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LA CRITICA

Belli, Manzoni e il sentimento religioso


di Sabino Caronia

Scrive Pietro Paolo Trompeo in Perpetua a Roma: Il Belli mirava al sodo e per lui il sodo era la superiore eticit del Manzoni che fa tuttuno con larte del narratore e dello scrittore 1. Come noto Belli conobbe il romanzo di Manzoni durante il suo primo viaggio a Milano nellestate del 1827, o poco poi, mentre della primavera-estate dellanno seguente dovrebbe essere lindice che se ne legge nel primo volume dello Zibaldone. Appunto del 1827 lesemplare dei Promessi sposi di sua propriet che reca le sue postille autografe 2. Sulla guardia del terzo volume di quellesemplare del romanzo manzoniano Belli annotava: Cavata da tutte le sue parti una sostanza, e, da questa, una idea, io dico a proporzione: questo il primo libro del mondo 3 e su tutti e tre i frontespizi un emistichio di Dante: E quel conoscitor... (Inferno, V, 9) che, come scrive giustamente Eurialo De Michelis 4, vuole essere tributo di ammirazione al Manzoni come indagatore e giudice dei vizi dellanimo umano le peccata . Sempre invero per Belli lattenzione a Dante lattenzione allimmagine del poeta come cantor rectitudinis, un interesse testimoniato da quanto si legge in nota al sonetto Laribbartato e dalle cosiddette Annotazioncelle alla Commedia. E qui lemistichio dantesco sembra voler pi precisamente definire la natura dellammirazione di Belli per Manzoni riconosciuto come conoscitor, dove il vocabolo tecnico usato per indicare il giudice, dal latino cognitor, non pu non avere lo stesso significato che ha nel contesto generale del quinto canto del

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poema dantesco dove appunto riferito a Minosse nella sua qualit di giudice. A quella lode, sempre secondo la giusta indicazione di Eurialo De Michelis, si deve riportare anche la postilla di poche parole illeggibili (ma che potrebbero essere le stesse dellindice dello Zibaldone, ossia supplizi, barbarie, incivilt) in margine alla lista dei processi agli untori nellultimo capoverso del capitolo XXXII (quel passo su cui indugia anche lindice dello Zibaldone appunto con la voce supplizi, barbarie, incivilt). Lossessione belliana del peccato originale trova significativo riscontro nel capolavoro manzoniano, in quella nozione del male dorigine che tutto investe per cui I promessi sposi si possono considerare un apologo non gi della Provvidenza, [...] ma del peccato originale 5. Si pensi al commento metanarrativo alla fine del capitolo XXXI, che chiama in giudizio noi uomini in generale, o meglio come era detto nel Fermo e Lucia tutti noi figli dAdamo, con una formula per indicare la comune condizione umana che si ritrova nel sonetto belliano La carit (son. 1360) e fa riferimento a una stessa visione angosciosa: Tutti lommini s fijji dAdamo. In Belli come in Manzoni lo stesso riferimento al pessimismo teologico agostiniano, la stessa idea dellimmanente peccato, quellidea del peccato originale che sentito come proprio individuale peccato. In Lo sbajo massiccio (son. 1433), come mette giustamente in evidenza Gibellini, leguaglianza nel male: nel sentimento enorme dellumana caduta, che d a questi versi i riverberi giansenistici del primo Manzoni. E in nota al sonetto Chi fa arisceve (son. 1825-1826), uno degli ultimi in ordine di tempo tra i sonetti raggruppabili in una ideale Bibbia del Belli, il grande poeta romanesco poteva commentare sarcasticamente: Questo passo bellissimo del libro I, canto XV dei Re, siccome prova dellimperscrutabile giustizia di Dio, fa eccellente riscontro alla solidariet di Adamo con tutti i suoi discendenti. Appunto in conseguenza dellidea dellimmanente peccato sembra nascere il sentimento del giudizio. Nel sonetto Er Zignore e Caino (son. 1146) quel motivo popolare di Caino nella luna (non vha buona madre che non mostri ai figlioli la luna piena dicendo loro: vedi figlio quella faccia?

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Caino che piange) che poi ritorna in La faccia della luna dove ripresa significativamente la credenza per cui la faccia di Caino destinata a rimanere esposta fino al giorno del giudizio universale per ricordare alluomo la colpa del peccato originale. Giustamente a proposito di quel sonetto Roberto Vighi ha osservato che lavvio narrato come un interrogatorio giudiziario seguito da sentenza. Vengono alla mente le parole di Salvatore Satta nella presentazione del suo Diritto processuale civile:
Il libro stato scritto tra il principio del 1946 e la fine del 1947. Segno queste date non perch pensi che possano interessare la storia, ma soltanto perch esse comprendono uno dei pi dolorosi periodi della nostra vita nazionale, conseguente alla guerra devastatrice ed alla sconfitta. In periodi come questi si rivela a ciascuno la terribile responsabilit della propria esistenza: come se un Dio nascosto lo perseguiti con la domanda del Signore a Caino, o se si vuole del padrone ai servitori, nella parabola dei talenti. sotto la spinta di questo Dio, nel timore del suo giudizio, che io ho scritto questo libro 6.

Vien fatto in conseguenza di richiamare Il giorno del giudizio, quel romanzo, per dirla con Giacinto Spagnoletti, segnato dalla grazia e dalla malinconia di dover proiettare su tutto unantica cristiana rassegnazione alla verit 7. Leggiamo:
Come in una di quelle assurde processioni del paradiso dantesco sfilano in teorie interminabili, ma senza cori e candelabri, gli uomini della mia gente. Tutti si rivolgono a me, tutti vogliono deporre nelle mie mani il fardello della loro vita, la storia senza storia del loro essere stati. Parole di preghiera o dira sibilano col vento tra i cespugli di timo. Una corona di ferro dondola su una croce disfatta. E forse mentre penso la loro vita, perch scrivo la loro vita, mi sentono come un ridicolo dio, che li ha chiamati a raccolta nel giorno del giudizio, per liberarli in eterno della loro memoria 8.

In un passo significativo dello Zibaldone Belli scriveva: Il fatto impossibile fino a Dio renderlo non fatto [...]. Sentenza di Agatone celebre poeta discepolo di Platone [...]. Iddio non pu rendere come era una vergine che perdette la verginit [...] 9.

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E gi altre volte, sottolineando in Il giorno del giudizio lidea che quel che deve avvenire avviene senza che Dio ci possa far nulla (pp. 256 e 264), la consapevolezza che la pace dei morti non esiste, che i morti sono sciolti da tutti i problemi, meno che da uno solo, quello di essere stati vivi (p. 102), perch non si pu annullare il proprio essere nati (p. 158), abbiamo avuto occasione di ricordare nelle ultime pagine del romanzo i pensieri di donna Vincenza nellimminenza della fine: [...] e tutto sarebbe come se non fosse mai nata [...]. Sarebbe bello se fosse stato cos: ma un oscuro sentimento lavvertiva che non sarebbe stato tanto semplice. Dopo la sua morte sarebbero rimasti i suoi dolori, la sua vita di dolore che nessun Dio pu fare che non sia stata. Per questo la Chiesa continua a dire da secoli requiescant in pace, parole senza senso se i morti sono morti (p. 277). Si tengano a questo punto presenti anche le considerazioni di Satta in Spirito religioso dei sardi intorno a quellidea dellimmanente peccato che ha manifestazioni che si possono considerare positive come il senso augusto del giudizio, il concepire la vita stessa come giudizio, il non lasciar alcun margine alla libert e allindifferenza dellazione 10. Per Gonaria come per gli altri personaggi del Giorno del giudizio, su cui pure guarda dallalto del monte Ortobene la grande statua del Redentore, non esiste la resurrezione, ma tuttavia essi possono ripetere quel versetto del Vangelo di Giovanni (V, 28) che Satta richiama nella sua commemorazione di Capograssi, sottolineando come quel versetto fosse citato dal grande giurista a proposito del rapporto tra la volont del giudice e quella della legge: Voi sarete giudicati non da Dio ma da Cristo perch egli uomo, quia filius hominis est 11. A questo proposito vien fatto di ricordare il sonetto belliano La bona nova (son. 1253), che , come noto, la naturale continuazione del sonetto precedente, Er bucio de la chiave (Linferno uninvenzion de preti e frati) ed ha come argomento quel tema del timore del giudizio universale in paragone con il tema dellonore del mondo come moventi delle azioni umane, secondo le indicazioni di Vigolo che richiama in proposito Juan de Valds: Dunque nun ce ppi inferno! Alegramente. / Ecco er tempo oramai de fasse ricchi. / Dunque er dell un inzoggno de la ggente, / E nnun resta cher boia che cc impicchi. // Sgabbellato linferno, ar rimanente / Se saper ttrov chi jje la ficchi. / Lli giu-

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disci nun z Ddio nipotente, / E cqui abbasta a spart bbene li spicchi. // La lgge, vvero, una gran bestia porca; / Ma linferno era peggio de la legge, / E ffasceva ggel ppi dde la forca // Lonor der monno? E cche ccos stonore? / Foco de pajja, vento de scorregge. / Er tutto nnun trem cquanno se more. Ha scritto Silvio DAmico:
Eppure, eppure si guardi bene in fondo: neanche questo pessimismo a oltranza. Per il poeta c nel Romano anche plebeo un senso segreto, ma imperioso e innato: quello della Giustizia. il senso che gli rende impossibile la rassegnazione passiva alliniquit: che permane e resiste, pur sotto la maschera virile del suo creduto scetticismo. E ci sono, nelle storture della superstizione in cui la sua ignoranza ha stravolto il Vangelo, residui e fermenti di unaspirazione allEterno. Duna tale aspirazione il popolano del Belli non sa, non pu darsi figure diverse da ci che, alla sua fantasia, suggeriscono le grandi chiese barocche tra le quali nato e vive. Ma anche la sua una sorta di aspettazione messianica; anche lui, soprattutto lui, invoca ladempimento della promessa essenziale contenuta nel Testamento nuovo, quella del Giudizio riparatore 12.

E in un breve e penetrante saggio su Belli e Gogol Leonardo Sciascia, a proposito dellimpressione che dovette esercitare su Gogol la lettura dei Sonetti belliani, conclude:
Quella rappresentazione cos corale e drammatica, cos implacabilmente squarciata, quello spaccato di vita investito da una greve luce dapocalisse, sospeso come dentro locchio spietato di un giudice, dovette essere irresistibile per lautore del Revisore. Se un revisore Gogol ha immaginato non quello finto e fisico, ma quello vero e metafisico, quello che la guardia comunale annuncia nellultima battuta della commedia e che trover inermi e beffati i protagonisti , eccolo quel revisore nel salotto della Wolkonski, con la faccia amara tinta ditterizia sulla quale invano avresti aspettato un sorriso. Cos lo videro, rispettivamente, lo Gnoli e il Della Spina: e certo anche il grande scrittore russo 13.

Il sentimento del giudizio, come sottolinea anche De Michelis, si collega sempre in Belli ad un anelito di Assoluto 14. In lui come in Manzoni contro il pericolo del relativismo etico si pone lesigenza di affermare che la verit assoluta e non relativa, contro quello che invece un autentico schiaffo alla di-

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gnit delluomo e alla bont di Dio che ha creato luomo capace di certezze 15. Giustamente stato sottolineato il carattere antifrastico dei sonetti belliani soprattutto in materia di religione. E in proposito Giuseppe Paolo Samon, riprendendo la distinzione di Giuseppe Tomasi di Lampedusa ricordata da Francesco Orlando, pu parlare di un Belli magro per cui, soprattutto in materia di religione, il non detto conta pi del detto 16. In questa luce si possono intendere meglio le due postille pi propriamente religiose apposte dal Belli al romanzo manzoniano che non a caso sono relative ai capitoli XXII e XXIII, dove presentata la figura del cardinale Federigo Borromeo. Su Federigo Borromeo indugia anche lindice dello Zibaldone belliano. Si pensi alla sua scelta programmatica che risulta dalla lettura del capitolo XXII: Bad, dico, a quelle parole, a quelle massime, le prese sul serio, le gust, le trov vere; vide che non potevan dunque esser vere altre parole e altre massime opposte che pure si trasmettono di generazione in generazione, con la stessa sicurezza, e talora dalle stesse labbra; e propose di prendere per norma dellazioni e de pensieri quelle che erano il vero 17; La vita il paragone delle parole 18. Si pensi anche, per, alla conclusione del suddetto capitolo, con la significativa considerazione manzoniana Non dobbiamo per dissimulare che tenne con ferma persuasione, e sostenne in pratica, con lunga costanza, opinioni, che al giorno doggi parrebbero a ognuno piuttosto strane che mal fondate; dico anche a coloro che avrebbero una gran voglia di trovarle giuste. Chi lo volesse difendere in questo, ci sarebbe quella scusa cos corrente e ricevuta, cherano errori del suo tempo, piuttosto che suoi: scusa che, per certe cose, e quando risulti dallesame particolare de fatti, pu aver qualche valore, o anche molto; ma che applicata cos nuda e alla cieca, come si fa dordinario, non significa proprio nulla. E perci, non volendo risolvere con formule semplici questioni complicate, n allungar troppo un episodio, tralasceremo anche desporle; bastandoci davere accennato cos alla sfuggita che, dun uomo cos ammirabile in complesso, noi non pretendiamo che ogni cosa lo fosse ugualmente; perch non paia che abbiam voluto scrivere unorazion funebre in linea con quanto si legge nel capitolo VII delle Osservazioni sulla morale cattolica e nellintroduzione alla Storia della colonna infame. Si veda a questo punto quanto Belli mette in

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evidenza nello Zibaldone con riguardo ai capitoli XXXI e XXXII rispettivamente alla voce strega, medicina, fanatismo, pregiudizio del popolo, bruciamento relativa al benestare dato da Federigo Borromeo a che si processassero, torturassero e bruciassero vive ben sette persone sospette di stregoneria tra cui la domestica Caterina Medici di Brono condannate con il parere del collegio medico di cui faceva parte anche il protofisico Ludovico Settala vicenda per cui Manzoni richiama la Storia di Milano di Pietro Verri e che sar argomento anche delloperetta di Leonardo Sciascia La strega e il capitano, dove sono evidenziati proprio i passi manzoniani richiamati da Belli nello Zibaldone alle voci strega, medicina, pregiudizi del popolo, bruciamento e parlano di veleni, malie, unti, polveri e alle voci processione di penitenza dove si parla dellautorizzazione data dal cardinale Federigo, cedendo alla pressione generale non senza il sospetto di una debolezza della volont, alla processione con le reliquie di San Carlo e peste in genere dove richiamata quella operetta del cardinale Federigo intitolata Della pestilenza che fece grande strage a Milano nellanno 1630 dove egli mostra sotto linfluenza della pubblica opinione di aver condiviso in parte la credenza nelle unzioni. La prima delle due postille riguarda la considerazione manzoniana sul non ci esser giusta superiorit duomo sopra gli uomini, se non in loro servizio a conferma della quale il Belli pu scrivere E cos il P. [Papa], padrone di tutti, il S.S.D. [Servus Servorum Domini]. Non si pu fare a meno di richiamare il sonetto Labbrevi der Papa (son. 1404), segnalato da Vighi: sce se dichiara nostro servitore / ma servitore a chiacchiere, sintenne. Ma si deve ricordare anche Er zucchetto der Decn de Rota (son. 1506) 19. La seconda riguarda il passo dove le lacrime ardenti dellInnominato cadono sulla porpora incontaminata di Federigo e il Belli postilla con tre esclamativi: Porpora incontaminata!!!. Non si pu fare a meno di richiamare i versi noti del sonetto La porpora (son. 761): Ched er colore che sse vede addosso / A ste settanta sscimmie de sovrani? / S, lladdimanno a vvoi: ched cquer rosso? / Sangue de Cristo? No: dde li cristiani. Ma si deve citare almeno anche Er bordello scuperto (son. 1384), dove non a caso Belli in nota sente lesigenza di indicare il nome del cardinale protagonista dellincidente descritto, Domenico De Simone.

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Viene naturale pensare alle pagine iniziali di Todo modo, dove il protagonista, un pittore miscredente, capita per caso nellalbergo di un sacerdote imprenditore in cui un gruppo di notabili democristiani si d ogni anno appuntamento per gli esercizi spirituali e, assistendo allarrivo delle prime quattro auto da cui scendono quattro prelati, osserva: Quando furono insieme, mi accorsi che uno dei tre aveva lo zucchetto rosso invece che viola. Un cardinale: e lo distinsi, con scarso rispetto, debbo ammetterlo, per il ricordo di un verso del Belli, se lev er nero e ce se messe er rosso: di quando una pattuglia di gendarmi fa irruzione in un postribolo, e il brigadiere che la comanda si vede venire incontro, serio serio, un prete che solennemente, togliendosi lo zucchetto nero e mettendosi quello rosso, si metamorfosa in cardinale: con grande confusione del brigadiere 20. Come non ricordare le parole di Leonardo Sciascia in quella Introduzione a La colonna infame che significativamente intitolata, da una citazione manzoniana, Quel che sembrato vero e importante alla coscienza: [...] Il moralismo appunto in Manzoni molto pi prepotente delle sue credenze religiose [...]? E come non ricordare anche quanto Sciascia scrive subito prima a proposito di Verri e Manzoni: Pi vicini che allilluminista ci sentiamo oggi al cattolico [...]. La giustezza della visione manzoniana possiamo verificarla stabilendo una analogia tra i campi di sterminio nazisti e i processi contro gli untori, i supplizi, la morte [...]. Il passato che non c pi listituto della tortura abolito, il fascismo come passeggera febbre di vaccinazione sappartiene a uno storicismo di profonda malafede se non di profonda stupidit. La tortura c ancora. E il fascismo c sempre? 21 la necessit manzoniana di non arrendersi alla fatalit del male, ma di darsene una ragione col riportare linterrogazione dalla Provvidenza (il tragico dilemma di negare la Provvidenza o accusarla, come don Abbondio che si sentiva in credito con la Provvidenza perch non ci si era messo da s in quella situazione) alluomo, dalla oggettiva responsabilit della storia alla personale responsabilit dei giudici (la coscienza della possibilit delle scelte che in qualsiasi condizione storica luomo ha la facolt di compiere). Si pensi in proposito a quanto scrive Mario Pomilio in Lettera a un amico:

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Quel che pi mi fa paura, a dirtela altrimenti, dello storicismo, la conseguenza della relativit dei valori etici: un atto morale o giustificabile in questa fase storica, il suo valore etico si dissolve, superato in questaltra fase. l giochetto cui ci fanno assistere i poststoricisti odierni, che dietro le corazzature fenomenologiche vanno predicando lastensione, momentanea o no, dal giudizio: qualcosa che in fondo ne fa soltanto dei feticisti della storia, i nuovi fans dellatto puro. chiaro che, data questa mia posizione, io finisco per incontrare la condizione religiosa, o la tematica religiosa, in un ambito particolare, simile, ritengo, a quello dei secentisti francesi, che mi sono del resto molto cari. Potrei forse definire il mio un cristianesimo etico pi che metafisico, e diverso quindi dal tuo. Pi che il senso dellessere, vi sovrasta il senso del fare, e pi che una tentazione mistica, unesigenza di razionalit. Ma comunque dal sentimento, o dal bisogno, dassoluti morali che operino nella storia o facciano da poli dorientamento in essa che nasce la stessa mia mitologia letteraria 22.

Si pensi soprattutto a quanto scrive Leonardo Sciascia in appendice a 1912+1 dove, parlando delle ragioni che lo hanno portato a scrivere quelloperetta dopo La strega e il capitano, si chiede quale trait dunion ci sia per lui tra Manzoni e Pirandello e risponde che il trait dunion forse Pascal; un Pascal da Manzoni e da Pirandello diversamente letto e con diversissimi esiti. Le ragioni del cuore che la ragione vuol trascegliere e annettersi, per Manzoni; le stesse ragioni che sfuggono alla ragione e si fondono allo spavento cosmico, per Pirandello 23. E come non ricordare il giudizio di Ferruccio Ulivi quando, parlando di Manzoni, sottolinea il sentimento di aver puntato con la fede su un qualcosa di inalienabile, alla stregua di un pari pascaliano (la differenza semmai che la scommessa si svolge per Pascal su uno sfondo gi metafisico, mentre in Manzoni vale come un impegno etico ed esistenziale su cui elaborare, poi, una metafisica) [...]? 24 Secondo la testimonianza di Domenico Gnoli, largomento del Pascal era di gran peso anche per Belli: Con alcuno dei suoi amici pi cari incominci poi pian piano a muovere discorsi insoliti; che delle cose di l della vita non si pu avere certezza: e perci gli pareva di gran peso largomento del Pascal, che nel dubbio convenga mettersi al sicuro, e operare in modo che, essendo vero quel che la Chiesa cinsegna, si salvi lanima 25.

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Muzio Mazzocchi Alemanni, dopo che a proposito del sonetto Li monni (son. 1379) ha sottolineato lintromissione, fra lo stupito anzi esterrefatto interlocutore e il dotto fra Elia, di Belli in persona, parla di un brivido di pascaliana angoscia 26. Sempre Domenico Gnoli ricorda che al traversare una piazza od altro luogo aperto gli vacillava la testa 27. Il breve cenno non consente di inserire Belli tra gli agorafobi accanto a Manzoni. Si pu tener presente tuttavia quello che, partendo dalle considerazioni che lo stesso Belli fa in Mia vita la lettera autobiografica al dolcissimo amico Filippo Ricci Michel David, facendo riferimento soprattutto al ritratto interiore che Vigolo ha tentato di Belli in cui sono messi in rilievo i traumi infantili, definisce il complesso di Telemaco davanti ai parassiti di sua madre vedova 28 e richiamare la agorafobia da complesso di abbandono che Edoardo Weiss ha indicato in Manzoni collegandola ad un complesso edipico particolarmente profondo e irrisolto 29. Freud ha spiegato il significato dellagorafobia 30. Sulla scia di Freud la moderna psicoanalisi per lagorafobia fa riferimento alla cosiddetta reazione di separazione. Gli psichiatri ritengono che gli adulti che hanno paura degli spazi aperti (agorafobia) e che, di conseguenza, subiscono attacchi di panico, soffrono di una forma acuta di reazione di separazione 31. Ma ritorniamo allargomento specifico del nostro intervento. Il tema del giudice e del giudizio, con la contrapposizione tra drento e fra, messa in evidenza gi da Vigolo 32, significativamente svolto in Er povero ladro (son. 1026):
Nun ce vo mmica tanto, Monziggnore, / De st ll a ssde a ssentenzi la ggente, / E dde d: Cquesto rreo, quest innoscente. / Er punto forte dde vedjje er core. // sa cquanti rei, de drento, hanno ppi onore / Che cchi, de fra, nun ha fatto ggnente? / sa llei che cchi ffa er male e sse ne pente / mmezzangelo e mmezzo peccatore?.

Ora appunto il tema del decoro (del lasci sarva lapparenza, della dissimulazione onesta) toccato in vari sonetti tra cui Er decoro (son. 425: Possibbile che ttu cche ssei romana / Nun abbi da cap sta gran sentenza, / Che ppe vvive in ner monno a la cristiana / Bisoggna lasscia ssarva lapparenza!) ed in proposito stato richiamato il passo dellindice delle Rivoluzioni dItalia di Carlo Denina nel nono volume dello Zibaldone, terminato da Belli il 25

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novembre 1831, lo stesso giorno non a caso del sonetto Er giorno der giudizio, data a partire dalla quale compare nei sonetti il tema del decoro: lobbligo che essi (i cardinali) aveano, e che doveano pur adempiere almeno esternamente e per rispetto del proprio onor mondano e per decoro, voce propria e nata Romana, serviva doccasione, di stimolo e daiuto alle persone religiose e zelanti a promuovere la vera piet cristiana e la fede cattolica. Sul tema del decoro si pu vedere Er decoro de la mediscina (son. 1306) con il motivo dellammazz ppe cconveggnenza scritto il 18-6-1834, e cio lo stesso giorno della lettera a Melchiorre Missirini citata da Marcello Teodonio per Er deposito der conte (son. 1327) e da me per Lomo de monno (son. 1779). Leggiamo:
Le conosco per aria io le perzone, / e nnu le porto in groppa, nu le porto. / Scusateme, er discorzo ccorto corto: / chi ffa er birbo, io [lo] tengo pe un briccone. // Nun zo, ppenzer mmale, aver ttorto, / forzi me sbajjero, sar un cojjone, / ma mme la stiggnerebbe vive mmorto / che llomo ffijjo de le propie azzione. // Io ve parlo da povero iggnorante, / perch ccredo car monno lazzionacce / siino sempre linnizzio der birbante. // Nun ce bbisogno desse ito a scola / pe dd cche ssi oggni cosa ti ddu facce / lomo de garbo nha dav una sola.

Nella lettera, che costituisce una sorta di cartone preparatorio e si pu considerare un ideale commento del sonetto, Belli scrive:
Sulle parole di sconforto, con le quali pure mi avete alcun poco amareggiata la piacevole vista de vostri caratteri, io non so che dirvi, al buio qual sono del tenore delle disgrazie onde vi dite travagliato. Queste, gi mai non mancano alla vita, e meno a quella de buoni e degli innamorati degli uomini e del loro bene. Di qualunque natura poi elle si siano, molto disagevole riesce consolare un sapiente, il quale, a malgrado della sua cognizione del mondo e della trista parte che vi tocca alla virt, ti dice pure: io sono infelice. Ogni genere di conforto tratto dagli aiuti della filosofia egli gi lo conosce, e inutile troppo gli verrebbe da altri quando nol trov efficace nella stessa propria sapienza. Vergognandomi io pertanto di assumere gli uffici di consolatore con uomo tanto a me superiore per animo e senno, vi far ripetere due parolette da Seneca, del quale niun saggio che viva sdegnerebbe considerarsi discepolo: Res humanas ordine nullo / fortuna regit: spargitque manu / munera caeca, peiora fovens. Io per mai non soglio meravigliarmi de fausti

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successi del malvagio, sommati in confronto de buoni successi del virtuoso, e sempre su ci vado ripetendo a miei amici che delle due strade aperte agli umani desideri per giungere al loro scopo, linonesto pu batterle entrambe, mentre non avendo scrupolo di mettersi su quella del torto, gli pur sempre libero landare su quella del dritto: laddove allonestuomo non essendo scelta da fare, non pu egli giungere al bene che per un solo cammino. Pare quindi assai naturale in questo, come in tutto il resto delle umane cose, che pi sono i mezzi pi facile il fine.

A questo punto, sconfortato di fronte al panorama dei radicali pregiudizii del consorzio umano, continua:
Il mondo vi pare filosofo? Appena nelle societ pi civili io conterei un centesimo di uomini civilizzati. Altra la politezza, altra la filosofia: quella investe la superficie e la fa bella: questa penetra la massa e la rende buona. E il Mondo sinora non a rigore che bello.

Tra le notazioni relative a don Ferrante, cio ai capitoli XXVII e XXXVII, in Zibaldone I, 918 (autori disusati e qui nominati in via di ridicolo) e I, 920 (definizione della peste curiosa, argomentare ridicolo) non a caso da segnalare quella che riguarda la valutazione di Botero (galantuomo s... ma acuto) con quel vedere quasi inconciliabili le due qualit di galantuomo e di acuto che di una comicit satirica irresistibile alla Gogol o meglio alla Belli scrittore di sonetti come appunto Lomo de monno 33.
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NOTE P. Trompeo, Perpetua a Roma, in Orazio, giugno-settembre 1952, pp. 42-45. copie fotografiche rimaste delle pagine annotate da Belli sullesemplare da lui posseduto e purtroppo oggi perduto de I Promessi Sposi. Storia milanese del secolo XVII scoperta e rifatta da Alessandro Manzoni, tomi 3, Torino per Giuseppe Pomba 1827, sono conservate presso la Biblioteca Nazionale Centrale di Roma. Si tratta di undici copie fotografiche degli originali e pi precisamente dei frontespizi dei tre tomi, della guardia del terzo volume, delle pagine 195 e 202 del capitolo XXII e 245 del capitolo XXIII nel tomo secondo e delle pagine 5 del capitolo XXV, 73 e 75 del XXVIII e 166 del XXXII nel tomo terzo. 3 Per il giudizio di Belli su Manzoni si veda anche il sonetto italiano scritto il 30 gennaio 1930, il giorno dopo La caramagnla dArgentina (son. 1938), dove a proposito
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del dramma manzoniano Belli parla di pagine eterne; ma, per il Manzoni lirico, si veda la definizione di odro di Lombardia in una lettera del 12 settembre 1839 a Luigi Mazio a proposito dellautore del Cinque maggio. 4 E. De Michelis, Il Belli e il Manzoni, in Studi belliani, Colombo, Roma 1965. 5 F. Ulivi, Pensiero e sentimento religioso in Manzoni, in Manzoni, Storia e Provvidenza, Bonacci, Roma 1974, p. 231. 6 S. Satta, Diritto processuale civile, Cedam, Padova 1973, pp. XV-XVI. 7 G. Spagnoletti, La lettura in Italia. Saggi e ritratti, Spirali Edizioni, Milano 1984, p. 157. 8 S. Satta, Il giorno del giudizio, Adelphi, Milano 1979, p. 103. 9 G.G. Belli, Zibaldone, I, 725. Per i versi di Agatone si veda Aristotele, Ethica Nichomachea, VI, 1139 b, richiamato anche da Dante, De Monarchia, III, 6. 10 S. Satta, Spirito religioso dei sardi, in Soliloqui e colloqui di un giurista, Cedam, Padova 1968, pp. 537-540. 11 S. Satta, Il giurista Capograssi, ibid., pp. 427-428. Si veda la citazione di Soliloqui e colloqui di un giurista posta da Leonardo Sciascia come epigrafe di Porte aperte: La realt che chi uccide non il legislatore ma il giudice, non il provvedimento legislativo ma il provvedimento giurisdizionale. Onde il processo si pone con una sua totale autonomia di fronte alla legge e al comando, unautonomia nella quale e per la quale il comando, come atto arbitrario dimperio, si dissolve, e imponendosi tanto al comandato quanto a colui che ha formulato il comando trova, al di fuori di ogni contenuto rivoluzionario, il suo momento eterno. 12 S. DAmico, Bocca della verit, Brescia 1943, p. 60. 13 L. Sciascia, Belli e Gogol, in Orazio, giugno-settembre 1952, pp. 58-59. 14 E. De Michelis, Il Belli e il Manzoni, cit. 15 A. Luciani, Illustrissimi, Edizioni Messaggero, Padova 1976, pp. 163, 291-292. 16 G.P. Samon, G.G. Belli, La commedia romana e la commedia celeste, La Nuova Italia, Firenze 1969, pp. 45-46; F. Orlando, Ricordo di Lampedusa, Scheiwiller, Milano 1963, pp. 50-51. 17 Si veda in proposito F. Ulivi, Manzoni e la psicanalisi, in Manzoni, Storia e Provvidenza, cit., p. 241. 18 E. De Michelis, Il Belli e il Manzoni, cit., p. 572. 19 Ibid., pp. 559 e 572; A. Luciani, Illustrissimi, cit., pp. 213-214. Papa Luciani, il conterraneo di papa Gregorio, che pu ripetere le parole messe in bocca da Manzoni al cardinale Federigo non c giusta superiorit duomo sopra altri uomini se non in loro servizio, come il cardinale Federigo si pone di fronte al papato nel suo non aver mai aspirato a quel posto cos desiderabile allambizione, e cos terribile alla piet. 20 L. Sciascia, Todo modo, Einaudi, Torino 1991, pp. 20-21. 21 A. Manzoni, La colonna infame, Cappelli, Bologna 1973, pp. 11-22. 22 M. Pomilio, Lettera a un amico, in Scritti cattolici, Rusconi, Milano 1979, p. 24; vedi C. Di Biase, Letteratura religiosa del Novecento, Edizioni Scientifiche Italiane, Napoli 1995, pp. 120-122. 23 L. Sciascia, 1912+1, in Opere 1984-1989, Bompiani, Milano 1991, p. 319. 24 F. Ulivi, Manzoni e la letteratura religiosa del Seicento francese, in Manzoni, Storia e Provvidenza, cit., p. 200. 25 D. Gnoli, Il poeta romanesco G. G. Belli e i suoi scritti inediti, in Nuova Antologia, 1878, II, p. 496. 26 M. Mazzocchi Alemanni, Livelli linguistici e culturali, in AA.VV., Letture belliane. I sonetti del 1834, Bulzoni, Roma 1984. 27 D. Gnoli, Il poeta romanesco G.G. Belli e i suoi scritti inediti, cit., p. 491. 28 M. David, Letteratura e psicoanalisi, Mursia, Milano 1976, pp. 145-148. 29 E. Weiss, The case of Alessandro Manzoni, in Agoraphobia in the light of ego psychoanalysis, Londra 1964, pp. 95-98; M. David, Letteratura e psicoanalisi, cit., pp.

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Sabino Caronia

140-144; F. Ulivi, Manzoni e la psicoanalisi, in Manzoni, Storia e Provvidenza, cit., pp. 235-251. 30 S. Freud, Linterpretazione dei sogni, Boringhieri, Torino 1973, p. 526. 31 D.N. Stern, Diario di un bambino, Mondadori, Milano 1991. 32 G. Vigolo, Il sentimento morale e religioso nella poesia del Belli, in LUrbe, ottobre 1941. 33 Vedi lappendice al capitolo III della Morale cattolica intitolata Del sistema che fonda la morale sullutilit con il riferimento alla favola di Minosse Radamanto ed Eaco nella conclusione del Gorgia e con il giudizio su Machiavelli. Sul gusto manzoniano dei paradossi, vicino in questo al Belli, si veda gi quanto scriveva Paolo Bellezza nel suo Genio e follia di Alessandro Manzoni richiamato da Ferruccio Ulivi in Manzoni e la psicoanalisi, cit.