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MIEP GIES. SI CHIAMAVA ANNA Frank. A cura di Alison Leslie Gold. Traduzione di Francesco Forti.

Copyright 1987 by Miep Gies and Alison Leslie Gold. Originaly Published by Simon and Schuster inc., New York. Titolo originale dell'opera: "Anne Frank Remembered" Copyright 1987 Arnoldo Mondadori Editore S.p. A, Milano. Prima edizione Ingrandimenti settembre 1987. Prima edizione Oscar Bestsellers saggi novembre 1991. Su concessione Arnoldo Mondadori Editore. Indice. Prologo: pagina 3. Parte prima. Rifugiati: pagina 6. Parte seconda. Nel nascondiglio: pagina 120. Parte terza. I giorni pi bui: pagina 246. Epilogo: pagina 322. Ringraziamenti: pagina 331. Luned, 8 marzo 1944. Sembra che non ci siamo mai allontanati dai pensieri di Miep. Anna Frank. Prologo. Non sono un'eroina, ma soltanto una dei tanti bravi olandesi che si sono comportati come me, e alcuni meglio di me, durante quel terribile periodo di tanti anni fa, rimasto nitidissimo nella memoria di chi che ne fu testimone. Non passa giorno che non ripensi ai fatti di allora. In quel periodo non meno di ventimila olandesi hanno aiutato gli ebrei e altri perseguitati bisognosi di rifugio. Io ho dato volentieri il mio contributo, ma mi ha aiutato mio marito perch il compito era al di sopra delle mie sole forze. Non sono certo un essere eccezionale e non ho mai pensato di meritare particolari riconoscimenti. Desideravo soltanto assistere chi si era rivolto a me e fornire un aiuto assolutamente indispensabile. Quando mi hanno persuaso a narrare la mia storia, ho preso coscienza del ruolo storico di Anna Frank e di ci che significa la sua vicenda per quei milioni di persone che ne sono stati commossi. Ogni sera all'ora del tramonto vi sono luoghi nel mondo in cui si alza il sipario viene rappresentato un dramma basato sul diario di Anna. Se si considera il grande numero di copie di "Het Achterhuis" (L'appartamento annesso, pubblicato in lingua inglese col titolo di "Anne Frank: The Diary of a Young Girl", e delle tante traduzioni del suo diario, possiamo affermare che il suo nome conosciuto in tutto il mondo. Alison Leslie Cold, che mi ha aiutato a stendere questo volume, era convinta che il pubblico sarebbe stato interessato ad apprendere i retroscena di quei tristi avvenimenti. Tutti i testimoni sono morti,

ormai, meno mio marito e me. Nello scrivere ho seguito il filo dei miei ricordi. Ho deciso di usare i nomi che Anna aveva inventato per alcuni dei suoi personaggi e l'ho fatto per rimanere fedele allo spirito del racconto originale. Fra le sue carte stato trovato un elenco di pseudonimi. Evidentemente Anna desiderava mascherare l'identit di certe persone nel caso che le vicende della sua vita nel rifugio venissero pubblicate dopo la guerra. Non ha alterato il mio nomignolo Miep, perch assai diffuso in Olanda; invece ha cambiato in Henk il nome di mio marito, che Jan, e il nostro cognome, Gies, diventato van Santen Al momento della pubblicazione del diario, il signor Frank allo scopo di tutelare la privacy delle persone reali, ha deciso di mantenere i nomi usati da Anna, per ha preferito lasciare i nomi veri per i membri della sua famiglia. Io ho fatto lo stesso sia per coerenza col diario di Anna che per discrezione; inoltre per indicare persone non menzionate nel diario ho utilizzato varianti dei nomi inventati da Anna o appellativi di mia invenzione. Ho fatto soltanto un'eccezione per Gies, il mio cognome. Le vere identit sono comunque depositate nell'archivio di stato olandese. Sono infatti passati molti decenni e alcuni dettagli sono stati probabilmente dimenticati. Ho ricostruito conversazioni e fatti seguendo fedelmente il filo dei miei ricordi, ma non sempre stato facile, e il passare del tempo non favorisce la nitidezza della memoria. Il mio racconto parla di gente comune coinvolta in eventi eccezionali e terribili: spero con tutto il cuore che fatti simili non avvengano mai pi. Le persone comuni di tutti il mondo devono impegnarsi affinch cos sia. Miep Gies. Parte prima. Rifugiati. Capitolo primo. Nel 1933 vivevo con i Nieuwenhuises, i miei genitori adottivi, in Gaaspstraat 25, e dividevo una confortevole stanza, situata al piano attico, con Catherina, la mia sorella adottiva. Il nostro era un tranquillo quartiere della zona sud di Amsterdam che veniva chiamato il Quartiere dei Fiumi, perch le sue strade portavano nomi di fiumi il cui corso bagna l'Olanda prima di sfociare in mare: il Reno, il Maas, il Jeker. L'Amstel si pu dire che addirittura lambisse il retro della nostra casa. Il quartiere era stato costruito tra la fine degli anni Venti e l'inizio dei Trenta, quando grandi cooperative progressiste avevano costruito ampi edifici di tipo residenziale per i loro soci, valendosi di prestiti governativi. Eravamo tutti favorevolmente impressionati da questo modo lungimirante di affrontare l'edilizia popolare: case comode, impianti idraulici interni, giardini alberati sul retro di ogni fabbricato. Altre palazzine, invece, erano state costruite da imprese private. Non si pu dire che il nostro quartiere mancasse di vivacit. Si sentivano spesso grida e risate di bambini, i rumori dei loro giochi, i fischi rivolti alle finestre dei compagni per invitarli gi a giocare con loro. I vari gruppi di amici avevano tutti un loro fischio speciale immediatamente riconoscibile. I bambini giravano sempre a gruppi per andare vuoi alla piscina di Amstel-park, vuoi a scuola, cantando in coro. I bambini olandesi, come i loro genitori, imparano presto ad apprezzare il valore della fedelt nell'amicizia e sono

molto solidali quando un torto viene fatto a un amico. Gaaspstraat era assai simile alle altre strade del quartiere, con i suoi edifici di cinque piani. I portoni d'ingresso conducevano a scale piuttosto ripide. I muri erano di mattoni color marrone scuro e i tetti, notevolmente inclinati, erano arancione. C'erano finestre sia sul davanti che sul retro, con imposte di legno verniciate di bianco. Avevano tendine di ogni tipo e sui davanzali non mancavano fiori e piante. Il nostro giardino era ricco di olmi. Al di l della strada si stendeva un parco giochi e in fondo c'era una chiesa cattolica che segnava le ore col suono delle sue campane ed era attorniata dal volo di moltissimi uccelli: passeri, piccioni e gabbiani, tanti gabbiani. Il nostro quartiere confinava a ovest con l'Amstel, pieno di battelli che andavano su e gi, e a nord con l'ampio Zuideramstellaan, il viale dove passava il tram numero 8 e c'erano due file di pioppi. Zuideramstellaan incrociava Schelde-straat, una strada piena di movimento, con negozi, caff e bancarelle di fiorai gremite di ceste multicolori. Non sono nata ad Amsterdam, ma a Vienna, nel 1909. Avevo cinque anni quando scoppi la prima guerra mondiale. Noi bambini non avevamo la possibilit di rendercene conto, tranne per il fatto che un bel giorno le strade si riempirono di soldati in marcia. Fu una visione entusiasmante e io uscii fuori da sola per godermi lo spettacolo. Mi piacevano le uniformi, gli equipaggiamenti, le emozionanti sfilate. Per vedere meglio corsi in mezzo a uomini e cavalli. Un vigile mi afferr e mi prese in braccio. Mi port a casa mentre mi facevo venire il torcicollo per seguire ancora la scena. In quella zona di Vienna c'erano vecchi casamenti malandati con cortili centrali e moltissimi appartamenti popolari poco luminosi. Noi vivevamo in uno di essi. Il vigile mi riport fra le braccia di mia madre che era gi in ansia e se ne and. La mamma mi disse seria: Non andare pi in strada, ci sono i soldati, pericoloso Ubbidii, pur senza capire il perch. Del resto tutti sembravano comportarsi in modo strano. Io ero molto piccola e perci non ricordo molto di quel periodo. Un fatto che impression tutti e che ricordo bene fu quando due zii che abitavano con noi vennero richiamati alle armi. Per fortuna tornarono dalla guerra sani e salvi, e poi uno di loro si spos e and a vivere per conto suo, e anche l'altro lasci la nostra casa cos che, alla fine della guerra, la famiglia era composta da pap, mamma, nonna e me. Ero una bambina tutt'altro che robusta: durante la guerra il cibo era stato molto scarso. Ero piccola, denutrita e malaticcia, e anzich crescere regolarmente deperivo sempre pi. Le mie gambe erano come stecchi con grosse ginocchia, i denti decalcificati. Avevo gi dieci anni quando arriv una sorellina; il nostro tenore di vita certamente non miglior. La mia salute intanto peggiorava, e qualcuno disse ai miei che dovevano far qualcosa altrimenti sarei morta. Questo triste destino per fortuna non si avver: fui salvata infatti da un piano di assistenza per i bambini austriaci denutriti appartenenti a famiglie di operai, promosso e organizzato da lavoratori di paesi stranieri. Mi spedirono in una lontana nazione chiamata Olanda, perch fossi supernutrita e rivitalizzata. A Vienna era inverno e faceva molto freddo. Era il dicembre del 1920. I miei genitori mi avvolsero ben bene e mi portarono alla stazione ferroviaria di Vienna che aveva un aspetto assai cupo. Aspettammo molte interminabili ore in mezzo a tanti altri bambini malaticci come

me. Fui visitata da vari dottori che osservarono e rigirarono il mio corpicino. Avevo undici anni ma ne dimostravo molti meno. Portavo i miei lunghi e bei capelli biondo scuro pettinati all'indietro e fermati da un bel fiocco di cotone. Mi attaccarono al collo un'etichetta di cartone. C'era scritto uno strano nome, quello della mia nuova e sconosciuta famiglia. Il treno era pieno di bambini tutti con etichette intorno al collo. A un certo punto non vidi pi i miei genitori e il treno cominci a muoversi. I bambini erano agitati, alcuni piangevano. La maggior parte di noi non si era mai mossa dalle vicinanze di casa e certo nessuno aveva mai abbandonato Vienna. Mi sentivo debole e non avevo voglia di osservare quello che succedeva intorno a me. Inoltre il movimento del treno mi cullava e mi faceva assopire. Passai il tempo in uno stato di dormiveglia mentre il viaggio continuava e continuava. A met della notte il treno si ferm. Era buio pesto. Fummo scossi e fatti scendere. Al di l del fumo della locomotiva scorsi un cartello: Leida. Persone che parlavano una lingua sconosciuta ci condussero in una grande sala, ci fecero accomodare su poltroncine di legno con schienali duri. I bambini stavano tutti seduti in fila. I miei piedi non riuscivano a toccare il suolo e avevo sonno, tanto sonno. Di fronte al gruppo di bambini stanchi e deboli di cui facevo parte c'era un gruppo abbastanza nutrito di persone adulte. All'improvviso ci si avvicinarono e cominciarono a ispezionare le nostre etichette e a identificare i nomi; incombevano su di noi e le loro mani ci toccavano e ci frugavano. Un uomo di media statura e dall'aspetto robusto lesse la mia etichetta. Ja disse asciutto, e mi prese per mano, facendomi scendere dalla poltroncina. Mi condusse con s. Mi dava sicurezza e lo seguii volentieri. Traversammo a piedi la citt, c'erano costruzioni completamente diverse da quelle che conoscevo a Vienna. La luna, color crema, splendeva alta nel cielo limpido. Ci si vedeva benissimo e io osservavo attentamente tutto. Mi resi conto che stavamo dirigendoci fuori citt. Le case si facevano pi rade e invece infittivano gli alberi. L'uomo si mise a fischiettare, e questo mi rese apprensiva. Sar un contadino, pensavo, e probabilmente fischia al suo cane. Avevo una terribile paura dei cani, e mi si strinse il cuore. Cani non ne comparvero e noi procedemmo ancora; all'improvviso vidi delle case. Ci fermammo presso una porta, entrammo salendo qualche gradino. Ci aspettava una donna col volto affilato e uno sguardo tenero. Detti un'occhiata intorno, vidi un pianerottolo e molte facce di bambini che mi osservavano dall'alto. La donna mi prese per mano, mi condusse nella stanza attigua e mi dette un bicchiere di latte cremoso. Poi mi fece salire le scale. I bambini erano spariti. Entrammo in una cameretta con due letti, uno dei quali era occupato da una bambina della mia et. La donna mi spogli dei tanti panni che avevo addosso, mi tolse il fiocco dai capelli e mi mise a letto. Sentii un bel tepore, gli occhi mi si chiusero. In pochi istanti ero profondamente addormentata. Era la fine di un viaggio che rimase indimenticabile. Il mattino dopo la donna entr nella stanza, mi vest da capo a piedi con abiti freschi di bucato, e mi condusse al piano terreno. Intorno a un gran tavolo stavano seduti l'uomo robusto della sera prima, la mia compagna di stanza e quattro bambini di et diversa, quelli che la sera prima mi avevano osservato dal pianerottolo e che ora mi stavano guardando con altrettanta curiosit. Parlavamo lingue

completamente diverse e perci non potevamo capirci. Il maggiore dei ragazzi che faceva le magistrali e sapeva un po di tedesco cominci a farmi da interprete. Nonostante le difficolt linguistiche erano tutti molto carini con me, e dopo tutto quello che avevo passato la loro gentilezza mi fece molto bene. Fu per me un vero ricostituente, e cos pure il pane, la marmellata, il buon latte olandese, il burro, il formaggio, e il calore della casa. Dopo qualche settimana avevo ripreso forza. I bambini della casa dove stavo, dal maggiore, il mio interprete, al pi piccolo, andavano tutti a scuola. Era opinione generale che il modo migliore per farmi imparare l'olandese fosse quello di mandare a scuola anche me. L'uomo mi prese ancora una volta per mano e mi condusse alla scuola locale dove parl a lungo col direttore. La prenderemo a scuola con noi disse quest'ultimo. A Vienna stavo facendo la quinta, ma qui mi misero in terza. Il direttore mi port in una classe che ai miei occhi aveva un aspetto strano e parl ai miei compagni, naturalmente in olandese, spiegando chi ero. Fra le tante mani che mi vennero tese, non sapevo quale prendere. Tutti mi volevano avvicinare. Questo episodio mi fa pensare a quella storia per bambini che parla di un neonato in una culla di legno travolta dai flutti e sballottata in acque tempestose, nel continuo rischio di inabissarsi, finch un gatto ci balza dentro e riesce a tenere la culla in equilibrio spostandosi di qua e di l. La curiosa imbarcazione arriva cos ad approdare sulla terraferma e l'infante salvo. Io mi sentivo come quel bambino, mentre tutti quegli olandesi erano i gatti. Alla fine di gennaio cominciai a capire l'olandese e a pronunciare qualche parola. In primavera diventai la prima della classe. Avrei dovuto trascorrere in Olanda tre mesi, ma vista la mia persistente gracilit i dottori decisero di prorogare la mia permanenza per altri tre mesi, e poi per altri tre. Gradatamente fui assimilata dalla famiglia: ero diventata una di loro. I ragazzi presero a dire: Abbiamo due sorelle L'uomo che cominciavo a considerare mio padre adottivo era capooperaio in un'impresa carbonifera di Leida. Nonostante che lui e sua moglie avessero cinque figli e non fossero per niente ricchi, avevano pensato che non facesse differenza dividere il loro cibo per sette o per otto, e cos avevano deciso di salvare dalla fame una povera bambina viennese. All'inizio solevano chiamarmi col mio nome vero, Hermine, ma poi man mano che l'intimit cresceva fra noi cominciarono a chiamarmi Miep, un tipico e affettuoso nomignolo olandese. Per me fu naturale inserirmi nello stile di vita olandese. Il leitmotiv di questo paese ci che viene detto "Gezellig", ovvero un'affettuosit confortevole. Imparai ad andare in bicicletta, a imburrare il pane dai due lati, ad amare la musica classica, a interessarmi di politica, a leggere il giornale ogni sera e a prendere parte alle discussioni. Feci fiasco soltanto per un aspetto della vita olandese. D'inverno, quando il freddo faceva gelare l'acqua dei canali, i Nieuwenhuises mi unirono agli altri bambini per andare a pattinare su un canale ghiacciato. C'era un'atmosfera di festa: bancarelle che vendevano cioccolata calda, latte caldo all'anice, famiglie intere che pattinavano in lunghe file, ciascuno con le braccia allacciate dietro la schiena in modo da dondolarsi tutti insieme, con gli occhi all'orizzonte luminoso e al sole rossastro sullo sfondo. Mi legarono con cinturini di cuoio i curvi pattini alle scarpe e mi spinsero sulla superficie ghiacciata. Visto il mio terrore, mi porsero una sedia di legno e mi invitarono ad

appoggiarmici per procedere. Ma non ci fu niente da fare, fui costretta a tornare sul bordo del canale con la coda fra le gambe. Gelata e vergognosa, senza guanti, cercai di sciogliere i cinturini, ma non ci riuscii e le dita mi si gelavano. Ero sconvolta e umiliata; promisi a me stessa che non avrei mai pi messo piede sul ghiaccio, e cos fu. Quando raggiunsi l'et di tredici anni ci trasferimmo con tutta la famiglia ad Amsterdam Sud, nel quartiere che aveva le strade con i nomi dei fiumi. Era un quartiere periferico, costeggiato dal fiume Amstel, con vaste zone adibite a pascolo dove mucche bianche e nere brucavano l'erba; ma faceva pur sempre parte della citt, e io amavo molto la vita cittadina. Mi piacevano in particolare i tram elettrici, i canali, i ponti, le chiuse, gli uccelli, i gatti, le biciclette veloci, i chioschi di fioraio, le bancarelle con le aringhe, gli antiquari, le case con le facciate che davano sui canali, le sale da concerto, i cinema e i circoli politici. Nel 1925, quando compii sedici anni, i Nieuwenhuises mi portarono a Vienna a trovare i miei. Fui molto impressionata dalla bellezza di Vienna, ma l'approccio con persone non pi familiari non fu affatto facile. Man mano che si avvicinava la data della partenza dei miei genitori adottivi, l'ansia cresceva. La mia vera madre affront con franchezza il problema e cos disse loro: E' meglio che Hermine torni con voi ad Amsterdam, ormai una ragazza olandese, e penso che a Vienna non si troverebbe bene La stretta al cuore si allent e mi sentii sollevata. Non volevo ferire i sentimenti della mia famiglia, ero ancora giovane e bisognosa della loro approvazione, ma desideravo disperatamente tornare in Olanda, ormai sentivo e pensavo come un'olandese. Verso la fine dell'adolescenza il mio carattere si fece pi chiuso, e anche molto indipendente. Cominciai a leggere e a interessarmi di filosofia, mi accostai a Spinoza e a Bergson. Riempivo interi blocknotes con le mie riflessioni, stavo sempre a buttar gi appunti. Era comunque per me un'attivit privatissima, segreta, non destinata a comparire nelle nostre discussioni. Ero totalmente affascinata dai grandi problemi dell'esistenza. ln seguito per la passione di notare continuamente le mie riflessioni, che pure mi aveva preso in modo assai virulento, svan. A un certo punto quest'abitudine cominci a farmi sentire poco a mio agio con me stessa, e inoltre temevo che una volta o l'altra i miei pensieri potessero cadere sotto l'occhio di qualcuno. Un bel giorno buttai via tutti i miei scritti e non se ne parl pi. A diciotto anni lasciai la scuola e mi impiegai in un ufficio. Sebbene continuassi a essere una ragazza indipendente e un po chiusa, gradatamente ricominciarono a emergere in me vivacit e cordialit. Nel 1931, a ventidue anni, tornai a Vienna per trovare i miei genitori. Ormai ero una donna e viaggiai da sola. Avevo mantenuto con loro una regolare corrispondenza e dal momento che lavoravo avevo cominciato a mandar loro dei soldi. Questa volta l'incontro fu buono, ma l'eventualit che rimanessi in Austria era fuori discussione. Ormai mi sentivo olandese al cento per cento. La povera bambina austriaca di undici anni con l'etichetta al collo e il fiocco nei capelli era scomparsa per sempre. Ero diventata una gagliarda donna olandese. Per non era venuto in mente a nessuno che potessi cambiare nazionalit, e avevo sempre il passaporto austriaco; tuttavia quando salutai pap, mamma e la mia sorella minore, non avevo dubbi ormai su quale fosse la mia identit. Sapevo che avrei continuato a scrivere e a mandare regolarmente soldi, che avrei continuato a far loro visita e a portare con me i miei figli

quando fosse venuto il tempo, ma ormai la mia patria era l'Olanda. Capitolo secondo. Nel 1933 avevo ventiquattro anni. Fu un anno difficile. Ero disoccupata da parecchi mesi. Dal mio primo e unico impiego, in una fabbrica tessile, mi avevano licenziata assieme a una collega. I tempi erano duri e c'era parecchia disoccupazione specie fra i giovani. I posti di lavoro scarseggiavano, ma visto il mio carattere indipendente non vedevo l'ora di trovarne un altro. Nel nostro edificio abitava, qualche piano sotto di noi, una certa signora Blik che era una buona conoscente di mia madre e ogni tanto prendevano il caff insieme. La signora Blik lavorava come commessa viaggiatrice, lavoro poco comune per una donna, anche se non raro per le olandesi lavorare fuori casa. A volte stava fuori per un'intera settimana a far dimostrazioni e a vendere articoli per donne di campagna e per circoli femminili Il sabato tornava col suo campionario vuoto, consegnava gli ordini alle ditte che rappresentava e si faceva rifornire di nuovi prodotti. Un sabato, mentre si trovava in una delle ditte, sent che una delle impiegate era malata e che cercavano una sostituta temporanea. Quello stesso pomeriggio, appena scesa dal tram, la signora Blik sal da noi. Mia madre mi chiam dalla cucina e mi comunic entusiasta quell'occasione. Ringraziai la signora Blik tutta eccitata, perch mi dava la possibilit di soddisfare di nuovo le mie esigenze d'indipendenza... se per ero capace di arrivare in tempo per farmi assumere. Detti un'occhiata al foglietto che mi aveva dato per vedere dove si trovava l'ufficio: a non pi di venti minuti in bicicletta, pensai, o anche quindici, dal momento che ero veloce. L'indicazione diceva: SIGNOR OTTO FRANK N. Z. Voorburgwal 120-126 Luned mattina di buon'ora presi la mia robusta bicicletta di seconda mano e la portai davanti al portone di casa cercando di sgualcire il meno possibile la fresca camicetta e la mia gonna di bucato ben stirata. Era mia abitudine vestirmi con un certo stile, con abiti per lo pi fatti in casa per risparmiare, ma non troppo diversi da quelli dei negozi. Avevo anche una pettinatura alla moda uno chignon morbido, e alcuni dei miei amici dicevano per scherzo che somigliavo all'attrice americana Norma Sheare. Non ero affatto alta, circa un metro e sessanta, ma mi aiutavo con i tacchi. I capelli li avevo sempre biondo scuro e folti. In bicicletta puntai verso nord e in pochi attimi lasciai alle spalle il nostro rione. Pedalando come il mio solito a tutta birra, con la gonna svolazzante, zigzagai in mezzo a un sciame di lavoratori in bicicletta che si stavano dirigendo verso il centro commerciale di Amsterdam. Al passaggio sbirciai le lucide vetrine dei grandi magazzini Bijenkorf, cercando di adocchiare le novit in fatto di corredi. Traversai la grande piazza Dam stracolma di piccioni dove stavano sfilando numerosi tram diretti verso la stazione, poi costeggiai il palazzo reale e l'antica Chiesa Nuova, dove nel 1890 era stata celebrata l'ultima incoronazione, quella della regina Guglielmina, che aveva allora dieci anni ed era assistita da un reggente. Voltai quindi nella brulicante N. Z. Voorburgwal, zeppa di automobilisti e di lavoratori. Ai lati c'erano palazzi con le facciate del Sei e Settecento. Trovai quello dove ero diretta e frenai.

Lo stabile che avevo davanti era il pi moderno della strada, quasi un grattacielo, con l'ingresso in pietra beige sovrastato da una tenda a padiglione. Il palazzo in vetro e pietra svettava nel cielo carico di nubi con i suoi nove piani, e una targa portava inciso il nome di questo singolare edificio: GEBOUW CANDIDA (Casa candida) Posteggiai la bicicletta nella rastrelliera e mi detti una ravviata ai capelli. La ditta Travies Co. occupava un ufficio di due stanze. Un ragazzo di circa sedici anni castano e con una espressione dolce mi introdusse. Portava la tuta e stava scaricando e classificando della merce sistemandola in una parte del locale adibita a magazzino. Non c'era molta luce e oltre alla zona-magazzino s'intravedeva soltanto una scrivania di legno con una macchina da scrivere e un telefono neri. Il ragazzo mi disse di chiamarsi Willem e di essere il fattorino. Era un classico ragazzo olandese simpatico e amichevole, ma la mia attenzione fu subito distolta da lui perch venni chiamata da una voce morbida e dall'accento straniero che mi giungeva dall'altro ufficio. Un signore alto, slanciato e sorridente si present con un'aria leggermente timida, e cos feci io; ci preparavamo a quel tipico colloquio che precede ogni assunzione. I suoi occhi scuri mi fissarono, e sentii subito che comunicavano sentimenti dolci e gentili, ma anche una certa timidezza e un leggero nervosismo. Stava seduto a una scrivania assai ordinata, una delle due che si trovavano nella stanza. Si scus per il suo stentato olandese, ma era arrivato da poco da Francoforte, e sua moglie e i bambini non lo avevano ancora raggiunto. Cercai di metterlo a suo agio parlando tedesco. I suoi occhi espressero gratitudine e fu lieto di continuare il discorso nella sua lingua materna. Si chiamava Otto Frank, era sulla quarantina, portava un paio di sottili baffi, e il suo frequente sorriso scopriva una dentatura irregolare ma attraente. Penso che simpatizzammo immediatamente e infatti mi disse: Prima di mettersi al lavoro voglio che venga con me in cucina Sentii che mi si imporporavano le guance. E allora? Mi aveva assunta s o no, che voleva da me in cucina, che gli preparassi una tazza di caff? Naturalmente lo seguii senza far storie. Mentre ci stavamo spostando mi fu presentata l'altra persona con la quale il signor Frank divideva l'ufficio, il signor Kraler. Poco dopo seppi che Victor Kraler era, come me, austriaco. In cucina il signor Frank cominci a mettere in ordine alcuni sacchetti che contenevano frutta, zucchero e altre cose, sempre continuando a parlare nel suo modo tranquillo e raffinato. Appresi che la casa madre della ditta Travies E Co. era a Colonia. Produceva ingredienti alimentari da usare in casa, e fra questi uno chiamato pectina, che il signor Frank stava proprio allora cercando di lanciare tra le casalinghe olandesi. Si otteneva dalle mele, dai semi di mela diceva scherzando il signor Frank, e veniva importata dalla Germania. Mescolando la pectina con zucchero, frutta fresca e altri ingredienti si poteva ottenere un'ottima marmellata in non pi di dieci minuti. Mi porse un pezzo di carta: Ecco la ricetta, su, ora faccia la marmellata Mi lasci sola in cucina. Mi sentii sgomenta. Vivevo ancora con i miei genitori adottivi e mi ero sempre occupata poco di cibo e di cucina, ma questo il signor Frank non poteva saperlo. Sapevo fare un ottimo caff, ma la marmellata? Cercai di calmarmi e mi misi a leggere la ricetta. Mi pareva cos strana, ma sapevo che ero in grado di far qualsiasi cosa, bastava che mi applicassi. Cos lessi attentamente le istruzioni e mi misi al lavoro. Feci la marmellata. Le successive due settimane le passai nella cucinetta preparando

vasetti e vasetti di marmellata. Ogni giorno il signor Frank portava un pacco contenente un tipo diverso di frutta che posava sul tavolo di cucina. Per ognuno c'era una ricetta diversa. Mi impadronii della tecnica abbastanza rapidamente, e dopo tre o quattro giorni divenni quasi un'esperta. Le mie marmellate erano ottime: il sapore, il colore, la densit, il profumo, tutto era a posto. Vasetti e vasetti di ottima marmellata cominciarono ad accatastarsi. Il signor Frank permise a me e a Willem di portarne un po a casa nostra. Cos facemmo. Il signor Frank abitava in un piccolo hotel del centro, e in quell'albergo rimase finch non fu raggiunto ad Amsterdam dalla sua famiglia. Non diceva molto dei suoi, soltanto che stavano con la suocera ad Aachen, una cittadina tedesca situata presso il confine sudorientale dell'Olanda. Sua moglie si chiamava Edith e le sue due bambine Margot Betti la maggiore e Anneliese Marie la piccola, che tutti chiamavano Anna. Sua madre e altri suoi parenti abitavano a Basilea. Capivo che si sentiva solo e che la famiglia gli mancava molto. Ma non ne feci cenno perch era un argomento troppo personale. Io lo chiamavo signor Frank e lui chiamava me signorina Santrouschitz, perch i nordeuropei della nostra generazione non avevano l'abitudine di chiamarsi per nome; man mano per che i nostri rapporti si fecero pi familiari, gli chiesi io stessa di chiamarmi Miep, e il signor Frank mi accontent. Scoprimmo ben presto che avevamo in comune l'interesse per la politica, e la pensavamo nello stesso modo. Nonostante fossi cresciuta in un ambiente tollerante, sentivo una fortissima ostilit per il fanatismo di Adolf Hitler, che era da poco salito al potere in Germania. Il signor Frank condivideva con me questa ostilit, ma in maniera anche pi perentoria, dal momento che era ebreo. E infatti aveva lasciato la Germania a causa delle iniziative antiebraiche hitleriane. Sebbene le campagne razziali avessero avuto un'apparente tregua, mi avevano comunque lasciata esterrefatta. Personalmente non nutrivo sentimenti particolari nei confronti degli ebrei. Ad Amsterdam erano talmente inseriti nel tessuto sociale che non veniva prestata loro quasi nessuna attenzione. Le leggi speciali di Hitler erano state semplicemente un'infamia; per fortuna il signor Frank aveva trovato rifugio in Olanda e presto la sua famiglia lo avrebbe raggiunto sana e salva. Quando si discuteva di questo argomento preferivamo parlare in tedesco, e finivamo sempre col concludere che tanto valeva lasciar perdere la Germania hitleriana, e affezionarci alla nostra patria adottiva, la confortevole e protettiva Olanda. I giorni passavano e non si avevano notizie della ragazza malata che avevo sostituito. Una mattina, dopo un paio di settimane passate nella cucinetta, il signor Frank arriv al lavoro senza frutta. Venne da me e mi accenn di togliermi il grembiule che mi ero messa per non sporcarmi. Venga Miep! disse invitandomi ad entrare nell'ufficio attiguo al suo. Addit la scrivania che era presso la finestra e disse: Ora lei sieda qua. Questa scrivania la chiameremo il "posto dei reclami e delle informazioni" Capir prestissimo il perch Mi sistemai in quell'angolo della stanza dove, con la coda dell'occhio, potevo intravedere il passaggio delle automobili e il viavai della strada. Lo strano nome dato alla mia scrivania lo compresi effettivamente presto. Il mio nuovo lavoro consisteva nello svolgere il compito di esperta nella fabbricazione di marmellate a diretto contatto con la clientela. Il nostro articolo per fare le marmellate consisteva in una confezione contenente quattro pacchetti di pectina. Nel retro erano stampate le varie ricette. All'interno c'erano anche etichette preincollate

arancioni e blu da applicare ai vasetti e fogli di carta oleata che, inumiditi, pressati sull'apertura e fermati con un elastico, potevano far da coperchi. La nostra rappresentante signora Blik distribuiva i nostri articoli presso i privati in tutto il paese, mentre noi ci occupavamo direttamente delle drogherie e dei negozi di alimentari. La nostra invenzione cominci a diventare popolare presso le casalinghe, ma alcune non erano capaci di seguire fedelmente le ricette. Molte donne in cucina amano far le cose improvvisando, e cio, in questo caso, alterando i dosaggi. I risultati variavano perci da una specie di morchia quasi solida a un'acquerugiola scoraggiante. Le massaie olandesi non amano certo buttar via il loro denaro, sono parsimoniose e perfino un po tirchie. Perci quando vengono colpite nella borsa diventano iraconde. Le nostre clienti deluse si attaccavano al telefono e riversavano su di noi le loro proteste. Io dovevo ascoltare pazientemente e capire dove avevano sbagliato, e quale ingrediente avevano utilizzato in proporzioni non corrette. Dovevo calmarle, invitarle a raccontare ogni cosa nei dettagli e dare gli opportuni consigli. Se tutto andava bene, la ditta Travies E Co. avrebbe avuto una cliente affezionata e soddisfatta in pi. Il signor Kraler, che divideva l'ufficio con me, era un bell'uomo robusto, scuro di capelli ed efficiente. Era un tipo serio, non scherzava mai. Doveva avere circa trentatr anni. Si occupava dei suoi affari, entrava e usciva, sempre corretto ed educato, mandava Willer a far commissioni e sorvegliava il suo lavoro. Con me aveva poco a che fare, perch facevo capo direttamente al signor Frank, e dal momento che andavamo cos d'accordo ero lieta che fosse cos. Il signor Frank cominci a darmi anche altri incarichi, come tenere la contabilit e battere a macchina, e questo mi faceva pensare che era soddisfatto di me. Il giro d'affari era ancora modesto, ma le cose stavano migliorando per merito delle iniziative del signor Frank e delle capacit commerciali della signora Blik. Un giorno il signor Frank mi disse con l'aria contenta che aveva preso in affitto un appartamento ad Amsterdam Sud in una zona non lontana dalla mia, dove erano concentrati molti rifugiati tedeschi. Finalmente era arrivata dalla Germania anche la sua famiglia ed egli ne era veramente felice. Qualche tempo dopo il signor Frank mi disse che la ragazza che avevo sostituito, la signorina Heel, era guarita e che sarebbe tornata al lavoro. Cercai di nascondere la mia immediata delusione e mi mostrai comprensiva perch sapevo che prima o poi sarebbe successo. Ma aggiunse lui ci farebbe piacere se anche lei potesse rimanere con noi in pianta stabile. Sarebbe contenta di restare qui, Miep? La gioia di questa proposta fu altrettanto intensa. Certo che ne sarei felice, signor Frank! Gli affari stanno migliorando continu lui e penso che ci sar abbastanza lavoro per tutte e due. Le procuro immediatamente una scrivania e tutta l'attrezzatura. Una mattina il signor Frank si inform se c'era abbastanza caff e latte in cucina, evidentemente aspettava visite. Quando suon il campanello ero completamente immersa nel mio lavoro. Andai ad aprire la porta. C'era una donna vestita sobriamente, con un volto rotondo, e i capelli scuri fermati con uno chignon. Poteva avere una trentina d'anni. Con lei entr anche una bambina nera di capelli e con una pelliccia candida. Il signor Frank si precipit ad accoglierle. Miep, disse in tedesco, ho il piacere di presentarle mia moglie Edith Frank-Hollander. Edith, questa la signorina Santrouschitz. La signora Frank aveva una aria raffinata, signorile, un po distante forse, ma schietta. Poi con voce lieta il signor Frank present la piccola: Questa Anna, la mia

secondogenita La bimba che sembrava un animaletto di peluche bianco mi guard e fece un piccolo inchino. Con lei bisogna parlare tedesco, prosegu il signor Frank non sa ancora una parola di olandese, ha solo quattro anni. La piccola Anna era timida e si attaccava alla mamma. Ma i suoi grandi occhi scuri e brillanti, che spiccavano nel volto delicato, assorbivano tutto ci che le stava intorno. Sono Miep dissi rivolgendomi a madre e figlia. Vi porto un po di caff. Corsi in cucina a preparare un vassoio. Quando tornai nell'ufficio vidi che avevano fatto conoscenza anche col signor Kraler e con Willem. Anna era tutta occhi per Willem e per le cose interessanti che stavano nell'ufficio. Nonostante la sua timidezza vidi che provava simpatia per me, e che le piacevano tutti gli oggetti che agli adulti sembrano comuni: casse da imballaggio, carta da pacchi, spago, contenitori. Anna bevve un bicchiere di latte mentre i suoi genitori prendevano il caff nell'ufficio del signor Frank. Anna e io ci avvicinammo alla mia scrivania: la mia macchina da scrivere nera nuova fiammante l'affascinava. Guidai le sue piccole dita sulla tastiera, e lei fu incantata quando riusc a stampare qualche lettera su un foglio di carta intestata. Poi la portai alla finestra per ammirare il viavai sottostante che pensavo potesse piacerle. Fu proprio cos: l'attrassero i tram, le biciclette, i passanti. Guardavo Anna e pensavo: Se avr una bambina mi piacerebbe che fosse cos Era quieta, obbediente, si interessava a tutto. Fin il suo bicchiere di latte e volt gli occhi verso di me. Non aveva bisogno di parlare, diceva tutto con lo sguardo. Presi il bicchiere vuoto e andai a riempirlo. Il mio lavoro denominato dal signor Frank reclami e informazioni cominci a perdere d'importanza perch le nostre clienti finirono per capire le ricette e impararono a far le marmellate correttamente. Cominciai a dedicarmi con maggiore impegno alla contabilit, alla dattilografia e alle spedizioni man mano che il giro d'affari cresceva. Willem era un compagno di lavoro cordiale, una specie di affettuoso fratello minore. Andavamo molto d'accordo. Ogni mattina mi preparavo e impacchettavo il pranzo e correvo in bicicletta al lavoro. Passavo davanti alla scuola Montessori dove il signor Frank aveva iscritto Anna e sua sorella Margot, maggiore di due anni. Era una moderna costruzione in mattoni davanti alla quale si susseguiva un viavai di bambini allegri che correvano di qua e di l. I Frank avevano un appartamento nella Merwedeplein, una zona simile a quella dove abitavamo noi, costituita da grandi edifici in pietra bruna. Era anch'essa nel Quartiere dei Fiumi, a tre o quattro strade di distanza in direzione nordest. Ogni giorno nella nostra zona cresceva il numero dei rifugiati dalla Germania. Erano quasi tutti ebrei, tanto che si diceva per scherzo che il bigliettaio del tram numero 8 sapeva parlare anche olandese In genere questi rifugiati erano pi danarosi della popolazione locale, di estrazione operaia, e facevano sensazione quando portavano la pelliccia o qualche altro indumento di lusso. Preferisco correre anzich camminare, e con la mia bicicletta di seconda mano addirittura volavo per essere in ufficio alle otto e mezzo prima del signor Frank, del signor Kraler e addirittura di Willem. Il mio primo incarico ogni mattina era di preparare un buon caff abbondante per tutti. Dopo il caff tutti si mettevano volentieri al lavoro. Un giorno portarono una nuova scrivania che fu sistemata di fronte al

mio posto. Poco tempo dopo si present una ragazza bionda, pi o meno della mia et e con un viso non troppo interessante, che si mise subito a reclamare la sua scrivania. Io mi spostai all'altra. Era la signorina Heel, la ragazza che era stata malata per tanto tempo. Ora nell'ufficio stavamo in tre, Willem, la signorina Heel e io. La signorina Heel e io non simpatizzammo affatto. Ci mettemmo a chiacchierare un po e lei fece subito capire che era una superesperta in tutto, musica, contabilit, eccetera; voleva avere sempre l'ultima parola. Era proprio la signorina So-tutto. Si era iscritta al gruppo politico filonazista olandese N. S. B. Purtroppo anche in Olanda era nato un partito filonazista. La signorina Heel non faceva altro che far propaganda per le idee del suo partito a Willem e a me, dogmi razzisti compresi, e ci mi irritava moltissimo. A un certo punto non ce la feci pi. Senta, le dissi, fissandola bene negli occhi, lo sa che il nostro principale, il signor Frank, ebreo? S, lo so, rispose con una certa aria altezzosa ma il signor Frank un gentleman. Risposi inviperita: Perch, forse che tutti i cristiani sono signori? La mia battuta le tapp la bocca, cos si limit a voltarmi le spalle. Non ci parlammo quasi pi, e la bella atmosfera cordiale dell'ufficio divenne presto fredda e pesante. Nessuno parlava di politica in sua presenza. Mi domandavo che cosa pensasse il signor Frank delle sue conclamate connessioni naziste, e se avrebbe cercato di liberarsi di lei. Ormai sull'ufficio gravava una cortina di suspense, e tutti stavano aspettando la prossima mossa. Per fortuna c'erano altre cose nella mia esistenza oltre l'ufficio. A quel tempo avevo un'intensa vita sociale. Mi piaceva ballare e come molte ragazze olandesi di quel periodo mi ero iscritta a un club danzante. Fui una delle prime ragazze di Amsterdam che impararono a ballare il charleston, il two-step, il tango e lo slow fox. Il mio club era a Stadhouderskade, ci andavo una volta alla settimana con le mie amiche e prendevamo lezioni da un maestro di ballo, accompagnato da un pianista. Ci insegnavamo le danze anche l'un l'altra. Il sabato e la domenica sera al club si ballava liberamente. I dischi preferiti dalle ragazze e dai ragazzi erano "When You Wore a Tulip", "My Blue Heaven" e "I Can't Give You Anything but Love, Baby" Ero una ballerina cos scatenata e mi piaceva tanto ballare che non stavo mai seduta. Avevo un sacco di corteggiatori, ballavano con me e poi mi accompagnavano a casa. Fra i miei preferiti c'era un giovanotto olandese alto, ben vestito e attraente, con qualche anno pi di me. Si chiamava Henk Gies. L'avevo conosciuto alcuni anni prima quando lavoravo come impiegata nell'impresa tessile. Io ero impiegata e lui contabile. Eravamo diventati amici, e nonostante le nostre strade si fossero poi separate - io ero andata alla ditta Travies E Co. e lui all'ufficio dello stato civile di Amsterdam come assistente sociale - eravamo rimasti in contatto. Lo trovavo bello, mi piacevano i suoi lucidi e folti capelli biondi. Aveva lo sguardo tenero e vivace. Anche Henk abitava nel Quartiere dei Fiumi. Era cresciuto nella vecchia Amsterdam meridionale, vicino al fiume Amstel, quando c'erano ancora fattorie con pecore e mucche che pascolavano nei prati. Ora aveva una stanza in affitto presso una famiglia nella Rijnstraat, un'arteria commerciale con molti negozi, fiancheggiata da una fila di olmi scuri e frondosi. Le iniziative del signor Frank erano un gran successo per la Travies E Co. Ormai lui parlava l'olandese correntemente e passavamo molte ore

insieme a progettare testi pubblicitari, che poi io facevo pubblicare su riviste per casalinghe e massaie. Il signor Kraler mi apprezzava un po meno del signor Frank. Victor Kraler, serio, preciso, coi capelli neri pettinati lisci sempre alla stessa maniera, voleva che le cose fossero fatte solo a modo suo. Una volta il signor Frank mi dette una lettera pregandomi di rispondere come mi sembrava meglio. Portai la risposta nell'ufficio dove stavano Frank e Kraler e la mostrai al mio capo. La lesse rapidamente e disse che andava benissimo. Anche Kraler dette un'occhiata ma non la trov di suo gusto. Io non risponderei cos disse. Mi morsi la lingua. Ero convinta ormai di saper scrivere una lettera. Il signor Kraler era invece persuaso che una donna non fosse capace di scrivere lettere in stile diverso a imprenditori e a donne di casa. Kraler era sposato, senza bambini, e aveva idee molto antiquate sugli affari. Invece l'intuito affaristico di Frank era molto pi acuto e innovativo. Tuttavia, a parte il suo conservatorismo, Kraler era una buona e brava persona, gentile e leale con i dipendenti e molto riservato. La signorina Heel rimase assente dal lavoro per parecchi giorni di seguito, mand poi un biglietto al signor Kraler cui segu un certificato medico: attestava che la signorina Heel soffriva di un grave esaurimento nervoso che la rendeva inabile al lavoro presso la ditta Travies E Co. Rimanemmo col fiato sospeso, e dal momento che non si fece pi viva pensammo che ci eravamo finalmente liberati di lei. Il signor Frank disse scherzando: un modo indolore per liberarsi di una nazista Annuimmo divertiti, e non ci pass neanche per la testa di informarci sulla sua salute. La nostra speranza era di non vederla mai pi. Nel 1937 la Travies E Co. si spost in Singel 400, dove occup vari piani di un edificio con la facciata su di un canale, e un laboratorio al pianterreno. La nostra nuova sede era a due passi dal bel mercato di fiori galleggiante che dominava la curva del canale Singel, una delle pi belle vie acquatiche del centro di Amsterdam. Nei pressi c'era anche l'elegante Leidsestraat, che mi piaceva moltissimo per i suoi bei negozi, la Spui, frequentata da studiosi che sfogliavano pubblicazioni nelle numerose librerie, e la Kalverstraat, un'altra via piena di negozi. Il mio stipendio non mi permetteva certo di nuotare nell'oro, ma sfogliare libri e guardare le vetrine non costava niente. Dopo pranzo me ne andavo felice a prendere il sole e ad ammirare gli ultimi modelli delle boutiques. Talvolta all'ora di pranzo mi incontravo con Henk Gies. Il signor Frank ebbe occasione di vedermi qualche volta insieme a lui, e fin per pensare che fossimo fidanzati. I due si somigliavano abbastanza, alti, magri, Henk per era un po pi alto, con biondi capelli ondulati, mentre il signor Frank aveva i capelli scuri gi radi ed era stempiato. Comunque si somigliavano anche di carattere: erano uomini di poche parole, di buoni principi e dotati di ironia e di senso dell'umorismo. Un giorno il signor Frank mi invit a cena a casa sua. Porti anche il signor Gies aggiunse. Accettai con gioia, lusingata per il fatto di essere invitata dal mio principale a tavola insieme con la sua famiglia. Mi proposi di arrivare puntualmente alle sei, mangiare e andar via poco dopo, in modo da non rimanere troppo a lungo. Non era il caso, visto il nostro tipo di rapporto, di fermarmi eccessivamente dopo cena. E infatti Henk e io arrivammo alle sei in punto. Pur sempre in giacca e cravatta, il signor Frank, a casa sua, aveva un aspetto pi disteso. La signora Frank ci accolse col suo modo un po riservato. I

suoi capelli neri e brillanti erano spartiti nel mezzo da una nitida scriminatura, e raccolti sulla nuca da una crocchia. Aveva gli occhi scuri, un volto ampio e una fronte proporzionata, le guance pienotte e qualche chilo di troppo, e questo conferiva al suo personale un aspetto robusto e materno. Aveva fatto progressi in olandese, ma lo pronunciava ancora con un forte accento, al contrario del signor Frank che lo parlava gi assai bene. Dal momento che Henk conosceva quasi perfettamente il tedesco, la conversazione fu tenuta in questa lingua. L'olandese, lo ricordavo bene, era stato difficilissimo anche per me al primo impatto, tanti anni prima; ancor pi duro per i Frank che erano adulti. Al contrario del signor Frank, sua moglie sentiva una forte nostalgia per la Germania. Nei suoi discorsi trapelavano spesso i suoi rimpianti per la loro vita a Francoforte, e tutte le cose che considerava migliori in Germania come alcuni tipi di dolci e i vestiti. La suocera del signor Frank, la signora Hollander, abitava con loro, ma era di salute malferma e rimaneva spesso a letto. Il mobilio era stato fatto venire da Francoforte; c'erano molti pezzi antichi, in lucido legno nero, ampi e massicci. Il mio preferito era un secretaire francese dell'Ottocento, alto e finemente lavorato, che era stato posto fra due finestre. Un imponente orologio a pendolo, che era appartenuto al nonno, faceva sentire il suo sommesso ticchettio nello sfondo. Era un Acherman fabbricato a Francoforte. Mentre noi eravamo intenti ad ammirarlo il signor Frank ci spieg che se veniva caricato ogni tre o quattro settimane, si manteneva in orario alla perfezione. Il mio sguardo fu attirato anche da un romantico disegno a carboncino in una splendida cornice: rappresentava una grossa gatta che coccolava i suoi due gattini. Un soggetto particolarmente intimo e rasserenante. I Frank erano amanti dei gatti, e infatti una bella gatta socievole camminava in su e in gi con un'aria sicura, come se fosse la padrona della casa. Il signor Frank mi disse che apparteneva alle figlie; la loro presenza aveva lasciato numerose tracce: giocattoli e disegni soprattutto. Fra gli avvenimenti di quel periodo uno dei pi angoscianti era la sanguinosa guerra civile spagnola. Il fascista generale Franco aveva praticamente sgominato le brigate volontarie accorse da ogni parte del mondo, dall'Europa soprattutto, ma anche dall'America e dall'Australia. Hitler e Mussolini avevano appoggiato apertamente Franco. Eravamo tutti antifascisti e perci desolati per le ultime notizie provenienti dalla Spagna: la resistenza antifranchista era sul punto di crollare. Quando fummo seduti a tavola, vennero chiamate Margot e Anna. La piccola, che aveva ora otto anni, corse da noi. Era sempre una bambina esile e delicata, ma i suoi occhi avevano assunto un colore grigio con sfumature verdi. Erano occhi dall'espressione un po misteriosa, leggermente infossati e circondati da una zona d'ombra. Aveva il naso della madre e la bocca del padre, ma col labbro superiore pi pronunciato e una fossetta sul mento. Margot la conoscemmo quella sera per la prima volta. Entr e si sedette. Aveva dieci anni, era molto carina e aveva capelli scuri e splendenti. Le due bambine portavano i capelli tagliati sotto le orecchie, pettinati da una parte e tenuti a posto con un fermaglio. Margot aveva gli occhi scuri. Si mostr quieta e timida, e molto ben educata, come del resto anche la sua sorellina. Quando sorrideva, Margot diventava ancor pi graziosa. Le due bimbe parlavano olandese perfettamente. Margot era manifestamente la cocca della mamma e Anna la preferita del pap. Le due bimbe durante l'ultimo anno avevano avuto qualche problema di salute, le solite malattie infettive dell'infanzia come il morbillo, e

avevano perso molti giorni di scuola. Fui lieta di notare che nonostante la loro salute delicata avevano un ottimo appetito. Dopo cena le bimbe augurarono la buonanotte e si ritirarono nelle loro camere a finire i compiti di scuola. Mentre Anna se ne andava notai che portava delle scarpine eleganti di vernice; lungo le gambe sottili i calzettoni di lana scivolavano un po comicamente. Ne provai una gran tenerezza; mi veniva voglia di sorridere e di tirarle su quelle buffe calzette. Henk e io continuammo a conversare con i Frank, ma appena finita la seconda tazza di caff ringraziammo e ce ne andammo via. Nonostante i nostri rapporti fossero un po formali, cominciavo a sapere molte cose su di loro, soprattutto perch la signora amava raccontare del suo passato, della sua infanzia felice nella cittadina di Aachen, del suo matrimonio col signor Frank nel 1925, e della loro vita a Francoforte. Era la citt dove era cresciuto lui. La sua famiglia faceva parte dell'establishment finanziario e culturale ebraico che datava fin dal diciassettesimo secolo. Aveva avuto una buona educazione, era stato un soldato coraggioso nella prima guerra mondiale, dove aveva partecipato a varie azioni, aveva raggiunto il grado di tenente ed era stato decorato. Dopo la guerra il signor Frank si era messo negli affari a Francoforte. Sua sorella viveva a Basilea ed era sposata con un funzionario di una azienda con casa madre a Colonia e una succursale anche ad Amsterdam: la Travies E Co., appunto. Quando il signor Frank cominci a sentire l'esigenza di lasciare la Germania, suo cognato lo propose alla succursale olandese della sua ditta, pensando di farle fare un ottimo acquisto. E cos gli affari della Travies E Co. prosperarono insieme a quelli del signor Frank. Capitolo terzo. Henk Gies e io cominciammo a stare insieme sempre pi spesso. Avevamo molti interessi in comune, per esempio amavamo tutti e due Mozart. Ci colp soprattutto il fatto che entrambi eravamo innamorati di un certo concerto per flauto e arpa. Insieme formavamo una bella coppia, e la gente ci guardava in modo benevolo. Piaceva a tutti e due vestire bene. Henk infatti era sempre elegante, portava la cravatta, e i suoi occhi blu erano pieni di vita. Fra noi due c'era un'attrazione di tipo magnetico, se ne accorgevano tutti. Andavamo spesso al cinema. Il sabato sera prendemmo l'abitudine di passarlo al Teatro Tip Top nel vecchio quartiere ebraico. Vi proiettavano film americani, inglesi e tedeschi e anche notiziari e film a episodi che ci lasciavano sempre con l'ansia di vedere la puntata successiva. Come la maggior parte delle giovani coppie olandesi giravamo in bicicletta. Per l'esattezza con una sola bicicletta: Henk pedalava e io stavo seduta dietro sul portapacchi, con le gambe sollevate da terra e la gonna svolazzante, muovendo il busto per mantenere l'equilibrio e reggendomi alla vita di Henk. Tutta Amsterdam girava con solide biciclette nere come la nostra, soprattutto quando faceva bel tempo. Intere famiglie si spostavano su una o due biciclette. Un bambino poteva stare sul sedile di dietro e un altro su un seggiolino attaccato alla canna. Due genitori potevano portare cos quattro bambini piccoli. Appena diventavano abbastanza grandi da pedalare per loro conto ricevevano la loro bicicletta di seconda mano, e si mettevano cos a seguire pap e mamma come docili cuccioletti in fila. E via per le strade di pav e su i ponti attraverso i canali. Henk Gies e io amavamo moltissimo il mercato domenicale nel vecchio

quartiere ebraico vicino all'imponente sinagoga portoghese, appena attraversato il fiume Amstel. Gli abitanti di Amsterdam erano molto affezionati a questo quartiere formato da costruzioni dei secoli diciassettesimo, diciottesimo e diciannovesimo, e amavano passeggiare per quel grande mercato all'aperto, gremito di bancarelle mobili, pieno di ogni sorta di attivit, di colore, di frastuono; dovunque si potevano osservare merci esotiche e gente che stava contrattando. Ci avevo passato tante domeniche mattina con la mia famiglia adottiva, e cos aveva fatto Henk da ragazzo con la sua famiglia. Noi due insieme ci trovavamo l quindi perfettamente a nostro agio. In quel quartiere vivevano gli ebrei meno ricchi di Amsterdam. I loro antenati, e quelli dei loro correligionari pi fortunati, erano arrivati in Olanda molto tempo prima dall'Europa orientale, e di recente vi erano giunti molti ebrei tedeschi. Si sentiva parlare spesso yiddish o tedesco. Negli ultimissimi tempi erano state promulgate leggi per rallentare l'immigrazione, cos che ormai non era troppo facile per gli ebrei e per altri rifugiati entrare sia in Olanda che in altre nazioni dell'Europa occidentale. Il flusso dei rifugiati si era ridotto a uno stillicidio. Ci domandavamo dove sarebbero andati a finire i profughi rifiutati, e soprattutto eravamo preoccupati per gli ebrei tedeschi, dal momento che la loro situazione nella Germania hitleriana stava diventando nuovamente pesantissima. Chi li avrebbe accolti? Un giorno il nostro fattorino Willem stava guidando un po troppo velocemente il triciclo che gli serviva a far le consegne per conto della nostra ditta. Era una bella giornata e lui percorreva il lungo Singel, mentre un organetto stava suonando una graziosa musichetta per la strada. Il giovane Willem, che pedalava come un forsennato per una via pavimentata, prese male una curva e piomb in acqua nel canale Singel proprio di fronte al nostro ufficio. Il signor Frank e io ci precipitammo per la strada e, trattenendo a stento le risate, pescammo fuori dal canale Willem e il suo triciclo. Willem fu spedito a casa in taxi e noi tornammo in ufficio ridendo come matti, e continuammo a riderci sopra per giorni. Quando, in una giornata del 1938, ascoltammo alla radio del signor Frank la notizia che le truppe tedesche erano entrate a Vienna, la citt della giovinezza di Hitler, piombammo tutti in una grande angoscia. Lo speaker parlava di folle entusiaste, applausi, bandiere e urr. A Vienna Hitler aveva vissuto una vita da reietto. Io ci avevo passato la prima infanzia, e il mio cuore sanguinava, immaginando la gioia isterica della plebaglia austriaca che lo osannava. Mi pentii di non aver gi provveduto a liberarmi del mio passaporto austriaco. Fummo poi esterrefatti quando apprendemmo che gli ebrei viennesi erano stati obbligati a spazzare le strade e a pulire le latrine pubbliche: era gi un atto del sadismo nazista, e inoltre le propriet ebraiche erano state confiscate dai nazionalsocialisti. Qualche tempo dopo feci la mia visita annuale al settore stranieri presso l'ufficio di polizia in O. Z. Achterburgwal 181. Per anni ci ero stata periodicamente a rinnovare il mio permesso di soggiorno. Quella volta, con mio disappunto, fui mandata al consolato tedesco, dove mi sequestrarono il passaporto austriaco e me ne dettero in cambio uno tedesco con una croce uncinata nera stampigliata accanto alla mia fotografia. Risultavo cos di nazionalit tedesca. Tutto questo era assurdo, anche perch mi sentivo ormai da tanto tempo completamente olandese. Qualche settimana dopo quella visita al settore stranieri e poi al consolato tedesco, stavo trascorrendo una serata in famiglia in Gaaspstraat. Avevamo appena finito di mangiare e io ero seduta a bere un paio di tazze di caff e a leggere il giornale. Bussarono alla

porta ed entr qualcuno che mi cercava. Era una giovane donna della mia et, biondissima e con un sorriso accattivante. Chiese se poteva parlarmi un momento. Le dissi di accomodarsi e di dirmi che cosa voleva. Mi spieg, in modo stranamente emotivo, che le avevano dato il mio recapito al consolato tedesco, e che lei era come me una suddita tedesca. Lo scopo della visita era di invitarmi a far parte di un circolo femminile nazista; gli ideali del club, a sentire la ragazza, erano quelli del nostro Fhrer Adolf Hitler, e circoli come quello stavano moltiplicandosi in tutta Europa. Continu a dire che quando mi fossi iscritta, non se mi fossi iscritta, avrei ricevuto un distintivo da appuntarmi sugli abiti, e avrei potuto assistere alle riunioni. Presto il gruppo avrebbe fatto un viaggio nella nostra terra madre, la Germania, per collaborare alle attivit delle nostre sorelle ariane. E continu su questo tono come se fossi gi una di loro. Il sorriso accattivante le svan dalla faccia quando declinai il suo invito. Ma perch? chiese costernata. Come potrei mai unirmi al vostro gruppo chiesi impassibile con quello che i tedeschi stanno facendo agli ebrei? I suoi occhi divennero due fessure e mi fissarono con uno sguardo di ghiaccio, in modo da fotografarmi per l'eternit. Fui lieta di mostrare il mio corruccio ai suoi occhietti nazisti. Che mi guardi bene, cos si accorger che c' anche qualche donna ariana che rifiuta di essere fagocitata dai nazisti. La salutai e le chiusi la porta dietro le spalle. In Olanda non era ancora arrivato il gran freddo, solo pioggia e pioggerella, nuvole e cielo coperto. Una sera di quel novembre che passai con i Frank fu segnata in modo particolare dalle tristi notizie che arrivavano da oltre confine. Il 10 novembre 1938 c'era stata la famigerata notte dei cristalli Quella notte in Germania centinaia di imprese, negozi e case di ebrei erano stati ridotti a rovine e incendiati. Erano andate distrutte anche le sinagoghe, con tutti i libri e arredi sacri. Migliaia di ebrei erano stati brutalmente malmenati o uccisi, donne erano state violentate, e colpiti anche bambini inermi. In un inferno di vetri rotti e di macerie migliaia di ebrei erano stati raggruppati e deportati chi sa dove. In seguito venimmo a sapere che questi stessi ebrei erano stati accusati di incitamento alla violenza e che erano stati puniti con milioni di marchi di multa. I Frank, Henk e io commentammo le ultime notizie, e la pi animosa fu la signora Frank nel reagire a questi eventi cos vicini e nello stesso tempo lontanissimi. Il signor Frank in quel suo modo nervoso e insieme tranquillo non fece altro che scuotere la testa, esprimendo la speranza che l'odio antiebraico finisse per autoconsunzione, ovvero che la gente di buon senso considerasse una follia seguire quei sadici criminali. Dopotutto la Germania era un paese di grandi tradizioni culturali e civili, e si poteva dimenticare il fatto che questi medesimi ebrei erano giunti in Germania al seguito dei romani tanti secoli prima? Appena Margot e Anna si misero a tavola insieme a noi, cessammo di parlare di quegli angosciosi avvenimenti. Cercammo di normalizzare le nostre voci e passammo ad argomenti pi piacevoli e distesi, che fossero adatti alle innocenti e impressionabili orecchie infantili. Erano passati alcuni mesi dall'ultima cena in casa Frank. Margot e Anna stavano cambiando a vista d'occhio. A nove anni Anna possedeva gi una personalit assai forte. Aveva il volto luminoso parlava con entusiasmo, a voce alta e a rapide frasi. Margot, che stava diventando una signorina, si faceva sempre pi graziosa. Continuava a essere la

pi tranquilla delle due; sedeva quieta, con la schiena diritta e le mani incrociate in grembo. A tavola le due ragazze si comportavano in modo perfettamente educato. A scuola Anna era considerata molto socievole. Ci parlava di molti dei suoi compagni presentandoli tutti come i suoi migliori amici. Evidentemente amava stare in compagnia. Descriveva le visite a casa delle sue amichette, e le loro visite a casa sua. Il gruppo degli amici di Anna soleva fare gite nei dintorni di Amsterdam, dormendo talvolta fuori. Le piacevano moltissimo anche i film, e perci Henk e io, che eravamo altrettanto appassionati, parlavamo del film che avevamo visto e tutti insieme discutevamo sui nostri attori e attrici preferiti. Margot aveva ottimi voti a scuola. Era una studentessa modello disposta ad applicarsi con enorme impegno per mantenere il livello raggiunto. Anche Anna andava bene, per era molto vivace. La signora Frank vestiva le figlie in modo molto grazioso: portavano vestiti stirati e inamidati con stoffe dai colori vivaci, alcuni con collettini bianchi ricamati a mano. I loro capelli erano sempre ben lavati e pettinati. Per me erano un modello di come avrei voluto tirar su i miei bambini. Terminammo la cena con i deliziosi dessert predisposti dalla signora Frank. Io facevo a gara con le bambine nell'apprezzare i dolci. Gi mi pigliavano in giro perch non resistevo mai alla tentazione di servirmi una seconda volta. Il signor Frank era il grande narratore di storie della famiglia, e dal momento che Margot e Anna dovevano lasciarci subito per fare i compiti, promise che, quando li avessero terminati, avrebbe raccontato loro una storia. Era una cosa che faceva molto piacere ad Anna. In quell'epoca alla Travies E Co. si aggiunse un nuovo rifugiato. Era un vecchio collega in affari del signor Frank. Sarebbe stato il nostro esperto in spezie, dal momento che la compagnia si stava inoltrando in nuovi settori alimentari. Si chiamava Herman van Daan, in origine un ebreo olandese, che per aveva passato molti anni in Germania. Sua moglie era un'ebrea tedesca. Avevano lasciato il paese in seguito al le persecuzioni hitleriane. La linea spezie aveva assunto il nome di Pectacon Il signor van Daan era un superesperto di spezie, gli bastava annusarle un istante per riconoscerle. Viveva con una sigaretta costantemente attaccata alle labbra. Era un omone alto e grosso, ben vestito, che zoppicava leggermente, con un grosso faccione virile, un po impersonale; era quasi completamente calvo. Doveva avere circa quarantacinque anni. Trovava sempre il modo di dire una battuta spiritosa. Van Daan era un tipo accomodante e non trov difficolt a inserirsi nella routine della Travies E Co. e della Pectacon. La mattina non poteva cominciare a lavorare senza il rituale caff e sigaretta. La coppia Frank e van Daan era formidabile nell'escogitare trovate per pubblicizzare i nostri prodotti e nello scovare nuovi clienti. Il sabato pomeriggio i Frank presero l'abitudine di ricevere gli amici, offrendo dolci e caff. Henk e io eravamo invitati di tanto in tanto. Di solito c'erano sette o otto altri ospiti, tutti di lingua tedesca e quasi tutti ebrei rifugiati dalla Germania nazista. Era gente che prima non si conosceva ma che aveva molto in comune. Il signor Frank voleva presentare i suoi amici olandesi che simpatizzavano con i loro problemi e che si interessavano alla loro sistemazione in Olanda. Henk e io eravamo appunto definiti dal signor Frank come i nostri amici olandesi Spesso c'era anche il signor van Daan che porta a con s Petronella,

la moglie civettuola. Sovente erano presenti il signor Lewin, un farmacista che fino a quel momento era in difficolt nel trovar lavoro ad Amsterdam, e sua moglie. Erano anch'essi tedeschi e la signora Lewin era cristiana. Sia i Lewin che i van Daan abitavano nel Quartiere dei Fiumi. Si univa a loro spesso anche un dentista di nome Albert Dussel, un uomo attraente e di notevole fascino che somigliava a Maurice Chevalier, con una moglie molto bella di nome Lotte, che non era ebrea. Erano appena fuggiti dalla Germania. Avevo simpatia per il dottor Dussel, e lo trovavo molto affascinante. Quando seppi che si era associato col mio dentista, il quale aveva lo studio sulla Amstellaan, e che sperava in futuro di formarsi una clientela per suo conto, decisi di andare a farmi curare i denti da lui. Come avevo intuito si rivel un ottimo dentista. In quelle riunioni del sabato stavamo tutti seduti intorno a un grande tavolo di quercia situato nel salotto dei Frank, in quelle occasioni coperto di ottimi dolci, di tazze di caff, bricchi di panna e con la bella argenteria della signora Frank. La conversazione era molto fitta, eravamo tutti informatissimi sugli accadimenti mondiali, e in particolare su quelli che avvenivano in Germania. Quando nel marzo del 1939 Hitler si impadron della Cecoslovacchia, le nostre voci diventarono animosissime. Il fatto che il territorio dei Sudeti fosse stato annesso nel settembre del 1939 allo scopo di tutelare la pace, poteva essere ancora giustificabile in qualche modo, ma questa nuova invasione passava ogni limite. A un certo punto, durante queste nostre riunioni del sabato, irrompevano le ragazze Frank. Mentre facevano il giro per salutarci, i nostri consueti argomenti drammatici venivano temporaneamente interrotti. Anna sorrideva spesso in modo luminoso, Margot diventava sempre pi una vera bellezza, aveva una carnagione splendente e una figura ammirevole. Anna le arrivava appena al naso, ma non le era da meno nell'ingurgitare dolci. Mentre le ragazze facevano merenda, la conversazione evidentemente ristagnava, ma riprendeva con ancor maggiore irruenza non appena se ne andavano e la porta veniva chiusa. Il tema ricorrente era la vita in Germania prima degli avvenimenti che avevano obbligato i nostri amici a fuggire. E nonostante ci che era successo si sentiva che erano molto attaccati a quella che consideravano ancora la loro patria; perci le loro critiche erano comunque moderate. Gli adulti riuscivano sempre a nascondere le loro angosce ai pi piccoli, e questo atteggiamento nei confronti dell'infanzia era condiviso anche dalla societ olandese. Tutte queste persone avevano lavorato duramente per costruirsi una vita dignitosa e nessuna di loro poteva immaginare che sarebbe stata costretta a strapparsi dalle sue radici, fuggire dalla terra natale e cominciare di nuovo tutto da capo, in un paese straniero. Fortunatamente era capitato loro di venire in Olanda, uno dei paesi del mondo pi liberi e tolleranti La stanza si riempiva di fumo, le discussioni non finivano mai e si calmavano solo verso l'ora di cena. Henk e io eravamo sempre fra i primi a salutare e scendevamo le due rampe di scale per raggiungere la sottostante Merwedeplein. Ci capitava di scontrarci con Margot e Anna, che arrivavano con le loro fedeli biciclette nere, e con le guance colorite per aver pedalato nel vento. Posteggiavano le biciclette nella rastrelliera posta sulla salitella che conduceva al portone di casa, e correvano su per le scale. Henk e io traversavamo rapidamente la piazza erbosa e ci incamminavamo verso casa. Capitolo quarto.

All'inizio del 1939 e soprattutto dopo l'occupazione della Cecoslovacchia, aumentarono le nostre ansie nei confronti di Hitler. Da lui potevamo aspettarci solo del male. Furono una primavera e un'estate piene di preoccupazioni e di nervosismo. L'Olanda aveva mobilitato le sue truppe e le aveva messe in stato di allarme. Parte della popolazione era indifferente e non si rendeva conto di quello che stava succedendo, e pensava solo a distrarsi la domenica ma altri invece erano rimasti sconvolti dagli avvenimenti mondiali. E non c'era modo di far passare l'angoscia. L'esistenza era diventata drammatica. Nella tarda estate la regina Guglielmina proclam l'assoluta neutralit del paese. Henk e io spinti dalla congiuntura cominciammo a riflettere sul nostro rapporto. Eravamo ormai legati da un indiscutibile vincolo sentimentale. Non ci eravamo ancora impegnati l'un l'altro a causa delle nostre modeste risorse finanziarie, non avevamo risparmi per acquistare mobili e iniziare una vita indipendente. Le coppie povere come la nostra dovevano sopportare spesso lunghi fidanzamenti. Ma decidemmo di gettare alle ortiche la prudenza. Il tempo passava e nessuno di noi ringiovaniva. Io avevo trent'anni e Henk trentaquattro. Decidemmo di sposarci non appena avessimo trovato un appartamento. Iniziammo subito quella ardua ricerca. Fu una vera e propria battuta di caccia: setacciammo l'intera Amsterdam, appartamenti, stanze in subaffitto, qualsiasi sistemazione decente. Non trovammo niente. Henk, che aveva un carattere pi paziente del mio, riusciva a nascondere la sua irritazione, mentre io non potevo pensare ad altro. Pi le nostre ricerche tardavano a trovare sbocchi e pi io mi ostinavo. Ero sicura che se ci fosse stato da qualche parte un posto adatto a noi, io l'avrei scovato, avessi dovuto fare mille giri in bicicletta col vento gelido o nelle serate piene di nevischio, o anche nelle fredde mattine prima di andare in ufficio, non mi sarei arresa. Sfortunatamente la mia determinazione non riusciva a far s che Henk e io potessimo sistemarci. Amsterdam per tradizione era una citt che aveva sempre dato rifugio ai perseguitati. Malgrado le norme che riducevano l'immigrazione, era ora piena di profughi politici e religiosi. Attici e cantine brulicavano di ospiti. Molte famiglie affittavano camere a persone, che a loro volta ne ospitavano altre. La citt era ormai sovrappopolata. Impossibile trovare un buco. Mentre noi proseguivamo nell'inutile ricerca di un appartamento, il primo settembre 1939 si verific l'avvenimento che temevamo da tempo: Hitler invase la Polonia. Il 3 settembre Inghilterra e Francia dichiararono guerra alla Germania, e l'Olanda si trovava proprio nel mezzo, schiacciata fra i tre paesi. Dopo il blitz col quale la Polonia fu rapidamente conquistata, per qualche tempo gli avvenimenti ristagnarono, tanto che qualcuno cominci a soprannominare il conflitto "Drle de guerre" oppure "Sitzkrieg" Poi l'8 novembre cominciammo a sperare che l'incubo potesse finire, perch Hitler aveva subito un attentato. Certo l'attentato era fallito, ma per la prima volta avevamo avuto la certezza che anche fra i tedeschi c'era chi opponeva resistenza. La resistenza sarebbe cresciuta, al primo attentato potevano seguirne altri, forse con maggior successo. Potevamo cominciare a sperare? Per me Hitler poteva essere fatto fuori, assassinato, qualsiasi cosa andava bene purch sparisse. Poi cominciai a riflettere sui miei sentimenti cos tormentosamente aggressivi e mi resi conto che anche io ero enormemente cambiata. Mi avevano insegnato a non odiare mai, uccidere era sempre un gesto orrendo, eppure anch'io ero adesso coinvolta in sentimenti di odio e in desideri di morte. Amsterdam era ormai imprigionata da un inverno freddissimo, i canali erano gelati, e naturalmente avevano fatto la loro comparsa i

pattinatori. Anche la neve era arrivata presto. Il 30 novembre l'Armata rossa sovietica aveva attaccato la Finlandia. Quando giunse il capodanno del 1940, la radio, dispensatrice di notizie quasi sempre sconvolgenti, si acquiet stranamente. Non stava succedendo niente di decisivo, e io mi domandavo cosa sarebbe accaduto nell'anno che stava iniziando. Henk e io continuavamo la nostra strenua ricerca di un posto dove vivere. Volevamo cominciare la nostra nuova vita di sposi in quell'anno, e desideravamo anche mettere al mondo dei bambini. Per la Travies E Co. gli affari andavano bene. Il settore spezie diretto dal signor van Daan aveva bisogno di nuovi dipendenti; ci rendemmo conto che i nostri uffici sul canale Singel non bastavano pi. Nel gennaio del 1940 il signor Frank ci inform che ci saremmo spostati in un'altra sede molto pi spaziosa. Era situata non lontano, sul Prinsengracht, un altro canale che solcava con il suo semicerchio la vecchia Amsterdam. L'indirizzo del nuovo stabile era per l'esattezza: Prinsengracht 263. Era un palazzo slanciato di mattoni rossi, edificato nel diciassettesimo secolo, con una facciata dai caratteristici frontoni. Lo stile era simile a quello di tanti altri palazzi della medesima zona di Amsterdam. Spostandoci verso ovest, ci eravamo accostati a un quartiere operaio denominato Jordaan, un nome che derivava dal vocabolo francese "jardin", giardino. Qui le strade avevano nomi di fiori. La nostra sede si affacciava su una via di piccole fabbriche, di magazzini e di imprese come la nostra. La costruzione aveva una superficie abbastanza ampia, con tre ingressi che davano sullo spiazzo antistante il canale. Il primo conduceva per una ripida scala in legno ai locali adibiti a depositi che per il momento non ci servivano. Il secondo ingresso, attraverso una breve scala, portava a un pianerottolo con due porte di vetro smerigliato. Quella sulla destra, con la scritta Ufficio, indicava il mio, dove lavoravano anche altre ragazze. La porta sulla sinistra introduceva a un corridoio che portava, sempre girando a destra, all'ufficio di Kraler e van Daan. In fondo a questo stesso corridoio c'erano quattro gradini, un altro piccolo andito, e un'altra porta anch'essa di vetro smerigliato che dava nell'ufficio privato del signor Frank. Il terzo dei tre ingressi esterni portava al laboratorio che era collocato al livello del pianterreno. A fare gli onori di casa c'era un grosso gattone bianco e nero con il muso a macchie. Mi dette una lunga occhiata che io ricambiai prontamente prima di andargli a prendere un po di latte. Non avrei voluto essere al posto dei grossi topi che ad Amsterdam prosperano in locali umidi e isolati. Quel gatto sarebbe stato la nostra mascotte e avrebbe saputo anche tenere a freno la popolazione dei topi. C'era stato qualche cambiamento nel personale della ditta. Willem era andato via e al suo posto erano entrati due operai che lavoravano nel laboratorio, un giovane apprendista e un uomo anziano. Poco dopo il signor Frank mi chiam nel suo ufficio per farmi conoscere una ragazza. Aveva capelli biondo scuro ed era parecchio pi alta di me; portava gli occhiali e sembrava timidissima. Si chiamava Elli Vossen e aveva ventuno anni. Il signor Frank l'aveva appena assunta. Presi Elli sotto le mie ali e la misi alla scrivania davanti alla mia. Piaceva sia al signor Frank che a me. Diventammo all'istante un buon team e ottime amiche. Mangiavamo e passeggiavamo insieme, e chiacchieravamo un sacco. Era la maggiore di sei sorelle e un fratello. Poi ci fu un altro arrivo: un signore olandese di mezza et che il signor Frank aveva voluto con noi. Il suo nome era Jo Koophuis, ed era stato in affari per molto tempo col signor Frank oltre che essere un

suo amico personale. Aveva un aspetto fragile, colorito pallido, spessi occhiali da miope, naso sottile e lineamenti fini. Era una persona tranquilla che ispirava fiducia e comunicava gentilezza. Diventammo presto buoni amici. Jo Koophuis, Elli Vossen, le altre impiegate e io stavamo tutti nel grande ufficio sul davanti. Kraler e van Daan continuarono a dividere quello sul retro. I quattro uomini finirono per formare due diverse coppie di lavoro: Koophuis e Frank si occupavano dei prodotti per le casalinghe e curavano la parte economica, mentre van Daan e Kraler mandavano avanti il settore spezie, con particolare riferimento alle spezie che servivano per fare le salse. Oltre a Elli e me, che eravamo fisse, c'era un viavai di impiegate saltuarie. In genere erano simpatiche ragazze che svolgevano un compito determinato e poi se ne andavano. Io ero l'impiegata anziana, e curavo la supervisione delle altre ragazze, era mia responsabilit che il lavoro fosse fatto in modo efficiente, ordinato, nitido e senza errori. E cos era. Nel febbraio 1940 Margot Frank festeggi i suoi quattordici anni, il giorno dopo io raggiunsi i trentuno. Durante una cena dai Frank quell'inverno ci rendemmo conto che era diventata proprio una signorina. Il suo corpo aveva ormai curve graziose. Portava ora dei grandi occhiali sui pensosi occhi scuri, e si interessava assai pi ad argomenti letterari che non a frivolezze. A parte gli occhiali, diventava sempre pi bellina, la sua pelle era morbida e luminosa. In quel freddo inverno del 1940 Anna doveva ancora compiere undici anni. Subiva ancora l'influenza della sorella maggiore: qualsiasi cosa Margot dicesse o facesse era fotografata dai guizzanti occhi e dalla rapida mente di Anna. Era allora un'abilissima imitatrice, poteva rifare perfettamente il verso a chiunque e a qualsiasi cosa: il miagolio di un gatto, la voce di una sua amica, il tono autoritario della sua insegnante. I suoi piccoli numeri ci divertivano moltissimo: piegava la sua voce a volont. Amava molto avere un pubblico attento e sensibile alle sue scenette. Anche lei era cambiata. Le sue gambe sottili sembravano diventare sempre pi lunghe sotto la gonna, e le braccia crescevano in proporzione. Era sempre una ragazza snella ed esile, ma stava entrando nella fase del salto preadolescenziale, e al momento le sue gambe e le sue braccia apparivano di una lunghezza sproporzionata. Sentendosi sempre il beb della casa, pretendeva ancora un'attenzione speciale. Nell'ultimo anno o poco pi la sua salute si era rafforzata, Margot invece era rimasta di salute pi delicata, soffriva di piccoli disturbi, ma frequenti, come mali di stomaco e cose simili. Le ragazze ora parlavano sempre in olandese e perfettamente, e anche la madre era spesso trascinata da loro e cominciava a cavarsela bene. A volte, durante le nostre visite, facevamo conversazione in olandese anzich in tedesco, questo anche allo scopo di aiutare i progressi linguistici della signora Frank in modo divertente. L'olandese era stato duro per lei, forse perch passava molto tempo in casa. Il signor Frank, invece, sempre immerso nella vita di Amsterdam, se l'era sbrogliata molto meglio. E per le bambine era stato facile come giocare. La primavera del 1940 esplose all'improvviso. Il suolo rivers i suoi prodotti, i chioschi di fioraio erano pieni di tumidi tulipani, giunchiglie, tromboni. Nonostante fossimo sempre costretti a essere tirati con i soldi, non potevamo fare a meno di spenderne un po per quei meravigliosi fiori. L'aria tersa e luminosa ci induceva a sperare per il meglio.

Henk e io passavamo tutto il nostro tempo libero insieme. In primavera Henk mi pareva ancora pi bello. Era anche sempre pi spiritoso, e il suo braccio intorno alle mie spalle sempre pi affettuoso. Il 6 aprile giunse notizia di un altro attentato a Hitler. Non potei fare a meno di urlare di gioia. Era andato quasi a segno, il terzo forse avrebbe potuto essere quello buono. Ma poi Hitler dilag nella piccola Danimarca, e con altrettanta facilit in Norvegia. Non c'era stata, praticamente, nessuna resistenza. In Olanda eravamo terrorizzati. A chi sarebbe toccato ora? Fino a quel momento l'avevamo scampata, e cos continuammo a goderci la primavera. Capitolo quinto. Un marted di una notte di maggio diedi la buonanotte a mia sorella Catherina e mi infilai nel mio letto. L'aria era straordinariamente mite. Amavamo chiacchierare fino a tardi, ma un certo momento ci eravamo ricordate che tutte e due dovevamo lavorare presto la mattina dopo. Durante la notte il mio profondo sonno fu interrotto da una specie di mormorio. All'inizio non ci feci caso e cercai di riaddormentarmi, ma poi mi parve di avvertire come dei tuoni in lontananza. Ero ancora nel dormiveglia quando mi accorsi che Catherina stava scuotendomi. Da basso, qualcuno aveva acceso la radio e stava cercando di ascoltare le notizie. Il mio cuore cominci a battere forte. Corremmo gi a raggiungere i nostri familiari e a cercar di raccapezzarci insieme a loro. La radio non faceva capir molto. Quelli che udivamo erano aerei tedeschi? E allora perch puntavano a ovest? La gente si stava riversando nelle strade, alcuni erano saliti sui tetti. Le lontane esplosioni provenivano dalla direzione dell'aeroporto. Quando giunse l'alba non sapevamo ancora niente di preciso. Nessuno volle tornare a letto, eravamo tutti troppo agitati. Qualcuno disse che soldati tedeschi vestiti di uniformi olandesi venivano paracadutati da aerei assieme a biciclette armi da fuoco ed equipaggiamento. Sembravano notizie inaudite. Volevamo saperne di pi. Andammo tutti in giro a caccia di precisazioni. Le informazioni passavano di bocca in bocca. Finalmente la regina Guglielmina fece un comunicato alla radio nel quale disse, con la voce rotta dall'emozione, che i tedeschi avevano attaccato la nostra amata Olanda. Eravamo invasi, ma ci stavamo difendendo. Era venerd 10 maggio 1940. Nessuno sapeva che cosa fare. Molti, come me, andarono al lavoro come tutti gli altri giorni. In ufficio ci ritrovammo tutti quanti disperati e sbigottiti. Il signor Frank era cadaverico. Ci affollammo intorno alla radio dell'ufficio e ci rimanemmo attaccati tutto il giorno a sentire notizie. A quanto pareva il nostro piccolo esercito resisteva coraggiosamente ed era riuscito per il momento a non cedere. L'ora non era certo adatta alle discussioni. Lavoravamo silenziosamente e ci disponevamo ad aspettare e a vedere. A mezzogiorno Henk lasci il suo ufficio di corsa e arriv trafelato. Ci abbracciammo angosciati per il domani. Durante il giorno le sirene suonarono l'allarme aereo varie volte. Aspettammo sempre disciplinatamente il cessato allarme, dal momento che nel nostro quartiere non c'erano rifugi antiaerei. Tuttavia non ci furono bombardamenti, n vedemmo combattimenti nelle vicinanze e nemmeno uomini in uniforme. Circolavano varie voci: che soldati tedeschi venivano paracadutati travestiti da infermiere, da contadini, da monache e da pescatori olandesi. La radio raccomandava di stare al chiuso, di buttar via tutte le bevande alcoliche, di difendere le donne dai soldati

tedeschi, se fossero arrivati. La gente assedi i negozi di alimentari per far provviste di cibo. Il coprifuoco fu fissato alle otto di sera. Fu ordinato di incollare i vetri delle finestre per evitare che potessero frantumarsi e scheggiarsi, e anche di oscurarli con l'apposita carta. Eseguii ogni disposizione. Passavo il tempo attaccata alla radio. Le notizie erano contraddittorie. L'esercito era riuscito a fermare gli invasori? Era vero che il governo olandese aveva mandato una nave a Ijmuiden per portare in salvo gli ebrei? Che molti ebrei stavano suicidandosi? Che altri si erano imbarcati per l'Inghilterra su battelli che si erano procurati? Questa ridda di voci continu per giorni, e anche durante il weekend. Ogni frammento di notizia si diffondeva a raggiera. Apprendemmo che la battaglia divampava nei dintorni della citt di Amersfoort, che i contadini erano stati fatti evacuare abbandonando il bestiame nei pascoli, e che perci le mucche muggivano perch non erano state munte e le loro mammelle scoppiavano. Quindi la notizia peggiore: la regina, la sua famiglia e il governo di notte erano fuggiti per mare in Inghilterra. Avevano portato via tutto l'oro del tesoro olandese. Ci sentimmo tutti profondamente avviliti. I monarchici furono i pi delusi, e piansero e si lamentarono per la vergogna e l'abbandono. Quindi si sparse la voce che il principe Bernardo, marito della principessa Giuliana, era tornato di nascosto in Olanda e aveva raggiunto le truppe in Zelanda. Poi, all'improvviso come era cominciato, tutto fin. Alle sette di sera del 14 maggio il generale Winkelman disse alla radio che i tedeschi avevano bombardato e distrutto Rotterdam, che alcune dighe erano state sventrate e parte del paese era allagato, che i tedeschi avevano minacciato di bombardare anche Utrecht e Amsterdam se avessimo continuato a resistere. Per risparmiare altre vite e altre distruzioni, aggiunse il generale, era stata decisa la resa. Raccomandava a tutti la calma e di attendere ulteriori istruzioni. I tedeschi ci avevano attaccato in modo criminale, e ora, tutto a un tratto, il nostro mondo non era pi nostro. Venne a tutti noi una sorta di stupefatta rassegnazione. Non restava che aspettare e vedere. Ma la rabbia continuava a bollirci dentro. Era avvenuto il peggio: avevamo perso la libert. Alcuni bruciarono i giornali antinazisti e anche libri e dizionari inglesi. Altri cominciarono a preoccuparsi per i loro amici e vicini. Poi prendemmo a interrogarci su chi dei nostri conoscenti potesse avere avuto simpatie naziste e diventare cos oggi una spia, e cosa potevamo avere detto alle persone sospette. Per le strade si cominciarono a vedere uniformi tedesche. Inoltre reparti dell'esercito germanico marciavano in gran pompa per le vie di Amsterdam bardati di tutto punto e con gli elmi in testa. La gente li osservava a gruppetti, mentre i tedeschi esibivano le loro marce di parata nel tepore primaverile, sfilando assieme ai carri armati e alle autoblindo sul ponte Berlage che conduce a piazza Dam. Gli olandesi osservavano con volti imperscrutabili e quieti. Usciti dai loro antri, erano comparsi anche i nazisti olandesi che sventolavano e applaudivano. Altri, come Henk e me, voltavano la schiena e facevano finta di non vedere. Non potevano esistere altro che due atteggiamenti opposti: quello dei patrioti olandesi che si opponevano ai nazisti senza compromessi di sorta, e quello dei collaborazionisti e dei simpatizzanti. Fra questi due comportamenti non esistevano vie di mezzo. La vita riprese in modo quasi normale. Gli affari della Travies E Co. andarono avanti come sempre: lavoravamo tranquillamente tutto il

giorno. Ogni ora la Westerkerk, la chiesa dell'ovest, faceva risuonare le sue campane. Era il luogo nel quale, secondo la leggenda, riposavano i resti di Rembrandt. Erano campane molto sonore anche se in parte attutite dalle fronde dei numerosi olmi, e il suono si disperdeva nelle strade lungo i canali. Nei primi tempi dopo il nostro trasferimento al Prisengracht, io notavo ogni quarto d'ora il suono di queste campane; facevo allora una breve pausa dal lavoro, davo un'occhiata alla finestra e ai gabbiani che scendevano in picchiata nel canale a cercare cibo. Poi mi rituffavo nel lavoro. Ma in seguito piano piano non feci neanche pi caso a quel suono, era stato assorbito dall'atmosfera del luogo. Un giorno il signor Frank mi prese da parte e mi disse sorridendo che aveva saputo di un avviso nel quale offrivano stanze in affitto nel nostro quartiere, al numero 25 di Hunzestraat. Ci interessava vederle? La mattina dopo, prima di andare al lavoro, incontrai il signor Frank e insieme ci recammo nei pressi di uno stabile costruito in mattoni, simile ad altri di quella stessa strada, che era tranquilla e distava soltanto due isolati dall'appartamento dei Frank in Merwedeplein. Le stanze che ci interessavano erano al pianterreno. Venne ad aprirci una signora graziosa, piccola e grassottella, scura di capelli. Si chiamava Samson. Il signor Frank fece le presentazioni e ci stringemmo la mano. Comprendemmo che la signora Samson era ebrea. Ci mostr le camere e ci disse che si erano liberate improvvisamente. Era una persona con la parlantina facile. La signora Samson aveva una figlia che era sposata a Hilversum, a pochi chilometri da Amsterdam. Il giorno dell'attacco tedesco la figlia, il genero e i loro figli avevano deciso di tentare di fuggire in Inghilterra ed erano corsi come tanti altri al porto d'imbarco della citt di Ijmuiden. Quando il marito della signora Samson, che era un fotografo specializzato in foto scolastiche, torn quella sera a casa e seppe del progetto della figlia e dei nipotini, ne fu i sconvolto perch non aveva fatto in tempo a salutarli prima della loro partenza. In realt i suoi parenti non erano riusciti a trovar posto sulla nave gi troppo affollata e avevano dovuto tornare a Hilversum, ma lui non lo sapeva e and a cercarli. Per cercarli sal su una nave da cui non riusci pi a scendere, e quindi, come poi si seppe, egli part, piuttosto fortunosamente, per l'Inghilterra. Ora la signora viveva sola in quell'appartamento e non aveva idea se avrebbe mai pi rivisto suo marito. Stare sola la spaventava, e perci aveva deciso di affittare le stanze vuote. Io accettai immediatamente la sua offerta. Henk e io ci saremmo venuti ad abitare subito. Lei ne fu contenta. Non le dispiaceva, in tempi come quelli, di avere con s gente giovane e forte. Ci sistemammo rapidamente nelle sue stanze. All'inizio le avevamo detto che eravamo sposati, ma ben presto, dopo averla conosciuta meglio, le raccontammo la verit, che non eravamo ancora sposati ma avevamo l'intenzione di farlo appena possibile. Eran tempi fuori dal comune ed era ovvio accettare situazioni fuori dal comune. Durante il giorno potevamo sentire il ronzio dei motori degli aerei tedeschi. Apprendemmo che il Belgio e il Lussemburgo erano stati soggiogati subito dopo l'Olanda, che i tedeschi erano penetrati con successo in Francia e che i combattimenti continuavano. In Inghilterra un certo Winston Churchill era diventato primo ministro al posto di Neville Chamberlain. In Belgio re Leopoldo Quarto si era arreso ai nazisti ed era nelle loro mani. Cominciammo cos a renderci conto quanto fosse preferibile che la regina Guglielmina non avesse subito la stessa sorte, e che stesse al sicuro in Inghilterra. La nostra regina ci parlava in modo commovente dai microfoni della B. B. C., dicendo che avrebbe guidato un

governo olandese libero in Inghilterra, fino alla disfatta tedesca. Ci incoraggiava a mantenere la calma, a non perderci d'animo, a resistere ai nazisti in tutte le forme possibili, e che in qualche modo, un giorno, saremmo ritornati a essere una nazione libera. Alla fine di maggio un nazista austriaco di nome Arthur Seyss-Inquart che era diventato cancelliere d'Austria dopo che nel 1938 la Germania si era annessa questo paese, fu nominato da Hitler commissario del Reich per l'Olanda. Seyss-Inquart era un uomo piuttosto rozzo e ordinario che portava dei lucenti occhiali e zoppicava un po. Naturalmente ebbe tutto il nostro disprezzo. In giugno la croce uncinata sventolava sulla Torre Eiffel a Parigi. L'esercito tedesco era dilagato in tutta Europa, sembrava che nessuno potesse fermarlo. Hitler dominava vittoriosamente dalle gelate lande artiche della Norvegia ai confini orientali della Polonia e della Cecoslovacchia, alle viticolture della Francia fino alle pianure sotto il livello del mare della nostra piccola Olanda. Come avrebbe fatto l'Inghilterra a resistere da sola? Il signor Churchill tuonava per radio che avrebbe potuto e avrebbe dovuto. Gli inglesi erano la nostra sola speranza. Quando giunse l'estate, Amsterdam aveva l'aspetto di una citt quasi normale. A volte sembrava perfino che tutto fosse come prima. I castagni erano pieni di fronde, la luce estiva durava fino a tarda sera. Henk e io, con le nostre poche cose, ci eravamo installati nelle nostre due stanze mobiliate con uso di bagno e cucina. Per la prima volta cominciai a cucinare interi pasti. Scoprii che cucinare mi piaceva e che ci sapevo fare. Eravamo felici. A volte mi illudevo che tutto fosse normale, finch il mio sguardo non incontrava un soldato tedesco seduto in un caff all'aperto, oppure i poliziotti della cosiddetta "Grine Polizei", o polizia verde, che portavano, appunto, uniformi di quel colore. E allora di colpo riprendevamo coscienza della dominazione germanica. Mi tornava in volto un'espressione impenetrabile e continuavo a occuparmi dei fatti miei. In realt i tedeschi si proponevano di dominarci con un pugno di ferro in un guanto di velluto. Cercavano di ingannarci con la loro apparente gentilezza, col loro atteggiamento confidenziale. Per quanto mi riguarda io evitai ogni rapporto con loro, cosa del resto non difficile perch i soldati erano in numero esiguo. La radio ufficiale trasmetteva continuamente musica germanica. I cinema proiettavano film tedeschi, e cos smettemmo di andare al cinema. Ascoltare la B. B. C. era un reato. Non, ci facemmo neanche caso, tutte le nostre speranze e i pochi incoraggiamenti ci venivano dalla radio inglese. Alla fine di luglio iniziarono le trasmissioni di Radio Orange, la voce del governo olandese in esilio a Londra. Trasmetteva ogni sera, e per noi fu come acqua per gli assetati. Dal momento che i giornali stampavano ormai solo notizie di fonte tedesca, era per noi il solo modo di avere informazioni attendibili sulla situazione mondiale; perci ogni sera, nonostante fosse pericoloso, eravamo tutti raccolti intorno ai nostri apparecchi ad ascoltare Radio Orange. Nonostante le nostre preoccupazioni, fino a quel momento i nostri ebrei olandesi erano stati trattati come il resto della popolazione. In agosto intimarono agli ebrei tedeschi rifugiati di presentarsi all'ufficio stranieri, cosa che fecero. Non ne derivarono danni. Furono soltanto registrati i loro nomi. Nei cinema veniva proiettato un documentario antisemita intitolato "L'ebreo eterno", ma noi, avendo smesso di andare al cinema, non lo vedemmo. I libri sgraditi ai tedeschi sparirono dalle librerie. Si sparse la voce che venivano anche apportate modifiche ai libri di

testo delle scuole. In agosto Hitler cominci a mandare centinaia di bombardieri contro l'Inghilterra attraverso il canale della Manica. Un'ondata dopo l'altra. Durante il giorno non facevamo altro che sentire il rombo degli aerei in lontananza. Qualche volta udivamo gli aerei della RAF che volavano verso est, e i nostri cuori si rianimavano, in seguito arrivavano le notizie della B. B. C. su un bombardamento di Berlino. Rinasceva la speranza. Poi era la volta della radio tedesca che annunciava che Londra stava bruciando e che i britannici stavano per capitolare. Di nuovo avevamo il cuore in gola e venivamo colti dal furore. Nei settembre la Luftwaffe di Hitler cominci a operare bombardamenti a tappeto durante la notte. Il rombo degli aerei, quei messaggeri di morte, costituiva il sottofondo dei miei sonni agitati. Avevo ottemperato alle disposizioni di oscurare le finestre con fogli di carta nera, cos le notti in casa erano soffocanti nelle stanze totalmente buie, in cui non penetrava neanche il pi sottile raggio di luna. Migliaia di olandesi lavoravano in fabbriche tedesche oltre confine. Altri operai erano stati occupati in industrie germaniche dislocate in Belgio e in Francia. Avevano tappezzato i muri con suggestivi cartelloni stradali che invitavano i lavoratori olandesi ad andare in Germania a lavorare. Vi erano sempre ritratte tipiche facce ariane dal colorito roseo. Gli spregevoli nazisti olandesi, noti col nome di quelli del N. S. B., si erano uniti ai nazisti di Germania. Avevano privilegi e un trattamento speciale. Questi serpenti erano evitati da tutti, ma spesso era difficile distinguere i buoni dai cattivi, perci parlavamo di politica solo con gente sicura. Quando andavo a fare spese potevo rendermi conto che ormai i negozi erano mezzo vuoti. I tedeschi avevano sequestrato gran parte delle nostre riserve alimentari e le avevano spedite in patria. Lo scoraggiamento ebraico aument nell'autunno del 1940. Gli impiegati pubblici olandesi di religione ebraica, sia quelli del servizio civile sia gli impiegati degli enti locali e governativi, furono obbligati a dare le dimissioni. Vennero organizzate proteste. Altri funzionari, e capit anche a Henk dovettero sottoscrivere una dichiarazione di arianit che era praticamente un attestato di non appartenenza alla razza ebraica. Queste iniziative ci scandalizzavano, ci facevano infuriare e vergognare, perch moltissime persone degne e capaci venivano estromesse in quel modo meschino. Alla Travies E Co. non c'erano stati cambiamenti, tranne il fatto che il nostro gatto era stato soprannominato Moffie un nomignolo che veniva dato ai tedeschi. I moffen erano biscotti a forma di porcellini. Il nostro gatto aveva la fama di rubare la roba da mangiare nelle case dei vicini, propri come facevano i tedeschi con le nostre riserve; il nome Moffie gli stava a pennello. I signori Frank e van Daan cercavano di nascondere il loro sgomento e le loro preoccupazioni. E noi cercavamo di fare lo stesso. Un decreto del 22 ottobre 1940 obblig la nostra azienda a registrare il proprio nominativo insieme a quelli delle imprese ebraiche e a quelle che contavano uno o pi soci ebrei. Il tutto cominci in modo insidioso e, man mano che il lungo e ostile inverno avanzava, il cappio intorno al collo degli ebrei cominci a stringersi. Per prima cosa dovettero iscriversi al registro del censo, e questo costava un fiorino. Tutti pensarono che i tedeschi avessero dato questa disposizione proprio per raccogliere fiorini. Poi si sparse la notizia che sulle panchine dell'Aia erano apparsi dei cartelli con le scritte: Vietato gli ebrei, Non ammessi agli

ebrei Poteva essere vera una cosa simile in Olanda? La risposta a questi interrogativi fu chiara quando iniziarono ad Amsterdam moti antisemiti. Scoppiarono violente colluttazioni fra ebrei e nazisti nel vecchio quartiere ebraico vicino alla piazza del mercato. I tedeschi ne approfittarono per erigere delle postazioni intorno al quartiere, mettere dei posti di guardia e isolare il quartiere stesso con apposite scritte. Il 12 febbraio 1941 il giornale olandese nazista riport che ebrei con denti particolarmente aguzzi avevano morso il collo di alcuni soldati tedeschi e avevano succhiato il loro sangue come vampiri. Un bel saggio della loro immaginazione depravata. Poi anche nel nostro quartiere situato nella parte meridionale di Amsterdam vi furono liti violente fra ebrei e nazisti. Una avvenne da Kocos, una popolare gelateria situata sulla Rijnstraat. Dissero che degli ebrei avevano versato dell'ammoniaca sulla testa di alcuni soldati tedeschi. Nel febbraio ci fu una retata e quattrocento ebrei vennero prelevati come ostaggi dal vecchio quartiere ebraico. Raccontarono poi che erano stati obbligati a umiliarsi, per esempio a trascinarsi in ginocchio ai piedi dei loro aguzzini nazisti. Furono ammassati durante una "razia" (retata), con la minaccia delle armi fatti salire su dei camion e inviati al campo di concentramento di Mauthausen. Poco tempo dopo si seppe che tutta questa gente era morta di morte accidentale Venne comunicato alle famiglie che erano stati colpiti da attacchi di cuore o da tubercolosi. Gli olandesi sono lenti all'ira, ma poi alla fine, quando non ne possono pi, diventano terribili. Per protesta al trattamento inflitto agli ebrei, il 25 febbraio 1941 fu proclamato lo sciopero generale. Volevamo che gli ebrei sentissero la nostra solidariet. Il 25 tutto si ferm di colpo, furono bloccati sia i trasporti che l'industria. All'avanguardia dello sciopero c'erano i lavoratori del porto, e tutti gli altri li seguirono. Prima dell'occupazione tedesca avevamo numerosissimi partiti e gruppi politici. Poi ce ne fu uno solo, quello degli antigermanici. Lo sciopero del febbraio dur tre meravigliosi giorni. Risollev enormemente il morale degli ebrei, che sentirono profondamente la solidariet popolare. Nonostante i rischi era bello far qualcosa contro gli oppressori. Ma dopo quei tre giorni i tedeschi cominciarono a fare dure rappresaglie. Henk e io non ci eravamo recati a casa dei Frank per un certo tempo. Eravamo molto preoccupati per questi nostri amici ebrei, e io sentivo anche un forte senso di colpa: come avevamo potuto essere cos ingenui da pensare che la nostra neutralit sarebbe stata rispettata da un uomo privo di scrupoli come Hitler? Se soltanto i nostri amici ebrei fossero andati negli Stati Uniti o in Canada! Henk e io eravamo veramente angosciati per loro e per le loro due bambine. La signora Frank aveva due fratelli che erano riusciti a fuggire in America. Quando incontrammo nuovamente i Frank venimmo a sapere che la salute di Margot, dopo l'inizio dell'occupazione, era peggiorata a causa delle sofferenze psicologiche. Si ammalava spesso, ma faceva comunque in modo di continuare a studiare regolarmente. La sua natura dolce e tranquilla sembrava avere la meglio sulle sue paure. Frattanto Anna stava diventando la persona pi estroversa della famiglia. Parlava con estrema franchezza di qualsiasi argomento. Era perfettamente consapevole di ci che stava accadendo nel mondo circostante, ed era indignata per il cumulo di ingiustizie che venivano riversate contro il popolo ebraico. Oltre ai suoi consueti interessi, come le attrici famose e le amiche, ne era nato uno nuovo: i ragazzi. I suoi discorsi ora erano insaporiti da osservazioni su alcuni esponenti del sesso opposto. Evidentemente

gli avvenimenti del mondo circostante acceleravano il suo sviluppo di adolescente, come se Anna avesse fretta di conoscere e sperimentare tutto. In realt era soltanto una ragazzina non ancora dodicenne, ma interiormente una parte di lei era molto pi adulta. Senza alcun preavviso un giorno ricevetti l'ordine di presentarmi al consolato tedesco. Ne provai una notevole paura e ansia. Mi vestii con cura e, accompagnata da Henk, mi recai al consolato tedesco che era situato nella Museumplein. Era un palazzo patrizio nei pressi del Museo nazionale. Il luogo ispirava un senso di sgomento. Henk e io ci avvicinammo all'ingresso dove ci dissero di aspettare. Ci chiesero che cosa volevamo, io mostrai l'invito che mi avevano mandato. Lo esaminarono attentamente e poi ci indicarono il luogo e la stanza, oltre l'ingresso e in fondo a un certo corridoio, dove ero attesa. Strinsi forte il braccio di Henk. La porta era socchiusa, ma ci bloccarono. Io mostrai di nuovo l'invito. All'interno sentivo voci dal tono sinistro. Avevo oscuri presentimenti su ci che stava per succedere. Le mie dita erano letteralmente conficcate nel braccio di Henk. Mi dissero di entrare. Henk voleva seguirmi ma la guardia lo ferm. Entrai dunque sola. All'interno l'ufficiale non mostr cortesia alcuna quando mostrai il biglietto. Chiese semplicemente il passaporto e mi guard come fossi una macchia insignificante. Gli allungai il passaporto col cuore che mi batteva. Lo prese e se ne and. Attesi un tempo che mi parve interminabile, mentre nella testa mi turbinavano pensieri neri: che mi avrebbero rispedito a Vienna, che avrei perso Henk per sempre, che mi avrebbero obbligato a iscrivermi al partito nazista olandese, che potevano capitare dei guai ai miei parenti di Vienna. A un certo punto l'ufficiale torn dalla stanza sul retro mi squadr poi usc di nuovo. Pass altro tempo. Venne un altro funzionario e anche lui mi dette un'occhiata penetrante. Questi esami mi comunicavano un senso terribile di disagio. La maggior parte delle ragazze tedesche della mia et che vivevano in Olanda erano casalinghe. Io non avevo certo l'aria di una casalinga: capivo che non sapevano bene come catalogarmi. Finalmente torn l'ufficiale di prima col mio passaporto in mano. Mi chiese se era vero che avevo rifiutato di aderire al circolo femminile nazista. Ripensai alla visita della ragazza tedesca avvenuta molti mesi addietro. Risposi: S, vero. Con uno sguardo gelido mi restitu il passaporto. disse freddamente: Il suo passaporto non pi valido, deve tornare a Vienna entro tre mesi Aprii il passaporto. Sulla pagina dove era segnata la data di scadenza aveva stampigliato una grande X nera. Non sapendo che fare, andai all'ufficio stranieri della polizia, dove in passato mi avevano sempre rinnovato i permessi di soggiorno. Questo ufficio era situato nell'O. Z. Achterburgwal. Erano sempre stati gentili in quel luogo. Chiesi consiglio al poliziotto di servizio. Gli raccontai ci che era successo al consolato germanico e gli mostrai il passaporto. Ascolt benevolmente, osserv la grande X Scosse testa tristemente. Si renda conto che questo un paese occupato. Ormai non possiamo pi aiutarla, non abbiamo nessun potere. Rimase pensoso per qualche istante e si gratt la testa. La sola cosa che posso suggerirle di tornare consolato tedesco e di fare una scenata. Faccia un bel pianto e dica che non aveva capito quello che faceva quando ha rifiutato di aderire al circolo nazista femminile. Questo mai dissi, offesa. E allora l'unica scappatoia quella di sposare un olandese.

Gli raccontai che stavo proprio per farlo. Scosse la testa. Per sposare per le occorrer farsi arrivare il certificato di nascita da Vienna. Gli dissi che avevo ancora molti parenti a Vienna, forse avrebbero potuto aiutarmi. Lui continu a scuotere la testa. Addit la data posta presso la grande X del passaporto. Non ce la pu far ha solo tre mesi per farsi mandare il certificato. Anche in tempi normali ci sarebbe voluto un anno circa per farsi spedire un documento ufficiale, e questi non sono certo tempi normali. Sulla sua faccia olandese tonda e buona si dipinse un'espressione di sconforto. Corsi a casa e scrissi in fretta a mio zio Anton a Vienna Per piacere mandami subito il mio certificato di nascita, ne ho un disperato bisogno e impostai subito la lettera. Cominciai ad aspettare. Passai la primavera ad attendere la risposta dello zio, e intanto i tedeschi avanzavano. La radio ci informava sulle vittorie nordafricane del generale Rommel, e sulle annessioni della Grecia e della Jugoslavia da parte delle truppe germaniche. L'Ungheria, la Bulgaria e la Romania erano sotto il giogo tedesco proprio come noi. Io e tanti altri antinazisti stavamo il pi possibile in ascolto della B. B. C. e di Radio Orange; ascoltavamo tutto, le disfatte ma anche gli atti di sabotaggio riusciti che cominciavano a realizzare le forze della resistenza, le quali stavano lentamente emergendo in Olanda come dappertutto. Nell'aprile 1941 si arrese la Grecia. Sui giornali apparve l'immagine della croce uncinata che sventolava sull'Acropoli, cos come prima aveva sventolato in Francia. Contemporaneamente vennero promulgate una serie di disposizioni contro gli ebrei. Vennero vietati loro gli alberghi, i caff, i cinema, i ristoranti, le librerie e perfino i parchi pubblici. E la cosa pi terribile: dovevano consegnare alla polizia tutti i loro apparecchi radio. Prima per erano obbligati a metterli in perfetta efficienza a loro spese. Questa era forse l'azione pi spietata, perch per tutti noi le notizie che arrivavano via radio risultavano importanti come l'aria. Finalmente arriv la risposta dello zio Anton. Mi comunicava che per procurarmi il certificato di nascita gli occorreva il mio passaporto e che lo spedissi subito. Avrei dovuto pensarci. Se avessi spedito il mio passaporto a Vienna sarebbe subito apparso evidente che me l'avevano invalidato. Non dovevo far sapere questo allo zio Anton. Il solo fatto di essere in rapporto con una nipote che aveva rifiutato di iscriversi al circolo nazista femminile poteva procurare delle noie a lui e ai suoi. Il signor Frank era naturalmente informato di tutte le mie vicende. Come se non avesse avuto sufficienti preoccupazioni per conto suo, mostrava attenzione per i miei problemi. Avevo avuto sempre molta fiducia in lui e perci lo informai sulle mie ultime vicende connesse allo zio Anton. Il signor Frank ascolt attentamente, valut i fatti, poi esaminammo insieme il mio passaporto annullato, che non dava certo adito a molte speranze. Poi Frank inarc un sopracciglio. Ho un'idea, disse perch non fa una fotocopia della prima pagina del passaporto, quella dove c' la sua fotografia e il timbro ufficiale tedesco con la croce uncinata? La mandi a suo zio e gli dica di portarla al municipio, dal momento che prova che lei in possesso di un passaporto. Lei gli dica che non pu spedire il passaporto originale perch in questo periodo ne ha bisogno. In Olanda non possibile andare in giro senza documenti. Ci guardammo come cospiratori: Potrebbe anche funzionare! Seguii il consiglio del signor Frank. Certo il tempo ormai stringeva.

Henk e io ci sentivamo come due scoiattoli chiusi in gabbia, ciascuno cercando di nascondere la propria angoscia all'altro. Tutto avrei potuto sopportare, ma non di lasciare l'Olanda. Mentre io aspettavo costantemente notizie dallo zio Anton, non passava giorno che non ci fosse qualche nuova disposizione contro gli ebrei. Per esempio i medici e i dentisti ebrei non potevano pi curare i non ebrei. Io feci finta di niente e continuai ad andare dal dottor Dussel. Agli ebrei era vietato inoltre di fare il bagno nelle piscine. Mi domandavo dove Margot e Anna Frank potessero andare a rinfrescarsi durante l'estate con i loro amici. Gli ebrei dovevano procurarsi il Settimanale ebraico che riportava tutti questi provvedimenti. Forse i tedeschi pensavano che cos i cristiani non sarebbero stati informati delle loro nefandezze, ma era invece vero il contrario, le notizie si spargevano con la velocit del fulmine. Inoltre avevano cominciato a circolare volantini e giornaletti antitedeschi. Erano ovviamente clandestini, ma costituivano un diversivo e un antidoto al veleno delle menzogne e delle persecuzioni che ci circondavano. Arriv la risposta dello zio Anton. Sono stato in municipio con la fotocopia del tuo passaporto. E' pieno di giovani nazisti. Non hanno fatto altro che mandarmi di qua e di l, da una persona a un'altra. Alla fine me ne sono dovuto andar via a mani vuote. Ma non disperare, prover ancora, se non ottengo niente, andr personalmente dal sindaco di Vienna! Questi suoi propositi mi spaventarono. Se zio Anton avesse sollecitato un'inchiesta, sarebbe venuta fuori la mia storia del rifiuto di aderire al circolo femminile nazista, e il fatto che il mio passaporto era stato annullato. Zio Anton era in pericolo solo per aver cercato di aiutare una come me. Era terribile, e poi ormai era rimasto pochissimo tempo! Finalmente in giugno, quando tutto sembrava perduto, arriv una terza lettera dello zio Anton. L'aprii col fiato sospeso. Diceva: Sono stato di nuovo in municipio. Questa volta mi capitata una vecchia impiegata. Le ho detto della mia nipotina di Amsterdam che voleva sposare un giovane olandese e se poteva spedirle da Vienna questo benedetto certificato. Quindi la signora anziana ha fatto un bel sorriso e ha detto: "Ascolti, ho dei bellissimi ricordi di Amsterdam, perch ci ho passato delle stupende vacanze. Aspetti qui un momento". Ha lasciato l'ufficio e poco dopo tornata col tuo certificato di nascita. E perci mi possibile spedirtelo, cara nipote. Dio ti benedica assieme al tuo fidanzato olandese. Tuo zio Anton. Dalla busta venne dunque fuori il mio preziosissimo certificato. Alla Travies E Co. tutti furono contenti della notizia. Fu un fatto che tir su il morale a tutti. Ringraziai il signori Frank con molto calore. Sono contento per lei e per Henk disse lui, bonario, per tagliar corto alle mie effusioni di gratitudine. Elli mi abbracci, e tutti si affollarono intorno a me per vedere il documento. Mi veniva voglia di ballare dalla gioia. Senza perder tempo Henk e io ci recammo in municipio per fissare la data delle nozze. Ma la nostra felicit fu di breve durata. Ci dissero che quando un cittadino olandese sposava una cittadina straniera, o viceversa, bisognava che il passaporto della persona straniera fosse consegnato a un impiegato del municipio. Fummo presi dal panico. Il mio passaporto aveva quella terribile X che lo invalidava. Se l'impiegato fosse stato un filonazista, mi avrebbero potuto arrestare. Col cuore in gola fissammo la data delle nozze per il 16 luglio 1941. Ci accingevamo a giocare a dadi il nostro destino. Quel giorno faceva bel tempo: una bella giornata di sole tipica di

Amsterdam. Mi misi il mio miglior vestito e cappello, e Henk il suo bel vestito grigio. Era il nostro matrimonio e ci permettemmo di prendere il tram, il numero 25, che portava a piazza Dam. Non facevo altro che pensare a quella maledetta X e al mio passaporto annullato. Non riuscivo a stare calma e neanche Henk. Mentre il tram raggiungeva la piazza affollata, piena di piccioni, ciclisti e gente che andava al lavoro, un proposito lo avevo fatto con fermezza. Qualsiasi cosa fosse accaduta, anche se mi avessero deportata in Germania, non sarei mai pi tornata a Vienna. Mai. Era impossibile. Sarei passata direttamente nella clandestinit. Sarei diventata una "onderduiker", termine olandese che significa uno che nuota sott'acqua, cio che si nasconde, si rende irreperibile. Mai, mai sarei tornata in Austria! Il signor Frank per quel giorno aveva chiuso la Travies E Co. Mentre Henk e io stavamo aspettando nel municipio che ci chiamassero, arrivarono alcuni dei nostri amici. Fra loro c'erano i miei parenti adottivi; la nostra padrona di casa, signora Samson: Elli Vossen; i coniugi van Daan. La signora van Daan portava un grazioso tailleur con la gonna corta e un cappello alla Fedora Margot Frank e la nonna erano malate e perci la signora Frank era rimasta ad assisterle. Il signor Frank venne quindi con Anna. Stava proprio bene col vestito scuro e il cappello. Anna sembrava gi grandicella con una princesse e un cappello in tinta con un nastro che ne circondava la falda. Le erano cresciuti i capelli, brillanti e spazzolati di fresco. Mentre aspettavamo ci sentivamo tutti nervosi. Era come se trattenessimo il respiro all'unisono. Erano tutti al corrente dei rischi di quella situazione. Anna non faceva altro che guardare Henk e me con i suoi occhi vivacissimi. Stava vicino a suo padre, e lo teneva per mano. Forse eravamo i primi sposi che vedeva in carne e ossa. Dal modo come guardava Henk capii che lo considerava un uomo gagliardo e pieno di fascino. Chi sa che cosa pensa va di me: un matrimonio doveva essere per una ragazza di dodici anni la quintessenza del lato romantico della vita. Vari matrimoni erano previsti prima del nostro. Dopo che tutti gli altri furono celebrati, finalmente arriv il nostro turno e ci chiamarono. Henk e io ci avvicinammo alla scrivania del funzionario comunale. I nostri amici fecero muro intorno a noi. Il funzionario chiese che gli venisse dato il certificato ufficiale. Henk glielo consegn. Gli dette un'occhiata, annot qualcosa, poi sollev lo sguardo e disse: Posso vedere il passaporto della sposa? Il cuore mi si strinse come in una morsa. Era il momento, cruciale. Ne ero consapevole io, Henk e tutti i nostri amici. C'era un silenzio di tomba. Quel passaporto lo stavo proprio stringendo fra le dita come in una morsa. Feci uno sforzo e glielo porsi. Tutti gli occhi erano fissi su di lui, cercando di decifrare le sue tendenze politiche sul suo volto impassibile. Apr il passaporto e sfogli le pagine. Ma per tutto il tempo i suoi occhi erano su Henk, non su me, o sul documento. Senza mai guardare in basso disse: Tutto a posto La stretta intorno al mio cuore si allent e sentii come mille piccole scariche elettriche per tutto il corpo. Avevo anche le gambe molli e la gola chiusa. In testa avevo come un turbinio, quando ci avviammo tutti nella stanza attigua per la cerimonia vera e propria. Per via della nostra mancanza di mezzi avevamo scelto il matrimonio pi economico. Hank e io eravamo stretti fra altre due coppie di promessi sposi. Il funzionario comunale disse alle tre ragazze: Dovrete seguire vostro marito.... Era l'impegno cui noi spose dovevamo sottostare. Nel cervello non sentivo altro che un tamburellare delizioso. Questo era il motivo che

suonava col suo allegro zum zum: Sono olandese, sono olandese, sono olandese! Il delizioso tamburellare a un tratto si interruppe. Mi sentii tirare per una manica. Era Henk. Tutti gli occhi si posarono su di me, in ansia. Pass un secondo. Gli affettuosi occhi blu di Henk mi fissarono: S Subito prontamente risposi: Lo faccio, lo faccio Il nostro gruppo di amici emise insieme un sospiro di sollievo. Poi ci avviammo fuori e cominciammo con aria festosa a marciare per la strada. Eravamo tutti pieni di gioia. Anna saltava su e gi, dimenticando le sue arie da signorina. Gli occhi di qualcuno avevano i lucciconi, tutti si abbracciavano, si baciavano, si stringevano le mani e le stringevano anche a estranei che venivano coinvolti dalla nostra allegria. Trovammo un fotografo ambulante e gli chiedemmo di eternare quei momenti. Ero in uno stato cos euforico che dimenticai la tradizione olandese per cui la sposa deve tenere con grazia il certificato di matrimonio; io lo tenni invece stretto in una morsa fra le dita per tutto il pomeriggio, ed ero piena di felicit. Henk mi aveva fatto realizzare il mio sogno di diventare olandese, ma ero felice anche perch Henk era il mio ideale e lo amavo veramente. Anna era colpita dalla mia fede nuziale, la guardava con aria sognante. Sono sicura che stava immaginando che un giorno avrebbe sposato un bel ragazzo alto come Henk. Dal momento che i tempi erano cos duri, possedevamo una sola fede, anche se tradizione che l'abbiano tutti e due gli sposi. Ma noi avevamo raccolto a malapena il denaro per comperarne una sola, e Henk aveva insistito che la portassi io. Eravamo d'accordo che appena possibile ne avremmo comperata una anche per lui. Gli amici mi presero in giro per il fatto che non si era sentita la mia risposta se volevo sposare Henk o no. Risposi che avevo soprattutto una cosa in testa, che stavo diventando olandese. Un bello smacco per i Moffen, non vero? Risero tutti quanti. Il gruppo si sciolse. Henk e io dovevamo andare dalla mia famiglia adottiva per un rinfresco privato. Il signor Frank mi disse che stava organizzando un party per noi la mattina dopo in ufficio. Non il caso che si disturbi protestai io, ma lui non volle sentire ragioni. Vengo anch'io disse Anna con un sorriso radioso. La mattina dopo l'ufficio appariva come un salotto. Uno dei nostri rappresentanti aveva portato dei wurstel di fegato, del roastbeaf a fette, salame e formaggio. Tutto era stato sistemato su dei piatti. Era molto tempo che non vedevamo tanta carne tutta insieme. Troppa roba dissi al signor Frank. Sciocchezze disse lui sorridendo, felice di poter far festa anche in un periodo cos cupo. Anna portava un grazioso vestitino estivo ed era allegrissima. Aveva aiutato a disporre il cibo nei piatti, a tagliare il pane, a sistemare il burro. Eravamo ancora tutti in stato di grazia. Dal momento che sembrava che non potessimo fare niente per difenderci dai nostri oppressori, la mia piccola vittoria rappresentava per tutti una rivincita. Anna ed Elli servirono le pietanze. Mangiammo e bevemmo tutti a saziet. Facemmo un sacco di brindisi. Ricevemmo dei regali che mi commossero. In quei tempi non era davvero facile procurarsi begli oggetti, ma tutti avevano fatto del loro meglio. Anna ci aveva dato un piatto d'argento da parte della famiglia e dello staff dell'ufficio, i signori van Daan ci regalarono dei bicchieri di cristallo a forma di grappolo d'uva. Da parte della signora Samson ricevemmo una scatola di ceramica con coperchio in argento a forma di pesce. E poi ce ne furono altri.

Anna guardava continuamente Henk e me, era veramente affascinata dalla nostra storia romantica. Ci trattava quasi come se fossimo divi del cinema anzich due olandesi qualsiasi che si erano appena sposati. Capitolo sesto. Durante l'estate vi fu una scarica di provvedimenti antiebraici. Dal 3 giugno 1941 divenne obbligatorio per le persone che si erano iscritte ai registri del censo o che avevano due o pi nonni ebrei, far stampigliare sui loro documenti di identit una grossa J Tutti in Olanda, ebrei e cristiani, dovevano portare sempre con s un documento d'identit. Si cominci a mormorare che noi olandesi, e soprattutto gli ebrei olandesi, avevamo fatto malissimo a compilare onestamente i questionari sul censo. Ora eravamo praticamente in trappola: i tedeschi sapevano proprio tutto quanto degli ebrei residenti in Olanda. Quando fu pubblicata la norma delle J furono anche stabilite le sanzioni: cinque anni di prigione e confisca dei beni agli ebrei che non avessero obbedito all'ingiunzione. E coloro che erano stati inviati a Mauthausen e che erano morti o scomparsi costituivano una lezione rimasta impressa nella mente di tutti. Alcune delle norme antiebraiche erano addirittura ridicole, come la proibizione per gli ebrei di allevare piccioni. Altre invece erano rovinose, come il fatto che i depositi bancari e i valori depositati erano congelati e non prelevabili. Gli ebrei quindi non avevano pi la libert di disporre dei loro risparmi e valori. Era un modo di strangolarli lentamente, dapprima con l'isolamento forzato e quindi con la condanna alla miseria. Ciononostante fino a quel momento I bambini ebrei non avevano avuto molestie. Ma da allora in poi fu loro vietato di mescolarsi ai compagni di scuola non ebrei. Ora i bambini ebrei dovevano frequentare solamente scuole ebraiche con insegnanti esclusivamente ebrei. Anna e Margot Frank adoravano la loro scuola, ne sarebbero state disperate. Tutte le scuole ebraiche di Amsterdam si affrettarono a obbedire alle nuove norme. Nel settembre 1941 Anna e Margot cominciarono a frequentare la scuola media ebraica. Colpire gli adulti con la brutale frusta dell'odio era un fatto, ma ferire bambini inermi era qualcosa di totalmente intollerabile. Henk e io ci sentimmo particolarmente angosciati quando ci rendemmo conto che il marasma aveva colpito anche i nostri pi cari amici ebrei. In loro presenza tutti quanti cercavamo di sdrammatizzare, ma in privato, la sera, la delusione e l'ira provate durante la giornata mi facevano sentire stremata. Sebbene nessuno di noi due, Henk e io, avessimo da vergognarci di qualcosa, tuttavia le preoccupazioni e i pensieri ci rodevano e ci tormentavano. Arriv l'autunno e le giornate cominciarono a diventare pi corte. Nel giugno precedente l'esercito tedesco aveva invaso l'Unione Sovietica, e stava dilagando in quell'immenso paese come se niente potesse fermarlo. Pioveva, il cielo era quasi sempre nuvoloso e il clima umido. La merce nei negozi scarseggiava ed era sempre pi difficile procurarsela. Presso la Pectacon avevamo cominciato ad accumulare prodotti conosciuti col nome di "ersatz", ovvero surrogati, dal momento che non ci era sempre possibile procurarci le spezie originali e le derrate che eravamo soliti vendere. I prodotti "ersatz" erano ovviamente assai inferiori agli originali. I nostri commessi viaggiatori setacciavano il territorio olandese e continuavano a portare ordini alla nostra sede di Prinsengracht. Alcuni di questi ordini provenivano da comandi germanici distaccati

nel territorio olandese. Questi rappresentanti venivano a trovarci ogni una o due settimane e a consegnarci gli ordini raccolti, che noi provvedevamo a evadere. Naturalmente quando passavano dai nostri uffici ci raccontavano anche la storia dei loro viaggi e ci ragguagliavano sulle condizioni di vita nelle altre zone del paese. La vita continuava, nonostante l'occupazione, anche nella provincia olandese, ma le nostre risorse fondamentali, carbone, carne, formaggio, erano setacciate, ammassate e spedite oltre confine in Germania. Fra gli amici dei Frank che avevo incontrato spesso durante le loro serate del sabato, c'era un rifugiato tedesco di nome Lewin. I nazisti gli avevano impedito totalmente di continuare il suo lavoro di farmacista. Il signor Frank gli aveva messo a disposizione alcuni dei locali del magazzino perch potesse usarli come laboratorio. Io non avevo occasione di entrare in quei locali, ma di tanto in tanto il signor Lewin faceva una capatina nei nostri uffici e ci raccontava dei suoi esperimenti. Talvolta ci mostrava delle creme per la pelle che aveva fabbricato nel suo laboratorio di fortuna con l'intenzione di venderle. Fino a quel momento i provvedimenti che avevano estromesso gli ebrei da ogni sorta di lavoro non avevano ancora coinvolto i signori Frank e van Daan, o le ditte Travies E Co. e Pectacon. Di quel che il signor Frank aveva fatto dei suoi risparmi, dei suoi depositi bancari e dei suoi valori, non avevamo saputo niente. Era sempre lo stesso, non era mai mancato al lavoro, non si lamentava mai, e la sua vita privata era un fatto che riguardava solo lui e la sua famiglia. Ma eravamo tutti preoccupati per il domani e se qualche provvedimento avrebbe potuto danneggiare il signor Frank, il signor van Daan o qualcuno dei nostri clienti. Gli effetti della persecuzione tedesca sugli ebrei sembravano allargarsi e approfondirsi a macchia d'olio. Nessuno poteva fare previsioni. Gli ebrei dovevano sentirsi in un pantano e alcuni addirittura nelle sabbie mobili. Il signor Frank era un uomo dotato di una mente assai astuta. Quali che fossero le sue riflessioni sulla sua situazione personale come ebreo, sapevo che avrebbe reagito in modo intelligente. Un giorno disse a Henk che aveva bisogno di parlare con lui in privato. Si chiusero nel suo ufficio. A porte chiuse il signor Frank spieg a Henk che la sua posizione in azienda costituiva un pericolo per tutti. Disse che ci aveva riflettuto a fondo e che aveva deciso di dimettersi da direttore commerciale della Travies E Co.; sarebbero state apportate le opportune modifiche sui documenti legali. Al suo posto sarebbe subentrato il suo buon amico signor Koophuis. Il signor Frank sarebbe rimasto in qualit di consulente, ma in realt avrebbe continuato a svolgere il suo solito lavoro, le modifiche erano necessarie solo per la parte giuridica. Prosegu dicendo che anche nella Pectacon avrebbe dovuto figurare un cristiano, in modo da rinforzare l'aspetto ariano della ditta. Propose quindi a Henk di diventare direttore della Pectacon, la ditta specializzata in droghe e spezie, mentre il signor Kraler avrebbe diretto la parte commerciale. Henk fu assai lieto che il suo vecchio cognome cristiano potesse costituire una cortina protettiva per l'azienda, inoltre era felice di essere d'aiuto al signor Frank, una persona rispettabile e stimabile che egli ammirava. Henk aveva un albero genealogico olandese cristiano che risaliva ad almeno cinque generazioni. Se questo pedigree ariano non fosse stato sufficiente per i nazisti, disse al signor Frank, non poteva proprio immaginare di che cosa quei folli avessero bisogno. I documenti legali furono messi a punto. Il 18 dicembre 1941 il signor

Otto Frank fu cancellato dai registri come dirigente della Travies E Co. e divenne un semplice consulente. Fu predisposta nuova carta intestata e nuovi biglietti da visita. La Pectacon divenne la Kohlen E Co. La vita in azienda continu intensa come sempre. Il signor Frank venne al lavoro come al solito. Stava nel suo ufficio come niente fosse, prendeva le decisioni e dava le disposizioni. Niente era cambiato; le firme sulle lettere, sugli assegni e il resto erano per quelle cristianissime di Koophuis e Kraler. Nel dicembre del 1941 ci fu un avvenimento che ci sollev il morale. Dopo l'attacco a Pearl Harbor da parte dei giapponesi, gli americani erano entrati in guerra contro il Giappone, ovviamente, mentre gli alleati dei giapponesi, i tedeschi e gli italiani, avevano dichiarato guerra agli Stati Uniti. Non riuscivamo a crederci, l'America con tutta la sua enorme potenza industriale era scesa in guerra a fianco dell'Inghilterra contro i nostri oppressori. Quel grande paese era ora nostro alleato contro Hitler. Anche le notizie dalla Russia erano in qualche modo confortanti. Sebbene la valanga germanica avesse imperversato per tutta l'estate e l'autunno, improvvisamente la B. B. C. e Radio Orange ci informarono del sopraggiungere del rigidissimo inverno russo, con le sue terribili fanghiglie, e affermarono che i tedeschi erano stati bloccati e non erano pi riusciti ad avanzare. La B. B. C. prevedeva che le armate germaniche sarebbero state sconfitte proprio come lo erano state quelle di Napoleone. La radio tedesca ovviamente smentiva quella inglese, e sosteneva che Leningrado e Mosca stavano per capitolare, che era questione di giorni. Ma noi eravamo sicuri che la B. B. C. fosse molto pi veritiera. Nel gennaio del 1942 venne ordinato agli ebrei che abitavano nelle cittadine dei dintorni di concentrarsi immediatamente ad Amsterdam. Ingiunsero loro di fornire alla polizia elenchi dei beni che portavano con s. Dovevano chiudere il gas, l'elettricit e l'acqua, e consegnare alla polizia le chiavi di casa. Tutta questa gente non poteva avere certo il tempo di trovare alloggi in citt, n di sistemare i loro oggetti di propriet, n di abbandonare in modo ordinato le case dove erano sempre vissuti. Arrivarono ad Amsterdam carichi di fagotti, spingendo carretti, a volte tutti i beni di una intera famiglia erano caricati su una carrozzina per bambini. Amsterdam era gi sovrappopolata, e questi nuovi venuti dove sarebbero mai andati a finire? La figlia della signora Samson con suo marito e due bambini arrivarono da Hilversum. All'improvviso li trovammo alla porta di casa. Erano disorientati, impauriti, anche la signora Samson cominci ad agitarsi. Cosa fare, come sistemarli? Nell'appartamento c'erano soltanto quattro stanze, comprese le nostre. Henk e io parlammo alla signora Samson e offrimmo di ridarle indietro le sue stanze, senza dirle per che non sapevamo proprio dove andare ad abitare. Lei non ne volle sapere. No, no, no continuava a ripetere. Perci cercammo di riflettere con calma e decidemmo che tutto sommato anzich vivere in tre persone in quell'appartamento, potevamo starci in sette. La figlia, il genero e i bambini si sistemarono in una stanza, la signora Samson ne prese un'altra per s, Henk e io rimanemmo nella nostra stanza da letto. La quarta stanza, come soggiorno, era a disposizione di tutti. Saremmo stati un po stretti, ma potevamo adattarci. A cena il genero cerc di tirar su il morale a tutti con le sue battute. Era un violinista, e ora si trovava senza lavoro. Il suo spirito era contagioso e ci faceva ridere tutti quanti, ma sotto sotto serpeggiava la paura e il nervosismo. Henk e io cercavamo di

assentarci il pi possibile, dal momento che non potevamo fare altro per migliorare la situazione. La sera andavamo spesso a trovare dei nostri amici sulla Rijnstraat: erano quelli che per tanto tempo avevano dato una stanza in affitto in casa loro a Henk, prima che venisse ad abitare con me. Andavamo da loro sul far della sera e ci sedevamo in cerchio per ascoltare tutti i notiziari che venivano trasmessi dalla B. B. C. e da Radio Orange. Eravamo come bambini assetati, e bevevamo ogni parola che ci arrivava con quelle trasmissioni. Talvolta Winston Churchill cercava di suggestionarci con i suoi discorsi appassionati, di metterci il fuoco nelle vene in modo da poter sopportare l'occupazione per un altro giorno, un'altra settimana, un altro anno, per tutto il tempo necessario, finch i nostri avrebbero inesorabilmente vinto. La radio faceva sapere che negli Stati Uniti stavano costruendo un nuovo tipo di bombardieri che sarebbe entrato in funzione entro due anni. Ora! esclamavamo. Ne abbiamo bisogno ora, subito! Non possiamo aspettare due anni! E infatti la situazione si faceva sempre pi critica. I tedeschi cominciarono a organizzare il razionamento delle nostre derrate alimentari. Avevamo delle tessere individuali che ciascuno doveva firmare personalmente e che dovevano essere esibite assieme alle carte annonarie. Ogni quattro o otto settimane ricevevamo nuove carte annonarie e nuove tessere individuali che dovevano essere controfirmate dai funzionari responsabili. Sui giornali si davano informazioni sulle modalit del razionamento. Erano elencate tutte le derrate alimentari e anche il tabacco, le sigarette e i sigari. A volte era facile trovare quello che si cercava, ma non di rado bisognava girare pi di un negozio perch i nostri fornitori abituali erano sprovvisti di ci di cui avevamo bisogno. Eravamo costretti a usare surrogati per il caff e il t; ne avevano l'aroma ma non certo il sapore. Henk era spesso a corto di sigarette, e perci si impose un autorazionamento. Eravamo estremamente irritati per queste ristrettezze perch sapevamo benissimo che i tedeschi non facevano altro che saccheggiare i nostri beni, le nostre provviste e spedire tutto in Germania. Man mano che sempre pi ebrei rimanevano senza lavoro, i tedeschi cominciarono a organizzare campi di lavoro per gli ebrei disoccupati. Queste organizzazioni lavorative erano situate all'Est e nessuno sapeva esattamente dove. In Polonia? In Cecoslovacchia? Correvano voci che coloro che si mostravano renitenti alla chiamata per i campi di lavoro venivano spediti a Mauthausen dove li aspettava un trattamento punitivo ben pi spietato. Per quelli che invece si sottomettevano agli ordini e si presentavano, era riservato un lavoro assai duro e salari ridicoli, ma comunque veniva assicurato un trattamento decente Molti ebrei chiamati per andare nei campi di lavoro facevano di tutto pur di non partire, alcuni si sporcavano le mani di bianco d'uovo e poi ci facevano passare l'urina richiesta per l'analisi, cos da risultare malati di reni. Altri portavano a far esaminare urina di ammalati di diabete. Molti inghiottivano interi pezzi di chewing gum che ai raggi X sembravano ulcere dell'apparato digerente. Altri bevevano enormi quantit di caff e facevano bagni in acqua bollente prima della visita medica, in modo da sembrare troppo in cattivo stato come lavoratori ed essere quindi riformati. Agli ebrei era vietato sposare non ebrei, viaggiare sui tram, fare acquisti nei negozi, meno che in quelli autorizzati e in certe ore, stare nei loro propri giardini, sedere ai caff o nei giardini pubblici. Le serate dai Frank il sabato erano cessate, e cos gli inviti a cena che Henk e io avevamo ricevuto di tanto in tanto in casa loro. Le

leggi razziali stavano riuscendo ottimamente nell'intento di isolare gli ebrei dai loro amici cristiani o laici. Nel nostro quartiere si vedevano ora gli ebrei girare con espressioni sempre pi derelitte e miserevoli, in cerca di qualcosa da mangiare per i loro figli. Parlottavano a bassa voce fra loro, ma tacevano non appena qualcuno di noi si avvicinava. Avevano tutti un'aria impaurita e tenevano gli occhi bassi. Al solo vederli mi si stringeva il cuore. Nella primavera del 1942 sopraggiunse un nuovo provvedimento che venne stampato sui giornali olandesi e non soltanto sul Settimanale ebraico Vi si ordinava che gli ebrei, entro una settimana, avrebbero dovuto portare addosso in modo visibile e all'altezza del cuore una stella gialla a sei punte della grandezza di un palmo di adulto. Ci si riferiva a tutti gli ebrei: uomini donne e bambini. Ognuna di queste stelle costava quattro centesimi e un bollino della tessera del vestiario. Sulla stella gialla c'era la scritta Jood, ebreo. Il giorno che questo provvedimento and in vigore molti cristiani olandesi per solidariet con gli ebrei si appuntarono anch'essi la stella gialla. Altri portarono fiori gialli, sempre con la stessa intenzione dimostrativa, al bavero della giacca o fra i capelli. Nei negozi comparvero cartelli che sollecitavano la clientela a esprimere sentimenti di particolare umanit e affetto per i nostri vicini ebrei, come per esempio salutarli cordialmente, far loro sentire che non erano abbandonati. Molti olandesi dimostrarono cos la loro solidariet agli ebrei. Quest'ultimo provvedimento, pi offensivo degli altri, fu quello che fece traboccare l'ira di noi olandesi. Le stelle e i fiori gialli nella nostra zona erano cos fitti che il nostro Quartiere dei Fiumi fu soprannominato la Via Lattea Il quartiere ebraico fu invece soprannominato Hollywood Fu un'ondata di orgoglio e di solidariet che eruppe tutto a un tratto, finch i tedeschi non cominciarono a spaccare teste e a operare arresti. Fu pubblicato un nuovo editto di carattere generale: chiunque avesse prestato aiuto agli ebrei in qualsiasi modo era passibile di condanna alla prigione o addirittura a morte. Il signor Frank veniva in ufficio come al solito. Nessuno fece mai cenno alla stella gialla che portava attaccata al bavero del cappotto. Veniva in ufficio a piedi, ogni giorno per molti chilometri, dal momento che non gli era consentito di salire in tram, e poi la sera doveva tornare a casa quando era gi buio. Non facevo altro che pensare allo stress che stavano sopportando lui, la signora Frank, Margot e Anna. Ma dal momento che non ne parlava, io non mi sentivo di far domande. Una mattina, dopo che avevamo bevuto U caff e lavato le tazzine, il signor Frank mi chiamo nel suo ufficio privato, chiuse la porta, poi mi guard fisso, con il tenero sguardo parlante dei suoi occhi bruni. Miep, disse devo comunicarle un segreto. Ero tutta orecchi e non pronunciai parola. Miep, prosegu Edith, Margot, Anna e io stiamo pensando di darci alla clandestinit, di nasconderci. Mi lasci il tempo di assimilare questa rivelazione. Ci nasconderemo insieme a van Daan, sua moglie e il loro figlio. Il signor Frank fece una breve pausa. Penso che lei sia al corrente del fatto che nell'edificio vi sono alcune stanze vuote un tempo servite da laboratorio al mio amico farmacista Lewin. Gli risposi che sapevo di quelle stanze ma che non c'ero mai stata. Ci nasconderemo l. Fece una pausa. Dal momento che lei continuer a lavorarvi vicino, vorrei sapere se non ha nulla in contrario. Gli dissi che ero d'accordo.

Prese fiato e continu: Miep, vorrebbe assumersi la responsabilit di occuparsi di noi durante il periodo nel quale saremo nascosti? Certo risposi. Ci sono nella vita di due persone sguardi che non possono essere descritti a parole. Fra noi in quel momento ci fu uno di quegli sguardi. Miep, per quelli che aiutano gli ebrei le pene sono durissime, la prigione oppure... Lo interruppi: Lo so, so quello che faccio Bene. Solo Koophuis al corrente. Margot e Anna non sanno ancora niente. Ne parler a tutti quelli del nostro gruppo un poco per volta, e chieder il loro parere. Ma solo pochissimi devono sapere. Non chiesi altro. Meno sapevo e meno avrei potuto rivelare se fossi stata interrogata. Ero sicura che a tempo debito mi avrebbe informato su quello che era necessario che io sapessi. Non ero affatto curiosa, e poi avevo gi dato la mia parola. Capitolo settimo. Nella primavera del 1942 ci stavamo avvicinando al secondo anniversario dell'occupazione tedesca. La potenza hitleriana non accennava a diminuire. Gli Alleati, i nostri alleati, erano l'unica speranza. Dal punto di vista della memoria collettiva c'era nella nostra storia un esempio non incoraggiante: quando nel sedicesimo secolo gli oppressori spagnoli erano penetrati nella piccola Olanda, c'erano rimasti per ben ottant'anni. La nostra vita era cambiata completamente. Uno dei giochi pi diffusi fra i ragazzi era quello dei paracadutisti: si buttavano gi da montagnole attaccati a vecchi ombrelli aperti. Quando in un villaggio qualcuno avvistava un aereo, tutti si affrettavano ad aprire le porte delle loro case perch i bambini che stavano in giro potessero rifugiarvisi di corsa. Dopo il tramonto, come se lo avessimo fatto tutta la vita, veniva oscurata ogni possibile fonte di luce. Ormai avevamo fatto l'abitudine alle code davanti ai negozi cercando, ogni volta che fosse possibile, di fare un po di provviste di qualsiasi cosa. E le sedie erano sempre avvicinate alla radio. Gli ebrei dovevano sopportare i fardelli pi pesanti. I loro diritti, il loro lavoro, la loro libert di movimento erano stati fatti a pezzi uno alla volta. Avere tanto tempo libero e tanto ozio forzato era gi un peso insopportabile. Non potevano far altro che pensarci sopra, ed erano pensieri spiacevoli e continue paure. Prima di questi provvedimenti razziali gli ebrei olandesi si confondevano con tutti gli altri cittadini, ma ora con la loro stella gialla davano nell'occhio immediatamente. I bambini soprattutto, che erano stati suggestionati a considerare gli ebrei come dei diversi, si meravigliavano che non fossero dei vampiri dai denti aguzzi o animali con le corna, e che fossero come tutti gli altri anzich demoni, come li descrivevano continuamente i tedeschi. La nostra tradizione olandese di rispetto per l'uguaglianza era stata messa a dura prova e, cosa peggiore di tutte, si cercava di inquinare la mente dei nostri bambini. La notte il sonno era disturbato dal rombo degli aerei. A volte c'erano incursioni, col tipico suono intermittente delle sirene che annunciavano l'allarme, seguito da quello continuo del cessato allarme. Dal momento che nel vicinato non c'erano rifugi antiaerei, Henk e io finimmo per non badare pi ai segnali delle sirene. Non facevamo altro che tirarci le coperte sulla testa e abbracciarci un po pi stretti nel nostro letto. La signora Hollander, suocera del signor Frank, mor durante l'inverno. Fu un lutto sopportato con calma e rassegnazione. Data la

situazione, avvenimenti come quello restavano confinati nella pi assoluta sfera privata. Il signor Frank cercava di non far pesare sugli altri le proprie difficolt, e la sua privacy era rispettata al massimo. Un giorno improvvisamente il signor van Daan venne nel mio ufficio e disse: Miep, prenda il cappotto e venga con me Misi da parte il lavoro che stavo facendo e mi domandai che cosa mi avrebbe chiesto. Van Daan si avvi per la Prinsengracht e poi oltre il ponte prosegu sulla Rozengracht, e quindi in un vicolo appartato. L mi condusse in una macelleria. Mi fermai, dal momento che accennava a entrare in quel negozio, pensando che dovessi aspettarlo fuori, ma lui mi fece cenno di seguirlo. Il comportamento di Herman van Daan mi stup un po, ma supposi che tutto ci avesse a che fare con la sua attivit di specialista di spezie per la fabbricazione di salse, e volesse mostrarmi qualcosa riguardante il nostro lavoro. Lo seguii all'interno. Stetti silenziosa dietro di lui mentre cominci a conversare col macellaio. Si comportavano in modo amichevole. Van Daan continu ad aspirare la sua eterna sigaretta e a parlare senza badare a me. Alla fine comper un po di carne e se la fece avvolgere nella carta marrone per portarla a casa dalla moglie. Mi stupivo che andasse a comperare la carne da un macellaio vicino all'ufficio e non nei pressi della sua abitazione situata in Amsterdam Sud, che era anche la mia zona dove c'erano numerose macellerie. Non facemmo commenti e tornammo in ufficio. Nei mesi successivi il signor van Daan mi chiese pi volte di accompagnarlo in quella stessa macelleria. Lo seguii sempre docilmente, ma non potevo fare a meno di domandarmi lo scopo di questi acquisti in quel particolare negozio, dal momento che ce ne erano tanti altri vicino a casa sua e a casa mia. Ogni volta attaccava a chiacchierare e a scherzare col macellaio, e poi comperava un po di carne, e io stavo sempre l vicino a lui ferma e zitta finch non si voltava verso di me e accennava a rientrare in ufficio. Pensavo che prima o poi mi avrebbe spiegato lo scopo di queste visite. Alla fine di maggio la B. B. C. comunic che la Royal Air Force aveva effettuato il primo bombardamento a tappeto sulla Germania. Il primo obiettivo colpito fu Colonia, la grande citt sul Reno, abbastanza vicina al confine olandese. Rimanemmo senza fiato quando l'annunciatore inglese disse che a quell'operazione avevano partecipato mille bombardieri. Ora ogni notte ero capace di percepire il rombo degli aerei che passavano sopra lo sbarramento antiaereo tedesco. Riuscivo a intravedere i bagliori delle esplosioni nell'oscurit. I bombardieri puntavano verso la zona industriale della Germania, cercando fabbriche e obiettivi militari importanti. Tenete almeno una bomba per Hitler! dicevo fra me e me. Frattanto la persecuzione antiebraica proseguiva senza soste. Ormai gli ebrei dovevano stare chiusi in casa dalle otto di sera alle sei di mattina, e avevano il divieto assoluto di frequentare case, giardini e locali di qualsiasi genere appartenenti a cristiani. L'incontro fra cristiani ed ebrei era considerato un reato. E poi il colpo pi basso di tutti. Le biciclette che appartenevano a ebrei dovevano essere consegnate ai tedeschi in una certa data del mese di giugno. I proprietari dovevano non soltanto consegnarle, ma erano anche responsabili della loro perfetta efficienza, e dovevano unire le gomme di scorta, i pezzi di ricambio e l'attrezzatura per riparare le forature. Come noto, tutti gli olandesi tengono moltissimo alle loro biciclette. Come avrebbero potuto gli ebrei

spostarsi ora da un luogo a un altro? Come avrebbero potuto andare al lavoro, ammesso che ne avessero ancora uno? Come avrebbero potuto ragazze come Margot e Anna Frank fare a meno delle loro fedeli biciclette nere olandesi? La prima domenica di luglio, di sera, faceva caldo. Henk, la signora Samson, gli altri componenti della famiglia e io, avevamo tutti finito di mangiare e ciascuno si stava occupando delle proprie faccende. Per me la domenica sera era il momento in cui sbrigavo alcune cose che non avrei avuto il tempo di fare durante la settimana di lavoro. In quei giorni avevamo goduto di una relativa tranquillit, quando un improvviso squillo del campanello fece piombare la casa nell'agitazione. Ci scambiammo occhiate significative. Henk, seguito da me, si diresse rapidamente verso la porta. Si present Herman van Daan in un visibile stato d'ansia. Henk e io gli chiedemmo che cosa stava succedendo, a bassa voce per non agitare ulteriormente la signora Samson e i suoi. Venite subito con me rispose van Daan con voce bassa ma pressante. Margot Frank ha ricevuto una cartolina nella quale le viene ordinato di presentarsi per il lavoro forzato in Germania. Deve portare una valigia con indumenti invernali. I Frank hanno deciso di nascondersi immediatamente. Pu venire a dare una mano a preparare il necessario per la vita nel nascondiglio? Vedr che non sono affatto pronti. Veniamo subito disse Henk. Ci mettemmo gli impermeabili, cos avremmo potuto nasconderci sotto eventuali pacchi, in modo da non destare sospetti. Poteva sembrare strano che qualcuno portasse l'impermeabile in una notte estiva calda e serena, ma era pi pericoloso lasciare fagotti e bagagli in piena vista. Henk invent qualche scusa per la signora Samson in modo da non allarmare lei e gli altri, e ce ne andammo col signor van Daan. Quando il signor Frank mi aveva confidato il suo progetto di organizzare un nascondiglio, ne avevo parlato la sera stessa a Henk. Egli aveva promesso immediatamente di dare tutto il suo aiuto quando fosse stato necessario e aveva affermato che il piano gli pareva buono. Ma nessuno di noi era preparato alla notizia che i Frank decidessero di passare alla clandestinit in modo cos rapido e improvviso. Camminavamo in fretta ma in maniera da non destar sospetti, e raggiungemmo la Merwedeplein. Durante il tragitto van Daan ci comunic che le ragazze erano state informate che sarebbero andati a vivere nascosti, ma non sanno ancora dove. Come potete immaginare continu sono molto frastornate. Ci sono moltissime cose da fare e il tempo intanto stringe, il loro maledetto pensionante non fa che stare nei paraggi rendendo le cose pi difficili. Mentre ci stavamo dirigendo dai cari Frank sentii in modo fortissimo quanto desideravo aiutarli. Condannare una ragazza di sedici anni ai lavori forzati era un altro crimine dei nazisti contro gli ebrei. S, pensavo, prima si nascondono e meglio . E chi sa quante ragazze come Margot riusciranno a deportare? Ragazze che non hanno la fortuna di avere un padre come il signor Frank e nessuno che sia capace di costruire dei buoni nascondigli. Chi sa come saranno terrorizzate stasera quelle povere ragazze. Con questi pensieri in testa, dovetti farmi forza per non correre nell'ultimo tratto verso la Merwedeplein. Quando entrammo nell'appartamento dei Frank, scambiammo poche parole. Potevo sentire la loro ansia, la fretta di agire, ma mi resi anche conto che non erano affatto pronti e che c'era moltissimo da fare. Provammo una terribile pena. Il signor Frank ci porgeva pile di indumenti che pensava sarebbero stati necessari per le ragazze. Anche io ero sottosopra e non riuscivo a rendermi bene conto delle

cose. Afferravo tutto quello che mi porgevano e nascondevo tutto quanto sotto il mio impermeabile, nelle tasche, e Henk faceva lo stesso. Avrei dovuto portare la roba al nascondiglio in un giorno successivo, quando i nostri amici fossero gi stati al sicuro. Con i nostri impermeabili traboccanti, Henk e io tornammo a casa nostra e deponemmo il nostro carico. Lo sistemammo sotto il letto. Poi, sempre con gli impermeabili addosso, ci riprecipitammo alla Merwedeplein, per prendere un altro carico. Per non far comprendere quel che stava succedendo al pensionante dei Frank, cercavamo di muoverci in modo poco rumoroso e comportarci come se niente fosse. Tutto doveva sembrare normale, nessuna fretta, nessuno alzava la voce. Ci furono dati altri oggetti. La signora Frank sceglieva e impacchettava rapidamente, ci porgeva gli indumenti e noi prendevamo e prendevamo. Per una volta il suo chignon le si era sciolto e i capelli le cadevano sugli occhi. Anna entr portando troppi oggetti, sua madre le disse di rimetterli a posto. Gli occhi di Anna erano diventati ancora pi grandi del solito, con un'espressione fra l'eccitamento e la paura. Henk e io prendemmo quanto pi era possibile e ce ne andammo. La mattina dopo ci svegliammo al rumore della pioggia. Prima delle sette e mezzo, come ci eravamo messi d'accordo la sera prima, posteggiai la mia bicicletta nella Merwedeplein. Appena arrivata, la porta dei Frank si apr e comparve Margot. La sua bicicletta era gi fuori. Naturalmente si era guardata bene dal consegnarla alle autorit. I signori Frank erano ancora dentro e Anna, in vestaglia e con gli occhi spalancati come la sera prima, stava dietro la porta. Si notava che Margot aveva addosso parecchi strati di vestiti. I signori Frank mi guardarono con occhi intensi. Cercai di essere rassicurante. Non preoccupatevi, piove parecchio forte, anche la polizia verde star al coperto, questa pioggia ci far da scudo. Andate disse il signor Frank dopo aver dato uno sguardo alla piazza. Edith, Anna e io vi raggiungeremo pi tardi nella mattinata. Voi andate ora. Senza guardarci indietro Margot e io portammo le nostre biciclette sulla strada, ce ne andammo via dalla Merwedeplein pedalando rapidamente, e al primo incrocio voltammo verso nord. Pedalammo in modo regolare cos da sembrare due normali ragazze che se ne andavano in bicicletta al lavoro il luned mattina. Non c'era neanche un poliziotto verde disposto a prendere quella pioggia. Percorremmo le strade pi affollate, da Merwedeplein a Waalstraat, poi verso sinistra da Noorder Amstellaan a Perdinand Bolstraat, e quindi Vijlstraat, Rokin, piazza Dam, Raadhuisstraat per arrivare finalmente a Prinsengracht, che non eravamo mai state cos contente di vedere con le sue case con le facciate a frontoni e il canale pieno di acqua scura. Avevamo pedalato sempre in silenzio. Sapevamo benissimo che quello che stavamo facendo era molto rischioso. Ma ormai dovevamo andare fino in fondo: una cristiana insieme a un'ebrea senza la stella di Davide che pedalava su una bicicletta che non era pi sua. Nonostante il fatto che fosse ebrea e avesse ricevuto l'ordine di unirsi a una squadra di lavoro forzato destinata a qualche ignota localit della Germania, Margot non mostrava alcun segno di paura. Il suo aspetto esteriore non rivelava l'affanno interno. Ci sentivamo semplicemente due alleate contro la brutalit delle belve germaniche che stavano in mezzo a noi. Prinsengracht era deserta. Portammo le biciclette nel magazzino. Aprii la porta dell'ufficio e poi la richiusi per non far entrare la pioggia. Eravamo inzuppate fino alle ossa. Mi accorsi che ora Margot stava per crollare.

La sostenni reggendola per un braccio e le feci traversare l'ufficio di suo padre per raggiungere la scala che conduceva al nascondiglio. Si avvicinava l'ora in cui gli impiegati sarebbero arrivati al lavoro. Temevo che potesse sopraggiungere qualcuno di loro, ma non dissi niente. Margot improvvisamente era entrata in stato di shock. Me ne accorgevo ora che si trovava praticamente al sicuro. Mentre lei apriva la porta io le stringevo un braccio per darle coraggio. E ancora non ci eravamo dette niente. Lei spar nel rifugio e io mi misi al mio solito posto di lavoro. Anche a me il cuore batteva. Stavo seduta alla mia scrivania ma non riuscivo certo a concentrarmi. L'acquazzone estivo ci aveva protette. Ora una persona era al sicuro nel rifugio, ma ne mancavano altre tre, chi sa se anch'esse sarebbero state aiutate dalla pioggia? Il signor Koophuis arriv e sistem in qualche luogo che ignoravo la bicicletta di Margot. Poco dopo arriv il magazziniere e lo udii che scrollava l'acqua dalle scarpe. Pi tardi nella mattinata sentii arrivare il signor Frank, la moglie e Anna; entrarono dalla porta centrale che portava agli uffici. Era tanto che li aspettavo e li guidai subito oltre l'ufficio del signor Kraler su per le scale che conducevano al rifugio. Tutti e tre erano bagnatissimi. Portavano con loro alcuni oggetti e avevano tutti la stella gialla. Aprii la porta del rifugio e la richiusi subito dietro a loro. Nel pomeriggio, quando tutti se ne furono andati e regnava la pi completa tranquillit, salii anch'io e finalmente entrai nel rifugio. Era la prima volta che lo vedevo e fui sorpresa da ci che appariva al mio sguardo. C'era un disordine totale, sacchi, scatole, mobili, pile di oggetti. Non riuscivo a immaginare come tutto ci avesse potuto essere trasportato in quel luogo. Io non avevo notato mai niente. Forse lo avevano fatto di notte, o di domenica quando l'ufficio era chiuso. Sul piano nel quale mi trovavo c'erano due camerette. Una era rettangolare con una finestra e l'altra lunga e stretta, anch'essa con una finestra. Le pareti erano listate di legno verde scuro, la carta da parati era giallastra e qua e l strappata. Le finestre erano coperte da fitte tende bianche fatte in modo rudimentale. C'era anche un locale abbastanza grande adibito a bagno con uno spogliatoio da un lato. Su per una rampa di vecchi e ripidi scalini di legno apriva una stanza pi ampia con un lavandino, una stufa armadi. Anche qui le finestre erano coperte da tende. Oltre questa stanza grande, un'altra scala un po sgangherata conduceva a un solaio che poteva servire da ripostiglio. Gli scalini che conducevano lass passavano attraverso un piccolo locale, una specie di pianerottolo, pieno di oggetti e sacchi ammonticchiati. La signora Frank e Margot avevano l'aria esausta, esangue e depressa. Sembravano semiparalizzate. Anna e suo padre cercavano di fare un po d'ordine in mezzo a quell'ammasso di oggetti. Trasportavano, spingevano, tentavano di dare una forma. Chiesi alla signora Frank: Che posso fare? Lei scosse semplicemente la testa. Io suggerii: Vi porto un po di roba da mangiare Lei accondiscese. Non molto, Miep, un po di pane, burro e un po di latte. La situazione era sconfortante. Avrei voluto lasciare in pace quella famiglia. Era difficile immaginare che cosa dovessero provare ad aver abbandonato tutti i loro averi, il loro mondo, la loro casa, un piccolo tesoro di oggetti messi insieme in una vita, e Moortje, la gattina di Anna, e ricordini, e gli amici.

Avevano semplicemente chiuso la porta della loro vita ed erano spariti da Amsterdam. L'espressione della signora Frank diceva tutto questo. Me ne andai appena possibile. Parte seconda. Nel nascondiglio. Capitolo ottavo. Pochi giorni dopo che la famiglia Frank si era nascosta nel rifugio, il signor Frank chiese a Henk e a me di recarci nel suo appartamento della Merwedeplein a cercare di avvicinare il pensionante per provare a sapere che cosa era successo dopo la loro sparizione, e scoprire se erano ricercati. Henk e io ci andammo di sera. Suonammo il campanello e il pensionante, un ebreo di mezza et, ci introdusse nell'appartamento. Con l'aria pi innocente del mondo ci informammo di cosa era successo al signor Frank: Non si fatto vedere in ufficio in questi ultimi tempi, e siamo preoccupati per la sua salute I Frank sono spariti rispose il pensionante, poi si alz, usc dalla stanza e torn portando un pezzo di carta. Ho trovato questo aggiunse, mostrando a Henk un indirizzo scritto su quel foglio. Penso che si tratti di un indirizzo di Maastricht. Esaminammo l'indirizzo. Maastricht, che una citt olandese situata presso i confini del Belgio e della Germania, rappresentava una tappa obbligata per chi si accingesse a fuggire. Il signor Frank ha dei parenti in Svizzera, forse si sono rifugiati l suppose il pensionante. Fece un cenno eloquente con la testa. La gente del vicinato pensa che il signor Frank sia scappato in Svizzera con l'aiuto di un vecchio commilitone. Infatti un vicino ha detto che ha visto tutta la famiglia che se ne andava via in una grossa macchina. Per nessuno sa niente di certo aggiunse stringendosi nelle spalle. Il pensionante non sembrava molto sorpreso, nessuno ormai ci faceva pi caso quando qualcuno dei loro conoscenti spariva. Io rimango qui disse dando un'occhiata in giro nell'appartamento. Se mi riesce, aggiunse sapete, sono ebreo anch'io. Cercando di non mostrarmi troppo curiosa, detti un'occhiata in giro per osservare in che condizioni erano i mobili. Poi cercai la gatta Moortje, perch sapevo che la prima cosa che Anna avrebbe voluto sapere erano sue notizie. Ma non vidi traccia dell'animale. Salutammo il pensionante. Per favore, ci cerchi se i Frank si fanno vivi in qualche modo disse Henk. L'uomo promise. Avete visto Moortje, la mia gatta? Se ne sta occupando l'inquilino o l'ha data via? chiese subito Anna, appena mi recai nel nascondiglio per prendere la lista della spesa. E le mie cose, i miei vestiti? Miep! Hai portato qualcosa della mia roba, Miep? Il signor Frank si intromise gentilmente. Miep non ha potuto prendere niente nell'appartamento, cara... lo capisci vero? E continu a spiegarle il perch. Notai che il signor Frank aveva un aspetto pi calmo, pi serio. Prima aveva un che di nervoso, ora sembrava stranamente maturato, trasmetteva un senso di calma e di rassicurazione. Sentivo che si riprometteva di dar l'esempio agli altri. Ma Anna non la smetteva con le sue domande. E cosa successo ai miei amici... si sono nascosti anche loro? Sono stati presi in qualche rastrellamento? Le "razie" e i rastrellamenti di ebrei erano infatti purtroppo sempre all'ordine del giorno.

Anna era una ragazza emotiva, sempre desiderosa di notizie. Mentre tutti si facevano intorno a noi, raccontai la visita mia e di Henk nell'appartamento della Merwedeplein. Vollero sapere ogni dettaglio. Che sai di Jopie, che abita proprio davanti a casa tua? chiese Anna quando ebbi finito il mio racconto. Sta bene? Jopie era un'amichetta di Anna, sua coetanea, e abitava nella Hunzestraat a due passi da noi. Anna sapeva che io conoscevo la madre di Jopie, una sarta francese non ebrea ma moglie di un ebreo. Il marito era un venditore di oggetti antichi. Abitavano in un appartamento situato sopra il negozio del nostro lattaio, e mi capitava di incontrare la signora quando scendevo a comperare il latte. Era spesso sola. S, Anna, ho visto la mamma di Jopie. Non cambiato niente per loro, la famiglia abita sempre l. Anna non sembr soddisfatta. Voleva pi notizie sui suoi amici, sentiva molto la loro mancanza. Le spiegai che non potevo sapere assolutamente niente dei suoi altri amici e infatti sarebbe stato troppo pericoloso andare in giro a far domande. Che cosa sta succedendo fuori di qui? chiese il signor Frank, anch'egli avido di notizie dal mondo, dal quale ora era escluso. Cercai di soddisfare come potevo il loro bisogno. Raccontai le diverse "razie" che erano state effettuate in varie parti della citt. Li informai che l'ultimo provvedimento contro gli ebrei riguardava i loro telefoni che dovevano essere staccati, e del fatto che i compensi per poter ottenere dei documenti falsi erano andati alle stelle. E Henk, viene a trovarci dopo pranzo? chiese Anna. Certo risposi non appena gli impiegati e gli operai se ne sono andati. Sa molto pi di me su quello che sta succedendo in citt. Alla notizia che Henk sarebbe venuto le facce si illuminarono. E verr anche Elli durante l'ora di pranzo? Tutti erano avidi di visite, volevano che noi andassimo a trovarli il pi spesso possibile. Jo Koophuis si faceva vedere spesso e mai a mani vuote. Aveva una personalit piena di calore. Andava anche il signor Kraler, a volte per consultarsi col signor Frank su problemi di lavoro, a volte con una copia della rivista Cinema e teatro per Anna, che amava sapere tutto sulle dive dello spettacolo. Piano piano il nascondiglio cominci ad avere un aspetto pi ordinato. I mucchi di cose erano stati tolti di mezzo e sistemati nel solaio assieme ai vecchi schedari dell'ufficio. Stava venendo fuori perfino una certa atmosfera casalinga: c'era la vecchia fedele caffettiera, qua e l i libri di scuola delle ragazze, o una spazzola per capelli lasciata in giro. Anna aveva incollato alle pareti della sua stanza le foto delle attrici e degli attori che preferiva: Ray Milland, Greta Garbo, Norma Shearer, Ginger Rogers, l'attrice olandese Lily Bouwmeester, e l'attore tedesco Heinz Ruhmann. C'erano anche altre immagini che le piacevano, un cartellone pubblicitario della nostra ditta sulla fabbricazione della marmellata, la "Piet" di Michelangelo, una grande rosa, degli scimpanz che facevano merenda, la principessa Elisabetta di York e molti ritagli di immagini di deliziosi beb. Anche questa era una delle sue passioni, non meno intensa di quella per i divi del cinema. Anna e Margot avevano diviso la stanza lunga e stretta del primo piano del nascondiglio. La stanza vicina, pi grande, era diventata la camera da letto dei signori Frank. Al piano superiore c'era la zona soggiorno, pranzo, cucina, cos, anche se ci fossero stati dei rumori un po pi forti, trattandosi di un piano pi alto sarebbero stati meno udibili da estranei. Ma si cercava di fare assoluto silenzio durante le ore di lavoro

dell'ufficio. Non si tirava lo sciacquone della toilette, non si saliva su per le vecchie scale di legno sgangherate. Non potei fare a meno di notare che durante quei primi giorni la signora Frank continuava a essere molto depressa. Anche Margot era gi, silenziosa e con un'espressione assente. Sempre gentile, servizievole, ma come se cercasse di farsi notare il meno possibile. Non si metteva mai in mezzo, non faceva mai domande. Ogni giorno Henk e io portavamo qualcuno degli oggetti che avevamo raccolto nella casa della Merwedeplein la notte prima della fuga. In poco tempo avevamo portato tutto quanto. Al mattino, per prima cosa, in un momento in cui l'ufficio era tranquillo, salivo in punta di piedi fino al nascondiglio per ricevere dalla signora Frank la lista della spesa. Se non mi dava il denaro subito, lo prendevo dalla cassa dell'ufficio, con l'intenzione di rimetterlo pi tardi. Poi dovevo impedire ad Anna di farmi il suo solito fuoco di fila di domande, e le promettevo che sarei tornata pi tardi con la spesa e avremmo avuto un po di tempo per sederci insieme e chiacchierare. Le retate continuavano, gli ebrei cercavano disperatamente posti dove nascondersi. Alcuni facevano perfino tentativi talvolta folli e temerari di traversare il confine col Belgio. Tutti erano a caccia di indirizzi sicuri Un indirizzo sicuro o un nascondiglio erano considerati una specie di grazia o di miracolo. Era meglio di una partecipazione al traffico dei diamanti, meglio di un'anfora piena d'oro. La gente cercava ogni via possibile che potesse condurre a un indirizzo sicuro. La figlia e il genero della signora Samson, i coniugi Coenen, avevano cercato disperatamente un nascondiglio senza trovarlo. Erano entrati in un vero e proprio stato di panico, per se stessi e per i loro bambini, dal momento che all'inizio di luglio in varie parti di Amsterdam si continuavano a effettuare le retate. Alla fine riuscirono a trovarne uno. Non appena ne furono certi volevano subito informarne noi due, ma Henk si era reso conto che in quelle circostanze meno si sapeva e meglio era. Era impossibile prevedere cosa avrebbero potuto fare i tedeschi se ci avessero arrestati, perch gi c'era la certezza che avevano iniziato a praticare la tortura. Notammo che i nostri compagni di appartamento stavano facendo un sacco di preparativi, e perci pensammo che la loro fuga fosse imminente. Sapendo della loro frenesia di partire, Henk raccomand loro di non avvicinarsi alla Stazione Centrale. La polizia verde pattuglia la zona notte e giorno, pericolosissimo solo andare nei paraggi della stazione. Non facemmo nessun'altra osservazione a quella gente spaventata, con i loro bambini che non capivano niente di ci che stava succedendo. Non rivolgemmo domande e non ricevemmo risposte. Una sera al nostro ritorno dal lavoro trovammo che erano andati via. Quel giorno c'erano state una quantit di retate in citt. Quando Henk e io arrivammo a casa la signora Samson ci disse che sua figlia, suo genero e i figli erano cos spaventati e agitati che avevano deciso di andare immediatamente nel loro nascondiglio. La signora Samson era ancora scossa dalla loro partenza. Henk e io pensammo che anche lei avrebbe fatto bene a stare al sicuro finch l'ondata dei rastrellamenti non fosse passata, cos le proponemmo di andare a vivere per un po dai miei genitori adottivi. Acconsent subito e io presi i necessari accordi. Poco dopo la mezzanotte ci fu una scampanellata. Henk e io eravamo gi a letto e a quel suono ci vennero i sudori freddi. Io non mi mossi mentre Henk andava ad aprire. Ma ero troppo agitata e cos lo seguii

dopo qualche secondo. Alla porta c'era una donna che aveva con s due bambini, uno lo teneva per mano e il piccolo lo portava in braccio: erano i nipotini della signora Samson. La donna disse che i genitori erano stati catturati alla Stazione Centrale dalla polizia verde. Mi avvicinai e le presi la bambina che portava in braccio. Henk prese in braccio l'altro bambino. Mi hanno incaricato di condurre questi bambini qui, a questo indirizzo. Detto questo, la donna volt le spalle e in pochi rapidi passi spar nell'oscurit. Rimanemmo senza fiato. Chi poteva essere? Ebrea o cristiana? Perch i poliziotti le avevano permesso di portare in salvo quei bambini? Li portammo in cucina, demmo loro un po di latte caldo e di pane e burro, e li mettemmo a letto. Il giorno dopo la signora Samson torn e trov i suoi nipotini. Cerc di sapere da loro che cosa fosse successo ai genitori, ma erano troppo piccoli e non seppero spiegare niente. Non riuscimmo a conoscere alcun particolare. I genitori erano da considerarsi perduti, nelle mani dei nazisti. Era sempre pi urgente trovare un nascondiglio per quei bambini. Cominciammo la ricerca con tutta la prudenza necessaria. Scoprimmo che un'associazione studentesca di Amsterdam aveva degli indirizzi dove si potevano portare i bambini. In meno di una settimana, tramite quest'associazione, la nipotina fu condotta in salvo a Utrecht, mentre il fratellino maggiore fu portato a Emmen. Quindi dovemmo occuparci di trovare un buon indirizzo per la signora Samson. Ogni giorno che passava, la situazione per gli ebrei di Amsterdam si faceva pi insostenibile. Ci fu finalmente un avvenimento incoraggiante: dieci chiese cristiane olandesi si erano unite e avevano pubblicato una protesta collettiva in forma di telegramma inviato alle autorit germaniche. Queste chiese unite lamentavano l'oltraggio perpetrato dai tedeschi nel deportare gli ebrei. Definivano inoltre i provvedimenti razziali illegali e accusavano i tedeschi di violare in modo flagrante la morale tradizionale olandese e anche i divini comandamenti di giustizia e carit Le proteste rimasero per i tedeschi lettera morta. Una settimana dopo che i Frank si erano resi irreperibili, salii al nascondiglio per prendere la solita lista degli acquisti, e vidi che si erano uniti a loro Herman van Daan, sua moglie Petronella e il loro figlio di sedici anni, un bel ragazzo robusto di nome Peter. Era scuro di capelli, aveva dei begli occhi dolci e un buon carattere. Sapevo che i van Daan intendevano passare quanto prima alla clandestinit, ma avevano anticipato la data della loro sparizione perch le retate ad Amsterdam diventavano sempre pi frequenti e pericolose. Mentre l'arrivo dei Frank era stato straziante, quello dei van Daan invece, anche perch il luogo era ormai assai confortevole, fu allegro e festoso. Avevano un sacco di cose da dire su Amsterdam e quanto ormai fosse diventata una citt-incubo. Solo in quell'ultima settimana ne erano accadute di ogni sorta ai loro amici ebrei. Peter aveva portato con s il suo gatto, di nome Mouschi. Anna se ne innamor immediatamente, nonostante avesse perso la sua gattina Moortje e non facesse altro che rimpiangerla. Mouschi nel nascondiglio si trov perfettamente a suo agio. Coi nuovi arrivi si rese necessaria una nuova sistemazione. I signori Frank rimasero nella loro stanza da letto e le sorelle Frank mantennero la loro stanza lunga vicino al bagno e allo spogliatoio. I signori Daan furono alloggiati nella stanza al piano superiore, e il giovane Peter prese la stanzetta sopra la loro, situata a met della scala che portava al solaio. Il locale era ancora ingombro di pile di

oggetti e dovette essere messo in ordine. Durante il giorno il letto dei van Daan veniva ripiegato contro il muro, perch la stanza serviva da cucina e da soggiorno, e dovevano poterci stare tutti quanti. Infatti i nostri rifugiati evitavano di rimanere al piano di sotto, situato sopra gli uffici e la cucinetta dove si faceva il caff per gli impiegati. I Frank e i van Daan si erano rapidamente organizzati, e mettevano le cose a posto in modo da crearsi un ambiente il pi possibile confortevole, viste le circostanze. I van Daan raccontarono storie strazianti di come gli ebrei erano stati condotti alla Stazione Centrale sul tram numero 8. Anna, Margot e la signora Frank diventavano ceree nell'ascoltare quelle vicende: alcuni di questi ebrei che stavano per essere deportati erano loro amici e vicini di casa. Interi tram erano partiti stracolmi di ebrei con le stelle gialle e con i pochi bagagli concessi. Venivano poi ammassati in treni speciali che sostavano alla Stazione Centrale e che erano destinati a una localit chiamata Westerbork. Era una sorta di campo di smistamento, situato nella Drenthe, lontano da Amsterdam e presso il confine tedesco. Avevo sentito dire che alcuni ebrei avevano gettato cartoline e lettere fuori dal finestrino, sperando che qualcuno le avrebbe impostate; e infatti cos avvenne: furono ricevute dai loro familiari o amici, che in tal modo conobbero il destino di quei poveri deportati. Dopo l'arrivo dei van Daan cominciai a farmi consegnare liste della spesa da tutte e due le signore, la Frank e la van Daan. In quelle occasioni il signor van Daan mi dava anche un elenco di tagli di carne, ma io la prima volta non volli accettarlo perch erano troppi e le tessere alimentari che avevo a disposizione non sarebbero bastate. Il signor van Daan come tutta risposta si mise a ridere, con l'eterna sigaretta che gli penzolava fra le labbra. Ricorda la macelleria vicina alla Rozengracht dove siamo andati insieme qualche volta? Certo che ricordo risposi. Vada da quel macellaio e gli dia questo elenco soggiunse. Glielo dia senza dire niente, e vedr che le consegner tutto quanto. Lo guardai incredula. Non si preoccupi prosegu van Daan ridendo e con gli occhi divertiti. Quell'uomo le ha dato qualche occhiata attenta quando venuta con me, e la riconoscer certamente. E' un buon amico mio. Vedr che le consegner quello che chiede, se gli possibile. Cos fu chiarito il mistero di quelle strane visite dal macellaio. Scossi la testa divertita e mi venne da ridere. E avvenne proprio cos: senza scambiare una sola parola quel macellaio mi dette un'occhiata d'intesa e mi consegn tutto quello che gli era possibile dell'elenco preparato dal signor van Daan. Quasi tutti i giorni Henk veniva in Prinsengracht verso l'una per pranzare con me nell'ufficio. Il suo era nella Marnixstraat, a sette minuti di cammino da Prinsengracht. Solo di rado, un paio di volte la settimana, quando doveva andare in uffici lontani dello Stato Civile, dovevo fare a meno della sua compagnia. Dopo pranzo Henk saliva nel nascondiglio a far visita ai nostri amici. Ci passava una decina di minuti, ma qualche volta anche mezz'ora o quaranta minuti, mentre i dipendenti da basso consumavano il loro pasto. Henk si sedeva sull'orlo del cassettone appoggiato al muro e le sue lunghe gambe formavano un angolo retto. Immediatamente, dovunque si trovasse, il gatto di Peter, Mouschi, si accorgeva della sua presenza e gli si buttava fra le braccia. Mouschi adorava Henk. Prima che qualcun altro avesse il tempo di dire una sola parola, il signor van Daan chiedeva a Henk se aveva sigarette. Henk tirava fuori dalle tasche quello che era stato capace di rimediare al mercato nero

nel vecchio quartiere Jordaan, non distante dal nostro ufficio. Qualche volta riusciva a trovare delle Mercedes, sigarette egiziane, altre volte poteva procurarsi soltanto sigarette nazionali, che per non erano poi tanto male. Van Daan se ne accendeva una e solo poi chiedeva: Beh, che sta succedendo in citt? Oppure: Che notizie ci sono sulla guerra? Henk raccontava tutto quanto sapeva, e subito gli uomini cominciavano a discutere e a commentare, io invece preferivo parlare con le donne. Anna, la curiosa, faceva eccezione: era sempre in prima linea quando si trattava di discutere, sia che fossero discorsi tra uomini sia tra donne. Di tutti coloro che si erano rifugiati in quel luogo era certo la persona pi interessata e avida di notizie, e anche la pi schietta e ingenua. Ci accoglieva sempre con una scarica di domande e richieste. Ora che erano diventati clandestini, i Frank e i van Daan non avevano pi diritto alle tessere per i generi razionati. Sfamare sette bocche non era certo un'impresa facile. Per risolvere questo problema Henk aveva preso utili contatti con ambienti del mercato nero. Disse ai nostri rifugiati di consegnargli i loro documenti di identit e, dal momento che si fidavano di Henk ciecamente, essi gli dettero le loro sette tessere senza far domande. Henk li port da suoi conoscenti del mercato nero per provare loro che doveva sfamare sette persone. Questi attivisti illegali dettero a Henk carte annonarie rubate o false, che egli a sua volta consegn a me. Io le tenevo in ufficio, e me le portavo dietro soltanto quando andavo appositamente a fare spesa per i nostri assistiti. Un amico di Henk era proprietario di una libreria, con biblioteca circolante, situata sulla Rijnstraat nel Quartiere dei Fiumi. Si chiamava Comos. Ogni settimana Henk si faceva dare dai nostri rifugiati un elenco dei libri che desideravano leggere, poi andava da Comos e cercava di procurarseli. Di solito riusciva a soddisfare le loro richieste, e per pochi soldi tornava con una pila di libri. Io da parte mia portavo queste nuove letture di sabato, quando l'ufficio era vuoto, e nella stessa occasione raccoglievo e portavo via i libri gi letti. In quel luogo di reclusione si leggeva molto, tanto che spesso un libro veniva consumato da pi di un paio d'occhi. Henk, Koophuis, Kraler, Elli e io cercavamo di intervallare le nostre visite, in modo che i nostri cari amici, che erano sempre desiderosi di vederci, potessero beneficiare al massimo della nostra presenza. Le giornate per dei reclusi sono interminabili. Un po d'aria fresca poteva entrare soltanto dal solaio, dove c'era un lucernario che si poteva aprire e dal quale si vedeva uno spicchio di cielo e il campanile della Westerkerk. In quel locale stendevano il bucato, c'erano sacchi con roba da mangiare e vecchi schedari. Peter era riuscito a organizzarci un piccolo laboratorio, e ci aveva sistemato i suoi arnesi. Anna e Margot amavano andarci a leggere. Le nostre visite avevano cominciato a prendere un ritmo abbastanza regolare. Io, la mattina presto, ero la prima a farmi viva, ed ero la prima faccia di persona libera che vedevano. Ma era una visita soprattutto utile: dovevo farmi dare la lista dei cibi da comperare per quel giorno. All'ora di pranzo di solito andava Elli, e mangiava qualcosa insieme a loro di quello che avevano preparato le signore Frank e van Daan. Poi arrivava Henk, e fra gli uomini cominciavano le discussioni di politica e di guerra. Infine, nella quiete del pomeriggio, portavo la spesa e facevo una vera visita. Dal momento che Frank e van Daan erano i nostri maggiori esperti in fatto di affari, Koophuis e Kraler salivano spesso per discutere problemi di lavoro. Alla fine della giornata, dopo che l'ultimo dipendente se ne era andato, qualcuno di noi saliva su per le scale e dava il segnale ai reclusi che potevano ora muoversi un po

pi liberamente, parlare, e smettere di preoccuparsi di ogni pi piccolo rumore. Durante i primi tempi non riuscivamo ad abituarci alla ripidissima scaletta del nascondiglio. Io non facevo altro che battere la testa contro il soffitto troppo basso, cos che quando arrivavo su di solito avevo le lacrime agli occhi per la zuccata che avevo preso. Tutti prima o poi ci avevano sbattuto la testa, meno Henk, che essendo il pi alto di tutti era abituato da sempre ad abbassare il capo. Questo fatto delle zuccate divenne una specie di scherzo fra di noi. Finalmente qualcuno pens di attaccare al soffitto sopra la scala un cuscinetto pieno di trucioli e la serie dei bernoccoli in fronte cess. Fin dai primi giorni Anna aveva cominciato a chiedermi Miep, perch tu e Henk non passate qualche volta la notte con noi, mi piacerebbe tanto! Va bene, lo faremo una di queste sere promisi. Tutti volevano che trascorressimo una notte con loro nel rifugio, e dovemmo assicurare che lo avremmo fatto. Ancor prima di poter mantenere la nostra promessa, apprendemmo che eravamo stati invitati a una serata speciale, una cena nella quale noi due saremmo stati gli ospiti d'onore, organizzata per festeggiare il primo anniversario del nostro matrimonio. L'invito era fissato per sabato 18 luglio. Accettammo con gioia. La sera dell'invito, io aspettai che tutti i dipendenti dell'ufficio se ne fossero andati. Quindi Henk mi raggiunse: c'eravamo tutti e due fatti belli per l'occasione speciale. Non appena penetrammo nel nascondiglio fummo subito solleticati da buoni odori di cibo. Salimmo i gradini per raggiungere la stanza dei van Daan, dove stava fervendo un'intensa attivit. La tavola era gi imbandita, e i nostri ospiti furono felicissimi del nostro arrivo. Anna mi mostr un men speciale che aveva battuto a macchina per l'occasione. Probabilmente era scesa la sera prima nell'ufficio per scriverlo. Cos lessi: Cena offerta da "Het Achterhuis" in occasione del primo anniversario di matrimonio del signore e della signora Gies, Esquire Anna aveva soprannominato il rifugio Het Achterhuis, ovvero l'appartamento annesso Venivano quindi elencate le portate che stavamo per gustare, con piccole aggiunte di commento. La minestra era chiamata Bouillon la Hunzestraat, in onore della strada nella quale abitavamo Henk e io. Era proprio una lettura divertente quel men. Il piatto successivo era Roastbeaf Scholte dal nome del nostro macellaio. Seguiva: Insalata Richelieu, insalata olandese, una patata Veniva poi spiegato che della Sauce de Boeuf se ne dovevano prendere piccole quantit a causa della scarsit del burro che era razionatissimo. Veniva quindi elencato il Riz la Trautmansdorf, che un riso tradizionale di certi graziosi villaggetti della Germania, e poi zucchero, cannella e succo di lamponi che dovevano essere serviti insieme al caff con crema, zucchero e piccole sorprese Promisi ad Anna che avrei serbato il suo men come un prezioso ricordo, quindi la signora van Daan annunci che il pranzo era servito. A Henk e a me vennero riservati i posti d'onore. I nostri amici si sedettero intorno a noi: eravamo in nove stretti intorno a quella tavola, seduti su nove sedie scompagnate. La cena ebbe inizio. Era deliziosa. La signora van Daan era stata la capocuoca. Non sapevo che sua moglie fosse una cuoca cos straordinaria dissi al marito. E' un pranzo veramente eccezionale. Van Daan sorrise con una punta di fierezza: Non le avevo detto che mia moglie una cuoca per raffinati? Ora lo sappiamo anche noi aggiunse Henk.

Al culmine dell'estate, quando il caldo divenne torrido, non era davvero facile sopportare la temperatura del nascondiglio. Per la necessit di tener costantemente abbassate le tende e anche per questioni d'oscuramento, era impossibile far entrare aria fresca. Nelle ore lavorative lasciavano socchiusa la finestra di sinistra, per dare l'impressione che il magazziniere fosse occupato in quel locale. Comunque, anche nel migliore dei casi, l'aria era sempre un po viziata, e quando la temperatura crebbe le cose peggiorarono ancora. Fortunatamente, dal momento che c'era un bel castagno proprio sul retro del nascondiglio, i raggi del sole venivano filtrati e la temperatura un po mitigata. Da quando la vita nel rifugio aveva preso un certo ordine, i nostri amici avevano trovato modo di dedicarsi a varie occupazioni durante il giorno. Per evitare rumori, durante le ore diurne, tutti portavano soltanto calze. Quando arrivavo io tutti mostravano il loro lato pi accogliente e piacevole. Nonostante vivessero in spazi angusti, non cessarono mai di avere un comportamento educato sia con me che fra di loro, per lo meno in mia presenza. Si era subito sviluppato il senso del lavoro di quipe e tutto veniva sbrigato in fretta. Avevano imparato a fondere le loro diverse personalit, in modo da creare un buon equilibrio. Margot e Peter stavano un po sullo sfondo, si facevano notare meno degli altri. La signora van Daan era vivace, coquette, e con la chiacchiera facile. La signora Frank, gentile e a posto, in ogni occasione aveva un fare quieto ed era costantemente consapevole di ci che accadeva intorno a lei. Il signor van Daan, nonostante fosse sempre pieno di storie buffe da raccontare, aveva un lato pessimista, non smetteva mai di fumare ed era piuttosto irrequieto. Il signor Frank era il pi calmo, impartiva insegnamenti ai ragazzi, non mancava mai di logica e cercava di fare in modo che tutto intorno a s fosse armonico. Era il leader indiscusso, il personaggio-guida. Quando si doveva decidere qualcosa d'importante, gli sguardi si rivolgevano subito verso di lui. L'estate tocc il suo culmine, arriv agosto, e la signora Samson non aveva trovato ancora un indirizzo sicuro Gli altoparlanti fecero rimbombare la voce stridula di Hitler che annunciava l'imminente vittoria finale. Era una prospettiva ripugnante, ma non avevamo molti argomenti per confutarla. Tutta l'Europa era schiacciata sotto il suo tallone. Eravamo terrorizzati dalla possibilit che Hitler potesse vincere in modo definitivo prima che americani e inglesi riuscissero a organizzare uno sbarco nell'Europa del Nord attraverso il canale della Manica. Quando mi accorgevo che stavo arrovellandomi con pensieri pessimistici, cercavo di cacciarli via immediatamente. Se mi fossi lasciata andare non avrei pi avuto la forza di tirare avanti. Era difficile immaginare che le retate potessero peggiorare e diventare ancor pi spietate, ma in agosto avvenne proprio cos. Gli ebrei cercavano di escogitare qualsiasi cosa che potesse risparmiarli per un po di tempo ancora, che li salvasse dalla deportazione: una carica nel consiglio ebraico, che fungeva da tramite fra gli ebrei e i nazisti, oppure un lavoro nell'industria diamantifera, o nelle imprese che si dedicavano al recupero dei residuati metalliferi o un impiego in quel particolare negozio creato esclusivamente per provvedere a bisogni degli ebrei, come una drogheria-panetteria, dal momento che gli israeliti non avevano la possibilit di servirsi nei normali negozi, o potevano farlo solo in certe ore.

Gli ebrei cercavano di ritardare il momento della deportazione esibendo falsi certificati medici che attestavano la loro inabilit al lavoro oppure turbe psichiche. Ormai la popolazione ebraica aveva raggiunto un parossismo di ansia e di incertezza. Ma gli ebrei venivano deportati sempre in maggior numero. Sfuggire a una retata diventava sempre pi difficile. Quando veniva reso noto l'obiettivo di una determinata retata e si spargeva la voce di quanto doveva accadere, la gente non si faceva trovare in casa. Poi il giorno dopo, quando il peggio era passato, tutti andavano in giro per sapere chi dei loro amici e parenti era scampato. Spesso un rastrellamento, o "razia", come veniva chiamato separava i mariti dalle mogli. Uno di loro veniva portato via e l'altro scampava solamente perch per caso non era stato trovato. Quando un appartamento intestato a una famiglia israelita risultava abbandonato, dopo circa una settimana una ditta adibita agli sgomberi, denominata Puls, che aveva l'incarico di raccogliere gli oggetti di propriet degli ebrei, mandava un camion e poco dopo il luogo era nudo e ripulito di tutto. Quindi, alcuni giorni dopo, i nazisti olandesi, aderenti al N. S. B., che avevano il diritto di priorit, si stabilivano in quegli appartamenti vuoti. Il 6 agosto 1942 divenne tristemente noto col nome di gioved nero Vi fu una "razia" che dur tutto il giorno e parte della notte. Gli ebrei venivano acchiappati per le strade e portati via. Venivano catturati in casa, sotto la minaccia delle armi. I nazisti ordinavano loro di fermare la porta, di consegnare le chiavi e di lasciare tutto ci che possedevano. Venivano anche presi a botte. Sembra che in seguito a questa "razia" molti ebrei si siano suicidati. La sera, tornando a casa dal lavoro, i miei vicini e amici mi raccontarono cose spaventose di questa tremenda retata. Qualche tempo prima Elli aveva chiesto al signor Kraler se suo padre che era disoccupato e doveva provvedere a sei bambini poteva venire a lavorare con noi al Prinsengracht, dal momento che c'era bisogno di qualcun altro che svolgesse un certo compito nel laboratorio. Kraler ne parl con Frank che dovette aver dato il suo benestare. Il signor Frank era ancora colui che nella ditta prendeva le decisioni importanti. Cos Hans Vossen, padre di Elli, venne a lavorare con noi. Dipendeva direttamente dal signor Kraler. Il suo lavoro consisteva nel combinare vari tipi di spezie e di triturarli con un apposito apparecchio. Poi impacchettava il materiale lavorato e provvedeva alle spedizioni. Il signor Vossen era un uomo di corporatura magra, alto quasi quanto Henk, fra i quarantacinque e i cinquant'anni. Un giorno, poco dopo che aveva iniziato a lavorare con noi, quando venni in ufficio appresi che il signor Frank lo aveva reso partecipe del segreto del nascondiglio. Il signor Kraler aveva chiesto al signor Vossen di sistemare una libreria davanti all'ingresso del rifugio in modo che potesse ruotare su di un cardine, allo scopo di nascondere meglio l'entrata. Questa libreria o scaffale, nella quale tenevamo alcuni raccoglitori contabili vuoti di color bianco e nero, nascondeva completamente la porta d'ingresso del nascondiglio. Era impossibile pensare che dietro a essa ci fosse una porta. Sulla parete soprastante c'era una carta geografica del Lussemburgo, attaccata l molti anni prima. Nel retro della libreria il signor Vossen aveva sistemato un gancio che poteva esser bloccato dagli ospiti del nascondiglio. Quando il gancio era aperto, lo scaffale poteva ruotare su se stesso in modo da permettere l'ingresso. Era una buona idea, e come mi disse Elli, era stata del signor Frank. In un periodo in cui le strade di Amsterdam erano piene di terrore e di pericolo, entrare in quel nascondiglio era come un tempo mettersi al riparo in un santuario o in un luogo sacro. Dava un senso di

sicurezza e sentivamo che i nostri amici l potevano considerarsi al riparo. Ogni volta che spostavo lo scaffale, mi sforzavo di avere un volto sorridente, di nascondere l'affanno interno. Respiravo profondamente, spostavo la libreria, e cercavo di assumere un'espressione calma e confortante, cosa che non mi riusciva certo facile quando mi trovavo in piena Amsterdam. Dovevamo tenerli tranquilli, e nascondere le nostre angosce. Capitolo nono. Gli ebrei che fino a questo momento erano scampati alla deportazione, ormai avevano paura di uscire di casa. Ogni giorno l'ansia cresceva. Ogni rumore poteva essere l'annuncio dell'arrivo della polizia verde, ogni suono di campanello, ogni bussar di porta, ogni passo, ogni frenata di auto, poteva rappresentare il pericolo di una "razia" Molti non facevano altro che starsene in casa, seduti a far niente. La signora Samson ci fece sapere che stava per andarsene, che aveva trovato un indirizzo sicuro Ne fummo felicissimi. Voleva dirci tutto, ma le ricordammo che meno si sapeva e meglio era per tutti quanti. Henk le chiese: Pu aspettare qualche giorno, finch Miep e io andiamo in vacanza? Aspetti fino a settembre, cos Miep e io non potremo sapere niente della sua partenza, e in caso che ci arrestino e ci torturino potremo sempre dire che lei partita quando noi eravamo in vacanza La signora Samson acconsent ad aspettare. Sapevamo che le avevamo chiesto molto, anche se si trattava di pochi giorni, ma ormai eravamo responsabili di sette persone nascoste a Prinsengracht, e tenevamo pi a loro che a noi stessi. Se fosse successo qualcosa a noi, che sarebbe accaduto di loro? Non era davvero facile rendersi conto di quello che stava succedendo in quel periodo. Sui giornali locali non c'erano che bugie. Le notizie della guerra parlavano solo di vittorie dell'Asse. In agosto i tedeschi annunciarono che si erano impadroniti dei giacimenti petroliferi di Lozdoc, e che questa era una grande vittoria, ma la B. B. C. specific che, nonostante effettivamente i tedeschi si fossero impossessati di quei giacimenti, non potevano esser loro di nessun aiuto perch i russi li avevano abbandonati dopo averli completamente distrutti. Poco tempo dopo, l'alto comando germanico annunci che la sesta armata tedesca aveva raggiunto il Volga a nord di Stalingrado e che questa citt stava per essere accerchiata. la Radio Orange comunic che le perdite germaniche erano state ingenti e che i russi avevano giurato di resistere fino all'ultimo uomo e stavano tenendo duro. I nazisti sostenevano che le deportazioni degli ebrei erano una sorta di ridistribuzione, e inoltre che quelli che erano stati presi erano trattati in modo decente, che avevano vitto e alloggio e che le famiglie erano rimaste unite. La la B. B. C. smentiva queste affermazioni rivelando che gli ebrei polacchi nei campi di concentramento tedeschi venivano uccisi nelle camere a gas, che gli ebrei olandesi venivano impiegati nei lavori forzati in campi situati in Germania e Polonia, molto distanti dall'Olanda. Queste notizie contrastanti ci frastornavano, tanto pi che i tedeschi avevano indotto con minacce i deportati olandesi impiegati nel lavoro forzato a inviare cartoline ai loro familiari. In esse c'erano notizie positive sulla vita nei campi: il mangiare era buono, c'erano le docce e cos via. In qualche modo per gli ebrei riuscirono a far pervenire anche altre informazioni. Per esempio uno dei reclusi olandesi, nell'aggiungere i saluti alla fine della sua cartolina, scrisse: I miei omaggi a Ellen

de Groot Si trattava di un normale nome olandese, che non insospett i nazisti. Ci che essi non sapevano era che in olandese "ellende" significa miseria e groot vuol dire terribile Cos il messaggio significava: miseria terribile. La mia testa era confusa in mezzo a tante informazioni contraddittorie. Cercavo di non credere alle voci pi terrificanti, che parlavano di vero e proprio sterminio perpetrato da parte dei nazisti nei confronti dei loro poveri e inermi prigionieri in quei lontanissimi campi. Per non darmi alla disperazione mi provavo a credere soltanto alle notizie migliori, ed erano quelle che comunicavo ai miei assistiti. Inoltre cominciavo a sperare che la guerra sarebbe terminata in modo favorevole per noi. Vista la durezza dei tempi, Henk e io avevamo rinunciato quasi del tutto alle nostre vacanze. Ma avevamo disperatamente bisogno di un periodo di riposo, e perci ci organizzammo per andare a trascorrere dieci giorni in una piccola localit non lontana da Amsterdam. Era in campagna, e potemmo riposarci e passeggiare, ma io non facevo altro che pensare ai nostri assistiti che stavano nel nascondiglio. Quando rientrammo nella casa in Hunzestraat, la signora Samson se ne era andata senza lasciare tracce. Le famiglie Frank e van Daan riuscirono a mantenersi in buona salute durante tutta l'estate. Era una vera fortuna, perch, se qualcuno si fosse ammalato, non avremmo certo potuto far venire un medico. Era un pensiero costante che divorava soprattutto la signora Frank. Si era sempre occupata con molta cura della salute delle bambine, di come mangiavano e si vestivano, se avevano freddo o caldo, se mostravano sintomi di una qualche malattia. L'amico macellaio del signor van Daan non era il solo che procurava ai nostri amici le quantit di cibo necessarie. Il signor Koophuis aveva un amico che possedeva una catena di panifici ad Amsterdam e si accord con lui per farsi consegnare due o tre volte la settimana le razioni di pane occorrenti. Pagavamo in contanti per quanto pane potevamo comperare con i bollini, mentre per quello extra ci facevano credito: avremmo pagato dopo la guerra. Dal momento che il numero delle persone che lavoravano negli uffici della Prinsengracht era pi o meno uguale a quello della gente nascosta nel rifugio, si potevano evitare completamente i sospetti. Avevo cominciato ad andare sempre in uno stesso piccolo negozio di frutta e verdura situato nella Leliegracht. Il negoziante aveva un modo di fare molto simpatico. Ogni giorno comperavo tutto quello che mi era possibile, compatibilmente a quello che c'era in vendita. Dopo qualche settimana l'uomo cominci ad accorgersi che io comperavo sempre grandi quantit di verdura. Senza che prendessimo particolari accordi, prese a metterla da parte appositamente per me. Quando entravo da lui mi portava la roba che era gi stata preparata in un'altra parte del negozio. Mettevo tutto quanto nella mia sporta, e portavo rapidamente il mio carico all'ufficio sulla Prinsengracht. Nascondevo i pacchi fra la scrivania e la finestra in modo che non potessero essere notati da nessuno che non fosse addentro ai nostri segreti. Pi tardi, in un'ora tranquilla, portavo su tutto quanto. L'unica derrata che non trasportavo personalmente in ufficio erano i pacchi pesanti di patate. Ci pensava il mio gentile fruttivendolo, e lo faceva durante l'intervallo del pranzo. Lo aspettavo sempre in cucina in modo da non destare sospetti, e per evitare che ci fossero persone indesiderate. Metteva il grosso pacco in un ripostiglio che gli avevo indicato, e durante la notte Peter scendeva e portava su il carico delle patate. Su questo particolare passaggio di cibo non ci fu mai nessun commento esplicito fra il negoziante e me, e infatti non c'era

bisogno di dire niente. Io facevo la spesa per i nostri sette assistiti oltre che per Henk e per me. Spesso dovevo passare da vari negozi per procurarmi tutto il necessario, ma cercavo di non dar troppo nell'occhio. Erano tempi duri, tutti cercavano di procurarsi il massimo di tutto. Non era strano che qualcuno comperasse grosse quantit di cibo. Parecchi negozianti non erano neanche troppo pignoli riguardo ai bollini. Per esempio, se mi servivano tre libbre di patate e avevo bollini solamente per due, io consegnavo i miei bollini e un po di soldi in pi e il negoziante era felice di accontentarmi. Elli si occupava di procurare il latte. In Olanda si usava portare il latte a domicilio, sia negli uffici che nelle case, e le consegne erano giornaliere. Gli impiegati consumavano molto latte, e cos non avevamo paura che il lattaio potesse insospettirsi. Ogni giorno, con qualsiasi tempo, il latte arrivava regolarmente. Elli portava su le bottiglie quando andava a mangiare. Il signor Frank mi disse una volta che l'idea iniziale del nascondiglio era stata del signor Koophuis, e che poi loro due l'avevano elaborata insieme nei minimi dettagli. Avevano associato al loro piano il signor van Daan, offrendogli di venire con tutta la sua famiglia. Ci portarono dei mobili e fecero una buona provvista di cibo secco e in scatola. Sacchi e sacchi di fagioli secchi, cibi conservati, saponi, biancheria, utensili da cucina, erano stati portati l in ore serali. Non so come le cose siano andate esattamente, ma penso che il signor Koophuis abbia dato incarico a suo fratello, che aveva una piccola impresa di pulizie e aveva un'automobile, di trasportare gli oggetti pi pesanti. Il signor Kraler era al corrente di questi movimenti. Il signor Frank fungeva da insegnante dei ragazzi che vivevano nel rifugio. Era un insegnante assai scrupoloso, e correggeva personalmente i compiti. Dal momento che Peter van Daan non aveva una gran voglia di studiare, il signor Frank si dedic a lui in modo particolare. Otto Frank aveva le qualit per essere un ottimo insegnante. Era gentile ma fermo, e nel suo modo di insegnare non mancava mai un tocco di umorismo. Gli studi prendevano gran parte della giornata. Per Margot tutto era facile. Anche Anna non faceva troppa fatica a studiare, anche se non aveva lo stesso potere di concentrazione di Margot. Anna la vedevamo spesso scrivere in un piccolo diario rilegato a scacchi rossi e arancione che suo padre le aveva regalato il 12 giugno per il suo compleanno, qualche settimana prima che i Frank si trasferissero nel nascondiglio. Soleva scrivere nel suo diario in due diversi luoghi, in camera sua e in quella dei genitori. Sebbene tutti sapessero che teneva un diario, scriveva soltanto quando era sola. Il signor Frank era consapevole di questa sua esigenza, e aveva dato disposizioni che non la disturbassero. Come seppi dal signor Frank, questo diario era una specie di amico intimo per Anna, e anche un motivo per il quale gli altri la prendevano in giro. Come faceva a trovare tante cose da scrivere? Quando la stuzzicavano sull'argomento, Anna arrossiva. Sapeva per rispondere per le rime e prontamente, ma per sicurezza riponeva il diario nella vecchia borsa di cuoio del padre. Anna pensava che la sua cosa pi bella fosse la fitta capigliatura scura e lucida. Si pettinava varie volte al giorno e a lungo per tenere i capelli sani e lucenti. Quando si pettinava e spazzolava si metteva sulle spalle uno scialle molto bello di cotone, di color beige, con rose verde chiaro, blu e rosa, e altri piccoli ornamenti. Lo scialle tratteneva i capelli che cadevano a causa delle vigorose spazzolate e dei colpi di pettine. La notte Anna si metteva in testa i bigodini, e Margot faceva lo stesso.

Le due ragazze aiutavano a cucinare e a rigovernare, a pelare le patate e a mettere in ordine. Negli altri momenti non facevano altro che leggere o imparare qualcosa. Talvolta Anna distendeva la sua collezione di foto di divi e dive del cinema per poter meglio guardare e ammirare quelle immagini. Con chiunque fosse disposto a starla a sentire non domandava di meglio che parlare dei suoi amati eroi. Ogni volta che entravo silenziosamente nel nascondiglio mi accorgevo che tutti erano occupati a fare qualcosa. Sembravano delle miniature viventi, teste reclinate che leggevano un libro, mani intente a pelar patate, facce sognanti sopra a mani che facevano la maglia automaticamente, una mano teneramente posata sulla schiena setosa di Mouschi, che la strusciava carezzandola, una penna che scriveva su di un foglio bianco, e si fermava mentre il suo padrone faceva una pausa per riflettere, e poi ripartiva a tracciare segni. E tutto era perfettamente tranquillo. Quando la mia faccia appariva, tutti gli sguardi si illuminavano, e si fissavano su di me con gioia. Erano sguardi assetati e avidi di novit. Poi Anna, sempre Anna, mi si piazzava davanti col suo fuoco di fila di domande: Che sta succedendo?, Che cosa hai nella borsa?, Hai sentito le ultime notizie? Non appena la signora Samson part alla volta del suo nascondiglio, Henk fece intestare l'appartamento a nome nostro, poich non era un nome ebreo. Temevamo che se fosse rimasto con quello della signora Samson prima o poi sarebbero capitati quelli della Puls a portar via i suoi mobili. Naturalmente al ritorno della signora Samson e di suo marito avremmo rimesso tutte le cose a posto. La signora Samson era entrata nella clandestinit in settembre. Un mese o sei settimane dopo ricevemmo una busta col timbro di Hilversum, una citt non distante da Amsterdam. Conteneva una lettera di una certa signora van der Hart - un nome a noi sconosciuto. Dalla lettura della lettera apprendemmo che la signora Samson si era rifugiata in una stanza nella casa di questa signora van der Hart a Hilversum. La signora Samson soffriva di nostalgia e aveva chiesto alla signora van der Hart di scriverci una lettera per invitarci a farle una visita. Non potemmo rifiutare. Facemmo il tragitto Amsterdam Hilversum in treno. Ci impiegammo tre quarti d'ora. Sulla busta era segnato l'indirizzo. Era una grande villa di gente manifestamente ricca. Suonammo e ci presentammo alla signora che ci venne ad aprire. Era la stessa signora van der Hart. Ci invit a entrare. Ci spieg rapidamente che in quel periodo viveva in quella villa col suo unico figlio, uno studente universitario di ventun anni di nome Karel. Suo marito era rimasto bloccato negli Stati Uniti quando la guerra era scoppiata in Olanda. Non aveva potuto tornare e non sapeva niente di lui da due anni. La signora si scus per lo stato della casa, infatti aveva perduto tutte le persone di servizio che stavano con lei prima della guerra, e ora doveva fare tutto da sola. Ci condusse in una bella stanza al piano superiore dove abitava la signora Samson. Nonostante si sentisse impaurita, sola e agitata, qui non le mancava niente, era ben nutrita e trattata gentilmente. Apprendemmo che in quella villa avrebbero dovuto nascondersi i Coenen, la famiglia della figlia della signora Samson, e se il terrore non li avesse spinti alla Stazione Centrale avrebbero potuto viverci con tutta sicurezza. Durante la visita raccontammo alla nostra amica tutte le novit su Amsterdam, e promettemmo che saremmo ritonati. Rientrammo a casa con un treno del tardo pomeriggio. Pi o meno nello stesso periodo, un signore ebreo di una certa et, amico del signor Frank, e che avevamo conosciuto in una delle serate di un tempo in casa dei nostri amici, scrisse chiedendoci il favore di

andare urgentemente a trovarlo a casa sua. Ci and Henk da solo. Torn con un'aria pallida ed esangue. Portava con s due enormi volumi rilegati in lamina d'oro, una bellissima edizione illustrata delle opere di William Shakespeare in inglese. Henk mi disse che questo gentiluomo, ultrasessantenne, abitava nell'appartamento di una sorella nubile, pi attempata di lui e con la loro vecchissima madre. Aveva chiesto immediatamente a Henk un indirizzo sicuro per loro tre. Henk aveva scosso tristemente la testa: Non facile aveva pensato trovare nascondigli per gente di quell'et, ma non aveva avuto il coraggio di comunicare loro questa sua convinzione, perci aveva promesso che si sarebbe dato da fare per trovare qualcosa. Quindi il signore prese l'edizione shakesperiana dalla sua libreria, che conteneva molte altre pregevoli edizioni. Signor Gies, chiese sarebbe cos gentile da tenere in salvo questi volumi nella sua casa fino a quando la guerra non sar finita? Henk fu lietissimo di fargli questo favore. Cos quei libri stavano ora nella nostra abitazione. Henk e io li contemplavamo in silenzio. Che cosa potevamo dire? Sapevamo benissimo che per gente cos vecchia non c'erano indirizzi sicuri Henk aveva promesso che si sarebbe dato da fare, e mantenne la promessa, ma inutilmente. Sapevo che Henk soffriva per quei poveri signori anziani. Anche io avevo provato sentimenti simili quando ero passata davanti a una misera vecchia signora ebrea che stava seduta in un piccolo portico in pietra poco distante dal nostro appartamento. La polizia verde stava per venire ad arrestarla e con lo sguardo lei supplicava gli astanti di aiutarla. Era una dei tanti ebrei che se ne stavano seduti per le strade ad aspettare il peggio, dal momento che non potevano sostare neanche nei giardini pubblici o nei caff. Da qualche tempo la polizia verde e le SS avevano cominciato a fare delle retate a sorpresa durante il giorno. Era il momento migliore per catturare gli ebrei pi indifesi nelle loro case: i vecchi, i malati, i bambini piccoli. Molti rimanevano tutto il tempo per le strade per sfuggire ai nazisti e a volte chiedevano ai passanti se avevano scorto dei soldati e nel caso dove li avevano visti. Per quanto desiderassi ardentemente aiutare quella vecchia, e gente come lei, sapevo che avevo il dovere di essere prudente. Non ero responsabile solo di me stessa. Feci come tutti, distolsi lo sguardo. Entrai in casa mia e chiusi la porta. Avevo il cuore a pezzi. Anna e gli altri insistevano perch passassimo una notte a dormire nel nascondiglio. Mi supplicavano di farlo, cos una sera presi con me del lavoro, una camicia da notte per me e un pigiama per Henk. Quando dissi ad Anna e a sua madre che avevamo deciso di passare la notte con loro ne furono felicissime. Era come se fosse loro ospite la regina Guglielmina. Anna batteva le mani facendo evviva tutta eccitata. Miep e Henk dormono con noi stanotte. Corse su a dirlo a tutti. Mentre salivo incontrai il signor Frank che stava scendendo. Non vorrei che vi disturbaste per noi dissi. Sorrise scuotendo dolcemente la testa: Ma quale disturbo, Miep? Durante il giorno dissi a Jo Koophuis del nostro progetto. Al termine del lavoro venne Henk, e alle cinque e mezzo, dopo che se ne era andato l'ultimo dipendente, e il giorno lavorativo era finito, il signor Koophuis ci augur buona notte e chiuse a chiave la porta d'ingresso dietro di lui. L'ufficio ormai deserto era perfettamente silenzioso. Ci assicurammo che le luci fossero state tutte spente, poi salimmo le scale, spostammo lo scaffale ed entrammo. Richiusi la porta dietro di me.

Fummo accolti festosamente e salimmo le scale. Se ne sono andati via tutti dissi, e cominciarono i rumori della vita normale: lo sciacquone, un armadio che veniva chiuso, e cos via. Tanti cari rumori, i suoni della vita. Anna ci indirizz alla stanza che divideva con Margot, aveva insistito che fossimo alloggiati nella loro camera; per quella notte le due ragazze avrebbero dormito con i loro genitori. Anna mi spinse verso il suo letto, rifatto con biancheria di bucato, e disse che voleva mettere l le mie cose. Divertita, risposi che mi faceva troppo onore, e misi sopra il suo letto la mia camicia da notte e il pigiama di Henk sopra quello di Margot. Poco dopo era l'ora dei notiziari radiofonici, e tutti quanti si raccolsero nell'ufficio del signor Frank e tutte le sedie furono disposte intorno al suo apparecchio Philips che stava sulla tavola. Tutti furono eccitatissimi quando la carissima e sia pur lontana voce di Radio Orange si fece udire attraverso l'altoparlante. Qui Radio Orange. Oggi tutto andato bene. Gli Inglesi... e cos via, e ci riempivano di speranze e di informazioni, era il nostro solo punto di contatto col resto del mondo ancora libero. Al momento di metterci a tavola ci fecero accomodare ai posti d'onore. Eravamo in nove, tutti stretti intorno alla tavola. Questa volta la cucina era stata curata dalla signora Frank e da Margot, ed era saporita e nutriente. Con le tende per l'oscuramento abbassate e la luce elettrica accesa, e col calore delle vivande fumanti, la temperatura della stanza crebbe, ma era in sintonia con quella dei nostri cuori. Rimanemmo seduti a lungo, anche dopo il caff e il dessert, chiacchierando con i nostri amici che ascoltavano avidamente tutto ci che avevamo da raccontar loro. Sembrava che non fossero mai sazi della nostra compagnia. Mentre stavo seduta, mi resi meglio conto di che cosa significasse stare imprigionati in quei piccoli locali. Partecipando anche io fisicamente alle loro sensazioni, constatai meglio di quanta paura fosse permeata la vita di quelle persone, notte e giorno. Per noi si trattava di sopportare lo stato di guerra, ma Henk e io avevamo il privilegio di muoverci e di andare dove si voleva. Invece questa gente era come in prigione, anche se le serrature si aprivano dall'interno della porta. Augurammo a tutti la buona notte, anche perch sapevamo bene che i van Daan non potevano andare a dormire finch non ce ne fossimo andati. Henk, io e la famiglia Frank scendemmo gi per le scale. Ci furono ancora auguri di buona notte e mi trovai con Henk nella nostra piccola stanza, circondati dai volti dei divi di Anna attaccati al muro. Entrai nel duro lettino di Anna, che era molto caldo con tutte quelle coperte una sull'altra. L'atmosfera della camera per era fredda. Mentre mi disponevo a dormire potevo sentire tutti i rumori nelle altre stanze: la tosse del signor van Daan, gli scricchiolii del pavimento provocati dai movimenti, il suono di un paio di pantofole lasciate cadere accanto a un letto, lo sciacquone, i passi felpati di Mouschi al piano di sopra. L'orologio della Westertor suonava ogni quarto d'ora. Non l'avevo mai sentito cos forte, faceva vibrare le stanze. Quella chiesa era situata proprio al di l del giardino sul retro dell'edificio, il cosiddetto annesso Nell'ufficio i suoni arrivavano un po attutiti. Durante il giorno, quando sentivo quei rintocchi nella mia stanza, situata nella parte di fronte, non mi parevano cos rimbombanti perch la costruzione stessa fungeva da sordina. Quei rintocchi anzi risultavano dolci e distanti. Invece l li sentii uno per uno tutta la notte, non mi fecero mai dormire, non riuscii neanche a chiudere gli occhi. Sentii l'inizio di un temporale che arrivava, il soffio del vento. Era una tranquillit

stranamente opprimente. Avvertivo la paura di questa gente che mi penetrava nelle ossa. Quel terrore era come un filo teso, e me lo sentivo talmente dentro che non riuscii a prender sonno. Per la prima volta mi resi veramente conto che cosa voleva dire essere un ebreo chiuso in un nascondiglio. Capitolo decimo. Alle prime luci dell'alba ero ancora sveglia. Molto presto sentii i nostri ospiti che si muovevano, tutti a turno andarono nella stanza da bagno, che doveva essere usata prima dell'arrivo degli impiegati negli uffici. Fuori pioveva a dirotto. Henk e io ci vestimmo rapidamente. Ci trovammo tutti al piano di sopra per la colazione del mattino, attorno alla solita tavola. Henk se ne and per primo perch non doveva essere visto dai dipendenti della ditta. Scorsi negli occhi dei nostri amici il rimpianto per la sua partenza. Io stetti pi a lungo che potevo, mi dettero tante tazze di caff, mi trattarono di nuovo come una regina. Anna mi sottopose a uno stretto interrogatorio sulle mie impressioni della prima notte passata nel nascondiglio. Sei riuscita a dormire? Scommetto che il rumore delle campane della Westertor te lo hanno impedito! Hai sentito il rombo degli aeroplani che stavano andando a bombardare in Germania? E' impossibile dormire con tutti questi rumori, lo so bene! Non era facile arginare le parole di Anna, ma feci del mio meglio, cercando di non lasciar capire tutto quello che avevo sentito dentro di me durante quella interminabile notte. Anna mi guardava con una strana espressione soddisfatta. Mi fissava dritta negli occhi, senza parlare, ma sapevamo bene tutte e due ci che avevo provato e capito. Tornerai a dormire con noi un'altra volta? chiese. Anche gli altri chiesero la stessa cosa: Su, Miep, torna ancora a passare la notte con noi! Risposi: Certo, cari, verr, potete esserne certi! Anna si fece avanti: Ti lascer sempre dormire nel mio letto. Mi sento pi sicura quando chi ci protegge cos vicino a noi Le assicurai che eravamo sempre vicino a loro: Se non fisicamente, lo siamo sempre spiritualmente Anche durante la notte? chiese Anna. Certo, anche durante la notte! Mi guard fissa a lungo, poi cambi espressione. Per lo meno non ti dovrai bagnare per via di questo acquazzone, quando scenderai nel tuo ufficio. All'inizio dell'ottobre del 1942 furono effettuate delle spaventose retate. Quella del 2 ottobre fu soprannominata il venerd nero. Quel giorno si sparse la voce con la velocit del fulmine che stava per essere fatta un'enorme "razia" La gente stette impietrita dal terrore in attesa del rumore degli stivali per le scale, e delle imperiose scampanellate. Le voci erano cos inquietanti che i quartieri ebraici di Amsterdam vennero presi dal panico. La febbre delle "razie", che era stata crudelissima e intensa, a un tratto cess. Passarono settimane e settimane. Si cominci a pensare che forse era cessata la deportazione degli ebrei, forse i campi erano strapieni, oppure i tedeschi avevano colmato il fabbisogno di manodopera schiavizzata. Quell'autunno in Olanda fu freddo, piovoso e cupo. La B. B. C. e Radio Orange ci fecero sapere che le piogge copiose anche in Russia rallentavano l'avanzata della sesta armata germanica. Le forze inglesi

e americane guidate dal generale Eisenhower erano sbarcate l'8 novembre sulle coste del Marocco e dell'Algeria, mentre il generale Montgomery stava respingendo validamente le divisioni del generale Rommel. Erano progressi lenti, ma pur sempre progressi. Naturalmente i giornali controllati dai nazisti continuavano a blaterare che la vittoria era a portata di mano. Presto la Germania avrebbe dominato su Europa, Inghilterra, Nord Africa, Egitto, e cos via. Ormai quando andavo a fare la spesa non programmavo pi quello che avrei comperato, c'erano sempre meno derrate alimentari, e code sempre pi lunghe. La gente cominciava ad avere un aspetto emaciato. Ma con un po di impegno, di abilit e di pazienza, era pur sempre possibile trovare il necessario per sfamare i nostri assistiti, e anche Henk e me. Tutte le volte che entravo nel nascondiglio, Anna, la signora Frank e la signora van Daan volevano sapere da me ogni pi piccolo dettaglio delle mie esperienze fuori dalla clandestinit. Gli uomini invece facevano il terzo grado a Henk. Anna espresse varie volte il timore che il loro appartamento in Merwedeplein fosse svuotato da quelli della Puls Ero stata pi volte a ispezionarlo in bicicletta, ma non mi era stato possibile vedere niente: c'erano sempre le stesse tende di quando ci abitavano i Frank. Non potei tranquillizzarla che su questo punto. Per caso un giorno vidi che la casa dei van Daan era stata vuotata. La signora van Daan prese molto male questa notizia, ne fu sconvolta. Mi ripromisi di non portare d'allora in poi informazioni troppo sconfortanti, anche se non era davvero facile. Anna aveva un vero talento come detective. Aveva un sesto senso per capire se cercavo di nascondere qualcosa, e mi faceva allora un vero e proprio interrogatorio; mi fissava con i suoi occhi inquisitori, fin che non sentivo la mia voce che confessava proprio quello che mi ero ripromessa di celare. La persona che si disperava di pi per le cattive notizie era la signora Frank. Man mano che l'inverno andava avanti il suo atteggiamento si faceva sempre pi depresso. Gli altri erano incoraggiati dal fatto che si era diffusa la voce che le "razie" erano terminate. Credevamo a tutte le notizie incoraggianti diffuse dalla B. B. C. e da Radio Orange a proposito delle offensive angloamericane. Ma niente riusciva a tirar su la signora Frank, non sembrava pi possibile dissipare i suoi foschi presentimenti. Pi noi polemizzavamo con lei per farle cambiare idea e pi lei rifiutava di veder la luce alla fine del tunnel. Nonostante la temporanea stasi nella persecuzione antiebraica, gli israeliti non riuscivano a sentirsi incamminati verso la salvezza. Molti di loro erano spariti, altri vivevano in miseria, privi di risorse, di sostentamento, meno i pochi che lavoravano in attivit protette e che erano sempre meno. Da parecchio tempo era proibito ricorrere a medici ebrei, ma io continuai a farmi curare dal dottor Dussel. Era infatti un eccellente dentista, anzi per meglio dire un chirurgo-dentista, e mi piaceva molto anche come uomo. Durante una visita al suo studio egli mi chiese con un tono di voce basso e sommesso: Miep, non avrebbe per caso un rifugio anche per me? Scossi la testa. Temo di no. Promisi per che se avessi scoperto qualcosa lo avrei avvertito subito. Il giorno dopo, durante la mia visita al nascondiglio, raccontando come al solito le novit, dissi al signor Frank della mia visita al dottor Dussel, e della sua richiesta di aiuto. Il signor Frank mi ascolt con molta attenzione. Dussel e sua moglie avevano fatto parte del gruppo che partecipava agli inviti del sabato pomeriggio in casa

Frank. Sapevo che il signor Frank gli era affezionato quanto me. Non ripensai a questo nostro scambio di idee fino a qualche giorno dopo, quando durante una mia visita pomeridiana al rifugio il signor Frank chiese di parlarmi. Ci sedemmo e il signor Frank mi disse: Miep, se possiamo mangiare in sette, penso che ci sia abbastanza cibo per sfamare anche otto persone. Ne abbiamo parlato tutti insieme e siamo tutti d'accordo di invitare Dussel a stare con noi in questo rifugio. Ma deve venire prima possibile, domani mattina. Il signor Frank spieg che Dussel doveva decidersi immediatamente per non aver il tempo di dirlo a nessuno, n la possibilit di fare preparativi elaborati, che avrebbero potuto destare sospetti ed essere pericolosi per tutti loro. Capii perfettamente il suo punto di vista e gli dissi che sarei passata immediatamente dal dottor Dussel a comunicargli la sua proposta. Dopo il lavoro andai subito all'appartamento di Albert Dussel e gli dissi che c'era un nascondiglio per lui. Non gli detti particolari, lo convinsi soltanto che era un posto sicuro, ma che doveva andarci la mattina dopo prestissimo, questa era la sola condizione che era stata posta. Dussel cambi espressione. E' impossibile disse. C' una mia paziente che sto curando per un grosso disturbo all'osso mascellare, domani c' la seduta conclusiva, non posso abbandonarla, soffre troppo. Dette un gran sospiro. E' impossibile, assolutamente impossibile. Dopodomani s, ma domani... non posso propio. Non dissi altro e me ne andai. La mattina dopo, col cuore pesante, andai al rifugio per raccontare l'esito della mia visita al dottor Dussel. Il signor Frank ascolt quello che avevo da dirgli. Notavo bene che tutto ci stava causando a quei clandestini una nuova e inutile ansia, in particolare il fatto di prendere con loro un'altra persona. Comunque il signor Frank disse che avrebbe messo in discussione il problema con tutti spiegando loro la situazione di Dussel. Quello stesso pomeriggio, dopo la fine del lavoro, passai al nascondiglio e chiesi: Beh, che cosa avete deciso a proposito del dottor Dussel? Il signor Frank serio rispose: Ne abbiamo parlato a fondo, e abbiamo convenuto che un medico responsabile non pu abbandonare un paziente a met di un trattamento. Rispettiamo il suo scrupolo. Dica a Dussel che, se vuole venire luned mattina, il posto sempre a sua disposizione Frank prosegu: Abbiamo messo a punto un piano. Miep, disposta a collaborare nonostante ci sia un certo pericolo? Risposi di s. Grato del mio assenso, mi espose il suo progetto. Dopo il lavoro tornai dal dottor Dussel e gli dissi che c'era sempre quel posto per lui, e che il luned mattina sarebbe andato bene. Vidi nei suoi occhi accendersi una luce di speranza. Luned mattina perfetto. La cura alla mia paziente terminata, posso venire. Bene, queste sono le modalit del piano. Luned mattina alle undici deve trovarsi alla posta centrale che sulla N. Z. Voorburgwal. Deve stare davanti alla posta e camminare in su e in gi. Quando l'uomo che verr all'incontro lo avr riconosciuto, si avviciner a lei e dir: "Per favore mi segua" Lei non risponder niente e lo seguir dovunque egli vada. E gli ricordai pure: Porti meno roba possibile, niente che possa destare sospetto. Troveremo il modo per farle avere quello che le serve in un secondo tempo, dopo che sar al sicuro. Vedr che tutto andr bene Il dottor Dussel mi ringrazi dal profondo del cuore. Capii che pensava che la mia parte in tutta la faccenda fosse soltanto quella di

una messaggera. Mi salut sperando di rivederci alla fine della guerra Ci stringemmo la mano e gli augurai buona fortuna. Non c'era altro da aggiungere. Sapevamo tutti e due che per un ebreo in procinto di passare alla clandestinit i pericoli erano sempre in agguato, specialmente nel passaggio dalla vita ufficiale al nascondiglio. Vidi anche che Dussel pensava che il rifugio fosse situato in campagna, dove infatti si trovavano la maggior parte dei nascondigli. Il contatto di Dussel fu Jo Koophuis. Dussel non lo conosceva, e perci non avrebbe potuto collegarlo con Frank, inoltre Dussel non si era mai recato negli uffici della Prinsengracht. Come molti ebrei disperati, Albert Dussel era disposto ad affidare se stesso, la sua salvezza e perfino la sua vita nelle mani di uno sconosciuto. Luned mattina stavo seduta alla mia scrivania. Alle undici e trenta circa il signor Koophuis venne da me e mi disse: Tutto bene, l'ho condotto attraverso il corridoio, e ora sta nell'ufficio privato di Frank. Sta aspettando l ed assai stupito di trovarsi nel centro della citt piuttosto che fuori. Miep, ora tocca a lei. Corsi nell'ufficio del signor Frank. Miep! grid Dussel stupefatto. Mi venne quasi da ridere a vederlo cos sorpreso. Dissi: Mi dia il soprabito Me lo porse con un aria perplessa. Me lo misi sul braccio. Ora venga con me dissi. Saliamo per le scale, e lo sospinsi per i gradini della vecchia scala che conducevano alla finta libreria. La spostai, aprii la porta che stava dietro, e salii ancora fino alla stanza dei van Daan, dove eran tutti quanti riuniti, seduti intorno alla tavola che lo aspettavano sorridendo. Il caff era gi pronto, e c'era anche una bottiglia di cognac. Dussel parve barcollare. Guard Frank come se fosse un fantasma, pensava che lui e la sua famiglia fossero fuggiti in Svizzera. Come poteva immaginarsi che vivessero proprio nel centro di Amsterdam? Avevo il cuore gonfio, quasi me lo sentivo scoppiare. Signori e signore, dissi ecco fatto. Mi voltai e me ne andai lasciandoli tutti insieme. Come prima cosa cominciai a incontrare una volta alla settimana la moglie del dottor Dussel, una graziosa bionda che aveva un anno pi di me, a cui consegnavo le lunghe lettere che lui le scriveva. Lei in cambio mi dava le lettere per lui, libri, pacchetti, e un po di strumenti odontoiatrici che aveva chiesto. Essendo cristiana, dal momento che non viveva pi con un ebreo era fuori pericolo. Dissi che avrei consegnato la roba a una terza persona che a sua volta l'avrebbe fatta recapitare a suo marito. Feci finta di non sapere assolutamente niente del luogo dove lui era nascosto. Del resto la signora Dussel era una persona sensibile e riservata e si guard bene dal farmi troppe domande. Dal momento che il dottor Dussel si era aggiunto alla popolazione dei rifugiati, non si poneva pi la possibilit per Henk e per me di andar a passare altre nottate al rifugia. Perci, malgrado il suo disappunto, Anna si rese conto che non era il caso di ripetere i suoi inviti. Con l'arrivo di Dussel, Margot si spost nella camera dei suoi genitori, mentre Anna divise la sua col dottore. Tutti sembrarono prendere la nuova situazione con bonomia, ma certo ormai in otto stavano un po gli uni a ridosso degli altri. Inoltre venne fuori presto il fatto che il dottor Dussel aveva la fobia dei gatti, perci bisogn badare a tenergli lontano Mouschi. Questo non era sempre facile, perch sebbene Dussel avesse paura di Mouschi, invece l'animale non poteva capire questa strana repulsione e cercava di fare amicizia anche con questo nuovo membro della comunit. Mouschi osservava e fissava tutti quanti, Dussel compreso, da un suo

posto speciale al calduccio vicino alla stufa a carbone. Questa stufa veniva accesa nella grande stanza dei van Daan. Il carbone veniva portato dal laboratorio del pianterreno. Nel nascondiglio c'erano posti e angoli non privi di umidit ed esposti a correnti d'aria, perci i rifugiati dovevano coprirsi bene, e tenere addosso anche uno scialle. A parte quest'umidit e le correnti d'aria, il luogo era nel complesso confortevole col caldo che proveniva dalla cucina e col fuoco della stufa a carbone. Tranne l'occasionale risparmio di luce elettrica per ottemperare al razionamento, di solito gli ambienti erano rallegrati da una buona luminosit. Il 1942 volgeva alla fine. Henk e io stavamo sempre attenti a non prendere freddo, perch non potevamo certo permetterci il lusso di ammalarci. Fortunatamente la salute sia nostra che dei nostri protetti continu a mantenersi buona. Con l'approssimarsi dell'inverno mi resi conto che nell'Annesso c'era una certa perdita e diminuzione di energie e di ottimismo. Non era facile dire di che cosa esattamente si trattasse, ma era come se avessero perso qualcosa del loro spirito e del loro buon umore, e fosse subentrata una sorta di languore. Si poteva notare che il comportamento un po brontolone di Dussel dava sui nervi ad Anna, mentre i capricci della ragazza irritavano il dottore. L'amicizia fra le signore Frank e van Daan si stava alquanto raffreddando. Peter se ne stava sempre nel suo solaio, e Margot era capace di rimanere ferma in un posto a tempo indeterminato. Capitavano anche piccoli incidenti noiosi e irritanti, e malanni di poco conto. Ma niente di veramente preoccupante: Dussel prese la congiuntivite, la signora Daan si fece male a una costola. Insomma piccoli disturbi e doloretti con relative lamentele. Non c'era da meravigliarsi che queste cose accadessero. Notte e giorno in tanti in quelle poche stanze, il troppo poco esercizio muscolare aveva reso tutti un po rigidi; inoltre dovevano quasi sempre parlare sottovoce, trattenersi dall'orinare per ore, e soprattutto Anna non poteva mai sfogare la sua straripante vitalit. Tutto ci in fondo era un modesto prezzo da pagare per avere il privilegio di vivere in un'oasi sicura nel bel mezzo della cupissima Amsterdam occupata dai nazisti. Era convinzione di tutti che una notevole percentuale della popolazione ebraica di Amsterdam fosse ormai lontana, in gran parte deportata all'Est. Inoltre un numero sempre maggiore di olandesi cristiani erano stati obbligati a lavorare nell'industria bellica germanica. Durante quell'inverno Henk e io partivamo la mattina per andare a lavoro quando era ancora buio, perch la luce del giorno arrivava soltanto alle nove, e alle quattro e mezzo del pomeriggio era di nuovo notte. Cos anche il rientro era al buio. Nelle ore fuori ufficio bisognava dedicarsi alla ricerca del cibo necessario, ormai sempre pi lunga e affannosa, poi alle visite al rifugio, per dare coraggio ai nostri amici. Alla fine della giornata rientravo a casa sentendomi a pezzi. Henk e io avevamo fatto amicizia con una coppia di sposi che abitava in un appartamento proprio di faccia al nostro, dall'altra parte della strada. Lei era incinta e doveva partorire entro poco tempo. Non di rado, nonostante il coprifuoco, ci trovavamo insieme e ascoltavamo le trasmissioni proibite della B. B. C.. Bevevamo un po di surrogato di caff e ci facevamo tirar su il morale dalle notizie che ci venivano dalla radio, e che riempivano un po il vuoto che sentivamo dentro. Una notte Henk e io ci sentivamo particolarmente stremati. Era stata una giornata stressante e faticosissima per tutti e due. Io avevo tenuto nascosto da qualche parte un po di caff vero - volevo

serbarlo per una grande occasione. Quella notte d'impulso dissi a Henk: Vieni Con il pacchetto del caff in una mano, e l'altra stretta nella manona di Henk, traversammo il buio del coprifuoco per andare a trovare i nostri amici. Alla vista di quella rara delizia i loro volti si illuminarono. Ci sedemmo comodi e ci raccogliemmo intorno alla radio. Sorseggiammo le tazzine facendo durare quel nettare il pi a lungo possibile, l'assaporammo in tutti i modi: profumo, sapore, effetto. Ebbe su di noi un potere magico. In pochi minuti eravamo tutti pieni di animazione, di livore e di animosit contro il nostro odiato oppressore germanico. Non ci sentivamo pi dei vinti, degli sfiduciati che non potevano far altro che aspettare di essere liberati dagli Alleati. Rianimati, anche se insonnoliti, alla fine augurammo buona notte ai nostri amici e tornammo a casa. Il giorno dopo il marito venne a dirci che appena ce ne eravamo andati alla moglie erano venute le doglie, lui l'aveva immediatamente portata all'ospedale e il parto era stato veloce e tranquillo. S, il bambino sta bene, mia moglie sta bene. Che effetto la tua tazzina di caff, Miep! aggiunse ridendo. Anche a me venne da ridere. L'avevamo sfruttata proprio bene la nostra ultima piccola riserva di caff. Il prolungarsi dell'occupazione aveva fatto ristagnare in qualche modo il mio vecchio istinto di vendetta, ma quando seppi che i tedeschi rimanevano a migliaia congelati nelle tormente della Russia e che cadevano a centinaia nei desolati e roventi deserti del Nord Africa, le mie pulsazioni ripresero un po di ritmo, e ricominciai a provare il buon vecchio senso selvaggio dell'emozione. I tedeschi un giorno si vantarono di esser giunti a un centinaio di chilometri da Stalingrado, e poco dopo che erano arrivati fino a una cinquantina. Affermavano che la grande citt stava per cadere da un momento all'altro e che l'immensa Russia stava per essere soggiogata dal maglio di Hitler. La B. B. C. e Radio Orange assicuravano che i russi avevano giurato di resistere fino all'ultimo uomo. Il numero dei caduti russi era effettivamente enorme, ma le perdite tedesche non erano certo inferiori. Henk aveva smontato la nostra radio e la stava portando pezzo per pezzo nel solaio del rifugio. Questo significava che non avremmo pi avuto una radio in casa nostra e che per ascoltare i notiziari avremmo dovuto andare a trovare di notte i nostri amici del vicinato, oppure contentarci di notizie di seconda mano. Elli e io cominciammo a organizzare una bella festa per il giorno di San Nicola nel rifugio. Sebbene i Frank fossero ebrei, sapevamo che in fatto di religione avevano una mentalit molto liberale. In tutta l'Olanda il 6 dicembre, giorno di San Nicola, pi che una festa religiosa una festa per i ragazzi. Volevamo festeggiare soprattutto Margot, Anna e Peter. Elli e io lavorammo alacremente a fabbricare rime, dei piccoli poemi satirici che sono tradizionali nel giorno di San Nicola. Stimolammo al massimo la nostra immaginazione per escogitare dei piccoli regali che fossero adatti a ogni componente del gruppo. Dal momento che era impossibile comprare qualcosa nei negozi, dovemmo ricorrere a tutto il nostro ingegno creativo per fabbricarli in casa. Poi raccogliemmo tutti i regalini e le poesiole e li nascondemmo in un grande paniere che ricoprimmo con le decorazioni che Elli aveva portato da casa, rimanenze delle feste di San Nicola degli anni passati. Celammo il variopinto cesto fino all'ora stabilita, quando il signor Frank avrebbe guidato l'intero gruppetto gi per le scale per godere della sorpresa. Elli torn a casa sua, e io alla mia perch dovevo preparare la cena per Henk; cercai di immaginarmi come sarebbero stati contenti i nostri

assistiti nel tirar fuori dal grande cesto tutti quei simpatici regalini e le divertenti poesiole. Sarebbe stata una bella festa, soprattutto per i ragazzi; e in particolare per Anna che si atteggiava a sofisticata signora di tredici anni, finch qualcuno non annunciava una festa, e allora si eccitava e saltava come una bambina di sei anni. Pensando ad Anna, mi resi conto che era diventata ultimamente pallida ed emaciata. Anche gli altri del resto. Non un raggio di sole o una ventata di aria fresca aveva toccato la loro pelle da pi di sei mesi. Mi domandavo quante volte dei nazisti fossero passati sotto Prinsengracht 263, senza immaginarsi alcunch, senza avere un sospetto. Poi cacciai via questi pensieri. Meglio pensarne altri, per esempio immaginare la felicit dei ragazzi mentre vuotavano il cesto del suo contenuto di regali e filastrocche. L'indomani Anna mi avrebbe raccontato tutto. Avremmo riso e avremmo rivissuto la serata insieme. Capitolo undicesimo. Eravamo tutti pronti a scommettere che la guerra sarebbe finita nel 1943. Il clima era cupo, umido, tetro. La gente aveva dovuto sopportare una tale quantit di stress e disagi che molti cominciavano a non farcela pi. Henk e io, e tutti noi, seguivamo passo per passo la battaglia di Stalingrado. Era la lotta pi atroce e sanguinosa di cui avessimo mai sentito parlare. Palmo a palmo i tedeschi avevano cominciato a perdere terreno, ed erano rimasti intrappolati nella neve ghiacciata. Bene, pensavo, che gelino, e Hitler con loro. Si cominci a udire per la prima volta la parola resa dai microfoni della B. B. C.. I tedeschi avrebbero dovuto arrendersi prima o poi. Era la nostra speranza, ma nessuno poteva immaginare che Hitler avrebbe mai pronunciato la parola resa Invece il fatto avvenne, il 2 febbraio. Il giorno seguente eravamo tutti intorno alla radio, percorsi da un fremito, e ci stringevamo le mani l'un l'altro, quando ci fu un comunicato ufficiale della radio tedesca che annunciava la resa, e, dopo un suono tragico di tamburi, segu il secondo movimento della quinta sinfonia di Beethoven. Per noi era tutta una gioia. Cominciammo a sperare che fosse l'inizio della fine. Ma queste buone notizie furono seguite rapidamente da una sgradevole sorpresa. Il signor Kraler mi disse solennemente che la persona comparsa nell'ufficio, senza essere annunciata, una mattina di febbraio, era il nuovo proprietario di Prinsengracht 263. Il signor Koophuis gli stava mostrando i locali. Con lui c'era un architetto che era venuto per dare la sua consulenza. Di colpo tutto il mio sentimento di sicurezza and in pezzi. Questo nuovo proprietario poteva far quello che voleva del fabbricato, naturalmente avrebbe insistito per vedere tutto, dalle fondamenta al tetto. E' ovvio che avrebbe voluto ispezionare minuziosamente la sua propriet. Per un momento feci appello a tutte le mie forze, avevo il cuore che mi scoppiava nel petto. Se i nostri amici fossero stati scoperti, che cosa avrebbe fatto quest'uomo? Era "goed" o "slecht", buono o cattivo? Feci uno sforzo per rimanere bloccata alla mia scrivania. Finalmente Koophuis, solo, con un'espressione esausta, torn nell'ufficio. Lo interrogai con lo sguardo. Scosse la testa. No, non successo niente. Si lasci andare sulla sua sedia. Gli ho detto che in quel momento non sapevo dove fosse la chiave, quando mi ha chiesto dei magazzini sul retro. Non so esattamente come l'ha presa e se ci ha creduto. Comunque probabile che sar di ritorno da un momento all'altro, e questa volta vorr vederci chiaro.

I nostri sguardi esprimevano lo stesso interrogativo: che fare ora? Ci lambiccavamo il cervello per pensare a un altro posto dove otto persone potessero trovare rifugio in modo decente, dove due intere famiglie pi una persona singola potessero rimanere raggruppate. Ma da questo arrovellarci non veniva che sconforto. L'unica cosa da fare era di andare a informare il signor Frank dell'accaduto. Era lui che doveva decidere, il capo era lui. Ma come ha potuto questo benedetto proprietario non avvisarci che aveva venduto lo stabile? Come ha fatto a essere cos avventato? Koophuis pensava ad alta voce. Ora pende su di noi una spada di Damocle. Il signor Frank sul momento non seppe proporre niente. Non c'era nient'altro da fare che aspettare e vedere che cosa sarebbe successo, se il proprietario fosse tornato e se voleva davvero ispezionare tutto. Ci fu quindi un'ansia in pi a pesare su di noi. Rimanemmo ad aspettare, ma il proprietario non torn. L'attesa continu per tutto l'inverno. Elli si iscrisse a un corso di stenografia per corrispondenza, ma la vera studentessa era in realt Margot Frank. Ogni volta che arrivavano i compiti indirizzati a Elli Vossen, lei li portava su da Margot, e la ragazza si metteva a studiare. Anche Anna ne aveva approfittato per studiare stenografia. Le due sorelle, avendo molto tempo a disposizione per impratichirsi, in breve divennero abbastanza brave. Dopo aver sbrigato le faccende domestiche, rimanevano ore e ore a scrivere e riscrivere gli esercizi di stenografia. Quando gli esercizi erano pronti, Elli li spediva, in attesa che giungesse la lezione successiva. Elli prendeva ottimi voti. Dal momento che l'inverno diventava sempre pi freddo tutti noi stavamo sempre vicini alle stufe a carbone. Ci davamo da fare per rimanere ben caldi, e per tenere gli ambienti con una buona temperatura. In questo senso la piccola cubatura dei locali era di aiuto. Tutto quello che poteva bruciare veniva infilato nella piccola stufa della stanza dei van Daan. Anche i Frank nella loro camera avevano una piccola stufa a carbone. Tutti i rifiuti e la spazzatura venivano bruciati dopo le ore d'ufficio, durante la notte. Le ceneri e i rifiuti non bruciabili venivano portati gi da Peter e gettati nel grande bidone comune. I nostri rifiuti erano cos scarsi che nessuno si sarebbe accorto di nulla. Avevo cominciato a metter da parte quaderni contabili per Anna, perch imparasse la materia e anche per scriverci sopra. Anna continuava a essere molto riservata a proposito della sua attivit letteraria, e non aveva perso l'abitudine di mettere al sicuro i suoi scritti nella vecchia borsa di cuoio del padre, che lui teneva fra le sue cose in camera sua. I Frank avevano la profonda convinzione che la privacy di tutti, anche quella dei bambini, dovesse essere scrupolosamente rispettata, anche se nel rifugio non era facile farlo. Comunque Anna venne sempre presa sul serio e avevano riguardo per lei. Nessuno avrebbe osato toccare i suoi fogli o neanche darci un'occhiata senza la sua autorizzazione. Una mattina, arrivando prima dell'inizio del lavoro, trovammo i nostri amici molto preoccupati. Durante la notte avevano sentito dei rumori e sospettavano che ci fosse stato un tentativo di furto nel magazzino da basso. Tutti si trovavano in un terribile stato d'ansia. Temevano che chiunque fosse penetrato nel magazzino avrebbe potuto sentire i loro passi. C'era anche la preoccupazione che la radio nell'ufficio del signor Frank era stata lasciata su di una stazione della B. B. C., e questo era un grave reato. Inoltre, nell'ufficio stesso tutte le sedie erano

sistemate intorno all'apparecchio, e chiunque avrebbe potuto immaginare un gruppo di persone intente ad ascoltare il proibitissimo notiziario. Temevano che gli eventuali ladri potessero andare a denunciare i fatti alla polizia, e i poliziotti tirassero le loro conclusioni e facessero un irruzione nel nascondiglio. Erano arrivati a un tale parossismo di preoccupazione che quando il magazzino fu ispezionato, e non fu trovato niente di sospetto e nessun segno di interventi estranei, continuarono a preoccuparsi inutilmente della radio e di tutto il resto. Mi resi conto che i nervi dei nostri amici cominciavano a esser messi a dura prova. Cercando di tranquillizzarli, facemmo il punto della situazione. Bisognava riportare la calma. Cominciammo a prenderli un po in giro e presto anche loro stessi cominciarono a scherzarci sopra e a ironizzare sulla loro ipersensibilit ai rumori, e sulla immaginazione sovraeccitata. In marzo ci fu un fatto nuovo per gli ebrei: potevano scegliere fra la deportazione e la sterilizzazione. Alcuni scelsero questa seconda possibilit dal momento che in cambio veniva loro promessa l'immunit. Dopo l'intervento avevano diritto sul loro documento di identit a una J rossa, anzich, la famigerata J nera. Quelli con la J rossa potevano anche fare a meno di portare la stella gialla. Nello stesso periodo i nazisti pubblicarono un appello nel quale annunciavano agli ebrei nascosti che se si fossero consegnati alle autorit sarebbero stati graziati Graziati di che?, ci domandavamo. Naturalmente nessuno prest fede a queste infami e bugiarde promesse dell'oppressore germanico. I nostri assistiti reagirono a queste assurdit scuotendo la testa, e si sentivano sempre pi grati per aver avuto la possibilit di essere protetti da un rifugio come il loro, convinti che fosse il migliore di Amsterdam. Verso la fine di marzo ricominciarono le retate su larga scala. Adesso presero a eliminare gli ebrei degli istituti per ciechi, i malati di mente e i malati incurabili. Cercai di nascondere queste incredibili atrocit ai miei amici. Diventava crudele informarli ancora su altri orrori. Perfino le domande di Anna divennero meno insistenti. Ormai nessuno voleva sapere di pi di quello che sapeva gi. Poi improvvisamente capit un fatto drammatico ma anche positivo per gli ebrei che erano rimasti ad Amsterdam. Gli uffici anagrafici nei quali erano schedati tutti gli ebrei, anche quelli che avessero solo un antenato ebreo, eccetera, presero fuoco. Corse voce che l'incendio era vasto, e che moltissimo materiale era andato distrutto, per nessuno aveva informazioni veramente precise, e nessuno era al corrente di quanti schedari fossero andati distrutti per merito di questa splendida azione di sabotaggio. Se tutti gli archivi fossero andati in fiamme, i tedeschi non avrebbero pi potuto sapere chi ancora doveva essere preso. Aspettammo per saperne di pi. Sfortunatamente si scopr poi che le distruzioni erano state limitate. Solo alla fine dell'inverno, e per l'Olanda questo significa l'inizio di aprile, cominciammo a essere colpiti da malanni veri. Per fortuna, non si ammalarono i nostri rifugiati. Un giorno stavamo benino, e il giorno dopo invece eravamo tutti malandati. Sia Elli che suo padre dovettero rimanere a casa per parecchie settimane di seguito. Lei aveva preso una brutta influenza con raffreddore e lui dovette essere ricoverato in ospedale per degli esami. Il nostro caro signor Koophuis in realt non aveva mai avuto una salute di ferro, doveva sempre combattere con uno stomaco in cattive condizioni che sembrava andare di male in peggio. Aveva delle emorragie interne, e il suo dottore gli aveva ordinato il letto,

sperando che pi riposo e meno tensione avrebbero giovato. Tutti ad Amsterdam vivevano in uno stato di tensione, di ansia e di ira repressa. Il suo medico certamente non poteva rendersi conto di quanto egli si preoccupasse per la salvezza dei nostri amici nascosti, e di come perci si fosse tenuto dentro per tanto tempo un carico di preoccupazioni eccezionale. Henk, il signor Kraler e io moltiplicammo i nostri sforzi per andare a trovare i nostri amici nel rifugio, dal momento che i malati non potevano pi andarci. Per i nostri cari assistiti fu veramente un brutto periodo, perch avevano sempre bisogno di un continuo contatto con tutti i loro soccorritori. Mancavano loro i pettegolezzi di Elli, e tutte le storielle che raccontava a proposito del suo fidanzato. Jo Koophuis poi era per loro una grossa mancanza. I suoi scherzi e le sue battute erano impagabili, e poi non mancava mai di portare regalini e dolcetti che tiravano su il morale a tutti. Koophuis era veramente un uomo pieno di calore. Portava con s solo incoraggiamento, forza e l'abilit di far sentir meglio i nostri amici. Ora per il suo stomaco malandato l'aveva messo a terra, ed era costretto a stare a riposo. Henk e io facevamo del nostro meglio per colmare i vuoti che si erano manifestati con queste defezioni forzate. Potr sembrare strano, ma, quando mi pareva di essere arrivata alla fine delle mie forze, cercavo di non darmi per vinta, spingevo ancora un po e le forze tornavano, venendo da qualche riserva insperata e nascosta. Mi accorsi che avevo sempre energie a disposizione quando lo stato di necessit lo richiedeva. Jo Koophuis torn con noi pi presto di quanto il suo dottore avrebbe desiderato, dando a intendere che si sentiva abbastanza bene, per aveva un aspetto pallido ed emaciato. Il signor Vossen dovette invece prolungare la sua permanenza all'ospedale. La prognosi non sembrava troppo buona. Cos il signor Kraler decise di assumere un altro operaio per il magazzino. Il signor Frank fu d'accordo e lo autorizz a procedere. Il nuovo magazziniere che sostitu Vossen fu un certo Frits van Matto. Dal momento che era una cosa che non mi riguardava affatto, non prestai molta attenzione a questo nuovo venuto. Cominciai a prenderlo in considerazione lo quando lo vidi capitare in ufficio a prendere ordini da Elli. Forse era soltanto una mia impressione soggettiva, ma quel tipo non mi riusc affatto simpatico, la sua presenza mi metteva a disagio. Van Matto si metteva d'impegno per cercare di attaccare discorso con me. Ma io me ne stavo sulle mie. Van Matto cerc quasi di corteggiarmi quando si accorse che ero in ottimi rapporti con Jo Koophuis, e che quest'ultimo sembrava avere una grandissima simpatia per me. Ma io non ricambiai affatto. C'era qualcosa che mi impediva di essere cordiale con lui. Non so dire cosa, ma c'era un aspetto in lui che non mi convinceva Era solo un'intuizione, ma io ho sempre avuto gran fiducia nelle mie intuizioni. Ogni tanto Henk e io facevamo una scappata a Hilversum per far visita alla signora Samson nel suo rifugio. Mettevamo insieme qualche regalino da portarle, niente di costoso perch era sempre pi difficile procurarci oggetti di valore. La signora Samson era pi che felice per queste visite. Era sempre stata una persona estremamente vivace, e la conversazione le veniva naturale come una cascata. In una di queste visite a Hilversum, avvenuta durante la primavera del 1943, la proprietaria della villa nella quale stava nascosta la nostra amica ci disse che voleva parlarci un momento in privato. Ci appartammo con lei in un salottino. Notammo che mentre parlava era piuttosto sconvolta e preoccupata. Ci chiese se eravamo al corrente dei giuramenti di lealt che i tedeschi volevano estorcere agli studenti universitari olandesi. In questi

giuramenti i giovani dovevano impegnarsi ad astenersi da ogni atto che potesse essere considerato contrario al Reich e all'esercito tedesco. Le dicemmo che eravamo al corrente del fatto che molti studenti avevano rifiutato di firmare e che c'erano stati vari scioperi studenteschi a questo proposito in diverse universit olandesi. I tedeschi avevano reagito a questi atti di resistenza nel loro solito modo: arresti e condanne con immediate espulsioni dai corsi per gli studenti oppositori. Giunse al punto che la interessava. Mio figlio Karel ha rifiutato di firmare il giuramento e deve passare alla clandestinit, perci ha bisogno di un nascondiglio. Le feci intendere immediatamente che avevo capito. Non c' bisogno che aggiunga altro. Gli dica che ci venga a trovare ad Amsterdam. Si pu nascondere da noi. Dal momento che la signora van der Hart nascondeva la signora Samson, noi sentivamo un obbligo di reciprocit nei confronti di suo figlio. Poco tempo dopo, in maggio, Karel venne a rifugiarsi da noi nella Hunzestraat. Karel van der Hart era un bel ragazzo slanciato, biondo, di media statura, simpatico. Gli demmo la vecchia stanza della signora Samson. Fin dal primo momento si trov benissimo con noi. Gli piaceva assai la mia cucina, nonostante i limiti imposti dal razionamento. Ci confess che sua madre non era davvero una gran cuoca. Prima della guerra si avvaleva dell'aiuto di persone di servizio e da quando era scoppiata la guerra, una volta sparito il personale, faceva del suo meglio, ma i risultati erano piuttosto terribili. Henk e io ci scambiammo un'occhiata e Karel si mise a ridere. Sapeva benissimo che cosa stavamo pensando: che quando Henk e io andavamo a far visita alla signora Samson il cibo era risultato buono. E' vero, spieg lui quando ci sono degli ospiti il vitto passabile... ma quando siamo soli, beh... le cose vanno peggio. Cercai di far fruttare al meglio le nostre razioni. Henk e io ci guardavamo stupiti per la velocit con la quale Karel riusciva a vuotare un piatto di roba da mangiare. Ovviamente non potevamo informare il signor Frank e gli altri del fatto che Karel van der Hart era nascosto da noi, perch ci costituiva per noi un nuovo pericolo. Ogni nuova minaccia sarebbe stata per loro un nuovo motivo di preoccupazione. Decidemmo subito quale linea di condotta tenere nei confronti di Karel. Henk e io saremmo andati al lavoro ogni mattina come al solito. Karel sarebbe rimasto solo in casa per tutto il giorno. Per un ragazzo della sua et era un tipo di vita troppo solitario, ma che cosa si poteva fare? Che cosa poteva fare d'altro per passare il tempo se non leggere e giocare a scacchi da solo? Avevamo il sospetto che qualche volta uscisse per fare una passeggiatina, ma non glielo chiedemmo mai direttamente. C'era sempre per la casa la piccola scacchiera di Karel aperta e disposta a met di una partita. Aveva tutto il tempo che voleva per pensare alle mosse, e infatti il tempo non passava mai. Era l'epoca delle pulizie di primavera, ma anche questa attivit veniva ridimensionata dalla guerra. Il sapone scarseggiava. I tessuti, i rocchetti di filo e i vestiti stavano diventando sempre pi cari. Dovevo pensarci due volte prima di rammendare i calzini a Henk. Magari quello stesso pezzo di filo poteva essere usato per qualcosa di pi essenziale. Forse i nostri amici ne avevano bisogno in modo drammatico? Spesso la vita di tutti celava un sottofondo di malessere, di senso di colpa, perfino di cattiva coscienza. Quelli di noi che erano in qualche modo privilegiati diventavano

spilorci, quelli che se la passavano appena peggio di noi sembravano gi dei derelitti. Ormai mi ci voleva il doppio del tempo per scovare sufficienti derrate commestibili per tutti noi. Si dovevano fare delle code interminabili nei negozi, poi quando si riusciva ad arrivare al banco ci si accorgeva che non era rimasto quasi niente da comperare: un po di fagioli, della lattuga avvizzita, patate mezzo marce, cibo che una volta mangiato faceva star male. Avevo allargato il mio giro e provavo in molti negozi fuori mano, sempre sperando di scoprire nuove fonti. Il mangiare poi non entusiasmava pi nessuno. Dovevamo ingurgitare qualsiasi cosa ci fosse a disposizione. Questo generava noia e disgusto, anche per l'assoluta mancanza di variet nei cibi, oppure disturbi digestivi, oppure si rimaneva con la fame e nello stesso tempo col mal di pancia. Nel nascondiglio non ci fu una volta che abbia sentito pronunciare una lamentela, che abbia ravvisato un segno di stanchezza o di delusione mentre i cibi venivano tolti dai loro involucri e sistemati sugli scaffali. Non ho mai udito i nostri assistiti lamentarsi una volta di dover mangiare cavolo per due settimane di seguito, o qualsiasi altro genere di vitto. N si sono mai lagnati con me perch le razioni di burro e di grasso non facevano altro che diminuire. Io, per quanto mi riguardava, non ho mai fatto menzione del fatto che la carnagione dei miei amici diventava sempre pi flaccida e pallida. Gli abiti dei ragazzi cominciavano ad andare in pezzi, si sfilacciavano e si consumavano senza rimedio. La signora Koophuis, senza farlo pesare, era riuscita a procurarsi dei vestiti di seconda mano per i ragazzi, e li aveva inviati al rifugio tramite il marito. La pi bisognosa era ovviamente Anna, che stava crescendo a vista d'occhio. Stava letteralmente crescendo fuori dai suoi abiti, e il suo corpo cambiava forma di giorno in giorno. Le scarpe che aveva portato al rifugio ormai le stringevano spietatamente i piedi. Era un po comico vedere gli sforzi che faceva per infilarsele, ma dentro di me in realt io mi sentivo straziata alla vista di quei teneri piedi che stavano crescendo e che avrebbero dovuto servirle a correre, ballare e nuotare. Questo scatto di crescita era perfettamente normale: il 12 giugno Anna avrebbe compiuto quattordici anni. La natura non faceva altro che fare il suo corso, nonostante le condizioni di segregazione nelle quali la ragazza si trovava. Cercammo di fare per lei una festa di compleanno pi bella possibile, dolci, libri, carta per scrivere, piccoli oggetti di seconda mano. Anna si mostrava sempre entusiasta quando riceveva regali e per qualsiasi tipo di ricorrenza. In quella occasione apprezz in modo particolare tutto quello che era stato possibile procurarle. Era uno spettacolo vedere la sua gioia nello scartare i regali e leggere le scritte di dedica. Tutti avevano fatto uno sforzo speciale per mostrarle il proprio affetto, e per vincere lo scoraggiamento incombente. E motivi di scoraggiamento ce n'erano anche pi del solito, perch avevamo appena saputo che al padre di Elli, Hans Vossen, era stato diagnosticato un male incurabile. I medici non avevano dato speranza e avevano pronosticato pochi mesi di vita. Ci riunimmo intorno a Elli, e ci stringemmo anche fra di noi, sperando di scongiurare il terribile spettro della morte circondando questa cara compagna, cos preziosa a tutti noi, membri di quella nostra intima e segreta cerchia di amici. Capitolo dodicesimo. Il signor Frank mi comunic che lui e la moglie si erano resi conto

che Anna aveva qualche problema con la vista. Senza allarmare Anna, si erano accorti che c'era qualcosa che non andava nei suoi vivacissimi e mobili occhi color verde screziato. Non appena ricevetti questa confidenza cominciai a preoccuparmi anch'io. Vivendo confinati in quel rifugio la vista era un fatto d'importanza vitale perch, essendoci tanto tempo nel quale si era costretti a stare immobili, lo si poteva occupare solo leggendo, scrivendo e studiando. Ora che mi avevano messa sull'avviso, notai anch'io che Anna quando leggeva o scriveva mostrava di fare un certo sforzo, e infatti gli occhi le si stringevano a fessura manifestando un certo strabismo. Inoltre il signor Frank mi comunic che soffriva di mal di testa. Che fare? A un certo punto il problema divenne impellente, e se ne discusse apertamente. Era ovvio che Anna avesse bisogno di occhiali. Ma nessuno aveva le idee veramente chiare in proposito. Era il primo problema medico serio che si era manifestato in questo stato di segregazione. Preoccupata per la vista di Anna, cercai d'informarmi al riguardo. Nei pressi dell'ufficio avevo notato l'insegna di un oculista, a non pi di dieci minuti di distanza a piedi. Se avessi portato Anna con me, saremmo rientrate nel nascondiglio in poco tempo. Pensavo che avremmo potuto sbrigare il tutto entro un'ora. Poi, dopo la visita oculistica e la relativa prescrizione, sarei potuta tornare io da sola a ritirare gli occhiali. Inutile nascondere il pericolo di portare per strada clandestinamente una ragazza ebrea, ma era perfettamente superfluo ossessionarci con problemi di rischio. Ero sicura di poter accompagnare Anna, sbrigare ci che era necessario con lei, e poi riaccompagnarla sana e salva al rifugio. Durante una mia visita ai Frank in un tardo pomeriggio feci loro questa mia proposta. Non cercai di esercitare troppe pressioni su di loro, dissi semplicemente quello che avevo pensato e aspettai di sentire la loro reazione. Anna rispose piuttosto emotivamente: la paura la fece impallidire. La potrei portare con me anche subito dissi, pensando che meno ci meditava su meno paura avrebbe avuto. I genitori di Anna si scambiarono sguardi eloquenti, come sanno fare soltanto marito e moglie. Il signor Frank si gratt il mento. I van Daan e il dottor Dussel parteciparono alla discussione. Nessuno prendeva la cosa alla leggera. Dopo tutto era una proposta che non mancava certo di pericoli. Lo sguardo di Anna andava dall'uno all'altro dei suoi genitori. Ammise che la proposta la faceva morire di paura, che solo l'idea di scendere in strada la faceva svenire. Ma se mi dici di andare ci vado disse a suo padre. Far quello che mi dirai di fare. Il signor Frank mi disse che ci avrebbero pensato su, e che mi avrebbero dato una risposta. Il giorno seguente il signor Frank mi disse che ci avevano meditato a fondo e, nonostante la preoccupazione per la vista di Anna, concluse scuotendo tristemente la testa: E' troppo pericoloso uscire in strada. E' meglio che stiamo tutti insieme qui dentro. Poi aggiunse con aria desolata: Per queste cose dovremo aspettare la fine della guerra Per soggiunse: Ma... vedremo..., lasciando in sospeso lo spinoso argomento. A ogni modo la possibilit che Anna scendesse in strada, con tutti i relativi pericoli, non fu pi presa in considerazione. Specialmente in seguito, perch durante un altro pesante raid sulla Germania, il fuoco antiaereo fu molto intenso. Un aereo venne colpito e cadde vicino alla Muntplein, non distante dal luogo dove era situato il rifugio. Si ud una enorme esplosione e si videro distintamente le fiamme dell'incendio che ne deriv.

Nell'appartamento annesso la caduta dell'aereo provoc un vero e proprio panico. Sebbene quando andai a far loro visita, i nostri amici avessero ripreso, almeno apparentemente, la calma, essi vivevano costantemente col pensiero che da un momento all'altro potevano essere bombardati, o che qualcosa poteva precipitare su di loro. Questo incessante senso di terrore li stremava. Si sentivano completamente senza protezione nel caso che fossero stati colpiti da un bombardamento. Non c'era rifugio dove potessero andare, non c'era luogo dove potessero fuggire. Inoltre il terribile rumore delle esplosioni le faceva sembrare molto pi vicine di quello che fossero in realt. L'ansia raggiungeva dei livelli tali che per giorni e giorni sembrava che fossero stremati. Io non potevo far niente per alleviare la loro paura. Questi bombardamenti non solo rendevano palpabile la loro completa vulnerabilit, ma oltretutto c'era anche il terrore per i furti. E dopo vari furti immaginari, negli uffici alla fine ne avvenne uno vero. Non si tratt di un grosso furto: i ladri sottrassero soprattutto bollini per lo zucchero, che erano molto rari in quel periodo, ma facilmente ottenibili da parte di un'azienda che produceva e vendeva marmellate. I ladri inoltre avevano portato via tutto il danaro dalla cassa, e avevano sottratto qualche altro oggetto di poco conto, ma la cosa peggiore e rovinosa per l'equilibrio nervoso dei nostri amici era che erano riusciti a entrare dalla porta principale, che era rinforzata, negli uffici sul davanti. In cerca di bottino i ladri avevano rovistato tutti gli uffici e non era escluso che si fossero spinti fino allo scaffale che nascondeva la porta d'ingresso del rifugio. Anche questa volta la radio era rimasta sintonizzata sulle stazioni della B. B. C., e nessuno degli abitanti del rifugio aveva avuto sentore che ci fossero degli estranei negli uffici sottostanti. Nessuno aveva smesso di fare i normali rumori domestici. Si sar potuto sentire l'acqua correre, o il suono dei passi sulla scala scricchiolante, oppure voci e richiami da un piano all'altro. Cominciarono ad avere la convinzione che la loro fortezza non fosse pi cos invulnerabile. In quei tempi atroci non era irrealistico immaginare che dei ladri potessero andare dalla polizia e riferire che avevano sentito rumori sospetti di gente nascosta. I tedeschi erano disposti a elargire ricche ricompense per quel genere di informazioni. C'era una speciale taglia per ogni ebreo nascosto catturato. Erano tempi nei quali i ladri erano assai pi protetti degli ebrei. Improvvisamente arrivarono delle notizie che risollevarono enormemente il nostro morale: Mussolini era crollato, i nostri alleati inglesi e americani erano finalmente sbarcati sul suolo europeo, e avevano iniziato la loro avanzata dalla Sicilia. I nostri amici rifugiati erano euforici. Il signor Frank e Anna erano i pi fiduciosi che la guerra sarebbe finita presto. Il dottor Dussel e la signora van Daan erano pi cauti ma anche loro abbastanza ottimisti. La signora Frank, il signor van Daan, Margot e Peter erano invece i pi prudenti nelle previsioni di quando gli Alleati avrebbero potuto realmente liberarci. Quando si dovette consegnare ai tedeschi il grosso apparecchio radio che stava nell'ufficio del signor Frank, il signor Koophuis scov da qualche parte una radiolina funzionante che poteva andar bene per il rifugio. Cos i nostri amici non dovettero pi scender gi nell'ufficio per ascoltare i notiziari della B. B. C. e di Radio Orange. La nostra radio, che Henk aveva portato pezzo per pezzo nel rifugio, giaceva ancora smontata nel solaio. I Frank e i van Daan avevano fatto una gran provvista di sapone prima

del loro ingresso nel rifugio. Era durata pi di un anno, ma ora stava finendo e questo sarebbe stato un nuovo problema per i nostri amici, che avevano tutti un gran bisogno di pulizia e di ordine. Nei negozi era difficile trovare sapone perfino con i bollini del razionamento, scarseggiava anche quello sintetico, che serviva a pochissimo e lasciava soltanto una bava grigia nell'acqua. Ogni giorno era pi difficile trovare qualsiasi cosa, entro poco tempo ci sarebbe stata una lotta per saccheggiare le pattumiere. I negozi cominciavano a essere quasi sempre vuoti e, se c'era qualcosa da qualche parte, accorreva subito una folla di possibili acquirenti. Una mattina in cui avevo combattuto una vera e propria battaglia e avevo la mia bicicletta gi abbastanza carica di merce, una motocicletta con sidecar che portava due soldati tedeschi e che veniva guidata ovviamente in modo disattento urt la mia bicicletta. Io riuscii a scendere prima di cadere, ma qualcosa mi fece saltare i nervi. Di solito io so sempre conservare la calma, ma quella volta le imprecazioni mi uscirono di bocca prima che me ne rendessi conto. Spregevoli vigliacchi che non siete altro! esclamai, pur rendendomi conto che alcuni olandesi erano stati uccisi per molto meno. Ma in quel momento non me ne importava proprio niente delle conseguenze, i tiranni avevano fatto traboccare il vaso. Stavo cercando di rimontare sulla mia bicicletta e continuavo a inveire contro quei soldati, quando il guidatore ferm la moto, si volt e mi guard. Il loro motore faceva un tale chiasso mentre io gridavo che dopo - quando ripresi la calma - pensai che forse non avevano capito quel che avevo detto. Comunque i due soldati tedeschi si misero a ridere, si voltarono e ripartirono. Proprio nel momento dello scontro si stava avvicinando un tram, e sia il manovratore che i passeggeri erano stati testimoni dell'incidente. Sempre schiumando di rabbia risalii sulla bicicletta, pedalando lentamente per lasciare che il tram mi sorpassasse. Ma il manovratore mi fece un cenno col capo, come per un saluto, e mi invit a passare avanti io. Aveva capito il pericolo che avevo corso mentre io, nella mia eccitazione, non ci avevo fatto caso, e mi aveva reso omaggio con quel gesto. Quando mi resi conto di quello che mi era capitato, il cuore cominci a battermi forte. Pi tardi quel pomeriggio, mentre portavo al dottor Dussel un pacchetto e un libro, raccontai la storia della motocicletta tedesca a quelli del rifugio. Tutti furono abbastanza sconvolti per il pericolo che avevo corso. In seguito sentii dal signor Frank che il pacco che avevo portato conteneva un libro antinazista proibitissimo e che gi li aveva preoccupati per il semplice fatto di avermelo affidato. Se mi avessero scoperto con quel libro in mano avrei rischiato l'arresto se non la pena di morte. Anna esplose contro Dussel: Ma come ha potuto esporre Miep a un simile rischio? Non credo che qualcuno avrebbe il coraggio di litigare con la nostra Miep rispose Dussel acidulo. Ma Anna era proprio indignata. Se Miep corre un pericolo lo corriamo tutti noi ribatt severa. Una volta, mentre mi trovavo nel rifugio, Anna cominci a provarsi i suoi vecchi vestiti per vedere che cosa avrebbe potuto portare se fosse tornata a scuola. Si mise a chiacchierare a raffica, mentre noi ci mettemmo tutti a ridere nel vedere le maniche dei suoi golf che le arrivavano solo a met braccio, per non parlare del resto: la forma del suo corpo era talmente cambiata che sarebbe stato ormai impossibile far combaciare bottoni e asole. Anna ne approfitt per improvvisare una scenetta, ma sotto sotto era assai delusa.

Anna aveva serbato un lato di spontaneit quasi infantile, ma qualcosa in lei stava cambiando e andava avvicinandosi a un riserbo pi adulto e a una nuova maturit. Era arrivata nel rifugio bambina e ne sarebbe ripartita donna. Fra Anna e me si stava sviluppando un nuovo tipo di intesa, e a volte non c'era neanche bisogno che scambiassimo una parola. Io sentivo quello che sentiva lei, e ci che desiderava, come capita fra donne. Man mano che cresceva cercava sempre pi la mia compagnia e quella dei visitatori che venivano dai piani inferiori. Margot e Peter invece nel corso di quell'anno non si erano avvicinati a Henk e a me. Anna provava piacere a dividere i suoi pensieri con me. Margot e Peter non esprimevano desideri, bisogni, e non esprimevano niente di loro stessi. Come era avvenuto quando era pi piccola, e ora forse ancora di pi, Anna vedeva Henk e me come la coppia romantica per eccellenza. Le difficolt delle condizioni nelle quali si trovava a vivere non avevano cambiato la natura di Anna. Potevo capire come Henk sembrasse attraente a una ragazzina romantica come lei: alto, bello e imponente come era. Henk non sembrava mai stanco ed emanava una perenne vitalit. Tutti apprezzavano il suo acuto umorismo, ed era sempre una preziosa fonte di informazioni. Per quanto riguardava me, Anna sembrava studiarmi di continuo. Vedevo che apprezzava il mio senso di indipendenza e il mio coraggio di fronte a qualsiasi circostanza. Sembrava apprezzare anche la mia femminilit. Qualsiasi pettinatura portassi e qualsiasi cosa mi mettessi addosso, era sempre piena di complimenti e di domande. Anche lei sperimentava nuove pettinature per i suoi folti e luminosi capelli bruno scuri. Tentava anche di ritoccarsi gli abiti, per renderli pi graziosi o per sembrare pi adulta. Mi sentivo molto vicina ad Anna, che stava vivendo un cos importante periodo della sua vita in un'epoca cos piena di pericoli. Le cose graziose sono importantissime per le adolescenti di quattordici anni, che cominciano a sentirsi graziose anche loro. E purtroppo era difficilissimo potersi procurare cose belle. Penso che Anna a volte si sentisse carina e a volte sgraziata. Decisi di mettermi di impegno per trovare qualcosa di confacente alle nuove esigenze femminili di Anna. Un giorno mi imbattei proprio in ci che ritenni non potesse essere pi adatto: un paio di scarpine da sera rosse, di cuoio e con i tacchi alti. Erano usate ma in ottime condizioni. Non ero sicura che la misura fosse giusta, e sarebbe stata una grande delusione se non l'avessi azzeccata. Ma poi pensai: Tentiamo la sorte, le comprai Quando arrivai nel nascondiglio me le tenni nascoste dietro la schiena. Mi piazzai davanti ad Anna e gliele misi davanti agli occhi. Non ho mai veduto nessuno felice come Anna quel giorno. In un baleno se le infil, e calzavano a pennello. Non aveva mai portato scarpe col tacco alto. Barcollava un po, ma camminava con decisione, mordendosi il labbro superiore and su e gi per la stanza, e poi ancora. E ogni volta camminava meglio. Nel periodo fine estate-autunno 1943 i tedeschi avevano cominciato a eseguire retate per catturare uomini olandesi non ebrei fra i sedici e i quarant'anni. Venivano spediti in Germania per il cosiddetto servizio di lavoro Alcuni venivano convocati, altri presi direttamente per strada e fatti salire sui camion con la minaccia delle armi, da parte della polizia verde Questa per noi fu una minaccia in pi. Henk aveva trentotto anni ed era perfettamente adatto alle esigenze dei nazisti. Una sera eravamo tornati tutti e due dai nostri uffici stanchi morti, come del resto lo eravamo ogni sera. Henk mi disse che aveva qualcosa d'importante da

dirmi, io mi sedetti per ascoltarlo con tutta la mia attenzione. Un giorno raccont Henk mentre ero al lavoro andai in bagno a lavarmi le mani. Mi trovavo l, quando un mio collega, un simpatico ragazzo che conosco bene, dopo essersi assicurato che non ci ascoltava nessuno, mi chiese senza mezzi termini se volevo entrare a far parte di un gruppo della Resistenza che si stava organizzando nell'ufficio. Mi disse di pensarci bene, perch era un'attivit molto pericolosa. Feci alcune domande per sapere che tipo di lavoro fosse e chi vi partecipasse. Mi disse che dei circa duecentocinquanta dipendenti del nostro settore la proposta era stata fatta solo a otto. E mi elenc alcuni nomi di questi aderenti alla Resistenza. Fui sorpreso che avesse una tale fiducia in me tanto da farmi perfino dei nomi. Dissi subito: "Accetto". Ascoltavo Henk cercando di non fargli capire che mi stava i venendo il nodo alla gola. Lui continu: La prima cosa che fece dopo che ebbi accettato di far parte della loro organizzazione, fu di portarmi da un medico, che lavorava per la municipalit di Amsterdam. Parlai con questo dottore, prese il mio nome e mi disse che, se mi fossero capitati dei guai o se avessi ritenuto di dover sparire per qualche tempo, potevo andare a un determinato ospedale e fare il suo nome e anche il mio, dopodich mi avrebbe ricoverato e avrei potuto stare al sicuro per il periodo necessario, oppure avrebbero deciso di trovarmi un nascondiglio Attesi che Henk mi informasse sul lavoro pericoloso che era chiamato a compiere ma non mi disse niente. Invece aggiunse: Vedi, Miep, ti dico tutto questo perch ora col pericolo delle nuove retate, in caso dovesse succedermi qualcosa, voglio che tu conosca la mia situazione, cio che faccio parte della Resistenza Come moglie non potei fare a meno di mostrargli la mia preoccupazione. Per ero contenta che fosse diventato partigiano e che potesse fare qualcosa di concreto contro i nostri oppressori. Mi preg di non preoccuparmi. Se una sera non torno a casa, qualcuno ti far avere un messaggio. Lo sguardo che gli detti fu eloquente: Come pretendi che non mi preoccupi? Ti potrai preoccupare soltanto se ti manderanno un messaggio da un ospedale aggiunse Henk. Concordammo nel non rivelare niente di questo nuovo pericolo ai nostri amici nascosti. Del resto Henk non volle darmi altri particolari n io feci altre domande. Cionondimeno quest'idea mi rodeva e non potei fare a meno di chiedergli: Henk, da quanto tempo sei nella Resistenza? Saranno circa sei mesi rispose. Non te lo avevo detto perch volevo evitarti un'altra preoccupazione. Durante tutta l'estate continuarono le retate di ebrei ad Amsterdam. Una bellissima domenica, alla fine dell'estate, i tedeschi organizzarono un'ampia retata proprio nel nostro Quartiere dei Fiumi. Tutte le strade furono bloccate. Camion e camion della polizia tedesca sfilarono. Vidi passare anche colonne di camion carichi di poliziotti vestiti con le uniformi verdi. Altri soldati sorvegliavano i ponti e gli incroci cos che nessuno poteva fuggire. Per tutto il vicinato si potevano udire i loro fischi acuti e laceranti, e poi il rumore degli stivali, i colpi del calcio dei fucili contro le porte, gli scampanellii insistenti, e le voci rauche e terrorizzanti dei miliziani tedeschi che urlavano: Aprite, presto, presto! Henk e io stemmo in casa tutto il giorno. Per ore e ore gruppi di ebrei dall'aria derelitta con la stella gialla di David, portando sacchi da montagna e valigette, erano spinti e marciavano in gruppi disordinati, circondati dalla polizia verde, passando per la strada

proprio sotto le nostre finestre. Era uno spettacolo cos angosciante, cos straziante, che dovemmo distogliere lo sguardo. Pi tardi nella giornata sentimmo un leggero bussare alla nostra porta. Andai ad aprire. Vidi una vicina del piano superiore che conoscevo appena. Avr avuto una quarantina d'anni. Era una donna sempre ben vestita e lavorava in una delle pi eleganti boutiques sulla Leidesplein, un negozio chiamato Hirsch. Molte volte avevo ammirato i modelli nelle sue vetrine, ma per me avevano prezzi proibitivi. Viveva con sua madre nell'appartamento sopra il nostro. Erano ebree. Portava in braccio un gatto con un folto pelo e una cesta per gatti. Con uno sguardo implorante disse: Potreste prendere il mio gatto e darlo alla protezione degli animali, oppure, se volete, tenerlo voi.... Il suo sguardo era pieno di paura. Mi resi conto subito della situazione. Era stata presa dai tedeschi e le avevano dato pochi minuti per prepararsi. Allungai le mani verso il gatto e dissi: Me lo dia Lo presi fra le braccia. Mi ripromisi di non consegnarlo mai alla protezione degli animali. Mai. Glielo dissi: Mi prender cura di lui fino al vostro ritorno Si chiama Berry disse e in pochi attimi spar. Gli guardai il musetto. Era quasi bianco, con qualche macchia nera sul dorso. Anche lui mi guard. Lo tenni in braccio e lo portai in casa. Si mise subito a suo agio. Che gatto dolce!, pensai. Mi innamorai di lui istantaneamente. Da allora Berry fu come un nostro bambino. Tutti i giorni stava nell'andito ad aspettare che Henk tornasse dal lavoro, e tutti i giorni, quando lui rientrava a casa, Berry gli saltava addosso e gli mordicchiava dolcemente il mento. Capitolo tredicesimo. Elli e io cominciammo a non occuparci pi di una parte del lavoro di ufficio, come per esempio archiviare, rubricare e preparare la posta per la spedizione, in modo che potessero farlo Margot e Anna durante la notte, e che cos ci alleggerissero di alcuni compiti. Preparavamo il lavoro da fare per le ragazze negli uffici sul retro, e quando ritornavamo al lavoro il giorno dopo lo trovavamo in ufficio ben fatto e pronto. Margot e Anna per non dovevano mai entrare negli uffici sul davanti perch in quelle stanze le tende non erano chiuse. Le ragazze provavano un gran piacere ad aiutarci. Si sentivano un po come fate notturne. Quando i locali erano chiusi e serrati loro scendevano gi, ad archiviare o a far qualsiasi altro lavoro avessimo preparato, e il giorno dopo sembrava che nessuno avesse messo piede in quegli uffici. Quelle stanze sul retro erano impiegate anche per altre attivit, dopo le normali ore di ufficio e durante i weekend, quando non veniva nessuno. Il dottor Dussel aveva cominciato a studiare spagnolo, e qualche volta approfittava dell'ufficio privato del signor Frank per poter studiare in pace. Qualsiasi forma di privacy era ormai considerata dai nostri amici come un immenso privilegio. Durante i weekend, dal momento che nella cucinetta posta sul piano degli uffici c'era un piccolo scaldabagno che non poteva essere visto dalla strada, il nostro bagno divenne un luogo dove finalmente i nostri amici si potevano lavare a saziet e con acqua calda sufficiente. Io penso che qualche volta scendessero al piano di sotto solo per il piacere di cambiare ambiente o anche per stare un po soli. L'idea che l'inverno si stava nuovamente avvicinando non rallegrava proprio nessuno: un secondo inverno di segregazione. Eravamo stati

cos sicuri che la guerra sarebbe terminata prima di allora. Comunque serbavamo vive speranze che durante questo secondo inverno i nostri alleati avrebbero fatto progressi decisivi. Man mano che l'inverno si avvicinava, la signora Frank cominci a comportarsi in modo strano. Quando io me ne andavo dal nascondiglio, lei mi seguiva fino a dove le era possibile, cio fino al lato interno dello scaffale girevole. Era come se desiderasse scortarmi, ma poi, invece di salutarmi, rimaneva in piedi e mi guardava con un'espressione bisognosa negli occhi. Me ne stavo un po l ferma ad aspettare che mi dicesse qualcosa, ma lei non diceva niente. Stava semplicemente l immobile. Cominciai a sentirmi imbarazzata da questi duetti silenziosi. Mi domandavo, ma di cosa potr aver bisogno? Ci volle un po ma poi capii che desiderava parlare con me in modo confidenziale e non in presenza di altri. Cos mi concessi dell'altro tempo e mi trattenni ogni tanto con la signora Frank nella camera da letto che lei divideva con suo marito e con Margot. Ci mettevamo sedute sull'orlo del letto, e io ascoltavo ci che aveva da dirmi. Quello di cui voleva parlarmi, e che non poteva rivelare di fronte agli altri, era che stava soffrendo di una intollerabile depressione. Sebbene gli altri non facessero altro che contare i giorni che li separavano dall'arrivo degli Alleati, immaginando che cosa avrebbero fatto una volta liberati, la signora Frank mi confess che si vergognava terribilmente, ma che credeva che la fine non sarebbe arrivata mai. Qualche altra volta si lamentava dei coniugi van Daan, e questo era un fatto che non era mai avvenuto, per lo meno per quanto ne sapevo io, nell'appartamento annesso Se c'erano tensioni e conflitti, venivano accuratamente nascosti quando uno di noi andava a far loro visita. Lei aveva invece assoluto bisogno di sfogarsi. Si crucciava che la signora van Daan non facesse che lamentarsi per via delle ragazze, e soprattutto a causa di Anna, sostenendo che a suo avviso le ragazze erano di mentalit troppo libera A quanto sembrava, la signora van Daan esternava le sue lamentele contro le ragazze a tavola durante i pasti comuni. La signora van Daan diceva cose di questo tipo: Anna veramente impertinente... e sboccata, le viene data troppa libert Queste critiche contro Anna e Margot risultavano insopportabili alla signora Frank. Poi, con voce scura e appena sussurrata, esprimeva le paure che la ossessionavano e che teneva chiuse in s. Miep, sento che non ci sar mai una fine diceva. Una volta mi disse: Miep, tieni a mente questo: dopo la guerra la Germania non sar mai pi come era prima Io ascoltavo con comprensione qualsiasi cosa avesse da dirmi. Poi, quando dovevo proprio andarmene, ero costretta a interrompere i suoi discorsi, perch mi aspettavano i miei lavori domestici o qualche altra cosa. Le promettevo sempre che avremmo parlato insieme di nuovo. La lasciavo seduta in quella stanza con un'espressione depressa e sconsolata. Nell'inverno del 1943 si aveva la netta impressione che ad Amsterdam non ci fosse pi rimasto un solo ebreo. Certo non se ne vedevano pi nella Amsterdam Sud. O erano stati deportati, o erano nascosti, oppure fuggiti. Mi domandavo con angoscia che cosa fosse successo di tutta quella gente. Circolavano delle voci terribili. Negli appartamenti di propriet ebraica vuoti - per lo meno per quanto riguardava il nostro quartiere - piombavano gli sgomberatori della Puls e portavano via tutto quanto. Poi subentrava una nuova famiglia. Non sapevamo di che genere di famiglie si trattasse, n facevamo domande. Ci era comunque noto che alcuni erano membri del N. S. B., che avevano sempre la

precedenza sugli appartamenti disponibili. Purtroppo, il solo modo con cui poteva capitare di vedere ancora degli ebrei era di scorgerli galleggiare in un canale, con la faccia all'ingi. A volte venivano gettati nei canali proprio da quelli che li avevano tenuti nascosti, perch se qualcuno di loro moriva mentre era nascosto, questa era l'unica, anche se atroce, maniera di liberarsene. Gli ebrei non avevano pi diritto a un funerale. Un'altra terribile preoccupazione per i soccorritori era che i loro assistiti ebrei dovessero cadere ammalati. Henk e io ci trovammo in una situazione del genere quando tornando a casa una volta trovammo Karel van der Hart piegato in due a causa di dolori e con la testa stretta fra le mani. Ci guardammo allibiti. Sapevamo di non poterlo portare da un medico o farlo ricoverare in un ospedale, perch era privo di documenti legali. Dovevamo cavarcela da soli. Karel stava soffrendo talmente che all'inizio non riuscii neanche a capire dove fosse localizzato il suo male. Poi capii che era in mezzo alla fronte. E' come una lama di coltello conficcata in mezzo alla testa disse. Henk e io lo distendemmo sul letto, ma non sapevamo proprio che cosa fare. Mentre lui smaniava e si contorceva, misi dell'acqua a scaldare. Poi presi un guanto di spugna e sedetti accanto a lui. Inzuppai il guanto nell'acqua calda. Consolandolo, gli applicai il panno caldo sulla fronte. Non avevo idea se stessi facendo la cosa giusta, ma non feci altro che bagnargli la fronte con l'acqua calda. Henk mi guardava dal vano della porta con aria preoccupata. Il dolore continuava, ma piano piano la notte pass. La mia cura sembrava non servisse a niente. In testa mi stavano girando i pensieri peggiori. Cionondimeno seguitai ad applicare calore e pressione, e a confortare il povero ragazzo come potevo. Continuai con gli impacchi di acqua calda senza smettere anche quando venne il mattino e si cominciarono a sentire i primi rumori dalla strada. All'improvviso Karel emise un grido straziante, come se fosse in agonia, quasi un belato, e gli usc un fiotto di pus dalle narici. Ne venne fuori un vero e proprio rivolo, e poi cess. Cominci a sbattere gli occhi e prese un bel respiro. Poi si sollev su di un braccio e mi guard con un'espressione di sollievo. Mi sento un po meglio, Miep, disse il dolore sta diminuendo. Non ho mai saputo che cosa gli fosse successo, so soltanto che abbiamo avuto un'immensa fortuna che la crisi sia passata cos come era arrivata. Fu un inverno particolarmente freddo e piovoso. Dovevamo combattere sempre con la pioggia ruscellante e le strade scivolose. Le ricerche di cibo divennero ancor pi penose, e sopravvenne quasi una vera e propria carestia. Dovevo cercare e cercare senza sosta. C'erano undici bocche da sfamare, ed ero io ad avere quella responsabilit vitale. Mi sentivo come una cacciatrice perenne, e rimuginavo sempre sopra questo mio problema di trovar cibo. Piano piano mi trasformai quasi in una spazzina, sapevo far fruttare anche i rifiuti. Non mi veniva neanche in mente che avrei potuto ammalarmi, e il pensiero che potessi prendermi una vacanza non mi sfiorava neppure. Eravamo assediati dalla nostra peggiore ossessione: la malattia. Il signor Koophuis fu di nuovo ricoverato in ospedale a causa del suo stomaco malandato. Poi io mi storsi una caviglia durante una gelata terribile. Infine, un'influenza mi atterr. Temendo di poter contagiare qualcuno, mi misi a letto. Nella mia camera semibuia passavo il tempo in uno stato di dormiveglia stesa nel mio letto pieno di coperte di lana, e percorsa in

continuazione da brividi e da sensazioni di gelo. Non potevo pensare ad altro che ai miei amici nel nascondiglio. La preoccupazione per loro mi pesava come un masso sul petto. Non facevo altro che pensare notte e giorno: che accadr, che succeder? Sapevo che il patrimonio dei van Daan stava per finire e che il signor Koophuis aveva venduto in via privata alcune delle loro propriet e che stava cercando di venderne altre al mercato nero, comprese le pellicce e i gioielli della signora van Daan. Ero poi convinta che un anno e mezzo di solitudine e inattivit aveva finito per logorare il sistema nervoso a tutti. Mi ero accorta che Margot e Peter diventavano sempre pi assenti. Mi rendevo conto che quando entravo da loro per una visita sparivano le scintille di conflitti che erano in atto, e tutti mi mostravano delle facce serene ma in modo un po forzato. Anna stava sempre pi spesso sulle sue, scrivendo il suo diario su nel solaio, sola e scontrosa. I demoni dell'ansia mi facevano sentire ancora pi malata di quello che ero, mentre me ne stavo distesa nel letto. Ma non potevo rimanermene in ozio per troppo tempo e, sebbene non fossi ancora completamente guarita, appena in grado di stare in piedi, ricominciai a prendermi addosso tutto il mio carico di responsabilit. A complicare le cose sopravvenne un altro fatto: la famiglia di Elli dovette rimanere in isolamento per un caso di difterite. Si trattava di una malattia cos contagiosa che Elli non pot lavorare per pi di un mese. Con tutti questi problemi di salute, nel rifugio stava subentrando un'atmosfera di grande cupezza. Cercai di escogitare qualcosa che potesse tirare un po su il morale, visto che si avvicinava il periodo delle feste. Cominciai a mettere da parte tutti i dolci che riuscivo a trovare, perch avevo il pallino che non ci fosse niente di meglio dei dolci per rallegrare le feste. Arraffavo pezzi di burro e farina cercando di non far capire che avevo in mente di cucinare delle vere e proprie torte. Non speravo di poter ripetere la grande festa di San Nicola che avevamo avuto l'anno precedente. Ma anche Anna aveva qualcosa in mente. Proprio in occasione della festa di San Nicola capii che era riuscita a vincere il suo stato di letargo e aveva fatto un piccolo complotto segreto con suo padre. Il signor Frank e Anna avevano scritto insieme dei poemetti in rima per ciascuno dei membri della comunit e presentarono questa loro sorpresa riempiendo una grande cesta di scarpe. Ogni scarpa apparteneva a una persona diversa e dentro a ognuna c'era una poesia originale, a volte pungente a volte molto scema. Subito dopo la festa di San Nicola, Anna fu messa a letto con una terribile influenza bronchiale. La tosse rappresentava un grosso problema durante il giorno, bisognava soffocarla a ogni costo. Dalla sua stanza provenivano suoni attutiti di tosse e di starnuti, finch non fu di nuovo guarita. Quando mi recavo da loro in visita non mancavo mai di andarla a trovare. Per Natale Anna fu molto orgogliosa di regalarmi dei dolcetti di crema che aveva confezionato lei stessa per compiacere la mia nota ghiottoneria. Anche lei aveva messo da parte in segreto le sue razioni, proprio allo scopo di preparare per me quei dolcetti che si scioglievano in bocca. Anna me li fece gustare seduta stante per accertarsi se li apprezzavo davvero. Si mise a ridere, con gli occhi che le brillavano, quando mi leccai le dita. Ero stata battuta da Anna proprio nel giuoco nel quale volevo essere la campionessa, quello delle sorprese, cosa che mi rese ancor pi determinata a impegnarmi, cucinando per lei e per loro il pi bel dolce che mi fosse possibile. I pezzi di burro e di zucchero stavano diventando un bel mucchietto. Si stavano avvicinando gli ultimi giorni

dell'anno, erano scuri, corti e cupi, in questa nostra Amsterdam occupata. I bombardamenti alleati sulla Germania stavano aumentando, cos che il rombo degli aerei ce l'avevamo sempre nelle orecchie durante la notte. Koophuis, Elli, Kraler, Henk e io progettammo la nostra festa a sorpresa per il penultimo giorno dell'anno, un venerd sera, dal momento che saremmo potuti rimanere dopo che tutti gli altri dipendenti se ne fossero andati via, e cos ci sarebbe stato possibile regalare ai nostri amici tutto quello che eravamo riusciti a mettere insieme. L'orario di lavoro fin e Henk arriv dal suo ufficio. Prima di salire aspett che l'ultimo dei nostri colleghi se ne fosse andato via con la sua bicicletta. Trasportammo tutti quanti i nostri regali su per la ripida scaletta. Henk aveva raccolto al mercato nero una buona provvista di birra per la nostra riunione. Tutti noi eravamo venuti portando cose buone, e io avevo preparato la mia famosa torta alle spezie, che era la preferita di Anna. La nostra parata fu per loro come un elisir di gioia. Al nostro cospetto otto bocche cominciarono istantaneamente ad avere l'acquolina alla vista del dolce. Il signor Frank mise a scaldare l'acqua per fare una specie di caff. La birra fu versata mentre eravamo tutti intorno alla tavola. Anna si accorse dell'augurio che io avevo scritto in cima al dolce e lo fece notare a tutti gli altri. Con birra e caff ci fermammo per un istante e facemmo un brindisi al mio messaggio augurale: "Pace con il 1944!" Una sera Henk non rincas dopo il lavoro. Io mi ero trascinata a casa come al solito. Avevo acceso il fuoco e messo un po di roba da mangiare in pentola. Ero in attesa dei suoni familiari che Henk faceva al suo rientro: la porta che si apriva, la bicicletta portata nell'androne, il gatto Berry che saltava su a stuzzicargli il mento. Ma non torn, cos spensi il fuoco sotto la pentola e mi misi ad aspettare. Anche Berry, che di solito gironzolava per i giardini finch non veniva l'ora del ritorno di Henk, si mise ad aspettare. Cos presi a riordinare qua e l, e cominci la mia attesa, sempre pi nervosa man mano che i minuti passavano. Henk era cos abitudinario! Mi ero completamente assuefatta ai suoi orari, per esempio a quello del ritorno a casa che era sempre lo stesso. Negli ultimi mesi, gradualmente, Henk mi aveva confidato qualcosa della sua attivit nella Resistenza. Mi aveva detto che uno degli scopi principali della sua organizzazione era quello di determinare chi avesse maggiormente bisogno di aiuto. Di solito erano lavoratori che si erano rifiutati di partire per la Germania, e perci si erano dovuti nascondere e cos non erano pi in grado di provvedere alle loro famiglie. Erano uomini e donne in pericolo e perci obbligati a nascondersi. Erano gente come noi, potevamo essere noi. Il compito di Henk nella Resistenza consisteva nell'andare a trovare queste persone usando parole d'ordine e avendo a disposizione appositi elenchi. Si informava dei loro bisogni, e quindi forniva loro, tramite la sua organizzazione, ci di cui avevano pi necessit, denaro o carte annonarie. Dal momento che Henk era un operatore sociale del comune di Amsterdam, cio uno specialista dei bisogni sociali, aveva uno status perfettamente adatto per questo compito. Mentre passavo la notte ad aspettare Henk, i miei nervi cominciarono a cedere. Non sapevo che fare, dove guardare, a chi parlare. Henk mi aveva detto semplicemente che qualcuno mi avrebbe informato se lo avessero arrestato. In caso di arresto era sempre bene che io sapessi o cercassi di sapere il meno possibile. Man mano che le ore della notte passavano, io mi sentivo peggio. Non potevo far niente per

calmare i pensieri che mi venivano in testa: che Henk fosse stato arrestato, che fosse ferito. Non ce la feci pi a star ferma. Presi il cappotto e uscii nella notte gelata. A un telefono pubblico chiamai il cognato di Henk il quale, essendo un uomo d'affari importante, aveva delle conoscenze nella polizia di Amsterdam. Rispose lui personalmente al telefono. Henk non tornato a casa sbottai io. Ebbi l'enorme sorpresa di sentire mio cognato ridere. Beh? rispose. E' qui con noi seduto in salotto che sta bevendo un drink. E' il mio compleanno. Mi sentii sollevata, e poi un po stupida. Vuoi parlare con lui? mi chiese. No, lasciagli godere il suo drink. Digli di restare e anzi non fargli sapere che ho telefonato. Tornai a casa e coprii la cena in modo che potesse poi mangiarla al suo ritorno. Dappertutto sui muri, negli appositi spazi, erano attaccati manifesti nei quali si fornivano informazioni e si davano avvertimenti. Questi annunci descrivevano esecuzioni di partigiani, specificando nomi, et e occupazioni. Inoltre le minacce contro coloro che aiutavano gli ebrei stavano diventando sempre pi dure. I nostri amici nascosti amavano molto che si raccontasse loro ci che accadeva fuori e soprattutto i fatti della Resistenza. Henk, che era un ottimo narratore, si dilungava a far conoscere tutto ci che gli era possibile dire senza essere imprudente, in particolare si soffermava sugli atti di sabotaggio contro i nostri oppressori. Teneva il gatto di Peter in grembo mentre Anna beveva ogni sua parola. Gli occhi della ragazza splendevano di entusiasmo. Naturalmente Henk si guardava bene dal dire ai nostri amici che anch'egli faceva parte della Resistenza e che di qualche episodio magari era stato testimone. Non voleva certo preoccuparli. N parlammo mai di Karel che stava nascosto nella nostra casa. Eliminavamo dai nostri racconti tutto ci che avrebbe potuto procurare loro ansia o paura. In febbraio mi ammalai di nuovo di bronchite. Sembrava che cadessimo ammalati a turno. Henk fece di tutto per prolungare le sue visite al rifugio in modo da compensare la mia assenza. I nostri assistiti avevano un bisogno vitale delle nostre visite. Sebbene non ci fossero lamentele in proposito, sapevo bene che le riserve di cibo che avevano portato i Frank e i van Daan stavano per esaurirsi. Ora purtroppo si trovava solo roba da mangiare semiavariata. Ma dovevo comperarla ugualmente. Tutti ormai avevamo problemi digestivi. Era quasi impossibile procurarsi grasso, e soprattutto burro. Il signor van Daan moriva dietro alle sigarette, a volte se le fabbricava con surrogato di tabacco, ma pi spesso ne faceva a meno e questo per lui era veramente insopportabile. Herman van Daan era semplicemente uno schiavo del tabacco. Quando, ci chiedevamo tutti, gli Alleati "avrebbero" dato inizio alla liberazione? Da mesi correva voce che stessero progettando un'invasione enorme, un attacco massiccio per liberarci una volta per tutte. Ne aspettavamo l'arrivo giorno dopo giorno. Nel febbraio 1944 compii trentacinque anni. Ma, fatto pi importante, il giorno dopo era il compleanno di Margot: compiva diciotto anni e bisognava dedicarle un'attenzione speciale; cos andammo tutti alla ricerca di qualche regalino. Nonostante la drammaticit degli eventi, non dimenticammo mai di festeggiare un compleanno. Il giorno del mio compleanno, nell'alloggio segreto, la signora van Daan mi prese inaspettatamente da parte e mi chiese di uscire con lei

nel corridoio vicino alla scala. Mi preparai a ricevere qualche brutta notizia, ma lei invece mi guard negli occhi e disse: Miep, io e Herman abbiamo cercato di trovare un modo per esprimere l'inesprimibile. Ma le parole non bastano. Questo solo un piccolo simbolo della nostra stima e amicizia nei suoi confronti... Ecco.... Mi infil un pacchetto tra le mani. Lo apra! Non c'era bisogno... cominciai a dire, ma lei mi esort ad andare avanti con una lieve pressione del pollice. Lo apra insistette. E cos feci. Dentro c'era un anello, un'onice nera a forma di rombo con un diamante scintillante incastonato al centro. Un bellissimo anello antico. Ma ebbi immediatamente voglia di protestare, pensando a quante sigarette e salsicce al mercato nero si potevano comprare con quell'anello per i van Daan, che ora avevano cominciato ad attingere ai beni di famiglia, svendendo quanto potevano attraverso il signor Koophuis. Una mano invisibile e decisa, per, mi tenne chiuse le labbra e rimasi in silenzio. Lasciando da parte la praticit, ricambiai lo sguardo di quegli occhi scuri e le dissi, infilandomi l'anello all'indice: Lo porter sempre, in segno di amicizia Mi stava perfettamente. La signora van Daan mi pose la mano sulla spalla per un attimo e la strinse; poi ci dividemmo. Alla fine di febbraio l'ufficio venne nuovamente visitato dai ladri, il che ci fece venire i nervi pi tesi che mai. Questa volta avevano rovistato negli uffici lasciando tutto in disordine e la porta principale che sbatteva al vento. Fummo presi da una paura terribile: i ladri avevano sentito le persone nascoste nel rifugio? Erano gli stessi ladri di prima? Avrebbero avvertito la polizia della loro eventuale scoperta per intascare una ricompensa? Nell'alloggio segreto Frits van Matto, l'addetto al magazzino, non riscuoteva simpatie. Pur non avendolo mai incontrato, per qualche motivo i nostri amici non si fidavano di lui e ci chiedevano sempre cosa facesse e cosa non facesse. Erano anche preoccupati per tutti quelli che ora vagavano per le strade di Amsterdam, molti dei quali avevano preso a rubare. Finalmente arriv marzo, segno della fine imminente di quei giorni freddi e bui. Come non mai prima, ci preparammo ad accogliere la primavera. Ovunque era difficile trovare carbone e a volte, per brevi periodi, mancava anche l'elettricit. Henk venne a sapere che le persone che fornivano clandestinamente i tagliandi annonari agli amici dell'alloggio segreto erano stati presi: all'improvviso, questa linea di comunicazione vitale era stata interrotta. Non potendo fare altrimenti, fummo costretti a informarli dell'accaduto. Grazie alle sue altre attivit clandestine, Henk riusc per a procurarsi cinque nuove tessere; cinque tagliandi, tuttavia, non bastavano a dar da mangiare a otto persone. Cos Henk promise loro che avrebbe cercato di sistemare meglio le cose; la notizia venne bene accolta nell'alloggio, ma naturalmente non potevano nascondere la loro paura. Un giorno, mentre seduta alla scrivania mi stavo occupando di alcune fatture, sentii le campane della Westertoren suonare mezzogiorno. I magazzinieri di sotto, uscendo per la pausa del pranzo, chiusero con forza la porta; poi tutto piomb nel silenzio. Henk doveva venire per pranzare con me e io continuai a lavorare, aspettando il suo arrivo. Alla fine, sentii il suo passo che si avvicinava e, alzando gli occhi, mi accorsi che era molto agitato. Mi disse che doveva parlarmi di una cosa importante e dal tono della sua voce intuii il pericolo. Uscimmo a fare una passeggiata lungo il canale: il ghiaccio, sciogliendosi, si era diviso in grossi pezzi. Henk cominci subito a parlare: Proprio mentre stavo uscendo, questa mattina sono venuti a

casa due "signori" dell'Omnia L'Omnia era una ditta tedesca gestita da nazisti olandesi che aveva l'incarico di liquidare propriet o imprese appartenenti a ebrei, o di scoprire perch non fossero state ancora liquidate. Non avevo scelta: li ho invitati a entrare. Avevano un aspetto sgradevole. Nell'invitarli, ho alzato la voce, sperando che Karel sentisse e si tenesse alla larga. Sbirciando le cose nel soggiorno, mi hanno spiegato lo scopo della loro visita: sembra che qualche anno prima il figlio della signora Samson abbia commerciato in stoffe, usando l'indirizzo di sua madre come recapito per la sua amministrazione. Lo scopo della visita era quindi cercare di scoprire attraverso me che ne stato di lui e della sua attivit. Gli ho detto che, a quanto ne sapevo, si era sposato e trasferito con la moglie in un altro quartiere di Amsterdam Sud. Non avevo idea se abitasse ancora l o se fosse stato arrestato. Altro non sapevo; il che, come sai, la verit. Poi hanno cominciato a perquisire la casa, ad aprire cassetti e a esaminare documenti e armadietti della signora Samson. Per tutto il tempo mi tormentava l'idea che Karel fosse l da qualche parte. Procedevano disordinatamente e in maniera grossolana. Tra le cose della signora Samson hanno trovato dei documenti che li interessavano, che noi non abbiamo mai toccato o guardato, e li hanno messi in tasca. Poi hanno cominciato a farmi domande: Quando mi ero sposato? Come ero riuscito ad avere l'appartamento e i mobili? Cercavo di pensare alla svelta. Ovviamente, non gli potevo dire che quando la signora Samson era andata ad abitare in un rifugio segreto noi avevamo lasciato immutata la sua piccola stanza. Avevamo fatto registrare l'appartamento a nostro nome, cosicch nessuno avrebbe potuto portar via i beni degli ebrei e sarebbero rimasti in buone mani finch la signora Samson non li avesse ripresi alla fine della guerra. Avevamo persino detto al nostro padrone di casa - che, a quel tempo, era membro del N. S. B. - che avevamo trasportato alcuni beni di propriet di ebrei nella camera della signora Samson. Allora non si era mostrato particolarmente interessato alla cosa, ma mentre Henk raccontava l'accaduto, nella mia mente si accavallavano i pensieri: mi chiedevo se il padrone di casa non si fosse messo in contatto con l'Omnia per dare informazioni sul nostro conto. Avere beni di ebrei senza autorizzazione era illegale, ma almeno il fatto che non avessimo tenuto nascosto niente al padrone di casa in qualche modo ci tutelava, anche se quanto gli avevamo detto in parte non era vero. Non avevamo mai toccato nessuna delle cose della nostra padrona di casa e neppure dato un'occhiata a uno solo dei documenti personali che si trovavano in giro per casa. Ho cominciato a inventare una storia continu Henk su come eravamo entrati in possesso dei mobili, ma non stavano a sentire. "Questi mobili non le appartengono" hanno detto a un certo punto. Io ho cominciato a ribattere, ma loro ascoltavano distrattamente e alla fine hanno risposto: "Va bene, pu darsi che il soggiorno sia suo, ma la camera da letto assolutamente no. Non ci venga a dire che quei mobili sono suoi" "Ma invece s" ho ripetuto io. Hanno scosso la testa e mi hanno detto: "Torneremo domani all'una e se non ci dir la verit, la manderemo al campo di prigionia a Vughtn. Poi sono andati via. Subito dopo, Karel entrato in soggiorno. Gli ho chiesto se sapeva cosa era appena successo e lui ha risposto di s: aveva sentito la mia e le loro voci ed era andato di stanza in stanza fino al cortile sul retro; poi era ritornato nel corridoio attraverso la cucina e quindi si era rifugiato nel bagno. "Sono stato sempre una stanza davanti a voi" mi ha detto orgoglioso. Ma, Miep, sono deciso a non far portare via i mobili dalla camera da letto aggiunse Henk con ostinazione. Senti, Henk, dissi seccamente finita la guerra possiamo benissimo

ricomprare una camera da letto; ma se ti portano via, finita la guerra, io non potr ricomprare un marito. Quando verranno domani all'una, devi dire a quelle persone che i mobili non sono nostri e farli portare via. Adesso pranziamo. Se dobbiamo dormire sul pavimento, dormiremo sul pavimento. Henk acconsent in silenzio e il giorno seguente all'una attese che quegli uomini ritornassero. Anch'io, in ufficio, trattenevo il respiro, aspettando di conoscere come fossero andate le cose, senza sapere se lo avessero portato via; ma alla fine Henk telefon per dirmi che non erano venuti. Passavano i giorni e ancora non si erano fatti vivi. Qualche tempo dopo Henk vide uno di loro sul tram. Henk gli pass proprio davanti e l'uomo lo ignor. Poco tempo dopo Henk rivide l'uomo sul tram, ma di nuovo non venne scambiata parola tra i due. Cos ci lasciarono in sospeso, a chiederci se sarebbero tornati. Proprio quando sembrava che niente potesse pi succedere, una sera io e Henk tornammo a casa e trovammo Karel piuttosto agitato, leggermente rosso e con lo sguardo acceso. Subito ci disse: Oggi sono andato alle corse dei cavalli Sospettavamo che Karel facesse di tanto in tanto qualche passeggiata nel quartiere, ma questa notizia ci lasci di sasso. Poi continu: Hanno fatto una "razia" all'ippodromo Ti successo qualcosa? No, tutto bene rispose Karel. Mi hanno solo chiesto l'indirizzo. E quale indirizzo hai dato? Questo. Il sangue mi sal alla testa. Ma come hai potuto fare una cosa simile? disse Henk. Ora verranno qui a cercarti. A queste parole, Karel parve improvvisamente rendersi conto di quanto era accaduto: era come se fino ad allora non avesse collegato i fatti. Devi andartene disse Henk gravemente. Nessuno di noi pi al sicuro qui. Karel comprese e and nella sua stanza a fare la valigia. Era troppo pericoloso per lui dirci dove intendeva andare. Tutto quello che fece fu di lasciare il nostro appartamento. Capitolo quattordicesimo. Dal momento che quelli dell'Omnia non erano ritornati a casa nostra, n essendo la polizia venuta a cercare Karel van der Hart, decidemmo che quest'ultimo sarebbe stato al sicuro se fosse tornato a nascondersi da noi. Quando poi andammo a trovare la signora Samson nel suo rifugio segreto a Hilversum, scoprimmo che anche lui viveva l. Karel ci chiese se poteva tornare ad Amsterdam e noi gli rispondemmo che avevamo gi deciso la stessa cosa, che cio avrebbe potuto tornare a rifugiarsi da noi in Hunzestraat. Rientrando ad Amsterdam in treno, ci chiedevamo l'un l'altro: Ma sar veramente al sicuro da noi? Non sapevamo che rispondere. Ogni giorno venivano scoperti molti nascondigli e catturate molte persone. Le spiate non erano rare anche perch il compenso per chi denunciava un ebreo o qualsiasi altra persona che si nascondeva aumentava continuamente. Poco tempo dopo, Karel torn ad Amsterdam e venne di nuovo a stare da noi. Riprendemmo la solita routine: partite a scacchi con un solo giocatore e cena per tre. Il luned di Pasqua io e Henk eravamo rimasti a casa. Doveva essere giornata festiva per tutti e nessuno di noi due si era affrettato a uscire dal letto caldo. Era ancora presto, quando sentimmo bussare insistentemente alla porta. Corsi ad aprire: era Jo Koophuis. In stato di evidente agitazione, era venuto ad avvertirci che Otto Frank aveva telefonato dall'alloggio

segreto. Erano tornati i ladri e la situazione appariva molto pericolosa. Henk e io ci precipitammo alla Prinsengracht dove trovammo tutto in un terribile disordine: nella porta era stato aperto un foro enorme; ovunque c'era un grande scompiglio. Mi affrettai verso lo scaffale, fischiai per farmi aprire, lo spalancai e mi lanciai su per le scale, con Henk alle mie spalle. Stavano bene? Salendo le scale, sentii che il cuore mi batteva all'impazzata. Arrivata in cima alla seconda scala, subito dopo mi si present agli occhi una scena in cui regnava il disordine pi completo. Non avevo mai visto i nostri amici fare una simile confusione. Vedendoci, Anna corse ad abbracciarmi piangendo; gli altri si riunirono intorno a noi, come se il solo poterci toccare, il semplice contatto tra noi e loro li potesse rassicurare. Tremavano tutti come foglie. Presero tutti a parlare contemporaneamente per raccontarci che, avendo sentito dei rumori, erano scesi nell'ufficio a controllare; avendo sentito altri rumori, avevano quindi pensato che ci fosse della gente nell'edificio. Tutta la notte erano rimasti pressoch immobili con il terrore di venir catturati, poich erano quasi certi che la polizia avesse ispezionato l'edificio e fosse stata l l per entrare nell'alloggio segreto. Henk scese immediatamente a riparare la porta; io rimasi con i nostri amici, ad ascoltare i loro sfoghi e a confortarli. Il signor van Daan, scuotendo la testa, continuava a ripetere: Ho fumato tutto il tabacco. Cosa fumer adesso?. Forza, rimettiamo tutto a posto proposi a un certo punto e tutti insieme cominciammo a riordinare. Quando ormai tutto era stato risistemato, Henk torn su: con tono severo come mai prima avevo sentito, preg i nostri amici di non uscire mai, mai pi, specialmente se sentivano dei rumori. Rimanete dietro lo scaffale, qualunque cosa accada. Se sentite qualcosa, non andate mai a vedere. Rimanete in silenzio e aspettate. Mi raccomando, non andate mai a vedere. Per convincerli, e non per spaventarli, Henk ricord loro che altri nella loro stessa situazione venivano di continuo scoperti e catturati perch trascurati, incuranti e dimentichi del pericolo sempre incombente. Il signor Frank ammise che, s, era necessario rimanere su, qualunque cosa accadesse; riconobbe che avevano agito senza rifletterci e assicur Henk che ci non si sarebbe ripetuto. L'indomani Anna mi ricord del giorno del mio matrimonio, di quanto ero stata felice quando la cerimonia era finita e io ero finalmente, e sicuramente, olandese. Voglio essere olandese anch'io mi confid. Quando sar tutto finito le promisi potrai diventare ci che vorrai. Afflitti come eravamo dalle privazioni, l'esplosione della primavera significava tutto per noi. Nell'alloggio segreto, Anna mi portava spesso alla finestra dalle tende ormai molto sporche, indicandomi ogni nuovo germoglio sbocciato sul grande castagno dietro l'appartamento annesso. Che eleganza, in quell'albero, ricco e splendente di verdi germogli! Anna ne studiava i progressi giorno per giorno, spiegandomi quanto crescevano e con quale rapidit fiorivano. Una mattina, un po meno di fretta del solito, mi misi a sbrigare le faccende di casa. L'aria era dolce, seppure ancora frizzante; le nuvole fluttuavano in cielo, dense e pigre. Andai dal nostro erbivendolo sulla Leliegracht. In fila con diversi altri clienti, cercavo di sbirciare dentro il negozio per vedere cosa aveva in vendita. Quando arriv il mio turno,

invece dell'uomo che mi aveva rifornito di provviste supplementari di verdure, mi trovai di fronte sua moglie. Aveva l'aspetto sconvolto. Cosa successo? le chiesi. Mio marito stato arrestato mi rispose in un bisbiglio. Lo hanno portato via. Il cuore mi batteva forte. Quando uno veniva preso, lo si costringeva a rivelare ci che sapeva di altre persone. Teneva nascosti degli ebrei, due ebrei continu la donna. Non so cosa gli faranno. Comprai in fretta alcune cose, meno di quanto avessi bisogno in realt, e uscii. Pensavo a quell'uomo gentile, che mi aveva sempre dato provviste in pi; che, anzi, aveva recapitato grandi sacchi di patate in Prinsengracht. Sicuramente sapeva che stavo procurando cibo a persone nascoste, ma non ne aveva mai fatto cenno. Cosa gli avrebbero fatto? Cosa avrebbe potuto rivelare, quando lo avessero sottoposto a terribili interrogatori per fargli confessare ci che sapeva sulla sorte di altre persone? Avrebbe fatto il mio nome? L'arresto di quest'uomo era una vera catastrofe. Per la sua bont d'animo, era stato capace di dar da mangiare a tutte le otto persone nascoste. Ma ora, che fare? Dove andare? Mi incamminai nervosamente verso la Rozengracht dove, in un seminterrato, vi era un altro piccolo negozio di erbivendolo. Il negozio era gestito da una donna anziana. Cominciai ad andare l ogni giorno e, seguendo un istinto, architettai un piano: ogni giorno mi trattenevo un po pi a lungo a parlare con la donna. A poco a poco, notai che il volto le si animava ogni volta che mi vedeva e pian piano prese a raccontarmi di lei e delle preoccupazioni che aveva per i figli. Io ascoltavo, cercando di mostrarle tutta la mia comprensione. Fidandosi sempre pi di me, cominci a parlare pi apertamente dei suoi problemi. Ora che sapevo di esserle simpatica, cominciai pian piano ad aumentare ogni volta la richiesta di provviste e, sempre continuando a confidarsi, lei mi dava tutto ci che le chiedevo. Di tanto in tanto tornavo al negozio sulla Leliegracht per qualche spesuccia, affinch nessuno si insospettisse non vedendomi pi l. Adesso continuavamo a contare le belle giornate, sapendo che gli Alleati ne avrebbero avuto bisogno per poter organizzare lo sbarco che tutti aspettavamo. Maggio era stato pieno di belle giornate, eppure lo sbarco tardava a venire. Nell'alloggio segreto, la conversazione gravitava sempre intorno allo sbarco imminente e un'intensa eccitazione si era impossessata dei nostri amici. Era come se fossero convinti che tutto sarebbe andato per il meglio non appena gli Alleati avessero toccato il continente. I nostri amici discutevano di continuo con Henk e tra di loro su dove avrebbe avuto luogo lo sbarco. Dal canto mio, non vedevo l'ora che gli Alleati sbarcassero, perch il cibo scarseggiava tanto che, per la prima volta, cominciai a chiedermi per quanto tempo ancora sarei stata in grado di sfamare tutti. A volte andavo di negozio in negozio e poi al mercato nero, senza riuscire a trovare provviste a sufficienza. E un giorno accadde: lo sbarco era avvenuto, in Normandia. Il 6 giugno, di mattina presto, venne trasmessa la notizia dalla B. B. C.. Io e Henk non avevamo pi una radio ed eravamo all'oscuro di tutto, ma, avviandomi verso l'ufficio sentii che c'era qualcosa nell'aria. La gente era eccitata come non lo era stata da anni e quando arrivai in Prinsengracht anch'io ardevo ormai dalla gioia per quanto era accaduto. Il signor Koophuis mi afferr le braccia stringendomi e disse: S, vero E quando salii nell'alloggio segreto, sembrava che tutto fosse

attraversato da una corrente elettrica. Erano tutti incollati alla radio, in attesa di altre notizie; pi tardi avrebbe tenuto un discorso il generale americano Eisenhower. Ognuno cercava ora di indovinare quanti giorni ci sarebbero voluti per arrivare dalla costa normanna ai Paesi Bassi. All'ora di pranzo, Henk sal di corsa, col viso acceso dall'eccitazione; poi ci riunimmo tutti intorno alla radio in attesa del discorso del generale americano. Per la prima volta sentimmo la piatta voce americana del generale Eisenhower: chiam quel giorno il D-Day e, mentre ci asciugavamo le lacrime dagli occhi, ci assicur che i tedeschi sarebbero stati sconfitti entro quello stesso anno, il 1944. Ogni giorno, le puntine sulla cartina geografica che il signor Frank aveva appeso al muro si avvicinavano sempre pi all'Olanda. A giugno, Anna comp quindici anni. Come per ogni compleanno, anche questa volta riuscimmo tutti a procurarci qualche leccornia affinch l'evento venisse festeggiato a dovere. Sebbene stesse cambiando, crescendo, Anna era pur sempre la pi piccola e la pi vivace di noi tutti. Qualsiasi pezzo di carta le mettessi da parte, Anna lo riempiva in un batter d'occhio. Sapendo che aveva bisogno di carta per i suoi esercizi e il suo diario, in occasione di questo compleanno io ed Elli riuscimmo a mettere insieme un bel mucchietto di quaderni puliti e io cercai anche qualche ghiottoneria al mercato nero, perch Anna aveva un debole per i dolci. Poco prima del compleanno di Anna, Peter, sempre piuttosto taciturno, mi prese da parte e, mettendomi qualche moneta in mano, mi chiese se potevo comprargli un bel mazzolino di fiori. La sua richiesta mi sorprese. Guardandolo, mi resi conto della forza che emanava, della sua bella testa di riccioli scuri. Che ragazzo dolce, pensai, colpita dalla scoperta di questo lato tenero finora nascosto. E' un segreto, Miep aggiunse. Certo gli risposi. Non ci dicemmo altro. Riuscii a trovare solamente qualche peonia color lavanda. Quando diedi i fiori a Peter, le sue guance arrossirono. Subito dopo, Peter scomparve con i fiori in camera sua. Un giorno di luglio, uno dei nostri commessi viaggiatori per la Travies E Co. comparve con una cesta enorme colma di fragole, ancora piene di terra ma fresche e mature. E' un regalo per il personale dell'ufficio ci disse. Il sabato si lavorava solo mezza giornata, in Prinsengracht. In ufficio, il solo pensiero di quelle fragole mature mi faceva venire l'acquolina in bocca. A mezzogiorno, i magazzinieri di sotto chiusero finalmente la porta e se ne andarono; solo gli intimi rimasero: Victor Kraler, Jo Koophuis, Elli e io. Uno di noi and ad avvertire i nostri amici del rifugio segreto che quelli di sotto erano andati via e che ora potevano girare liberamente. Essendo autoritaria di natura, quando mi venne l per l l'idea di usare le fragole per farne una marmellata, assunsi subito il comando delle operazioni. Immediatamente ebbi a disposizione tutti gli aiutanti di cui avevo bisogno: gli altri, dell'ufficio rimasero con noi e gli amici dell'alloggio segreto si avventurarono gi nella cucina sul retro, che non si vedeva dalla strada, ognuno dicendomi: Miep, mi dica cosa posso fare per dare una mano In un batter d'occhio, l'acqua bolliva e le fragole, tolto il picciolo e la terra, erano pulite e pronte per l'uso. Le operazioni si svolgevano su due piani e la mia squadra di cuochi faceva la spola tra le due cucine. L'avvenimento ci aveva risollevato il morale e il profumo forte e dolce di frutta cotta aveva pervaso l'ambiente. Notai che tutti giravano liberamente, chiacchierando, ridendo e scherzando con gli altri: sembrava quasi che la vita stessa fosse tornata a

essere quella di tutti i giorni e che noi fossimo liberi di andare e venire quando e come volevamo. Essendo io l'esperta in marmellate, il gruppo eseguiva docilmente le mie istruzioni; nessuno mi prendeva sul serio, per, quando rimproveravo chi mangiava le fragole invece di gettarle nell'acqua bollente. Anna aveva la bocca talmente piena di fragole che quasi non riusciva a parlare; lo stesso valeva per Peter e per la signora van Daan... e alla fine anche per me, quando mi resi conto che, nonostante tutti i miei rimproveri, anche io avevo la bocca piena di fragole fresche e succose. L'aria era cos pervasa dal dolce aroma che persino i gatti, Mouschi e Moffie, assaporavano la serenit e l'intimit di quel pomeriggio felice, raggomitolati l'uno accanto all'altro. Una bella giornata di luglio, finii presto di lavorare. L'aria era calda e l'ufficio molto silenzioso, quasi assonnato. Decisi di fare una visita inaspettata agli amici dell'alloggio segreto. Volevo fare giusto un salto per chiacchierare un po con chiunque ne avesse avuto voglia; le visite facevano passare il tempo pi velocemente ed erano sempre molto apprezzate. Mi avventurai su per le ripide scale e, passando davanti alla camera da letto dei signori Frank, vidi Anna, sola, vicino alla finestra. Entrai. La stanza era buia e, poich l'ufficio di sotto era molto pi luminoso, pass qualche minuto prima che i miei occhi si abituassero all'oscurit. Anna era seduta al vecchio tavolo di cucina accanto alla finestra; da l, poteva sbirciare fuori attraverso le tendine e guardare il grande castagno e i giardini senza esser vista. Vidi che era intenta a scrivere e per questo non mi aveva sentito entrare. Le ero piuttosto vicina e stavo quasi per andar via quando alz gli occhi e, sorpresa, mi vide. In tutti quegli anni, avevo visto Anna cambiare continuamente d'umore, come un camaleonte, ma sempre conservando un atteggiamento amichevole. Con me si era sempre comportata in modo esuberante, affettuoso e pieno d'ammirazione; ma in quel momento notai sul suo viso un'espressione che non avevo mai visto prima. Aveva un atteggiamento di grave e profonda concentrazione, come se stesse soffrendo di un mal di testa lancinante. Il suo sguardo mi trafisse e io rimasi senza parole. Improvvisamente, quella che stava scrivendo era un'altra persona. Non riuscivo a parlare; il suo sguardo meditabondo aveva catturato il mio. La signora Frank doveva avermi sentito entrare e io la sentii venire accanto a me con il suo passo felpato. Quando alla fine parl, capii dal tono della sua voce che aveva compreso la situazione. Parl in tedesco, come faceva solamente quando si trovava in una situazione difficile. La sua voce era ironica, eppure gentile. Eh s, Miep, come sa abbiamo una figlia scrittrice. A queste parole, Anna si alz. Chiuse il quaderno sul quale stava scrivendo e, con la stessa espressione che avevo notato prima, disse gravemente, come non l'avevo mai sentita parlare: S, e scrivo anche di te Anna continu a guardarmi e io pensai Devo dire qualcosa, ma non potei dire altro che E' molto carino da parte tua nel tono pi asciutto possibile. Mi voltai e uscii dalla stanza. La gravit di Anna mi aveva turbato. Sapevo che il suo diario era divenuto sempre pi la sua vita; era come se avessi interrotto un momento di intimit di un'amicizia molto, molto privata. Tornai gi in ufficio e tutto il giorno mi sentii angustiata, continuando a pensare: Non era Anna, la ragazza di sopra L'interruzione l'aveva cos turbata; era un'altra persona. Alla radio, la voce di Hitler era divenuta persino pi isterica del

solito e le cose che diceva spesso non avevano molto senso. Era ovvio che Hitler stava cercando di infondere nuova violenza negli animi delle sue truppe in ritirata. Gridava di nuove armi miracolose che si stavano producendo nelle sue fabbriche, capaci di infliggere un colpo mortale agli eserciti alleati che stavano avanzando. La sua voce isterica adesso era quella di un fanatico in preda alla disperazione piuttosto che quella di un condottiero di eserciti e di uomini. Ma, nonostante l'avanzata degli Alleati, la vita ad Amsterdam peggior. A volte, seduta alla mia scrivania in ufficio, mi trovavo a tamburellare con la matita sul davanzale della finestra, intenta a guardare le acque del canale. Sebbene avessi del lavoro da fare, non riuscivo a concentrarmi; pensavo ai miei amici, cos silenziosi, eppure cos vicini. Mi sentivo talvolta troppo debole per andare avanti; pensavo: Dio, cos'altro posso fare che non abbia ancora fatto? Ci sar un negozio che non ho ancora provato? Cosa succeder? La cosa peggiore era quando, sentendomi particolarmente debole di fronte a tutto, non avevo nessuno a cui confidare le mie insicurezze. Naturalmente non ne potevo parlare con i miei amici pi cari, i signori Frank, n con il signor Koophuis, la persona dell'ufficio con cui parlavo pi spesso. Non ne potevo parlare neppure con Henk. Lui aveva il suo lavoro clandestino e non potevo affliggerlo con le mie pene. Se la giornata era stata particolarmente dura, arrivavo a casa esausta. Talvolta mi accorgevo che anche Henk arrivava completamente sfinito; ma nessuno di noi si lamentava con l'altro. Al contrario, cercavo di preparare la miglior cena possibile e, a tavola, Karel continuava a chiacchierare, affamato di compagnia dopo un altro giorno di isolamento totale, mentre io e Henk ascoltavamo in silenzio. Qualche volta, nonostante il coprifuoco, io e Henk andavamo a trovare i nostri amici dall'altro lato della strada. Insieme ascoltavamo il notiziario olandese trasmesso da Londra. Sentivamo la voce familiare che diceva: Buona sera. Qui Radio Orange da Londra. Ma prima, alcuni messaggi. E a quel punto venivano trasmesse dichiarazioni del tipo: La cutrettola sta camminando sul tetto o La bicicletta ha una ruota sgonfia o L'auto procede sul lato sbagliato della strada Ascoltavamo queste frasi senza senso, sapendo che si trattava di messaggi in codice diretti ai nostri partigiani della Resistenza, il cui significato era per loro importante. Radio Orange ci dava notizie della nostra Brigata Principessa Irene, che aveva combattuto al fianco dei canadesi sin dal D-Day. Con orgoglio ci venne comunicato che duecentocinquanta olandesi volavano con la RAF. Verso la fine di luglio, venimmo a sapere che era stato commesso un grave attentato alla vita di Hitler. Per diverse, ore tutti rimasero in dubbio se Hitler fosse ancora vivo, ma la radio tedesca si affrett a mandare in onda la voce dello stesso Hitler per smentire le notizie sulla sua presunta morte. Poi, qualche giorno pi tardi, Radio Orange ci comunic che il Dodicesimo corpo d'armata dell'esercito statunitense guidato dal generale Bradley aveva sfondato il fronte tedesco. Qualche giorno dopo, la radio annunci che la Terza armata del generale Patton aveva preso Avranches. Sembrava che l'intero fronte occidentale fosse stato squarciato e che la resistenza tedesca fosse vicina al tracollo. Notizie simili erano la mia medicina preferita. La notte, a letto, sentivo i caccia inglesi volare verso la Germania e le esplosioni della contraerea; di giorno sentivamo in lontananza il rombo dei caccia americani che volavano nella stessa direzione. Il sentirli mi ridava forza. Di notte Radio Orange ci dava notizie sui bersagli colpiti dai caccia: Amburgo, Berlino, Stoccarda, Essen, e sull'entit dei danni inflitti.

Speravo solamente che il crollo dei tedeschi e la fine di questa orribile guerra arrivasse in fretta. Sapevamo tutti che sarebbe presto arrivata. Parte terza. I giorni pi bui. Capitolo quindicesimo. Era un normale venerd, il 4 agosto 1944; un giorno come un altro. Per prima cosa, la mattina ero andata all'alloggio segreto a prendere la lista della spesa. Dopo aver trascorso una lunga notte rinchiusi in solitudine, i miei amici erano affamati di visite: Anna, come al solito, aveva molte domande da farmi e mi esort a intrattenermi un pochino con lei. Promisi che, quando nel pomeriggio fossi ritornata con le provviste, avremmo fatto una vera e propria chiacchierata; ma, per adesso, doveva aspettare. Tornai in ufficio e cominciai a lavorare. Elli Vossen e Jo Koophuis lavoravano di fronte alla mia scrivania. A un certo punto, tra le undici e le dodici, alzai gli occhi e vidi un uomo vestito in abiti civili alla porta; non l'avevo sentita aprire. L'uomo aveva in mano un revolver, puntato verso di noi. Entr. Fermi disse in olandese. Rimanete dove siete. Poi ci lasci soli e and verso l'ufficio sul retro, dove lavorava il signor Kraler. Noi eravamo come paralizzati. Jo Koophuis mi disse: Miep, credo sia giunta l'ora Elli cominci a tremare come una foglia. Nel frattempo, il signor Koophuis lanci uno sguardo verso la porta: sembrava che, a parte l'uomo con la pistola, non ci fosse nessun altro. Non appena l'uomo usc dal nostro ufficio, tolsi rapidamente dalla mia borsa le tessere annonarie illegali, i soldi e il pranzo di Henk; poi aspettai. Era quasi l'ora in cui Henk veniva per il pasto di mezzogiorno. Qualche attimo dopo, sentii il suono familiare dei suoi passi sulle scale: prima che potesse entrare, feci un balzo e corsi alla porta, l'aprii, gli afferrai il braccio e dissi: Henk, qui ci sono guai seri Gli misi tutto in mano, spingendolo via. Henk cap immediatamente e scomparve. Col fiato sospeso tornai alla scrivania, dove l'uomo con la pistola mi aveva detto di rimanere. Dopo che Henk se ne fu andato, il signor Koophuis si accorse che Elli era molto agitata e che stava piangendo. Tir fuori dalla tasca il suo portafogli e, dandolo ad Elli, le disse: Prenda. Vada all'emporio in Leliegracht. Il proprietario un mio amico; le far usare il telefono. Chiami mia moglie, le dica cosa successo e poi sparisca. Elli mi guard spaventata. Io accennai di s col capo e lei, preso il portafogli, si precipit fuori. Il signor Koophuis mi guard fisso negli occhi e disse: Miep, anche lei pu andare Non posso risposi. Era vero: non ci riuscivo. Rimanemmo seduti come ci era stato ordinato per circa tre quarti d'ora. Poi entr nella stanza un altro uomo, un tedesco, e disse al signor Koophuis di seguirlo nell'ufficio del signor Kraler. Io continuai a rimanere seduta, ignara di cosa stesse succedendo nel resto dell'edificio, troppo impaurita al pensiero di cosa sarebbe potuto accadere. Sentii aprire una porta. Anche la porta della dispensa venne aperta; il signor Koophuis torn nell'ufficio, lasciando la porta aperta cosicch riuscivo a vedere attraverso il magazzino, tra l'ufficio di Kraler e il nostro. In quel momento, vidi il tedesco alle spalle di Koophuis e lo sentii dire: Passi le chiavi alla signora Poi torn

nell'ufficio di Kraler. Koophuis mi venne vicino, mi consegn le chiavi e disse: Miep, faccia in modo di starne fuori Scossi la testa. Koophuis mi fulmin con lo sguardo. No. Faccia in modo di starne fuori. Dipende da lei salvare quanto c' qui da salvare. E' nelle sue mani. Poi, prima che potessi far altro se non recepire le sue parole, mi strinse forte la mano e torn nell'ufficio di Kraler, chiudendosi la porta alle spalle. Nel breve intervallo che segu, mi vennero in mente due cose: primo, che la voce del tedesco aveva un accento che non mi era nuovo; secondo, mi colp il fatto che avessero pensato che io fossi all'oscuro di tutto. Qualche minuto dopo, l'olandese che era entrato per primo nell'ufficio, quello con la pistola, torn nella mia stanza. Ignorandomi, si sedette di fronte a me, alla scrivania di Elli, e fece una telefonata. Lo sentii chiedere di mandare un'auto. L'uomo aveva lasciato aperta la porta del corridoio: sentii il tedesco parlare aspramente, poi sentii la voce di Kraler e poi di nuovo la voce del tedesco. All'improvviso, capii cos'era che mi aveva colpito nella sua voce: parlava tedesco con un forte accento viennese. Parlava esattamente come tutti i miei familiari, quelli che avevo lasciato tanti anni prima. Il tedesco torn nel mio ufficio, ma il tono era cambiato e capii che non mi considerava pi una testimone innocente. Evidentemente aveva compreso che anche io ero implicata nella vicenda. Entr e si ferm di fronte a me, dicendomi in tono aspro: Ora il suo turno Allung la mano e prese le chiavi che Koophuis mi aveva dato. Mi alzai, faccia a faccia con quest'uomo; eravamo cos vicini che sentivo sul viso il suo alito caldo. Lo guardai negli occhi e gli dissi in tedesco: Lei di Vienna. Anch'io sono viennese. Si irrigid, gelato. Gli leggevo in faccia la sorpresa; non se lo aspettava. Improvvisamente fu come inebetito, quasi disorientato, poi esplose: I suoi documenti. Fornisca le sue generalit. Tirai fuori la mia carta d'identit, sulla quale era scritto: Nata a Vienna. Coniuge olandese. Esamin il documento, poi, accortosi dell'uomo che mi sedeva di fronte immerso in una conversazione telefonica, grid: Fuori di qui L'uomo riappese e sgattaiol via come un cagnolino. L'austriaco and verso il corridoio e chiuse la porta. Rimasti soli, infuriato, mi gett addosso la carta d'identit e venne verso di me minaccioso, quasi piegato in due dall'ira. Non si vergogna di aiutare quei rifiuti umani di ebrei? ringhi. Poi cominci a imprecare, urlandomi in faccia parole orribili, accusandomi di tradimento per cui avrei ricevuto una punizione terribile. Continu a imprecare senza alcun controllo; per quanto potei, cercai di tener duro senza reagire minimamente alle sue parole. Pi gridava, pi si innervosiva. Cominci a camminare avanti e indietro nella stanza, poi, all'improvviso, gir sui tacchi e disse: E di lei cosa devo fare? In quel momento, sentii di avere la situazione pi sotto controllo; mi sentivo quasi cresciuta in altezza. L'uomo prese a studiarmi; lo sentivo pensare: Ecco due persone, l'una di fronte all'altra, nate nello stesso paese, nella stessa citt. Una d la caccia agli ebrei, l'altra li protegge Si calm un poco; il suo viso divenne pi umano. Continu a studiarmi per qualche attimo, poi disse: Solo perch ho compassione per lei... le concedo personalmente di rimanere. Ma non si azzardi a fuggire; in tal caso, porteremo via suo marito Pensai: Non una cosa saggia, ma non riuscii a trattenermi dal dire: Non toccate mio marito. Questa faccenda affar mio; lui non ne sa niente

Gettando la testa all'indietro, l'uomo ribatt con un sogghigno: Non faccia la stupida. Anche lui coinvolto. Poi si diresse alla porta, l'apr e, voltandosi verso di me, disse: Torner a controllare che non se ne sia andata Io dissi dentro di me: Fa quello che ti pare, per me ti puoi pure ammazzare; io rimango qui Poi aggiunse: Torner a controllarla. Una mossa sbagliata e anche lei finisce in prigione Si volt e mi lasci chiusa nella stanza da sola. Non avevo idea di dove fosse andato. Non avevo idea di cosa stesse accadendo nel resto della casa; ero in un terribile stato d'animo. Mi sentivo come se stessi sprofondando in un pozzo senza fondo. Cosa potevo fare? Mi sedetti di nuovo; ero in preda allo shock. Poi, lungo il corridoio, oltre l'ufficio del signor Kraler e il mio, sentii i passi dei nostri amici scendere la vecchia scala di legno. Capivo dal rumore dei passi che stavano scendendo come cani bastonati. Rimasi l seduta, come paralizzata. A un certo punto, i due uomini del magazzino di sotto vennero su a dirmi quanto erano dispiaciuti: non ne sapevano niente. Poi venne van Matto a dire qualcosa e notai che l'austriaco aveva dato a lui le chiavi che mi aveva preso. Avevo perso la nozione del tempo. Prima, erano le undici o mezzogiorno quando il nazista olandese era arrivato. Poi deve esser stata l'una e mezzo quando avevo sentito i passi sulla scala interna. In seguito, Elli era tornata, Henk era arrivato, e all'improvviso mi resi conto che erano le cinque e che il giorno era trascorso. Henk disse subito a Frits van Matto: Non appena i suoi aiutanti saranno andati via, chiuda la porta e torni da noi Quando van Matto torn, Henk disse a Elli, van Matto e me: Adesso andiamo su a vedere com' la situazione Van Matto aveva le chiavi che mi erano state date prima. Andammo tutti alla libreria e la spostammo. La porta che conduceva all'alloggio segreto era chiusa a chiave, ma tutto era tranquillo. Fortunatamente avevo tenuto un duplicato delle chiavi, che andai a prendere. Aprimmo la porta ed entrammo nel rifugio. Guardando dalla porta, vidi subito che avevano frugato dappertutto: i cassetti erano aperti, il contenuto era stato gettato per terra, gli oggetti rovesciati. Davanti ai miei occhi si presentava una terribile scena di devastazione. Entrai nella camera da letto dei signori Frank; nel caos di libri e carte sparsi sul pavimento, il mio sguardo si pos sul piccolo diario dalla copertina di stoffa a scacchi rossi e arancioni che Anna aveva ricevuto in regalo dal padre per il suo tredicesimo compleanno. Lo indicai a Elli e lei, obbedendo al mio gesto, si chin e me lo prese. Con il diario tra le mani, ripensai a quanto Anna fosse stata felice di ricevere quel libricino in cui custodire i suoi pensieri pi intimi. Nella confusione, cercai con gli occhi qualche altro scritto di Anna e vidi i vecchi libri di conti e molti altri fogli che io ed Elli le avevamo dato quando non c'erano pi pagine nel diario sulle quali scrivere. Ancora molto spaventata, Elli mi guard per chiedermi cosa fare. Le dissi: Aiutami a raccogliere tutti gli scritti di Anna In breve tempo avevamo raccolto pagine su pagine scritte con la contorta calligrafia di Anna; mi batteva forte il cuore al pensiero che l'austriaco tornasse e ci scoprisse in mezzo ai beni degli ebrei da poco requisiti. Henk aveva le braccia piene di libri, compresi quelli della biblioteca e quelli di spagnolo del dottor Dussel. Con lo sguardo, mi disse di affrettarmi: van Matto era rimasto alla porta e sembrava molto a disagio. Con le braccia piene di carte, io ed Elli ci avviammo dietro a Henk, che cominci a scendere le scale. Van Matto lo

segu in fretta e cos Elli, che appariva tanto giovane e impaurita. Io fui l'ultima a scendere, con la chiave in mano. Sul punto di uscire dall'alloggio, passai per il bagno: la mia attenzione venne attratta dal morbido scialle beige a roselline che Anna usava per pettinarsi, appeso alla rastrelliera. Nonostante avessi le braccia piene di carte, stesi una mano e afferrai lo scialle con le dita. Non so ancora perch. Cercando di non lasciar cadere niente, mi chinai a chiudere con la chiave la porta dell'alloggio e tornai nell'ufficio. Elli e io ci trovammo faccia a faccia, entrambe cariche di carte, ed Elli mi disse: Sei tu la pi anziana; tocca a te decidere cosa fare Aprii l'ultimo cassetto della mia scrivania e cominciai ad infilarvi il diario, i vecchi libri dei conti e gli altri fogli. S, dissi a Elli terr tutto Presi le carte che teneva in mano e continuai a riempire il cassetto. Terr tutto al sicuro, finch Anna non torner a riprendere le sue cose. Poi chiusi il cassetto, ma non a chiave. A casa, io e Henk sembravamo due che fossero stati malmenati. Sedevamo l'uno di fronte all'altra, a tavola, mentre Karel chiacchierava come al solito. Non parlammo di quanto era accaduto se non quando rimanemmo soli: allora Henk mi raccont cosa aveva fatto dopo che, arrivato in ufficio, aveva ricevuto il mio avvertimento e se ne era andato portando via i soldi e le tessere annonarie illegali che gli avevo dato. Henk mi disse: Sono andato diritto al mio ufficio con i soldi, le tessere e il pranzo. Di solito ci impiego sette minuti dall'alloggio segreto, ma questa volta ce ne ho messi quattro, pur essendomi trattenuto dal correre. Non volevo far niente che potesse destare sospetti, nel caso mi stessero cercando. Una volta arrivato, ho tirato fuori dalla tasca gli oggetti incriminanti e li ho nascosti in mezzo ad altre carte nello schedario. I pensieri mi turbinavano in testa: sapevo di non dover fare altro che aspettare, ma ogni nervo del corpo mi spingeva ad agire. Non riuscendo a rimanere l fermo, ho deciso di andare dal fratello di Koophuis, che supervisore in una fabbrica di orologi a due passi dal mio ufficio. Appena l'ho visto, gli ho spiegato subito cos'era successo; anche lui era sbalordito. Ci siamo guardati negli occhi, senza sapere nessuno dei due cosa dire o fare. Alla fine, gli ho proposto di tornare in Prinsengracht e rimanere al di l del canale, all'angolo, per vedere se si riusciva a capire cosa stesse succedendo. Eravamo entrambi d'accordo che probabilmente era questa la soluzione migliore. Ci siamo rapidamente avviati verso la Prinsengracht e ci siamo appostati sul lato opposto del canale, in diagonale rispetto all'alloggio segreto. Quasi nello stesso momento, un automezzo verde scuro della polizia tedesca si fermato di fronte al 263. Non c'era nessuno in giro e il camioncino non aveva la sirena accesa. Si era fermato quasi contro l'edificio occupando gran parte del marciapiede. Dalla nostra postazione riuscivamo a vedere le porte dell'edificio. All'improvviso si aperta la porta e i nostri amici, in gruppo, sono entrati direttamente nell'automezzo, ognuno con qualche piccola cosa in mano. Poich ero al di l del canale, non riuscivo a vederli bene in viso. Koophuis e Kraler erano con loro. Due uomini in borghese scortavano il gruppo: dopo averli caricati sul furgone dal retro, sono andati davanti e sono saliti in cabina. Non sapevo con certezza se anche tu eri con loro. Subito dopo, un poliziotto in uniforme verde ha chiuso con violenza la portiera e l'automezzo si messo in moto sulla Prinsengracht verso la direzione opposta alla nostra. Poi ha attraversato il ponte, ha girato ed ritornato sulla Prinsengracht, questa volta dalla nostra parte del canale. Prima che potessimo tentare di allontanarci, il

furgone si rapidamente avvicinato ed passato a neanche mezzo metro da noi; siccome il portellone era chiuso, non si riusciva a vedere dentro. Ho voltato il viso dall'altra parte. Non sapendo chi ci fosse ancora nell'ufficio, n cosa stesse succedendo e quanto pericolosa fosse la situazione, siamo poi tornati ognuno al proprio ufficio e l siamo rimasti fino al tardo pomeriggio, quando sarebbe stato pi prudente tornare in Prinsengracht. Ci guardammo: entrambi sapevamo quale sarebbe stata la prossima cosa da fare, ma nessuno di noi due aveva il coraggio di parlarne. Alla fine, Henk disse lentamente: Andr domani mattina Il giorno seguente Henk si rec dalla signora Dussel per dirle dell'arresto. L'ha presa molto bene mi disse pi tardi. Era molto sorpresa dal fatto che Dussel fosse rimasto tutto questo tempo proprio nel centro di Amsterdam. Ha detto che lo aveva sempre creduto lontano, in campagna. Ancora terribilmente scossa, il giorno dopo mi recai al lavoro come al solito. Ero diventata la dipendente con maggior anzianit e mi assunsi dunque la responsabilit dell'azienda. Avendo lavorato con il signor Frank sin dal 1933, conoscevo la ditta dentro e fuori. Quel giorno tornarono in citt diversi nostri rappresentanti e dovemmo metterli a conoscenza di quanto era successo. Poich il signor Frank era una persona molto amata, le notizie vennero accolte da tutti con gran dispiacere. Uno di loro venne da me e mi chiese: Signora Gies, le posso parlare in privato? Acconsentii e ci appartammo in uno degli uffici vuoti. Signora, ho un'idea: tutti sappiamo che la guerra sta per finire; i tedeschi vogliono tornare a casa, sono stanchi. Quando se ne andranno, vorranno portar via qualcosa, compreso tutto il denaro olandese che riusciranno a racimolare. Perch non va a parlare col nazista di Vienna? Visto che non l'ha arrestata, potrebbe ascoltarla. Perch non gli va a chiedere quanto vuole per riscattare le persone che hanno arrestato ieri? Solo lei pu farlo. Ascoltai attentamente. Guardandolo, mi venne in mente che quest'uomo era membro del N. S. B., ma nonostante ci si comportava in modo amichevole. Rammentai che il signor Frank era gi a conoscenza della sua appartenenza al Partito nazista olandese prima di trasferirsi nell'alloggio segreto, giacch l'uomo portava una spilla del partito sul risvolto della giacca. Ricordai che il signor Frank aveva commentato: Di quest'uomo ci si pu fidare; so che in fondo al cuore non un nazista. Probabilmente si iscritto al partito perch anche i suoi amici avevano fatto altrettanto; essendo scapolo e avendo bisogno di una vita sociale, sicuramente si iscritto per questo motivo Rammentando queste parole, detti anch'io ascolto a ci che mi diceva il cuore e risposi: S, ci andr Continu quindi a spiegarmi il suo piano. Il signor Frank era cos benvoluto che sono certo di riuscire a fare una colletta tra tutti quelli a cui era simpatico e a racimolare un bel gruzzolo di denaro da offrire all'austriaco. Andai immediatamente a telefonare all'austriaco al quartier generale della Gestapo, in Euterpestraat, nella parte sud di Amsterdam. Quando sentii la sua voce al telefono, gli dissi chi ero e gli chiesi in tedesco se poteva ricevermi. Si tratta di una cosa importante conclusi. "Ja" fece lui, dicendomi di andare il luned mattina alle nove. Quel giorno mi recai a piedi al quartier generale della Gestapo; dall'asta sventolava la bandiera rossa con la svastica nera. Ovunque c'erano tedeschi in uniforme; tutti sapevano che chi entrava in quell'edificio non sempre ne usciva. Entrai e chiesi ai soldati di

guardia dove si trovava l'ufficio dell'austriaco. Ricevuta l'informazione, mi avviai direttamente verso il suo ufficio: era una stanza di dimensioni medie, piena di scrivanie e di gente intenta a scrivere a macchina. Quando entrai, mi trovai di fronte l'austriaco seduto dietro la sua scrivania, in un angolo. Si chiamava Karl Silberbauer. Mi avvicinai e rimasi l in piedi, dando le spalle agli altri; il fatto che non fosse solo mi aveva lasciata sconcertata, cos non feci altro che rimanere l in silenzio, lanciandogli un breve sguardo. Qualsiasi parola avessi detto sarebbe stata udita in tutta la stanza, cosicch preferii tacere. La sola cosa che feci fu quella di sfregarmi il pollice contro l'indice e il medio insieme, il gesto che si fa per alludere ai soldi. A quel punto, l'austriaco rispose: Oggi non posso fare niente. Torni domani alle nove in punto E distolse subito dopo lo sguardo congedandomi bruscamente. La mattina seguente ero di nuovo l: nella stanza non c'era nessuno eccetto Silberbauer. Andai dritta al punto: Quanto vuole per liberare le persone che ha arrestato l'altro giorno? Lui rispose: Mi dispiace, ma non posso far niente per aiutarla. Sono appena arrivati degli ordini e non posso trattare liberamente come vorrei Non so cosa mi avesse preso, ma a quelle parole dissi: Non le credo L'austriaco non si inquiet; si limit ad alzare le spalle, scuotendo la testa. Vada su dal mio capo. Mi diede il numero della stanza, continuando a scuotere la testa. Decisa a non farmi prendere dalla tremarella, mi costrinsi a salire le scale; arrivata davanti alla porta, bussai. Non ricevendo risposta alcuna, entrai. Seduti intorno a un tavolo rotondo, alcuni alti ufficiali nazisti, i loro berretti sul tavolo, stavano ascoltando la radio. Questa, al centro del tavolo, stava trasmettendo in inglese; riconobbi subito che era la B. B. C.. Mi bruciarono con lo sguardo: mi resi conto che accidentalmente li avevo sorpresi a commettere un reato di tradimento, che veniva punito con la pena di morte. Sapevo che avrebbero fatto di me quello che volevano e quindi non avevo niente da perdere. Chi comanda qui? chiesi. Uno di loro si alz. Guardandomi con espressione minacciosa, mi venne incontro: torse le labbra e con la mano mi dette uno spintone. Schweinhund ringhi, spingendomi fuori dalla porta. Poi mi guard come se fossi un sacco di rifiuti, si gir e mi sbatt la porta in faccia. Il cuore mi batteva forte; temendo che da un momento all'altro qualcuno mi arrestasse, cominciai a scendere, dirigendomi verso la stanza di Silberbauer, dove lo trovai che mi stava aspettando. Alz un sopracciglio con fare interrogativo e io scossi la testa. Glielo avevo detto, no? mi disse guardandomi con occhio torvo. Ora se ne vada mi ordin. Sapendo che con l'austriaco non c'era pi niente da fare, una vocina dentro di me chiese: E adesso? Tutti i miei piani erano miseramente falliti. Con passo controllato mi avviai verso l'uscita; i corridoi pullulavano di agenti della Gestapo, sembravano tante mosche dalle belle uniformi. Ancora una volta pensai: Chi entra in questo edificio, non sempre ne esce Continuai a camminare, aspettando che qualcuno mi fermasse. Una volta uscita, mi meravigliai di quanto fosse stato facile varcare quella soglia. Alcuni in ufficio mi chiesero se potevano leggere il diario di Anna.

La mia risposta era sempre: No, non giusto. Anche se sono cose scritte da una ragazzina, sono sue e segrete. Lo riconsegner a lei sola, a lei personalmente Mi perseguitava l'idea che alcune pagine scritte da Anna fossero rimaste sparse sul pavimento, nell'alloggio segreto. Tuttavia, poich Silberbauer era venuto diverse volte a controllarmi, avevo paura di tornare su. Talvolta si limitava ad affacciarsi alla porta, dicendo: Mi sto solo assicurando che non se ne sia andata Per tutta risposta, tacevo. Avendo visto ci che voleva, cio che non ero andata da nessuna parte, si girava e usciva. Avevo paura ad avventurarmi dietro la libreria; mi era molto difficile guardare quelle stanze abbandonate. Non riuscivo ad affrontare l'idea di tornare nell'alloggio. Tuttavia, sapevo che nel giro di tre o quattro giorni gli uomini della Puls sarebbero venuti a portar via le cose di propriet degli ebrei dall'alloggio segreto per spedirle in Germania. Cos dissi a van Matto: Quando arrivano, vada su con quelli della Puls e faccia finta di aiutarli a raccogliere le cose. Prenda tutti i fogli come questo e me li porti Il giorno seguente venne la Puls: un grande camion si ferm di fronte al nostro portone. Non potevo guardarli mentre ammucchiavano quegli oggetti familiari, uno sopra l'altro, all'interno del camion. Mi tenni lontana dalla finestra, ancora incredula di quanto stava accadendo, cercando di far finta che i nostri amici fossero ancora su, impegnati a sbrigare le solite faccende di tutti i giorni. Van Matto fece quanto gli avevo chiesto e, quando quelli se ne furono andati, mi consegn un altro mucchio di scritti di Anna. Ancora una volta non lessi niente, limitandomi a rimetterli insieme ordinatamente per aggiungerli alle altre pagine che giacevano nell'ultimo cassetto della mia scrivania. Partito il camion della Puls, nell'ufficio ritorn il silenzio. Guardai dall'altro lato della stanza e vidi avanzare verso di me a grandi passi Mouschi, il gatto nero di Peter. Mi si avvicin e cominci a strofinarsi contro la mia caviglia; doveva essere fuggito durante l'arresto e rimasto nascosto fino ad allora. Vieni, Mouschi dissi con tono deciso. Vieni in cucina e vediamo se troviamo un po di latte. Da adesso in poi, rimarrai qui in ufficio con me e Moffie. Capitolo sedicesimo. Sapendo che ora anche per noi la situazione era divenuta rischiosa, dicemmo a Karel che non sarebbe stato pi al sicuro se fosse rimasto a casa nostra; avrebbe dovuto andarsene. Karel raccolse in fretta le sue cose e si accomiat dicendo che si sarebbe rifugiato a Hilversum, e chiedendo se, per caso, non sarebbe potuto tornare, quando le acque si fossero calmate. Lo lasciammo andare con la promessa che lo avremmo avvertito e accolto di nuovo tra noi non appena il pericolo fosse passato. Senza pi il signor Koophuis, il signor Kraler e il signor Frank, ero ormai l'unica in grado di mandare avanti l'azienda. Poich non ero stata arrestata e poich l'azienda era ora gestita da una cristiana, quelli della Puls non avevano toccato niente n da noi, n al magazzino di sotto, dove si trovavano costose macinatrici per le spezie. All'improvviso capii perch Koophuis non aveva voluto che rimanessi coinvolta nella faccenda. Pur avendo desiderato di essere arrestata e portata via insieme ai miei amici, mi rendevo conto che la mia presenza era necessaria a salvare l'azienda. Dato che ne conoscevo tutti i segreti, me ne assunsi dunque la responsabilit: non avevo problemi nel mandarla avanti, se non per il fatto che, per poter continuare a pagare il personale, era indispensabile che qualcuno

firmasse gli assegni. Mi recai quindi alla banca di cui la ditta si serviva e chiesi del direttore. Quest'ultimo mi ricevette nel suo ufficio: era un bel giovane; sposato, mi disse. Gli raccontai dell'alloggio segreto e degli arresti e gli dissi che volevo cercare di mandare avanti l'azienda invece del signor Frank, ma che non avevo nessuno che potesse firmare gli assegni per lo stipendio del personale e per le altre spese. Il direttore ascolt finch non ebbi finito, poi rispose: Basta la sua firma. Firmi ci che deve firmare e io ne autorizzer il pagamento. Le daremo tutto ci di cui avr bisogno. Cos, nonostante fosse accaduto il peggio, la vita continu ad andare avanti in Prinsengracht: continuammo a ricevere ordinazioni di spezie per salsicce e di pectina per marmellate ed esse continuarono ad essere regolarmente evase. Hans Vossen, il padre di Elli, mor di cancro. Aveva sofferto molto, cosicch accolsi la notizia quasi con sollievo. Henk continu le sue attivit clandestine, correndo dei rischi. Erano tanti gli olandesi come Henk che si nascondevano in casa loro o altrove per sfuggire al reclutamento sempre crescente di forza lavoro da parte dei tedeschi. Erano tante le persone bisognose di aiuto. Qualche tempo dopo l'arresto, Henk torn a casa un sera e mi disse di essersi trovato quel giorno in una situazione pericolosa con uno dei suoi clienti illegali che lo aveva molto innervosito. Le persone che ero andato a visitare avevano lasciato aperta la porta al piano terra; cos, senza suonare il campanello, sono entrato e sono salito al primo piano. Di solito bussavo alla porta e dicevo la parola d'ordine, ma questa volta mi sono messo in ascolto e ho sentito la voce di un uomo che parlava in tedesco. Sapevo che queste persone mi stavano aspettando, ma sapevo anche che non avrebbe dovuto esserci nessun uomo nell'appartamento; il capofamiglia si era nascosto in campagna, in una fattoria. Quindi ho proceduto con molta, molta cautela. Continuando ad ascoltare, ho sentito un uomo e una donna parlare in tedesco. Mi venuto in mente che forse le voci provenivano dalla radio accesa, o che si potesse trattare di una situazione del tutto innocente, ma non potevo rischiare e cos sono andato via. Sono tornato in ufficio e ho raccontato al mio "contatto" per le attivit clandestine cosa era successo. Qualche giorno pi tardi, il capo di Henk decise che Henk era in pericolo e che non poteva pi rendersi utile. Anche noi fummo d'accordo: i nazisti ci stavano troppo alle calcagna e Henk era diventato un pericolo, piuttosto che un aiuto per la gente a cui dava una mano. Il 25 agosto, dopo un'occupazione durata quattro lunghi anni, la Francia venne liberata. Gli Alleati erano ormai lanciati: Bruxelles venne liberata il 3 settembre; il giorno seguente fu la volta di Anversa. Sapevamo che la prossima volta sarebbe toccato a noi. Il 3 settembre la B. B. C. annunci che gli inglesi erano entrati nel sud dell'Olanda e avevano preso la citt di Breda. L'intera Amsterdam fu attraversata da un'ondata irrefrenabile di ottimismo quasi isterico. Il 5 settembre, giorno che venne in seguito chiamato "Dolle Dinsdag", Folle Marted, gruppi di soldati tedeschi cominciarono a ritirarsi. Questi tedeschi non erano i giovani soldati dalle belle uniformi, arroganti e pieni di salute che erano entrati marciando in Amsterdam, nel maggio 1940: erano inzaccherati, male in arnese come noi, e si portavano via qualsiasi cosa, denaro o oggetti di valore, che fossero

riusciti ad arraffare. In treno, in bicicletta, con qualunque mezzo possibile se ne andavano con i soldati anche i traditori olandesi che per tutti questi lunghi anni avevano collaborato con i nazisti, anch'essi diretti verso la Germania o verso l'Olanda orientale. Nessuno sapeva cosa stesse accadendo, specialmente gli stessi soldati tedeschi. La bandiera bianca rossa e blu dell'Olanda venne tirata fuori dai nascondigli, spolverata e fatta sventolare con la sua fascia arancione. Nonostante il divieto, la gente si raccoglieva in gruppetti per le strade; alcuni avevano improvvisato con della carta delle bandierine inglesi, che i bambini tenevano in mano, pronti a sventolarle non appena fossero comparsi i primi liberatori. Ma quel giorno pass, e il seguente, e il giorno dopo ancora, senza che niente fosse ancora successo. Lentamente la presenza dei tedeschi torn a farsi sentire, come se coloro che avevano abbandonato la citt stessero ritornando; l'annuncio secondo il quale gli inglesi erano entrati nel sud dell'Olanda si rivel falso. L'euforia del 5 settembre si plac alquanto, ma la gente non aveva dubbi che nel giro di pochi giorni saremmo stati liberati. Continuammo tutti a occuparci dalle nostre faccende, rimanendo in una specie di limbo fin quando, il 17 settembre, la regina Guglielmina pronunci un discorso diretto ai lavoratori delle ferrovie olandesi, che ammontavano a pi di trentamila, chiedendo loro di scioperare e sperando cos di riuscire a paralizzare i trasporti militari tedeschi. Il discorso fu molto commovente e accorato. La regina raccomand ai lavoratori di essere prudenti e di fare attenzione alle possibili rappresaglie nei loro confronti. Il suo avvertimento era significativo: in quei giorni, lo sciopero era punito con la pena di morte. Ancora pi confuso del primo, un altro Folle Marted ebbe luogo: quello stesso giorno sentimmo alla B. B. C. che gli inglesi e gli americani avevano sganciato un massiccio contingente di uomini e provviste ad Arnhem e che Eisenhower in persona si trovava ad ovest del Reno, proprio alla frontiera tedesca. I ferrovieri entrarono in sciopero e il giorno seguente si bloccarono tutti i trasporti. Gli scioperanti sparirono subito dalla circolazione, scatenando le ire dei tedeschi per il caos che si era creato. L'intera nazione tratteneva il respiro, aspettando l'arrivo dei liberatori. In questo periodo, una mattina telefonai al fratello del signor Koophuis, a cui in passato mi ero gi rivolta, per avere un consiglio su una questione di lavoro. Si trattava di una cosa di poca importanza, ma lui rispose: Lo dovrebbe chiedere a mio fratello Il suo sarcasmo mi lasci di sasso. E come faccio, visto che sta nel campo di concentramento ad Amersfoort? No, sta arrivando da lei. Esca fuori a vedere. Pensai: Che scherzo crudele e orribile, dire una cosa simile Ma lui continu: No, Miep, vada a vedere, vero Lasciai cadere il telefono e corsi fuori. Elli pens che fossi impazzita e mi corse dietro preoccupata, chiamandomi. Col cuore che batteva forte, guardai su e gi per la strada ed ecco che vidi arrivare il signor Koophuis: era sul ponte tra Bloemgracht e Prinsengracht e agitava le braccia in segno di saluto. Io ed Elli gli corremmo incontro; non era da me, ma correndo continuavo a chiamarlo a gran voce e cos Elli. Lo raggiunsi e ci abbracciamo stretti, tutti e tre ridendo e piangendo contemporaneamente. Ci avviammo insieme al 263, parlando tutti allo stesso tempo. Non riuscivo a smettere di guardarlo: per essere appena tornato da un campo di prigionia tedesco, sembrava pi in forma che mai. Era magro, s, ma il viso era colorito e gli occhi avevano una luminosit che non

avevo mai visto prima. Feci qualche commento sul suo ottimo aspetto; lui rise e disse: Il cibo al campo era terribile: solo carote crude, a volte rape, una minestra acquosa. E... non ci crederete, ma... per la prima volta dopo tanti anni la mia ulcera sparita. Tutto quel cibo crudo mi ha curato l'ulcera Il suo ritorno mi riemp di gioia e un'ondata di sollievo si impossess di me. Subito chiesi: E gli altri, dopo l'arresto.... Koophuis scosse la testa. All'inizio eravamo tutti e dieci insieme, ma presto io e Kraler fummo separati. Da allora, non so pi niente degli altri. Il fatto che fosse tornato sano e salvo mi infuse una grande speranza per la sorte degli altri. Jo Koophuis era stato liberato per motivi di salute; era stata la Croce Rossa ad aiutarlo a tornare cos rapidamente a casa. Continuammo ad attendere l'arrivo dei nostri liberatori. Nell'attesa, i giorni passavano lentamente. Verso la fine di settembre il tempo peggior. Per noi, niente era cambiato; i tedeschi non avevano indietreggiato. Anzi, erano diventati pi cattivi e vendicativi che mai. Lentamente, molto lentamente, le nostre speranze che la fine fosse giunta cominciarono a svanire. Come punizione per lo sciopero, i tedeschi chiusero le ferrovie ai trasporti dei civili. Usavano i treni per il loro personale e per il trasporto delle loro merci, ma quando si trattava di portare cibo e carbone per la popolazione, il loro atteggiamento si riassumeva in un Che muoiano di fame e di freddo! Ben presto il trasporto di viveri e di combustibile dalla campagna olandese venne interrotto; le merci arrivavano ad Amsterdam e a Rotterdam solo in piccole quantit, trasportate su chiatte per via fluviale. Procurarci dei viveri divenne sempre pi difficile: per mettere insieme una magra cena giravo per ore di negozio in negozio. Con nostro grande orrore, poco prima della fine di settembre, gli inglesi si arresero ad Arnhem; l'ondata di giubilo e di speranza che ci aveva riempito i cuori si ritir senza lasciar traccia. La cosa peggiore era che un altro inverno era alle porte. Faceva gi brutto tempo, pioveva e il freddo era insolitamente pungente. Nessuno di noi aveva la forza necessaria per affrontare un inverno che si annunciava particolarmente duro. Dalla radio tedesca, la voce di Hitler continuava a promettere in toni deliranti l'arrivo di potenti armi segrete. Ma poi Aachen capitol sotto i colpi degli Alleati: era la prima citt tedesca a cadere; era anche la citt in cui Edith Frank e le figlie avevano aspettato che il signor Frank si fosse stabilito ad Amsterdam. Era cos vicina all'Olanda, eppure ancora tanto lontana. Erano talmente tanti gli olandesi di fede cristiana che, come gli ebrei olandesi, erano stati deportati in Germania a migliaia nei vagoni merci e tanti gli uomini adulti che, a migliaia, si erano rifugiati in nascondigli segreti, che per le strade si vedevano per lo pi donne, bambini e uomini oltre i quarant'anni di et. Henk non era stato preso per pura fortuna; in un modo o nell'altro, la buona sorte continu ad accompagnarlo. Girava voce che Hitler fosse arrivato ad arruolare nel suo esercito ragazzi di quindici anni e persino sessantenni. La situazione degener rapidamente quando, a novembre, i fiumi e i canali gelarono, impedendo alle chiatte di trasportare il cibo fino in citt; i prezzi al mercato nero raddoppiarono, triplicarono, salirono alle stelle. Per qualche settimana dovetti anche lasciare la bicicletta a casa per recarmi al lavoro. Era diventato molto

imprudente portarsela dietro: se un tedesco ne vedeva una in buono stato, la requisiva e lasciava lo sfortunato proprietario a piedi. Dopo il suo ritorno, il signor Koophuis e io cominciammo ad andare insieme a piedi in ufficio e poi, la sera, a casa; ci impiegavamo un'ora ad andare e un'ora a tornare. Le giornate erano quasi sempre grigie, piovigginose e tristi. Lavorando per il Comune e avendo un permesso che veniva rispettato dalla polizia verde, Henk si arrischiava ancora ad andare al lavoro in bicicletta; ma presto anche lui cominci a lasciarla a casa perch le camere d'aria scarseggiavano e perch preferiva serbarla per altri scopi. Anche lui prese ad andare in ufficio a piedi. Non c'era carbone per riscaldare le case, non c'era gas per cucinare, non c'erano tram e spesso mancava la corrente, che i tedeschi, insieme ai generi di prima necessit, fornivano solo a se stessi e agli ospedali. Mancando i mezzi di trasporto, la gente era costretta ad andare in campagna alla ricerca di viveri; qualsiasi cosa andava bene: carretti a mano, carrozzine, biciclette con le ruote di legno, passeggini, qualsiasi cosa. Fino ad allora ci era bastato il poco cibo che riuscivamo a trovare; ora l'intera popolazione cominci a vivere alla giornata, sempre a un passo dall'inedia, sempre debole e sull'orlo dello svenimento per la fame. Anch'io cominciai ad andare in campagna, ogni giorno sempre pi lontano. Una volta andai insieme alla moglie di uno dei commessi viaggiatori: ci mettemmo in cammino prima dell'alba e decidemmo di spingerci pi a nord possibile pur tenendo ben presente che dovevamo tornare ad Amsterdam entro le otto, per il coprifuoco. Poich entrambe avevamo ancora biciclette funzionanti con vere ruote di gomma, decidemmo di servircene e affrontare il rischioso viaggio. Arrivammo molto a nord e cominciammo a vagare di fattoria in fattoria, letteralmente elemosinando il cibo, offrendo denaro e oggetti che avevamo da vendere, lenzuola per esempio. Riuscimmo a scovare qualcosa: qualche patata rape, carote. Sapendo che eravamo distanti chilometri e chilometri da Amsterdam, ci mettemmo a pedalare a pi non posso. Lungo la strada, sorpassammo due uomini che spingevano un carretto: ci fecero molta pena, perch noi, al contrario, andavamo molto pi in fretta, tanto che rapidamente ce li lasciammo alle spalle. Per una volta il tempo era mite, non pioveva e noi andavamo avanti di buona lena; invece, commentavamo, dovendo mantenere quell'andatura lenta per spingere il carretto, quei due non ce l'avrebbero mai fatta a tornare ad Amsterdam entro le otto. Si stava facendo tardi e pedalavamo il pi in fretta possibile. All'improvviso, alla mia amica si for una gomma: non potevamo fare altro che scendere e spingere le biciclette. Poi, calcolando che non saremmo mai arrivate per le otto, decidemmo che sarebbe stato meglio per noi fermarci a prossimo villaggio e cercare un posto per la notte, contando di ripartire per Amsterdam la mattina dopo. Spiegando che non ce l'avremmo fatta ad arrivare ad Amsterdam prima del coprifuoco, chiedemmo a varie persone di poter dormire nel loro fienile, ma nessuno sembrava disposto ad accogliere sconosciuti e tutti rifiutarono di ospitarci. Non sapevamo pi che fare. In quel mentre comparvero i due uomini del carretto. Ci raggiunsero e noi spiegammo loro cosa ci era successo. Dopo averci ascoltato, uno dei due disse: Secondo me dovreste fare cos: mettete le biciclette nel nostro carretto, poi proseguite insieme a noi, fingendo di essere le nostre mogli Li guardammo sospettose, ma l'uomo continu Noi lavoriamo all'ufficio postale; perci abbiamo dei permessi speciali per poter circolare anche dopo le otto di sera Ancora diffidenti, io e la mia amica ci guardammo, l'uomo prosegu,

dicendo: Non vorrei mettervi in agitazione ma tra un poco arriveremo a un posto di blocco tedesco Senza altro indugio mettemmo rapidamente le biciclette sul carretto e aiutammo i due a spingere. Effettivamente arrivammo a una casermetta che fungeva da posto di blocco, i due ci dissero di rimanere fuori con il carretto. Andremo noi dentro aggiunsero, e cos fecero. Noi avevamo molta paura perch eravamo in balia dei tedeschi, che avrebbero potuto anche portarci via tutto il cibo che avevamo scovato. I due rimasero dentro a lungo, aumentando il nostro nervosismo, ma alla fine uscirono sorridenti dicendo: E' tutto a posto; possiamo proseguire Chiaramente ora spingevamo anche con pi forza di prima; non ci avevano neppure chiesto i documenti. Nel carretto c'erano anche le carote e le rape che i due uomini erano riusciti a racimolare. Arrivammo infine a Het IJ, il porto di Amsterdam: era passata la mezzanotte e avevamo perso il traghetto; il prossimo sarebbe passato all'una. Per fortuna la notte era mite; ci mettemmo ad aspettare. Eravamo talmente stanche che non ci reggevamo in piedi. Alla fine il traghetto arriv: attraversammo il porto e ci incamminammo lungo le strade silenziose fino al ponte Berlage: qui salutammo i nostri mariti Cariche di cibo, riprendemmo a spingere le biciclette. La mia amica abitava l vicino: dato il pericolo, rimanemmo col fiato sospeso finch non venne chiusa la porta di casa, con il cibo, le biciclette e le nostre stanche membra finalmente al sicuro. Rimasi l a dormire, ma la mattina mi svegliai all'alba e, in un'atmosfera grigia e piovosa, tornai in bicicletta a casa. Con l'inizio dell'inverno, la gente cominci a dimagrire tanto da far spavento; eravamo tutti cenciosi e logori in ogni senso; i bambini portavano scarpe con la tomaia tagliata sulla punta, oppure fatte di cartone o di pezzetti di cuoio legati intorno ai piedi. Gli alberi alti e belli che crescevano lungo i viali e che noi amavamo tanto venivano ora tagliati per esser usati come legna da bruciare. Per alimentare le auto si usava il gas da cucina, che veniva trasportato sul tetto della vettura in bombole a palloncino, oppure in un coso che sembrava una stufa panciuta, con la canna fumaria penzolante sul retro dell'auto. La maggior parte delle biciclette in funzione aveva ruote di legno. Nelle buie serate invernali, illuminavamo un po l'ambiente facendo bruciare un filo di cotone bagnato d'olio, immerso in un bicchiere d'acqua; quando la stanza veniva attraversata da una soffio d'aria, la fiammella gialla e tremolante fluttuava all'interno del bicchiere. Poich, in mancanza di sapone di qualsiasi tipo, la gente aveva cominciato a far bollire il bucato, tutti emanavano un odore acre e dolciastro; alcuni tra i pi poveri, non potendo usare sapone, presero la scabbia e si ricoprirono di piaghe rosse; anche l'acqua calda scarseggiava. Dal momento che mancavano i mezzi di trasporto, Karel non poteva tornare a nascondersi da noi; pur non essendo pi la nostra casa un posto sicuro, gli avevamo fatto sapere che, se voleva, poteva abitare da noi. Ma non c'erano treni. In un modo o nell'altro, anche senza corrente e senza carbone, la nostra ditta continu l'attivit, in maniera molto ridotta, certo, ma bastava a farci tirare avanti; ad esempio, riuscivamo ancora a fornire aromi artificiali per la preparazione delle salsicce. Molte ditte e negozi avevano chiuso: talvolta si leggevano sulle porte cartelli con su scritto CHIUSO PER MANCANZA di CARBONE. Mi chiedevo spesso se questi fossero veramente chiusi, o se dentro si nascondesse qualcuno, con la speranza che il cartello fuori tenesse lontani i tedeschi.

In prevalenza i nostri clienti erano ora i macellai: in questo periodo, per i ripieni delle salsicce, usavamo gusci di noce tritati acquistati all'ingrosso e aromi artificiali in bottiglia prodotti da una industria chimica di Naarden. Mescolando i due ingredienti, si otteneva un impasto dall'aspetto e dall'odore simile all'originale. Naturalmente era insapore, ma l'odore e la consistenza davano l'impressione del ripieno che, unito alla carne macinata, si usava per fare le salsicce. I macellai usavano chiss che cosa per fare queste salsicce, dato che di carne ce ne era poca in giro. Non facemmo mai domande al riguardo, era meglio non sapere. Uno dei nostri clienti fissi era un cuoco di origine tedesca. Nonostante la nazionalit, era un brav'uomo; durante l'occupazione era stato costretto a lavorare per i soldati tedeschi. All'inizio, era stato Kraler a trattare con lui; adesso, ogni volta che veniva, il signor Koophuis si intratteneva a lungo a parlare con l'uomo. Pagava sempre in contanti e una volta disse a Koophuis che, se qualcuno di noi avesse avuto difficolt a procurarsi dei viveri, ci saremmo dovuti rivolgere a lui che ci avrebbe aiutato. L'unico problema era che l'uomo lavorava a Kampen, una citt situata nell'Olanda orientale, molto lontana da Amsterdam. E venne il giorno in cui rimanemmo a corto di provviste. Il signor Koophuis mi incoraggi ad andare dal cuoco, cos decisi di recarmi a Kampen insieme con la moglie del commesso viaggiatore. Essendo rimasta senza bicicletta, la donna ne prese in prestito una dai nostri amici della casa di fronte. Ancora una volta ci mettemmo in viaggio all'alba, un'alba grigia e cupa; Kampen era piuttosto lontana e pedalammo l'intera giornata. Per la strada vedemmo molti dei nostri connazionali andare di fattoria in fattoria alla ricerca di cibo; il cielo era coperto e faceva freddo. Le strade erano piene di cumuli di neve semighiacciata e ovunque si erano aperte buche tremende; alcune persone camminavano lungo la strada spingendo biciclette o carrozzine rotte, imbacuccate fino al naso. Arrivammo infine a Kampen, alla caserma militare dove l'uomo lavorava; quest'ultimo ci fece entrare di nascosto e ci port dritte in cucina. Per caso era anche il mio compleanno, il 15 febbraio 1945. Il cuoco ci disse: Sedetevi e mangiate quello che volete Da tempo vivevo perennemente affamata, specialmente di cibi grassi e proteine che erano praticamente scomparsi dalla mia dieta. Per festeggiare il suo compleanno disse l'uomo, e cominci a metterci davanti cibi saporiti, bistecche, burro cremoso, e noi mangiammo a pi non posso. Fu un pasto meraviglioso. Secondo i piani, il cuoco avrebbe dovuto rifornirci di provviste da portare ad Amsterdam e noi saremmo andate a dormire da un amico della mia amica, un pastore protestante che viveva in una citt vicina. Nessuna di noi due riusciva a smettere di mangiare, cos finimmo per fare indigestione: siccome non eravamo pi abituate a mangiare vere pietanze, pian piano la testa cominci a girarci sempre di pi; lo stomaco mi faceva male da morire e, non riuscendo pi a muovermi, non ero in grado di lasciare la caserma. Il cuoco si spavent: alla fine, l'unica soluzione che gli venne in mente fu di sistemarci in una cella vuota della prigione. Con il rischio costante di poter esser visto, mi trasport quasi di peso nella cella; poi, chiudendo la porta, ci disse che sarebbe tornato a prenderci alle cinque della mattina seguente. Nella cella non c'era altro che un secchio vuoto; niente lenzuola, niente di niente. Il secchio non rimase vuoto a lungo: stetti male tutta la notte, con la febbre alta, brividi di freddo e crampi atroci. Pensai che fosse giunta la fine.

Trascorsa la notte, alle cinque il cuoco torn e ci port via, sorreggendomi fino alla bicicletta. Nonostante tutte le sofferenze, non avevo dimenticato di prendere i viveri che dovevo riportare ad Amsterdam; in un modo o nell'altro, riuscii a montare in sella, carica di provviste nascoste sotto i vestiti, e con la mia amica, che era molto pi in forma di me, mi misi in viaggio verso Amsterdam. Giungemmo quasi subito a un ponte controllato dai tedeschi: di solito, in posti del genere, prima di poter passare venivano tutti fermati dai soldati; oltre a dover esibire i documenti, gli uomini venivano perquisiti, mentre per le donne bastava un normale controllo dei documenti e una ispezione sommaria. La carne e le altre provviste che tenevo nascoste sotto i vestiti uscivano da tutte le parti e anche le borse erano piene fino all'orlo; avevamo una paura tremenda di dover consegnare tutto ai tedeschi. Ma poich non c'era nient'altro da fare, proseguimmo coraggiosamente verso il ponte e verso i soldati di guardia. Smontando dalle biciclette, notammo lo sguardo assonnato dei soldati e difatti, invece di chiederci i documenti, questi si limitarono a fare un cenno, lasciandoci passare. Non credevamo ai nostri occhi. Finalmente arrivammo a casa del pastore: sua moglie, vedendo in che stato ero, mi mise subito a letto; dal canto mio, non avrei potuto fare un passo di pi. Grazie alle cure della donna, il giorno seguente mi sentivo in condizioni tali da potermi rimettere in marcia alla volta di Amsterdam e cos, alle cinque di mattina, ci accomiatammo. Arrivammo ad Amsterdam che il coprifuoco era gi iniziato e a notte fonda giungemmo al ponte sull'Amstel dove, con nostra grande sorpresa, era stato istituito un nuovo posto di blocco della polizia verde. Alla vista delle uniformi, fummo prese dal panico, non solo per i viveri che avevamo con noi, ma per la nostra stessa incolumit. Tuttavia, ancora una volta la sorte ci fu propizia: l'ispezione era limitata al possesso di armi e con tipica precisione teutonica, se il controllo riguardava unicamente le armi, potevamo star certe che i soldati non avrebbero badato alle altre cose illegali, come appunto le provviste di cibo. Ci perquisirono alla ricerca di armi e, non trovandone, ci lasciarono andare. Ero stata via diversi giorni e sapevo che Henk sarebbe stato terribilmente in ansia; ma sapevo anche che n io n lui avremmo confidato le nostre paure l'uno all'altra; erano rischi che tutti correvamo ogni giorno. Il rischio e il pericolo ci accompagnavano costantemente e non c'era modo di sopravvivere senza rischiare. In pieno inverno i tedeschi erano arrivati a ridurre le razioni giornaliere a 500 calorie; l'annuncio della B. B. C. secondo il quale Eisenhower aveva dato ordine a ottantacinque divisioni di attestarsi sul Reno quasi ci lasciava indifferenti. Ogni giorno di gelo era un ostacolo che dovevamo superare: avere calore sufficiente per non morire di freddo e il minimo di calorie per poter continuare a campare erano le uniche cose a cui pensavamo. La madre di Henk mor in dicembre e si potrebbe dire che fu abbastanza fortunata di morire in ospedale perch non a tutti gli olandesi era possibile accedervi. Ad Amsterdam, ogni giorno c'era chi moriva di fame: a volte qualcuno si sedeva sul ciglio della strada e rimaneva l ad aspettare la fine; a volte la gente era talmente debole che moriva di difterite, di tifo o semplicemente di freddo. Nei quartieri erano state istituite delle cucine per la distribuzione di minestra davanti alle quali ogni giorno si faceva la fila, al freddo, per poter mettere qualcosa di caldo nello stomaco. La gente andava tutto il giorno alla ricerca di qualche pezzetto di carbone nei vecchi depositi. Per racimolare della legna da ardere, venivano divelte le traversine dei binari ferroviari; se in giardino o

appoggiata al muro avevi una scala di legno, svegliandoti una mattina poteva capitarti di non trovarla pi; finestre, scale, mobili, qualsiasi oggetto di legno veniva asportato dalle case disabitate. Quotidianamente ci spremevamo il cervello per trovare il modo di procurarci da vivere. Un giorno a Henk venne un'idea: prima dell'occupazione, suo padre era andato per anni a pescare nei fossi di irrigazione di un podere vicino a Waverveen, un piccolo villaggio distante una decina di chilometri da Amsterdam. Come ogni pescatore, mio suocero aveva un posto preferito dove da anni andava a pescare. Il suo si trovava vicino al podere di un contadino con il quale aveva stretto amicizia. Il piano di Henk prevedeva di entrare in contatto con questo contadino, ma per farlo era necessario raccontargli una bugia. A nessuno di noi due piaceva mentire, in particolar modo con questa persona. Tuttavia non potevamo farne a meno: Henk and a trovarlo e gli disse che suo padre era piuttosto malato e aveva bisogno di latte per potersi rimettere. Potevamo rivolgerci a lui per un poco di latte? Innanzitutto il contadino lo rifocill con un vero pasto genuino, di cui Henk aveva un disperato bisogno. Poi, colpito dal suo caso (la qual cosa riemp Henk di sensi di colpa poich suo padre godeva di buona salute), il contadino invit Henk a recarsi l ogni giorno e lui gli avrebbe venduto due bottiglie di latte a prezzo normale. Ogni mattina, quindi, a turno uno di noi due si alzava alle quattro e mezzo e, con qualsiasi tempo, faceva un viaggio di un'ora in campagna per raggiungere la fattoria del contadino. La prima volta che andai, mi presentai al contadino per fargli sapere chi ero. Ogni giorno, al mio arrivo, c'era una lunga fila di persone che venivano da Amsterdam per comprare del latte; io mi mettevo sempre in coda, ma il contadino, vedendomi, ogni volta mi chiamava, dicendo: Venga Se gli altri brontolavano, il contadino rispondeva: No, lei deve essere servita per prima; suo suocero malato Io mi sentivo tremendamente in colpa, pensando che a casa loro gli altri avevano veramente qualche malato che li stava aspettando. E con questo senso di colpa, non facevo la fila, prendevo le due preziose bottiglie di latte e rimontavo in sella per un altro viaggio di un'ora nell'oscurit. Sempre terrorizzata all'idea che qualcuno potesse fermarmi e sequestrarmi la bicicletta, cercavo di pedalare il pi velocemente possibile ma in modo tale da non attirare i sospetti. Il vento gelato mi schiaffeggiava la faccia; a volte i fiocchi di neve mi impedivano quasi di vedere la strada; il bavero del cappotto non era mai abbastanza chiuso da coprirmi le orecchie. Ma le bottiglie di latte riposavano al sicuro in una sacca davanti al manubrio. Per le strade si accumulavano mucchi non raccolti di immondizie (che, essendo congelati, grazie al cielo non mandavano cattivo odore) Gente affamata rovistava tra i rifiuti in cerca di avanzi di cibo, anche prima dell'alba. Finalmente giunse marzo, e poi aprile, ma l'inverno continuava a infierire. Certi giorni l'aria si scaldava un poco, a volte il sole faceva capolino per tornare subito dopo a nascondersi dietro le nubi. Quando neve e ghiaccio cominciarono a sciogliersi, l'aria fu ovunque pervasa da un odore nauseabondo, causato spesso dai bulbi di tulipano o dalle polpose barbabietole messi costantemente a bollire, o dal bucato mal lavato steso ad asciugare, o dai corpi troppo a lungo avvolti in vesti cenciose. Le nostre conversazioni erano sempre incentrate sul cibo: il cibo era diventato per tutti un'ossessione. Qualche sera io e Henk ci riunivamo con alcuni amici. Siccome non avevamo la radio, i nostri amici della Rijnstraat avevano promesso di avvertirci quando sarebbe stata dichiarata la fine della guerra. Cos, piuttosto che andare da loro ad

ascoltare la radio, spesso tiravamo fuori i nostri libri di cucina e trascorrevamo la serata copiando le ricette dei piatti che avremmo cucinato dopo la guerra; a volte qualcuno leggeva Rabelais, con le sue descrizioni di grandi mangiate e bevute. Pensavo sempre alla cioccolata: cioccolata calda, carezzevole, come il raso. Le ghiandole sotto la lingua mi dolevano dalla voglia. Il 12 aprile mor il presidente Roosevelt e Vienna, la mia citt natale, venne presa dai russi il giorno dopo. Montgomery aveva attraversato il Reno e si stava dirigendo verso Brema e Amburgo: secondo le notizie, si stendeva intorno a noi un'Europa distrutta, con i tedeschi sconfitti su tutti i fronti. Come un grande semicerchio intorno all'Olanda, la libert era arrivata. E mentre ogni giorno centinaia di bravi olandesi morivano consumati dalla fame, noi continuavamo ad aspettare, indeboliti, la mente sconvolta, confusa, incapace di assorbire o di concentrarsi su qualcosa che non fosse il prossimo pasto. Ogni giorno era un altro giorno passato nella Prinsengracht, la lunga camminata al Quartiere dei Fiumi scandita da ondate di debolezza e di nausea, Jo Koophuis al mio fianco. Henk e il nostro gatto Berry sempre ad aspettarmi a casa, o io ad aspettare loro. Come far bastare due patate per due adulti e un gatto? Mussolini venne catturato a Dongo, non lontano dal confine svizzero, e poi fu ucciso. Lui e l'amante vennero appesi a testa in gi a una stazione di servizio di Milano. Poi, il primo maggio, la radio tedesca interruppe la trasmissione della Settima sinfonia di Bruckner: i tamburi rullarono e una voce commossa annunci in tedesco che Hitler era morto compiendo il proprio dovere e che il suo successore sarebbe stato un certo Doenitz. La preghiera che tante volte avevo detto era stata ascoltata. Ma in un modo o nell'altro, non era abbastanza. Nonostante la temperatura fosse ora pi mite e le giornate si fossero allungate, l'aver risolto almeno in parte il problema cruciale del riscaldamento e dell'illuminazione non rendeva meno critica la situazione, dato che il cibo continuava a scarseggiare. Avevo sempre la mente confusa; la ricerca quotidiana di viveri mi toglieva ogni energia e capacit di concentrazione. Oltretutto, c'era anche l'ufficio da mandare avanti; ogni giorno si combatteva per non affondare e tanti intorno a me erano usciti sconfitti dalla lotta. Con maggio arrivo il bel tempo: una volta tanto il cielo era azzurro e macchie di verde tornarono, nonostante tutto, a ravvivare la citt devastata. Venerd 4 maggio, dopo un'altra normale giornata di lavoro, tornai a casa e trovai Berry seduto vicino alla sua ciotola in cucina, in attesa della sua razione di latte. Cominciai a preparare una magra cena a base di carote e qualche piccola patata ma, non avendo altro che schegge di legno per alimentare il fuoco, l'acqua sembrava non bollire mai. La mia mente vagava tra i pensieri quando, all'improvviso, una ventata d'aria fresca attravers la stanza e mi trovai di fronte Henk che, prendendo le mie mani tra le sue, mi guard----------------------------------------------------------------negli occhi e disse: Miep, ti ho portato una bella notizia: i tedeschi sono stati sconfitti. La guerra finita! L'emozione era tanta che quasi non mi reggevo in piedi. Pensavo: Sar proprio vero? Guardai di nuovo Henk negli occhi e mi dissi: Deve proprio esser vero Di Henk ci si poteva fidare ciecamente. Ci sedemmo a tavola ed era tanta la gioia che non sentivamo pi i crampi della fame: anzi, quella mi sembr la cena pi buona della mia vita. Ma, ci chiedemmo, ora cosa sarebbe successo? I tedeschi erano ancora tra noi; avendo perso la guerra, sicuramente erano fuori di s dalla rabbia. Henk mi mise in guardia: Ora non dobbiamo lasciarci

andare Lasciarsi andare poteva significare perdere la vita e che spreco sarebbe stato, ora che la guerra era stata vinta. E, ci chiedemmo, i nostri amici nei campi di concentramento, ovunque essi fossero, sarebbero stati anch'essi liberi? Scoccarono le otto, l'ora del coprifuoco: all'improvviso, qualcuno buss forte sul vetro della finestra. Io e Henk andammo a vedere e ci trovammo di fronte il nostro amico di Rijnstraat, che aveva promesso di avvertirci quando la guerra fosse finita. Bussava alla finestra e agitava le braccia: E' finita! E' finita! Lo facemmo entrare, dicendogli che gi sapevamo. Venite ci disse. Coprifuoco o meno, la gente scesa tutta in strada. Siamo liberi! Le strade erano piene di gente: tutti portavano con s della carta, del legno, vestiti vecchi, qualsiasi cosa si potesse bruciare. Andammo in Rijnstraat: i ragazzi ballavano intorno a dei grandi fal, mentre i pi anziani andavano su e gi per la strada, ridendo e abbracciandosi gli uni con gli altri. Era un sentimento collettivo di gioia, di liberazione. I tedeschi erano come scomparsi. Ci avviammo verso casa; sapevo che quella notte non avremmo chiuso occhio. Cominciava allora a imbrunire e notai quanto fosse bello il cielo al crepuscolo. Poi, sopra i tetti, vidi uno stormo di piccioni calare improvvisamente e risalire volteggiando nell'aria e mi colp il fatto che da tanto tempo non avevo pi visto uccelli in citt. Da quanto tempo erano scomparsi i passeri? Da quanto tempo non c'erano pi cigni nei canali? E le anatre? Certo, pensai, era facile per gli uccelli andar via; anche a loro doveva essere mancato il cibo. Con i tedeschi era vietato tenere piccioni; sicuramente erano stati tenuti nascosti durante tutta l'occupazione. Ora, con l'arrivo della buona notizia, erano stati liberati e sembravano tanti coriandoli gettati in cielo. Erano tornati i piccioni sopra i tetti di Amsterdam: erano liberi, e noi con loro. Capitolo diciassettesimo. All'aeroporto Schiphol, fuori Amsterdam, cominciarono a piovere pacchi di viveri: piccoli barattoli di margarina, burro vero, biscotti, salsicce, pancetta, cioccolato, formaggio e uova in polvere. Gli aerei ci sorvolavano a bassa quota ma per la prima volta, sentendone il rombo, non ci venne un nodo in gola: la gente, anzi, sal sui tetti, sventolando qualsiasi cosa avesse a portata di mano, bandiere, lenzuola. Sabato mattina, andando in ufficio, ebbi l'impressione che tutti fossero usciti in strada; nonostante le notizie e i festeggiamenti, per, era ancora molto pericoloso. I tedeschi erano fuori di s dalla rabbia: sentii dire che in piazza Dam, di fronte al vecchio Hotel Krasnapolsky, alcuni soldati tedeschi avevano perso la testa e avevano cominciato a sparare sulla folla, uccidendo diverse persone. Ma niente riusc a fermare la festa e la gente continu a fare fal e a ballare. Dopo il lavoro, tornai a casa e dissi a Henk: Dai, Henk, andiamo anche noi a festeggiare, tirandolo per un braccio. Ma lui scosse la testa. No, rispose preferisco rimanere. Non ho voglia di unirmi alla folla giubilante. Troppe cose continu sono successe nel paese in questi cinque anni; troppa gente stata deportata. Chiss quanti non torneranno pi. Sono felice che sia finita, s, ma voglio rimanere a casa senza far chiasso. Smontai la tenda per l'oscuramento: era la prima sera, dopo cinque anni, in cui potevamo guardar fuori la luna. Giunse la notizia che i soldati tedeschi si stavano radunando in varie parti dell'Olanda per partire: all'improvviso, se ne erano andati. Arrivarono altri aerei alleati, sganciando altri viveri e noi, con la

sensazione che fosse accaduto un miracolo, ci mettemmo ad aspettare che ne venisse annunciata la distribuzione. Il 7 maggio non andammo a lavorare. Per le vie, la gente salutava gridando l'arrivo dei canadesi: gettai il grembiule, sopra una sedia e corsi di nuovo fuori in strada, andando il Rijnstraat con tutto il resto del quartiere ad aspettare i liberatori. La gente diceva che sarebbero arrivati tra un attimo, ma noi continuavamo ad aspettare e loro non si facevano vivi. Alla fine, dopo tre ore di attesa, vedemmo arrivare su ponte Berlage quattro piccoli carri armati canadesi che attraversarono l'Amstel. Dopo una breve sosta, proseguirono inoltrandosi in citt: i soldati portavano il berretto; le uniformi marrone chiaro erano composte di una giacca corta pantaloni stretti alle caviglie. Il grosso dell'esercito canadese giunse l'8 maggio: l'arrivo occup l'intera giornata. Arrivarono suddivisi in molte colonne, ma io e Henk eravamo andati in ufficio e non potevamo vedere la parata. I nostri amici ci raccontarono che i soldati erano veramente sporchi; ci nonostante, le ragazze continuavano a dar loro baci sul viso. Agitando le braccia in segno di saluto, i canadesi distribuirono le prime vere sigarette che si fossero viste da anni. I soldati raggiunsero marciando Amsterdam Sud e proseguirono verso piazza Dam e il palazzo reale. La regina Guglielmina aveva gi fatto ritorno nella sua amata Olanda, ora devastata e quasi in preda alla carestia; la regina aveva adesso sessantaquattro anni, una signora piccola e robusta che Churchill aveva soprannominato l'uomo pi intrepido d'Inghilterra Come il nostro paese, anche lei aveva resistito. I festeggiamenti si protrassero per giorni; gli inni nazionali canadese e olandese vennero suonati decine e decine di volte. Per le strade si suonava e si ballava: un organetto scovato chiss dove, una vecchia fisarmonica, qualsiasi cosa servisse a far musica andava bene. La gente aveva subito piantato semi di calendula per far crescere il colore che i tedeschi avevano vietato: l'arancione, il colore della nostra casa reale. Anche chi fino ad allora aveva vissuto in rifugi segreti usc in strada: ebrei da lungo tempo nascosti uscirono stropicciandosi gli occhi disabituati alla luce, il volto giallo deperito e diffidente. Ovunque suonavano le campane; nell'aria venivano lanciate stelle filanti. I liberatori ci avevano portato banconote olandesi nuove che erano state stampate in Inghilterra. Un'inflazione selvaggia aveva colpito tutte le valute e nei negozi non c'era pi niente da comprare. Era straordinario alzarsi la mattina e trascorrere una giornata intera senza alcuna sensazione di pericolo. E subito, io, Henk, tutti ci mettemmo in attesa per vedere chi sarebbe tornato a casa. Cominciarono a circolare racconti impressionanti e inimmaginabili della liberazione dei campi di concentramento tedeschi; nei primi giornali liberi furono stampate fotografie e testimonianze. Durante l'occupazione avevamo sentito parlare di camere a gas, uccisioni, violenze brutali e misere condizioni di vita nei campi, ma nessuno di noi poteva immaginare di quali atrocit si fossero macchiati i tedeschi; la realt dei fatti sorpassava persino le previsioni pi pessimistiche. Non riuscivo a leggere gli articoli e a guardare le fotografie sui giornali; non potevo permettermi di pensare a quei resoconti. Dovevo fare il possibile per mantenermi ottimista riguardo alla sorte dei nostri amici; pensare diversamente sarebbe stato un peso insopportabile. Nel giro di pochi giorni venne dato inizio ai primi lavori di riparazione: si inchiodarono assi alle finestre vuote, ponti e binari

vennero sistemati affinch i treni potessero di nuovo viaggiare. Avevamo bisogno di tutto, ma nessuno aveva niente. Henk ricevette l'incarico di accogliere la gente che ritornava alla Stazione Centrale e di indicare loro dove avrebbero potuto rivolgersi per ricevere aiuti, denaro, tessere annonarie, un alloggio; andava l ogni giorno e trascorreva il tempo seduto a una scrivania. La gente tornava con i camion militari e in seguito, quando alcuni itinerari vennero ripristinati, anche con il treno. Ebrei e altri rimasti per anni schiavi dei nazisti avevano atteso con ansia il ritorno in un'Olanda libera; ora cominciarono a tornare e dai loro volti avvizziti era impossibile giudicarne l'et. Gli ebrei di ritorno dai campi di prigionia avevano tutti dei numeri blu tatuati sul braccio; a causa della lunga separazione, bambini che non ricordavano pi la data di nascita e il proprio nome non riuscivano a riconoscere i familiari. Tra quanti rientrarono alla spicciolata nel Quartiere dei Fiumi, alcuni trovarono il proprio appartamento occupato da un'altra famiglia; altri riuscirono a riavere indietro la casa perch l'esponente del N. S. B. che vi aveva abitato era fuggito. Pian piano, una piccola schiera di ebrei fece ritorno nel nostro quartiere. Sui muri venivano affisse ogni giorno liste di sopravvissuti dai campi di concentramento. Era difficile riconoscere i vecchi abitanti del quartiere che ritornavano, perch chi rientrava, dopo tutto quello che aveva sofferto, aveva un aspetto differente. Ma siccome tutti avevamo vissuto giorni terribili, nessuno voleva approfondire le discussioni sulle sofferenze degli altri. Ogni giorno, seduto alla scrivania nella Stazione entrale, Henk interrogava chiunque, chiedendo: Sa qualcosa di Otto Frank? Oppure: Ha per caso notizie di Otto Frank e di sua moglie Edith, o delle figlie Margot e Anna Frank? Ma sempre la persona scuoteva la testa. No. E dietro un'altra persona, scuotendo la testa, rispondeva: No Uno dopo l'altro, nessuno sapeva niente dei nostri amici. Qualche giorno dopo la liberazione, mi trovavo in ufficio quando all'improvviso torn la corrente; un semplice clic, ed ecco, avevamo di nuovo la luce. Venimmo subito a sapere che Victor Kraler era vivo e che, anzi, era sfuggito alle mani dei tedeschi ed era rimasto nascosto in casa sua durante gli ultimi giorni dell'Inverno della Fame, accudito dalla moglie. Quando torn in ufficio, ci raccont della sua fuga: La maggior parte delle persone nel campo di Amsterdam dove fummo mandati all'inizio erano in genere prigionieri politici, gente che aveva fatto mercato nero, cristiani che avevano nascosto ebrei. Da Amersfoort fui trasferito in altri campi di lavori forzati, tra cui l'ultimo molto vicino al confine tedesco. Una mattina, era inverno, fummo chiamati all'appello; poi un intero gruppo di olandesi venne fatto marciare fuori dal campo. Mi dissi: "Ora rimango dietro al gruppo", e cos feci, mettendomi al passo con alcuni anziani soldati tedeschi. Questi erano vecchi e stanchi e ne avevano abbastanza della guerra; cos pensai: "Adesso chiedo loro in tedesco dove stiamo andando" I soldati risposero: "Dobbiamo andare a piedi fino in Germania; stiamo trasferendo l'intero campo in Germania" "Non far in tempo ad accorgermene," pensai, "che sar gi nella Germania di Hitler. Da l non riuscir mai a fuggire." Cos cercai ancora di rimanere indietro. All'improvviso, comparvero dal nulla degli aerei Spitfire che, scendendo in picchiata, cominciarono a mitragliare la zona; le guardie

urlavano: "Gi! A terra!" Eravamo vicini a un campo di granturco: mi gettai nel campo e l'attacco prosegu, con i caccia che bombardavano l'intera zona. Alla fine gli aerei volarono via e le guardie gridarono: "Tutti in piedi! In fila! Ma io rimasi dove ero, nascosto tra il granturco, trattenendo il respiro. E, che ci crediate o meno, ripresero a marciare, lasciandomi solo nel campo. Aspettai un po, poi strisciai via nella direzione opposta. Infine, sentendomi al sicuro, mi alzai in piedi e, camminando, uscii dal campo. Poco dopo, arrivai in un piccolo villaggio di campagna: siccome avevo ancora indosso l'uniforme da prigioniero, cominciai a innervosirmi. Ai margini del villaggio c'era un negozio di biciclette "Meglio rischiare" pensai, ed entrai dentro. Nel negozio c'era un olandese; gli dissi che ero appena fuggito da un campo di prigionia. "Mi darebbe una bicicletta?" gli chiesi. "Vorrei andare a casa". Dopo avermi scrutato, l'uomo and nel retro del negozio e torn fuori con una bicicletta nera, vecchia ma robusta. "Ecco," disse spingendo la bicicletta verso di me "torni a casa. La pu restituire dopo la guerra." Tornai a casa in bicicletta e mia moglie mi ha tenuto nascosto durante tutto l'Inverno della Fame, fino a oggi. Nel giro di poche settimane la merce torn nelle vetrine dei negozi: un cappotto invernale, un bel vestito. Ma solo nelle vetrine: nei negozi non c'era niente da vendere. A volte, in vetrina, compariva un cartello con su scritto SOLO PER ESPOSIZIONE; altri negozi esponevano bottiglie di latte, formaggi e pacchetti di buon burro olandese finti, ritagliati nel cartone. Sentii dire che gli Alleati stavano organizzando in Inghilterra dei centri di salute per i bambini olandesi: questi ultimi erano in condizioni talmente misere che per rimetterli rapidamente in sesto c'era veramente bisogno di una vacanza straordinaria. Proprio come me, una bambina affamata con un cartellino al collo che nel 1920 era stata mandata da Vienna in Olanda, nel 1945 questi bambini olandesi vennero imbarcati e portati in Inghilterra per una cura di supernutrizione. Giorno dopo giorno, Henk andava alla Stazione Centrale e l distribuiva tagliandi a coloro che erano appena tornati, molti dei quali avevano perso tutto, a volte anche la famiglia. Giorno dopo giorno, domandava: Conoscete Otto Frank? Avete mai visto la famiglia Frank, Otto, Edith, Margot e Anna? E giorno dopo giorno la gente scuoteva la testa, rispondendo: No Oppure: No, non li ho mai visti n sentiti Senza perdersi d'animo, Henk continuava a chiedere a tutti: Conoscete i Frank?, quando un giorno, invece di ricevere la consueta risposta da un volto devastato dai tormenti, si sent dire: Signore, io ho visto Otto Frank: sta tornando a casa! Quel giorno Henk vol a casa per darmi la buona notizia. Era il 3 giugno 1945. Si precipit in soggiorno e, afferrandomi, disse: Miep, Otto Frank sta tornando! Fu come se qualcuno mi avesse tolto un gran peso: nel profondo del cuore sentivo che sarebbe tornato, che anche gli altri sarebbero tornati. Proprio in quel momento, dalla finestra intravidi qualcuno passare: con un nodo in gola, corsi fuori. Il signor Frank era l che si stava avvicinando alla nostra porta. Ci guardammo, senza parole. Era magro, ma lo era sempre stato; teneva un involto in mano. I miei occhi si riempirono di lacrime; non volevo sapere cosa fosse accaduto. Sapevo solo che non avrei chiesto niente. Stavamo l'uno davanti all'altra, in silenzio. Infine, Frank parl. Miep, disse a bassa voce Edith non torner a casa. Il nodo alla

gola si strinse pi forte. Cercai di nascondere il colpo. Entri in casa dissi. Lui continu: Ma ho grandi speranze per Margot e per Anna S. Grandi speranze ripetei in tono di incoraggiamento. Entri in casa. Rimase l senza muoversi. Miep, sono venuto da voi perch lei e Henk siete le persone pi care che ho. Gli presi l'involto dalle mani. Venga, star qui da noi. E adesso le preparo da mangiare. Rimarr qui fin quando vorr. Entr in casa; lo sistemai in una stanza e con tutto ci che avevo in cucina gli preparai una bella cena. Mangiando, il signor Frank ci raccont di essere finito ad Auschwitz. Quella fu l'ultima volta che vide Edith, Margot e Anna; appena arrivati, gli uomini erano stati divisi dalle donne. Quando, in gennaio, i russi avevano liberato il campo, dopo un lungo viaggio Frank era stato portato a Odessa. Da l era stato portato in nave fino a Marsiglia e infine in Olanda in treno e in camion. Ci raccont queste poche cose parlando dolcemente; non disse molto, ma tra di noi le parole non erano necessarie. Il signor Frank si stabil da noi. Ben presto torn in ufficio, riprendendo in mano le redini della ditta. Sapevo che l'avere qualcosa da fare ogni giorno lo sollevava; nel frattempo cominci a fare ricerche su Margot e Anna attraverso la rete di informazioni che si veniva formando sugli ebrei vissuti nei campi di concentramento: si rivolse alle agenzie per i profughi, consult le liste giornaliere, si affid alle informazioni date a voce. Quando Auschwitz era stata liberata, Otto Frank era andato subito al campo delle donne per avere notizie della moglie e delle figlie. Tra il caos e la desolazione del campo era venuto a sapere che la moglie era morta poco prima della liberazione. Era anche venuto a sapere che molto probabilmente Margot e Anna erano state trasferite in un altro campo, insieme alla signora van Daan. Il campo si chiamava Bergen-Belsen ed era piuttosto lontano da Auschwitz; poi non era riuscito a sapere altro. Adesso il signor Frank cerc di riprendere le ricerche. Quanto agli altri, Frank aveva perso ogni traccia di Albert Dussel; dopo aver lasciato il campo di transito di Westerbork, non aveva idea di cosa gli fosse successo. Aveva invece assistito di persona al momento in cui il signor van Daan era stato mandato alla camera a gas. Peter van Daan era andato a visitarlo quando si trovava nell'infermeria del campo ad Auschwitz. Frank sapeva anche che, subito prima della liberazione del campo, nella ritirata i tedeschi avevano portato con s alcuni gruppi di prigionieri. Peter si era trovato in uno di questi gruppi. Otto Frank aveva pregato Peter di provare a farsi ricoverare anche lui nell'infermeria, ma Peter non aveva potuto o non aveva voluto farlo. Era stato visto per l'ultima volta mentre al seguito dei tedeschi si addentrava nella campagna coperta di neve. Di lui non si avevano altre notizie. Il signor Frank nutriva grandi speranze sulla sorte delle ragazze perch Bergen-Belsen non era un campo di sterminio: l, non vi erano camere a gas. Era un campo di lavoro, dove erano presenti la fame e le malattie, ma non era dotato di attrezzature per eliminare i prigionieri. Poich Margot e Anna erano state mandate al campo pi tardi rispetto alla maggior parte delle altre recluse, erano relativamente in salute. Anche io continuavo a sperare per la sorte di Margot e di Anna; salda come una roccia, sentivo dentro di me la convinzione che fossero sopravvissute e che sarebbero ritornate sane e salve ad Amsterdam. Il signor Frank aveva scritto a diversi olandesi che erano stati

prigionieri a Bergen-Belsen; ogni giorno la gente si ritrovava grazie alle notizie trasmesse a voce da qualcuno. Ogni giorno aspettava di ricevere una risposta alle sue lettere e di leggere le liste di sopravvissuti compilate e affisse quotidianamente ai muri. Ogni volta che bussavano alla porta o che sentivamo qualcuno salire, il nostro cuore per un attimo cessava di battere: forse Margot e Anna erano riuscite a tornare a casa e finalmente le avremmo viste coi nostri occhi. Il 12 giugno sarebbe stato il compleanno di Anna. Forse, speravamo... ma il giorno del suo compleanno pass, senza che noi avessimo ricevuto altre notizie. La signora Samson torn in Hunzestraat e si trasfer nella sua vecchia camera. Sua nipote era morta di difterite nel rifugio di Utrecht, ma il suo nipotino era ancora vivo. Fino ad allora la signora Samson non aveva pi avuto notizie di sua figlia e del genero che erano scomparsi quel giorno alla Stazione Centrale. N sapeva niente del marito, che si pensava fosse in Inghilterra. Anche lei, dunque, si trovava come sospesa in un limbo, in attesa di notizie. Il nostro erbivendolo ritorn dal campo con i piedi congelati. Lo rivedemmo nel suo negozio e ci salutammo come vecchi amici. I negozi erano ancora quasi vuoti; sopravvivevamo con le razioni. Ma i lavori di ricostruzione e di riparazione erano gi iniziati. La nostra compagnia delle spezie vendeva per lo pi surrogati, ma gli affari riprendevano pian piano lo stesso e l'azienda andava avanti. Una mattina io e il signor Frank eravamo soli in ufficio occupati ad aprire la posta. Era in piedi vicino a me, mentre io ero seduta alla scrivania. Percepii vagamente il rumore di una busta che veniva aperta; poi, ci fu un momento di silenzio. Qualcosa mi fece alzare gli occhi. Con voce rotta e incolore, Otto Frank disse piano: Miep. I miei occhi cercarono i suoi. Miep. Teneva stretto tra le mani un foglio di carta. Ho ricevuto una lettera da un'infermiera di Rotterdam. Miep, Marot e Anna non torneranno Rimanemmo l cos, ambedue fulminati, bruciati fino in fondo al cuore, fissandoci negli occhi. Poi il signor Frank si avvi verso la sua stanza e con voce spezzata disse: Mi ritiro nel mio ufficio Lo sentii attraversare la stanza e il corridoio, poi la porta si chiuse. Rimasi seduta alla scrivania, distrutta. Tutto ci che era successo fino ad allora in un modo o nell'altro riuscivo ad accettarlo. Volente o nolente, ero costretta ad accettarlo. Ma questo, non potevo. Era l'unica cosa che, ero convinta, non sarebbe successa. Sentii gli altri entrare in ufficio. Sentii una porta che si apriva e una voce chiacchierare. Poi, buongiorno e tazze di caff. Aprii il cassetto al lato della scrivania e tirai fuori i fogli che erano in attesa di Anna da quasi un anno. Nessuno, me compresa, li aveva toccati. Ma ora Anna non sarebbe tornata a riprenderli. Presi tutti i fogli, mettendo il piccolo diario a scacchi rossi e arancioni in cima, e portai tutto nell'ufficio del signor Frank. Frank sedeva alla scrivania, gli occhi offuscati dallo shock. Gli tesi il diario e i fogli e dissi: Questa l'eredit di Anna Capii che aveva riconosciuto il diario. Lo aveva regalato alla figlia poco pi di tre anni prima, per il suo tredicesimo compleanno, qualche giorno prima che andassero a vivere nell'alloggio segreto. Lo sfior con la punta delle dita. Misi tutto nelle sue mani, poi lasciai l'ufficio, chiudendo piano la porta. Poco dopo, il telefono sulla mia scrivania squill. Era la voce del signor Frank: Miep, per favore, faccia in modo che nessuno mi disturbi Sar fatto risposi.

Capitolo diciottesimo. Una volta stabilitosi da noi permanentemente, il signor Frank mi disse: Miep, ora deve chiamarmi Otto. Siamo una famiglia adesso. Acconsentii a chiamarlo per nome, ma non volendo dare il cattivo esempio agli altri colleghi, gli dissi: A casa la chiamer Otto, ma se permette in ufficio la chiamer ancora signor Frank Non necessario rispose. Se permette, insisto. Qualche tempo dopo, a causa di piccole divergenze che erano sorte tra noi e la signora Samson, cominciammo a sentirci un poco a disagio in quella casa e preferimmo trasferirci altrove. Ro, la sorella di Henk, abitava nella stessa via, poco lontano da noi: ci offr di andare a vivere da lei, compreso il signor Frank, e quindi traslocammo. Al signor Frank venne assegnata una piccola camera sul retro, con un lavandino, mentre io e Henk prendemmo la camera da letto di Ro; quest'ultima avrebbe dormito in soggiorno. Fummo fortunati a trovare questa sistemazione, poich le possibilit di trovare un alloggio ad Amsterdam erano scarsissime. Naturalmente, anche Berry venne con noi. I negozi erano ancora vuoti: fatta eccezione per i generi di prima necessit, era impossibile procurarsi altro; dopo tanti anni senza niente, ci eravamo quasi abituati a quella situazione. Durante l'intero ultimo anno di guerra, Henk non aveva fumato molto; ora, a volte, si trovavano al mercato nero le Sweet Caporals canadesi, ma non succedeva sempre. Quando c'erano sigarette, Henk fumava. Cercai di rendere la nostra casa il pi accogliente possibile e cucinavo per tutti usando qualsiasi cosa fossi riuscita a scovare. Preparare piatti interessanti era impossibile, dato che gli ingredienti di base erano sempre gli stessi. Ma avevo acquistato una certa abilit nel cavarmela con quel poco che avevamo e riuscivo a far s che tutti fossero abbastanza ben nutriti in una casa graziosa e accogliente. Eravamo tutti deboli, svuotati, intorpiditi; io avevo esaurito la mia riserva di energie ma, fortunatamente, non ne avevo pi molto bisogno. Nessuno di noi era molto loquace, ma i ricordi che avevamo in comune ci tenevano uniti. Lentamente si stavano ricostruendo i ponti, le dighe, la ferrovia. Otto mi disse che, prima di rifugiarsi nell'alloggio segreto, era riuscito a sistemare presso amici alcuni mobili di Edith che avevano nella Merwedeplein; avendo saputo che avevano superato intatti la guerra, volle quindi portarli a casa da noi. Quando i mobili arrivarono, vidi il grande orologio a pendolo che era giunto addirittura da Francoforte nel 1933, quell'orologio che si caricava ogni quindici giorni e che scandiva il tempo con il ticchettio pi tenue del mondo; vidi portare attraverso la stanza il piccolo e fine scrittoio antico in mogano. Otto Frank mi disse: Edith sarebbe stata felice di sapere che sarai tu ad usare queste cose Poi, Frank mi mostr il disegno a carboncino della grande e dolce mamma gatta che allattava i suoi piccoli che, anni prima, mi aveva tanto colpito. Mi offr tutto quanto. Quel disegno in particolare mi rammentava il periodo delle riunioni del sabato nella Merwedeplein: il periodo delle discussioni politiche appassionate, delle torte zuccherose e del buon caff; della dolce e timida Anna, allora cos piccola, che usciva con la bella Margot a salutare i grandi e a mangiare una fetta di torta. Anna teneva in braccio la sua gatta, Moortje, e questa penzolava a momenti fino a terra, quasi troppo pesante per la bambina. Ma accantonai subito questi pensieri; non volevo ricordare il passato. Un giorno arrivarono due biciclette per il signor Frank, spedite da

alcuni suoi amici dall'Inghilterra. Miep mi disse Frank, spingendo verso di me una bicicletta inglese lustra, lucida e nuova fiammante. Una per te e una per me. La presi: in vita mia, non avevo mai avuto una bicicletta nuova di zecca. Nessuno del quartiere aveva qualcosa di nuovo; immaginai che guardassero con invidia alle nostre biciclette nuove. Arriv un altro pacco per il signor Frank: questo faceva bella mostra di elaborate etichette americane e proveniva da amici che avevano trascorso l al sicuro gli anni della guerra. Otto apr il pacco facendo grande attenzione e insieme guardammo il contenuto sparso sul tavolo. C'erano barattoli, sigarette americane e diversi pacchettini; Frank mi propose di aprirli per vedere cosa contenessero: un aroma di cacao si sprigion dal primo, tanto forte da inebetirmi. Ne presi un poco tra le dita: era cos morbido e soffice, di un marrone cos scuro. Vedendo il cacao e sentendone il profumo, cominciai a piangere. Otto disse: Prendilo, fanne una tazza Non riuscivo a frenare le lacrime: mi sembrava impossibile avere di nuovo un po di cacao vero. La Croce Rossa affisse le liste finali degli ebrei sopravvissuti. Di quanti erano stati deportati dai tedeschi, solo una minima parte era tornata in Olanda, neppure uno su venti. Di quanti si erano nascosti in rifugi segreti, appena un terzo era sopravvissuto. Tutti i sopravvissuti avevano praticamente perso tutto quello che avevano. Il pensionante del signor Frank, l'uomo con cui io e Henk avevamo giocato a sciarada, era stato deportato nei campi, ma era sopravvissuto ed era tornato. L'uomo anziano che ci aveva chiesto di tenere le opere di Shakespeare invece non era tornato; cos quei bei volumi rimasero nella nostra libreria. N era tornata la mia vicina del piano di sopra, la signora che ci aveva chiesto di prenderci cura del gatto, Berry; cos Berry continu a vivere con noi. In seguito venimmo a sapere che Albert Dussel era morto nel campo di Neuengamme; che Petronella van Daan era morta o a Buchenwald, o a Theresienstadt il giorno che il campo era stato liberato; che Peter van Daan non era morto nel corso della marcia della morte partita da Auschwitz, ma che era in qualche modo sopravvissuto ed era stato mandato a Mauthausen, dove era morto proprio il giorno in cui gli americani liberarono il campo. Attraverso informazioni raccolte da testimoni oculari sopravvissuti alla prigionia, venimmo a sapere che Margot e Anna erano state divise dalla madre ad Auschwitz, dove Edith Frank aveva trascorso in solitudine le ultime settimane di vita. Margot e Anna erano state trasferite a Bergen-Belsen, dove all'inizio le loro condizioni di salute erano state relativamente buone; poi, nei primi mesi del 1945, si erano entrambe ammalate di tifo. A febbraio o a marzo era morta Margot e, in seguito, anche Anna era morta di tifo, completamente sola, pochissime settimane prima che il campo venisse liberato. Sebbene le liste finali dei sopravvissuti fossero ormai uscite, c'erano ancora molti profughi e anche i confini erano diversi da quelli di una volta; cos, non c'era modo di sapere con sicurezza che fine avessero fatto molte altre persone che non erano tornate. Per alcuni fu possibile nutrire ancora qualche speranza. Dopo la guerra, Karel van der Hart non ci fece mai avere sue notizie, ma venimmo comunque a sapere che era andato in America. La sera, dopo essere tornato a casa dal lavoro, finita la cena, Otto si metteva a tradurre in tedesco parti del diario di Anna per sua madre, che abitava a Basilea; il signor Frank accludeva queste traduzioni alle lettere che le spediva. A volte usciva dalla sua camera con il piccolo diario di Anna in mano e, scuotendo la testa, mi diceva: Miep,

dovresti sentire che descrizione ha fatto qui Anna! Chi avrebbe mai detto che Anna avesse sempre avuto un'immaginazione cos fervida? Ma quando mi chiedeva di ascoltare cosa aveva scritto, rispondevo di no; non ce la facevo proprio ad ascoltare, rimanevo troppo turbata. A causa del suo carattere poco simpatico, Frits van Matto venne garbatamente estromesso dalla ditta. Koophuis e Frank non lo licenziarono; semplicemente, lo persuasero che avrebbe fatto pi strada altrove. Furono quindi assunti dei nuovi magazzinieri. Venne il 1946 e vivevamo ancora in povert; mancava ancora tutto. Il 15 maggio 1946 Elli Vossen si spos e lasci la Prinsengracht; al suo posto fu assunto un ragazzo. Provenendo da una famiglia numerosa, sei sorelle e un fratello, Elli aveva sempre sognato di avere lei stessa una famiglia numerosa. Poco dopo era gi incinta e felicissima che il suo sogno di sempre stesse cominciando a realizzarsi. Avevo gi compiuto trentacinque anni; la possibilit di diventare madre stava scemando col tempo. I miei sogni di maternit erano molto cambiati, dopo quanto era successo in Olanda; ero contenta che nessun figlio nostro avesse dovuto attraversare quei terribili anni. Dopo la guerra non affrontammo il discorso di avere dei figli. Mi era anche molto difficile continuare a credere nell'esistenza di Dio; quando ero piccola, a Vienna, i miei genitori erano cattolici osservanti. Qualche volta mi portavano in chiesa, ma non mi piaceva: ero molto piccola (avevo tre, quattro o al massimo cinque anni), non capivo bene cosa succedesse durante la messa, ma ero impressionata dall'oscurit della chiesa, dalle sue dimensioni, dal freddo che sentivo dentro di me. La mia avversione nei confronti della chiesa mi port a chiedere il permesso di essere esentata dal frequentarla; i miei genitori non mi forzarono e io non ci tornai pi. Arrivata a Leida, neppure i miei genitori adottivi mi costrinsero ad andare in chiesa cosicch, crescendo, non aderii ad alcuna religione. Per non dubitai mai dell'esistenza di Dio. Cio, mai finch non scoppi la guerra. Quando la guerra fin, la mia fede in Dio era ormai definitivamente scomparsa, lasciandosi dietro solo un grande vuoto. Henk non era credente gi da prima che la guerra iniziasse e continu a non esserlo sia durante che dopo. Tuttavia, sentivo l'esigenza di approfondire la mia cultura in fatto di religione e fu cos che presi a leggere il Vecchio Testamento. Poi fu la volta del Vangelo. Con grande interesse mi dedicai anche alla lettura di studi su molte religioni diverse: libri sul giudaismo, sul cattolicesimo, sul protestantesimo, qualsiasi cosa riuscissi a procurarmi. Non parlai mai con nessuno delle mie letture; continuai semplicemente a leggere libri su libri. Ogni libro era ricco di cose interessanti, eppure non ero mai sazia. Gli anni bui avevano demolito le mie pi intime convinzioni e ora andavo alla ricerca di qualcosa che potesse sostituirle. Sebbene fosse stata intrapresa una lenta opera di ricostruzione e di rinnovamento, noi olandesi continuavamo a nutrire un profondo odio per i disumani tormenti cui ci avevano sottoposti i nostri oppressori tedeschi. Per cinque anni interi avevamo perduto i contatti con il mondo esterno; eravamo stati profondamente umiliati, costretti in ginocchio; le vite di tanti innocenti erano state spezzate e distrutte. Non ci sentivamo affatto mossi al perdono. Nel 1946 la regina Guglielmina indisse le prime elezioni nazionali del paese. Anton Mussert, il capo del partito nazista olandese, venne giustiziato all'Aja da un plotone di esecuzione, mentre Arthur SeyssInquart, il Reichskommissar nazista per i Paesi Bassi, fu impiccato dopo esser stato processato a Norimberga. Nascevano spesso discussioni riguardo a cosa fosse giusto e cosa sbagliato in tempo di guerra.

Molti traditori furono puniti, ma in un modo o nell'altro vendetta e giustizia davano poca soddisfazione. Nel dicembre 1946 decidemmo di trasferirci in un altro appartamento nello stesso quartiere. Eravamo rimasti troppo a lungo in Hunzestraat, dalla sorella di Henk. Avevamo un amico cui era di recente morta la moglie, un certo signor van Caspel; quest'ultimo viveva in un appartamento molto grande e la figlia, di nove anni, era in collegio. Van Caspel ci invit ad andare da lui. Io e Henk discutemmo con Otto della situazione: Otto disse che, se per noi andava bene, ci avrebbe volentieri seguito nel nuovo appartamento. Naturalmente era il benvenuto, ma sapevamo anche che aveva talmente tanti amici e contatti che probabilmente avrebbe potuto trovare un alloggio migliore. Preferisco stare con voi, Miep rispose. Cos, se ne ho voglia, posso parlare con voi della mia famiglia. In realt il signor Frank ne parlava raramente, ma capivo cosa volesse dire. Poteva parlare della sua famiglia se voleva; e, se non voleva, avremmo continuato in silenzio a condividere lo stesso dolore e gli stessi ricordi. Cos, all'inizio del 1947, io, Henk e Otto ci trasferimmo al numero 65 di Jekerstraat. Henk aveva cominciato ad avere mal di testa ogni giorno, un mal di testa lancinante. Non essendo uno che si lamentava, parlava poco di questi disturbi e faceva del suo meglio per andare avanti col suo lavoro. Ogni sabato sera, io e Henk, la signora Dussel e diversi altri amici ci riunivamo per giocare a canasta. Il signor Frank non venne mai a giocare con noi, ma in compenso aveva cominciato a ricevere piccoli gruppi di amici la domenica, per un caff insieme. Erano tutti ebrei sopravvissuti a indicibili sofferenze. Arrivavano insieme la domenica pomeriggio e cominciavano a chiedersi l'un l'altro: Chi rimasto della sua famiglia? Oppure: Sua moglie tornata? O anche: Che ne stato dei suoi figli? E dei suoi genitori? Si scambiavano informazioni sui campi in cui erano stati mandati, Auschwitz, Sobibor, racconti di trasferimenti, date; ma non parlavano mai di cosa era successo a loro stessi. Capivo che di molte cose era troppo difficile parlare e, quando erano insieme, non era il caso di farne cenno. Durante una di queste riunioni domenicali, Frank accenn al fatto che aveva un diario scritto dalla figlia Anna; uno degli uomini chiese a Frank se poteva leggerlo. Il signor Frank era riluttante, ma poi diede all'uomo alcuni dei pezzi che aveva tradotto per la madre, quelle parti che da oltre un anno cercava invano di farmi leggere. Dopo aver letto quei brani, l'uomo chiese a Frank se poteva leggere tutto il diario, poich ne era rimasto molto colpito ed era molto curioso di leggerne ancora. Sempre con grande riluttanza, il signor Frank gli dette altre parti da leggere. L'uomo, infine, chiese a Frank il permesso di mostrare il diario a un noto storico, suo amico. Sulle prime Frank rifiut, ma il suo amico lo lusing tanto che alla fine accett. Dopo averlo letto, lo storico scrisse un articolo sul diario di Anna per il quotidiano olandese Het Parool, che stava ora riscuotendo molto successo, sebbene avesse iniziato come giornale clandestino durante la guerra. Lo storico insistette a lungo affinch il signor Frank accettasse di far pubblicare il diario di Anna. Frank era molto contrario a una simile eventualit e il suo rifiuto fu categorico. Lo storico e il suo amico riuscirono in seguito a persuaderlo, affermando che era suo dovere condividere con altri la storia di Anna, che il suo diario era un documento di guerra e che era molto importante in quanto espressione della personalit unica di una giovane rifugiata clandestina. La loro opera di persuasione fece s che Frank cominciasse a

convincersi di dover superare il suo riserbo. Alla fine, seppure con grande riluttanza, Frank accett che la casa editrice Contact di Amsterdam pubblicasse una piccola edizione commentata del diario. Venne stampata con il titolo "Het Achterhuis", (L'appartamento annesso) Dopo la pubblicazione, Otto continu a chiedermi di leggere gli scritti di Anna, ma io rifiutai sempre; non mi sentivo proprio di farlo. L'uscita di "Het Achterhuis", nome con il quale Anna chiamava il rifugio segreto, venne lodata da alcuni e accolta con indifferenza da molti altri che avevano vissuto di persona le stesse sgradevoli situazioni; l'ultima cosa che si auguravano era leggere un libro su quelle esperienze. Nessuno in Olanda aveva avuto vita facile durante la guerra; la maggior parte di noi aveva sofferto in maniera indicibile, voleva dimenticare la guerra, lasciarla alle spalle e andare avanti. Nonostante ci, il diario di Anna fu ristampato e fu letto da un pubblico pi ampio; Otto mi diceva sempre Miep, lo devi leggere Ma io non potevo. Non potevo rivivere l'infelicit di quei giorni e non volevo riaccendere il dolore di quelle terribili perdite. Anche Henk non volle leggere il diario di Anna. Finalmente, seppure in modo ancora irregolare, vennero ripresi i rifornimenti alimentari; nei campi erano tornate a pascolare grasse e sane mucche olandesi. I treni ripresero a viaggiare e cos i tram di Amsterdam. Le macerie erano state rimosse. All'inizio dell'occupazione, in Olanda erano esistiti solamente due tipi di persone: il collaborazionista e l'anticollaborazionista. Poi le differenze politiche, religiose e di classe erano state dimenticate: eravamo semplicemente noi olandesi contro l'oppressore tedesco. Dopo la liberazione, l'unit che si era creata scomparve rapidamente e la gente torn a dividersi in gruppi e fazioni gli uni in contrasto con gli altri. Ognuno torn alle proprie vecchie abitudini, alla sua classe sociale, al suo gruppo politico: la gente era cambiata molto meno di quanto mi fossi aspettata. Molti tra coloro che si erano trasferiti negli appartamenti degli ebrei ad Amsterdam Sud avevano continuato ad abitare l; il quartiere aveva perso quel sapore di vita ebraica che aveva in passato. La gente del quartiere, infatti, non aveva pi molto in comune. Non c'era pi quella particolare atmosfera progressista che lo distingueva; non sarebbe pi tornato come prima. Anche Amsterdam era cambiata, diventando una citt moderna diversa dalla citt ospitale che era stata in passato. Con tre uomini adulti in casa (Henk, Otto e il signor van Caspel) ero costretta a darmi da fare per poterli accudire come si doveva. A volte la figlia di van Caspel veniva a trascorrere il fine settimana da noi; per me era importante che la casa fosse pulita e ordinata e che i pasti venissero serviti puntualmente. C'erano cose da rammendare e panni da lavare. E tutti avevano bisogno di ascolto. In ufficio si vendevano di nuovo prodotti autentici; gli affari non erano mai cessati del tutto. Da quando era tornato, Otto Frank era ridiventato quell'uomo leggermente nervoso e dai toni dolci che era stato prima di essere costretto a nascondersi; il cambiamento avvenuto dopo essere entrato nel rifugio, la personalit calma e autoritaria che aveva assunto erano svaniti. Ma il suo interesse per l'andamento della ditta sembrava stesse scemando. Sin dalla pubblicazione del diario di Anna, aveva cominciato a ricevere lettere da adulti e bambini e rispondeva coscienziosamente a tutti. L'ufficio sulla Prinsengracht divenne il luogo in cui si

occupava delle questioni relative al diario di Anna. Poi, una bella giornata calda del 1947, andai in bicicletta alla Prinsengracht per l'ultima volta. Con calma dissi addio a tutti; avevo gi avvertito che non volevo pi rimanere alle dipendenze della ditta. Ormai mi ero assunta la responsabilit di accudire tre uomini e avevo deciso che il prendermi cura di loro e della nostra casa sarebbe stato il mio solo impegno. Non ero pi la ragazza desiderosa della libert e indipendenza che un lavoro poteva dare; niente ad Amsterdam era pi come prima, tanto meno io. La seconda edizione del diario and esaurita e venne programmata una terza edizione; il signor Frank fu tentato dall'idea di far tradurre e pubblicare il diario all'estero. Nonostante all'inizio vi si fosse opposto, in seguito dovette cedere alle pressioni, motivate dal desiderio di allargare il pubblico dei lettori. E mi diceva ancora: Miep, devi leggere il diario di Anna. Chi avrebbe mai immaginato cosa succedeva in quella testolina cos intelligente? Otto non venne mai scoraggiato dai miei continui rifiuti; aspettava sempre un po e poi tornava a chiedermelo. Alla fine cedetti alle sue insistenze e dissi: Va bene, legger il diario, ma lo far in assoluta solitudine La prima volta che mi trovai sola, era una bella giornata calda, presi la seconda edizione del diario, andai in camera mia e mi chiusi dentro. Col cuore stretto dalla paura, aprii il libro alla prima pagina. E cominciai a leggere. Lo lessi tutto senza fermarmi. Sin dalla prima parola sentii la voce di Anna tornare, per parlarmi. Persi la nozione del tempo; la voce di Anna scaturiva fuori dal libro piena di vita, di umori, di curiosit, di sentimenti. Non era pi morta e scomparsa: tornava a vivere nella mia mente. Lessi il diario fino alla fine; rimasi sorpresa da quanto fosse accaduto nel rifugio segreto senza che io ne sapessi niente. Subito, fui contenta di non aver letto il diario dopo l'arresto, durante gli ultimi nove mesi dell'occupazione, quando lo avevo tenuto chiuso vicino a me nel cassetto della scrivania. Se lo avessi letto, sarei stata costretta a bruciarlo perch avrebbe costituito un pericolo troppo grande per le persone di cui Anna aveva scritto. Giunta all'ultima parola, non provai il dolore che avevo creduto prima; anzi, ero felice di averlo finalmente letto. Il vuoto che avevo nel cuore si era come attutito. Molto era andato perduto, ma ora la voce di Anna sarebbe rimasta; la mia giovane amica aveva lasciato al mondo un'eredit straordinaria. Ma ogni giorno della mia vita ho sempre desiderato che le cose fossero andate diversamente; che Anna e gli altri si fossero in qualche modo salvati anche se il diario poteva andare perduto. Non passa giorno che non mi affligga per il loro destino. Epilogo Nel 1948 la regina Guglielmina abdic in favore della figlia Giuliana; ebbe cos termine il suo regno durato mezzo secolo. Quell'anno Henk vinse a una lotteria nazionale, cosicch fummo in grado di partire per una breve vacanza in Svizzera, a Grindelwald. Otto Frank venne con noi; per la prima volta dalla fine della guerra rivide la vecchia madre a Basilea. Nel corso della prima met del 1948, i terribili mal di testa che avevano afflitto Henk per un anno intero cominciarono a farsi meno intensi; durante quella vacanza in Svizzera essi scomparvero del tutto, senza pi ritornare. Dopo essere stato tradotto anche in inglese e pubblicato in America e in altri paesi, il diario di Anna divenne presto un grande successo; venne tradotto in altre lingue e in tutto il mondo la gente conobbe la

storia di Anna. Dal diario venne anche tratta un'opera teatrale che presentava la vicenda e i personaggi in versione romanzata; anche il dramma riscosse un grandissimo successo. La prima teatrale venne data ad Amsterdam il 27 novembre 1956. Elli e il marito, Jo Koophuis e la moglie, io e Henk fummo tutti invitati. Victor Kraler era emigrato in Canada l'anno precedente. Per me fu un'esperienza molto strana assistere allo spettacolo: mi aspettavo sempre di vedere i miei amici, e non gli attori e le attrici, salire sul palcoscenico. Poi ne venne tratto un film; la prima venne data il 16 aprile 1959 al Teatro Comunale di Amsterdam. Ancora una volta fummo tutti invitati; erano presenti la regina Giuliana e sua figlia Beatrice, la principessa ereditaria. La signora Koophuis, Elli e io fummo loro presentate. A quanto ne so, Otto Frank non vide mai n l'opera teatrale, n il film; non voleva. Ovunque il diario attirava grande attenzione. Dopo la guerra, il signor Frank non era tornato a essere direttore della ditta; il suo tempo era sempre pi occupato da questioni legate al diario. Poi la societ si trasfer e il signor Frank lasci definitivamente l'attivit commerciale. Il signor Koophuis ne rimase il direttore fino alla sua morte, avvenuta nel 1959; il signor Kraler visse in Canada fino al 1981, anno in cui mor. Una volta sposata e madre di alcuni bambini, Elli si lasci alle spalle gli anni trascorsi nella ditta; i suoi ricordi di quel periodo divennero sempre pi vaghi e il suo ruolo di moglie e di madre la assorb completamente finch, nel 1983, anche lei mor. Perso ogni legame con la ditta, Otto Frank dedic ogni attenzione al diario; Anna Frank era divenuta famosa ovunque. Man mano che il signor Frank e tutte le persone o cose legate ad Anna ricevevano una pubblicit sempre maggiore, io e Henk ci tiravamo in disparte. A nessuno dei due piaceva essere oggetto di speciali attenzioni; preferivamo rimanere nell'anonimato e mantenere intatta la nostra vita privata. Poi, nel 1949, ci fu un grande avvenimento: all'et di quarant'anni rimasi incinta. Il 13 luglio 1950 nacque nostro figlio Paul. Ora la nostra piccola famiglia comprendeva Otto, il signor van Caspel, Henk, me e il nostro piccolo Paul. Mentre ero in ospedale, mi venne a trovare la signora Samson, la nostra ex padrona di casa; suo marito era tornato dall'Inghilterra. A partire dal 1950, la vita ad Amsterdam cominci a rientrare nella normalit. Il cibo non era pi un problema, tuttavia non riuscivo mai a gettare via gli avanzi. Anche se una patata era andata a male, o se una crosta di pane era diventata nera, trovavo sempre il modo di utilizzarla, dandola per esempio agli uccellini. Lungo i canali di Amsterdam si cominciava a vedere qualche turista tedesco, insieme alla moglie o alla fidanzata; indicando un luogo, le diceva: Qui ero di guarnigione durante la guerra Nell'autunno 1952, dopo aver vissuto con noi sette anni, il signor Frank emigr in Svizzera per stare accanto alla madre; si rispos nel novembre 1953 ad Amsterdam e port con s la nuova moglie a Basilea. Sua moglie aveva avuto un destino simile al suo: anche lei era stata ad Auschwitz e aveva perso tutta la famiglia, tranne una figlia. Il signor Frank aveva trovato una donna straordinaria. Avevano molte cose in comune e vissero in perfetta armonia fino alla morte di lui, nel 1980. Neppure una volta in tutti quegli anni, il signor Frank manc di chiamarci il giorno del nostro anniversario di matrimonio, il 16 luglio. Sebbene non passi giorno in cui non torni con la mente al passato, due date in particolare sono per noi difficili da affrontare: il 4 maggio, giornata di lutto nazionale, non usciamo mai. Molti vanno in chiesa, compresa la regina; alcuni portano fiori nei luoghi in cui vennero

giustiziati o bruciati i Combattenti della Resistenza olandese. In piazza Dam viene tenuta una cerimonia commemorativa nel corso della quale la regina e il principe consorte depongono una corona di fiori ai piedi del Monumento Nazionale. Alle 8 in punto, la sera, vengono accesi tutti i lampioni; treni e tram si fermano; si fermano le automobili; si fermano le biciclette. La gente si ferma. Quando le luci vengono accese, la maggior parte della gente esce in strada: prima viene suonata della musica funebre, poi l'inno nazionale olandese. Tutte le bandiere sono tenute a mezz'asta per l'intera giornata; tutti osservano qualche minuto di silenzio. La seconda terribile data il 4 agosto, il giorno dell'arresto. Anche allora io e Henk rimaniamo in casa tutta la giornata; ci comportiamo come se quel giorno non ci fosse. Nessuno dei due guarda mai l'orologio; io sto alla finestra tutto il giorno e Henk, di proposito, siede volgendole le spalle. Quando ci rendiamo conto che si stanno avvicinando le cinque, che il giorno passato, veniamo invasi da un senso di sollievo: la giornata finita. Nel 1948 la polizia olandese fece delle indagini per accertare chi avesse tradito i nostri amici; secondo i documenti contenuti negli archivi, qualcuno aveva tradito. Nessun nome comparve sul rapporto; vi si diceva solo che la persona aveva ricevuto sette fiorini e mezzo per ogni ebreo, cio un totale di sessanta fiorini. Noi sapevamo che i nostri amici dovevano essere stati traditi; alcuni sospettavano di qualcuno in particolare, ma io e Henk non ne sapevamo niente. Il signor Frank era l'unico a poter scoprire qualcosa; ma decise di non farlo. Poich il diario aveva raggiunto una tale notoriet a livello internazionale, nel 1963 venne condotta un'altra indagine; l'opinione pubblica esigeva che il traditore fosse punito. Ricevetti una telefonata dalla polizia, che mi chiedeva di poter venire a fare qualche domanda relativa all'arresto avvenuto quel lontano giorno, il 4 agosto 1944. Fu un momento terribile quando al telefono il poliziotto mi disse: Lei una dei sospettati, signora Gies, perch nata a Vienna Venga quando vuole risposi. Il poliziotto ci venne a trovare: io e Henk parlammo insieme con lui. Quel giorno faceva freddo e avevamo acceso il fuoco; il fuoco era basso e Henk and a prendere dell'altro carbone. Non appena fu uscito, il poliziotto mi si avvicin e disse: Non vogliamo creare complicazioni tra lei e suo marito, signora Gies. Ci venga per favore a trovare domani alle nove. Da sola. Dovevo averlo guardato in modo strano, perch il poliziotto continu, dicendo: Il signor van Matto, durante il colloquio che ha avuto con noi, ci ha detto che lei aveva una... come posso dire?... una relazione intima" ehm, che era "amica" di un pezzo grosso della Gestapo. E ci ha detto anche che era "amica" del signor Koophuis. Dovevo essere sbiancata; sentii che la pressione mi era andata alle stelle. Gli dissi: Non risponder a queste accuse. Quando torner mio marito, la prego di dirgli esattamente quanto mi ha appena detto Era evidente che la mia reazione lo aveva infastidito. Rimanemmo seduti l'uno di fronte all'altra, finch Henk non torn con il carbone; ne mise dell'altro sul fuoco e si sedette. A questo punto il poliziotto gli disse: Durante il colloquio che abbiamo avuto con lui, il signor van Matto ci ha detto che sua moglie era "amica" di un pezzo grosso della Gestapo e che era anche "amica" del signor Koophuis. Lei cosa ne dice? Henk si volt verso di me e disse: Mi complimento con te, Miep. Non ho proprio idea di come tu abbia fatto a mantenere tutte queste "amicizie" Di mattina, uscivamo insieme per andare in ufficio; ogni giorno pranzavamo insieme nel tuo ufficio; di sera eri sempre con

me.... Il poliziotto tagli corto: Va bene, basta cos Poi mi chiese se, a mio parere, a tradire fosse stato van Matto. Sono convinta di no risposi. Mi domand se fossi a conoscenza del fatto che altre persone sospettavano di lui e che Anna stessa nel suo diario aveva scritto che l'uomo non godeva di molta fiducia da parte degli altri rifugiati. Dissi di nuovo che non pensavo fosse van Matto. Qualche settimana dopo, lo stesso poliziotto mi disse: Sto per andare a Vienna da Silberbauer, l'ufficiale della polizia verde, per chiedergli se ricorda chi fosse il traditore. Gli chieder anche perch l'abbia lasciata andare mentre gli altri furono mandati ai campi Bene dissi. Quando ritorna, mi farebbe piacere sapere cosa ha detto. Tornato da Vienna, il poliziotto venne di nuovo a trovarmi. Mi disse che, quando aveva chiesto a Silberbauer perch mi avesse lasciato andare, Silberbauer gli aveva risposto: Era una ragazza tanto carina! Riguardo al traditore, aveva detto: Non ricordo. Furono cos tanti a tradire in quegli anni A Vienna, Silberbauer faceva ancora il poliziotto. A causa delle sue attivit naziste era stato sospeso per un anno dal lavoro; l'anno era trascorso e lui era rientrato nelle forze di polizia. Il poliziotto olandese mi disse anche che, quando aveva nuovamente parlato con van Matto, che rimaneva il sospettato numero uno sebbene non esistessero prove, gli aveva detto che nonostante tutte le brutte cose che aveva raccontato sul suo conto, Miep aveva insistito nel dire che non era lui il traditore. Il poliziotto mi chiese il perch della mia insistenza; la mia convinzione, risposi, derivava dal fatto che, durante la guerra, uno dei rappresentanti della ditta mi aveva confidato che van Matto teneva in casa nascosto suo figlio. Avevo mantenuto il segreto durante tutta la guerra e anche dopo. Per questo io, Henk e il signor Frank avevamo escluso che, a dispetto del suo essere una persona sgradevole, van Matto fosse stato il traditore. Il signor Frank non desiderava che si facessero indagini per accertare l'identit del traditore. Disse semplicemente: Non voglio sapere chi lo ha fatto Sebbene van Matto rimanesse per alcuni il principale indiziato, altri sospettavano di alcuni membri del N. S. B. che avevano abitato dal lato opposto del giardino e che potevano aver notato qualche movimento dietro le tendine polverose. Forse, come temeva Anna, a tradire era stato uno dei ladri che erano penetrati nel magazzino. Nonostante tutte le teorie che vennero proposte nel corso degli anni, comprese alcune veramente ridicole, non ci fu mai una prova. Sono sicura che, se la polizia avesse avuto delle prove, qualcuno sarebbe stato arrestato. Lo stesso poliziotto olandese mi disse in seguito che quando si era recato in Svizzera per parlare con il signor Frank e aveva accennato al fatto che stavano facendo delle indagini sul mio conto, il signor Frank gli aveva detto: Se sospettate di Miep, sospettate anche di me Ringraziamenti. Grazie a: Jan Gies, nostro appoggio oggi come ieri, Pieter van der Zwan per il suo aiuto, Jacob de Vries per l'ottimo materiale fotografico, Jacob Presser per l'eccellente lavoro di ricerca, Jan Wiegel per l'uso delle fotografie, Marian T. Brayton per la consulenza, l'Anne Frank Stichting, Amsterdam e l'Anne FrankFonds/Cosmopress, Ginevra per le fotografie, le riproduzioni, i

permessi; la Doubleday E Co., Inc., per la concessione di stampare estratti da "Anne Frank: The Diary of a Young Girl" di Anna Frank, copyright 1952 by Otto H. Frank; Bob Bender per l'attento editing; Sharon H. Smith per il generoso aiuto; e Lily Mack che ci ha dato l'ispirazione: sebbene la sua giovinezza sia stata distrutta dai nazisti, la sua capacit di vedere la bellezza ovunque non diminuita.