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LA SVOLTA LINGUISTICA.
IL PROBLEMA DEL SIGNIFICATO: W.V. QUINE

Il problema del significato nasce appunto con la svolta linguistica, accennata nel paragrafo su Wittgenstein. W. V. Quine (1908 2000) rappresenta il nucleo del pensiero della tradizione analitica, di cui Wittgenstein stesso fa parte (perlomeno in forma originale). Per Quine, che svolge la sua filosofia sotto linflusso della svolta linguistica, lo scopo della speculazione intellettuale deve essere quello di fornire alla scienza (ed in questa accezione per scienza intendiamo la fisica, la matematica, la logica formale) uno strumento linguistico capace di far progredire la conoscenza. La filosofia, cos vista, non pi ancilla theologiae, concezione di cui la scolastica si fatta portavoce per secoli, bens ancilla scientiae, considerazione sviluppata durante tutto il novecento. No alle proposizioni. Una delle colonne portanti del pensiero di Quine leliminazione delle cosiddette proposizioni mentali. Secondo Quine la proposizione il contenuto mentale non ancora linguisticamente determinato, lo stesso che sar susseguentemente configurato nella frase (sia espressa sensibilmente mediante parole, sia in essere esclusivamente come pensiero). Leliminazione della propositio sarebbe conseguenza della non-identit della stessa. Il criterio di identit dei contenuti mentali nella filosofia della logica un criterio fondamentale per la consistenza del sistema logico. Senza un chiaro criterio che discerne ci che costituisce una proposizione da unaltra, non possibile ammettere lesistenza (seppur come esistenza di ragione) di tale contenuto mentale. Le proposizioni sarebbero quindi quei contenuti completamente immateriali postulati dalla logica tradizionale (prima in Aristotele e poi nel medioevo) che in ultima analisi, per Quine, non caratterizzano nessuna funzione logica, e quindi sono da eliminare. In questo senso Quine considera la nozione di proposizione come qualcosa che sta alla base, che sta dietro la frase, qualcosa che precede la determinazione linguistica. Per esemplificare il tutto utilizziamo un simpatico esempio dello stesso Quine: le proposizioni sono cos non identificabili come gli elefanti invisibili in questaula. Quine si domanda: Quanti elefanti invisibili ci sono in questaula? e la risposta ovviamente ignota, perch gli elefanti invisibili non soddisfano il criterio di identit. Siccome le proposizioni non sono quantificabili, meglio lasciarle fuori del sistema logico1. Leliminazione delle proposizioni serve per snellire lapparato del sistema
1 Leliminazione delle proposizioni viene sviluppata da Quine nel suo libro pi importante, Word and Object, MIT Press, Cambridge, Massachusetts 1960/1990 17, capitolo 6 (Flight from Intension, pp. 191 ss.). Cf. Philip LARREY, Quines Quest for Ontology, LUP, Roma 2011, pp. 85 ss.

mentale, giacch la non identit di questi enti mentali rende le stesse proposizioni oscure, e quindi inutili dal punto di vista logico. Nella tradizione aristotelico-tomista la funzione delle proposizioni importante: sono le proposizioni i veicoli di verit. Difatti, allinterno della teoria della adequatio che cerca di descrivere il significato del predicato di verit ( vero che), la proposizione che determina se esiste conformit fra lintelletto e la cosa reale. Sicch, eliminando la proposizione come ente mentale significativo si lascia un vuoto cruciale nella teoria quineana di verit (come si vedr pi avanti). Senza la propositio, Quine converte nella frase nel senso di un contenuto linguisticamente determinabile. Il vantaggio di cui gode la frase sulla proposizione che la sua identit risulta incontrovertibile: ci che distingue una frase da unaltra precisamente la sua formulazione linguistica. evidente a tutti quando c una frase anzich unaltra, e quindi il bagaglio logico del sistema formale risulta pi leggero e trasparente (caratteristiche tipiche dei meta-linguaggi dei sistemi formali). Per Quine il significato del predicato di verit viene determinato dalle frasi, ossia dal linguaggio, sempre in riferimento al mondo esterno. Questa salita ad un piano linguistico di riferimento soltanto un ritiro momentaneo dal mondo, perch lutilit del predicato di verit precisamente la cancellazione del riferimento linguistico. Il predicato di verit ci ricorda che, nonostante la salita tecnica a parlare delle frasi (sentences), il nostro occhio mira al mondo 2. I veicoli di verit sono le frasi individuate secondo il linguaggio, qualunque esso sia. Verso una logica puramente estensionale. Oltre alla riduzione dei contenuti mentali a ci che determinato linguisticamente, Quine vuole eliminare anche tutti i contesti intensionali, cio tutti i contesti in cui il riferimento oggettivo, a causa della sua dipendenza dagli stati mentali interni al soggetto (essendo non-determinabile per mezzo delle operazioni logiche), risulta opaco, poco chiaro e assai poco trasparente. A riguardo, lesempio pi famoso di Quine quello che richiama la differenza fra la frase Tullio scrisse lArs Magna e Tom crede che Tullio scrisse lArs Magna. La prima frase (anche se falsa) rappresenta un contesto logico chiaro, dove il significato dei termini e il loro riferimento sono chiari; la seconda frase rappresenta invece un contesto logico opaco perch il riferimento (chi scrisse lArs Magna) dipende dal contesto intensionale di Tom: da ci che Tom crede. Di fatto, Raimondo Lullo lautore dellopera (uno dei trattati di logica pi importanti del medioevo). Orbene, Tom, sbagliando, crede che Tullio = Lullo, mentre di fatto Tullio = Cicerone. Per di pi Quine mostra come nella frase che coinvolge lo stato intensionale di Tom, sostituendo la parola Cicerone con la parola Tullio, codesta diventa falsa. Tom sa che Cicerone non ha scritto lArs Magna, ma crede che Tullio uguale a Lullo3.

2 W.V. QUINE, Philosophy of Logic, Harvard University Press, Massachusetts 1970, 12. 3 Cf. Roger GIBSON, Quintessence. Basic Readings from the Philosophy of W.V. Quine, Harvard University Press, Massachusetts 2004, 103 ss.

Quando la verit della frase dipendente dallo stato intensionale del soggetto abbiamo un contesto logico opaco in cui i veicoli di verit non sono corretti. Lo stesso risultato si ottiene con tutti i verbi intensionali (che Bertrand Russell chiama propositional attitudes; ovvero: atteggiamenti o abitudini proposizionali) e che includono contesti introdotti con verbi come dubitare, sperare, sforzarsi e, appunto, credere. Il criterio di verit in questi casi manca perch il riferimento parte da ci che pensa il soggetto; quindi impossibile determinare con chiarezza il riferimento ontologico della proposizione (anche se sempre possibile domandare allindividuo ci che pensa). Orbene, mentre nella prima frase tutti gli elementi sono pienamente formalizzabili e la verit a tutti gli effetti perseguibile (di fatto, non essendo vero che Tullio lautore dellArs Magna la frase risulta essere falsa), nel secondo caso latteggiamento proposizionale di Tom non pi formalizzabile e la verit della frase non determinabile. Questo esempio serve soltanto per far emergere il tentativo di Quine di utilizzare una logica puramente estensionale, cio, di una logica che non ammette i contesti intensionali. Tale logica pi semplice rispetto ad una logica che essa stessa sia estensionale che intensionale (e quindi consistentemente pi pregnante); oltremodo, siffatta logica a carattere puramente estensionale pi efficace e pratica di una logica dal carattere intensionale. Durante tutto il Novecento la discussione sulla convenienza di una logica puramente estensionale si svilupp, con toni anche accessi, nei pensieri della stramaggioranza dei pi illustri filosofi analitici, fino a rintracciare il picco pi alto nei pensieri di Donald Davidson e Saul Kripke. Ciononostante, Quine dedic tutta la vita a sviluppare una logica estensionale al fine di preservare la semplicit e la trasparenza dei contesti logici. I punti cardini della pura estensionalit sono: la differenza tra predicati de dicto e quelli de re (appunto la differenza tra linguaggi naturali e il meta-linguaggio); il concetto di necessit (che soltanto si pu dire del linguaggio e non delle cose ontologicamente esistenti); la logica modale (che per Quine introduce contesti opachi nelle formule); il quantificatore esistenziale (che si riferisce alla nozione di esistere in senso strettamente univoco); la sostituzione delle variabili con oggetti esistenti; il problema delle classi. Gli schemi concettuali. La base della filosofia quineana (non senza polemiche) si forma a partire della critica fatta allempirismo nel suo famoso saggio, I due dogmi dellempirismo, uno scritto giovane del filosofo americano che ha segnato il suo prestigio come pensatore 4. In questo saggio Quine afferma che lempirismo la tradizione allinterno della quale ragiona buona parte dei filosofi analitici, tipicamente tedeschi, britannici ed americani. Tale tradizione stata vittima di due nozioni nocive per la filosofia, appunto la distinzione (kantiana) fra le asserzioni analitiche e le asserzioni sintetiche, e il riduzionismo.
4 Cf. W.V. QUINE, From a Logical Point of View, Harvard University Press, Massachusetts 1953/1980 3, il secondo saggio del volume; tr. it., Da un punto di vista logico, Raffaello Cortina editore, Milano 2004, 35-65.

Il primo dogma (nozione, cio, da estirpare dallempirismo) quello della netta distinzione tra le asserzioni analitiche e quelle sintetiche. La prima parte del saggio uno scrutinio pressoch esaustivo del concetto di analiticit, dove Quine prende in considerazione vari modi di considerare la base delle asserzioni analitiche. Una frase analitica sarebbe quella in cui la verit della frase dipende esclusivamente dal significato dei termini, e non dello stato delle cose reali. Il famoso esempio quineano : tutti gli scapoli sono uomini non sposati. Qui, dice Quine, non c bisogno di guardare il mondo reale per vedere se la frase vera o meno. Sappiamo che la frase vera in virt del significato delle parole scapoli e uomini non sposati, che sono sinonimi (uguali per definizione). Questo un tipico esempio di unasserzione completamente analitica. Quine, nellopera sopracitata, offre diversi altri esempi. Il nodo essenziale di questa prima parte cerca di dimostrare che la nozione di analiticit, che starebbe alla base delle asserzioni analitiche, concretamente parlando non fonda niente poich necessita di spiegare in tutti i modi possibili ci che significa analitico. In altre parole, ogni tentativo impiegato da Quine per rilevare il significato di analitico, mostra che la stessa nozione deve essere supposta per rendere comprensivo ci che si vuole spiegare. E quando si deve supporre ci che si cerca di dimostrare, il risultato infrange un principio basico della logica (classicamente chiamato petitio principii). A questo punto Quine afferma che non si pu parlare di asserzioni prettamente analitiche, e quindi non esiste una distinzione netta fra le asserzioni analitiche e quelle sintetiche. La seconda parte del saggio tratta il tema del riduzionismo come il secondo dogma dellempirismo di cui faremmo bene a prescindere nella filosofia della logica. La nozione risale ai grandi della tradizione empirista (John Locke, George Berkeley e David Hume) i quali sostenevano che le idee si potevano dividere fra quelle semplici e quelle complesse. Le idee semplici (o atomiche) erano quelle derivate direttamente dalla esperienza empirica, e prendevano il loro contenuto empirico dal mondo esterno su un rapporto 1:1 (uno ad uno, one to one); ovvero, erano idee che mostravano una verificabilit diretta ed immediata. Nella tradizione empirista, infatti, il criterio di verificabilit determina la giustificazione delle asserzioni fondate, a differenza di quelle non fondate, quelle in cui manca la verificabilit. Le idee complesse erano invece quelle composte dal commisto di due o pi idee semplici, e che quindi possedevano il loro contenuto empirico soltanto indirettamente, di riflesso, dalle idee semplici. Il punto cardine del riduzionismo sottost al rapporto fra i due tipi di idee: se tutte le idee complesse sono riducibili a quelle semplici, allora il rapporto fra il contenuto empirico (del mondo esterno) e le nozioni mentali consiste nella verificabilit di tutte le idee, riducendole a quelle semplici. Il riduzionismo diventa cos il secondo dogma che ha impedito (secondo Quine) allempirismo di progredire e poter spiegare adeguatamente come lintelletto realizza la vera scienza. A tal proposito, la soluzione proposta da Quine si chiama olismo, che viene dalla parola inglese holism: un approccio che si concentra sullintero (the whole), dellinsieme. Abbandonando sia la distinzione fra asserzioni analitiche e sintetiche, e 4

abbandonando il riduzionismo, Quine ci colloca di fronte alla necessit di concepire il rapporto fra i contenuti mentali e il mondo esterno olisticamente, dove la verificabilit di tutte le asserzioni dipende dallintero sistema e non dal rapporto precedentemente descritto del one to one. Ogni sistema diventa cos il cosiddetto schema concettuale (conceptual scheme). Di pi, tale schema concettuale fornisce il criterio di significativit (e di riflesso veracit) delle idee e quindi delle asserzioni, dove il rapporto con il mondo reale viene imposto in grande parte dallo stesso schema e non dallesperienza diretta. Siccome poi, ogni schema concettuale determina il significato dei contenuti mentali, due schemi concettuali risultano a tutti gli effetti incommensurabili, precisamente perch una parola/asserzione in uno schema ha un significato diverso dalla stessa parola/asserzione in un altro schema concettuale. La nozione degli schemi concettuali diventa di moda durante la seconda parte del Novecento, e traslittera in nozioni quali cornice concettuale (Wilfrid Sellars) 5, visione del mondo (world view)6, e forse la nozione pi celebre, paradigma (Thomas Kuhn)7. Il pi radicale esponente dellimpostazione dei schemi concettuali appunto Kuhn, che afferma che lo stesso mondo dipende dal paradigma che si usa, tanto che dopo un cambiamento di paradigma (paradigm shift) il mondo cambia. Lesempio pi noto di Kuhn la differenza dei mondi prima e dopo la rivoluzione copernicana in astronomia: non soltanto abbiamo due teorie differenti, quella geocentrica e quella eliocentrica, ma il mondo eliocentrico di Copernico era differente dal mondo geocentrico. Per Quine, linconmensurabilit degli schemi concettuali conduce a ci che egli stesso definisce relativit ontologica8, dove ci che dipende dallo schema concettuale funzionante e di riferimento. La forza della posizione quineana si intravede nella scienza contemporanea, soprattutto la fisica teoretica, in cui gli oggetti reali (quali quarks, bosons, bucchi neri, lo stesso atomo) dipendono dalla teoria scientifica sposata. In questo senso, veramente ci che , ci che esiste nella realt, dipendente dal modo in cui lo scienziato approccia il reale. Dallaltra parte, evidente che ci che esiste non dipende da quanto diciamo o pensiamo; ma Quine parla di oggetti speciali, spesso fondanti per la fisica, per cui appunto la verificabilit di tali oggetti avviene soltanto attraverso linsieme della teoria, lintero dello schema concettuale. Donald Davidson, discepolo prediletto di Quine, riprende il discorso sugli schemi concettuali, con un senso critico (cf. 4.3). Indeterminatezza. In conclusione, Quine postula che il significato dei termini , tutto sommato, indeterminato. Con questo vuol dire non che il significato non ci sia, ma che i
5 Cf. Wilfrid SELLARS, Science, Perception and Reality, Ridgeview Publishing, California 1963/1991. 6 Cf. David K. NAUGLE, Worldview. The History of a Concept, Eerdmans Press, Michigan 2002. 7 Cf. Thomas KUHN, The Structure of Scientific Revolutions, Univ. of Chicago Press, Chicago 2012 4. Questa edizione vuole essere una pubblicazione per commemorare lanniversario della prima pubblicazione del famoso libro di Kuhn, avvenuta 50 anni prima. 8 Cf. W.V. QUINE, Ontological Relativity and Other Essays, Columbia Univ. Press, New York, 1969.

significati sono derivati dal contenuto empirico in modo indeterminato. Lesempio celebre che impiega quello di Gavagai. Quine ci fa immaginare che siamo antropologi inviati in una terra lontana ed incontaminata abitata da un popolo sconosciuto. Gli indigeni che abitano questa terra parlano un linguaggio di cui noi non sappiamo nulla. Il nostro dovere di creare un dizionario efficace che traduce il linguaggio nativo col nostro linguaggio (nel caso di Quine, linglese). In base allosservazione dobbiamo scoprire ci che significa quando gli indigeni emettono suoni che, almeno allapparenza, ci fanno pensare che sono segni intersoggettivi al fine della comunicazione (linguaggio). Vedendo correre davanti a noi un coniglio, il nativo dice Gavagai, segnalando lanimale. A questo punto, scriviamo nel nostro dizionario, gavagai = coniglio e probabilmente avremo azzeccato il significato. Ma il punto che un altro antropologo, davanti allo stesso episodio, forse scrive gavagai = componenti non slegati di coniglio, avendo sperimentato a cena che il piatto che lui conosceva come spezzatino di coniglio viene chiamato dai nativi in termini completamente differenti, dove coniglio non centra affatto. Lesempio pu sembrare bizzarro e lo stesso Quine lo ammette: lui stesso afferma che il binomio gavagai = coniglio probabilmente funzioner, e cos impareremo la lingua degli indigeni; ma il punto che tale traduzione non determinabile in base allesperienza. Per di pi, diversi antropologi producono dizionari molto diversi, pur essendo tutti e due dizionari efficaci. Se i significati fossero determinati, fissi una volta per sempre (nel senso di Hilary Putnam, 5.4), allora non ci sarebbe la possibilit che due antropologi traducessero diversamente. Lindeterminatezza della traduzione radicale una conseguenza dellimpostazione dello schema concettuale, visto che i significati allinterno di uno schema sono diversi rispetto agli altri schemi. Insieme allindeterminatezza, Quine afferma anche ci che lui chiama linscrutabilit del riferimento, laltra faccia della moneta. Nella classica distinzione fra comprensione ed estensione (senso e riferimento per gli analitici), la tesi sulla indeterminatezza del significato richiede addirittura linscrutabilit del rifermento, precisamente perch tutte e due dipendono dallintero schema. Concludendo, possiamo vedere come Quine sviluppa la sua filosofia allinterno del modus operandi della tradizione empirista, correggendo per ci che lui percepisce come dogmi, cio, punti di vista ritenuti come veri ingiustificatamente. Egli vuole fornire alla scienza uno strumento linguistico adeguato per far progredire la conoscenza scientifica: il tipo migliore di conoscenza che abbiamo. Per cui, si colloca anche allinterno della svolta linguistica, dove i veri problemi della filosofia diventano problemi del linguaggio. Il suo sogno di una logica puramente estensionale non si realizzer, a causa dei contributi offerti dai logici del Novecento (con lo sviluppo della logica formale e di quella intensionale). Infine, Quine promuove la nozione di schema concettuale per descrivere il rapporto fra la mente e il mondo: nozione che ricever sostegni e critiche da parte dei filosofi che a lui si sono susseguiti per tutto il ventesimo secolo. Philip Larrey

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