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Filiberto Di

Prospero

Dagli editoriali di SaluteDonna.it,


una raccolta di riflessioni, pensieri,
sentimenti.

PUNTI DI VISTA
Un medico osserva le donne, la vita e se stesso
INTRODUZIONE
Sono stato sempre un medico in “prima linea” a diretto contatto con i pazienti ed i loro
problemi, in strutture sanitarie eternamente in crisi dove il mio mestiere è cambiato e
spesso si è perso in strade che poco o nulla hanno a che fare con la sua missione
originaria.

Amo il mio lavoro, un lavoro che ormai riempie le mie giornate, le mie notti e che ha dato
un senso vero, autentico alla mia vita. Lo amo sin da quando ero ragazzo e sognavo di
poter salvare anch’io una vita.

Ho sempre avuto la paura di non essere adeguato alle esigenze dei miei pazienti e tutto
questo mi ha portato ad affrontare il mio lavoro con umiltà, ad una costante visione critica
delle mie azioni, alla costante ricerca di nuovi modi di comunicare e percepire le loro
ansie, le loro paure per non curare solo la malattia ma persone.

E’ probabilmente anche tutto questo che nel 2005 mi ha spinto a scrivere le riflessioni ora
raccolte in questo libro.

Filiberto Di Prospero
DONNE IN FUMO - luglio 2009
L’emulazione di comportamenti tipicamente maschili è stata ed è ancora oggi una forte tentazione
per la donna. Trasgredire i canoni classici della femminilità sia nel vestire che nei comportamenti,
avvicinarsi al modo di vivere dell’uomo in non poche situazioni in realtà si è dimostrato vincente
conferendo alla donna la capacità e quindi la ricchezza di un comportamento flessibile ed
ambivalente difficilmente adottabile dal suo rigido e prevedibile compagno-antagonista di sempre.

Alcuni comportamenti mutuati dal “sesso forte” in realtà però con il tempo hanno avuto effetti
abbastanza deleteri anche per la salute: tra questi il principe delle negatività acquisite è il
tabagismo, l’abitudine al fumo di sigaretta. Abitudine che negli ultimi decenni ha subito notevoli
cambiamenti vedendo ridursi la percentuale di fumatori negli uomini, storicamente maggiore e
contestualmente crescere quella nelle donne, fino a raggiungere tra queste in alcune fasce di età
valori paragonabili a quelli maschili; è inoltre in netto aumento la percentuale di giovanissime che
fumano.

Nel 2003 mi trovavo in un convegno internazionale a Bucarest. Fu lì che dialogando con alcuni
ricercatori ebbi l’intuizione che il fumo di sigaretta potesse avere nella donna effetti nocivi che
andavano ben oltre il campo oncologico e che potevano investire direttamente la sfera riproduttiva.

Erano all’epoca già ben noti gli effetti deleteri in gravidanza ma poco o nulla si sapeva riguardo gli
effetti del fumo di sigaretta sulla funzione dell’ovaio. Rientrato in Italia condussi uno dei più grandi
studi epidemiologici sulle relazioni tra fumo di sigaretta (tabagismo) e vita riproduttiva femminile.
Dai dati raccolti emerse chiaramente che le fumatrici rischiavano di anticipare la menopausa di
qualche anno rispetto alle non fumatrici e che quindi il fumo di sigaretta aveva un effetto dannoso
sulla capacità riproduttiva.

Studi condotti in laboratorio in quegli anni confermarono che la nicotina aveva un effetto tossico
diretto sulle cellule endocrine dell’ovaio che tutto questo poteva correlarsi ad una diminuzione del
potenziale riproduttivo delle fumatrici.

La notizia ebbe una rilevanza internazionale e ricordo che nel 2004 anche grandi giornali come il
Daily Mail e molti altri quotidiani e siti internazionali riportarono questa nuova verità sul fumo di
sigaretta. Una verità in realtà ancora poco nota a molte donne.

Negli anni successivi ho anche notato che nelle donne a maggior rischio di insufficienza ovarica
prematura il fumo di sigaretta gioca come ulteriore componente negativa; un effetto negativo sulla
riproduzione di entità quindi molto superiore a quella riscontrata nel maschio.

Messaggi del tipo “il fumo uccide” non bastano per scoraggiarne l’uso e finiscono per diventare
ridicoli e non credibili scritti a caratteri cubitali su un prodotto venduto (senza molte restrizioni) dallo
Stato. Bisogna informare di più e possibilmente già in epoca adolescenziale riportando prove, dati
scientifici, testimonianze e non semplici slogan che sanno più di retorica che di vero allarme
sanitario; perché in realtà di questo dovrebbe trattarsi.
SENZA MOCASSINI - giugno 2009
Tempo fa organizzando la mia valigia vado alla ricerca disperata di un paio di mocassini
ed alla fine mi rendo conto di non averne nemmeno un esemplare; mi stupisco ma poi
d’un tratto una spiegazione la trovo.

E’ allora che con la mente inizia un altro viaggio, un viaggio imprevisto nel mio passato,
quando ero ancora un giovane studente di Medicina. Premetto che in quegli anni gli
ospedali e le cliniche universitarie mostravano ancora molto la loro origine militare
napoleonica: c’erano i Reparti, le Divisioni; c’erano Primari, Aiuti ed Assistenti, i Medici
Specializzandi ed in fine gli studenti in medicina (ultimi tra gli ultimi); tutti organizzati in una
precisa catena di comando e di responsabilità; anche l’organizzazione infermieristica
aveva una sua gerarchica che vedeva al vertice la Caposala.

Ricordo quando prossimo alla Laurea decisi di frequentare l’Istituto di Clinica Chirurgica
della mia Università. Era il reparto all’epoca più prestigioso ed anche il più duro, talmente
duro che io ero l’unico studente interno in quel periodo. Quel reparto fu la mia Accademia;
li vissi per due anni e li consegui la Laurea in Medicina e Chirurgia.

Fu proprio li che un giorno di primavera il Direttore incontrandomi per il corridoio si


soffermò per invitarmi a cambiare subito le mie scarpe. Indossavo dei bei mocassini
comprati al mercato del venerdì e sinceramente non riuscivo a capire perché non
andavano bene. I medici più anziani si affrettarono a spiegarmi che il Direttore odiava i
mocassini e scoprii così la pretesa che tutti i “suoi medici” indossassero scarpe con i lacci;
era convinto infatti che allacciare le scarpe fosse un ottimo allenamento per le dita di un
chirurgo.

La chirurgia pur rimanendo una componente importante della mia professione lasciò ben
presto spazio alla nuova crescente passione per l’endocrinologia che sembrava
completare il mio progetto di medico. Iniziarono così gli anni dell’internato universitario e
della ricerca, gli anni delle specializzazioni in Ginecologia ed Ostetricia prima e poi in
Endocrinologia e Metabolismo.

Medici specializzandi e strutturati, vestivamo sempre in modo molto classico; c’erano però
non poche occasioni dove ci omologavamo tutti allo “stile Oxford” che ben si prestava per
cene e congressi ma anche per altre occasioni formali. Io però ricordo che a differenza di
tutti gli altri avevo la mia costante: continuavo sempre ad indossare scarpe con i lacci.

I viaggi nel passato non possono mai durare troppo. Sono passati molti anni; guardo le
mie mani, le guardo bene come poche volte forse è accaduto e ricordo per un attimo
anche quando in cucina mi allenavo a fare i nodi con un filo da sarta e la schiena di una
sedia. Le guardo e riflettendo penso che ormai siano sufficientemente allenate; che
anch’io finalmente, come tanti, possa permettermi un bel paio di mocassini.
L'ULTIMA FRONTIERA - maggio 2009
La mattina di un giorno qualsiasi quando vengo chiamato a soccorrere una gravida preda di
un’importante emorragia vaginale; si tratta di una donna di 42 aa alla sua prima gravidanza che
pochi istanti prima stava facendo sollevamento pesi, si state leggendo bene "sollevamento pesi"; la
donna ovviamente spaventata mi colpisce anche perchè è convinta che gli esercizi di sollevamento
pesi non sono assolutamente controindicati nella sua condizione. Mi rendo subito conto che sto
avendo purtroppo il privilegio di assistere ad uno dei tentativi femminili più arditi (finito male) di
superare l’ultimo ostacolo, l’ultima frontiera verso una completa parità con il maschio.

La riproduzione costituisce indubbiamente un fattore limitante per la donna; il periodo gravidico, il


parto, l’allattamento e la cura della prole (e del marito) hanno sempre minato la competitività
femminile nel lavoro, nello sport, nelle piccole e grandi cose di ogni giorno. Un limite che è
diventato l’ultima sfida in una storia entusiasmante dell’emancipazione piena di successi e che ha
cambiato la società, l’uomo, la famiglia ed il modo stesso di essere donna.

Come superare quest’ultimo problema? Una soluzione alcune l’hanno trovata nel rinunciare alla
riproduzione; molte altre invece, la maggioranza, nel far finta che il problema non esista quasi
dissacrandolo attraverso comportamenti del tutto nuovi come quello di ostentare la propria
gestazione, affrontando situazioni poco raccomandabili ad una gravida. Ecco allora donne di
spettacolo che ballando e mostrano il loro ambito e prezioso pancione; ecco ministri che in
avanzata gestazione vanno a visitare territori di guerra o che tornano al lavoro il giorno dopo il
parto. Il messaggio diventa sempre più chiaro: la gravidanza ed il parto non sono più un
problema.

La sfida con il mondo, con se stesse e con la natura giunge ai massimi livelli; il cambiamento del
corpo viene visto come occasione per una nuova esperienza di immagine e sensoriale, per una
nuova sessualità. La donna gravida deve e può fare tutto; questo è il messaggio da dare. Poco
conta che il periodo gestazionale, il parto ed il puerperio siano momenti di maggiore vulnerabilità
(la prima causa di morte femminile nel mondo); sono in realtà anche un momento di onnipotenza,
immortalità.

Ci si accorge che la gravidanza può essere anche un ottimo business ed ecco che proliferano
riviste specializzate, negozi, siti web, ciarlatani che puntano su aspetti retorici e fiabeschi, ditte che
producono indumenti sexy per gravide ed apparecchi musicali per i loro feti (anch’essi purtroppo
coinvolti dalla competizione).

Ed anche la medicina si adatta alla sfida. Da un lato elimina dal proprio vocabolario termini
“scomodi” come quello della “primipara attempata”(guai a parlare di problemi legati all’età in una
società dove si vuole concepire e partorire anche dopo la menopausa) ma dall’altro vede
incrementare la spesa per ricoveri, diagnostica prenatale, parti operativi, contenzioso medico
legale.

Gravide, donne che non conoscono più limiti verrebbe da dire; donne in realtà che vogliono o
devono riprodursi ma che non sono disposte ad arretrare anche di un solo passo, a non fare più
alcuna rinuncia e quindi pronte anche ad immolarsi sull’altare della loro ultima frontiera per arrivare
a quella che sarà la superdonna e supermamma del futuro.
BAMBINI CHIAMATI IN SOCCORSO - aprile 2009
Mi è capitato tempo fa di conoscere una coppia che aveva deciso di concepire un secondo
bambino per salvare il fratellino affetto da una grave malattia ematologica. Con la sua
nascita sarebbero state donate le cellule staminali da cordone ombelicale particolarmente
utili in queste situazioni; il bambino venne al mondo dopo qualche mese ma il tentativo di
trapianto fallì.

Non molto tempo dopo seppi che una coppia di amici affetti da sterilità primaria aveva
adottato un bambino; la moglie poi mi confessò che si era battuta strenuamente, con tutte
le sue energie per avere quel bambino che finalmente era riuscito a dare gioia al marito da
troppo tempo desideroso di manifestare la sua attitudine paterna.

Situazioni solo apparentemente molto distanti. In entrambe i casi i figli sono stati invocati
(concepiti o adottati) in funzione di un “salvataggio”: il primo del fratello già vivente e
malato, il secondo (quello adottato) per salvare il desiderio di normalità (di famiglia tipica)
di una coppia che non ha più alcuna speranza riproduttiva.

Entrambi sono stati interpretati come gesti d’amore; ma amore per chì? Qualcuno ha
pensato al modo nel quale i due bambini vivranno ed interpreteranno il motivo della loro
entrata in famiglia? Siamo certi che verso di loro sia stato fatto un autentico gesto
d’amore? L’amore non dovrebbe essere libero da logiche di interesse, di qualsiasi tipo
esse siano?

L’attenta osservazione di questi due casi dovrebbe generare più di una considerazione
etica anche se viviamo in un mondo dove ormai anche l’etica è al servizio di usi e
costumi.

Probabilmente, come qualcuno mi ha fatto osservare non c’è “nulla di nuovo” ma


permettiamoci ancora di avere stupore o comunque almeno di accorgerci quando le
ragioni del nostro innato egoismo o quelle di opportunità contingenti vengono mistificate
con l’amore attraversando (trascurandolo) anche il significato stesso della vita.
IL MIRACOLO - marzo 2009
Si narra che un medico ormai stanco, demoralizzato e sopraffatto dal proprio lavoro, fosse
uso invocare spesso l’aiuto di Dio ritenendo di aver esaurito abbondantemente le proprie
risorse oltre che la propria pazienza.

Un bel giorno il Signore (in quel momento meno indaffarato del solito) lo ascoltò e così
Gesù in persona si presentò nel suo ambulatorio dicendogli: << Dio ti ha ascoltato, prenditi
il riposo che meriti; io (in rappresentanza di tutta la Santissima Trinità) ti sostituirò nel tuo
lavoro>>. Il medico incredulo non si fece ripetere due volte l’invito ed uscì solerte
ringraziando ed ossequiando.

Fù allora che Gesù indossato il camice bianco fece entrare il paziente successivo: si
trattava di una vecchietta claudicante ed incerta nell’andatura che aiutandosi con un
bastone riuscì molto lentamente a guadagnare la sedia davanti a lui.

Il Padreterno esordì quindi dicendo: <<mi dica buona donna! Qual’ è il motivo della sua
sofferenza, il problema che l’ha spinta a venire in questo ambulatorio mutualistico?>>. E
la nonnina (indigena di un piccolo paese marchigiano) senza nemmeno salutarlo e con
sguardo accigliato:<<dottò…e non vedi che so zoppa? Me fanno male tutte le ossa e non
riesco più nemmeno a fiaccamme (ad abbassarmi). Damme na (una) medicina>>.

Il Signore nella sua potenza e bontà:<<farò di più cara donna. Alzati da questa sedia e
cammina. Vai pure serena a casa, non avrai più bisogno del bastone>>.

La vecchietta quasi incredula si alzò, fece due passi e quindi si sentì in dovere di
ringraziare:<<grazzie dottò!>>. Uscendo però incontrò gli altri pazienti che molto irritati
per il troppo tempo (circa 10’) richiesto dalla visita e per niente interessati al suo passo
veloce e sicuro gli chiesero perché ci aveva messo così tanto.

A quel punto la miracolata per discolparsi: (testo tradotto) <<oh ma che volete? Dentro c’è
un medico nuovo, non mi ha nemmeno controllato la pressione!>>.
IL PAESE DEI DINOSAURI – febbraio 2009
L’Italia e gli italiani possono essere illustrati, definiti, raccontati in mille modi diversi (non sempre
purtroppo edificanti). Paese e gente davvero molto eterogenei, dei quali le differenti caratteristiche
certamente sono colte anche sulla base dell’esperienza e della sensibilità di ciascun osservatore.

Io ad esempio, dal mio punto di vista, se dovessi definire il nostro paese direi che è la terra dei
dinosauri: guardate la politica, lo spettacolo, l’arte, la pubblica amministrazione e vedrete persone
praticamente immortali, presenti al loro posto da sempre, da quando forse non eravate nemmeno
nati. Inamovibili, intoccabili, sono i padroni del sistema e ben ancorati ai loro privilegi sono rimasti li
consolidando la loro posizione e preparando la loro discendenza, ormai per la verità invecchiata
anche quella; scandendo il tempo della nostra società con accelerazioni (è la mia impressione)
solo legate ai propri interessi e rinviando, rimandando ad altri (dimenticando) tutto quello che
appartiene all’interesse di altri.

Il sistema sanitario italiano, gli ospedali e le Università, purtroppo non fanno eccezione. In
occasione di un recente convegno ho avuto modo di constatare per l’ennesima volta come ancora
oggi le moderazioni, l’organizzazione, le relazioni, la gestione della ricerca e del sistema sanitario
sono in mano ai famosi “Professori” di sempre, quelli che già c’erano quando io ero un giovane
studente di medicina.

Premesso che non ho niente contro le persone anziane verso le quali anzi nutro interesse e
rispetto, credo che sia opportuno chiedersi perché l’Italia sia diventata un giardino zoologico, una
riserva naturale dove sopravvivono dominando e controllando ogni aspetto della società persone
così antiche, veri matusalemmi che hanno visto passare (nascere e morire) intere generazioni.

Oltre che su una buona alimentazione ed un clima certamente favorevole, questi dinosauri hanno
trovato “terreno fertile” in un modo tutto nostro di concepire il sistema pubblico, terreno di
conquista ed utilizzo a fini privati e mai (o poche volte) vissuto come “servizio” per i cittadini.

Ma torniamo alla salute, alla Medicina, alla ricerca scientifica. E’ possibile che una concentrazione
così elevata di persone “avanzate negli anni”, antiche purtroppo anche nel modo di ragionare, sia
stata all’origine della fuga di “cervelli” dal nostro paese? Penso proprio di si. I nostri dinosauri
(tirannosauri) prendendo la “cosa pubblica” come proprietà privata, come terreno per far
prosperare se stessi e la propria specie, ai giovani hanno lasciato le briciole lasciandogli in
alternativa alla fuga la sottomissione e la speranza di ricevere benevolenza. Eccezioni ci sono e ci
sono state (poche per la verità), ma l’eccezione sapete che … non è la regola.

I giovani, per la loro naturale scarsa propensione al compromesso, per la loro capacità di
progettare, avere ideali e sognare, per il loro coraggio, in un sistema imbalsamato e gerarchico
come il nostro sono stati visti probabilmente come un problema, un pericolo per la sua stessa
esistenza e stabilità. Ecco quindi che si è preferito farli invecchiare, stagionare (maturare) in corsi
di laurea e specializzazione obsoleti, lunghi, inefficienti, talvolta utili solo a soddisfare la sete di
cattedre (e di potere) dei dinosauri.

Il risultato di tutto questo è stato ed è l’allontanamento dei giovani dalla governance, la rinuncia
cosciente e premeditata al loro prezioso contributo in termini di progresso e miglioramento della
della nostra società.
DONNE CHE TRADISCONO - gennaio 2009
Il tradimento (amoroso) femminile ha destato sempre un certo “allarme sociale”
probabilmente per il ruolo “strategico” che la donna ha sempre avuto nella società e nella
famiglia come elemento stabilizzante, conservatore, di mantenimento delle tradizioni e
forse anche perché, ancora oggi, in molti ambienti ed in molte culture la donna è
considerata strumento riproduttivo (e proprietà) maschile.

Anche una valenza diversa, in termini di “danno” alla coppia, è stata data ai tradimenti fatti
dalle donne: tradimenti quelli delle donne nei quali, rispetto a quelli degli uomini, è stato
visto sempre un maggior coinvolgimento emotivo e sentimentale (una partecipazione
dell’anima) e per questo motivo considerati anche come fughe difficilmente recuperabili.
Ma i tempi passano, le mode ed i costumi cambiano, il ruolo sociale e familiare della
donna pure; ed ecco che già nel 2004 un “grido di allarme”, per quello che sembra un
pericolo per la stabilità sociale, giunge da importanti giornali come Time e Newsweek:
sembra infatti che le donne tradiscano sempre di più.

Ma ci sono donne che tendono più facilmente di altre a tradire? E se ci sono, c'è un motivo
"biologico"? Sembrerebbe di si. Terreno fertile per gli psicologi, il tradimento è stato
studiato, interpretato, giudicato, condannato, assolto, invidiato, biasimato; ma è in realtà il
tradimento ripetuto, l’atteggiamento che alcune donne mostrano a tradire più volte (in
condizioni e con uomini diversi) che sembra abbia destato la maggiore attenzione ed è
così che, anche molto recentemente, eminenti scienziati si sono cimentati nello spiegare
questa “predisposizione” seriale.

Vi confesso che rimango incantato, stupito, quando leggo che in giro per il mondo c’è chi
ha il tempo di fare studi, ricerche scientifiche, sul tradimento femminile pubblicando articoli
su riviste anche molto note; è veramente stupefacente tutto questo. Ma siamo una società
adulta e progredita e quindi è giusto analizzare i nostri comportamenti sotto “ogni punto di
vista”.

Ed ecco che, leggendo questi articoli, viene fuori di tutto: la scienziata che correla i livelli
degli estrogeni con la capacità (l’attitudine) a tradire, chi addirittura risale agli antigeni di
istocompatibilità (HLA) nel sostenere che possano influire sulla durata della coppia. E
tempo fa mi è capitato di leggere anche un articolo di alcuni veterinari che dopo aver
studiato approfonditamente il comportamento di homing (il legame con il proprio nido)
nelle colombe avevano visto che la propensione al ritorno a casa poteva ridursi o
scomparire (con conseguente abbandono) in quelle con disturbi della Prolattina; tutto
farebbe pensare che anche nella donna la Prolattina possa influire su affetti e legami
amorosi.

Ho studiato e mi occupo di psiconeuroendocrinologia; so quindi come sia vero che molti


dei nostri comportamenti possano essere influenzati da particolari “climi” endocrini;
possiamo infatti deprime o incrementare il desiderio sessuale, modificare la capacità di
attrazione, ma non immaginavo che una terapia estrogenica potesse modificare il tasso di
tradimento e di abbandono del partner (prole eventualmente compresa). Riflettendo
ancora su tutto questo, per la verità non mi risultata che nella donna occidentale (nella
donna moderna) siano avvenute particolari “pertubazioni” ormonali; lascerei quindi ai
sociologi ed agli psicologi, agli “strizzacervelli” l’arduo compito di studiare questo
fenomeno antichissimo che ora sembra aumentato solo perché forse se ne parla più
facilmente.
UN PASSO INDIETRO - dicembre 2008
Dicembre è il momento giusto per le "buone azioni" e così eccoci tempestati da inviti ad
adozioni a distanza, a donazioni, a cene e spettacoli di beneficenza; ecco che si fanno
vive associazioni vecchie e nuove che chiedono soldi per la ricerca scientifica e la lotta
contro alcune malattie. Questo clima di buonismo ostentato e di carità moderna da sms,
sponsorizzata talvolta anche da persone che tutt'altro fanno che una vita caritatevole ho
forti, anzi fortissimi dubbi che possa servire a qualche cosa di veramente utile.

A parte la netta sensazione che il business sia spesso dietro questa "carità ad orologeria",
il timore è quello che nonostante questa ennesima ondata di bontà alla fine i problemi
rimarranno purtroppo sempre li circondati solo da parole, buoni propositi ed annunci;
elementi questi ultimi caratterizzanti la nostra società moderna dove la concretezza, il
buon senso ma principalmente la percezione del sociale come bene comune sono
letteralmente spariti.

Facciamo un passo indietro e lasciamo la carità all'intimità di ciascuno di noi, al senso di


solidarietà che dovremmo coltivare nei giovani e mantenere vivo con il nostro
comportamento quotidiano. Se volete davvero fare un atto di bontà non dovrete
certamente andare lontano per trovare una persona povera o in difficoltà; non sarà difficile
fare un gesto concreto di aiuto.

Riconduciamo la solidarietà fuori dagli interessi commerciali di chi è riuscito a lucrare


anche sulla povera gente.

La carità è una cosa bella ma non è lo strumento per migliorare, stimolare la ricerca
scientifica; che invece deve basarsi su interventi strutturali ed investimenti economici
duraturi nel tempo e principalmente liberi da regole clientelari, familiari, paternalistiche,
interessi politici. Diffidate quindi dagli "scienziati" che fanno politica o che trovano il tempo
per passare da un programma televisivo all'altro; i veri scienziati difficilmente li
conoscerete perché non hanno alcun interesse a partecipare allo show della solidarietà.
LA STORIA DI UN'IDEA - novembre 2008
Era l'estate del 1999 quando incuriosito da una rivista che titolava "costruisci la tua pagina
web" pensai di utilizzare internet come strumento di comunicazione con le mie pazienti.
Fino a quel momento organizzavo incontri periodi con le donne che seguivo nel mio studio
privato ed in ospedale, mosso dalla volontà di creare spazi informativi indipendenti dalla
visita medica, dal classico ed inveterato rapporto medico-paziente.

In quei "momenti informativi" desideravo che prevalesse un'informazione qualificata, il


dialogo, il confronto fra medici (partecipavano sempre più specialisti) e pazienti, la
condivisione delle problematiche. Il tutto anche perché ero convinto e lo sono anche oggi
che il paziente non deve essere mai lasciato solo con la sua malattia.

Ricordo quindi che costruii le mie prime pagine web parlando dei problemi della
menopausa, argomento molto popolare nel 1999. Ricordo la felicità nel vedere che
riuscivo a mettere "on line" quei contenuti (sono stato un autodidatta), l'emozione di
quando mi accorsi che alcune donne leggevano ed apprezzavano quello che scrivevo.
Iniziai ben presto ad utilizzare anche il mezzo della e-mail per interagire con loro e così
scoprii in modo del tutto inaspettato anche il fascino discreto della comunicazione scritta,
di un nuovo livello di intimità che mi consentiva di superare barriere altrimenti
impenetrabili.

Ma ben presto compresi pure che quelle pagine potevano essere utili per un pubblico
molto più ampio e che anche le tematiche affrontate avrebbero dovuto adeguarsi ad un
progetto ambizioso che nei miei desideri doveva portare ad una informazione sanitaria,
qualificata ed indipendente, quasi enciclopedica su tutto quello che riguardava la salute
della donna moderna. Il tutto nella mia idea doveva avvenire in un progetto di
comunicazione chiara, facilmente comprensibile all'utente; disponibile in qualsiasi
momento e gratuita come deve essere ogni risorsa che appartiene alla conoscenza.

E' cosi che nasce SaluteDonna.it. Sito internet inizialmente letto principalmente da donne
abbastanza giovani poi, con la crescita e la diffusione di internet, da un universo femminile
che è andato ad abbracciare sorprendentemente ogni decade di vita ed ogni classe
sociale. Per arrivare fino ad oggi, con migliaia e migliaia di visitatori giornalieri e milioni di
pagine lette.

SaluteDonna.it rappresenta quindi la storia un'idea, di un desiderio ma anche quello che è


stato un nuovo modo di concepire la professione del medico e del "fare medicina" più in
generale. Un'idea talmente forte che alla fine, non vi nascondo, ha cambiato anche la mia
vita e la mia professione arricchendola di quello che credo sia l'aspetto più importante: il
contatto con tutte voi e con i Professionisti che hanno condiviso e condividono questo
progetto.
MAMME A 40 ANNI - ottobre 2008
Leggendo i dati ISTAT pubblicati la scorsa estate emerge un segnale demografico davvero
molto interessante: il numero di bambini nati in Italia da donne quarantenni ed
ultraquarantenni è praticamente raddoppiato nel periodo di osservazione tra il 1995 ed il
2006. Il dato è sovrapponibile agli altri paesi europei ed un'analisi superficiale potrebbe
portare a considerazioni del tipo: le donne sono impegnate, devono studiare, trovano tardi
lavoro quindi è ovvio che sono costrette a fare un figlio sempre più tardi.

Questa a mio parere sarebbe davvero un'interpretazione molto riduttiva di un fenomeno


sociale di grande importanza che credo non sia legato solamente a questioni economiche
e lavorative ma anche molto probabilmente ad un forte cambiamento nei valori, nelle
scelte etiche e sentimentali della donna dei nostri giorni.

Donna che non rinnega il suo aspetto riproduttivo ma che certamente non crede più di
essere nata solo per fare figli e che anzi pone se stessa (come è giusto) in un progetto di
crescita e miglioramento in una società che ha sempre più bisogno della sua competenza
e sensibilità.

La gravidanza diventa quindi una scelta sempre più ponderata, consapevole,


responsabile. Dalle mamme "bambine", spesso talvolta impreparate e dipendenti dall'aiuto
di altri assistiamo dunque al proporsi di mamme più adulte, forti della loro esperienza,
capaci di dare davvero molto ai loro figli.

Dire quindi che tentativi riproduttivi fatti a tempi talvolta considerati quasi scaduti siano
solo una scelta obbligata forse non è vero; la quarantenne è una donna giovane, spesso
nel pieno delle proprie energie e che conosce bene se stessa e gli altri; inoltre ha un
vissuto sufficiente per fare scelte importanti e consapevoli come quella di mettere al
mondo un figlio.

Ecco quindi la vera interpretazione: non già un semplice procrastinare la scelta verso
tempi migliori ma farla in modo più consapevole e responsabile con l'aiuto di una medicina
sempre alleata con le donne in sfide contro schemi preconcetti e lo stesso tempo
biologico.
MEDICINA LOW COST - settembre 2008
In tempi di crisi economica anche chi fornisce prestazioni sanitarie adotta nuove strategie
di mercato. Fino ad ora quando parlavamo di "low cost" solitamente ci riferivamo a voli
aerei particolarmente economici, ora invece con questo termine cominciamo a definire
anche offerte mediche diagnostiche e terapeutiche molto attente alla comodità per l'utente,
alla completezza delle prestazioni ed al costo sempre particolarmente vantaggioso.

Si potrebbe osservare che noi abbiamo già un Sistema Sanitario che offre prestazioni a
basso costo e che quindi una iniziativa del genere non trovi ragion d'essere. Anche se
questa verità è solo parzialmente vera (noi oltre a compartecipare al costo delle singole
prestazioni paghiamo anche tasse per l'assistenza sanitaria) certamente questo fenomeno
è interessante e mostra il tentativo di introdurre una concorrenza privata vera ed
accessibile nei confronti di un gigante pubblico al quale una sana concorrenza non
farebbe male.

Non sono portato per esperienza, a credere facilmente negli sconti e tanto meno nei regali
ma posso però sicuramente comprendere come una efficiente organizzazione delle
prestazioni, l'utilizzo di tecnologie adeguate ed una migliore valorizzazione delle risorse
umane e professionali possa portare ad una riduzione dei costi di produzione (fornire
salute può essere assimilato ad un processo produttivo aziendale) e quindi ad un minor
costo finale per il paziente. E' proprio per questo che molti professionisti negli ultimi tempi
hanno visto nell'aggregazione e nell'utilizzo condiviso delle risorse (anche strumentali) la
via per poter realizzare l'obiettivo di una medicina efficiente in termini di qualità delle
prestazioni e di comodità per il cliente.

Nel pubblico dovremmo raccogliere la sfida spingendo sulla vera aziendalizzazione degli
ospedali attraverso una loro maggiore autonomia gestionale tale da consentire scelte
innovative e coraggiose che permettano da un lato di mantenere o raggiungere buoni
standard qualitativi e dall'altro di gravare meno sulle casse dello Stato e quindi sui cittadini
contribuenti che così avranno un sistema pubblico ancora più moderno e veramente
competitivo.
SENZA META - agosto 2008

Immagino che quando salite su un treno o su un aereo sappiate dov'è diretto; almeno
nella stragrande parte dei casi dovrebbe essere così. Non lo è invece per chi sale a bordo
(lavora) nel Sistema Sanitario Nazionale italiano: non solo manca una destinazione ma si
ha anche la netta percezione che manchi il pilota e questa, vi assicuro, è una sensazione
ancora più sgradevole.

Si perché alla fine non si sa nemmeno più chi è responsabile e quindi con chi si può
dialogare, avanzare critiche e proposte. L'interesse che il settore sanitario ha sempre
destato nella classe politica italiana si è alimentato della grande riserva di posti di lavoro,
di voti che può generare ma anche e soprattutto dalle grandi cifre di denaro che circolano
e che vengono indotte a livelli diversi della sua struttura: tutto questo ha determinato (è
cosa ben nota) una gestione del sistema precaria, frammentata, mai lungimirante perché
legata agli interessi del politico e dell'amministratore di turno e da logiche che poco o nulla
hanno a che fare con gli interessi reali del cittadino - paziente.

Quelli che non sono mai mancati sono gli annunci, le dichiarazioni di intenti ma poi tutto
cambia, i politici e gli amministratori su succedono ed i problemi rimangono e vengono
ereditati da altri che non devono far altro che trasmetterli ai loro successori; si perché
affrontarli non è tipico dei nostri politici che temono sempre l'impopolarità e la diminuzione
dei consensi, il contrasto. Si potrebbe obiettare che tale modo di amministrare la sanità
dovrebbe portare allo scontento, all'insoddisfazione degli utenti e quindi a proteste ma è
proprio qui che subentra la loro arte di sempre, il saper rendersi protagonisti (il politico
deve essere visibile ad esempio nello sfondare "porte aperte" o tagliare nastri alle
inaugurazioni) per poi sparire ed eclissarsi rendendosi veri fantasmi al momento di
decisioni vere o di assunzioni di responsabilità.

Ma in realtà i responsabili poi alla fine si devono trovare ed in questa barca alla deriva
sono identificati quasi sempre nei rematori (medici ed infermieri) che remano e non si
possono fermare per evitare il peggio; loro però, a differenza dei politici non possono
sparire e come avveniva nelle antiche trireme (VI - IV secolo a.c.) sono incatenati alla
nave e perfettamente visibili all'utente anche quando affondano purtroppo (e molto
prevedibilmente) insieme alle sue aspettative di salute.
CALLIGRAFIE INDECIFRABILI - luglio 2008

Quando un caro amico mi disse scherzando che i medici di base della mia città si stavano
organizzando per regalarmi una macchina da scrivere, quando un'insegnante si offrì di
farmi lezioni di "bella scrittura" capii che il limite era stato raggiunto e forse anche
superato; la mia scrittura era diventata ingovernabile, ribelle anche a me stesso.

Più cercavo di scrivere bene e più lei mi sfuggiva quasi dipingendo sulle ricette dei quadri
astratti. Fu così allora che dopo una necessaria riflessione giunsi abbastanza rapidamente
alla decisione che dovevo dire addio ad una parte di me e ricondurre la comunicazione
scritta ad una buona tastiera di computer, ad una grafica nuovamente comprensibile a
tutti.

Ma perché i medici scrivono male? Badate che il problema è planetario se come mi ha


detto recentemente un collega che lavora a Pechino, anche li i medici scrivono male,
veramente male. Vuol dire che c'è qualche cosa nella professione medica che porta
inesorabilmente ad un destino di "brutta calligrafia" e poiché la scrittura è una delle più
dirette espressioni dell'animo potremmo anche ipotizzare che è li che avviene qualcosa
che accomuna tutti o almeno gran parte dei medici nella loro vita professionale.

Ricordo quando ero bambino e tentavo di leggere le ricette del nostro medico di famiglia;
non riuscivo a capire nemmeno un rigo di quello che scriveva, cosa che invece non
succedeva al farmacista. I due sembravano comunicare con una lingua che era solo loro.
Erano però certamente altri tempi e la comunicazione avveniva spesso tra persone
addette ai lavori che si conoscevano da tempo e vivevano nell'ambito di una ristretta aerea
geografica (spesso un piccolo paese o un quartiere).

La brutta scrittura ha attraversato gli anni ed intere generazioni di camici bianchi fino a
diventare ai tempi nostri però anche un concreto pericolo per il paziente se come sostiene
Tatyana Shamliyan della Minnesota University è responsabile del 61 % degli errori
assistenziali ospedalieri.

Un futuro di medici ai quali sarà vietato prescrivere (fare ricette e dare disposizioni
terapeutiche) in forma scritta? Probabilmente si.
UOMINI IN SALA PARTO - giugno 2008
Sin dall’antichità il parto è stata una “questione femminile”; prima infatti che la nostra
stessa medicina ufficiale cominciasse ad accorgersi (in verità molto tardivamente) della
necessità di un’assistenza specifica alla partoriente e più in generale alla gestante, sono
state da sempre le donne ad assistere la nascita. E figure femminili particolarmente dedite
a questa attività sin riscontrano in ogni società ed etnia dove in molti casi hanno trovato
rappresentazione in figure professionali specifiche (ad esempio in Italia l’ostetrica).

Quando mi trovo in Sala Parto il mio compito principale è quello di garantire la salute di
due soggetti (madre e figlio) nel bel mezzo di uno dei momenti più critici della loro
esistenza; essendo preso ovviamente da problemi concreti che richiedono spesso una
risposta immediata ho sinceramente trascurato il fenomeno socio-culturale che in questi
ultimi anni ha portato a trascinare il partner maschile negli ambienti dove viene espletato il
parto.

Non a caso ho usato il verbo “trascinare” perché riflettendoci ho più l’impressione che
questi uomini si trovino lì più per soddisfare una moda che per un reale personale
convincimento; a volte mi viene anche sinceramente il dubbio che la donna stessa non
gradisca la presenza del proprio marito o compagno di vita. Ma la regola è questa ed
evidentemente sarebbe sconveniente per entrambi (uomo e donna) comportarsi
diversamente.

E così assistiamo ogni giorno a uomini confusi che non sanno dove mettersi, cosa ci
stanno a fare lì; ad una confusione di ruoli che mette in difficoltà l’uomo il quale a volte si
sente impotente e semplice spettatore di un evento bello (a volte) solo alla fine e che
spesso non trova di meglio che fare foto e filmini da mostrare con soddisfazione agli amici
e parenti il sabato sera oppure rendersi strumento di informazione con il resto della
parentela vicina e lontana.

La spinta alla condivisione, fino al superamento di momenti di grande intimità come a mio
avviso è quello del parto, concede al partner maschile di vivere un momento a mio avviso
più drammatico che bello; dove spesso prevalgono le urla ai sorrisi; dove c’è sangue,
sudore e talvolta anche odore di feci ed urine e non profumi; dove la donna si sforza ed
essendo presa da paura ed ansia alle parole d’amore preferisce gesti improvvisi, brevi
parole. Il voler far condividere concede al partner maschile di vivere la reazione al dolore
del partner che, come per tutti, purtroppo non è sempre edificante e che può portare la
donna stessa a reazioni abnormi di fronte a stimoli o messaggi anche affettuosi .

Ora proprio la Società Italiana di Diagnosi Prenatale e Medicina Materno Fetale avanza il
fondato sospetto che questa moda possa essere deleteria per la sopravvivenza della
coppia come tale: infatti uno studio condotto longitudinalmente su 310 coppie ha segnalato
a dieci anni di distanza una più alta percentuale di divorzi e separazioni in quelle dove
l’uomo era presente in sala parto.

Tutto questo dovrebbe (spero) far riflettere gli operatori sanitari introducendo il concetto di
una maggiore consapevolezza della coppia riguardo la presenza maschile in sala parto.
Bisognerebbe a questo riguardo evitare scelte preconcette ed assecondare le reali volontà
senza far apparire forzatamente una opzione migliore dell’altra; introducendo quindi un
maggiore rispetto ed un nuovo principio di salvaguardia di quei delicati equilibri e di quei
ruoli che sono alla base da sempre della vita di coppia.
ANSIA RIPRODUTTIVA - maggio 2008
Se per molti uomini c'è quella che viene chiamata "ansia da prestazione sessuale" per
molte anzi moltissime donne ce n'è una (quasi un corrispettivo) altrettanto angosciante e
devastante che è quella da "prestazione riproduttiva".

Rimango ancora oggi sconcertato quando sento donne che affermano l'indispensabilità di
un successo riproduttivo, una gravidanza, per esprimere tutta la loro autentica femminilità,
il loro essere "vere donne". E vi assicuro che per me il confronto con questo tipo di ansia è
quasi quotidiano, forse ancora più frequente che in passato.

Una preoccupazione riproduttiva, il farsi domande e tentare progetti riguardo questo


importante e delicato aspetto della nostra vita è del tutto normale e comprensibile; e lo è
ancor di più nella donna che ha un compito molto più oneroso e complesso rispetto
all'uomo, un compito che se deve essere esercitato ha anche dei limiti fisiologici legati
all'età e rischi talvolta imponderabili.

L'ansia riproduttiva è però qualche cosa di molto diverso; è un tarlo che ti entra dentro e
non ti lascia, talvolta rimanendo anche dopo il primo parto e trasformandosi in altre forme
di apprensione e di angoscia patologiche; è il problema dei problemi, è il primo pensiero
del risveglio al mattino e l'ultimo la sera quando ci si addormenta; tutto assume
un'importanza minore.

Quest'ansia patologica si badi non è appannaggio di donne ormai in pre-menopausa (dove


i limiti di età potrebbero anche essere una giustificazione) ma è anche e forse soprattutto
presente in giovani ragazze appena sposate e che quindi, almeno nella mia esperienza,
non è da ricollegarsi all'età ma ad una ancestrale necessità prestazionale nei confronti del
partner (marito, fidanzato o compagno che sia) e probabilmente nei confronti del resto del
mondo femminile e della società dove la retorica, la religione, hanno generalmente sempre
esaltato e premiato l'aspetto materno - riproduttivo adducendolo frequentemente ad
esempio.

Ansia riproduttiva che oltre al fallimento di un gesto d'amore verso il proprio partner vede il
concreto pericolo di perdere quest'ultimo non avendogli dimostrato la capacità di
garantirgli la prole. Paura non infondata perchè è ampiamente dimostrato come l'uomo di
qualsiasi etnia e di qualsiasi età è attratto e preferisca (anche inconsciamente) donne con
alto potenziale riproduttivo e tale implicita selezione è filogeneticamente alla base del
mantenimento della specie.

Si può quindi impazzire per non riuscire ad avere un figlio? Si, si può arrivare ad impazzire
purtroppo. Il sentirsi diverse, donne non donne; oppure come abbiamo detto il timore di
perdere una stabile e gratificante relazione con l'uomo che si ama possono portare a
rovinare la propria esistenza, a fare debiti, a perdere il lavoro, a sviluppare sentimenti di
colpa, ansia, depressione ed una più generale autosvalutazione di se stessi.

La donna moderna, professionista, imprenditrice, dirigente, disoccupata o casalinga, la


donna che ha lottato e che lotta per una più completa emancipazione si confronta quindi
purtroppo ancora oggi con un problema ed un'ansia probabilmente vecchi come il mondo.
FALSI AMICI - aprile 2008
Non passa giorno senza "notizie sensazionali" come il fatto che non mangiare troppo o
fare sesso almeno due volte la settimana oppure riposarsi la notte siano comportamenti
molto utili per il nostro fisico; ed è stupefacente vedere come anche grandi istituzioni o
famosi personaggi facciano a gara per darci queste informazioni "salva vita".

La cosa sinceramente meraviglia fino ad un certo punto: siamo infatti affamati di notizie, di
informazioni (non importa quali) ed in un bombardamento di messaggi incessante non ci
accorgiamo nemmeno più quando qualcuno gioca con la nostra intelligenza e confonde il
buon senso con la ricerca scientifica.

Ma quello che è paradossale è che ormai tutti si ritengono, a vario titolo, nel diritto di
indicarci comportamenti "amici" della nostra salute; spesso senza alcuna prova di
evidenza e solo sulla base di convincimenti personali o ragioni di business. Si va da
consigli alimentari, a consigli sull'attività motoria, a norme igieniche, fino anche al modo di
partorire o vivere la propria sessualità.

Una cosa che a me da francamente molto fastidio è quando, ad esempio, ci si vuol far
credere che per vivere bene ormai non si possa fare a meno di un determinato integratore,
di una vitamina in compresse o di un particolare alimento. Non so se l'avete notato ma
questo è il momento degli integratori; ce n'è uno per ogni esigenza. In questa pericolosa
campagna diseducativa si arriva a svalorizzare l'importanza di una dieta variegata e
completa facendola apparire insufficiente o comunque inadeguata in situazioni molto
comuni della nostra vita come lo studio e lo stress oppure del tutto fisiologiche come
l'adolescenza, la gravidanza, l'allattamento o la menopausa la misura è veramente colma.

Si diffonde, in sostanza, sempre di più la cultura di quelli che io chiamo "falsi amici": di
pillole, comportamenti, creme, la cui comprovata efficacia nel migliorare qualche cosa
spesso non è dimostrata e che alla fine possono renderci anche psicologicamente
dipendenti (effetto placebo).

La proliferazione di "falsi amici" del nostro benessere che ci vengono presentati sotto
aspetti veramente intriganti ed ingannevoli rischia di allontanarci dai "veri amici" dei quali
ovviamente si parla sempre meno perchè non costano niente e non fanno reddito per
nessuno.

Molte mie pazienti ricorderanno come all'uscita dall'ambulatorio si siano trovate talvolta
come unica prescrizione quella di acquistare un conta passi al supermercato; oppure
ricorderanno la regola dei 10.000 passi o le mie insistenze sulla dieta mediterranea.
Questi sono i veri amici della nostra vita: l'attività fisica aerobica regolare e la corretta
alimentazione.

I veri amici quindi sono veramente pochi, come sempre.


MALATTIA E CASTIGO - marzo 2008
Entrò nel mio studio ed una volta seduta esordì dicendo in lacrime: <<perchè a me?>>, <<
cosa ho fatto di male?>>. Vidi in quella donna molto più di una malattia grave, vidi la
mortificazione profonda di chi è stato oggetto di un castigo, di una condanna comminata
da qualcuno che forse io potevo conoscere. Non mi si chiedeva la ragione biologica del
male ma la fonte dell'ingiustizia che si compiva nei suoi confronti; una ingiusta privazione
della propria autonomia, della propria bellezza e forse anche della vita stessa.

Mi sentii impreparato ed attesi un attimo prima di rispondere, poi cercai di fargli capire che
non era colpevole di nulla e che la malattia non era affatto una punizione o l'espressione di
una volontà soprannaturale. Sono passati molti anni da quel giorno ed ancora oggi mi
capita di riflettere sul significato della malattia nella nostra vita.

Purtroppo ho constatato che nella nostra cultura la percezione della malattia come castigo
è purtroppo molto ben radicata. Certamente la componente religiosa ha una grande
importanza: già nella Bibbia il castigo arriva a rappresentare la malattia come suo
strumento quando nel quarto capitolo dell'Esodo, Davide dovendo scegliere per se stesso
una punizione tra la carestia, la sconfitta in guerra e la peste, scelse quest'ultima che
evidentemente gli appariva il male minore.

Un castigo che nella storia dell'uomo è stato frequentemente interpretato anche come
punizione divina per responsabilità collettive come talvolta avvenne nel corso di grandi
epidemie infettive e che anche nell'Europa positivista di fine Ottocento non venne meno
nell'accostamento di malattie come la Sifilide e Tisi al peccato.

Nella mia professione di medico questa “valenza aggiuntiva” della malattia gioca un ruolo
estremamente negativo perchè, se presente, crea nel paziente sfiducia verso le terapie e
soprattutto verso le proprie capacità di recupero inducendo talvolta allo sviluppo di
atteggiamenti depressivi oppure mistici o magici ben lontani dalla realtà biologica del
problema.

La percezione di essere stati puniti determina anche paura di mostrarsi malati e


l'allontanamento da chi invece potrebbe fornire sostegno in un vortice di esperienze
negative che possono portare anche alla perdita di una comunicazione efficace con il
medico e l’ambiente circostante.

Ma il malato può sentirsi “colpevole” anche in conseguenza di nostri atteggiamenti anche


involontari e quindi è estremamente importante sviluppare una particolare sensibilità verso
questo tipo di problema forse troppo spesso dimenticato o comunque trascurato.
UNA STORIA ANTICA: LA FUGA DALL'UTERO - febbraio
2008
Non molto tempo fa passeggiando per un mercatino dell'antiquariato mi sono imbattuto in
un libro di ostetricia dei primi del '900 e più recentemente ho acquistato un modernissimo
trattato di medicina materno - fetale con tavole a colori e CD incluso, come si conviene
nell'epoca della multimedialità.

E bene, questi due libri così lontani nelle date di pubblicazione mi sono sembrati
abbastanza vicini, anzi troppo vicini nei contenuti e questo mi ha indotto ad una triste e
preoccupata riflessione su un' ostetricia, una specialità ostetrica orfana.
Orfana di chi o di che cosa direte voi? Orfana a mio parere di ricerca, di sostanziali
progressi scientifici, di investimenti economici, di grandi medici.

E' sul fronte delle terapie che si evidenzia il problema maggiore: dai tempi di Baudelocque
(ostetrico francese della fine del 1700) sono veramente pochi i momenti di vero e
sostanziale progresso; e mi riferisco a quei momenti di innovazione capaci di incidere
significativamente (drammaticamente direbbe qualcuno) sull'esito delle malattie in
gravidanza. Quelle che possiamo considerare le terapie maturate nella specializzazione,
nell'arte ostetrica, sono andate sempre più concentrandosi sul Taglio Cesareo e
sull'induzione del parto facilitati in questo dall'enorme progresso della neonatologia e
dell'assistenza anestesiologica rianimatoria che consentono di salvare bambini anche
molto precoci.

Valgano ad esempio di quanto affermo due tra le più importanti patologie ostetriche (una
materna ed una fetale) come la gestosi ed il ritardo di crescita dove la "terapia" è ancora
oggi la nascita più precoce possibile del feto. La "fuga dall'utero", quella che consentì la
vita probabilmente al grande Cesare (anno 63 a. C.) è ancora oggi infatti per molti feti la
vera salvezza perchè alternative terapeutiche in realtà non sono possibili. E così anche se
dal punto di vista della diagnostica materno fetale (grazie principalmente agli enormi
progressi in campo ecografico) siamo in grado di sorvegliare meglio l'evoluzione della
gravidanza e coglierne anche precocemente deviazioni dalla normalità, dal lato dei
trattamenti medici e chirurgici dobbiamo tristemente ammettere che sono stati troppo
pochi i passi in avanti; poco o nulla ad esempio si è fatto per la terapia fetale "in utero".

Le ragioni di questo scarso progresso in campo terapeutico possono essere ricondotte


certamente a molteplici fattori tra i quali non sono da trascurare la complessità del
compartimento biologico materno - fetale ed i rischi teratogenetici (malformativi) e
potenzialmente tossici legati alla sperimentazione di un farmaco in un settore con alto
contenzioso medico - legale e risarcitorio. Mi stupisco però come poi però qualcuno si
meravigli del crescente numero di tagli cesarei quando questa antichissima tecnica
chirurgica (seppur certamente molto perfezionata) rimane purtroppo ancora la principale
risorsa terapeutica a fronte di un continuo crescere delle capacità diagnostiche.

Orfana quindi l'ostetrica di grandi medici che abbiano avuto l'intuizione, l'idea, forse il
coraggio o la fortuna per cambiare i suoi orizzonti; ma anche orfani gli stessi medici pratici
(quelli che incontrate tutti i giorni nelle corsie degli ospedali e negli ambulatori) ai quali
oltre ad "annunci pubblicitari" non viene dato nessuno strumento operativo realmente
nuovo. Medici molto spesso costretti ad agire in condizioni di deficit strutturale e chiamati
però a rispondere ad una sempre crescente domanda di sicurezza da parte delle gestanti.
L'utero gravido purtroppo e per molti aspetti, rimane ancora oggi una scatola chiusa. Sono
passati più di 2000 anni dalla nascita di Cesare e dovrebbe far riflettere (e magari indurre
tutti ad una maggiore modestia) il fatto che ancora oggi in molte situazioni problematiche,
al feto non resti altro che fuggire dalla propria mamma e dal suo ambiente endouterino.
VIA DELLA VELA - gennaio 2008
Via Della Vela non è via Condotti o via Della Spiga, non è nemmeno la Quinta Strada e
non è stata citata mai da nessuno; non ha dato i natali a grandi personaggi. E' una delle
tante vie (spesso dimenticate) delle nostre città , piccoli mondi dove talvolta trascorriamo
anche buona parte della nostra vita, magari anche senza conoscere il vicino della porta
accanto.

Per me è stato diverso, Via Della Vela fa parte della mia vita, conosco quasi tutti in quella
via dove aprii il mio primo ambulatorio tanti anni fa. Ero un giovane medico quando arrivai
a Civitanova Marche; li trovai gente cordiale, franca, sincera come è nello stile di molti
marchigiani. Via Della Vela è una strada dritta, lunga poco meno di 1 Km ed è orientata a
Sud - Est, con vecchie case per la gran parte poco alte, quindi la mattina molto luminosa.
E' particolarmente nelle giornate di primavera che mi piaceva perchè camminando sui suoi
stretti e malconci marciapiedi mi permetteva di sentire l'odore del mare (non molto
lontano) e quello dei fiori nascosti in piccoli giardini.

Una via che è stata accogliente con me e poi con tanti altri e che ora è la tipica
espressione di una società multietnica.

Lì ci sono ancora piccoli artigiani, persone autentiche, di un mondo che però purtroppo è
destinato a scomparire. Quella via mi ricorda tante cose: ovviamente il mio lavoro, i miei
progressi professionali, le grandi e piccole soddisfazioni ma anche le delusioni di un lavoro
così particolare come è quello del medico; ma mi ricorda anche affetti, persone care,
persone non più viste.

In via Della Vela in questi anni sono venute molte delle mie pazienti (praticamente da tutta
Italia e talvolta anche dall'estero) e leggendo queste righe magari si stupiranno pure di
come quella semplice strada possa essere entrata nel mio cuore; ma forse anche loro
hanno contribuito a legarmi a quei luoghi.

Ora lo studio di Civitanova Marche si è trasferito in un quartiere più moderno, in uno


ambiente più adatto ai tempi sia in termini di comfort che di dotazioni strumentali ma quella
via e tutti gli anni che ho passato in quel quartiere saranno sempre indimenticabili.
INFERNO FEMMINILE - dicembre 2007
C'è un'inferno riservato alle donne? Io penso di si, forse ce n'è più di uno. Non occorre
andare lontano per imbattersi in realtà di sofferenza che riguardano esclusivamente le
donne.

Uno di questi "inferni" è certamente l'endometriosi; malattia femminile dalle multiformi


espressioni che insorge tipicamente tra i 20 ed i 30 anni ed è caratterizzata da algie
pelviche croniche, infertilità, dispareunia (dolore durante i rapporti sessuali).

Non è un tumore ma la sua tendenza alla recidiva, alla localizzazione in sedi lontane da
quella dell'esordio la rendono in alcuni casi molto aggressiva e ribelle alle terapie mediche
e chirurgiche.

Conosciamo molto poco sulla causa; meglio conosciamo il suo comportamento biologico
che rende spesso difficile nelle pazienti colpite una normale vita di relazione
costringendole spesso a ripetuti interventi chirurgici e ad innumerevoli cicli di terapia
medica; questi ultimi spesso basati sull'induzione di una condizione menopausale
temporanea, perchè questa malattia si nutre purtroppo di estrogeni.

Quando la Sig.ra Veronica Prampolini mi ha scritto parlando del suo libro autobiografico
(Canto XXXV- Inferno. Donne affette da endometriosi) ho provato una grande emozione
perchè conosco bene quanta sofferenza può aver provato.

Anche per un medico, particolarmente a livello chirurgico vi assicuro che non è sempre
facile affrontare questa malattia: quando devo operare una paziente affetta da
endometriosi sono sempre pronto a situazioni imprevedibili, perchè questa malattia
purtroppo è imprevedibile. Nei casi più gravi coinvolge infatti oltre all'apparato genitale
anche altri organi pelvici come l'intestino, la vescica e le vie urinarie non risparmiando
talvolta anche dell'addome superiore; creando sempre un quadro reattivo - aderenziale
che ostacola e rende difficoltoso l'intervento.

Ben vengano quindi iniziative editoriali che possano contribuire ad aumentare la sensibilità
e la solidarietà di tutti, Istituzioni comprese, verso queste pazienti troppo spesso lasciate
sole.

Alla ricerca scientifica spetta il compito (arduo) di trovare una soluzione possibilmente
definitiva al problema ma la strada da fare è purtroppo ancora lunga.
IL FINE ED I MEZZI - novembre 2007
Raccogliere fondi per malati oncologici con un calendario sexy, celebrare i trent'anni del
Sistema Sanitario con lo slogan "pane, amore e sanità" sotto l'immagine di una bella e
sensuale infermiera sorridente pone importanti riflessioni che hanno come "comune
denominatore" l'appropriatezza del mezzo rispetto al fine.

La raccolta di fondi per la ricerca, la solidarietà, l'assistenza a malati gravi è senz'altro


un'azione meritoria ma cosa c'entra la sensualità? Cosa lega un bel fondo schiena, due
belle gambe ad un paziente terminale? Sinceramente il legame mi sfugge e probabilmente
non è considerato necessario perchè se l'obiettivo è quello di raccogliere soldi un
calendario certamente vende più di un opuscolo di esperienze, riflessioni, necessità e
timori di questi pazienti.

L'autocelebrazione è sempre più di moda in questi anni dove il senso della vergogna è
sparito; così anche il nostro Ministero della Sanità ha deciso di festeggiarsi da solo (con i
nostri soldi) organizzando una campagna pubblicitaria sui grandi media, cartelloni
pubblicitari, fin dentro le stazioni ferroviarie. Potremmo chiederci e probabilmente voi
stessi vi sarete chiesti cosa c'era da celebrare o festeggiare e vi sarete anche chiesti,
come me lo sono chiesto io se quei soldi era meglio spenderli in modo più utile. Anche in
questo caso però, e questo mi preme far notare, lo strumento pubblicitario utilizza la
sensualità di una infermiera più virtuale che reale per attrarre l'attenzione sul messaggio.

In entrambe i casi il mezzo per realizzare l'obiettivo, ammesso che possa essere anche
efficace e probabilmente lo è, dimostra comunque una evidente distanza degli Autori
dall'obiettivo finale dell'azione (il paziente) in termini di consapevolezza e conoscenza dei
problemi.
Gli uni e gli altri probabilmente non conoscono la sofferenza ed il purgatorio di chi ha una
grave malattia come il cancro e la sofferenza e la rabbia di chi oltre a combattere la
malattia deve confrontarsi con le inefficienze del Sistema Sanitario (basti pensare a certe
scandalose liste di attesa).

La sensualità, la bellezza attraggono, fanno vendere, possono facilitare la diffusione di un


messaggio o la raccolta di soldi ma ci sono ambiti a mio parere dove questi strumenti sono
del tutto inopportuni. Vorrei anche ricordare che un malato non ha solo bisogno di soldi per
curarsi ma ha anche e forse soprattutto bisogno di rispetto, affetto, tutela, solidarietà; è
proprio il crearsi di queste valenze intorno a lui che gioca un ruolo fondamentale
nell'aiutarlo ad affrontare il dolore fisico, la diversa e ridotta abilità, l'incertezza nel futuro.

Per finire quindi, se il fine è quello di aiutare persone malate o celebrare un sistema che
ruota intorno a loro il mezzo non può prescindere o collidere con queste necessità
fondamentali.
LA SPERANZA: UN FUTURO PIU' DISORDINATO - ottobre
2007

Una speranza per il Sistema Sanitario potrebbe essere quella di una maggiore
disorganizzazione. Quanto pesa infatti sulla spesa la crescente tendenza ad organizzare?
E l'efficienza corrisponde sempre all'incremento dei manager, dei controlli e delle
procedure?

Tempo fa ho avuto modo di leggere "la forza del disordine" un libro davvero interessante
scritto da Eric Abrahamson (docente alla Columbia Business School) e David H.
Freedman (giornalista collaboratore del Washington Post).

Gli Autori andando certamente controtendenza affermano l'utilità del disordine in ogni
aspetto della nostra vita e contestualmente evidenziano il pericolo derivante dal crescente
e forte desiderio di "ordinare" che pervade la nostra società contemporanea.

Pochi giorni fa quando nel bel mezzo di un'emergenza mi sono trovato a compilare
un'inutile serie di moduli e registri, quando ho visto la montagna di fotocopie che
ricoprivano la scrivania ho capito che la burocrazia, il controllo, l'organizzazione fini a se
stessi e sganciati da ogni logica di efficienza e semplicità sono arrivati a rallentare, talvolta
probabilmente anche a fermare le nostre attività.

Mi sembrava di impazzire infatti quando preso dalla preoccupazione della strategia


chirurgica, dell'interpretazione di sintomi ed esami dovevo anche pensare a compilare quei
moduli inutili: fotocopie di fotocopie ormai sbiadite e concepite non si sa più nemmeno da
chi e destinate ad un altrettanto incerto utilizzo.

Un sistema quello sanitario, sempre "al verde" ma dove non manca mai l'idea quotidiana
di qualcuno che si sveglia la mattina e decide di creare nuove incombenze burocratiche
per medici ed infermieri, nuovi ostacoli e spese per i pazienti.

Ogni mattina assisto a liti tra visitatori, infermiere, personale ausiliario per la rigida
organizzazione degli orari di ingresso. I pazienti, i parenti dei pazienti vogliono un sistema
più flessibile, più vicino e magari meno ordinato. Patrick Charmel, amministratore delegato
del Griffin Hospital di Derby (Connecticut) ha rilanciato il locale reparto di ostetricia,
prossimo alla crisi, semplicemente disorganizzandolo e seguendo i desideri degli utenti.

L'organizzazione può alla fine anche uccidere. Un piccolo esempio (sempre con
implicazioni sanitarie) viene da quelle città dove un desiderio esasperato di controllare
(ordinare) la velocità delle automobili ha portato alla disseminazione dei limitatori (strutture
posizionate sull'asfalto, talvolta veri muri in cemento); una fenomeno che alla fine è
diventato un serio problema per i mezzi di soccorso (ambulanze e vigili del fuoco). ed
ovviamente per chi li aspetta.

Sono stato sempre molto pragmatico, sostenitore di flow-chart, routine, linee guida; tutti
strumenti concepiti per migliorare l'efficienza, l'efficacia, la sicurezza operativa. Sistemi
che dovrebbero evitare errori e condurre gli operatori nella pratica clinica di ogni giorno
verso la miglior soluzione per i pazienti. Sono però disposto a rinunciarvi se anche il loro
moltiplicarsi ed intrecciarsi dovesse fargli perdere il fine originario.
Credo che sia ora di dire basta. Fermiamo gli organizzatori folli (e la spesa enorme che
generano), torniamo verso la semplicità, verso un uso più nobile dell'intelligenza e magari
anche verso un sano disordine.
SUPERMAN - settembre 2007
Poco tempo fa ho saputo che in una parte lontana (non certo sperduta) del mondo una
coppia di genitori ha tentato e forse è riuscita a mettere il nome "Superman" al proprio
pargoletto.

In questo mondo dove l'entropia della stupidità sta sommergendo tutto e tutti la notizia si è
fatta strada rapidamente e non escludo che sia già nato anche Spiderman.

La scelta del nome di un figlio è innegabilmente un momento importante; lo è stato


sempre. Permettetemi dunque qualche breve riflessione.

Molti genitori si preparano mesi prima per non trovarsi impreparati; in commercio c'è una
miriade di libri che spiegano storia e significato dei nomi; esistono anche siti web e blog
che possono aiutare. La scelta spesso è il risultato di un accordo o talvolta un
compromesso tra i due genitori ed è quindi una loro diretta manifestazione, altre volte è
affidata a parenti o ad amici, talvolta ai figli quasi per renderli partecipi precocemente di
qualche cosa che nemmeno ancora capiscono se non come possibile minaccia per il loro
piccolo mondo già forse abbastanza turbato.

Alcuni traducono nel nome del figlio passioni, ambizioni, sogni; altri ricordi, legami,
tradizioni familiari. Altri vogliono dare un preciso segno di nobiltà (vecchia o nuova), un
marchio di fabbrica, un brevetto ed allora purtroppo un nome solo spesso non basta.

Simpatico ma pericoloso il tentativo di alcuni di aggiornare nomi antichi con varianti più
moderne ed esotiche. Non commentabile quello di scegliere nomi stranieri per chi è
destinato comunque a trascorrere gran parte e forse tutta la propria vita nella regione
geografica dove è nato e per quelle famiglie dove oltre ad un' italiano approssimativo i
genitori conoscono al massimo il dialetto locale.

Ho assistito migliaia di parti e di nomi ne ho sentiti tanti; potrei dire che ne ho sentite e
viste proprio "di tutti i colori". Il modo cambia ed è giusto che forse cambino anche i nomi
magari attraverso l'evocazione di "nuovi eroi" come star dello spettacolo, attori,
protagonisti dei reality e calciatori.

Ma se è vero che "è bello quel che piace" qualcuno si è chiesto o si chiede mai se il nome
scelto piacerà al proprio figlio?

Buona fortuna piccolo Superman!


ARGOMENTI DOLOROSI - giugno 2007
Pubblichiamo proprio in questi giorni un articolo curato dal Dott. Michele Paniccia e
collaboratori dedicato al dolore cronico; nell'articolo che penso troverete sicuramente
interessante gli Autori sottolineano la maggiore frequenza di patologie dolorose croniche
nel sesso femminile.

Tante volte ho riflettuto sull'antico rapporto che lega le donne al dolore e dico antico
perchè sicuramente vecchio quanto il mondo.

Il travaglio ed il parto sono indubbiamente esperienze fisiche dolorose ma le donne


fortunatamente continuano a partorire e lo fanno anche per più volte.

Ma allora cosa rende diverse le donne dagli uomini rispetto alla sensazione dolorosa?
Pensate solo un attimo ad un uomo capace di partorire: credo che il suo travaglio e parto
sarebbero devastanti (non solo per lui) e che difficilmente partorirebbe una seconda volta;
inoltre altrettanto difficilmente sopporterebbe il dolore di una ragade al seno o quello di
una lacerazione della vagina; la riproduzione, la nostra specie sarebbero inesorabilmente
destinate all'estinsione.

Molti si sono cimentati nel capire quindi questo singolare rapporto donna-dolore e dalle
evidenze scientifiche non sembra che vi siano stati sconti nella percezione di uno stimolo
doloroso rispetto all'uomo, anzi. Sembra che le donne, sin dall'adolescenza abbiano una
percezione del dolore maggiore e che le aree cerebrali deputate all'elaborazione di queste
sensazioni abbiano un'estensione più ampia rispetto al sesso maschile.

Già quindi la giovane ragazza avverte rispetto ad un coetaneo il dolore in modo più
intenso e così anche le sensazioni viscerali; taluni hanno anche associato tutto questo allo
sviluppo di una particolare sensibilità ed intuizione nel cervello femminile.

Sembra siano proprio gli estrogeni (ormoni prodotti dall'ovaio) a determinare queste
differenze; e gli stessi estrogeni ed in parte il testosterone sarebbero anche alla base della
spinta sessuologica e riproduttiva.

Ma la più grande differenza è probabilmente nel vissuto, nell'elaborazione interiore


dell'esperienza fisica dolorosa ed in questo importante momento la
psiconeuroendocrinologia ha trovato determinante il ruolo dell'Ossitocina e della
Prolattina, piccoli ormoni secreti dall'Ipofisi una ghiandola posta nella base cranica ed a
sua volta connessa con le regioni più centrali ed ancestrali del cervello.

L'organismo femminile nella sua straordinaria complessità trova quindi anche le risorse
per vincere il dolore e la paura, vivere la sessualità e garantire il mantenimento della
specie.
SISTEMI ORGANIZZATI E CAPACITA' DI DECIDERE -
maggio 2007
4,30 del pomeriggio quando sul palco sale a parlare un grande organizzatore in materia
economico-sanitaria, una di quelle persone che hanno capito che gran parte di noi ha la
necessità di una guida non solo spirituale, uno di quei "sacerdoti" che conoscono la
"verità" e che quindi sanno o credono comunque di sapere anche come devono andare le
cose.

Ho viaggiato tutta la notte ed in questi casi preferisco sedermi in fondo all'aula come fanno
gli studenti quando temono di essere interrogati; non ho assolutamente voglia di affrontare
un dibattito ma ad un certo punto lui riesce a svegliarmi quando dice con tono della voce
più elevato: << l'organizzazione è alla base del nostro futuro, la razionalizzazione della
spesa deve coinvolgere ogni anello della catena .. non dobbiamo attendere che i problemi
si risolvano per crisi, dobbiamo affrontarli e risolverli con la programmazione>>.

A quel punto tra lo scrosciare di applausi decido di iscrivermi a parlare, in un inglese per la
verità osceno ma comunque abbastanza comprensibile a tutti, dopo essermi presentato:
<< veramente in Italia siamo abituati ad attendere che i problemi si risolvano da soli ma
non è questo il punto (sorrido); confesso di non essere un buon organizzatore, ho perfino
problemi ad organizzare la mia scrivania che ormai assomiglia più ad una bancarella da
mercato delle pulci che al luogo di lavoro di un professionista e vi confesso che non riesco
ancora bene ad organizzare la spesa di casa quindi non voglio e non posso giudicare
come si organizza un sistema piccolo o grande ma credo che il punto debole della
"catena" sia sempre il punto decisionale>>.

Lui: << cosa vuol dire esattamente?>>. Allora io: << voglio dire che un sistema organizzato
non funzionerà mai bene se in alcuni punti non si lasciano libere le persone di decidere,
quindi di non essere troppo organizzate, per intenderci>>.

Il professore sembra sbalordito, forse impreparato ad una replica disordinata, imprevista e


quindi: << mi spieghi meglio>> dice. Mi avvicino al palco e: << voglio dire, penso... che
dovremmo insegnare alle persone ed ai manager in particolare l'importanza di saper e
dover decidere, di avere un'idea, di non essere solo un piccolo neurone che trasmette
impulsi elementari. Molti sistemi sanitari parlano da anni di organizzazione e
razionalizzazione ma i risultati sono deludenti ed i cittadini insoddisfatti; il motivo è nel
grado di libertà e nella qualità, quindi nella capacità di decidere e di avere idee nel
management>>. Non voglio parlare troppo e quindi aggiungo concludendo: <<il suo
sistema perfetto ha il punto debole proprio nella sua perfetta organizzazione che lo rende
in realtà inefficiente non consentendogli di adeguarsi a situazioni sempre diverse e
complesse, tipiche del nostro mondo>>.

E lui: <<un grado di libertà alto in punti critici? Interessante ma molto discutibile.>>.
Tornando a sedere ripenso al "grado di libertà" un termine statistico che per la verità non
usavo da tempo e mi chiedo come diavolo mi è venuto in mente in quel momento e se è
stato giusto scomodarlo dopo anni per illustrare un concetto così semplice ma è ora del
coffee-break ed ho altro da fare.
C'ERANO UNA VOLTA LE STREGHE - aprile 2007
In una società dove ormai da molti anni i media hanno ridotto l'immagine femminile a
veicolo per la vendita di prodotti, a strumento di attrazione e dove donne giovani e meno
giovani accettano anche di essere oggetti più che teste pensanti vorrei solo per un attimo
ricordarvi che alcuni decenni fa c'erano donne che sfilavano nelle strade e che gridavano
ed amavano essere chiamate "streghe".

Se oggi potete parlare liberamente di sesso, se potete vestirvi come volete, se potete
parlare di lavoro e non di famiglia e se anche dopo i 30 anni non decidete di sposarvi e
riprodurvi senza temere giudizi negativi lo dovete a quelle donne; donne che hanno
combattuto e sono riuscite a far distinguere la sessualità dalla riproduzione ottenendo una
libertà sessuale che spazzò via il valore della verginità ed allontanò la concezione del
corpo femminile dall'idea di un semplice contenitore riproduttivo, dall'idea di uno strumento
indispensabile per il mantenimento della specie. Quelli furono gli anni dove si cominciò a
parlare di procreazione responsabile, furono gli anni della Legge sull'aborto.

Quelle donne lottarono per affermare la propria dignità, il diritto di parlare e di decidere alla
pari con gli uomini e sempre loro si fecero carico di distruggere l'ultimo dei tabù, l'ultima
delle falsità: l'indissolubilità del matrimonio. La vita di coppia non poteva essere più una
vita infelice e di facciata quando l'amore non esisteva più; nuovi valori ed una nuova
sincerità entrarono nelle camere da letto e nelle famiglie allontanando il valore di un falso
perbenismo che faceva da collante a tante situazioni di coppia.

Non vi nascondo che ho tanta simpatia e gratitudine per quella generazione di donne così
combattive; l'ultima generazione di "streghe" ha infatti migliorato anche noi uomini ed il
nostro modo di vivere liberandoci da schemi preconcetti, posizioni assurde.

Anche il concetto di femminilità sembrò non uscire indenne da quegli anni; ma in realtà
alla lunga ne uscì rafforzato e quelle "streghe" a mio avviso furono più "donne" di tante
altre. Esse portarono l'indice di natalità prossimo allo zero; un prezzo da pagare, una
scelta chiara non riproduttiva, una ribellione ad un modo antico di pensare al femminile;
era la nascita della donna moderna.

Ma sempre quelle donne a distanza di tempo, affrontarono un'altra battaglia, forse la loro
ultima grande sfida: trasformare la menopausa e creare un nuovo modello di donna over
50. Il climaterio che aveva mantenuto valenze di invecchiamento, rassegnazione, inutilità
divenne momento di rinascita, di progettazione, di conquista di nuovi traguardi; le
"streghe" non erano più disponibili al ruolo precoce di dolci nonnine e terminarono il
cambiamento imponendo alla società ed al mondo del lavoro donne imprenditoriali per
niente rassegnate alla vecchiaia.

Poco tempo fa, in un congresso medico ho avuto modo di incontrare una di loro; più o
meno sulla sessantina aveva una relazione successiva alla mia e così abbiamo avuto
l'occasione di sederci vicino e di parlare per qualche istante. Non ci conoscevamo ma vi
confesso che si palpava nell'aria il suo orgoglio di essere donna, di essere una
rivoluzionaria, di essere stata e di essere anche oggi padrona della sua vita.
VENERE FREQUENTA IL GINECOLOGO - marzo 2007
La scienza dell'immagine e della comunicazione ha dimostrato che essere belli, apparire
felici, sorridenti, alla moda ha una importanza fondamentale non solo nelle relazioni
quotidiane interpersonali ed affettive ma anche nel mondo del lavoro. Il nostro modo
principale di comunicare, il modo più primitivo ed immediato è infatti proprio quello visivo.

Il nostri vestiti, il nostro look, i nostri atteggiamenti sono un potente modo di trasmettere
pensieri, passioni, desideri. Ma l'abito più importante è proprio il nostro corpo e la richiesta
di bellezza è arrivata non tanto sorprendentemente anche negli studi medici. Accanto ai
chirurghi plastici anche i ginecologi da sempre vicini al mondo femminile si sono cimentati
con questa importante esigenza. Cimento che si è tradotto in nuove modalità di approccio
chirurgico ed in una risposta medica tesa a migliorare anche l'aspetto estetico delle
pazienti.

La nuova sensibilità medica verso il corpo femminile si è espressa in campo chirurgico


attraverso la ricerca di vie di accesso addominale ed in tecniche di sutura sempre meno
deturpanti anche in occasione di interventi "maggiori" e nello sviluppo talvolta anche
esasperato della chirurgica mininvasiva laparoscopica; inoltre, l'esigenza estetica ha
coinvolto anche la terapia medica sempre più coinvolta in problemi di acne, ipertricosi ed
irsutismo, obesità, invecchiamento cutaneo, caduta dei capelli e dei peli pubici, seno
piccolo.

Non sorprende che il ginecologo abbia un ruolo importante in tutto questo; basti pensare
che molti problemi femminili con risvolti estetici importanti hanno origine da disordini
endocrinologici di natura ovarica e che gli estrogeni hanno un ruolo preminente nel
mantenere le caratteristiche di femminilità e giovinezza.

Donne attive, belle ma che necessitano anche di terapie comode e quasi invisibili. Ed ecco
lo sviluppo di contraccettivi vaginali, di impianti sottocutanei, di dispositivi intrauterini (IUD)
attivi per ben cinque anni, di farmaci a somministrazione settimanale o mensile, di
confezioni farmaceutiche che simulano scatole di caramelle o oggetti comuni del proprio
beauty.

Unire ad un progetto terapeutico un obiettivo di bellezza può essere vantaggioso anche


per raggiungere risultati difficili. A questo proposito ricordo una ragazza di 25 anni, alta 170
cm lungo i quali si distribuiva un peso complessivo di circa 130 Kg. Venne nel mio studio
per un importante problema mestruale legato proprio alla sua obesità. Aveva un viso
bellissimo e la immaginai come poteva essere con almeno 50 Kg di meno; ero convinto
che sotto quella montagna di adipe c'era una donna bellissima ed il mio primo obiettivo fu
convincerla di questo.

L'obiettivo "bellezza" divenne il motivo forte e vincente per affrontare un percorso


complesso fatto di diete, rinunce, attività fisica. Un giorno la lasciai dicendo che ero sicuro
che sarebbe arrivato il momento che non l'avrei nemmeno riconosciuta e quel momento
alla fine arrivò un pomeriggio di alcuni anni fa quando affacciandomi nella sala d'attesa vidi
una ragazza straordinariamente bella e mi presentai come ad una nuova cliente; invece
era lei, felice più che mai vedendo il suo medico sorpreso e quasi incredulo, proprio lui che
forse prima di chiunque altro aveva intuito la sua vera immagine.
COAGULO DUNQUE VIVO, ANZI FORSE...RISCHIO -
febbraio 2007
Vi è mai capitato di tagliarvi? Di avere una piccola perdita di sangue dal naso? Avrete
allora sperimentato come è confortante vedere arrestare il sanguinamento esercitando
una semplice pressione oppure attendendo qualche istante.

La fluidità del sangue, la capacità di riparazione delle piccole e grandi ferite, dei tanti
traumi che inevitabilmente ci capitano nell'arco della vita dipende da un complesso
meccanismo che vede nel "sistema coagulativo" il momento fondamentale; momento che
interessa oltre a componenti ematiche anche le strutture vascolari.

Bene, dovete sapere che proprio questo meccanismo "salva vita" è considerato
responsabile di tanti problemi per la nostra salute e per la nostra sopravvivenza. Infarto,
malattie cerebro-vascolari ma anche tanta patologia della gravidanza ('aborto spontaneo,
gestosi, morte endouterina del feto, anomalie della placenta) possono essere legati ad
una eccessiva capacità a coagulare, ad avere il sangue meno fluido.

E tanta terapia, sia in campo cardio-vascolare che ostetrico ma anche internistico e


chirurgico (profilassi della trombosi) passa oggi attraverso la somministrazione di acido
acetilsalicilico (aspirina) e/o eparina, sostanze che rallentano la formazione del coagulo
allungando il tempo di sanguinamento (emorragia); ma anche l'acido folico, molto
indirettamente (abbassando i livelli di omocisteina) sembra avere effetti protettivi
importanti in questo gruppo di pazienti. Vivere leggermente scoagulati per molti vuol dire
talvolta sopravvivenza; ma più frequentemente anche una leggera riduzione di una
"eccessiva capacità a coagulare" (rischio trombofilico) può allungare la vita.

La Dott.ssa Daniela Bianchi è Direttore di un avanzato Laboratorio Analisi a Jesi (nelle


Marche) particolarmente attrezzato nell'ambito della genetica e della biologia molecolare.
Poco tempo fa mi ha inviato un interessante articolo dedicato all'identificazione dei
soggetti con rischio trombofilico. Ora lo potete leggere nelle nostre pagine (area
gravidanza) e noterete come alcuni test genetici possano svelare l'esistenza di questa
particolare predisposizione a sviluppare eventi trombotici e nello stesso tempo come
possano trovare una spiegazione ed anche una possibile soluzione numerosi insuccessi
riproduttivi.

Sono sicuro che questo settore della medicina di laboratorio avrà sempre più un notevole
impatto nella pratica clinica ginecologica ed ostetrica moderna.
STORIA DI UN'EMERGENZA - gennaio 2007
Una giornata come tante quando all'improvviso la vedo; non mi sembra vero e mi chiedo
se è proprio lei. Ma si è proprio lei! Con il suo pancione di circa otto mesi ed un sorriso
inconfondibile mi viene incontro. Ed io: <<non mi aspettavo la sua visita, la trovo
splendida! Complimenti!>>. Lei è felice, mi sorride. Anche se ora vive lontano ha pensato
di venirmi a trovare.
<< Vivo grazie a lei....volevo farle una sorpresa>> mi dice; io pure sorrido e sono
emozionato. Si, mi emoziono perchè quelle parole mi riempiono il cuore, mi dicono che ho
fatto bene a fare il medico; ricompensano ampiamente ogni sforzo, ogni rinuncia ad una
vita normale.

Ma con la mente il mio ricordo anche se solo per un istante va all'estate di alcuni anni fa,
al sangue che vidi in quel tardo pomeriggio, ad una delle più drammatiche ed
indimenticabili emergenze della mia professione, a quel giorno ormai lontano ma indelebile
nei miei ricordi.
Avevo ormai terminato il mio turno, ricordo che avevo anche fame e sarei andato a cena
da un mio collega appassionato del mare; avremmo parlato di barche, di vele, delle donne
che ci avevano piantato, di......ma le cose all'improvviso andarono molto diversamente.
In fondo al corridoio vidi una barella che veniva velocemente verso di me con attorno i
ragazzi del 118; sembrava una barca a vela in preda alla tempesta con gli alberi (le flebo
ed i loro sostegni) che ondeggiavano da una parte all'altra. Correvano, gesticolavano e
mentre provai a dire <<...ma che succede?>> loro mi erano letteralmente già addosso.
<<sanguinamento imponente, è quasi in shock, la perdiamo dottore!!!>> mi disse uno degli
infermieri.

Guardai una giovane ragazza bianca, pallida, di corporatura esile, persa in quella barella;
aprì a stento gli occhi, mi guardò ma non riuscì a parlare e subito perse conoscenza. Non
reagiva più; la perdita ematica abbondantissima. Poche notizie su di lei fornite dal marito
che parla concitatamente di un intervento all'utero fatto nei giorni precedenti e di un figlio
tanto desiderato.
Dovevo salvarla ma non sapevo altro di lei, dovevo capire quello che diavolo stava
succedendo per decidere ma il tempo, il tempo era breve; anzi quando vidi il sangue che
colava sul pavimento e che mi bagnava le scarpe ebbi l'impressione che fosse già scaduto
da un pezzo.

La visitai: l'emorragia era di origine uterina, non c'era dubbio; l'ecografia mostrava a livello
dell'utero una strana raccolta di sangue che sembrava comunicare con la cavità
dell'organo.
Nessun consenso del paziente e tanto meno del marito (in preda al panico), nessun
esame disponibile, morte imminente; decisi per la laparotomia, l'apertura immediata
dell'addome. Chiamai l'anestesista, attivai la sala operatoria ordinando anche tanto
sangue da trasfondere e quindi mi misi io a guidare quella barella correndo verso il settore
operatorio. Le porte si spalancavano in successione, la sala operatoria per motivi di
sicurezza è sempre ben isolata; sembrava un percorso ad ostacoli.

<<Avessi almeno un minuto, un minuto, mai visto, mai visto, mai visto...>> ripetevo dentro
di me ed inoltre cresceva rapidamente la consapevolezza che non potevo sbagliare, non
avrei avuto una seconda chance. L'anestesista, una volta all'opera, non faceva altro che
annunciarmi la imminente morte clinica e ricordo che d'istinto gli dissi che l'avrei operata
anche morta.
<<Diavolo!.... qui rischiamo di dover togliere l'utero; se sopravvive sarà sterile; ti
immagini che bella notizia>> dissi ad un collega che si accingeva ad aiutarmi
nell'intervento.

La paziente era stata posta rapidamente sul letto operatorio; era intubata; l'equipe era
pronta; anch'io ero pronto, ora toccava a me. Mi avvicinai a quella donna dicendo dentro di
me come se potesse sentirmi <<non morire, non morire>>.
Pochi secondi ed ebbi davanti a me i suoi visceri: tutto sembrava apparentemente
normale, non c'era sangue nell'addome. Mentre il mio collega diceva a voce bassa <<...e
adesso?>> andai con la mano a palpare l'utero nella zona dove l'ecografia aveva
individuato la raccolta di sangue e la sentii pulsare terribilmente; è allora che gridai, gridai
come grida chi ha visto un ladro, chi ha avuto la percezione del pericolo: <<è l'uterina!!!>>.

Durante l'intervento eseguito giorni prima era stata danneggiata leggermente una delle
due principali arterie che irrorano l'utero; la sua parete nei giorni seguenti si era sfiancata
progressivamente fino ad aprirsi all'improvviso e creare un torrente mortale direttamente
collegato con la cavità uterina e la vagina.

Trovai l'arteria che una volta chiusa consentì di interrompere bruscamente quel fiume di
sangue; l'intervento era riuscito! La paziente andò in Rianimazione; era viva. Ero
soddisfatto anche sapendo che avrebbe potuto ancora speranze in una gravidanza;
l'intervento seppur eseguito in condizioni drammatiche era stato conservativo.
Uscii dall'Ospedale molto stanco e ricordo che non avevo nemmeno più fame; scherzai
con un collega dicendogli che quel giorno probabilmente ero invecchiato di 10 anni; poi
andai a casa e mi addormentai vestito sul divano.

Ma ora lei è qui davanti a me e torno al presente.


SOPRAVVISSUTI - dicembre 2006
Forse non tutti sanno che per la specie umana il periodo di più alta mortalità e di maggior
rischio in generale è quello che va dal concepimeto alla nascita. Pensate che un piccolo
embrione ha ben il 30% di possibilità di morire entro la sola sesta settimana gestazionale
cioè all'incirca nei primi 14 giorni di ritardo; molti di questi aborti precoci vengono infatti
scambiati con semplici ritardi mestruali e non si ha nemmeno la percezione clinica del
fenomeno.
Ma anche dopo la sesta settimana le cose non vanno molto meglio. La mortalità
embrionaria è infatti molto alta fino alla 12^ settimana. Successivamente rischi
malformativi, malattie infettive, anomalie della placenta, morti endouterine, alterazioni della
crescita, rischi del travaglio e del parto (talvolta anche prematuri) costituiscono un vero
percorso ad ostacoli.

Quante favole e quanta poesia intorno a questo periodo così misterioso. La "dolce attesa"
non è stata proprio così dolce con tante donne segnate nell'animo e nel fisico dopo un
evento ostetrico negativo; inoltre, purtroppo ancora oggi, il parto costituisce la principale
causa di morte femminile nei paesi in via di sviluppo. In molte parti del mondo mortalità
materna e fetale si uniscono a rappresentare una terribile quotidianità.

Neonati autentici sopravvissuti ad un pericoloso, inevitabile percorso; questa è la realtà.


Molti di loro non ce l'hanno fatta ed hanno lasciato i propri genitori nel dolore. Ricordo
Nelly* giovane trentaduenne con una morte fetale all'ottavo mese di gravidanza, ricordo le
sue lacrime, la sua disperazione nel sapere che avrebbe dato alla luce un piccolo
cadavere. Ricordo Rosanna* al suo secondo aborto consecutivo; era una donna molto
bella e nel pieno del successo professionale ma vide la natura all'improvviso tradirla ed
accanirsi su di lei; cominciò a parlare di destino, di scelte sbagliate ed entrò in una
profonda e grave depressione. Davvero niente poesia in tutto questo.
Neonati sopravvissuti ma anche mamme sopravvissute grazie ad una sempre più
moderna assistenza ostetrica. Immaginate solo quante donne sarebbero morte senza
quello che oggi viene considerato un semplice intervento chirurgico, il taglio cesareo.

La riproduzione quindi come principale momento di selezione naturale, carico ancora oggi
purtroppo di piccoli e grandi drammi personali e familiari. La sofferenza di alcune donne mi
ha talvolta colpito profondamente e mi ha indotto a studiare approfonditamente i fallimenti
riproduttivi, a mai sottovalutarli. Perchè se è vero che la nostra società invecchia è
altrettanto vero che l'unico strumento per renderla più giovane è fare in modo che i
sopravvissuti che accogliamo in sala parto siano sempre di più e questo può essere fatto
diminuendo ad esempio l'alta mortalità embrionaria nelle fatidiche prime 12 settimane.

(*) nomi di fantasia


UN VIRUS PER AMICO - novembre 2006
In questi giorni pubblichiamo un articolo dal titolo siamo superorganismi. Dedicato alle
complesse relazioni del nostro corpo con batteri e virus vi aggiornerà su un legame di
"vecchia data" molto importante per la nostra vita quotidiana e per la sopravvivenza della
specie.

Quando pensiamo a questi microorganismi andiamo inevitabilmente con la mente alle


terribili giornate passate a letto con la febbre, alle fastidiose faringo-tonsilliti o ad altri
malanni che più o meno tutti sperimentiamo nella nostra vita. Difficilmente immaginiamo
però il nostro benessere dipenda anche da loro.

Dovete sapere invece che molte funzioni del nostro organismo richiedono la loro
collaborazione (ad es. l'assorbimento ed il metabolismo degli alimenti) e che una buona
parte del nostro patrimonio genetico è di loro derivazione, come purtroppo derivano da
loro anche alcuni tumori (ad es. il cancro del collo uterino). Determinati processi enzimatici
non funzionano senza un bravo batterio che rimane al suo posto. Alcuni virus si integrano
nel nostro DNA e vengono trasmessi verticalmente da genitori a figli.

Ma questi piccoli (microscopici) organismi possono diventare anche nostri amici? Possono
aiutarci? Certamente si; pensate all'utilizzo che già si fa di loro nelle vaccinazioni (virus
attenuati), nel settore agro-alimentare e zootecnico. Possono essere addestrati a
diventare dei piccoli operai instancabili ma possono anche diventare terribili nemici
invisibili (guerra microbiologica) e purtroppo probabilmente dobbiamo ancora conoscere
molto sugli aspetti simbiotici che li legano a noi.

Niknil Dhurandhar lavora al Pennington Biomedical Research Center della Louisiana ed è


convinto che l'obesità non è il semplice risultato tra introito e spesa calorica. In effetti
probabilmente sono batteri e virus che rendono 1000 Kcal ingerite in realtà diverse da
soggetto a soggetto. Forse molto presto saranno sfatati luoghi comuni che vedono sempre
l'obeso come un pigro ed un grande mangione.

Anche malattie croniche, la sfortuna di alcuni pazienti che ammalano facilmente ed hanno
una vita molto più breve di altri possono dipendere anche dal quell'universo profondo che
intrigò Elias Metchnikoff già nel 1908.

Il concetto è chiaro: non siamo soli, non siamo un singolo organismo evoluto ed
indipendente ma dipendiamo ed interagiamo con miliardi di microorganismi che ci
accompagnano sin dalla nascita. Dobbiamo quindi considerare questa realtà e non
dimenticarla anche quando abusiamo o mal utilizziamo un antibiotico disturbando le circa
395 specie di batteri che colonizzano l'intestino o distruggendo i lattobacilli vaginali che
regolano il Ph e contrastano i fenomeni infiammatori in quel distretto.

Batteri e virus che vivono con noi e che condividiamo anche durante un bacio, un atto
sessuale o mentre siamo al lavoro o in metropolitana. Una delle prime condivisioni è
quella che avviene al momento del parto e sembra veramente importante: i bambini nati
da taglio cesareo (gli studi però non sono conclusivi) sembrerebbero ammalare più
facilmente di problemi gastrointestinali e respiratori oltre ad avere una più facile tendenza
alle allergie; tutto proprio per un mancato contatto con il microambiente vaginale e vulvare
materno.
Un'ecologia che parte da noi quindi e coinvolge il mondo circostante ed il pianeta dove
ogni componente biologica gioca un ruolo insostituibile e fondamentale.
UOMINI DAL GINECOLOGO - ottobre 2006
Gran parte delle mie pazienti viene in visita da sola, altre sono accompagnate da
un'amica, dalla propria segretaria (capita anche questo), da una parente, dai propri figli;
alcune (fortunatamente poche) portano con se intere famiglie.

Particolarmente le donne gravide preferiscono essere accompagnate dal proprio partner e


quest'ultima tipologia di accompagnatore ha destato in me una certa curiosità. Sulla base
del profilo comportamentale potrei distinguere almeno sei profili principali
dell'accompagnatore maschile: il padrone, lo zerbino, l'indifferente, l'innamorato, l'esperto,
il figlio.

Il padrone è solitamente lui stesso a prenotare la vista, precede la donna o l'accompagna


strettamente da vicino. E' sicuro di sè e non esiste alcun aspetto intimo che lui non
conosca. Parla spesso e talvolta interrompe o si sostituisce alla paziente. Frequentemente
sono costretto ad allontanarlo quando pretende di osservare da vicino la stessa visita
ginecologica.

Lo zerbino è l'esatto contrario. Uomo solitamente insicuro, apparentemente mite e


taciturno, segue sempre la propria compagna alla quale è sottomesso e dalla quale teme
in ogni momento di ricevere un rimprovero. Vive di luce riflessa e si preoccupa di tenergli
la mano, di chiudere la porta, di essere pronto ad esaudire ogni sua richiesta. Si ritiene
generalmente molto fortunato.

L'indifferente è un presente-assente. Non si capisce che ruolo abbia: se è con la sua


compagna per un obbligo formale o perchè costretto contro voglia. Non partecipa al
dialogo, solitamente mantiene la sua posizione (seduta) fino al termine della visita; evita
ogni commento. Potrebbe essere anche una persona in difficoltà o estremamente
riservata. Talvolta entra in azione solo per pagare la parcella.

L'innamorato è felice e molto cordiale; se la paziente che accompagna è gravida si può


assistere ad uno dei più rari spettacoli della natura. Trasmette la sua gioia ma può anche
essere molto fragile di fronte ad eventi negativi che richiedono un forte coinvolgimento
della sfera razionale troppo dimenticata. E' pronto a tutto ma talvolta non sa nemmeno a
cosa.

L'esperto è la specie di accompagnatore più difficile. E' informato di tutto ed si ritiene


sicuramente competente anche nell'arte medica. E' scocciato perchè perde tempo
prezioso; lui sa già tutto ed ha la chiave per risolvere il problema ma è costretto a mediare
attraverso la mia figura professionale. E' molto suscettibile e permaloso; se lo invitassi al
tavolo operatorio accetterebbe di buon grado.

Il figlio non può essere lasciato a casa, nemmeno in occasione della visita. Deve essere
controllato, protetto (ma da chi?) ed è oggetto costante di sguardi e gesti premurosi; per lui
la visita è un momento obbligato nei confronti di una donna che comunque gli da tanto,
tranne forse la libertà. Generalmente non provvede mai (è ovvio) al pagamento della
parcella.

E' noto che i miei colleghi pediatri molto spesso devono "curare" (interagire fortemente)
con le mamme per avere buoni risultati con i loro piccoli pazienti ma non vi nascondo che
anche con pazienti più grandi (adulte) non va mai trascurato chi gli vive accanto.
Con simpatia.
STRANO MESTIERE - settembre 2006
Esco dalla sala parto, sono le 10 del mattino. Marta*, una paziente che conosco da molti
anni ha partorito il suo secondo figlio, un maschio, pesa 3650 grammi; il marito è con lei e
nel corridoio incontro la mamma, i fratelli, il papà e tanti altri... un momento di grande gioia.
Sorrido, sono felice anch'io e mi avvio verso la caposala che è più in là accanto ad una
anziana donna molto distinta che giorni prima aveva fatto accertamenti per una lesione
sospetta.

La saluto, è piccola di statura e con un profilo del viso dal quale traspare evidente la sua
preoccupazione ma anche una grande dolcezza. Purtroppo l'esame istologico depone per
un carcinoma; quanto di peggio ci si poteva aspettare. Anche la mia espressione cambia e
mentre sento ancora le voci festeggianti dei parenti di Marta capisco che devo rimanere
solo con lei, che devo farla mettere comoda. Emma* ha quasi 70 aa portati molto bene.
Trovo non senza alcune difficoltà una stanza dove possiamo parlare; la faccio sedere e
guardandola negli occhi gli dico: <<c'è purtroppo un problema importante ma possiamo
farcela>> e lei a sua volta che probabilmente aveva già intuito chiede se deve operarsi,
con il tono di chi vuole sono una conferma. <<Certamente si...faremo presto>> gli dico.

Ha la mano tremante quando firma un consenso dove ho spiegato la tecnica


dell'intervento ed all'improvviso alzando la testa: <<dottore io sono vecchia, siamo alla
fine>>. Capisco che Emma vuole un atto di grande sincerità; è lucida come forse pochi e
vuole vedere in faccia questo nemico. All'improvviso anche Emma mi sembra di
conoscerla da tanto tempo, la sua dignità di fronte al dolore non mi sorprende.

<< Anche queste cellule tumorali sono anziane e noi siamo in vantaggio, siamo arrivati
abbastanza presto>>. Non ho mai preso in giro nessuno e penso che ogni paziente, nel
modo più giusto debba conoscere la verità. Ho operato donne anche molto più anziane di
Emma e non mi rassegno mai.

Ci avviciniamo alla porta ed Emma: "sarà lei ad operarmi vero?". <<Certamente si>>
rispondo; non occorre dire altro, ora tra me e lei c'è una promessa.

Fuori la porta, nuovamente il chiasso. Due ragazzi vogliono la pillola del giorno dopo e più
in là c'è una donna in barella portata dal servizio di emergenza 118 per una minaccia
d'aborto ed ancora intorno tanta gente compresa Michela* un'amica che mi sta
tempestando di telefonate da ieri sera ed è in preda ad una delle sue peggiori crisi
ansiose. Tante storie diverse, tutte importanti per chi le sta vivendo.

Cerco di essere un tecnico, un professionista che sa risolvere nel modo migliore dei
problemi ma ogni persona trasmette emozioni contrastanti e talvolta imprevedibili. Difficile
non partecipare a gioia, tristezza, angoscia, rabbia, ottimismo, preoccupazione, curiosità e
mille altri sentimenti che si alternano in un continuum incessante. Davvero uno strano
mestiere.

*(nomi di fantasia)
IL CUORE DELLE DONNE - luglio 2006
Considerazioni sentimentali a parte, il cuore delle donne presenta aspetti clinici molto
diversi rispetto all'uomo. La patologia cardiovascolare ed in particolare gli eventi ischemici
sembrano infatti risparmiarlo fino quasi ai 50 anni mentre negli uomini l'infarto ha già una
sensibile incidenza già nella terza e quarta decade. Dopo i 50 anni però anche le donne si
confrontano con questa patologia e la sperimentano in un modo anche forse più
drammatico rispetto agli uomini: non solo l'incidenza è talmente forte che le porta a
perdere il vantaggio iniziale ma anche la morte improvvisa è molto più frequente rispetto
all'altro sesso. E' stato facile ipotizzare una protezione estrogenica alla base di quanto si
verifica nell'età riproduttiva ed attribuire quindi alla menopausa (la cessazione della
funzione ovarica) l'origine di tutti i problemi.

Dati sperimentali in effetti incoraggiavano questo orientamento di pensiero perchè


mostravano la capacità degli estrogeni di migliorare l'irrorazione sanguigna del miocardio
(il tessuto muscolare cardiaco). A noi ginecologi endocrinologi sembrò quindi di aver
trovato nella terapia ormonale sostitutiva lo strumento per abbattere la mortalità femminile
di origine cardiovascolare.

Ma si trattò di un autentico inganno. Studi internazionali cominciarono ben presto a


mettere in dubbio l'utilità della somministrazione di estrogeni nella prevenzione degli
incidenti ischemici coronarici fino anche ad arrivare ad ipotizzare una loro pericolosità in
determinate pazienti.

Ancora una volta quindi avevamo attribuito alla menopausa quello che forse non gli
apparteneva e rimane per molti aspetti ancora oggi un mistero il dato epidemiologico che
segnala un maggior pericolo cardiaco proprio in occasione e dopo questo momento
fisiologico della vita femminile.

Allo stesso tempo comunque ci siamo accorti che la vera prevenzione contro le malattie
cardiovascolari (ipertensione inclusa) è nella dieta (mediterranea), nell'evitare il fumo di
sigaretta, nel tenere sotto controllo malattie metaboliche come le dislipidemie (colesterolo
aumentato) ed il diabete, nel condurre una regolare attività fisica di tipo aerobico.

L'attività fisica se condotta con regolarità si è dimostrata uno dei migliori strumenti per
contrastare l'aterosclerosi; inoltre è utile anche nella prevenzione dell'osteoporosi, migliora
lo stato dell'umore e la performance generale. Anche quindi per le donne, come per
l'uomo, la battaglia contro l'infarto e l'ipertensione passa attraverso le nostre tavole e lo
stile di vita.
MEDICI ED INTERNET - giugno 2006
Talvolta presi da turni massacranti, da urgenze e problemi che si susseguono
incessantemente, da protocolli e linee guida o da riunioni di budget dimentichiamo il valore
di quella che molti avevano definito una "missione". Una missione si quella del medico,
forse ora ancora più difficile. I comportamenti del medico "moderno" caratterizzati da un
sempre maggiore pragmatismo e dal ricorso frequente alle indagini strumentali hanno fatto
perdere anche quel calore che viene da un contatto più intimo con i pazienti, ora chiamati
utenti al pari degli utilizzatori di un qualsiasi altro servizio.

Ci sentiamo quindi sempre più dei tecnici "componenti" di un sistema dove


incredibilmente abbiamo perso la nostra centralità; dei tecnici sempre più in prima linea,
spesso soli con le nostre decisioni, alle prese con i mali di un Sistema Sanitario che
partono certamente da molto lontano e che però sono ben lungi dall'essere risolti.

Tutto questo in molti di noi ha causato e causa disagio. Il nostro lavoro è fatto anche di
dialogo ed informazione che non può sempre essere demandata a fogli volanti ed
opuscoli. Il paziente ha bisogno di fare domande, vuole chiarimenti sulla malattia e sulla
procedura diagnostico-terapeutica in riferimento al “suo caso” che è sempre diverso dagli
altri. I fogli e gli opuscoli che legge non rispondono (almeno per ora) alle sue domande,
non hanno un volto e lo fanno comunque sempre sentire un oggetto, un numero fra tanti. Il
paziente richiede una attenzione speciale e dei tempi maggiori dedicati al suo ascolto. Si,
vuole essere anche ascoltato e non solo visitato, vuole diventare protagonista delle
terapie.. Ma voi conoscete bene l’affollamento delle nostre corsie e degli ambulatori, il
lavoro frenetico di persone che devono fare più cose contemporaneamente.

Personalmente già da alcuni anni organizzo incontri e conferenze dedicati ai pazienti,


dove il momento informativo e di dialogo sono esclusivi e dove i medici invitati spiegano
ma anche ascoltano molto. Le critiche ed i suggerimenti di quegli incontri sono serviti a
migliorare il mio lavoro. Poi Internet, per me come per tanti colleghi. Da formidabile
strumento di aggiornamento è diventato mezzo per comunicare con le pazienti e poi di
interagire ad un livello più elevato (forum, conferenze, consulti) in uno spazio che non
sembra più avere limiti se non quelli della nostra personale resistenza fisica. E’ possibile
dialogare con persone anche molto distanti o molto vicine fisicamente ma isolate da
handicap e barriere di ogni tipo.

La tecnologia una volta tanto ha favorito il recupero di un contatto. E’ stata ed è per tutti
noi un’esperienza nuova molto gratificante. Si è riscoperto ad esempio il fascino, la
tranquillità, la riflessione della scrittura attraverso la e-mail. Molte sono le esperienze
internet di medici che fanno informazione orientata ai pazienti e che nello stesso tempo
rispondono alle loro domande. SaluteDonna.it è forse una delle più belle esperienze in
questo senso.

Le possibilità di questo strumento e della multimedialità applicata alla medicina ed alle


comunicazioni sono infinite e l’informazione dei giornali e delle riviste non manca di
sottolinearne gli aspetti spettacolari. A me preme invece qui sottolineare il lato umano di
questa conquista che ha portato una ventata di ottimismo nel nostro lavoro.
MA QUANDO AVREMO UNA SANITA' 2.0? - maggio
2006
Il web 2.0 è molto recente e se ne fa un gran parlare: è il web facile, economico, fruibile;
un'autentica rivoluzione che sposta il lavoro dai nostri uffici, dalle nostre case, dai fogli di
carta e dai computer al web, rendendo il tutto ancora più condivisibile. Logica del mercato,
necessità, evoluzione tecnologica, non certo scelte politiche stanno portando a migliorare
il nostro lavoro, la ricerca scientifica, la vita quotidiana.

Ma ad un medico allora permettete che sorga spontanea una domanda: quando


decideremo di cambiare radicalmente questo Sistema Sanitario? Quando attueremo una
vera riforma che lo renda semplice e fruibile ed allo stesso tempo economico ed
efficiente? Temo che il 2.0 della Sanità è ancora lontano; non solo probabilmente in Italia
ma forse nell'intera Europa.

La spesa sanitaria aumenta, è incontenibile; bisogna controllare la spesa


sanitaria....quante volte sentiamo queste affermazioni! Io le sento da quando ero ragazzo.
Certamente possiamo affermare che "la colpa" di una spesa apparentemente non
controllabile non è certo dei cittadini o dei malati e tanto meno dei medici che dovrebbero
essere lasciati a fare nel modo migliore il loro lavoro.

Ma allora perchè soluzioni molto semplici, vorrei dire anche ovvie, sembrano impossibili?
E' ovvio infatti, ad esempio che una parcellizzazione degli ospedali determina un
devastante incremento della spesa ed allo stesso tempo un' assistenza inefficiente ed
insufficiente. Ma a mio giudizio la parcellizzazione fa parte della nostra mentalità. Pensate
a quante Università di Medicina sono nate in questi ultimi decenni. Servono davvero?
Quanto costa un polo universitario? Non potete immaginare! Mi viene da dire povere le
nostre tasse e tutti i nostri buoni proposti di risparmiare! Ma anche qui sentiamo belle frasi
che dicono che l'Università deve essere vicina al territorio, alle esigenze della gente. Il
risultato però è quello che la nostra ricerca scientifica non esiste e che le liste d'attesa
sono diventate uno scandalo vergognoso.

Il "problema sanitario" deve essere affrontato in modo vasto ed organico senza trascurare
da un lato il piccolo ospedale e dall'altro il polo universitario fino ad entrare nella gestione
delle singole unità operative degli ospedali. A cosa servono due TAC a distanza di 20 Km?
Non è meglio farne lavorare una di buona qualità tutto il giorno? Risparmieremmo sul
costo della macchina (acquisto, manutenzione, struttura ospitante) ma anche sul
personale dedicato (medici, infermieri, segretarie, addetti alle pulizie etc..) ed avremmo
probabilmente un servizio efficiente attivo tutti i giorni. E' un piccolissimo esempio ma
potrei scriverne altri mille purtroppo.

La Sanità vicina al cittadino non deve essere misurata in chilometri ma in qualità delle
prestazioni, tempi di attesa, efficacia nella cura.
INVESTIGAZIONE MEDICA, GRAVIDANZA E SCATOLE
CINESI - dicembre 2005
Sostengo da tempo che il momento più difficile e affascinante del lavoro del Medico
Chirurgo è quello diagnostico quando esperienza professionale, capacità di osservazione
e comunicazione, cultura generale e specialistica, aggiornamento, disponibilità strumentali
e laboratoristiche vengono a far parte di un autentico momento investigativo il cui obiettivo
ultimo è identificare la causa della malattia, la minaccia per la vita del paziente. Questo
momento fondamentale dell'arte medica si basa sull' Anamnesi (la storia prossima e
remota del paziente) e sulla Semeiotica (lo studio attento dei sintomi e l'osservazione)
coinvolgendo direttamente i nostri sensi.

Ma in Ostetricia purtroppo tutto è più complesso. Quando si verifica un problema le vite


coinvolte sono almeno due o più e le nostre mani, i nostri occhi, il nostro udito rilevano
solo indirettamente quello che accade al feto che infatti è chiuso in un contenitore molto
particolare ed a noi impenetrabile. La diagnostica della gravidanza assomiglia molto infatti
al tentativo di intuire il contenuto di una scatola cinese.

Pensate che un tempo la diagnosi precoce di aborto, la diagnosi di gravidanza gemellare,


di anomalie della crescita o dell'anatomia fetale come anche quelle di alterazioni
quantitative del liquido amniotico o di inserzioni pericolose della placenta sulla parete
uterina erano veramente ardue se non impossibili. Le sorprese (quasi sempre negative)
sia durante la gestazione che al momento del parto erano veramente tante e la mortalità e
morbilità (condizione residua di malattia) materna e fetale elevatissime, imparagonabili con
gli elevati standard di sicurezza raggiunti in questi anni.

Quello che è stato e rimane un evento fisiologico, la gravidanza ed il parto, è in realtà


ancora oggi in molte parti del mondo una delle principali cause di mortalità femminile.
Il punto di svolta, l'applicazione critica direbbero alcuni che ha cambiato la storia
dell'ostetricia come anche di buona parte della medicina è stata l'introduzione dell'indagine
ultrasonografia (ecografia).

La storia di questa tecnica strumentale parte dagli studi sui pipistrelli fatti da Spallanzani
nel 1794 e passa attraverso grandi uomini e scienziati come Donald R. Griffin, Christian
Doppler, Heinrich Buis-Ballot, Behm (che inventò nel 1921 il sonar) per arrivare al 1942
quando il neurologo austriaco Dussick descrive la prima applicazione in campo umano. E'
solo tra il 1955 ed il 1957 a Glasgow che Donald in collaborazione con il fisico Brown
descrivono le prime applicazioni in campo ginecologico ed ostetrico.
Finalmente veniva varcata la linea di confine con un mondo sconosciuto e la storia
successiva è quella dei nostri giorni.

Proprio in queste settimane la Dott.ssa Luzi e la Dott.ssa Ubertosi iniziano la


pubblicazione di una serie di articoli sull'ecografia in gravidanza, il primo dei quali è già on-
line e dedicato alla diagnostica del primo trimestre. Vi consiglio di leggere queste
pubblicazioni anche per capire i limiti di un esame dal quale troppo spesso ci si attendono
certezze che ancora non può dare.

In un incontro internazionale a Tunisi è stato proposto di informatizzare i paesi del terzo


mondo attraverso la creazione di computer portatili di basso costo ed energeticamente
indipendenti (a manovella); come al solito non riusciamo a capire le priorità di popolazioni
il cui reale ed immediato problema è quello di sopravvivere alla fame e non morire di parto;
pensate quanto sarebbe utile far arrivare ecografi portatili e magari anche a manovella in
tanti posti che sembrano dimenticati anche da Dio.
GLI UOMINI NON ASCOLTANO LE DONNE -
novembre 2005
E' sicuramente una vecchia storia. Credo che solo pochi uomini fortunati non si siano mai
sentiti dire "tu non mi ascolti" o "tu non sai ascoltare" con inevitabili sensi di colpa.

Ma l'uomo è veramente distratto quando parla con una donna? Forse no, è
semplicemente in difficoltà.
Secondo una ricerca condotta dal Prof. Michael Hunter dell'Università di Sheffield e
pubblicata sulla rivista NeuroImage il cervello maschile ha una certa difficoltà a ricevere le
frequenze tipiche della voce femminile; una voce sicuramente più melodica ma proprio per
questo complessa, ricca di frequenze talmente differenti e con tonalità acute che in alcuni
momenti potrebbero assumere per l'uomo le caratteristiche fastidiose tipiche del rumore.

Ecco quindi finalmente spiegata la difficoltà maschile a seguire una lunga conversazione
con la donna e la differente interpretazione di una apparente distrazione legata soltanto ad
un meccanismo difensivo verso una percezione fastidiosa.

Alcuni anni fa uno studio americano aveva evidenziato come la donna usi entrambe gli
emisferi cerebrali nella ricezione ed interpretazione dei messaggi vocali mentre l'uomo
adopera prevalentemente quello sinistro: un'altra grande scoperta che spiegherebbe la
capacità femminile di seguire anche due conversazioni contemporaneamente e la difficoltà
maschile a seguirne talvolta anche una sola.

Con un sorriso....e l'augurio di buona lettura delle nostre pagine.


LA COLPA - ottobre 2005
Quando sento parlare di errori medici, di pazienti morti o danneggiati, provo dentro di me
sconforto, tristezza ma anche rabbia.
Anni fa una canzone ripeteva "la vita è tutto un quiz". E' proprio vero! Quiz si usano molto
a scuola e moltissimo all'Università; per prendere la patente facciamo dei quiz e ... dulcis
in fundo (perla delle perle) nel nostro paese l'Educazione Continua in Medicina (ECM) di
tutto il personale sanitario poggia la valutazione dell'apprendimento su quiz finali a
risposta multipla al termine di ogni convegno o corso di aggiornamento!

Personalmente non ho nulla di preconcetto contro i quiz ma vi sembrano lo strumento


migliore per valutare il mantenimento di una capacità chirurgica, l'adeguatezza di una
condotta clinica? Dove sono finiti l'osservazione delle azioni, la critica, la domanda, il
colloquio? Forse costano, forse richiedono troppo tempo, forse non sappiamo più
nemmeno scegliere il metodo adeguato per valutare una capacità professionale.

Si è mai pensato a valutare realmente la qualità di un Ospedale attraverso la tipologia e la


complessità delle prestazioni che fornisce, il numero di successi ed insuccessi terapeutici,
la soddisfazione dei pazienti, il livello di studio ed aggiornamento dei singoli professionisti
che vi lavorano?

Uno studio pubblicato sul New England Journal of Medecine ha chiaramente dimostrato
che l'errore medico è spesso legato a stanchezza e stress eccessivo. Chi verifica e fa in
modo che i turni di lavoro dei medici siano rispettati e che le ferie ed i turni di riposo
vengano goduti sempre regolarmente?

In Inghilterra il paziente ha il diritto di conoscere la storia professionale del medico al quale


si affida ed in Italia cosa sappiamo del medico o dell'equipe che gestirà il nostro ricovero,
la nostra salute? Qualcuno ancora oggi sostiene che la salute è il bene più caro, allora non
sarebbe giusto sapere quante controversie giudiziarie per imperizia, imprudenza, difetti
organizzativi e strutturali orbitano intorno al nosocomio al quale ci stiamo affidando?

Mio nonno Giuseppe era molto concreto, faceva il muratore ed aveva vissuto per sua
sfortuna ben due guerre mondiali; ricordo quando diceva "le nozze non si fanno con i fichi
secchi".
Come si può fare una buona sanità senza investire molto denaro in strutture e risorse
umane? Come si può contenere la spesa sanitaria in un paese che invecchia?

Certo è vero, gli sprechi ci sono e sono tanti: ospedali che sopravvivono solo per logiche
politiche di campanile o per alchimie difficilmente comprensibili ad un tecnico, ospedali
costruiti e mai funzionanti....ma di chi è la colpa? E' forse dei medici?

Conosco medici per i quali l'orario di lavoro è un'utopia, medici abituati a fare due o tre
cose contemporaneamente, medici che hanno rinunciato alla propria vita privata, medici
con la necessità di parlare in cinese, tunisino, russo o pakistano senza interpreti
disponibili, medici assediati da carte e moduli di ogni tipo. Ho conosciuto e conosco tanti
pazienti che meriterebbero un sistema sanitario migliore.

Ecco allora la tristezza per le vittime (pazienti e medici), la solidarietà per quanti soffrono e
la rabbia nel non vedere ancora una soluzione a tutto questo.