1714, lImperatrice Maria Teresa con dispaccio sovrano 31 agosto 1750 approv il regolamento sulle armi gentilizie, titoli e predicati e stabil la formazione di un tribunale araldico; il 14 settembre successivo emise un editto sul regolamento della nobilt, e il 7 gennaio 1768 una prammatica di erezione del tribunale araldico. La stessa Maria Teresa emise il 20 novembre 1769 un editto per tutta la Lombardia austriaca sulla nobilt. Per tale editto erano considerati nobili: coloro che erano ammessi agli ordini e ai ranghi che richiedevano prove di nobilt generosa, come i ciamberlani o simili, o che dalle proprie citt e corpi pubblici della Lombardia austriaca, che erano in possesso di tale prerogativa, fossero stati riconosciuti e dichiarati dal tribunale araldico essere di una famiglia antica e veramente nobile, perch i loro ascendenti paterni si erano trovati ad avere acquistata una vera e positiva nobilt, senza che a tal fine potesse esser tenuto conto di armi gentilizie e di predicati nobili, posti in qualunque atto pubblico o privato dopo lanno 1640; i titolati da S. M. o dai suoi predecessori, quando avessero provato di avere adempiuto le condizioni apposte agli stessi titoli nella concessione; gli investiti di feudo con giurisdizione che fossero almeno di cinquanta focolari, anche quando essi non fossero gi ammessi agli ordini nobili, purch tale feudo fosse stato conferito per meriti personali o dei loro maggiori, e con lespresso fine di nobilitarli; gli altri mancanti di detto requisito non avrebbero potuto acquistare un feudo nobile o con giurisdizione, se prima non fossero ammessi agli ordini nobili o abilitati, con la nobilitazione da concedersi dal Principe, allacquisto di tale feudo; coloro che avessero riportato da S. M. privilegio di essere annoverati fra nobili, con speciale dichiarazione che essi dovessero godere delle prerogative degli ordini nobili. Erano reputati nobili i Regi Ministri che siedevano nei tribunali, i quali erano in Milano: il Senato, il Consiglio dEconomia pubblica e il Magistrato Camerale; in Mantova: la Giunta del Vice Governo, il Consiglio di Giustizia, il Magistrato Camerale. La nobilt di questi funzionari sarebbe divenuta ereditaria nella famiglia, e trasmessa a tutta la posterit, solo nel caso che una delle suddette dignit o cariche si fosse trovata anche nella persona del figlio o di altri dei discendenti dal primo investito di tale carica. Godevano pure delle distinzioni di nobili gli Avvocati e i Sindaci Fiscali, i Capitani di Giustizia di Milano e Mantova, i Segretari del Governo e dei Tribunali Supremi, i Vicari Generali dello Stato di Milano, il Vicario di Giustizia di Milano, lIspettore Generale delle Caccie, i Delegati e i Podest

Regi; per la nobilt loro, meramente personale ed annessa allesercizio dellufficio, non era trasmissibile ai discendenti, quando una delle dette cariche non fosse continuata nella stessa famiglia per tre generazioni, cio nelle persone del padre, del figlio e del nipote. Le mogli e le vedove delle persone dei nobili e dei Regi Ministri anzidetti godevano anchesse delle distinzioni dei nobili, purch fossero o di nascita nobile, o distinta fra cittadini, ed avessero ristorato con le proprie sostanze la nobile famiglia del marito, a condizione per che esse non fossero del tutto plebee. Le mogli e le sorelle dei nobili, collocandosi in matrimonio, seguivano la condizione dei mariti. Erano considerati anche nobili i discendenti legittimi dai figli naturali, nati da padre nobile e libero e da madre libera, qualora i detti figli naturali fossero stati legittimati o per susseguente matrimonio, o almeno per rescritto del proprio Sovrano, e che fossero stati allevati dai loro padri nobilmente, e che n essi, n i loro discendenti avessero degenerato. I sudditi di Sua Maest nella Lombardia austriaca che si fossero fatti dichiarare nobili, o avessero riportato da qualunque principe, sia ecclesiastico che secolare, titolo di onore, non sarebbero considerati per tali, quando non avessero provato una antica nobilt, o di esserne in possesso prima del 1640, o non ne avessero da S. M. riportato la conferma, e questa non fosse stata fatta insinuare negli atti del Tribunale Araldico. I figli e discendenti dei nobili, se avessero degenerato dalla nobilt dei loro maggiori, non avrebbero potuto essere considerati nobili e capaci delle distinzioni permesse con leditto stesso; che, se il difetto fosse sopra dellavo e non oltrepassasse due generazioni, oppure se questi figli e discendenti di nobili avessero riportato da S. M. il privilegio di ripristinazione, anche questi sarebbero stati considerati capaci delle distinzioni. Erano comminate sanzioni per coloro che si fossero fatti trattare o considerare come nobili a voce o per iscritto. Ai fini delle prove di nobilt non avrebbe fatto ostacolo laver commerciato allingrosso in lana o in seta, entro gli Stati della Lombardia dopo le disposizioni del 29 maggio 1760, e di altri precedenti diplomi. Nei capitoli secondo e quarto si contenevano, rispettivamente, le disposizioni circa le armi gentilizie e loro ornati, e la pompa esterna onorifica. Circa i titoli e predicati di onore, il capitolo terzo stabiliva che nessuna persona, che non fosse compresa nellelenco dei titolati, poteva farsi nominare a voce o per iscritto duca, principe, marchese, conte, barone, n usare di questi titoli o attribuirsi qualunque altra distinzione e grado. I soli primogeniti di coloro che avevano riportato privilegi e titoli dopo la prammatica del 1601, confermata dallaltra 2 giugno 1609 avrebbero potuto usare dei suddetti titoli di onore, e i secondogeniti avrebbero dovuto astenersene, qualora i titoli non fossero estesi anche ad essi, e si fosse in ispecie derogato agli ordini suddetti. Qualunque suddito, che avesse ottenuto titoli o qualsivoglia altra prerogativa di onore o di nobilt da qualche Principe estero, secolare od ecclesiastico, non avrebbe potuto usare di tali titoli e prerogative, se non avesse riportato dal Sovrano o dai predecessori la dovuta conferma. I sudditi di S. M. che accidentalmente si fossero trovati nella Lombardia austriaca, avrebbero potuto usare dei titoli ai medesimi conferiti dai loro Principi naturali. Nessuno avrebbe potuto nominarsi col titolo di qualunque feudo o signoria, se non ne fosse nel possesso attuale. Nessun discendente da femmine avrebbe potuto far uso del titolo della signoria o del feudo che possedevasi dai loro ascendenti, qualora i discendenti stessi non fossero stati compresi nelle prime concessioni, o nn avessero ottenuto la grazia della ampliazione. Nessuna persona di un sesso o dellaltro avrebbe potuto attribuirsi il predicato di nobile, cavaliere, dama, n quello dellillustrissimo, don, donna, se non fosse dellordine nobile, e sarebbe stato molto pi vietato lusare del predicato di altezza o di eccellenza, qualora non si fosse stati elevati a grado che lo portasse. Alle persone impiegate in abbietti esercizi non avrebbe potuto darsi neanche del semplice predicato di signore, il quale sarebbe stato permesso unicamente a chi viveva civilmente, oppure esercitava qualche arte o impiego civile.

Con successivo editto di Maria Teresa del 29 aprile 1771 furono chiarite ed interpretate le anzidette disposizioni, stabilendosi, fra laltro, che per dichiarare una famiglia di vera e generosa nobilt si sarebbero dovute presentare al Tribunale araldico le prove di essersi essa, almeno per 200 anni, trattata in figura di nobile, ci che si sarebbe dedotto dai predicati di onore, secondo let, da matrimoni qualificati, da cariche e impieghi, che ordinariamente non si affidavano se non a persone nobili, da patronati, da dovizie, da titoli, feudi cospicui, fabbriche magnifiche ed antiche, state per sempre possedute dai maggiori della medesima famiglia, ed altre simili decorazioni, che inoltre gli ascendenti del richiedente non avessero esercitato arti meccaniche, ad eccezione della grande mercatura. Fra dette decorazioni si sarebbe contato anche il decurionato, purch continuato nei maggiori del richiedente per 150 anni, e che per almeno 200 anni concorressero alle qualificazioni suindicate. Tra le qualificazioni da provarsi pel corso di 200 anni si sarebbero valutati, uniti per ad altri, i predicati di onore continuati per 100 anni, quantunque dopo il 1640. Riguardo a quelle citt della Lombardia che anticamente si erano rette a forma di repubblica ed alcune delle quali costituivano parte dello Stato di Milano, le persone aggregate al ceto patrizio o al collegio dei nobili dottori di antica istituzione delle medesime, sarebbero state reputate nobili anche allora, purch lordine patrizio o il collegio dei dottori di simili citt avesse osservato o osservasse uno statuto particolare, che nella persona del richiedente prescrivesse per la sua aggregazione prove di genuina nobilt corrispondenti alle regole prescritte dallo statuto del Collegio di Milano. I titoli concessi con diplomi imperiali avrebbero abbracciato bens tutti i discendenti maschi senza ordine di stretta primogenitura, non per le femmine maritate in altre famiglie, e molto meno i loro discendenti. Gli onorati con simili titoli dalla Cancelleria dellImpero non sarebbero stati tenuti ad appoggiare i titoli a feudi. In Mantova sotto i Gonzaga non esistette una legislazione nobiliare. Passato il Ducato nel 1707 sotto lAustria, nel 1709 e nel 1739 il patriziato mantovano venne obbligato a giustificare i propri titoli, e nel 1770 venne istituita una speciale Deputazione Araldica, dipendente in parte dal Tribunale di Milano. Nel 1786 venne soppresso il Tribunale Araldico e le sue attribuzioni furono affidate al Consiglio di Governo. Nel 1793 fu approvato dal Consiglio Generale di Milano il regolamento per la ammissione al nobile patriziato milanese. La Lombardia, costituitasi in Repubblica Transpadana nel 1796, dopo essersi unita alla Repubblica Cispadana, della quale facevano parte Modena, Reggio, Ferrara e Bologna, formando una repubblica Cisalpina, che nel 1802 prese il nome di Italiana, si trasform nel 1805 in Regno dItalia. Nella Repubblica Cisalpina con legge 22 pratile anno IV (10 giugno 1796) fu abolita la nobilt e dichiarata estinta ogni autorit feudale. Detta legge fu poi estesa al Regno dItalia. Con il 7 Statuto Costituzionale 21 settembre 1808 sopra i titoli di nobilt e sui maggioraschi, di Napoleone I, Imperatore dei Francesi e Re dItalia, venne stabilito che quegli elettori che fossero stati per tre volte presidenti dei collegi elettorali generali avrebbero portato il titolo di duca, e lavrebbero potuto trasmettere a quello dei loro figli, in favore del quale avessero istituito un maggiorasco di un reddito annuo di L. 200.000. I grandi ufficiali della Corona avrebbero portato il titolo di conte, e i loro figli primogeniti avrebbero avuto il titolo di conte, se il loro padre avesse istituito a loro favore un maggiorasco della rendita di L. 30.000. Detto maggiorasco e titolo sarebbero stati trasmissibili alla loro discendenza diretta e legittima, naturale o adottiva, di maschio in maschio, e per ordine di primogenitura. I grandi ufficiali del regno avrebbero potuto istituire per il loro figlio primogenito o cadetto dei maggioraschi, ai quali sarebbero stati attaccati i titoli di conte o barone, secondo le condizioni appresso indicate. I ministri, i senatori, i consiglieri di stato incaricati di qualche parte della pubblica amministrazione e gli arcivescovi, avrebbero portato, durante la loro vita, il titolo di conte. Questo titolo sarebbe stato trasmissibile alla discendenza diretta, legittima, naturale o adottiva, di maschio in maschio, per ordine di primogenitura, di quello che ne era rivestito, e per gli arcivescovi a quello dei loro nipoti che avrebbero scelto, previa richiesta delle lettere patenti. Il titolare avrebbe dovuto giustificare una rendita netta di L. 30.000 che dovevano entrare nella formazione del maggiorasco. I grandi ufficiali del regno avrebbero potuto istituire a favore del loro figlio primogenito o cadetto, e quanto agli

arcivescovi a favore del loro nipote primogenito o cadetto, un maggiorasco, al quale sarebbe stato attaccato il titolo di barone. Occorreva per una rendita annua di L. 15.000 per la istituzione del maggiorasco. I presidenti dei collegi elettorali di dipartimento, che avrebbero presieduto il collegio per tre sezioni, il primo presidente, il procuratore generale della corte di cassazione, i primi presidenti e procuratori generali delle corti di appello, i vescovi, i podest delle citt di Milano, Venezia, Bologna, Verona, Brescia, Modena, Reggio, Mantova, Ferrara, Padova, Udine, Ancona, Macerata, Ravenna, Rimini, Cesena, Cremona, Novara, Vicenza, Bergamo, Faenza, Forl, avrebbero portato, durante la loro vita, il titolo di barone. I primi presidenti, procuratori generali e podest avrebbero dovuto avere 10 anni di esercizio ed adempiuto le funzioni con sovrana soddisfazione. I membri dei collegi elettorali avrebbero potuto prendere il titolo di barone sopra loro domanda al Sovrano, e trasmetterlo a quello dei loro figli in favore del quale avessero istituito un maggiorasco di L. 15.000 di annuo reddito. I dignitari, i commendatori, i cavalieri dellordine della Corona di ferro avrebbero potuto trasmettere il titolo di cavaliere alla loro discendenza diretta legittima, naturale o adottiva, di maschio in maschio, per ordine di primogenitura, giustificando una rendita netta di lire tremila. Il Sovrano si riservava daccordare i titoli che avrebbe giudicato convenienti ai generali, prefetti, ufficiali civili e militari, e ad altri sudditi che si fossero distinti per servigi resi allo Stato. Coloro, che avessero avuto conferiti titoli, non avrebbero potuto portare altri stemmi, n avere altre livree, se non quelle enunciate nelle lettere patenti di istituzione. Il titolo conferito a ciascun maggiorasco era affetto esclusivamente a quello, in favore del quale era fatta la creazione, e sarebbe passato alla discendenza legittima, naturale od adottiva, di maschio in maschio, per ordine di primogenitura. Nessuno, investito di un titolo, avrebbe potuto adottare un figlio maschio o trasmettere il titolo, accordatogli o pervenutogli, ad un figlio adottivo prima che egli fosse investito del titolo, se ci non fosse stato autorizzato nelle lettere patenti rilasciate a questo effetto. Quelli, ai quali sarebbero stati conferiti di pieno diritto i titoli di duca, conte, barone, cavaliere, e coloro che avrebbero ottenuto in loro favore la creazione di un maggiorasco, o sarebbero chiamati a riceverlo, avrebbero dovuto prestare giuramento con apposita formula. Disposizioni speciali regolavano il maggiorascato e il rilascio delle lettere patenti, che erano trascritte in apposito registro, ed erano pubblicate e registrate alla corte di appello ed al tribunale di prima istanza del domicilio dellimpetrante e del luogo ove erano situati i beni del maggiorasco. Nel 1814, in seguito alla caduta di Napoleone, il Regno Italico si sciolse, e la Lombardia ritorn col Veneto sotto lAustria. Con Decreto del 14 dicembre 1814, il governatore generale della Lombardia eman le norme per il riconoscimento della nobilt. In base ad esse erano conservate lantica nobilt concessa o riconosciuta dal governo austriaco in Lombardia, e cos pure la nuova istituita dal cessato governo italiano. La nobilt nuova era ritenuta nei termini pi rigorosi della sua concessione, ed in caso di adozione avrebbe dovuto essere richiesta la speciale sovrana approvazione. Nondimeno, nei casi di meriti particolari verso il Sovrano o verso lo stato per parte dei membri della nobilt nuova, il Sovrano sarebbe stato propenso ad accordare, in via di grazia speciale, la successione in linea legittima mascolina e femminina. Per la validit cos dellantica che della nuova nobilt era necessario nei singoli casi lintervento della approvazione sovrana. Gli individui dellantica nobilt, che dal governo italico non erano stati rivestiti della nobilt nuova, potevano far valere i loro precedenti diritti di nobilt; quelli che si trovavano nel caso opposto, potevano, in via di massima, soltanto chiedere la conferma della loro nobilt nuova, restando ad essi nondimeno concesso di implorare la grazia sovrana speciale di far rivivere lantica loro nobilt. I maggioraschi della nuova nobilt gi esistenti avrebbero temporaneamente conservato la forma che ad essi era stata attribuita dal Regno Italico, salvo le disposizioni della nuova legislazione civile e giudiziaria da emanarsi. Le prerogative e i privilegi e i diritti s dellantica che della nuova nobilt sarebbero stati quelli generalmente accordati ai nobili negli stati tedeschi. Veniva istituita in Milano una Commissione Araldica alla quale dovevano rivolgersi coloro che ritenevano di aver diritto alla nobilt.

Con determinazione 15 agosto 1815 della Reggenza di governo della Lombardia venne chiarito che gli individui che riunivano in loro gli estremi delle due distinte nobilt, antica e nuova, non potevano essere ammessi, in via di massima, a partecipare alla facolt generalmente accordata di far valere i precedenti diritti di antica nobilt; nondimeno non era preclusa la possibilit di conseguire la grazia sovrana speciale di far rivivere anche lantica loro nobilt, dato che non era incompatibile la riunione nello stesso individuo delle prerogative, dei titoli della nobilt antica e nuova. In conseguenza dellestensione al Lombardo-Veneto del codice civile austriaco, che consentiva ai genitori adottivi di chiedere il consenso sovrano per la trasmissione della loro nobilt ed armi gentilizie alla prole adottata, con circolare 2 gennaio 1826 della cancelleria aulica venne fatto noto che tale consenso sarebbe stato concesso solo nel caso che i genitori adottivi, e secondo i casi, anche i figli adottivi, fossero in stato di vantare quei meriti personali che si richiedevano per ottenere la nobilt austriaca. Lo stesso codice civile austriaco prescriveva (art. 620) che nei fedecommessi, in dubbio, si presumeva piuttosto la primogenitura che il maggiorasco o seniorato; e fra questi, piuttosto il maggiorasco che il seniorato. Nella primogenitura la linea pi giovane non perveniva al fedecommesso se non estinta la linea pi vecchia, cosicch il fratello dellultimo possessore era posposto ai figli, nipoti, pronipoti ed ulteriori discendenti del possessore medesimo (art. 621). La discendenza femminina non poteva di regola succedere nei fedecommessi. Se poi il fondatore aveva disposto espressamente che, estinta la stirpe mascolina, dovesse il fede commesso passare nelle linee femminine, ci avrebbe dovuto seguirsi secondo lordine di successione del sesso mascolino; ma gli eredi maschi della linea pervenuta al possedimento del fedecommesso erano preferiti agli eredi di sesso femminino (art. 626). Nel 1828 furono sciolte le commissioni araldiche di Milano e di Venezia, passando le attribuzioni agli uffici di governo. Veneto Nel Veneto la nobilt ebbe due diverse origini, quella derivante dalle alte cariche Pubbliche (patriziato), e quella proveniente dallordinamento feudale del territorio che form lo stato di terraferma, dopo il suo acquisto avvenuto nel 142024 . Le lagune venete nel secolo V formavano una provincia dellimpero bizantino retta localmente da alcuni tribuni marittimi, eletti fra laristocrazia locale e obbedienti allesarca di Ravenna. Nel VII secolo ai vari tribuni fu sostituito con un accentramento politico un Dux (doge), dapprima di nomina imperiale bizantina divenuto nel 726 elettivo, che cos rimase fino alla caduta della repubblica veneziana (1799), nonostante i tentativi fatti da alcune famiglie eminenti di rendere ereditaria nella loro discendenza la carica dogale. La repubblica veneta non sub lordinamento feudale, e di conseguenza non pass nelle fasi successive del comune e della signoria. Il maggior consiglio, istituito nel 1172 constava di ricchi commercianti nobili eletti, accentrava ogni potere della repubblica, eleggeva ad ogni carica e si rinnovava per forza propria nominando a tale scopo degli elettori. Nel 1276 stabil quali rettori al loro ritorno appartenevano temporaneamente di diritto ad esso, e nel 1277 deliber la esclusione dal medesimo degli illegittimi. Per mantenersi la purezza della nobilt, successivamente nel 1376 venne tolto il diritto di appartenere al gran consiglio ai nati da genitori nobili, ma prima del matrimonio, nel 1422 venne stabilita la esclusione da esso ai nati da schiava, serva o donna di vile condizione, ed imposto lobbligo di dar notizia del matrimonio contratto allavogaria, e nel 1533 fu proibita la approvazione e discussione della nobilt dei figli nati da matrimonio di un patrizio con una fantesca, villana, o donna abbietta. Nel 1297 venne decretata la serrata del maggior consiglio, prorogata nel 1299, stabilendosi che venissero ammessi al ballottaggio per farne parte quelli che vi avessero appartenuto per 4 anni, e decretandosi norme per lammissione di quelli che non vi avevano mai appartenuto. Con questa serrata la nobilt dei ricchi commercianti si trasform in vera aristocrazia e chiuse il proprio ordine. Nel 1308 il maggior consiglio dichiar che lesercizio di una carica, alla quale era inerente lappartenenza al maggior consiglio, non conferisse, in via assoluta il diritto di esservi eletto. Nel 1379 il Senato stabil alcune norme per la aggregazione di nuovi membri al maggior consiglio. Dal decreto 22 agosto 1410 si rileva che vi erano diverse specie e gradi di nobili e cittadini veneziani. I

nobili erano ricevuti nel maggior consiglio, secondo i meriti, per grazia, per onore, per cittadinanza veneziana. I cittadini erano ricevuti per abitazione o per deliberazione25 . Non potevano essere accolti come ambasciatori di altri principi o comunit che i soli nobili e i cittadini per privilegio, che avevano domicilio ed abitavano fuori di Venezia. Nel 1414 furono stabilite le norme per lammissione dei giovani patrizi ad estrarre la balla doro per entrare nel maggior consigli, e nel 1421 furono emanate le norme per la formazione del collegio delle prove degli aspiranti ad entrare nel consiglio stesso. Nellagosto 1506 e aprile 1526 il consiglio dei dieci impose lobbligo di dar notizia allavogaria delle nascite e dei matrimoni dei patrizi. Questi registri, che tuttora si conservano nellArchivio Veneto e giungono fino al 1801, costituiscono il cosidetto libro doro (v. n. 106). Durante il secolo XVI si susseguono svariate norme sulle prove di nobilt, sui matrimoni, e accanto al patriziato veneziano venne a porsi la nobilt feudale per effetto della conquista da parte della repubblica del territorio che form lo stato di terraferma. Detto territorio, come ha dimostrato il conte Baldino Compostella26 risultava costituito dal comitato vescovile imperiale che era convissuto giuridicamente coi comuni e colle signorie, e dalla cospicua eredit del patriarcato di Aquileia, stato dellimpero, ambidue organizzati feudalmente. Il comitato, che era stato attribuito ai vescovi verso il mille, era stato dapprima investito feudalmente a persone singole, poi in forma ereditaria a famiglie determinate. Il godimento del feudo era regolato dalle investiture del conte vescovo, e i signori delle citt dovevano sottostare alle investiture per i feudi familiari di origine vescovile. I vicecomites esercitavano il loro potere feudale con la attribuzione pubblica e pacifica di conti. La repubblica veneta che soppiant le signorie, non credette per varie ragioni di sopprimere il comitato come organizzazione feudale, per cui questo fu rispettato e regolato con leggi che cercavano di coordinare i diritti del comes con quelli della repubblica. Solo le ducali 7 ottobre 1634 e 23 novembre 1775 prescrissero che le investiture vescovili fatte alle famiglie fossero integrate con la formula: Salva fidelitate Reipublicae Serenissimae. Subito dopo la regolazione di questi feudi, dei quali in seguito alcuni furono ceduti dai vescovi al fisco, le famiglie pi importanti cercarono di ottenere il titolo di conte, che il senato veneziano accord con formula che voleva ignorare lo stato di fatto, ma che per la qualit del feudo comprendeva lestensione del titolo a tutti i membri della casa feudale. La successione in questi feudi era di forma mista, per cui i maschi erano preferiti alle femmine in parit di grado. Colloccupazione del patriarcato di Aquileia, la repubblica acquist un patrimonio feudale cospicuo, che fu in seguito aumentato dalle nuove infeudazioni, per cui il senato con decreto 25 luglio 1587 istitu il magistrato dei provveditori sopra feudi, che dovevano curare le investiture, regolare le riforme di titoli esteri, dare nobilt ai feudatari di feudi giurisdizionali, decidere le controversie in materia di feudi, col parere dei consultori in iure. Dopo listituzione di questo magistrato fu regolata anche la questione del titolo di conte dei feudi vescovili, e, mentre durante il 1500 tali titoli venivano ammessi per tutti i maschi e femmine della famiglia, il magistrato ammise i titoli per i soli maschi. Il magistrato, per ragione evidentemente politica, cur sempre che il titolo concesso alle famiglie in possesso di feudi vescovili, andasse disgiunto dal feudo. I feudi friulani aventi marca di contea, che derivavano la loro origine dalla organizzazione carolingia e patriarcale del Friuli, furono riconfermati in genere nelle famiglie primitive a titolo di signoria, e il titolo di conte fu riconosciuto alle famiglie nellesercizio delle funzioni feudali, pur andando disgiunto dal predicato feudale. La ricognizione di questi titoli spettava al magistrato ai feudi con atto di investitura. Il senato concedeva altres titoli per speciali benemerenze con o senza terre annesse, e in alcuni casi concesse titoli annessi a terre con giurisdizione, trasmissibili ai maschi e alle femmine, e con eventuale successione femminile, privi di vincolo feudale. Tali donazioni con le leggi 11 marzo 1623 e 7 ottobre 1661 furono gravate da vincolo feudale. In conseguenza delle gravi condizioni in cui versava il pubblico erario, il senato stabil di erigere in contea o marchesato alcuni feudi ricaduti al fisco, e di metterli allincanto (decreto del senato 31 ottobre 1645, 10 settembre 1647) e nel 1685, 1686, 1716 il maggior consiglio confer il patriziato dietro offerta di denaro. Essendo invalso labuso di arrogarsi titoli di marchese, conte e cavaliere e di altre simili qualit, in conformit dei proclami del 1674 e 1686, il senato veneziano con decreto 20 gennaio 1729 approv un proclama dei provveditori sopra i feudi circa luso dei titoli.

In base ad esso era proibito a qualsiasi persona di usare qualsiasi titolo onorifico, senza precedente notizia al magistrato sopra i feudi e susseguente descrizione nel libro dei titolati, istituito dal senato con decreto 4 febbraio 1661. Negli atti, contratti, testamenti, sentenze pubbliche e private scritture, non si sarebbe potuto fare il nome di una persona con alcuno dei detti titoli che non fosse contenuta al ruolo allegato al proclama, o che la persona non fosse discendente da legittimo matrimonio di alcuna di quelle registrate nel ruolo, ma compresa nella concessione del titolo. Uguale divieto era fatto per gli atti compiuti da curati, parroci, arcipreti, e da pubblici consigli, collegi e da altre pubbliche radunanze di citt, territorio, monti, ospedali, congregazioni, accademie o di altro luogo pio o secolare. Coloro che avessero ritenuto di aver diritto a portare detti titoli ma che non si trovassero iscritti nel libro del magistrato sopra i feudi erano obbligati a notificare e presentare gli atti legali su cui fondavano la loro pretesa. Altri proclami dei provveditori sopra i feudi contro labuso dei titoli furono emanati il 31 luglio 1780 e 28 settembre 1795. Il senato con deliberazione 11 marzo 1747 autorizz i provveditori sopra i feudi a conferire il titolo di nobile ai feudatari, le cui investiture lo portassero ed agli investiti di feudi giurisdizionali. Il consiglio dei dieci, con decisione 27 febbraio 1760 stabil che i titoli non avessero alcun valore, se non fossero riconosciuti e registrati dai provveditori sopra i feudi. Nel 1780 fu approvato dal senato il codice feudale della serenissima repubblica, ordinato da Angelo Memmo. Il senato veneto concesse in qualche caso il cavalierato ereditario, ma pi che di vera nuova concessione, in moltissimi casi, si tratt di conversione di cavalierati ereditari concessi da altri principi, e conferm il titolo di conte palatino, sia imperiale che palatino, senza distinguerne la differenza, tanto che in alcuni casi convert nellatto di conferma il palatinato in comitato, senza specificazione che si fosse trattato di provvedimento di grazia. Nel 1797 cess la repubblica veneta, e il Veneto fu assegnato allAustria, dalla quale pass nel 1805, con Napoleone, al Regno dItalia, la cui legislazione nobiliare della Lombardia fu applicata al Veneto. Caduto Napoleone, il Veneto torn il 7 aprile 1815 allAustria. Con notificazione 28-12-1815 di Francesco I, circa la conservazione della antica nobilt veneta e la conferma di quella napoleonica, venne stabilito che per la nobilt nuova creata dal governo italico si sarebbero osservate tutte le misure adottate per la Lombardia, e quindi se la nobilt era personale non poteva divenire ereditaria; se la patente di istituzione ne limitava la successione in ordine di primogenitura, avrebbe continuato la medesima in questordine stesso, e nei casi di adozione avrebbe potuto esser prorogata soltanto dietro speciale approvazione sovrana. Per lo stesso principio i maggioraschi della nuova nobilt non avrebbero potuto sussistere che in quei soli casi nei quali il regime italiano li avesse gi conferiti con apposite patenti agli individui nobilitati. Tuttavia, nei casi di meriti particolari, per parte dei membri della nuova nobilt verso il sovrano e lo stato, avrebbe potuto essere accordata, in via di grazia speciale, la successione nella discendenza mascolina e femminina. Per la validit della nobilt riconosciuta dalla repubblica veneta, quanto di quella del governo italico avrebbe dovuto esser chiesta in tutti i singoli casi la conferma sovrana. Riguardo alla nobilt, che sotto il governo della repubblica di Venezia esisteva negli atti di sua attinenza, non si sarebbe fatta alcuna differenza fra nobilt patria e quella delle citt di terraferma, e a coloro che erano iscritti nel libro doro, bastava, ai fini della prova della nobilt, il documento della iscrizione, anche per i discendenti, purch fossero state adempiute le condizioni fissate per conservare la parit del sangue. Con sovrana determinazione 26 novembre 1824 sulla conferma delle nobilt di origine veneta o straniera, notificata il 25 giugno 1825, venne stabilito, a complemento della notificazione 28 dicembre 1815, che la nobilt, ovvero i titoli conferiti dalla cessata repubblica veneta secondo le prescrizioni e leggi allora vigenti e quindi regolarmente acquistati, fossero qualificati per la conferma nella stessa guisa come furono conferiti ed acquistati, sempre che tale conferma venisse ricercata entro un anno nelle vie regolari, e il possesso della nobilt e dei titoli venisse pienamente

comprovato. Lo stesso sarebbe avvenuto, ai fini della qualifica per la conferma, della nobilt o dei titoli conferiti da potenze e sovrani esteri, od acquistati col consenso del legittimo governo delle province gi venete, ovvero dal medesimo riconosciuti. Nel 1828 fu sciolta la commissione araldica, e furono dichiarati chiusi il libro doro delle nascite e dei matrimoni con le ultime iscrizioni del 1801. Con circolare 23 luglio 1834, in considerazione che, dopo la conferma della antica nobilt accordata a tutte le famiglie gi ascritte al patriziato veneto come pure a quelle che facevano parte dei preesistiti consigli comunali di terraferma, gli individui componenti le stesse famiglie godevano dei diritti e dei titoli della nobilt austriaca, fu confermato il divieto fatto fin dal 1818 e 1827, di non far uso del titolo di N. H. (nobiluomo), oppure quello di patrizio, non competendo ai rispettivi individui altra denominazione fuorch quella di nobile, qualora non fossero fregiati di gradi pi elevati di nobilt. Nel 1837 fu dichiarata perduta la nobilt da coloro che emigravano illegalmente, e da coloro che erano condannati per crimini (v. n. 40, 65, 67).
---------------------------------------------------------------------------------------------------------------24 - Il pi recente studio di diritto pubblico veneziano lopera di G. MARANINI, La Costituzione di Venezia, Venezia, 2 volumi. 25 - La Consulta Araldica con la massima 42 stabil che le famiglie ascritte alla cittadinanza originaria di Venezia godevano una posizione distinta ma non nobile. 26 - I titoli dello Stato Veneto in Corriere Gentilizio, 16 novembre 1924 e 25 gennaio 1925.

Parma Durante la dominazione Farnesiana (1545-1731) e Borbonica (1749-1802) non si ebbe nel ducato di Parma una speciale legislazione nobiliare, essendo la materia regolata dal diritto comune. Maria Luigia con decreto 29 novembre 1823 istitu una apposita commissione araldica per esaminare e riconoscere i titoli e i possessi di nobilt di ciascuna famiglia dal 1802 ed anni anteriori, per proporre la conferma di nobilt a quelle famiglie che ne avessero fatta domanda. Il nobile confermato era munito di diploma, che veniva trascritto in un apposito registro presso larchivio di stato di Parma. Erano dichiarati confermati nella loro nobilt i nobili creati o riconosciuti dai precedenti sovrani e che furono presentati ed ammessi alla corte. Essi dovevano curare che fosse trascritto nel registro dei diplomi latto che comprovasse la loro presentazione ed ammissione a corte, e che avrebbe tenuto luogo del diploma regolare di conferma. Era istituito anche un libro e matricola dei nobili in cui erano registrati secondo lordine alfabetico dei nomi di famiglia, i nomi dei nobili, delle loro mogli e dei loro figli di ambo i sessi, le date di matrimonio e di nascita dei figli, il titolo di nobilt e latto di nobilt e di conferma. Erano anche stabilite le prerogative dei nobili, consistenti, fra laltro, nellammissione a corte nellessere intitolato nobile, nellistituire e ordinare primogeniture nella propria famiglia, senza bisogno di speciale atto sovrano. I nobili non potevano fare uso di stemmi, n avere livree diversi da quelli specificati nei loro diplomi. Modena Il duca Ercole III nel 1788 impose alle famiglie nobili stabilite permanentemente a Modena di farsi iscrivere nel libro doro. Nel 1796 il ducato di Modena fu aggregato alla repubblica cispadana e nel 1797 alla cisalpina. Col 1805 segu con Napoleone le sorti del regno italico. Caduto Napoleone e ritornato il ducato agli Estensi, Francesco IV nel 1814 richiam in vigore il codice estense, dichiar di permettere la istituzione di nuovi fedecommessi e primogeniture, senza per far rivivere quelli istituiti in addietro e aboliti dalle passate leggi, conferm la abolizione dei feudi, ma consent agli investiti e ai chiamati dalle rispettive investiture, oltre di continuare a godere dei beni loro rilasciati, di assumere i titoli e di godere le distinzioni, gli onori e le prerogative annessi ai feudi, e segnatamente di quelle portate dal codice a favore dei chiamati e compresi nellinvestitura dei feudi con giurisdizione, quanto alla progressivit dei fedecommessi e primogeniture da istituirsi per lavvenire. Nel 1815 approv la riapertura del libro doro di Modena e nel 1816 stabil le regole per la iscrizione nel libro stesso e la sua conservazione. Ogni famiglia nobile, sia originaria che straniera, di nobilt magnatizia o equestre o generosa o legale avrebbe potuto essere iscritta, purch stabilita permanentemente e domiciliata in Modena. Occorreva far domanda per liscrizione, e i postulanti dovevano giustificare la loro civile condizione almeno fino al terzo tavolo paterno, al

secondo materno inclusivamente; per cui avendo detti loro antenati vissuto more nobilium, venisse costituita nella famiglia una nobilt legale, oppure dovevano per particolari prerogative indotta in pi breve spazio di tempo simile nobilt. Bisognava poi giustificare la sufficienza del patrimonio per mantenersi in modo conforme alla decenza del rango. Coloro, che per decreto sovrano erano insigniti di qualificazioni e di titoli di nobilt, avevano senzaltra formalit il diritto di essere iscritti nel libro doro. La cancellazione dal libro aveva luogo nel caso di delitto che portasse pena infamante, e qualora per legge o disposizione sovrana venisse inflitta come pena la cancellazione stessa. Essa aveva luogo per il delinquente e per i figli nati dopo pronunciata la sentenza. In caso di remissione di pena occorreva la grazia sovrana per la nuova iscrizione. Circa le arti e professioni che toglievano o sospendevano le prerogative della nobilt, si sarebbero osservate le massime e consuetudini preesistenti. La riapertura e conservazione dei libri di nobilt fu consentita nel 1816 a Mirandola, Carpi e Finale, nel 1818 a Reggio, nel 1819 a Correggio. Disposizioni sugli stemmi furono emanate nel 1816 e 1819. Nel 1848 il governo provvisorio dispose la reintegrazione nel libro doro modenese dei nomi dei cancellati per delitti politici. La Consulta Araldica con la massima 48 stabili che nella regione modenese non vi erano che le seguenti nobilt civiche, con grado di patriziato nelle citt di Modena e Reggio e con titolo di nobilt nelle citt di Mirandola, Carpi, Finale, Correggio. Lucca Per la legislazione martiniana del 1556, cosidetta dal suo autore Martino Benvenuti, solo a certe famiglie nobili poteva essere affidato il governo della repubblica aristocratica, la quale nel 1628 istitu un libro doro. Questa repubblica ebbe vita fino al 1798. un susseguirsi, dopo, di governi di breve durata: la repubblica lucchese dal 1801 al 1805, il principato dei Baciocchi fino al 1813, vari governi provvisori, infine la sua assegnazione come ducato a Maria Luisa di Borbone di Spagna prima, dal 1817 fino al 1824, e a Carlo Ludovico (Luigi) che le succedette, la sua cessione infine a Leopoldo II di Toscana nel 1847. Carlo Ludovico il 27 aprile 1826 eman il regolamento sulla nobilt e il 19 agosto dello stesso anno quello sul patriziato. Per il primo la nobilt si divideva in ereditaria, e personale che terminava colla vita. Era riconosciuta la nobilt ereditaria in tutti gli individui di quelle famiglie che ne godevano al termine del 1798, e la personale a quelli che godevano di quella personale alla stessa data. Se qualche famiglia nobile o qualche persona di questo ceto avesse fatto constare di godere dei titoli di barone, conte, marchese o altri titoli, per concessioni autentiche di principi esteri, veniva fatta menzione del titolo nel diploma di nobilt, dichiarandosi anche se il titolo fosse ereditario o personale. Erano nobili personali coloro i quali, non appartenendo al corpo della nobilt, ricoprivano le cariche di consigliere di stato, di gonfaloniere di Lucca, di segretario intimo. Gli onori della nobilt erano concessi a giudizio del duca anche a quei sudditi non nobili, che fossero insigniti, da potenze estere, di decorazioni o di titoli, pei quali fosse stato concesso il riconoscimento. Vennero istituiti un libro doro nel quale dovevano segnarsi gli antichi e nuovi nobili e i nuovi titolati, e due altri registri per segnarvi in uno i decaduti dalla nobilt, e nellaltro i nomi dei sudditi non nobili che avevano diritto agli onori concessi alla nobilt. Perdevano la nobilt quelli che occupavano impieghi non compatibili col loro grado, o esercitavano qualsiasi mestiere o tenevano bottega personalmente, i disonorati per delitti. La decadenza non si estendeva agli individui della famiglia. Il nobile che contraeva matrimonio con una non nobile conservava la nobilt, e la trasmetteva ai figli, se ereditaria, ma non la comunicava alla moglie; se una donna nobile si maritava con uno non nobile, essa conservava la nobilt personalmente, purch il marito non si trovasse in uno dei casi pei quali si perdeva la nobilt. Era consentita la riammissione nella nobilt, nel caso che si trattasse di condanna per delitto, ove il delinquente si fosse reso benemerito per servigi resi allo stato o al Sovrano; nel caso di decadenza per mestieri o impieghi incompatibili, dopo 10 anni almeno di cessazione dallesercizio incompatibile. La donna, che decadeva dalla nobilt a cagione del marito, poteva riacquistarla se il marito si uniformava alle disposizioni stabilite pei nobili. Col regolamento sul patriziato veniva, a chiarimento ed integrazione, stabilito che le famiglie nobili, che avevano goduto almeno per 4 generazioni continue fino al 1798 dellanzianato e quelle che potevano provare per lo spazio di 200 anni la continuazione della loro

nobilt, erano ascritte alla 1a classe della nobilt sotto il nome di famiglie patrizie, le famiglie nobili ereditarie formavano la 2a classe, e quelle personali la terza. Nel caso di decadenza dal patriziato, si poteva riacquistare soltanto la nobilt ereditaria. Toscana A Firenze, dopo che nel periodo repubblicano furono aboliti i feudi, le servit personali e gli oneri feudali, i Medici cercarono di favorire il ristabilirsi del feudalesimo, e crearono una aristrocrazia feudale, la quale dur fino al granduca Francesco II di Lorena, che nel 1749 ridusse il potere politico dei feudatari. Lo stesso granduca con la legge sopra i fedecommessi e le primogeniture ne consent la istituzione in avvenire, e con la legge 31 luglio 1750 stabil il regolamento sulla nobilt e cittadinanza. Per essa erano riconosciuti nobili tutti quelli che possedevano, o avevano posseduto, feudi nobili e tutti quelli che erano ammessi agli ordini nobili, o avevano ottenuto la nobilt per diplomi del granduca o suoi antecessori e, finalmente, la maggior parte di quelli che avevano goduto o erano abili a godere il primo e pi distinto onore delle citt nobili loro patrie. Erano riconosciuti cittadini quelli che avevano o erano atti ad avere tutti gli onori delle citt, fuori che il primo. Nelle sette antiche citt nobili di Firenze, Siena, Pisa, Pistoia, Arezzo, Volterra e Cortona la nobilt era distinta in due classi, la prima col nome di nobili patrizi, la seconda con quella sola di nobili. Nelle altre citt nobili meno antiche di S. Sepolcro, Montepulciano, Colle S. Miniato, Prato, Livorno e Pescia, la nobilt era composta in una unica classe, riservandosi il granduca e i suoi successori di consentire la concessione del patriziato. Le rimanenti citt del granducato non comprese fra quelle anzidette non avevano il rango di nobile. Nelle antiche sette citt nobili le famiglie nobili dovevano registrarsi per tali pubblicamente in un nuovo libro a parte, e le rimanenti ammesse a tutte le borse, (cio a tutte le elezioni degli uffici) fuori che alle prime, restavano scritte come avanti per cittadini a libri pubblici. Tra le famiglie nobili delle rispettive antiche citt dovevano essere iscritte nella classe dei patrizi tutte le famiglie nobili che erano state ricevute per giustizia nellordine di S. Stefano (v. n. 115 nota) e tutte le altre famiglie nobili che in virt di qualunque altro requisito sovranunciato per esser riconosciute nobili avrebbero potuto provare la continuazione della propria nobilt per lo spazio almeno di 200 anni compiuti. Nelle nominate antiche citt dovevano registrarsi nella classe dei nobili tutte le famiglie discendenti da soggetti ricevuti nellordine di S. Stefano, e tutte le altre famiglie nobili che non avrebbero potuto provare la continuazione della propria nobilt per 200 anni compiuti. Nelle altre sette citt meno antiche dovevano essere iscritte nella classe dei nobili indistintamente tutte le famiglie nobili messe nellordine di S. Stefano, e tutte le rimanenti famiglie, per qualsivoglia giusto titolo come sopra indicato capaci di provare la loro nobilt. Tutti i nativi delle altre terre o luoghi del granducato che fossero stati gi o sarebbero stati in avvenire ricevuti nellordine di S. Stefano, o fossero stati o sarebbero stati per diplomi granducali creati nobili, avrebbero dovuto essere iscritti nella classe della nobilt della citt pi vicina al luogo di loro origine o di abitazione. La iscrizione nelle rispettive classi dei patrizi e dei nobili era subordinata alla condizione che a quella epoca mantenessero, col dovuto splendore, la nobilt trasmessa loro dai propri antenati, rimanendone esclusi quelli che avessero derogato alla medesima per lesercizio di arti vili, o per qualsivoglia altra causa che avesse importato la perdita della nobilt, cause tassativamente indicate. Le famiglie e persone ammesse da 50 anni ai primi onori delle citt non potevano essere riconosciute per nobili; e perci non potevano essere registrate nella classe della nobilt se non quelle, che acquistatovi il domicilio e imparentatesi nobilmente, possedessero nel comune delle medesime citt o altrove tanti effetti e beni da potere, colle rendite di essi, vivere decorosamente e stabilire in tal forma la nobilt nuovamente acquistata, oppure che ne avessero, o avrebbero ottenuto speciale grazia sovrana. Una apposita deputazione veniva nominata per fare la pubblica descrizione delle due classi dei patrizi e dei nobili, in base ai dovuti esami delle domande da presentarsi dai capi delle famiglie nobili. Terminata la compilazione dei registri originari del patriziato e della nobilt, gli originali sarebbero stati conservati nellarchivio di palazzo di Firenze, e le copie inviate in ciascuna rispettiva citt per essere conservate nei loro archivi. In occasione della nascita di figli legittimi naturali in famiglie patrizie o nobili, il capo di casa

avrebbe dovuto farli prontamente iscrivere in dette copie, o nei registri originali. Solo coloro che erano iscritti nei registri del patriziato o della nobilt sarebbero stati riconosciuti per nobili del granducato, ed essi, oltre alle altre prerogative e privilegi soliti, avrebbero avuto il diritto di istituire primogeniture e fedecommessi. I patrizi, in confronto dei nobili, avrebbero avuto soltanto la precedenza su di essi in tutte le pubbliche adunanze e funzioni. Il passaggio delle famiglie delle antiche citt dalla classe della nobilt a quella del patriziato per compiuto periodo di 200 anni della sua nobilt, si sarebbe effettuato mediante la concessione di apposito sovrano diploma e la iscrizione nel registro. I nobili di stati stranieri, che avessero voluto acquistare domicilio nel granducato, avrebbero potuto, su richiesta, ottenere la iscrizione al patriziato o alla nobilt. I sudditi del granducato, fatti nobili per concessioni di feudi, titoli o diplomi di sovrani stranieri, non sarebbero stati riconosciuti o trattati come nobili, e non avrebbero potuto essere iscritti nella classe dei nobili senza espresso ordine sovrano e nuovo diploma di conferma. Apposite disposizioni stabilivano la perdita del patriziato e della nobilt per delitto e per lesercizio di arti meccaniche. Non importava perdita della nobilt o del patriziato il tenere case di negozio o banchi di cambio per somma ragguardevole, il gestire col proprio denaro e ministri traffici allingrosso, nellarte della seta e della lana, lesercizio della professione di medico, di avvocato, di giudice, di notaio, purch si fosse adottorati nelle universit del granducato, lesercizio della pittura, della scultura, dellarchitettura, sia civile che militare. Qualunque donna patrizia o nobile si fosse maritata con un uomo ignobile, non era scancellata dalla sua classe, bench costante il matrimonio si fosse dovuta stimare della condizione del marito, e parimenti qualunque patrizio o nobile avesse preso per moglie una donna di condizione inferiore, restava nella sua classe e godeva di tutte le prerogative e distinzioni e onori del suo rango, anche durante il matrimonio, e cos i suoi figli e discendenti. Nella citt di Firenze chiunque, dopo la pubblicazione della legge avesse voluto essere ammesso alla cittadinanza, o come si diceva essere ascritto a gravezze alla regola dei cittadini fiorentini, avrebbe dovuto addecimare tanti dei propri beni stabili che ascendessero alla somma di 10 fiorini allanno. Quei cittadini che fossero gi iscritti avrebbero potuto continuare a godere della cittadinanza, purch essi, o tutta una famiglia sola, bench divisa in pi rami, avessero o ponessero a decima tanti effetti e beni, in modo che venissero a pagare, tutti insieme, sopra di essi la somma di almeno 6 fiorini lanno di decima. Nelle altre citt i cittadini da ammettersi in avvenire avrebbero dovuto pagare almeno la somma di L. 50 e quelli gi ammessi per rimanervi almeno L. 25 allanno di decima, estimo, ecc., o altro peso reale sopra i beni posti nel comune delle medesime citt. Veniva poi disposta la cancellazione dai registri dei cittadini di quelle famiglie o persone che non possedessero beni o li possedessero in piccola quantit. I cittadini che, dopo la cancellazione, fossero rimasti scritti e impostati nei libri pubblici delle decime o altri libri delle comunit, o che vi si fossero iscritti per lavvenire, avrebbero seguitato ad avere le magistrature e uffici della loro patria, e tutte le altre esenzioni e privilegi soliti ad aversi, e avrebbero potuto seguitare ad usare le solite armi della loro famiglia, colorate, in un semplice scudo, senza cimiero, corona, o alcun altro dei fregi appartenenti alla nobilt, i quali, come proprio distintivo, avrebbero potuto unicamente portarsi dai soli patrizi e nobili secondo il solito e loro giuste prerogative. Tutti coloro, che avevano o avrebbero conseguito il grado di dottore nelle universit del granducato, avrebbero goduto delle medesime esenzioni, privilegi ed immunit dei cittadini fiorentini, fuori che negli uffici. La cittadinanza si perdeva solamente per delitto. Sotto la stessa data del 31 luglio 1750 venivano date istruzioni alla deputazione sopra la descrizione della nobilt e cittadinanza. Successivamente venivano aggiunte al novero delle citt nobili: Pontremoli (1718), Modigliana e Fiesole (1838), Pietrasanta (1841), Fivizzano (1848). Con sovrano motu proprio 3 maggio 1816 fu dichiarato doversi annoverare la citt di Livorno fra le nobili, ed insignita di tale onore fino dal 1806, quando ebbero termine due secoli dalla istituzione in essa della nobilt. La soppressione dei feudi avvenne con legge 8 aprile 1808. La deputazione toscana sulla nobilt e cittadinanza fu soppressa nel 1869. Province romane

Negli Stati della Chiesa27 la primitiva nobilt fu di carattere feudale, coi necessari temperamenti determinati dalla propriet terriera ecclesiastica. Verso il mille si trova la concessione di terre in enfiteusi con lobbligo di difenderle, obbligo che divenne servizio militare. Il feudo si chiamava beneficium, e i feudatari avevano il nome di baroni e cavallerotti. Dopo il 1511 il baronaggio cominci a decadere, e ad esso si contrappose il ceto della nobilt e del patriziato romano sotto la diretta disciplina dei Papi. Anche Bologna aveva un ordine di nobilt civica, e parecchi comuni erano privilegiati nella nobilt locale e conservavano i relativi libri doro. Forse a ricompensa dei privilegi perduti, i feudi dei baroni romani vennero eretti in ducati o principati, ma allorquando questi furono nel secolo XVI aboliti, i principi continuarono ad appoggiare il loro titolo su una terra, per quanto nella pratica lo portassero direttamente attaccato al cognome. Con chirografo 18 febbraio 1679 di Papa Innocenzo XI venne vietato che fossero conferiti in avvenire titoli di marchese e di conte sopra luoghi non abitati a modo di popolo, e ai portatori di tali titoli venne tolto il predicato, e fu loro lasciato luso del semplice titolo sul cognome. Mancava per nello stato pontificio una speciale legislazione nobiliare, n si tenevano registri particolari per le concessioni sovrane di feudi, di titoli, di stemmi; la successione ai titoli ed attributi nobiliari era regolata esclusivamente dalle concessioni, con grande variet e larghezza di forma, con formule astratte, indeterminate e nebulose, di difficile interpretazione. Talvolta in mancanza di norme generali successorie si ricorreva a norme particolari derivanti dalle disposizioni fedecommissarie o dalle disposizioni istitutive di un maggiorasco ed alla surrogazione (vedi n. 17, 91). Infine per consuetudine si seguiva la massima paterna paternis, e cio in mancanza di discendenti il titolo ereditato dal lato paterno si trasmetteva ai collaterali di questo, e quello ereditato dal lato materno ai collaterali materni. Ad impedire gli abusi che si erano venuti formando da parte di coloro che appartenevano soltanto al ceto cittadino, ma facevano uso del titolo nobiliare civico, Papa Benedetto XIV con la costituzione Urbem Romam del 4 gennaio 1746 regol la nobilt civica di Roma, dalla quale erano espressamente esclusi i principi e duchi romani. Secondo detta costituzione, lammissione della nobilt civica romana poteva aver luogo: o in via di giustizia per coloro che avessero ricoperto essi stessi o i loro ascendenti la carica di conservatori della camera capitolina o di priore delle regioni; o in via di grazia, mediante richiesta da parte di coloro che fossero stati in grado di provare la civilt dei loro antenati in linea paterna e materna fino alla terza generazione, e fossero nel possesso di un determinato censo. Allatto della emanazione della bolla, 180 famiglie dette nobili patrizie, poterono essere iscritte alla nobilt civica romana, fra queste famiglie furono scelti 60 capi famiglia, detti nobili coscritti, dai quali venivano tratti per sorteggio i nomi di quattro membri che costituivano il collegio per il processo di aggregazione alla classe, della semplice nobilt. Affinch fosse mantenuto in 60 il numero dei nobili coscritti veniva stabilito che, estinguendosi una delle 60 famiglie, si effettuasse la surrogazione, ossia la sostituzione, con una famiglia tratta dalla classe della semplice nobilt. La surrogazione veniva fatta dai nobili coscritti riuniti in collegio, e la elezione si chiamava cooptazione. Inoltre le famiglie dei Sommi Pontefici, di diritto facevano parte della nobilt civica romana. Col successivo chirografo pontificio 12 gennaio 1746 venivano ammesse alla iscrizione o alla reintegrazione anche le famiglie che discendevano per parte di donna dai conservatori o dai priori delle regioni. La nobilt civica era ereditaria, ed era iscritta nel libro doro che si chiuse il 20 settembre 1870. Colla annessione di Bologna alla repubblica cisalpina, nel 1796 furono aboliti i titoli e le insegne nobiliari, e nel 1797 i feudi; nelle province pontificie annesse al regno dItalia fu nel 1808 abolita la feudalit, e in quelle annesse allimpero francese fu pubblicato il decreto 24 luglio 1809 che soppresse la feudalit, abol la nobilt ereditaria, gli stemmi e le qualifiche e tutti i distintivi nobiliari e feudali, fatta salva alle famiglie, che ne avessero goduto, la facolt di chiedere allimperatore e ottenere i titoli e le prerogative e i maggioraschi istituiti dagli statuti dellimpero. In seguito alla caduta di Napoleone, con editto del 1815 la antica nobilt era ristabilita nelle province pontificie e la nuova era conservata. Pio VII con motu proprio 6 luglio 1816 conferm labolizione del feudalesimo nelle province unite allo stato pontificio in seguito al trattato di Vienna.

Lo stesso Pontefice, con breve 26 settembre 1820 sul riaprimento del libro doro e sullammissione al ceto nobile nella citt di Bologna, disciplin le iscrizioni tra le famiglie nobili bolognesi, istituendo una apposita commissione araldica con funzioni consultive, e una assunteria con funzioni deliberative per lesame delle domande di iscrizione nel libro doro, che non potevano per aver luogo senza lapprovazione del Pontefice o del Cardinale Legato. Potevano essere ammesse nellordine dei nobili, senza domanda, persone di merito insigne o benemerite della patria; ma questo onore era meramente personale. Tutti i cittadini bolognesi che sotto il cessato governo italiano erano stati decorati del titolo di conte o di barone avevano diritto di essere iscritti nel libro doro. Chiunque avesse richiesto di essere iscritto alle famiglie nobili doveva giustificare la sua civile condizione fino al terzo grado di ascendenti, dal lato di padre, e sino al secondo dal lato di madre inclusivamente. Doveva inoltre giustificare di possedere unannua rendita libera da pesi di 2000 scudi romani per provvedere al trattamento della famiglia ed al decoro di essa. Non poteva essere iscritto qualora egli stesso o il di lui padre, almeno da 30 anni addietro avesse esercitato unarte meccanica o vile, o vi avesse prestato la sua firma o nome. Occorreva inoltre professare la religione cattolica, esser nati da legittimo matrimonio, o legittimati per susseguente matrimonio. Norme speciali regolavano le cause di perdite dei privilegi della nobilt per lesercizio di arti e il matrimonio. Con motu proprio di Leone XII del 21 dicembre 1827 veniva disposto che tutte le citt, che avevano goduto e godevano il privilegio della nobilt generosa o locale, lo conservavano, che sarebbe stato accordato agli altri centri territoriali, dichiarati citt, il privilegio della nobilt locale, che poteva coesistere con quella generosa. Pio IX con chirografo 2 maggio 1853 stabili che le famiglie principesche e ducali romane, che in passato avessero o in avvenire avrebbero ottenuto dalla Santa Sede un tale titolo, e che avessero avuto in Roma il principale domicilio, senza che fossero comprese nellalbo della nobilt romana, dallora in poi ne avrebbero fatto parte e avrebbero servito principalmente per completare, nei casi di mancanza, il numero delle 60 famiglie di patrizi coscritti. Data la mancanza non piccola allora esistente nel numero delle famiglie di patrizi, era disposta la riunione straordinaria della congregazione araldica per il completamento del numero. In tal modo venivano a fondersi i due rami della nobilt romana: il feudale ed il civico. Inoltre il consiglio comunale di Roma poteva concedere la nobilt personale, e non trasmissibile per eredit, a quegli uomini che se ne fossero resi degni per segnalati servizi prestati alla patria o per celebrit acquistata con la dottrina e scienze, col valore delle scienze e nelle arti belle.
---------------------------------------------------------------------------------------------------------------27 - GORINO, op. cit., pag. 11.

Napoletano Ad integrazione di quanto stato detto a proposito dellordinamento feudale, e della successione napoletana (v. n. 15), con prammatica 15 giugno 1742 di Carlo III fu stabilito che dopo il decorso di cento anni sintendeva prescritto il diritto di ottenere la reintegrazione nei sedili nobili di Napoli, e con R. Dispaccio del 16 ottobre 1743 fu risoluto, ai fini dellacquisto della nobilt, che il tempo notabile nel quale era vissuta una famiglia nobilmente consisteva nellavere avuto lavo il quale era vissuto nobilmente, e senza esercitare uffici o arti vili e il padre ancora, e cos, anche come il padre e lavo, colui che richiedeva la nobilt. Dati i dubbi sorti sopra la qualit e i gradi di nobilt lo stesso Carlo III con dispaccio 25 gennaio 1756 dichiar che essa era di tre classi: la prima consisteva nella nobilt generosa e si verificava allorquando, nella continuata serie dei secoli, una famiglia era giunta a possedere qualche feudo nobile, o che per legittime prove constava ritrovarsi la medesima ammessa tra le famiglie nobili di una citt regia; nella quale fosse una vera separazione dalle civili, e molto pi dalle famiglie popolari, oppure che avesse origine da qualche ascendente, il quale per la gloriosa carriera delle armi, della toga, della chiesa, o della corte avesse ottenuto qualche distinto e superiore impiego o dignit, e che i suoi discendenti, per il corso di lunghissimo tempo, si fossero mantenuti nobilmente, facendo onorati parentadi senza mai discendere ad uffici civili e popolari, n ad arti meccaniche ed ignobili. Ferdinando I con dispaccio 1 dicembre 1770 conferm che la nobilt generosa proveniva solo dal

lungo possesso di feudi, o da titoli conceduti dal sovrano, o da supremi gradi occupati nella milizia, nella magistratura e nelle dignit ecclesiastiche. Ferdinando II con rescritto 17 agosto 1851 dichiar sufficiente liscrizione ai sedili per provare la nobilt generosa di una famiglia. La seconda classe di nobilt, detta di privilegio, la godevano coloro i quali per i loro meriti e servigi personali prestati alla corona ed allo stato, giungevano ad essere promossi dalla munificenza dei principi a gradi maggiori ed onorifici della milizia, della toga, o della corte; in questa classe dovevano essere considerati e compresi tutti gli ufficiali militari maggiori e minori, e quelli i quali, anche nelle altre classi di stato maggiore dellesercito, come nella carriera ecclesiastica e delle lettere e in classi di regale servizio e governo dello Stato giungevano ad ottenere decorosi impieghi, i quali imprimevano carattere o che fossero di equivalente sfera colla distinzione ed ordine che richiedeva per la sua qualit il differente maggiore o minore rango di ciascuno. La terza classe che comprendeva quelli che si reputavano nobili era chiamata legale o civile. Erano reputati nobili tutti quelli che facevano constare avere essi, come il loro padre ed avo, vissuto sempre civilmente con decoro e comodit, e che, senza esercitare cariche, n impieghi bassi e popolari, erano stati stimati, gli uni e gli altri, nellidea del pubblico per uomini onorati e dabbene. Con dispaccio 24 dicembre 1774 di Ferdinando I venne distinta la cittadinanza in tre classi o ceti: la prima quella delle famiglie nobili, comprendente tutti coloro che vivevano nobilmente, e che cos avessero vissuto i loro antenati, inclusi in questa classe solo come persone, e non come famiglia, i nobili di privilegio, cio i dottori in legge e in medicina. Nel caso che da padre in figlio i dottori in legge avessero acquistato lo stesso onore, le loro famiglie erano iscritte alla prima classe, purch non esercitassero mestieri vili o servili. La ascrizione dei medici alla 1a classe era sempre personale e con condizione che non potessero essere eletti a membri del decurionato o amministratori della comunit. Nel secondo ceto erano ascritte le famiglie di coloro che vivevano civilmente, e i notai, i mercanti, i cerusici e gli speziali. Nella 3a classe erano compresi gli artisti e i bracciali. A causa della indifferenza sulla sorte dello stato addimostrata dai sedili o piazze di Napoli nel 1799 in occasione della costituzione della repubblica partenopea, con legge 25 aprile 1800 vennero aboliti i sedili stessi, fu istituito un supremo tribunale conservatore della nobilt del regno, e fu disposta la formazione di un registro, detto del Libro doro della nobilt napoletana, nel quale dovevano essere iscritte tutte le famiglie ascritte ai sedili di Napoli, con riserva di aggregazione, da parte del Sovrano, a detto libro, dei pi benemeriti soggetti e delle loro famiglie. Il tribunale avrebbe dovuto tenere poi altri tre registri: quello di tutte le famiglie che non erano ascritte ai sedili ma possedevano feudi da 200 anni (con dispaccio del 1801 fu chiarito che dovevano essere iscritte anche quelle famiglie che non erano pi in possesso di feudo, purch dopo lalienazione di esso avessero continuato a vivere senza interruzione nobilmente); quello delle famiglie passate allordine di Malta per giustizia; quello di tutti i nobili ascritti ai sedili chiusi delle citt del regno che formavano nobilt, era anche compito del tribunale il cancellare dal libro doro e dagli altri registri quei nobili che avessero mancato, e di pubblicare annualmente lelenco dei nobili non degradati. Infine doveva proporre un sistema sugli stemmi che potevano essere usati da ciascuna classe dei nobili. Della legislazione, sotto Re Giuseppe Buonaparte e Gioacchino Murat stato gi detto a proposito della successione napoletana (v. n. 15). Ferdinando I, ritornato in possesso del regno nel 1815, il 20 maggio stabil che tanto lantica che la nuova nobilt era confermata, e con legge 11 dicembre 1816 venne estesa ai domini di terraferma labolizione della feudalit. Con decreto 23 marzo 1833 di Ferdinando II venne stabilito che, fino a quando non sarebbe stata pubblicata una apposita legge sulla nobilt e sui titoli relativi, era istituita per il reame di terraferma e per la Sicilia una Reale commissione dei titoli di nobilt avente nelle sue attribuzioni tutto quello che in fatto di nobilt apparteneva alle antiche autorit. Inoltre la Commissione aveva la facolt di chiedere conto se alcuno fosse legalmente investito del titolo di cui usava. Niuno poi avrebbe potuto cominciare ad usare alcun titolo di nobilt, cui poteva aver diritto per successione o per altro motivo, se prima non era dichiarata dalla Commissione la legittimit del suo diritto e non fosse intervenuto il beneplacito sovrano. I successivi sovrani rescritti 28 maggio e 7 ottobre 1837, 26 gennaio, 16 marzo 1839, e la ministeriale 7 dicembre 1839 confermarono nel

senso pi categorico e preciso la incommerciabilit dei titoli di nobilt e la esclusione degli stessi dalle contrattazioni, da testamenti e da legati, considerando che, sebbene le contrattazioni per le terre feudali erano permesse, dappoich la abolizione della feudalit aveva ridotto ad allodii le terre soggette a vincoli feudali, pure i titoli avevano conservato lo stesso divieto che vi era per le terre feudali e le stesse regole di trasmissione da persona a persona. Sicilia Oltre a quanto stato detto a proposito della successione siciliana (v. n. 16) da ricordare che in Sicilia, ove i feudatari si intitolavano Conti, Baroni e Militi, venne introdotto il titolo di Marchese nel 1334 dal Re Federico dAragona. Questo titolo venne concesso per la seconda volta da Re Alfonso il Magnanimo nel 1433, e per la terza volta da Re Ferdinando il Cattolico nel 1509. Il quarto titolo di Marchese fu concesso da Carlo V nel 1543, e da allora in poi i Re di Sicilia furono pi larghi nel concederlo. Ma, essendosi questo titolo reso comune, sorse il desiderio di nuove e maggiori distinzioni, per cui lImperatore Carlo V introdusse in Sicilia nel 1554 il titolo di Duca, e Filippo II di Spagna quello di Principe nel 1563. Durante il dominio spagnuolo si assistette in Sicilia alla elevazione dei titoli posseduti in quelli di maggiore onoranza (v. n. 41). Carlo III con dispaccio 27 dicembre 1755 ordin la formazione delle mastre nobili di Sicilia, ossia dei registri dei nobili in tutte le citt che avevano distinzione di ceti (v. n. 18). Con lettere 3 novembre 1798 del senato di Messina approvate dal R. Governatore venne ordinata fra laltro la rinnovazione della mastra dei nobili col titolo Album Nobilium Messanensium, che va dal 1798 al 1807, e che fu lultima chiamata poi mastra nobile di Messina del 1807. Con R. rescritto 7 novembre 1856 fu ordinato non potersi iscrivere alla detta mastra nuove famiglie o persone senza la prova di nobilt generosa nellaspirante, convalidata dal sovrano permesso, e che in seguito di deliberazione della R. Commissione dei titoli di nobilt (v. n. 21 M) avrebbero potuto venire allistati solamente i nomi dei discendenti di quegli individui che vi si trovavano ascritti. Esistono elenchi di mastre nobili di Augusta, Caltagirone, Castrogiovanni, Castroreale, Catania, Messina, Milazzo, Mineo, Nicosia, Palermo, Polizzi, Santa Lucia, Taormina e Vizzini28 . Pel feudo di Franco Allodio vedi n. 38.
---------------------------------------------------------------------------------------------------------------28 - Le mastre nobili di Sicilia, e specialmente quelle mandate dalle varie citt nel 1855 alla R. Commissione dei titoli sulle quali essa a causa dei mutamenti politici non ebbe tempo di esprimere alcun avviso, sono conservate nel grande archivio di stato di Napoli. Sono importanti, fondandosi su di esse il titolo nobiliare di gran numero di famiglie patrizie dellisola, non nobili per altri capi. Per la esclusione degli ascritti alle mastre del Patriziato vedi n. 40.

Le varie specie di nobilt secondo gli scrittori Volendo riassumere le varie forme di nobilt, gli scrittori di araldica usano una terminologia diversa, ma la differenza ha valore soltanto formale. Negli scrittori antichi si trovano varie distinzioni della nobilt29 . Secondo alcuni essa divisa in tre classi: cominciante, crescente, perfetta. La cominciante quella eretta e creata ex novo dal principe; la crescente quella che procede e discende da un nobilitato ma si conserva e mantiene per nobili alleanze, o da esse riceve incremento o attende futura perfezione. La perfetta quella che ripete una origine tanto remota che il suo principio trascende la memoria duomo, e che proceduta sempre da padre in figlio. Si richiede per che allantichit si accoppii il lustro, cio gli onori e le dignit. Secondo altri si hanno le seguenti distinzioni della nobilt: naturale, legale, generosa, magnatizia o baronale, suprema, civile o politica, teologica, mista, di privilegio. La naturale una dignit del casato procedente dallo splendore degli avi, continuata nei figli legittimi; la legale quella che, acquistata gi in virt delle lettere e delle armi dellavo, si accrebbe nel padre e si perfezion nei figli, vivendo essi civilmente e con esclusione di arti meccaniche. La generosa quella che, secondo il Tiraquello, mai non tralign, e richiede non solo il non esercizio di arti meccaniche e vili, ma anche una vita nobile, fama, riputazione e uso notorio delle insegne da tempo immemorabile. La magnatizia o baronale quella composta di baroni o titolati che assistono il principe pi da vicino degli altri nobili. La nobilt suprema quella che procede dal sovrano, la civile o politica deriva dalle leggi o da decreto del principe e si acquista, o collesercizio di cariche portanti dignit, o per diploma di cittadinanza originaria, cio di appartenenza allordine e grado dei

cittadini distinti chiamati originari, ossia di origine per antichit e splendore. La cittadinanza originaria apriva ladito a raggiungere gli onori e le dignit dispensati dallo stato, ed esonerava dalle gravezze imposte alle classi popolari. I cittadini originari, perch ritenuti degni di tutti gli onori, erano considerati nobili. In qualche citt, la cittadinanza originaria costituiva un requisito per acquistare in prosieguo di tempo la nobilt civile ed essere aggregati al consiglio nobile. La nobilt teologica quella che procede da dignit ecclesiastiche; la mista deriva dal sangue e dalle virt; quella di privilegio creata dal principe. Secondo il cardinale De Luca30 la nobilt si distingue in naturale ed accidentale od acquistata. La naturale quella sopraindicata, laccidentale quella di colui che, nato ignobile, si sia costituito in stato nobile, con la sua industria, col benefizio della fortuna, con la grazia del principe. Inoltre la nobilt si divide in classi o ordini: la prima classe quella che nasce dal principato sovrano ed assoluto, la seconda quella magnatizia costituita dai feudatari e dai signori titolati. La terza classe quella equestre volgarmente detta dei cavalieri, nonostante che, giuridicamente parlando, al terzo posto debba essere collocata la nobilt privata la quale comprende tutti coloro che si dicono nobili, e che in Italia volgarmente sono detti gentiluomini. La nobilt privata si distingue in pi specie: semplice ovvero ordinaria, generosa ossia pi qualificata, separata dal popolo e ristretta ad alcune famiglie. Degli scrittori moderni il Di Crollalanza31 classifica la nobilt in feudale, in quella traente origine dalla cavalleria allepoca delle crociate, infine in quella funzionale derivante dallesercizio di determinati uffici civili o militari, nobilt di toga. Questa classifica accolta dal Sabini32 . Il Di Carpegna33 e lo Stolfi34 distinguono la nobilt in feudale o di razza, per lettere patenti e di concessione del sovrano, e infine quella inerente a talune cariche e uffici determinati. La feudale aveva la sua origine nella concessione di un feudo, e se si tratta di feudo di dignit, ossia titolato, si aveva diritto di portare anche il titolo, altrimenti si era nobile, ma non titolato. Siccome poi era regola, quasi uniforme per tutti gli stati, che i libri doro comprendessero tutti i nobili, e quindi anche gli ultrogeniti delle famiglie titolate, cos anche questa nobilt feudale minore vi era compresa. La nobilt per lettere patenti era quella creata dal sovrano come premio ad azioni nobili, e qualche volta per forti somme pagate allo stato o per favorire qualche persona cara. La nobilt per cariche andava congiunta ad una carica od ufficio determinato. Il Solmi35 distingue tre classi di nobilt: lalta, quella di privilegio, quella legale. Lalta nobilt era costituita dalle famiglie aristocratiche pi antiche che avevano feudi o uffici elevati, nonch dalle famiglie che per le ricchezze acquistate o per gli uffici coperti erano riuscite a pervenire ai gradi pi elevati della societ, ottenendo dal sovrano il riconoscimento o la concessione di titoli e di onori. La nobilt di privilegio era composta da coloro che erano promossi ai gradi maggiori della milizia, della toga, della corte e della chiesa. La nobilt legale o civile costituita dalla classe pi agiata della borghesia, e vive di rendite proprie, senza esercitare n aver esercitato impieghi bassi o professioni illiberali. Il Salvioli36 , seguendo i trattatisti di araldica e dellarte del cortegiano, distingue vari gradi di nobilt: 1 la generosa o magnatizia costituita dalle famiglie investite da tempo di feudo col mero o misto imperio37 , o iscritte, fra la nobilt antica con separazione dai popolari, con speciale concessione imperiale o pontificia; 2 la privilegiata attribuita a chi laveva meritata coprendo alte dignit a corte, in curia, in milizia; 3 la legale per quelli che dimostravano una esistenza decorosa per tre generazioni, o di aver coperte cariche importanti mantenendosi nobilmente, facendo onorati parentati, senza mai discendere ad uffici civili e popolari, n ad arti meccaniche ed ignobili (Dispaccio di Carlo III di Napoli 25 gennaio 1756); 4 la nobilt di toga, di penna o piuma, in favore dei militi della scienza (militia inermis), medici, avvocati, magistrati. Questa nobilt era personale, ma diveniva ereditaria, se padre e figlio e nipote avevano avuto carica nella magistratura (editto 20 novembre 1769 per la Lombardia; dispaccio 1756 e 1774 per Napoli); 5 quella derivante dagli ordini cavallereschi. Vi era infine una nobilt personale inerente a cariche pubbliche e di corte, dotata pi di distinzioni nel cerimoniale, che di vere prerogative.

La nobilt di creazione contemporanea tutta per lettere patenti.


---------------------------------------------------------------------------------------------------------------29 - DEL BUE, Dellorigine dellaraldica, Lodi 1846, inserito nel vol. 5 del Teatro Araldico di TETTONI e SALADINI (v. n. 56 nota). 30 - DE LUCA, Il Dottor Volgare, cit., libro III, cap. VI e seg. ove si tratta largamente della nobilt a proposito delle precedenze. 31 - DI CROLLALANZA, Enciclopedia araldica cavallercsca, voce Nobilt , Pisa 1876-77. 32 - SABINI, Lordinamento cit., pag. 8, 9. 33 - DI CARPEGNA, in Digesto Italiano, voce Araldica , n. 16. 34 - STOLFI, op. cit., pag. 313. 35 - SOLMI, Storia del diritto italiano, 2 ediz., Milano 1918, pag. 772 e seg. 36 - SALVIOLI, op. cit., pag. 313. 37 - Si chiamava in diritto feudale mero (il pi alto, il pi elevato) imperio il diritto di esercitare la giurisdizione criminale; ogni altra giurisdizione era detta di misto imperio.

Parte II LEGISLAZIONE POSITIVA Fondamento del potere del Re di conferire titoli nobiliari - Varie teorie Gli articoli 2 e 3 del R. D. 21 gennaio 1929, n. 61, che precedono il testo del nuovo ordinamento nobiliare, stabiliscono: ART. 2. - Sono abrogate le antiche leggi, disposizioni e consuetudini che, con norme diverse nei diversi stati prima della unificazione politica, regolavano la concessione, il riconoscimento, la successione, luso e la perdita dei titoli e delle distinzioni nobiliari. ART. 3. - Sono altres abrogati tutti i nostri decreti e tutte le disposizioni concernenti la concessione, il riconoscimento, luso e la perdita dei titoli e delle distinzioni nobiliari, che siano contrarie al presente ordinamento dello stato nobiliare italiano. AllART. 1. del nuovo ordinamento detto fra laltro: attributo della sovrana prerogativa del Re: a) stabilire norme giuridiche aventi forza di legge per lacquisto, la successione, luso e la perdita di titoli, predicati, qualifiche e stemmi nobiliari. da esaminare ora quale il fondamento giuridico del potere attribuito al Re sul conferimento dei titoli nobiliari. In proposito vi sono varie opinioni nella dottrina e nella giurisprudenza. Secondo alcuni autori, il fondamento si trova in una prerogativa della Corona, ma vi divergenza sul concetto di tale prerogativa, secondo altri nel potere di autarchia o di autodeterminazione del Re, secondo altri nella podest regolamentare autonoma o indipendente, secondo altri in una attribuzione di competenza fatta al Re dallo statuto. La risoluzione della disputa non teorica, ma ha importanza pratica, poich serve a risolvere la questione sollevata sulla illegittimit dello statuto nobiliare del 1926, per fissare il limite entro il quale pu spaziare la Corona in materia nobiliare, per risolvere la questione della esistenza o meno della R. Prerogativa affermata nello statuto nobiliare del 1929, della legittimit o meno delle sanzioni sulla perdita dei titoli nobiliari, contenute nello statuto stesso, nonch della legittimit delle norme regolatrici del procedimento da seguirsi nellistruttoria e decisione dei ricorsi, istanze, atti di opposizione presentati contro provvedimenti in materia nobiliare. Esaminiamo separatamente le varie teorie. Teoria della R. Prerogativa - Concetto di prerogativa - Opinioni di scrittori - Impugnativa del R. D. 16 agosto 1926 n. 1489 e raffronto di detto Decreto con quello 21 gennaio 1929, n. 61 Bisogna anzitutto fissare il concetto di prerogativa, perch su di esso non regna accordo negli scrittori. Seguendo lo Zanobini, che ebbe a scriverne in epoca non sospetta1 , un primo significato in cui si usa la parola prerogativa si riferisce alla posizione costituzionale della persona del Re e riguarda la condizione speciale in cui il Re collocato in forza di uno jus singulare, che lo pone per molti aspetti fuori del diritto comune, ed ha lo scopo di garantire al Re lesercizio delle sue alte funzioni. In secondo luogo si pu parlare di prerogativa, anzich avuto riguardo alla persona del Re,

in relazione alla natura e ai caratteri di certe sue funzioni. E qui aumenta la difficolt per precisare che cosa sintenda per funzione di prerogativa ed atto di prerogativa della Corona. Secondo la dottrina inglese, prerogativa sarebbe un modo tradizionale di designare il potere discrezionale dellesecutivo, ossia tutto ci che il Re e i suoi dipendenti possono fare senza aver bisogno di ricorrere allopera del parlamento, e ci per il fatto che i poteri della Corona inglese risultano per una parte determinati dagli Acts del parlamento e per altra parte si presentano come una quota irriducibile di diritto storico della monarchia assoluta, detta appunto prerogativa, definita dal Dicey come il residuo in unepoca qualsiasi fra le mani del Re del potere discrezionale che possedeva allorigine2 . Siccome il carattere della discrezionalit si presentava frequentissimo nellattivit amministrativa ordinaria, scrittori antichi inglesi chiamarono funzione di prerogativa quella compiuta senza la prescrizione di una legge, anzi talvolta contro le prescrizioni ordinarie di legge, cos, secondo lo Zanobini, si potrebbe dire che le funzioni di prerogativa si contrappongono a quelle meramente esecutive di leggi preesistenti. Quando si parla di prerogative della Corona, dice il citato autore, sentiamo senza rendercene perfetto conto che vogliamo trattare di funzioni che essa esercita attualmente, non come capo del potere esecutivo, ma come veramente investita della piena sovranit, investita particolarmente della stessa funzione legislativa: perch si sente nella prerogativa la permanenza nel regime attuale dei poteri che il Re possedeva nello stato assoluto. Questi campi eccezionali, nei quali al Re sarebbe stata lasciata la pienezza dei poteri sovrani, debbono secondo lattuale diritto, trovare fondamento in una espressa norma statutaria o in una legge speciale. Cos, per citare le materie pi sicure nelle quali lo statuto ha riconosciuto la prerogativa regia e nessuna legge ha poi revocata, si pensi ai poteri che gli sono attribuiti in materia ecclesiastica, particolarmente in materia beneficiaria3 e ai poteri riconosciutigli in materia di titoli nobiliari e di ordini cavallereschi. La legge non mai intervenuta a regolare questa materia, e la volont del Re libera, sia nellemanazione di singoli provvedimenti sia nella formulazione di norme giuridiche riguardo ad essi. Prerogative, invece, riconosciute in origine al Sovrano, ma limitate in seguito con leggi formali del parlamento, sono quelle attinenti allorganizzazione militare e allorganizzazione amministrativa dello stato (art. 5 e 6 dello statuto). Esaminando lo statuto Albertino dal punto di vista storico si vede come esso sia informato a quei principi di diritto pubblico dominanti nella prima met del secolo XIX che ebbero la loro maggiore e pi celebre formulazione nel preambolo del Beugnot alla carta costituzionale francese di Re Luigi XVIII del 1814, il cui principio essenziale era la conservazione della integrit, della plenitudo potestatis del monarca, solo specificatamente limitata in determinate direzioni della costituzione. Alla luce di questi principi si rileva, come ha messo in evidenza il Crosa4 , che le norme stabilite dagli art. 5, 18, 78 e 79 dello statuto contengono delle vere e proprie prerogative regie, le quali si contrappongono per la loro natura particolare alle varie altre attribuzioni devolute al Re dallo stesso statuto, le quali si presentano come competenze organiche. Il costituente subalpino, nella formulazione dello statuto, non fece distinzione fra competenza e prerogativa, dato che queste distinzioni non esistevano nella scienza di quel tempo, ragione per cui non se ne ha traccia nello statuto. Ma se ignota era la distinzione giuridica, non era ignota in quel tempo la portata politica, la quale era stata e largamente chiarita nel preambolo anzi detto, che ricordava che nello stesso interesse dei popoli, la corona si riservava i suoi diritti e le sue prerogative. E cos il costituente subalpino, come quello francese, accanto alle varie competenze assegnate, conserv e riserv al Re alcune attribuzioni in particolari materie pi propriamente attinenti alla dignit regia o di particolare delicatezza, sottraendole alla competenza parlamentare, attribuendo cio vere e proprie prerogative nel significato classico del diritto inglese. E siccome era in quel tempo anche ignota la differenziazione formale degli atti di volont dello stato, il costituente non procedette a disciplinare la forma degli atti che il Re avrebbe emanati per lesercizio dei suoi poteri di prerogativa. Allo stesso costituente era anche ignota la conseguenza giuridica che ha la forma in cui si concretano gli atti di volont dello stato, per cui esso non stabil costituzionalmente per la formulazione degli atti di prerogativa una forma particolare, forse ritenendo che potessero adoperarsi in questo campo le forme consuete di legislazione regia.

Da questa confusa posizione iniziale della persistenza delle prerogative regie e della forma di loro estrinsecazione deriv lo svolgimento della costituzione italiana in senso prettamente democratico, senza che la lettera dello statuto vi si opponesse, e per cui alcune delle prerogative in senso vero e proprio vennero dagli scrittori considerate come attribuzioni della Corona e, quindi sottoposte nella loro estrinsecazione ai limiti normali cui soggiacciono gli atti di competenza regia, mentre altre prerogative vennero intese nel senso di guarentigie speciali di diritto pubblico, conferite dallo statuto e dalla legge al Re, a ciascuna delle Camere, ai membri di esse, a quelli dellordine giudiziario, per assicurare a ciascuno di detti organi una condizione giuridica speciale, che non la stessa di quella conferita dal diritto comune agli altri individui ed agli altri pubblici ufficiali. Insomma sono chiamate prerogative le speciali guarentigie che accompagnano certe pubbliche funzioni, ed esse risultano contrapposte al concetto di privilegio, per il fatto che sono istituite non per utilit privata delle persone che ne godono, ma per la pubblica funzione che queste rivestono e proporzionalmente al compito utile che nella vita statuale esse adempiono5. Cos sotto lispirazione dei principi democratici alcuni costituzionalisti italiani parlano di prerogative nel senso poco innanzi accennato, e non in quello classico inglese, ed altri considerano come competenza assegnata al Re dallo statuto quelle che erano vere e proprie prerogative in senso stretto. Cos il Racioppi e Brunelli, lOrlando6 , il Romano7 , il Miceli8 , lo Orrei9 , il Presutti10 . Il Crosa, il Sabini11 chiamano le prerogative, in senso stretto, del Re, prerogative personali, ovvero prerogative maiestatiche e comprendono fra esse quelle in materia beneficiaria (art. 18 statuto), in materia di ordini cavallereschi (art. 78) e di titoli nobiliari (art. 79). Il Ranelletti12 usa il termine prerogativa nel senso di diritti speciali concessi dalla costituzione al Re per dargli dignit, prestigio ed indipendenza, diritti inerenti allufficio e concessi nellinteresse dello stesso ufficio. Fa per presente che la parola prerogativa anche impiegata nel nostro diritto per indicare la materia che lo statuto attribuisce allesclusiva competenza del Re (art. 18, 78, 79). LArangio Ruiz13 , avvicinandosi alla concezione inglese, ritiene che la prerogativa regia, oltre a concretarsi nellassoluta inviolabilit del Re nel disimpegno delle sue funzioni, ha la sua attiva esplicazione giuridica in tutte le funzioni regie di alta discrezionalit, lesercizio delle quali, come quello che si svolge in suprema rappresentanza o tutela dello stato, in tutela della societ, si impone sugli organi parlamentari o giurisdizionali. Di fronte a questa disparit di opinioni, tendente per a far tramontare, come stato sopra detto, il concetto di prerogativa nel senso inglese, in testi legislativi recenti troviamo limpiego del termine prerogativa, e cio nelle leggi 24 dicembre 1925 n. 2263 sulle attribuzioni e prerogative del Capo del Governo e 9 dicembre 1928, n. 2693, sullordinamento e le attribuzioni del Gran Consiglio del Fascismo. Sennonch, mentre negli art. 2, 7, 8, 9 della legge del 1925 si specificano le prerogative del Capo del Governo nel significato di speciali guarentigie che accompagnano la alta sua posizione di subordinato soltanto alla Corona, nellarticolo 12 della legge del 1928 si dice che sono considerate leggi costituzionali quelle concernenti: 1 la successione al trono, le attribuzioni e le prerogative della Corona; 2 le attribuzioni e le prerogative del Capo del Governo. Come si vede, in questultima legge, mentre si usa il termine prerogativa nel senso di speciali guarentigie spettanti al Capo del Governo, si afferma chiaramente la esistenza di prerogative della Corona che si differenziano dalle attribuzioni o competenze della Corona. Inoltre si richiede il parere del Gran Consiglio del Fascismo sulle proposte di legge, considerate di carattere costituzionale, fra le quali sono comprese quelle concernenti le attribuzioni e le prerogative della Corona. N ci un caso fortuito, ma la conseguenza del nuovo ordinamento costituzionale determinato dal Fascismo, il quale ha stabilito lequilibrio fra quelle che sono le competenze del parlamento e quelle del potere esecutivo, eliminando il feticismo della legge formale per cui tutto doveva essere regolato per mezzo di legge, ed ha restituito in linea generale le attribuzioni della Corona a quelle che erano originariamente previste dallo statuto. Ma una volta riconosciuto il concetto della prerogativa regia e posto a fianco di esso quello delle attribuzioni del Sovrano, ed affinch la prerogativa non sia un nome vano, non pu non darsi ad essa un contenuto che consenta al Sovrano

di agire nelle materie di sua spettanza con piena indipendenza dalle disposizioni statutarie, e cos nella materia nobiliare mediante lemanazione di norme giuridiche aventi forza di legge14 . Sono da ritenere quindi influenzate dalla preoccupazione di stretto costituzionalismo o dal concetto della onnipotenza parlamentare, ormai tramontata, le opinioni di quegli scrittori, che anche dopo il nuovo ordinamento costituzionale determinato dal Fascismo, ritengono che la potest del Re nelle materie rientranti nella prerogativa, e quindi in quella nobiliare, debba essere esercitata secondo i principi dello statuto, non potendo la sua competenza essere considerata come una continuazione della potest legislativa che egli aveva piena ed esclusiva nel regime assoluto e che sarebbe stata da lui riservata nella concessione dello statuto. Fra la monarchia assoluta e la situazione moderna, si dice, vi di mezzo lo statuto15 . Laffermazione della prerogativa sovrana senza alcuna limitazione della funzione legislativa in materia nobiliare si trova nelle decisioni 11 agosto 1927 del Consiglio di stato16 emesse in occasione della impugnativa per incostituzionalit del R. Decreto 16 agosto 1926 n. 1489, il quale, bene ricordarlo, fu emanato come se fosse un atto di governo, udito il Consiglio dei ministri, ed allart. 1 cos disponeva: Alle antiche disposizioni che con norme diverse nelle singole regioni dItalia regolano tuttora lordine delle successioni, riguardo ai titoli ed attributi nobiliari, concessi dai sovrani degli antichi stati, prima della unificazione politica, sono surrogate le disposizioni seguenti. A proposito del suindicato R. Decreto 16 agosto 1926 fu osservato17 che non era legittima la facolt del Re di emanare con sovrana autorit lo statuto concernente i titoli di nobilt in base allart. 79 dello statuto, dato che tale articolo dispone solamente che i titoli nobiliari sono mantenuti per coloro che vi hanno diritto e che il Re pu conferirne dei nuovi. Fu anche osservato18 che non sarebbe rispondente al nostro sistema costituzionale lopinione per la quale con le istituzioni costituzionali sussistano nel Re diritti maiestatici, come del pari non sarebbe conforme al fondamento storico ed al concetto giuridico di un sistema giuridico costituzionale in genere, lopinione che lo statuto debba essere interpretato ed integrato con riferimento alla tradizione. La competenza regia si esaurisce col semplice conferimento del titolo, essa pu nello stesso momento in cui si conferisce il titolo dettare norme circa luso, la successione, la perdita di esso, cio pu disciplinare la vita del diritto conferito, pu anche rinnovare titoli estinti per mancanza di successori, giacch in tal caso si tratta formalmente di un conferimento, pu autorizzare laccettazione di titoli e decorazioni di potenze estere, e ci per lart. 80 dello Statuto, ma non spetta alla competenza regia la facolt di emanare statuti e norme concernenti i titoli nobiliari gi conferiti ed esistenti, perch, l dove la costituzione volle attribuire un tal diritto al Re, lo dichiar espressamente come fece nellart. 78 dello statuto, riconoscendo il diritto di istituire nuovi ordini cavallereschi e di prescriverne gli statuti19 . Fu infine rilevato20 che il Re non aveva la facolt di modificare le norme regolatrici dei diritti nobiliari conferiti prima dello statuto del regno, perch rispetto ad essi non pu esplicarsi la potest regia, in quanto sono dichiarati mantenuti dallart. 79 dello statuto a coloro che vi hanno diritto, e ci significa non solo a quelli che ne erano investiti al momento della promulgazione dello statuto, ma anche a coloro che in base agli statuti esistenti in quel momento fossero chiamati alla successione. Di conseguenza qualunque riforma si fosse voluta introdurre relativamente ai diritti sorgenti dai titoli nobiliari mantenuti dallo statuto, avrebbe dovuto essere effettuata mediante lintervento del potere legislativo o, se ricorressero gli estremi voluti dallart. 3 della legge 31 gennaio 1926, n. 100, dal potere esecutivo in funzione e come anticipazione di quello, ma non pu la potest regia legittimamente manifestarsi oltre i limiti assegnatile dalla norma fondamentale. Nemmeno era da ritenere che la potest di dettare norme intorno al conferimento ed agli effetti dei titoli nobiliari conferiti e mantenuti si possa fondare su di una norma consuetudinaria, dato che, se pure si riconosca quasi unanimemente la consuetudine come fonte di diritto Pubblico, si discute se essa acquisti la qualit di fonte del diritto in quanto dalla legge riconosciuta tale, o se di siffatto riconoscimento non vi sia bisogno; e specialmente vi dissenso sui limiti che essa incontra di fronte al diritto scritto.

In contrapposto a queste osservazioni, il Consiglio di stato con le sopracitate decisioni ebbe a stabilire che spetta al Re nellesercizio della R. Prerogativa riservata nellart. 79 dello statuto del Regno, stabilire con potere esclusivo, non solo sulla istituzione e sul conferimento dei nuovi titoli di nobilt, ma altres sul regolamento della trasmissione successoria di quelli gi esistenti e mantenuti, modificando, secondo criteri insindacabili, le norme di legge o le consuetudini precedentemente osservate. Il potere riservato alla R. Prerogativa in questa materia si esplica coi decreti reali aventi autorit costituzionale pari a quella delle leggi. Per interpretare lart. 79 dello statuto che dichiara che i titoli di nobilt sono mantenuti a coloro che vi hanno diritto e che il Re pu conferirne dei nuovi, bisogna riportarsi allepoca di promulgazione dello statuto. Ed allora si vede che larticolo stesso deve intendersi come affermazione di valore pi storico che giuridico, dato che con lart. 24 fu proclamata leguaglianza di tutti i cittadini, qualunque sia il loro titolo o grado dinanzi alla legge. Lart. 79 non fa che riconoscere il passato e promettere il futuro, ma questi due termini lasciavano integro il potere regio in questa materia che per sua natura strettamente ed esclusivamente legata al Sovrano. poi principio noto di diritto pubblico che lo statuto in genere va interpretato e integrato con riferimento alle tradizioni e non gi per esegesi letterale. Il mantenere la nobilt come elemento sociale non signific n che le norme dovessero rimanere consolidate, n che il Re fosse stato spogliato della sua competenza regolamentare in proposito, n che avesse rinunziato a questa sua competenza con la promulgazione dello statuto. Lart. 79 non dichiara, n implica alcuna rinuncia. Quando si trattato di stabilire rinunce a qualche diritto mai estatico lo si espressamente detto, come ad esempio nella legge 13 maggio 1871 sulle guarentigie. Daltra parte il riconoscere al Re la potest di concedere nuovi titoli era ammettere che il Re dovesse continuare ad essere la fonte degli onori. cos connaturata lidea della nobilt allessenza della sovranit, che la nobilt unicamente dalla sovranit, come riceve la vita, cos riceve la norma. Esistono limitazioni a questo potere regio, risultanti dai principi basilari del nostro ordinamento costituzionale: cos il Re non potrebbe conferire privilegi, accordare diritti, esonerare da doveri, a favore degli investiti di titoli nobiliari, non potrebbe sanzionare misure repressive contro gli usurpatori, perch compito della legge penale, non potrebbe stabilire imposte e tasse che non siano semplici diritti di cancelleria, perch ci attribuzione delle Camere. Ma, col rispetto di questi limiti, il Re sovrano nella regola, come sovrano nella concessione in materia che tutta sua propria, che diretta derivazione della sua essenza e del suo lustro. Teoricamente lemanazione delle norme regolatrici della materia nobiliare potrebbe esser fatta dal potere legislativo, ma qualora il monarca non credesse di far uso della sua prerogativa. Ma praticamente egli si avvale dellesercizio della potest di Regia Prerogativa, il cui carattere non viene tolto dal fatto che il R. Decreto 16 agosto 1926 porta due formule Udito il Consiglio dei ministri e Sulla proposta del Capo del governo , dato che queste formule sono determinate dal principio della irresponsabilit costituzionale del Re. Latto con cui il Re ha emanato il R. Decreto 16 agosto 1926 non un atto amministrativo da lui compiuto nellesercizio di Capo del potere esecutivo, ma un atto da lui compiuto come soggetto di autarchia, nellesercizio della sua alta prerogativa di sovrano, che ha forza di legge, in quanto il potere esercitato in virt di Reale Prerogativa potere statuente che coincide, per lautorit e lefficacia giuridica, con quello del legislatore. Di tal che conclude il Consiglio di stato, non solo non ricorrono gli estremi del provvedimento amministrativo per lammissibilit del ricorso giurisdizionale amministrativo, ma anche manca la possibilit di esperimentare qualsiasi rimedio contenzioso, dato che, quale legge, il R. Decreto in questione poteva come ha fatto, regolare lordine di rapporti che ne sono loggetto, restringere lefficacia delle avvenute concessioni, nellintento di pubblico interesse, di attuare i nuovi principi fondamentali circa la trasmissibilit ereditaria dei titoli ereditari, col rispetto delle situazioni esistenti . Conforme a questa decisione si dichiarato anche il Mortara, il quale ha affermato21 che il potere esercitato in virt di Regia Prerogativa potere statuente che coincide, per lautorit e per lefficacia giuridica, con quello del legislatore.

La esplicita affermazione della R. Prerogativa si trova nellart. 1 dellordinamento dello stato nobiliare approvato con R. Decreto 21 gennaio 1929, n. 61 sopracitato (vedi n. 23), emanato su proposta del Capo del Governo ed udita soltanto la Consulta Araldica. In proposito la relazione del Capo del Governo al Re cos si esprime: I capisaldi del nuovo ordinamento dello stato nobiliare italiano sono: 1) La definizione della Prerogativa della Maest Vostra in tema di diritto nobiliare. La genesi dellevoluzione storica della nobilt e lo spirito degli artt. 79 e 80 dello statuto fondamentale del Regno non lasciano infatti dubbio per sanzionare che il Re lunico, assoluto, insindacabile legislatore. La Prerogativa Regia, in materia nobiliare sottratta, per conseguenza, alle discussioni parlamentari; e il decreto emanato dal Re, sulla proposta del Capo del Governo, Primo Ministro Segretario di stato, pubblicato nella Gazzetta ufficiale del Regno e inserto nella raccolta ufficiale delle leggi e decreti, legge dello stato. Sono state mosse dal Comba22 critiche a detto R. D. stato detto che non poteva spettare al Re, in base allart. 79 dello statuto, la potest di regolare la materia nobiliare nellampiezza contenuta nellart. 1 dellordinamento 1929, occorrendo lintervento del potere legislativo, il quale modifichi la competenza regia, assegnandole quei pi ampi confini secondo il contenuto dellarticolo stesso. Inoltre, per lordinamento nobiliare del 1929, perch emanato quando era gi in vigore la legge 9 dicembre 1928, n. 2693 sul Gran Consiglio del Fascismo, avrebbe dovuto seguirsi la procedura propria delle leggi di carattere costituzionale. Anche altre norme dellordinamento, in quanto modificative delle attribuzioni e prerogative del Re, avrebbero dovuto essere sottoposte alla speciale procedura delle leggi di carattere costituzionale, altre avrebbero dovuto essere emanate dal Potere legislativo, come quella contenente la sanzione della perdita del titolo e attributi nobiliari a coloro che si rendono rei di determinati delitti (art. 4145), dato che va oltre i limiti della potest regia, la quale pu provvedere solo al conferimento del titolo e non alla perdita, mentre in questo caso si dispone di diritti che, una volta acquisiti, non possono venire sottratti al titolare se non in virt di una legge. Cos anche dicasi per le norme disciplinatrici del procedimento da seguirsi nella istruzione e decisione dei ricorsi, istanze, atti di opposizione presentati in materia nobiliare, giacch in questo caso trattasi di regolare il diritto subbiettivo del titolare di una pretesa giuridica, a farla valere, ed il modo di esercizio dello stesso, e quindi deve intervenire il potere legislativo. Ma tutte le anzidette osservazioni partono dalla esclusione del concetto della Regia Prerogativa, e quindi dalla non esatta interpretazione dellart. 12 della legge sul Gran Consiglio per cui sono da ritenere, dopo quanto sopra stato detto, infondate.
---------------------------------------------------------------------------------------------------------------1 - ZANOBINI, I poteri regi nel campo del diritto privato, Torino 1917, pag. 65 e seg. 2 - CROSA, La monarchia nel diritto pubblico italiano, Torino 1922, pag. 24 e seg. 3 - Regolata ora dal Concordato con la Santa Sede approvato con legge 27-5-1929, n. 810. 4 - CROSA, Sulla natura giuridica dei regolamenti indipendenti, Pavia 1928, pag. 19, e La monarchia cit., pag. 109. 5 - RACIOPPI e BRUNELLI, Commento allo Statuto, Torino 1909, vol. I, pag. 214-215; vol. III, pag. 706 e seg. - CROSA, La Monarchia cit., pag. 25. 6 - Principi di diritto costituzionale, Firenze 1905, pag. 196, n. 260. 7 - Corso di diritto costituzionale, 4a ediz., Padova 1933, pag. 174. 8 -Principi di diritto costituzionale, 2a ediz., Milano 1913, pag. 545. 9 - Il diritto costituzionale e lo stato giuridico, Roma 1927, pag. 362. 10 - Istituzioni di diritto costituzionale, Napoli 1920, pag. 245, 246, 247. 11 - SABINI, La prerogativa regia e i diritti nobiliari in Saggi di diritto pubblico , Bari 1915, pag. 35 e seg. - CROSA, La monarchia cit., pag. 176, 173. 12 - Istituzioni di diritto pubblico, 3a ed., Padova 1932, pag. 179. 13 - Istituzioni di diritto costituzionale, Torino 1913, pag. 553. 14 - Un rafforzamento della prerogativa sovrana si riscontra nel R. Decreto 27 luglio 1934, n. 1332, col quale sono determinati i Decreti Reali esenti dal visto e dalla registrazione della Corte dei Conti. - Fra essi sono compresi quelli di nomina del Commissario del Re presso la Consulta Araldica, di istituzione di ordini cavallereschi e di approvazione e modificazione dei loro statuti, di nomina dei componenti le giunte o i consigli degli ordini predetti, quelli inerenti alle norme regolamentari relative agli ordini stessi e ai regolamenti per lamministrazione delle loro dotazioni, quelli di conferimento e revoche di onorificenze cavalleresche, di medaglie, di diplomi e di altri segni di distinzione onorifica, a cui non siano annessi pensioni o assegni a carico del bilancio dello stato, di autorizzazione ad accettare onorificenze da parte di Potenze estere. 15 -Comba, Della potest regolamentare indipendente nei confronti dello stato nobiliare, Torino 1929, pag. 4. - ORREI, op. cit., pag. 368. - SABINI, Lordinamento dello stato nobiliare cit., pag. 40.

16 - Caracciolo Carafa c. Presidenza del Consiglio dei Ministri, CARACCIOLO DI SANTERANO in Giur. It., 1927, III, 230; Foro It., 1927, III, 129; Riv. Dir. Pubbl., 1927, II, 441; 11 agosto 1927, Biondi Morra c. Presidenza del Consiglio dei Ministri; 11 agosto 1927, Caravita in Telesio c. Presidenza del Consiglio dei Ministri (inedite). Vedi anche PIANO MARTINUZZI, Cod. cit., pag. 262, n. 17. 17 - ORREI, op cit., pag. 368. 18 - ORREI, op. cit., pag. 366. 19 - COMBA, op. cit., pag. 28-29. 20 - COMBA, op. cit., pag. 29-30. 21 - Giurisp. It., 1927, III, 231. 22 - COMBA, op. cit., pag. 40.

Teoria del potere di autarchia o di autodecisione del Re Il Romano23 in passato ebbe ad esprimere lopinione che il Re allorquando conferisce titoli nobiliari o cavallereschi da considerarsi come soggetto di autarchia, nel senso che soggetto di alcune potest pubbliche che esercita in nome proprio, e quindi non come organo dello stato, per anche nellinteresse di questultimo. Questa teoria, che ora abbandonata dal Romano (v. n. 27), stata oggetto di critiche da parte del Comba24 . Alla teoria del Romano si avvicina il Chimienti25 che per parla di atti di autodeterminazione del Re, coi quali egli non provvede n ad interessi propri n ad interessi dello stato, e che comprendono alcuni di quelli che il Re compie come capo della famiglia reale, quelli di cui negli art. 78, 79, 80 dello statuto.
---------------------------------------------------------------------------------------------------------------23 - ROMANO, Corso di diritto costituzionale, Padova 1926, pag. 154. 24 - Comba, op. cit., pag. 6. 25 - CHIMIENTI, Manuale di diritto costituzionale fascista, Torino 1933, pag. 175-176.

Teoria della facolt regolamentare Secondo questa teoria il fondamento del potere regio in materia nobiliare rientrerebbe nella potest regolamentare indipendente del governo (Cammeo, Borsi, Crosa, Ragnisco)26 . Si fa per da alcuni autori, e con diversi criteri, la distinzione fra i regolamenti indipendenti e quelli autonomi, distinzione non facile, data la poca chiarezza dei precedenti parlamentari, e si discute altres se siano compresi e quindi anche regolati dalle disposizioni di cui allart. 1, n. 2, della legge 31 gennaio 1926, n. 100, i regolamenti relativi alla Regia Prerogativa. La distinzione importa laffermazione o meno della natura o no legislativa, non solo materiale, ma anche formale, di detti regolamenti, inquantoch essi possono pure derogare a disposizioni legislative. Ritengono che i regolamenti in materia nobiliare non siano previsti dalla legge del 1926 il Crosa, il Ragnisco, il Verde27 ; ritengono invece che siano regolati dalla legge predetta il Borsi, il Saltelli28 . Anche il Sabini29 ritiene che la potest del Sovrano si fondi sul potere di fare regolamenti autonomi (detti dagli altri autori indipendenti) e di avere detti regolamenti forza di legge. Sennonch egli, come aveva fatto a proposito del R. D. 16 agosto 1926 sullo statuto nobiliare, opina che non si possa la potest legislativa del Sovrano estendere fino allabrogazione di quelle norme precedenti su cui si fondano i diritti legittimamente acquisiti, in base allart. 79 parte 2a dello statuto, che dichiara mantenuti i titoli esistenti a favore di coloro che ne hanno diritto . Disposizioni in cui il nuovo ordinamento del 1929 risulterebbe incostituzionale, sarebbero quelle contenute nellart. 70, pel quale i titoli pervenuti alle femmine nubili prima del 7 settembre 1926 passano, dal giorno del loro matrimonio, allagnazione maschile della famiglia di provenienza, negli art. 41, 42, 45, 46 relativi alla decadenza di diritto, alla privazione per decreto reale, alla sospensione, delle distinzioni nobiliari. (v. n. 83) Ma tali obbiezioni non sono state tenute in conto neanche dalla Cassazione, la quale con sentenza 9 maggio 1930, Treves De Bonfili - Treves (Giur. It., 1930, I, 776)30 ha affermato che le disposizioni dei RR. DD. 16 agosto 1926 e 21 gennaio 1929 non soltanto hanno abrogato le leggi generali e le consuetudini in materia di successione nei titoli nobiliari, ma hanno anche sostituito le proprie norme a quelle contenute nei singoli atti sovrani di concessione, facendo soltanto eccezione per i provvedimenti emanati dopo lunificazione del Regno. Tali disposizioni peraltro non hanno efficacia retroattiva circa le successioni apertesi anteriormente ai predetti decreti e relativamente ai diritti divenuti perfetti con lapertura della successione

dellultimo investito. Alla teoria della facolt regolamentare sembra aderire il Gorino31 . Il Comba32 allo scopo di pervenire alla incostituzionalit dello statuto nobiliare del 1929 cerca di distinguere fra regolamenti autonomi, fondati genericamente su poteri discrezionali del Re di portata ampia, e regolamenti autonomi fondati su speciali norme dello statuto, fra le quali rientra lart. 79. Di tal che i regolamenti fondati su speciali norme dello statuto non sarebbero regolati dalla legge 31 gennaio 1926, n. 100, ma sottostarebbero alle norme ordinarie dello statuto.
---------------------------------------------------------------------------------------------------------------26 - CAMMEO, Della Manifestazione di volont dello Stato, in Orlando, Tratt. di Dir. Amm. , vol. III, pag. 169, 170; BORSI, Appunti di Dir. Amm., Padova 1926, pag. 188; CROSA, Sulla natura giuridica citata, pag. 31; RAGNISCO, La legge 31 gennaio 1926, n. 100, ed il Consiglio di Stato, Padova 1931, pag. 20-29. 27 - VERDE, La legge 21 gennaio 1926, n. 100, e le prerogative della Corona, Foro Amm. , 1927, IV, 108. 28 - SALTELLI, Potere esecutivo e norme giuridiche, Roma 1926, pag. 104-105. 6. SABINI, Lordin. cit., pag. 43 e seg. ROMANO, Corso di diritto costituzionale, Padova 1926, pag. 154. 30 - PIANO MARTINUZZI, Codice Nobiliare, pag. 276, n. 126. 31 - GORINO, op. cit., pag. 45. 32 - COMBA, op. cit., pag. 9 e seg.

Teoria della competenza istituzionale esplicantesi mediante decreto legislativo. Il Ranelletti, modificando la sua precedente opinione, che il fondamento della potest regia in materia nobiliare fosse basato sul potere regolamentare indipendente, non regolato dalla legge 31 gennaio 1926, n. 10033 , ritiene che detta potest derivi da una attribuzione di competenza fatta direttamente dallo statuto e per cui il Re ha nella materia di cui si tratta la potest legislativa materiale e formale, la quale si esplica mediante decreti legislativi. Questi decreti hanno valore di legge e possono quindi modificare o abrogare leggi esistenti, e non possono a loro volta essere modificati o abrogati che da una legge o da un altro atto avente forza di legge. Ma se la materia di cui si tratta venisse regolata da legge, allora la potest legislativa del Re verrebbe a cessare34 . Il Ranelletti esclude che questa competenza possa considerarsi come una continuazione della potest legislativa che il Re aveva piena ed esclusiva nel regime assoluto precedente, e che sarebbe stata da lui riservata nella concessione dello statuto. La monarchia italiana non monarchia limitata, ma costituzionale. Il fondamento perci di questa competenza del Re nello statuto, ed egli deve esercitare queste attribuzioni secondo i principi dello statuto. Il Romano35 , modificando la sua precedente opinione sovraesposta, ritiene che al Re sia attribuita in modo normale e permanente la competenza di emanare norme giuridiche aventi forza di legge, in materia ad esso riservate, nelle quali norme rientrano quelle che regolano lacquisto, la successione dei titoli nobiliari. Alla opinione del Ranelletti aderiscono il DAlessio36 ed il Vitta37 . Mediante questa teoria vengono eliminati i limiti che importava la teoria fondata sulla potest regolamentare, e per cui il Sovrano non avrebbe potuto emanare norme nuove che modificassero il diritto esistente, il che importava il riconoscimento di alcune delle obbiezioni sollevate dal Comba. Ma anche questa teoria, che cerca di adattare la dottrina alla legislazione, non risponde completamente alla lettera dellordinamento nobiliare del 1929, il quale parla esplicitamente di potest della R. Prerogativa, ed indica le forme in cui si esplica, n tiene conto delle affermazioni contenute nella relazione del capo del Governo, che il Sovrano lunico, assoluto, insindacabile legislatore in materia nobiliare, la quale sottratta alle discussioni parlamentari.
---------------------------------------------------------------------------------------------------------------33 - RANELLETTI, La potest legislativa del governo in Riv. di Diritto Pubblico , 1926, pag. 169. 34 - RANELLETTI, Istituzioni di diritto pubblico cit., pag. 340, 341, 342, 353, 355 nota 5. 35 - ROMANO, Corso di diritto costituzionale, 4a ediz., Padova 1933, pag. 281. 36 - DALESSIO, Istituzioni di diritto amministrativo, vol. I, Torino 1932, pag. 73. 37 - VITTA, Diritto amministrativo, Torino 1933, pag. 45, 55.

Attributi della R. Prerogativa Lart. 1. dellordinamento nobiliare con le modifiche contenute nel R. D. 10 luglio 1930, n. 974,

fissa le attribuzioni della Prerogativa Sovrana. Esso cos suona: attribuito alla Sovrana Prerogativa del Re: a) stabilire norme giuridiche aventi forza di legge per lacquisto, la successione, luso e la perdita di titoli, predicati, qualifiche e stemmi nobiliari; b) concedere nuovi titoli, qualifiche e stemmi nobiliari, rinnovare titoli e predicati estinti per mancanza di chiamati alla successione, sanare le lacune e le deficienze nella prova di antiche concessioni o nel passaggio dei relativi titoli e predicati; c) autorizzare laccettazione di titoli, predicati e qualifiche nobiliari concessi a cittadini italiani da potenze estere, e luso di titoli pontifici appoggiati sul cognome o a predicati del territorio della Citt del Vaticano o ad altri purch puramente onorifici concessi a cittadini italiani; d) decretare la perdita delle distinzioni nobiliari o del diritto a succedervi o la sospensione dal loro uso . Dopo quanto stato detto a proposito della R. Prerogativa facile rilevare come il Re in base allart. 1 suindicato in materia nobiliare lunica fonte di diritto obbiettivo (art. 1, lett. a), in quanto pu emanare norme giuridiche regolanti la materia ed aventi forza di legge. Cesserebbe di essere tale facolt Prerogativa Sovrana, ove si ammettesse che possa il potere legislativo avocare a s la facolt di legiferare in proposito. Circa il modo di estrinsecazione di questa facolt legislativa del Re lart. 2 stabilisce che le norme giuridiche di legislazione nobiliare sono emanate mediante Decreti Reali, controfirmati dal Capo del Governo, Primo Ministro Segretario di stato. Esse sono pubblicate nella Gazzetta ufficiale ed inserite nella raccolta ufficiale delle leggi e decreti del regno. Inoltre il Re fonte di diritti subbiettivi in favore dei singoli in base all art. 1 lett. b) c) d), ma i diritti non sorgono fino a quando latto sovrano non perfetto, per cui i singoli non possono ricorrere o agire avanti allautorit giudiziaria nel caso di diniego o nel caso che latto sovrano non divenga perfetto. Quando invece un diritto nei singoli sia sorto, in conseguenza dellatto sovrano perfetto, esso pu formare oggetto di ricorso giurisdizionale sia da parte del titolare, sia da parte dei terzi che si ritengano lesi, come meglio sar detto in seguito (v. n. 120). Titoli, trattamenti e stemmi della Famiglia Reale Circa i titoli, il trattamento e gli stemmi della famiglia reale, essi sono regolati, giusta lart. 3 dellordinamento, dal decreto reale 1 gennaio 1890 e dalle successive reali disposizioni in materia, che sono riportate in seguito. Mantenimento ed acquisto di titoli, predicati, qualifiche e stemmi Lart. 4 dellordinamento, ricollegandosi allart. 79 dello statuto del Regno stabilisce che i titoli, i predicati, le qualifiche e gli stemmi nobiliari sono mantenuti a coloro che vi hanno diritto in conformit delle norme vigenti; e si acquistano o per successione o per nuova concessione del Re. Si ha con questo articolo da un lato laffermazione generica del riconoscimento dei titoli, predicati, qualifiche e stemmi di cui sono in possesso gli attuali investiti in virt delle norme vigenti, e si stabilisce dallaltro che gli ulteriori acquisti possono aver luogo soltanto o per nuova concessione del Re o per successione. Questi concetti trovano esplicazione nello stesso ordinamento con relative modificazioni, nelle norme generali per la concessione, il riconoscimento, luso e la perdita delle distinzioni nobiliari (art. 13 a 49), nelle norme sul trattamento e le qualifiche nobiliari (art. 50 a 52), nello statuto delle successioni ai titoli ed attributi nobiliari (art. 53 a 68). Titoli ammessi nel Regno Giusta lart. 5 dellordinamento sono ammessi nel Regno i titoli di: Principe e Duca, Marchese, Conte, Visconte, Barone, Signore, Patrizio, Cavaliere ereditario e Nobile, questultimo comune agli insigniti di ogni altro titolo. In rapporto alla precedente legislazione da rilevare che i titoli di Principe e di Duca sono considerati alla pari38 , non essendo stata accolta la proposta contenuta nel progetto di ordinamento del 1928 che la precedenza fra i due pari grado sarebbe stata determinata dalla data di concessione del titolo.

Inoltre sono compresi quelli di Visconte, di origine inglese e francese, e di Signore, ambidue finora riconosciuti o rinnovati. Esaminiamo separatamente detti titoli39 .
---------------------------------------------------------------------------------------------------------------38 - Nella relazione alla Consulta Araldica del Biscaro in Boll. Uff. della Consulta Araldica, n. 40, febb. 1929, pag. 39-51, affermato che la proposta di equiparazione dei due titoli dovuta alla considerazione che nella storia, la superiorit di ciascuno di essi si alterna secondo i tempi e gli stati, con laltro, senza che si possa accertare una effettiva preminenza del titolo di principe su quello di duca. 39 - STOLFI, op. cit., pag. 315 e seg.; SABINI, Lordinamento cit., pag. 58 e seg.

Titolo di Principe Nellepoca romana troviamo indicato il nome di Princeps Senatus per indicare il primo per dignit tra i senatori, ed Augusto, allorch riun in s tutte le dignit repubblicane, assunse il titolo di Princeps. I successivi imperatori romani continuarono a chiamarsi Princeps (es. Princeps Optimus fu detto Traiano), e la qualifica di Imperator serv a designare la potest di comando degli eserciti. Nel medio evo, nel periodo eroico del feudalesimo, la parola Princeps era soltanto un epiteto che comprendeva i vassalli maggiori (Duchi, Conti, Marchesi, Arcivescovi, Vescovi, Abati, Abatesse) in contrapposto ai vassalli minori, chiamati barones. NellItalia meridionale, invece, i vassalli maggiori si chiamavano barones majores, ed i minori barones minores. In seguito la parola Princeps divent un titolo, dapprima senza enunciazione della terra su cui si esercitava la sovranit, di poi con questa indicazione, ed alcuni ducati divennero principati. Non esatto quindi che, come da alcuno si ritiene, il titolo di Principe fosse riservato ai membri delle famiglie sovrane, poich invece essi allora assumevano il titolo di conte, ed in alcuni stati il Principe Ereditario assumeva ed assume il titolo di Duca (Duca di Calabria40 nel Regno di Napoli, Duca di Brabante nel Belgio). In altri stati (Italia, Inghilterra, Spagna, Olanda) allerede della Corona attribuito per tradizione il titolo di Principe (di Piemonte, di Galles, delle Asturie, dOrange). Il Gran Maestro del Sovrano Ordine Militare di Malta gode in Italia, in base allart. 51 dellordinamento, il titolo di Principe (v. n. 45). In Germania lerede della Corona si chiamava Kronprinz (principe della Corona).
---------------------------------------------------------------------------------------------------------------40 - Il titolo di Duca di Calabria dei Borboni di Napoli fa ricordare che esso attualmente un titolo di pretensione. Sono chiamati titoli di pretensione quelli di stati sovrani, o feudali portati, pur non possedendo pi, per causa di forza maggiore i relativi stati, o da un ex-sovrano di detti stati o da un capo di casa sovrana o ex-sovrana che possedeva gli stati stessi e dai relativi discendenti. I titoli di pretensione non sono ritenuti sottoposti alle norme nobiliari vigenti sul territorio cui essi si riferiscono. I titoli di pretensione delle Case Regnanti o ex-Regnanti in Italia sono: a) Casa Regnante di Savoia: Titoli Sovrani: Re di Cipro, di Gerusalemme e di Armenia; Duca di Savoia; Titoli feudali: Duca di Chiablese, Duca di Carignano dIvoy; Marchese di Lanslebourg; Conte di Moriana; Conte di Ginevra; Conte di Soissons; Alto Signore di Monaco e di Mentone. b) Casa ex-Regnante dAustria: Titoli Sovrani: Granduca di Toscana; Duca di Modena, Reggio, Guastalla, Mirandola, Massa Carrara; Duca di Parma e Piacenza e Guastalla; Titoli feudali: Principe di Trento, Duca del Friuli; Conte Principesco di Gorizia; Signore di Trieste. c) Casa ex-Regnante di Borbone Linea di Napoli: Titoli feudali: Duca di Calabria. I titoli di Conte di Caserta, di Trani, di Trapani, di Girgenti, di Aquila, di Bari, di Siracnsa, di Caltagirone, di Castrogiovanni, di Lucera, di Milazzo, secondo alcuni, sono titoli feudali, secondo altri appartengono alla specie dei titoli nobiliari semplici. d) Casa ex~Regnante di Borbone Linea di Parma. Titoli Sovrani: Duca di Parma e Piacenza. Titolo nobiliare: Conte di Bardi. Vedi B. dAnjou: Titoli di pretensione, e Baviera: A proposito dei titoli di pretensione in Riv. Aral., 1932, 161, 231.

Titoli di Principe Reale Ereditario, di Principe Reale, di Principe del Sangue In base al R. Decreto 1 gennaio 1890 che regola i titoli e gli stemmi della Famiglia Reale41 il figlio primogenito del Re ha la qualifica di Principe Reale Ereditario ed insignito dal Re di un titolo e predicato nobiliare, che per quello attuale di Principe di Piemonte. La di lui moglie ha la qualit di Principessa Reale e porta il titolo e predicato nobiliare del Principe suo consorte. Gli altri figli del Re ed i figli del Principe Ereditario hanno la qualit di Principi Reali e sono appannaggiati dal Re con un titolo e predicato nobiliare trasmissibile ai Principi loro discendenti, legittimi, naturali e riconosciuti, maschi da maschi, in linea e per ordine di primogenitura. Le figlie del Re e quelle del Principe Reale Ereditario hanno la qualit di Principesse reali. I nepoti del Re, figli del Principe Reale Ereditario di ambo i sessi, hanno la qualit di Principi e di Principesse Reali col predicato di Savoia e laggiunta di quello nobiliare del loro genitore. I nepoti del Re, figli di Principe fratello e figli e discendenti dai nepoti del Re e del Principe Reale Ereditario di ambo i sessi, hanno la qualit di Principe e Principesse del Sangue col predicato di Savoia e laggiunta di quello nobiliare della propria linea. Le consorti dei Principi della Reale Famiglia assumono la qualit ed il titolo del Principe marito.
---------------------------------------------------------------------------------------------------------------41 - Non pacifico il significato da attribuirsi alla parola Famglia Reale ai fini delle disposizioni speciali ad essa riferite. Secondo taluni (RACIOPPI e BRUNELLI, op. cit., vol. I, pag. 621) essa comprende i legittimi discendenti dal reale capostipite entro il 10 grado di parentela ai sensi dellart. 48 del codice civile; e secondo altri (ROMANO, Corso di diritto costituzionale cit., pagina 179) essa comprende il complesso delle persone legate da parentela col Re, anche oltre il decimo grado e delle consorti di tali persone, esclusi i discendenti dalle donne che non siano anche discendenti da membri della famiglia reale. Chiamasi famiglia regnante il complesso del Re, della Regina e dei loro discendenti e cio il Principe Ereditario, i Principi e le Principesse reali. Principi e Principesse del sangue reale sono tutti gli altri componenti della

famiglia reale, ma anche questi sono talvolta dalle leggi designati Principi e Principesse reali.

Titolo di Duca (In nota: I titoli di pretensione) Presso i Longobardi i duces, ducones erano gli antichi capi popolari che governavano in nome del Re una circoscrizione, e nei primi tempi del feudalesimo il Duca veniva immediatamente dopo il Sovrano, in nome del quale direttamente o per mezzo dei conti governava una provincia. Da carica personale il titolo di Duca si trasform in titolo ereditario, e fu assunto anche da Sovrani, come Roberto il Guiscardo che si chiam Duca di Puglia e di Calabria, titolo questultimo assunto dai Principi Ereditari delle due Sicilie. In Germania i Duchi si chiamavano Elettori perch eleggevano lImperatore. Era anche in uso in Germania, in Austria ed in Russia il titolo di arciduca e di granduca, per i membri delle case regnanti, ma senza indicazione di predicato feudale. Il primo titolo di Duca dopo lunit dItalia fu quello concesso nel 1861 al generale Cialdini col predicato di Gaeta, in ricordo della espugnazione di quella piazzaforte, ultimo rifugio dei Borboni. Titolo di Marchese Il titolo ha la stessa origine di quello di Duca, di carica della provincia di confine. Esso dal lato etimologico Mark Graf significa infatti Conte della marca, ossia della frontiera. Il titolo in Italia di origine franca, dato che i Franchi mutarono in marchesati alcuni ducati e contee. In Italia i primi marchesati furono quelli del Friuli e di Ivrea. In Germania il corrispondente titolo di Margravio equivaleva a quello di Principe Sovrano, e in Francia il titolo di Marchese fu abolito da Napoleone. In passato alcuni consideravano questo titolo come inferiore a quello di Conte perch nato successivamente ad esso, mentre altri lo consideravano pari a quello di Duca. Dei Marchesi cosiddetti di baldacchino detto appresso (v. n. 45 nota). Titolo di Conte - Conte Palatino - Conte Lateranense (In nota: il Contestabile, lOrdine Pontificio di S. Giovanni Laterano detto dei Cavalieri Pii) Nel tempo dellimpero romano erano chiamati Comites Concistoriani alcuni dignitari della corte, e con tal nome fin dai primi tempi furono appellati coloro che seguivano i Re in pace ed in guerra ed esercitavano funzioni di corte. Essi vennero adibiti poi in generale al governo delle citt nei ducati. Il titolo di Conte secondo alcuni fu ritenuto eguale a quello di Duca, opinione questa che non ebbe largo seguito. Secondo altri la parola Conte deriva dalla voce Counts o Countees dei Normanni, che cos chiamavano una classe dei loro feudatari. Questo titolo stato assunto sempre da membri ultrogeniti di case regnanti, come il Conte dArtois, il Conte di Caserta, il Conte di Torino. Fra i Comites42 che esercitavano funzioni di corte, fin dal secolo VI e per la prima volta in Francia, assume importanza il Conte Palatino (comes palatii), avente funzioni giudiziarie nello esercizio della giustizia, fatto personalmente dal Re nelle cause a lui sottoposte dai feudatari. Conte Palatino fu anche in Italia la carica di vicario imperiale o reale per governare una provincia. Al tramonto della feudalit questo titolo di Conte Palatino rimase svalutato perch privo di substrato territoriale, e perch largamente distribuito dagli imperatori mediante somme di denaro, o dai papi o suoi legati, anche per mezzo della sua attribuzione a coloro che facevano parte di speciali ordini equestri pontifici o per concessione a favore di un determinato collegio (Milizia Aurata, Santo Sepolcro, v. n. 21 nota)43 . Questo titolo pi curiale che nobiliare era quasi sempre personale e generalmente non conferiva nobilt ereditaria; tuttavia invalse luso di trasmetterlo alla discendenza, donde la grandissima quantit di Conti. Il titolo di Conte Palatino pure diverso dal titolo comitale, tanto nella qualificazione come nelle insegne (Mass. 23, Cons. Araldica v. n. 65). Con successiva massima 12 dicembre 1924 venne stabilito che nellElenco Ufficiale della nobilt (v. n. 110) sarebbe stata mantenuta la dicitura di Conte Palatino, ma sarebbe stato ammesso per gli insigniti di tale titolo pei trattamenti uguali luso promiscuo delle due intitolazioni di Conte Palatino o di Conte. NellElenco Ufficiale del 1933 fatto anche risultare se il titolo sia di concessione imperiale. I Conti Palatini pontifici sono chiamati Lateranensi, per distinguerli da quelli del Sacro Romano Impero. Questi presentano la caratteristica che sono stati conferiti, secondo latto di concessione,

non soltanto al primogenito maschio ma a tutti i membri della famiglia, maschi e femmine che fossero, cui il titolo stato concesso44 .
---------------------------------------------------------------------------------------------------------------42 - Ai comites che esercitavano funzioni di corte si ricollega la carica di contestabile o connestabile, esistente presso limperatore Valente che laccord a suo fratello Valentiniano, e in quasi tutti gli stati antichi dEuropa, con uffici che cambiavano nelle varie epoche e presso le varie corti. Deriva il nome dal latino comes stabuli, conte della stalla o grande scudiero, tale essendo in origine il suo ufficio. In Francia tale carica, che fu soppressa da Luigi XIII, giunse a grande potenza e comandava nellarmata a tutti i generali compresi i principi del sangue. Vi furono contestabili nel Regno di Napoli ed in Toscana. Gran Contestabile era la carica di origine normanna che importava il comando dellesercito in guerra nei reami di Sicilia e di Puglia. Questa carica, conservata dagli Angioini e dagli Aragonesi, fu abolita dagli Spagnuoli. 43 - Anche lordine pontificio di S. Giovanni Laterano, detto anche dei Cavalieri Pii Partecipanti dal suo fondatore Pio IV, istituito nel 1560 conferiva ai suoi membri il titolo di Comes Sacri Palalii et Aulae Lateranensis, ed il loro nome veniva registrato nellalbo delle famiglie nobili dello stato. Le distinzioni conferite da Pio IV furono a poco a poco annullate dai Pontefici successori finch lordine sparve nel 1700. 44 - Il nuovo ordinamento regola diversamente i tre titoli comitali anzidetti come in appresso sar detto (v. n. 78).

Titolo di Visconte Era il Vice Comes che adempiva funzioni di conte. Questo titolo dimportazione inglese e francese non era stato conservato nel regolamento del 1896. Titolo di Barone Barone (In nota: I Baroni di franco allodio) Si discusso se la parola Barone sia un titolo nobiliare a s stante. Certo che essa stata adoperata nel medio evo in duplice senso: in quello di feudatario in generale45 , e nel regno di Napoli come una categoria, a s stante di feudatari, che avevano alle loro dipendenze altri suffeudatari e il titolo di Barone. Anche in Sicilia la parola Barone fu usata per indicare lintero corpo dei feudatari del regno in generale, qualunque fosse il titolo di chi fossero singolarmente insigniti, come diede il primo esempio lImperatore Federico nelle sue costituzioni, ma fu adoperata pi particolarmente ad indicare il possessore di uno o pi feudi contenenti uno o pi castelli, uno dei quali nella concessione ebbe annesso il titolo di baronia. Tutti i possessori di feudo portavano il titolo di Barone, e nelle diverse investiture dello stesso feudo il titolare era indifferentemente qualificato Barone o Signore. In Sicilia si trovano anche i titoli di Barone di franco allodio dai cui diplomi si rileva che linsignito era chiamato col titolo di Spettabile e di Barone46 . Sui feudi di franco allodio la Consulta Araldica adott le seguenti massime. Quantunque in Sicilia i feudi di franco allodio non godessero le stesse prerogative e preminenze dei feudi giurisdizionali, pure attualmente i titoli annessi ai gi feudi allodiali possono essere riconosciuti (art. 98). In Sicilia lappellazione di Spettabile non costitu un titolo specifico di nobilt (art. 95). NellItalia settentrionale la parola Barone fu usata come titolo. Si disputa anche sulla etimologia della parola, ed forse da ritenere che essa derivi da bar, che in alemanno significa uomo, o da baron usata dalle leggi saliche come uomo nel senso feudale, cio vassallo, ossia feudatario in rapporto al signore. Fu anche rilevato che in occasione della legge 2 agosto 1806 che abol la feudalit nel napoletano furono dichiarati mantenuti i titoli di Principe, Duca, Conte e Marchese, per cui si volle dedurre che Barone non fosse titolo nobiliare, ma il fatto che furono creati Baroni successivamente al 1806 e da Murat e dai Borboni conferma lopinione accolta dalla giurisprudenza che lenumerazione della legge abolitiva fosse non tassativa, ma esemplificativa. Il nuovo ordinamento ha mantenuto il titolo di Barone.
---------------------------------------------------------------------------------------------------------------45 - Per il fatto che nelle antiche costituzioni napoletane la designazione di Barone era usata non come titolo specifico ma come qualifica che comprendeva tanto il Principe che il Duca, quanto il possessore semplice di un feudo nobile che si chiamava Barone, senza titolo, la Consulta Araldica non credette in passato di riconoscere la qualifica di Barone ad antichi possessori di feudi, consent invece loro di chiamarsi Nobile col predicato del feudo ultimo posseduto se il possesso si riferisse ad un feudo nobile in capite con giurisdizione effettiva ed intestazione nei cedolari e il possesso fosse durato non meno di 200 anni (Mass. 74). Ai Baroni romani che si trovavano nelle stesse condizioni di quelli napoletani la Consulta medesima concesse invece il titolo di Signore. Vedi RIVERA, Lopera della Consulta Araldica, Roma 1924, pag. 21 e seguenti. 46 - I titoli di franco allodio erano sui generis. Gli insigniti di essi godevano le autorit, le esenzioni, le immunit, le prerogative, le preminenze, le libert, le franchigie, ecc., come gli altri feudatari del regno, ma erano esenti dallobbligo del servizio militare, di prendere investitura (v. n. 70), di soddisfare al diritto della decima e tari, a quello dei donativi, della mezzannata, del regio sigillo e a qualsivoglia altre regie collette imposte o da imporsi. La disponibilit e la successione in questi feudi e nei relativi titoli non era regolata n dal diritto dei Franchi, n da quello dei Longobardi, poich, trattandosi di propriet libera, allodiale dellinsignito, il titolato ne poteva disporre a suo piacere, o per atti tra vivi, o per disposizione di ultima volont, e se i discendenti e i figli fossero stati molti, il titolo doveva essere usato da uno solo, non importava che questi fosse il primogenito o il terzogenito, maschio o femmina, purch fosse uno solo.

Titolo di Signore Questo titolo fu poco usato nel campo feudale, e serv ad indicare in generale la qualifica spettante ai proprietari di terre non sottoposte alla giurisdizione feudale. Esso fu conservato nel nuovo ordinamento perch risulta attribuito a varie famiglie e non solo con lindicazione della terra ma anche, in Sicilia, appoggiato su cariche ed altri benefici47 . Per il titolo di Signore del baronaggio

romano stato detto al n. 38.


---------------------------------------------------------------------------------------------------------------47 - Cos abbiamo Alliata, signore di 40 onze sopra i porti e le marine, Patern della linea di Manganelli signore dellUfficio di Maestro notaro della Curia Capitaniale di Catania, Colonna signore di 40 onze sulla dogana di Messina. Vedi Elenco Ufficiale della Nobilt Italiana, Roma 1934.

Titolo di Patrizio e Nobile Civico stato detto nel patriziato presso i Romani, del successivo suo svolgimento ed stato fatto cenno della speciale legislazione sul patriziato genovese, veneto e romano (v. n. 5, 18, 19 B, E, 20 I e L). Qui riassumendo pu dirsi che la voce Patrizia serviva ad indicare dal secolo XV in poi, per effetto dellautonomia che godevano i vari Comuni, la classe dei cittadini pi elevati che avevano la amministrazione economica della propria citt ed, in quelle rette a repubblica, il governo di esse, e che erano iscritti in apposito registro o libro, variamente chiamato (Libro della Patrizia Nobilt, Libro della Nobilt, Libro della Cittadinanza Nobile o del Patriziato, Albo dei Nobili, Libro degli Ordini della Citt, Libro delle Mastre Nobili, Registri di Nobilt, Libri dOro, v. n. 19, 20 e 21) che li distingueva dalle rimanenti classi del popolo, in quei paesi in cui vi era completa separazione tra la nobilt e le altre classi della Cittadinanza. Lappellativo di Patrizio fu tenuto in cos alta considerazione che, pur non essendo i Patrizi dei nobili creati dallautorit Sovrana, fu assunto da coloro che erano nobili per altro titolo, nonostante che non fossero iscritti in nessun libro, n aggregati a ordini o ceti speciali. Chiamavasi poi Nobile colui, la cui famiglia godeva una certa distinzione o speciali onori in premio di virt, per lasciare onorevole segno alla posterit di meriti acquistati e delle opere compiute, per eccitare i figliuoli e discendenti del premiato a continuare sulla via della virt e dellonore loro tracciata. Qualora la nobilt fosse stata conferita, non con la concessione di un titolo specifico da parte del Sovrano, ma con la dichiarazione di essere Nobile, fatta dai Corpi Municipali non sovrani o non aventi facolt di aggregazione o non costituenti piazze chiuse, si aveva la cosidetta Nobilt Civile e Decurionale48 . In certe citt gli appartenenti allordine patrizio si chiamavano Nobili Patrizi, per distinguersi dagli altri che, pure nobili per s, si chiamavano Patrizi, quantunque, non essendo iscritti negli speciali registri, non rappresentassero la nobilt cittadina; in altre citt esistettero contemporaneamente Patrizi e Nobili, ed in altre citt infine non esistette n il patriziato, n la nobilt civica. Oggid col termine generico di patriziato viene indicata tutta la categoria di persone che hanno un titolo nobiliare. stato sostenuto49 che lappellativo di Patrizio, come quello di Nobile non fossero un titolo vero e specifico, ma una qualifica, perch dato alle persone componenti una famiglia, mentre il titolo specifico non pu generalmente darsi che ad una sola persona di famiglia. Inoltre non vi fu mai rilascio di diploma dichiarativo della qualit di Patrizio e di Nobile Civico, e che, se comunemente di colui che era aggregato al Patriziato o alla Nobilt Civica di un dato luogo si diceva di aver egli il titolo di Patrizio o di Nobile, ci era in senso traslato, dappoich avrebbe dovuto chiamarsi aggregato al Patriziato o alla Nobilt di quel luogo, ci che importa semplice onorificenza ereditaria e qualit nobilitante, e non titolo. Di tali osservazioni non ha tenuto per conto la legislazione italiana, dappoich fin dal primo regolamento per la Consulta Araldica del 1870 (art. 21) fu ammesso il titolo di Patrizio per indicare il grado supremo di una antica nobilt municipale. Quale sia la differenza fra il Patriziato e la Nobilt Civica non possibile stabilire con esattezza, data la diversit delle legislazioni nei vari Comuni e nei tempi differenti. Una prova di ci si ha nelle stesse disposizioni sulla Consulta Araldica del 1888, del 1896, nellordinamento attuale, e nei criteri non uniformi adottati dalle Commissioni Araldiche regionali nella formazione degli elenchi dei Patrizi per la iscrizione dufficio (vedi n. 103). Di dette Commissioni alcune hanno dato valore prevalente al principio gentilizio, stabilendo essere spettanza della famiglia il privilegio di governare anche politicamente un municipio, e di conseguenza trasmettersi alla famiglia il privilegio stesso; altre hanno considerato il privilegio gentilizio in quanto si concreta negli individui, ed hanno riconosciuta la spettanza di esso a tutti i membri maschi e femmine; altre infine hanno tenuto conto soltanto dellesercizio attivo del privilegio e hanno ristretto la trasmissione di

esso ai soli maschi. Di tal che sono risultate anomalie nelle attribuzioni del patriziato, aggravate dalle richieste avanzate dalle varie citt per avere riconosciuto il patriziato, ci che ha condotto ad una graduale restrizione nelle norme sul riconoscimento di esso50 . Dicevano infatti gli art. 34 e 37 del regolamento del 1888 sulla Consulta Araldica che il titolo di Patrizio ammesso per le famiglie che furono iscritte nei registri dei comuni che godevano di una vera nobilt civica o decurionale e che il titolo di Nobile attribuito a coloro che sono in possesso della nobilt ereditaria e non hanno altra qualificazione nobiliare o patriziale. Per il regolamento del l896 il titolo di Patrizio di una citt si pu riconoscere quando, secondo le passate legislazioni, si era radicato in una famiglia ed era stato considerato come un titolo specifico in uso per indicare una vera nobilt civica o decurionale (art. 40); non si sarebbero fatte pi concessioni o rinnovazioni di patriziati o di nobilt municipali n si sarebbero iscritte nuove persone negli antichi registri; il titolo di Nobile era attribuito a coloro che erano in possesso della nobilt ereditaria e non avevano altra qualificazione nobiliare o patriziale, alle famiglie che ne ottennero speciale concessione. Larticolo 20 dellattuale ordinamento dice: Il titolo di Patrizio o di Nobile di una citt si pu riconoscere quando consti che si era radicato nella famiglia appartenente ad un collegio, corpo o ceto civico o decurionale, che secondo le antiche legislazioni attribuiva ai suoi componenti e ai suoi rispettivi discendenti il patriziato o la nobilt. Tale titolo spetta a legittimi discendenti per linea maschile degli ultimi iscritti allepoca in cui cessarono di aver vigore le antiche legislazioni e non pu formare oggetto di nuova iscrizione o concessione, n di rinnovazione o di passaggio ad altra famiglia. ammessa eccezionalmente la ulteriore iscrizione al ceto nobile della nobilt romana (v. numero 20 L) dei fratelli e loro discendenti di ambo i sessi per linea mascolina e delle sorelle a titolo personale dei Sommi Pontefici. Fermi gli accertamenti gi approvati dal R. Governo, la Consulta, su proposta delle Commissioni Araldiche Regionali, accerta la originaria esistenza degli antichi Collegi, Corpi, o Ceti civici o decurionali di patriziato o di nobilt e le particolari norme dalle quali era regolata la iscrizione e successione dei loro componenti. Le relative deliberazioni della Consulta sono sottoposte alla approvazione del Capo del Governo, Primo Ministro Segretario di Stato. Pu per in generale ritenersi che i titoli di Patrizio e di Nobile Civico siano equivalenti, e che la differenza sia determinata piuttosto dal nome diverso adoperato nelle varie citt, e, pi specialmente dal fatto che, mentre il Patriziato costituiva un Corpo o Collegio avente il diritto di auto decisione e di poter aggregare a s altri membri, la Nobilt Civica, pur costituendo un ceto separato dalla borghesia, non aveva tali potest. La Consulta Araldica per il riconoscimento del titolo di Patrizio ha formato una serie di massime di carattere regionale, uniformandosi al voto formulato nel Congresso Storico di Genova del 1892, per il quale non avrebbero dovuto iscriversi nel Libro doro della nobilt italiana altri titoli patriziali che quelli di famiglie, le quali avevano diritto di sedere nei consigli sovrani, o compartecipi della sovranit di antichi stati italiani; o furono ascritte agli ordini maggiori che, per sovrani provvedimenti, ottennero tale titolo specifico o fecero parte di seggi decurionali o collegi municipali, che esercitarono funzioni politiche ed amministrative e lasciarono larga traccia di ricordi storici, ottenendo una speciale importanza nella tradizione e nella estimazione dItalia. Per lo stesso voto avrebbe dovuto essere riconosciuto il titolo ereditario di Nobile alle famiglie che furono iscritte nei registri dei comuni che godevano di una vera nobilt civica o decurionale. Pur tuttavia non si pervenuti al concetto ancor pi restrittivo, sostenuto da altri (Bonazzi), nel suddetto congresso, che il titolo di Patrizio era da ammettersi esclusivamente per le famiglie appartenenti ai gi patriziati sovrani di Venezia, di Genova, di Lucca (che esercitavano diritti di sovranit in nome delle rispettive repubbliche), e alle famiglie iscritte ai registri o libri doro delle citt che ottennero specificatamente tale titolo, o che ad una vera nobilt civica o decurionale, ammessa nei passati tempi come titolo primordiale dellOrdine di S. Giovanni di Gerusalemme, detto di Malta, aggiunsero storica importanza e la tradizione del titolo patriziale. Il titolo di Nobile era da ammettersi invece per le famiglie iscritte ai registri o libri doro delle altre citt, che pur avendo una vera nobilt civica o decurionale, non avessero alcuno dei requisiti suindicati51 . Circa le norme se il titolo di Patrizio o di Nobile fossero trasmissibili ai maschi e femmine o solamente ai maschi, la Consulta aveva formulato una serie di massime regionali, in base alle quali venivano fatti i

riconoscimenti anche in persona di femmine per certe regioni, ed era attribuito, alle femmine di famiglie insignite di patriziati con trasmissibilit mascolina, il titolo dei Patrizi. Il titolo di Patrizio o di Nobile Civico sono sempre accompagnati dalla indicazione della citt, alla quale la famiglia era aggregata52 . Lordinamento nobiliare italiano non ha tenuto conto della nobilt legale o civile, costituente la terza classe del dispaccio di Carlo III di Napoli (25 gennaio 1756) (v. n. 21 M), n di quella nobilt detta de iure comune che bastava nei secoli scorsi per ottenere laggregazione ai consigli nobili mediante la prova della posizione sociale del richiedente e degli antenati. Per porre per fine ai larghi appetiti che erano sorti nelle borghesie di piccoli ed oscuri comuni senza storia e senza fama, di avere riconosciuti, anche quando nel secolo XIX furono chiusi da quasi tutti gli stati dItalia i libri doro, propri ceti o corpi cittadini, lart. 21 del nuovo ordinamento ha stabilito che non ammesso il riconoscimento di antichi ceti o corpi cittadini o regionali di insigniti di titoli diversi da quelli del patriziato o della nobilt civica o decurionale.
---------------------------------------------------------------------------------------------------------------48 - Laggettivo decurionale deriva da Decurionato, che fu in molte regioni nella penisola il corpo o collegio di coloro che erano preposti al governo del Comune. Il nobile fu derivato a sua volta dallistituto romano del Decurionato, che costituiva il consiglio Pubblico dei municipi autonomi, sciolti dallimmediata dipendenza di Roma. 49 - PADIGLIONE, Delle livree. Ricerche storico-araldiche in Giornale Araldico Genealogico diretto dal Di Crollalanza, 1887-88, Anno XV, pag. 133. Questo studio, che costituisce il programma dellaltro lavoro dello stesso titolo pubblicato nel 1889, una trattazione storica sul Patriziato e la Nobilt dItalia. 50 - RIVERA, op. cit., pag. 15. 51 - BONAZZI F., Sul diritto delle nobilt municipali nel Napoletano al titolo di patrizio, Boll. Uff. Cons. Aral. , 1893, vol. II, pag. 21. 52 - In Sicilia, nonostante che le Mastre Nobili (v. n 20 N) (che non andavano confuse con quelle giurate o serrate o civili) rivestissero gli ascritti di nobilt generosa e corrispondessero ai sedili chiusi del napoletano ed ai registri di separazione nelle altre citt dItalia, per cui gli ascritti si potevano qualificare patrizi, la Commissione Araldica Regionale nel compilare lelenco delle iscrizioni di ufficio (v. n. 103) non tenne conto dei discendenti delle famiglie ascritte alle Mastre Nobili, e la Consulta Araldica adott la massima 94 che in Sicilia il titolo di Patrizio non fu mai usato come titolo specifico e per non lo si riconosce. Con la massima 118 venne anche stabilito che in Sardegna non esiste alcuna vera nobilt civica o decurionale, e con la massima 6 dicembre 1927 che non ammissibile il riconoscimento di un patriziato nella citt di Trieste.

Titolo di Cavaliere Ereditario Il titolo di Cavaliere, oggi concesso come onorificenza degli ordini cavallereschi, mentre in passato, in base ad antiche tradizioni vigenti in alcune regioni soggette alla Spagna, come la Lombardia, la Sardegna e la Sicilia, veniva concesso come titolo nobiliare trasmissibile. Tale titolo, per, viene riconosciuto agli aventi diritto in forza di antiche concessioni, ma non pi conferito53 .
---------------------------------------------------------------------------------------------------------------53 - Con deliberazione della Consulta Araldica 28 gennaio 1906 venne stabilito che pu attribuirsi il titolo di Cavaliere Ereditario ai Nobili e agli ultrogeniti delle famiglie titolate del Piemonte di creazione anteriore alla proclamazione del regno dItalia. In Sicilia i Cavalieri Ereditari derivarono dai Cavalieri dellordine del Cingolo Militare, di cui si ha la prima traccia in un diploma del 1088. Essi erano detti anche Militi Regii o Militi Aurati, perch investiti personalmente dal Re e perch i principali oggetti del loro corredo erano doro o dorati. La trasmessibilit del Cavalierato era a tutti i discendenti, e talvolta a tutti i discendenti dei due sessi. Dei Militi feudatari si perdette la memoria perch con lintroduzione in Sicilia dei titoli di Marchese, Duca, Principe (v. n. 20 N), molti Militi si elevarono alla classe dei titolati, ed i soli Militi che sopravvissero furono gli ultrogeniti dei titolati e feudatari, ancorch non si dedicassero pi alle armi. stata lanciata in tempi pi recenti la proposta per lammissione del riconoscimento del Cavalierato Ereditario ai rappresentanti attuali in linea retta dei Militi regii, come stato fatto per il Piemonte. In Sardegna per il R. Editto 24 giugno 1823 si accordava il diploma di Cavalierato e Nobilt a coloro che fondavano in uno dei due Collegi dei Nobili dellisola due piazze perpetue. Vedi LODDO CANEPA, Le prove nobiliari nel Regno di Sardegna in Ad A. Luzio, Gli Archivi di Stato, vol. II, pag. 123, Firenze 1933.

Titolo di Nobile Lart. 5 del nuovo ordinamento contempla il titolo di Nobile in significato doppio: o come titolo specifico attribuito a persona che ne investita, o come titolo generico comune agli insigniti di ogni altro titolo nobiliare. Il regolamento del 1896 allart. 42 stabiliva che il titolo in questione era attribuito: a) a coloro che sono in possesso della nobilt ereditaria e non hanno altra qualificazione nobiliare o patriziale; b) alle famiglie che ne ottennero speciale concessione; c) agli ultrogeniti delle famiglie titolate, con laggiunta del titolo e predicato del primogenito, preceduto dal segnacaso dei . Quando i titoli del primogenito sono parecchi, agli altri ultrogeniti non si attribuisce la qualificazione generica che di un solo titolo o predicato seguendo le speciali tradizioni locali o familiari. Pi complete ad ogni modo sono le disposizioni del nuovo ordinamento, dato che larticolo 5 va integrato dagli articoli 25 e 57 che stabiliscono che i discendenti di ambo i sessi per linea retta maschile dellintestatario, allepoca della abolizione della feudalit, di un feudo nobile con piena giurisdizione, non decorato da titolo, possono ottenere il riconoscimento del titolo di Nobile e del predicato ex feudale da aggiungere al cognome preceduto dal segnacaso di (art. 25). Agli

ultrogeniti delle famiglie insignite di titoli primogeniali attribuito, oltre alla semplice nobilt, il diritto di aggiungere al cognome lappellativo del titolo e predicato del primogenito, preceduto dal segnacaso dei. Quando i titoli o predicati primogeniali sono parecchi, gli ultrogeniti aggiungono dopo il segnacaso dei lappellativo di quel titolo o predicato che fa parte del nome duso della famiglia, salva diversa tradizione familiare, da riconoscersi dalla Consulta (art. 57). Questi principi derivano dal fatto storico, come stato accennato sopra, che potevano esservi feudi non titolati, e che il titolo nella generalit delle leggi feudali, era connesso nei primi tempi al feudo titolato, e siccome questo non si divideva fra i figli del concessionario, ma si devolveva al maschio primogenito, cos il titolo veniva attribuito solo a chi succedeva nel feudo54 .
---------------------------------------------------------------------------------------------------------------54 - In Sardegna oltre quanto stato detto (v. n. 19 C e 41) nella prima met del XVIII secolo furono introdotte le concessioni di diplomi di Cavalierato e di Nobilt dal Governo Sabaudo per contributi notevoli alla costruzione di ponti e tronchi stradali. Con lEditto 3 dicembre 1806 venne accordato di chiedere la Nobilt mediante la prova (che si otteneva con sopraluogo) di aver piantato o innestato almeno 4000 olivi. Vedi Loddo, op. cit.

Titolo di Citt Costituisce anche titolo, quello di Citt. Per lart. 40 dellordinamento, corrispondente al 15 del regolamento del 1896, pu esser concesso il titolo di Citt a comuni insigni per ricordo o monumenti storici, che abbiano convenientemente provveduto ad ogni pubblico servizio ed in particolar modo allassistenza, istruzione e beneficenza e che abbiano una popolazione agglomerata nel capoluogo non minore di 10 mila abitanti. Il predicato Per predicato sintende lindicazione del feudo su cui appoggiato un titolo nobiliare portato da un individuo o da una famiglia, e tale predicato di spettanza di tutta lagnazione, anche se il titolo feudale sia di spettanza soltanto del primogenito55 . A volte il predicato serve a distinguere i vari rami di una stessa famiglia, e lunione del predicato principale di una famiglia col cognome costituisce quello che chiamasi nome duso della famiglia stessa. In certe regioni, come ad esempio la Sicilia, il predicato, come stato detto a proposito del titolo di signore, anzich sul feudo si poggiava a volte su uffici che venivano infeudati. Inoltre non tutti i titoli nobiliari hanno un predicato, essendovi titoli senza predicato, come quelli concessi dal Sacro Romano Impero, dagli Estensi, dai Gonzaga, dai Farnese e di solito dalla Santa Sede56 , che sono appoggiati al cognome soltanto. Lart. 36 del nuovo ordinamento stabilisce che in generale, e salva la Reale Prerogativa del motu proprio, i titoli di nuova concessione non comportano laggiunzione di predicati e debbono essere esclusi specialmente i nomi di citt e di comune e quelli di antichi feudi. Le concessioni di predicati onorifici sono riservate, soggiunge larticolo, in via eccezionale, per rimunerare coloro che con servizi eminenti si siano resi benemeriti della patria. Cos troviamo che i predicati di regioni o di citt sono stati attribuiti dal Sovrano a membri del sangue: Duca delle Puglie, degli Abruzzi. Conte di Torino, Duca di Bergamo, di Spoleto, ed eccezionalmente ad estranei, come Duca di Gaeta (v. n. 34). Per gli altri benemeriti della patria il predicato stato poggiato su localit non abitate, come Principe di Montenevoso, Marchese del Sabotino, Conte di Val Cismon.
---------------------------------------------------------------------------------------------------------------55 - Lelenco ufficiale della nobilt italiana, Roma 1934, contiene in fine un dizionario dei predicati. - V. anche DE VITIIS, Dizionario dei predicati della nobilt italiana, Napoli 1903. 56 - Per lart. 6 del R. D. 10-7-1930, n. 974, , ammessa lautorizzazione alluso nel Regno di titoli nobiliari pontifici appoggiati a predicati del territorio della Citt del Vaticano, o ad altri purch puramente onorifici (v. n. 51, 52).

Qualifiche e trattamenti (In nota: I Marchesini baldacchino, il Sovrano Ordine Militare di Malta, i quarti di nobilt) Il nuovo ordinamento allart. 50 stabilisce che ai titoli nobiliari non sono attribuite qualifiche o trattamenti senza speciale concessione del Re, e i riconoscimenti gi ottenuti sono privi di effetto. Si distinguono le qualifiche dai trattamenti57 . Sono qualifiche le espressioni donore connesse al godimento di un titolo nobiliare o di una alta carica. Le qualifiche possono essere adoperate da coloro che ne sono insigniti.

Sono da considerarsi qualifiche, in base allart. 52 dellordinamento, modificato dal R. D. 14 febbraio 1930, n. 101, quelle di Don e di Donna premesse al nome di battesimo, nonch quelle di Nobil Uomo e di Nobil Donna, queste due ultime mantenute ai Patrizi Veneti. La qualifica di Donna attribuita alle consorti dei personaggi compresi nelle categorie prima e seconda dellordine delle precedenze a corte e nelle funzioni pubbliche, approvato con R. D. 16 dicembre 1927, n. 2210, integrato dal R. D. 28-11-1929, n. 2029, e modificato coi RR. DD. 18 gennaio 1929, n. 14, 22 dicembre 1930, n. 1757, 18 ottobre 1934, n. 1730. Appartengono alla 1a categoria: il Capo del Governo Primo Ministro Segretario di stato, i Cavalieri dellOrdine Supremo della SS. Annunziata; alla 2a categoria: i Presidenti del Senato del Regno e della Camera dei deputati, i Ministri Segretari di stato, il Segretario del P. N. F., i Sottosegretari di stato, i Marescialli dItalia, il Grande Ammiraglio, il Presidente della Reale Accademia dItalia, i Ministri di stato, il Ministro della casa di S. M. il Re, il Prefetto di palazzo, il Primo Aiutante di campo di S. M. il Re, il Primo Segretario di S. M. il Re pel Gran Magistero degli ordini dei SS. Maurizio e Lazzaro Cancelliere della Corona dItalia, il Capo di Stato Maggiore Generale. Le qualifiche di Don e di Donna sono state mantenute: a) alle famiglie che ne abbiano avuto speciale concessione; b) alle famiglie insignite di titoli di Principe e di Duca ed alle famiglie Marchionali romane, cosidette di baldacchino58 ; c) alle antiche famiglie nobili lombarde che le ebbero gi riconosciute allepoca della revisione nobiliare ordinata dallImperatrice Maria Teresa (v. n. 19 D); d) alle famiglie sarde decorate simultaneamente del Cavalierato Ereditario e della Nobilt (v. n. 19 C, 41, 42). Le suddette qualifiche si acquistano dalle mogli di coloro che vi hanno diritto e si conservano durante lo stato vedovile. Si perdono dalle donne nubili per effetto del matrimonio. Sono trattamenti donore, aventi una certa affinit con le qualifiche, i titoli di Maest riservato alle sole persone del Re e della Regina, di Altezza Reale attribuito al Principe Ereditario, alla Principessa sua moglie, agli altri figli e alle figlie del Re, ai figli e alle figlie del Principe Reale Ereditario. Al Principe della Reale Casa che sia stato Reggente del regno spetta a vita il trattamento di Altezza Reale. Ai nepoti del Re, figli di Principe fratello ed ai figli e discendenti dai nepoti del Re e del Principe Reale Ereditario di ambo i sessi dato il trattamento di Altezza Serenissima. Alle consorti dei Principi della Reale Famiglia dato il trattamento del Principe marito (art. 1 a 9 R. D. 1 gennaio 1890). trattamento donore quello Nostri Cugini del Re attribuito ai Cavalieri dellOrdine Supremo della SS. Annunziata, quello di Altezza Eminentissima riconosciuta in Italia dallart. 51 dellordinamento Nobiliare al Gran Maestro del Sovrano Ordine Militare di Malta59 , di Eccellenza riconosciuto dal R.D. 28-11-1929, n. 2029, ai Bal di giustizia dellordine predetto per la lingua dItalia, e quello di Eccellenza attribuito ai personaggi compresi nelle prime quattro categorie dellordine delle precedenze a corte, che rivestono la dignit di grandi ufficiali dello stato, ed indicati nel R. D. 22-12-1930, n. 1757, nonch alle consorti del Capo del Governo e dei Cavalieri dellOrdine della SS. Annunziata. Le prime due categorie sono state sopra specificate. Alla 3a categoria appartengono: il Primo Presidente della Corte di Cassazione, il Presidente del Consiglio di Stato, il Procuratore generale della Corte di Cassazione, il Presidente della Corte dei Conti, il Presidente del Tribunale speciale per la difesa dello stato, lAvvocato generale dello stato, gli Ambasciatori di S. M. il Re, i Governatori delle Colonie, il Capo di Stato Maggiore dellEsercito, il Capo di Stato Maggiore della R. Marina, il Capo di Stato Maggiore della Aeronautica, il Comandante generale della M. V. S. N., i Generali di armata, gli Ammiragli di armata, i Generali comandanti designati di armata, gli Ammiragli designati di armata, il Capo di Stato Maggiore della M. V. S. N., il Governatore di Roma. Alla 4a categoria appartengono: i Vice Presidenti del Senato del Regno, i Vice Presidenti della Camera dei Deputati, i Vice Presidenti della Reale Accademia dItalia, il Presidente del

Consiglio Superiore della marina, il Capo della polizia, i Generali di Corpo darmata, gli Ammiragli di squadra e gradi corrispondenti della R. Marina, i Generali di squadra aerea, i Comandanti di zona aerea territoriale, i Prefetti in sede, i Primi Presidenti di Corte dappello, i Procuratori generali di Corte dappello, il Presidente del tribunale supremo militare, lAvvocato generale presso il tribunale supremo militare, il Procuratore generale presso il Tribunale speciale per la difesa dello stato, i Presidenti di sezione del Consiglio di Stato, i Presidenti di sezione della Corte di cassazione e gradi equiparati, i Presidenti di sezione della Corte dei conti, il Vice Avvocato generale dello Stato, gli Accademici dItalia. Il trattamento di Altezza, secondo la tradizione italiana non suole esser fatto a persone private, anche se insignite di alte dignit, perch serve a contraddistinguere il potere sovrano al quale inerente ed esclusivo. Risulta riconosciuto pur tuttavia tale trattamento a famiglie italiane, fregiate, per concessione del Sacro Romano Impero o semplicemente dellImpero Austro-ungarico, del titolo di Principe al quale va annesso per solito anche il trattamento di durchlaucht. Questo titolo di Principe con lannesso trattamento spetta anche ad Arcivescovi e Vescovi di sedi gi sottoposte allAustria, e tornate a far parte del Regno dItalia. Sennonch come ha rilevato il Rivera60 la parola durchlaucht, sia in Austria che in Germania, significa, tradotta letteralmente, eminente, illustre, e corrisponde, non ad Altezza, ma al nostro illustrissimo, nelluso che di esso si faceva un tempo in Italia assai moderato e che era dato a grandi feudatari e ai Vescovi. Essa ricorda la antica qualifica di Magnifico61 , quella di Signoria. Alla nostra parola Altezza corrisponde in modo preciso il tedesco hoheit, sia letteralmente che nelluso generale e aulico. Occorre infine far cenno della differenza che si riscontra nellordinamento e nelluso comune fra distinzioni nobiliari ed attributi nobiliari. Sono distinzioni, come risulta dallart. 4 dellordinamento: i titoli, i predicati, le qualifiche, gli stemmi. Si intendono per attributi, come rilevasi dagli art. 126 e 127 dellordinamento, i predicati, le qualifiche e gli stemmi in contrapposto ai titoli62 ).
---------------------------------------------------------------------------------------------------------------57 - SABINI, op. cit., pag. 70. 58 - Sono famiglie Marchionali romane di baldacchino quelle Costaguti, Patrizi-Naro, Theodoli, feudatarie del Patrimonio di S. Pietro che godono il privilegio riservato dalla S. Sede ai principi, cardinali ed ambasciatori di avere in una sala del loro palazzo una specie di baldacchino di velluto rosso, sotto il quale esposto il ritratto del Pontefice regnante e trovasi una sedia con i braccioli volti verso il muro, per significare che essa riservata soltanto al Pontefice quando si degnasse di visitare quella casa. Anche la famiglia comitale Soderini gode di questo privilegio dei Marchesi di baldacchino, Gregorio XVI nel 1842 nel creare Marchese il conte Riccini gli concesse il privilegio dei Marchesi di baldacchino. Questa usanza dei Marchesi di baldacchino fu presa in Roma dopo il secolo XVII per imitare il costume dei Grandi di Spagna, e si conservata, fino ai nostri tempi. I Marchesi di baldacchino presero il don ad imitazione dei Principi, e timbrarono il loro scudo con la corona a 5 fioroni alternati da 9 punte perlate. Vedi in proposito ANTONELLI, I Marchesi di baldacchino, in Riv. Araldica, 1903, pag. 75. 59 - Il Sovrano Ordine Militare di S. Giovanni di Gerusalemme detto di Malta indipendente e non pi pontificio, dopo che il Papa Leone XIII con breve 28 marzo 1879 ristabil il grado di Gran Maestro dellordine stesso, rimasto vacante dal 1805. Esso dal Governo Italiano riconosciuto come ordine italiano, dato che taluni suoi membri e la rappresentanza del Gran Magistero, per effetto del R. D. 28-11-1929, hanno avuto assegnato un apposito posto nellordine delle precedenze a corte e nelle funzioni pubbliche. Per luso delle insegne dellordine nel regno non occorre alcuna autorizzazione. Circa la sua organizzazione, in base agli ultimi statuti del 12 aprile 1921, i membri dellordine si dividono in due categorie: membri professi o regolari e membri non professi. Appartengono alla la categoria: il Gran Maestro, i Bal Gran Croce di giustizia, i Bal professi, i Commendatori professi, i Cappellani conventuali, i Cappellani di obbedienza magistrale, i Cappellani, i Donati di giustizia (il nome di Donato deriva dal fatto che coloro che richiedevano di essere ammessi allordine dovevano, in passato, aver presentato, cio donato, una parte dei propri beni alla religione). Appartengono alla 2a categoria i Bal Gran Croce di onore e devozione, le Dame decorate della croce di onore e devozione, i Gran Croce magistrali, i Cavalieri magistrali, gli Ecclesiastici decorati della croce doro pro piis meriti, i Donati di devozione, 1a, 2a e 3a classe. I membri professi devono aver pronunziato i voti solenni, i non professi non pronunziano voti. I Cavalieri di giustizia e quelli di onore e devozione devono possedere determinati requisiti di nobilt generosa, che per la giurisdizione, detta Lingua dItalia, sono quattro quarti di nobilt nelle famiglie del padre, della madre, dellavo paterno e materno, per non meno di duecento anni e quindi per non meno di 5 generazioni. Dellanzidetta nobilt bisogna dare la prova. La croce di Cavaliere magistrale conferita dal Gran Maestro, di regola a persone nobili, ma mancanti dellintera nobilt richiesta per i cavalieri di onore e devozione, o a persone di elevata posizione sociale per meriti particolari verso lordine. La Gran croce magistrale concessa raramente, quando questi meriti siano in grado assai pi spiccato. La croce doro pro piis meritis concessa ai sacerdoti benemeriti dellordine. I Donati di devozione nelle tre classi devono aver prestato servizi pi o meno considerevoli allordine, devono appartenere a famiglie distinte e non hanno altro obbligo che quello di associarsi alle opere umanitarie dellordine. Le Dame congiunte in matrimonio con Cavalieri di onore e devozione possono aver concessa la gran croce o la croce dal Gran Maestro di motu proprio o su proposta per motivi speciali o per servizi eccezionali prestati nellordine dalla signora o dal marito. Nessuno, eccetto le signore, pu essere ammesso nellordine senza farne domanda per iscritto. Le decorazioni dellordine non possono usarsi per diritto ereditario. Lordine per la Lingua dItalia diviso nei tre grandi priorati di Roma, di Lombardia e Venezia, e delle Due Sicilie. Lo studio pi completo sullordine quello del conte BERTINI FRASSONI, Il Sovrano Militare Ordine di San Giovanni di Gerusalemme detto di Malta, Roma 1929, il quale contiene lo spoglio dei processi delle prove di nobilt dei Cavalieri di giustizia e di quelli di onore e devozione della Lingua dItalia. - Vedi anche ROSSI, Malta (ordine di) in Enciclopedia Italiana, 1934. La frase anzicennata quarto di nobilt serve ad indicare uno dei 4 cognomi dei gradi pi stretti di parentela di una persona, quello cio del padre; quello della madre, quello della madre del padre (cio ava paterna), quello della madre della madre (cio ava materna). Essa deriva dal costume che avevasi di porre ai 4 angoli della piet sepolcrale o separatamente le armi di ciascuna delle 4 famiglie che rappresentavano quella del padre, della madre, dellava paterna e dellava materna, oppure di porre tutte le 4 armi riunite insieme in uno scudo in cima alla pietra tombale. La prova della nobilt dei 4/4 costituita da quella nobilt che dal petente attraverso il padre e la madre risale fino allavo e allava paterni, allavo e allava materni inclusi, che dovevano essere tutti nobili. La prova della nobilt di 8/4 costituita da quella nobilt che risale dal petente agli 8 bisavi e bisave inclusi dal lato paterno e materno insieme che dovevano essere tutti nobili. La prova di 16/4 di nobilt costituita da quella nobilt che risale dal potente ai 16 trisavi e trisave inclusi dal lato paterno e materno insieme che dovevano essere tutti nobili. 60 - RIVERA, Lopera della Consulta cit., pag. 75. 61 - DEL BUE, op. cit. Del predicato di magnifico o di molto magnifico. 62 - SABINI, Lordinamento cit., pag. 72.

Manifestazioni della R. Prerogativa - Provvedimenti Sovrani di grazia Gli art. 6 a 11 dellordinamento nobiliare stabiliscono le forme che assumono in modo concreto le manifestazioni della Sovrana Prerogativa. Anzitutto i provvedimenti nobiliari si distinguono in provvedimenti sovrani di grazia e provvedimenti governativi di giustizia (art. 6). Sono provvedimenti di grazia quelli emanati dal Sovrano nellesercizio della sua facolt derivanti dallart. 79 dello statuto. Detti provvedimenti possono essere di motu proprio o su proposta del Capo del Governo. Quelli di motu proprio agli effetti fiscali danno diritto alla riduzione ad un terzo delle tasse erariali 63. Per lemanazione dei provvedimenti di Sovrano motu proprio che riguardino predicati o stemmi prescritto che sia previamente sentito il Commissario del Re presso la Consulta Araldica, che rappresenta il consulente tecnico, indipendente ed obbiettivo della Corona (v. n. 102). Al Commissario devono essere prontamente comunicati anche gli altri provvedimenti di sovrano motu proprio (art. 7). I provvedimenti di grazia sono distinti in concessione, rinnovazione, riconoscimento, autorizzazione, assenso (art. 10). I provvedimenti di grazia, sia di motu proprio del Sovrano che su proposta del Capo del Governo, sono emanati mediante decreto reale, controfirmato dal Capo del Governo, per il principio della irresponsabilit sovrana. Per gli art. 53 e 125 dellordinamento dello stato civile 15 dicembre 1865 n. 2602 i decreti di concessione di titoli di nobilt e di predicati debbono essere annotati in margine allatto di nascita e trascritti64 . Alla persona o ente in favore del quale stato emanato il decreto reale in materia nobiliare o araldica, dopo che essa abbia pagato le relative tasse, viene spedito un diploma sotto forma di lettere patenti sottoscritte dal Re e dal Capo del Governo, a titolo di documento della avvenuta concessione65 . Dei precedenti storici circa il rilascio del diploma fatta parola al n. 70. I provvedimenti di grazia hanno il carattere di atti discrezionali del Sovrano, e nel caso che da parte Sua siano negati non si pu contro la denegazione esperire alcun ricorso. Nel caso invece di provvedimenti di grazia favorevoli da parte del Sovrano, il terzo, che si ritiene leso in un suo diritto dal provvedimento adottato, pu ricorrere avanti lautorit giudiziaria, come meglio detto al n. 120. Per tutti i provvedimenti sia di grazia che di giustizia, ad eccezione di quelli emanati di motuproprio del Re, necessario il preventivo parere della Consulta o della Giunta Araldica (art. 7, vedi n. 97, 98, 99).
---------------------------------------------------------------------------------------------------------------63 - R. D. 30.12.1923, n. 3279, tab. A n. 13. 64 - Lindicazione dei titoli nobiliari negli atti dello stato civile rientra nelle indicazioni permesse dal legislatore, qualora i titoli risultino iscritti nei Libri Araldici (v. n. 105), ma non si pu colla procedura della rettificazione aggiungersi in un atto di nascita gi compilato un titolo nobiliare omesso (C. App. Firenze 7 gennaio 1931; PERUZZI. Riv. Amm. 1931, 506. 65 - Cass. Regno, 17 luglio 1931, Bonanno contro Federico in Settim. cass., 1931, 1889. La restituzione alla Consulta Araldica del diploma di nobilt non costituisce revoca, essendo necessario che la Consulta emetta altro decreto che dia alla avvenuta restituzione il significato di rinuncia.

La concessione La concessione latto col quale il Sovrano di motu-proprio o su proposta del Capo del Governo, d origine ad un nuovo titolo, predicato, qualifica o stemma nobiliare. La concessione costituisce cos la forma originaria dacquisto delle distinzioni nobiliari che vengono create ex novo. La rinnovazione La rinnovazione latto col quale il Sovrano fa rivivere un titolo o un predicato estintosi per mancanza di chiamati alla successione. Qui abbiamo che il titolo o predicato esistevano, ma si erano estinti per mancanza di persone che potevano essere chiamate alla successione, e quindi titolo e predicato erano tornati alla Corona dalla quale erano stati emanati. Il Sovrano con la rinnovazione li concede a persona che non poteva succedere alla famiglia, che ne aveva il godimento, ma che con la famiglia estinta, ai fini della successione nobiliare, aveva legami di parentela ed identit di cognome. Qui non si ha la creazione ex novo del titolo o del predicato, ma questi vengono fatti rivivere dal Sovrano in altre persone che prima non potevano succedere. Il riconoscimento Il riconoscimento latto col quale il Sovrano concede sanatoria per qualche lacuna o deficienza che si riscontri nella prova di antiche concessioni, o nel passaggio di titoli, predicati o stemmi

nobiliari (v. n. 114, 116). Lintervento sovrano si giustifica col fatto che il possessore di queste distinzioni non pu legittimamente farne uso, non potendo offrire la prova legale del trapasso in lui o in antenati delle distinzioni stesse, che avrebbero dovuto ritornare alla Corona, la quale mediante il riconoscimento le fa invece rivivere legittimamente. Questo riconoscimento viene chiamato attributivo66 per distinguerlo da quello di giustizia, di ugual nome, che effettuato con provvedimento del Capo del Governo (v. n. 54). Nel regolamento del 1896 allart. 26 si chiamava riconoscimento latto governativo col quale era dichiarato legale un titolo, predicato o stemma. Il riconoscimento si eseguiva con atto sovrano quando si doveva sanare qualche parte difettosa nella dimostrazione del legittimo possesso e quando il possesso si fondava sulluso pubblico e pacifico di un titolo o predicato non feudale per quattro generazioni anteriori a quella del richiedente, e con atto governativo se luso del titolo o predicato non feudale risaliva ad oltre quattro generazioni anteriori a quella del chiedente. Di questultimo punto si parla al n. 71.
---------------------------------------------------------------------------------------------------------------66 - SABINI, Lordin. cit., pag. 75.

Lautorizzazione. I titoli della Repubblica di S. Marino. Lautorizzazione, secondo gli articoli 1 lett. c) e 10 lett. d) dellordinamento latto col quale il Re consente che un cittadino italiano accetti un titolo, predicato od altro attributo nobiliare da una potenza estera o usi titoli onorifici; senza qualifiche o predicati territoriali, concessi dai Sommi Pontefici dopo il 20 settembre 1870. Dei titoli pontifici il cui trattamento ha subito modifiche per effetto del R. D. 10 luglio 1930, n. 974, si parla ai nn. 51 e 52. Nel regolamento del 1896 lautorizzazione era chiamata conferma, mentre lart. 80 dello statuto parla di autorizzazione sovrana. Il ripristinare lantica formula di autorizzazione sembra cosa esatta, dappoich serve a rafforzare il concetto che il Sovrano dello stato di cui il cittadino fa parte solo la fonte degli onori, di cui il cittadino stesso pu godere, e che il conferimento di titoli ed altri attributi nobiliari stranieri non altro che una forma di designazione al Sovrano nazionale di benemerenze acquistate dal designato. La richiesta di autorizzazione pu o non essere accolta, e riveste il carattere della discrezionalit da parte del Sovrano, il quale nel concederla o non tiene conto di circostanze varie, sia di natura personale del designato circa le di lui benemerenze, qualit morali, posizione sociale, sia politiche nei riguardi dello stato estero che ha concesso la distinzione, sia nei riguardi delle disposizioni nobiliari vigenti nel regno. Contro la negata autorizzazione non pu esperirsi ricorso alla autorit giudiziaria. Per espressa disposizione (art. 28) non autorizzata laccettazione di titoli nobiliari concessi dalla Repubblica di S. Marino dopo il 1860. Per essi ad un periodo di quasi incondizionato riconoscimento del titolo di Marchese nel 1878, del Patriziato nel 1886, come dice il Gorino67 subentrata la prescrizione del diniego assoluto, nonostante che le patenti di S. Marino siano ammesse dallOrdine di Malta come prova di nobilt generosa per ottenere la croce di giustizia. Tale prescrizione determinata forse da ragioni contingenti di convenienza pratica, in conseguenza della credenza formatasi che la Repubblica fosse larga nelle concessioni, veniva a vulnerare la sovranit dello stato sammarinese, riconosciuto dalla stessa Italia, per cui una pi esatta valutazione del diritto araldico di S. Marino dovette prevalere, dato che dal Bollettino ufficiale della Consulta Araldica si rileva essere stati effettuati fin dal 1930 riconoscimenti, con provvedimento di giustizia mediante decreto del Capo del Governo, di titoli di concessioni relativamente recente. Cos i titoli nobiliari di S. Marino vengono ad avere lo stesso trattamento di quello concesso ai titoli degli stati italiani preunitari.
---------------------------------------------------------------------------------------------------------------67 - GORINO, op. cit., pag. 61, 62. I titoli concessi dalla Repubblica erano di Duca, Marchese, Conte, Barone, con predicato o senza, Patrizio ereditario o personale. La concessione del patriziato personale fu effettivamente larga. Con senato-consulto dell11 luglio 1907 venne stabilito che da quel giorno non sarebbero stati pi concessi n il titolo di Patrizio n quello di Barone, Conte, Marchese e Duca, salvo per i diritti gi acquistati da coloro che li avessero avuti precedentemente e che ne avrebbero seguitato a godere secondo le relative concessioni. La successione sanmarinese per maschi da maschi per linea e per ordine di primogenitura per i titoli specifici, salvo qualche caso di trasmissibilit a tutti i maschi; per i patriziati devoluta ai discendenti legittimi e naturali di ambo i sessi per continuata linea retta mascolina. Vedi PERSICHETTI Ugolini, I titoli nobiliari della Serenissima Repubblica di San Marino, Riv. Aral., 1926-1927. .

I titoli nobiliari pontifici prima del 1929 Per quanto riguarda i titoli nobiliari pontifici, gli art. 1 lett. c) e 10 lett. d) dellordinamento li fanno rientrare sotto il provvedimento dellautorizzazione sovrana, ma con diversa dizione, non come autorizzazione ad accettare, ma come autorizzazione al cittadino italiano alluso di titoli onorifici,

senza qualifiche o predicati territoriali, concessi dai Sommi Pontefici dopo il 20 settembre 1870. Inoltre lart. 35 dellordinamento stabilisce che lautorizzazione reale ad usare titoli concessi dai Sommi Pontefici dopo il 1870 potr esser data nei singoli casi nei limiti del breve di concessione, giusta le norme stabilite dal R. Governo. Queste disposizioni sono state modificate, per effetto del concordato, con R. D. 10 luglio 1930, n. 974. Prima di esporre le modifiche suddette da fare un breve cenno sul diritto araldico pontificio. Il Pontefice68 prima del 1870 riuniva in s la duplice qualit di capo dello Stato pontificio e di capo della Chiesa cattolica, venendo ad essere cos lorgano di due specie di rapporti con gli stati: rapporti di natura religiosa come capo della Chiesa, e rapporti di natura giuridica e politica come capo dello Stato pontificio. Quindi nella sua duplice qualit egli era fonte della nobilt da lui creata. Nel 1870 il Pontefice fu privato del potere temporale e con la legge del 13 maggio 1871, numero 214 sulle guarentigie gli furrono resi dal governo italiano nel territorio del regno gli onori sovrani, mantenute le preminenze donore riconosciutegli dai sovrani cattolici, concesse tutte le prerogative onorifiche della sovranit e tutte le immunit necessarie per ladempimento del suo altissimo ministero. Senonch fra queste prerogative onorifiche, di una delle pi rilevanti, perch integra uno dei pi importanti attributi della sovranit, quella di concedere titoli nobiliari e onorificenze cavalleresche, non venne fatta menzione nella legge, per cui sorse il problema se il Pontefice avesse, anche dopo la caduta del potere temporale, la facolt di conferire titoli nobiliari. In proposito bene ricordare69 che, anche prima del 1870, non sempre il Pontefice conferiva le onorificenze, e i titoli nobiliari nella sua qualit di Capo territoriale dei suoi stati, dato che anche quando faceva concessioni a stranieri egli agiva nella sua qualit di Capo spirituale della Chiesa, e per ricompensare benemerenza verso la Chiesa. Esempio storico tipico quello della concessione da parte di Pio IV del titolo di Granduca di Toscana a Cosimo I il grande, Signore di Firenze. Per tale ragione i Pontefici dopo il 1870, pur venuta meno la potest temporale, continuarono a concedere titoli nobiliari e onorificenze, in virt della loro sovranit di natura spirituale e di carattere internazionale, e nessuna disposizione venne mai emanata dallo stato italiano, perch di essi non si facesse uso nel regno. Negli altri stati cattolici dopo il 1870 si continu nei riguardi dei titoli nobiliari e delle onorificenze pontificie a fare lo stesso trattamento di prima. Qualora i titoli nobiliari e le onorificenze pontificie fossero ritenuti concessi da potenza estera si sarebbe potuto chiedere dagli investiti lautorizzazione sovrana alluso, in virt degli articoli 80 dello statuto e 16 del R. D. 8 maggio 1870 che approva il regolamento per la Consulta Araldica. Sta di fatto per che non risulta che fra il 1870 e il 1924 il Governo Italiano sia intervenuto per autorizzare luso di titoli nobiliari pontifici, mentre per le onorificenze pontificie consent la autorizzazione con la procedura delle onorificenze estere, mediante istanza diretta al Ministro degli Esteri. Si venne cos a creare una disparit di trattamento fra titoli nobiliari e onorificenze, e a ritenere che il Pontefice non avesse avuto pi la potest di concedere titoli nobiliari, perch non pi sovrano territoriale e nellesercizio attuale del suo potere, e non venne tenuto conto della potest di farlo come sovrano spirituale di carattere internazionale. Per le onorificenze si ritenne che la potest della concessione sarebbe rimasta invece nel Pontefice anche senza lesercizio della sovranit territoriale attuale, poich la conserva anche il sovrano spodestato per i suoi ordini gentilizi, e non per quelli di corona, dei quali perde il gran magistero, perch facenti parte del patrimonio araldico dello stato70 . Solo nel novembre 1924 il Consiglio dei Ministri con speciale deliberazione, resa nota a mezzo di circolare diretta ai Prefetti stabil che i cittadini italiani insigniti di titoli nobiliari pontifici posteriormente al 20 settembre 1870 potessero chiedere di far uso dei titoli loro concessi mediante Decreto Reale di riconoscimento. E poich tale forma di riconoscimento importava il pagamento integrale delle tasse secondo la tariffa fissata dal R.D. 30-12-1923, n. 3279 per la conferma dei titoli esteri, e quindi in misura elevata, con R. D. Legge 11 ottobre 1925, n. 1794, per facilitare la richiesta di riconoscimento, venne stabilito che per i Decreti Reali di autorizzazione alluso legittimo nel regno dei titoli nobiliari concessi dai Sommi Pontefici dalla fine del 1870 a tutto il 1924 era data facolt al Ministro delle Finanze di ridurre ad un terzo, caso per caso e tenuto conto

della condizione economica degli investiti, ed entro il 31 dicembre 1926, la misura delle tasse prescritte. Dal 1 gennaio 1925 i decreti reali di autorizzazione sarebbero stati sottoposti alle tasse ordinarie. Cos nellordinamento nobiliare del 1929 allart. 35 venne stabilito che lautorizzazione Reale ad usare titoli nobiliari concessi dai Sommi Pontefici dopo il 1870 avrebbe potuto esser data nei singoli casi nei limiti del breve di concessione, giusta le norme stabilite dal R. Governo71 .
---------------------------------------------------------------------------------------------------------------68 - GORINO, op. cit., pag. 28. 69 - GORINO, op. cit., pag. 29. 70 - GORINO, op. cit., pag. 35. 71 - Lelenco dei titoli nobiliari (principe, duca, marchese, conte, barone) concessi dai Sommi Pontefici dopo il 1870, ed autorizzati alluso nel regno, riportato nel Boll. uff. della Consulta Araldica, 1931, n. 41, pag. 155-172.

I titoli nobiliari pontifici dopo il Concordato Lateranense. (In nota: Il titolo di Conte conferito agli Arcivescovi e Vescovi assistenti al Soglio Pontificio) . Sennonch l11 febbraio 1929 venivano sottoscritti fra lItalia e la Santa Sede il Trattato del Laterano per la risoluzione della questione romana, e fra lItalia e il Pontefice, nella sua qualit di Capo della Chiesa, il concordato, diretto a regolare le condizioni della religione e della Chiesa in Italia. Nel Concordato veniva stabilito allart. 41 che lItalia autorizza luso nel Regno e nelle sue Colonie delle onorificenze cavalleresche pontificie mediante registrazione del breve di nomina da farsi su presentazione del breve stesso e domanda scritta dellinteressato, e allart. 42 che lItalia ammetter il riconoscimento mediante Decreto Reale dei titoli nobiliari conferiti dai Sommi Pontefici anche dopo il 1870 e di quelli che saranno conferiti in avvenire. Saranno stabiliti casi nei quali il detto riconoscimento non soggetto in Italia al pagamento di tassa. In esecuzione di detti due articoli fu emanato il R. D. 10 luglio 1930, n. 974, contenente disposizioni relative alluso delle onorificenze degli ordini equestri e dei titoli nobiliari pontifici. Per quanto riguarda le onorificenze agli art. 2 e 3 venne stabilito che le autorizzazioni a fregiarsi nel Regno e nelle Colonie delle onorificenze degli ordini pontifici sono concesse ai cittadini italiani e ai cittadini dello Stato della Citt del Vaticano con Decreto Reale e diploma della Presidenza del Consiglio dei Ministri, previa presentazione di domanda indirizzata al Capo del Governo, corredata dalla bolletta di versamento della tassa prevista per le onorificenze estere e dal breve pontificio originale o in copia autentica, o da un attestato rilasciato dalla Segreteria di Stato comprovante il diritto al titolo. Con le medesime modalit ed alle stesse condizioni anziesposte venne concessa lautorizzazione alluso nel Regno e nelle Colonie delle onorificenze dellordine equestre del S. Sepolcro conferite dal Patriarca di Gerusalemme. Delle onorificenze pontificie che importano nobilt stato detto sopra al n. 18. Per quanto riguarda i titoli nobiliari, venne stabilito che possono domandare lautorizzazione ad usare nel Regno e nelle Colonie titoli nobiliari pontifici i cittadini italiani e i cittadini dello Stato della Citt del Vaticano, e che sono estese alle autorizzazioni per luso dei titoli nobiliari pontifici, da parte degli stranieri residenti nel Regno, le norme degli art. 11 e 32 dellordinamento nobiliare circa luso da parte degli stranieri stessi dei titoli concessi da potenze estere (art. 5). I titoli nobiliari pontifici pei quali ammessa lautorizzazione alluso sono quelli di Principe, Duca, Marchese, Conte72 , Visconte, Barone e Nobile. Essi a modifica di quanto stabilito allart. 1 lett. c) dellordinamento nobiliare, possono essere o appoggiati sul cognome o a predicati del territorio della Citt del Vaticano, o ad altri, purch puramente onorifici. Luso dei titoli e dei predicati anzidetti autorizzato con provvedimento Sovrano con le stesse condizioni di trasmissione contemplate nel breve pontificio di concessione (articolo 6). Lautorizzazione alluso dei titoli nobiliari fatta con Decreto Reale di autorizzazione, seguito da Regie Lettere Patenti (art. 9). I provvedimenti di autorizzazione alluso sono soggetti al pagamento delle tasse erariali nella misura stabilita per la concessione dei corrispondenti titoli italiani.

Quando si tratta di autorizzazione concessa con Decreto Reale di motu proprio, la misura delle tasse erariali ridotta ad 1/3, e quando il breve emesso con dichiarata gratuit da parte della S. Sede, lautorizzazione emanata in esenzione totale di tasse erariali (art. 8). stato rilevato dal Gorino73 che il R. D. 10 luglio 1930 non si uniformato allart. 42 del Concordato, per il fatto che detto articolo parla di riconoscimento (sia pure attribuito), dei titoli nobiliari pontifici, mentre il decreto suindicato usa il termine autorizzazione alluso, altrimenti detto conferma. Da questa diversit di locuzione, a parte la differenza di carattere economico che sarebbe stata meno onerosa fiscalmente per gli insigniti, qualora si fosse parlato di riconoscimento (in caso di riconoscimento la tassa di 3/5 di quella stabilita per lautorizzazione o la conferma), risulterebbe che non stato tenuto conto della natura del diritto araldico pontificio, di carattere spirituale, diritto legato alla S. Sede come potest spirituale e non alla sua espressione statuale, che lo Stato della Citt del Vatican74o . In virt di tale carattere i titoli nobiliari pontifici avrebbero dovuto avere lo stesso trattamento dei titoli degli Stati preunitari del Regno dItalia, ed essere considerati come titoli italiani (art. 30 ordinamento). In contrario, osserva il Sabini 75che i titoli nobiliari pontifici anche dopo lentrata in vigore dei Patti Lateranensi, non possono essere ritenuti alla stessa stregua di quelli concessi da una Potenza estera, ma devono essere riguardati come concessi dal Pontefice come Potenza Spirituale. Ci dimostrato anche dal fatto che, pur essendo identica la natura del provvedimento, e cio il Decreto Reale di autorizzazione, tanto per i titoli concessi da una Potenza estera che per quelli pontifici, lautorizzazione Sovrana per i titoli esteri racchiude il consenso del Re, affinch il cittadino accetti la distinzione conferita dal governo straniero, mentre per quelli pontifici lautorizzazione riguarda non il consenso allaccettazione, ma quello alluso, presupponendosi che il cittadino possa validamente accettare una distinzione onorifica dalla S. Sede, ma di essa non possa far uso nel territorio del Regno, senza essersi munito della Sovrana autorizzazione, la quale perci deve ritenersi come latto di acquisto effettivo del titolo. Difatti, come si visto sopra, diversa la locuzione adoperata negli art. 1 c) e 10 d) dellordinamento.
---------------------------------------------------------------------------------------------------------------72 - Del titolo di Conte Palatino stata detto al n. 35. da ricordare che il titolo di Conte che la S. Sede suole conferire per antichissima usanza agli Arcivescovi e ai Vescovi, residenziali o titolari, assistenti al Roglio pontificio non un titolo nobiliare, bens una attribuzione molto simile alle diverse categorie di onorificenze non riconoscibile, n autorizzabile dallo Stato Italiano. Per un decreto della S. Congregazione Concistoriale 15 gennaio 1915, daltro canto i Patriarchi, gli Arcivescovi e Vescovi residenziali hanno espresso divieto di far uso di insegne e titoli nobiliari gentilizi, a meno che non si tratti di una dignit secolare annessa alla loro sede o dellOrdine di Malta o dellOrdine del Santo Sepolcro di Gerusalemme. Lassistenza al soglio pontificio una distinzione onorifica della Chiesa; sono assistenti al soglio i rappresentanti delle grandi famiglie romane Orsini e Colonna che godono di tale privilegio dal secolo XVI, e talune categorie di ecclesiastici, quali i Patriarchi (che sono assistenti al soglio nati) e gli Arcivescovi o i Vescovi. - GORINO, op. cit., pag. 58, 69. 73 - GORINO, op. cit., pag. 55, 56. 74 - Sembra dubbio che lo Stato della Citt del Vaticano abbia un diritto araldico proprio, cui fatto richiamo nellart. 20 della legge fondamentale della Citt del Vaticano 7 giugno 1929, non trovandosi nel Trattato del Laterano, accordo di natura internazionale alcun riferimento a tale diritto. Solo nel Concordato, accordo fra lo Stato Italiano e la S. Sede, vengono regolati i poteri della S. Sede in materia araldica, per cui da ritenere che lo Stato della Citt del Vaticano non sia succeduto nei poteri araldici a quelli tenuti dal Pontefice come Sovrano temporale prima del 1870. - Vedi GORINO, op. cit., pag. 52, 54, 56. 75 - SABINI, Lordinamento cit., pag. 84, 85.

Lassenso Lassenso latto con cui il Sovrano presta il proprio consenso ad alcuni speciali provvedimenti previsti da apposite disposizioni, e di cui si hanno tre casi: 1) Allorquando un titolo passato legittimamente per via femminile in altra famiglia, della quale venuta ad estinguersi la discendenza maschile, e si domanda che il titolo venga a tornare alla agnazione maschile della famiglia alla quale apparteneva al tempo della abolizione della feudalit, ed osservate per le nuove norme della successione nobiliare (art. 59); 2) Allorquando ad una donna maritata prima del 7 settembre 1926 siano pervenuti pi titoli, essa pu domandare che con R. Assenso le sia consentito che, dopo la sua morte, le succeda in qualcuno dei titoli ed annessi predicati il primogenito che discende da quel matrimonio, purch non si tratti del predicato che fa parte del nome di uso della famiglia (art. 60). 3) Il terzo caso quello pel quale lattuale intestatario maschile, possessore di pi titoli nobiliari, pu chiedere che in caso di sua morte senza discendenza maschile, succedano in uno dei titoli ed annessi predicati, purch non si tratti del predicato che fa parte del nome di uso di famiglia, a preferenza della propria agnazione maschile, la figlia primogenita dellunico figlio premorto, o in difetto, la figlia primogenita, e in difetto dellordine successivo la sorella

prossimiore, e, dopo la morte, la rispettiva discendenza maschile (art. 65). Come si vede, in questi tre casi trattasi di provvedimenti di carattere eccezionale, in deroga alle norme ordinarie della successione, e che possono essere accordati dal Sovrano in considerazione delle speciali circostanze che li determinano e dei caratteri dimportanza dal punto di vista delle memorie che pu avere la conservazione del titolo in quella determinata famiglia. I Provvedimenti governativi di giustizia I provvedimenti governativi di giustizia sono determinati per esclusione, e cio a dire sono tutti quelli nei quali non vi sia esercizio di Prerogativa Sovrana, e sono emanati per decreto del Capo del Governo trattandosi di riconoscimento di diritti gi esistenti, i quali trovano il loro fondamento originario in una concessione sovrana. Di un altro gruppo di provvedimenti di competenza del Capo del Governo detto di seguito (v. n. 55). Anche per i provvedimenti di giustizia vi il pagamento delle tasse. Lart. 11 cos esemplifica alcuni provvedimenti di giustizia: a) il riconoscimento della legale esistenza in una famiglia di un titolo, predicato, qualifica e stemma nobiliare e della sua devoluzione agli aventi diritto in base alle norme vigenti. Questo riconoscimento, detto dichiarativo, si differenzia dallaltro rientrante nei provvedimenti sovrani di grazia (v. n. 49), in quanto mira non ad una sanatoria sovrana, ma ad una attestazione da cui in seguito a verifica risultano esistente e legittima la concessione originaria e regolari i passaggi nei successori. Trattasi quindi di semplice declaratoria di un diritto esistente. Il riconoscimento viene effettuato con decreto del Capo del Governo. Questo riconoscimento pu essere negato dal Capo del Governo nel caso in cui non rinvenga elementi di prova sufficienti a dimostrare la legittimit attuale del diritto affermato dal chiedente, ed in tal caso questi di fronte al rifiuto che gli disconosce un preteso diritto pu adire lautorit giudiziaria contro la Presidenza del Consiglio dei Ministri per chiedere la dichiarazione di esistenza del suo diritto non riconosciutagli in via amministrativa (art. 126)76. Nel caso in cui il non accoglimento della richiesta da parte dellautorit amministrativa non importi una lesione del diritto subbiettivo del richiedente, egli potr rivolgersi al Re con nuova domanda per ottenere il riconoscimento con Decreto Reale, provvedimento questultimo che, come stato detto (v. n. 46), di carattere discrezionale, e contro del quale non pu aver luogo ricorso allautorit giudiziaria; b) lautorizzazione ad usare nel Regno titoli, predicati, qualifiche o stemmi nobiliari concessi o riconosciuti da una Potenza estera ai propri sudditi, siano questi o i loro successori tuttora stranieri residenti nel Regno, o divenuti in seguito cittadini italiani. Lo stesso dicasi dei titoli nobiliari pontifici concessi a stranieri residenti nel Regno; c) lautorizzazione ad uno straniero di usare titoli, predicati, qualifiche o stemmi nobiliari italiani legittimamente pervenutigli. Queste due ultime forme di autorizzazione non trovano riscontro nel regolamento del 1896. Sintende che la prima di queste forme di autorizzazione non occorre, per il disposto dellart. 30 dellordinamento, qualora si tratti di cittadini che prima dellunificazione italiana erano stranieri (es. austriaci) e che divennero cittadini italiani in seguito allannessione delle nuove province, ed i cui titoli concessi dai Sovrani stranieri sono considerati italiani o ad essi equiparati. Lultimo caso c) riguarda titoli italiani concessi a cittadini italiani, divenuti successivamente stranieri, come nel caso di Nizza e Savoia, o di titoli italiani pervenuti per discendenza in possesso di cittadini stranieri. Anche in questi due casi lautorizzazione di competenza del Capo del Governo, il quale per la sua posizione in grado di valutare le condizioni non solo di legittimit delle distinzioni, ma anche di opportunit di concedere le chieste autorizzazioni. Non sembra accoglibile lopinione del Sabini77 che in questi ultimi casi b), c) si tratti non di facolt discrezionali del Capo del Governo di concedere o no la autorizzazione, ma di attribuzione di verifica della legittimit della concessione, e dei successivi trapassi.
---------------------------------------------------------------------------------------------------------------76 - C. app. Palermo, 2 luglio 1931, Perez c. Federico, Foro Sic., dic. 1932, 42. inammissibile lazione promossa da un cittadino per dimostrare il suo diritto ad un titolo nobiliare, se gi prima con decreto ministeriale era stata disattesa listanza da lui proposta per ottenere le lettere patenti di Regio assenso.

77 - SABINI, Lordin. cit., pag. 141.

I provvedimenti governativi di giustizia e la R. Prerogativa Oltre i tre casi anziesposti di provvedimenti governativi di giustizia (n. 54), sono egualmente di competenza del Capo del Governo i provvedimenti previsti dagli art. 22, 25, 31, 32, 38, 66, 68, dellordinamento nobiliare, di cui appresso sar detto, i quali per la natura della materia dovrebbero rientrare nellesercizio della Prerogativa Sovrana. In questi casi si tratta, per lo pi, dellesercizio di facolt discrezionale, che si risolve non nella dichiarazione o affermazione di un diritto attualmente esistente, ma in una vera e propria attribuzione di altri diritti aventi con quello invocato affinit, o in favore di chi si trova nella condizione di non poter provare una concessione di limitata importanza78. Queste attribuzioni sono conferite al Capo del Governo direttamente dalla legge, e non per presunta delega del Sovrano, dato il loro carattere discrezionale, che richiede, a volte, accertamenti e valutazioni di carattere politico, che opportuno siano fatte dal Capo del Governo che responsabile verso il Re dellindirizzo politico generale, oppure dato che trattasi di provvedimenti di limitata importanza da non giustificare lintervento della Prerogativa Sovrana. Nessuna contraddizione esiste fra queste attribuzioni conferite al Capo del Governo e il rafforzamento della Prerogativa Sovrana, cui ispirato il nuovo ordinamento nobiliare, ove si pensi che il nuovo ordinamento costituzionale instaurato dal Fascismo ha effettuato una ripartizione di competenza fra il Re e il Capo del Governo, e ha trasferito in pratica in questultimo lesercizio effettivo di varie Prerogative Sovrane aventi riferimento allindirizzo politico che vuol attuarsi79 . La Prerogativa Sovrana non viene poi diminuita nel caso si tratti di provvedimenti, di limitata importanza, deferiti al Capo del Governo, il quale ne resta sempre responsabile di fronte al Re. Per questi provvedimenti di carattere discrezionale, in caso di rifiuto da parte del Capo del Governo ad emetterli, colui che si ritiene leso non pu esperire alcuna azione giudiziaria o adire il Consiglio di Stato, poich trattasi di provvedimenti aventi il carattere sostanziale di quelli di Regia Prerogativa, quantunque tali non siano dichiarati nellordinamento e siano attribuiti al Capo del Governo. In questi casi la sostanza vince la forma.
---------------------------------------------------------------------------------------------------------------78 - SABINI, Lordinamento cit., pag. 144 e seg. 79 - Lordinamento del Governo nel nuovo diritto pubblico italiano, Roma 1931, pag. 76, 96.

Lo stemma. (In nota: Bibliografia di stemmari) Giusta lart. 4 del nuovo ordinamento costituisce anche distinzione nobiliare lo stemma, detto anche blasone od arma gentilizia80 , che viene concesso, riconosciuto o rinnovato dal Re, o con provvedimento governativo del Capo del Governo. Lo stemma costituito da un complesso di figure, emblemi e simboli convenzionali che servono ad identificare la nobilt di una famiglia o a distinguere una nazione, una provincia, una citt, una corporazione, una famiglia non nobile. Esso consta di otto parti: scudo, timbro (elmo), corona, manto, sostegni, contrassegni (decorazioni, ancore) ornamento (cordelliere) leggenda, (divisa) 81. Di queste parti sono essenziali tre: lo scudo, lelmo, e la corona. La materia dello stemma proprio dellaraldica o blasonario, ossia larte che insegna a comporre le insegne gentilizie, connessa con lordinamento nobiliare. Saranno pertanto in questa trattazione dati i cenni indispensabili di uso comune. Ad ogni titolo nobiliare corrisponde uno stemma, e colui che ha diritto ad un titolo ha altres diritto a far uso dello stemma, ma non pu dirsi la rovescia che ogni stemma comporti un titolo nobiliare, dappoich si hanno stemmi di cittadinanza, concessi per speciali benemerenze anche a famiglie prive di titoli nobiliari, e di cui qui di seguito detto e che non attribuiscono alcuna prerogativa nobiliare. Per gli stemmi degli ultrogeniti vedi nota al n. 57. Lo stemma a termini dellart. 12 dellordinamento miniato e viene unito al diploma, ossia alle R. Lettere Patenti, o ai decreti del Capo del Governo. Nel caso di concessione di nuovi stemmi si suole (come diceva lart. 46 del regolamento del 1896) che questi siano composti secondo i desideri dei chiedenti, ma con qualche pezza, figura, motto od ornamento che indichi il motivo della concessione. Inoltre si deve aver cura di non ledere i diritti storici e di non ingenerare confusione con stemmi di

altre famiglie (art. 37). Lo stemma va vistato dal Commissario del Re e va descritto in termini araldici secondo il vocabolario araldico ufficiale approvato con D. M. 6 febbraio 190682 . Il riconoscimento di stemmi nobiliari subordinato alla dimostrazione di nobilt della famiglia. Il regolamento del 1896 ammetteva allart. 56, ai fini del riconoscimento degli stemmi, per le famiglie di cittadinanza la prova di un possesso pubblico e pacifico dello stemma, almeno settantenario, unito ad una distinta civilt. Anche il nuovo ordinamento allart. 38 ne ammette il riconoscimento ma con maggiori limitazioni. Esso stabilisce infatti: ammesso il riconoscimento mediante decreto del Capo del Governo, di stemmi di cittadinanza a favore di famiglie non nobili ma di distinte civilt, quando ne sia dimostrato il pubblico e pacifico possesso per un periodo di tempo non inferiore a 150 anni. Le ornamentazioni araldiche di tali stemmi sono limitate allelmo prescritto dallart. 13 del regolamento tecnico araldico, adorno di penne dai colori dello scudo, senza cercine; n svolazzi, n motti. Le disposizioni legislative sugli stemmi sono contenute nel R. D. 1 gennaio 1890 per quelli della Famiglia Reale, e nel R. D. 13 aprile 1905, n. 234 che approva il regolamento tecnico araldico per lornamentazione esteriore degli stemmi , nel R. D. 11 aprile 1929, n. 504, per gli stemmi83 dello Stato o delle Amministrazioni Governative. A detti R. D. sar fatto di seguito richiamo. Manca in Italia uno stemmario ufficiale di tutte le famiglie nobili, essendo la raccolta predisposta a cura delle Commissioni Araldiche Regionali tuttora inedita. Per le indicazioni archivistiche ove possano trovarsi stemmi antichi sono utili le notizie fornite dal Manaresi citato84 . A proposito dello stemma dello Stato, a tutti noto, solo da ricordare che sia nella forma grande che in quella piccola, i sostegni sono costituiti da due fasci littori addossati con lascia allinfuori (fig. 1, 2). Lo stemma delle Province e dei Comuni - I Gonfaloni Lemblema Araldico dellIstituto del Nastro Azzurro Possono avere stemmi anche le province, i comuni, gli enti morali, ma essi non possono servirsi dello stemma dello Stato, ma di quellarma o simbolo del quale o avranno ottenuto la concessione o riportato il riconoscimento (art. 4 Reg. Tecnico Araldico, approvato con R. D. 13 aprile 1905, n. 234). Lorigine degli stemmi dei Comuni medioevali quello stesso degli stemmi dei signori feudali (v. n. 56). Fin dai primi tempi delluso degli stemmi, come dice il Rangoni86 , i Comuni per distinguersi fra loro adottarono uno stemma, e generalmente venne usato dal 1200 alla fine del 1700, sia nella forma originaria, sia apportando modificazioni determinate da ragioni politiche o dalla aggiunta di attributi o di qualche capo (v. n. 59) per concessioni sovrane. Alla fine del 1700 durante la occupazione francese la maggior parte dei comuni italiani, seguendo lesempio della Francia, fecero scalpellare i loro antichi stemmi dagli edifici comunali e dai monumenti, che sostituirono con emblemi rivoluzionari. Sotto il Regno ltalico (v. n. 19 D), molti comuni e citt chiesero ed ottennero la concessione di un nuovo stemma o la conferma di quello antico con variazioni, ma questi stemmi scomparvero con la restaurazione. Durante il 1800 molti comuni, che non possedevano stemma, se ne crearono uno, anche senza autorizzazione dei governi dai quali dipendevano. Creata la Consulta Araldica nel 1869 (v. n. 96), questa con Sua deliberazione del 4 maggio 1870 mir a togliere gli abusi esistenti delle ornamentazioni esteriori degli stemmi comunali e provinciali, ed afferm il principio che solamente ad essa spettava approvare, far concedere stemmi e riconoscere quelli gi da tempo usati. Gli stemmi delle province e dei comuni, stabilisce lart. 39 del nuovo ordinamento nobiliare, accogliendo la massima 9 dicembre 1926 della Consulta Araldica, non possono essere modificati. Essi hanno la forma sannitica con le ornamentazioni prescritte dal citato regolamento araldico del 1905, senza sostegni o tenenti o motti, salvo antiche o provate concessioni. Altres non pu essere modificata, per riguardo alle tradizioni storiche, la forma degli antichi Gonfaloni. La Consulta Araldica determina la forma per i gonfaloni di nuova concessione. Con R. D. 17-11-1927 e Regie Lettere patenti 29-3-1928 venne da Vittorio Emanuele III ac cordata

la grazia allIstituto del Nastro Azzurro fra i combattenti decorati al valore militare ed ai suoi soci di far uso di un emblema araldico cos descritto (fig. 9): scudo sannitico timbrato di un elmo corrispondente al tipo pesante, adottato nella nostra guerra per il taglio dei reticolati nemici: detto elmo sar ornato da fregi decorativi dargento, azzurro e doro; il capo, il campo e la campagna divisi da filetti doro ed in azzurro, tutti o in parte, a seconda delle decorazioni acquisite da chi pu portare lemblema: sul campo il nastro dellOrdine Militare di Savoia, nei suoi colori, posto in banda, filettato doro, pei decorati dellOrdine stesso, su campo doro o su campo azzurro se oltre a detta decorazione linsignito possiede anche medaglie doro o di argento. Quando manchi lOrdine Militare di Savoia un filetto doro posto in banda. In alto a destra una o pi stelle dargento a seconda di una o pi medaglie doro al valore militare: a sinistra una o pi stelle dargento a seconda delle acquisite medaglie dargento; sul capo, una o pi corone reali, doro per gli ufficiali superiori e dargento per gli ufficiali inferiori, a seconda delle promozioni per merito di guerra, eventualmente ordinate in fascia. La campagna divisa con filetti doro, posti in palo in scomparti corrispondenti ciascuno ad una medaglia di bronzo. Quando il socio insignito soltanto di medaglie di bronzo, ed eventualmente di promozioni per merito di guerra, le medaglie di bronzo vengono indicate sul campo. Per una sola il campo tutto azzurro con filetto doro posto in banda; per pi medaglie, diviso da filetti doro in altrettante fascie orizzontali azzurre, restando abolito il filetto posto in banda87 . Lemblema rilasciato dalla Segreteria Generale dellIstituto, ed il diritto alluso cessa nel caso che venga a mancare la qualit di socio dellIstituto.
---------------------------------------------------------------------------------------------------------------86 - L. Rangoni Machiavelli, Stemmi delle Colonie, delle province e dei comuni del Regno dItalia riconosciuti o concessi dalla Consulta Araldica del Regno al 1932. Contiene la descrizione degli stemmi. Riv. Araldica 1933, pag. 97 e seg., 1934. Vedi anche C. SANTA MARIA, Stemmi Provinciali, Riv. Ar., 1928, pag. 545 e Stemmi di Stati e Province, Riv. Ar., 1933, pag. 22. 87 - Si fatta la descrizione dellemblema, dato che essa non riportata da altri autori.

IL FASCIO LITTORIO E IL CAPO DEL LITTORIO Per effetto del R. D. 14 giugno 1928 n. 1430 i Comuni, le Province e le Congregazioni di carit sono autorizzati ad innalzare sui loro edifici e sulle opere da loro eseguite il Fascio Littorio, nonch a fregiarne i sigilli e gli atti ufficiali. Inoltre gli Enti parastatali che per servigi resi alla Nazione ne siano riconosciuti meritevoli, possono essere autorizzati a fare analogo uso del Fascio Littorio con decreto del Capo del Governo. Giusta il R D. 12 ottobre 1933, n. 1440, relativo alla istituzione del Capo del Littorio, lemblema del Fascio Littorio deve essere disposto negli stemmi, di cui gli enti anzidetti sono in legittimo possesso ed iscritti nei libri araldici del Regno, sotto forma di Capo, e costituito cio da un Fascio Littorio in oro, circondato da due rami di quercia e di alloro, annodati da un nastro dai colori nazionali su fondo rosso porpora situato al centro della terza parte superiore dello scudo. Rimangono quindi nello scudo riservati allente, i due terzi dello spazio per mettere il suo stemma (fig. 10). Inoltre il Capo del Littorio pu essere concesso anche ad altri Enti riconosciuti e a privati che, per servizi resi alla Patria e al Re, ne siano riconosciuti meritevoli. La disposizione in tal caso disposta con R. D. su proposta del Capo del Governo, udito il Commissario del Re presso la Consulta Araldica. Di tal che, per effetto dellart. 4 del R. D. 12 ottobre 1933, che stabilisce che sono abrogate tutte le disposizioni ad esso contrarie o incompatibili, lemblema del Fascio Littorio non potr essere pi dagli enti su indicati accollato a destra dei propri stemmi, ma potr pur sempre essere usato dagli enti stessi, purch non caricato sullo scudo, tutte le volte che esso costituisce di per s ornamento di opere pubbliche. La procedura per ottenere lautorizzazione a fregiare il proprio stemma del Capo Littorio, che costituisce un eccezionale riconoscimento di particolari benemerenze, quella prevista dallarticolo 109 dellordinamento. da ricordare che in araldica il Capo la pezza onorevole di primo ordine, e rappresenta il simbolo base e tipico del periodo storico che lo ha prescelto a sua rappresentazione. Siccome serve a ricordare tutta una epoca storica o fatti celebri si pone in testa agli stemmi particolari come un

comune denominatore88 . Il Capo adoperato in ricordo di avvenimenti storici celebri. Si ha per es. il Capo dAngi, introdotto in Italia da Carlo dAngi, il quale ai guelfi che lo avevano aiutato nellimpresa contro Manfredi (1266) concesse loro di portare nelle armi gentilizie la sua arma in ricordanza del fatto. Esso dazzurro a tre gigli doro posti fra quattro pendenti di un lambello di rosso. Vi sono poi il Capo dAngi Sicilia, detto anche Capo di Napoli, il Capo dAragona, il Capo dellImpero, il Capo di Firenze, il Capo di Francia, il Capo di Francia Antica, il Capo di Leone X, il Capo di Malta, il Capo di S. Stefano, il Capo di Savoia, il Capo di Sicilia, il Capo di Sicilia Svevia.
---------------------------------------------------------------------------------------------------------------88 - GUELFI CAMAIANI, Dizionario Araldico, 2a ed., Milano 1921, voce Capo.

Stemmi conferiti dal Sommo Pontefice Per gli stemmi conferiti dal Sommo Pontefice alle persone alle quali possono essere conferiti titoli nobiliari (v. n. 52) nonch agli ecclesiastici, agli ordini religiosi ed agli Enti ecclesiastici in genere, ammessa dal R. D. 10 luglio 1930 lautorizzazione alluso nel Regno, fatti in ogni caso salvi i diritti storici dei terzi. Gli stemmi concessi dalla S. Sede agli alti prelati sono strettamente personali (art. 37 or. nob.). Lautorizzazione alluso degli stemmi predetti fatto con D. R. di autorizzazione seguito da Regie Lettere Patenti. Lo scudo, i sostegni o supporti e i tenenti. (In nota: Gli smalti e la tratteggiatura). Lo scudo il fondo o campo sul quale sono figurate le armi, e nel significato araldica quella figlia destinata a ricevere gli smalti89 , i colori, le partizioni, gli emblemi di unarme gentilizia. Il Re, la Regina ed il Principe Ereditario usano lo scudo pieno delle armi di Savoia: di rosso alla croce dargento. Tutti i Principi e le Principesse Reali e del Sangue usano lo scudo di Savoia rotto con la spezzatura speciale della loro linea. Alle linee attuali di Savoia Aosta e di Savoia Genova (fig. 6) il Re concede rispettivamente, la spezzatura di una bordatura composta di oro e dazzurro e di argento e di rosso. Le Principesse maritate usano gli scudi accollati di foggia ovata italiana. Le Principesse nubili usano lo scudo a rombo (v. n. 24, 25). La Regina e le Principesse della Reale Famiglia attorniano gli scudi dellarme con una cordelliera intrecciata e composta di fili doro e dazzurro, terminata a fiocchi e passata in nodi di Savoia alternati da gruppi. La Regina vedova e le Principesse vedove e nubili portano la cordelliera senza gruppi. La Regina Reggente sostituisce alla cordelliera la grande collana dellOrdine della SS. Annunziata. Per le altre persone od enti lo scudo darme normale tradizionale in Italia quello appuntato e per le donne quello ovato. Sono tollerate le altre foggie di scudi, riservando la forma romboidale alle armi femminine Si chiama col nome di sostegni o supporti o tenenti tutto ci che posto ad uno o a tutti e due i lati dello stemma per sostenerlo. Secondo alcuni autori di araldica essi si differenziano fra loro: i sostegni sono colonne, bandiere, alberi, trofei, ecc.; i supporti sono animali, i tenenti sono figure umane. Secondo altri autori e il vocabolario araldico ufficiale si distinguono solo i tenenti dai supporti o sostegni che rappresentano animali o figure non umane. Possono anche aversi figure miste: un tenente e un sostegno. I sostegni degli scudi darme della Famiglia Reale sono di due leoni o al naturale o doro, affrontati, controrampanti e rimiranti allinfuori. Per le altre persone i sostegni o i tenenti si possono riconoscere o concedere.
---------------------------------------------------------------------------------------------------------------89 - Sono chiamati smalti dagli araldisti linsieme dei colori e dei metalli e pellicce che possono costituire il campo degli stemmi. I colori sono il rosso, lazzurro, il verde, il nero, la porpora; i metalli sono loro e largento. Quando le armi non sono dipinte e cio nelle stampe, nei disegni sul marmo o sul bronzo gli smalti si rappresentano con segni convenzionali detti tratteggi, che indicano: la punteggiatura loro; il bianco largento; le linee perpendicolari dalla parte superiore allinferiore dello scudo il rosso; le linee orizzontali dalluno allaltro lato dello scudo lazzurro; le linee diagonali tirate dallangolo superiore destro (sinistro di chi guarda) alla parte inferiore sinistra dello scudo il verde; le linee diagonali tirate dallangolo superiore sinistro verso la parte inferiore destra il violato o porpora; le linee tirate in croce, cio orizzontali e perpendicolari insieme, il nero, oppure facendo nere il campo o le figure.

Lelmo e gli svolazzi Lelmo costituisce una parte integrante esterna dellarme ed posto sopra lo scudo. Luso dellelmo concesso anche alle persone che, non essendo nobili, abbiano diritto di portare uno stemma. Gli

ecclesiastici, le donne, gli enti morali, in massima non usano lelmo. Gli elmi indicano la dignit a seconda degli smalti che li coprono e secondo la loro posizione, la inclinazione della ventaglia e della bavaglia e la collana equestre della gorgiera. La superficie brunita o rabescata, le bordature e cordonature messe ad oro o ad argento, il numero dei cancelli nella visiera non danno indizio di dignit Come ha rilevato il Manno la determinazione del numero dei cancelli per ogni titolo, come stato fatto dai passati araldisti, sono pedanterie di seicentisti, che non trovano riscontro nei monumenti. Gli elmi si adornano coi loro veli frastagliati a svolazzi trattenuti sul cocuzzolo da un cercine cordonato in banda. Il cercine o burletto costituito da strisci e di stoffa, dai colori dellarme, attorcigliate, ripiegate a ciambella per collocarlo sullelmo e rattenervi gli svolazzi, detti anche lambrecchini. Il cercine e gli svolazzi sono divisati cogli smalti dello scudo darme, a meno di speciali concessioni o di casi storici di inchiesta Nelle concessioni si descrivono gli smalti degli svolazzi, escludendo le smaltature allantica fatte con figura o pezze dello scudo. Gli elmi da sovrapporsi agli scudi darme della Famiglia Reale sono dacciaio, dorati e rabescati, posti di fronte colla ventaglia alzata e la bavaglia alzata, colla collana di corazza dellOrdine dellAnnunziata, col cercine e gli svolazzi doro e dazzurro e col cimiero di un ceffo di leone alato doro. Lelmo del Re completamente aperto ed coronato dalla Corona di ferro. Dai nobili e dalle famiglie di cittadinanza si possono usare tutte le forme di elmi che sono consuetudinarie nellaraldica. Nelle concessioni si escludono quelle a becco di passero, a berrettone ed altre arcaiche Gli elmi delle famiglie nobili sono argentati, colla gorgieretta fregiata di collana e medaglia, colla ventaglia chiusa e la bavaglia aperta, e si possono collocare o di pieno profilo o di tre quarti a destra. Quando lo scudo fregiato dal manto, lelmo si colloca di fronte. Essendovi pi elmi, i laterali saranno affrontati, quello centrale, se esiste, sar collocato di fronte. Gli elmi delle famiglie di cittadinanza sono abbrunati, senza collana, colla visiera chiusa e collocati di pieno profilo a destra, ed in base allarticolo 38 del nuovo ordinamento (v. n. 56) sono adorni di penne dai colori dello scudo, senza cercine, n svolazzi, n motti (fig. 41). La corona Le corone poste sopra lo scudo servono a distinguere la dignit del proprietario dellarme. Il posto delle corone di grado sopra il margine superiore dello scudo, e quando si pone la corona non si deve porre lelmo. Ci non toglie, dice il Tribolati, che nelluso approvato non si pongano regolarmente le corone volanti sugli scudi e si decorino gli elmi delle corone di grado e di dignit. La corona della Famiglia Reale Le corone della Famiglia Reale hanno tutte la stessa base dun cerchio doro coi margini cordonati, fregiato con otto grossi zaffiri, su cui cinque visibili, attorniati ciascuno da dodici gemme. Il cerchio sormontato da quattro foglie di acanto doro (tre visibili) caricato in cuore di una perla, separato da quattro crocette di Savoia (due visibili), smaltate di rosso e ripiene di bianco, pomate con quattro perle ed accostate, ciascuna, da due perle collocate sopra una piccola punta, il tutto movente dal margine superiore del cerchio. Il Re usa due corone: quella Reale di Savoia e quella regale dItalia. La Corona Reale di Savoia chiusa da otto vette doro (cinque visibili) moventi dalle foglie e dalle crocette, riunite con doppia curvatura, sulla sommit, fregiate allesterno da grosse perle decrescenti dal centro o sostenenti un globo doro cerchiato, cimato, come Capo e Generale Gran Maestro dellOrdine dei Santi Maurizio e Lazzaro, da una crocetta doro, trifogliata movente dalla sommit del globo. La Corona Reale dItalia quella detta Corona di ferro che si conserva nel Real Tesoro della Cattedrale di Monza (v. fig. 3). La corona della Regina uguale a quella del Re colla sostituzione, alla crocetta trifogliata, di una crocetta piana, doro, pomata, alle tre estremit superiori con altrettante piccole perle e movente dalla sommit del globo. La Corona del Principe Reale Ereditario simile a quella della Regina, ma con sole quattro vette (tre visibili), moventi dalle foglie.

La Corona dei Principi Reali chiusa da un semicerchio doro, movente dalle foglie laterali, fregiato superiormente con una fila di piccole perle, tutte uguali, e cimato dal globo, cerchiato e crociato, eguale a quello della Corona del Principe Reale Ereditario. La Corona dei Principi del Sangue non chiusa. La Corona del Re, della Regina e del Principe Ereditario sono foderate di un tocco di velluto chermisino. La corona delle famiglie nobili Le famiglie nobili usano corone doro formate da un cerchio, brunito o rabescato, gemmato, cordonato ai margini e sostenente le insegne del titolo o dignit. La corona corrispondente al titolo nobiliare spetta solamente allintestatario del titolo. I membri della famiglia dellintestatario possono usare lo stemma sormontato dalla corona di Nobile. La corona normale di Principe sormontata da otto foglie di acanto o fiorone doro (cinque visibili), sostenute da punte e alternate da otto perle (quattro visibili) (fig. 42). Sono tollerate le corone di Principe che non hanno i fioroni alternati da perle o che sono bottonati di una perla o che hanno le perle sostenute da punte o che sono chiuse col velluto del manto a guisa di tocco sormontato o no da una crocetta doro o da un fiocco doro fatto a pennello (fig. 43, 44, 45, 46). Le famiglie decorate del titolo di Principe del Sacro Romano Impero possono portare lo speciale berrettone di questa dignit (fig. 47). La Corona normale di Duca cimata da otto fioroni doro (cinque visibili) sostenuti da punte. Sono tollerate le corone di Duca coi fioroni bottonati da una perla o chiuse col velluto del manto a guisa di tocco (fig. 48, 49). Le famiglie che furono riconosciute nelluso attuale di un titolo di creazione napoleonica possono usare il tocco piumato indicante il loro titolo (fig. 50, 51, 52, 53). La Corona normale di Marchese cimata da 4 fioroni doro (tre visibili), sostenuti da punte ed alternati da 12 perle disposte a tre a tre in quattro gruppi piramidali (due visibili). Sono tollerate le corone di Marchese coi gruppi di perle sostenute da punte o colle perle a tre a tre una accanto allaltra e collocate o sul margine della corona o sopra altrettante punte (fig. 54, 55, 56, 57). La Corona normale di Conte cimata da 16 perle (nove visibili). Sono tollerate le Corone di Conte colle perle sostenute da punte cimate da 4 grosse (tre visibili) perle alternate da 12 piccole disposte in 4 gruppi (due visibili) di tre perle ordinate a piramide o collocate una accanto allaltra o sostenute dal cerchio o da altrettante punte (fig. 58, 59, 60, 61, 62, 63). Con la massima 21 febbraio 1915 della Consulta Araldica venne stabilito che la corona da usarsi dai Conti Palatini quella Comitale a 3 punte alzate e a 6 ribassate. La Corona normale di Visconte cimata da 4 grosse perle (3 visibili) sostenute da altrettante punte ed alternate da 4 picole perle (due visibili), oppure da due punte doro (fig. 64, 65). La Corona normale di Barone ha il cerchio accollato da un filo di perle con 6 giri in banda (tre visibili). Sono tollerate le corone di Barone col tortiglio alternato sul margine del cerchio da 6 grosse perle (4 visibili), oppure omesso il tortiglio colla cintura di 12 perle (7 visibili) o collocate sul margine del cerchio o sostenute da altrettante punte (fig. 66, 67, 68, 69). La Corona normale di Nobile cimata da 8 perle (5 visibili). tollerata la corona di Nobile colle perle sorrette da altrettante punte (figure 70, 71). La Corona normale di Cavaliere ereditario cimata da 4 perle (3 visibili) (fig. 72). Le famiglie decorate del Cavalierato germanico possono fregiare lo scudo darme secondo le varie insegne state attribuite, nei diversi tempi, nei diplomi di concessione. La Corona normale di Patrizio formata dal solo cerchio. Per quei patriziati pei quali potr essere dimostrato con documenti o monumenti di storica importanza che godettero luso molto antico di corone speciali, queste potranno essere riconosciute caso per caso (fig. 73). Con la massima 8 giugno 1911 la Consulta stabil che i Patrizi Veneti possono far uso di una corona speciale formata da un cerchio doro gemmato sostenente 8 fioroni (5 visibili) a foggia di gigli stilizzati ed imperlati sostenuti da altrettante perle (fig. 74). Le famiglie nobili o patriziali senza possesso di titolo speciale di nobilt usano la corona collocandola sopra lelmo. Le famiglie insignite della nobilt germanica possono usare lelmo cimato dalla coroncina tornearia, cio di 4 fioroni (tre visibili) alternati da 4 perle (2 visibili); ma questa corona non si pu usare staccata

dallelmo, del quale fregio speciale e indivisibile (v. fig. 34). Le famiglie titolate fregiano il loro scudo con due corone: una pi grande appoggiata al lembo superiore dello scudo e contornante lelmo ed unaltra pi piccola sostenuta dallelmo stesso. La corona maggiore sar quella relativa al titolo personale, la minore quella del titolo pi elevato della famiglia (fig. 75). I Cardinali, gli ecclesiastici regolari, i Cavalieri di giustizia e professi dellOrdine di Malta non portano la loro corona gentilizia, ma le insegne speciali della loro dignit e qualit Le donne maritate usano la corona corrispondente al grado del loro consorte; le donne nubili, a meno di concessioni speciali, portano la sola corona del titolo personale. La corona degli enti morali: Provincia, Citt, Comune Anche gli enti morali possono fregiare la loro arme o insegna con quelle corone speciali delle quali si prover la concessione o il possesso legale. La Corona della Provincia (a meno di concessione speciale) formata da un cerchio doro, gemmato, colle cordonature liscie ai margini, racchiudente due rami, uno dalloro e uno di quercia al naturale, uscenti dalla corona, decussati e ricadenti allinfuori (fig. 84). La Corona di Citt (a meno di concessione speciale) formata da un cerchio doro aperto da 8 pusterle (5 visibili) con due cordonate a muro sui margini sostenente 8 torri (5 visibili) riunite da cortine di muro, il tutto doro e murato di nero (fig. 85). La Corona di Comune (a meno di concessione speciale) formata da un cerchio aperto da 4 pusterle (3 visibili) con 2 cordonate a muro sui margini, sostenente una cinta, aperta da 16 porte (9 visibili), ciascuna sormontata da una merlatura a coda di rondine, e il tutto murato di nero (fig. 86). Il cimiero, la ornamentazione della basilica, il manto, i motti e le distinzioni di dignit. Il cimiero 1 una figura che cima l elmo, e si colloca sul suo cocuzzolo. Per le famiglie titolate esce dalla piccola corona di famiglia. In massima non si concedono cimieri se non a famiglie nobili e titolate, e si escludono per gli stemmi che non portano luso di elmo (fig. 87, 88). Lart. 37 dellordinamento nobiliare stabilisce che luso del cimiero in forma di Corno Dogale spetta ai Patrizi Veneti discendenti per linea retta maschile dai Dogi di Venezia (fig. 89). Ove la discendenza diretta maschile sia estinta, luso di tale cimiero pu essere riconosciuto a favore della linea collaterale agnatizia prossimiore. In base allarticolo predetto lornamentazione araldica della Basilica , riconosciuta ai capi delle famiglie papali e di quelle che ne hanno ottenuta speciale concessione. Il manto o mantello riservato al Re, alla Regina, al Principe Reale Ereditario, ai Principi Reali, ai Principi del Sangue, e come distinzione ereditaria annessa solo ai titoli di Principe e di Duca. Il Re ha due manti, il grande ed il piccolo. Il grande che serve di cortinaggio al padiglione di velluto chermisino, sparso di ricami doro e dargento, bordato di un gallone doro dellOrdine Supremo, guarnito di frangia e foderato di ermellini. Il piccolo di velluto chermisino, bordato, guarnito e foderato come il grande. La Regina e il Principe Ereditario usano il piccolo manto reale. Il manto dei Principi Reali e di quelli del Sangue di velluto chermisino, foderato di ermellini, ma quello dei primi guarnito di frangia doro e quello dei secondi bordato con una striscia di ermellino. I manti della famiglia Reale si annodano in alto con cordoni doro passati in nodi di Savoia. Il manto dei Principi e dei Duchi di velluto porpora soppannato di ermellino senza galloni, ricami, bordature e frangie, e si colloca movente o dallelmo o dalla corona, accollato allo scudo annodato ai lati in alto con cordoni doro (figure 90, 91). Di regola si collocano sotto la punta dello scudo. Si rispettano le tradizioni storiche per i motti scritti con caratteri speciali e per i gridi darmi. Nelle concessioni i motti saranno italiani o latini e scritti con lettere non arcaiche. Non si fanno concessioni di gridi darme, di pennoni, di bandiere, bracciali e altre insegne. I Cavalieri dellOrdine della SS. Annunziata possono accollare al loro scudo il manto dellordine, gli ecclesiastici possono usare le insegne della loro dignit, i magistrati aventi il grado di primo presidente possono accollare lo scudo colle mazze e colla toga delle loro dignit e cimarlo col rispettivo tocco Gli ufficiali generali di terra possono accollare al loro scudo le bandiere nazionali

decussandole in numero di sei se generali comandanti di corpo darmata, di quattro se tenenti generali, di due se maggiori generali (fig. 95, 96, 97). Gli ufficiali generali di mare possono accollare il loro scudo ad unancora se contrammiraglio; a due ancore decussate se vice ammiraglio I decorati di ordini equestri possono fregiare il loro scudo colle insegne delle loro decorazioni. I cavalieri di gran croce decorati del gran cordone dellordine dei SS. Maurizio o Lazzaro continuano a cingere lo scudo con la gran fascia verde annodata da pi cifre reali coronate doro (fig. 100). Le insegne femminili Circa le insegne femminili stato detto sopra (n. 61) per quanto riguarda la Famiglia Reale. Per le altre donne, le nubili possono portare larma della famiglia sopra un carello o tessera romboidale (v. n. 61) od ovata cimata dalla corona del loro titolo personale e circondata da una cordigliera dargento sciolta o da una ghirlanda di rose Le maritate portano le insegne gentilizie di nascita, accollate ed a sinistra di quel del marito colla corona che gli appartiene, e possono fregiare gli scudi colla cordigliera dargento annodata o con due rami di olivo decussati sotto la punta degli scudi e divergenti Le dame vedove portano le insegne gentilizie come le donne maritate, ma colla cordigliera sciolta, oppure con 2 rami di palma decussati sotto la punta dello scudo Le tasse nobiliari e i diritti di cancelleria In base allart. 30 dello statuto del Regno nessun tributo pu essere imposto ai cittadini o riscosso se non stato consentito dalle Camere e sanzionato dal Re. I provvedimenti relativi ai titoli nobiliari, sia di grazia che di giustizia, dato che importano la prestazione di un servizio, sono sottoposti al pagamento di speciali tasse, che sono stabilite mediante provvedimento legislativo. Questi provvedimenti sono il R. D. Legislativo 30 dicembre 1923 n. 3279, il R. D. 10 luglio 1930, n. 974; il R. D. 22 settembre 1932 n. 1464. Le tasse riguardo ai titoli nobiliari sono: Per i provvedimenti di grazia: Per concessione di titoli e predicati nobiliari nazionali, o per autorizzazione a riceverli da Potenza estera o per conferma di quelli ricevuti: Per il titolo di Principe L. 72.000 Per il titolo di Duca L. 60.000 Per il titolo di Marchese L. 36.000 Per il titolo di Conte L. 30.000 Per il titolo di Visconte L. 18.000 riducibili a 3/5 qualora i titoli non siano trasmissibili agli eredi. Nel caso di concessione con motu proprio la tassa ridotta a 1/3. Per qualunque altro titolo o per laggiunta anche contemporanea di predicato L. 9600. Per rinnovazione o riconoscimento dei titoli o predicati suddetti la tassa ridotta a 3/5 di quella sopraindicata. Per concessione o approvazione di stemmi a privati, societ o altri enti; o per conferma di stemmi concessi da Potenze estere: per gli stemmi civici L. 120, per gli altri stemmi se trasmissibili agli eredi L. 1440, se non trasmissibili L. 1080. Per rinnovazione o riconoscimento di stemmi 3/5 di quella suddetta. Per amplificazione di stemmi, esclusi quelli civici, L. 600. Per lautorizzazione a fare uso di decorazioni ed onorificenze che facciano parte di ordini stranieri ritenuti cavallereschi secondo i concetti tradizionali: se sono ereditarie o importino titolo ereditario la tassa di L. 108; in ogni altro caso, importino o no titolo ereditario, L. 36. La tassa di autorizzazione dovuta indipendentemente da quella di concessione di titolo e predicato nazionale o per autorizzazione a ricevere o far uso di titoli esteri. La tassa per ridotta a met per i pubblici funzionari o i militari. Non sono comprese fra le onorificenze cavalleresche le onorificenze al merito o al valore conferite in segno di riconoscimento di speciali atti individuali di benemerenza, n le medaglie ed altre decorazioni commemorati ve distribuite a chi ha preso parte ad un dato avvenimento indipendentemente dallazione personale svoltavi. Per i provvedimenti di giustizia la tassa ridotta ad 1/20 di quella stabilita per quelli di grazia, a

seconda della diversa natura dei provvedimenti di giustizia, in base al R. D. 22-9-1932 n. 1464, riportato al n. 128 (v. n. 106). Ma oltre queste tasse riscosse dallo Stato, alle spese del servizio araldico viene provveduto mediante la percezione di appositi diritti di cancelleria che sono dovuti a titolo di rimborso delle spese sostenute dallo Stato e la cui riscossione a cura dellUfficio Araldico eseguita dal cassiere della Presidenza del Consiglio dei Ministri come stabilisce lart. 108 dellordinamento nobiliare modificato dal R. D. 6 novembre 1930 n. 1494, che determina la nuova misura dei diritti di cancelleria anzidetti. Con Decreto del Capo del Governo 20 febbraio 1931 sono stati temporaneamente aumentati i diritti di cancelleria. Modi di acquisto delle distinzioni nobiliari: originario e derivato; raffronto. La investitura - Il privilegio stato detto che parti innovative del nuovo ordinamento sono quelle concernenti le norme generali per la concessione, il riconoscimento, luso e la perdita delle distinzioni nobiliari e la successione ai titoli e attributi nobiliari. Alla luce delle premesse storiche e giuridiche sovra esposte non poche disposizioni dellordinamento riusciranno di chiara interpretazione e dimostreranno che le disposizioni stesse sono state prevalentemente uniformate alle tradizioni dellex Regno delle due Sicilie, la cui nobilt aveva dato luogo alla quasi totalit delle vertenze giudiziarie svoltesi in materia araldica dal 1860 in poi. anche da ricordare che il nuovo ordinamento cerca, per quanto lo consentano i suoi principi informatori, di rispettare i diritti gi costituiti. Poich fonte di tutte le distinzioni nobiliari il Sovrano, non possono essere riconosciute quelle di cui non si possa giustificare lavvenuta concessione originaria o altro modo legittimo di acquisto, nonch la legittimit del trapasso in favore di colui che ne chiede il riconoscimento (articolo 13). A proposito di questo articolo da ricordare che, come si visto (n. 47, 48, 49), le distinzioni nobiliari possono sorgere, in seguito a manifestazione della volont Sovrana, con la forma o della concessione, o della rinnovazione, o del riconoscimento, forme queste che costituiscono il modo originario di acquisto. Accanto a questo modo originario ve ne un altro, chiamato derivato, che quello in cui non interviene la manifestazione attuale della volont Sovrana, ma lacquisto delle distinzioni nobiliari si verifica in virt delle disposizioni contenute in una antica concessione Sovrana, e ci avviene nellacquisto dei titoli mediante successione. stato gi detto (n. 9) che nella sua origine il titolo nelle leggi feudali era generalmente connesso col feudo, il quale fu dapprima concesso intuitu personae, cio personalmente, e poi successivamente fu ammessa la successione nei feudi. Col decadere del feudalesimo il titolo venne anche scisso dal feudo e pot effettuarsi la vendita del feudo, retenti titulo. Parlando della successione nei feudi (n.ri 8, 9, 10, 15, 16) stato detto del modo con cui essa avveniva secondo il diritto franco, longobardo, o nella forma napoletana e siciliana, per cui per vedere in qual modo si verificava la successione nei titoli bisognava anzitutto far capo ai patti e clausole contenute nellatto di concessione del feudo, detto investitura2. Era poi dottrina feudale accolta che se dalla investitura si rilevava la volont espressa del concedente e dellinvestito di alterare la comune essenza del feudo, questa volont andava rispettata prima di applicarsi il diritto romano comune. Siccome poi nelle consuetudini feudali (libro II, titolo 30 e 50) si accennava che, quando nellinvestitura erano espressamente compresi i figli e i discendenti, spettava loro la successione ex pacto (feudale), allorquando invece si trovava nella investitura tassativa menzione degli haeredes o successores doveva intendersi per diritto romano che nel feudo erano successibili gli eredi ed i successori estranei (v. n. 8). Bisognava poi per tener conto delle disposizioni legislative intervenute successivamente alla concessione che allargassero o restringessero le regole di successione nei feudi nei singoli Stati, o impedissero la successione nei titoli. Cos per esempio le R. Costituzioni 7 aprile 1770 di Carlo Emanuele III in Piemonte (v. n. 19 A), la clausola per s e suoi eredi e qualsivoglia successori apposta nelle investiture gi concesse, dei feudi era dichiarata per s stessa non atta ad immutare la

natura del feudo semplice, retto e proprio, e nonostante detta clausola i feudi dovevano considerarsi come conceduti per retti e propri. Inoltre la clausola deredi e successori che si trovasse in qualsivoglia modo apposta nelle investiture dei feudi non avrebbe dovuto intendersi se non degli eredi e successori del sangue e si avrebbero avuto con essa per chiamati solamente i figli e discendenti, abolita la specie di feudo misto (libro VI, titolo III, cap. 1). Cos da ricordare che mentre per diritto feudale comune la confisca dei beni non comprendeva anche i titoli, i quali venivano perduti dal colpevole, ma non da chi doveva succedergli (v. n. 9), in taluni Stati, e fra essi la Toscana, venne stabilito con la legge 31 luglio 1750 che pel delitto di lesa maest erano privati dei titoli non solo il reo, ma anche i suoi figli e nipoti, nati prima e dopo la condanna, e per gli altri delitti non venivano privati dei titoli i figli e i nipoti nati prima della condanna (v. n. 20 I). anche da ricordare che fu ritenuto che per regola i titoli non potessero formare oggetto di vendita, donazione, testamento, legato (v. n. 9, 15), concetto questo confermato dallo Stato Italiano con Decreto ministeriale 13 marzo 1888, affermante che nei casi di vendita di terre ex feudali su cui erano annessi titoli nobiliari, gli acquirenti non acquistavano alcun titolo nobiliare. Inoltre i figli naturali ed adottivi erano esclusi dalla successione (v. n. 86, 88). Ma a tutte le anzidette regole sulla successione nei titoli in uso nelle varie regioni del Regno sono subentrate dal 7 settembre 1926 le disposizioni del nuovo ordinamento (art. 53 a 68). stato fatto sopra cenno del termine investitura. Esso viene adoperato in vari significati: per indicare la cerimonia solenne nella quale il vassallo piegando il ginocchio prometteva fedelt al proprio Sovrano e questi a sua volta gli concedeva protezione e gli conferiva simbolicamente il feudo, mediante la consegna in mano di un bastone, di una spada, di una coppa doro, di un ramo dalbero detto festuca, e con lanello ed il bacolo per i prelati; per indicare il documento, le pergamene o le carte in cui venivano scritti i patti feudali e che avrebbero servito come titoli perpetui ai feudatari e di cui copia rimaneva al Sovrano; per indicare la rinnovazione del titolo che il Sovrano concedente faceva ad ogni successore nel feudo o nuovo acquirente dopo la morte del suo autore. Linvestitura da principio avveniva con la sola cerimonia simbolica, donde il sorgere di liti sulla effettiva concessione del feudo e sulla natura del feudo concesso ai fini della successione (v. n. 8); successivamente accanto alla investitura simbolica si ebbe la consegna del documento della concessione feudale, detto privilegio. NellItalia meridionale, fin dal tempo del Conte Ruggero il Normanno venivano usati i diplomi di concessione di feudi. Successivamente ancora la cerimonia simbolica venne abolita, ed il privilegio sostitu linvestitura. Cessati i feudi di essere personali e trasformati in ereditari, nei casi di successione e di acquisto, colui che subentrava chiedeva al Sovrano la rinnovazione del titolo in di lui favore (detta investitura) ed il Sovrano, prima di concederla, esaminava la legittimit del diritto di colui che chiedeva la rinnovazione. Il Sovrano, oltre che nei casi di reversione dei feudi alla Corona, era interessato alla rinnovazione, perch percepiva ad ogni trapasso una data somma, detta relevio. La investitura era anche dovuta nei casi di cambiamento di Sovrano. Nel mezzogiorno dItalia si usava in ogni privilegio di rinnovazione inserire testualmente tutti i privilegi delle investiture passate sin dalla prima concessione del feudo. In Sicilia per effetto del capitolo 12 di Re Giovanni del 1458 non si inserirono pi nelle investiture, che fossero state gi prese con la formula per s e successori, i privilegi di tutti i predecessori, bastando il giuramento di omaggio e fedelt. In proposito la Consulta ha formulato la massima 97. Nei tempi moderni si usa un sistema opposto: il documento originale Sovrano viene conservato nei pubblici archivi, e agli interessati rilasciata una copia autentica del provvedimento, ma date le speciali consuetudini della materia, oltre al Decreto Reale emesso dal Sovrano e da lui sottoscritto apposito documento detto Lettere Patenti, che viene spedito al titolare della concessione a prova di essa. Cos fin dal regolamento del 1870, allart. 30 di quello del 1896 venne stabilito che gli atti Sovrani riguardanti materie nobiliari e araldiche avevano luogo mediante DD. RR., sottoscritti dal Re e

registrati alla Corte dei Conti, trascritti in apposito registro nel R. Archivio di Stato di Roma, e conservati in originale nellarchivio della Consulta Araldica. Gli art. 8 e 9 del nuovo ordinamento si uniformano a questi concetti allorquando stabiliscono: che i provvedimenti nobiliari emanati mediante Decreti Reali sono controfirmati dal Capo del Governo, Primo Ministro Segretario di Stato, registrati alla Corte dei Conti, trascritti in apposito registro del R. Archivio di Stato di Roma e conservati in originale nellarchivio della Consulta Araldica del Regno (art. 8), e che alla persona, in favore della quale sia stato emanato un Decreto Reale spedito un diploma in forma di Regie Lettere Patenti, sottoscritte dal Re, controfirmate dal capo del Governo, Primo Ministro Segretario di Stato, trascritte a cura del Cancelliere in speciale registro presso la Consulta Araldica (art. 9). Attualmente in Italia, in base allart. 79 dello statuto del Regno la trasmissione ereditaria dei titoli avviene senza bisogno di alcuna investitura, purch si abbiano i requisiti per concorrere alla successione nobiliare, requisiti che sono diversi da quella legittima (v. n. 85). Quanto sopra stato detto rende quindi chiaro che cosa debba intendersi per concessione originaria di distinzioni nobiliari, per modo legittimo di acquisto di esse, e per legittima devoluzione di esse, di cui si parla allart. 13 surricordato dellordinamento.
---------------------------------------------------------------------------------------------------------------2 - Quando il fondatore abbia stabilito che la successione nella discendenza femminile si debba svolgere jure francorum, ogni qualvolta si verifichi il concorso di maschi con femmine, i primi hanno la preferenza, anche quando siano collaterali nel rapporto alla linea gi investita. C. App. Catania 5-12-1932, Patern - Impellizzeri, Rass. Giudiz., 1933, 1, 38.

Incommerciabilit, imprescrittibilit, divieto di acquisto delle distinzioni nobiliari per lungo uso Gli art. 14 e 15 stabiliscono che le distinzioni nobiliari non possono formare oggetto di private disposizioni per atti tra vivi o di ultima volont, e che non si estinguono per mancato uso, n si acquistano per lungo uso, salvi gli effetti dei riconoscimenti avvenuti prima dellentrata in vigore del nuovo ordinamento. Queste disposizioni che rendono le distinzioni fuori commercio si uniformano alla tradizione storica, confermata dalla pi recente legislazione napoletana e italiana (n. 16 e 70) dato che, essendo venuto a mancare il substrato economico del feudo, dopo labolizione della feudalit, le distinzioni sono rimaste titoli onorifici della personalit. Per il fatto stesso di essere fuori commercio, le distinzioni sono anche imprescrittibili e quindi non si estinguono per mancato uso . Inoltre resta nellerede del concessionario il diritto di rivendica delle distinzioni anche se di esse per lungo tempo non sia stato fatto uso3. Anche nel diritto feudale la prescrizione non fu ammessa come causa di perdita dei feudi; la dizione esplicita poi dellart. 14 dellordinamento elimina ogni dubbio sulla possibilit della prescrizione sia acquisitiva che estintiva dei titoli, che poteva nascere dalla locuzione adoperata dallart. 51 del regolamento del 1896 che parlava di concessione originaria non prescritta o perduta. Relativamente al divieto di acquisto delle distinzioni nobiliari per lungo uso, lo stesso art. 14, mentre afferma un principio opposto rispetto al regolamento del 1896, ha voluto rispettare i diritti quesiti per quei riconoscimenti gi avvenuti prima dellentrata in vigore del nuovo ordinamento, e per quelle domande che fossero ancora in corso di istruttoria o presentate entro il 31 dicembre 1932, ed alluopo sono state dettate norme nellart. 133 dellordinamento. Per una migliore intelligenza di dette norme da ricordare, dato che i documenti originali di concessione dei titoli potevano essere andati smarriti attraverso le vicende dei secoli, che gli articoli 27 b) e 28 del regolamento succitato ammettevano il riconoscimento del titolo o predicato non feudale con atto Sovrano quando il relativo possesso fosse fondato sulluso pubblico e pacifico per quattro generazioni anteriori a quella del chiedente, e con atto governativo ove luso fosse risalito ad oltre quattro generazioni (v. n. 49). Il successivo art. 29 stabiliva i mezzi di prova delluso con la comminatoria che in tutti i casi la prova del possesso non poteva valere se fosse risultato che luso fosse proceduto da una usurpazione o da una errata interpretazione della concessione, ed il possesso era da ritenere prescritto se fossero intervenute deliberazioni di collegi o magistrati o autorit competenti che lo avessero gi dichiarato infondato. Senonch la esperienza aveva dimostrato che la grandissima maggioranza delle istanze presentate, fondate sul lungo uso, avevano base nellabuso inveterato o nella frode, per cui si rendeva necessario chiudere ladito ad ulteriori tentativi, mediante la abolizione dellistituto, rispettando i

diritti quesiti, e stabilendo norme pi rigide per quei riconoscimenti ricadenti durante lapplicazione delle disposizioni transitorie. Lart. 133 del nuovo ordinamento stabilisce infatti che il divieto di acquisto delle distinzioni nobiliari per lungo uso non si sarebbe applicato alle domande che sarebbero state presentate entro il 31 dicembre 1932 per il riconoscimento della semplice nobilt di un titolo primogeniale non ex feudale, senza qualifiche n predicati, del quale in difetto della prova di un atto di concessione, listante avesse potuto giustificare il possesso pubblico e pacifico per lungo uso durato per cinque generazioni consecutive, anteriori alla costituzione della Consulta Araldica avvenuta con R. D. 10 ottobre 1869, n. 5318, dimostrando altres che nellantico Stato al quale la famiglia dellistante apparteneva il possesso per lungo uso era considerato prova sufficiente di nobilt. Tale possesso doveva essere provato con almeno tre documenti autentici per ogni generazione, dei quali uno almeno per ogni generazione doveva provenire dal potere Sovrano. Le enunciazioni e le qualifiche negli atti dello stato civile, nei pubblici istrumenti o in altri atti che provenissero anche indirettamente dalla volont degli interessati non costituivano sufficiente prova. La prova del possesso, anche se completa, non aveva efficacia se risultava che luso del titolo procedeva da usurpazione o da erronea interpretazione di un atto di concessione, o se luso fosse stato dichiarato illecito da sentenza di magistrato o da dichiarazione di collegio o di autorit competente. Il riconoscimento aveva luogo mediante decreto del Capo del Governo, Primo Ministro Segretario di Stato, previo parere della Consulta Araldica. Dopo il 31 dicembre 1932 nessuna domanda di riconoscimento in base a lungo uso sarebbe stata pi ammessa; le domande che fossero state respinte per qualsiasi motivo prima di tale data non avrebbero potuto essere ripresentate.
---------------------------------------------------------------------------------------------------------------3 - SABINI, Limprescrittibilit dei diritti nobiliari, in Riv. Dir. Pubb. , 1929, II, pag. 276 e Lordinamento cit., pag. 111.

La surrogazione nel titolo in seguito a rfuta Listituto della refuta (v. n. 12) che aveva dato luogo a varie questioni di interpretazione, e a vertenze giudiziarie, specie per titoli nobiliari di concessione napoletana e siciliana, venne abolito con lo statuto nobiliare del 1926. Il nuovo ordinamento prevede per un istituto consimile, e cio una rinnovazione del titolo in seguito a refuta. In tal caso la refuta di un titolo, mediante rassegna di esso al Re da parte dellintestatario, pu essere accettata con atto Sovrano portante rinnovazione del titolo previo parere della Consulta Araldica, in favore di un discendente maschio ultrogenito, o, in difetto di discendenti maschi, di un fratello germano dellintestatario da questi designato, purch il titolo non sia quello pi elevato in grado, o che d il nome duso alla famiglia e purch risulti da scrittura autentica il consenso di tutti i successibili intermedi. Se fra questi successibili vi sono dei minorenni, la refuta non sar autorizzata prima che, trascorso almeno un anno dal raggiungimento della rispettiva maggiore et, ciascuno di essi abbia prestato il proprio consenso (art. 16). Non siamo qui di fronte alla refuta vera e propria, ma alla cosidetta surrogazione in seguito a refuta, dato che trattasi di trasmissione del titolo fuori dellordine della successione diretta e con speciali garanzie per i successibili intermedi che possano essere danneggiati. Il Biscaro nella sua relazione al Re sullordinamento nobiliare erasi mostrato contrario alla conservazione ed alla estensione nelle altre regioni di questo istituto, proprio dellex reame di Napoli, per il pericolo che, nonostante le pi rigorose cautele, si possa far servire la refuta quale artifizio per nascondere un mercato del titolo, sia pure nella cerchia ristretta dellagnazione. Acquisto della nobilt per nascita o per concessione stato detto che la nobilt pu essere di vecchia creazione e che viene riconosciuta legalmente, oppure di nuova concessione Sovrana (v. n. 30). Nel caso che si tratti di vecchia nobilt che venga riconosciuta, essa, perch gi preesistente, si acquista da tutta la discendenza dal primo giorno della nascita, nel caso invece di nuova concessione si acquista dal giorno della concessione (art. 17). Acquisto della nobilt per matrimonio. (In nota: Il matrimonio morganatico)

Per i principi di diritto civile che regolano il matrimonio, la moglie segue la condizione del marito e ne assume il cognome (articolo 131 c. c.). Tale principio applicato nellordinamento nobiliare che stabilisce che la moglie segue la condizione nobiliare del marito e la conserva durante lo stato vedovile (art. 18). La massima 17 della Consulta, dalla quale larticolo derivato, aggiungeva che i figli non acquistano nobilt pel fatto solo della nobilt materna. In base allarticolo 18 dellordinamento eliminato nelle famiglie nobili italiane il matrimonio morganatico, il quale rimasto oggigiorno soltanto nelle Famiglie Regnanti4. Il. titolo che viene assunto dalla moglie non proprio quello del marito, ma la forma femminile di esso. Inoltre esso viene perduto nel caso di scioglimento del matrimonio per causa diversa della morte del marito, come lannullamento o il divorzio. Anche la Principessa moglie del Principe Ereditario e le consorti dei Principi della Reale Famiglia assumono la qualit ed il titolo del Principe marito (reg. 1890 art. 3 e 8).
---------------------------------------------------------------------------------------------------------------4 - Gi per il diritto romano e germanico era vietato il matrimonio fra persone di condizione diversa. Per il diritto feudale furono considerate come concubinati le unioni di maschi appartenenti alle classi feudali con donne di altre classi o di grado inferiore anche se libere, ma la Chiesa fece prevalere il suo concetto che queste unioni fossero matrimoni indissolubili, sia pure con effetti giuridici limitati, donde deriv il nome di matrimonio morganatico (dal tedesco morgengabe: dono fatto dal marito alla m0glie il giorno dopo le nozze e di cui essa rimaneva proprietaria, e che in seguito divent lassegno maritale pi importante, detto anche matrimonio della mano sinistra, di disparaggio, secondo la legge salica. Per detto matrimonio la moglie non veniva elevata al grado del marito, non partecipava ai titoli, agli onori, ai privilegi del marito, alla successione nel feudo, e i figli, pur essendo legittimi, seguivano la condizione della madre e non entravano nella famiglia paterna. La moglie e i figli nati da essa avevano diritto soltanto ai beni che il marito assegnava alla moglie al momento del matrimonio. Anche dopo labolizione del feudalesimo le famiglie della pi alta nobilt continuarono a ritenere che la nobilt del marito non si comunicasse alla moglie, se figlia di commercianti o di artieri, n ai figli. Il matrimonio morganatico rimasto oggigiorno solo nelle famiglie regnanti (per maggiori notizie v. SALVIOLI, op. cit., pag. 410). controverso se il matrimonio in parola produca nei tempi moderni effetti civili, generalmente per si ritiene che esso sia una comunione nel sangue, non nei beni e nel grado, e quindi la moglie non assume il cognome del marito ed i figli prendono il cognome della madre, di cui seguono la condizione civile. Non manca in Italia qualche autore (STOLFI, Diritti di famiglia, pag. 141) che sostenga che il matrimonio morganatico produca effetti civili. Nello scorso secolo il matrimonio morganatico fu contratto in Italia da due Sovrani, per mediante il s0l0 vincolo religioso. Attualmente per il matrimonio dei Principi Reali richiesto in base allart. 69 c. c. lassenso del Re, il quale per le R. Patenti 13 settembre 1780, che sono ritenute tuttora in vigore, pu consentire che un Principe della sua Casa sposi una donna che non sia di sangue reale, purch di antico ed illustre lignaggio, il matrimonio di Principi Reali contratto senza losservanza di tali norme non riconosciuto valido agli effetti della appartenenza alla Famiglia Reale e fa decadere i Principi, in base alle succitate R. Patenti dal possesso dei diritti provenienti dalla Corona e dalla ragione di succedere nei medesimi, come pure da ogni onorificenza e prerogativa della Famiglia. Secondo lArangio Ruiz (Ist. dir. cost. cit., pag. 416) il Re che faccia un matrimonio diseguale non perde tale sua qualit, soltanto la moglie e i figli non fanno parte della Famiglia Reale, e il matrimonio diseguale compiuto da Principi della Famiglia Reale pu diventare legittimo con lammissione del matrimonio stesso e delle conseguenti nascite nei registri dello speciale stato civile per la Famiglia Reale, di cui allart. 370 c. c., ma la legittimazione deve esser fatta per legge.

La primogenitura - Labuso dei diminuitivi Ai fini della determinazione della primogenitura nel caso di parto gemello, si considera primogenito il primo venuto alla luce (articolo 19). Pei figli dei titolati, vivente il padre, non esistono scientificamente i diminutivi, ad esempio, di Marchesino, di Marchesina, di Contino, di Contessina, che costituiscono abusi. Solo i figli e le figlie del Re, i figli del Principe Ereditario di ambo i sessi hanno il titolo di Principi e Principesse Reali, e i nipoti del Re figli di Principe fratello e i figli e discendenti dei nepoti del Re e del Principe Ereditario, di ambo i sessi, hanno il titolo di Principi e Principesse del Sangue (art. 4, 5, 6, 7, reg. 1890). Il titolo ex feudale appoggiato al cognome Per seguire una tradizione storica (n. 20 L) riconosciuto ai primogeniti Capi di famiglie romane, insigniti di titoli ex feudali di Principe o Duca, Marchese e Conte, lantico uso di appoggiare il titolo principale al cognome, anzich al predicato feudale (art. 22). Per aversi per uniformit di trattamento per gli investiti di titoli di tutte le regioni del Regno, lo stesso uso pu essere riconosciuto, su domanda, mediante decreto del Capo del Governo, ai capi di quelle famiglie ex feudali delle altre regioni dItalia che si trovano nelle stesse condizioni. Sono inoltre fatti salvi i riconoscimenti di tale uso gi avvenuti (art. 22). Divieto di rinnovazione e di passaggio ad altra famiglia di titoli concessi da Potenza estera Per il fatto che la concessione dei titoli presuppone lesercizio della sovranit, o due sovranit non possono essere concorrenti, i titoli ed attributi nobiliari concessi da una Potenza estera non possono formare oggetto di rinnovazione n di passaggio ad altra famiglia (art. 23). I titoli concessi da Sovrani italiani prima dellunificazione nazionale. (I titoli del Sacro Romano Impero, quelli conferiti da Napoleone I, da Murat, di Conte Palatino). Per il principio della successione di Stato a Stato sono per considerati come titoli italiani, e ad essi equiparati, quelli concessi da Sovrani italiani o stranieri che regnarono nelle varie parti dItalia prima della unificazione nazionale (v. n. 19, 20, 21) ai propri sudditi, qualora questi o i loro successori aventi diritto ai titoli, abbiano acquistato la cittadinanza italiana per effetto della unificazione, o in virt di decreto di naturalizzazione (art. 30).

Per certi titoli sono poste per delle limitazioni, determinate da ragioni diverse. Cos i titoli del Sacro Romano Impero (cessato il 6 agosto 1806 in seguito alla rinuncia alla corona imperiale dAustria e di Germania fatta da Francesco II dAsburgo) conferiti a famiglie italiane, sono riconosciuti nei limiti della concessione; ma non sono rinnovabili, n possono passare da una in altra famiglia (art. 26), dato che trattasi di titoli di impero scomparso, ed quindi venuta a cessare la giurisdizione del Sovrano sui feudi imperiali. Detti titoli come stato detto a proposito di quelli di Conte (v. n. 36) presentano la caratteristica che sono conferiti a tutti i membri della famiglia, maschi e femmine che fossero. Non devono per esser confusi i titoli del S. R. I. concessi fino alla sua cessazione, con quelli concessi successivamente dallo stesso Imperatore che assunse il nome di Francesco I dAustria, per quanto egli abbia dichiarato in occasione della rinuncia al S. R. I. che dallora innanzi gli Stati austriaci avrebbero costituito limpero. I titoli conferiti da Napoleone I, sia come Re dItalia che come Imperatore dei Francesi, e quelli conferiti da Gioacchino Murat, Re di Napoli, a cittadini italiani non sono trasmissibili se allepoca della concessione non fu costituito il prescritto maggiorasco, salvo speciale dispensa dallobbligo di costituirlo risultante dallaiuto di concessione (art. 27). In questo caso la Prerogativa Sovrana per la trasmissibilit dei titoli richiede che siano osservate le condizioni delloriginaria concessione (v. n. 19, 20, 21). Il titolo di Conte Palatino, per i motivi sopraesposti (v. n. 36), e accogliendosi le massime formulate dalla Consulta Araldica, dichiarato non rinnovabile, n trasmissibile senza speciale disposizione risultante dal diploma di concessione; non sono riconosciute le concessioni di questo titolo fatte a favore di un determinato collegio, o per delegazione perpetua del Papa o dellImperatore. Sono per fatti salvi gli effetti dei riconoscimenti gi avvenuti (art. 34.). Il chirografo sovrano non seguito dal diploma stato detto (n. 70) delle vicende storiche subite dai documenti sovrani comprovanti la concessione di distinzioni nobiliari (diplomi originali e lettere patenti), ma poteva e pu anche avvenire che il Sovrano in un suo atto scritto chiamasse una persona con un titolo nobiliare di cui essa non fornita, e che eventualmente le anche dato per consuetudine dallopinione pubblica. Poich in questi casi il Sovrano non intese conferire alcun titolo, dato che in materia nobiliare sono valevoli soltanto le nomine risultanti da speciali documenti in tutta legalit e conferenti una determinata nomina, ad ovviare ad ogni dubbio e seguendo laforisma nobilitas non confertur per verba enunciativa, lart. 29 dellordinamento stabilisce che il chirografo Sovrano di concessione di un titolo, non seguito dal rilascio del diploma nelle forme consuete, non sufficiente per il riconoscimento. Alla mancanza del diploma pu esser concessa sanatoria con Reale Decreto di riconoscimento. Si comprende che tale sanatoria pu esser concessa allorquando risulti che il Sovrano abbia effettuato la concessione. Il possesso di un territorio o ex feudo titolato Gi la Consulta Araldica aveva adottato la massima che colla abolizione della feudalit rimase sciolto ogni vincolo feudale anche riguardo al possesso della terra infeudata e non sopravvisse che il titolo nobiliare che vi era annesso (massima 7). Ma perch il titolo sia conservato da chi sia venuto in possesso della terra ex feudale e titolata, occorre che il titolo stesso sia passato nel nuovo possessore in modo legittimo, secondo i principi del diritto nobiliare, ed stato visto che tale passaggio non si verifica nel caso di acquisto in seguito a vendita di terre titolate ex feudali (v. n. 71). In proposito la stessa Consulta Araldica aveva formulato la massima (art. 8) : il semplice possesso di una terra gi feudale e titolata non costituisce, pel possessore, nessun diritto ad assumere il titolo o predicato. Il nuovo ordinamento accogliendo detta massima ha stabilito allart. 24 che il semplice possesso di un territorio o di un ex feudo, al quale un tempo era annesso un titolo, non conferisce al possessore diritto ad assumere quel titolo e il relativo predicato, n per chiederne la rinnovazione. Il Grandato di Spagna. I titoli stranieri (In nota: La Paria di Sicilia) Per quanto riguarda altri titoli e dignit straniere lart. 33 dellordinamento, accogliendo la massima 26 marzo 1926 della Consulta Araldica stabilisce che la dignit di Grande di Spagna riconosciuta

solamente a coloro che ne abbiano ottenuta personale investitura dal Re di Spagna. E ci per il fatto che nessuna delle famiglie italiane, comprese quelle iscritte nel Libro doro della nobilt italiana, ne ha il possesso effettivo. Per quelli che si fossero trovati nelle condizioni di poterne domandare linvestitura, sar fatta speciale annotazione nel libro doro della Consulta. Intanto in Spagna i titoli nobiliari sono stati aboliti nel 1930 con lavvento della Repubblica. In proposito da ricordare che i grandi feudatari della Spagna erano chiamati Ricoshombres e godevano del privilegio di parlare col Sovrano a capo coperto. LImperatore Carlo V, cui non garbava questo uso sostitu il titolo di Ricoshombres con quello di Grande e lo concesse solo a coloro che lo avevano seguito dalla Germania. In tal modo questo titolo venne ristretto a poche famiglie. Filippo II impose poi ai Grandi la cerimonia della investitura nella quale il candidato si presentava al Sovrano a capo scoperto, e non si copriva che a di lui invito. I Grandi erano divisi in 3 classi distinte dalla cerimonia della cubertura. Quello di 1a classe metteva il cappello in testa prima di parlare al Sovrano; quello di 2a classe parlava col capo scoperto, ma si copriva per attendere la risposta; quello di 3a classe per coprirsi doveva attendere che il Sovrano gli dicesse di coprirsi subito dopo la risposta. Le prime due classi erano ereditarie e si trasmettevano alle donne insieme col titolo. La terza classe era spesso conferita a vita, ma per lo pi a due generazioni. I Grandi delle tre classi avevano il medesimo grado, perch erano ugualmente trattati da Cugini dal Sovrano, col titolo di Eccellenza, e si coprivano tutti indistintamente quando il Sovrano stava coperto. Le mogli e i figli primogeniti avevano uguale diritto agli onori e al trattamento da Cugini. La dignit di Grande di Spagna venne conferita ad illustri famiglie italiane. Sennonch con disposizioni legislative spagnuole del 1845 e 1846 venne stabilito che gli eredi della dignit di Grande erano obbligati entro 6 mesi a chiedere al Governo Spagnuolo le lettere patenti di conferma o riconoscimento e a pagare una rilevante tassa. Dopo la data anzidetta non tutte le famiglie italiane hanno curato di ottenere la necessaria ricognizione, donde la disposizione dellart. 33 dellordinamento5 . Per il principio, gi citato della successione dello Stato unitario italiano ai precedenti Stati, lart. 31 dellordinamento, seguendo lart. 38 del regolamento del 1896 stabilisce che i titoli stranieri, con o senza predicato, posseduti da antico tempo da cittadini italiani e gi una volta esecutoriati o riconosciuti dalle competenti autorit degli antichi Stati italiani prima della unificazione politica, sono riconosciuti con decreto del Capo del Governo, ai legittimi possessori ed alla loro discendenza maschile, nei limiti della concessione, o, in difetto, nei limiti della esecutoria o dellantico riconoscimento. Raggiunge lo stesso articolo che in qualunque altro caso, gli interessati, per ottenere il riconoscimento dei titoli dovranno produrre un attestato del Governo dello Stato dal quale promana il titolo, che ne confermi la spettanza allo istante. Ed in ci uniformandosi alla massima 29 della Consulta Araldica che pel riconoscimento di un titolo nobiliare, posseduto da una famiglia italiana, e non ancora legittimamente confermato, occorre una dichiarazione della competente autorit, spedita dal Governo straniero in forma esecutiva, colla quale sia legittimata lattuale autenticit del titolo invocato. Lart. 32 dellordinamento stabilisce che lo straniero residente nel Regno, legalmente investito di titoli concessi da Potenze estere, pu essere autorizzato con decreto ad personam del Capo del Governo, di farne uso nel Regno, previa produzione di un attestato dellautorit competente dello Stato dal quale il titolo promana, che confermi il suo diritto al titolo. Per lart. 5 del R. D. 10-71930, n. 974, questa norma si applica anche per luso, da parte degli stranieri residenti nel Regno, di titoli nobiliari pontifici. Soggiunge lo stesso art. 32 che in facolt del Capo del Governo di far luogo allautorizzazione predetta ed al riconoscimento dei titoli stranieri posseduti da antico tempo da cittadini italiani di cui sopra stato detto, qualora consti del rifiuto dello Stato estero a rilasciare simili attestati, ma risulti che listante, cittadino italiano o straniero residente nel Regno, si trovi nel legittimo possesso del titolo. In ogni caso, dice lultimo capoverso, non potr essere consentito luso nel Regno di qualifiche o trattamenti inerenti a titoli stranieri non ammessi per i titoli italiani. Con questa facolt assegnata al Capo del Governo venuta risolta la situazione di quegli stranieri titolati residenti nel Regno, appartenenti a Stati che hanno abolito i titoli, o mostrano di ignorarne lesistenza, o che negano sistematicamente detto attestato. Esigenze di carattere politico,

discrezionalmente valutabili, hanno riservato la facolt al Capo del Governo. Questo articolo, di cui non si hanno tracce di precedenti legislativi, stato per il suo ultimo capoverso criticato dal Sabini 6 , il quale osserva che non saranno molti gli stranieri in Italia che si sentiranno vincolati dalla sua limitazione, che per quanto riguarda gli agenti diplomatici essa non trova applicazione per il principio della extraterritorialit che protegge le rappresentanze diplomatiche. Inoltre larticolo, per quanto riguarda i privati cittadini stranieri, sarebbe in contrasto con lart. 6 delle disposizioni preliminari al codice civile che stabiliscono che lo stato e la capacit delle persone e i rapporti di famiglia sono regolati dalla legge della nazione a cui esse appartengono, ed i diritti nobiliari appartengono alla stessa classe dei diritti di famiglia, costituendo unappendice del cognome. Ove si volesse fare una rigida applicazione dellultimo comma di questo articolo un Pari inglese non potrebbe essere autorizzato in Italia a premettere al predicato del proprio titolo la qualifica di Lord, ed altri stranieri non potrebbero avere i trattamenti di Altezza Serenissima o di Eccellenza cui davano diritto i titoli stranieri posseduti.
---------------------------------------------------------------------------------------------------------------5 - Affine a questa disposizione la massima 10 giugno 1928 adottata dalla Consulta Araldica in base alla quale per tutte le famiglie che hanno avuto la para di Sicilia annessa al titolo, famiglie comprese nellelenco del 1848, si far annotazione, come ricordo storico, nel Libro doro nella pagina delle rispettive famiglie. Da questa annotazione saranno esclusi quei titoli passati ad altre famiglie. Per linterpretazione di questa massima da ricordare che nel diritto feudale la parola para serv ad indicare eguaglianza tra gli uomini di pi elevata condizione ed autorit. Essi erano detti pari, perch erano uguali tra loro per i privilegi di cui godevano e per il potere loro conferito dal Sovrano, di cui erano consiglieri, e per il valore del loro parere nelle decisioni da adottarsi. Erano chiamati pari in forma generale i Signori, vassalli comuni ed immediati di un medesimo Sovrano, e pari dei feudi o infeudati erano detti quei Signori che costituivano la curia o corte feudale o dei grandi feudi, e che avevano il privilegio di non essere giudicati che dai loro pari. La parola fu adoperata anche per sin0nimo di barone e vi furono ecclesiastici e donde pari, per i feudi posseduti. I pari come istituzione politica e gerarchica dello Stato sopravvivono attualmente solo in Inghilterra, negli altri Stati nellepoca moderna hanno avuto vita in Francia, nel Regno di Napoli e Sicilia, e hanno costituito la Camera alta, o aristocratica, o Senato; istituto i cui membri conservano tuttora generalmente la prerogativa di essere giudicati dai propri colleghi. La paria esisteva in Sicilia annessa ai titoli nobiliari di determinati feudi, e per la costituzione del 1812 una delle due Camere del Parlamento era detta dei Pari e la paria continuava ad essere ereditaria. Nella costituzione siciliana del 1848 furono ammessi a far parte del Senato, in aggiunta ai membri elettivi, anche i pari temporali che siedevano per la costituzione del 1812. Successivamente la paria scomparve come istituzione ereditaria. Lelenco delle parie del Regno di Sicilia e delle famiglie che ne possiedono attualmente i titoli trovasi in PALAZZOLO DRAGO, Famiglie Nobili Siciliane cit., pag. 197. 6 - SABINI, Lordin. cit., pag. 149, 150.

La perdita della nobilt nelle vicende storiche Nel diritto feudale, come stato detto (v. n. 13) era prevista la perdita del feudo per fellonia, per delitto comune, per alienazione o aggiudicazione (nei primi tempi del feudalesimo), per mancanza di successori giusta latto di concessione, per refuta (v. n. 12), per inabilit o vizio fisico del vassallo a servire il Signore, o perch monaco (v. n. 10, 84) o chierico (v. n. 11, 84), per lesercizio del commercio (v. n. 13). Successivamente era causa di perdita della nobilt lesercizio di alcune professioni liberali, di arti o professioni meccaniche, e per taluni Stati italiani il matrimonio di donne nobili con uomini non nobili (v. n. 14). Inoltre in taluni Stati italiani, come in Piemonte, in Toscana, a Venezia, a Bologna, a Modena, a Lucca, a Napoli era prevista la perdita della nobilt in caso di condanna per crimine o a pena infamante. Negli ordinamenti italiani postunitari in materia nobiliare non esisteva nessuna disposizione circa la perdita dei titoli, per alcune delle anzidette cause di perdita del feudo potevano valere come motivo per la perdita del titolo solo in quanto non contrastanti col moderno ordinamento giuridico, e la Consulta Araldica adott anche una massima 7 che vietava il riconoscimento di titoli nobiliari in persone interdette per infermit di mente ed altra sulla incapacit relativa degli ecclesiastici (v. n. 84). Solo nel codice penale del 1889 allart. 20 era prevista la perdita dei gradi e delle dignit accademiche, dei titoli, delle decorazioni e altre pubbliche insegne onorifiche come effetto della interdizione perpetua o temporanea dai pubblici uffici. Anche il nuovo codice penale del 1930 agli art. 28 e 29 prevede, a proposito della interdizione perpetua o temporanea, la perdita dei gradi e delle dignit accademiche, dei titoli, delle decorazioni o di altre pubbliche insegne onorifiche. Il nuovo ordinamento nobiliare ha ritenuto di introdurre negli art. da 41 a 49 norme relative alla decadenza e alla sospensione dei titoli e attributi nobiliari in conseguenza di condanne. Come detto nella relazione del Capo del Governo del Re queste sanzioni ripetono il loro fondamento storico giuridico dalle legislazioni di quasi tutti gli Stati dEuropa e degli stessi antichi Stati italiani sin da tempo remoto. Daltra parte lassoluta purezza dei natali e la vigorosa integrit e dignit di vita sono condizioni essenziali perch laristocrazia della nascita possa sussistere nello Stato moderno.
---------------------------------------------------------------------------------------------------------------7 - Boll. Uff. Cons. Arald., n. 34, pag. 296 e n. 38, pag. 15.

La perdita definitiva e temporanea (ossia sospensione) della nobilt La perdita dei titoli o attributi nobiliari pu essere definitiva o temporanea, questultima indicata nellordinamento (art. 45) col nome di sospensione. Tutte e due le perdite vengono dichiarate con Decreto Reale controfirmato dal Capo del Governo (art. 46). Inoltre la perdita definitiva ha luogo o di diritto, o mediante revoca su proposta della Consulta Araldica. Oltre la perdita dei diritti nobiliari di cui il titolare attualmente investito, la legge prevede il caso di colui che deve succedere in un titolo. Per questultimo la perdita definitiva del diritto di succedere ai titoli ed attributi indicata dalla legge col nome di decadenza a succedere. Cos lart. 41 stabilisce che incorrono di diritto nella perdita dei titoli e attributi nobiliari e nella decadenza del diritto a succedervi i condannati per delitto contro il Re, il Principe Ereditario o la Patria, contro il Sommo Pontefice, e contro il Capo del Governo, i condannati alla pena di morte, dellergastolo e della reclusione per una durata non inferiore ad anni cinque od alla interdizione permanente dai pubblici uffici (articolo 41). Si ha quindi qui riguardo a due elementi: o alla natura grave del reato o alla gravit della pena. La Consulta Araldica pu proporre al Re di decretare la perdita delle distinzioni nobiliari e la decadenza del diritto a succedervi in confronto dei condannati alla reclusione per qualsiasi durata per delitti contro i poteri dello Stato, contro la fede pubblica, contro la propriet e il buon costume o per bancarotta fraudolenta; e di coloro che, allo scopo di eludere le leggi dello Stato, rinunziano alla cittadinanza italiana o che ne sono stati privati per Decreto Reale (art. 42). In ambedue i casi anzicennati di perdita definitiva, di diritto o per revoca, questa colpisce esclusivamente la persona del colpevole, e quindi i titoli nobiliari sono riconosciuti allimmediato legittimo successore (art. 43). Inoltre la riabilitazione del condannato non produce alcun effetto sulla perdita gi dichiarata dei titoli (art. 47). Circa la non ammissione dellistituto della riabilitazione, la relazione Biscaro al progetto dellordinamento ne d la spiegazione con la considerazione, da un lato, del maggior rigore che conviene esercitare nel controllo della integrit e dignit di vita di un ceto che si rappresenta, per le sue origini e tradizioni storiche e per la funzione che ancora in grado di compiere, come il fiore della Nazione, e dallaltro dellinteresse di non lasciare, dopo la pronuncia della perdita definitiva del titolo o del diritto a succedervi, vacante il titolo stesso in vista di una lontana e sempre problematica eventualit, quale lapplicazione dello straordinario beneficio della riabilitazione. qui da ricordare che nella legislazione di alcuni Stati preunitari era ammesso invece il riacquisto della nobilt perduta o per grazia Sovrana, o per servigi resi al Sovrano o allo Stato, o per la vita decorosa tenuta per un certo tempo. Cos in Toscana per la legge 31-7-1750, a Modena per lEditto 2-1-1816; a Lucca per il decreto 27 aprile 1826 (v. n. 20). Nel caso per di perdita di titoli in conseguenza della perdita della cittadinanza italiana, la legge ha voluto garantire la situazione dei figli minori di colui che ha perduto la cittadinanza e che, senza loro volont, hanno acquistato la cittadinanza straniera. In tal caso, prima di farsi luogo al riconoscimento del passaggio del titolo ad altra persona, legittimo successore, diverso dai figli, occorre attendere il decorso di due anni dal raggiungimento della maggiore et del pi giovane dei figli, per dar loro la possibilit di riacquistare la cittadinanza ed essere preferiti in confronto agli altri successibili, salvo che nel frattempo si verifichi il recupero della cittadinanza italiana da parte di qualcuno dei figli minori (art. 44). Si evince da queste disposizioni chiaramente che, come si gi detto, i titoli e gli attributi nobiliari vengono mantenuti non per vana pompa personale dellinvestito, perch, ove ci fosse, nel caso di perdita definitiva di essi potrebbero farsi cessare del tutto, senza alcun riguardo dei figli o di altri legittimi successori. La perdita temporanea o sospensione dai titoli, predicati e qualifiche nobiliari, per la minore gravit delle mancanze che la determinano, avviene su proposta al Re della Consulta Araldica e non pu durare pi di cinque anni. Questa sospensione pu venire applicata in confronto dei condannati per oziosit, vagabondaggio o per mendicit, degli ammoniti a norma di legge e dei sottoposti alla vigilanza speciale della Pubblica Sicurezza, o alla pena del confino, qualora sia stata applicata per fatti disonorevoli o per addebiti di particolare gravit (art. 45) 8.

Per assicurare lapplicazione delle disposizioni anzidette, lart. 48 prescrive che il Procuratore del Re dovr trasmettere senza ritardo alla Presidenza del Consiglio dei Ministri un estratto delle sentenze passate in giudicato, che importino condanne di persone appartenenti a famiglie inscritte nellElenco Ufficiale Nobiliare alle pene e pei reati indicati negli articoli precedenti. Giusta lart. 49, lannotazione del decreto che pronunzia la perdita dei titoli, predicati e qualifiche nobiliari a margine della relativa inscrizione nei libri e nei registri della Consulta Araldica, fatta a cura del Cancelliere della Consulta sopra richiesta del Commissario del Re, il quale ne dar notizia alla Consulta nella prima riunione successiva allannotazione.
---------------------------------------------------------------------------------------------------------------8 - Vedi per lannotazione gli art. 164 e seg. e per il confino gli art. 180 e seg. del T.U. leggi di P. S. 18 giugno 1931, n. 773.

Gli infermi di mente - Gli ecclesiastici In considerazione che nelle cause di perdita definitiva o temporanea dei titoli, predicati, attributi, qualifiche nobiliari non prevista linfermit di mente, la massima succitata (v. n. 82) adottata dalla Consulta Araldica sembra non possa trovare applicazione. Come conseguenza del principio di diritto feudale della incapacit in possesso del feudo da parte dei chierici o monaci (v. n. 10 e 11), la Consulta Araldica ha stabilito le due massime seguenti: I cavalieri professi di giustizia del Sovrano Ordine Militare di Malta per poter adire le eredit o successioni nobiliari debbono provvedersi in via di grazia di un Reale assenso (mass. 33). Simile assenso necessario agli ecclesiastici entrati negli ordini maggiori (mass. 34). Da parte sua la Santa Sede ha fatto divieto ai Patriarchi, Arcivescovi e Vescovi di far uso di insegne e titoli nobiliari gentilizi (v. n. 52 nota). Sulla inscrizione dei sacerdoti nellelenco nobiliare detto al n. 110. Per quanto riguarda la sorte dei titoli in seguito a dichiarazione legale di assenza di colui che ne investito, provvede lart. 68 dellordinamento, di cui detto appresso (v. n. 94). La successione nobiliare e la successione civile - Differenze Lo statuto della successione ai titoli e attributi nobiliari, come stato detto (n. 1) uno dei punti fondamentali della riforma del 1926 ed ha dato luogo alle citate vicende della impugnazione di incostituzionalit della riforma stessa, nonostante che essa abbia garantito i diritti quesiti, conservando in s traccia viva dei precedenti ordinamenti (v. n. 24). Poich le norme innovative in tema successorio furono emanate con R. D. 16 agosto 1926, n. 1489, pubblicato nella Gazzetta ufficiale del 7 settembre 1926, lattuale ordinamento si richiama a questultima data per indicare la decorrenza delle nuove disposizioni. Dice infatti lart. 53 che alle antiche disposizioni che con norme diverse nelle singole regioni dItalia, regolavano lordine delle successioni, riguardo ai titoli ed attributi nobiliari concessi dai Sovrani degli antichi Stati prima della unificazione politica, sono surrogate le disposizioni seguenti, con decorrenza dal 7 settembre 1926 .9 Gi stato detto delle varie forme, di successione nobiliare a seconda del diritto feudale o dei decreti di concessione nobiliare, e cos sono da ricordare la successione in linea maschile e primogeniale e collaterale nei gradi permessi per diritto franco, la successione per diritto longobardo fra tutti i figli, con esclusione talvolta delle figlie o talaltra in concorrenza con esse. da ricordare che anche nei feudi jure francorum vi fu leccezione nel mezzogiorno dItalia della successione per via di donne (successione napoletana e siciliana e sarda) in mancanza di discendenti maschi, per cui la successione collaterale veniva di fatto abolita in pro della femminile in linea retta. Inoltre stato detto che certe concessioni di titoli, specie nel periodo della decadenza feudale, erano fatte non al solo concessionario ma a tutti i suoi discendenti (omnibus descendentibus vel nascituris in perpetuum), o tali altre concessioni, specie del Sacro Romano Impero e pontificie, erano trasmissibili non solo a tutti i maschi, ma a tutte le femmine di una agnazione. Ora di fronte a queste diverse forme di successione nobiliare il regolamento del 1896 stabiliva che i titoli nobiliari si riconoscevano nella forma e con le condizioni della originaria concessione (art. 37), e per i titoli concessi da sovranit preesistite in Italia ad italiani non sudditi si riconoscevano le condizioni stabilite nellatto di conferma dal Sovrano naturale. Se questa conferma non intervenne, essa si concedeva regolando la trasmissibilit secondo le norme tradizionali nella regione storica cui apparteneva la famiglia concessionaria (art. 38).

Per i titoli di nuova concessione, la trasmissibilit loro era in massima quella primogeniale e maschile (art. 39). anche da ricordare che le norme della successione nobiliare si differenziano dal diritto successorio civile, poich in questo si bada alla prossimit del grado della parentela, senza preferenza di linea (art. 722 e 1422 c. c.) la successione si devolve ai discendenti legittimi, agli ascendenti, ai collaterali, ai figli naturali ed al coniuge (articolo 721 c. c.), e per figli legittimi sintendono anche i legittimati, gli adottivi e i loro discendenti (art. 737 c. c.). Lart. 54 del nuovo ordinamento stabilisce che la successione ha luogo a favore dellagnazione maschile dellultimo investito, per ordine di primogenitura senza limitazione di gradi, con preferenza della linea sul grado. I chiamati alla successione debbono discendere per maschi dallo stipite comune, primo investito del titolo. I titoli, i predicati e gli attributi nobiliari non si trasmettono alle femmine n per linea femminile, salvo quelli concessi oltre che ai maschi anche alle femmine, alle quali spettano durante lo stato nubile e non danno luogo a successione (art. 57). Laffermazione della successione nobiliare maschile, con esclusione della trasmissione per via di donne, corrisponde alla concezione fascista sui titoli nobiliari, quale culto delle memorie, poich nel caso della trasmissione per via femminile i titoli e i predicati verrebbero sradicati dalle originarie famiglie di cui si vogliono tramandare le nobili gesta. La successione per primogenitura senza limitazione di gradi a favore dellagnazione maschile, cio discendente, dellultimo investito esclude la successione retrograda a favore degli ascendenti ammessa dal codice civile. In caso di estinzione della linea diretta di successibili, ammessa la successione per linea collaterale, purch il chiamato alla successione discenda per maschi dallo stipite comune, primo investito del titolo (art. 54 capv.). Inoltre nel caso della successione collaterale, preferito colui che appartiene ad una linea pi vicina allultimo investito, quantunque il grado di parentela fra il successore e lultimo investito sia pi lontano di quello di un altro collaterale, ci che si evince dalla formula troppo involuta adoperata nellart. 54 con preferenza dellamt linea sul grado, e ci in contrasto col diritto civile che d la preferenza al grado sulla linea. Si ha cos un ritorno al principio della successione feudale per primogenitura, con ladattamento di esso, per quanto riguarda la non limitazione dei gradi, ai tempi moderni, dato che la Corona non ha ora pi interesse, come era nel periodo feudale, a limitare i gradi di successione, al fine della reversione dei feudi alla Corona stessa in mancanza di successibili. Si raggiunge anche in tal modo la finalit, cui era inspirato lo statuto nobiliare del 1926, di far tornare i titoli alla agnazione maschile del primo investito. La preferenza accordata alla linea sul grado pi consona al principio della successione primogeniale, di quanto non fosse la successione collaterale, ed pi corrispondente alle formule di concessione feudale: tibi et successoribus tuis ex corpore legitime descendentibus ed alle altre corrispondenti. Inoltre essa risolve la dibattuta questione se nella successione collaterale era da dare la preferenza alla linea o al grado di parentela. A differenza del diritto feudale, nel quale lordine di successione poteva essere presunto, nel diritto moderno nel diploma di concessione esso indicato con formula abituale trasmissibile ai discendenti legittimi e naturali, maschi da maschi in linea di primogenitura a meno che, a tenore dellart. 67, non sia regolato con condizioni speciali lordine dei successibili, essendo in ci libera la Prerogativa Sovrana.
---------------------------------------------------------------------------------------------------------------9 - Questo articolo corrisponde al primo dello statuto successorio del 1926. Vedi Gualtieri, op. cit., pag. 31. Il progetto originario di detta riforma dovuto al Consultore Araldico Duca Agostino de Vargas Machuca.

La filiazione legittima, naturale derivante da matrimonio putativo Per quanto riguarda i figli che possono succedere, essi debbono essere legittimi, nati cio da legittimo matrimonio, con esclusione della filiazione naturale ancorch riconosciuta (art. 55), e ci in disformit del diritto civile e conformemente ai principi del diritto feudale, che per rispetto alla compagine ed unit familiare non ammettevano alla successione nelle dignit i figli naturali riconosciuti o no10 . A volte nei diplomi di concessione si parla di discendenti legittimi e naturali, ma, salvo prova contraria lespressione va intesa congiuntamente nel senso che il figlio abbia qualit di legittimo per vincoli di sangue e di naturale in contrapposto al figlio adottivo, e non gi

nel senso che sia ammessa la successione dei figli naturali. Ci non pertanto si vedono nella storia medioevale e moderna casi in cui i figli naturali hanno potuto acquistare posti eminenti ed ai quali con Sovrana autorizzazione sono stati concessi titoli. stato deciso che i figli nati da matrimonio putativo (dichiarato cio nullo) succedono nei titoli nobiliari11 . Dei figli nati da matrimonio morganatico stato detto al n. 74.
---------------------------------------------------------------------------------------------------------------10 - Cass. Regno, 9 maggio 1930, Treves c. Treves, Giur. It., 1930, I, 776. Lespressione figli legittimi naturali contenuta nelle concessioni di titoli nobiliari, salvo prova contraria, deve intendersi congiuntamente, nel senso che il figlio abbia qualit di legittimo e di naturale, essendo i figli naturali per le antiche consuetudini feudali nobiliari esclusi dalla successione nel feudo e nel titolo. 11 - C. Appello Catania, 2 settembre 1931, Patern c. Cons. Araldica, Rassegna Giudiz., 1931, 483. Il matrimonio putativo assicura al figlio il godimento di tutti gli effetti civili di un matrimonio valido, e fra essi anche quello di succedere nei titoli nobiliari.

La filiazione legittimata Per quanto riguarda i figli legittimati, bisogna distinguere le due forme di legittimazione: quella per Decreto Reale o rescriptum principis, e quella per susseguente matrimonio. Nel caso di legittimazione per susseguente matrimonio si ammetteva nella dottrina la successione perch si aveva la famiglia legittima, e la Consulta aveva formulato la massima n. 14 che ai figli legittimati per susseguente matrimonio, sotto il regime del codice civile italiano, si pu riconoscere la successione ai diritti nobiliari, qualora provino lo stato libero dei genitori, dieci mesi prima della nascita del figlio12 . Riguardo ai figli legittimati per rescriptum principis, e cio quando il matrimonio dei genitori non pu avvenire (art. 191 c. c.), non vi era uniformit di legislazione, ammettendosi che non succedessero, nella legislazione napoletana per il R. Rescritto 17 febbraio 1844, ed essendo equiparate le due forme di legittimazione nelleditto di Maria Teresa dAustria del 1769 per la Lombardia. La Consulta Araldica aveva formulato la massima n. 12 per la quale i figli adottivi e quelli legittimati per rescritto del principe non succedono nei diritti nobiliari delladottante o del padre senza una speciale autorizzazione sovrana. Il nuovo ordinamento si ispirato alla tradizione per i legittimati per susseguente matrimonio, stabilendo che succedono nei titoli e predicati al pari dei figli legittimi, e che gli effetti della legittimazione, rispetto alla successione nei titoli, quando il riconoscimento posteriore al matrimonio, prendono data dal giorno del riconoscimento. Per quanto concerne i legittimati per Decreto Reale il nuovo ordinamento ha allargato la massima della Consulta, stabilendo che succedono nei titoli e nei predicati del padre, purch questi non abbia figli o discendenti legittimi o legittimati per susseguente matrimonio o altri parenti maschi fino al 3 grado successibili nei titoli, e purch nel Decreto Reale di legittimazione ha dichiarato, in via di grazia, la capacit del legittimato di succedere nei titoli del padre (art. 55)13 . Queste disposizioni riguardanti la successione dei figli naturali e legittimati non sono assolute per le nuove concessioni, ma possono essere derogate da particolare autorizzazione della Prerogativa Sovrana (art. 55) 1).
---------------------------------------------------------------------------------------------------------------12 - La C. Appello di Catania nella sent. 2 settembre 1931 sopracitata ritenne questa restrizione della prova dello stato libero dei genitori non giustificabile. 13 - Lart. 55 corrisponde con ampliazioni a quello 3 dello statuto successorio del 1926, modificato dallart. 2 del R. D. 16 giugno 1927, n. 1091.

La filiazione adottiva Relativamente ai figli adottivi, la dottrina antica e le precedenti legislazioni ritenevano che essi non succedevano. Facevano eccezione i titoli creati da Napoleone e trasmissibili in seguito alla creazione del maggiorasco, per i quali era detto che passavano alla discendenza diritta e legittima, naturale o adottiva, di maschio in maschio per ordine di primogenitura (statuto 21 settembre 1808). stata esposta anche la massima adottata in proposito dalla Consulta Araldica, e conformemente ad essa lart. 56 del nuovo ordinamento stabilisce che i figli adottivi non succedono nei titoli e predicati spettanti allagnazione delladottante salve le contrarie disposizioni della Sovrana Prerogativa, per i titoli di nuova concessione14 .
---------------------------------------------------------------------------------------------------------------14 - Cass. Regno, 14-3-1930, Pres. Cons. Ministri C. Malagola, Foro It., 1930, I, 764. Per un principio di diritto feudale consacrato anche nellart. 56 del R. D. 21-1-1929, n. 61, i figli adottivi non possono succedere nei titoli nobiliari delladottante a meno che latto dinvestitura ammetta alla successione qualsiasi erede anche non agnato. Se nellatto di concessione la successione nel feudo sia riservata ai discendenti maschi ed agli eredi in linea maschile, vanno esclusi da essa i figli adottivi, intendendosi per eredi, in conformit della communis opino dei feudisti, i soli agnati in mancanza di figli o di altri discendenti.

Le donne titolate - I titoli degli ultrogeniti Ma oltre che con la successione, i titoli possono acquistarsi anche col solo fatto della nascita, e ci

avviene per quei titoli di vecchia concessione conferiti con qualunque formula o legalmente riconosciuti per tutti i maschi di una agnazione, che si acquistano dal giorno della nascita. I titoli in parola, che sono concessi, oltre che a tutti i maschi anche alle femmine, si acquistano dalle donne con la nascita e spettano alle medesime soltanto durante lo stato nubile, perdendosi cos in caso di matrimonio, e non danno luogo a successione (art. 57). Questa larga forma di concessione di titoli si trova in antiche investiture, in cui pi che onorarsi la persona, intendevansi onorare tutti quelli di una agnazione che avevano lo stesso cognome, anche se fossero donne. Ai fini per della trasmissione ed affinch i titoli non uscissero dalla famiglia, il nuovo ordinamento ne impedisce la trasmissione da parte delle femmine. stato gi detto, parlando del titolo di nobile (v. n. 42), che in base al regolamento del 1896, il titolo di nobile era attribuito, fra gli altri, agli ultrogeniti delle famiglie titolate collaggiunta del titolo e predicato del primogenito, preceduto dal segnacaso dei. Quando i titoli del primogenito erano parecchi, agli ultrogeniti non si attribuiva la qualificazione generica che di un solo titolo o predicato seguendo le speciali tradizioni locali o familiari. Pi esattamente il nuovo ordinamento regola i titoli degli ultrogeniti, nonch i titoli passati in altra famiglia per successione femminile, a proposito dei quali la Consulta Araldica aveva formulato la massima 16: quando un titolo o predicato nobiliare passa in altra famiglia, agli ultrogeniti della famiglia che lo possedeva non spetta il diritto di portarlo, preceduto dal segnacaso dei, che personalmente. Chiariva la massima 15 della Consulta che in Italia la particella di o de premessa al cognome non da sola indizio di nobilt. Gli art. 57 e 58 del nuovo ordinamento stabiliscono in proposito, pi completamente, che agli ultrogeniti di famiglie insignite di titoli primogeniali attribuito, oltre alla semplice nobilt, il diritto di aggiungere al cognome lappellativo del titolo e predicato del primogenito, preceduto dal segnacaso dei15 . Quando i titoli o predicati primogeniali sono parecchi, gli ultrogeniti aggiungono, dopo il segnacaso dei, lappellativo di quel titolo o predicato che fa parte del nome duso della famiglia, salva diversa tradizione familiare, da riconoscersi dalla Consulta (art. 57). Quando uno o pi titoli o predicati nobiliari siano passati per successione femminile in altra famiglia, il diritto suesposto degli ultrogeniti spetta ai membri della famiglia che ha perduto i titoli, nati prima del passaggio, ed a quelli della famiglia in cui sono pervenuti, nati dopo il passaggio (art. 58)16 .
---------------------------------------------------------------------------------------------------------------15 -Cass. Regno. 17 luglio 1931, Bonanno o Federico. Sett. Cass., 1931, 1369. Rispetto alla qualifica di nobile non fatta distinzione fra femmine nubili e non nubili. 16 -Lart. 57 corrisponde con modifiche al 4 dello statuto nobiliare del 1926, ed il 58 nuovo.

Regime dei titoli ricevuti per via di femmine o in possesso di femmine Ma stabilito il principio della successione primogeniale maschile, occorreva regolare la situazione di coloro che avevano ricevuto titoli per via di femmine, e dei titoli che potevano trovarsi in possesso di femmine. Qui il legislatore ha saputo contemperare i diritti quesiti con losservanza del nuovo principio informatore della successione nobiliare. E poich il 7 settembre 1926, come stato detto, era entrato in vigore il nuovo ordinamento, viene stabilito allart. 59 che i titoli e predicati, provenienti da femmine, che prima del 7 settembre 1926 sono legittimamente pervenuti alla loro discendenza maschile, continuano a devolversi alla medesima discendenza secondo le norme stabilite dallarticolo 54, cio secondo il nuovo ordinamento maschile primogeniale con esclusione delle femmine17 . Si riconobbe cio lacquisto fatto per via femminile, ma il trapasso avvenire deve aver luogo per via maschile. Il trapasso alla discendenza maschile di tali titoli provenienti da femmine sintende legittimo, per le successioni verificatesi dopo lemanazione del regolamento del 1896, allorquando prima della data del 7 settembre 1926, siano state emesse le R. lettere patenti di assenso prescritte per il passaggio di titoli da una famiglia ad unaltra. Se dette lettere patenti siano state richieste prima del 7 settembre 1926, il rilascio delle medesime pu aver luogo con effetto di legittimare la devoluzione dei titoli a favore della discendenza maschile18 . Ma questo trapasso dei titoli per via di femmine nella linea maschile sua discendente trova un limite, che riconduce, i titoli stessi nella famiglia da cui

provenivano. Difatti stabilisce il 4 comma dellart. 59 che, estinte le linee maschili, aventi per stirpe comune la femmina intestataria del titolo, questo con gli annessi predicati ritorna, previe lettere patenti di R. assenso, allagnazione maschile della famiglia alla quale apparteneva nel giorno della promulgazione delle leggi abolitive della feudalit, ed osservati i nuovi principi regolatori della successione di cui allart. 5419 . Si parlato finora dei titoli passati alla discendenza maschile provenienti da donne, ma pu darsi anche il caso che i predicati e i titoli alla data del 7 settembre 1926 fossero pervenuti in femmine (art. 60). Qui si hanno due casi: le femmine possono essere nubili o maritate. Nel caso che le femmine rimangano nubili, i titoli, alla loro morte, e nel caso che si maritino, dal giorno del loro matrimonio, passano alla agnazione maschile della famiglia alla quale la donna appartiene con losservanza delle norme nuove regolanti la successione. Nel caso che detta agnazione pi non esista, si consentono dalla legge, per lart. 63, delle eccezioni per il passaggio del titolo attraverso la via femminile. Il secondo caso quello che le donne cui siano pervenuti i titoli e i predicati al 7 settembre 1926 si fossero trovate gi maritate. In questo caso si rispetta il diritto quesito dalle donne anzidette di conservare il titolo soltanto loro vita natural durante, ma vengono dichiarate senza effetto le lettere patenti di Regio assenso che avevano loro consentito il trapasso del titolo alla loro discendenza, nata dal matrimonio, dato che i titoli passano alla agnazione maschile delle famiglie donde le donne stesse provengono. A questo principio ammessa una attenuazione, poich, nel caso che siano pervenuti pi titoli a donna maritata prima del 7 settembre 1926, pu essere consentito, su sua richiesta, mediante decreto di R. assenso, che dopo la morte della donna intestataria, succeda in qualcuno di quei titoli e annessi predicati il primogenito che discende da quel matrimonio e purch non si tratti del predicato che fa parte del nome duso della famiglia (art. 60 ult. cap.) 1)20 . stato detto del principio che fissa il trapasso dei titoli dalla discendenza maschile estinta, cui erano pervenuti per via di donne, alla agnazione maschile alla quale appartenevano nel giorno della abolizione della feudalit. Ma occorreva anche prevedere il caso che la agnazione, alla quale il titolo avrebbe dovuto passare, fosse anche estinta o si estinguesse dopo il 7 settembre 1926, ed in tal caso il titolo avrebbe dovuto di regola tornare alla Corona. Ma affinch il titolo non si estinguesse, ne consentita la rinnovazione per via femminile, in via di eccezione alla regola maschile. In proposito dallart. 6321 stabilito che se siano estinte, o dopo il 7 settembre 1926 si estinguano, le agnazioni maschili delle famiglie alle quali avrebbe dovuto tornare il titolo, passato per via di donne in altra famiglia, questo pu essere rinnovato con atto Sovrano a favore di una figlia dellultimo investito e della di lei discendenza maschile, sotto condizione che la famiglia di questultima si trovi inscritta nellelenco ufficiale della nobilt italiana (v. n. 110). Nel caso che esistano pi figlie dellultimo investito del titolo data preferenza alla pi anziana di et, che allatto della vacanza del titolo, abbia gi prole maschile, appartenente a famiglia gi inscritta nellelenco suindicato. stato gi fatto cenno che i titoli e predicati provenienti da donne al 7 settembre 1926 potevano essere in possesso di donne nubili, le quali perdevano i titoli stessi dal giorno in cui fossero passate a nozze, dovendo i titoli tornare alla agnazione maschile della famiglia cui essi appartenevano. Ed allora anche nel caso che siano estinte, o dopo il 7 settembre 1926 si fossero estinte, le agnazioni maschili cui i titoli avrebbero dovuto tornare, per ragioni di uniformit di trattamento col caso precedente, stata consentita la rinnovazione del titolo. Stabilisce infatti il 2 comma dellart. 63: nellipotesi di estinzione delle suddette agnazioni, la rinnovazione mediante atto sovrano potr aver luogo a favore della discendenza maschile dellultima donna intestataria del titolo, sotto la condizione medesima che la famiglia di tale discendenza maschile si trovi gi inscritta nellelenco ufficiale della nobilt italiana.
---------------------------------------------------------------------------------------------------------------17 - A norma del R. D. 21 gennaio 1929, n. 61 i titoli e predicati nobiliari provenienti da femmine continuano a devolversi alla loro discendenza maschile quando siano legittimamente pervenuti a detta discendenza prima del 7 settembre 1926 - Cass. 22-12-1932, Federico-Perez, Giur. It., 1933, 1, 1, 201. 18 - Cass. Regno, 22-12-1932, Federico c. Perez, Giur. It., 933, I, 201. E improponibile listanza avanti al magistrato ordinario per il riconoscimento del diritto al titolo nobiliare quando anteriormente al 7 settembre 1926 sia stata soltanto presentata listanza alla Consulta Araldica. In tale ipotesi lattribuzione del titolo pu per avvenire per Sovrana concessione.

19 - Lart. 59 corrisponde al 5 dello statuto nobiliare del 1926, integrato dallart. 1 del R. D. 16-6-1927, n. 1091. - Detto articolo 5 ed i seguenti 6, 8 e 10 hanno formato oggetto di critiche, e sono stati paragonati al Saturno della favola, perch hanno in parte reso nullo il principio informatore della riforma del 1926. - Cfr. GUALTIERI, op. cit., pag. 70 e segg. - Le critiche sono per esagerate non potendosi non tener conto dei diritti quesiti. 20 -Lart. 60 corrisponde al 6 dello statuto nobiliare del 1926. 21 - Corrisponde al 9 dello statuto nobiliare del 1926.

Divieto di surrogazione nei titoli e nel nome - Restituzione in forma italiana di cognomi e predicati nobiliari A proposito della condizione apposta che la famiglia in cui si rinnova il titolo sia inserita nellelenco ufficiale nobiliare da far presente che lart. 9 dello statuto del 1926 stabiliva lobbligo della assunzione del cognome materno o tale assunzione di cognome dovette abbandonarsi in conseguenza del principio stabilito nellart. 64 del nuovo ordinamento, che non trova riscontro nellordinamento del 1926, e per il quale non ammessa alcuna forma di surrogazione dei cognomi di famiglia e nei rispettivi titoli, dipendente da antiche istituzioni fedecommissari e o comunque in uso specialmente negli antichi Stati della Chiesa. Per la interpretazione di questo art. 64 da ricordare che nello Stato Pontificio, per una non retta interpretazione dellistituto delladozione dellantico diritto pretorio, fu ritenuto che i testatori e gli istitutori di fedecommessi fossero autorizzati a stabilire lordine e la sequenza di successione dei loro beni, e quindi dei privilegi, titoli e giurisdizioni annessi ai beni stessi. In virt di questa facolt molti istitutori di fedecommessi stabilirono la sequenza successoria oltre il limite naturale della loro discendenza agnatizia, consentendo che estranei alla famiglia succedessero nei beni, nel nome, nei titoli. questa la figura giuridica della surrogazione22 . Inoltre in altri casi, con lassenso o la tolleranza del Governo papale, la surrogazione di una famiglia ad unaltra veniva effettuata come espediente per assicurare a una persona di conseguire un rango elevato, al quale non avrebbe potuto pervenire per altra strada, o una successione, che nei casi di estinzione di una famiglia sarebbe stata dubbia per la concorrenza di pi famiglie discendenti da ceppo femminile, stante lassenza quasi assoluta in Roma e nelle province romane di leggi generali di successione. Talora anche lordine di successione fedecommissaria o testamentaria in caso di estinzione della famiglia subiva allatto pratico deroghe e mutazioni per volont del Papa. Di tal che con la surrogazione veniva imposto che lonorato si sostituisse nei beni, nei titoli, nel nome alla famiglia delladottante, del testatore o dellistitutore del fedecommesso. Di tale istituto della surrogazione non si trovano tracce n nel codice Napoleonico, n negli ordinamenti degli ex stati italiani preunitari, ad eccezione dello Stato Pontificio ed in parte in Toscana. Inoltre per diritto romano (Codex De Mutatione nominis, 9, 25) ognuno aveva piena facolt di mutare il proprio nome sia assumendo un nome che ad altri non appartenesse, sia assumendo un nome altrui purch ci fosse fatto sine fraude et iniuria. Questo principio della mutabilit dei cognomi non sub alcuna innovazione nel diritto intermedio, n nel diritto pontificio che non emise in proposito alcuna disposizione innovativa. Lobbligo dellassunzione di altro cognome dopo il secolo XIII, in cui il cognome divenne di uso generale, venne talvolta per anche imposto come condizione, sub conditione nominis ferendi, per laccettazione di atti di liberalit, o per la contrazione di matrimoni in cui lo sposo assumeva o anteponeva al proprio il cognome della moglie, ma qui non si ha la figura della surrogazione. E in questi casi in taluni Stati occorreva lassenso Sovrano. Nel diritto italiano ammesso soltanto che ladottato assuma il cognome delladottante aggiungendolo al proprio (art. 210 c. c.). Inoltre per lart. 119 del R. D. 15 novembre 1865, numero 2602 sullordinamento dello stato civile ammesso il cambiamento di nome e cognome o laggiunta di un altro nome o cognome, ma tanto ladozione quanto il cambiamento o laggiunta del nome o cognome non importano per il nostro diritto trasmissione di diritti e privilegi nobiliari. Di tal che pu dirsi che con lart. 64 del nuovo ordinamento si ristabilita la uniformit di legislazione su questo punto, che era stata causa di tutte le controversie e di tutte le dispute nascenti dalle liberalit lasciate sotto condizione di assumere il cognome dei testatori o degli institutori di fedecommessi, e che sarebbe stato in contrasto col principio informatore della successione per via maschile. La nostra legislazione ammette anche il cambiamento di cognome delle famiglie e di predicati

nobiliari nei nuovi territori annessi al Regno, colle leggi 26 settembre 1920, n. 1322, e 19 dicembre 1920, n. 1778, ai fini della loro restituzione in lingua italiana. Stabilisce infatti il R. D. legge 10 gennaio 1926, n. 17, che le famiglie della provincia di Trento che portano un cognome originario italiano o latino tradotto in altre lingue, o deformato con grafie straniere o con laggiunta di suffisso straniero, riassumeranno il cognome originario nelle forme originarie. Saranno ugualmente ricondotte alla forma italiana i cognomi di origine toponomastica, derivati da luoghi, i cui nomi erano stati tradotti in altra lingua o deformati con grafia straniera, e altres i predicati nobiliari tradotti o ridotti in forma straniera. La restituzione in forma italiana viene pronunciata con decreto del Prefetto della provincia, che notificato agli interessati, Pubblicato nella Gazzetta ufficiale del Regno ed annotato nei Registri dello Stato Civile. Chiunque, dopo la restituzione avvenuta, fa uso del cognome o del predicato nobiliare nella forma straniera punito con la multa da lire 200 a lire 3000. Allinfuori dei casi suddetti, su richiesta degli interessati, i cognomi stranieri possono essere ridotti con decreto del Prefetto in lingua italiana. Con R. n. 7 aprile 1927, n. 494 venne esteso il R. D. Legge suddetto a tutti gli altri territori annessi. Con circolare n. 8600 del 1 maggio 1928 della Presidenza del Consiglio dei Ministri vennero date istruzioni ai Prefetti del Regno sulla traduzione dei predicati nobiliari in dipendenza della applicazione delle disposizioni sulla restituzione in forma italiana di cui stato sopra detto.
---------------------------------------------------------------------------------------------------------------22 - RIVERA, Lopera della Consulta Araldica cit., pag. 56; Idem, La successibilit nobiliare per surrogazione, in Riv. Araldica, giugno-luglio 19216.

Successione eccezionale nei titoli da parte di donne Lassicurare che certi titoli non si estinguano e che non passino al rango collaterale nel caso che lintestatario maschile possieda pi titoli, ha fatto annettere, seguendo una tradizione storica fondata nel capitolo 204 dellImperatore Carlo V, una eccezione, permettendo una successione per via femminile. Cos lart. 6523 disponendo che in via eccezionale su domanda dellattuale intestatario di sesso maschile, possessore di pi titoli nobiliari, pu essere disposto, mediante decreto di R. assenso che, per il caso di sua morte senza discendenza maschile, succedano in uno dei titoli ed annessi predicati, purch non si tratti del predicato che fa parte del nome duso della famiglia, a preferenza della propria agnazione maschile, la figlia primogenita dellunico figlio premorto o, in difetto, la figlia primogenita, e in difetto nellordine successivo, la sorella prossimiore, e dopo la loro morte, la rispettiva discendenza maschile.
---------------------------------------------------------------------------------------------------------------23 - Corrisponde al 10 dello statuto nobiliare del 1926, che lo accolse sotto forma di eccezione dalla proposta fatta dalla Commissione Araldica Siciliana. Ha formato oggetto di critiche. Per lart. 10, la disposizione eccezionale era applicabile solo alle successioni napoletana, siciliana e sarda.

Uso di titoli da parte del figlio primogenito dellintestatario stato parlato della refuta, cio della anticipata successione nel titolo e nel feudo da parte del prossimo successibile (v. n. 12), ed stato visto che questo istituto stato soppresso dallart. 8 dellordinamento del 1926, conservando per i diritti quesiti degli investiti. Il nuovo ordinamento conferma questo principio allart. 62, ove stabilisce che sono conservati i diritti degli investiti di uno o pi titoli per anticipata successione legalmente consentita, e che lulteriore successione nel titolo ha luogo secondo le nuove norme stabilite dallart. 54 e allart. 16 tratta della refuta in senso largo con rinnovazione del titolo (v. n. 48). Inoltre allart. 66 tratta di un istituto consimile alla refuta, gi previsto dallarticolo 11 dellordinamento del 1926, e derivante dalla consuetudine vigente presso le pi alte famiglie della nobilt napoletana e romana e che richiamata nel Reale Rescritto 24-9-1827 di Francesco I di Napoli, che ammetteva che il capo di una famiglia avente titoli diversi permettesse per consuetudine che durante la sua vita uno di questi titoli fosse portato dal figlio primogenito. Questa consuetudine era stata costantemente riconosciuta dalla Consulta Araldica. Trattasi della facolt consentita al titolare di pi titoli che il di lui figlio primogenito, e, in difetto, il primo chiamato alla successione dei titoli usi durante la vita dellintestatario di uno dei titoli stessi. Qui non si ha dunque un vero passaggio di titolo dallintestatario allaltro, ma il semplice uso da parte del nuovo chiamato, restando il titolo nella sfera dellintestatario. Lesercizio di questa facolt subordinata a varie condizioni, e cio che lintestatario ne faccia domanda, che disponga di pi titoli, che vi sia parere favorevole della Consulta Araldica. Il provvedimento adottato con decreto

del Capo del Governo. Uso da parte del marito di titoli della moglie; passaggio dei titoli in caso di assenza stato gi detto (v. n. 14) che la donna titolata non trasmetteva la nobilt al marito, e che nel Napoletano, essendosi formata una consuetudine contro legge, che il marito portasse i titoli della moglie nobile, fosse stato ratificato questo uso con Dispacci 4 marzo e 24 aprile 1828. In conseguenza la Consulta Araldica aveva stabilito la massima che per fare tale uso occorresse un decreto ministeriale di riconoscimento, anche in quei paesi ove lusanza si applicava. Il nuovo ordinamento ha dovuto conciliare i diritti quesiti con il nuovo principio della esclusione della successione in persona di donne, e di conseguenza ha dovuto limitare del marito, nel caso di vedovanza, luso del titolo principale della moglie senza limpiego del predicato, appoggiandolo cio al proprio cognome, pel fatto che il titolo per la morte della moglie ritorna allagnazione maschile della famiglia dorigine di essa. Difatti lart. 61 del nuovo ordinamento, risultante dallart. 7 dellordinamento del 1926 modificato dal cit. R. D. nel 1927, stabilisce che il marito di donna titolata che alla data del 7 settembre 1926 portava legalmente titoli e predicati nobiliari della moglie li conserva in costanza di matrimonio. Nel caso di morte della moglie potr usare il di lei titolo principale senza predicato, e non oltre lo stato vedovile. La Consulta Araldica aveva adottato la massima che era in sua facolt di esaminare tutte le prove addotte per la giustificazione di un titolo nobiliare, applicando le regole regali dellassenza quando ne fosse il caso. Il nuovo ordinamento ha voluto sulla base di detta massima regolare la situazione dei titoli nel caso di assenza, in cui non vi una apertura di successione, applicando i principi informatori del Codice civile (art. 25-33) sullassenza. Stabilisce infatti lart. 68 dellordinamento che qualora a seguito di dichiarazione legale di assenza, sia stata autorizzata dallautorit giudiziaria la immissione nel possesso temporaneo dei beni dellassente, colui che nel caso di morte dellassente sarebbe chiamato a succedergli nei titoli ed attributi nobiliari, pu chiedere di essere autorizzato con decreto del Capo del Governo, alla anticipata successione. Trattasi per di successione nel titolo subordinata a condizione risolutiva, poich gli effetti della anzidetta autorizzazione cessano di pieno diritto, e senza che quindi occorra un decreto del Capo del Governo, nel caso che lassente ritorni, o se comunque venga provata la sua esistenza. Libert della R. Prerogativa di non attenersi alle disposizioni dellordinamento nobiliare Perch si avesse uniformit nella regolamentazione di tutta la materia, larticolo 67 chiarisce che le anzicennate disposizioni circa lo statuto delle successioni nobiliari si applicano non soltanto alle antiche concessioni, ma anche a quelle avvenute dopo la unificazione politica del Regno e a quelle future. Di tali disposizioni rimangono in vigore a meno che nei singoli casi concreti la Prerogativa Sovrana non abbia dato espressamente maggiore o minore estensione alle disposizioni stesse o non abbia regolato con condizioni speciali lordine dei successibili. Nonostante quindi lesistenza di queste norme di carattere generale, rimane piena libert al Sovrano di adoperare nelle concessioni norme differenti. La Corona, come libera in base allart. 1 lett. a) del nuovo ordinamento di stabilire norme giuridiche di carattere generale aventi forma di legge per lacquisto, la successione, luso, la perdita dei titoli e qualifiche nobiliari, cos anche libera di stabilire, nei casi singoli, norme apposite. Come pu il pi, a forziori pu il meno. La Consulta Araldica Lesercizio della R. Prerogativa viene effettuato, come stato detto (v. n. 28, 54), direttamente dal Re o dal Capo del Governo. Nellesercizio della prerogativa stessa essi sono coadiuvati da organi consecutivi e da uffici amministrativi. Sono organi consultivi la Consulta Araldica e il Commissario del Re, il quale ha la rappresentanza degli interessi della R. Prerogativa, le Commissioni Araldiche Regionali. Lart. 69 dellordinamento stabilisce che la Consulta Araldica del Regno istituita presso la presidenza del Consiglio dei Ministri per dare pareri ed avvisi al Governo sui diritti mantenuti dallart. 79 dello statuto fondamentale del Regno e sulle domande e questioni concernenti materie

nobiliari ed araldiche. A proposito di questo articolo nella relazione del Capo del Governo al Re sul nuovo ordinamento viene affermato che uno dei capisaldi della riforma che la Consulta ha funzione puramente consultiva in tutti i casi previsti dallordinamento. Ci dovuto al fatto che negli Stati italiani preunitari si erano costituite due tipi di giurisdizioni speciali circa la materia nobiliare, luno esclusivo, laltro con competenza limitata in rapporto ai diritti privati. Nel primo gruppo possono comprendersi: il Piemonte con il R. Editto 29 ottobre 1847 di Carlo Alberto per il quale fu mantenuta la competenza speciale della Camera dei Conti per statuire anche in forma di giudizio sulla spettanza dei titoli di nobilt di qualificazioni di origine feudale; la Lombardia colla giurisdizione speciale affidata, prima ad un tribunale araldico col Dispaccio di Maria Teresa del 27 gennaio 1767, poi al Consiglio di Governo con leditto di Giuseppe II del 18 aprile 1786 e infine ad una speciale Commissione Araldica col decreto 14 dicembre 1814; il ducato di Parma con la sua Commissione Araldica istituita da Maria Luigia con decreto 29 novembre 1823 per dar pareri ed esaminare e riconoscere i titoli e i possessi di nobilt, la Toscana con la sua Deputazione toscana istituita da Francesco II con la legge 31 luglio 1750; lo Stato Pontificio con lAssunteria di Bologna istituita da Pio VII con breve 26 settembre 1820 e in Roma con la Congregazione Araldica Capitolina con la bolla del 1746 di Benedetto XIV, e poscia con la Congregazione del Buon Governo e con la Congregazione della Sacra Consulta. Il secondo gruppo comprendeva il Ducato di Modena con leditto di Francesco IV del 2 gennaio 1816 istituente il Tribunale Araldico chiamato a decidere intorno alle questioni di nobilt, meno per le controversie civili di successione e propriet; il Regno di Napoli e Sicilia con la Reale Commissione dei titoli di nobilt, istituita col decreto 23 marzo 1833 di Ferdinando II, e avente nelle sue attribuzioni tutto quello che in fatto di nobilt e dei titoli apparteneva alle antiche autorit, con specialit in tutti i casi di passaggio o trasmissione dai titoli di nobilt, ma con esclusione delle questioni di stato o di prossimit di grado da decidersi preventivamente dal magistrato ordinario. Queste speciali giurisdizioni furono poi soppresse in seguito allunit italiana, e nel R. D. 10 ottobre 1869 n. 5318, col quale venne istituita, fu affidata alla Consulta Araldica il compito di dar parere al Governo in materia di titoli gentilizi, stemmi ed altre pubbliche onorificenze. Con R. D. 8 maggio 1870 fu approvato il regolamento per la Consulta araldica. Col R. D. 11 dicembre 1887 n. 5138 fu dato un nuovo ordinamento alla Consulta e con R. D. 8 gennaio 1888 fu approvato il relativo regolamento. Un successivo ordinamento fu dato alla Consulta con R. D. 2 luglio 1896 n. 313, che allarticolo 1 stabiliva che essa era istituita per dare pareri ed avvisi al Governo sui diritti garantiti dallart. 79 dello Statuto del Regno e sulle domande e questioni concernenti materie nobiliari ed araldiche. La dizione adoperata da questo articolo, in cui si comprendevano per la prima volta tra gli atti di competenza della Consulta i pareri e gli avvisi al governo sui diritti nobiliari, fece sorgere in taluni lopinione, sostenuta anche davanti lautorit giudiziaria, che la Consulta costituisse una speciale giurisdizione per i diritti nobiliari. Daltro canto, data la tendenza antica e tradizionale della giurisdizione speciale, e avuto riguardo alla specialit della materia, si venne formando nei cultori del diritto lopinione che fosse opportuno circondare di speciali garanzie lesplicazione della R. Prerogativa e di limitare la competenza giudiziaria ordinaria. Di tal che nel 1906 venne formulato dalla Consulta, sotto la presidenza del Ministro Fortis, un progetto di legge diretto a attribuire alla medesima funzioni giurisdizionali per le controversie da parte di chi sentisse il bisogno di opporsi, o di chi si credesse leso da un atto Sovrano o governativo, in relazione anche alla conferma, rinnovazione o riconoscimento di un titolo, stemma o predicato, e per tutti gli esami attinenti alla esistenza del titolo o del possesso, che secondo legge potesse farne le veci, nonch per qualsiasi controversia o disamina relativa alluso, al passaggio, o alla trasmissione di titoli nobiliari, riservando ai tribunali ordinari le sole controversie concernenti lo stato delle persone e la prossimit del grado e le altre congeneri questioni di mero diritto privato tra i vari interessati. Ma la proposta, quantunque caldeggiata nella sua relazione dal compilatore del progetto Senatore Pagano Guarnaschelli, non ebbe seguito per non accrescere il numero delle giurisdizioni speciali sorte in seguito alla abolizione dei tribunali del contenzioso amministrativo, e per le difficolt che avrebbe incontrato nel Parlamento, specie alla Camera dei Deputati. Daltro canto la giurisprudenza si era venuta sempre affermando nel senso che la Consulta Araldica non un organo giurisdizionale, al

quale le parti potessero rivolgersi per far valere i propri diritti e le cui deliberazioni potessero attribuire i titoli controversi, ma che essa fosse un organo consultivo e che la Prerogativa Sovrana lasciasse allautorit giudiziaria la funzione dichiarativa del diritto ai titoli, sia quanto alla loro esistenza, sia quanto alla loro trasmissione garantita dalle norme di diritto successorio24 .
---------------------------------------------------------------------------------------------------------------24 - Vedi per ultimo Cassazione 28-2-1921, Villadicani c. Villadicani, in Foro Ital., 1921, 437

Sua composizione La Consulta Araldica dalla sua istituzione avvenuta, come stato gi detto nel 1869, ha subto continue modificazioni sia nel numero dei suoi componenti, sia nella loro qualit. Essa in base allart. 70 dellordinamento nobiliare, sostituito dal R. D. 9 ottobre 1930, n. 1405, composta di 14 Consultori, presieduta dal Capo del Governo, ed assistita da un Cancelliere, capo dellUfficio Araldico. I Consultori sono nominati con Decreto Reale su proposta del Capo del Governo, udito il Commissario del Re presso la Consulta. Fanno parte di diritto della Consulta Araldica: Il Presidente della Corte di Cassazione e il Presidente del Consiglio di Stato; gli altri 12 membri sono scelti come segue: a) due membri del Gran Consiglio del Fascismo, in rappresentanza di detto organo; b) due Senatori, in rappresentanza del Senato del Regno; c) due Deputati in rappresentanza della Camera dei Deputati; d) tre in rappresentanza delle famiglie iscritte nel Libro doro della nobilt italiana; e) tre in rappresentanza degli Istituti Storici, delle R. Deputazioni e di Societ di Storia patria. Si hanno cos membri di diritto e membri elettivi. Eccettuati i membri di diritto, tutti gli altri Consultori durano in carica 4 anni e possono essere confermati. La innovazione dei due Consultori di diritto ha dato luogo a critiche infondate circa la posizione di disagio in cui essi si verrebbero a trovare nella eventualit che sarebbero state impugnate avanti lautorit giudiziaria o il Consiglio di Stato, da parte di coloro che si credono lesi, le deliberazioni della Consulta Araldica alle quali essi avessero concorso col loro voto. Invece la presenza di questi due alti magistrati in seno alla Consulta costituisce una garanzia, perch le sue deliberazioni, siano improntate a sensi di imparzialit e a criteri esclusivamente giuridici25 . Per quanto riguarda la rappresentanza delle famiglie nobili iscritte nel Libro dOro da tener presente che la nobilt italiana non raggruppata in organismo n per tutto il Regno, n regionale, per cui la rappresentanza va intesa nel senso che i membri consultori sono scelti tra i membri delle famiglie iscritte nel Libro dOro.
---------------------------------------------------------------------------------------------------------------25 - SABINI, Lordinamento cit., pag. 160 e seg.

La Giunta Araldica Giusta lart. 71 dellordinamento, sostituito dal citato R. D. 9 ottobre 1930, n. 1405, poich la Consulta non si riunisce a data fissa e continua, ma a sessioni, fra i suoi membri viene Costituita una Giunta permanente composta di un presidente nominato con Decreto Reale e di 5 membri nominati con decreto del Capo del governo. Il Presidente della Giunta e i suoi membri durano in carica quattro anni, seguendo i turni quadriennali della Consulta Araldica e possono essere confermati. Questo collegio, come si vedr, con competenza propria costituisce una specie di comitato della Consulta. Esso fu istituito per la prima volta col R. D. 11 dicembre 1887, cd stato mantenuto, con varianti, nella sua composizione. Ripartizione di competenza fra la Consulta e la Giunta Araldica La ripartizione di competenza fra Consulta Araldica e Giunta Araldica permanente si desume dal disposto degli articoli 72, 73, 74 dellordinamento. da ricordare che in base allarticolo 7 dellordinamento, per tutti i provvedimenti sia di grazia che di giustizia, ad eccezione di quelli emanati di motu proprio del Re necessario il preventivo parere della Consulta o della Giunta Araldica (v. n. 46). Come regola, le istanze e le proposte di provvedimenti da esaminare sono dal Cancelliere presentate alla deliberazione della Giunta Araldica insieme al parere scritto del

Commissario del Re (v. art. 130) ed a quello delle Commissioni Araldiche Regionali (articolo 72) (v. n. 103). Fanno eccezione per le istanze e le proposte di provvedimenti sulle seguenti materie che devono essere invece presentate alla deliberazione della Consulta Araldica (art. 74). I casi sono: a) quando la deliberazione possa importare una decisione di massima; b) quando si tratti di parere su concessioni di nuovi titoli o su rinnovazioni; c) quando il voto della Giunta sia difforme dal parere del Commissario del Re; d) quando il richiedente reclami una Consulta contro le deliberazioni della Giunta; e) quando alla domanda dellistante siano state fatte formali opposizioni da terzi interessati; f) in ogni altro caso in cui lo richieda il Commissario del Re o lo disponga il Capo del Governo. Come si evince la competenza della Giunta data per esclusione, e la Consulta Araldica ha nei casi di cui alle lett. c), d), una competenza di seconda istanza, in rapporto alla Giunta, e negli altri casi una competenza di prima ed unica istanza. Lart. 74 dellordinamento vigente, in raffronto allart. 8 del regolamento del 1896, allarga la competenza della Consulta anche al caso di parere su concessioni di nuovi titoli o su rinnovazioni. Funzionamento della Consulta e della Giunta Araldica Gli articoli dal 78 all86 dellordinamento nonch il 70 modificato dal R. D. 9-10-1930 n. 1405 contengono le norme per il funzionamento della Consulta e della Giunta, delle quali norme superfluo ogni raffronto con il regolamento del 1896. La Consulta convocata dal Capo del Governo almeno tre volte allanno, con inviti a firma del Cancelliere, corredati dallordine del giorno e spediti almeno dieci giorni prima dallinizio della sessione. Le sedute sono presiedute dal Capo del Governo, e in caso di sua assenza o impedimento dal Sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio dei Ministri o dal Consultore pi anziano di et, e, se di pari anzianit di et, dal Consultore pi anziano di nomina. La Giunta convocata dal suo Presidente, sentito il Commissario del Re. qui da ricordare che per il citato R. D. 9 ottobre 1930 n. 1405 che ha modificato lart. 70 dellordinamento, stato soppresso il Commissario del Re aggiunto, per cui non occorre pi la specificazione di Commissario del Re effettivo, come fa lart. 79, n di Commissario intervenuto alla adunanza di cui cenno negli articoli 85 e 86, dato che vi un solo Commissario. La di lui presenza per la modifica dellart. 76 per necessaria per la validit delle adunanze della Consulta e della Giunta permanente araldica, in cui negli intervalli per illustrare il parere da lui formulato nelle pratiche iscritte allordine del giorno. Gli inviti alla riunione a firma del Cancelliere, corredati dallordine del giorno devono essere inviati con anticipazione almeno di 10 giorni, salvo i casi durgenza, nei quali la convocazione pu essere fatta anche con avviso spedito 3 giorni prima. Per la validit delle deliberazioni occorre che intervengano alle adunanze della Consulta almeno otto Consultori, e a quelle della Giunta almeno quattro. I Consultori che senza giustificato motivo manchino a tre sessioni consecutive della Consulta si reputano dimissionari (art. 80). Per gli art. 70, 71 e 81 dellordinamento vi erano anche in seno alla Consulta sette Consultori supplenti, chiamati prima onorari, e in seno alla Giunta due Commissari supplenti, membri tutti che per il R. D. 1930, n. 405, sono stati aboliti. I Consultori e i Commissari supplenti potevano intervenire rispettivamente alle adunanze, e, quando vi supplivano i membri effettivi, potevano prendere parte alla discussione ed alla votazione per integrare il numero legale dei votanti effettivi. Le deliberazioni sono prese a maggioranza di voti, in caso di parit il voto del Presidente prevale. A domanda di due Consultori le votazioni possono essere segrete (art. 82). I membri della Consulta, nel termine stabilito per la convocazione delle adunanze, possono prendere visione delle domande poste allordine del giorno e dei relativi documenti (art. 83). Quando alla Consulta o alla Giunta o ai rispettivi Presidenti sembri opportuno, gli affari di maggiore importanza possono essere affidati allesame di uno o pi Consultori per farne oggetto di una speciale relazione (art. 84). Circa la determinazione degli affari di maggiore importanza da rilevare che limportanza non data dalla sola natura del singolo affare, ma dalle conseguenze che esso pu importare per la trattazione della materia in generale, dalla ripercussione che una decisione pu avere su altri affari o su decisioni di massima ecc. stato, e giustamente, rilevato dal Sabini che il sistema di trattazione

degli affari in seno alla Consulta ed alla Giunta si discosta da quello di tutti gli altri organismi consultivi dello Stato, nei quali per ogni affare ordinariamente sono nominati un relatore o pi relatori, mentre alla Consulta ed alla Giunta la nomina di uno o pi relatori riservata agli affari di maggiore importanza, e di regola gli affari vengono portati alle decisioni del Collegio accompagnati dal solo parere del Commissario del Re. Una innovazione dellordinamento quella che eleva la posizione del Cancelliere in seno alla Consulta ed alla Giunta, trasformandolo da semplice segretario redattore dei verbali a collaboratore effettivo. Infatti lart. 87 lett. CL, dispone che egli assista alle adunanze della Consulta e della Giunta e richiami alloccorrenza le precedenti deliberazioni in casi analoghi, per cui egli con la sua opera di ausilio e di consiglio cerchi di assicurare, per quanto possibile, la uniformit di indirizzo delle deliberazioni. I verbali delle adunanze sono compilati dal Cancelliere, vistati dal Commissario del Re e sottoscritti dal Presidente. In ciascuna tornata della Consulta o della Giunta viene data lettura del verbale della tornata precedente. Nei verbali delle adunanze si fa constare del parere del Commissario del Re, dellavviso delle Commissioni Araldiche Regionali, delle conclusioni del relatore o dei relatori, dello svolgimento della discussione e delle deliberazioni prese (art. 85). Un estratto dei verbali a cura del Commissario del Re sottoposto alla approvazione del Capo del Governo; dopo di che viene trascritto in due registri Speciali dellUfficio Araldico (art. 86). Il Cancelliere, giusta lart. 96 dellordinamento, custodisce i registri dei Decreti Reali, delle R. Lettere Patenti, dei decreti ministeriali, dei verbali della Consulta e della Giunta. In base allarticolo 87 egli custodisce i libri, i registri araldici e larchivio della Consulta, amministra i fondi assegnati alla Consulta, e per lart. 103 fa compilare per tutti i registri araldici e per i Verbali delle adunanze della Consulta e della Giunta gli indici alfabetici delloggetto delle deliberazioni prese, dei nomi degli enti morali e delle massime adottate. I certificati e gli estratti di detti libri e registri, collazionati ed autenticati, sono, in base allarticolo 104, rilasciati dal Cancelliere col visto del Commissario. Portata delle deliberazioni della Consulta e della Giunta Araldica Circa la portata delle deliberazioni della Consulta e della Giunta soccorrono gli articoli 73, 74, 131, 132. Quando il voto della Giunta non conforme al parere del Commissario del Re, laffare deve essere sottoposto alla deliberazione della Consulta (art. 74); quando invece il voto conforme, il Commissario presenta al Capo del Governo una relazione sul provvedimento da emettersi (articolo 73). Eguale relazione il Commissario tenuto a presentare al Capo del Governo quando sia intervenuta una deliberazione della Consulta (articolo 131). Quando il Capo del Governo abbia approvato (impropriamente sanzionato dice larticolo) la deliberazione, il Cancelliere a mezzo dellUfficio Araldico cura la spedizione del provvedimento, e lUfficio stesso d prontamente avviso agli interessati del tenore dal provvedimento messo (articolo 132). Il Commissario del Re Il Commissario del Re presso la Consulta Araldica fu istituito col R. D. 10 ottobre 1869, n. 5318, al pari della Consulta stessa, ed stato successivamente conservato. Circa la sua nomina fin dalla istituzione venne stabilito dovesse effettuarsi mediante Decreto Reale, e cos ancora era detto allart. 70 dellordinamento, sennonch lart. 1 del R. D. 9 ottobre 1930, n. 1405, che lha sostituito, non porta alcuna indicazione in proposito. Non pu per dubitarsi che, la sua nomina debba effettuarsi per Decreto Reale su proposta del Capo del Governo, data lelevatezza della carica di rappresentante della Prerogativa Sovrana, che per la delicatezza delle sue funzioni deve riscuotere anche la fiducia del Capo del Governo26 . Parimenti lordinamento attuale continua nella tradizione iniziata col 1869 di non stabilire quali siano i requisiti per la nomina a Commissario del Re, per cui la scelta rimane del tutto libera al Sovrano. Circa le sue attribuzioni, tenuto conto delle modifiche contenute nel R. D. 1405 agli art. 75 e 76, il Commissario esamina le istanze e le proposte di provvedimenti nobiliari che gli vengono

comunicate dallUfficio Araldico, chiede per il tramite del Cancelliere agli istanti chiarimenti ed anche pi ampia e precisa documentazione, stabilendo alluopo un termine non maggiore di tre mesi. Esaurita la istruttoria della pratica o trascorso inutilmente il termine prefisso, restituisce gli atti col proprio parere allUfficio Araldico. Inoltre il Commissario invigila sul funzionamento degli Uffici della Consulta Araldica e di quelli delle Commissioni Araldiche Regionali. Spetta anche al Commissario, udito il Capo del Governo, di sottoporre allassenso Sovrano tutte le proposte di provvedimenti di grazia. Ma oltre questi compiti e quelli indicati sulla partecipazione alle sedute della Consulta e della Giunta (v. n. 100), il Commissario ne ha altri. Cos, giusta lart. 7 dellordinamento (v. n. 46) egli deve essere sentito previamente per i provvedimenti che riguardano predicati o stemmi, e deve ricevere pronta partecipazione dei provvedimenti di motu proprio Sovrano. Per lart. 49 egli deve richiedere lannotazione a margine sopra i libri e registri della Consulta Araldica del decreto che pronuncia la perdita dei titoli, predicati e qualifiche ed tenuto a dare notizia di tale annotazione alla Consulta nella prima riunione successiva alla annotazione stessa (v. n. 83); per lart. 77 egli tenuto ad effettuare le verifiche degli alberi genealogici e ad autenticarne lesattezza col visto del Capo del Governo, autenticazioni e verifiche da limitarsi allinizio della nobilitazione; per lart. 90 pu chiedere, pareri ed avvisi (v. n. 103) alle Commissioni Araldiche Regionali. Occorre il di lui consenso perch sia data visione agli interessati che li produssero, dei documenti conservati nellarchivio della Consulta (art. 105), e perch in certi casi, specificati dallart. 107, siano restituiti aglinteressati i documenti esibiti (v. n. 111). In materia di trattazione delle domande relative a provvedimenti nobiliari il Commissario, giusta lart. 112, ha la facolt, ove lo creda opportuno, di richiedere al Prefetto del luogo di domicilio dellistante informazioni in via riservata sulla condotta morale e sulle condizioni economiche dellistante e dei suoi prossimi congiunti (v. n. 116), e, giusta lart. 123, pu richiedere, allorquando le domande involgano palesemente interessi di terzi, che gli istanti ne facciano pubblicare un sunto nella Gazzetta ufficiale del Regno e nei fogli degli Annunci Legali delle province di origine e di residenza dagli istanti. Dal lato storico, la competenza del Commissario del Re richiama alla mente la Commissione Reale dei titoli di nobilt istituita da Ferdinando II di Borbone col decreto 23 marzo 1833, uno dei membri della quale aveva funzioni di pubblico ministero. Detto ufficio era ricoperto dal procuratore generale presso la Corte Suprema di Giustizia in Napoli o in Palermo, ed aveva anche il compito di praticare listruttoria delle domande sulle quali doveva deliberare la Commissione. Egli doveva essere necessariamente sentito in tutti gli affari, in modo che diventava il centro motore e controllore dellattivit della detta Commissione.
---------------------------------------------------------------------------------------------------------------26 - Ci confermato dal R.D. 27 luglio 1934, n. 1334, il quale dispone che il D. R. non sottoposto alla registrazione della Corte dei Conti.

Le Commissioni Araldiche Regionali Le Commissioni Araldiche Regionali sorsero col R. D. 15 giugno 1889 che approvava il regolamento per le iscrizioni di ufficio nei registri della Consulta Araldica, con il compito temporaneo della formazione degli elenchi regionali delle famiglie in possesso legittimo ed attuale di titoli nobiliari. Esse per si ricollegano ai corrispondenti onorari della Consulta, istituiti col R. D. 11 dicembre 1887, n. 5138, con lincarico di fornire pareri e notizie alla Consulta ed al Commissario del Re. Con R. D. 5 marzo 1891 le Commissioni Regionali furono dichiarate permanenti e fu loro affidato inoltre lincarico gi disimpegnato dai corrispondenti onorari per le materie delle rispettive regioni. Come per i corrispondenti onorari, fu vietato alle Commissioni di avere relazioni ufficiali col pubblico. Le Commissioni Regionali furono conservate nel nuovo ordinamento della Consulta approvato col R. D. 2 luglio 1896. L art. 90 dellordinamento, integrato dal R. D. 9 ottobre 1930 n. 1405, stabilisce che le Commissioni Araldiche Regionali sono istituite per dare avvisi e notizie sulla materia nobiliare riguardante le rispettive regioni, a richiesta della Presidenza del Consiglio dei Ministri, della Consulta Araldica o del Commissario del Re. Esse sono in numero di 14 in ciascuna delle seguenti regioni: Piemonte, Liguria, Lombardia, Venezia, ex Ducato di Parma, ex Ducato di Modena, Toscana, Roma con Umbria e Marche, Romagna, ex Regno di Napoli, Sicilia, Sardegna, Venezia Giulia e Tridentina. La nuova dizione adoperata di dare avvisi e notizie corrisponde alla precedente,

poich qui avviso adoperato nel senso di parere illustrato. La composizione delle Commissioni stabilita dallart. 91 dellordinamento modificato dal citato R. D. 9 ottobre 1930, e consta di 8 membri di cui 2 di diritto e 6 elettivi. Sono membri di diritto il Presidente, che il Presidente della Corte dAppello o del Tribunale secondo che nelle rispettive regioni esista una Corte dAppello o un Tribunale, e il Vice Presidente, che il Sopraintendente o Direttore dellarchivio di Stato della Regione. Sono membri elettivi: due scelti in rappresentanza degli istituti e archivi locali, quattro scelti in rappresentanza delle famiglie iscritte nel Libro doro della nobilt italiana per il patriziato locale. Il Presidente e i membri delle Commissioni Araldiche Regionali sono nominati con decreto del Capo del Governo su proposta del Commissario del Re, il quale come stato detto (v. numero 102) vigila sugli uffici delle Commissioni Regionali. I membri elettivi durano in carica quattro anni seguendo i turni quadriennali della Consulta Araldica, e possono essere confermati27 . Il Segretario nominato dalla rispettiva Commissione e assieme col Sovraintendente o col Direttore dellArchivio di Stato locale conserva larchivio della Commissione e ne risponde verso lUfficio Araldico della Consulta (art. 92). Le Commissioni sono convocate dai rispettivi Presidenti, o in caso di impedimento, dal Commissario che ne fa le veci in ordine di anzianit di nomina, almeno una volta ogni bimestre, con invito a firma del Segretario inviato almeno 8 giorni prima delladunanza e corredato dallordine del giorno (art. 93). Quando la Commissione lo deliberi o quando il Presidente lo creda opportuno, gli affari di maggiore importanza possono essere affidati allesame di uno o pi Commissari per farne speciale relazione (art. 94). Le deliberazioni sono valide con lintervento della met dei componenti la Commissione; in caso di parit di voti, il voto del Presidente prevale. I Commissari che, senza giustificato motivo, manchino a tre sessioni consecutive sono considerati dimissionari. Il Segretario ne dar pronta partecipazione al Cancelliere della Consulta (art. 95). Come si evince dalla composizione e dal funzionamento, le Commissioni Araldiche Regionali sono state modellate sulla Consulta Araldica, ci che ha determinato critiche circa lobbligo imposto al Presidente per la convocazione bimestrale della Commissione anche quando ad essa manchi lavoro da compiere, come pu avvenire per quelle Commissioni che hanno una assai limitata competenza territoriale. stata inoltre rilevata la scarsa utilit di esse, specie ora che stata ultimata la compilazione DEGLI elenchi regionali delle famiglie nobili e che si stabilita uniformit di legislazione per tutto il Regno. Ci non pertanto non pu escludersi la loro utilit, dato che possono sempre sorgere questioni che hanno bisogno di essere illustrate con documenti contenuti negli archivi di Stato locali, illustrazioni che possono esser meglio fatte da persone specializzate nella materia, e che opportuno mantenere in permanente esercizio, dato che il diritto nobiliare ha finora trovato pochi cultori.
---------------------------------------------------------------------------------------------------------------27 - Lart. 5 del R. D. 9 ottobre 1930, per una sicura svista stabilisce che anche i membri di diritto durano in carica 4 anni, ci che un controsenso.

LUfficio Araldico Parlando della Consulta Araldica (v. n. 97) stato detto che il Cancelliere di essa anche Capo dellUfficio Araldico. Di detto ufficio viene fatta menzione per la prima volta nel regolamento 8 gennaio 1888 per la Consulta, pur disimpegnando il Cancelliere le mansioni attribuite a detto ufficio fin dalla istituzione della Consulta. Nel nuovo ordinamento, come nel regolamento del 1896, sono stabiliti i compiti dellUfficio Araldico il cui Capo ad un tempo alle dipendenze del Capo del Governo e coadiuva il Commissario del Re. Il personale di concetto e di ordine addetto allUfficio Araldico alle dirette dipendenze del Capo di detto ufficio ed nominato dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri (art. 88). Le attribuzioni del Capo di Ufficio Araldico insieme con quelle di Cancelliere della Consulta sono indicate per esemplificazione nellart. 87 dellordinamento. Esse sono: a) riceve le istanze e le proposte di provvedimenti nobiliari e provvede per la loro spedizione (v. n. 114, 116); b) cura la riscossione dei diritti di cancelleria (v. n. 69); c) amministra i fondi assegnati alla Consulta; d) custodisce i libri, i registri araldici e larchivio della Consulta (v. n. 100, 105); e) cura la redazione dei provvedimenti Sovrani e di quelli del Capo del Governo e la loro

trascrizione nellapposito registro conservato nellArchivio di Stato di Roma, a termini dellart. 8 dellordinamento (v. n. 70); f) rilascia, con lautorizzazione del Commissario del Re, estratti delle deliberazioni della Consulta o della Giunta, gi approvate (sanzionate) dal Capo del Governo, e certificati di quanto pu risultare dai registri e dai libri araldici (v. n. 105); g) provvede alla iscrizione nellElenco Ufficiale Nobiliare (v. n. 110), su domande degli interessati debitamente documentate, dei loro nomi, sempre che tali iscrizioni riguardino discendenti di persone gi legalmente iscritte; provvede alla cancellazione dei nomi dei defunti. Questa attribuzione non semplicemente esecutiva, ma implica un giudizio di merito sulla regolarit e sulla sufficienza della documentazione presentata. Limitazione a questa facolt di iscrizione che si tratti di discendenti di persone gi legalmente iscritte. Cos nel caso di cui allart. 57, per i titoli concessi o riconosciuti per tutti i maschi di una agnazione quando sia provata la discendenza dal primo titolare. Cos sembra anche per gli ultrogeniti di famiglia insignite di titoli primogeniali per far uso legale di titolo di nobile, quando sia provata tale qualit di ultrogeniti, quantunque non si tratti di discendenti, dato che il diritto al titolo nasce dallo stesso art. 57 della legge; h) assiste, come stato detto (v. n. 100), alle adunanze della Consulta e della Giunta, richiamando alloccorrenza le precedenti deliberazioni in casi analoghi e redige i verbali; i) autentica i decreti del Capo del Governo; l) compila sotto la direzione del Commissario del Re il Bollettino ufficiale della Consulta Araldica e dordine del Capo del Governo ne cura la pubblicazione. Il Bollettino ufficiale predetto una pubblicazione periodica la quale deve contenere, giusta lart. 89 dellordinamento, il testo delle nuove norme giuridiche di legislazione nobiliare emanate dal Re, le decisioni di massima deliberate dalla Consulta ed approvate dal Capo del Governo e lelenco di tutti i provvedimenti in materia nobiliare emanati rispettivamente dal Re e dal Capo del Governo. Possono pubblicarsi altres nel Bollettino le sentenze pi notevoli in questioni relative al diritto nobiliare e monografie storico-giuridiche-araldiche. Il Bollettino venne istituito collart. 75 del regolamento del 1870. m) comunica al Commissario del Re i provvedimenti e le deliberazioni del Governo. LUfficio Araldico per lart. 127 tenuto entro 60 giorni dalla presentazione della domanda dellinteressato alla iscrizione nei registri della Consulta dei titoli o attributi nobiliari riconosciuti in seguito a sentenza passata in giudicato (vedi n. 123). I libri araldici I libri araldici che sono tenuti dallUfficio Araldica, sotto la direzione del Commissario del Re sono, giusta lart. 97 dellordinamento, i seguenti: a) il Libro doro della Nobilt Italiana; b) il Libro Araldica dei titolati stranieri; c) il Libro Araldica degli stemmi di cittadinanza; d) il Libro Araldico degli Enti morali; e) lElenco Ufficiale Nobiliare. Nellordinamento della Consulta 11 dicembre 1887 non erano previsti i libri predetti, ma erano tenuti appositi registri nei quali erano iscritti coloro i cui diritti nobiliari fossero stati riconosciuti e potevano esservi pure iscritte tutte le persone componenti ciascuna delle famiglie nobili o titolate, tenendovi nota delle nascite, dei matrimoni o morti, se fossero stati presentati i documenti giustificativi. I libri predetti, escluso l elenco ufficiale, furono istituiti col regolamento del 1896. Essi servono ad uso della pubblica amministrazione e i privati possono (v. n. 104) avere rilasciati dal Cancelliere certificati o estratti col visto del Commissario del Re (art. 104). Il libro doro Il Libro doro una compilazione inedita28 fatta dalla pubblica amministrazione nella quale si inscrivono le famiglie italiane che ottennero la concessione, la rinnovazione, lautorizzazione o il riconoscimento di titoli e attributi nobiliari. Dalla inscrizione deve risultare il paese di origine, la dimora abituale della famiglia, i titoli e attributi nobiliari con le indicazioni di provenienza e di trasmissibilit, i provvedimenti Regi o Governativi, la descrizione dello stemma e la parte di

genealogia che fu documentata. Per aggiungere altri nomi alla pagina di una famiglia gi inscritta nel Libro doro e nellElenco ufficiale nobiliare sufficiente, per i discendenti in linea diretta di persona inscritta la produzione dei relativi atti di nascita. Nel caso che la aggiunta di altri nomi alla genealogia del Libro doro sia richiesta da collaterali degli inscritti, detti collaterali devono produrre, oltre alla domanda ed alla documentazione necessaria, il consenso scritto di colui o dei suoi aventi causa, se defunto, che procur per primo la regolare ricognizione e inscrizione della famiglia. Il collegamento dei collaterali al capostipite deve per essere avvenuto posteriormente alla nobilitazione della famiglia, poich se fosse anteriore il ramo collaterale non rientrerebbe nella linea diretta dei successibili del primo concessionario. Il consenso di colui che inscritto o dei suoi aventi causa necessario, dato che il collaterale verrebbe ad avvalersi dei documenti esibiti dal primo Concessionario. Nel caso che manchi detto consenso, il collaterale, ricollegantesi al capostipite comune posteriore alla nobilitazione della famiglia, dovr esibire la documentazione per proprio conto e procurarsi il decreto di riconoscimento del Capo del Governo a termini dellart. 7. In questo caso si fa luogo alla iscrizione di una nuova famiglia in unaltra diversa pagina del Libro nonostante che la famiglia porti lo stesso cognome. Le tabelle per la iscrizione nel Libro doro sono compilate dellUfficio Araldico, firmate dal Cancelliere e approvate dal Commissario del Re (art. 98). Gli interessati hanno diritto di far apportare le rettifiche occorrenti in caso di errori o di omissioni, presentando la necessaria documentazione. Parimenti essi hanno diritto a chiedere le iscrizioni nel caso di riconoscimento del diritto a titoli o attributi nobiliari in seguito a sentenza dellautorit giudiziaria passata in giudicato, a sensi dellart. 126 (v. n. 123). Allo scopo di completare e aggiornare la compilazione del Libro doro col R. D. 7 settembre 1933, n. 1990 venne stabilito che i cittadini italiani indicati nellElenco ufficiale nobiliare, approvato con detto Decreto, non ancora iscritti nel Libro doro (quelli cio non contrassegnati da asterisco) dovranno chiedere la iscrizione dei propri titoli, predicati e stemmi nel termine inderogabile di tre anni dal 13 febbraio 1934. Le domande di iscrizione possono essere trasmesse da ogni capo famiglia29 con le modalit prescritte dagli art. 109 e 122 dellordinamento, cio mediante la esibizione dellordinaria documentazione (v. n. 114, 115). E ci per il fatto che le iscrizioni nellElenco predetto di quelle famiglie non contrassegnate da asterisco furono fatte non in base a Decreto Reale o Ministeriale, ma dufficio dalle Commissioni Araldiche Regionali (v. n. 105) senza che, in generale, vi fosse stata presentazione di domanda e di documenti dimostranti il proprio diritto. Quindi se presso la Commissione Araldica Regionale non esiste prova sufficiente della concessione del titolo, questa prova bisogna darla; cos pure se non fossero stati prodotti alla Commissione stessa gli atti di stato civile, di nascita e matrimonio, a corredo dellalbero genealogico da cui risultasse la posizione successoria delliscritto e lattacco col primo concessionario o con lultimo investito o riconosciuto del titolo, bisogner produrli. LUfficio Araldico si riserva di domandare direttamente agli interessati i diplomi di concessione dei titoli e dei predicati nobiliari. Inoltre per il R. D. 22 settembre 1932 n. 1464 (v. n. 69) bisogna pagare le tasse in ragione di 1/20 delle tasse di concessione o autorizzazione del titolo, e in caso di pi titoli di quello pi elevato, e quello dello stemma (v. n. 128). I cittadini italiani che nel termine suddetto non avranno presentato tali domande, e coloro le cui domande fossero state respinte non saranno pi compresi nei successivi elenchi nobiliari se non dopo che avranno ottenuto la iscrizione nel Libro doro. Inoltre coloro che sono gi inscritti nel Libro doro dovranno inviare alla Cancelleria della Consulta Araldica copia autentica degli atti di nascita, di matrimonio, e morte dei membri delle rispettive famiglie, nel termine di tre mesi dallavvenimento e dovranno versare al cassiere della Consulta la somma di L. 5 per ogni annotazione di nascita o matrimonio o morte. Per il disposto dellart. 30 dellordinamento (v. n. 78) per il quale sono considerati titoli italiani e ad essi equiparati quelli concessi ai propri sudditi da Sovrani italiani o stranieri che regnarono nelle varie parti dItalia, prima della unificazione nazionale, coloro che appartenevano alle province ex Austro-ungariche annesse allItalia, e sono divenuti cittadini italiani, sono da considerare, se insigniti di titoli nobiliari dal cessato Governo, come italiani, e come tali da inscriversi nel Libro

dOro della nobilt italiana. In merito alla iscrizione nel Libro doro il Consiglio di Stato con decisione 11 dicembre 192530 ha stabilito che il provvedimento di iscrizione non ha in s valore di una dichiarazione giuridica sulla esistenza e pertinenza del diritto alle distinzioni nobiliari di cui viene domandata la iscrizione, ma bens un atto amministrativo, che deve far seguito alle dichiarazioni delle autorit competenti (autorit giudiziaria) ad affermare il diritto stesso, e che prescritto come condizione per poter valere i titoli nobiliari e per potere esigere che essi vengano ufficialmente attribuiti. Contro i provvedimenti relativi alla iscrizione nel Libro dOro ammesso ricorso al Consiglio di Stato, in sede giurisdizionale per motivi di legittimit. Tra iscrizione al Libro doro pu essere legittimamente negata anche quando esista una sentenza che abbia riconosciuto il diritto alla distinzione per cui si domanda la iscrizione e che sia passata in giudicato fra le parti contendenti, qualora vi siano altre persone che possano contestare tale diritto e per le quali la sentenza non costituisca cosa giudicata. La iscrizione nel Libro doro non costituisce un adempimento puramente meccanico in base a determinate documentazioni, ma una delicata funzione che implica un apprezzamento da parte della Consulta Araldica circa lesaurienza della documentazione prodotta. Dal punto di vista storico stato gi detto dei Libri doro nei vari ex Stati (v. n. 19, 20, 21, 40) specie di quelli pi antichi di Venezia e di Genova, rimontanti al 1506 e al 1528.
---------------------------------------------------------------------------------------------------------------28 - I cosidetti Libri dOro che sono in vendita sono compilazioni di privati, che non hanno valore legale. Pregevole per per la copia e la esattezza delle notizie il Libro dOro della Nobilt Italiana, pubblicato periodicamente fin dal 1910 per cura del Collegio Araldico Romano. 29 - Rappresentante, o come dicesi colonnello della casa, capo della famiglia, colui al quale spettano i titoli di cui la famiglia investita. 30 - Giur. It., 1926, III, 50.

Il libro dei titolati stranieri Nel Libro dei titolati stranieri sono segnate tanto le famiglie italiane che sono nel legittimo possesso di titoli stranieri, debitamente riconosciuti o confermati nel Regno, quanto le famiglie straniere che sono nel legittimo e riconosciuto possesso di titoli italiani o stranieri (articolo 99). Le iscrizioni in detto Libro sono effettuate con le stesse norme di quelle nel Libro doro. In confronto al regolamento del 1896, il Libro dei titolati stranieri importa linnovazione di comprendere anche le famiglie straniere, residenti nel Regno e in possesso di titoli stranieri. In applicazione dellart. 5 del R. D. 10 luglio 1930, n. 974, sono da comprendere in detto Libro gli stranieri residenti nel Regno che hanno avuto concessi titoli nobiliari dalla Santa Sede, e siano stati autorizzati alluso nel Regno e nelle Colonie. Circa i titoli nobiliari e stemmi pontifici concessi a cittadini italiani o a cittadini dello Stato della Citt del Vaticano dopo il 1870, e dei quali stato autorizzato luso nel Regno e nelle Colonie, lo stesso R. Decreto, mentre stabilisce che essi sono annotati nei registri araldici e nellElenco Ufficiale della nobilt italiana con la specifica annotazione di concessione pontificia, nulla dice circa la iscrizione delle relative famiglie nel Libro doro o nel Libro araldico dei titoli stranieri. In base per allarticolo 6 del Regolamento interno per lautorizzazione alluso dei titoli nobiliari pontifici, deliberato dalla Consulta il 2 febbraio 1925, la loro iscrizione viene effettuata nel Libro doro della Nobilt Italiana. Il libro degli stemmi di cittadinanza Il Libro araldico degli stemmi di cittadinanza serve alla inscrizione di famiglie cittadine che sono nel legittimo e riconosciuto possesso di stemmi (v. n. 56). Il libro contiene la descrizione dello stemma e dei suoi ornamenti, le indicazioni della concessione o riconoscimento e delle relative deliberazioni (art. 100). Nel regolamento del 1896 era chiamato libro della cittadinanza. Il libro degli enti morali Nel libro araldico degli enti morali (v. n. 105) sono segnati gli stemmi, le bandiere, i sigilli, i titoli e le altre distinzioni riguardanti province, comuni, societ e di altri enti morali, con le indicazioni dei riconoscimenti e delle relative deliberazioni (art. 101). Lelenco ufficiale nobiliare

NellElenco Ufficiale nobiliare sono segnati i nomi e cognomi per ordine alfabetico di tutte le persone che si trovano nel legittimo e riconosciuto possesso di titoli e attributi nobiliari (art. 102). Per lart. 4 del R. D. 7 settembre 1933, n. 1990, gli stranieri residenti o domiciliati nel Regno, che hanno ottenuto lautorizzazione di cui allart. 32 dellordinamento, sono iscritti in appendice nellElenco Ufficiale. Dei titoli pontifici concessi dopo il 1870 a cittadini italiani o dello Stato della Citt del Vaticano stato gi detto (v. n. 107). La Consulta nel 1926 aveva adottato la massima che nellElenco dovevano essere iscritti tutti i membri delle famiglie nobili, anche se appartenenti al clero, salvo a mettere nel Decreto Reale che approva lElenco un articolo in cui si dichiari che i religiosi non possono usare i titoli nobiliari loro derivanti dalla appartenenza a famiglie nobili. Questa massima non stata per seguita nellapprovazione dellElenco del 1933 (v. anche n. 84). Lelenco approvato con D. R. su proposta del Capo del Governo. Per tenere lelenco aggiornato, ogni anno dovrebbe pubblicarsi un elenco suppletivo coi nomi e cognomi delle persone alle quali sia stato durante lanno riconosciuto, confermato, concesso o revocato un titolo o altra distinzione nobiliare (art. 102). Sennonch lElenco ufficiale supplementare previsto dal R. D. L. 20 marzo 1924, n. 442, non fu mai pubblicato, e solo col R. D. 7 settembre 1933, n. 1990, pubblicato il 12 febbraio 1934, fu approvato il nuovo Elenco Ufficiale, contenente anche le nuove iscrizioni in seguito alla riforma del 1929. Allo scopo di assicurare la conoscenza di coloro che hanno diritto a portare titoli o altre distinzioni nobiliari e di reprimere quindi gli abusi da parte di coloro che li usurpano o ne fanno illegittimo uso (v. n. 125) lart. 5 del R. D. 7 settembre 1933 stabilisce i modi onde render notori lElenco ufficiale e i suoi supplementi. Un esemplare stampato va trasmesso alle Prefetture e alle Intendenze di Finanza per esservi depositato a disposizione di chiunque voglia prenderne visione. I Prefetti danno notizia al pubblico di tale deposito, mediante un manifesto da affiggersi nei modi consueti e da inserirsi nel foglio periodico degli annunzi legali delle rispettive province. Un esemplare a stampa dello stesso elenco e dei successivi supplementi va rimesso ai Ministeri, al Primo Presidente della Corte di Cassazione, al Presidente del Consiglio di Stato e della Corte dei Conti, alle Procure Generali del Re, alle Procure del Re, alle Preture, alle Questure, agli Archivi Notarili, allArchivio di Stato di Roma, alle Commissioni Araldiche Regionali, alle R. Ambasciate, ai R. Consolati e alle R. Agenzie Consolari allestero. In caso di errori od omissioni gli interessati hanno diritto di chiedere le rettifiche presentando la necessaria documentazione. Lelenco ufficiale derivato dallart. 15 del R. D. 15-6-1889 sulle inscrizioni dufficio nei registri della Consulta, che prevedeva la riunione in Unico elenco generale di tutte le famiglie che erano nellattuale legittimo possesso di titoli nobiliari. Lelenco fu approvato con R. D. 3-7-1921 e pubblicato nel 1922 dalleditore Bocca di Torino. Lelenco del 1922 ha in confronto di quello del 1933 il vantaggio di contenere le condizioni di trasmissibilit del titolo, la data di concessione o riconoscimento o rinnovazione, ci che consente di conoscere con facilit a quale epoca rimonti la nobilt della famiglia. Lelenco del 1933 presenta per il vantaggio di essere corredato di un elenco alfabetico dei predicati, ci che permette di identificare il cognome della famiglia cui spetta la distinzione nobiliare. Ad ambedue gli elenchi non sono mancate le critiche per la loro incompletezza e per gli errori tipografici, critiche ed errori in parte scusabili per ragioni diverse. Basti solo accennare che lelenco del 1933 redatto in ordine alfabetico per cognome e contiene la registrazione di 7750 famiglie e di 41.853 individui nominativamente annotati, con la rispettiva enunciazione del nome del padre e dellavo, dellelenco regionale nobiliare. I documenti darchivio Le carte relative agli affari araldici sono conservate nellarchivio della Consulta Araldica (art. 106). Dei documenti conservati in detto archivio non si d comunicazione o visione se non ai membri della Consulta ed al Commissario del Re ed agli interessati che li produssero, previo in questultimo caso il parere del Commissario (articolo 105). La Consulta ha adottato la massima che dei documenti conservati nel suo archivio non si concedono copie autentiche che per gli atti originali, o da considerarsi come tali. Si possono col consenso del Commissario restituire agli interessati i documenti esibiti (articolo 107):

a) quando il richiedente abbia rinunciato alla domanda prima dellavviso della Commissione Regionale (v. n. 116); b) quando i documenti di cui si chiede la restituzione non riguardano la deliberazione presa; c) quando, in sostituzione degli originali, si presentino dallinteressato copie da collazionarsi e autenticarsi previamente dal Cancelliere; d) quando la decisione fu negativa, salvo che il Commissario creda opportuno chiederne copia, da formarsi a spese dellinteressato e da collazionarsi e autenticarsi come alla lettera c. Gli alberi genealogici e gli stemmi e gli atti autentici di stato civile non si restituiscono se non in copia da formarsi a spese dellinteressato (art. 107). I certificati di quanto pu risultare dai registri e dai libri araldici e gli estratti delle deliberazioni della Consulta o della Giunta, gi approvate dal Capo del Governo, sono rilasciati collazionati e autenticati dal Cancelliere previa autorizzazione e col visto del Commissario (art. 87 f e 104). Tutte le disposizioni anzidette sono derivate dal regolamento del 1896. Natura del diritto ai titoli nobiliari Varie teorie degli autori e della giurisprudenza I titoli ed attributi nobiliari in coloro che ne sono legittimamente investiti fanno sorgere dei diritti. E che siano diritti muniti della relativa tutela, risulta dalle seguenti fonti: lart. 79 dello Statuto, lart. 81 cod. proc. civ., art. 3 R. D. L. 20 marzo 1924, n. 442, il R. D. 21 gennaio 1929, n. 61, approvante il nuovo ordinamento nobiliare. Lart. 79 dello Statuto stabilisce che: I titoli di nobilt sono mantenuti a coloro che ne hanno diritto. Il Re pu conferirne di nuovi (v. n. 3). Lart. 81 cod. proc. civ. dice: le controversie di stato, di tutela, di diritti onorifici ed altre di valore indeterminabile si considerano di valore eccedente le L. 1500 (ora elevato di L. 5000 per effetto della legge 15-9-1922, n. 1287). L art. 3 del R. D. 20 marzo 1924, n. 442, modificato dal R. D. L. 28-12-1924, n. 2337, stabilisce: Coloro ai quali in seguito alle contestazioni svolte in conformit delle norme dellarticolo precedente con sentenza passata in giudicato sia riconosciuto il diritto di portare titoli o attributi nobiliari sono obbligati a promuoverne liscrizione nei registri della Consulta Araldica. superfluo riportare tutti gli articoli del nuovo ordinamento in cui si parli di diritto ai titoli, ai quali si rimanda. Solo va rilevato che non esattamente nellart. 123 si parla di interessi di terzi, anzich di diritti dei terzi, allorquando detto: qualora le domande (di provvedimenti) involgano palesemente interessi di terzi. Nella dottrina si discusso sulla natura del diritto ai titoli e attributi nobiliari. Si ricorda che quanto sar detto riguardo ai titoli vale per lo stemma, larme e gli altri distintivi araldici. Secondo una teoria, i titoli sono un elemento dello stato individuale, perch sono una qualit della persona che serve a designarla nella sua individualit, sono dei semplici accessori del nome, e il diritto ai titoli un diritto personale analogo al nome civile rientrante nella categoria dei diritti su cose immateriali e incorporali. Questa teoria condivisa dal Fadda e Bensa, dal Venzi, dal Coviello31 . Racioppi e Brunelli32 considerano i titoli come una propriet sui generis, garantita dalla protezione giuridica dello Stato in base allart. 29 dello Statuto per il quale tutte le propriet sono inviolabili. Sennonch questo concetto contrasta con il principio della incommerciabilit e imprescrittibilit dei titoli (art. 14 e 15 dellordinamento) e con quello della disponibilit nella maniera pi assoluta di cui allart. 436 c. c., disponibilit che difetta negli investiti dei titoli. Altra limitazione al diritto ai titoli stabilita dagli art. 41 e 42 dellordinamento (v. n. 83), nei quali prevista la perdita definitiva della nobilt per gravissimi delitti ope legis, e la perdita temporanea per reati minori su proposta della Consulta Araldica, per cui la teoria della propriet viene ad essere battuta, ed il diritto del privato fatto vivere soltanto in funzione dei compiti che lo Stato assegna alla esistenza della nobilt. Secondo il Ferrara e lo Stolfi si tratta invece di un diritto di natura personale, diritto ad uno stato onorifico e che si distingue dal diritto al nome, poich mentre il nome serve ad individuare una persona, il titolo serve ad onorarla, il nome spetta a tutti i membri della famiglia, mentre il titolo spetta solo al capo di essa, e si trasmette ordinariamente secondo la linea primogeniale maschile. Secondo il Mortara si tratterebbe di una categoria speciale di diritti onorifici contemplati dallart. 81

c. p. c., definizione pi strettamente aderente alle fonti ed alla giurisprudenza, che ha assimilato i diritti nobiliari agli onorifici. Il Sabini, con una teoria risultante dalla fusione delle precedenti, ha ritenuto trattarsi di un diritto immateriale sui generis che pu ritenersi come un accessorio del cognome, in quanto serve a meglio identificare una famiglia o un individuo. Esso non ha contenuto patrimoniale stricto sensu, per in certo modo il titolare di esso pu subire un danno di vera e propria natura patrimoniale, sol che alcuno se ne arroghi abusivamente la pertinenza, o ne impedisca il godimento al legittimo proprietario. E se al diritto sul nome non si pu negare un interesse morale, questo deve riconoscersi in altissimo grado ai diritti nobiliari in quanto traggono origine da una concessione Sovrana altamente onorifica, e perci rientrano nella speciale categoria dei diritti onorifici previsti dallart. 81 c. p. c. Il Gorino ritiene che converrebbe fare una ulteriore specificazione. Si dovrebbe distinguere fra i titoli nobiliari in senso stretto (Principe, Duca, Marchese, ecc.) e le distinzioni o attributi nobiliari. Per i primi si tratta certamente, di diritti onorifici, mentre per gli altri, fra cui il predicato feudale o no, e lo stemma, trattasi verosimilmente di un diritto perfettamente analogo a quello che si ha sul proprio cognome. Il titolo, difatti, in senso stretto comune a tutti gli altri nobili decorati del medesimo grado, proprio come agli insigniti di pari grado del medesimo ordine equestre; per contro il predicato feudale e tanto pi lo stemma formano una cosa unica col cognome ed hanno natura personalissima. Cos in una medesima agnazione sar il predicato a distinguere i vari rami e la stessa funzione eserciter la brisura nello stemma (v. numero 57). La distinzione del Gorino, derivata da un ulteriore sviluppo della teoria del Ferrara, sembra meritevole di accoglimento.
1) FERRARA, Trattato di diritto civile italiano, Roma 1921, pag. 584, 585. 2) STOLFI, Diritto Civile, vol. I, p. 11, pag. 115, Torino. 1) MORTASA, I Titoli di nobilt e la competenza giudiziaria, in Temi Veneta, 1882, 473. 1) SABINI, Saggi cit., pag. 103-104, riportato in Lordinamento cit., pag. 18. 1) GORINO, op. cit., pag. 6 e seg.
---------------------------------------------------------------------------------------------------------------31 -FADDA e BENSA, Note alle Pandette di Winscheid, Torino 1926, vol. IV, pag. 172; VENZI, Foro It., 1902, I, 73 e in PACIFICI MAZZONI, Istituzioni di diritto civile, Firenze 1904, volume ZII, pag. 16 e 19; COVIELLO N., Manuale di diritto civile, Milano 1910, pag. 161. 32 - RACIOPPI e BRUNELLI, Commento cit., 111, pag. 704.

Attivit da svolgersi per ottenere provvedimenti nobiliari Occorre qui richiamare la distinzione fra provvedimenti di grazia emanati dal Sovrano nellesercizio della sua prerogativa concessione, rinnovazione, riconoscimento, autorizzazione, assenso) e che possono essere di motu proprio o su proposta del Capo del Governo, e provvedimenti di giustizia (v. n. 46 e 54). Per i provvedimenti di motu proprio che avvengono sulla iniziativa del Sovrano, nessuna azione pu essere svolta dai privati al fine di ottenerli. Poich come stato detto (v. n. 46) i provvedimenti di motu proprio importano una riduzione delle tasse di concessione, talvolta il Sovrano per le speciali benemerenze dellinvestito ed al fine di ridurre le tasse, effettua concessioni con la forma del motu proprio, quantunque esse siano state provocate da domande degli interessati. Pu invece darsi il caso che terze persone si ritengano lese dai provvedimenti adottati in favore di altra persona col Sovrano motu proprio o in via di grazia su proposta del Capo del Governo, ed allora esse hanno diritto a far ricorso allautorit giudiziaria. Per ottenere provvedimenti di grazia o di giustizia occorre che gli interessati facciano domanda. In conclusione la R. Prerogativa, eccetto il caso di provvedimenti di Sovrano motu proprio, per potersi esplicare, occorre sia provocata dalla azione degli interessati. La domanda Questa azione si inizia mediante domanda, che, deve essere scritta in carta da bollo ed indirizzata al Capo del Governo presso lUfficio Araldico, per i provvedimenti nobiliari o araldici di giustizia, e se trattisi di provvedimenti di grazia deve essere indirizzata a S. M. il Re, presentando anche altra copia al Capo del Governo.

La domanda deve contenere alcuni dati indispensabili stabiliti ed essere corredata da appositi documenti. Cos deve contenere lindicazione del cognome e nome, della paternit, del luogo di nascita e domicilio, della cittadinanza e della condizione sociale ed economica del richiedente, la enunciazione, in fatto e in diritto della richiesta, la dichiarazione del petente di esser pronto a soddisfare le tasse e i diritti stabiliti, lelenco in duplice copia su carta semplice dei documenti esibiti, la sottoscrizione autografa del petente (articolo 109). Alla domanda deve essere anche allegata la bolletta del deposito prescritto, che pu spedirsi anche a mezzo di vaglia postale, variabile secondo la natura dei provvedimenti richiesti (L. 100 pei privati, L. 10 per gli enti), e indicato dal R. D. 6-11-1930, n. 1494 (art. 110). Detto deposito non viene restituito in caso di ritiro o di esito negativo della domanda presentata. La documentazione serve a comprovare il fondamento, oltre che di fatto anche giuridico, della richiesta, in modo che gli organi chiamati a dar parere o decidere si trovino in possesso di tutti gli elementi per una giusta valutazione della questione. Pertanto alla domanda debbono essere unite: la documentazione della esistenza di titoli, predicati o stemmi pei quali si chiede il provvedimento, la dimostrazione documentale dellattacco genealogico fra il richiedente e il concessionario o lultimo investito o riconosciuto, la dimostrazione per linea e grado del diritto di succedere nel titolo, nonch il diploma di concessione o di conferma e lo stemma a colori con la descrizione in termini araldici (art. 111). Dei modi di effettuare la documentazione sar detto appresso (v. n. 115). Gli atti possono essere spediti, oppure consegnati personalmente al Capo dellUfficio Araldico (art. 87 a), il quale tenuto ad effettuare lesame se essi sono regolari dal punto formale (art. 130), compreso laccertamento del pagamento avvenuto della tassa di deposito. Prove documentarie da porre a corredo della domanda. (In nota: Ordini Cavallereschi italiani estinti che richiedevano la prova della nobilt: di S. Stefano di Toscana, di S. Gennaro di Napoli. LOrdine Sacro Angelico Imperiale Costantiniano di S. Giorgio di Napoli e di Parma) Circa le prove da porre a corredo della documentazione di istanze, opposizioni, ricorsi, negli articoli da 113 a 122 dellordinamento sono contenute apposite disposizioni, le quali sono derivate dal regolamento del 1896, con qualche modificazione. Le prove dirette sono quelle che si fanno per mezzo di diplomi, di lettere di nobilitazione, ottenuti da Sovrani o da Principi. Qualora manchi il diploma originario di concessione, la prova dellesistenza dei titoli e predicati pu essere supplita con la produzione del pi recente atto autentico di investitura, di intestazione, di conferma o di riconoscimento (art. 113). Questa disposizione deriva in parte dallart. 51 del regolamento del 1896, il quale poneva come condizione che la originaria concessione non fosse prescritta o perduta a norma delle legislazioni preesistenti, e che aveva indotto in taluni la condizione erronea che sotto limpero del cod. civ. italiano i titoli fossero prescrittibili. Le prove genealogiche si devono dare con la produzione di copie autentiche degli atti legali di nascita, di matrimonio e morte, grado per grado, di tutti gli individui compresi nella dimostrazione genealogica (art. 114). questa la ricerca pi difficile per il rintraccio e la lettura degli atti antichi. Le prove degli stemmi si fanno o mediante latto di concessione o mediante la dimostrazione di un possesso legale legittimo (art. 115). Per quanto riguarda la prova del possesso bisogna distinguere lo stemma di nobilt da quello di cittadinanza. Per lo stemma di nobilt, per le famiglie la cui nobilt stata riconosciuta, sufficiente la prova di un possesso pubblico e pacifico dello stemma per 30 anni (art. 116). Non si pu per ottenere il riconoscimento di stemmi nobiliari se in pari tempo non si prova la nobilt della famiglia. Per il riconoscimento degli stemmi di cittadinanza necessaria a tenore dellart. 38 dellordinamento (v. n. 57) la dimostrazione di un possesso pubblico e pacifico non inferiore a 150 anni. Di detto possesso, tanto per lo stemma nobiliare che per quello di cittadinanza, bisogna dimostrare sempre il filo genealogico. La semplice prova del possesso, per quanto continuato nel tempo, non giustifica luso di corone; di manti, di ornamentazioni araldiche, di capi, di figure di cimi eri e di altri segni particolari (articolo 117). In mancanza di prove dirette sono ammesse quelle per equipollenti (art. 118). Lart. 59 del regolamento del 1896 chiariva che le prove equipollenti devono essere legali e non procedenti dalla volont ed influenza degli interessati. Il fatto che detto articolo non sia stato riprodotto dimostra che il legislatore ha voluto lasciare maggiore larghezza nella valutazione delle prove per equipollenti.

Cos possono essere mezzi di prova per equipollenti le lettere di abilitazione, ove qualche rampollo della fantiglia abbia derogato, i documenti comprovanti la ammissione ai corpi nobili, laggregazione al patriziato di una citt, le cariche e dignit illustri sostenute da membri della famiglia, i registri pubblici delle citt in cui sono notate le dignit municipali conferite alla nobilt, le tombe, i sigilli in cui stanno impressi gli stemmi gentilizi, i libri antichi, i monumenti antichi, le carte di fondazioni, dotazioni, donazioni fatte alle chiese, ai monasteri, le sottoscrizioni dei testimoni, perch in antico solo i signori molto qualificati e grandi ufficiali segnavano gli atti dei Principi e vi apponevano il loro sigillo. Mezzo di prova sussidiario latto notorio, cio lattestazione giurata di quattro testimoni avanti il Pretore o il Notaio, il Console. Esso ai fini della documentazione accettato con alcune limitazioni, e cio nel solo caso che sia impossibile, per eventi di forza maggiore, la dimostrazione diretta ad accertare fatti, e che i fatti stessi non eccedano la memoria delluomo. Sono anche ammessi gli attestati rilasciati dalle Commissioni Araldiche Regionali riguardanti le famiglie titolate della regione (art. 119). Al riguardo la Consulta aveva adottato la massima 4, per la quale tali atti di notoriet potevano emanarsi dalle Commissioni Araldiche Regionali. Sono ammesse come prove, senza bisogno di ulteriore documentazione, la nobilt, gli stemmi e le genealogie gi approvate dai Tribunali, Uffici o Commissioni araldiche degli antichi Stati Italiani (v. n. 96) o dai Grandi Magisteri del S. O. di Malta (v. n. 45, nota) o di altri antichi Ordini militari Cavallereschi italiani, che esigevano prove di nobilt33 . E ci per il fatto che trattasi di accertamenti gi fatti da organi statali o da antichi ordini cavallereschi, o da quello di Malta, che hanno tradizioni di rigidit nel giudizio delle prove di nobilt dei suoi membri. Occorre soltanto la esibizione delle relative sentenze dei predetti organi statali o dei processi di giustizia degli ordini cavallereschi. Non hanno per valore probatorio le prove risultanti da processi per grazia, nonch quelle riferentisi alle enunciazioni di titoli specifici e feudali contenute sia nei processi degli ordini predetti, sia nelle sentenze degli organi statali sunnominati (art. 120). La Consulta Araldica ha stabilito la massima, circa le genealogie predette, che esse fanno prova non quanto ai titoli nobiliari in esse enunciati, ma per la filiazione, e nei soli casi di prove ammesse per giustizia e non per quelle di grazia o di cuore e devozione. I diplomi e documenti che si producono devono essere in originale (art. 121), e ci pu avvenire per i diplomi e privilegi antichi allorquando essi venivano consegnati in originale allinvestito e non per le concessioni moderne nelle quali vengono al titolare consegnate le R. Lettere Patenti (n. 70). Per il valore di autenticit che hanno gli atti conservati nei pubblici uffici, ammessa la produzione di copie autentiche degli atti esistenti nei R. Archivi di Stato, o negli archivi delle Curie Vescovili o di altri enti di diritto pubblico, o in quelli del S. O. M. di Malta e di altri antichi Ordini militari cavallereschi, o nei protocolli notarili anteriori al 1860, essendo fino a quellepoca consentita la conservazione di documenti importanti, col farli inserire nei protocolli dei notai aventi funzioni di certificatori. riservato per sempre alla Consulta il diritto di chiedere prove integrative di autenticit del documento esibito. Dei documenti e diplomi originali in possesso di privati non ammessa la esibizione di copie notarili, le quali se possono attestare la conformit letterale del documento prodotto al notaio, non garantiscono la autenticit del documento stesso, la quale va accertata con la scienza diplomatica (art. 121.). Con la massima 21 febbraio 1909 la Consulta approv che fosse propagato luso delle copie di documenti e monumenti eseguiti in fotografia ed eliografia. I documenti in lingua straniera devono essere prodotti insieme con la traduzione italiana, dichiarata autentica dal competente Ufficio Traduzioni esistente presso il Ministero di Grazia e Giustizia. Dei documenti antichi in lingua latina o italiana pu essere dalla Consulta, perch scritti con abbreviazioni e caratteri non pi in uso e di facile lettura, richiesta la trascrizione paleografica, autenticata dal R. Archivio di Stato della regione da cui proviene il documento (articolo 122). Tutti i documenti che si esibiscono devono essere in forma legale e quelli che sono trasmessi dallestero devono essere vidimati dalle autorit consolari italiane.
----------------------------------------------------------------------------------------------------------------

33 - Degli ordini cavallereschi estinti degli ex Stati italiani preunitari richiedevano la prova della nobilt nei Cavalieri di giustizia quelli di S. Stefano di Toscana (8/4) fondato da Cosimo dei Medici e ricostituito da Ferdinando III nel 1817; di S. Gennaro di Napoli (4/4) fondato da Carlo III nel 1738. - Anche lordine della Religiosa Milizia dei SS. Maurizio e Lazzaro in Piemonte richiedeva pei Cavalieri di giustizia le prove di nobilt (per 4 gradi, cio 8/4, v. n. 18 e 45). Lordine Sacro Angelico Imperiale Costantiniano di S. Giorgio di Napoli, gi di collazione Borbonica, attualmente indipendente ed posto sotto la protezione della S. Sede che vi delega un Cardinale protettore. Esso richiedeva durante la Monarchia Borbonica pei Cavalieri di giustizia 4/4 di nobilt. Lo stesso ordine, ramo di Parma, secondo la massima 36 adottata dalla Consulta Araldica ritenuto equestre c non nobiliare. Secondo la massima 75 della Consulta stessa possono pretendere la iscrizione nellelenco nobiliare col titolo di Nobile i componenti delle famiglie ascritte per giustizia allordine Costantiniano di Napoli (vedi CUOMO, Ordini cavallereschi cit., pag. 73, 908, 909, 913). Circa lordine di S. Giuseppe di Toscana (vedi n. 18) la Consulta Araldica ha formulato la massima 50, per la quale i decorati non sudditi Toscani e quelli sudditi Toscani che non si fecero ascrivere ad una delle nobilt civiche del Granducato non possono ora pretendere il riconoscimento della nobilt.

Istruttoria della domanda Ricevuta la istanza e riconosciutala formalmente regolare (v. n. 114) il Capo dellUfficio Araldico, quale Cancelliere della Consulta, la trasmette nel termine massimo di 15 giorni alla competente Commissione Araldica Regionale, la quale deve restituirla col suo avviso allUfficio Araldico, di regola, entro due mesi dal ricevimento. Pervenuta la pratica, egli la comunica al Commissario del Re (art. 130). Questi la esamina, e a mezzo del Cancelliere, qualora ritenga insufficiente la documentazione, pu far chiedere allistante chiarimenti, e anche una pi ampia e precisa documentazione, stabilendo alluopo un termine non maggiore di tre mesi (R. D. 9 ottobre 1930, n. 1405, art. 4). Inoltre lo stesso Commissario pu, ove lo creda opportuno, chiedere, pel tramite del Cancelliere, al Prefetto del luogo di domicilio dellistante informazioni in via riservata sulla condotta morale e sulle condizioni economiche dellistante e dei suoi prossimi congiunti (art. 112). Quando la domanda involge palesemente diritti di terzi, a richiesta del Commissario del Re, lUfficio Araldico invita il richiedente a farne pubblicare a sue spese, per due volte e con lintervallo di un mese fra la prima e seconda pubblicazione, un sunto nella Gazzetta ufficiale del Regno e nei fogli degli annunzi legali delle province di origine e di residenza dellistante. Il richiedente dovr poi giustificare allUfficio Araldico di avere adempiuto questa formalit. Lo stesso Ufficio Araldico provvede inoltre, in quanto sia possibile, a far comunicare a mezzo del Prefetto della provincia un esemplare della seguita pubblicazione ai terzi interessati (articolo 123). Opposizione di terzi in sede amministrativa Coloro che credono di aver ragione di opporsi alla domanda dellistante devono, nel termine di due mesi dallultima pubblicazione o dalla comunicazione ad essi fatta, esporre i motivi della loro opposizione con contro istanza (detto ricorso, o opposizione in via preventiva e in sede amministrativa), indirizzata al Capo del Governo. Ugualmente pu fare opposizione chiunque abbia notizia della presentazione della domanda che ritenga lesiva dei suoi diritti gi acquistati (articolo 124). Sennonch per costui, nel caso che non siano state effettuate le pubblicazioni, non sembra possa pretendersi lapplicazione del termine di due mesi per la opposizione. Inoltre lopposizione preventiva da parte sua pu farsi nella fase ancora di istruttoria e prima che siano stati emanati i provvedimenti Reali o Governativi. In tal modo viene assicurata la tutela dei diritti dei terzi, i quali potrebbero essere pregiudicati dalla domanda dellistante, la quale richieda ad es. concessione, rinnovazione, riconoscimento di titoli, predicati o stemmi di loro pertinenza, o intenda avvalersi di atti o documenti e genealogie appartenenti ad altre famiglie. Le opposizioni dei terzi in sede amministrativa sono prese in esame dalla Consulta e su di esse esprime il suo parere (art. 124). Se la opposizione dei terzi viene proposta dopo che la Giunta o la Consulta abbiano deliberato, ma prima che sia stato emanato il provvedimento, sia esso di grazia o di giustizia, la Consulta, ove ritenga la opposizione manifestamente infondata, dichiara di non far luogo a riesame. Nel caso che ritenga lopposizione fondata riesamina la pratica per emettere una nuova deliberazione (art. 128). Qualora lopposizione riguardi lo stato delle persone, o venga impugnato di falso qualche documento, la Giunta o la Consulta, a mezzo dellUfficio Araldico, invita gli interessati a far decidere la questione in via giudiziaria, prefiggendo agli opponenti un termine per adire i tribunali. Trascorso inutilmente questo termine, la parte interessata ha la facolt di ripresentare la domanda alla Consulta, la quale in tal caso delibera definitivamente (art. 129). Gi articoli 124, 128 e 129 del vigente ordinamento trovano riscontro rispettivamente negli articoli 96 del regolamento del 1896 e 8 e 9 del R. D. 2 luglio 1896, n. 313 sul nuovo ordinamento della Consulta, per la quale era detto che essa, trascorso inutilmente il termine fissato alle parti per adire i

tribunali, avrebbe deliberato sempre salvando i diritti dei terzi interessati. Il fatto che nel nuovo ordinamento non ripetuta questa formula finale non implica che nelle deliberazioni adottate non siano sempre salvaguardati i diritti dei terzi interessati, poich i terzi stessi continuano ad aver la tutela dei loro diritti ricorrendo allautorit giudiziaria ordinaria (v. numero 120). Esame della domanda da parte della Giunta o della Consulta Araldica Esaurita la istruttoria della pratica, o trascorso inutilmente il termine prefisso allistante per i chiarimenti o la pi ampia documentazione, o il termine per le opposizioni in caso di pubblicazione della domanda,la pratica viene rimessa dal Commissario, col proprio parere, allUfficio Araldico per inoltro alla Giunta o alla Consulta (R. Decreto 1930). stato gi detto (v. n. 99) dei casi in cui occorra la deliberazione o della Consulta o della Giunta. Qualora listante insista affinch si provveda in base agli atti esibiti ed alle notizie date, senza corrispondere alla richiesta fatta dal Commissario, la pratica sottoposta alla deliberazione della Giunta col parere del Commissario (art. 130). Nel caso che il parere del Commissario concordi con lavviso della Commissione Regionale per laccoglimento della domanda e non vi sia opposizione di terzi, la relazione del Commissario alla Giunta o alla Consulta pu limitarsi ad una breve dichiarazione; ed alla indicazione del provvedimento da adattarsi. Ove il Commissario proponga il rigetto della domanda, o vi sia difformit tra il parere del Commissario e lavviso della Commissione Regionale, o vi sia opposizione di terzi, la relazione del Commissario dovr essere motivata (art. 130). Comunicazione delle deliberazioni della Giunta e della Consulta Araldica al Capo del Governo Provvedimenti conseguenziali Intervenuta la deliberazione della Giunta o della Consulta, il Capo del Governo attraverso lestratto dei verbali, che deve essere sottoposto alla sua approvazione, viene a conoscenza delle decisioni prese, anche nel caso che egli non sia intervenuto alle sedute della Consulta (art. 86 e R. D. 1930). Se il parere di rigetto della istanza, il Capo del Governo ne fa dare comunicazione in suo nome allo istante. Qualora il parere sia favorevole allaccoglimento della istanza, il Commissario del Re presenta al Capo del Governo una relazione sul provvedimento da emettersi (art. 131). Approvata la deliberazione della Giunta o della Consulta da parte del Capo del Governo e la relazione del Commissario, il Cancelliere a mezzo dellUfficio Araldico cura la spedizione del provvedimento (art. 87 lett. e) e d pronto avviso agli interessati del tenore del provvedimento emesso, invitandoli a pagare le occorrenti tasse (art. 132) (v. n. 69).
1) Consiglio di Stato 11 agosto 1927 Foro It. 1927, III, 129.

Impugnativa contro il rigetto della domanda - Ricorso in via giudiziaria I privati in conseguenza dellesercizio della R. Prerogativa possono ritenere di essere stati lesi nei loro diritti. Ed in base ai principi generali sulla tutela dei diritti, stabilita dalla legge abolitiva del Contenzioso amministrativo 20 marzo 1865, n. 2248, alleg. E, il nuovo ordinamento nobiliare contiene disposizioni al riguardo. Si possono avere vari casi: Linteressato ritiene che ingiustamente non sia stata accolta una sua richiesta di provvedimenti di giustizia. Se si tratta di diritti a titoli o distinzioni nobiliari o stemmi gi costituiti legittimamente in favore di colui che ha invocato il provvedimento, egli ha diritto di impugnare il provvedimento del Capo del Governo soltanto avanti lautorit giudiziaria, unica competente a reintegrare i diritti lesi. Se si tratta invece di diritti non costituiti nel richiedente, di diritti non perfetti, ma di semplici aspettative, in questo caso il provvedimento del Capo del Governo non suscettibile di impugnativa giudiziaria. Nessuna azione giudiziaria o amministrativa poi pu esperirsi allorch il Sovrano non ritenga di adottare provvedimenti di grazia richiesti, essendo la manifestazione della R. Prerogativa in provvedimenti singolari, come ebbe a dichiarare il Consiglio di Stato, attribuzione avente carattere di potere politico che si ispira ad alte e complesse considerazioni di indole sociale34 . In questi ultimi due casi linteressato pu soltanto ripresentare una nuova domanda con maggiore documentazione e nuovi argomenti giuridici, ma laccoglimento di essa non obbligatorio. Ma pu darsi anche il caso di un individuo che si ritenga leso nel suo diritto, gi costituitosi

legittimamente, da un provvedimento di grazia o di giustizia adottato nei riguardi di un terzo. In questo caso egli pu impugnare il provvedimento adottato avanti lautorit giudiziaria. Stabilisce infatti lart. 125 che la parte che si crede lesa dal provvedimento adottato sia esso di grazia o di giustizia, ha diritto di impugnarlo innanzi ai Tribunali ordinari. da tener presente che il compito dellautorit giudiziaria deve limitarsi a decidere sullesistenza e sulla appartenenza dei diritti nobiliari. La posizione di detto articolo, collocato dopo le opposizioni dei terzi, potrebbe indurre a ritenere che lesperimento dellazione giudiziaria sia subordinato allo svolgimento preventivo dellazione amministrativa, come poteva dedursi dallart. 9 capov. del R. D. 2 luglio 1896, n. 313, ma ci non , poich il principio del ricorso ali autorit giudiziaria nasce dallart. 2 della legge del 1865 contenzioso amministrativo, riaffermato successivamente nellart. 2 del R. D. 20 marzo 1924. Gi il Venzi in occasione di altra sentenza del 1902 in materia nobiliare aveva ritenuto che la procedura amministrativa stabilita dal suindicato R. Decreto 2 luglio 1896 non poteva costituire che un esperimento, un tentativo di ottenere, per via pi facile e spedita, il riconoscimento del proprio diritto, ma non poteva mai importare rinuncia al diritto di poter far valere le proprie pretese nel modo consentito dalla legge. La competenza dellautorit giudiziaria era riconosciuta dalla stessa Consulta Araldica, dato che nella relazione Pagano Guarneschelli alla Consulta stessa era detto che lopera di essa era semplicemente consultiva, salvo la decisione di chi ha in modo esclusivo giurisdizione per riconoscere il giusto valore dei diritti privati. La competenza esclusiva dellautorit giudiziaria stata sempre sostenuta dal Sabini e dallo Stolfi. da escludere poi per i provvedimenti Sovrani o del Capo del Governo, che importino lesione di diritti nobiliari, il ricorso al Consiglio di Stato in sede giurisdizionale, dato che questo organo pu essere, in base allart. 26 T. U. 26-6-1924, numero 1054, chiamato a giudicare quando i ricorsi non siano di competenza dellautorit giudiziaria, come invece nel caso attuale. Il ricorso al Consiglio di Stato pu aver luogo nel caso che l Ufficio Araldico non si uniformi alle decisioni dellautorit giudizi aria in seguito alleffettuato riconoscimento di diritti nobiliari (v. n. 123), o per motivi di legittimit nel caso di diniego di inscrizione al Libro doro (n. 106).
---------------------------------------------------------------------------------------------------------------34 - inammissibile lazione promossa da un cittadino per dimostrare il suo diritto ad un titolo nobiliare, se gi prima con decreto ministeriale era stata disattesa listanza da lui proposta per ottenere le lettere patenti di Regio assenso. Corte di Appello Palermo, 2 luglio 1931, Federico c. Perez, Foro Siciliano, 1932, 42.

Limiti fra lesercizio della R. Prerogativa e lautorit giudiziaria Circa i limiti tra lesercizio della Regia Prerogativa e lautorit giudiziaria, merita di essere ricordata la sentenza 28 febbraio 1921 della Cassazione a Sezioni Unite: Quanto alla R. Prerogativa ormai accettato che essa limitata alla funzione attributiva nella forma sia di concessione di titoli nuovi, o di rinnovazione dei titoli gi estinti o di riconoscimento (improprio) di titoli con possesso difettoso o insufficiente e alla funzione autorizzatrice pei passaggi di titolo da una famiglia allaltra e per luso di titoli conceduti a cittadini di Potenze estere. La Prerogativa Sovrana lascia dunque intatta allautorit giudiziaria la funzione dichiarativa del diritto ai titoli sia quanto alla loro esistenza, garantita dallart. 79 dello statuto, sia quanto alla loro trasmissione, garantita dalle forme rigorose del diritto successorio, nel quale inammissibile lesercizio di qualsiasi potere discrezionale sia pure del Principe. E quanto allattivit, che pure in questa materia riservata allautorit amministrativa pel riconoscimento ai sensi dellart. 26 del Regolamento corrispondente allart. 11, lett. a dellattuale ordinamento e per le inscrizioni nei registri araldici, essa si esplica in provvedimenti, che al pari di ogni altro atto amministrativo, sono salvi i noti limiti soggetti al sindacato giudiziario. I limiti di cui si tratta sono stabiliti dallart. 4 della citata legge del 1865, per i quali i Tribunali si devono limitare a conoscere degli effetti dellatto dellautorit amministrativa in relazione alloggetto dedotto in giudizio. Latto amministrativo non pu essere revocato o modificato se non sovraricorso alle competenti autorit amministrative, le quali si devono conformare al giudicato dei Tribunali in quanto riguarda il caso deciso. E stato deciso che rientrano altres nella competenza dellautorit giudiziaria le controversie relative alla autenticit ed al valore giuridico di atti e concessioni Sovrane in materia di titoli e qualit nobiliari, la dichiarazione di legittimit dellacquisto di un titolo, la dichiarazione di non spettare il

titolo a nessuna delle parti litiganti. La omessa iscrizione nei registri della Consulta Araldica non impedisce di dimostrare in giudizio o rivendicare il titolo nobiliare. Lautorit giudiziaria per incompetente a conoscere degli effetti di una concessione o riconoscimento di nobilt a favore di uno straniero per atto di Sovranit straniera, ad annullare il Decreto del Capo del Governo o Ministeriale con cui sia stata riconosciuta appartenenza di un titolo nobiliare, linibire luso di un titolo a colui che risulta indebitamente iscritto nel Libro doro fino a quando la Consulta Araldica non si sar uniformata al giudicato. Lautorit giudiziaria da adire in base allarticolo 81 del cod. proc. civ. il Tribunale, e ad esso dovr richiedersi, in base a documenti il riconoscimento della esistenza e della appartenenza nel petente del diritto nobiliare o araldico affermato, con ogni esclusione di richiesta di revoca o di annullamento delleventuale denegato provvedimento di giustizia, Sovrano o del Capo del Governo, e di grazia o giustizia se intervenuto in favore di terzi35 .
---------------------------------------------------------------------------------------------------------------35 - La dichiarazione di appartenenza del titolo o della distinzione nobiliare di competenza dellAutorit Giudiziaria, la quale per non ha facolt di ordinare inscrizioni e cancellazioni nei Registri nobiliari, spettando tale facolt soltanto alla Consulta Araldica. Il provvedimento di inscrizione nel Libro doro o il rifiuto di provvedervi da parte della Consulta Araldica non ha in s valore di dichiarazione giuridica sullesistenza o pertinenza del diritto alle distinzioni nobiliari, ma soltanto un atto amministrativo prescritto per poter far valere i titoli nobiliari e per esigere che essi siano ufficialmente attribuiti. C. App. Palermo, 18 ottobre 1930, Bonanno-Bonanno, Riv. Dir. Privato, 1931, II, 104, con nota del Prof A. VISCONTI. LAutorit Giudiziaria incompetente ad annullare il decreto ministeriale con cui sia stata riconosciuta lappartenenza di un titolo nobiliare, Trib. Catania, 26-1-1930, Patern c. Impellizzeri, Giur. It., 1930, 361. Riconosciuto con D. M. il diritto ad un titolo nobiliare, tale diritto permane sino a quando non sia dimostrato che siffatto riconoscimento fu illegale e il Decreto stesso sia dichiarato nullo. Cass. 17-7-1931, Bonanno Federico, Settimo della Cass., 1931, 1369.

Obbligo della notifica allUfficio Araldico dellinizio delle contestazioni giudiziarie su titoli nobiliari Pu anche darsi che la vertenza giudiziaria in materia di diritti nobiliari sorga fra privati. In questo caso sempre interesse della R. Prerogativa di intervenire nel giudizio. In proposito una disposizione era stata dettata nellart. 2 del R. D. L. 20 marzo 1924, n. 442, la quale stata trasfusa nellart. 126 dellordinamento. Essa dice: Nessuna domanda o contestazione sullappartenenza di titoli o attributi nobiliari pu avere corso avanti lautorit giudiziaria, sia per impugnare uno dei provvedimenti di cui allarticolo precedente (cio sia di grazia o di giustizia), sia per iniziare in giudizio di rivendicazione di diritti nobiliari in confronto di terze persone o del Regio Governo, se linteressato non d la prova di aver notificato latto di citazione in primo o secondo grado, o il ricorso in Cassazione, allUfficio Araldico presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri, che in ogni caso ha diritto di prendere parte ai giudizi in rappresentanza della R. Prerogativa, con lassistenza della R. Avvocatura dello Stato36 .
---------------------------------------------------------------------------------------------------------------36 - C. App. Palermo 2 luglio 1931, Federico-Perez, For. Sic., 1932, 42: lUfficio Araldico nella rappresentanza della Prerogativa Sovrana e nelle ragioni dei legittimi aventi diritto ha fac0lt di instare in giudizio per la inammissibilit delle domande di chi pretenda a titoli nobiliari. C. App. Catania, 2-9-1931, Consulta Araldica, Patern c. Consulta Araldica, in Rass. Giudiz., 1931, 483: La Consulta Araldica, in rappresentanza della R. Prerogativa parte in causa nei giudizi nobiliari, ed indipendentemente dalla esistenza di altri contraddittori, pu opporsi allattribuzione dei titoli a colui che, a suo avviso, non vi abbia diritto. Cass. 22-12-1932, Federico-Perez, Giur. It., 1933, 1-1, 201: Nelle controversie sullappartenenza di titoli nobiliari lUfficio Araldico parte in giudizio quale rappresentante della R. Prerogativa. - C. App. Catania, 5 dicembre 1932, Patern-Impellizzeri, Rass. Giudiz., 1933, 1, 38: La Consulta Araldica in rappresentanza della R. Prerogativa, parte in causa nelle contestazioni nobiliari ed in tale qualit ha facolt di proporre tutte le ragioni che essa ritenga si oppongano alla attribuzione dei titoli a chi li rivendica . La Consulta Araldica, intervenendo nei giudizi nobiliari in rappresentanza della R. Prerogativa, non pu subire condanna alle spese, ancorch rimanga soccombente.

Obbligo di promuovere la iscrizione nei registri della Consulta Araldica delle decisioni dellautorit giudiziaria Intervenuta la decisione dellautorit giudiziaria, coloro ai quali in seguito alla contestazione sollevata, sia stato riconosciuto con sentenza passata in giudicato il diritto a determinati titoli o attributi nobiliari, devono promuovere la iscrizione di essi nei registri della Consulta Araldica. Liscrizione da parte dellUfficio Araldico non facoltativa, ma obbligatoria, poich stabilito per la iscrizione stessa il termine di 60 giorni dalla presentazione della domanda, accompagnata da copia autenticata, della sentenza (art. 127). Questa disposizione stata trasfusa nellattuale ordinamento dallart. 3 del R. Decreto Legge 20-3-1924, n. 442, modificato dal R. Decreto Legge 28-12-1924, n. 2337. Per coloro il cui diritto viene riconosciuto dalla autorit giudiziaria, detta inscrizione per poter far uso del diritto stesso obbligatoria e non facoltativa (v. n. 124). Ove per ipotesi lUfficio Araldico si rifiutasse di fare la inscrizione, allora linteressato potrebbe ricorrere, a termini dellart. 27, n. 4, del T. U. al Consiglio di Stato in sede giurisdizionale per obbligare lAmministrazione a conformarsi, in quanto riguarda il caso deciso al giudicato della autorit giudiziaria che ha riconosciuto la lesione del suo diritto.

Uso dei titoli nobiliari - Obbligo della iscrizione nei registri della Consulta Araldica dei titoli e attributi nobiliari Allo scopo di garantire in coloro che ne hanno titolo il legittimo uso di titoli e attributi nobiliari col R. D. 20 marzo 1924, n. 442, furono emanate disposizioni al riguardo. Lart. 1 di detto Decreto stabilisce che nessuno pu far uso di titoli o attributi nobiliari se non sia iscritto come legittimamente investito di tali titoli o attributi nei registri della Consulta Araldica. Delle iscrizioni fa fede lannotazione nellElenco ufficiale nobiliare, la cui ultima edizione quella pubblicata nel 1934 (v. n. 110). La mancata o ritardata iscrizione non importa per decadenza dal diritto, perch esso continua ad esistere, solo il titolare non pu farne uso, il diritto resta per cosi dire allo stato potenziale. Inoltre lart. 127 dellordinamento (v. n. 123) stabilisce lobbligo della iscrizione, in seguito a riconoscimento di diritti nobiliari fatto dallautorit giudiziaria. Contravvenzione per uso illegittimo di titoli Ora colui che tale inscrizione non abbia curato, e che, sia in documenti ufficiali, sia in qualsiasi atto giuridico o anche nei rapporti sociali ordinari faccia uso di titoli o attributi nobiliari che non risultino appartenenti da conforme iscrizione nei registri della Consulta, in base allart. 5 del R. D. 442, punito con lammenda da L. 1000 a L. 5000, e in caso di recidiva con una ammenda non inferiore al doppio di quella precedentemente inflitta, oltre allapplicazione delle pene pecuniarie stabilite dalla legge nei casi in cui luso dei titoli sia subordinato al pagamento di una tassa di concessione governativa. questa la figura della contravvenzione amministrativa, detta uso legittimo dei titoli, contravvenzione che pu essere estinta, prima dellapertura del dibattimento o del decreto di condanna, mediante il pagamento delloblazione in misura non inferiore alla met dellammontare dellammenda. In caso di recidiva non ammessa loblazione. Per impedire questo uso illegittimo di titoli nobiliari accordato agli agenti autori delle denuncia di contravvenzione una quota delle ammende applicate nelle singole contravvenzioni, per le quali si procede in seguito a rapporti dellintendente di Finanza e di qualunque pubblico ufficiale od anche dufficio (art. 6 R. D. 442). Inoltre i notai, gli ufficiali dello stato civile, tutti gli altri pubblici ufficiali non possono attribuire ad alcuno in atti pubblici o in qualsiasi altro documento di carattere ufficiale titoli od attributi nobiliari, se non risultino appartenenti allinteressato dagli elenchi ufficiali nobiliari, o se linteressato non dimostri esserne investito esibendo un certificato di iscrizione nei registri della Consulta. Eguale obbligo spetta ai presidenti dei consigli di amministrazione o direzione di corpi morali, di societ, di associazioni, di circoli, nella compilazione degli elenchi dei componenti e nei rispettivi atti contravventori a questa disposizione (art. 4 R. D. 442) sono puniti con lammenda da L. 500 a 1000. Delitto di usurpazione di titoli Nel caso invece di colui che, come dice lart. 498 c. p., si arroga titoli, e cio se li attribuisce indebitamente facendone mostra, e con coscienza di non aver alcun diritto, siano questi titoli di nessuno o appartengano legittimamente ad altri, si ha la figura del delitto di usurpazione di titoli, punibile con la multa da L. 1000 a lire 10.000. Tanto nella contravvenzione di uso illegittimo di titoli che nel delitto di usurpazione di titoli, la condanna importa la pubblicazione a cura dellIntendente di Finanza, di un estratto della sentenza in uno o pi giornali. La spesa occorrente, a carico del condannato, liquidata dal Tribunale con ordinanza avente forza di titolo esecutivo non soggetto ad impugnazione. Azione di tutela dei titoli: di reclamo e di contestazione Colui che legittimamente investito di titoli e attributi nobiliari ha a tutela dei suoi diritti verso i terzi, due azioni da far valere avanti lautorit giudiziaria, quella di reclamo e quella di contestazione. Quella di reclamo detta anche di rivendicazione del titolo, ma meno esattamente, perch la rivendicazione include il concetto del diritto di propriet, che in fatto di titoli non pu ammettersi (v. n. 112). Con lazione di reclamo il titolare mira a eliminare le molestie e le contestazioni mosse da terzi, che gli impediscono o gli ostacolano il libero esercizio del suo diritto al titolo. Chi esperimenta lazione

deve provare il suo diritto al titolo e dimostrare le contestazioni o le molestie mosse da colui contro il quale egli agisce. Lazione di contestazione, detta anche di usurpazione, mira ad impedire che altri, ledendo il suo diritto, faccia uso illegittimo del titolo di cui non titolare. Colui che esperimenta lazione deve dimostrare il suo diritto al titolo e luso illegittimo di esso da parte del convenuto37 . Questa azione indipendente da quella penale per il reato di usurpazione di titoli (v. n. 125). Le due azioni di reclamo e di contestazione di titoli mirano, di regola, ad ottenere dal magistrato la dichiarazione della pertinenza del diritto al titolo, ma possono anche tendere ad ottenere il risarcimento dei danni prodotti dalla molestia e dalla usurpazione 2).
---------------------------------------------------------------------------------------------------------------37 - C. App. Palermo, 18-10-1930, Bonanno-Bonanno, Riv. Dir. Priv. 1931, II, 104: La dichiarazione di appartenenza del titolo o della distinzione nobiliare di competenza dellautorit giudiziaria riguardando un vero e proprio diritto subbiettivo da cui promana azione giudiziaria in confronto di coloro che il titolo medesimo usurpano: Cass. Regno, 17-7-1931, Bonanno c. Federico, in Settimana della Cass., 1931, 1369: Il titolo nobiliare come parte integrante del nome va considerato come diritto della personalit umana, e pertanto chi del titolo o di una distinzione nobiliare in possesso, con facolt di avvalersene, acquista il diritto e linteresse a vietarne le indebite assunzioni indipendentemente dal presupposto di una ingiuria o di un danno economico.

Testo del R. D. 22 settembre 1932 n. 1464 relativo allimposizione di tassa per i provvedimenti nobiliari di giustizia Il R. D. 22 settembre 1932, n. 1464, concernente la imposizione di tassa pei provvedimenti nobiliari di giustizia (v. n. 69, 106) cosi suona: ARTICOLO 1. Sono soggetti al pagamento di una tassa nella misura di un ventesimo di quella stabilita dal titolo III, tabella A, n. 13, allegata al R. Decreto 30 dicembre 1923, n. 3279, per la concessione od autorizzazioni dei corrispondenti titoli, predicati, qualifiche e stemmi nobiliari, i seguenti provvedimenti araldici, da emanarsi a termini dellart. 11 del R. Decreto 21 gennaio 1929, n. 61: a) primo riconoscimento della legale spettanza ad una famiglia di titoli, predicati, qualifiche e stemmi nobiliari; b) riconoscimento della devoluzione per successione agli aventi diritto di titoli, predicati, qualifiche e stemmi nobiliari ereditari gi riconosciuti ai termini della precedente lettera a), di quelli pontifici per cui fu gi autorizzato luso, nonch di quelli concessi da potenze estere, per i quali fu autorizzata laccettazione; c) autorizzazione ad usare nel Regno titoli, predicati, qualifiche e stemmi nobiliari concessi o riconosciuti da una potenza estera ai propri sudditi, siano questi od i loro successori tuttora stranieri residenti nel Regno, o divenuti in seguito cittadini italiani; , d) autorizzazione ad uno straniero di usare titoli, predicati, qualifiche e stemmi nobiliari italiani legittimamente pervenutigli. ARTICOLO 2. Sono soggetti al pagamento di tassa nella misura stabilita dallarticolo precedente i provvedimenti previsti dagli articoli 59, 60, 65, 66 e 68 dellordinamento dello stato nobiliare italiano, approvato con R. Decreto 21 gennaio 1929, n. 61. ARTICOLO 3. Quando i provvedimenti di cui sopra riguardano pi titoli, la tassa di cui allarticolo precedente dovuta soltanto per il maggiore di essi. ARTICOLO 4. Il presente decreto entra in vigore il giorno della sua pubblicazione nella Gazzetta ufficiale del Regno

Potrebbero piacerti anche