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Ravasi Armonia

Larmonia laltro volto del bene di Gianfranco Ravasi La bellezza come una ricca gemma, per la quale la montatura migliore la pi semplice. Questa deliziosa annotazione dei Saggi di Francesco Bacone una salutare sferzata sia a unarte che si raggomitola su se stessa seguendo canoni stilistici sempre p i indecifrabili, sia a una critica che adotta un esoterismo oracolare tale da imp edire, piuttosto che facilitare, laccesso al senso profondo dellopera darte. Alle s oglie dellincontro tra Benedetto XVI e gli artisti, che si svolger il 21 novembre prossimo in quella vera ricca gemma che la Cappella Sistina, non vogliamo ora riprop orre il tema centrale di quellevento, ossia il rinnovato dialogo tra fede e arte, ritessendo unalleanza che in questultimo secolo si infranta, nonostante il vigoro so appello che 45 anni fa, nel 1964, Paolo VI aveva rivolto agli artisti di allo ra nella stessa straordinaria cornice spaziale. nostra intenzione, invece, suggeri re una modesta e semplificata analisi su quel grande codice della nostra arte che pu r sempre la Bibbia, latlante iconografico sfogliato per secoli e ora relegato sul lo scaffale polveroso delloblio negli atelier degli artisti. Non punteremo per su unanalisi dellinflusso esercitato dalle Scritture Sacre sullesercizio artistico esp resso in un immenso catalogo di opere, quanto piuttosto su un argomento molto de licato e anchesso accantonato ai nostri giorni, quello della bellezza. Le stesse cattedre o i saggi di estetica cercano di star lontani dallinterrogarsi su questo soggetto cos fluido e inafferrabile, anche perch ogni definizione o verifica risu lterebbe simile a uno stampo freddo che congela lincandescenza della bellezza. Av eva ragione Ezra Pound quando nel suo Artista serio osservava che non ci si mette a discutere su un vento daprile: semplicemente gli si va incontro e si rianimati. Lo stesso accade quando ci si imbatte in un pensiero di Platone che vola veloce o in un affascinante profilo di un volto o di una statua. Consapevoli di questo limi te, ci accontenteremo di vedere come la Bibbia riesce a dire a suo modo qualcosa sul bello, ovviamente lasciando tra parentesi il bello che tanti autori sacri h anno manifestato attraverso le loro opere ispirate (un nome per tutti, Giobbe). In con fronto col pensiero greco colpisce anzitutto la scarsa importanza che il concett o del bello ha nellAntico Testamento. Complessivamente questo problema non riscuo te linteresse del pensiero biblico. Cos scriveva Walter Grundmann nella voce kals, bel o, di uno dei monumenti dellesegesi tedesca, il Grande Lessico del Nuovo Testamento . A lui faceva eco Joachim Wanke quando, in un altro strumento importante come i l Dizionario Esegetico del Nuovo Testamento, osservava che in entrambi i Testament i il bello nel senso della concezione platonica ed ellenistica non preso in cons iderazione. Anzi, lo stesso autore evocando indirettamente le parole paoline sulla croce scandalo e stoltezza per la cultura ambiente nella quale il cristianesimo sb to e fiorito notava che la croce certo la pi radicale dissoluzione del concetto cla ssico di perfezione e bellezza. Ora, indubbio che il mondo greco-latino sia pure in forme molto variegate ha dedicato al tema del bello riflessioni di straordinaria intensit e fascino, anche se in senso stretto la filosofia estetica una branca d el sapere piuttosto recente, essendo stata codificata almeno a livello terminolo gico solo nel Settecento col pensatore tedesco Alexander Baumgarten. evidente, p er, che la grande metafisica greca e la sua gnoseologia avevano gi offerto le basi per esaltare il nesso tra essere, vita e bellezza, cos da poter affermare col fi losofo Plotino che il bello la fioritura dellessere, la sua perfezione. Inoltre la co ntemplazione pura e libera dellarmonia delle forme costituiva una componente della rte e della letteratura di quella civilt. Tutto questo bisogna riconoscerlo non app assiona gli autori sacri dai quali assente latteggiamento romantico di chi si sofferm a abbacinato e affascinato davanti alle meraviglie cosmiche o allo splendore del le forme (anche se qualche eccezione, come vedremo, possibile). Si ha, infatti, una concezione molto pi funzionale del bello, al punto tale che si verifica gi a l ivello lessicale un fenomeno molto significativo. Il principale termine estetico ebraico tb: esso ricorre 741 volte e ha significati molto fluidi che vanno dal buon o al bello, allutile e al vero, al punto tale che la stessa antica traduzione a detta dei Settanta ricorsa ad almeno tre aggettivi greci diversi per rendere quest o vocabolo (agaths, buono, kals, bello e chrests, utile). Similmente nel greco

l termine kals, che ricorre 100 volte, normalmente sinonimo dellaltra parola greca , agaths, buono, tranne in un unico caso, quando Luca (21, 5) ricorda che, davanti al tempio erodiano di Gerusalemme, alcuni parlavano delle sue belle pietre (lthoi kal o). Il vocabolo destinato, invece, sempre a delineare le qualit morali di un atto o di una persona o di una realt, oppure la sua capacit operativa. Cos, tanto per fare qualche esempio, si parla di opere buone, di buona condotta, di buona coscienza, pre laggettivo kals. Cristo, come noto, si autodefinisce nel Vangelo di Giovanni ( 10, 11.14) come pastore kals, ma il significato primario come si ha nelle versioni ello di buon pastore, e cos accade in altri usi di quellaggettivo (buon diacono, buon ldato, buoni amministratori, buon maestro). San Paolo usa il verbo kalopoiin per dire fare il bene (2 Tessalonicesi, 3, 13) ed suggestiva lesclamazione della folla che, d i fronte ai miracoli di Ges, esclama: Ha fatto kals ogni cosa! (Marco, 7, 37), laddove evidente che quel bello in realt un bene. Potremmo andare avanti a lungo in queste ificazioni per scoprire sempre che il bello neotestamentario anche su influsso dellAn tico Testamento e dellebraico altro non che il buono, il bene, la bravura, la le anche lutilit come il buon frutto, seme, perla, pesce, albero, sempre espressi con la gettivo kals. Detto questo, bisogna, per, fare un ulteriore passo. Non che gli aut ori sacri ignorino la bellezza in quanto tale, tant vero che esiste un altro termi ne ebraico, jafeh, che significa stupendo, incantevole, bello in senso stretto, come naweh affascinante. Solo che raramente la finalit di questa ammirazione meramente etica. Cos, quando il salmista contempla il Tuo (di Dio) cielo, opera delle Tue dita, la Luna e gli astri che tu hai fissato, apparentemente abbandonandosi alla scoper ta della bellezza imponente degli spazi siderali, la domanda che si pone rivela la vera finalit di quella contemplazione che , invece, di taglio teologico-esisten ziale: Che cos mai luomo perch te ne ricordi, lessere umano perch te ne curi? (Sal 5). Anche il profeta Geremia che pure considerato da alcuni come il poeta biblic o pi attento alla bellezza della natura e ai suoi ritmi quando, ad esempio, si so fferma ad ammirare un ulivo verde e maestoso o un tamerisco nella steppa, in luoghi ar idi e desertici e in una terra di salsedine (11, 16; 17, 6), lo fa con un atteggia mento morale e non estetico, pronto com a cavarne subito una lezione etica per Israele . Similmente la straordinaria e potente evocazione presente nelle 16 interrogazion i rivolte da Dio a Giobbe nel primo dei due discorsi divini finali di quel libro non ha lo scopo di dipingere un meraviglioso arazzo di scene cosmiche e animali quasi a colori come sembrerebbe al lettore immediato bens di rivelare alluomo les za di una esah, di un progetto trascendente insito al creato e di affermarne la legit timit, la coerenza, nonostante lapparente incomprensibilit per la razionalit umana. Anche un libro che nasce in piena atmosfera greca come quello della Sapienza (si amo verso la fine del I secolo prima dellera cristiana) non ha dubbi sul fatto ch e belle sono le realt che si contemplano (13, 7) ma lautore premette subito questa lim pida considerazione: Dalla grandezza e dalla bellezza delle creature per analogia si c ontempla il loro artefice (13, 5). quella che la filosofia definir appunto come l r risalire dal creato al Creatore attraverso un percorso di conoscenza naturale. Era c i che appariva simbolicamente in una pagina poetica mirabile, il Salmo 19. Lo sfo lgorare del sole, comparato a uno sposo che esce allalba dalla stanza nuziale o a un eroe atletico che si scatena nella corsa lungo la sua orbita in realt epifani a di una parola divina cosmica: I cieli narrano la gloria di Dio, il firmamento ann unzia lopera delle sue mani. Il giorno al giorno affida il messaggio e la notte a lla notte ne trasmette la conoscenza (19, 2-3). La colossale coreografia cosmica c he il Salmo 148 suppone non tanto una sfilata di 22 (o 23) creature, tante quant e sono le lettere dellalfabeto ebraico, da ammirare con stupore; , invece, un coro di alleluia che si leva al Creatore allinterno di una sorta di cattedrale cosmic a. Lo stesso si deve ripetere per altri testi salmici, a prima vista simili a uno schizzo del mondo, dipinto in pochi tratti, come definiva il Salmo 104 il padre de lla moderna climatologia e oceanografia, Alexander von Humboldt (1769-1859): in r ealt, anche in quel caso il poeta biblico vuole esaltare lopera del Creatore che mand a il suo spirito per dar origine alla vita e rinnovare la Terra. In questa stessa linea dobbiamo collocare anche quella straordinaria capacit narrativa svelata dalle 35 parabole di Ges (72, se si allarga lelenco anche alle immagini o alle metafore svi luppate). Sappiamo, infatti, che Cristo un oratore affascinante. Egli parte dal mondo dei suoi uditori fatto di terreni aridi, di semi e seminatori, di erbacce

e di messi, di vigne e di fichi, di pecore e di pastori, di cagnolini, di uccell i, di gigli, di cardi, di senapa, di pesci, di scorpioni, serpi, avvoltoi, tarli , di venti, di scirocco e tramontane, di lampi balenanti e piogge o arsure. Ci s ono nei suoi discorsi bambini che giocano sulle piazze, cene nuziali, costruttor i di case e di torri, braccianti e fittavoli, prostitute e amministratori corrot ti, portieri e servi in attesa, casalinghe e figli difficili, debitori e credito ri, ricchi egoisti e poveri ridotti alla fame, magistrati inerti e vedove indife se ma coraggiose, ci sono monete piccole e grandi, ci sono tesori nascosti e men se con cibi puri e impuri secondo le regole kasher dellebraismo e altro ancora. Tut tavia, noi sappiamo che Cristo non si ferma davanti ai voli degli uccelli o alla fragranza delicata e sontuosa dei gigli del campo per comporre una lirica, bens per condurre chi li sta contemplando verso altre mete. Non per nulla le parabole iniziano spesso cos: Il Regno dei cieli simile a. Lestetica , quindi, funzionale a nzio, bellezza e verit sintrecciano, larmonia un altro volto del bene. In questo se nso si ammonisce lannunciatore a dire Dio in modo bello (quanto questo monito sta to disatteso nella storia della predicazione e lo ancor oggi, ad esempio, nellart e sacra!). Non per nulla gi il salmista esortava i fedeli cos: Cantate a Dio con arte ! (Salmi, 47, 8). E la gloria divina sempre raffigurata nella Bibbia come immersa nel o splendore della luce e nella pienezza della perfezione. Dobbiamo, per, riconoscer e che si assiste anche a un processo in cui la bellezza acquista un suo spazio r ilevante, sia pure sempre nella cornice di quella finalit teologica a cui lautore biblico tende. significativo il caso della creazione descritta nel capitolo 1 de lla Genesi. L, infatti, al termine dei singoli atti creativi di Dio apposta una for mula di approvazione, ribadita sette volte (1, 4.10.12.18.21.25.31), che suona cos: Di o vide che era tb. Sappiamo gi che questo termine significa sia buono sia bello. e qui laspetto estetico, a nostro avviso, ha un certo primato. La visione stessa, la soddisfazione per lopera compiuta, limmagine del Creatore-artista inducono a rende re quella frase cos: Dio vide che era bello, oppure: Dio vide: era bello!. Certo, lude la positivit dellessere creato, ma indubbio che la qualit estetica come annota va un esegeta, Claus Westermann non qualcosa di aggiunto alla creazione, ma appart iene al suo stesso statuto e alla sua struttura. Dopo tutto, anche la Bibbia riconos ce che belle erano Rebecca, Sara, Betsabea, la regina persiana Vasti, Ester, Giuditt a, come lo erano anche il piccolo Mos, Davide, il suo figlio Adonia, i giovani eb rei di Babilonia. su questa scia che dobbiamo porre quel gioiello poetico che il Cantico dei cantici nel quale laccento sulla dimensione estetica della natura e della persona umana marcato, sia pure senza mai dimenticare la finalit dellesaltaz ione dellamore, la realt superiore e trascendente celebrata da quei versi mirabili . Al centro, infatti, si ha un giardino chiuso, anzi, un paradiso (pardes) vegetale ( 13), che spesso si trasforma in vigne lussureggianti con viti in fiore; si ha un vero e proprio erbario dominato dal giglio rosso palestinese (o forse lanemone), acc ompagnato dal narciso, mentre folto il bosco dellamore con cedri, ginepri, meli, melograni, palme, alberi odorosi, fichi, mandragore, rovi, alberi selvatici, noc i e cos via. Monti, colline, rupi, valli, deserti, campi, sorgenti, fiumi, acque, laghi, fiamme, scintille si stendono davanti al lettore. Su questa terra, avvol ta in una dolce primavera (2, 8-17), vola la colomba, luccello-simbolo per eccell enza, emblema di amore, tenerezza, bellezza e fedelt, corrono gazzelle e cerbiatt i, altrettanto rilevanti a livello simbolico, appaiono i greggi, i cavalli, i le oni, i leopardi, le volpi, i corvi, mentre latte e miele rimandano a vacche e ap i. Ma soprattutto il corpo umano, femminile e maschile, dipinto in tavole colme di eros (4, 1-5; 5, 10-16; 6, 4; 7, 10), a costituire il vertice della bellezza cr eata, come attestato dallesclamazione stupita e reiterata: Quanto sei affascinante ( jafah), compagna mia, quanto sei affascinante! () Quanto sei affascinante, mio am ato, quanto sei incantevole (nam) (1, 15-16). Tutta affascinante (jafah) sei, compagna mia, difetto non c in te! (4, 7). La stessa natura descritta nella sua bellezza att raverso una sorta di transfert: il paesaggio, infatti, si trasforma in uno specch io dellanima e delle sue sensazioni di felicit, di armonia, di pienezza. Tuttavia, come gi si affermava, la dimensione somatica non mai meramente estetica, ma il p unto di partenza e darrivo di un reticolo di relazioni interpersonali, di sensazi oni interiori, di esperienze psicologiche e spirituali. Sta di fatto, per, che qu esta meta trascendente raggiunta attraverso unintensa e creativa contemplazione e

stetica ed estatica della corporeit che, nel mondo biblico, non mai solo fisicit m a unit psico-fisica della persona. Lesaltazione della bellezza nelle sue epifanie co smiche ha, per, una sua espressione particolare in una pagina biblica tarda, allin terno di un inno collocato nella sezione finale dellopera del Siracide, un sapien te del II secolo prima dellera cristiana. Linno inizia in 42, 15 e si conclude in 43, 33. La prospettiva, da noi sempre sottolineata, dellintreccio tra estetica e teologia permane, ma evidente il fiorire limpido della contemplazione lirica del la bellezza del creato. Laspetto teologico esplicito in apertura e chiusura del c anto allorch Dio si leva sulluniverso con lefficacia della sua parola, lo splendore della sua gloria, la sua trascendenza e onniscienza. Per la Bibbia la natura se mpre creato, un cosmo ordinato che risponde a un progetto e a un disegno capace re il suo autore: Come il Sole che sorge illumina tutto il creato, cos della gloria d Signore piena la sua opera (42, 16). Per questo, di fronte allarchitettura cosmica, luomo non pu che esclamare: Egli tutto! (43, 27). Il Siracide, per, rivela in modo icito rispetto alla precedente tradizione un atteggiamento lirico. Egli saffaccia con stupore sulle meraviglie delluniverso e le fa sfilare davanti ai suoi occhi abbacinati da tanta bellezza. questo il contenuto della parte centrale, vero cuo re poetico dellinno. Questa sequenza, che quasi pittorica o filmica, parte dal fi rmamento limpido e luminoso, nel quale irrompe innanzitutto il Sole a cui riserv ato un bozzetto che marca lincandescenza del suo irraggiarsi (43, 1-5). Subentra naturalmente il quadretto dedicato alla Luna, celebrata soprattutto nella sua fu nzione cronologica, essendo la matrice del calendario lunare liturgico e civile (43, 6-8). A essa si associano le stelle, concepite come sentinelle che vegliano nel la notte (43, 9-10). Ecco, subito dopo, irrompere maestoso larcobaleno, tracciato nel cielo dalla stessa mano divina (43, 11-12). La serie successiva, pur connet tendosi alla volta celeste, ha una sua autonomia: entra, infatti, in scena la met eorologia col suo apparato di fulmini, dotati di raggi giustizieri, delle nubi che vol ano come uccelli da preda, dei chicchi di grandine simili a polvere, del tuono che fa sobbalzare la terra, dei venti impetuosi (43, 13-17). Sempre lungo il filo dei fenomeni meteorologici, una sorta di deliziosa miniatura dedicata alla neve la cui caduta lieve comparata al volo degli uccelli e degli stormi di cavallette: il s uo candore abbaglia gli occhi e, al vederla fioccare, il cuore rimane estasiato (4 3, 18). A essa associata la brina, simile a grani di sale che rendono brillanti come cristalli i rami su cui essi si posano (43, 19). Queste immagini invernali trascinano con s levocazione della gelida tramontana che fa ghiacciare le superfic i delle acque, rivestendole quasi di una corazza (43, 20). Paradossalmente la sc ena del gelo ha effetti analoghi a quelli estivi perch anchesso brucia la vegetazi one come accade quando domina larsura (43, 21): in tal modo il poeta riesce a tras ferire il lettore nellestate infuocata, ove attesa la rugiada che feconda la terr a riarsa (43, 22). Lultima sequenza di immagini ci sposta sul mare ove sono piantat e come oasi o fiori le isole. Del suo mistero fatto di abissi, di tempeste imponen ti, di mostri e terrori, ben noti alla cosmologia biblica, restano le testimonia nze dei naviganti che possono solo affidarsi alla parola divina che salva (43, 2 3-26). Lesclamazione iniziale dellinno, scandita da un interrogativo retorico, lideal e espressione di unammirazione lirica che scopre il fulgore della bellezza: Ogni ope ra supera la bellezza dellaltra: chi pu stancarsi di contemplare il loro splendore? ( 42, 25). La dimensione estetica , quindi, riconosciuta, anche se lo ripetiamo anc ora una volta essa non mai del tutto fine a se stessa ma diventa sempre, pi o men o esplicitamente, una via pulchritudinis, un percorso bello e glorioso per appro dare al Creatore, al suo progetto e alla sua opera. E la stessa bellezza lettera ria di molte pagine bibliche ha come meta ultima la proclamazione dellinfinita be llezza e verit della Parola divina. Pas de commentaire LOSSERVATORE ROMANO (24 OTTOBRE 2009)