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. LEdup dona ai suoi lettori dei veri e propri libri, prodotti editoriali completi rispetto allopera da cui sono tratti. Possono essere letti, stampati, citati, riprodotti sul proprio blog, con la sola raccomandazione di indicare sempre la fonte: www.edup.it

Giovanni Franzoni

Vogliamo la luna

Tratto da

I beni comuni

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FREEBOOK

Giovanni Franzoni

Vogliamo la luna

FREEBOOK

Freebook un progetto di libro libero. LEdup dona ai suoi lettori dei veri e propri libri, prodotti editoriali completi rispetto allopera da cui sono tratti. Possono essere letti, stampati, citati, riprodotti sul proprio blog, con la sola raccomandazione di indicare sempre la fonte: www.edup.it GIOVANNI FRANZONI, teologo, scrittore ed ex abate dellAbbazia di San Paolo fuori le mura di Roma. Sul sito www.edup.it possibile scaricare integralmente questo volumetto e tutti gli altri FREEBOOK desiderati. Collezionali tutti.

Vogliamo la luna

Edup S.r.l. FREEBOOK, 2009 Via Quattro Novembre, 157 - 00187 Roma Tel. +39.06.69204371 www.edup.it info@edup.it Prima edizione Freebook aprile 2009

Tiscali nella sua esuberante pubblicit si ripromessa di offrire ai propri clienti la luna. Il proponimento lodevole ma viziato allorigine: la luna di Dio, cos almeno asserisce il popolo dei credenti, ed il Signore del creato lha gi afdata, insieme alla terra, ai molti altri corpi che ruotano nei cieli ed agli stessi spazi che rendono possibili i movimenti orbitali, nientemeno che alluomo. A tutti gli uomini, non ai clienti di una potente societ. Uscendo dalla metafora opportuno riettere sul fatto che limmensa ricchezza virtualmente contenuta nello spazio e nei corpi che vi ruotano, no a che non si scopriranno altri possibili soggetti di fruizione, appartiene allumanit intera come, detta con espressione anglosassone, common heritage. bene, per ora, usare questa espressione, in quanto il vocabolo propriet sembra al momento da scartare come eccessivo. Lo spazio, infatti, bene non disponibile, e nessuno Stato, agenzia internazionale, societ multinazionale o indivi-

duo ne pu reclamare la propriet. Forse si potr approdare ad usare unaltra espressione, come bene comune, purch le si dia un signicato diverso da quello corrente. Il bene comune, come common heritage non signica solo sistema di interessi comuni da governare per il benessere dellumanit, ma signica anche massa di risorse convertibile in ricchezza da fruire in forma egualitaria da parte di tutti i titolari di questa preziosa eredit. , in questo ultimo senso che assumiamo bene comune in questo testo. da anni che mi pongo linterrogativo: per risolvere il problema del debito internazionale non si dovrebbe accendere un credito che equipari lentit del debito e quindi lo pareggi? E una volta instaurata questa sorta di partita doppia in cui ai debiti si contrappongano i crediti, il procedimento non potrebbe proseguire no a scoprire che i Paesi industrializzati sono debitori dei Paesi in via di sviluppo? O almeno sono in un rapporto commerciale di scambio fra uso delle risorse e servizi? Non sto peraltro parlando di crediti morali, difcili da quanticare e da esigere, ma di crediti reali, cio dovuti alla concessione in uso produttivo di beni di pertinenza comune a tutta lumanit, attualmente occupati da multinazionali o governi che, avendo i capitali e le tecnologie per usarli, li sfruttano senza tener conto di un diritto fondamentale dellumanit intera (all mankind). Fino ad oggi tutti coloro che si sono espressi per la cancellazione del debito hanno fatto riferimento a crediti morali dei Paesi in via di sviluppo che in passato hanno subito i danni della colonizzazione (predazione
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delle risorse minerarie e agricole, schiavizzazione di popolazioni, esproprio dellidentit culturale, dipendenza politica, ecc.). A questo peraltro si risponde che le popolazioni dei Paesi in via di sviluppo hanno avuto in compenso la civilizzazione e levangelizzazione. Per quanto questa risposta sia impudente e misticante, per la insufciente forza politica che hanno i difensori del credito morale dei Paesi ex colonizzati la disputa potrebbe andare avanti per decenni e secoli e, nel frattempo, il divario delle condizioni di vita fra Sud e Nord continuerebbe ad aggravarsi con conseguenze tragiche. Per questo forse utile rimandare al dibattito culturale il problema del debito morale dei Paesi colonizzatori e affrontare invece con rapidit ed efcacia il problema del debito reale di chi sfrutta, senza alcun titolo tranne lacquisizione di fatto, il common heritage, cio il bene comune. apparsa recentemente, collocata anche su Internet dopo essere stata pubblicata su una rivista scientica, una analisi dello studioso di diritto internazionale David Everett Marko. A poche migliaia di miglia aldil del nostro piccolo pianeta afferma il testo vi sono risorse naturali per sostenere una popolazione molte migliaia di volte superiore alla popolazione della terra. Di chi sono queste risorse? Chi ha il diritto di usarle e di appropriarsene? Chi dovrebbe avere questo diritto? Oggi non vi alcuna legge internazionale largamente accettata che governi la luna e gli altri corpi celesti. Nel prossimo decennio il mondo deve affrontare il complesso compito di formulare un
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valido accordo sulle risorse naturali della luna e di altri corpi ricchi di minerali che venga incontro allinteresse dellumanit intera. Lautore affronta un campo ben preciso (risorse minerarie dei fondi marini e della luna); ma a queste risorse non sarebbe possibile aggiungere una altra forma di sfruttamento e di commercializzazione del bene comune, le orbite geostazionarie intorno alla terra, e quello, ancor pi facilmente materia di commercializzazione, le bande delletere? La proposta potrebbe includere anche le orbite o altre traiettorie verso o intorno alla luna. Essendo il loro sfruttamento gi in atto non dovrebbero gi entrare nellinteresse comune? Lanalisi sembra estremamente utile, se non altro per le informazioni che offre e per la metodologia che pratica e che potrebbe essere applicata ad altre fonti di ricchezza di comune appartenenza. Il dott. Marko richiama la dottrina della libert dei mari aperti e propone, per analogia, il concetto di libert dello spazio esterno. In base a questa dottrina, nessuno stato pu formulare pretese o addirittura acquisire diritti di sovranit su unarea di spazio marino aperto preesistente. Tuttavia, in assenza di accordi in contrario, ciascun soggetto di diritto internazionale, riconosciuto, pu far uso o sfruttare risorse, n quando e n dove ci non si scontra con attivit altrui. Il precedente citato nel trattato Outer Space Treaty (trattato Sullo spazio esterno) stipulato nel 1967, che ss alcuni principi fondamentali quali:
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il riuto del concetto di res nullius in rapporto allesplorazione dei corpi celesti, la denizione dello spazio esterno come province of all mankind, cio pertinenza di tutta lumanit, lapplicabilit del diritto internazionale e quindi della carta delle Nazioni Unite alle attivit nello spazio esterno, la libert di accesso allo spazio esterno per lesplorazione e lutilizzo da parte di tutti gli Stati, limproponibilit di sottomettere lo spazio esterno a qualsiasi sovranit. Il 5 dicembre 1979 fu poi votato allassemblea Generale delle Nazioni Unite il Moon Deaty, un trattato che regola le attivit degli Stati sulla Luna e su altri corpi celesti. Questo trattato peraltro non stato raticato (salvo che da sette Stati, fra laltro non molto inuenti) per le difcolt poste dagli Usa, dallUrss (e repubbliche che, dal 1991, ne hanno preso il posto) e dallUnione Europea, proprio per i dubbi sollevati dai Paesi ricchi sul concetto di common heritage, che non consentirebbe alle imprese industriali di accostarsi, con previsioni certe di protto, allo sfruttamento delle risorse lunari. E qui sta il punto. Come stato fatto per lunghi anni col petrolio, gli Stati e le imprese multinazionali che hanno i capitali e le tecnologie per arrivare sulla luna o comunque sugli spazi esterni, non intendono investire su terreno non esclusivamente proprio. Forse intendono, almeno teoricamente, come gli antichi conquistadores, indossare i panni dei pionieri dellumanit e
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paludarsi della veste di civilizzatori ma, qualora si parlasse del valore commerciale degli spazi o delle risorse che usano, avanzerebbero pesanti dubbi. Esplorare e ricercare bello ma diviene conveniente solo se i protti sono, mai come in questo caso vero, alle stelle! D. Everett Marko propone quindi uno schema di trattato sulla luna diverso; ma qui il discorso si fa altamente tecnico no a sfuggire alle nostre competenze. Laffermazione fondamentale per resta: il bene comune costituito da una massa di ricchezza virtuale, in parte gi sfruttata, che deve essere attribuita, pro rata parte, a tutta la popolazione del pianeta ai ni di fornire a tutti, quei servizi elementari che in Europa e negli altri Paesi industrializzati costituiscono la base della sicurezza sociale. Luso delle risorse comuni fatto dalle imprese e dagli Stati, deve essere tassato a benecio delle fasce deboli della popolazione del pianeta. Per concretizzare il regime di governo delle risorse della luna viene proposta, da questo studioso, una tassa del 3,75% sul valore attribuito al materiale estratto, destinata ad alimentare un Fondo in favore dello sviluppo (dei paesi pi poveri). Lammontare della tassa stato determinato in base a valutazioni concernenti lattuale regime scale in vigore negli Usa per coloro che estraggono minerali dal sottosuolo, ma pu logicamente essere oggetto di discussione e di accordo con le societ interessate. chiaro che, nonostante le dichiarazioni ufciali, il principio della res nullius ancora vigente. Daltronde fu usato cinquecento anni fa per conquistare le Ameri8

che, considerate res nullius perch gli indigeni non erano ritenuti soggetti di diritto, e tanto pi utilizzabile oggi dal momento che la luna, lo spazio esterno, le acque ed i fondi oceanici, non hanno abitanti ed i Paesi in via di sviluppo non hanno la forza per accampare un diritto fondamentale (jus altum) su queste pertinenze. Il concetto, proveniente dal diritto romano che a chi possedesse un pezzo di terra assegnava la propriet di quanto ad esso sottostava o sovrastava (ab inferis usque ad sidera; dagli inferi no alle stelle), fu rilanciato nel XVII secolo, assumendo che la cosa non appartenente ad alcuno potesse essere appropriata dal primo occupante (res nullius est primi occupantis; la cosa che di nessuno del primo occupante). Questa idea dunque un grave ostacolo, no a oggi, al concetto di destinazione comune dei beni del creato. Questa posizione giuridica, e la pratica conseguente, ebbero una estesa applicazione al momento delle conquiste delle potenze marinare nelle Indie e in Africa. Uno dei pi importanti teorizzatori moderni del diritto del primo occupante John Locke che nel secondo dei suoi Trattati sul govemo (1690) cita, come i padri della chiesa, i predicatori puritani o i papi, il Salmo 115, 16: Dio ha dato la terra allumanit in comune, ma ne deduce una sua conclusione affermando che quando uno trae qualcosa dallo stato naturale con il proprio lavoro acquisisce, ad alcune condizioni, la propriet sulla cosa. Le condizioni sono: 1. Che ne resti abbastanza e di eguale qualit per gli altri;
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2. Non si pu eccedere no allo spreco. Nulla stato fatto da Dio per luomo per essere sprecato o distrutto. Locke non poteva in quel momento prevedere che le risorse della terra fossero esauribili e che, in base ai suoi principi, avrebbe dominato nellumanit proprio lo spreco e la distruzione dellambiente e della biosfera. Il principio del losofo inglese viene accettato criticamente dagli attuali economisti. Robert Nozick (Anarchy, State and Utopia, Oxford 1974) obbietta che la semplice applicazione del lavoro ad un bene comune non pu darne il diritto allacquisizione (Se butto una scatola di pomodoro in mare, potr con questo pretendere di diventare proprietario del mare?) ma se il lavoro aumenta il valore del bene comune che viene sfruttato si potrebbe accampare un diritto sul valore aggiunto. Abbiamo cercato di capire il sorprendente esempio della scatola di pomodoro (che supponiamo aperta), pensando alla pratica di certi pescatori che seminano esca in mare e poi si adontano se altri pescatori vanno a utilizzare il loro campo. Nozick enuncia i titoli per i quali proceduralmente la propriet acquisita in modo incontrovertibile: 1. un principio di giustizia nellacquisizione originaria, 2. un principio di giustizia nel trasferimento della propriet da una persona ad unaltra, 3. un principio di rettica, qualora i precedenti principi sia no stati applicati in modo imperfetto.
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Questo terzo principio diviene oggi fondamentale perch certo che nei secoli passati la propriet stata acquisita in modo arbitrario e casuale. Non nemmeno certo che tutti i procedimenti di successione siano stati corretti. La prescrizione sana tutto e conferma lattuale diritto proprietario. sul terzo principio che resta un margine per avanzare i diritti di coloro che sono rimasti fuori dalla spartizione della torta. Ma soprattutto nei beni no a oggi indivisi e non appropriabili sotto forma di propriet privata o di sovranit che si pu individuare una ricchezza virtuale che ristabilisca lequilibrio fra popolazioni e regioni del pianeta. Altrimenti, direi io che non sono economista, si rischia di far pagare ai Paesi in via di sviluppo una tassa per il valore aggiunto che le multinazionali producono sul bene comune. Questo potrebbe essere giusto se fosse allinterno di un processo in cui i Paesi in via di sviluppo possano, in termini reali, usufruire di questo valore aggiunto, ma diventa grottesco allinterno degli attuali processi di globalizzazione delleconomia che emarginano in modo crescente i paesi poveri e rinviano il decollo delle loro economie a tempi irreali. Non pi pratico pagare subito una tassa per luso dello spazio esterno, dei fondi marini, dellAntartide e di quantaltro appartenga al Common heritage versandola su di un Fondo per la perequazione del debito e per lo sviluppo da gestire dalle Nazioni Unite, tassa da rapportare al valore aggiunto che le multinazionali producono sul bene comune?
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Il concetto che dominerebbe questo procedimento che la partecipazione allutile dellimpresa in favore di chi ha un titolo di pertinenza non deve essere rimandata al dopo il conseguimento dellutile, ma deve essere anticipata. Lidea di prevedere delle tasse per luso delle risorse di comune pertinenza o altre forme di regolamentazione dellaccesso alle medesime stata al centro di numerose analisi di economisti che ne vedevano lutilit anche dal punto di vista dellefcienza economica. Esistono, infatti, per questi economisti, delle circostanze nelle quali il mercato, pur funzionando in totale autonomia e reso libero da interferenze esterne come quelle dello Stato fallisce nel pervenire ad un pieno equilibrio, contrariamente a quanto era previsto dalla dottrina economica pi ortodossa. Tra le numerose cause di questo risultato negativo vi pu essere lalto costo di transazione relativo al raggiungimento di un accordo fra i soggetti economici. Grossman e Hart nel 1986, Hart e Moore nel 1990 pongono laccento sul fatto che di tutti i contratti che vengono stipulati molti sono incompleti, nel senso che non sono in grado di stabilire i diritti delle parti in tutta una serie di circostanze che potrebbero vericarsi con levolversi del tempo. Circostanze che non era stato possibile prevedere. Se dunque i contratti, soprattutto quelli concernenti i rapporti economici di lungo periodo, sono incompleti, necessario trovare un meccanismo che individui soggetti idonei ad adottare strategie ottimali in
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tutte le circostanze residuali, cio non regolate dal contratto. Salta alla mente, leggendo queste ipotesi sui contratti imperfetti, quanto in corso in Cile fra le rappresentanze delle popolazioni indie Mapuches e le societ che ricavano legname dallabbattimento delle foreste che costituivano o almeno integravano lhabitat della popolazione indigena. Se vero che gli antenati degli attuali Mapuches hanno venduto le loro terre e la foresta a dei privati anche vero che, in quel contratto a lungo termine, non era previsto labbattimento totale degli alberi e lalterazione dellambiente. Il contratto quindi, per le mutate circostanze geo politiche, risulta incompleto. Il meccanismo pi adeguato si attua in una denizione ed in una allocazione dei diritti di propriet sui cespiti produttivi dai quali dipende lesito della transazione economica. Essere proprietari signica dunque poter disporre dei diritti residuali di controllo, ovvero acquisire il diritto di decidere della destinazione duso in tutti i casi non coperti dal dettato contrattuale. Se tali diritti vengono attribuiti adeguatamente possibile determinare le condizioni perch le residuali strategie privatamente ottimali lo siano anche socialmente. Le risorse di cui parliamo sono, per loro natura, di propriet di tutti. Tutti possono farne uso liberamente ed esercitare il controllo fondamentale su di esse. Se manca peraltro un qualunque assetto denito dei diritti di propriet, la congruenza fra comportamenti ottimali
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dal punto di vista privatistico e da un punto di vista sociale, viene meno. Nella misura in cui queste risorse sono o diverranno limitate, il libero accesso ad esse da parte di singoli paesi, oggi industrializzati, pu condurre ad un utilizzo eccessivo, a stato di congestione ed alla inefcienza. Da qui la necessit di immaginare un intervento esterno di regolamentazione. Il mercato non pi sufciente. Questo daltronde lo diceva gi letica cristiana che stabiliva dei limiti al potere di possesso, proibendo, per esempio, la distruzione del bene, perch allora si sarebbe leso il principio di comune destinazione dei beni del creato. Nella nozione di sfruttamento ottimale dovrebbe quindi essere inclusa anche la salvaguardia dellambiente, la protezione dei diritti sociali, laiuto a popolazioni in stato di povert che costituirebbero un valore aggiunto che sfugge al diritto di propriet. In economia ambientale, da molti anni, sono state formulate proposte tese a simulare un assetto dei diritti di propriet maggiormente denito. Tra queste non mancano quelle per lintroduzione di tasse incentivanti dette anche pigouviane connesse con luso delle risorse che costituiscono il common heritage il cui ricavato potrebbe essere destinato ad un Fondo per la perequazione del debito e per lo sviluppo oppure quelle che prevedono la denizione di quote di accesso, a tempo determinato, a tali risorse (o concessioni) da attribuirsi a vari paesi su base equitativa e la creazione di
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un mercato regolamentato dove tali quote possano essere scambiate salvaguardando comunque il principio che a tutti deve essere possibile accedere ai beni comuni. Ci signica che i paesi o le multinazionali che oggi possono sfruttare tali risorse, grazie alle tecnologie di cui dispongono, se desiderano espandere il loro raggio dazione, devono acquistare delle concessioni, aventi carattere limitato nel tempo, da altri paesi che evidentemente tali risorse non sfruttano perch non in possesso di tali tecnologie. Si aprirebbero quindi delle poste a credito dei secondi paesi nei confronti dei primi, attraverso le quali sarebbe possibile compensare le poste di debito oggi esistenti, nella misura in cui la distribuzione delle tecnologie tra i vari paesi vada di pari passo con lattuale posizione nanziaria relativa: i creditori sono anche quelli che dispongono di mezzi tecnici e di capitali per sfruttare le risorse comuni, mentre i debitori ne sono sprovvisti. Come si vede, in questo caso, la riduzione o cancellazione, del debito dei paesi poveri, sarebbe il risultato non di una azione di magnanimit da parte dei creditori, ma piuttosto leffetto di un intervento teso ad aumentare lefcienza globale connessa con luso dei beni comuni. Di recente uscito uno scritto di Matti Vainio (The effect of unclear property rights on environmental degradation and increase in poverty, Unctad Discussion paper n. 130, march 1998) nel quale lautore afferma
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che denendo meglio i diritti di propriet la povert potrebbe essere ridotta e lambiente salvaguardato. quello che propone il dott. Marko che abbiamo gi sopra citato. Credo che questa tesi sia da assecondare e da promuovere con energia e urgenza. Lunica osservazione da fare sul corpo del bene comune investigato: mentre i giuristi americani si soffermano sulle risorse minerarie dei fondi marini (i fondi marini oltre la piattaforma continentale che sono ricchi di petrolio e gas naturale. magnesio, bromo e noduli di manganese sono considerati res nullius), e della luna, risorse daltronde in parte ancora da vericare, penso che il bene comune pi iniquamente occupato e pi lucrosamente sfruttato siano le orbite satellitari (sulle quali dovremo fare una particolare considerazione) e le bande delletere sulle quali, per semplice atto di acquisizione attraverso il miglioramento delle tecnologie, si basano le favolose ricchezze di quanti oggi investono sulle telecomunicazioni (Telefonia, Televisione, Internet). Non dovrebbero essere scontente le Banche che si troverebbero ad avere come debitori i magnati delle Telecomunicazioni e dello sfruttamento delle risorse minerarie, fuori di acque o zone territoriali, invece di avere come debitori di scarsa solvibilit i Paesi in via di sviluppo. Recentemente gli studiosi del Tom Paine Instituts Philosophy (Usa, Colorado) hanno proposto una distinzione fra il capitale appartenente al bene comune (Common Hetitage) e quello privato. Sembra in16

teressante la elencazione dei beni appartenenti a tutta lumanit: 1. Lintero ambiente sico della terra, inclusa la supercie del suolo, tutti i corpi dacqua, tutte le risorse minerali e fossili. 2. Tutte le tecnologie prodotte dalle generazioni precedenti sotto forma di conoscenza scientica, il know how ingegneristico, e le ricerche tecniche per la scoperta di sempre nuove conoscenze. 3. Tutte le applicazioni di tali tecnologie prodotte dalle generazioni precedenti attribuibili alla societ nel suo complesso. Un esempio pu essere linfrastruttura urbana consistente in strade, linee telefoniche, acqua e rete fognante e, per estensione, lequipment che rende possibile la messa in orbita di satelliti e altri strumenti di alta tecnologia per la comunicazione. 4. Strutture per la conoscenza culturale e organizzativa ed altre realt non tattili. 5. In genere quanto dato dalla natura di valore economico e dalle generazioni precedenti e non stato chiaramente prodotto da qualcuno o trasmesso a una o pi persone viventi. Viene quindi rispettato, da questi studiosi, il principio della propriet privata, sempre che vi sia un proprietario conosciuto o un suo erede. Rispetto ad una cos ampia determinazione del bene comune sar peraltro utile individuare alcuni particolari beni (risorse minerarie dei fondi marini oltre la
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piattaforma, Antartide e orbite satellitari) che sono gi in corso di sfruttamento intensivo e di commercializzazione da parte degli occupanti.

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