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MICHELE METELLI

BREVE STORIA DELLA RAGIONFOLLIA


LA RAGIONFOLLIA UN VIAGGIO: DAL PECCATO ALLA MALATTIA MENTALE SULL'AFFERMARSI DELLA CONCEZIONE PSICOLOGISTA: DAL NOVECENTO AD OGGI SCENARI

Breve storia della ragionfollia

1 La ragionfollia
" hanno creduto di parlare della sola follia nella sua oggettivit patologica; loro malgrado avevano a che fare con una follia ancor tutta abitata dall'etica della sragione e dello scandalo dell'animalit". M.Foucault, Storia della follia nell'et classica, op. cit. p. 163.

Delirio, follia, pazzia, insensatezza, sragione, alienazione, psicosi, malattia mentale, schizofrenia. Tanti termini che servono ad indicare per gli esseri umani, un'unica condizione in cui lo stato della ragione non sembra avere alcuna autorit; il regno dell'irrazionalit, dell'assurdo, dell'oscillazione pericolosa. La storia dell'animale homo sapiens, nei confronti di un fenomeno insito nella sua stessa natura, sempre stata caratterizzata da un profondo investimento di signicato, spesso simbolico. Uno strumento concettuale attraverso cui possiamo osservare e comprendere questi molteplici e mutevoli signicati quello di considerare follia e ragione come ad un insieme unico, come una gestalt. Propriamente detta: ragionfollia. In altri termini, essa risulta presentarsi come polarit: opposti compenetranti che giocano ad un gioco di mutuo scambio simbolico di signicati. La conseguenza inevitabile quindi quella di affermare che non esiste storia della follia che non sia storia della ragione. Infatti Foucault ci insegna che il razionale e l'irrazionale hanno avuto una storia fatta di coesistenza e di separazione attraverso i secoli, per arrivare a riavvicinarsi quando la ragione ha avuto la pretesa di neutralizzare la follia riconoscendola come parte di s e denendo in modo rigido lo spazio separato in cui doveva esistere. Attraverso la lente d'ingrandimento appena descritta, nelle prossime pagine, s'intende proporre delle tappe storiche di un viaggio che parte dal Medioevo, passa dall'Illuminismo e inne arriva al XX secolo. Passaggi fondamentali per comprendere, almeno in parte, i processi storici e di pensiero collettivo attraverso cui si arrivati ad avere una certa visione della ragionfollia, oggi, nel terzo millennio. Tuttavia l'immensit di dinamiche e l'oceano di produzioni culturali implicate da questo processo, nato agli albori dell'umanit, fa della storia dell'intelletto, uno dei territori di studio pi controversi e, indubbiamente, il pi enigmatico, perch ha a che fare con fenomeni incomprensibili, ineffabili ed inquietanti.

2 Il viaggio: dal peccato alla malattia mentale


"Il folle, nella sua innocente grullaggine, possiede questo sapere cos inaccessibile e cos temibile. Mentre l'uomo di ragione non ne percepisce che degli aspetti frammentari, e perci tanto pi inquietanti, il folle lo porta tutto intero in una sfera intatta: questa palla di cristallo che per tutti vuota, piena ai suoi occhi di un sapere invisibile" M. Foucault, Storia della follia nell'et classica, op. cit. p. 163.

Calandoci nella mistica atmosfera medioevale scopriamo una follia investita dalla presenza di trascendenze immaginarie, ancora legata all'antica antitesi bene-male, come incarnazione ed, intrinsecamente, rivelazione massima della tragicit umana. Lazzaretti e ospizi non ospitavano la malattia, ma l'indigenza malata, secondo uno spirito caritativo e pietoso. La follia non aveva ancora una voce autonoma, perch i bisogni dell'uomo sano-malato erano privi di voce e la risposta era afdata alla carit e alla punizione. La considerazione di follia, nel medioevo, s'iscriveva su di un terreno culturale che inglobava il mondo magico e quello religioso. I reami magici in cui si collocava la pazzia denotata dall'allegoria del viaggio. Il folle veniva collocato ai margini della comunit ma non al di fuori di essa; il suo luogo era quello del passaggio, della soglia; rinchiuso alle porte della citt, o imbarcato sulla Nave dei folli poich:
"...egli prigioniero in mezzo alla pi libera, alla pi aperta delle strade: solidamente incatenato all'innito crocevia. E' il passeggero per eccellenza, cio il prigioniero del Passaggio. E non si conosce il paese al quale approder, come, quando mette piede a terra, non si sa da quale paese venga. Egli non ha n verit n patria se non in questa distesa infeconda fra due terre che non possono appartenergli"1.

Nel XVI tale metafora della pazzia come viaggio veniva riconfermata attraverso un mito letterario, anche se in verit, vi era anche un aspetto connesso alla realt dei fatti: l'allegoria della nave dei folli. Dal punto di vista mitologico, veniva investito di signicato il poema satirico di Brant, pubblicato nel 1494. L'opera narra il viaggio che tutti i folli sono chiamati a intraprendere verso il paese dei pazzi. Dal punto di vista della ritualit sociale, invece, venne intrapresa la pratica di afdare gli insani di mente agli equipaggi navali. Da un certo punto di vista seguiva la necessit della borghesia di liberare la societ dalla presenza dei pazzi e di liberare le campagne da essi. Tuttavia la natura allegorica di tali credenze e pratiche risiedeva in due temi archetipici: il viaggio2 come dimensione fondamentale della vita e l'acqua come elemento di puricazione e di rinascita3. Anche l'arte porta tracce di tale allegoria; negli stessi anni, il pittore olandese Bosch dipinse il tema la nave dei folli [Fig. 1]. Si pu affermare, quindi, che la natura della follia era squisitamente sociale. Attraverso l'impatto sulla societ di tali individui possibile comprendere le dinamiche tra la coppia di opposti. In altri termini la follia, nel medioevo, trovava il suo senso d'essere non tanto per la fenomenologia soggettiva del delirio ma nel signicato sociale che essa riveste. E questo senso d'essere sottolinea il rapporto che la ragione instaura con la follia; denotato dal potere e dall'aggressivit. Il delicato equilibrio raggiunto dalla ragionfollia risulta essere

quello di deporre sulle spalle dei folli il male, il peccato, la negativit, l'ombra, come l'ultimo tentativo da parte del raziocinio di tenere sotto controllo un esperienza tanto sconvolgente. Durante l'Illuminismo emergeva invece una concezione di follia legata alla sua reversibilit. Alla stregua di tutte le altre malattie del corpo, il delirio si congurava come malattia da curare. Pinel, in Francia, fu un rivoluzionario in tal senso e concep gli asili dei folli non come luogo di isolamento, ma di cura. I fondamenti losoci di tale visione risiedevano in una concezione materialistica in cui la mente cessava di essere entit diversa dal corpo. Ci che prima era solo cruda punizione della sragione attraverso carcere, galere, supplizi, acquistava, a causa dell'intervento medico che la riconosce come malattia, l'aspetto della piet, della sollecitudine, della cura. Ma attraverso l'implicita denitiva conferma dell'incomunicabilit del linguaggio della follia rispetto alla razionalit del potere, gli interventi si traducevano nuovamente in punizione, adottando le medesime misure segreganti. Che la sragione stava diventando malattia mentale con la sua identit e con la parvenza di dignit non cambiava il fatto che la ragione, per affermare il suo dominio e la sua diversit, continuava a separarla e a segregarla. Di fatto, l'intervento psichiatrico e il rapporto della scienza con la "malattia mentale" restava un rapporto di punizione, esattamente come quello che la teneva confusa con la criminalit e la delinquenza. Anche se nel 1813 fu promulgata una legge dal re di Napoli Gioacchino Murat secondo cui la nalit del trattamento dei pazzi era la cura e non semplicemente l'allontanamento dalla comunit, si continuava a giocare ad un rapporto dialettico di potere e di dominio da parte della ragione sulla follia questa volta per ammorbidito dall'ideologia medica che copriva e sterilizzava il conitto tra ragione e follia. In quel periodo stavano emergendo i due principali modelli teorici: da una parte gli organicisti che vedevano come causa della follia il substrato biologico, dall'altra gli psicologisti, i quali identicavano la causa della malattia in un intreccio di cause ambientali e morali. I primi, nonostante fossero coerenti e fedeli alle proprie teorie biologiche, accettarono la visione psicologista in quanto notarono che le cure morali avevano la capacit di rasserenare e umanizzare i manicomi. Il XIX e il XX sono i secoli della tendenza al rinnovamento e poi al rinnovamento dell'Italia. Sebbene gli ultimi anni del 1800 erano segnati da episodi socio-politici di estrema importanza, quale l'unicazione d'Italia, la ricerca e la sperimentazione erano afdate ai singoli e non ad un'adeguata politica di intervento. Con Giolitti, e con la sua legge del 1904 si stabilivano le regole per l'obbligatoriet dell'internamento. Le normative proposte non erano state concepite solamente dal governo, ma risentivano del paradigma scientico all'ora in voga. In quelle circostanze risultava decisivo l'inusso del pensiero di Cesare Lombroso. Figlio del positivismo determinista e meccanicista, Lombroso aveva teorizzato un sistema di comprensione della malattia mentale fondata sulla misura del cranio e fu uno degli esponenti della cos detta Antropologia Criminale. Questa disciplina andava diffondendosi anche in Germania e Francia. In modo denitivo la follia veniva destinata alle scienze mediche e quindi totalmente privata dei signicati religiosi e mitologici precedenti. L'et dei lumi rappresenta l'irrigidimento dei conni tra sanit e malattia mentale. La pazzia, era riconosciuta come parte della ragione in quanto sua aberrazione, veniva temporaneamente rinchiusa in strutture istituzionalizzate dove, purtroppo, continuava a subire l'aggressivit e il potere da parte dell'intelletto, nelle vesti di medici e di infermieri. Di estrema importanza che la violenza sica e psicologica erano esercitate in nome della dea scienza e non pi in nome del Dio cristiano.

3 Sull'affermarsi della concezione psicologista: dal Novecento ad oggi.


Come venuta al mondo la ragione? Come giusto che arrivasse, in un modo irrazionale, attraverso il caso. Si dovr indovinare questo caso come un enigma. F.W. Nietzsche, Aurora. Adelphi, Milano, 1977. Op. cit. P. 93.

I primi anni del Novecento sono stati portatori di una profonda rivoluzione culturale: le scoperte di Einstein, di Heisenberg e di Bohr nel campo della sica erano accompagnate dalle profonde intuizioni del medico austriaco Sigmund Freud, nel campo della medicina e della psicologia. Con le sue opere, Freud pu essere considerato il primo occidentale a sistematizzare una teoria sulla psiche fondata sull'inconscio4. Si pu prendere in prestito la metafora dell'iceberg per descrivere il suo pensiero. Freud paragonava la psiche ad un iceberg. La parte superiore di tale montagna di ghiaccio al di fuori della supercie dell'acqua e quindi risulta essere la parte conscia della psiche. Al di sotto della supercie dell'acqua risulta esserci (attraverso l'analisi del sogno e altre tecniche interpretative) la parte di ghiaccio appunto nascosta, cio la psiche non conscia, inconscia. Freud sosteneva che ogni sintomo psichico che si presenta alla coscienza abbia delle cause le cui radici s'inoltrano nella psiche inconscia. In altri termini identicava le cause dell'isteria, della mania, dei comportamenti sessuali deviati, della melanconia, cio della nevrosi in traumi infantili rimossi, ossia relegati nello spazio inconscio della psiche. Le conseguenze epistemologiche di tale impostazione si sperimentano tutt'ora nella comunit scientica in quanto portatrici di un potere euristico senza pari. Nacquero diverse scuole e diversi orientamenti dalle intuizioni di S. Freud. Tanti dei suoi pi stretti collaboratori presero le distanze. Uno dei pi noti Carl Gustav Jung. Il pensiero di questo psichiatra svizzero interessante perch portava una prospettiva nuova rispetto alla follia, alla pazzia, al delirio e alle allucinazioni. Egli stesso si ammal di una grave malattia psichica dalla quale guar. Egli notava il prolicare di immagini simbolicamente potenti nei suoi deliri e nelle sue allucinazioni e successivamente, in quelle dei suoi pazienti. Queste immagini attingevano non dall'inconscio, serbatoio dell'individuo, bens dall'inconscio collettivo, serbatoio dell'umanit. Attraverso precise tecniche di amplicazione dei contenuti dell'inconscio dell'umanit, Jung fu il primo a dare un senso preciso, una logica, ai deliri della psicosi. Si apriva cos una nuova visione: la logica della follia e i labirinti della ragione. L'una conteneva il riesso dell'altra. In Italia, invece, un esempio rivoluzionario nel campo medico-sanitario era rappresentato dall'eroico tentativo di Franco Basaglia. Egli stato un importante rappresentante della psichiatria italiana del Novecento. Gli si deve lintroduzione in Italia della cosiddetta legge 180 che introduceva una importante revisione della concezione sui manicomi. Teoricamente si avvicinava alle correnti psichiatriche di ispirazione fenomenologica ed esistenziale come Jaspers, Minkowski, Binswanger, ma anche a Foucault e Goffman per la critica allistituzione psichiatrica. Il suo intento era quello di trasferire il modello della comunit terapeutica all'interno dell'ospedale attraverso cui voleva rivoluzionare il sistema psichiatrico. Si eliminarono tutti i tipi di contenzione sica e le terapie elettroshock, venivano aperti i cancelli dei reparti. Non pi solo terapie farmacologiche, ma anche rapporti

umani rinnovati con il personale. I pazienti dovevano essere trattati come uomini, persone in crisi. Il 13 maggio 1978, in Parlamento veniva approvata la legge 180 da lui proposta e, bench era stata pi volte oggetto di discussione e di tentativi di revisione, questa ancora la legge quadro che regola lassistenza psichiatrica in Italia. Tale cambiamento sostanziale era supportato soprattutto da un clima sociale anch'esso rivoluzionario. La generazione del 1968 ristabil nuovi conni in moltissimi aspetti della vita dell'uomo. Nello specico il pensiero psicoanalitico era culturalmente ben diffuso, per cui veniva a spostarsi il fulcro della malattia mentale nel singolo individuo con la concezione che l'origine della follia risiedeva in traumi inconsci. Dall'altro lato si stavano imponendo, col contributo di Basaglia, la centralit del rapporto tra ambiente e follia. I manicomi chiudevano e la follia ritornava per le strade [Fig 2]. I malati psichici reclamavano un loro posto nella societ. Si stavano indebolendo i conni tra la ragione e la follia. Culturalmente si assisteva ad un emergere di arte, cultura e poesia proveniente da ex-pazienti psichiatrici. Esponente indiscussa, tutt'ora in vita, la poetessa milanese, Alda Merini. Nata nel 1931, nel 1950 iniziavano i primi segni di una malattia psichica. Viene poi ricoverata a Casa Turro, a Milano, in un ospedale psichiatrico. Grazie all'aiuto di tante persone e alla forza del suo animo non ha mai smesso di coltivare la sua passione per la scrittura. Quella che segue una delle sue poesie, dal nome Vuoto d'amore(Alda Merini, Vuoto d'amore, Einaudi, Torino, 1991):
Sono nata il ventuno a primavera ma non sapevo che nascere folle, aprire le zolle potesse scatenar tempesta. Cos Proserpina lieve vede piovere sulle erbe, sui grossi frumenti gentili e piange sempre la sera. Forse la sua preghiera.

In ambito sanitario, parte dei medici abbracciava la corrente dell'antipsichiatria. Un'altra parte del mondo psichiatrico cominciava a stilare migliaia di malattie e a spezzettare quella che una volta aveva il nome di follia, in tantissimi riferimenti medici, che in pochissimo tempo si sono imposti nel linguaggio popolare (depressione, anoressia, bulimia). Forse ci il segno di una tendenza, che probabilmente in moto ormai da molti anni, a psicologizzare la vita. Parafrasando: la propensione a ricondurre ogni spiegazione a cause psicologiche supportate da teorie scientiche, pseudo-scientiche e pi-o-meno ingenue. Tale tendenza supportata dal fatto che una medicalizzazione della vita sia gi avvenuta da un bel po' di tempo. Sia dal lato della salute-malattia sica che sul lato psichico aumentata l'ossessivit per la cura, in cui l'ideale quella dell'uomo sano al limite della perfezione. Questo mostro sociale posa le proprie radici in una societ che incita al consumo, di qualsiasi cosa, anche di terapie, e che estremizza il concetto di individuo a discapito della comunit. Ma, purtroppo, altre radici trovano linfa in una visione della morte come di un evento innaturale; visione per cui il mito della cura domina chiunque. Esso si presenta come estremo tentativo di esorcizzare la morte, di porla distante, oltre l'innaturale. Ecco delinearsi l'ultimo grande tab: la morte.

4 Scenari
Giunti ai conni della medicina scientica, senza losoa non si pu dominare la stoltezza. Karl Jaspers, Il medico nell'et della tecnica, 1953. Op. cit. 68.

Lo storico e il losofo Ivan Illich era del parere che per ricostruire il concetto di sanit si doveva analizzare il mutare dell'idea di morte. Individuava sei fasi5. L'ultima fa riferimento al periodo che parte dal 1950 e arriva no ai giorni nostri. Egli sosteneva che la morte, in questa fase, viene assoggettata alla cura ospedaliera, attraverso una lotta intensiva in cui solo il medico pu decidere quando e come un individuo debba morire. Si viene a delineare quindi un movimento paradossale: nel tempo abbiamo fatto nostra la follia, stata tolta dalle periferie della citt e quindi dai margini dei pensieri della ragione e posta al centro dell'attenzione attraverso riforme di enorme importanza, improntate all'insegna dell'integrazione sociale; dall'altro lato per ci siamo messi distanti dalla morte a causa di una diffusione di massa di un sapere scientico che, in s, racchiude delle manie di onnipotenza, prospettive di vita ultra centenaria, e miraggi di immortalit. Tuttavia un dato statistico recente (2001) proveniente dall'Associazione Americana di Psichiatria, sostiene che circa il 50% delle persone che richiede una visita al medico dell'Assistenza Sanitaria Nazionale sovrastimi il proprio sintomo sino a tal punto di giungere a preoccuparsi anche in quelle situazioni in cui non esiste un reale sintomo, anche in assenza di percezione di dolore. Viene subito alla mente Il malato immaginario di Molire o quella malattia che, sin da Ippocrate, viene chiamata ipocondria. Disagio signicativo che coinvolge la sua sfera psichica e quella sica. Si colloca cio in quello spazio di nessuno perch il soggetto ricerca continuamente esami clinici e diagnostici, anche molto invasivi, quando, biologicamente parlando, non ha nulla. I medici curanti, impazientiti, nisco per disinteressarsi al vero problema del paziente e, quest'ultimo nisce per aver interpellato un gran numero degli specialisti a disposizione senza nessun tipo di risultato scienticamente valido. Si assiste, dunque, all'acme della disperazione e alla ragionfollia dell'uomo sociale che diventa l'ultima denitiva richiesta d'aiuto In accordo con le tesi di Illich si nota subito come sia il medico il detentore del sapere e quindi il paziente, con un sintomo oggettivo o meno, ha fede in lui perch detentore di un sapere. Ma si pu certamente aggiungere che tale tipi di richieste sono richieste d'aiuto, anche se apparentemente non v' una malattia organica. Esso un grido acuto del corpo-mente che si fa sentire nella sua unit attraverso l'angoscia e la profonda paura della morte. Richieste di signicato che si infrangono contro la follia del dolore e la rigidit del corpo medicalizzato. Ricerca del senso stesso dell'esistenza che viene resa muta dall'alienazione della quotidianit. Iatrogenesi clinica, sociale e culturale: lo scenario fa rabbrividire. L'esistenza dell'essere umano ristagna in un'ansiosa ricerca della cura personalizzata, della terapia perfetta, del medico giusto, del primario con molte referenze o della terapia pi esotica od esoterica. Fuga dal morire e, allo stesso tempo, corsa sfrenata verso il consumo, in cui il grido d'aiuto reso muto accompagnato da una cecit rispetto il futuro che ci aspetta. Il viaggio , ancora una volta, rimane sullo sfondo di un dramma collettivo che avvolge e incatena l'uomo. Cos, anche noi, siamo un po' come quei folli della nave che, guardando l'orizzonte e l'oceano, non vedono ne e ni nel loro andare.

NOTE
1. L. Pisciottu, Storia della follia e ragionevolezza del delirio, in "XOS. Giornale di conne", Anno I, n.3 2002-2003. Op. cit. p. 2. 2. E' interessante notare come l'allegoria del viaggio abbia radici ben pi remote rispetto a quelle citate sopra. Il pellegrinaggio (il viaggio) e il ruolo del pellegrino (il viaggiatore) "sono le congurazioni mediante le quali si cercava una consolazione per un esistenza dura e dolorosa [...] Il viaggio pone invece la convinzione d'essere in un luogo transitorio, in una situazione passeggera che trova soluzione solo con il ritorno a casa, vale a dire presso la dimora di Dio, padre di tutte le creature." (L. Meraviglia, M.V. Meraviglia, Storia della sanit. Idee fatti protagonisti, Montefeltro, Urbino. 2003. Op. cit. p. 98).La meta del lungo vagare non era rappresentata dalla morte poich quest'ultima era ritenuta il ritorno ad una condizione perfetta, e per questo rimpianta. Dal punto di vista mitologico troviamo allegorie del viaggio ovunque nelle opere fondamentali della nostra cultura: l'Odissea, gli Argonauti nei miti greci, la Divina Commedia di Dante Alighieri, il libro dell'Esodo nell'Antico Testamento. In culture che pi o meno direttamente hanno inuenzato quella europea basta ricordare il viaggio compiuto da Maometto attraverso i Sette Cieli. In tale prospettiva, risulta illuminante il testo del mitologo statunitense, Joseph Campbell, "L'eroe dai mille volti", il quale fornisce una precisa ricostruzione del viaggio attraverso un'attenta comparazione tra miti e leggende e ritualit di culture diverse. Il fatto che si vuol sottolineare che il substrato mitologico della nostra cultura l'allegoria del viaggio ha profondamente inuenzato la concezione e la visione stessa della follia. 3. Erich Neumann, medico e losofo, nel suo libro La Grande Madre (Astrolabio-Ubaldini, Roma.1981) afferma: "L'acqua il simbolo del carattere trasformatore. L'acqua contenitrice, cio da intendere come un grembo primordiale , da cui nata, secondo numerosi miti, la vita. Quest'acqua materna, tuttavia, non solo contiene, ma nutre e trasforma, poich ogni elemento vivente elabora e preserva la propria esistenza attraverso l'acqua, quale latte della terra." (op. cit. P. 55-56) 4. S. Freud fu il primo occidentale a creare una teoria dell'inconscio. E' necessario tener presente che le radici del suo pensiero passano attraverso le losoe di F.W. Nietzsche e di A. Schopenhauer. Quest'ultimo fu a sua volta contaminato dal pensiero indiano e buddista. Tale concezione del mondo presenta un vasto sapere psicologico che da millenni postula l'esistenza di un "serbatoio dell'esperienza dell'essere umano". In lingua sanscrita viene chiamato alaya-vijana la cui traduzione letterale risulta essere: coscienza deposito. Successivi studi di C.G. Jung, psicoanalista svizzero, misero in rilievo le analogie tra il pensiero psicologico di matrice indotibetane, indocinesi e le teorie dell'inconscio di stampo psicoanalitico (C.G. Jung, R. Wilhelm, Il segreto del ore d'oro. Bollati Boringhieri, Torino, 2001). 5. Le sei fasi proposte da Ivan Illich possono essere descritte: - La prima riguarda la danza dei morti modellata su arcaici riti di natura pagana in cui il legame con il defunto era ancora molto vivo e veniva ritualizzato attraverso danze. - La seconda fase mostra la morte sotto le sembianze di uno scheletro che guida la danza; la morte ferma l'orologio del tempo, cessa di essere il ne e divine la ne dell'esistenza. (L. Meraviglia, M.V. Meraviglia, Storia della sanit. Idee fatti protagonisti, Montefeltro,
Urbino. 2003. Op. cit. p. 115).

- La terza fase il morire diviene accettabile solo in tarda et e l'allegoria che meglio descrive questa situazione, in epoca barocca, quella del vecchio che passa a miglior vita assistito dalla giovane amante. - La quarta fase quella che si imposta durante il XIX: l'idea della morte come fenomeno innaturale se non nella vecchiaia, s'impone denitivamente. L'allegoria quella del medico che fa di tutto per sconggere la morte che viene rappresentata da uno scheletro. - La quinta fase, durante il XX, poich in Europa si stava imponendo lo stato assistenziale. Tra la morte e il malato vi sta il medico. Quest'ultimo garantisce al malato di non soccombere prima di aver vissuto pienamente l'esistenza. - La sesta fase, nella seconda met del Novecento, la morte viene assoggettata alle cure ospedaliere attraverso una lotta intensiva e radicale. Qui il medico decide delle sorti del paziente.

IMMAGINI
Fig. 1: Ernest Bosch, La Nave dei Folli, 1490-1500.

Fig. 2:

I manicomi vegono aperti e gli ex-pazienti psichiatrici reclamano i loro diritti. 1975. Roma

BIBLIOGRAFIA
J. Campbell, L'eroe dai mille volti, Guanda, Parma, 2000. M.Foucault, Storia della follia nell'et classica, Rizzoli, Milano, 1984. S. Freud, Psicologia delle masse e analisi dell'Io, Bollati Boringhieri, Torino, 1921. S. Freud, L'Io e l'Es. Bollati Boringheri, Torino, 1922. G.O. Gabbard, Psichiatria Psicodinamica, Raffaello Cortina, Milano, 2002. U. Galimberti, Il corpo, Feltrinelli, Milano, 2003. C.G. Jung, R. Wilhelm, Il segreto del ore d'oro, Bollati Boringhieri, Torino, 2001 C.G. Jung, La libido, simboli e trasformazioni, Bollati Boringhieri, Torino, 1985. C.G: Jung, Gli archetipi dell'inconscio collettivo, Bollati Boringhieri, Torino, 1939. L. Meraviglia, M.V. Meraviglia, Storia della sanit. Idee fatti protagonisti, Montefeltro, Urbino. 2003. A. Merini, Vuoto d'amore, Einaudi, Torino, 1991. E. Neumann, La Grande Madre, Astrolabio-Ubaldini, Roma.1981. L. Pisciottu, Storia della follia e ragionevolezza del delirio, in "XOS. Giornale di conne", Anno I, n.3 2002-2003. G. Tartarelli, Psichiatria per problemi, Giovanni Fioriti Editore, Roma, 2004.

Dicembre 2006 Milano, Urbino