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Estratto da: Alessandra Pigliaru Il sangue privato.

. Vendetta e onore in Scipione Maffei, Pietro Verri e Cesare Beccaria, Il Prato (collana i Cento Talleri), Padova 2012 - ISBN: 8863361754 dalla quarta di copertina Le idee di vendetta e onore ricoprono un ruolo centrale nella scena del pensiero occidentale, condizionate come sono da una doppia e complicata narrazione: la storia delle passioni e quella delle leggi. allaltezza del Settecento italiano tuttavia che il rilievo delle due idee corrisponde alla chiusura di un modello culturale segnato dal regime del sangue e dalla consuguente apertura alla modernit. Attraverso la decostruzione erudita di Scipione Maffei, scopriamo che il senso dellonore cavalleresco non avvinto allonest e che la vendetta contraria alla ragione e alla legge. Sempre nel solco delleredit filosofica degli antichi, la ricomposizione morale rappresentata dalle riflessioni di Pietro Verri e di Cesare Beccaria si oppone alla contraddizione della tortura e della pena di morte legittimate questa volta non dalla riparazione dei singoli ma da uno Stato desideroso di violenza pubblica. Le idee di vendetta e onore finiscono di assediare il tessuto morale delluomo moderno oppure si trasformano in un rinnovato processo, sul piano delle passioni e del diritto, che dovr essere ulteriormente dipanato? * Dalle prime pagine Brevi note preliminari La vendetta e lonore sono due idee estremamente affini; non per nascita ma per il loro continuo depositarsi nella storia del pensiero e delle rappresentazioni che contraddistingue entrambe come temi prospettive e passioni irrinunciabili per la morale umana. Fin qui si potrebbe obiettare che qualunque idea morale, se opportunamente appaiata, pu essere ascritta ad una relativa e salda mappatura, tuttavia nella storia di vendetta e onore si pu riconoscere un preciso e cogente tessuto narrativo di tipo pratico che non conosce eguali. Vendetta e onore non sono solo idee di estrema suggestione ma assurgono a metafore delle relazioni e assumono esse stesse connotazioni cruciali, simboliche e necessarie, che hanno accompagnato la storia del pensiero fin dai suoi albori. Nella genesi della storia delle passioni, strettamente legata alla storia delle virt, la vendetta in particolare si riscontrata una delle pi vitali, polimorfe e dissimulanti che la storia del pensiero occidentale abbia concepito. Una passione che conchiude una serie di implicazioni notevoli e che da funesta e sconsiderata pratica di sopraffazione si trasforma, nel suo stesso dispiegarsi, in impulso indispensabile al processo passionale. E seppure la storia della vendetta ami confondersi di plurime nascite se ne possono tracciare brevemente i prodromi. NellEtica Nicomachea la parola vendetta si traduce con timora [Thesaurus] (in latino ultio o vindicta). Il termine composto da tim (onore) e orao (guardare) [Frisk]; dunque timora sar non solo un sostantivo designante la vendetta ma anche latteggiamento di chi guarda lonore, di chi ha cura dellonore, principalmente del proprio, e difende loffesa mossagli. Allora la vendetta sar quella di colui che subisce loffesa come oltraggio al proprio onore ed pronto a ripararlo provando piacere e cessando la collera. Vendicarsi non persegue il piacere fine a se stesso ma genera piacere al posto del dolore. Per trovare riparo alloffesa il vendicativo deve mettere al mondo qualcosa che necessariamente prenda il posto del risentimento. Sembra che lo stato collerico non possa essere dissipato da s, ecco la ragione per cui Aristotele ne evidenzia il carattere di scacco. Quella difficolt riconosciuta per coloro che portano seco i tratti della collera e dellira puramente sociale. Allo stesso modo, in silenzio, si medita la vendetta e i suoi effetti si riverberano su chi la subisce. dunque un atteggiamento che nasce da un

eccesso di passione ma che contemporaneamente acquieta lanimosit; c una spinta alla vendetta e parallelamente al suo contrario. La vendetta, prodotta dalla collera nelle persone rancorose, fa digerire la collera stessa. Ci pare dunque che la vendetta abiti luomo nelle proprie viscere, che sia qualcosa di vivo e che provochi una reazione allinterno del processo passionale. Seppure la timora sia stata messa a tema da Aristotele per primo, il vendicarsi esisteva gi nel retroterra culturale greco come pratica e mentalit dellintero mondo omerico; uneredit grave che fa della vendetta un radicamento profondo allinterno della esistenza delluomo greco. LIliade e lOdissea ci accostano a delle sontuose rappresentazioni della vendetta come conseguenza dellira, della menis, tessendo orizzonti impunturati di collera, rivendicazioni, onore perduto e ritrovato e fulgide riconquiste connotate da salde e impareggiabili narrazioni; questo perch lampia valenza semantica che lidea di vendetta porta al proprio interno risente di diverse familiarit e pu essere detta e rappresentata in molti modi. Convocare la vendetta comporta lavvicinamento ad un arcipelago intero e frastagliato di segni, sintomi e idee ad essa affini e implicanti. Anche quando non un guardare allonore, la vendetta risulta essere unidea che ha il suo senso profondo nel rinvio ad altro, in un essere fuori di s, costantemente alla ricerca di un riconoscimento e di una conseguente applicazione. Quasi come se nella sua gestazione vi fosse un carattere fortemente compromettente di relazione. Siamo infatti dinanzi ad una passione di tipo relazionale e sebbene la vendetta, come suggerisce Seneca, possa essere covata e trattenuta nel solo pensiero senza mostrare attivamente il suo volto efferato, risulta fin troppo chiaro come la sua realizzazione determini uno statuto che si fonda sullessere (almeno) due. Il vendicarsi pur sempre un movimento, un rivolgersi allalterit per pretenderne il possesso o lannientamento. nellaffermazione di s, in capo alla vendetta, che si manifesta uno speciale livore in connessione allidea di onore. Cos, come la timora un guardare lonore, ekdikein significa fuori dalla giustizia. Laraldo della giustizia dunque, la nemesi platonica, diviene in Aristotele indignazione. In qualche modo la vendetta aristotelica viene prodotta non solo da un eccesso di passione ma, e soprattutto, da un tentativo di ripristinare lonore, il pi grande dei beni esterni rintracciabile, nel suo senso autentico, nellonest e nella magnanimit. Solo con Cicerone, che esprime la sensibilit romana dellonore, ci accorgiamo come il senso della vendetta sia nascosto; cio a dire che la passione, intesa come trascinante e dolente, non sia contemplata come fondante. La vendetta sempre vicina alla contesa, in particolare alla guerra e alle sue crudelt. In questo senso dunque, Cicerone tratta del senso dellonore inteso come facente parte del territorio morale dellonesto. A questo buon modo di vedere, si riscontrano due sensi di onore, uno di carattere esterno e laltro di carattere interno; honos e honestum comportandosi reciprocamente avranno una particolare valenza. In primis, la relazione di honos e honestum sar di vitale interesse per quanto concerne lonore inteso come riconoscimento sociale; tuttavia chi degno di onore primariamente onesto e chi onesto necessariamente degno di onore. Da qui la tradizione romana porta un enorme contributo, attraverso Cicerone per primo, al modo di intendere il concetto di onore e a mostrare il mutamento del comprendere. Seneca, nel De Ira, raccoglie nelle sue pagine una delle pi alte e meticolose descrizioni che sono state date nellantichit del processo di iracondia, in correlazione alla vendetta. Dalla timora si passa con Seneca allultio, a quella piaga che, come lulcera, non si cicatrizza mai. Chi si vendica in nome dellira, come di una esiziale passione, non pratica la vendetta come qualcosa di calcolato, tuttaltro. Chi segue lultio vive con ardore e si lascia possedere dalla sete di lavare loffesa ricevuta. qui che Seneca esprime un pi duro monito rispetto a tutti i suoi predecessori: Quanto meglio guarire lingiuria che vendicarla! La vendetta assorbe molto tempo e si espone a molte ingiurie, mentre ne lamenta una sola. La nostra ira dura pi della nostra ferita. [De ira, III, 27, 1]. La vendetta dunque non sar solo corrispettivo di ekdikein ma acquister un rinnovato significato partendo esattamente dalla timora aristotelica e passando per lultio senecana. Un concetto di vendetta estremamente legato alla passione che lo agita e lo rinvigorisce. E mentre per Aristotele la vendetta aveva una valenza di farmaco contro lindigestione della collera, figurando gli esiti del processo morale e fisiologico insieme, per Seneca lultio qualcosa che resta aperta, febbricitante perch inerisce allo scelus. La rappresentazione che Seneca porta di quello stato ulceroso, oltre ad affondare le radici

nellorizzonte dei tragediografi greci, racconta di come le passioni di onore e vendetta connotino uno stare al mondo che, mutando, compone la cifra dellagire umano. Non appariranno strane dunque le numerose riscritture teatrali delle opere Senecane in capo al Seicento, soprattutto francese. Ma il corredo passionale e morale agli albori della modernit era gi fin troppo contaminato, non solo in Francia ma anche e soprattutto in Italia. Se infatti vendetta e onore convergono e si separano allaltezza delle passioni da un verso e delle leggi per laltro, non si potr tacere del doloroso nodo storico-filosofico che ne ha provocato il cortocircuito. La vendetta come un guardare allonore diventa la pratica funesta del duello che sparse sangue per due secoli interi. Esattamente attraverso questo nodo, nel suo svolgimento e soprattutto nella sua risoluzione, assistiamo alla metamorfosi di unintera mentalit. Onore e vendetta diventano lo specchio entro cui i gentiluomini dapprima osservano se stessi e giudicano il circostante. Lonore degli antichi, quello legato a doppio filo alla virt dellonest e della moderazione, diviene lungo il Cinquecento e il Seicento un recipiente vuoto entro cui far suonare i valori ipocriti della cavalleria e delle buone maniere. In tal senso, la vendetta e la pratica del duello divengono due categorie importanti di indagine storico-filosofica. Concentrandosi principalmente intorno alla prima modernit italiana, ci si addentra nella descrizione del retroterra culturale sul quale poggia lopera di Scipione Maffei. Nella metamorfosi di onore e vendetta, il veronese rappresenta il culmine di unerudizione che, trasformatasi in grimaldello, scardina il senso vuoto e vacuo di onore e vendetta per fare ritorno agli Antichi. Il Settecento italiano rappresenta in questo modo il vigore e la ripresa delle tesi classiche in capo allonore e alla vendetta per rendercele in tutto il loro inaudito e rinnovato valore dialettico. Cos, la dura critica maffeiana che viene mossa al concetto di onore intrinsecamente legata alla vendetta intesa come pratica ferina e barbara assunta dai cavalieri in maniera del tutto anarchica e contraria alla legge. Se Maffei traccia un quadro storico-critico di ci che dal Cinquecento era stato dato per assodato intorno al concetto di onore e vendetta, pur vero che la sua voce si aggiunge ad un processo filosofico e morale gi in atto in Italia. Un processo che riguarda tutti i campi del sapere e che in Maffei rischiarato dalla luce dellerudizione. Nel solco del vivace e originale dibattito attorno a vendetta e onore, la metamorfosi culturale e sociale conosce il suo pieno svolgimento lungo lintero Settecento italiano. La decostruzione delle tesi fallaci ascrivibile alle pratiche barbare puntella infatti un ritorno agli Antichi come la consapevole possibilit di riconoscersi mutati e, al contempo, carichi di uneredit primaria. Alla liberazione dal senso fasullo di onore e vendetta rispondono, in tutta la detonante potenza, gli illuministi lombardi Pietro Verri e Cesare Beccaria. Accade che le stesse idee di onore e vendetta, citate copiosamente da Verri e dallo stesso Beccaria, diventino altro, ovvero la spinta, sul piano delle passioni e del diritto, attraverso cui leggere lintero tessuto sociale sapendosi convertire in nuove declinazioni. Dei delitti e delle pene del Beccaria e Osservazioni sulla tortura del Verri si pongono come cesura forte e decisa rispetto ai precedenti modi dintendere lo stare al mondo. Allaltezza di timora e tim non si assiste dunque ad un assorbimento acritico della morale degli Antichi; ci si rende conto piuttosto della assoluta novit circa gli esiti dellonore e della vendetta. Questultima in particolare diviene, nei propositi dellIlluminismo lombardo, lo specchio della societ settecentesca, contraddittoria, cangiante e polimorfa. Cos, la vendetta intesa come passione che guarda allonore mostra prepotentemente la metamorfosi di uno Stato che si arroga il diritto di infliggere morte e tortura ai danni dei propri cittadini. E proprio nei pressi della tortura e della morte come pena, intese entrambe come desiderio legalizzato di vendicarsi, interviene una distinzione interessante tra timora e klasis che, al suo interno, porta kolzo, ovvero mutilo, recido ma anche modero e infliggo (una pena). Nettamente dunque klasis interviene per specificare come la punizione non sia un semplice castigo ma una correzione della persona o della cosa che desideriamo punire. Timora invece procura soddisfazione, inteso come piacere e senso di saziet. Cio a dire che n la vendetta n la punizione sono da considerarsi riconducibili solo a se stesse ma si collocano, anche qui in capo alla tortura e alla morte come pena, in un processo di tipo relazionale. Mentre la punizione si manifesta solo rispetto a colui che la subisce, la vendetta si placa nel momento in cui si decide di metterla in atto, nel momento in cui cio si stabilisce di essere sazi. Cos da impulso ed eccesso di passione la

vendetta di Stato nel tardo Settecento italiano diventa dispositivo esatto e arido di una societ che, esaurite le proprie giustificazioni, viene messa in discussione dalla ricomposizione morale e politica della ragione gi illuminata, dettato che Maffei, Verri e Beccaria hanno saputo riconsegnarci in tutta lefficacia filosofica di cui sono stati capaci.