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Gaetano Calenzo

I MOVIMENTI SINDACALI NEI PROCESSI DI DEMOCRATIZZAZIONE: LESPERIENZA DI SUDAFRICA E NIGERIA

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Copyright 2007 UNI Service Trento Prima edizione: giugno 2007 Printed in Italy

ISBN 978-88-6178-051-4

In copertina: Anti-apartheid posters, http://entertainment.webshots.com

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a mio zio Mimmo, in memoria

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Abbiamo il dovere di difendere le libert democratiche e i diritti sindacali che sono legati alla questione del pane e del lavoro; abbiamo il dovere di difendere i diritti democratici dei cittadini e dei lavoratori, anche nelle fabbriche. Giuseppe Di Vittorio, 1952

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INDICE
1. Introduzione 1.1. I sindacati e la democrazia: alcune premesse 1.2. Movimenti operai e transizioni politiche: dibattiti teorici 1.3. Il sindacalismo africano 1.4. Sudafrica e Nigeria: due casi a confronto 1.5. Nota metodologica 2. Il sindacalismo anti-apartheid e la democratizzazione in Sudafrica 2.1. 2.2. 2.3. 2.4. Razza e classe nella costruzione dellapartheid Le origini del movimento sindacale Il SACTU tra impegno politico e repressione statale Gli scioperi di Durban e lemergere dei sindacati indipendenti 2.5. Crescita e impegno politico negli anni 80 2.6. La transizione 3. Il movimento sindacale e la smilitarizzazione della politica in Nigeria 3.1. La struttura sociale della Nigeria post-coloniale 3.2. Tendenze pretoriane: i militari al potere 3.3. Le divisioni del movimento sindacale dalle origini alla fine della Prima repubblica 3.4. I sindacati sotto il governo militare 3.5. Laggiustamento strutturale e le sue conseguenze per il sindacato 3.6. Lazione sindacale dallinterruzione della transizione alla sua ripresa

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4. Transizioni politiche e movimenti sindacali a confronto 4.1. Variabili esplicative per linfluenza politica dei movimenti sindacali 4.2. La posizione dei lavoratori nella societ civile 4.3. Scelte strategiche 4.4. Continuit e discontinuit: i problemi del consolidamento 4.5. Osservazioni conclusive 5. Bibliografia 6. Abbreviazioni e sigle

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1. INTRODUZIONE

Questo saggio analizza il ruolo del movimento operaio e sindacale nel contesto delle mobilitazioni per la democrazia in Sudafrica e Nigeria, in prospettiva comparata. Lobiettivo quello di ricostruire in chiave storica il rapporto tra il lavoro organizzato e i movimenti democratici nei due paesi, riconducendo tale tematica al pi generale ambito degli studi sulle transizioni politiche. Ho cercato di individuare le connessioni esistenti tra i due casi, evidenziando le principali analogie e differenze sulla base delle rispettive peculiarit. Ho tentato inoltre di individuare il modello teorico che meglio corrisponde alla realt empirica dei casi in esame. Al termine della ricerca propongo delle risposte per una serie di domande. In che modo il movimento operaio si inserisce nelle lotte per la democrazia? Quali strategie, a livello di alleanze e a livello di azione, producono esiti positivi, e quali invece sono inadeguate? Quali variabili sono rilevanti per tali esiti? Infine, in quali condizioni il sindacato pu giocare un ruolo rilevante nellambito delle lotte democratiche ed esercitare uninfluenza sul processo di transizione?

1.1. I sindacati e la democrazia: alcune premesse


La maggior parte degli studi sui processi di democratizzazione ha generalmente trascurato il ruolo dei lavoratori e delle organizzazioni sindacali, nonostante lenfasi che nella letteratura esistente viene posta sullimportanza della societ civile. Linteresse prevalente per lingegneria costituzionale e per gli arrangiamenti istituzionali, per i partiti politici e per i processi elettorali, ha fatto s che il lavoro organizzato rimanesse in secondo piano nellattenzione degli studiosi,
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anche in quei casi in cui stato effettivamente un attore cruciale nella lotta contro i regimi autoritari. In particolare, le teorie liberali sulle transizioni, delle quali il portavoce pi significativo sicuramente Samuel Huntington1, non accennano di solito a questo particolare attore sociale. Si pu parlare di una tendenza generale degli studiosi di orientamento liberale a sottovalutare il peso dei sindacati nella vita politica. Sartori percepisce questa carenza: Nella dottrina che ad un tempo disegna e riflette la costruzione di una libera societ in un libero Stato, egli scrive, i partiti risultano non solo un congegno essenziale, ma sono lo strumento, lo strumento per antonomasia, a) della aggregazione e b) della trasmissione delle domande espresse dalla societ allo Stato. La dottrina non ne prevede o raccomanda altri. [...] Viene subito da chiedersi: e i sindacati? Dove stanno? Qual il loro ruolo? E quale il loro peso?.2 Lo stesso Sartori tenta di offrire una spiegazione per una simile negligenza, sostenendo che la dottrina tradizionale, o ancor oggi prevalente, non che ignori lorganizzazione sindacale e la forza del lavoro organizzato; ma la assegna a unaltra sfera: alleconomia pi che alla politica. Secondo questa dottrina [] tra partiti e sindacati esiste o dovrebbe esistere una precisa divisione del lavoro, una precisa ripartizione di ruoli.3 Questa distinzione tra la sfera politica e quella economica fuorviante se proiettata al di fuori della teoria, poich nella realt i due ambiti sono tuttaltro che separati, e al contrario interagiscono profondamente influenzandosi a vicenda. Lapproccio che mi propongo di seguire quindi in qualche modo riconducibile allarea disciplinare della political economy, che di queste interazioni fa il proprio specifico oggetto di studio. Tutti gli attori sociali, ad un certo punto, sono potenzialmente anche degli attori politici, e il movimento operaio quello che maggiormente pu aspirare a questo ruolo, vista la

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S.P. Huntington, The Third Wave. Democratization in the Late Twentieth Century, Norman, University of Oklahoma Press, 1993; trad. it. La terza ondata. I processi di democratizzazione alla fine del XX secolo, Bologna, Il Mulino, 1995. G. Sartori, Elementi di teoria politica, Bologna, Il Mulino, 1987, p. 367. Ibidem.

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sua capacit di mobilitare risorse numeriche ed organizzative difficilmente eguagliabili.4 Nel discorso sulla democratizzazione, il motivo principale per cui occorre occuparsi del movimento sindacale deve essere individuato nellinteresse strategico che questo ha nel promuovere la creazione e il consolidamento di un regime democratico. Lobiettivo primario del sindacato, la sua ragion dessere, consiste nella salvaguardia degli interessi dei lavoratori, ma la condizione minima necessaria perch tale obiettivo possa essere perseguito ovviamente che il sindacato possa esistere, e che possa godere di indipendenza politica e decisionale (anche se su questultimo punto possono legittimamente esistere dei dubbi: in certe condizioni il corporativismo tutela questi interessi pur senza concedere autonomia ai sindacati). Queste condizioni, a loro volta, trovano reale garanzia solo in presenza di istituzioni pienamente democratiche, e dunque lesistenza di sindacati indipendenti , dal punto di vista della teoria politica, un indicatore abbastanza affidabile di libert politica e di democrazia. Non a caso, il primo requisito che secondo Dahl un regime deve soddisfare per poter essere definito democratico proprio la libert di associazione e di unione.5 Proprio per questo interesse, i movimenti operai sono spesso disposti a correre rischi per sfidare regimi con una storica reputazione di corruzione, repressione e disprezzo per i diritti umani. In molti casi, il lavoro organizzato ha contribuito in maniera decisiva a creare uno spazio politico favorevole allo sviluppo di istituzioni democratiche (basti pensare al ruolo di Solidarnosc nel caso della Polonia). La posizione strategica nelleconomia, la capacit di paralizzare le attivit produttive per mezzo di scioperi in settori nevralgici come lenergia, i trasporti o le telecomunicazioni, e di mettere potenzialmente in crisi i regimi autoritari ne fanno un soggetto

R.B. Collier & D. Collier, Shaping the Political Arena: Critical Junctures, the Labor Movement, and Regime Dynamics in Latin America, Princeton, Princeton University Press, 1991. R. Dahl, Poliarchy. Participation and Opposition, New Haven, Yale University Press, 1961; trad. it. Poliarchia. Partecipazione e opposizione, Milano, Angeli, 1980.

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anche pi importante rispetto agli altri gruppi che costituiscono la societ civile.6 A queste considerazioni se ne potrebbe aggiungere unaltra: molto spesso i regimi autoritari trovano la loro forza in una particolare struttura della societ, in particolari condizioni economiche e sociali che sono un prodotto della storia. Si potrebbe ipotizzare che il mutamento politico sopraggiunga con il mutare di queste condizioni, cio quando viene meno, o si trasforma, la struttura sociale su cui si fonda il sistema politico vigente. Importanti studi sulle societ in via di sviluppo seguono questa linea: Cardoso, ad esempio, avanza lidea che i regimi autoritari siano indeboliti dalla mobilitazione sociale che essi stessi producono (e che non possono impedire), rendendo perci possibile la transizione alla democrazia.7 Assumendo questa ipotesi, osservare in un paese in via di sviluppo un alto livello di mobilitazione tra i lavoratori, e nella societ in generale, pu essere unindicazione che il sistema pronto per una trasformazione fondamentale a causa di profondi mutamenti nella struttura sociale che minano lo status quo. Ci corrisponde, in un certo senso, alla teoria di Marx secondo cui a un dato punto del loro sviluppo le forze produttive materiali entrano in contraddizione con i rapporti di produzione esistenti [] E allora subentra unepoca di rivoluzione sociale [] in cui assieme alla base economica si sconvolge anche la sovrastruttura [politico-giuridica].8 In contesti del genere, ragionevole aspettarsi evitando per di credere che ci avvenga in modo deterministico che i gruppi che hanno interesse al mutamento, nel nostro caso il lavoro organizzato, si impegneranno affinch si realizzino le condizioni ideali perch questo si verifichi. Determinare quali siano queste condizioni costituisce appunto uno degli obiettivi principali di questa ricerca.
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R. Hyman, Marxism and the Sociology of Trade Unionism, London, Pluto Press, 1971. F.H. Cardoso, Transizione politica in America Latina?, in R. Scartezzini, L. Germani & R. Gritti (a cura di), I limiti della democrazia. Autoritarismo e democrazia nella societ moderna, Napoli, Liguori, 1985, pp. 333-346. K. Marx, Per la critica delleconomia politica, CriticaMente (www.criticamente.com), 2004 (1859), prefazione.

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1.2. Movimenti operai e transizioni politiche: dibattiti teorici


Praticamente tutti gli studi sui processi di democratizzazione riconducibili alla scuola liberale fanno riferimento con particolare enfasi al concetto di societ civile, intesa come lo spazio nel quale individui e gruppi perseguono i loro interessi, le loro aspirazioni e le varie forme di libert. Tale definizione ha origine in una particolare tradizione di pensiero che ha costruito un rapporto dialettico tra la societ civile e lo stato, in cui questultimo avrebbe il compito di garantire un ambiente favorevole alla realizzazione degli interessi delle varie componenti della societ civile, inclusi i lavoratori: in termini pratici, questo ruolo limitato allefficienza delle istituzioni e del mercato, mentre escluso lintervento diretto nei processi economici e sociali. In questo schema il ruolo della societ civile, ai fini della transizione da un regime autoritario ad una democrazia, messo in relazione soprattutto ai suoi sistemi di credenze e valori e alla sua valorizzazione nel contesto di uneconomia di libero mercato, nonch alla stipulazione di patti sociali.9 In questa prospettiva, una posizione preponderante attribuita alle classi medie, e da ci deriva la tendenza a sottovalutare o considerare secondaria limportanza del lavoro organizzato. Ora occorre passare in rassegna gli approcci teorici che invece si occupano esplicitamente ed in maniera approfondita di questo aspetto. I primi tentativi di studiare il ruolo dei movimenti operai nelle transizioni democratiche risalgono al periodo tra la fine degli anni ottanta e linizio dei novanta, e sono da attribuire ad alcuni studiosi di orientamento socialdemocratico. In un articolo pubblicato nel 1989, Samuel Valenzuela getta le basi per unanalisi approfondita

G. ODonnell, P. Schmitter & L. Whitehead (a cura di), Transitions from Authoritarian Rule: Prospects for Democracy, Baltimore, Johns Hopkins University Press, 1986; L. Diamond, J.J. Linz & S.M. Lipset, Politics in Developing Countries. Comparing Experiences with Democracy, Boulder, Lynne Rienner, 1995.

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del fenomeno.10 Valenzuela riconosce che, dato il peso critico dei lavoratori nelleconomia nazionale e il posto speciale che occupano tra le forze della societ civile, nonch le reti di solidariet internazionale in cui sono organizzati, essi non possono essere ignorati, e di fatto i regimi autoritari dedicano loro una notevole attenzione. Anche se molti regimi autoritari preferirebbero semplicemente eliminare le organizzazioni dei lavoratori, una politica puramente repressiva pu essere controproducente, considerando anche lesistenza di accordi e pressioni a livello internazionale. Per questa ragione, i regimi autoritari solitamente consentono lesistenza di organizzazioni sindacali; ma queste sono sottoposte a restrizioni e controlli. Schematizzando, Valenzuela individua due tipi di strategie di contenimento messe in pratica dai regimi autoritari nei confronti dei sindacati: - quella corporativa, che prevede la creazione di unorganizzazione sindacale ufficiale finanziata dallo stato, con iscrizione obbligatoria e delimitazione precisa dei settori di competenza. I leader sono nominati dallo stato o eletti dai lavoratori (in tal caso i candidati sono sottoposti ad esame di compatibilit politica). Il regime di contrattazione collettiva estremamente centralizzato e il margine di autonomia dellazione sindacale alquanto limitato; - quella di mercato, in cui la contrattazione collettiva completamente decentralizzata; gli scioperi sono resi il pi possibile inefficaci con vari accorgimenti, che vanno dal divieto di usare i fondi del sindacato per supportare lo sciopero alla possibilit di rimpiazzare i lavoratori in sciopero. Ladesione ai sindacati resa volontaria, incoraggiata la creazione di nuovi sindacati, le quote di adesione sono lunica fonte di finanziamento e la leadership esposta a ricambi continui grazie ad elezioni frequenti.11

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J.S. Valenzuela, Labor Movements in Transitions to Democracy: A Framework for Analysis, in Comparative Politics, Vol. 21 No. 4, 1989, pp. 445-472. Ibidem, p. 448.

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In circostanze di crisi o di liberalizzazione del regime, la mobilitazione dei lavoratori aumenta di colpo. Lobiettivo primario delle leadership sindacali sar di riguadagnare un ruolo di negoziatori per le rivendicazioni della base al cospetto dei datori di lavoro e del regime, in primo luogo la modifica delle leggi sul lavoro. Tuttavia, Valenzuela (la cui analisi, insieme a quella di Adam Przeworsky12, abbastanza rappresentativa della scuola socialdemocratica) raccomanda che le rivendicazioni formulate non siano eccessive, che la leadership tenga nei confronti del regime un atteggiamento di moderazione per evitare di allarmare i quadri dirigenti e di indurli perci a riattivare la repressione e che la mobilitazione si alterni a momenti di ripiegamento. In ogni caso, va tenuto conto di una serie di variabili, che Valenzuela elenca, le quali possono modificare il ruolo, linfluenza e lesito dellazione del movimento operaio nella transizione: 1. la forza o debolezza relativa del movimento operaio. Pi forte il movimento operaio, maggiori sono le sue possibilit di assumere un ruolo importante nella transizione; 2. la centralizzazione o decentralizzazione del movimento operaio e la sua unit o divisione politica. La sequenza mobilitazione/ripiegamento ha pi probabilit di successo se la struttura dei sindacati e il regime di contrattazione sono centralizzati, e se la leadership politicamente unita e non divisa in fazioni; 3. latteggiamento del regime nei confronti dei sindacati. Il tipo di atteggiamento del regime condiziona le rivendicazioni del movimento operaio e il suo modello organizzativo: maggiore lostilit del regime nei confronti dei sindacati e la chiusura dello spazio politico, maggiori sono le probabilit di unalleanza tra sindacati e partiti di opposizione; 4. le modalit della transizione e il rapporto tra il movimento operaio e le elite che guidano la transizione. La sequenza mobilitazione/ripiegamento pi plausibile nel caso di una transizione che segue un modello di reforma rispetto ad uno di
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A. Przeworsky, Democracy and the Market: political and economic reforms in Eastern Europe and Latin America, Cambridge, Cambridge University Press, 1991.

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ruptura. Soprattutto, importante il tipo di rapporto con i principali attori politici che guidano la transizione (coalizione di governo, partiti dopposizione, etc.).13 Lo schema elaborato da Valenzuela ha ricevuto molteplici critiche da parte di un folto gruppo di studiosi, concentrati soprattutto su aree geopolitiche come il Sudamerica o lEuropa meridionale.14 Una delle principali critiche che fanno riferimento direttamente al caso sudafricano quella proposta da Glenn Adler e Eddie Webster, che rimproverano a Valenzuela e Przeworsky di seguire unimpostazione corporativista, di far dipendere il consolidamento della democrazia dalla concertazione, e tuttavia di considerare i sindacati troppo deboli e decentralizzati per influenzare i rapporti di potere nella societ; ne criticano la visione elitista, cio lidea che la transizione e il consolidamento siano il risultato di patti tra le elite, che sottovaluta il ruolo del movimento operaio, considerato solo nella misura in cui riesce a coinvolgere la propria base in questi patti, la cui natura sarebbe quindi inevitabilmente moderata. A differenza di questa prospettiva, lanalisi di Adler e Webster enfatizza la capacit del lavoro organizzato di formare il carattere della democrazia attraverso un uso disciplinato e strategico del potere. Secondo i due studiosi, un movimento operaio potente e sofisticato dal punto di vista strategico ha il potenziale per riconfigurare la democratizzazione per mezzo della partecipazione dal basso ai compromessi istituzionali. Questi compromessi forniscono lopportunit di ottenere concessioni dalla controparte, disciplinare il capitale ed assicurarsi che i costi sociali dellaggiustamento non siano sostenuti solo dai lavoratori. Il patto non dovrebbe essere visto semplicemente come funzionale al consolidamento della democrazia, ma come un proces13 14

J.S. Valenzuela, Labor Movements in Transitions to Democracy, cit., pp. 452-466. Si veda per esempio M.E. Keck, The New Unionism in the Brazilian Transition, in A. Stepan (a cura di), Democratizing Brazil: Problems of Transition and Consolidation, New York, Oxford University Press, 1989; oppure R.B. Collier & J. Mahoney, Adding Collective Actors to Collective Outcomes: Labor and Recent Democratization in South America and Southern Europe, in Comparative Politics, Vol. 23 No. 2, 1997.

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so conflittuale di compromesso tra le classi, dai cui risultati dipende la lealt dei lavoratori alla democratizzazione.15 La strategia proposta non consiste esclusivamente nella mobilitazione di massa o nella partecipazione al patto. La prima opzione pu condurre ad una radicalizzazione della protesta che minerebbe alla base il processo di transizione, mentre la seconda potrebbe produrre invece risultati insoddisfacenti per i lavoratori. Si raccomanda, piuttosto, che il lavoro sia presente ed attivo ad entrambi i livelli. Combinando la protesta (condotta insieme ai movimenti sociali) e il coinvolgimento strategico nel processo decisionale, il movimento operaio rafforza la propria posizione politica attingendo alla propria riserva indipendente di potere la base. Con unespressione apparentemente contraddittoria, Adler e Webster hanno denominato questo approccio riformismo radicale (radical reform).16 Complementare alla critica di Adler e Webster, ma con implicazioni che vanno al di l della dimensione dei compromessi istituzionali, emergeva allincirca nello stesso periodo, a partire dai New International Labour Studies, un approccio alternativo basato sul concetto di sindacalismo dei movimenti sociali (social movement unionism). Tale concetto stato originariamente sviluppato negli anni 80 da un gruppo di studiosi progressisti tra cui ricordiamo Rob Lambert, Kim Scipes, Ronaldo Munck e Peter Waterman nello sforzo di comprendere le dinamiche del sindacalismo militante emergente nei paesi di nuova industrializzazione, come il Brasile, il Sudafrica, la Corea del Sud e le Filippine. Questi studiosi hanno cercato di creare uno schema concettuale che permettesse di studiare quelle che consideravano forme innovative di sindacalismo, le quali rivelavano i limiti di una sociologia industriale concentrata prevalentemente sulle dinamiche sindacali dominanti nelle societ industria-

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E. Webster & G. Adler, Consolidating Democracy in A Liberalizing World in G. Adler & E. Webster (a cura di), Trade Unions and Democratization in South Africa, 1985-1997, Basingstoke, Macmillan, 2000, p. 3. G. Adler & E. Webster, Challenging transition theory: The labour movement, radical reform and transition to democracy in South Africa, in Politics and Society, Vol. 23, No. 1, 1995, pp. 75-106.

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lizzate.17 Essenzialmente, il concetto di social movement unionism riconosce che lattivit sindacale ha due dimensioni: una economica, laltra sociale e politica. Esso si differenzia dal sindacalismo convenzionale proprio per la sua attenzione al lavoro come forza sociale e politica, non come semplice merce su cui contrattare. Mentre il sindacalismo ortodosso si concentra quasi esclusivamente sui luoghi di lavoro e non necessariamente incoraggia limpegno politico dei suoi membri, lapproccio alternativo una forma di organizzazione sindacale che tenta di collegare le proprie rivendicazioni alle lotte comunitarie e a questioni di carattere politico generale.18 A partire dalla seconda met degli anni 80, hanno fatto la loro comparsa nuovi movimenti sociali distinti sia da quelli sindacali sia da quelli nazionalisti: movimenti femministi, pacifisti, ecologisti, per i diritti umani, comunit religiose di base (che trovano la loro massima espressione nella cosiddetta teologia della liberazione sviluppatasi in America Latina), associazioni di vicinato, etc. In modi diversi, questi movimenti hanno allargato i confini della politica e, di fatto, hanno inventato un nuovo modo di fare politica. Le relazioni sociali si sono progressivamente politicizzate e, di riflesso, la politica si socializzata. In questi nuovi movimenti si articolano nuove forme di lotta ed emergono invariabilmente le questioni di democraticit, partecipazione e responsabilit. Il movimento sindacale conosce quindi lopportunit di integrare i suoi orientamenti tradizionali, concentrati sulle relazioni industriali e sulla politica parlamentare, con le nuove forme di soggettivit sociale e le loro potenzialit per lo sviluppo di una cultura pienamente democratica.19 Waterman definisce il sindacalismo dei movimenti sociali come un modello di movimento sindacale che si allea, in una sorta di rete di solidariet, con altre componenti della societ civile, come i movimenti studen17 18

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K. von Holdt, Social movement unionism: the case of South Africa, in Work, employment and society, Vol. 16 No. 2, 2002, p. 284. R. Lambert & E. Webster, The Re-emergence of Political Unionism in Contemporary South Africa?, in W. Cobbett e R. Cohen (a cura di), Popular Struggles in South Africa, London, James Currey, 1988, pp. 20-21. R. Munck, The New International Labour Studies: An Introduction, London, Zed Books, 1988, pp. 212-4.

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teschi, femministi, civici e per i diritti civili, ne fa proprie le rivendicazioni e ne adotta le pratiche e le forme organizzative.20

1.3. Il sindacalismo africano


Concentrando la nostra attenzione sulle realt africane, dobbiamo rilevare alcune importanti caratteristiche che fanno delle organizzazioni operaie in questo continente un soggetto specifico da studiare. Innanzitutto, il sindacalismo africano un fenomeno relativamente giovane. Sebbene vi siano state sporadiche esperienze di scioperi gi negli anni 20, le prime organizzazioni formali di lavoratori africani hanno iniziato ad apparire solo tra la fine degli anni 40 e i primi anni 50. La nascita di questi embrioni di sindacato stata largamente un prodotto delle prime forme di proletarizzazione generate dal colonialismo.21 Per lungo tempo, inoltre, si trattato di un fenomeno di scarsa consistenza e limitato a settori ristretti della popolazione urbana, in un periodo in cui gli africani impiegati come operai o scaricatori di porto erano ancora una ristretta minoranza, e per di pi visti come una sorta di elite se paragonati al grosso della popolazione rurale.22 A questo proposito, grande diffusione ha avuto negli studi condotti tra gli anni 60 e 70 il concetto di aristocrazia operaia (labour aristocracy), introdotto da Giovanni Arrighi e John Saul: esso suggeriva che i lavoratori sindacalizzati nei paesi africani costituissero una minoranza privilegiata le cui condizioni economiche e sociali erano migliorate a spese della grande maggioranza dei residenti nelle campagne e delle fasce povere urbane.23 Lentamente, con le migrazioni dalle zone rurali alle citt motivate dalla ricerca di la20 21 22 23

P. Waterman, Globalization, Social Movements and the New Internationalisms, London, Mansell, 1998. F. Cooper, Decolonisation and African Society. The Labour Question in French and British Africa, Cambridge, Cambridge Univesity Press, 1996. I. Davies, African Trade Unions, Harmondsworth, Penguin Books, 1966. G. Arrighi & J. Saul, Socialism and Economic Development in Tropical Africa, in G. Arrighi & J. Saul (a cura di), Essays on the Political Economy of Africa, New York, Monthly Review Press, 1973, pp. 18-19.

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voro, questa situazione iniziale si modificata e la posizione del proletariato africano cresciuta gradualmente di importanza nella societ africana, come mostrano studi condotti in Kenya, Tanzania, Ghana, Nigeria e Sudafrica, tanto da indurre gli stessi Arrighi e Saul a riconsiderare la loro tesi.24 I sindacati africani hanno avuto una parte importante nella lotta per lindipendenza dei rispettivi paesi, e hanno collaborato strettamente con i partiti nazionalisti. Cos facendo, immaginavano che lindipendenza avrebbe garantito maggiore libert per lazione sindacale ed avrebbe promosso lo sviluppo e, di conseguenza, migliori condizioni di vita e di lavoro per i propri membri. Tuttavia, una volta raggiunta lindipendenza, i leader politici hanno iniziato a nutrire diffidenza nei confronti dei sindacati che, dal loro punto di vista, iniziavano ad avanzare troppe rivendicazioni. Cos, quando hanno iniziato a mettere a punto i loro programmi di sviluppo, i governi africani, civili o militari che fossero, non hanno dato ai sindacati sufficienti spazi di partecipazione. Anche quando accettavano di farli partecipare, ci avveniva in una cornice che relegava i sindacati ad un ruolo passivo di trasmissione di istruzioni alla forza-lavoro. I sindacati accettavano questo ruolo per evitare la repressione e per poter in qualche modo sopravvivere, con la speranza di trovare un margine di manovra e di autonomia. Kester e Sidib osservano che, come risultato di questa scelta, i sindacati africani sono riusciti a mantenere un certo grado di indipendenza, bench questa variasse da paese a paese.25 Questa autonomia era estremamente limitata, o inesistente, nei regimi radicali come la Guinea di Skou-Tour e in quelli apertamente autoritari come il Togo; era media in molti altri paesi (come Mali, Senegal e Nigeria) ed abbastanza ampia in pochi casi tra cui Burkina Faso e Zambia. Tuttavia, non vi erano istanze governative che mettessero completamente a tacere i sindacati o che ne control24

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R. Sandbrook & R. Cohen (a cura di), The Development of an African Working Class: Studies in Class Formation and Action, London, Longman, 1975. Altri studi di caso sono raccolti in P. Gutkind, R. Cohen & J. Copans (a cura di), African Labor History, London, SAGE, 1978. G. Kester & O.O. Sidib, Trade Unions, Its Your Turn!, in G. Kester & O.O. Sidib (a cura di), Trade Unions and Sustainable Democracy in Africa, Aldershot, Ashgate, 1997, p. 12.

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lassero le strutture. Anche se i vertici sindacali erano pi o meno controllati dai governi, le strutture intermedie, e soprattutto la base, spesso avevano maggiore autonomia. Questa differenza potrebbe dipendere dal fatto che il controllo delle leadership sindacali sia reso pi facile dai contatti diretti con i leader politici e dal frequente ricorso alla corruzione. La democrazia sindacale spesso pi forte alla base che al vertice, essendo le pi alte sfere esposte a pressioni, influenze, o anche al commissariamento, da parte dello stato. Questo ha inevitabilmente provocato delle proteste dal basso a partire dagli anni 80: i lavoratori, quando vedono minacciato il loro tenore di vita o i loro posti di lavoro, sono irritati da uneccessiva dipendenza organizzativa dallo stato, e ci li porta a disapprovare certe decisioni dei vertici sindacali.26 Nigeria, Benin e Togo costituiscono buoni esempi di questo fenomeno. Molto spesso, le prese di posizione pi decise contro i governi provengono da leader locali o di settore. I governi tentano a volte di indebolire le correnti percepite come ostili, promuovendo tendenze che consentano loro di prendere il controllo della leadership sindacale attraverso varie forme di manipolazione.27 Le difficolt che i sindacati africani si trovavano ad affrontare sono aumentate sensibilmente a partire dagli anni 80 quando, con lintroduzione dei programmi di aggiustamento strutturale in tutti i paesi del continente, i governi hanno definitivamente rimosso la partecipazione dalla loro agenda politica, promuovendo il liberismo economico e la riduzione del ruolo dello stato. Questa svolta ha posto i sindacati nella necessit di intraprendere un nuovo percorso. La democrazia non pu svilupparsi in un contesto di insicurezza economica e sociale poich, come riconosce anche Huntington, essa incompatibile con lesistenza di disuguaglianze economiche molto
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Queste proteste sono state spesso indirizzate contro le istituzioni finanziarie internazionali, responsabili in molti casi di gravi ristrettezze economiche e della scarsit di beni di prima necessit, che hanno anche fatto esplodere vere e proprie rivolte. Studi di caso sul tema sono raccolti in J. Walton & D. Seddon (a cura di), Free Markets and Food Riots: The Politics of Global Adjustment, Cambridge, Blackwell, 1994. G. Kester & O.O. Sidib, Trade Unions, Its Your Turn!, cit., p. 13.

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accentuate.28 E se la coesione sociale e uno sviluppo socialmente sostenibile possono essere garantiti attraverso la partecipazione, il movimento sindacale sicuramente un attore qualificato per promuoverla.

1.4. Sudafrica e Nigeria: due casi a confronto


Con queste premesse, uno studio comparato dei casi sudafricano e nigeriano risulta particolarmente interessante. La presenza di importanti analogie, come la notevole consistenza numerica dei rispettivi movimenti operai e la capacit di mobilitare grandi masse e quindi giocare un ruolo di primo piano nelle lotte popolari per la democrazia, consente di osservare differenze la cui influenza ha determinato il raggiungimento di risultati profondamente diversi nei due paesi: in Sudafrica la transizione ha avuto successo e i sindacati sono riusciti ad imporsi come uno degli attori pi forti sulla scena politica e nei processi decisionali; in Nigeria, per una serie di motivi, questo cambiamento si verificato con ritardo e, malgrado ladozione di una costituzione formalmente democratica, i militari hanno a lungo continuato a dominare il panorama politico, direttamente o indirettamente. Nello studio del caso sudafricano, che verr esposto nel prossimo capitolo, fondamentale tenere presenti le condizioni politiche di partenza, evidenziando come le caratteristiche assolutamente peculiari del regime razzista sudafricano, combinate con i rapporti economici dominanti nel paese, abbiano posto le basi ideali per la nascita di un forte movimento operaio in prima linea nelle lotte per la democratizzazione. Con la rapida proletarizzazione della maggioranza nera, il sistema di sfruttamento a questa imposto per quasi tutto il XX secolo ha generato un singolare modello di identificazione sociale basato sul binomio razza-classe, una miscela il cui potenziale non ha mancato di manifestarsi a pi riprese per sfociare, dopo le
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S.P. Huntington, After Twenty Years: The Future of the Third Wave, in Journal of Democracy, Vol. 8 No. 4, 1997, p. 5.

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grandi ondate di scioperi degli anni 70 e 80, nellalleanza strategica dei sindacati indipendenti con lAfrican National Congress, con il South African Communist Party e con i movimenti sociali, le cui lotte hanno condotto alla fine dellapartheid. Nel capitolo successivo verr analizzato il caso nigeriano, il quale si presenta pi problematico per via dellassenza dellelemento razziale, per la persistenza delle divisioni etnico-religiose, per la struttura delleconomia del paese e per il ruolo dominante delle forze armate nella vita politica. Questi ultimi due fattori sono strettamente connessi: leconomia nigeriana dipende dalle esportazioni di petrolio, risorsa che negli anni 60 stata tra le cause principali del primo intervento militare nella vita politica del paese e della devastante guerra civile del Biafra. I governi militari da allora succedutisi, interrotti solo da pochi brevi periodi di governo civile, sono stati abili nel tenere sotto controllo il sindacato, la cui struttura altamente istituzionalizzata facilitava questo compito, e di indebolirne cos la capacit di mobilitazione. Nel frattempo prendevano avvio i programmi di aggiustamento strutturale che hanno contribuito ad indebolire la societ civile nigeriana, nel complesso gi fragile, riducendo drasticamente le speranze per una piena democratizzazione. Lesperienza di questi due paesi sembra essere parzialmente in contraddizione con limpostazione socialdemocratica riguardo alle strategie dazione e alle forme organizzative del sindacato, ed avallare invece la tesi del riformismo radicale ai fini del conseguimento di risultati soddisfacenti nel processo di transizione. Nel quarto capitolo metter a confronto le due esperienze per verificare le ipotesi e per rispondere alle domande che ho posto; inoltre affronter brevemente il problema del consolidamento democratico cos come si sta svolgendo nei due paesi, e verr fatto qualche accenno alle nuove problematiche poste dalla globalizzazione e dalla diffusione su scala mondiale dellideologia liberista, i cui effetti stanno rimettendo in discussione alcuni dei risultati raggiunti in Sudafrica, mentre lasciano la Nigeria in una situazione di sostanziale continuit con la sua storia recente.

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1.5. Nota metodologica


Lapproccio metodologico che ho seguito in questo lavoro comprende i normali strumenti della ricerca comparata utilizzati nelle scienze sociali, e in particolare nella teoria politica. Ho gi illustrato e motivato la scelta del fenomeno da analizzare, ovvero linfluenza del movimento sindacale nella transizione alla democrazia. Ho preso le mosse da alcune ipotesi alternative, che pi avanti verranno approfondite, in modo tale da sottoporle a controllo empirico ed individuarne i principali punti di forza e di debolezza, tentando ove possibile di proporre delle integrazioni. Ho individuato due casi nazionali (si tratta perci di una comparazione binaria) considerando lesigenza di soddisfare i seguenti criteri: - la relativa prossimit geopolitica dei due paesi, entrambi localizzati nellAfrica sub-sahariana e portatori di un comune retaggio storico, quale la passata appartenenza allimpero coloniale britannico; - la presenza di caratteristiche simili, quali lelevato grado di conflittualit sociale, la consistenza numerica delle organizzazioni sindacali e lalto livello di mobilitazione e militanza della loro base, che possono essere trattate come costanti; - lesistenza, altres, di importanti differenze, relative alle caratteristiche del regime autoritario e alla struttura sociale, etnica ed economica. Partendo dalle variabili gi in parte accennate, si potranno utilizzare le differenze per individuare variabili intervenienti che contribuiscano a spiegare meglio il risultato, laddove esso non corrisponda alle previsioni dellipotesi di partenza, cos da correggere ed integrare lo schema di analisi. Per quanto riguarda il materiale di riferimento, esso comprende fonti storiografiche che ricostruiscono lo sviluppo del movimento sindacale in Sudafrica e Nigeria; saggi lunghi e brevi tratti dalla letteratura esistente sui processi di democratizzazione; studi sullAfrica in generale e sul Sudafrica e la Nigeria in particolare, riguardanti le strutture politiche e le dinamiche della societ civile e dei movimenti sindacali in rapporto al sistema politico; sporadicamente ho fatto ri-

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corso a dati statistici, estratti da fonti di analisi economica, a sostegno di alcune delle enunciazioni maggiormente problematiche.

Sudafrica: divisione amministrativa prima e dopo la transizione Fonte: http://www.rootsweb.com

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Sudafrica: mappa delle homelands Fonte: http://www.answers.com

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2. IL SINDACALISMO ANTI-APARTHEID E LA DEMOCRATIZZAZIONE IN SUDAFRICA

Non possibile comprendere il contributo del movimento operaio al processo che ha condotto alla democratizzazione del Sudafrica, senza affrontare la condizione dei lavoratori nel regime che ha governato il paese per quasi tutto il XX secolo. Trattandosi di un regime razzista, ci si riferisce principalmente ai lavoratori neri (africani, indiani e coloured), in quanto componente discriminata di un sistema economico-sociale molto particolare. La storia sudafricana , sin dalle origini, profondamente diversa rispetto a quella di tutti gli altri paesi del continente, e le sue contraddizioni si riassumono nel fatto che esso stato lunico paese dellAfrica che abbia mai conosciuto una vera industrializzazione e, per contro, quello in cui gli africani avevano in assoluto minori possibilit di intervenire nelle dinamiche politiche (vale a dire, minore soggettivit politica).

2.1. Razza e classe nella costruzione dellapartheid


Agli inizi del XX secolo si consolid lo sviluppo, iniziato nella seconda met del secolo precedente, dellindustria mineraria, concentrata nel Transvaal e nel Witwatersrand (o semplicemente Rand). Lestrazione di oro e diamanti necessitava di forza-lavoro a basso costo, che veniva garantita con il sistema del lavoro migrante temporaneo. Gi nel 1896 erano state introdotte le prime pass laws, leggi che richiedevano ai minatori un lasciapassare che permetteva loro di lavorare nelle miniere ma non di cambiare lavoro. Anna Maria Gentili spiega che queste leggi erano state originariamente concepite
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dalle compagnie minerarie come un mezzo per impedire che la competizione tra i diversi settori economici per ottenere manodopera potesse far aumentare i salari.1 Il lavoro migrante poteva essere facilmente tenuto separato dal resto della forza-lavoro interna, ed era particolarmente vulnerabile. Il Native Land Act del 1913 assegnava l87% del territorio allinsediamento della popolazione bianca, mentre nel restante 13% venivano create delle riserve per gli africani. Queste sarebbero state in seguito trasformate in bantustan e poi ribattezzate homelands, governate da autorit locali assoggettate al potere bianco, ed erano funzionali allespansione dellindustria mineraria. Espulsi dalle loro terre e confinati in riserve sovrappopolate e prive di risorse, gli africani non avevano altra alternativa che offrirsi sul mercato come lavoratori migranti. La cultura politica che nel frattempo andava diffondendosi tra i lavoratori afrikaner era una miscela di nazionalismo, razzismo ed elementi di socialismo che diede luogo anche ad episodi abbastanza paradossali: quando la Chamber of Mines (il cartello delle compagnie minerarie) nel 1922 decise di impiegare un maggior numero di lavoratori neri sottopagati e annunci di voler ridurre i salari dei minatori bianchi, lo sciopero che segu si trasform in una vera e propria rivolta, repressa duramente dallesercito, guidata da gruppi paramilitari nazionalisti insieme ad alcuni membri del partito comunista, con slogan improbabili come Workers of the World Unite and Fight for a White South Africa.2 Nel 1923 la leadership del National Party (il partito nazionalista afrikaner) stipul un patto con il Labour Party (il partito laburista a base anglofona), e le elezioni dellanno seguente portarono alla formazione di un governo di coalizione laburista-nazionalista, che promosse una nuova politica denominata di civilized labour. Nel quadro di questa politica venne adottata una legislazione, fortemente sostenuta dai sindacati bianchi, che proteggeva i bianchi poveri e discriminava i lavoratori secondo il loro colore, la cosiddetta colour bar. Dopo il 1924 i sindacati
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A.M. Gentili, Il leone e il cacciatore. Storia dellAfrica sub-sahariana, Roma, Carocci, 1995, p. 180. I. Davies, African Trade Unions, cit., p. 57.

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bianchi approfittarono della situazione per negoziare con i datori di lavoro accordi che precludevano ai neri i lavori qualificati. Nel 1925 fu approvato il Mines and Works (Colour Bar) Act, che riservava i lavori qualificati ai bianchi e fissava nuove tabelle salariali ancora pi sfavorevoli agli africani. In queste condizioni nacque e si svilupp un proletariato urbano africano sempre pi numeroso, alloggiato in townships ai margini delle principali citt bianche. Ai lavoratori africani era consentito di lavorare nelle citt dei bianchi, non di risiedervi permanentemente. Le pass laws furono modificate nel 1922 su proposta della Commissione Stallard per servire ad una nuova finalit: gli africani sarebbero stati ammessi nelle citt solo se necessari come lavoratori, e coloro che non possedevano un lasciapassare sarebbero stati obbligati a tornare nelle loro homelands. La rapida crescita delleconomia, specialmente nel periodo 193339, continu a far aumentare la domanda di manodopera e, avendo il mercato gi assorbito tutta la forza-lavoro bianca, il reclutamento di lavoratori neri aument in misura corrispondente. Si calcola che la popolazione nera stabilmente residente nelle townships, per via dellaumento del numero di lavoratori impiegati nelle fabbriche, triplic tra il 1921 e il 1946.3 Nel 1948 unelezione riservata ai bianchi sudafricani sanc il trionfo del National Party (NP), le cui parole dordine promettevano la creazione di un regime di segregazione totale.4 A met degli anni 40 iniziarono anche ad inasprirsi le pass laws, che di l a poco si sarebbero evolute in un sofisticato sistema di controllo dei lavoratori. Il Black (Urban Areas) Consolidation Act del 1945 impediva agli africani di permanere in una citt bianca per pi di 72 ore senza autorizzazione. Gli unici africani a cui era con3 4

A.M. Gentili, Il leone e il cacciatore, cit., p. 382. Die kaffir op sy plek en die koelie uit die land (I kaffir al loro posto e i koelie fuori dal paese) era uno degli slogan preferiti dai nazionalisti afrikaner. Kaffir e koelie erano termini razzisti usati per indicare, rispettivamente, gli africani e gli indiani. Citato in J. Baskin, Striking Back. A History of Cosatu, London, Verso, 1991, p. 12.

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sentito vivere permanentemente nelle aree bianche erano quelli che vi erano nati, le loro famiglie e quelli che avevano lavorato per lo stesso datore di lavoro per almeno 10 anni senza interruzione. Per chi non rientrava in una di queste categorie era previsto un contratto annuale come migrante, e la sua famiglia non poteva seguirlo. Negli anni 50 le restrizioni si fecero ancora pi dure: fu introdotto un nuovo tipo di lasciapassare che riportava la foto e le impronte digitali del titolare e che fu imposto per la prima volta anche alle donne (Abolition of Passes and Coordination of Documents Acts, 1952). Inoltre, nelle aree rurali abitate da neri furono istituiti uffici per rendere pi rapido il reclutamento di manodopera (labour bureaux), i cui funzionari decidevano a propria discrezione il tipo di impiego e il datore di lavoro cui assegnare coloro che vi si rivolgevano.5 A partire dagli anni 60 questi uffici furono impiegati anche per facilitare ai datori di lavoro la sostituzione dei lavoratori licenziati per aver scioperato, e furono introdotte nuove misure che legavano il lavoratore ad uno specifico datore di lavoro e rendevano pi rapida lespulsione dei disoccupati dalle citt.6 Il Black Labour Act del 1965 ed un regolamento del 1968 annullarono di fatto le clausole della legge del 1945 che consentivano ai neri di acquisire il diritto di risiedere permanentemente nelle citt: per impedire che fossero impiegati stabilmente presso lo stesso datore di lavoro per 10 anni, i lavoratori migranti furono obbligati a rinnovare i contratti di anno in anno. Queste misure mettevano fine al flusso legale di africani nelle citt e davano consistenza, come osserva Steven Friedman, allinsistenza ideologica del National Party sul fatto che gli africani soggiornassero solo temporaneamente nelle citt, e che sarebbero ritornati nelle homelands una volta che il loro lavoro non fosse pi stato necessario. Ci dimostrato anche dallesistenza di unaltra restrizione allaccesso dei neri nelle citt, lEnvironment Planning Act del 1968, per il quale un datore di lavoro poteva impiegare al massimo cinque neri ogni due bianchi: questa legge, con il pretesto
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S. Friedman, Building Tomorrow Today. African Workers in Trade Unions, 1970-1984, Johannesburg, Ravan Press, p. 34. Ibidem, p. 35.

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della salvaguardia ambientale delle citt, aveva lo scopo di indurre le imprese a trasferire i loro stabilimenti nelle homelands.7 Tutte queste leggi costituivano loggetto principale della protesta dei neri sudafricani. In esse si pu facilmente cogliere il complesso intreccio tra dinamiche razziali e di classe su cui si reggeva il regime. La discriminazione razziale non era il solo elemento rilevante di questa oppressione: al contrario, essa era piuttosto percepita dai neri come un riflesso, la manifestazione pi immediata e visibile di qualcosa di pi articolato. Si pu osservare che dietro allideologia razzista vi erano determinati rapporti di produzione e il mantenimento al potere di unelite costituita da gruppi dinteresse legati al capitalismo anglofono e afrikaner e, in parte, alla classe operaia bianca.8 Lapartheid si configurava come un sistema finalizzato allo sfruttamento economico. La retribuzione decisamente inferiore dei lavoratori africani, ad esempio, ne rendeva preferibile lutilizzo per i datori di lavoro e tendeva a far diminuire anche i salari dei lavoratori bianchi (in un certo senso si trattava di dumping, ma in una variante razziale unica nel suo genere). utile qui considerare la posizione palesemente contraddittoria dei lavoratori bianchi, in cui coesistevano due diverse identit tra loro incompatibili: lidentit razziale, da condividere con il capitale bianco, e lidentit di classe, da condividere con i lavoratori neri. La contraddizione consisteva nellimpossibilit di conciliare gli opposti interessi connessi a queste due identit. Se da un lato lappartenenza al gruppo razziale dominante poteva offrire un minimo di protezione ed alcuni privilegi, dallaltro essa alterava la percezione che i lavoratori bianchi avevano del regime salariale differenziato: accentuando la loro ostilit verso i neri (visti come una minaccia per i salari e per i posti di lavoro dei bianchi),
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Ibidem, p. 66. Su questo punto non tutti i pareri sono concordi. Per esempio M. Lipton, Capitalism and Apartheid: South Africa, 1910-1984, Aldershot, Wildwood Press, 1985, afferma lesistenza di contraddizioni tra le politiche razziali e i requisiti del capitalismo, riducendo lapartheid a fenomeno puramente politico. La tesi tuttavia non appare convincente, dal momento che il potere politico in Sudafrica era di fatto monopolizzato dal business bianco.

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lideologia razzista nascondeva il fatto che gli interessi dei lavoratori bianchi avrebbero potuto essere difesi favorendo il miglioramento delle condizioni dei lavoratori neri. Ci sarebbe stato forse possibile, se i sindacati bianchi non fossero stati ideologicamente orientati a favore della segregazione. In altre parole lapartheid attingendo nuovamente alla terminologia marxista costituiva essenzialmente un apparato ideologico a difesa degli interessi di una classe dominante9: era cio un fattore di divisione del movimento operaio in quanto creava ostilit tra i lavoratori bianchi e neri, riducendone la forza contrattuale, e da ci la classe imprenditoriale traeva notevoli vantaggi. In effetti i lavoratori africani erano sfruttati sia come lavoratori sia come africani, e di conseguenza il movimento di liberazione insisteva sullemancipazione di classe come requisito essenziale per il superamento dellapartheid. Ken Luckhardt e Brenda Wall hanno scritto nel 1980: Nella lotta per una societ democratica libera da tutte le forme di sfruttamento e di oppressione, la classe operaia nera deve necessariamente essere la forza trainante della rivoluzione.10 Dunque il movimento operaio dei neri sudafricani assume inevitabilmente una forte connotazione politica, imponendosi come un pilastro particolarmente importante del movimento di liberazione.

2.2. Le origini del movimento sindacale


La nascita di un movimento sindacale africano pu essere datata al 1919, quando fu fondata tra i lavoratori portuali di Citt del Capo la Industrial and Commercial Workers Union of Africa (ICU). Prima di allora, vi erano stati vari tentativi di organizzare i lavoratori afri9

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Le idee della classe dominante sono in ogni epoca le idee dominanti. K. Marx, Lideologia tedesca, CriticaMente (www.criticamente.com), 2004 (1846). K. Luckhardt & B. Wall, Organize or Starve. The History of the South African Congress of Trade Unions, London, Lawrence and Wishart, 1980, p. 36.

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cani, tra cui si pu ricordare la Industrial Workers of Africa (IWA) creata da S.P. Butting e Ivan Jones nel Witwatersrand sul modello dellamericana Industrial Workers of the World (IWW), ma si tratt sempre di esperienze effimere. Invece la ICU, sorta nel pieno dello sviluppo industriale indotto dalla Prima Guerra Mondiale, divenne rapidamente il centro della lotta politica e industriale degli africani per il decennio successivo, per poi scomparire negli anni 30. Fondata da un maestro del Nyasaland, Clemens Kadalie, la ICU fu la prima organizzazione e il primo movimento politico dei lavoratori neri a dimensione nazionale nella storia del Sudafrica. Grazie alla sua leadership carismatica, Kadalie in poco tempo trasform quella che era una piccola unione di lavoratori portuali e ferroviari in un sindacato generale, raccogliendo adesioni in tutti i settori industriali. Il motivo di una crescita cos rapida era probabilmente connesso al fatto che lAfrican National Congress (ANC), che guidava la resistenza politica degli africani, era allora dominata da una ristretta elite composta da capi e nobili tribali, sicch molti lavoratori guardarono al sindacato per portare avanti le loro rivendicazioni nella societ come sul lavoro.11 Kadalie prometteva di migliorare le condizioni di vita degli africani, e in migliaia risposero alla sua chiamata. Nel 1920 vi fu il primo sciopero organizzato dalla ICU, al quale parteciparono circa 2.000 lavoratori, e furono approvate risoluzioni in cui si attaccavano le pass laws e il sistema del lavoro a contratto. Durante la prima met degli anni 20, la forza dellICU risedette principalmente nella provincia del Capo, da cui proveniva la grande maggioranza dei delegati dei vari settori. Tuttavia, nel 1927 tutte le province erano egualmente rappresentate, e in quellanno fu raggiunto anche il considerevole traguardo di 100.000 iscritti. Da quel momento in poi il centro della forza della ICU divenne il Natal, sotto la leadership di A.W.G. Champion, che era stato reclutato da Kadalie nel 1925, quando era presidente della Transvaal Mine Clerks Association. Il Primo ministro Hertzog, che si era mostrato in qualche misura disponibile a dialogare con i leader della ICU, nel 1928 diede le di11

S. Friedman, Building Tomorrow Today, cit. p. 12.

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missioni. Il sindacato divenne altamente burocratizzato al vertice, mentre alla base non esisteva unorganizzazione disciplinata. Inoltre, molti burocrati avevano poca o nessuna esperienza sindacale, e nel Natal vi erano almeno 58 funzionari retribuiti.12 Infine, il sindacato era ormai diviso al suo interno tra due fazioni contrapposte sulla linea da tenere nei confronti dei lavoratori bianchi e dei loro sindacati. Il contrasto era inasprito dal fatto che la maggioranza del Communist Party of South Africa (CPSA) era ancora dellidea che fosse la classe operaia bianca a dover guidare la rivoluzione in Sudafrica. Kadalie, nei suoi momenti di maggiore radicalismo, parlava della necessit di lottare sia sul fronte economico che su quello politico e di lavorare con i comunisti bianchi che si dissociavano dalla linea del partito. I comunisti dai cui ranghi provenivano 5 degli 11 membri del Consiglio Nazionale della ICU contestavano alla leadership di non aver voluto organizzare seriamente la base e di aver perseguito una politica poco attiva. Invece, lala moderata del sindacato sostenuta da consulenti bianchi e dal governo, che mirava ad annullare la forza della ICU chiedeva maggiore cautela riguardo ai rapporti con il CPSA e, soprattutto, lespulsione di tutti i comunisti dallorganizzazione.13 Fu questultima linea a prevalere alla Conferenza del 1926 a Port Elizabeth. Kadalie, daltra parte, cercava di rafforzare la ICU assicurandosi dei validi appoggi internazionali. Egli and alla ricerca di contatti soprattutto con il Labour Party britannico. Inizi anche a partecipare, come delegato non ufficiale del Sudafrica, ai convegni dellInternational Labour Organization (ILO). Kadalie tentava di dimostrare che il suo non era un sindacato anti-bianco, ma quando chiese per la ICU laffiliazione al South African Trade Union Congress (SATUC), la confederazione sindacale dei lavoratori bianchi, questa rispose negativamente, proponendo invece delle consultazioni periodiche. Kadalie era ormai isolato anche allinterno della stessa ICU, soprattutto perch il sindacato era egemonizzato, numericamente e finanziariamente, dal Natal guidato da Champion, che nel 1928
12 13

K. Luckhardt & B. Wall, Organize or Starve, cit. p. 43. I. Davies, African Trade Unions, cit., p. 60.

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si separ dalla confederazione, seguito a breve distanza da altre province in tutto il paese.14 Le cause del fallimento della ICU sono state a lungo oggetto di dibattito, e varie spiegazioni sono state proposte circa la sua debolezza. A parte lovvio fattore dellinesperienza, le interpretazioni pi frequentemente avanzate dagli studiosi chiamano in causa soprattutto elementi organizzativi e problemi di leadership. Tra le cause riconducibili al primo filone sembrano aver avuto un ruolo la mancanza di un adeguato controllo democratico; linsistenza sul carattere di massa del movimento, quindi un modello di sindacato generale che non teneva conto della differente importanza strategica dei vari settori; e la casualit del reclutamento, gestito senza criteri adeguati. Quanto alla leadership, essa si era rivelata incapace di intraprendere unazione decisa (larma dello sciopero fu effettivamente usata solo in tre occasioni), impegnata comera a costruirsi appoggi esterni e ad intrattenere buoni rapporti con le organizzazioni bianche; inoltre, lespulsione dei comunisti aveva privato il sindacato di alcuni dei suoi migliori dirigenti, e il culto della personalit ne consum le ultime energie con le lotte di potere tra Kadalie e Champion.15 Resta il fatto, comunque, che senza questa esperienza non si sarebbero poste le basi per il successivo sviluppo di un movimento operaio nero sufficientemente organizzato. Ironicamente, notano Luckhardt e Wall, la disintegrazione della ICU in molte organizzazioni locali e regionali cre le condizioni che consentirono leliminazione delle principali debolezze della ICU e ladozione di forme organizzative strategicamente pi forti, i sindacati industriali.16 Nel frattempo, il settore manifatturiero nel 1930 super per la prima volta quello agricolo per quanto riguardava il contributo al reddito nazionale e nel 1942 avrebbe brevemente superato anche il settore minerario. Questa crescita industriale signific un aumento senza precedenti del proletariato urbano, sia bianco che nero. Al po14 15 16

Ibidem. J. Baskin, Striking Back., cit., p. 8; S. Friedman, Building Tomorrow Today, cit., pp. 14-15. K. Luckhardt & B. Wall, Organize or Starve, cit., p. 46.

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sto della tradizionale distinzione tra lavoratori qualificati e non qualificati, emerse una nuova categoria quella dei lavoratori semiqualificati, figura-chiave del modello fordista affermatosi in quegli anni che comprendeva lavoratori sia neri che afrikaner (soprattutto donne). Questa novit, venendo incontro agli interessi dellindustria, consentiva di assumere quote maggiori di manodopera nera il cui costo salariale era nettamente inferiore, e pertanto modificava la posizione dei lavoratori bianchi nella composizione della forza-lavoro. La percentuale di bianchi occupati nellindustria, infatti, sarebbe diminuita progressivamente dal 35,9% del 1933 al 24,4% del 1950.17 Con un tale mutamento di equilibrio, emersero inevitabilmente delle tensioni nei sindacati bianchi. Il SATUC, che era composto esclusivamente da lavoratori bianchi, cominci a rivedere la sua politica nei confronti degli africani, e nel 1929 raccomand ai suoi sindacati affiliati di arruolare tutti gli occupati nei loro rispettivi sindacati, a prescindere dalla razza o dal colore o di adottare, in alternativa, una politica di settori paralleli nei sindacati.18 Molti sindacalisti progressisti del SATUC, che nel 1930 cambi il proprio nome in South African Trades and Labour Council (SATLC), in generale riuscirono a mantenere il sindacato su posizioni progressiste, anche se la confederazione fece poco per favorire lorganizzazione dei lavoratori neri.19 Mentre lavventura della ICU volgeva al termine, Jimmy La Guma e altri comunisti che erano stati espulsi da Kadalie diedero inizio ad una campagna intensiva per organizzare i lavoratori neri e formarono diversi sindacati di categoria nel Transvaal, il cuore industriale del Sudafrica. Nel 1928 il CPSA, che nel frattempo aveva abbandonato la vecchia impostazione favorevole alla supremazia bianca, cre una South African Federation of Non-European Trade Unions (SAFNETU), ma questa cadde presto vittima della Grande Depressione del
17 18 19

Ibidem, p. 48. Citato in I. Davies, African Trade Unions, cit., p. 61. J. Lewis, Industrialisation and Trade Union Organization in South Africa, 1924-1955: the Rise and Fall of the South African Trades and Labour Council, New York, Cambridge University Press, 1984.

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1929: la crisi caus una massiccia perdita di posti di lavoro, e i pochi disponibili vennero riservati ai bianchi poveri, mentre le azioni di polizia contro i lavoratori neri rendevano impossibile la formazione di sindacati neri stabili. Unaltra organizzazione, lAfrican Federation of Trade Unions (AFTU), emerse nel Rand durante gli anni della Depressione, organizzando campagne contro la disoccupazione e le pass laws, ma la repressione statale e una purga nel CPSA la ridussero a due soli sindacati gi agli inizi del 1932, e a ci si aggiunsero le immancabili dispute interne riguardo alla scelta di registrare i sindacati dei lavoratori bianchi, coloured e indiani e di formare sindacati non registrati per i neri.20 Su un punto per vi era accordo: solo con dei sindacati neri forti sarebbe stato possibile costringere laristocrazia operaia bianca a riconoscere lesistenza di interessi comuni a tutti i lavoratori.21 Contemporaneamente agli sforzi del CPSA, fecero la loro comparsa altri due gruppi. Il primo ruotava attorno alla figura di Gana Makabeni, un ex-membro del CPSA e della ICU, che guidava la African Clothing Workers Union (ACWU) e un nucleo di altri sindacati che nel 1940 avrebbero formato un Coordinating Committee of African Trade Unions. Il secondo, pi importante, fu il risultato degli sforzi di Max Gordon, un trotzkista e dunque avversario del CPSA, che ricostru dei sindacati scomparsi, ne cre di nuovi e nel 1939 form con 20.000 lavoratori neri il Joint Committee of African Trade Unions. Nonostante il suo radicalismo, Gordon era un sindacalista cauto e pragmatico. I suoi sindacati non avanzarono rivendicazioni politiche, si servirono del supporto finanziario di istituti come il South African Institute of Race Relations (SAIRR) e riuscirono anche ad ottenere aumenti salariali e migliori condizioni nelle fabbriche parte20

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LIndustrial Conciliation Act del 1924 consentiva solo agli africani muniti di lasciapassare di essere iscritti ai sindacati registrati. Questo comportava automaticamente lesclusione delle donne, dal momento che le pass laws sarebbero state estese alle donne solo negli anni 50. S. Friedman, Building Tomorrow Today, cit., p. 34. K. Luckhardt & B. Wall, Organize or Starve, cit. pp. 50-51.

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cipando ad una piattaforma governativa che, ironicamente, era stata creata per servire gli interessi dei bianchi. Si trattava del Wage Board, un braccio del Dipartimento del Lavoro che fissava i minimi salariali e regolava altri aspetti delle relazioni industriali. Il Wage Board era lunico canale ufficiale che concedeva ai sindacati africani qualche possibilit di negoziare i salari dei loro iscritti, e il suo allora presidente, Frank MacGregor, li incoraggiava a prendervi parte, sperando cos di poterne assorbire il potenziale politico e di sottrarli allinfluenza dei comunisti. I sindacati sfruttarono questopportunit non solo per ottenere aumenti salariali, ma anche per crescere, basando le loro strategie di reclutamento sulle conquiste fatte nel Wage Board. Le conquiste del Joint Committee negli anni 30 furono rese possibili dalla combinazione tra nuove strategie ed un clima pi favorevole di quello incontrato dalla ICU. Lindustria, superata la Depressione, era in forte espansione e i lavoratori neri andarono ad ingrossare le fila del proletariato urbano. Il basso tasso di disoccupazione nella seconda met del decennio impediva ai datori di lavoro di usare i disoccupati per sostituire i lavoratori che scioperavano. In aggiunta a ci, Gordon scelse di organizzare solo quei lavoratori che avevano qualche possibilit di ottenere dei risultati, scelta che favor la crescita in termini di forza. Malgrado tutto, il Joint Committee si dimostr fragile quanto gli altri movimenti sindacali africani. Nel 1940 il governo fece arrestare Gordon, che fu sostituito da David Gosani nel ruolo di Segretario Generale dal momento che gli iscritti preferirono non avere pi bianchi alla guida del sindacato. Divenne presto evidente che era stata solo la leadership di Gordon a rendere forte il sindacato, e gli africani che lo rimpiazzarono mancavano dellesperienza necessaria per mantenerlo tale. Occorre per sottolineare che a ci aveva contribuito lo stesso Gordon negando a lungo ai neri laccesso a ruoli di responsabilit, cos che essi non potevano acquisire esperienza.22 Daltra parte, ci era anche reso inevitabile dalla scelta di partecipare al Wage Board, che richiedeva la presenza di negoziatori esperti
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S. Friedman, Building Tomorrow Today, cit., p. 20.

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per poter avere uninfluenza, in ogni caso assai limitata, sulle questioni salariali. Il massimo che i lavoratori di colore potevano ottenere in quella sede era qualche temporaneo aggiustamento dei salari, reso possibile dalla congiuntura economica. Avendo scelto di non intraprendere una strategia di militanza, i sindacati di Gordon credevano di poter usare la piattaforma governativa, e invece poich il Wage Board era pur sempre uno strumento di controllo creato dal governo ne divennero prigionieri. Un discorso a parte merita unaltra esperienza che ebbe luogo nello stesso periodo nella provincia del Natal. Questa si caratterizzava per la presenza di una numerosa comunit indiana, di cui almeno l80% era impiegato nellindustria dello zucchero e nelle manifatture. Il movimento sindacale indiano aveva iniziato a muovere i primi passi nel 1917-18, organizzando sindacati in svariati settori. Questi sindacati a base etnica indiana, combinati con il retaggio anticomunista della ICU di Champion, negli anni 20 diedero al movimento sindacale del Natal unimpronta conservatrice e razziale. Ma negli anni 30 la campagna contro le pass laws condotta dal CPSA fece di Durban il centro dellattivit politica progressista, e conseguentemente della repressione: durante una manifestazione, cui parteciparono 3.000 persone, la polizia blocc una marcia di protesta per le vie della citt e fer a morte il leader Johannes Nkosi, dopodich il governo band dalla provincia i membri del CPSA, compreso il sindacalista Makabeni, per un periodo di due anni.23 Durante lo sviluppo del movimento sindacale indiano nel Natal, due persone in particolare George Ponnen e H.A. Naidoo giocarono un ruolo di primo piano nella promozione del sindacalismo non razziale e della coscienza di classe tra i lavoratori indiani. Essi furono i primi sudafricani di origine indiana ad entrare nel CPSA. Ponnen e Naidoo resistettero alla tentazione di formare un sindacato separato per i lavoratori neri, al contrario, li mobilitarono per prendere il controllo del loro sindacato, riuscendo ad avere la meglio sulla leadership bianca nonostante il tentativo di questultima di isolarli.
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K. Luckhardt & B. Wall, Organize or Starve, cit., p. 54.

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Tra il 1936 e il 1945, furono organizzati nel Natal almeno 27 sindacati di lavoratori neri e indiani. Queste campagne di sindacalizzazione radicalizzarono gli indiani non solo come lavoratori, ma anche come cittadini oppressi, comportando il coinvolgimento attivo della comunit indiana nel movimento di liberazione. Possiamo quindi individuare gi in questa esperienza prime forme embrionali di social movement unionism. Lo dimostrano anche le campagne di solidariet che furono condotte sul fronte internazionale, combattendo contro ogni forma di oppressione ai danni degli africani: cos nel 1935, quando lItalia fascista invase lEtiopia, i portuali di Port Elizabeth, Durban e Citt del Capo si rifiutarono di servire le navi italiane, dando prova della consapevolezza di questi lavoratori che gli obiettivi della loro lotta non si limitavano alla dimensione economica.24 Fu tuttavia con lo scoppio della seconda guerra mondiale che si aprirono per il movimento operaio le maggiori opportunit di crescita. La partecipazione del Sudafrica al conflitto al fianco della Gran Bretagna ebbe due effetti importanti: da un lato, leconomia di guerra diede un forte impulso allindustria nazionale, facendo s che la forza-lavoro industriale crescesse di numero; dallaltro, poich non era consentito il reclutamento di soldati neri, migliaia di lavoratori bianchi furono spediti nei campi di battaglia europei e nordafricani, e per sostituirli moltissimi neri si ritrovarono impiegati in lavori qualificati. La domanda di manodopera era tale che le pass laws dovettero essere sospese, e molte barriere allorganizzazione sindacale dei neri furono rimosse. In questa situazione straordinaria, la forza dei lavoratori e dei sindacati ne risult naturalmente accresciuta. Nel 1941, su iniziativa dellAfrican National Congress (ANC), fu costituito un sindacato di minatori, lAfrican Mineworkers Union (AMWU), e nello stesso anno membri dellANC e del CPSA formarono il Council of Non-European Trade Unions (CNETU), che sarebbe arrivato a contare circa 158.000 iscritti, ossia il 40% della forza-lavoro nera impiegata nel commercio e nellindustria. Temendo che gli scioperi potessero danneggiare lo sforzo bellico, il governo tent di evitarli promulgando una legislazione speciale
24

Ibidem, p. 57.

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(War Measure Acts) con cui, accanto a misure anti-sciopero molto restrittive, introdusse un sistema di arbitrato per la fissazione dei salari. Questa politica fece aumentare i salari di oltre il 50% tra il 1941 e il 1946, e il CNETU pot organizzarsi, crescere ed ottenere dei diritti sindacali permanenti. Paradossalmente, i leader comunisti del sindacato non seppero sfruttare questa occasione, in quanto dopo linvasione tedesca dellUnione Sovietica iniziarono a mostrarsi meno propensi ad usare larma dello sciopero, non volendo compromettere lo sforzo bellico che ora appoggiavano.25 Alla fine della guerra le misure anti-sciopero non furono cancellate ma addirittura rafforzate, il che provoc una grande mobilitazione dellAMWU (1946), cui parteciparono quasi 100.000 minatori africani, repressa violentemente. Questo sciopero cre tuttavia le condizioni per una nuova alleanza progressista, che avrebbe unito le forze dei sindacati neri, dellANC e del CPSA, proprio mentre stava per insediarsi il regime del National Party.

2.3. Il SACTU tra impegno politico e repressione statale


Nel 1950 il governo promulg il Suppression of Communism Act, che ufficialmente aveva il solo scopo di mettere fuorilegge il CPSA ma il cui contenuto era tale da colpire duramente il movimento sindacale. La definizione di comunismo che veniva adottata in questa legge era sufficientemente ampia da comprendere qualunque attivit mettesse in discussione, in qualche modo, lordine costituito.26 Molti sindacalisti furono rimossi forzosamente dalle loro posizioni, e divenne possibile mettere fuorilegge i sindacati africani semplicemente attribuendo loro la reputazione di comunisti.27 Contemporaneamente, la legislazione razziale si intensificava e si estendeva ai
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S. Friedman, Building Tomorrow Today, cit., p. 24; J. Baskin, Striking Back, cit., p. 11. K. Luckhardt & B. Wall, Organize or Starve, cit., pp. 73-74. I. Davies, African Trade Unions, cit., p. 66.

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pi svariati aspetti della vita sociale. Sempre nel 1950, lesecutivo nazionale del SATLC decise di non ammettere sindacati africani; poco dopo la confederazione spar dalla scena e sulle sue ceneri sorse il Trade Union Council of South Africa (TUCSA), che avrebbe oscillato negli anni tra il totale rifiuto dei sindacati africani e il tentativo di controllarli. I lavoratori bianchi pi vicini allultra-destra nazionalista afrikaner, invece, andarono a costituire la South African Confederation of Labour (SACL).28 Tutti i canali ufficiali di contrattazione furono definitivamente chiusi ai sindacati africani. Il Native Labour (Settlement of Disputes) Act del 1953 fu introdotto con lo scopo dichiarato di escluderli dai meccanismi di determinazione dei salari, imponendo dei funzionari governativi, i Bantu Labour Officers, come unici rappresentanti dei lavoratori africani di fronte ai datori di lavoro e al Wage Board; furono dichiarati illegali gli scioperi e le varie forme di picchettaggio dei lavoratori africani, come pure gli scioperi di solidariet, con pene fino a 3 anni di detenzione. Nel 1956 fu invece modificato lIndustrial Conciliation Act per rendere illegale la registrazione dei sindacati misti (cio non-razziali) e per vietare agli africani di aderire ai sindacati registrati; tra le modifiche figurava anche la cosiddetta Clausola 77 che autorizzava il Ministro del Lavoro a riservare qualsiasi tipo di lavoro ad un determinato gruppo razziale. Inoltre, i sindacati registrati del TUCSA ripresero ad utilizzare una vecchia strategia per dividere i lavoratori neri, basata sulla creazione di sindacati paralleli, e nel 1959 sponsorizzarono la formazione della Federation of Free Trade Unions of South Africa (FOFATUSA), che propugnava un tipo di sindacalismo non politico: essa poteva appoggiarsi ai sindacati registrati per portare delle richieste nelle sedi ufficiali ma, in cambio, era sottomessa al loro controllo.29 Fu in questo contesto che alcuni sindacati registrati, che non condividevano la scelta di escludere gli africani, nel 1955 si separarono dal TUCSA e, unitamente a ci che restava del CNETU, formarono una nuova confederazione, il South African Congress of Trade Unions
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J. Baskin, Striking Back, cit., pp. 12-13. S. Friedman, Building Tomorrow Today, cit., pp. 27-28.

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(SACTU). Questa fu la prima alleanza formale tra sindacati indipendenti rappresentativi dei diversi gruppi razziali sudafricani, in altre parole il primo vero sindacato multirazziale (o meglio, non-razziale), al quale aderirono anche alcuni bianchi (circa l1% degli iscritti). Cosa ancora pi importante, il SACTU scelse da subito di giocare un ruolo politico di primo piano in seno al movimento di liberazione. La scelta del SACTU di intraprendere un percorso di impegno politico era dettata dalla consapevolezza di non avere alternative se si volevano migliorare realmente le condizioni dei lavoratori. Trascurare lattivit politica avrebbe significato accettare implicitamente un regime che non consentiva di perseguire questo obiettivo. Nel suo discorso alla conferenza inaugurale, il presidente Pieter Beyleveld afferm esplicitamente che i sindacati trascurerebbero gli interessi dei propri iscritti se non sapessero lottare per loro su tutte le materie che li riguardano. I sindacati devono essere attivi nella sfera politica come in quella economica, perch esse sono legate insieme e non possono essere isolate luna dallaltra.30 Lo stesso principio fu poi ribadito in un documento politico adottato alla prima conferenza annuale del SACTU, che si diceva consapevole del fatto che lorganizzazione dei lavoratori per salari pi alti, migliori condizioni di vita e di lavoro, inestricabilmente legata ad una lotta determinata per i diritti politici e la liberazione da tutte le leggi e pratiche oppressive.31 Lattivit politica era quindi una scelta obbligata. A pochi mesi dalla sua nascita il SACTU entr nella Congress Alliance, lunione delle forze anti-apartheid guidata dallANC, il quale nel frattempo era divenuto il principale movimento di opposizione al regime. Oltre al SACTU, la Congress Alliance comprendeva 4 organizzazioni, ciascuna in rappresentanza di un gruppo razziale: lAfrican National Congress (ANC), il South African Indian Congress (SAIC), il Coloured Peoples Congress (CPC) e il South African Congress of Democrats (SACOD), formato dai bianchi che si opponevano allapartheid. Con-

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Discorso del Presidente alla Conferenza Inaugurale, SACTU, 1955. Documento politico, 1a Conferenza Annuale, SACTU, 1956.

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seguente fu ladozione della Freedom Charter, una dichiarazione di principi per la costruzione di un Sudafrica democratico. Il SACTU promosse numerose campagne di massa, la pi conosciuta delle quali fu quella denominata 1-a-day (una sterlina al giorno). Richiedendo la fissazione di un salario minimo di 2 rand (lequivalente di una sterlina) al giorno per tutti i lavoratori, la campagna toccava un punto nevralgico e denunciava direttamente la politica di bassi salari come causa dellindigenza sofferta dalla maggioranza della popolazione. A fornire lo spunto per la campagna fu una spontanea manifestazione di massa esplosa nel Transvaal contro laumento delle tariffe degli autobus: tra gennaio e marzo 1957, circa 70.000 africani boicottarono i trasporti pubblici, rifiutandosi di salire sugli autobus per recarsi al lavoro. La protesta, cui il governo rispose con unondata di arresti, port lattenzione sullinadeguatezza dei salari africani (in media 2 sterline e 15 scellini a settimana) in relazione al costo della vita: questo, a fronte di una crescita dei salari del 25% tra il 1948 e il 1957, era cresciuto del 44% nello stesso periodo.32 Il SACTU, intuendo che i lavoratori erano pronti alla mobilitazione, colse il momento per lanciare la su campagna e convoc unastensione dal lavoro, supportata dallANC, cui ader il 70-80% dei lavoratori. Lazione ottenne un risultato positivo, perch i datori di lavoro e il governo concessero per la prima volta di aumentare i salari reali. Lanno seguente la campagna fu intensificata con unastensione di 3 giorni il cui ritmo fu scandito da slogan come Forward to 1-a-day victory e The Nats must go. LANC diede nuovamente il suo supporto, ma questa volta i risultati non furono quelli sperati. Emersero anche delle tensioni con lANC quando questo decise di tirarsi indietro nel corso dellazione, anche se questo non pregiudic lalleanza perch molti membri del SACTU erano anche membri dellANC, e daltronde lunit era resa necessaria dalloffensiva del governo contro entrambi i movimenti.33 La collaborazione tra il SACTU e lANC fu ribadita in maniera molto enfatica nel corso della conferenza del SACTU del 1959, quando
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K. Luckhardt & B. Wall, Organize or Starve, cit., pp. 156-7. J. Baskin, Striking Back, cit., p. 14.

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Albert Lutuli, presidente dellANC, nel suo messaggio ai delegati dichiar perentoriamente che nessun lavoratore un buon membro del Congresso se non anche un sindacalista. Nessun sindacalista un buon sindacalista se non anche un membro del Congresso.34 Era questo un modo di affermare unirrinunciabile complementariet tra i due movimenti, che dovevano continuare ad organizzare le masse africane in modo da poter direttamente sfidare il regime. Il SACTU si sarebbe preoccupato di organizzare nuovi sindacati nellindustria mineraria e metallurgica, nei trasporti e nellagricoltura, mentre lANC avrebbe creato una rete capillare di proprie cellule nelle townships. Il 1960 segn una svolta. Il 21 marzo a Sharpeville, nel Transvaal meridionale, una manifestazione di protesta indetta dallorganizzazione rivale dellANC, il Pan-Africanist Congress (PAC), si risolse in un massacro, con la polizia che apr il fuoco sui manifestanti uccidendo decine di africani. Il 30 marzo il governo dichiar lo stato demergenza (che rimase in vigore per 5 mesi) e assunse poteri straordinari; l8 aprile fu emanato lUnlawful Organizations Act, che decretava la messa al bando dellANC e del PAC. LANC tent ancora per qualche tempo la strada della resistenza legale, ma la repressione la rendeva ormai impossibile. Insieme al South African Communist Party (SACP), che dal 1953 aveva raccolto leredit del defunto CPSA, nel dicembre 1961 lANC lanci lorganizzazione Umkhonto we Sizwe (MK) e intraprese la lotta armata contro il regime. Questa svolta ebbe pesanti conseguenze per il SACTU, perch lintera leadership del sindacato, seguita da molti iscritti, prese parte attivamente alla lotta armata, e quando il governo riusc ad infiltrare degli agenti nella rete di MK, il risultato fu larresto in massa di membri del sindacato. Colpito duramente dalla repressione, nel 1965 il SACTU era allo sbando e costretto allesilio (avrebbe continuato la sua attivit da una nuova sede a Londra).35 Molto dibattuto stato il valore dellesperienza del SACTU, tra chi come Friedman sostiene che il tentativo sia fallito essenzialmente
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Citato in K. Luckhardt & B. Wall, Organize or Starve, cit., p. 357. J. Baskin, Striking Back, cit., p. 15.

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perch il sindacato era dominato politicamente dallANC, che lo trascin nella lotta armata, e chi, come Baskin, afferma invece che questa non fosse una conseguenza inevitabile dellalleanza.36 Importante, per, ai fini della nostra analisi, il fatto che il SACTU abbia sperimentato per primo, in maniera consapevole, quella forma di sindacalismo che avrebbe costituito il modello di riferimento per i sindacati indipendenti negli anni 70 e 80. Lambert e Webster hanno osservato che limpegno nellalleanza facilit il rapido sviluppo dellorganizzazione sindacale, specialmente in quelle regioni in cui fu perseguito consapevolmente il sindacalismo politico, o social movement unionism, anche se questo non ebbe il tempo di consolidarsi a causa della repressione statale.37

2.4. Gli scioperi di Durban e lemergere dei sindacati indipendenti


La seconda met degli anni 60 fu caratterizzata, oltre che dalla scomparsa dei sindacati africani, dallintroduzione di alcune delle misure pi repressive nella storia del Sudafrica. Le forze di polizia furono dotate di poteri praticamente illimitati, migliaia di oppositori e sindacalisti furono imprigionati e molte furono le condanne a morte. Il TUCSA cedette alle pressioni del governo ed espulse i sindacati africani dai propri ranghi. Le homelands furono riorganizzate e la legislazione sul lavoro fu sottoposta a revisioni che riflettevano uno sforzo sistematico di impedire ai lavoratori migranti di acquisire il
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S. Friedman, Building Tomorrow Today, cit., pp. 31-32; J. Baskin, Striking Back, cit. p. 16-17. R. Lambert & E. Webster, The Re-emergence of Political Unionism in Contemporary South Africa?, cit., p. 21; A. Bezuidenhout, Towards global social movement unionism? Trade union responses to globalization in South Africa, in A.V. Jose (a cura di), Organized labour in the 21st century, Geneva, International Labour Organization (International Institute for Labour Studies), 2002, p. 374.

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diritto di residenza urbana permanente, mentre i salari reali dei neri diminuivano.38 Questi peggioramenti nelle condizioni di vita dei neri furono alla base di un vero e proprio boom economico: nel corso degli anni 60 si registr un massiccio flusso di capitali stranieri, una grande espansione dellindustria e una crescente concentrazione del capitale, con lingresso sul mercato di grandi compagnie monopolistiche; il PIL crebbe ad un ritmo del 6% annuo e i bianchi videro il loro tenore di vita aumentare sensibilmente.39 Ma con i lavoratori neri completamente esclusi dai frutti di questa crescita impressionante, si crearono le condizioni per una nuova ondata di resistenza operaia ed organizzazione sindacale. In particolare, si osserva in questo periodo laumento del numero di lavoratori neri semiqualificati, base organizzativa per il sindacalismo industriale.40 Il primo impulso allinizio di una nuova stagione di proteste venne questa volta dai campus universitari, in parte sulla scia delle agitazioni studentesche che alla fine degli anni 60 interessarono tutto il mondo industrializzato, in parte perch nel decennio appena trascorso, con il vuoto creato dalla scomparsa delle organizzazioni che guidavano la resistenza, lattivit studentesca aveva costituito la sola forma organizzata di protesta contro lapartheid. Le due principali organizzazioni studentesche, la non-razziale National Union of South African Students (NUSAS), e la South African Students Organisation (SASO) formata da studenti neri usciti dalla prima, recepirono la proposta del politologo Richard Turner di interessarsi ai problemi dei lavoratori e crearono delle commissioni per studiare la situazione salariale degli africani. Questa iniziativa diede vita ad unalleanza tra studenti e lavoratori, e pose le basi per la rinascita dei sindacati africani negli anni 70. La SASO, in particolare, partecip nel 1971

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P. Bonner, Strikes and the Independent Trade Unions, in J. Maree (a cura di), The Independent Trade Unions, 1974-1984. Ten years of the South African Labour Bulletin, Johannesburg, Ravan Press, 1987, p. 56. J. Baskin, Striking Back, cit., pp. 16-17. R. Lambert & E. Webster, The Re-emergence of Political Unionism in Contemporary South Africa?, cit., p. 22.

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alla formazione di un sindacato generale, la Black Allied Workers Union (BAWU).41 Agli inizi del 1973 i lavoratori africani tornarono improvvisamente a scioperare in massa, dopo aver dato segni di irrequietezza lanno precedente. Il salario medio degli africani di Durban era di 13 rand a settimana, ben al di sotto della soglia di povert. Il 9 gennaio gli operai della Coronation Brick and Tile, alla periferia di Durban, si radunarono in un campo di calcio rivendicando una paga settimanale di almeno 30 rand (anche se finirono poi per accontentarsi di un aumento marginale). Nel giro di pochi giorni lagitazione si estese a tutta la zona industriale di Durban e poi a tutto il Natal, e migliaia di lavoratori, occupati in tutti i settori, entrarono in sciopero per chiedere aumenti salariali; scioperi si ebbero anche a East London, a Johannesburg e nelle aree minerarie. Tra il 1965 e il 1971 gli scioperi avevano coinvolto meno di 23.000 africani; nei primi 3 mesi del 1973 scioperarono in 61.000, e alla fine dellanno il totale sarebbe stato di circa 100.000.42 Quella di Durban fu la pi grande ondata di scioperi registrata in Sudafrica nel dopoguerra ed ebbe un impatto traumatico sui datori di lavoro e sul governo, soprattutto per il fatto di essere completamente inaspettata. A quanto pare, furono alcune caratteristiche dei lavoratori di Durban a facilitare la loro mobilitazione. Essi erano quasi tutti zulu e pertanto condividevano lingua e tradizioni, il che rendeva pi facile la comunicazione e la circolazione di informazioni necessarie per organizzarsi a livello informale. Inoltre, la citt di Durban era poco distante dal KwaZulu, la homeland degli Zulu nel Natal, e questo aveva a sua volta importanti implicazioni. In primo luogo, le autorit del KwaZulu, specialmente il capo Mangosuthu Buthelezi, poterono intercedere in favore dei lavoratori per negoziare aumenti salariali. In secondo luogo, le maggiori townships intorno a Durban rientravano proprio nel territorio del
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S. Friedman, Building Tomorrow Today, cit., pp. 41-44. Ibidem, p. 40; E. Webster, The Rise of Social-movement Unionism: The Two Faces of the Black Trade Union Movement in South Africa, in P. Frankel, N. Pines & M. Swilling (a cura di), State, Resistance and Change in South Africa, London, Croom Helm, 1988, p. 178.

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KwaZulu, e per questa ragione i lavoratori di questarea erano meno esposti agli effetti delle pass laws: non potevano ottenere la residenza permanente in citt, ma non potevano neanche essere costretti a lasciare la zona se perdevano il lavoro. Essi correvano quindi minori rischi nel partecipare ad uno sciopero, e questo dovette essere un forte incentivo allazione.43 Gli scioperanti rifiutarono peraltro di eleggere dei portavoce per evitare che potessero essere identificati ed arrestati, e lalto numero di lavoratori coinvolti nello sciopero e lampiezza dellarea interessata dalle agitazioni rendevano poco pratico per la polizia procedere ad arresti di massa. La risposta del governo agli scioperi fu piuttosto ambigua. Il Primo ministro John Vorster, che stava tentando di dare al regime unimpostazione pi liberale (verligte), contraddisse le dichiarazioni del suo Ministro del Lavoro, Marais Viljoen, che si era scagliato contro gli agitatori, e intervenne per convincere i datori di lavoro a migliorare il trattamento riservato ai lavoratori africani.44 Laumento del minimo salariale determinato dal Wage Board il primo aumento proposto da questorgano dopo diversi anni fu comunque irrisorio. Pi importante fu invece lintroduzione di una nuova legge, il Black Labour Regulation Act del 1973, che concedeva un limitato diritto di sciopero (per la verit molto circoscritto) e istituiva degli organi di consultazione tra lavoratori e datori di lavoro chiamati comitati di contatto (liaison committees). Anche se allapparenza queste misure accrescevano leggermente le possibilit dazione dei lavoratori africani, esse miravano in realt ad assorbirne il potenziale e a prevenire la formazione di sindacati forti. Che i lavoratori non fossero soddisfatti di questi comitati di contatto la maggior parte dei quali furono creati su iniziativa dei datori di lavoro dimostrato dai molti scioperi che sarebbero scaturiti nelle fabbriche in cui esistevano tali organismi.45 In seguito agli scioperi di Durban si pot assistere ad una proliferazione di nuovi sindacati nei principali centri industriali del paese.
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S. Friedman, Building Tomorrow Today, cit., pp. 47-48. Ibidem, p. 50; J. Baskin, Striking Back, cit., p. 18. E. Webster, The Rise of Social-movement Unionism, cit., p. 178.

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Nel corso del 1973 furono formate a Durban la Metal and Allied Workers Union (MAWU) e la National Union of Textile Workers (NUTW), mentre nel 1974 sorsero la Chemical Workers Industrial Union (CWIU) e la Transport and General Workers Union (TGWU); queste sigle confluirono poi tutte nel Trade Union Advisoy Coordinating Council (TUACC). A Citt del Capo va segnalata la nascita del Western Province Workers Advice Bureau (WPWAB), che in seguito cambi il proprio nome in Western Province General Workers Union (WPGWU) e fu il precursore della General Workers Union (GWU). Nel Witwatersrand su iniziativa dellUrban Training Project (UTP) formato da ex dirigenti del TUCSA nacquero la Transport and Allied Workers Union (TAWU), la Sweet, Food and Allied Workers Union (SFAWU), la Paper, Wood and Allied Workers Union (PWAWU) e la Building, Construction and Allied Workers Union (BCAWU), le quali nel 1977 diedero vita al Consultative Committee of Black Trade Unions (CCOBTU).46 Questi nuovi sindacati, che furono presto definiti indipendenti dal momento che erano visti come separati dai sindacati esistenti dominati dai lavoratori bianchi e dallo stato, seguirono generalmente il modello inglese di organizzazione sul posto di lavoro. Imparando dallesperienza del SACTU, essi fecero attenzione a non associarsi apertamente al movimento di liberazione e preferirono invece costruire delle strutture di rappresentanza basate sui consigli di fabbrica e sui rappresentanti sindacali, che avrebbero dato al movimento maggiori possibilit di sopravvivere alla repressione. Inizialmente il movimento dovette lottare per sopravvivere specialmente per via della repressione che fece seguito alla rivolta di Soweto47 ma alla
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J. Maree, Emergence of the Independent Trade Union Movement, in J. Maree (a cura di), The Independent Trade Unions, 1974-1984, cit., pp. 2-5. Il 16 giugno 1976 a Soweto, la principale township dellarea di Johannesburg, gli studenti protestarono contro la decisione di sostituire linglese con lafrikaans come lingua di insegnamento nelle scuole. La polizia intervenne compiendo un massacro (centinaia di morti) e provocando cos una rivolta generalizzata, alla quale presero parte milioni di lavoratori. I sindacati non ebbero un ruolo in questo episodio, ma furono ugualmente colpiti dai provvedimenti repressivi. J. Baskin, Striking Back, cit., p. 23.

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fine degli anni 70 le iscrizioni aumentarono vertiginosamente; nellaprile 1979 vari sindacati formarono la Federation of South African Trade Unions (FOSATU), con una base di partenza di circa 20.000 iscritti che nel giro di pochi anni sarebbe quintuplicata, arrivando a oltre 100.000 unit. I sindacati indipendenti iniziarono a sviluppare una strategia alternativa di contrattazione, ignorando il sistema ufficiale di esclusione e stipulando accordi di riconoscimento con le singole imprese. Questi accordi divennero col tempo una vera e propria consuetudine e diedero vita ad un sistema alternativo di contrattazione collettiva decentralizzata. Nel 1979 erano in vigore 5 accordi di riconoscimento; nel 1983 sarebbero stati 406, di cui 285 (vale a dire il 70%) siglati dalla FOSATU.48 Dovendo rispondere a questa sfida, il governo istitu nel 1977 una Commissione, presieduta dallaccademico Nicolaas Wiehahn, con lincarico di esaminare tutta la legislazione sul lavoro vigente nel paese e di proporre una riforma del sistema. La Commissione consegn il suo rapporto dopo due anni di lavoro, raccomandando di consentire, a certe condizioni la registrazione dei sindacati africani e misti. Basandosi sulle raccomandazioni della Commissione Wiehahn, il governo var nel 1979 lIndustrial Conciliation Amendment Act. I lavoratori africani furono inclusi nella definizione legale di dipendenti e furono loro garantiti alcuni limitati diritti. Il nuovo sistema mirava ad incorporare i sindacati emergenti nel sistema dellIndustrial Council, basato sulla contrattazione collettiva centralizzata a livello di settori industriali, e fu istituito un organo tripartito, la National Manpower Commission, con funzioni consultive per il governo in materia di lavoro. Secondo Wiehahn i sindacati africani godevano di maggiore libert dazione rispetto ai sindacati registrati, in quanto non erano imbrigliati nel sistema ufficiale di relazioni industriali; pertanto, egli concludeva, sarebbe stato meglio riconoscerli, in modo da poterne tenere sotto controllo il ritmo di sviluppo.49 La risposta dei sindacati fu varia. Alcuni, come la GWU, ri48 49

J. Maree, Emergence of the Independent Trade Union Movement, cit., p. 6-7. E. Webster, The Rise of Social-movement Unionism, cit., p. 180.

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fiutarono di registrarsi affermando che ci avrebbe concesso allo stato un controllo eccessivo e sarebbe stato il primo passo verso la cooptazione. Altri, come la South African and Allied Workers Unions (SAAWU), si opposero a qualsiasi tipo di collaborazione con il regime. La FOSATU ritenne invece che la registrazione avrebbe consentito di sfruttare le concessioni fatte dallo stato per creare ulteriori spazi di manovra.50 In particolare, la FOSATU utilizz il concetto legale di unfair labour practice, introdotto dalla nuova legge, per sfidare con successo i datori di lavoro davanti allIndustrial Court. In seguito, quando si furono meglio organizzati a livello industriale, i sindacati accettarono la contrattazione collettiva a livello settoriale.51

2.5. Crescita e impegno politico negli anni 80


Le riforme del 1979 furono in effetti il primo, forse involontario passo verso la liberalizzazione del regime, ed aprirono la strada per una crescita spettacolare dei sindacati indipendenti. Gli iscritti ai sindacati, che nel 1979 erano circa 700.000, superarono il milione nel 1981 e continuarono costantemente ad aumentare negli anni successivi, fino a raddoppiare nel 1985.52 La nuova strategia organizzativa si rivel vincente e i sindacati divennero presto abbastanza forti da poter sfidare il regime senza rischiare la fine subita dal SACTU negli anni 60. Gi nel 1980, parallelamente ad un boicottaggio delle scuole a Citt del Capo, una serie di scioperi colp tutti i principali centri industriali ed anche alcune zone rurali, e nel corso di questa mobilitazione inizi ad emergere una nuova cultura politica. Le lotte
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Ibidem. A. Bezuidenhout, Towards global social movement unionism?, cit., pp. 375-6. I. Macun, Growth, Structure and Power in the South African Union Movement, in G. Adler & E. Webster (a cura di), Trade Unions and Democratization in South Africa, 1985-1997, cit., p. 63.

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pi significative furono le due ondate di scioperi che esplosero nellEast Rand nella seconda met del 1981 e nei primi mesi del 1982, culminate nelle battaglie che si svolsero rispettivamente alla Colgate e alla Scaw Metal intorno alla richiesta dei lavoratori di negoziare a livello di fabbrica.53 Nel 1982 il paese entr in una fase di recessione economica che provoc la chiusura di molte fabbriche e il conseguente aumento della disoccupazione. La crisi ebbe ripercussioni sul potere contrattuale dei lavoratori, i cui rappresentanti sindacali erano impotenti di fronte ai licenziamenti di massa ed ebbero spesso la peggio nei negoziati con i datori di lavoro. Nel caso della Scaw Metal una fabbrica-chiave dellEast Rand, filiale della multinazionale AngloAmerican Corporation per esempio, la MAWU fu costretta ad una ritirata strategica dopo che la polizia fu chiamata in causa, e nel 1983 decise di entrare nellIndustrial Council.54 La recessione tuttavia non imped la crescita costante della militanza sindacale, al contrario, in questo periodo si osservarono livelli di mobilitazione senza precedenti intorno a questioni sia economiche sia politiche. Si registrarono i pi alti livelli di adesione agli scioperi nella storia sudafricana, campagne di boicottaggio e altre forme di resistenza divennero elementi costantemente presenti sul terreno politico. Lazione pi originale da questo punto di vista fu forse quella organizzata in collaborazione con il movimento sindacale internazionale, rievocata in anni recenti da Naomi Klein: in diverse occasioni durante lanno, i sindacati di molti paesi proclamavano giornate di solidariet durante le quali i portuali si rifiutavano di scaricare le navi mercantili provenienti dal Sudafrica, mentre gli addetti alle biglietterie delle linee aeree si rifiutavano di prenotare i voli da e per Johannesburg.55 Questa fase vide anche lo sviluppo di nuovi allineamenti organizzativi, ideologici e politici. Allinterno del movi-

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J. Baskin, The 1981 East Rand Strike Wave, in J. Maree (a cura di), The Independent Trade Unions, 1974-1984, cit., pp. 86-98. E. Webster, The Rise of Social-movement Unionism, cit., p. 182. N. Klein, No Logo, Milano, Baldini & Castoldi, 2001, p. 408.

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mento sindacale ebbe inizio un dibattito sullopportunit di un maggiore coinvolgimento nelle lotte comunitarie. Inizialmente i leader sindacali come Joe Foster, segretario generale della FOSATU, si mostrarono diffidenti verso forme troppo esplicite di attivismo politico e soprattutto verso laffiliazione allUnited Democratic Front (UDF), il raggruppamento di organizzazioni antiapartheid fondato nel 1983.56 A spingere i sindacati verso una ridefinizione delle strategie organizzative e politiche fu, nellagosto 1984, linvio dellesercito nelle townships per demolire le case di coloro che, nel corso di un boicottaggio, si erano rifiutati di pagare laffitto. I lavoratori iniziarono a premere per un coinvolgimento diretto nella lotta politica, e trovarono un buon alleato nel movimento studentesco organizzato nel Congress of South African Students (COSAS). Durante una mobilitazione di studenti, il COSAS chiese lappoggio delle organizzazioni comunitarie e sindacali, e nel novembre 1984 vi fu una protesta di massa nel Transvaal. Questo episodio segn la fine del sindacalismo puramente economico e linizio di una crescente collaborazione tra il lavoro organizzato, gli studenti e le organizzazioni comunitarie, collaborazione spesso guidata dai sindacati stessi.57 Riemergeva cos il sindacalismo dei movimenti sociali. Nel 1985 i sindacati affiliati alla FOSATU, insieme a molti altri tra cui la National Union of Mineworkers (NUM), diedero vita ad una nuova confederazione, il Congress of South African Trade Unions (COSATU). Con una base di partenza di oltre 460.000 iscritti, il COSATU rappresentava il 33% dei lavoratori iscritti ai sindacati registrati e si impose subito come la pi grande confederazione sindacale sudafricana. La nuova organizzazione si mantenne fedele ai principi del sindacalismo indipendente, e diede vita a strutture nelle quali i rappresentanti sindacali avevano un ruolo centrale. Alla sua fondazione, il COSATU adott i principi della Freedom Charter, ma non
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D. Hindson, Trade Unions and Politics, in J. Maree (a cura di), The Independent Trade Unions, 1974-1984, cit., p. 213. R. Lambert & E. Webster, The Re-emergence of Political Unionism in Contemporary South Africa?, cit., pp. 27-30.

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volle affiliarsi ad alcun partito o organizzazione politica, e furono affermati 5 principi fondamentali: 1) sindacalismo non-razziale; 2) controllo operaio; 3) quote discrizione; 4) solidariet internazionale; 5) unindustria, un sindacato un paese, una federazione.58 Lapproccio del COSATU allimpegno politico ben illustrato dalle parole pronunciate da Cyril Ramaphosa, segretario della NUM, al congresso inaugurale della federazione: il COSATU doveva avere un ruolo attivo nella politica nazionale alleandosi con le altre organizzazioni progressiste, ma queste alleanze dovevano essere impostate in termini favorevoli alla classe operaia.59 Il COSATU incontr inizialmente molte difficolt nel tentativo di mettere in pratica la politica delle alleanze: una forte opposizione interna; un prolungato dibattito tra i principali sindacati di categoria circa il contenuto preciso dei principi generali proposti dalla leadership; il fallimento dellirrealistico obiettivo di realizzare un sindacato per settore entro 6 mesi; infine, i problemi posti dalla proclamazione nel luglio 1985 dello stato demergenza, con cui il regime tent di resistere alle pressioni politiche internazionali culminate nellimposizione delle sanzioni. Nel 1986 lo stato demergenza era ancora in vigore e il COSATU decise di organizzare una giornata di protesta il 14 luglio. La politica delle alleanze inizi ad avere un contenuto pi concreto dopo il marzo 1987, quando la leadership della NUM invit Winnie Mandela, moglie del leader dellANC Nelson Mandela (che allepoca era in carcere) e Murphy Morose, segretario dellUDF, al proprio congresso. In quelloccasione il presidente della NUM dichiar che era necessario costruire solide, disciplinate ed efficaci alleanze con le or-

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A. Bezuidenhout, Towards global social movement unionism?, cit., p. 376. E. Webster, The Rise of Social-movement Unionism, cit. p. 192.

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ganizzazioni democratiche.60 Da quel momento la collaborazione con il movimento di liberazione in esilio si fece sempre pi stretta e il COSATU, sostituendo apertamente le organizzazioni fuorilegge, divenne presto il principale attore dellopposizione politica al regime, imprimendo al movimento anti-apartheid il proprio stile organizzativo basato su partecipazione e democrazia.61 A partire dalla met degli anni 80, i nuovi sindacati indipendenti decisero che i tempi erano maturi per inserirsi nel sistema degli Industrial Councils e trattare con i datori di lavoro a livello settoriale. In molti settori (automobilistico, siderurgico, tessile, etc.) gli Industrial Councils divennero centrali nelle strategie negoziali dei sindacati, anche se queste in generale continuarono ad essere basate principalmente sui consigli di fabbrica e sugli accordi di riconoscimento. Si era cos sviluppato un sistema di contrattazione collettiva su due livelli quello settoriale e quello dei singoli stabilimenti. Occorre notare che gli Industrial Councils furono istituiti nelle varie industrie solo quando il movimento sindacale ritenne di essere sufficientemente forte e rappresentativo: per usare le parole di Friedman, i sindacati iniziavano ad usare il sistema.62 Verso la fine del decennio, con la crescita progressiva della forza dei sindacati e i numerosi scioperi generali, guidati principalmente dal COSATU, le opportunit che erano state create con le riforme del 1979 si rivelarono scomode per il regime, che presto inizi a rivedere la propria politica. Nel 1988 il governo tent di chiudere nuovamente lo spazio legale che esso stesso aveva aperto, con ladozione del Labour Relations Act. La nuova legge modificava la definizione di unfair labour practice e consentiva ai datori di lavoro di fare causa ai sindacati per i danni causati da scioperi illegali. Ne ri60 61

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Citato in R. Lambert & E. Webster, The Re-emergence of Political Unionism in Contemporary South Africa?, cit., p. 34. F. Barchiesi, Beyond the State and Civil Society. Labor Movements and Economic Adjustment in African Transitions South Africa and Nigeria Compared, in G.C. Bond & N.C. Gibson (a cura di), Contested Terrains and Constructed Categories. Contemporary Africa in Focus, Boulder, Westview Press, 2002, p. 161. S. Friedman, Building Tomorrow Today, cit., p. 314.

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sult una protesta generalizzata dei sindacati, e gli scioperi che seguirono costrinsero i datori di lavoro a riconsiderare la loro posizione. I successivi negoziati tra il COSATU, il National Council of Trade Unions (NACTU) e il South African Consultative Committee on Labour Affairs (SACCOLA), unorganizzazione dei datori di lavoro, si risolsero con un accordo che condannava le modifiche apportate dal Labour Relations Act. Il governo dovette tornare sui propri passi ed accettare di coinvolgere i sindacati dei processi politici per poter cambiare la legislazione sul lavoro. Il risultato fu lingresso dei sindacati nella National Manpower Commission (NMC), lorgano istituito durante le riforme del 1979, allinterno del quale poteva avere luogo la concertazione.63 Questatto sanc il riconoscimento del movimento sindacale come forza sociale della quale non era pi possibile non tenere conto.

2.6. La transizione
Alla fine degli anni 80 il regime dellapartheid era ormai entrato in una crisi profonda, e divenne chiaro che stava per avere inizio una fase di transizione. Nel 1989, Friedrik W. De Klerk succedette al falco Pieter W. Botha nella carica di Presidente del Sudafrica e diede inizio ad una serie di riforme politiche che nel giro di pochi anni avrebbero condotto il paese alla democrazia. Il primo atto del nuovo Presidente in questa direzione fu la legalizzazione, nel febbraio 1990, delle principali organizzazioni del movimento antiapartheid e la liberazione dei prigionieri politici, tra cui Mandela. La rimozione del bando consent lavvio di negoziati tra il governo, lANC e molti altri partiti politici per una rapida liberalizzazione del regime. Il COSATU fu coinvolto molto da vicino in questi negoziati, e
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D. De Villiers & M Anstey, Trade Unions in Transitions to Democracy in South Africa, Spain and Brazil, in G. Adler & E. Webster (a cura di), Trade Unions and Democratization in South Africa, 1985-1997, cit., pp. 32-33.

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stipul unalleanza formale con lANC e il SACP; questa alleanza, come ampiamente documentato dagli studi compiuti al riguardo, ha svolto una funzione decisiva nel processo di democratizzazione, soprattutto rafforzando la posizione dei partiti dopposizione nei negoziati.64 Nel frattempo si form anche una nuova confederazione sindacale, allorch vari sindacati, composti per lo pi da lavoratori del settore pubblico, che avevano fatto parte dellormai dissolto TUCSA, decisero di organizzare la Federation of South African Labour (FEDSAL); questa si sarebbe poi unita ad altri sindacati per formare, nel 1997, la Federation of Unions of South Africa (FEDUSA), che attualmente la seconda confederazione sudafricana per numero di iscritti. Il processo di transizione ha avuto caratteristiche peculiari in termini di policy making. Il paese era ancora tecnicamente governato dal NP ma, con il progressivo rafforzamento del ruolo dellANC, la mancanza di legittimazione del governo a prendere decisioni divenne pressoch completa. Per esempio, nel 1991 il governo modific il sistema di tassazione sulle vendite, trasformando limposta generale sulle vendite in unimposta sul valore aggiunto: questa colpiva il prezzo dei generi di prima necessit, con implicazioni economiche non di poco conto per i poveri. Il COSATU lanci una campagna di protesta contro questa decisione unilaterale e il governo, dopo un periodo di resistenza, si decise ad istituire un National Economic Forum (NEF), creando cos un meccanismo di consultazione sulle principali decisioni di politica economica. Questo forum, insieme alla NMC, rappresent uno spostamento verso un sistema di policy making di tipo corporativo. Nel corso degli anni 90 furono istituiti sva-

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Unanalisi abbastanza dettagliata delle dinamiche di questa alleanza strategica quella proposta in P.G. Eidelberg, The Tripartite Alliance on the Eve of a New Millennium: COSATU, the ANC and the SACP, in G. Adler & E. Webster (a cura di), Trade Unions and Democratization in South Africa, 1985-1997, cit., pp. 129-157.

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riati altri forum, che rappresentavano altrettanti spazi di partecipazione, non solo per i sindacati ma per la societ civile in generale.65 Tuttavia il movimento sindacale, pur vedendo crescere il proprio ruolo nella formulazione delle politiche pubbliche, era consapevole dei rischi che si potevano correre affidandosi unicamente a questi forum, che avevano natura temporanea e, dato che contemporaneamente il paese stava partecipando ai negoziati internazionali per lingresso nel General Agreement on Tariffs and Trade (GATT), si presentavano piuttosto fragili e non sempre in grado di produrre risultati apprezzabili.66 I sindacati dovevano anche affrontare il problema di come ottenere il riconoscimento legale delle conquiste fatte nella forma di diritti acquisiti. Nel 1993 il COSATU adott, nel corso di un congresso straordinario, un documento sui diritti dei lavoratori che, allo scopo di formalizzare i passi avanti fino ad allora compiuti, richiedeva che il governo sottoscrivesse le convenzioni internazionali (specialmente quelle dellILO) sui diritti dei lavoratori e sulla libert di associazione; che fossero garantiti il diritto di sciopero su tutte le questioni sociali, politiche ed economiche e laccesso dei lavoratori alle informazioni sia da parte del governo che dai datori di lavoro; che la nuova costituzione garantisse il coinvolgimento attivo della societ civile, compresi i sindacati, nella formulazione delle politiche pubbliche; che fosse stabilita ununica legislazione sul lavoro valida per tutti i lavoratori.67 Mentre i negoziati tra lANC e il NP erano in una fase di stallo, il COSATU e soprattutto il sindacato dei metalmeccanici ad esso affiliato, la National Union of Metalworkers of South Africa (NUMSA), inizi anche ad elaborare una strategia di trasformazione sociale per il dopo-apartheid. Questa strategia prevedeva di assegnare un ruolo
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A. Bezuidenhout, Towards global social movement unionism?, cit., p. 378. S. Friedman & M. Shaw, Power in Partnership? Trade Unions, Forums and the Transition, in G. Adler & E. Webster (a cura di), Trade Unions and Democratization in South Africa, 1985-1997, cit., pp. 193-5. A. Bezuidenhout, Towards global social movement unionism?, cit., p. 379.

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centrale allo stato nella ricostruzione della societ sudafricana. Questo Programma per la Ricostruzione fu usato dai negoziatori dellANC per convincere la sinistra ad accettare alcune concessioni fatte dal governo, nel tentativo di sbloccare la situazione dei negoziati. La strategia fu inserita nel programma elettorale dellANC e divenne nota come il Reconstruction and Development Programme (RDP).68 Il COSATU riusc in questo modo a dare un contributo sostanziale nella formulazione dellagenda politica della ricostruzione; daltra parte, lANC seppe sfruttare il sindacato ai fini della propria campagna elettorale. Nel 1994 si svolsero le prime elezioni libere nel paese e lANC risult vincitore, emergendo come partito di maggioranza nel nuovo governo di unit nazionale. Forte dellalleanza con lANC (e con il SACP), il COSATU riusc ad esercitare una notevole influenza sulle riforme promosse nei primi anni successivi alle elezioni, raggiungendo buona parte degli obiettivi fissati nella campagna per i diritti dei lavoratori. In particolare, la NMC e il NEF furono rimpiazzati da un nuovo organo, il National Economic, Development and Labour Council (NEDLAC); il diritto di sciopero e quello di formare sindacati furono inseriti nella nuova costituzione; furono ratificate le convenzioni internazionali sul lavoro; infine, fu raggiunto un accordo in seno al NEDLAC per la riforma delle relazioni industriali mediante la promulgazione di un nuovo Labour Relations Act. Non furono soddisfatte le richieste per un nuovo sistema centralizzato di contrattazione collettiva, ma in compenso furono previsti nuovi meccanismi per la risoluzione delle dispute. In definitiva, si pu affermare che il movimento sindacale sudafricano ha giocato un ruolo di fondamentale importanza nel superamento dellapartheid e nella costruzione di un sistema politico democratico. Nellultimo capitolo torneremo sugli aspetti pi puramente teorici del processo di transizione, per poterli meglio confron68

G.A. Gtz, Shoot Anything That Flies, Claim Anything That Falls: Labour and the Changing Definition of the Reconstruction and Development Programme, in G. Adler & E. Webster (a cura di), Trade Unions and Democratization in South Africa, 1985-1997, cit., pp. 163-8.

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tare con quelli relativi allaltro caso qui preso in esame, quello nigeriano, che verr discusso nel prossimo capitolo.

Nigeria: divisione amministrativa attuale Fonte: http://www.globalsecurity.com

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Nigeria: principali gruppi etnici Fonte: http://www.uiowa.edu

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3. IL MOVIMENTO SINDACALE
E LA SMILITARIZZAZIONE DELLA POLITICA IN NIGERIA

Nellanalisi del caso sudafricano abbiamo preso le mosse da una descrizione della condizione dei lavoratori neri nel sistema sociale, economico e politico dellapartheid. Per discutere lesperienza della Nigeria necessario in primo luogo chiarire le dinamiche che hanno assoggettato questo paese ad un sistema politico altamente instabile dominato dallelite militare, con il susseguirsi di colpi di stato e la continua frammentazione federale causata da rivalit etniche riconducibili in buona misura al problema della gestione delle risorse naturali di cui la Nigeria ricca. Il movimento sindacale ha molto subito linfluenza di questi fattori strutturali, dovendo accettare il controllo dei governi militari e perdendo cos parte della capacit di intraprendere iniziative di natura politica. Ad aggravare queste difficolt, si aggiungono i numerosi programmi di aggiustamento strutturale dettati dalle istituzioni economiche internazionali che hanno imposto ulteriori restrizioni alla capacit dazione del sindacato anche su temi eminentemente sociali.

3.1. La struttura sociale della Nigeria post-coloniale


un fatto noto che gli elementi fondamentali della politica nigeriana sono profondamente legati al passato coloniale del paese. Analogamente a molti altri paesi africani, la Nigeria come entit statuale stata creata attraverso le pratiche tipiche dellamministrazione co65

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loniale britannica. Ai fini della nostra discussione, sufficiente ricordare che le dinamiche sociali, politiche ed economiche della Nigeria post-coloniale sono in larga misura un prodotto dei processi di state-building e di integrazione economica iniziati durante il dominio coloniale, in maniera assai simile a quanto avvenuto nel resto del continente.1 Un primo importante aspetto cui si pu fare riferimento nellanalisi della societ nigeriana la sua pluralit. La Nigeria appartiene infatti a quella categoria di paesi le cui societ sono classificate come divise o profondamente divise. Si contano oltre 250 gruppi etnici con proprie lingue e identit, e si rilevano alcune divisioni regionali e serie divisioni religiose, specialmente tra musulmani e cristiani. Alimentate per lungo tempo dallamministrazione coloniale, queste fratture sono state e continuano ad essere uno dei principali fattori di crisi dello stato nigeriano, dal momento che prima e dopo lindipendenza raggiunta nel 1960 hanno dovuto essere accomodate con una continua ridefinizione territoriale in senso federale: originariamente diviso in 4 regioni (1963), il territorio del paese stato successivamente riorganizzato in 12 stati nel 1966, 19 nel 1976, 30 nel 1991, fino agli attuali 36 stati stabiliti nel 1996. Questo processo, che si ricollega alle divergenze e ai conflitti di interessi nello sviluppo economico del paese, non stato sempre pacifico ed anzi ha avuto drammatici risvolti, come vedremo. La descrizione della complessa realt etnica della Nigeria pu essere semplificata facendo riferimento ai gruppi numericamente pi consistenti, che dominano determinate aree geografiche e sono i principali protagonisti dellarena politica. I due principali gruppi della regione settentrionale sono gli Hausa e i Fulani (a volte indicati anche come ununica etnia, Hausa-Fulani), anche se un altro impor1

Allo sviluppo del sistema coloniale britannico dedicato ampio spazio in A.M. Gentili, Il leone e il cacciatore, cit. (il caso nigeriano riassunto alle pp. 225-30); sulleredit politica del colonialismo nellAfrica indipendente faccio riferimento principalmente alla monografia di M. Mamdani, Citizen and Subject. Contemporary Africa and the Legacy of Late Colonialism, Princeton, Princeton University Press, 1996.

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tante fattore di identificazione sociale in questarea quello religioso, dal momento che lIslam il culto dominante in tutto il nord. Nel sud del paese, la zona ad ovest del fiume Niger la patria degli Yoruba, mentre sulla sponda orientale si trovano gli Ibo (o Igbo, a seconda delle trascrizioni). Tra Ibo e Yoruba sempre esistita unaccesa rivalit, acutizzata dalla marcata differenza di sviluppo socioeconomico: gli Yoruba hanno beneficiato di un maggiore accesso ad unistruzione di tipo occidentale, e il fatto che la citt di Lagos centro delle attivit politiche e capitale del paese fino al 1976, quando questo status fu attribuito ad Abuja con la creazione del Federal Capital Territory (FCT) si trovi nello Yorubaland ne ha accelerato lo sviluppo politico; gli Ibo erano il secondo gruppo pi sviluppato.2 Una conseguenza particolarmente negativa di tali rivalit etniche stata e continua ad essere, secondo una prassi consolidata tipica delle realt africane, la tendenza a fare del potere politico uno strumento per laccesso alle risorse economiche. Le affiliazioni etniche sono cio il principale criterio usato nella distribuzione delle risorse pubbliche ed innescano circuiti clientelari e forme di corruzione riconducibili al ben noto fenomeno del patrimonialismo.3 Influenzata dallelemento etnico, la struttura politica nigeriana assunse una configurazione peculiare, in primo luogo per quanto riguarda il sistema dei partiti. Nel 1954 era stata data al paese una costituzione federale, con un governatore generale, vicegovernatori nelle tre regioni (Nord, Sud-ovest e Sud-est) ed elezioni a suffragio universale. Fin dallinizio, ogni formazione partitica attiva nel paese stata essenzialmente lespressione di un particolare gruppo etnico, e perci tutti i principali partiti politici hanno organizzato le rispettive basi su scala regionale. Lo si vide gi nelle elezioni del 1957,
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E.E. Osaghae, Crippled Giant. Nigeria Since Independence, London, Hurst & Co., 1998, p. 9. Il concetto di patrimonialismo sviluppato da Max Weber riassunto, con riferimento alle realt africane, da N. Kasfir, Relating Class to State in Africa, in N. Kasfir (a cura di), State and Class in Africa, London, Frank Cass, 1984, pp. 1-20. Nello stesso volume, R.A. Joseph, Class, State and Prebendal Politics in Nigeria (pp. 21-38), utilizza anche il termine etnoclientelismo applicandolo al caso nigeriano.

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quando in ciascuna regione si afferm chiaramente un forte partito a base etnica: nel Nord il Northern Peoples Congress (NPC), che rappresentava le elite musulmane Fulani; nel Sud-ovest lAction Group (AG), formato dalle autorit tradizionali dei ricchi produttori di cacao e dei professionisti; nel Sud-est il National Council of Nigerian Citizens, composto da giovani istruiti e funzionari.4 Fuori da questo schema si collocava unaltra organizzazione, la Northern Elements Progressive Union (NEPU), nella quale confluirono elementi radicali il cui orientamento politico era profondamente critico nei confronti della societ del Nord. Esistevano poi diversi partiti minori, tutti legati ad interessi particolari, personali o locali, la cui preoccupazione principale era di contrastare legemonia politica del gruppo etnico dominante in ciascuna regione. Tra questi, uno dei pi forti era lo United Middle Belt Congress (UMBC), punto di riferimento per i cristiani e i seguaci delle religioni tradizionali nel Nord.5 Nel 1959, in occasione delle elezioni preparatorie per lindipendenza del 1960, il NPC e il NCNC si allearono contro lAG, ma si trattava di unalleanza atipica: essa univa i due partiti pi forti contro quello pi debole invece che i due pi deboli contro il pi forte, come vorrebbe la teoria dellequilibrio di potere.6 Fu creata una quarta regione sottraendo una parte di territorio al Sud-ovest con lo scopo di indebolire ulteriormente lopposizione, e la nuova regione chiamata Midwest and sotto il controllo del NCNC. Ma la coalizione tra il NPC e il NCNC era instabile per il semplice fatto di non essere necessaria, e la geografia delle alleanze cambi rapidamente dopo il censimento del 1962 che attribuiva al Nord la maggioranza assoluta della popolazione (che allepoca ammontava a circa 55 milioni), e che fu respinto dal Sudest e dal Sud-ovest. Alle elezioni del 1964 si presentarono due nuove coalizioni: la United Progressive Grand Alliance (UPGA) che univa il NCNC e lAG, e la Nigerian National Alliance (NNA), formata dal NPC insieme al nuovo Nigerian National Democratic Party (NNDP). Le
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A.M. Gentili, Il leone e il cacciatore, cit. R. Cohen, Labour and Politics in Nigeria, London, Heinemann, 1974, p. 4. W. Zartman (a cura di), The Political Economy of Nigeria, London, Praeger, 1983, introduzione, p. 2.

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elezioni furono boicottate dallUPGA e furono quindi vinte dufficio dalla NNA. Questa tent poi di distruggere la base regionale dellopposizione manipolando le elezioni regionali del Sud-ovest nel 1965, e i brogli fecero degenerare rapidamente la situazione: sciopero generale, ribellione, guerra civile. Nel giro di pochi anni le rivalit etnico-regionali avevano provocato cos il collasso di un sistema politico estremamente instabile e, di l a poco, la fine della cosiddetta Prima repubblica (1960-1966).7 Un altro elemento molto importante nella politica nigeriana sicuramente la struttura economica. La grande abbondanza di risorse presenti nel paese petrolio, gas naturale, risorse minerarie e agricole offriva alla Nigeria, almeno in teoria, notevoli potenzialit di sviluppo. Malgrado queste potenzialit, il paese non si mai avviato ad un vero sviluppo economico e, al contrario, ha vissuto una lunga stagione di declino che ne ha fatto uno dei paesi pi poveri e indebitati del mondo. A questo declino hanno contribuito, in misura variabile, le stesse dinamiche che hanno reso debole il sistema politico: la cattiva gestione delleconomia nazionale, imputabile essa stessa allinstabilit del regime; gli ostacoli posti dalle spinte centrifughe allimpiego razionale delle risorse; linclinazione dei funzionari statali allappropriazione delle risorse, in una sorta di accumulazione primitiva; in sostanza, le varie malversazioni dovute allinefficienza delle istituzioni, alla corruzione e agli sprechi.8 Tutti questi fenomeni, per, sono ampiamente riscontrabili anche in quei paesi che hanno conosciuto, o stanno conoscendo, un certo grado di sviluppo e quindi, bench certamente costituiscano degli ostacoli, non sono sufficienti da soli a spiegare le difficolt delleconomia nigeriana a decollare. Le cause pi profonde di tali difficolt giacciono piuttosto nella posizione periferica (o semiperiferica) del paese nel sistema economico globale. Un ruolo assolutamente preponderante occupato nella struttura economica dal settore petrolifero, che con7 8

E.E. Osaghae, Crippled Giant, cit., pp. 41-47. J.O. Ihonvbere & T.M. Shaw, Towards a Political Economy of Nigeria. Petroleum and Politics at the (Semi-) Periphery, Aldershot, Avebury, 1988, p. 50.

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tribuisce alle entrate del governo federale, nella forma di tasse, royalties e guadagni da esportazioni, in proporzioni che superano il 90%. Ci ha dato alla Nigeria le caratteristiche di uno stato rentier, la cui economia dipende in maniera fondamentale dalle relazioni commerciali con i paesi occidentali ed estremamente vulnerabile alle oscillazioni dei mercati internazionali.9 Da ci derivata lincapacit di avviare uno sviluppo autonomo, anche in periodi in cui le condizioni sembravano relativamente favorevoli. Anche la struttura di classe ha risentito pesantemente delle dinamiche fin qui descritte. Nella misura in cui il processo politico dominato dalla dimensione etnica e dal patrimonialismo, e in quanto le classi hanno raggiunto molto tardi un grado di sviluppo tale da poter incidere significativamente sui rapporti di potere, gli interessi di classe sono stati a lungo definiti e promossi tramite canali politici. La principale attivit dellelite politica in Nigeria stata, in sostanza, un tentativo di sfruttare i vantaggi del potere politico per consolidare la propria posizione economica e sociale. In questo tentativo, la classe politica ha cooptato professionisti ed elementi piccolo-borghesi come commercianti e proprietari terrieri, nonch un nutrito strato di funzionari statali e burocrati di medio livello, il cui interesse al mantenimento dello status quo ne faceva una classe abbastanza conservatrice; le banche erano usate per finanziare i maggiori partiti politici, mentre gli appalti pubblici erano normalmente gestiti in modo tale da favorire i sostenitori politici. La ricchezza ottenuta con lesercizio delle cariche pubbliche era usata per acquistare terreni, case o piccole industrie, e le imprese pubbliche funzionavano come veicoli di arricchimento per gli amministratori.10 Si calcola che, dal 1960 ad oggi, oltre 110 miliardi di dollari siano stati sottratti allerario nazionale per andare ad alimentare questi circuiti di corru-

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Ibidem, pp. 58-60; W.D. Graf, The Nigerian State: Political Economy, State Class, and Political System in the Post-Colonial Era, Portsmouth, Heinemann, 1988, p. 219. R. Cohen, Labour and Politics in Nigeria, cit., pp. 29-30.

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zione.11 Questa tendenza ad usare i benefici delle cariche pubbliche per consolidare interessi di classe riscontrabile, in una certa misura, anche nelle forze armate, del cui ruolo politico ci occupiamo nel prossimo paragrafo. Per quanto riguarda la condizione della classe operaia, essa va messa in relazione allo sviluppo dellindustria petrolifera nella misura in cui questo ha generato il fenomeno dellurban bias: da un lato, il declino rurale che si accompagnato al boom petrolifero ha intensificato la pressione migratoria verso i centri urbani ed ha accresciuto la domanda di generi alimentari nelle citt, facendo innalzare il costo della vita; dallaltro, lo stato si mostrato incapace di soddisfare i bisogni crescenti della popolazione urbana, mentre si preoccupato soprattutto di proteggere gli interessi dellindustria petrolifera.12 Ci, a sua volta, ha generato un forte malcontento tra i lavoratori, accrescendone la militanza. Il limitato livello di proletarizzazione e la rilevanza dello stato come principale datore di lavoro, nonch linfluenza esercitata dallideologia sviluppista con le sue pretese di contenimento del lavoro organizzato, hanno per minato il potere contrattuale e la capacit dazione dei sindacati.13 Questi hanno inoltre vissuto profonde divisioni interne che li hanno ulteriormente indeboliti.

3.2. Tendenze pretoriane: i militari al potere


La storia della Nigeria post-coloniale stata profondamente segnata dallintervento militare in politica e dalle sue conseguenze. I militari hanno dominato il paese per gran parte della sua esistenza come stato indipendente (solo 10 anni di governo civile dal 1960 al
11

12 13

R.C. Njoku, Deconstructing Abacha: Demilitarization and Democratic Consolidation in Nigeria after the Abacha Era, in Government and Opposition, Vol. 36 No. 1, 2001, p. 89. J.O. Ihonvbere & T.M. Shaw, Towards a Political Economy of Nigeria, cit., pp. 45-7. F. Barchiesi, Beyond the State and Civil Society, cit., pp. 151-2.

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1999), e ne hanno plasmato in buona misura le formazioni politiche, economiche e sociali. Per meglio specificare, si tratta di una delle pi tipiche manifestazioni di quel fenomeno che tra gli studiosi di politica chiamato pretorianesimo: questo termine designa la tendenza dei militari ad intervenire con lo scopo dichiarato di salvare il paese dal collasso, dalla disintegrazione e dalla cattiva gestione economica in cui precipitato il regime civile.14 I militari avocano a se stessi il ruolo di salvatori o guardiani della nazione, e sono di fatto indotti a svolgere questo ruolo in situazioni di grave crisi istituzionale e disordine sociale, aggravate anche da divisioni etniche, regionali e locali.15 La legittimazione di interventi militari di questo tipo fa leva anche su unidea di provvisoriet che vi sta alla base: quando lintervento dei militari ha uno scopo dichiaratamente correttivo, essi si propongono di rientrare nelle caserme e di restaurare un governo civile una volta cessata lemergenza, attraverso un programma di transizione. Molto di frequente, tuttavia, i programmi di transizione si rivelano fallimentari e spesso le esperienze di governo militare si trasformano in regimi autoritari caratterizzati da una miscela di personalismo e corruzione. I regimi militari che non hanno un programma di transizione, o falliscono nel portarlo a termine, trovano poi delle giustificazioni pretestuose per il prolungamento dellesperienza autoritaria: questo, con poche eccezioni, esattamente il caso di molti regimi nigeriani.16 Il primo della lunga serie di pronunciamenti militari avvenne il 15 gennaio 1966, quando un gruppo di giovani ufficiali i cinque maggiori guidato dal maggiore Kaduna Nzeogwu tent un colpo di stato motivato dalla volont di eliminare tribalismo, nepotismo e
14

15 16

A. Perlmutter, The Praetorian State and the Praetorian Army: Toward a Taxonomy of Civil-Military Relations in Developing Polities, in Comparative Politics, Vol. 1 No. 4, 1969, pp. 382-404. Sulle caratteristiche del pretorianesimo nigeriano si veda K.N. Kalu, The Praetorian orthodoxy: Crisis of the Nigerian military state, in Journal of Political and Military Sociology, Vol. 28 No. 2, 2000, pp. 271-292. R. Jackman, The predictability of coups detat: A model with African data, in American Political Science Review, Vol. 81, 1978, pp. 405-423. E.E. Osaghae, Crippled Giant, cit., pp. 54-5.

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regionalismo e di combattere i nemici del progresso. Il golpe non ebbe successo, ma luccisione dei leader del governo federale e di quelli regionali del Nord e del Sud-ovest gett il paese in una profonda crisi. Fu facile per il comandante dellesercito, il generale Aguiyi Ironsi, convincere i membri sopravvissuti del governo federale a cedergli volontariamente il potere in via provvisoria per ristabilire lordine e la legalit.17 Ironsi sospese la costituzione e si impegn in un programma di preservazione dellunit nazionale, sradicamento di regionalismo, tribalismo, corruzione e disonest nella vita pubblica, ed accelerazione dello sviluppo economico. Nel perseguire questi obiettivi, dichiar fuorilegge 81 partiti politici e 26 organizzazioni tribali e culturali, ed istitu commissioni dinchiesta sulle principali compagnie parastatali (elettricit, ferrovie, etc.) e sul consiglio comunale di Lagos. Inizialmente il golpe fu ben accolto nel paese, che sperava nel superamento della crisi iniziata nel 1964; ma ben presto sopraggiunse il risentimento della regione settentrionale, i cui leader interpretarono il golpe come un tentativo di stabilire unegemonia Ibo nel paese, idea rafforzata da alcune circostanze, per esempio il fatto che nessuno dei politici e ufficiali uccisi fosse di etnia Ibo.18 Il 24 maggio 1966 Ironsi abol il sistema federale e diede il via alla centralizzazione delle funzioni di governo e dei servizi pubblici. Questultimo atto fu fatale al regime, rovesciato in luglio da un contro-golpe organizzato da ufficiali del Nord: Ironsi fu ucciso e il tenente colonnello Yakubu Gowon assunse le cariche di comandante delle forze armate e di capo dello stato. Gowon intendeva innanzi tutto ristabilire un sistema federale, e a tal fine convoc una Conferenza Costituzionale Ad Hoc nella quale le regioni furono rappresentate da delegazioni di politici, accademici, avvocati, burocrati e autorit tradizionali. Ma mentre si svolgevano i lavori della Conferenza emersero gravi contrasti legati alla scoperta di ricchissimi giacimenti petroliferi nellarea del delta del Niger. I conflitti di interesse sulle opportunit di sviluppo offerte da questa scoperta inasprirono le rivalit etnico-regionali, finch nel
17 18

Ibidem, pp. 56-7. Ibidem, p. 58.

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maggio il Sud-est proclam la propria indipendenza con il nome di Repubblica del Biafra. La secessione scaten una sanguinosa guerra civile, il cui bilancio finale fu stimato intorno a 3 milioni di morti.19 Dopo la guerra, Gowon tent una riconciliazione nazionale e lanci un programma di ricostruzione, servendosi delle nuove risorse finanziarie garantite dal boom petrolifero iniziato nei primi anni 70. Tuttavia dopo la guerra riemerse anche la questione del ritorno ad un governo civile e Gowon, malgrado le ripetute promesse fatte in questo senso, continu a rinviare la transizione che, di fatto, non avvenne mai. Infine, nel luglio 1975, il regime fu rovesciato da un nuovo golpe, questa volta incruento, che port al potere i generali Murtala Mohammed e Olusegun Obasanjo. Il primo assunse la carica di capo dello stato, il secondo divenne il suo vicario. Contrariamente a quello di Gowon, il regime di Mohammed e Obasanjo era fermamente intenzionato a ripristinare il governo civile, e avvi un percorso di disimpegno progressivo delle forze armate. Gi ai primi di ottobre Mohammed annunci un programma di transizione articolato in 5 fasi: 1. accomodamento della questione federale, con la creazione dei nuovi stati entro aprile 1976; 2. riorganizzazione dei governi locali, elezioni locali senza partiti e formazione di unAssemblea costituente, con membri in parte eletti e in parte nominati, entro ottobre 1978; 3. rimozione del bando sullattivit dei partiti politici e abrogazione delle misure demergenza; 4. elezioni legislative statali e federali; 5. trasferimento dei poteri ad un governo civile il 1 ottobre 1979.20 Il problema degli stati rivestiva naturalmente unimportanza cruciale, poich dalla sua risoluzione dipendeva essenzialmente la neu19 20

Ibidem, pp. 63-69. B. Onuoha, Reflections on the transition programmes, in B. Onuoha & M.M. Fadakinte (a cura di), Transition Politics in Nigeria, 1970-1999, Ikeja, Malthouse Press, 2002, pp. 23-4.

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tralizzazione delle rivalit etniche e conseguentemente la stabilit del sistema politico. Altra questione estremamente delicata era posta dalla modifica del sistema elettorale e dal riassetto degli equilibri istituzionali che, fortemente sbilanciati nella Prima repubblica, avevano contribuito a radicalizzare la competizione politica e ad incoraggiare il ricorso alla violenza. In questo senso Mohammed riteneva opportuno che si formassero partiti politici veramente nazionali, il cui numero avrebbe dovuto essere limitato per evitare gli effetti deleteri della proliferazione.21 Mohammed port avanti il suo programma con grande vigore, e quando fu assassinato nel febbraio 1976 in un tentativo di golpe che tuttavia fall, Obasanjo prese il suo posto e prosegu con altrettanta determinazione, ribadendo pi volte il suo impegno a condurre a termine la transizione. Questa fu completata nei tempi previsti: furono creati 19 stati e il 1 ottobre 1979, come da programma, avvenne il passaggio dei poteri e la proclamazione della Seconda repubblica (1979-1983). Questa seconda effimera esperienza democratica si rivel ancora pi fragile rispetto alla Prima repubblica, malgrado i numerosi accorgimenti istituzionali escogitati da Mohammed e Obasanjo e dai costituenti per neutralizzare le divisioni. La facilit con cui queste poterono esprimersi in forma violenta dimostrarono che una costituzione perfetta non era sufficiente di per s a garantire la stabilit. La limitazione legale del numero di partiti ammessi alle elezioni si rivel una misura inefficace rispetto allo scopo per cui era stata concepita, cio impedire che il sistema dei partiti fosse una semplice espressione delle affiliazioni etniche, regionali e religiose. Di fatto, queste tornarono ad essere lelemento dominante non appena riemersero i conflitti dinteresse. Il partito di maggioranza relativa, in termini di voti e di seggi allAssemblea nazionale, fu durante questo periodo il National Party of Nigeria (NPN): dominato dallelite Hausa-Fulani, esso proteggeva gli interessi politici degli stati settentrionali raccogliendo quindi leredit del NPC (nonostante fosse organizzato su tut21

T. Falola & J. Ihonvbere, The Rise and Fall of Nigerias Second Republic: 1979-84, London, Zed Books, 1985, p. 25.

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to il territorio nazionale) e si dichiarava favorevole allintroduzione della Sharia, la legge islamica.22 Alhaji S. Shagari, leader del NPN, fu eletto presidente. Ben presto emersero gravi tensioni sulle nomine politiche, sullorganizzazione del sistema distruzione e sullallocazione delle entrate petrolifere in diminuzione; la corruzione del governo raggiunse livelli epidemici. I contrasti si inasprirono con lesplosione di rivolte e Shagari si assicur la vittoria alle elezioni del 1983 per mezzo di brogli massicci.23 I militari intervennero nuovamente con un colpo di stato che port al potere il generale Mohammed Buhari. A questo punto il sistema politico nigeriano aveva mostrato un chiaro schema di alternanza tra periodi di governo civile e militare (di ben pi lunga durata). Buhari lanci una popolare campagna anti-corruzione e una politica, molto meno popolare, di austerit fiscale. Inoltre furono emanati vari decreti che limitavano la libert di stampa. Dopo soli due anni, nel 1985, un nuovo golpe incruento depose limpopolare Buhari e mise a capo del paese il generale Ibrahim Babangida. Babangida assunse il potere in un momento di grave crisi economica. A partire dal 1982 il boom petrolifero cedette il passo ad un drastico declino, dovuto allaumento della produzione mondiale di greggio che ne provoc la caduta del prezzo. Tuttavia la spesa pubblica, malgrado il crollo delle entrate derivanti dal petrolio, continuava a crescere portando quindi un fortissimo indebitamento, mentre la corruzione rimaneva a livelli endemici. Fu proprio il regime di Babangida ad avviare la lunga stagione dei Programmi di Aggiustamento Strutturale preparati dal Fondo Monetario Internazionale (FMI) e dalla Banca Mondiale per far fronte allenorme debito che la Nigeria andava accumulando (ci occuperemo pi avanti di questo specifico problema). Babangida si imbarc in una politica di liberalizzazione economica combinandola con centralizzazione politica, riforme e repressione.24 Laggravarsi della crisi economica diede
22 23 24

E.E. Osaghae, Crippled Giant, cit., pp. 118-125. R.B. Lloyd, Nigerias Democratic Generals, in Current History, Vol. 103 No. 673, 2004, p. 217. Ibidem.

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presto luogo ad agitazioni e rivolte, cui il regime rispose con la repressione contribuendo esso stesso allestensione del dissenso politico. Alla fine Babangida si decise ad avviare, manipolandolo, un processo di transizione alla democrazia instabile ed incerto che culmin con le elezioni del 1993, vinte da un imprenditore yoruba, Moshood Abiola; ma il governo di Babangida annull i risultati delle elezioni prima che fossero formalizzati, stroncando sul nascere la Terza Repubblica.25 Nel novembre dello stesso anno, il ministro della difesa di Babangida, il generale Sani Abacha, mise in atto il proprio colpo di stato, ponendo fine ad ogni parvenza di democrazia. Egli instaur un vero e proprio stato di polizia, reprimendo violentemente ogni forma di dissenso e di protesta e depredando le risorse dello stato. La dittatura di Abacha si protrasse fino alla sua morte, avvenuta nel 1998, dopodich il suo successore, il generale Abdusalami Abubakar, fece ripartire il processo di democratizzazione, che analizzeremo dettagliatamente pi avanti.

3.3. Le divisioni del movimento sindacale dalle origini alla fine della Prima repubblica
Storicamente, a partire dalla formazione della prima organizzazione centrale nel 1943, il movimento sindacale stato molto a lungo diviso in gruppi e fazioni, circostanza che ha causato una impressionante proliferazione di organizzazioni rivali in un continuo alternarsi di fusioni e scissioni. La generale assenza, nei primi tempi, di ingerenze governative o di partito ha favorito linfluenza di certi fattori di divisione del movimento, come le differenze di identit e le dispute ideologiche.26 Tuttavia, se fino alla met degli anni 70 si sono verificate poche intrusioni da parte dello stato nella politica in25

26

E.O. Ojo, The military and democratic transition in Nigeria: An in depth analysis of General Babangidas transition program (1985-1993), in Journal of Political and Military Sociology, Vol. 28 No. 1, 2000, pp. 1-20. R. Cohen, Labour and Politics in Nigeria, cit., p. 70.

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terna dei sindacati, in seguito ha iniziato a manifestarsi una marcata tendenza dei governi militari a limitare lautonomia dei sindacati e ad incorporarli nellapparato statale.27 Fin dalla nascita del lavoro salariato e delle prime forme di proletariato i lavoratori nigeriani hanno tentato di organizzarsi in sindacati, ma solo nel 1939 questi ottennero il pieno riconoscimento legale da parte del governo coloniale. Nel 1943 nacque la prima grande organizzazione centrale, formata da 31 sindacati e chiamata Trade Union Congress of Nigeria (TUCN). Forte di legami con il Dipartimento del Lavoro, il TUCN ottenne subito il riconoscimento ufficiale e riusc ad esercitare una certa influenza nellarena istituzionale non esitando a prendere apertamente posizioni politiche, richiedendo ad esempio che i lavoratori fossero rappresentati nel Consiglio Legislativo. Le difficolt economiche che colpirono il lavoro salariato nel corso della seconda guerra mondiale spinsero ben presto il sindacato a reclamare misure (appoggiate attivamente dalla stampa nazionalista) che proteggessero i salari dallinflazione, e nel 1945 fu proclamato uno sciopero generale. Fu questa la prima occasione in cui si resero manifeste le divisioni interne che contrapponevano i leader pi conservatori a quelli pi radicali, e che raggiunsero il culmine nel 1948 quando si pose la questione dellaffiliazione del sindacato al NCNC, che i conservatori riuscirono ad impedire. Questo provoc la scissione dellala radicale, che nel 1949 organizz il proprio sindacato, la Nigerian National Federation of Labour (NNFL). La scissione rientr presto, poich nello stesso anno un evento drammatico riavvicin le due fazioni: durante uno sciopero dei minatori di Enugu, la polizia apr il fuoco ed uccise 25 dimostranti. Lincidente gener unondata di sentimento nazionalista a vantaggio dellala radicale del movimento. Con il TUCN che perdeva consensi e la NNFL che mancava ancora di unorganizzazione coerente, il Dipartimento del Lavoro prese liniziativa e promosse una fusione tra le due confede27

N. Van Hear, Recession, Retrenchment and Military Rule: Nigerian Labour in the 1980s, in R. Southall (a cura di), Trade Unions and the New Industrialization of the Third World, Pittsburgh, University of Pittsburgh Press, 1988, p. 146.

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razioni, che ebbe luogo nel 1950 con la nascita del Nigerian Labour Congress (NLC).28 Ma la riunificazione non risolse i contrasti: dominato dalla leadership radicale, il nuovo sodalizio fu prima lacerato dal disaccordo sulla scelta di affiliarsi, in alternativa, allInternational Confederation of Free Trade Unions (ICFTU), influenzata dai sindacati americani e britannici, o alla World Federation of Trade Unions (WFTU), che faceva riferimento al campo sovietico, inserendosi quindi nel contesto ideologico della guerra fredda; e fu poi disintegrato dal successo di uno sciopero proclamato da un sindacato indipendente, la Amalgamated Union of the United Africa Company African Workers (UNAMAG), al quale il NLC neg il suo supporto.29 Nel 1953 fu formato un nuovo sindacato centrale, la All-Nigeria Trade Union Federation (ANTUF), con una ventina di sindacati affiliati ed un programma che includeva alcune rivendicazioni portate avanti dai radicali, come la creazione di un partito politico che fosse espressione del movimento dei lavoratori e la nazionalizzazione delle principali industrie. Il governo rifiut in un primo momento di riconoscere lorganizzazione. In seguito tent di far accedere alla leadership gli elementi moderati, ma questi non riuscirono mai a prendere il controllo del sindacato poich il suo orientamento radicale che il governo e i moderati imputavano ad infiltrazioni di elementi comunisti godeva di grande popolarit tra i lavoratori: nel 1956 lANTUF contava circa 181.000 iscritti, cio oltre il 90% della forzalavoro sindacalizzata.30 Inoltre la leadership ebbe laccortezza di non affiliare il sindacato n alla WFTU n allICFTU, rendendo la tesi dellinfiltrazione comunista difficile da sostenere. Ai rivali non rest alternativa alla scissione, che avvenne nel 1957 con la creazione del National Council of Trade Unions of Nigeria (NCTUN). Le due organizzazioni rivali sopravvissero per un paio danni, finch nel 1959 lagitazione della base per lintenzione del governo di rivedere i salari del settore pubblico raggiunse un livello tale da spingerle a fondersi nuovamente facendo rivivere il TUCN.
28 29 30

R. Cohen, Labour and Politics in Nigeria, cit., pp. 72-4. Ibidem, pp. 75-7. Ibidem, p. 78.

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Naturalmente, le differenze ideologiche erano tuttaltro che superate e riemersero subito con lelezione dellesecutivo del TUCN. Il candidato sostenuto dal gruppo dellANTUF, M. Imoudu, fu eletto presidente del sindacato vincendo di misura sullavversario moderato N.A. Cole; ma alla carica di segretario generale fu invece eletto il candidato del NCTUN, L.L. Borha, e i delegati dellANTUF abbandonarono i lavori lasciando cos che fosse eletto un esecutivo dominato dai moderati. Qualche mese dopo la rottura divenne definitiva a causa, ancora una volta, del disaccordo sullaffiliazione allICFTU. Imoudu, irritato dai legami finanziari del vicepresidente con lICFTU, convoc una conferenza a Lagos nellaprile 1960; in risposta, il resto dellesecutivo fiss unaltra conferenza contemporanea a Kano, intimando a Imoudu di partecipare, pena la sospensione. Le conferenze si svolsero entrambe, e tutti i delegati del gruppo ANTUF seguirono Imoudu a Lagos, dove diedero vita al Nigerian Trade Union Congress (NTUC). Occorre rilevare che al momento della scissione il TUCN contava 86.200 iscritti e il NTUC ne aveva 48.500, ma altri 197 sindacati per un totale di 142.000 iscritti rimasero fuori da entrambe le organizzazioni.31 Negli anni della Prima repubblica il movimento sindacale continu ad oscillare fra tentativi di raggiungere lunit e gli insanabili contrasti ideologici. Nel 1961 il governo federale promosse uniniziativa di democrazia partecipativa, costituendo la All Nigeria Peoples Conference, che discusse tra le altre problematiche anche la ricerca di possibili soluzioni per riconciliare i sindacati. Questo condusse allistituzione di un Labour and Reconciliation Committee, che riusc ad organizzare una conferenza a Ibadan nel maggio 1962. Fu proposto lo scioglimento del NTUC e del TUCN la creazione di uno United Labour Congress (ULC), ma a causa di aspri disaccordi sulle procedure della conferenza i delegati del NTUC abbandonarono i lavori. Essi formarono poi un Independent United Labour Congress (IULC), con il risultato di restaurare lo status quo ante. Accanto alla tradizionale divisione tra radicali e moderati, inoltre, emersero anche nuove fazioni, che ripercorrevano sul fronte sindacale i cleavages
31

Ibidem, p. 82.

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etnico-religiosi del paese. Per esempio, nel dicembre 1962 alcuni sindacati, capeggiati da N. Anunobi e N. Chukwura, si distaccarono dallULC e costituirono il Nigerian Workers Council (NWC), di ispirazione cristiana, affiliato allInternational Federation of Christian Trade Unions (IFCTU); contemporaneamente Ibrahim Nock annunci la formazione della Northern Federation of Labour (NFL). Questa novit cre ulteriore confusione e contribu ad accrescere linsoddisfazione dei lavoratori nei confronti dei leader del movimento: questi, con le loro rivalit, perdevano di vista lobiettivo principale di protezione degli interessi di classe. I lavoratori erano disillusi e frustrati da questa situazione.32 Un ultimo tentativo di unire le forze si ebbe nel settembre 1963 quando, dopo aver costituito un Joint Action Committee (JAC), i sindacati iniziarono un lungo scontro con il governo per una revisione generale dei salari. Infine nel 1964 uno sciopero generale paralizz completamente lamministrazione e i settori moderni delleconomia, e alla fine costrinse il governo a cedere. Nei mesi successivi il paese precipit nel caos sociale e politico che, come abbiamo gi visto, port al collasso la Prima repubblica e inaugur la prima fase di intervento militare.

3.4. I sindacati sotto il governo militare


I pronunciamenti militari del 1966 e linsediamento della giunta presieduta dal generale Ironsi misero in evidenza il fatto che tra i principali problemi della societ nigeriana vi era quello dellassenza di un movimento nazionalista sufficientemente radicato, essendo decisamente prevalenti le lealt etniche e religiose. Di questo limite risentiva chiaramente il movimento operaio che, come si appena visto, si presentava sin dalle origini profondamente diviso, e questo proprio perch al suo interno mancava una base di identit che ne rafforzasse la coesione; conseguentemente, anche la sua capacit di
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W. Ananaba, The Trade Union Movement in Nigeria, London, Hurst & Co., 1969, p. 232.

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sfruttare le normali risorse di influenza politica ne risultava penalizzata. Ironsi fece un tentativo di unire i sindacati a sostegno del suo governo, ma le spaccature allinterno del movimento erano troppo profonde per poter essere sanate senza dover ricorrere alla coercizione.33 Il successivo colpo di mano filo-settentrionale di Gowon non apport a sua volta grandi cambiamenti almeno fino alla fine della guerra civile. Gli unici sviluppi degni di nota durante questa prima fase di governo militare furono, da una parte, la formazione nel 1967 della Biafran Trade Union Confederation (BTUC) come conseguenza della secessione del Biafra e, dallaltra, la creazione nel 1968 di una piccola organizzazione chiamata Nigerian Federation of Labour (da non confondere con la Northern Federation of Labour, che aveva la stessa sigla), che fu il frutto di una scissione dal NTUC. I gravissimi danni alleconomia causati dalla guerra crearono difficolt enormi per i lavoratori, la cui capacit di soddisfare i propri bisogni diminu drasticamente, anche a causa dellaccresciuta pressione fiscale sulle fasce di reddito medio-basse. Lagitazione dei lavoratori non si fece attendere, e vi furono alcuni scioperi; in risposta, la giunta militare di Gowon eman un decreto, il Trade Disputes (Emergency Provisions) Decree No. 21 del 1969, che introdusse rigide restrizioni al diritto di sciopero. Le leadership sindacali, tuttavia, non si opposero seriamente a questo decreto, dichiarando in pi occasioni di volersi mostrare responsabili al cospetto della situazione che richiedeva misure demergenza.34 Esse persero cos la fiducia della base, che non condivideva la loro scelta, ed emersero gravi tensioni allinterno del movimento: nel NWC e nellULC furono eletti nuovi dirigenti, mentre molti sindacati affiliati al NTUC, tra cui la Shell-BP & Allied Workers Union, uscirono dalla confederazione. Queste pressioni dal basso spinsero le organizzazioni centrali a formare nellagosto 1970 un coordinamento, lo United Committee of Central Labour Organizations (UCCLO), per presentare un fronte unito al cospetto dello stato, che era anche il principale datore di lavoro.

33 34

R. Cohen, Labour and Politics in Nigeria, cit., pp. 217-8. Ibidem, pp. 226-27.

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Nel frattempo, il boom petrolifero che era appena iniziato, con la conseguente fase di industrializzazione (avviata con massicci investimenti statali), innesc trasformazioni radicali che unelite emergente inizi a sfruttare servendosi di canali patrimoniali, come le licenze per limportazione che consentivano la vendita sovrapprezzo di beni di consumo sul mercato interno. Uno dei risultati della crescita senza controllo delleconomia fu la rapida espansione del mercato del lavoro: nel 1975 i lavoratori salariati erano circa 1,5 milioni, e sarebbero arrivati a 3 milioni nel 1980 (senza contare la forzalavoro non registrata attiva nel mercato informale).35 La classe operaia urbana, ingrossata dalle masse di migranti rurali, vide declinare il proprio tenore di vita, vittima dellinflazione, del deterioramento dei servizi sociali e degli abusi della classe politica.36 Le tensioni sociali generate dallindustrializzazione spinsero il Governo Militare Federale ad istituire una Wages and Salaries Review Commission, presieduta da S.O. Adebo, per dare parziale risposta alle rivendicazioni dei sindacati riguardo ai livelli salariali pi bassi. La commissione studi la situazione nazionale per diversi mesi, ed infine raccomand un aumento di 2 sterline al mese per i salariati che percepivano un reddito annuo inferiore a 500 sterline. Anche se loggetto specifico di studio assegnato alla commissione erano i salari del pubblico impiego, il suo rapporto conteneva anche la raccomandazione che i datori di lavoro privati di seguire le medesime indicazioni.37 Il governo approv tutti gli aumenti sia per il settore pubblico che per quello privato, ma non li applic alle compagnie straniere argomentando che queste, dal 1964, anno dellultima revisione generale dei salari, garantivano aumenti ai propri lavoratori sulla base del costo della vita. Secondo Adrian Peace, vi erano delle difficolt nel distinguere tra gli aumenti motivati dalla crescita di produttivit e quelli legati allinflazione, e le incomprensioni tra sindacati e datori

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N. Van Hear, Nigerian Labour in the 1980s, cit., p. 146. F. Barchiesi, Beyond the State and Civil Society, cit., p. 153. First Report of the Wages and Salaries Commission, Lagos, Federal Ministry of Information, 1970.

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di lavoro erano dovute appunto ai diversi criteri adottati dalle parti.38 Il problema era perci di interesse strategico e la disputa assunse unimportanza fondamentale, dal momento che il criterio scelto avrebbe condizionato le politiche future sui salari. Ne scatur un aspro conflitto, che ebbe momenti particolarmente acuti nellarea industriale di Lagos, durante il quale i lavoratori lamentarono il fatto di aver dovuto sopportare un inasprimento della pressione fiscale durante la guerra civile e di non ricevere ora nessun beneficio.39 Le spinte alla mobilitazione vennero dal basso, segno evidente della sfiducia che i lavoratori nutrivano nei confronti dei dirigenti sindacali, percepiti come corrotti e collusi con la classe politica ed il capitale.40 Il conflitto fu radicalizzato ulteriormente dal mantenimento in vigore delle misure di guerra contro lincitamento allo sciopero (Decree 53), che rafforzava la sensazione di un complotto per privare i lavoratori dei loro diritti.41 Nellagosto 1971 la commissione Adebo present il suo secondo rapporto in cui, accanto ad indicazioni per la ristrutturazione dei sindacati secondo il modello industriale, si raccomandava di aumentare i salari di circa il 30%, pur tenendo conto delle differenze di costo della vita tra le varie zone del paese.42 Il governo accolse le raccomandazioni della commissione senza obiezioni, e agli inizi del 1972 le agitazioni rientrarono, dopo che i lavoratori avevano dato una sorprendente prova di forza. In ogni caso, questa fu solo una soluzione parziale e temporanea dei problemi relativi al costo della vita, che non sarebbero mai stati risolti in maniera completa e definitiva. Alcuni dati sulla situazione
38

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41 42

A. Peace, The Lagos Proletariat: Labour Aristocrats or Populist Militants?, in R. Sandbrook & R. Cohen (a cura di), The Development of an African Working Class, cit., p. 292. A. Peace, Industrial Protest at Ikeja, Nigeria, saggio presentato alla British Sociological Association, marzo 1972, p. 14. P. Lubeck, Unions, Workers and Consciousness in Kano, Nigeria: A View from Below, in R. Sandbrook & R. Cohen (a cura di), The Development of an African Working Class, cit., pp. 139-160. A. Peace, The Lagos Proletariat, cit., p. 295. Second Report of the Wages and Salaries Commission, Lagos, Federal Ministry of Information, 1971.

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economica e sociale del paese negli anni 70 possono mostrare come, nonostante gli aumenti salariali e la generale espansione delleconomia, il tenore della vita dei lavoratori urbani continuasse ad essere estremamente basso e persistessero estese sacche di povert. Nelle aree urbane, dato il loro tasso di crescita in media, la popolazione dei principali centri industriali quadruplic nel giro di pochi anni il problema degli alloggi era molto serio: il governo destin la maggior parte degli alloggi di nuova costruzione alle fasce di reddito medio-alte, con il risultato che, durante gli anni 70, dal 51% al 72% delle famiglie (tra cui molti migranti) vivevano in camere singole (per le quali spendevano dal 30% al 40% del loro reddito) o in insediamenti informali.43 Nella zona di Kano, tra il 1971 e il 1980, i prezzi di generi alimentari come miglio, riso e sorgo, che costituivano la base dellalimentazione locale, conobbero aumenti rispettivamente del 605%, 562% e 376%, mentre nello stesso periodo i salari crebbero solamente del 342%.44 Dunque il costo della vita continuava ad aumentare pi velocemente dei salari, con conseguenze per nulla trascurabili sul tenore di vita, gi molto basso, delle classi popolari; ad esse il boom petrolifero non port alcun vantaggio. Intanto, le quattro organizzazioni sindacali centrali, la cui competizione era impopolare agli occhi dei nazionalisti e dei militanti che prediligevano lunit sindacale, tentarono di unirsi per formare una singola confederazione e nel 1975 questa iniziativa si stava concretizzando nella formazione di un Nigerian Labour Congress (NLC). Ma di fronte ad uno scenario di agitazione industriale che durava da 4 anni mobilitazioni simili a quelle del 1971-72 circondarono gli aumenti della commissione Udoji nel 1975 il governo militare intervenne per ristrutturare il movimento sindacale. Abbandonando il suo precedente approccio favorevole alla frammentazione dei sindacati, il regime di Obasanjo opt ora per la loro istituzionalizzazione

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M. Watts & P. Lubeck, The popular classes and the oil boom: a political economy of rural and urban poverty, in W. Zartman (a cura di), The Political Economy of Nigeria, cit., p. 136. Ibidem, p. 139.

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ed incorporazione nelle strutture dello stato.45 Nel 1976 il NLC fu soppresso, tutte le organizzazioni internazionali ad eccezione dellILO e dellOrganization for African Trade Union Unity (OATUU) furono dichiarate fuorilegge nel paese e inizi un periodo di persecuzione degli elementi radicali. Nel febbraio 1978 un decreto governativo ricostituiva il NLC con una grande sovvenzione di fondi pubblici, accorpando le centinaia di sindacati esistenti in un sistema di 42 sindacati industriali nazionali, non in competizione reciproca, riconosciuti dai datori di lavoro e con iscrizione obbligatoria per tutti i lavoratori (le quote erano detratte automaticamente dai salari). Il nuovo sindacato centrale ricevette cos il compito di difendere i veri interessi dei lavoratori cos come definiti dallo stato, che si riservava il diritto di redigere gli statuti dei sindacati.46 Il sistema cos imposto era rigidamente corporativo, secondo una strategia gi sperimentata dai regimi latinoamericani. Furono proibiti gli scioperi in determinati settori con il Trade Disputes (Essential Services) Decree no. 23 del 1976 e furono stabilite procedure per la risoluzione delle dispute e per la contrattazione collettiva in quella che il regime chiam guided democracy.47 Molti studiosi e sindacalisti nigeriani ritengono che la soppressione del NLC indipendente fosse mirata precisamente a prevenire una minaccia agli interessi delle classi dominanti durante le elezioni per la restaurazione del governo civile.48 Comunque, bench lintervento fosse percepito come un atto ostile e in buona misura lo era i leader sindacali cercarono di adattarsi, realizzando che la nuova struttura unitaria poteva essere usata in maniera fruttuosa. Lo stato aveva interdetto alcuni vecchi leader dal ricoprire cariche nel sindacato, ma non poteva prevenire lelezione di nuovi leader radi45 46

47 48

F. Barchiesi, Beyond the State and Civil Society, cit., p. 153. C. Lado, The state and civil society: Transition and prospects of labour geographies in an era of economic globalisation in Nigeria and South Africa, in Singapore Journal of Tropical Geography, Vol. 21 No. 3, 2000, p. 304. Ibidem. M. Watts & P. Lubeck, The popular classes and the oil boom, cit., p.140.

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cali.49 E questo fu proprio ci che accadde, poich il comunista Alhaji H. Sunmonu fu eletto presidente del NLC, con il risultato che n il sindacato centrale n quelli industriali si mostrarono compiacenti nei confronti del governo militare uscente e di quello civile entrante. Infatti, al momento delle elezioni e dellinsediamento del governo di Shagari, erano gi montate le pressioni per ottenere aumenti salariali a fronte dellerosione del tenore di vita causata dallinflazione. Il crollo delle esportazioni di greggio alla fine degli anni 70 avevano portato alladozione, nellultimo budget fissato da Obasanjo, di misure di austerit, tra cui il congelamento (e in alcuni casi il taglio) dei salari e la limitazione delle importazioni che aggravarono la crescita del costo della vita, malgrado i militari si preoccupassero di evitare lo scontro con i lavoratori durante il trasferimento dei poteri. Il NLC rispose richiedendo una revisione delle tabelle salariali e la fissazione di un salario minimo nazionale (per i dipendenti pubblici lo stipendio di base corrente era di 70 naira50 al mese); ma i negoziati si conclusero con un nulla di fatto e agli inizi del 1980 il NLC lanci un ultimatum minacciando la nuova amministrazione civile di indire uno sciopero generale se non fosse stato raggiunto in tempi brevi un accordo. Dopo colloqui bilaterali il governo accett di innalzare il salario minimo a 100 naira, ma i datori di lavoro si mostrarono prevedibilmente riluttanti ad attuare gli aumenti, causando numerosi scioperi. Nel febbraio 1981 si svolse intanto la conferenza dei delegati del NLC e lelezione del nuovo esecutivo, che vide il candidato moderato David Ojeli sfidare il presidente Sunmonu nella speranza di mitigare le richieste del sindacato. Sunmonu riusc comunque a conservare la presidenza e fu eletto un esecutivo formato interamente da suoi sostenitori. Una risoluzione unanime convoc lo sciopero generale per il mese di maggio, con la

49

50

B. Beckman, Trade unions and institutional reform: Nigerian experiences with South African and Ugandan comparisons, in Transformation, No. 48, 2002, p. 100. 1 naira equivaleva approssimativamente a 1 dollaro americano.

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richiesta di un salario minimo di 300 naira.51 Lo sciopero paralizz completamente il paese: i trasporti si fermarono, lelettricit fu tagliata, le banche ebbero grossi disagi, le scuole furono chiuse e vi furono problemi anche per la fornitura dacqua e i servizi sanitari. Nel richiedere un minimo salariale di 300 naira, il sindacato stava mettendo in pratica una strategia negoziale che potesse indurre il governo a fare unofferta pi generosa di quella precedentemente proposta, nonostante dichiarasse perentoriamente che la richiesta era non negoziabile.52 Infatti, dopo una lunga contrattazione, si giunse ad una sorta di compromesso: il NLC prima respinse unofferta di 120 naira al mese, poi revoc lo sciopero in attesa che lAssemblea nazionale discutesse una nuova offerta, infine accett un minimo salariale di 125 naira; anche le pensioni furono aumentate da 33 a 50 naira. Lo sciopero generale mostr che il movimento conservava una grande capacit di mobilitarsi in difesa dei suoi membri e di articolare pi ampie rivendicazioni popolari. Tuttavia, la recessione economica avrebbe gradualmente costretto i lavoratori alla sottomissione: per esempio, un ostacolo alla militanza sindacale fu escogitato dal governo con lespulsione, nel 1983, di circa 2 milioni di lavoratori stranieri, provenienti soprattutto dal vicino Ghana.53 La strategia dello stato per smobilitare la militanza operaia un elemento cruciale per comprendere lattuazione dei Programmi di aggiustamento strutturale che partirono negli anni 80 dopo il collasso della Seconda repubblica. Infatti, la repressione del lavoro organizzato forn la continuit necessaria per lazione statale nello spostare lorientamento economico dallo sviluppismo indigenizzato al neoliberismo.54

51 52 53 54

N. Van Hear, Nigerian Labour in the 1980s, cit., p. 147. T. Falola & J. Ihonvbere, The Rise and Fall of Nigerias Second Republic, cit., pp. 159-60. R. Munck, The New International Labour Studies, cit., p. 173. C. Lado, The state and civil society, cit., p. 304.

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3.5. Laggiustamento strutturale e le sue conseguenze per il sindacato


Mentre si svolgeva la campagna per il salario minimo nazionale, il paese sembr conoscere una fase di ripresa economica in seguito al rialzo del prezzo del petrolio sui mercati internazionali nel periodo 1979-81. Dopo essere crollato nel 1978, i prezzi internazionali del greggio risalirono vertiginosamente in conseguenza degli sconvolgimenti politici in Iran: cos il prezzo di esportazione del petrolio nigeriano, dai 14 dollari al barile del 1978 aument rapidamente fino a raggiungere la punta di 40 dollari nel 1981. Gli accresciuti guadagni legati allesportazione, insieme ai prestiti internazionali, fecero s che le riserve di valuta estera superassero i 10 miliardi di dollari alla fine del 1980. La spesa federale fu raddoppiata e la spesa pubblica pianificata per il periodo 1981-85 fu triplicata rispetto alle previsioni originali.55 Tuttavia, il rialzo del prezzo del greggio su cui si basava questa rinnovata espansione economica era solo temporaneo, poich nel 1981 si svilupp un eccesso di offerta. La produzione nigeriana registr un rapido calo, da 2 milioni di barili al giorno nel 1980 a meno di 1,4 milioni nel 1981 fino a 1,2 milioni nel 1982; conseguentemente, le entrate federali diminuirono da 15,2 miliardi di naira nel 1980 a 12,1 miliardi nel 1981 e poi a 11 miliardi nel 1982; il PIL scese del 5,9% nel 1981 e di un ulteriore 3,4% nel 1982.56 Nello sforzo di contenere la crisi, il governo di Shagari introdusse un programma di stabilizzazione economica nellaprile 1982 con lobiettivo prioritario di ridurre il debito, mantenendo sulla carta limpegno alla gestione pubblica dei servizi sociali. Malgrado leggeri miglioramenti nella situazione dei paesi industrializzati e specialmente dei partner commerciali della Nigeria, con modesti aumenti di
55 56

D. Rimmer, The Economies of West Africa, London, Weidenfeld & Nicholson, 1984, pp. 129-31. S. Yahaya, State versus Market: The Privatization Programme of the Nigerian State, in A.O. Olukoshi (a cura di), The Politics of Structural Adjustment in Nigeria, London, James Currey, 1993, p. 17.

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produzione ed un alleviamento della pressione inflazionistica, la situazione in Nigeria continuava a peggiorare. Il PIL registr un ulteriore calo del 4,4%, linflazione aument del 23,2% e la produzione industriale perse addirittura l11,8%; nonostante le misure restrittive riuscissero a ridurre le importazioni del 23%, lexport di greggio si ridusse del 14,7% e di conseguenza la bilancia commerciale riportava ancora un deficit di 2,1 miliardi di naira.57 Il governo riteneva comunque che il programma di stabilizzazione fosse sufficiente a ridare impulso alleconomia, sperando che linstabilit del mercato mondiale fosse temporanea e i prezzi risalissero. Per questa ragione e per la stretta dipendenza del governo dalle relazioni clientelari, esso si mostr riluttante ad accettare le offerte di assistenza e consulenza da parte del FMI e della Banca Mondiale; scelse invece di chiedere agli investitori internazionali un prestito di 2 miliardi di dollari per coprire il debito estero. Quando questo prestito fu negato, il governo decise di prelevare dalle sue riserve presso il Fondo 314 milioni di naira pi altri 170 milioni in Diritti Speciali di Prelievo, senza per chiedere al Fondo di partecipare al suo sforzo di ripresa. Il prelievo tuttavia era affatto insufficiente a sollevare leconomia che, nellottobre 1982, era in arretrato di 3 mesi sul suo debito abituale. Ci indusse le banche estere a tagliare i crediti del paese, creando ulteriore pressione sul governo.58 Di fronte alle crescenti pressioni dei finanziatori occidentali, e sullo sfondo delle crescenti difficolt delleconomia, il governo decise di invitare il FMI a mandare in Nigeria un team di studio per esaminare la natura e le dimensioni dei problemi economici del paese. Contemporaneamente, nellaprile 1983 il governo chiese al Fondo un prestito EFF (Extended Fund Facility) di circa 2,5 miliardi di dollari, e si rivolse alla Banca Mondiale per un ulteriore prestito di 300-500 milioni di dollari. Il FMI, comera prevedibile, insistette
57 58

Ibidem. A. Olukoshi, The Politics of Structural Adjustment in Nigeria, in T. Mkandawire & A. Olukoshi (a cura di), Between Liberalisation and Oppression. The Politics of Structural Adjustment in Africa, Dakar, CODESRIA, 1995, p. 165.

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perch lamministrazione Shagari portasse la sua politica di risanamento economico ben oltre le misure contenute nel Programma di stabilizzazione del 1982. N il congelamento dei salari n le restrizioni alle importazioni stabilite dal governo erano sufficienti secondo il FMI, che pretese ladozione di un Programma di aggiustamento strutturale basato principalmente sulla svalutazione della naira. Inoltre il Fondo chiese anche una drastica riduzione delle spese in conto capitale a non pi di 4 miliardi di naira lanno tra il 1983 e il 1986: tutti i progetti del governo che richiedessero pi di 300 milioni di naira dovevano essere completamente rivisti o riclassificati sulla base delle priorit. Si raccomandava inoltre la privatizzazione delle imprese pubbliche e parastatali, la liberalizzazione del commercio, la deregolamentazione dei tassi di interesse e dei prezzi e la rimozione dei sussidi.59 Poich il governo dichiarava di non essere in grado di mettere in pratica tutte le misure richieste dal FMI e soprattutto riteneva inappropriata la svalutazione, le trattative rimasero a lungo in una fase di stallo; questa, peraltro, bloccava anche la concessione di un rifinanziamento del deficit commerciale di circa 2 miliardi di dollari dalle banche occidentali, che il governo era riuscito ad ottenere da 30 banche occidentali ma che non si sarebbe reso disponibile prima che fosse raggiunto un accordo con il FMI. Dopo il golpe del 31 dicembre 1983 che infine depose Shagari, il governo del generale Buhari continu a resistere alle richieste del Fondo, trovandosi in disaccordo sulle sue principali raccomandazioni sopra elencate. Come il suo predecessore civile, Buhari riteneva che la svalutazione fosse deleteria per il benessere del paese e pertanto la escluse come opzione politica. Mentre era preparato a ridurre come in effetti fece i sussidi e le sovvenzioni alle imprese pubbliche, il governo respingeva lidea delle privatizzazioni tout court suggerite dalle istituzioni finanziarie internazionali, preferendo lopzione della commercializzazione. Ne segu una crisi nei rapporti con il FMI, anche se Buhari prosegu nel taglio della spesa pubblica e dei salari, imposto per mezzo di politiche puramente coercitive a danno di tutte le forze sociali, per esempio reprimendo brutalmente
59

Ibidem, p. 166.

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lo sciopero dei medici ed emanando decreti di limitazione della libert di stampa, oltre che con arresti arbitrari.60 Questa svolta autoritaria, insieme al boicottaggio del paese da parte degli investitori occidentali, cre un clima favorevole al rovesciamento del regime di Buhari nellagosto 1985 ad opera del generale Babangida. Questi scelse immediatamente di allineare il paese allagenda del FMI, accettandone senza riserve il Programma di aggiustamento strutturale in nome dell emergenza economica nazionale. LEmergency Powers Decree No. 22 diede al presidente i pieni poteri per attuare laggiustamento strutturale e per correggere le distorsioni nelleconomia della nazione.61 Il Programma di aggiustamento, che secondo le previsioni avrebbe avuto una durata di due anni, fu applicato pienamente in tutte le sue parti, comprese le misure di svalutazione, privatizzazione e rimozione dei sussidi. Nel budget per il 1988, il governo stese un elenco di imprese statali che avrebbero dovuto essere privatizzate o commercializzate in maniera totale o parziale, successivamente confermato nel luglio 1988 con il Privatization and Commercialization Decree No. 25. La privatizzazione totale era prevista per 13 compagnie di assicurazione, 10 aziende manifatturiere di dimensioni medie e grandi, 4 compagnie di trasporti e 15 aziende agricole, per un ammontare di 150 milioni di naira; tra le imprese da privatizzare parzialmente si annoveravano 23 grandi aziende manifatturiere e 27 banche commerciali, per un totale di 2,1 miliardi di naira. Verso la fine del 1989, furono aggiunti alla lista i 4 stabilimenti di assemblaggio di veicoli.62 Laggiustamento strutturale ebbe effetti negativi sulle condizioni di vita dei lavoratori di tutti i settori. Il settore manifatturiero entr rapidamente in crisi, vittima delle misure di austerit, del deterioramento dei termini di scambio e della svalutazione, cosicch la ristrutturazione e i tagli di spesa colpirono pesantemente la classe operaia industriale. Molti lavoratori, rimasti disoccupati, entrarono nei circuiti economici informali del lavoro sommerso. Ci rafforz i le60 61 62

Ibidem, pp. 169-71. F. Barchiesi, Beyond the State and Civil Society, cit., p. 155. S. Yahaya, State versus Market, cit., p. 19

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gami tra la classe operaia e le impoverite comunit rurali e urbane, ma ridusse questi rapporti ad un livello di pura strategia di sopravvivenza, in cui prevaleva lauto-sfruttamento in attivit a basso reddito. In questo contesto riemersero prepotentemente le reti etniche, religiose e regionali le quali, fornendo legami di solidariet pi stabili rispetto ai sindacati, minarono le capacit di organizzazione di questi ultimi.63 Al di l di questo aspetto, occorre tener presente che lideologia alla base delle politiche di aggiustamento strutturale, in Nigeria come in tutti gli altri paesi africani che le hanno poste in essere, tendeva a dipingere qualsiasi forma di opposizione a tali politiche come ostruzionismo irresponsabile. I lavoratori erano accusati di non voler fare i sacrifici necessari per il risanamento economico nazionale, e le loro richieste erano considerate irragionevoli ed irrealistiche. Il governo vedeva i lavoratori come un ostacolo allaggiustamento strutturale, e fece di ci una giustificazione per la sua politica repressiva di negazione dei diritti sindacali, peraltro senza troppe preoccupazioni in tal senso da parte delle istituzioni finanziarie internazionali.64 Oltre ad imporre condizioni estremamente difficili a livello economico, quindi, laggiustamento strutturale fin per compromettere seriamente la capacit dei lavoratori di intervenire, attraverso i sindacati, sui processi decisionali riguardo a questioni di loro interesse. La progressiva erosione delle libert civili ad opera del regime militare si pu considerare in larga misura una conseguenza delladesione allideologia neoliberista, tanto che Jibrin Ibrahim ha coniato unespressione (sapping democracy) appositamente per indicare gli effetti di chiusura dello spazio politico causati dallaggiustamento strutturale.65
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F. Barchiesi, Beyond the State and Civil Society, cit., p. 155; C. Lado, The state and civil society, cit., p. 305. Y. Bangura & B. Beckman, African Workers & Structural Adjustment: A Nigerian Case-Study, in A.O. Olukoshi (a cura di), The Politics of Structural Adjustment in Nigeria, cit., p. 75. J. Ibrahim, The Transition to Civil Rule: Sapping Democracy, in A.O. Olukoshi (a cura di), The Politics of Structural Adjustment in Nigeria, cit., pp. 129-39. Lespressione il risultato di un gioco di parole in cui la sigla

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Ma laggiustamento strutturale, come strumento di controllo nei confronti della classe operaia mediante repressione e precariet, non riusc ad impedire la politicizzazione della resistenza dei lavoratori. I sindacati tentarono di proteggere se stessi e i propri iscritti dallimpatto della crisi economica e dellaggiustamento sul posto di lavoro. Gli studi condotti sui lavoratori dellindustria nigeriana suggeriscono che vi fossero possibilit per la contrattazione collettiva e per unazione industriale efficace, ma sottolineano anche le limitazioni a cui queste pratiche erano soggette e la necessit per i sindacati di affrontare laggiustamento strutturale sul terreno politico.66 Nellaprile 1987, la lotta del NLC contro la politica economica imposta dal regime si intensific con i preparativi per il 1 maggio. Lufficio stampa del sindacato diffuse comunicati che attaccavano il rifiuto di aumentare i minimi salariali e le varie imposizioni e detrazioni previste dal programma di aggiustamento. La campagna era diretta contro il congelamento dei salari (si parl di salario minimo e massimo sfruttamento): con laggiustamento strutturale si sosteneva i prezzi avrebbero dovuto trovare il loro vero livello di mercato; perch allora si chiedevano i lavoratori ci non doveva valere anche per i salari?.67 I rapporti tra governo e sindacati divennero sempre pi tesi con il paese percorso da una vasta ondata di proteste e scioperi finch, nel febbraio 1988, il Ministro del Lavoro annunci lo scioglimento del NLC, che fu poi ricostituito e posto sotto la direzione di un amministratore unico nominato dal governo. In questo modo il sindacato fu completamente isolato dalle proteste popolari
(structural adjustment programme) richiama il verbo inglese to sap, indebolire. Y. Bangura, Steyr-Nigeria: The Recession and Workers Strategies in the Vehicle Assembly Plant e G. Andr & B. Beckman, Textile Unions and Industrial Crisis in Nigeria: Labour Structure, Organisation and Strategies, in I. Brandell (a cura di), Workers in Third-World Industrialization, London, Macmillan, 1991. B. Beckman, The Politics of Labour and Adjustment: The Experience of the Nigeria Labour Congress, in T. Mkandawire & A. Olukoshi (a cura di), Between Liberalisation and Oppression. The Politics of Structural Adjustment in Africa, cit., p. 281.
SAP

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che montavano nel paese. Queste proseguirono in maniera autonoma fino allesplosione, nel maggio 1989, di una rivolta generalizzata contro il FMI e la politica economica del governo. Il regime si trov in difficolt crescenti e tent di uscirne con una limitata apertura politica organizzando le elezioni del giugno 1993 una competizione tra due partiti ammessi, il Socialist Democratic Party (SDP) e la National Republican Convention (NRC) dopo il cui annullamento instaur un governo ad interim che rimase in carica per circa un anno, fino a cedere il posto al regime di Abacha.

3.6. Lazione sindacale dallinterruzione della transizione alla sua ripresa


Dopo lannullamento delle elezioni presidenziali del giugno 1993 ad opera della giunta di Babangida, lesecutivo del NLC si riun a Lagos e pubblic una dura critica delle ragioni addotte dal regime per giustificare questa decisione. Nel comunicato il sindacato accusava il governo militare di far deragliare la democrazia in Nigeria, di gettare il paese nella confusione, di interferire con il programma di transizione e di tollerare gli eccessi e gli errori dei politici, inclusi i due candidati alla presidenza, solo per poi poterli usare come pretesto per creare una situazione di impasse politico. Si sosteneva che la crisi politica era destinata a generare seri problemi economici e che ogni speranza di miglioramento delle condizioni di vita dei lavoratori nigeriani sarebbe stata disattesa. Pertanto la crisi politica doveva essere collegata a crescente povert, incertezza, insicurezza, minaccia alla pace e allordine, tutti temi di interesse diretto per i sindacati e per la classe operaia nigeriana.68 Con questa dichiarazione, il NLC mostrava di opporsi ai militari, di appoggiare le richieste dei movimenti per la democrazia e di essere pronto ad impegnar68

Nigerian Labour Congress, Statement by the Central Working Committee on the Current Political Development in the Country Issued at its Meeting Held in Lagos on Monday 28th June, Lagos, NLC Secretariat, 1993.

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si direttamente in una lotta popolare per il disimpegno dei militari dalla politica e la restaurazione della democrazia. Altri comunicati diffusi in seguito ribadirono questa posizione: in luglio fu lanciato un ultimatum al governo in cui si chiedeva la cessazione degli arresti arbitrari e il rilascio dei prigionieri politici, in primo luogo del vincitore delle elezioni presidenziali Moshood Abiola, minacciando uno sciopero nazionale e precisando che la politica del NLC non era influenzata da divisioni etniche, tribali o religiose.69 Il 27 agosto Babangida fu costretto a dimettersi da presidente e da comandante delle forze armate, come risultato dellazione politica di massa guidata dalla Campaign for Democracy (CD). Egli mise in piedi un Governo Nazionale Provvisorio che subito invit i lavoratori in agitazione a tornare al lavoro nellinteresse della nazione. Il NLC rigett il nuovo governo e proclam uno sciopero generale ad oltranza, finch tutte le richieste economiche e politiche non avessero ricevuto risposta. I lavoratori di tutti i settori parteciparono in massa ma, poco dopo, con loro grande sorpresa, il presidente del NLC Pascal Bafyau annunci la sospensione dello sciopero senza che nessuna delle rivendicazioni fosse stata accolta, argomentando che uno sciopero di natura politica era deleterio per il sindacato. La revoca dello sciopero da parte del sindacato centrale deluse profondamente i lavoratori e la loro frustrazione fu percepita da Frank O. Kokori, segretario della National Union of Petroleum and Natural Gas Workers (NUPENG), il sindacato del settore petrolifero. Questi espresse a chiare lettere il sospetto, largamente diffuso tra gli attivisti, che il presidente del NLC fosse stato corrotto con una grossa somma di denaro o con la promessa di una nomina politica.70 Da quel momento in poi, la NUPENG inizi a portare avanti le proprie iniziative in maniera autonoma, ignorando le direttive del NLC, per mobilitare i lavoratori contro il regime. Nel novembre 1994, approfittando dei disordini sociali e del caos generalizzato in cui il paese era precipitato, il generale Abacha rove69 70

J.O. Ihonvbere, Organized Labor and the Struggle for Democracy in Nigeria, in African Studies Review, Vol. 40 No. 3, 1997, p. 84. Ibidem, p. 86.

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sci il governo provvisorio e si impadron del potere. Il NLC era ormai diviso e aveva perso ogni credibilit presso i lavoratori e lopinione pubblica, incapace di intraprendere azioni decise contro il regime dal momento che il suo presidente e i suoi principali dirigenti avevano mostrato di essere collusi con i vertici militari.71 Fu soprattutto questa la ragione per cui la guida del movimento operaio nella lotta per la democrazia fu assunta dalla NUPENG che, con i suoi 150.000 iscritti, era strategicamente avvantaggiata dal fatto di rappresentare il settore di gran lunga pi importante delleconomia nigeriana. Nel giugno 1995 lesecutivo della NUPENG diffuse un comunicato in cui, accanto alle rivendicazioni di natura economica, si richiedeva ai militari di restaurare le istituzioni democratiche e di consentire al vincitore delle elezioni del 1993 di formare un governo di unit nazionale.72 I lavoratori dellindustria petrolifera scioperarono spontaneamente per 6 settimane, prima di arrendersi alla repressione. Lo sciopero interruppe tutte le attivit economiche che necessitavano di un apporto energetico ed impose alla popolazione grosse difficolt economiche, ma ciononostante ricevette un grande sostegno popolare. Tutti i movimenti per la democrazia e i diritti civili, specialmente la CD e la National Democratic Coalition (NADECO), appoggiarono lazione della NUPENG alla quale aderirono anche i colletti bianchi della Petroleum and Natural Gas Senior Staff Association (PENGASSAN) e i sindacati dei medici e degli infermieri; marce di protesta furono inoltre organizzate dallAcademic Staff Union of Universities (ASUU) e dalla National Association of Nigerian Students (NANS) in supporto allo sciopero.73 Lo sciopero favor anche il collegamento della mobilitazione dei lavoratori con quella delle minoranze etniche colpite dallimpoverimento e dal degrado ambientale connessi allo sfruttamento dei giacimenti petroliferi: il
71

72 73

E.R. Aiyede, The Dynamics of Civil Society and the Democratization Process in Nigeria, in Canadian Journal of African Studies, Vol. 37 No. 1, 2003, pp. 13-14. J.O. Ihonvbere, Organized Labor and the Struggle for Democracy in Nigeria, cit., pp. 89-90. Ibidem, pp. 91-7.

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caso, ad esempio, della lotta del popolo Ogoni contro lesproprio delle terre da esso abitate nel delta del Niger. La connessione tra la lotta dei lavoratori del settore petrolifero e quella per i diritti delle minoranze apr in effetti nuove opportunit per lopposizione democratica, nella misura in cui i vari gruppi acquisivano consapevolezza del progetto neoliberista di privatizzazione delle risorse collettive portato avanti dal regime.74 Le lotte per la democrazia iniziarono cos a confluire in alleanze pi vaste di quanto fosse stato fino a quel momento possibile, anche in direzioni del tutto nuove come nel caso della collaborazione tra sindacati e organizzazioni non governative in difesa dei diritti umani.75 La risposta del governo allo sciopero si articol in varie forme: in primo luogo, esso tent di screditare i sindacati e in particolare la NUPENG, accusandoli di aver aggravato la crisi economica, di essere antipatriottici e di avere deliberatamente inflitto inutili sofferenze alla popolazione; in secondo luogo, prov a dimostrare che i lavoratori erano stati usati dai politici del SDP e dai seguaci di Abiola, liquidando lo sciopero come un affare riguardante solo il Sud-ovest; tent poi, ma senza successo, di sostituire i lavoratori in sciopero servendosi dei soldati; infine, impieg la classica strategia fatta di intimidazioni, arresti e detenzioni arbitrarie di leader sindacali. In risposta alla repressione, la NUPENG escogit unabile mossa organizzando la temporanea sparizione del suo leader Kokori, di cui tutti accusarono la polizia, mettendo il governo sulla difensiva in una vicenda che ebbe unampia copertura mediatica.76 Ci tuttavia non serv a fermare la repressione, che negli anni successivi avrebbe fatto vittime illustri: lesecuzione del leader Ogoni, lo scrittore Ken Saro Wiwa, il 10 novembre 1995, il brutale assassinio di Kudirat, moglie di Abiola, avvenuto a Lagos nel 1996 e la morte in carcere
74 75

76

F. Barchiesi, Beyond the State and Civil Society, cit., p. 158. E.R. Aiyede, United we stand: labour unions and human rights NGOs in the democratisation process in Nigeria, in Development in Practice, Vol. 14 No. 1-2, 2004, pp. 224-233. J.O. Ihonvbere, Organized Labour and the Struggle for Democracy in Nigeria, cit., pp. 97-101.

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dello stesso Abiola nel maggio 1998 suscitarono grande indignazione dentro e fuori dei confini del paese. Nellultima fase del suo regime, Abacha aggiunse anche ulteriori tensioni alla transizione. In primo luogo, egli rifiut di riconoscere pubblicamente i suoi piani per succedere a se stesso; in secondo luogo, mantenne il silenzio sulla sorte del suo ex vice, il generale Oladipo Diya, e di altri ufficiali condannati alla fucilazione per aver tentato un golpe nel dicembre 1997. I vari partiti politici coinvolti nel programma di transizione ricevettero pressioni e intimidazioni perch appoggiassero Abacha come unico candidato alla presidenza, e gruppi e individui furono reclutati allo scopo di dare legittimit alla sua elezione.77 Mentre preparava la sua autosuccessione, Abacha avvi anche nuovi negoziati con il FMI e la Banca Mondiale per ottenere una revisione del programma di aggiustamento strutturale in corso dapplicazione, ma la sua morte improvvisa, nel giugno 1998, pose fine ai suoi piani. Il generale Abubakar, che gli succedette con lincarico di completare la transizione guidata, fu costretto ad impegnarsi in un programma di smilitarizzazione e ad ammettere tutti i partiti alle elezioni generali del 27 febbraio 1999. Queste videro lelezione a presidente dellex generale Obasanjo e la vittoria del suo Peoples Democratic Party (PDP) contro la coalizione tra lAll Peoples Party (APP) e lAlliance for Democracy (AD). Il NLC fu liberato dal controllo governativo ed emerse una nuova leadership sindacale. Il nuovo presidente del NLC, Adams Oshiomhole, proveniva dal sindacato dellindustria tessile ed aveva avuto un ruolo importante nellorganizzare la resistenza contro gli sforzi di Abacha di porre sotto controllo il movimento operaio.78

77 78

R.C. Njoku, Deconstructing Abacha, cit., p. 82. B. Beckman, Trade unions and institutional reform, cit. p. 101.

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4. TRANSIZIONI POLITICHE E MOVIMENTI


SINDACALI A CONFRONTO

Nei capitoli precedenti abbiamo ricostruito le fasi dellimpegno del movimento dei lavoratori sudafricani e nigeriani nel percorso dei rispettivi paesi verso la democrazia. A questo punto disponiamo di elementi sufficienti per poter mettere a confronto le due esperienze, evidenziarne meglio le analogie e le differenze ed affrontarle da un punto di vista teorico. Gli elementi raccolti consentono di rispondere alle domande proposte nellintroduzione, individuando variabili rilevanti, modalit di coinvolgimento dei sindacati nelle lotte per la democrazia, strategie dazione e forme di alleanze appropriate allo scopo.

4.1. Variabili esplicative per linfluenza politica dei movimenti sindacali


Con le informazioni raccolte possibile costruire uno schema approssimativo per la spiegazione dei singoli casi circa il ruolo dei movimenti sindacali nelle transizioni democratiche e, almeno in parte, per la formulazione di alcune ipotesi sui fattori che sembrano influenzare maggiormente gli esiti di questi processi. Per cominciare, utile prendere le mosse dalle variabili indicate da Valenzuela ed enumerate sommariamente nel capitolo introduttivo, commentandole in base a quanto osservato finora, per poi indicare ulteriori elementi che a loro volta influiscono sui risultati dei casi sudafricano e nigeriano.
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In primo luogo, la forza relativa del movimento sindacale senza dubbio un fattore molto rilevante per la possibilit del lavoro organizzato di partecipare attivamente alla transizione. Se, per esempio, in un dato paese il tasso di sindacalizzazione della forza-lavoro sufficientemente elevato, gli attori principali del processo di transizione, vale a dire il governo e i partiti dopposizione, difficilmente potranno ignorare le posizioni e le richieste del sindacato senza provocare un diffuso malcontento. Viceversa, un basso tasso di sindacalizzazione render facile per il governo e i datori di lavoro non tenere conto delle rivendicazioni sindacali e mantenere un regime di relazioni industriali relativamente sfavorevole ai lavoratori. Conseguentemente, il mancato raggiungimento degli obiettivi economici e sociali del movimento sindacale comprometter la disponibilit dei lavoratori a concedere la propria lealt al nuovo regime, con la possibilit che si sviluppino tendenze antisistemiche.1 Le statistiche ci informano che in Sudafrica il tasso di sindacalizzazione nel periodo della transizione oscillava tra il 50% ed il 60%, mentre in Nigeria il livello si attestava tra il 10% ed il 20%.2 Poich in Sudafrica il sindacato stato effettivamente coinvolto nei negoziati per la transizione, mentre in Nigeria ci non si verificato, lipotesi di Valenzuela su questa prima variabile sembra essere confermata dai dati empirici. Naturalmente, possono esservi delle differenze nei tassi di sindacalizzazione tra i diversi settori delleconomia: se i settori economici strategicamente pi importanti come lindustria petrolifera in Nigeria sono maggiormente sindacalizzati rispetto alla media generale, i loro sindacati possono costituire una sorta di avanguardia, come nel caso della NUPENG. Maggiormente controversa la questione di come la centralizzazione o decentralizzazione dei sindacati influisca sulla loro capacit
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J.S. Valenzuela, Labor Movements in Transitions to Democracy, cit., pp. 452-4. I. Macun, Growth, Structure and Power in the South African Union Movement, cit., p. 63; A.N. Isamah, Labour response to Structural Adjustment in Nigeria and Zambia, in T. Mkandawire & A. Olukoshi (a cura di), Between Liberalisation and Oppression, cit., p. 338.

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di mobilitare i lavoratori in supporto alla democratizzazione. Da un lato appare convincente lipotesi di Valenzuela secondo cui esiste una significativa differenza tra i casi in cui prevale un modello di organizzazione sindacale e di contrattazione collettiva basato sulla singola fabbrica e quelli in cui, al contrario, le relazioni industriali si svolgono al livello di settore: nel primo caso, i leader locali e la massa dei lavoratori percepirebbero la loro mobilitazione come qualcosa di parziale e limitato, che non avrebbe grosse ripercussioni sulla situazione economica e politica generale; nel secondo caso, la mobilitazione di sindacati di grandi settori industriali o categorie occupazionali, la cui influenza proporzionale alle loro dimensioni, potrebbe avere effetti economici e politici pi significativi ed indurre le elite ad aprire maggiori spazi per la negoziazione.3 Daltra parte, per, dal confronto tra lesperienza sudafricana e quella nigeriana, simili dal punto di vista della centralizzazione dei sindacati, si riscontrano risultati divergenti nella risposta del regime autoritario maggiore apertura al negoziato nel caso sudafricano, minore in quello nigeriano il che pu indurci a credere che questa variabile sia importante ma non decisiva. Per quanto riguarda invece lunit o divisione politica del movimento sindacale, appare corretta lidea che una leadership sindacale politicamente unita e provvista di legami con un partito politico, nel quale si riconosca la grande maggioranza dei lavoratori, presenti maggiori probabilit di successo rispetto al caso di una leadership divisa in fazioni e non collegata ad una simile compagine politica.4 Come abbiamo visto, il Sudafrica rientra sicuramente nella prima tipologia, mentre la Nigeria senzaltro un esempio della seconda. Per quanto riguarda latteggiamento del regime nei confronti del lavoro, il problema decisamente pi complesso, poich non si riferisce solamente al tipo di strategia di contenimento usata verso i sindacati ma anche al grado di durezza o di mitezza del trattamento ad essi riservato. I regimi che impiegano una strategia corporativa
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J.S. Valenzuela, Labor Movements in Transitions to Democracy, cit., pp. 454-5. Ibidem, pp. 455-6.

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possono essere pi o meno duri nei loro rapporti con i sindacati. Nei termini usati da Valenzuela, i regimi duri (harsh) sono pi propensi ad escludere i sindacati ed a limitarne i canali despressione, mentre quelli miti (mild) tendono allatteggiamento opposto.5 Strettamente connesso con questo fattore il grado di apertura o chiusura dello spazio politico, ovvero la maggiore o minore tendenza del regime a tollerare le attivit politiche dei gruppi dopposizione, inclusi quelli collegati al movimento sindacale: Valenzuela ritiene, ad esempio, che una combinazione di durezza verso i sindacati e di chiusura politica produca una stretta alleanza tra leadership sindacali e politiche contro il regime, e che un regime pi benevolo nei confronti del sindacato ma politicamente chiuso (o viceversa) tenda ad allontanare le leadership sindacali da quelle di partito generando tensioni tra esse.6 In effetti, nel caso sudafricano lalleanza tra il COSATU, lANC ed il SACP fu sicuramente favorita e cementata, tra le altre cose, dalla storica tradizione di intolleranza del regime di apartheid sia nei confronti dei sindacati non razziali sia verso i partiti dopposizione. In Nigeria, a prima vista, sembrerebbe di avere di fronte un caso in cui il sindacato poteva usufruire di canali di espressione e di una certa inclusione nella politica economica, mentre il regime militare limitava in maniera pi evidente le attivit politiche. Questo potrebbe spiegare la lunga assenza di alleanze tra sindacato e partiti, ma a ben guardare il sindacato era sottoposto a restrizioni molto maggiori di quanto lapparenza poteva far credere si pensi alla repressione degli scioperi ad opera di Babangida durante laggiustamento strutturale, ma anche allamministratore unico imposto al NLC da Abacha e quindi la relazione, posta in questi termini, non appare conclusiva. Una determinante significativa dellattitudine del movimento sindacale nei confronti della transizione , secondo Valenzuela, il rapporto che esso ha con i principali attori politici che guidano il cambio di regime. Egli afferma che, se il sindacato ed il partito o i partiti ad esso collegati fanno parte della coalizione che guida la
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Ibidem, p. 457. Ibidem, pp. 459-62.

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transizione senza occupare formalmente posizioni di governo, lasciando queste ultime ad altri gruppi con cui esistono buoni rapporti ed una fiducia reciproca, sar maggiormente garantita la stabilit del regime democratico ed anche i vantaggi di lungo periodo per il movimento. Ci perch si sostiene in questo modo la leadership collegata al sindacato pu evitare di essere identificata con misure economiche potenzialmente impopolari.7 In relazione alle due esperienze qui esaminate, tuttavia, questidea sembra essere stata smentita in maniera piuttosto evidente dal corso reale degli eventi: in Sudafrica il COSATU ha sfruttato in maniera ottimale i suoi collegamenti con lANC ed il SACP protagonisti del governo di unit nazionale per evitare nei primi anni lattuazione di scelte impopolari e promuovere invece politiche di protezione sociale; in Nigeria, dove il movimento sindacale non ha preso parte direttamente alla coalizione democratizzante, non si sono compiuti passi significativi in questo senso. Una possibile correzione ed integrazione di questo schema potrebbe essere sviluppata considerando linserimento del movimento sindacale nelle lotte per la democrazia e la natura e le modalit dellistituzionalizzazione cui esso soggetto al momento del suo ingresso sulla scena come potenziale protagonista della transizione. In primo luogo, occorre soffermarsi su come il contesto sociale, politico ed economico del paese condiziona sia la capacit dintervento del sindacato sia la risposta del governo di fronte alle sue iniziative. In secondo luogo, osserveremo in che modo le strategie dazione e mobilitazione del movimento sindacale possono aumentare o diminuire le sue possibilit di successo.

4.2. La posizione dei lavoratori nella societ civile


In termini generali, come abbiamo gi accennato nellintroduzione, lanalisi dei processi di transizione alla democrazia fa leva in
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Ibidem, p. 464.

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maniera decisiva sul concetto di societ civile. Il ruolo di questultima, in un contesto di accettazione multilaterale delle strutture formali e delle procedure per consentire alle forze politiche di competere nelle elezioni e di alternarsi al governo, codificato in termini di rafforzamento e controllo della responsabilit istituzionale, mentre i partiti hanno il compito di aggregare i diversi interessi e di assorbire il potenziale antisistemico di determinate forze sociali, tra cui citato esplicitamente il movimento operaio. Questa anche la posizione di Valenzuela, che enfatizza listituzionalizzazione del movimento dei lavoratori come condizione essenziale perch esso possa contribuire positivamente alla transizione, e cos facendo egli identifica il movimento dei lavoratori quasi esclusivamente con le organizzazioni sindacali coinvolte in un sistema tripartito di concertazione.8 lirrisolta ambiguit tra il lavoro come organizzazione e il lavoro come movimento a consentire a questo paradigma della transizione di minimizzare la dimensione non istituzionale e le sue implicazioni, e a trasformarlo in un modello normativo di sindacalismo responsabile che non ammette molte alternative.9 Tuttavia, senza considerare le dinamiche non istituzionali del lavoro come movimento, difficile comprendere la sua posizione allinterno della societ civile, e ci specialmente in un contesto quale quello delle realt africane, dove gli studi sulle transizioni hanno indotto vari autori ad individuare lo sviluppo della societ civile come fattore decisivo nella democratizzazione. Ci conduce alla nozione della societ civile come distribuzione del potere in una sfera pubblica non istituzionale e proliferazione della vita associativa.10 Occorre anche considerare che in Africa la societ civile caratterizzata da profonde disuguaglianze di influenza ed accesso al potere, e dallesistenza di modelli informali di subordinazione legati ad elementi come personalizzazione della politica, classe, etnicit, religione, genere e lin-

8 9 10

Ibidem. C. Lado, The state and civil society, cit., p. 302. A. Arato & J. Cohen, Civil Society and Political Theory, Cambridge, Massachussets Institute of Technology Press, 1995.

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gua.11 Dunque il potere della classe operaia nella distribuzione di cui sopra, identificato specialmente come il potere di realizzare interessi che possono essere molto diversi tra loro, sicuramente influenzato da elementi di identificazione ed aggregazione diversi da quelli di classe.12 Emerge allora come centrale il ruolo dei movimenti sociali per comprendere i modi in cui un settore della societ civile come il movimento operaio pu riuscire a potenziare la propria capacit di articolare alleanze e di definire agende politiche con unampia base di supporto, eventualmente anche in aperto conflitto con lo stato. Andando a confrontare lesperienza sudafricana e quella nigeriana sulla base di quanto detto finora, si pu osservare in effetti che le modalit del coinvolgimento del movimento sindacale nella mobilitazione dei vari settori della societ civile in favore della democrazia, grosso modo, hanno seguito le dinamiche del sindacalismo dei movimenti sociali, cos come descritte sommariamente nellintroduzione. Soprattutto in Sudafrica, il movimento operaio non si limitato ad una sporadica collaborazione, dettata dalla necessit di fare fronte comune contro il regime, con i gruppi comunitari e con i vari movimenti sociali, ma in un certo senso e in una certa misura certamente pi di quanto sia normalmente possibile nelle societ sviluppate occidentali divenuto esso stesso un movimento sociale, in un certo senso il movimento sociale per antonomasia.13 Le origini del social movement unionism in Sudafrica risalgono ai primi passi del movimento operaio nero, essendosi manifestato in forma embrionale gi negli anni 30 nelle campagne del sindacalismo indiano del Natal e successivamente in quelle del SACTU negli anni 50. Negli anni 70 i movimenti della Black Consciousness, e in particolare le organizzazioni studentesche, ebbero un ruolo centrale nella riorganizzazione del movimento sindacale, e dopo la rivolta di Soweto
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R. Fatton, Africa in the Age of Democratisation. The Civic Limitations of the Civil Society, in African Studies Review, Vol. 38, 1995, pp. 275-86. I. Macun, Growth, Structure and Power in the South African Union Movement, cit., p. 70. H. Marais, South Africa: Limits to Change. The Political Economy of Transition, London, Zed Books, 1988, pp. 222-34.

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si fece sempre pi intensa la collaborazione dei lavoratori con le organizzazioni civiche e giovanili, il che fece emergere il sindacalismo politico o social movement unionism come modello dominante di attivismo sindacale negli anni 80.14 Nel 1987 pi di un terzo degli abitanti di Soweto faceva parte di un sindacato o di unorganizzazione civica. Gli scioperi generali nelle aree locali dimostrarono il livello di organizzazione raggiunto nelle townships attraverso la combinazione di gruppi comunitari, studenteschi e sindacali.15 Ad incentivare lo sviluppo di una cos estesa mobilitazione contro lapartheid fu, paradossalmente, lapartheid stesso. Il senso di oppressione ed umiliazione generato dalla segregazione razziale serv a definire le risorse e le strategie che rendevano possibili nuove forme di resistenza che la feroce repressione degli anni precedenti non poteva pi prevenire. Si inizi ad attaccare alla base le condizioni reali di una societ divisa per razze, piuttosto che cercare di realizzare uninclusione razziale che nel sistema vigente era possibile solo a condizione di essere limitata ad unelite. Inoltre cominci ad emergere un modello di organizzazione dei movimenti che potesse essere, a un tempo, vincolato ai contesti locali e collegato ad una piattaforma di lotta estesa a livello nazionale.16 Un altro fattore estremamente importante nel coinvolgimento del movimento operaio in questa forma di opposizione al regime fu, naturalmente, la connessione tra oppressione razziale e sfruttamento economico, che dalla fine degli anni 70 inizi ad essere indicata con lespressione capitalismo razziale, con il significato che lapartheid non era un semplice residuo di unepoca pre-moderna ma era parte integrante della
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16

J.D. Brewer, After Soweto. An Unfinished Journey, Oxford, Oxford University Press, 1986, pp. 157-207; R.M. Price, The Apartheid State in Crisis. Political Transformation in South Africa, 1975-1990, Oxford, Oxford University Press, 1991, pp. 162-6. K.C. Schwartzman & K.A. Taylor, What caused the collapse of apartheid?, in Journal of Political and Military Sociology, Vol. 27 No. 1, p. 119. A. Nash, The Moment of Western Marxism in South Africa, in T. Bramble & F. Barchiesi (a cura di), Rethinking the Labour Movement in the New South Africa, Aldershot, Ashgate, 2003, p. 97.

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modernit sudafricana, la forma peculiare assunta dal capitalismo in quello specifico contesto.17 Questa connessione facilit notevolmente la sovrapposizione delle dinamiche razziali e di classe, consentendo di sintetizzare le molteplici identit sociali e fornendo ai vari gruppi la base di interesse comune necessaria alla collaborazione. In Nigeria lo sviluppo di un modello analogo di collaborazione tra i diversi settori della societ in una mobilitazione comune per la democrazia stato pi difficoltoso, rallentato da alcuni fattori molto importanti. Uno di questi stato sicuramente lassenza dellelemento razziale poich, come sappiamo, la Nigeria non ha vissuto lesperienza dellapartheid (essa non fu neppure una settler colony durante il dominio britannico18), cui abbiamo appena attribuito unimportante funzione unificatrice. Daltra parte il movimento operaio nigeriano ha vissuto per gran parte della sua storia una condizione di grave frammentazione, causata molto probabilmente dal mancato sviluppo di un forte e radicato movimento nazionalista (ruolo svolto in Sudafrica dallANC). Infatti, spiega Munck, il nazionalismo il denominatore comune delle varie lotte sociali e politiche contro il capitalismo dipendente o il colonialismo diretto: esso lideologia unificatrice che porta coesione in una coalizione variegata di classi subalterne e potenziali classi dominanti.19 Questa carenza, a sua volta, alla base dellassenza di un partito politico che facesse da punto di riferimento per la classe operaia, il che ha generalmente impedito che la mobilitazione politica dei lavoratori si esprimesse nella forma di una partecipazione elettorale omogenea che rafforzasse il potenziale politico del movimento sindacale, mentre il principale veicolo di mobilitazione stato costituito dalle affiliazioni etniche.20 Solo negli anni 90 le lotte sindacali e quelle delle
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19 20

Ibidem, p. 98. Lespressione settler colony indica quelle colonie britanniche come la Rhodesia del Sud (Zimbabwe) o lo stesso Sudafrica nelle quali si era insediata una consistente minoranza bianca, la quale gestiva direttamente gli affari amministrativi. A.M. Gentili, Il leone e il cacciatore, cit. R. Munck, The New International Labour Studies, cit., p. 165. R. Cohen, Labour and Politics in Nigeria, cit., pp. 147-50.

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minoranze etniche minacciate dallespropriazione delle terre hanno finito per convergere in unalleanza che ha coinvolto i movimenti comunitari, civici, ecologisti e studenteschi e le coalizioni democratiche, in una forma che ha finalmente consentito anche in Nigeria lemergere di un sindacalismo dei movimenti sociali. Ne un esempio significativo lo sciopero spontaneo del 1994, che cre loccasione giusta per il superamento delle reciproche diffidenze e per la definizione di una strategia di integrazione tra le lotte locali ed il contesto politico nazionale.

4.3. Scelte strategiche


La visione convenzionale del lavoro organizzato nella sua relazione con i processi di democratizzazione postula alcune idee generali sulle strategie dazione che i sindacati dovrebbero adottare per contribuire positivamente alla transizione. Nellintroduzione ho accennato sinteticamente al tipo di condotta che, secondo i rappresentanti di questa scuola, ottimizzerebbe tale contributo. Occorre ora vedere schematicamente in che modo, per valutare empiricamente la corrispondenza di questa visione alla realt, alla luce degli elementi raccolti. Secondo Valenzuela, quando il regime autoritario entra in crisi o d inizio ad un processo di liberalizzazione, mitigando la repressione, la massa dei lavoratori approfitter del momento politico per presentare una lunga lista di rivendicazioni rimaste inespresse. Questo stimoler la mobilitazione e la partecipazione dei lavoratori alle attivit sindacali, mentre i leader, specialmente quelli che erano stati perseguitati dal regime, cercheranno di riaffermare il proprio ruolo di negoziatori. I sindacati vengono riorganizzati e stabiliscono nuovi collegamenti con i partiti politici. Le rivendicazioni dei lavoratori possono per superare le capacit delleconomia o la volont dei datori di lavoro e dei responsabili economici dello stato di rispondere in maniera soddisfacente, e unondata di scioperi e proteste pu condurre ad una crisi prolungata. Le richieste dei leader per la modi110

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fica delle leggi sul lavoro possono incontrare forti opposizioni da parte dei datori di lavoro, che da leggi repressive hanno tratto vantaggio e che potrebbero perci riconsiderare il loro impegno (se vi stato) in favore del cambiamento politico. Allo stesso modo, i politici conservatori ed anche moderati, i vertici militari ed altri attori importanti possono essere allarmati dal supporto popolare dei leader sindacali e politici che essi considerano troppo radicali, e possono premere per una nuova chiusura politica.21 Dunque, afferma Valenzuela, una strategia che preveda unelevata mobilitazione in certi momenti critici per le istituzioni autoritarie, seguita da una diminuzione di tale mobilitazione e dalla volont e capacit della leadership sindacale di mostrare moderazione quando lagenda politica volge a favore della democratizzazione, costituirebbe la combinazione ideale in termini di contributo del movimento operaio al successo della transizione.22 Questo schema ha qualcosa in comune con le teorie pi ortodosse della scuola liberale: ne condivide cio lidea che, nel processo di transizione, il prezzo imposto dal vecchio regime per la cessione del potere politico sia unaccezione riduttiva della democrazia e la conservazione dello status quo economico e sociale. Entrambe le correnti mettono in guardia contro le pressioni popolari per un cambiamento pi radicale che indurrebbe i conservatori ad annullare del tutto la democratizzazione.23 importante rilevare, tuttavia, che in situazioni di questo tipo i governi si trovano a dover scegliere tra due tipi di comportamento nei confronti dei movimenti sociali. Essi possono tentare di indebolirli, oppure cercare di collaborare con loro per ottenerne lappoggio. Dove i movimenti sociali sono molto forti, la prima opzione pu comportare rischi elevati, poich minaccia di compromettere il carattere democratico della transizione. Di conseguenza, i governi tentano spesso di assorbire i movimenti sociali con accordi di tipo cor21 22 23

J.S. Valenzuela, Labor Movements in Transitions to Democracy, cit., p. 449-50. Ibidem. E. Webster & G. Adler, Consolidating Democracy in a Liberalizing World, cit., p. 6.

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porativo, basandosi sullassunto che questi smobiliteranno i movimenti e li terranno a freno.24 Se si ripercorre levoluzione degli eventi in Sudafrica a partire dalla met degli anni 80, quando il regime di apartheid entr in crisi, si pu osservare che in realt non vi erano molte ragioni per ritenere che il governo fosse in grado di conservare ad oltranza il sistema sociale esistente senza preoccuparsi dello scontro con i movimenti della resistenza nera. Il regime razzista, che nei decenni passati aveva garantito le condizioni materiali per laccumulazione capitalistica in sostanza, per lespansione ed il consolidamento della grande industria non era pi in grado di proteggere efficacemente tali interessi, poich le sue politiche erano giunte a generare un livello di conflittualit sociale tale da mettere seriamente a rischio il futuro del capitalismo sudafricano. Questa conflittualit si traduceva nei fatti in proteste e pressioni cos forti che il governo non aveva pi la capacit di reprimerle come in passato, non disponendo pi di risorse sufficienti da destinare a questo scopo (conseguenza, oltre che del ristagno economico, anche della perdita di credito negli ambienti finanziari internazionali), e col tempo iniziava a mancare anche della volont di farlo. Lazione di massa organizzata dai sindacati di concerto con i movimenti sociali intensific ulteriormente lingovernabilit del paese, a fronte della quale il regime fin per non avere pi alcuna alternativa se non dare adito alla liberalizzazione politica.25 Il movimento operaio sudafricano ha avuto la capacit di plasmare i movimenti democratici, oltre che per il suo rapporto con i movimenti sociali, in virt di una consolidata tradizione di autonomia, forte democrazia interna, responsabilit dei leader e controllo da parte della base, tutti fattori che ne hanno consentito lespansione e la resistenza alla repressione. Inoltre, il bisogno da parte del capitale e dello stato di controllare le lotte dei lavoratori entrava in contraddizione con la necessit di cooptare i sindacati allo scopo di evitare la
24

25

D. Ginsburg & E. Webster, South Africa: A Negotiated Transition, in G. Kester & O.O. Sidib (a cura di), Trade Unions and Sustainable Democracy in Africa, cit., p. 113. Ibidem, pp. 113-14.

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rottura; questo consolid la presenza nelle fabbriche dei sindacati, che furono in grado di ottenere la protezione legale senza rinunciare alla militanza.26 Durante la transizione e nella prima fase democratica, i sindacati portarono questa cultura di pragmatismo e flessibilit nelle nuove aree di confronto. Riconosciuto come interlocutore paritario, il COSATU pot partecipare ai negoziati tripartiti con il governo ed il capitale sulle scelte di politica economica, ricostruzione sociale e ristrutturazione del mercato del lavoro. Le strategie di mobilitazione del sindacato e il suo programma radicale hanno cos contribuito in maniera decisiva alla transizione, imponendo la realizzazione di riforme pi audaci (radicali, appunto) rispetto a quelle che ci si sarebbe potute attendere seguendo un approccio pi moderato.27 Sotto questo aspetto il caso nigeriano si presenta pi problematico, principalmente a causa della storica frammentazione interna del movimento sindacale e delle strategie adottate dal regime per indebolirlo. In generale, la rilevanza dello stato come datore di lavoro ha posto molti limiti allo sviluppo di collegamenti tra sindacato e movimenti democratici. Per esempio, con il sopraggiungere della crisi economica negli anni 80-90, il corporativismo degenerato in contenimento ed esclusione nelle relazioni tra stato e lavoratori. Il governo conteneva il movimento dei lavoratori assumendo il controllo dei sindacati, minando linfluenza ed il potere delle loro leadership e rendendo lattivismo sindacale a tutti i livelli difficile, rischioso e costoso. Il controllo dello stato condusse allinaffidabilit del sindacato per la base e trasform lorganizzazione centrale in un autentico canale di patronage. I sindacalisti andarono facilmente soggetti alla cooptazione ed entrarono spesso in connivenza con il governo nel sovvertire i processi democratici allinterno del movimento sindacale.28 La mancanza di controllo dei lavoratori sui propri leader sindacali limitava quindi la capacit del movimento di porre in essere una strategia di azione simile a quella dei sindacati sudafricani, che in26 27 28

C. Lado, The state and civil society, cit., pp. 306-7. G. Adler & E. Webster, Challenging transition theory, cit. E.R. Aiyede, The Dynamics of Civil Society and the Democratization Process in Nigeria, cit., p. 13.

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vece di questo controllo democratico, come abbiamo osservato, hanno da sempre fatto uno dei propri principi fondamentali. A ci occorre aggiungere ovviamente che una coalizione democratica allargata ai movimenti sociali non si sviluppata finch la politica economica del regime militare non giunta a colpire settori molto vasti della popolazione, fatto che ha generato una profonda crisi di legittimit del regime stesso.29 stato questo fatto che, in ultima analisi, ha scatenato lesplosione delle rivolte e degli scioperi che hanno paralizzato il paese, senza che la repressione attivata da Abacha potesse pi mettere a tacere il dissenso che era ormai generalizzato e che, dopo la sua morte, non diede altra scelta allelite militare che ritirarsi dallarena politica. Anche se non si pu dire che in Nigeria la transizione abbia avuto i tratti di una riforma radicale come in Sudafrica, il movimento sindacale ha dimostrato una certa capacit di mobilitare la propria base in favore della democrazia.

4.4. Continuit e discontinuit: i problemi del consolidamento


Ogni studio serio sui processi di democratizzazione deve comprendere almeno un rapido sguardo al modo in cui un paese affronta gli anni immediatamente successivi alla transizione. Si tratta sempre di una fase estremamente delicata, in quanto essa costituisce un banco di prova per la capacit della neonata democrazia di risolvere i problemi ereditati dal vecchio regime ed affrontare quelli posti direttamente dalle nuove condizioni politiche. A questo punto sar perci utile discutere brevemente le opportunit che si presentano al movimento sindacale, ma anche le sfide che esso deve affrontare nel nuovo contesto democratico in Sudafrica e Nigeria, tenendo presenti i tempi differenti in cui le rispettive transizioni hanno avuto luogo.

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B. Beckman, Trade unions and institutional reform, cit., p. 101.

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In Sudafrica la transizione ha apportato nellimmediato notevoli miglioramenti alla posizione dei lavoratori, sia sul piano sociale sia su quello politico. In particolare, il movimento sindacale guadagn una grande rilevanza nella ridefinizione del sistema di relazioni industriali, come in parte ho gi accennato. Le richieste del COSATU per una maggiore giustizia sociale da ottenere tramite intervento pubblico, espansione della domanda interna e redistribuzione avevano avuto unimportanza centrale nel RDP come programma elettorale dellAlleanza Tripartita nel 1994; i sindacati trovarono posto insieme a governo ed imprese nel nuovo tavolo di contrattazione sulla politica economica e di proposta legislativa costituito nel 1995 con il NEDLAC; infine, il Labour Relations Act del 1996 riconosceva i pieni diritti sindacali, laccesso alla contrattazione collettiva ed il ruolo di consenso e concertazione nella definizione dei futuri assetti contrattuali.30 In aggiunta a ci, il governo affront leredit del regime di apartheid con lintroduzione dello Skills Development Act per accelerare lo sviluppo di abilit e competenze lavorative, e dellEmployment Equity Act per offrire eguali opportunit ai settori della forzalavoro precedentemente svantaggiati. Le innovazioni istituzionali derivate dal regime in materia di lavoro crearono nuove e pi ampie possibilit per il movimento sindacale, che dopo la transizione ha registrato una crescita costante in termini numerici: i 2,7 milioni di iscritti ai sindacati del 1995 sono diventati 3,6 milioni nel 2002, oltre la met dei quali sono membri del COSATU.31 Questo ha allargato il suo impegno in nuove aree di responsabilit istituzionale e, trovando nel nuovo governo un interlocutore amichevole, ha gradualmente attenuato il proprio orientamento militante sperimentando un nuovo atteggiamento aperto al compromesso.

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31

F. Barchiesi, COSATU e governo democratico tra istituzionalizzazione politica e marginalizzazione sociale (1994-1999), in Afriche e Orienti, No. 2, 1999, p. 9. E. Webster & S. Buhlungu, Between Marginalisation & Revitalisation? The State of Trade Unionism in South Africa, in Review of African Political Economy, No. 100, 2004, p. 231-2.

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Tuttavia, parallelamente a questi cambiamenti, il lavoro si trovato ad affrontare una nuova serie di sfide emerse dalla globalizzazione. In particolare, vi sono state crescenti pressioni sulleconomia sudafricana per competere sul mercato globale nel contesto di un nuovo paradigma del lavoro. Questo paradigma ha incoraggiato le imprese a distinguere tra un nucleo di lavoratori qualificati ed un crescente strato di lavoratori generici, precari e dunque vulnerabili. Cos la transizione ha avuto risvolti paradossali per i lavoratori, perch se da un lato essa ha rafforzato i diritti sindacali, dallaltro ha iniziato ad intaccare proprio questi diritti e ad aggirare le nuove istituzioni.32 La filosofia del RDP, combinata con il potenziale impatto della riforma delle relazioni industriali basata sul black empowerment, forniva una forte alternativa al Normative Economic Model del NP che sosteneva un ruolo limitato del governo nella politica economica e di sviluppo. Nel 1993 un gruppo di ricercatori, il Macroeconomic Research Group (MERG), tent di tradurre questa alternativa in un programma basato su un modello macroeconomico: essi usavano un approccio neo-keynesiano, che implicava un ruolo centrale per lo stato nel rettificare le condizioni strutturali create dalleconomia dellapartheid.33 Ma la maggior parte delle proposte del MERG non furono mai adottate. La leadership dellANC decise presto una serie di inversioni nella politica economica, adottando posizioni sempre pi vicine allortodossia neoliberista. Infine, nel giugno 1996, il Ministro delle Finanze Trevor Manuel defin una nuova strategia, chiamata Growth, Employment and Redistribution (GEAR). La GEAR si proponeva obiettivi ambiziosi: un ritmo di crescita economica del 6% annuo e la creazione di 400.000 posti di lavoro ogni anno a partire dal 2000, da ottenere tramite riduzione del debito pubblico, riduzione delle tariffe, agevolazioni fiscali per incoraggiare gli investimenti privati ed un ampio programma di privatiz-

32 33

Ibidem, p. 230. A. Bezuidenhout, Towards global social movement unionism?, cit., p. 380.

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zazioni.34 In uno scenario di stagnazione economica e di crescente disoccupazione, il Sudafrica ha cos sperimentato quello che stato definito un aggiustamento strutturale endogeno (homegrown structural adjustment) che combina la promozione della posizione del paese nel mercato globale con dei patti sociali, mediante negoziati istituzionali che promuovono la cooperazione e la smobilitazione dei lavoratori.35 I rapporti tra sindacati e governo sono dunque complicati dallincompatibilit tra le politiche economiche neoliberiste portate avanti dallANC e le posizioni contrarie del COSATU, il quale si trova nella difficolt di dover risolvere le contraddizioni del suo duplice ruolo di forza di governo e rappresentante di interessi di classe.36 Per quanto riguarda la transizione nigeriana, essa si trova ancora ad uno stadio poco avanzato per poter parlare seriamente di consolidamento, ma comunque possibile fare alcune osservazioni. Occorre premettere che la costituzione stabilita nel 1999 con decreto della giunta militare uscente, poco prima dellinsediamento del governo civile, stata oggetto di molte critiche per la sua natura non democratica e poco recettiva delle richieste popolari, e perci poco adatta per affrontare la sfida del consolidamento della democrazia.37 Al di l di questo aspetto, ci interessa soprattutto rilevare che i sindacati hanno mantenuto una certa distanza dalle forze, sia interne sia esterne, che hanno cercato di rovesciare la dittatura di Abacha, e quindi hanno avuto poca influenza diretta sulla politica della transizione. La difesa dei diritti sindacali, tuttavia, ha contribuito a sostenere un certo livello di autonomia ed integrit organizzativa al livello della societ civile. La lunga crisi ha esacerbato le rimostranze
34

35 36

37

E. Webster & G. Adler, Towards a Class Compromise in South Africas Double transition: Bargained Liberalization and the Consolidation of Democracy, in Politics & Society, Vol. 27 No. 3, 1999, p. 367. F. Barchiesi, Beyond the State and Civil Society, cit., p. 164. D.T. McKinley, COSATU and the Tripartite Alliance since 1994, in T. Bramble & F. Barchiesi (a cura di), Rethinking the Labour Movement in the New South Africa, cit., pp. 43-61. J.O. Ihonvbere, How to make an undemocratic constitution: the Nigerian example, in Third World Quarterly, Vol. 21 No. 2, 2000, pp. 343-366.

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settoriali ed ha minato limpegno popolare al progetto nazionale. La stessa ricostruzione del movimento sindacale ha costituito una priorit nellagenda della nuova leadership. In passato, la debole e casuale risposta dello stato alle crisi economiche e ai problemi delle riforme ha paralizzato leconomia e la societ. Lo stato profondamente screditato e necessita di coltivare le poche possibilit di legittimazione politica che ancora possono essere aperte.38 La capacit del nuovo NLC di intervenire nella politica e di raccogliere un vasto consenso popolare stata dimostrata con lo sciopero generale del giugno 2000, indetto per protesta contro un aumento del 50% nei prezzi locali del petrolio. Il governo aveva firmato, alla fine di maggio, un accordo con la Banca Mondiale per un nuovo prestito, a condizione di un adeguamento ai prezzi del mercato mondiale. La decisione, tuttavia, non fu preceduta da una discussione parlamentare n da consultazioni con le parti sociali. Il NLC minacci uno sciopero generale e rifiut un compromesso che avrebbe limitato laumento al 25%. Il sindacato lamentava di non essere stato consultato e affermava che prima di avviare una discussione su un possibile aumento il governo avrebbe dovuto ripristinare il prezzo originale.39 Lo sciopero ricevette un vasto appoggio a livello nazionale e vi aderirono molti gruppi della societ civile, causando una paralisi virtuale della vita economica del paese. I governatori di alcuni stati espressero solidariet verso le ragioni del sindacato ed anche alcuni parlamentari del PDP si dissociarono dalla posizione del governo. Dopo cinque giorni di sciopero fu raggiunto un accordo per un aumento dei prezzi del 12,5%; il presidente Obasanjo si scus con la nazione, riconoscendo che il drastico aumento deciso precedentemente era stato un errore. Il successo dello sciopero del 2000 pu essere indicativo tanto della debolezza dello stato quanto della forza dei sindacati. Esso servito, comunque, a rinvigorire limmagine pubblica del movimento sindacale come forza determinante nel migliorare la capacit della societ civile di mobilitarsi e di influenzare lo stato. Lo sciopero ha
38 39

B. Beckman, Trade unions and institutional reform, cit., p. 102. Ibidem.

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accresciuto il peso della partecipazione sindacale e popolare al processo di riforma in generale. Il governo ha avviato un esteso programma di riforme in consultazione con le istituzioni finanziarie internazionali, e vivaci dibattiti stanno avendo luogo allinterno del sindacato. Sullelettricit, per esempio, il presidente del NLC si espresso a favore della privatizzazione, mentre il segretario generale della National Union of Electricity Employees (NUEE) si detto contrario, pur prendendo parte al Power Sector Reform Implementation Committee accanto al rappresentante locale della Banca Mondiale.40

4.5. Osservazioni conclusive


In questo saggio ho tentato di sviluppare unanalisi comparata ed una spiegazione del ruolo dei movimenti sindacali nei processi di democratizzazione verificatisi in Sudafrica e Nigeria. Grazie allalleanza con altre forze sociali, il ruolo dei lavoratori si dimostrato un fattore estremamente importante nella formazione di istituzioni democratiche. Contemporaneamente, abbiamo osservato la natura contraddittoria delle pressioni cui il movimento sindacale andato soggetto. In entrambi i paesi, i lavoratori hanno avuto una forte influenza sulle lotte per la democrazia, in virt della loro capacit, come movimento, di attivare mobilitazioni di massa in collegamento con altri attori sociali, bisogni e rivendicazioni. Nel caso sudafricano, i sindacati sono fortemente vincolati alla democrazia diretta di base, ed il controllo operaio ha catalizzato le richieste di cambiamento dei movimenti sindacali e sociali. Questi sindacati sono divenuti un attore di massa a sostegno di una coalizione di interessi. Ma dopo la transizione, essi si sono trovati a dover affrontare le sfide emerse dallavanzare dellideologia neoliberista nella forma di programmi endogeni di aggiustamento strutturale promossi dallelite politica ed economica. Questo ha contribuito ad una crescente istitu40

Ibidem, p. 103.

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zionalizzazione delle organizzazioni sindacali entro una cornice di restringimento delle opzioni politiche sociali progressiste. Nel caso nigeriano, le difficolt e i ritardi della transizione democratica sono stati facilitati dalla capacit dei regimi militari di istituzionalizzare i sindacati e di intervenire nella loro vita interna, separandoli cos dalla militanza della base. Ci stato ottenuto principalmente tramite lattuazione di programmi di aggiustamento strutturale di stampo neoliberista, con conseguenze sociali decisamente negative. La mobilitazione sul lavoro ha catalizzato unampia gamma di rimostranze. Tuttavia, la distanza creata tra queste dinamiche di resistenza e le organizzazioni sindacali e politiche ha posto molti ostacoli di fronte alle forze democratiche nigeriane, che devono fare i conti con uno stato debole e soggetto a pressioni opposte. Una delle principali differenze tra i sindacati sudafricani e nigeriani riguarda, lo abbiamo visto, le basi legali dellautonomia istituzionale. In Sudafrica, i sindacati hanno esercitato un ruolo di guida nella transizione, soprattutto negoziando la ridefinizione delle leggi fondamentali sul lavoro che regolano i diritti sindacali. Questo non avvenuto in Nigeria, dove i sindacati hanno operato in una cornice legale che il risultato dellintervento e dellimposizione statale. Bench siano riusciti parzialmente a difendere la loro autonomia, ci ha reso i sindacati nigeriani vulnerabili allulteriore, ostile intervento statale, come dimostrato nel 1988 e nel 1994, quando il governo ne sciolse gli esecutivi eletti ed impose i propri amministratori-commissari. A conti fatti, comunque, appare possibile rilevare unimportante analogia tra le due esperienze: in entrambi i casi, listituzionalizzazione del movimento sindacale si dimostrata funzionale alladozione di politiche neoliberiste. Anche se i movimenti sindacali hanno avuto a che fare con differenti contesti istituzionali, sembra che legemonia del neoliberismo presenti loro le stesse alternative: la scelta tra istituzionalizzazione e marginalizzazione. Se da un lato la mobilitazione necessaria alla creazione dello spazio politico per la transizione, dallaltro le forze della societ civile possono essere condizionate dal successivo riallineamento della coalizione sociale dominante su schemi di democrazia strettamente formale e politiche economiche e sociali di stampo conservatore. La visibilit dei lavo120

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ratori nella mobilitazione risulta perci oscurata, e la democrazia diviene poco pi che una strategia di contenimento e di legittimazione per varie forme di aggiustamento economico. Occorre sottolineare che il concetto di potere politico del lavoro sotto il neoliberismo si trova in contrapposizione al mito degli economisti, secondo cui limparziale mano invisibile della competizione globale ed il funzionamento del mercato del lavoro determinerebbero essenzialmente le condizioni dei lavoratori. Questa la logica delle politiche di aggiustamento strutturale. In effetti, i livelli salariali in entrambi i paesi sono senza dubbio determinati automaticamente dalla produttivit, dal mercato globale e dalla competizione; la distribuzione del prodotto sociale dipende dal potere contrattuale di capitale e lavoro. Esistono, tuttavia, spazi di manovra da entrambe le parti allinterno di ogni impresa, cos come in ogni luogo del mercato globale. Una migliore o peggiore condizione dei lavoratori nel nuovo assetto politico e sociale, in fin dei conti, sar determinata essenzialmente dallesito di questo confronto.

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6. ABBREVIAZIONI E SIGLE

ACWU AD AG AMWU ANC ANTUF APP ASUU BAWU BCAWU BTUC CCOBTU CD CNETU COSAS COSATU CPC CPSA CWIU EFF FCT FEDSAL FEDUSA FMI FOFATUSA FOSATU GATT GEAR

African Clothing Workers Union Alliance for Democracy Action Group African Mineworkers Union African National Congress All-Nigeria Trade Union Federation All Peoples Party Academic Staff Union of Universities Black Allied Workers Union Building, Construction and Allied Workers Union Biafran Trade Union Confederation Consultative Committee of Black Trade Unions Campaign for Democracy Council of Non-European Trade Unions Congress of South African Students Congress of South African Trade Unions Coloured People's Congress Communist Party of South Africa Chemical Workers Industrial Union Extended Fund Facility Federal Capital Territory Federation of South African Labour Federation of Unions of South Africa Fondo Monetario Internazionale Federation of Free Trade Unions of South Africa Federation of South African Trade Unions General Agreement on Tariffs and Trade Growth, Employment and Redistribution
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GWU ICFTU ICU IFCTU ILO IULC IWA IWW JAC MAWU MERG MK NACTU NADECO NANS NCNC NCTUN NEDLAC NEF NEPU NFL NLC NMC NNA NNDP NNFL NP NPC NPN NRC NTUC NUEE NUM NUMSA

General Workers Union International Confederation of Free Trade Unions Industrial and Commercial Workers' Union of Africa International Federation of Christian Trade Unions International Labour Organization Independent United Labour Congress Industrial Workers of Africa Industrial Workers of the World Joint Action Committee Metal and Allied Workers Union Macroeconomic Research Group Umkhonto we Sizwe National Council of Trade Unions National Democratic Coalition National Association of Nigerian Students National Council of Nigerian Citizens National Council of Trade Unions of Nigeria National Economic, Development and Labour Council National Economic Forum Northern Elements Progressive Union Northern Federation of Labour Nigerian Federation of Labour Nigerian Labour Congress National Manpower Commission Nigerian National Alliance Nigerian National Democratic Party Nigerian National Federation of Labour National Party Northern Peoples Congress National Party of Nigeria National Republican Convention Nigerian Trade Union Congress National Union of Electricity Employees National Union of Mineworkers National Union of Metalworkers of South Africa
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NUPENG NUSAS NUTW NWC OATUU PAC PDP PENGASSAN PWAWU RDP SAAWU SACCOLA SACL SACOD SACP SACTU SAFNETU SAIC SAIRR SASO SATLC SATUC SDP SFAWU TAWU TGWU TUACC TUCN TUCSA UCCLO UDF ULC UMBC

National Union of Petroleum and Natural Gas Workers National Union of South African Students National Union of Textile Workers Nigerian Workers Council Organization for African Trade Union Unity Pan-Africanist Congress Peoples Democratic Party Petroleum and Natural Gas Senior Staff Association Paper, Wood and Allied Workers Union Reconstruction and Development Programme South African and Allied Workers Unions South African Consultative Committee on Labour Affairs South African Confederation of Labour South African Congress of Democrats South African Communist Party South African Congress of Trade Unions South African Federation of Non-European Trade Unions South African Indian Congress South African Institute of Race Relations South African Students Organisation South African Trades and Labour Council South African Trade Union Congress Socialist Democratic Party Sweet, Food and Allied Workers Union Transport and Allied Workers Union Transport and General Workers Union Trade Union Advisory Co-ordinating Council Trade Union Congress of Nigeria Trade Union Council of South Africa United Committee of Central Labour Organizations United Democratic Front United Labour Congress United Middle Belt Congress
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UNAMAG UPGA UTP WFTU WPGWU WPWAB

Amalgamated Union of the United Africa Company African Workers United Progressive Grand Alliance Urban Training Project World Federation of Trade Unions Western Province General Workers Union Western Province Workers Advice Bureau

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