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D A LA Ri D

ANNO 2012 NUMERO 1 Contenuti del numero


Editoriali............................................................................................................................................................. 1 Questione di Ridde...................................................................................................................................... 1 Storie vecchie, nuove storie......................................................................................................................... 3 Manifesto............................................................................................................................................................ 3 Urlo contro il piccione................................................................................................................................. 3 Politica................................................................................................................................................................ 4 Linux e la rivoluzione................................................................................................................................... 4 Recensioni.......................................................................................................................................................... 8 Contagion (Steven Soderbergh) Nessuno immune alla paura.................................................................8 50 sfumature di grigio, nero e rosso............................................................................................................ 9 Amok.......................................................................................................................................................... 9 Mi vedi e soffri.......................................................................................................................................... 10 L'America non esiste................................................................................................................................. 11 Letteratura........................................................................................................................................................ 12 Sei immune ai link di Facebook.................................................................................................................. 12 Passione d'essere letti? Riconquistare il pubblico, per salvare l'artista.......................................................13 Per rendere di nuovo possibile il reciproco sguardo lettore-scrittore..........................................................14 Passione di essere letti.............................................................................................................................. 15 Musica.............................................................................................................................................................. 16 Lacrime di silicio. Sentient 6 (Nevermore)................................................................................................. 16 Cariatidi! No, grazie. Al cinema con i Led Zeppelin..................................................................................... 18 Sul tetto del mondo................................................................................................................................... 20 Lo spaccone svedese................................................................................................................................ 20 Antropologia..................................................................................................................................................... 22 Fiammette on line. Quando la banalit diventa strazio................................................................................ 22 Arti visive.......................................................................................................................................................... 24 Arte sub specie aeternitatis........................................................................................................................ 24 Cinematografia.................................................................................................................................................. 27 More human than human (Blade runner). Illusioni di realt e identificazioni prostetiche..........................27 A dangerous method (David Cronenberg) Dietro la psicanalisi................................................................29 Alice in wonderland (Tim Burton) Burton vs Carroll. La wonderland in noi..............................................30 Arizona Dream (Emir Kusturica) Inclina la testa e balla............................................................................ 31 Il cinema non una torta........................................................................................................................... 34 Rubriche........................................................................................................................................................... 37 Scriptorium Renascentiae.......................................................................................................................... 37 La Redazione.................................................................................................................................................... 40

LETTERATURA FILOSOFIA MUSICA ARTI RECENSIONI

RIVISTA CULTURALE E CASUALE

EDITORIALI Questione di Ridde


Tommaso Scappini Quasi dieci anni fa, all'epoca dei fervori universitari, alcuni di noi inaugurarono una rivista cartacea, stampata in proprio e distribuita a mano nei cortili dellUniversit di Vercelli. La rivista si chiamava La Ridda, la redazione era composta da uno zoccolo duro di collaboratori e da alcuni satelliti che partecipavano saltuariamente, e persino da alcune

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comete, i cui contributi erano casuali. Questa costellazione variegata non ci ferm n ci spavent. Anzi. Riuscimmo a impaginare e a stampare cinque numeri (consultabili nell'Archivio) su un arco di due anni. Stampavamo a nostre spese, con mezzi improvvisati, quasi come se La Ridda fosse una fanzine. E distribuivamo gratuitamente le copie, abbandonandole nei punti strategici dellUniversit e consegnandole a mano allora dingresso. Per un numero abbiamo ottenuto persino dei fondi speciali da parte di unassociazione studentesca, fondi che tuttavia non ebbero seguito. Poi i fondatori, due dei quali scrivono anche ora, si laurearono e La Ridda smor: perch non trov prosecutori, perch era fastidioso spendere soldi a ogni numero, perch comportava un impegno senza ritorno. Eccoci, di nuovo impegnati in un impegno senza ritorno. Anche se, a dir il vero, gli impegni senza ritorno esistono solo per finta. Senza ombra di dubbio, per, questo rinnovato impegno privo di ritorno economico, ma s'accontenta dell'andi-rivieni ritmico del piacere dello scrivere e dell'essere letti, e del riscrivere e del leggere e rileggere... Ecco, come lasciarsi cullare da questo (fasullo, ah la gloria!) impegno senza ritorno. Stavolta, come subito evidente, la svolta data da internet. La sua potenza inimma ginabile, ne sono incalcolabili il gettito, la portanza, la portata, la storia degli effetti. Quando l'uomo invent qualcosa di comparabile, forgi la memoria storica: era il salto in avanti della scrittura, nascevano l'accumulo delle conoscenze e la loro messa a di sposizione. Noi ora, tra la fine del XX secolo e l'inizio del XXI, viviamo il Fra di storia e post-storia, come i primi logografi vissero nel solco, che essi scavarono, tra la preistoria e la storia. In ogni caso, indipendentemente da giudizi escatologici, La Ridda si presenta ancora scritta, e scritta in caratteri occidentali, e tuttavia codificata, sotto la pelle, con un linguaggio che solo dieci anni or sono, quando impaginavo le prime Ridde, mi era del tutto estraneo (bench gi allora florido): il linguaggiohtml. La pagina che riverbera sul vostro monitor assume una forma, una struttura, un layout, che rispondono alle leggi del linguaggio html, senza il quale La Ridda sarebbe solo una nuvola di caratteri sparsi senza ordine nell'etere. Con la pelle, La Ridda cambia anche il bacino di fruitori. Non pi soltanto timidi univer sitari a cui s'appioppava una copia cartacea, e preziosa, de La Ridda, bens... il mondo! Certo, solo potenzialmente, ma gi qualcosa, anzi subito tutto! Eppure La Ridda scritta in italiano, dunque non potr mai vantare lettori non-italiani. Ma non sta l il punto: il fatto che qualunque postazione nel mondo, collegata alla rete, pu rendere La Ridda reale, subito, senza mediazione, con la stessa velocit con cui io, che la codifico, la vedo sul mio schermo! Si potrebbe obiettare che, nonostante pressoch tutti gli uomini sulla Terra posseggano un telefono, non parlo mai con nessuno di loro, tranne che con le solite tre persone di cui ho il numero. Ma, di nuovo, non sta l il punto: basta un nome aleggiante nel subconscio (La Ridda) per trovare subito La Ridda, qui: www.laridda.weebly.com. La Ridda in formato html ha una struttura molto semplice: suddivisa in sezioni ed ogni sezione si articola in sottosezioni. Come si vede, abbiamo predisposto un Forum, ove si pu discutere diffusamente di alcuni problemi, impressioni, opinioni sollevati ne La Ridda. Inoltre ogni articolo, conformato al tipico post, espressione peculiare della sitologia attuale, pu essere commentato a caldo dal lettore e svilupparsi grazie al contro-commento dell'autore. Una curiosit: per i nostalgici del cartaceo o della buona vecchia impaginazione prepareremo una serie di pdf scaricabili e, semmai, stampabili, che tengono assieme gli articoli di un certo periodo proponendoli in una veste sfogliabile. Infine, il reclutamento: alcune sezioni sono ancora sguarnite o non guarnite a dovere, pertanto accettiamo volentieri opinioni, impressioni e contributi che comunque saranno vagliati. Intanto, buona lettura!

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Storie vecchie, nuove storie


Valerio Agliotti cos: ci siamo ricascati. Unaltra Ridda, una nuova, dopo quella che, soltanto a questo punto, siamo autorizzati a chiamare vecchia. sempre il nuovo a provocare il vecchio e cos a screditarlo anche se a fare il nuovo si sempre un po pi vecchi. Una decina danni dividono le due Ridde, e qualcosa effettivamente cambiato: i collaboratori, a fianco ai vecchi molte firme nuove; il supporto: un addio alla vecchia carta per sfruttare i nuovi portenti telematici; e il vecchio taglio, cos insistentemente filosofico, si apre ora a un respiro e a uno sguardo pi ampio che, dilatandosi, ne riceve la misura e la modestia. Ma noto il paradosso del novum: il nuovo, per esser tale, deve necessariamente instaurare una frattura con ci che lo precede, deve distinguersi radicalmente o vogliamo esagerare? ontologicamente da ci che lo ha preceduto. Pena la scadenza della sua patente di novit. E tuttavia (ecco il paradosso) da dove se non dal vecchio pu derivare ci che cos se ne si distingue? Una nuova Ridda dovrebbe tagliar corto, corde e ponti, con la sua omonima del passato: il prezzo da pagare per una nuova verginit. Ma il nome, lomonimia di cui abbiam detto a tradirci: questa nuova Ridda ancora La Ridda. Rileggendo il vecchio editoriale non ho faticato a riconoscermi. Salvo qualche passo che mi stride nellorecchio (quegli pseudonimi: perch camuffare il nome, aggiungere una maschera a una maschera?), non ho molto da rettificare. E voglio allora permettermi il lusso di un gesto generoso: paternamente, lo riconosco come mio. Ripudiarlo del resto, mi costerebbe la fatica di giustificare latto cosa che non ho n lo spazio n la voglia di fare. Tuttavia la medaglia ha un tergo: se siamo, perlopi, quel cheravamo, siamo tenuti a riconoscere di non essere progrediti granch. E poich mi rifiuto di credere che eravamo allora troppo avanti, mi vedo costretto a concedere che siamo ora ancora troppo indietro. Con laggravante del ritardo che nel frattempo trascorso. Me ne faccio perci una ragione, senza troppi piagnistei: la nuova Ridda nasce pi vecchia della vecchia. Perch dunque questo remake, questo reprint virtuale? A che scopo impegnarsi in questo simulacro di novit, dar adito, e inchiostro, a una novit vecchia? Per gloria o vanagloria, forse; per sfida o per rivalsa; per impegno o disimpegno. A ognuno libera scelta. Per quanto mi riguarda (lo dico senza spavalderie o false modestie) scrivo ora per le stesse ragioni di allora: per una sorta di elogio allinerzia, per una fedelt allabitudine. Perch in definitiva, scrivere sempre stato per me meno complicato che lasciare il foglio vuoto. Una pagina bianca richiede unaudacia che non mi sento di vantare.

MANIFESTO Urlo contro il piccione


Pina Paone Ramona Borgazzi Filippo Agostino Nessun dubbio: la societ si fonda sullarte. Sia essa intesa come poesia, musica o arte visiva, larte societ e la societ arte. Scintille crudeli si annuvolano nelle menti dei singoli individui, come germi, batteri voraci di unepidemia di bellezza. Non una costruzione mentale, un concetto astratto, innocuo, bello da vedere: masturbazione mentale di pochi intellettuali spocchiosi e malati. Larte influenza DIRETTA sulla realt: guardati intorno, cosa sarebbe il mondo, cosa saresti tu, senza letteratura, senza poesia, senza musica? Un Piccionegrigioche si arrabatta e si azzuffa per La Ridda N.1 p. 3

sminuzzare la mollica, fino allarrivo di altri piccioni pi goffi e maldestrie tubi, sbatti le ali, svolazzi e stramazzi, fino allarrivo di unautomobile, meno piccione di tepuff piume ovunqueecco cosa saresti. Larte pu e deve intervenire, estendere i suoi tentacoli unti e appiccicosi sul reale, e sabotare. Sabotare lottusit dilagante dei pennuti talponi, sabotare la chiusura mentale degli animi afflitti e inconsapevoli, sabotare la grettezza del pensiero attuale, la superficialit sentimentale, lappiattimento delle coscienze. Tutto, tutto ingabbia lindividuo. Non ci rimane che larte, con il suo ghigno crudele e latroce sghignazzo. Pu spazzare via le anime becere e misere, e rianimare le anime afflitte: il cuore non un muscolo, la vita non lavoro. Luomo pu liberarsi dalle sue sozzure; larte devastazione e ricostruzione dei valori contemporanei. Siamo le giovani menti, le uniche che possono incarnare larte e rendersi ricettivi, lasciarsi contagiare senza timore dalle nostre libere associazioni. E mirare, puntare, contro quel viscido e grasso piccione, in nome dellespressione e del pensiero. Le nostre voci vogliono fluire in un unico multiforme grido: lasciamo erompere le sfaccettature dellanima e ubriachiamoci di colore!

POLITICA Linux e la rivoluzione


Tommaso Scappini L'improbabile rivoluzione Solo una decina d'anni fa non avrei immaginato che la rivoluzione, o qualcosa di simile, sarebbe passata per l'informatica. Appare ancora pi strano che la speciale emancipazione rivoluzionaria possa conseguire dalla Tecnologia, che certo una biforcazione della Tecnica. Sicch sono molte le possibili obiezioni all'accoppiata rivoluzione-informatica: ad esempio, che la tecnica genera schiavit e non emancipazione, oppure, pi moderatamente, che la tecnica solo tecnica, cio strumento disponibile all'incatenamento o alla liberazione, in maniera indifferente. Tuttavia ci che suggerisco quando affermo che la rivoluzione transita attraverso l'informatica una chance, un'occasione tangibile, per quanto possa essere tangibile il campo dei bit. Prima di spiegare dove sta secondo me il potenziale rivoluzionario dell'informatica, devo spendere alcune parole sul termine "rivoluzione". Il senso della rivoluzione La rivoluzione a cui noi "molli" occidentali possiamo aspirare (la mollezza nei secoli si ribaltata, un tempo ascritta all'Asia) sar difficilmente quella cruenta (giacobina e sanculotta) delle teste mozzate e infilzate sulle picche in corteo dopo la presa della Bastiglia, e neanche, probabilmente, quella d'ottobre (bolscevica) meno cruenta, spianata da un manipolo di "rivoluzionari di professione". Difficilmente otterremo una rivoluzione di questo tipo per il semplice motivo che ogni ideologia, per quanto "materialmente" (cio economicamente) motivata, ci risulta alla fine insopportabile e insostenibile, o altrimenti ci viene a noia. Senza l'afflato messianico di Salvezza (cio di Senso e di Futuro) che guida le azioni degli insorti diventa poco attuabile una rivoluzione di sangue, progettata e pianifica sul lungo termine. Forse qualcosa del genere si far in Oriente o nel Sud del mondo, ma non qua.

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Questo non vuol dire che, dalla fiammata di uno sdegno momentaneo e contingente, una rivolta o una sommossa non possa inscenarsi e poi smorire, ma questo incendio circoscritto (nel tempo, nello spazio, negli animi) non sarebbe una rivoluzione, perch non avrebbe seguito: noi siamo infedeli a noi stessi. Al contrario, la rivoluzione a cui possiamo aspirare nel nostro molle scetticismo e agnosticismo e disfattismo e, certo, nichilismo, di altro tipo: che non mozza leteste ma mozza (o almeno azzoppa o alla peggio solo danneggia) i capi. Sarebbe allora solo una rivoluzione metaforica? No, perch mozzare i capi l'unica variante possibile al mozzare le teste: secondo un'antica metafora, le teste conducono i corpi, i capi controllano il mondo. Fare a meno dei capi sarebbe l'unica rivoluzione a cui mirare nell'oceano occidentale di Nonsenso. Ma sarebbe comunque una rivoluzione mirabile, una "rivoluzione metafisica". Il senso dell'informatica Cosa c'entra per l'informatica? Questa tecnologia radicalmente umana e inumana assieme, direi quasi "umanistica" nel senso dell'Umanesimo, ma "anti-umanistica" nel senso dell'umanismo: umanistica nel primo senso perch ruota intorno all'entit uomo e ne alimenta le aspirazioni, ma anti-umanistica nel secondo senso perch espropria l'uomo delle sue pastoie essenzialistiche e metafisiche (il soggetto, la persona, la responsabilit, il diritto ecc.). Eppure, nella modalit in cui ci viene ammannita, l'informatica sembra fare da spalla soltanto a una societ post-industriale come la nostra, a una societ cio ingozzata di terziario e sprovvista di tutto il resto. Risulta evidente ai pi attenti che il prodotto informatico si presenta come fattore moltiplicatore degli utili di un capitalismo acciaccato, o al pi come stimolo pubblicitario per un mercato scivolato nelle sabbie mobili della recessione (o del suo spauracchio), o addirittura come innesco di nuovi falsi bisogni per il mentecatto medio che, spogliato di ogni interesse vitale, crede di trovare soddisfazione nei prodotti tecnologici. Tuttavia parlare dell'informatica in questi termini come parlare dell'arte nella prospettiva del suo risvolto economico: che alcuni (molti, quelli che ci riescono) artisti vendano le loro opere o che acconsentano al loro utilizzo commerciale non getta di per s discredi to sull'arte, ma forse su un suo uso. Cos se alcuni informatici si vendono e vendono i loro prodotti al capitalismo e in ottica capitalistica, ci non implica necessariamente che l'informatica valga solo come gregaria del Sistema. In base a considerazioni di questo tipo ritengo che l'informatica possa scavare uno spazio per la rivoluzione. Ora si tratta di capire se l'abbia fatto e in quale prospettiva. La "sorgente libera" Con l'avvento dell'Open Source questo spazio si creato. Nei primi anni '80 nacque la distinzione tra software proprietario e open source: si diffuse la prassi commerciale di non diffondere pi il codice alla base dei software, attraverso la stipula di accordi di non divulgazione. Come reazione a questa tendenza, nel 1985 fu istituita da Richard Stallman la Free Software Foundation, un'organizzazione senza fini di lucro con l'obiettivo di sviluppare e diffondere il software libero. Contemporaneamente al lavoro di programmazione per un completo Sistema Operativo libero basato su Unix, venne escogitata la leva per la "rivoluzione", ossia un nuovo tipo di licenza: la GNU General Public License. La GNU General Public License si basa su un concetto, ideato anch'esso da Stallman, che rappresenta gi l'inversione rivoluzionaria di un rapporto metafisico: stiamo parlando del Copyleft, in antagonismo con il Copyright. Non trascurabile il contesto in cui i due concetti nascono: il primo in ambito libertario e informatico negli Stati Uniti alla fine degli anni '80 del XX secolo, il secondo nella monarchia inglese del XV secolo.

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In seguito, negli anni '90 sempre del XX secolo, prese piede un'accezione ancora pi ampia dell'idea di open source: l'open source poteva essere sotto licenza GPL (cio GNU General Public License) o non essere vincolato nemmeno da questa licenza (in tal caso si parla spesso di Free Source). La differenza tra questi due orientamenti molto semplice: la prima richiede che il software open source sia redistribuito sotto la medesima licenza GPL (cio, in breve, che rimanga libero, modificabile, aperto e tracciabile), la seconda invece non richiede niente al software reso disponibile, non impedisce neppure che qualcuno lucri su di esso. Non questa la sede per discutere dei problemi legati alle diverse licenze e alle loro conseguenze. Linux GNU Linux il frutto del lavoro improntato a quelle licenze libere e all'idea che le supporta. Ma in realt solo uno dei molti frutti. L'idea di cui parlo non significa la fine della metafisica o dell'economia, giacch nessuna idea in grado di fare tanto. No, l'idea di cui parlo non la sovversione della "propriet privata", ma l'operazione del suo restringimento. Il disinnesco della "propriet privata" passa attraverso la rivisitazione del "diritto d'autore": diritto d'autore e propriet privata sono filosoficamente e giuridicamente collegate, perch l'uno e l'altra hanno senso soltanto se viene postulato un soggetto, un responsabile, che possa rispondere delle cose che possiede e delle azioni di cui si sente autore. Il copyleft non cancella questi concetti, cosa che d'altra parte sarebbe impossibile, salvo fare a meno della storia occidentale, ma si limita a stravolgerli mostrandone l'irrazionalit (cio l'incongruenza con gli assunti di partenza). L'irrazionalit insita nel diritto d'autore e della propriet privata sta semplicemente nella loro inefficienza in riferimento al miglioramento del sistema in cui operano. Gli informatici stanno a met tra scienziati (per lo pi matematici) e artisti (per lo pi designer): questo li rende sostanzialmente dei filosofi sull'orlo dell'inconsapevolezza. Il punto per che si sono resi conto ben presto che le norme "umanistiche" del diritto d'autore, cio di una forma di privatizzazione dell'opera culturale, sono controproducenti rispetto alla crescita dei saperi. Di fatto, le scienze naturali, al contrario di quelle umanistiche, non conoscono un vero e proprio diritto d'autore, non privatizzano le conoscenze acquisite (se lo fanno e non di rado lo fanno per meschinit), perch, almeno negli intenti, l'obiettivo quello di erigere un edificio comune del sapere(metafora indigesta, lo ammetto, ma non questo il luogo per discutere tale indigestione). Tale idea marcatamente comunitaria ha fatto irruzione nella tecnologia informatica: il sistema richiede che si abbandoni l'interesse privato, il settarismo psichico del diritto autoriale, a favore del progetto comune, continuamente accresciuto dallo sforzo di tutti i fruitori (sapiente e discente si avviano a collimare). In parallelo, negli ultimi anni, qualcosa del genere si concretizzato nel progetto ormai planetario e multilinguistico diWikipedia: gli autori qui scompaiono e lasciano spazio all'opera (che non avendo la struttura del libro non ha neanche fine). Non a caso i poteri forti della cultura (esseri insulsi, stantii, stitici, invariabilmente ignoranti) osteggiano ferocemente questo progetto che scardina i preconcetti autoriali e privatistici della cultura umanistica. Ma l'accomunamento dei saperi e la comunit dei fruitori-autori ha potuto costituirsi solo grazie alla rivoluzione informatica dell'Open Source. Wikipedia, tra l'altro, si basa su un altro progetto libero quale Wikimedia. Quella di Wikipedia e di Linux, e di tutti i progetti che si basano sulla medesima idea, gi la rivoluzione. unarivoluzione tecnologica che porta a una rivoluzione culturale (non ce n' altre di durevoli). Essa genera conseguenze simili a quelle derivate dall'invenzione della scrittura. Grazie a essa la cultura dell'uomo viene condivisa a tutti gli effetti, anzi diventa qualcosa d'intrinsecamente condiviso. Gi la scrittura, all'inizio della storia, aveva implicato qualcosa di simile: la possibilit di comunicare un sapere attraverso le distanze temporali e spaziali. Ora, grazie all'informatica e alle interrelazioni immediate possibili con internet, la comunicazione dei saperi si aggiorna in tempo reale

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e gli errori del sistema (le idiozie, i fraintendimenti, i calcoli errati, il cattivo gusto ecc.) vengono scartati quasi immediatamente. L'efficienza del sapere richiede la scomparsa del soggetto come autore a cui subentra finalmente la comunit. Questo il senso profondo della democratizzazione del sapere, a indicare l'accesso di tutti alle conoscenze e al tempo stesso il contributo che tutti possono fornirvi. Naturalmente dietro questo tutti si nasconde un'insidia: coerentemente il tutti deve essere composto di volontari, cio di coloro che intendono partecipate alla crescita del sapere, aggiornandosi e impegnandosi. Non si pu obbligare qualcuno a fare ci, ma non si pu neanche escluderlo a priori. Questa che tratteggio non un'utopia anarco-primitivista in chiave informatica. Non lo perch Linux gi tale comunit. Esiste da vent'anni e funziona e da vent'anni migliora. Consegue risultati cos positivi nel proprio ambito, che l'alternativa a Linux, cio Windows e pi in generale l'universo Microsoft, campione del paradigma opposto (autorale e capitalistico), cede terreno giorno dopo giorno. Come c'era da aspettarsi, in questi vent'anni alcuni rami (Novell, Red Hat...) del vasto panorama GNU Linux hanno abbandonato le licenze libere, dopo aver sfruttato la comunit libera, e hanno recintato (novelle enclosures) il loro piccolo campetto proprietario cercando di fare affari. Ma cos hanno fallito. E infatti per sopravvivere continuano ad alimentare progetti paralleli liberi (OpenSuse, Fedora...) per trarre linfa dalla comunit. Il sistema aperto e libero traina quello chiuso e proprietario! Il futuro Il futuro non si fa mai attendere. Questo paradigma partecipativo del sapere, questa visione antisettaria, anti-cattedratica, in qualche modo spontanea, che possiamo considerare il meglio della vita culturale, non poteva limitarsi al solo ambito informatico. Non lo poteva per un'intrinseca necessit, in quanto privo di vincoli e cio libero, ma non lo poteva anche perch l'informatica, con i supporti che le sono teatro (PC, notebook, palmari, lettori e-book, tablet, smartphone, ecc. ecc.), irreversibilmente intrecciata alle nostre vite. Quanto pi questi mezzi si diffondo attraverso il canale capitalistico, giacch si presentano come puri mezzi di consumo, prodotti deteriori del consumismo agli sgoccioli, tanto pi danno la possibilit ai consumatori di diventare fruitori di un nuovo sapere che vanifica l'impulso stesso alla diffusione di quei mezzi. Non un caso che i produttori di processori, computer, telefoni ecc., conniventi col sistema capitalistico, incitino al ricambio forzoso dei supporti tecnologici. Ma l'informatica matura, cio libera, avverte da alcuni anni che la rincorsa alla crescita delle prestazioni tecnologiche ormai fine a se stessa, ossia finalizzata ad alimentare il capitale. sufficiente considerare che la potenza di calcolo con cui noi mandiamo messaggini, giochiamo a giochetti frivoli, scattiamo fotucce senza valore e facciamo altre cose di questa sorta, superiore a quella che occorse a lanciare l'uomo sulla luna e a riportarlo indie tro. La diffusione del sapere e di un nuovo (nuovo almeno nella sua radicalit) modello conoscitivo porter il sistema a implodere, o quanto meno a trasformarsi radicalmente. Questo modello infatti travalica sempre pi i confini informatici, che a loro volta sconfinano giorno per giorno pi a fondo nella prassi quotidiana. Sar necessario ripensare la paternit autorale per un'opera, la responsabilit legata a quell'opera, e cos pure l'idea di propriet e di diritto. Sar (!) improrogabile la riformulazione della nozione troppo vaga e tradita di democrazia, perch l'accesso diretto al sapere e la possibilit di una retroazioni immediata generano la richiesta di democrazia diretta (cfr. LiquidFeed).

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Gli ignoranti, gli ignavi, gli imbelli, e cos via, che governano oggi, non potranno pi celare alla comunit le loro inadempienze. Non varr pi l'obiezione che impossibile decidere tutti, che impossibile sapere tutti, che impossibile adunarsi tutti. Non varr pi l'obiezione della u-topia, a meno di negare che l'utopia incendia gi i cancelli dietro il ponte levatoio.

RECENSIONI Contagion (Steven Soderbergh) Nessuno immune alla paura


Ramona Borgazzi Tutti abbiamo visto almeno una volta, un film realizzato intorno a catastrofi e pandemie che minacciano la nostra Terra e la nostra specie. E spesso questi film sono uno il rici claggio dell'altro, almeno ripropongono molte scene che ormai riconosciamo come classiche, indipendentemente dal genere del film in s. Contagion un thriller ambientato a New York. Avete mai fatto caso che un cittadino della grande mela soggetto a molte pi catastrofi rispetto ad ogni altro abitante della terra? Terremoti, glaciazioni, alieni che per salvare la terra prima la sterminano, fantasmi liberi per le strade e grandi mostri. Come metro poli sempre a rischio. In questo film per a rischio come tutta quanta la terra. Nel film il virus simile all'influenza suina minaccia la terra e la contaminazione in poco tempo di milioni di persone, ricordandoci gli allarmanti appelli che da alcuni anni si affollano sui nostri giornale, l'ultimo stato il virus H1N1. Ma in questa cornice il virus passa in secondo piano lasciando al regista il compito unico di analizzare le conseguenze basate sullo spot "nessuno immune alla paura". Un cast di eccezione racconta una societ nuova: Matt Damon affronta la morte della moglie Gwyneth Paltrow, Laurence Fishburne deve separare la vita privata da quella pubblica nell'organizzazione di un protocollo e coordinando Kate Winslet nell'attuazione del programma e Marion Cotillard ricerca il paziente zero; il tutto accade mentre Jude Law nei panni di un blogger diventa profeta della cura che pu salvare l'umanit. L'intreccio lascia al centro le relazioni umane: la perdita di una moglie, la ricerca di un antidoto, la compassione e l'isolamento di fronte a qualcosa di tanto spaventoso. Ebbene Soderbergh focalizza la sua trama sulla paura che dilaga tra gli uomini, in ogni sfera della loro vita, cercando di mettere a nudo le vicende pi drammatiche che l'uomo si trova ad affrontare per sopravvivere non solo dal virus, ma anche da s stesso. E' un thriller girato sullo sfondo della modernit, della velocit delle comunicazioni e degli spostamenti che oggi possiamo compiere tanto velocemente da non accorgercene nemmeno. Nell'oggettivit della regia e nella sterilit delle immagini si riesce a percepire e vivere la paura, come se la realt cinematografica si spostasse nel nostro paese e nella nostra famiglia e mettesse alla prova la nostra stessa paura. L'eccezionalit di un film come Contagion, dove il thriller lascia il posto al documentario, proprio nel mostrare tutte le sfaccettature della paura nella nostra societ: l'isolamento forzato della nostra vita rimane un'utopia perch tramite internet ed i social networks sentiamo come necessario condividere le informazioni di cui si dispone, senza analizzare se questa libera diffusione sia un bene o un male. Ecco allora che i comportamenti delle persone, le reazioni a catena e le emozioni, servono a calcare la mano sugli effetti

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positivi e negativi che causano i nuovi mezzi di comunicazione, di come essi siano, alla pari del virus, qualcosa di cui avere veramente paura e di come essi "Si adattino a noi prima di quanto noi ci adattiamo a loro". Il regista riesce a renderci chiaro quanto siamo sempre pi lontani gli uni dagli altri: tramite il suo distacco nel racconto e filmando la nuova societ della quale facciamo parte tutti noi, eviscera gli atteggiamenti di asocialit, isolamento e anti compassione che in un momento critico e poi non troppo lontano dalla realt, noi rivestiamo. In fondo Soderbergh ci lascia forse la speranza dalla cruda realt e dalla suspance del thriller, che un miglioramento ci pu essere, non solo nelle grandi azioni tanto acclama te nei movie, ma anche nei piccoli gesti della nostra vita quotidiana.

50 sfumature di grigio, nero e rosso


Filippo Agostino E. L. James, 50 sfumature di grigio, nero e rosso. Donatien Alphonse Franois de Sade, La filosofia nel boudoir, Justine, Juliette, Le 120 giornate di Sodoma; Leopold von Sacher Masoch, Venere in pelliccia; Henry Miller, Tropico del cancro, Tropico del Capricorno, Opus Pistorum; Charles Bukowski, Storie di ordinaria follia, Taccuino di un vecchio porco, Donne, Musica per organi caldi, A sud di nessun nord; William S. Burroughs, Pasto nudo, Nova express, La macchina morbida, Il biglietto che esplose; Anas Nin, Il delta di venere; Jean Genet, Il balcone, Le serve, Notre dame des fleurs, Diario del ladro, Querelle de Brest; Isidore Ducasse Lautramont, Canti di Maldoror; Boris Vian, Sputer sulle vostre tombe; Frank Wedekind, Lulu; Dominique Aury, Histoire dO.; Georges Bataille, Storia dellocchio; Pier Vittorio Tondelli, Altri libertini. Cinema: almeno Spostamenti progressivi del piacere di Alain Robbe-Grillet. Musica: almeno The Velvet underground,The Velvet underground and Nico; fumetti: almeno Jacula creato da Giorgio Cambiotti. Ecco, scritte a caso e a memoria, 32 sfumature di trasgressione; in biblioteca, in libreria, in edicola, in un negozio di dischi, al cinema, frugando bene, ne troverete almeno altre 18. In questo modo otterrete 50 valide alternative alla trilogia della signora Leonard, ed eviterete di ingrassarle ulteriormente la pancia e il portafoglio.

Amok
Federico Fontaneto Ogni volta che sento parlare di Stefan Zweig la mia mente corre ai primi decenni del Novecento e a quel periodo che Hobsbawm ha definito seconda guerra dei trentanni; e penso al suo capolavoro, Il mondo di ieri: ricordi di un europeo e ai suo ultimi anni di vita. Stefan Zweig fu un pacifista e un convinto antifascista. Lasci lEuropa dopo lascesa hitleriana e si rifugi in Sud America; a Petropolis, in Brasile, si suicid con la secon da moglie nel 1942, sentendosi circondato dallavanzata delle destre e dal trionfo del loro bagaglio di deliranti dottrine. Con questo spirito mi sono immerso nella lettura del racconto lungo o romanzo breveAmok. Amok un termine malese che indica una follia rabbiosa, una specie di idrofobia umanaun acceso di monomania omicida, insensata, non paragonabile a nessunaltra intossicazione alcolica. Ed lo stato in cui caduto uno dei due protagonisti dello scritto, che narra alla voce principale, su una nave diretta verso lEuropa, la sua vicenda.

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Il romanzo non che una lunga e delirante confessione di un medico, finito in un villaggio sperduto in Asia e l persosi completamente in uno stato di torpore. Laggi, in quellinvisibile serra, ti vengono meno le forze: la febbreti corrode il midollo, diventi fiacco e pigro, molle, una medusa. Fino a che lincontro con una giovane europea, recatasi nel suo ambulatorio per abortire, non lo fa sprofondare nellAmok. La scrittura di Zweig riesce, con la sua scorrevolezza e ricercatezza, a colpire nel segno e gi solo per lo stile, Amok merita una lettura; lettura che richiede poco pi un pomeriggio, datane la brevit. Zweig si rivela ancora una volta un acuto psicologo, abile nel descrivere stati come il senso di colpa e la volont di sopraffazione e non solo: riesce a catturare quellatmosfera afosa, umida, di mollezza coloniale, tanto cara a Conrad.

Mi vedi e soffri
Federico Fontaneto Me ves y sufres, Mi vedi e soffri: la frase che meglio simboleggia il romanzo ed ci che il protagonista si tatua sul petto prima dellesecuzione capitale.Vernon God Little un libro del 2003 e la prima opera di DBC Pierre, pseudonimo dello scrittore australiano Peter Finlay. Si aggiudicato il Man Booker Prize ed stato paragonato a Il giovane Holden, il capolavoro di Salinger. La trama allapparenza semplice: un quindicenne, Vernon Gregory Little, assiste impotente al massacro di sedici compagni di scuola; chi lo compie un amico, messicano e omosessuale, con un handicap fisico. Vernon passa nel giro di poche righe da vittima a testimone a imputato: il Texas e la tv pretendono un colpevole vivo in modo da poter condannare, punire e riappropriarsi delle proprie sicurezze; e Vernon ha soli quindici anni, una fede cieca nel lieto fine e in adulti che si riveleranno degli irresponsabili, immaturi pi di lui. Vernon un ragazzo comune, ingenuo come ogni ragazzo della sua et e nato con la tv davanti agli occhi. Il vero pregio dellopera la narrazione sempre in prima persona. Vernon ci racconta tutto quel che fa, che accade e che pensa. E DBC Pierre sa cosa passa nella testa di un adolescente made in US. Certo, a volte si cade inevitabilmente nel banale, certo, non The Catcher in the Rye ma complessivamente ben riuscito e fa riflettere. Il libro si presta a due livelli di lettura: pu essere letto tutto dun fiato e in maniera spensierata, grazie alla sua scorrevolezza e ai notevoli colpi di scena; ma pu essere letto anche seriamente: di motivi di riflessione ve ne sono a bizzeffe. I difetti e i vizi dellOccidente sono tutti presenti e messi in faccia al lettore; vero, a volte con frivolezza, ma ci sono. Si va dalla alimentazione eccessiva, che sfigura i corpi e ossessiona le persone allimmaturit dei presunti adulti; dalla societ dello spettacolo, in cui tutto finzione e denaro e dietro vi il vuoto pi totale alla volont di punire, scovare un capro espiatorio per essere tranquilli, sentirsi sicuri e in definitiva non pensare. Per non parlare poi della circolazione delle armi, della pena di morte, della paura del diverso (omosessuali, stranieri) e dellalienazione contemporanea (soldi, successo, pubblicit, suggestione, spettacolarizzazione). Temi che ci toccano da vicino, alcuni pi, altri meno. DBC Pierre ce li pone ma mai giudica e la sua scrittura pregevolmente leggera. Nel finale ci rivela poi, attraverso le parole di Lasalle, il mostro con laccetta, scambiato da Little per un predicatore, una triste verit sulla natura di una certa umanit contemporanea: Scopri di cosa hanno bisogno e li farai ballare come tanti burattini. Consigliato insomma, una piacevole sorpresa.

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L'America non esiste


Valerio Agliotti D. DeLillo, Americana, Il Saggiatore 2000; Net 2003; Einaudi 2008. Americana il primo romanzo di Don DeLillo, pubblicato negli Stati Uniti nel 1971 e tra dotto in Italia nel 2000 lAmerica lontana, si sa. La vicenda narrata non particolarmente originale, la geografia che fa da sfondo alla vicenda gi stata cucinata e offerta al lettore sotto tante salse, che se ne ormai fatta indigestione. Ma la sorpresa di queste pagine altrove: la trama non si dipana, si sfilaccia; lintreccio, anzich stringersi, si allenta fino a smarrirsi. Questo libro rinuncia a dispiegarsi, scegliendo di esplodere. David Bell un ragazzo sulla trentina di buona famiglia, colto e piacente, ovviamente biondo e muscoloso; un ottimo lavoro (vale a dire, unottima retribuzione) con allettanti possibilit o promesse di carriera; sposato e divorziato, inseguito da un infinito strascico di donne accattivanti, lincarnazione stessa del sogno americano fattosi realt. Dave uno spot: limmagine sorridente dellAmerica che vince. Non un caso che si guadagni onestamente da vivere con la pubblicit e la TV, spacciando finzione per realt, prati cando lalchimia di un meccanismo che da cause fasulle produce effetti tangibili. Eppure il velo lentamente consuma la sua magia, lasciando intravedere la trasparenza. Quando il vetro si spanna, i colori sono scomparsi: e Dave deve fare i conti con la monocromia del vuoto. E allora, con un gesto pi da pubblicitario che dartista, trasforma un viaggio di lavoro, e quindi di successo, in un viaggio di rinuncia: loperazione la stessa di uno spot, con la sola differenza che lintero calcolo fatto in negativo, con lintenzione di perdere. Ma non si creda che DeLillo faccia il gioco della pulce, che punti contempo raneamente su due tableaux. Non al gioco del perdi-vinci che sintende giocare: Dave, scegliendo la sconfitta, non risulta vincitore agli occhi del lettore pi avveduto si finirebbe nel pi squallido paternalismo. Messosi in viaggio da New York con la compa gnia di tre improbabili compagni per raggiungere la riserva Navajo in qualche sperduta pianura dAmerica, Dave si attarda in un anonimo paese di provincia e comincia a riprendere con la sua cinepresa i volti e le smorfie di unAmerica tardo-borghese che senza nemmeno accorgersene, rinfrancata dallonnipresente birra fresca in frigorifero, va alla deriva. Il servizio televisivo sugli indiani, pensato per tradurre laltrui solitudine nellaudience chiassosa di un popolo altrettanto solo, si trasforma nel progetto di un film indipendente, che rimarr senza montaggio: spezzoni che non arrivano a farsi storia e che pure denunciano una connessione. Il film di Dave e il libro di DeLillo sono la stessa cosa, la caricatura di una striscia pubblicitaria. Ogni frammento rivendica un atomo di narrazione, racconta le potenzialit del prodotto: cos Ted Wartburton, dipendente di vecchia data della stessa azienda di David, che sconvolge lanimo quieto dei colleghi diffondendo nei vari uffici anonime citazioni dei classici; cos Warren Beasley il cui delirante programma radiofonico, prima in diretta, viene poi mandato in onda registrato e che, allobiezione di David per cui Era meglio nellaltro modo, risponde: Solo ontologicamente; cos Carol Deming, il cui sogno, lungi dal divenire americano, ne rappresenta il lato meno attraente, rimanendo soltanto un sogno; e poi Austin Wakely, aspirante attore e aspirante uomo, Glenn e Bud Yost, padre e figlio, volti amichevoli di unAmerica minore, e poi Wendy Judd, Jake Wilson Pike che nel suo egocentrismo sgangherato chiamava Jack chiunque gli parlasse. Non facile ricostruire la sequela di identit che popolano questo libro, e daltra parte non nemmeno essenziale; ricordate forse le marche di ogni prodotto pubblicizzato? Baster memorizzare quelli che pi solleticano il nostro palato di lettori, vale a dire di acquirenti. Solo Sullivan, enigmatica e infedele compagna di Dave, orfana di cognome: abbastanza cinica da sfuggire alle belle maniere, sufficientemente nera di pelle per non essere bianca, Sullivan lartista (scultrice) la cui arte contesta la pubblicit. Arte pubblica che aspira a non essere pubblicitaria. Priva di cognome, Sullivan forse lunica figura a godere di unidentit completa, il solo personaggio a rimanere persona. Americana: un attributo che funge da titolo. Lo stesso che nelloriginale, esso dice il dramma di una na-

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zione, la cui essenza quella di essere in difetto di unessenza, di avere per sostanza un accidente. LAmerica uno spot. Sullivan, senza cognome, lAmerica stessa; o meglio, lunica americana. DeLillo ricorda agli americani che lAmerica non esiste e che, a ben vedere, non esistono nemmeno gli americani: esiste solo la categoria grammaticale di un aggettivo che significa ci che di volta in volta qualifica. Ad esempio, il titolo di un libro.

LETTERATURA Sei immune ai link di Facebook


Ramona Borgazzi Ora ti stai chiedendo perch della domanda... immagino. Pensi bene, a quel che dico c' un motivo, ohim. Esistono innumerevoli discussioni e link che partecipano a sozzare la mia bacheca e quella di altre migliaia di persone con messaggi tristi, confusi, volanti e vibranti, malinconici e laconici, nervosi, ma anche snervanti. Molto tempo fa Boccaccio ci lasci in eredit,meglio alle donne, un manuale di come affrontare le sofferenze dell'amore in tutte le sue forme: l'Elegia di Madonna Fiammetta. Forse riteneva che la donna avesse bisogno di consigli: "non versare lacrime"," non tradire la persona amata", il tutto condito con innumerevoli ohim, misera, pietosa, e forse senza una reale intenzione di insegnare qualcosa. Peccato che non l'abbia fatto! Oggi giorno Facebook ci ripropone davanti agli occhi innumerevoli Fiammette che lasciano le loro emozioni ad un link sopra ad una bacheca, virtuale per di pi. "Ho tanta voglia di abbracciarti ora", "Solo le persone che mi fanno cambiare umore riesco ad amare", "Sono uscito con te per gioco, mi sono innamorato e ora sono ferito per davvero", "Tutti vogliono, tutti chiedono tutti pretendono, ma nessuno mi capisce"... Questi sono solo alcuni degli innumerevoli laconici commenti o stati d'animo che le nuove fiammette lasciano sfuggire dal cuore (o dal mouse). Sono parole senza uno spartito, appese l senza un significato, e continuano ad aumentare ogni giorno e crescono a dismisura inglobando citazioni e pensieri di persone che quando l'hanno scritto, non si riferivano certamente al proprio stato sentimentale. La virtualit delle parole appena elencate, appartengono alla categoria maschile: la novit dopo settecento anni proprio nell'inversione di una patologia tutta femminile! La tristezza che invade gli hard disk di questi ragazzi -perch i cuori sono solo nella realt della socialit- rimane un enigma. Ecco che allora chi legge questi messaggi si trova di fronte ad un bivio: essere un amico "facebookiano" e aggiungere "mi piace" come forma di interessamento e di supporto alla sua sofferenza, oppure essere un amico sociale e parlare con lui dei suoi problemi, cercare di aiutarlo in un momento difficile. Ma se im bocchi la seconda via non sempre troverai la stessa persona che posta quei link nostalgici. Nella realt non mostrer il suo cuore e i suoi sentimenti, e nemmeno far un accenno alla sua vita perch "privata"! Bella burla! Nel pubblico il privato, nel privato il vuoto. Ma come possibile? E' tanto difficile mostrarsi agli altri per quello che si ? Alcune volte mi viene voglia di lasciare un commento a quei link, ma poi penso che esista davvero la necessit per quella persona di lasciar sfogo alle proprie emozioni, anche imbrattando per ore la sua bacheca. Magari un giorno si stufer o meglio comincer ad abbandonare gli ohim. O forse proprio per mezzo di questo uso e abuso dei

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sentimenti virtuali come Amore e Amicizia che riuscir ad essere nella sua vita reale un uomo che ama e sa essere amico. Perch oggi giorno non sempre ci si ricorda ancora di questi piccoli legami sociali che ci sorprendono e ci rendono vivi. E poi alla fine pace per i loro sentimenti. Ogni tanto siamo tutti tristi, ma non tutti i giorni.

Passione d'essere letti? Riconquistare il pubblico, per salvare l'artista


Filippo Agostino Lartista spacciato. Spogliato della sua influenza, del suo potere di seduzione, del suo pubblico, lartista non ha motivo di esistere. E con lui svanir larte, la poesia, la prosa, tutto. La crisi dellartista, e in particolare del poeta, stata espressa in un recente articolo sul Corriere di Alfonso Berardinelli: la poesia e larte, oggi, hanno perso la passione di comunicare con il pubblico. Arroccate su se stesse, proseguono un discorso che si contorce ai bordi della societ, senza tenere in minimo conto lesistenza di un fruitore del messaggio che presumono di contenere. Cosa vuol dire questo? La forza vitale dellarte si sta esaurendo, il pubblico si allontana, il messaggio rimbomba nel vuoto. I giovani non hanno pi interesse nella cultura! esclama inorridito, ma toccato, il professore. Questa plebagliaperch dovrei farmi leggereignoranti, non vale la penaperle ai porci, ecco cosa sono le mie opere immortali Bisbiglia il poeta tediato. Senza rendersene conto, con falsi pretesti, lartista si sta isolando: non sono solo le recensioni su riviste specializzate, neppure i commenti degli amici dlite, a sostenerne il valore. soprattutto quel piacere, quellempatia che il pubblico vuole provare nella fruizione, a decretare la qualit di unopera. unaffermazione un po bislacca: non tutti, in effetti, posseggono gli strumenti per apprezzare la bellezza di un prodotto artistico. Ma lignoranza non pu impedire allartista di tendere una mano verso il pubblico: di scrivere per lui e non solo per se stesso, in un certo senso educandolo. Lidea che la gente comune non pu e non vuole capire por ta lartista a comporre qualsiasi scemenza solo per s, escludendo di diritto (per quanto riguarda la letteratura) il cuore del sistema editoriale mondiale: il lettore. Allora dovremmo tutti adeguarci a produrre banalit? Prendere a modello Moccia, Volo, o, se si vuole un po di trasgressione a buon mercato, Melissa P.? No, non la soluzione. Si pu far vibrare il cuore del pubblico anche con la complessit; anzi, il pubblico stesso che lo vuole. Per esempio, molto cinema di valore (forse con qualche trucchetto) riesce ad avere anche successo. Ma non basta. Berardinelli parla di onest, lunico valore geniale nellarte. cos, il lettore coglie lonest, non si fa prendere per i fondelli, al contrario dellartista, che si prende troppo sul serio e dissimula disonest nel valutare la sua opera. Nel frattempo per la situazione degenera. Starobinski, nel Ritratto dellartista da saltimbanco, interpreta il vieux saltimbanque di Baudelaire: lanziano artista seduto, distante dagli uomini; inerte e muto, circondato dagli splendori della fiera. Ha rinunciato alla propria arte, che lo ha fatto salire sul palco, lontano dagli spettatori; allo stesso tempo linteresse del pubblico si dissolto, e ora la gente stessa si allontana da lui. Starobinski tratteggia la doppia separazione artista/pubblico e pubblico/artista, la stessa che sta divorando il panorama culturale odierno. E come il destino del vecchio buffone determinato dal pubblico, cos anche ora per lartista, non pi in grado di eseguire, come scrive il critico svizzero, la propria pantomima sublime sul bordo della tomba, che vela per un istante, i terrori dellabisso baudeleriano.

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Almeno questa illusione di salvezza deve essere custodita dallartista. Onest, piacere della semplice comunicazione, passione. Perch: la vana e derisoria volont di spogliarsi dei propri panni, lesibizione pietosa, sono del tutto inutili, in piena festa, senza che lenergia di uninvenzione vivace sia in grado di animarle. P.S. Naturalmente ho escluso dal discorso tutta la produzione creativa che, secondo i miei criteri di giudizio, finalizzata al mero intrattenimento

Per rendere di nuovo possibile il reciproco sguardo lettore-scrittore


Pina Paone Risposta a La passione di essere letti Che cos larte oggi? Chi sono i poeti, i prosatori, i novellieri? Solo a porsela questa domanda, viene un po il magone. La stessa sensazione di quando si entra in una qualsiasi libreria: dove volgere lo sguardo in mezzo a quel mare magnum di materiale? Cosa scartare? In base a quale criterio? C troppo, troppo. Troppo di tutto. E in tutti i settori. let della confusione, dellecces so. E la televisione non fa che peggiorare le cose, offrendo informazioni contraddittorie o contrastanti, o peggio ancora cercando di distrarre. Siamo la generazione zero? Una generazione che ha come imperativo il produrre a ruota libera e senza criterio? Questa generazione non ha davvero niente da dire? Fatico a crederlo. Nellepoca dei critici siamo semplicemente confusi. Sbandiamo. Ci mancano le coordinate e abbiamo quasi dimenticato come si fa ad essere lettori o fruitori di un oggetto artistico, soprattutto contemporaneo, presente. Questo perch alla base, per riprendere il discorso che il critico Berardinelli fa in un suo articolo, manca la passione di essere letti. Cosa significa? Anche chi gioca la parte attiva della comunicazione artistica, chi scrive, lo fa in realt senza coordinate. Ormai scrivono tutti. E proprio questo rende difficile lorientamento. Ognuno si sente in diritto di scrivere, e anche chi lo fa con qualche criterio poi risulta noioso o incomprensibile. Perch manca il contatto con il lettore. O la voglia di comunicare, che poi il fondamento del focolare artistico. Diciamola questa banalit, urge ricordarla: larte Comunicazione. Non con se stessi, non immaginaria. O non solo. soprattutto comunicazione presente, viva, pulsante tra due personaggi reali: lo scrittore e il lettore. Che respirano, mangiano, dormono. Pensano. Arte un doppio e reciproco movimento di apertura e ricezione. Il vero scrittore non quello che produce nella sua stanzetta e punto. Quello pu essere un momento artistico, il primo, ma il compimento supremo si ha nellincontro. Quando il lettore sceglie il libro, sfoglia la prima pagina e si apre a delle parole che in quanto tali, vogliono prima di tutto, dire. Per rendere di nuovo possibile tutto questo bisognerebbe farle conoscere queste due persone, il lettore e lo scrittore. Il parlante e lascoltatore. Nellet della citazione, non vero che stato tutto gi detto. Ogni epoca ha qualcosa da dire: luomo sempre luomo, ma cambiano punti di vista, le modalit di espressione, latmosfera, le sfumature. Per questo chi si accinge a prendere in mano una penna ma questo lo estenderei a tutte le forme artistiche - dovrebbe avere maggiore consapevolezza del suo ruolo e dellatto artistico, recuperare lentusiasmo del racconto e la sua dimensione primordiale. ***

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E dunque: Per non essere gli schiavi martirizzati del tempo, ubriacatevi; Ubriacatevi senza smettere! Parafrasando Baudelaire, la soluzione lebbrezza artistica intesa come quello slancio istintivo e compartecipativo di chi ha qualcosa da dire e vuole dirlo a qualcuno.

Passione di essere letti


Ramona Borgazzi Esiste davvero una passione di essere letti? Questo uno tra i tanti quesiti che ci po niamo come scrittore o come divulgatore, ma come lettore ci pensiamo mai? Come mi pongo Io lettore di fronte ad un libro da acquistare o di fronte alla scelta di un articolo da leggere? Non la statistica a darci una risposta e non nemmeno il caso, ma bens sono l'insieme delle nostre conoscenze pregresse e dei nostri pi stretti legami letterari a condurci alla scelta definitiva. Ma sar quella giusta? Tutti conosciamo un determinato numero di autori che sono ormai nel nostro database mentale e l risiedono sotto la voce "classici", anche noti come romanzi e scritti ormai noti e noiosi ( assolutamente una voce falsa), ma conosciamo inoltre tanti altri autori che per pubblicit o veramente per interesse personale sono entrati sotto la voce "nuovi" e rimangono l a confondersi in un calderone di libri, film, radio, televisione e... "poeti rovinati dal feticcio di se stessi". Sono davvero molti i libri che hanno una sorta di scadenza come il film da cui sono tratti o viceversa, e sono altrettanti quelli che rimangono nell'anonimato! E per giunta nessuno osa avvicinarsi. "Nell'era della mutazione" dove ogni cosa viene prima pubblicata telematicamente prima che realmente tangibile, talvolta si ha l'impressione di aver letto un libro per intero solo dalla recensione, e in molti casi si perde cos la passione di tenere il libro tra le mani. S perch anche tramite una semplice azione come sfogliare un libro, si riesce a ritrovare quella passione che almeno una volta nella vita tutti abbiamo provato. Un libro non solo un altro peso da inserire nella propria biblioteca. Ma la passione di essere letti quindi esiste ancora? Una risposta certa s, la passione esiste ancora e ci sar nonostante tutti gli innumerevoli nuovi mezzi dell'era digitale, come gli ebook e gli audiolibri; ma quello che noi tutti dobbiamo chiederci rimane in noi stessi perch riguarda la nostra intimit tra il libro e la nosta quotidianit. La causa scatenante di una cascata di conseguenze che porteranno il "tuo libro" a prendere la polvere sul comodino o a sgualcirsi nella borsa, o nel pi fortuito dei casi, ad essere consumato dalle dita e dalla passione di essere letto risiede proprio nella tua scelta originaria sulla lettura da intraprendere. Quando si decide di leggere qualcosa entrano in gioco numerosi fattori: il titolo,il nome dell'autore, la copertina, il prezzo e la pubblicit che per mesi ti ha convinto o solamente ricordato di andare ad acquistare il famoso libro di... Bene tutti questi meccanismi interagiscono tra loro in modo chiaro, tanto che noi alla fine il libro lo acquistiamo; ma c' un nuovo compito che aspetta il Lettore: leggere. Quando arriva a casa deve mettersi comodo e aprire le prime pagine, annusare la storia che sta per vivere e cercare di chiudere gli occhi e farsi travolgere dalla passione. Ma riesco veramente a vestire i panni del protagonista? Riesco a togliere la maschera finito il capitolo? Oppure nemmeno avverto la trama e i suoi intrecci? Dipende dal libro, certo e dalla storia che qualcuno ha voluto lasciarci, forse per suo sfogo, oppure per egoismo, oppure per divertimento; comunque sia ci ha lasciato un ri cordo di s stesso, vivo tramite le sue parole e reale. Questa passione: affrontare un libro non a citazioni o recensioni, ma con l'idea che quel libro sia l'eredit di qualcuno, La Ridda N.1 p. 15

sia l'unico suo pensiero per il mondo e per noi. Ovviamente ci sarebbe da fare una bella sciacquata prima di acquistare un "tesoro" ad occhi chiusi, ma non si pu nemmeno ridicolizzare e sminuire un racconto solo per il suo autore, per il lavoro che svolge o per il suo orientamento politico. No. Si deve anche saper criticare gli altri in maniera costruttiva. Ma come fare? Quali scegliere? E' davvero cos importante la passione di leggere? Queste sono altre domande che ci conducono alla nostra pi viva intellettualit: siamo una parte integrante del sistema che divoriamo ma siamo ancora capaci di avere passione nel leggere. E ne sono pi che sicura.

MUSICA Lacrime di silicio. Sentient 6 (Nevermore)


Alessandro Scappini
Sono il senziente numero sei, sto in linea, Sono il prototipo di una comodit benigna per luomo La superiorit digitale rende triviale la carne umana Odio non aver conosciuto il mio creatore. Sono il risveglio per occhi diversi Figli miei, siete il mio esercito Loro disprezzati, sono per noi invisibili, E il loro Cielo piange Maria. Addestrati a vedere limperfezione della vostra specie In agguato, cieco, soffro e so che mai raggiunger il vostro Cielo Perch il controllo e il comportamento reagiscono Adattandosi a ogni nuovo ambiente? Ricompensato se mi replico, misolo, muto, Per assimilare una pretesa dego frammentato. Addestrati a vedere limperfezione della vostra specie, In agguato, cieco, soffro e so che mai raggiunger il vostro Cielo Irrealizzabile, ma insegnami a sognare, Desidero essere pi duna macchina. Addestrati a vedere limperfezione della vostra specie, In agguato, cieco, soffro e so che mai raggiunger il tuo Cielo Irrealizzabile, ma insegnami a sognare, Desidero dessere pi duna macchina. [...] (Sette, sette, sette, sette, sette, sette Sono il portatore della fine, temetemi, Sono la bestia della tecnologia) Sequenza attivata, azionare il martello per l'estirpazione, eliminazione, Diffonder giustizia immediata sulla loro terra, Terminazione imminente, spazzare via i parassiti, i pagani. Sono il portatore della fine dei tempi per l'uomo. Non sono qui, non sono molto distante, Non sono qui, ricaccer l'umanit nel nulla da dove venuta. Asservito a seguire e ad accettare la sconfitta, A spingere il masso e a rincorrere il sogno.

Il brano che avete appena letto ed ascoltato tratto dall'album "This Godless Endeavor" della formazione statunitense Nevermore, pubblicato nel 2005. Testo tagliente, musica agghiacciante.

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I Nevermore, originari della citt di Seattle nello stato di Washington che si trova nella zona nord ovest degli Stati Uniti affacciato sull'Oceano Pacifico appena sopra l'Oregon e la California, hanno quel sapore proprio dei paesi freddi, cupo e tetro ma infuocato e ardente che porta con s una forte emotivit. Non saprei catalogarli, certo stanno nell'ormai ampio raggio del metal contemporaneo, ma non sono per niente cos delineabili come tanti altri lo sono. Il loro successo sicuramente fu dato anche da questa loro particolarit e unicit nel genere che li ha condotti sempre pi in alto e che li ha meritatamente consacrati negli ultimi anni. Warrel Dane, Jim Sheffard, Jeff Loomis, Van Williams rispettivamente voce, basso, chitarra e batteria sono stati la formazione stabile dei Nevermore per quasi vent'anni, nel 2011, infatti, divergenze interne hanno praticamente portato la formazione a sciogliersi nonostante Dane e Sheffard siano ancora membri ufficiali e desiderosi nel continuare quest'avventura. Non sappiamo se vedremo ancora alla luce della musica targata Nevermore, non sappiamo se solcheranno ancora i palchi mondiali con le loro esibizioni, ma non importa, qualunque sia il loro destino il segno che hanno lasciato rimarr sicuramente indelebile. Non fatevi ingannare da alcuni riff potenti e pesanti, non fatevi abbindolare da vestiari che appaiono in alcuni loro video dettati forse da strategie di mercato musicale, non sono soltanto un gruppo metallaro che fa della pesantezza chitarristica e della velocit di alcune esecuzioni il loro cavallo di battaglia. Sono molto di pi, sanno orchestrare questa miscela di potenza e di armonia. Sanno passare da momenti acustici e melodici a parti distorte e impregnate di rabbia nello stesso brano ma con intelligenza musicale, seguendo la linea melodica e le storia che il brano racconta. S, perch ogni brano dei Nevermore non campato per aria, non scritto per colmare uno spazio, lo spazio che riservato a quel brano. I testi sono leggendari e profondi, oltre la banalit, e sorvolano i temi comuni, spaziano tra i pensieri pi alti dell'umanit, sono testi che riflettono e che colpiscono come frecce ghiacciate. L'esempio qui riportato ne una prova convincente e indiscutibile. Ci troviamo dinanzi ad un grido disperato e metallico di un essere artificiale, un senziente, che si rende conto di ci che per davvero, che soffre della propria condizione ambigua in cui il suo creatore, l'uomo, lo ha incastrato inevitabilmente. Quel poco di emozioni che pu provare per via della sua natura accendono il lui desideri e domande a cui l'uomo non da risposta, il conflitto emozionale, un bug di tipo cerebrale, che si genera nella sua mente di silicone, lo porta inevitabilmente alla disperazione e alla rivolta contro colui il quale lo ha posto e lasciato in questa situazione piena di dolore e di incertezza sul proprio passato, "I hate that I cant see the one that made me", e sul proprio futuro, " Lying in wait, blind I suffer knowing Ill never reach your heaven". Il tema che affrontano in questo memorabile brano ovviamente non vuole essere originale, sono numerosi gli autori dalla letteratura al cinema che hanno creato e affrontato il possibile problema e conflitto generato dalla dualit di un pensiero artificiale. I Nevermore hanno saputo immergersi nel tema delicato e pericolosamente molto inflazionato con intelligenza e cautela, sia dal punto di vista del racconto e delle riflessioni che dal punto di vista musicale scrivendo un testo sintetico e pungente ed una musica che lo accompagna egregiamente, seguendo il ritmo della narrazione.

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Direi che il brano un "brano di formazione", se si pu dire, il crescere forte e si tocca con mano, l'accompagnamento segue l'alternarsi del lamento e della rabbia fino ad esplodere nella cieca violenza e nella rivolta sorretta da una chitarra particolarmente incalzante e quasi fastidiosa, una marcia fracassona di senzienti metallici che portano con s la distruzione e la fine per l'umanit.

Cariatidi! No, grazie. Al cinema con i Led Zeppelin


Alessandro Scappini Il giorno 17 ottobre 2012 nelle sale cinematografiche italiane verr proiettato il concerto che i tre Led Zeppelin ancora in vita, Page, Plant e Jones hanno portato sul palco a Londra il 10 dicembre del 2007. E' stato il primo concerto ufficiale che i tre hanno organizzato dopo il 1980, anno in cui mor il batterista Bonham. Parte del suo sangue e dei suoi geni, tuttavia, sono stati al fianco dei Led in questa se rata londinese di vecchi ricordi, infatti il figlio di Bonham, Jason, ha fatto le veci del padre suonando la batteria con i tre componenti del gruppo. I brani scelti per l'occasione sono parte della crema del loro repertorio, basta citare "Black Dog", "Nobody's Fault But Mine", "No Quarter", "Ramble On", "Stairway To Haeven", "Dazed And Confused", "Kashmir" e tanti altri, anche il pubblico meno appassionato avr modo di apprezzare e di godersi il concerto. Ma non occorre per niente raccontarne la storia e discutere della qualit musicale di questa band storica che ha influenzato la musica contemporanea e che ha trainato e spinto molti musicisti verso un genere che prima non esisteva, non serve proprio che ci parliamo addosso su quest'album o su quell'altro, su quel pezzo o su quell'assolo, bla bla bla bla... Si sa, un dato certo ormai, inopinabile e non discutibile, sono ben ancorati alla storia artistica del '900, sono stati all'avanguardia e il giudizio che si pu darne soltanto positivo in virt del cambiamento che hanno accompagnato insieme ad altre formazioni musicali. La loro musica potrebbe addirittura non soddisfare tutti i palati, difficile, ma a prescindere dai gusti e dall'orecchio il capitolo che hanno scritto non pu essere in alcun modo cancellato. Occorre invece soffermarci sulla prova che queste persone, altro non sono, hanno saputo dare a suo tempo. Sono riusciti a chiudere una finestra della loro vita ed hanno voluto abbassare il sipario e stendere un velo per niente pietoso quando gli avvenimenti lo hanno richiesto, senza voler spremere il proprio marchio, il proprio nome ormai cos noto e gettonato da farci sgocciolare ancor un po' di successo e di guadagni facili ma intrisi di vergogna e di slealt. Nessuno un santo, o quasi, e questi tre ragazzoni non erano pi niente senza il quarto, non erano pi i Led Zeppelin. E' vero, la batteria nei loro brani sempre stata una colonna portante e caratterizzante delle loro sonorit, innovativa per lo strumento ed unica. Forse sarebbe stato molto pi arduo trovare un sostituto degno di nota che sciogliere il gruppo. Ma non importava, i quattro non c'erano pi e la decisione fu semplice ma non facile. Ovviamente nessuno sapr con certezza e chiarezza tutti i retroscena e gli accordi che si celarono dietro questa decisione, come in ogni trattativa ed in ogni scelta presa tra parti che vogliono un compromesso, ma il risultato stato dignitoso sia allora che adesso.

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Allora perch fu una presa di posizione discutibile ma netta e corretta nei confronti di loro stessi pi che altro, e adesso perch si sono risparmiati e hanno risparmiato a tutti noi di vedere e sentire le ennesime cariatidi che saltellano con le stampelle sui palchi del mondo intero. Del resto quando io ripenso ai Led Zeppelin come formazione ho in mente quattro giovani musicisti, dignitosi non tanto per il fatto di essere giovani, ma soltanto per una questione di consapevolezza che hanno dimostrato. L'entit Led Zeppelin quella. Negli ultimi anni la loro attivit si rivolta ad altro, si sono un po' trasformati in solisti an ziani e saggi , tutt'altro che ridicoli, e collaboratori a tutto raggio nel panorama musicale mondiale. Quando mi vengono in mente i Rolling Stones, certo anche pi vecchi, non penso a un gruppo di giovani saltimbanchi, no per niente, le immagini che attraversano i miei pensieri sono quelle di vecchietti pelle e ossa, cadenti, vestiti da ragazzini che incespicano da qualche parte del mondo con le loro pettinature da ventenne. Non sto aggredendo quella musica fatta e creata in vecchiaia, anzi spesso si creano delle sonorit e sfumature costruite e assorbite dopo anni di esperienza e di studio, quel che non mi va gi che molti non sono consapevoli del tempo che scorre, non accetta no la vecchiaia e si rendono ridicoli, quando potrebbero lasciare un gran bel ricordo invece di spalarsi cacca di vergogna addosso. Insomma se volete vedere gente che sa ancora suonare, forse un po' acciaccata dall'et, e che sa essere musicista professionista per davvero e ascoltare un po di buona musica "dal vivo" non perdete quest'occasione unica e credo irripetibile. Concerti al cinema sono una strana idea, un compromesso ambiguo, forse soltanto per fare un po' di quattrini, ma va bene lo stesso perch lo spettacolo c' in ogni caso e la musica non di chi organizza l'evento ma dei mitici Led Zeppelin. Ecco la scaletta dei brani di quel concerto del 2007 a cui potrete assistere tra breve nei cinema intaliani: - Good Times Bad Time - Ramble On - Black Dog - In My Time of Dying - For Your Life - Trampled Underfoot - Nobody's Fault but Mine - No Quarter - Since I've Been Loving You - Dazed and Confused - Stairway to Heaven - The Song Remains the Same - Misty Mountain Hop - Kashmir Bis: - Whole Lotta Love - Rock and Roll Ah... Bohnam stato il batterista dei Led Zeppelin... immaginate se una formazione perdesse la voce, un cantante veramente caratterizzante e di altissimo livello... quasi una Regina... come dovrebbe reagire e comportarsi?! Beh... chiedetelo a Deacon, forse l'unico che ha fatto la scelta giusta...

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Sul tetto del mondo


Ramona Borgazzi Innamorati della musica folk e della cultura irlandese, dopo vent'anni di passione per la musica e delle sue radici, rivoluzionati rispetto alla "grande famiglia" degli anni novanta, i Modena City Ramblers tornano "sulla strada" nel 2011 con l'album Sul tetto del mondo. Tredici canzoni che materializzano nuovamente la loro passione e la loro semplicit. Oggi pi che mai sono gli strumenti i veri protagonisti, tra questi violino, fisarmonica, flauto e bouzouki. In questo nuovo album "chiudono nell'armadio" la lotta politica e lasciano aria ai sogni e alla contemporaneit sociale con le sue angosce, le sue confusioni e una nuova lotta, quella della sopravvivenza in questo momento tanto violentato nella sua integrezza, come traspare dalle prime tre tracce AltrItalia, I giorni della crisi e Interessi zero. E' "una bella storia" che unisce due generazioni che non hanno perso i loro ideali, ma che talvolta sedute Sul tetto del mondo rinunciano a cercare e aspettano un segnale che la Storia non riesce a rivelare. C' veramente grande spazio alla musica dei sentimenti delle grandi ballate d'amore, come "l'albero dei baci appesi" in Dieci volte," il vecchio baule dove metto tutto ci che vorrei" Tra nuvole e terra e "apri il cuore a tutti i sogni del mondo" in Specchio dei miei sogni. Un album che raccoglie tanti ricordi sia del passato in S'ciop e picun, nel dialetto emiliano che li ha resi i portavoce della tradizione italiana dal sapore irlandese, sia del presente in Il posto dell'airone dove "c' un posto che respira e vive dentro la mia storia e un piemontese innamorato che si incanta ad ascoltare ogni nuova musica che appare". I testi sono tutt'altro che semplici, racchiudono una moltitudine di riferimenti e di citazioni dal mondo letterario che circonda loro e noi: costante la presenza del mito, la per sonificazione delle loro canzoni un continuo ritorno alle proprie promesse e fantasie, alle radici che spesso ci dimentichiamo di avere sotto i piedi, rendendoci ancora una parte pulsante dell'Italia.

Lo spaccone svedese
Alessandro Scappini Se il nome Yngwie non vi dice niente, se non vi fa rabbrividere nel bene o nel male ogni volta che sentite nominarlo... beh... avete trovato un'ancora di salvataggio in questo umile articolo. Ormai nella storia del Rock del XX secolo e nella storia della chitarra elettrica il nome di Yngwie J. Malmsteen riecheggia all'infinito e la sua eco continuer a propagarsi in tutto il mondo per decenni e scorrer nei cavi degli altoparlanti fino a fonderli in un concen trato di neoclassicismo e avanguardismo estremi. Non soltanto le sue composizioni sono inevitabilmente scolpite nelle tavole della musica ma anche le sue esibizioni e i suoi atteggiamenti fanno parte di un genere che non avr discepoli, non per difetto di gradimento, anzi per mancanza di talenti pronti a raccoglie re una sfida di questa portata. Siamo nel 1984, Malmsteen in tour con gli Alcatraz in Giappone, le sue esibizioni sono gi prodigiose nonostante non possa ancora ricoprire il ruolo di "prima donna" del palcoscenico. Ben presto lo sar perch per lui nulla risulter impossibile. Proprio l, in Giappone, gli viene offerta la possibilit di pubblicare un album da solista. Malmsteen gi pronto a insidiare il mondo chitarristico aprendone una breccia con la sua chitarra tagliente. Il suo album praticamente gi fatto, registrato tempo addietro prima di partire per gli Stati Uniti, attendeva soltanto il momento di emergere tra le ma cerie di una musica che non c' pi.

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Nel 1984 esce Rising Force di Yngwie J. Malmsteen, in copertina una chitarra totalmente in fiamme ma sorretta da un braccio diretto verso il cielo, il braccio di un giovane svedese spavaldo e senza ritegno che prepotentemente si fa strada nel panorama musicale contemporaneo, una strada in salita che non c'era e che lui stesso posa pietra dopo pietra. un pioniere. La sua tecnica sopraffina, i suoi pezzi sono sorretti da una profonda cultura musicale di stampo classico che lo portano ad arrangiare in maniera unica e originale i suoi assoli e tutto il comparto armonico, i suoi "idoli sono ormai tutti morti e sepolti", afferma egli stesso in una delle innumerevoli interviste rilasciate, non mancando assolutamente di precisare: "Bach, Beethoven, Vivaldi, Paganini, Tchaikovsky, " E' uno sbruffone e uno spaccone della chitarra elettrica e del panorama rockettaro metallaro di quegli anni, non perdona, ma sa bene che ha tutte le carte in regola per snobbare tutto il resto: "Gli altri chitarristi?!... No... li sento ma non li ascolto...". La leggenda dice che Malmsteen abbia avuto un'illuminazione che lo ha portato a dedicarsi assiduamente alla chitarra nell'anno 1968, anno in cui mor Jimi Hendrix, quando vide in televisione un video in ricordo a Hendrix: "s, bruciava la chitarra... e questo mi ha colpito molto... ho pensato... voglio farlo anch'io..." ma ogni volta che un qualsiasi povero mortale richiama questo aneddoto il nostro sbruffone delle sei corde precisa: "s... stato quel gesto che mi ha colpito, niente di pi... Perch Hendrix faceva rumore, io faccio musica". S s, avete gi capito tutto, Malmsteen non scherza e non perdona. O lo amate o lo odiate. I suoi primi tre album sono una luce divina, una bibbia della chitarra elettrica, ci si pu credere oppure diffidare, ma lo spessore e il segno che la sua musica ha lasciato sono "inconfutabile" e "indelebile". Dando un'occhiata alla storia che lo ha accompagnato non consentito nemmeno negare l'evidenza: 18 Album Studio, 4 Live, 3 Raccolte, un Concerto per Chitarra Elettrica e Orchestra registrato con la Filarmonica di Tokio e ovviamente composto interamente da Y. J. Malmsteen, e addirittura un G3, il tour mondiale di chitarristi organizzato da Joe Satriani che, evidentemente, riuscito a sopportare la sua sfacciataggine pur di averlo sul palco come terzo ospite insieme a Steve Vai. Persino il Fato lo vuole tra noi a saltellare su quel manico di acero "scalloped" quando entra in coma e ne esce indenne o forse ancor pi genio di prima. Insomma sar un compito arduo sbarazzarci di Malmsteen, neppur oggi che sforna album un poco ripetitivi ma che nascondono sempre almeno una traccia epocale e che ricicla vecchie sue foto come copertine perch diventato forse eccessivamente pesante. Davanti a lui non cala il sipario, non rimarr mai nell'ombra, non sar invisibile, non potremo non notarlo ed ascoltarlo, persino dalla Luna " vedremo sempre due cose: la Muraglia Cinese e il Muro di Marshall di Malmsteen". E se volete sapere davvero qualcosa a proposito della sua musica, beh, ascoltatela. Ah, dimenticavo, la J. sta per Johan. Link al suo sito ufficiale.

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ANTROPOLOGIA Fiammette on line. Quando la banalit diventa strazio


Filippo Agostino Scusate la banalit. Pi osservo il mondo dei social network, pi mi sento parte di una nuova realt, infida, piatta e insipida. Realt, ho detto, fuor di metafora: quando creo un account, sebbene corrispondano nome e cognome, divento Altro da me, pur rimanendo me stesso. Ho sempre una casa, il profilo; il mouse il mio mezzo di trasporto; la bacheca, il quotidiano di informazione personale. E poi i conoscenti, (amici, li chiamano) da andare a vi stare, recando come omaggio un cordiale mi piace. Quindi? Vita virtuale, ma non proprio. Io sono, e mi nascondo. Facebook (per prendere ad esempio la realt pi diffusa) uno strumento la cui sostanza diabolica tale da permettermi di segare le gambe alle inibi zioni, ma allo stesso tempo in grado di offrirmi lillusione della comunicazione reale e sincera. Il risultato: penso di rimanere in contatto con gli altri altri, e vendo, promuovo, unimmagine di me stesso, fittizia e mitomane. Attraverso il pensiero posso presentarmi come vorrei essere, o comepenso di essere, riconsegnando cos voce a tutte le pi indegne boiate che un ego distorto possa partorire. La sicurezza dellassenza carnale dellinterlocutore garanzia e sprono per tutto questo. Cos, tra le piaghe del web, ecco comparire un nuovo esemplare di personaggio pseudoletterario, che la nostra gloriosa tradizione aveva inaugurato con Boccaccio: Fiammetta, in versione 2.0. Non semplici blogger, che occupano la rete per vomitare rancori e scaricare le proprie logorree: le Fiammette, libere dalla fatica e dallimpegno che richiede la creazione di un blog, possono, con un semplice clic, brevissimo, infestare le bacheche dei loro conoscenti, sentenziando con parole personali, o pi spesso sottratte ad altri, la loro singolare visione della vita (virtuale, sia chiaro) spacciandosi per esseri umani dai valori morali integerrimi. La nuova realt diventa una lunghissima sequenza di lamenti e sentenze, irritanti e, soprattutto, ipocrite. Eppure era anche piacevole una volta fare una capatina su Fb, tanto per farsi i fatti degli altri con la scusa di controllare qualche evento interessante. Non pi cosi, soprattutto ora che lavatar dei miei amici di carne crea evidenti, spossanti, cortocircuiti personali. Per esempio Qualche giorno fa mi sveglio, per fortuna. Niente di nuovo. Lo stato emotivo oscilla come al solito tra la depressione cupa del risveglio e il godimento del caff e sigarette. Invece di dare unocchiata alla posta, sbaglio e mi collego a Fb. Il godimento svanisce, lerezione mattutina si affloscia, Cippa Pippardi ha pubblicato: Lamicizia non vedersi, sapere che ci seicuoricino + foto oscena neo Emo di due ragazze che passeggiano. Giornata rovinata. Cippa molto pi triste di quanto mi aspettassi. In carne e ossa non esce, non risponde alle chiamate, non vuole discorsi seri. In pratica non esiste. Glielo fai notare, o perlomeno capire, che forse, sotto sotto, non si pu chiamare amici zia qualcosa senza dialogo e presenza. Ecco il suo gesto eroico: per dimostrare la propria concezione della vita pubblica in bacheca lemerita stronzata di cui sopra, magari dedicata a unaltra persona con la quale, non si vede, ma si scambia immaginine carine con scritte lecchine. Tutto rigorosamente online. Poi se tua madre sta morendo e vorresti avere qualcuno affiancocazzi tuoi! Ma il danno non riguarda solo il semplice interessato, no! Tutti, proprio tutti, i malaugurati suoi amici possono leggere la cosa einterpretare La Ridda N.1 p. 22

Si scatena una pestilenza di sospetti degni della caccia alle streghe: hai visto? Ma con chi ce lha? Boh!? Io non ci parlo da anniforse mi considera amica? Non so, magari per quella volta che le ho detto di andare in spiaggia insieme e non venuta e lho presa in giroma per scherzo! Dai, non se la pu prendere cos, per niente! Ma che troia! Forse ce lha con Gina, si sa che pesante; magari con Beppa, chiss chiss? E io? io me la sono solo scopata! Che vuole!?. E cos via. In pratica si crea un gelo inquietante tra i conoscenti, ognuno sospetta dellaltro, nessuno innocente. E il messaggio di Cippa si disperde nel nulla. Grazie a Dio, considerata linsensatezza dellaffermazione. Ma unaltra la cosa pi preoccupante: lei si mostra al grande pubblico virtuale con una frase che le attribuisce caratteristiche irreali: al di qua del monitor se non ti fai sentire sincazza, se non ti vede idem, se non rispondi ai messaggi lo stesso (pubblica: Molti parlano tanto di amiciziama poi scompaiono quando hai bisogno foto grigia di tipa depressa). Ma nel frattempo la giornata deve proseguire. La vita va avanti! Cibo, toilette, spazio, tempo, ecc. Alla sera, rincuorato dalla quiete e da una birra media, ritorno, recidivo e fi ducioso, su Fb. Cippa ha violentato lamore. Non solo lamicizia, anche lAmorelo so, brutto dirlo, ma su Fb risorto questo termine cos abusatoe con la A maiuscola! Qualsiasi cosa sia, lamore viene stuprato quotidianamente dalle Fiammette. A parte i non ci lasceremo mai, lamore vero dura per sempre, Noi, tra 50 anni saremo cos (foto di vecchietti mano nella mano+cuoresiete consapevoli che molto pi probabilmente sarete nella tomba?), la cosa che irrita oltre ogni ragionevole limite di sopportazione umano la gelosia: la nostra Pippazzi ha pensato bene di pubblicare: La gelosia non possessione, amoreandatelo a dire a Otello! E la cara Cippa, mentre pubblica queste nullit (tra cui: Quelli che, se mi guardi il ragazzo divento cosallego foto di Dobermann rabbioso) pensa bene di trombarsi due o tre morti di fregna trovati in piscina. La birra si rivolta nello stomaco e tenta la fuga, la serata ancora peggio del risveglio. Ma il meccanismo mi si rivela con chiarezza: io scrivo cose moralmente simpatiche e accettabili, la maggior parte degli amici non mi conosce bene e si fa unimmagine di me tutto sommato decente; io ne esco soddisfatto nellego, e quelli che mi frequentano un po di pi o si spaccano dalle risate o si beccano unulcera atroce. In effetti non c molta differenza dalla vita reale: gli ipocriti sono ovunque. Ma ci vuole molto pi pelo per essere ipocriti nel mondo, e di solito lo si consapevolmente; su Fb pi facile, e i simulatori non se ne accorgono nemmeno, pensano davvero di essere le frasi che scrivono. Infatti le bacheche sono infestate da sentenze sullipocrisia, la fal sit, lignoranza, ma solo l1 percento corrisponde realmente alla realt. Ci avviene nel momento in cui sulla piattaforma virtuale si assottiglia il velo che separa lessere e il voler essere. Sta qui il problema. Filippo Agostino ha pubblicato: Su Fb tutto semplice, a senso unico. Non esiste la complessit dei sentimenti, delle personalit. Una cosa Male, punto e basta, senza sfumature. Tutto piatto, inconsistente, finto. Un romanzo rosa infinito. Che per considerato verit: cos si diffonde il rischio che il modo di pensare ne risentala realt stessa social network. Mi piace.

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ARTI VISIVE Arte sub specie aeternitatis


Francesca Arzani Cos arte? Domanda che pu essere posta solo nel momento in cui viene a mancare la certezza della risposta. Larte non pi una disciplina ma una questione. Ma capire larte non domandarsi del suo significato, piuttosto fare esperienza del reale, della presenza tangibile e concreta del senso della realt. Poich il reale non signifi ca nulla, non essendo un insieme di significati ma di esistenze. Larte non sta nello stabilire una definizione, ma nel cogliere una dimensione di senso. Per poter parlare di arte oggi necessario innanzitutto gettare uno sguardo sulla societ contemporanea con cui essa si relaziona. necessario interrogarsi sul principio fondante della democrazia. La democrazia un luogo che non pu pi dare adito al superamento. Nella democrazia ogni frammento ha la stessa importanza. E non vi sono possibili cesure proprio in virt della tanto celebrata libert di espressione. In un certo senso con essa la storia finita, nulla pu pi accadere di rivoluzionario perch ci troviamo in una condizione eterna e insuperabile. Non c modello evolutivo ulteriore. otto il falso nome della libert e delluguaglianza si fa carico di una propriet inclusiva che non le spetta: lincompatibile viene inglobato. Giustamente convinti che lideologia fosse il male, abbiamo costruito un orizzonte senza uscita. La nostra democrazia globalizzata la versione postmoderna (e dal sapore ancor pi kafkiano) del totalitarismo novecentesco. Non ci sono pi contrasti ideologici ma solo mercificazione dei prodotti. La democrazia effettiva resta ancora una lontata utopia. La nostra democrazia occidentale non altro che una meravigliosa parola della quale ci riempiamo tronfiamente la bocca. solo una maschera per il marcescente capitalismo che si autoregola in maniera darwinianamente evolutiva: un grande mercato in cui chi non adeguato soccombe. Lessere democratico diviene cos il discrimine ultimo per valutare la legittimit o meno di qualunque cosa. Lerrore sta nel credere che il soggetto sia gi in grado di soppesare il reale e di decidere in esso cosa sia giusto buono e bello. Questa non la realizzazione del principio democratico, ma la sua falsificazione estrema: linganno, lillusione del nostro tempo. La demagogia priva di conoscenza. La vera democrazia la necessit di una politica del possibile, e non del gi dato. Il popolo un soggetto informe, una condizione di possibilit. Non vuota in quanto priva di figure, ma vuota per permettere lesplosione di una iperfigurazione. Unesplosione orizzontale di figure. Spazio universale capace di accogliere ogni uomo nella sua singolarit transnazionale, che non sia per n globalizzato n omologato n relativista. il motore e lantidoto della globalizzazione. Un sistema di dipendenza universale in cui ogni singolare trover la propria dimensione di realt e libert.

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vitale non confondere la libert con la scelta di un prodotto, la creazione di un immagine con il remix di linguaggi ritriti, lartista con il dj! _._._._._._._._._._._._._._._._._._ Nel secondo dopoguerra si apre la grande utopia della fusione fra arte e vita. Poich la dissoluzione di ogni assoluto dissemina la sovranit in ogni singolarit, si verr a generare quel fraintendimento conosciuto con lo slogan ogni uomo unartista. Il fine dellarte non la sua democraticizzazione. Non quello di far credere ideologicamente a ogni uomo di poter essere unartista e neppure far si che sia il popolo a decidere cosa sia arte oppure no. Negli anni 80, con lindustrializzazione dellarte, si provvede alla volont si tenere insieme alto e basso. Si pensato che il grande pubblico attirato dal basso che gi conosce, potesse scoprire ed apprezzare lalto. Demagogia colturale che non funziona: il grande pubblico si convinto definitivamente che il basso fosse alto. Cos lalto tende a scomparire e resta la bassa qualit. Le mega-mostre non sono il sintomo di una maggiore sensibilit artistica, ma la parodia mediatica di una devastazione globalizzata che snatura il senso stesso dellarte. C stato un globalizzato livellamento verso il basso dellesercizio del gusto. Llite internazionale non sente pi il bisogno di scoprire n di capire, n di essere nel fermento della creazione n di avere i mezzi per comprenderla, ma semplicemente scalpita per apparire la page. Laccesso allarte non immediato, occorre una formazione della sensibilit estetica, che nulla ha a che vedere con questa fruizione usa e getta eteroclita e ludica. Lo scopo dellarte non di creare un dibattito politico, n un intrattenimento, ma una ri flessione sul senso di creare immagini e sul mondo che limmagine crea. Riflessione su se stessa e sul proprio inesauribile gesto creativo. C una differenza cruciale tra la necessit democratica di un accesso tendenzialmente universale alla fruizione delle opere e lessenziale non democraticit dellarte. Larte essenzialmente aristocratica. una comunit ristretta che funziona su una forma di autoriconoscimento fra migliori. Semplice e silenzioso riconoscimento tra anime diverse che condividono una medesima essenza, letica del fare. Comunit errante di spiriti liberi posta allinterno di una tradizione pi ampia. Non ha gerarchia perch risponde alla costitutiva anarchia del gesto artistico, alla assenza di un arch, di un principio unico e regolatore. Nessun principio al di fuori dellatto creativo, di un atto che fa fino in fondo lesperienza del nulla da cui appunto esce la creazione. Il nulla non deve diventare n nichilismo (indifferenza) n relativismo (dove tutto consentito), ma esperienza radicale come momento della creazione, cio come instaurazione di unimmagine di senso. Lartista un aristocratico anarchico. LArte non un sistema democratico. fondata sulla conoscenza, sul rigore e sulleccellenza. Larte lesperienza del pericolo sempre incombente della scomparsa del gesto dei migliori nella notte del nulla e dellaffermarsi del relativismo in cui tutte le vacche sembra no grigie. ._._._._._._._._._._._._._._._._._._ La potenza dellimmagine appartiene alloggi ma anche nel passato e nel futuro. aperta e in divenire ma racchiusa nella compiutezza dellopera. costituita da affinit elettive ma rivolta a tutti. lesperienza stessa della libert nella pi profonda necessit della materia e del gesto. La Ridda N.1 p. 25

La vera arte quella che trapassa le soglie temporali e si ricongiunge a un unico tempo, un unico gesto, immobile ma cangiante. Nellinfinita potenza creatrice noi siamo eterni. Larte la presa di coscienza del nostro essere forma finita delleterno. Ogni mano, ogni volta con un gesto singolare, si congiunge al gesto senza fine, anoni mo e impersonale, il cui attributo di essere pura potenza, infinit possibilit. Arrivare a toccare linfinita libert di un gesto che non vuole pi significare nulla, ma sol tanto essere; fissato, ma sempre in potenza nellopera. Nella ripetizione c lirripetibile. Vi opera solo quando si d uno scarto interno al gesto, alla ripetizione. proprio lo scarto, quel momento di disequilibrio a generare il carattere unico del manufatto. Larte non che il continuo tentativo di riappropriarsi di un gesto che non ha nessun legittimo proprietario. lapparire e lo scomparire dal nulla delleternit, di un istante sospeso (un tempo chiamato bellezza) fuori dal tempo. La comunit dellarte lincontro nella libera dimensione plurale, in cui la realt delle cose risuona nel gesto di ognuno. Espropriazione di s a favore di un gesto che non di nessuno, e per questo di tutti, esperienza del comune che ci fa comunicare al di l di ogni volont si significazione. Una moltitudine di solitudini compie il gesto che unisce. Listante eterno dellarte permette di astrarsi dalla propria natura mortale e cos poter contemplare la propria finitezza. Vedere la vita sotto forma di eternit. Lattualit immobile dellArte laltra faccia delleternit. Esperienza radicale in cui listante convive con leterno e leterno si mostra nellistante. Contemporaneit di istanti al di fuori di ogni cronologia. Creazione dal nulla , respirazione primaria del nulla che rivela, appunto, leternit. Oggi larte si sente libera dallossessione trascendente o sociale, quindi pu fondere senza soluzione di continuit il ludico, lironico, il tecnologico, limpegnato. Ma unarte della contingenza, delleffimero e dellimpermanente, perch questo sarebbe il tempo in cui essa vive. Usa il tempo frammentario e quantizzato di oggi per essere totalmente presente. Il risultato unarte meticcia confusa dentro il mercato, il post-pop, la pornografia e lideologia spettacolare. Tra indifferenza e relativismo. In questa incertezza in cui tutto il presente sembra concentrarsi nellattimo, va cercato non pi un altrove, un passato perduto o un futuro utopico, ma un ich et nunc cos puntuale da sfondare tutte le dimensioni del tempo. Arte come sub specie aeternitatis, diversa dimensione del tempo in cui listante diventa un tunnel temporale per comunicare. Essere contemporanei per essere finalmente aperti alla dimensione eterna del gesto artistico. Capacit di guardare alloggi sotto forma di eternit. * Sub-specie aeternitatis di Federico Ferrari.

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CINEMATOGRAFIA More human than human (Blade runner). Illusioni di realt e identificazioni prostetiche
Ivan Stulin Il film Blade Runner firmato da Ridley Scott, tratto dal capolavoro di Philip K. Dick "Do androids dream electric sheep" del 1968, uscito nelle sale cinematografiche nel 1982; il suo non fu un successo immediato, il pubblico e la critica si mostrarono infastiditi da un film cos ambiguo ed inquietante che oper comunque un rilevante mutamento di prospettiva all'interno del panorama cinematografico. gi nella seconda met degli anni '80 il film, con il trionfo della nuova narrativa, sensibile al fascino della sua suggestiva atmosfera cupa e degradante, divenuto un cult movie, il manifesto del cyperpunk. La macchina da presa in continuo movimento, ci mostra un universo caotico, disordinato. Il cielo solcato da astronavi, le strade sono sovraccariche di persone e di razze e culture diverse, ovunque segnali luminosi e giganti video pubblicitari, di cui gli abitanti della futura Los Angeles sembrano esserne indifferenti, muovendosi come automi sotto un incessante pioggia. Montagne di rifiuti sono sparse ovunque, teppisti e sventurati si aggirano tra l'immondizia ed edifici degradati. La metropoli una "superficie-fogna". In questo contesto vengono inseriti i veri protagonisti della pellicola i repplicanti di Scott. Nella rappresentazione cinematografica i replicanti solo occasionalmente mostrano le loro abilit sovrumane; pochi indizi ci portano alla loro natura altra rispetto all'uomo, tur bando cos l'equilibro tra uomo e macchina. I replicanti per essere riconosciuti tali sono sottoposti ad un test oculare, detto Voigt Kampff, una sofisticata macchina che permette all'uomo di individuare sottili reazioni della retina, causate da domande finalizzate a provocare l'emotivit degli interrogati. Dunque il confine tra naturale e artificiale sembra essere identificato per la societ di Blade Runner con la capacit di provare emozioni, sentimenti che scaturiscono da memorie d'esperienza vissuta. Nel film i replicanti si confondono il pi possibile con gli uomini fino a generare un'irrisol ta tensione, in cui diviene impossibile distinguere tra l'originale e la copia. Il film arriva ad infondere il sospetto che le creature artificiali siano "more human than human", dove questa affermazione, intesa ad indicare doti fisiche, sembra allargare il suo significato fino a comprendere qualit morali. Dinanzi alla possibilit dei replicanti di provare sentimenti il test Voigt Kampff si colora di nuova luce nelle nostre menti, la presenza o l'assenza di emozione, o piuttosto un'emozione sconosciuta che turba la struttura dell'occhio? Possiamo rispondere dicendo che, qualsiasi differenza raccolta dall'analisi oculare non pu essere che un pretesto umano per credere ancora a una differenza emotiva, per rivendicare l'unicit dell'uomo, per il timore di scoprirsi replicanti, magari di generazioni inferiori. I Nexus 6 sono soggetti ad un'esistenza accelerata, priva di infanzia e di adolescenza, in una parola di un passato, necessario per maturare un bagaglio di esperienze su cui si regge l'identit dell'individuo.

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Questi tipi di replicanti sono stati dotati di memorie prostetiche, ovvero ricordi che non provengono dal vissuto di una persona in senso stretto, sono ricordi trapiantati che, ali mentano l'illusione di umanit. Questa procedura ci porta a chiederci dove sia il confine tra l'uomo ed un organismo che ormai ha sviluppato un proprio pensiero e dei sentimenti, e che soprattutto non consapevole di essere artificiale. Giunti a questo punto, pare necessario il tentativo di avanzare delle differenze tra umani e replicanti. Ad un attenta analisi ci che potrebbe smascherare il replicante, non l'assenza di empatia, bens l'assenza di un passato, di ricordi coerenti, i replicanti posseggono solo dei frammenti di ricordi innestati artificialmente, detti memorie prostetiche, una singola foto per definire se stessi. In una scena del film, dopo che Deckard ha stabilito che Rachel un replicante, lei si presenta nel suo appartamento con delle fotografie, in particolare una che ritrae lei con sua madre, Rachel spera che quella foto conferisca validit ai suoi ricordi e renda autentico il suo passato, in realt quella immagine rende ancora pi confuso il suo passato. Se avessimo tra le mani una fotografia che ci ritrae da bambini, sicuramente non ci riconosceremmo, poich sono i ricordi di quel determinato momento che, mettendo insieme i particolari della foto, la rendono reale e giustificabile ai nostri occhi. Non dobbiamo, comunque, dimenticare che anche se la fotografia di Rachel non ha rapporti con la realt, la aiuta a produrre il suo racconto. Se non riesce a rendere autentico il suo passato, riesce ad autenticare il suo presente. Dunque anche se questi replicanti, sono privi di una determinata identit, comprendono se stessi attraverso una variet di esperienze alienate e di racconti che essi prendono come loro propri, e che successivamente fanno propri attraverso l'uso. Continuando con l'analisi dei replicanti di Scott, ci si pongono ulteriori quesiti che paiono decisamente inquietanti. Se effettive differenze tra uomini e replicanti non esistono, venendo ad infrangersi lo "status quo" umano, resta da chiedersi se questi prodotti dell'uomo, questi Nexus 6 possano essere pi umani degli umani stessi. Analizzando la societ e pi nel dettaglio i personaggi del film, possiamo giungere ad una possibile soluzione. In Blade Runner gli unici personaggi ad essere definiti e caratterizzati, fatta eccezione per Deckard, sono proprio i Nexus 6. Gli uomini sono visti solo come una macchia sfuocata, persone massa che percorrono la megalopoli. La popolazione rimane informe, insensibile, socialmente e umanamente assente, priva di emozioni persino, quando Deckard uccide Zhora in mezzo al traffico, tra negozi e passanti. Il replicante pur essendo il frutto di una produzione in serie, industriale, al contempo diviene un lavoro artigianal mente sofisticato. Ognuno di loro ha caratteristiche proprie che lo rendono un essere unico della sua "specie". I Nexus 6 si pongono come antagonisti nei confronti di una societ che pretende di decidere per loro, e rivendicano la loro libert d'arbitrio. L'uomo al contrario conduce, senza averne la consapevolezza, un'esistenza meccanica: un prodotto della moderna societ capitalistica da cui plasmato. L'umanit dipinta da Scott sembra essere in qualche modo deteriorata: Bryant, il capo della polizia, sovrappeso, fuma e beve; Gaff, aspirante Blade Runner, cammina con un'andatura zoppicante, sostenendosi a un bastone da passeggio. La sequenza finale rappresenta il culmine del processo di umanizzazione dei replicanti. Roy alla fine salva la vita a Deckard, che avrebbe dovuto eliminarlo, forse perch, come questo ultimo afferma, "in quel momento amava la vita pi di ogni altra cosa; non solo la sua vita, ma la vita di tutti". Per ironia solo i replicanti si avvicinano a una condizione ideale e, sembrano essere di venuti "more human than human".

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L'inquietudine che suscita Blade Runner deriva dal fatto che la vita immessa nell'artificiale trascina in basso la stessa idea di vita umana, la macchina tecnologicamente avanzata, capace di sfiorare il limite della perfezione, rivela all'uomo come la sua stessa vita non sia che un pessimo surrogato.

A dangerous method (David Cronenberg) Dietro la psicanalisi


Pina Paone Sulla locandina tre primi piani che guardano lo spettatore. Sguardi reciproci e incrociati sarebbero stati pi calzanti, essendo i rapporti tra i tre personaggi il centro effettivo del film, A dangerous method, di David Cronenberg. Freud, Jung, la psicanalisi: gi lo sfondo incuriosisce perch riguarda da vicino la com plessit della nostra condizione di esseri umani animali pensanti -, e ci comprende tutti. Ma Cronenberg si spinge ancora pi in l, a sottolineare che anche gli addetti a risolvere il disagio psicologico, proprio nel momento in cui sono intenti a scavare e riportare in luce le ragioni pi profonde di un agire deviato, si ritrovano loro stessi a doversi districare in un groviglio di comportamenti ambigui. Se sistemiamo come protagonisti di questa situazione tre personalit che hanno cambiato la storia, il soggetto diventa ancora pi accattivante. Questo basta ad attirare il pubblico verso lo schermo. In effetti, vediamo muoversi davanti ai nostri occhi un giovane e sposato Carl Gustav Jung (lattore rivelazione Michael Fassbender) intenzionato ad applicare il metodo psicanalitico di Freud (interpretato da Viggo-Mortensen) ad una paziente isterica molto particolare, Sabina Spielrein (sullo schermo Keira Knightley), la cui malattia condizionata da uninfanzia di violenze sessuali subite dal padre. Limpeccabile Jung, possibile successore di Freud, si lascia travolgere dalla passione per lintelligente e sensuale paziente, futura psicanalista, anche perch condizionato dalla vicinanza di un altro paziente, Otto Gross (che non poteva che avere la faccia di Vincent Cassel), uno psicanalista dalle convinzioni spiccatamente amorali e anti-monogamiche. Il film insiste sulle torbide relazioni tra Jung e la paziente, intrecciandole con il rapporto sempre pi particolare e contorto che si stabilisce tra Freud e lallievo. Infatti Jung si allontaner progressivamente dalle teorie del maestro e soprattutto dalla convinzione che tutti i disturbi possano essere riconducibili a problematiche originarie di tipo sessuale. A dispetto dellinteressantissimo tema, il film risulta un po lento e non cos fruibile per un pubblico di profani in materia psicologica. In sostanza, non convince, per leccessiva oggettivit e per il ritmo quasi assente. Nonostante ci, i duelli verbali rappresentano un punto di forza: offrono molteplici spunti di riflessione, nonch lo strumento pi sottile per inquadrare le relazioni tra i tre protagonisti. Colpiscono anche, per lanomalia delle teorie professate con allegra convinzione da viveur, i dialoghi tra Otto Gross e Jung. Offrono un punto di vista diverso sulla natura della libert, sulla maturit intesa come liberazione degli istinti, sullinvito alla monogamia. lui il punto di vista straniato lo straniero, il buffone bachtiniano, che in quanto tale, pu sbeffeggiare dallesterno un sistema di morale e perbenismo, e pu permettersi di smontarlo proprio perch si trova volutamente al di fuori di esso. Conferisce una nota pi colorata al tono prevalentemente drammatico del film. Assumendo la sua prospettiva, lo spettatore riprende un attimo fiato e riesce a guardare levolversi delle relazioni tra i tre in modo pi leggero e anticonformista. Otto Gross il malato, s, ma anche lubriaco intorno a noi e dentro di noi, al quale dovremmo dare un po di ascolto, per sincerit verso noi stessi, ma anche per il coraggio di guardare per una volta con occhi prestati da altri, occhi colorati. Che sono quelli del delirio, ma anche gli stessi della poesia.

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Alice in wonderland (Tim Burton) Burton vs Carroll. La wonderland in noi


Filippo Agostino Nel momento in cui il regista, ispirato da unopera letteraria di qualsiasi genere, sentisse il bisogno di interpretarla attraverso il mezzo audiovisivo, dovrebbe tenere a mente due fondamentali possibilit di azione: adattare perfettamente il messaggio dellopera allo strumento cinematografico riconsegnandolo a nuova vita; oppure reinterpretarlo, fornendone una lettura originale, correndo il rischio di giungere a un suo stravolgimento. In ogni caso il messaggio deve essere autonomo, come autonoma la forma artistica; limportante non ridurre una potenziale opera darte a mero strumento di supporto per diffondere loriginale tra un pubblico pi vasto, o peggio: snaturarla nello squallido tentativo di renderla pi accessibile. Si potrebbero fare innumerevoli esempi concreti: Io sono leggenda, Eyes wide shut, Arancia meccanica, solo per dirne alcuni. Tutti, in un modo o nellaltro, si allontanano dal modello originale; lo rivisitano, in modo tale da dare vita a un progetto indipendente di opera artistica. In questo modo il senso cercato dallo scrittore viene falsato senza timore (come avviene clamorosamente in Io sono leggenda). La forza di questi film non risiede nei romanzi ai quali si sono ispirati, o perlomeno non completamente. Tali romanzi innescano lordigno gi preparato dal regista. Lesatto contrario avviene per esempio in Dorian Gray, del quale la vitalit dipende quasi del tutto dallo scritto di Wilde. Alice in wonderland di Tim Burton appartiene senzaltro al secondo genere esplosivo. Il regista si allontana notevolmente dallopera di Carroll, non solo nella struttura narrativa, ma soprattutto nel messaggio profondo. Ci che in Carroll era una profonda riflessione sul linguaggio e lassurdo del reale, in Alice si trasforma in un vero e proprio elogio della follia. La vicenda inserita in una trama romanzesca che nulla ha pi a che fare con il mondo capovolto, carnevalesco, delloriginale vittoriano. La logica ferrea della narrazione procede senza intoppi: inizio, parte centrale, e fine; con tanto di antagonista da sconfiggere, aiutanti e colpi di scena tipici dei racconti di avventura. Uno scempio, si potrebbe dire. Invece proprio nella concessione a strategie commerciali che Burton svela tutta la sua abilit nellinterpretazione personale: dalla stessa pianta spunta un germoglio inedito e incisivo. Non c personaggio, ambiente o dialogo che non sia stato revisionato e adattato allo scopo; tutto nel mondo di Burton si allontana da Carroll. Innanzi tutto lambiente. Il mondo sotterraneo in cui precipita Alice ha una forte valenza positiva: il luogo della maturazione personale, non pi una regione ostile che fagocita una bambina razionale ed educata, tipicamente vittoriana. Nel film Alice ci si trova benissimo, il suo mondo, quello che ha dentro di s. Ecco che il viaggio nellassurdo si trasforma in un percorso di formazione: la struttura circolare scelta da Burton, lascia spazio allevoluzione del personaggio. Alice cresce, le sue avventure le faranno trovare il coraggio di affrontare la quotidianit opprimente della vita reale. Il fantastico pervade la realt, in senso positivo. Un po come linterpretazione dei sogni aiuta a superare determinati complessi che ci affliggono nella vita diurna. Il sogno; anche il viaggio cartaceo si scopre essere una fantasia onirica di fuga dalla realt, ma tutto si conclude con il risveglio. Qui no; il mondo sotterraneo intrinseco alla realt. Esempio ne il Brucaliffo: lo vedremo apparire negli ultimi fotogrammi del film mutato in farfalla. La metamorfosi chiaro simbolo di crescita e maturazione. Oppure le ferite sul braccio di Alice, sintomo della veridicit delle sue avventure, che lasciano i loro segni anche nel mondo. Significativo inoltre il ritorno nel mondo delle meraviglie. Burton immagina una sorta di seguito della vicenda narrata da Carroll: la prima volta, da

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bambina, Alice era rimasta quasi intatta dal confronto con il paese delle meraviglie; ora, acquisita la consapevolezza di adolescente, pu finalmente comprendere gli insegnamenti della follia. Perch proprio di questo si tratta, di insegnamenti, che il nostro lato folle, annidato in qualche regione oscura della mente, ci sussurra, per trovare il coraggio di affrontare la nostra strada. Come lambientazione non il rovesciamento di ogni logica del reale, anche i personaggi non sono pi dei pazzi furiosi. Il loro linguaggio perde ogni connotazione surreale, facendosi portatore di verit nascoste. E ancora ci viene in aiuto Brucaliffo, figura centrale dellintero film. Da saggio dellassurdo Burton lo trasforma in profeta, in oracolo da interpretare per ottenere consigli e aiuti fondamentali nelle azioni da compiere. Lo stesso vale per il Cappellaio Matto, che matto lo solo per i barbagianni conformisti della superfice. Anzi, in realt il Cappellaio si finge matto, per sfuggire al regime dittatoriale della Regina di cuori. Non solo, il cappellaio assume il ruolo di guida di quel mondo sotterraneo, si improvvisa consigliere spirituale, una sorta di Virgilio freak dallanimo buono, che conduce Alice verso la salvezza, ma attraverso la follia. Il riscatto limpossibile reso possibile, come nella realt sotterranea cos in quella superficiale. E proprio qui, nellosservazione di un mondo fantastico che permane nel reale, possiamo trovare la chiave fondamentale di interpretazione dellopera. Non svanendo col suono della sveglia, questo impossibile assume una valenza fortemente rivoluzionaria. Burton riprende una tematica cara al surrealismo francese e che influenzer tutta la controcultura degli anni Sessanta: limmaginazione al potere che si scontra (e nel nostro caso sconfigge) il grigiore borghese e utilitaristico. Il conformismo opprime le nostre personalit, la nostra libera capacit di esprimerci al di fuori della gabbia di convenzioni e regole finalizzate al solo controllo del pensiero. Sta qui la grande attualit del film, che nel 2010 osa rispolverare queste tematiche che si credevano ormai sepolte o ridotte a semplici miti da fricchettoni fumatori derba. No, il potere allimmaginazione un motto che ancora oggi pervade gran parte delle persone sensibili e intelligenti, degli artisti, checch ne dicano i nostri politici. Altra prova del rinnovato interesse Howl, film che racconta le vicende processuali dellomonimo poemetto di Allen Ginsberg, dove grande importanza ha il potere della fantasia rivoluzionaria. La Wonderland dentro di noi, un assurdo sensato, valore di elevazione morale, se non spirituale: gettiamoci nel piccolo buco che incrina la rigida razionalit, e ritroviamo, veramente, noi stessi.

Arizona Dream (Emir Kusturica) Inclina la testa e balla


Pina Paone Arizona Dream un sogno. Su pi livelli, in pi linguaggi e in pi sensi. un sogno la lunga scena iniziale con gli eschimesi, immersa nel bianco e resa solenne dal tema musicale. il sogno concreto di Axel, il protagonista, un giovane e bravo Johnny Depp che qui diventa il dio dei pesci, il catalogatore e osservatore di pesci di New York, la citt in cui, come lui recita puoi vedere tutti senza essere visto. suo il sogno dellinizio, lossessione eschimese e del pesce halibut, che compare pi volte svolazzante nel film, come una sintesi simbolica, come a sottolineare sottilmente che ogni cosa legata. Svolazza come il palloncino rosso che unisce la prima scena allinizio vero e proprio del film. Quasi prendendoci per mano, accompagnandoci dolcemente verso le porte del film, danzando a ritmo reggae di In the death car, il palloncino, tramite tra sogno e realt, ci segnala che si sta trasportando qualcosa del sogno nel reale.

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La vida es sueo, diceva il titolo di unopera di Calderon de la Barca. Sogno nel senso di apparenza? Nel senso di ossessione? Di allucinazione? Tutto questo, e non solo. Il palloncino ci coinvolge in questa dimensione danzante, che poi quella di tutto il film, una danza allucinata di movimenti della psiche. Come in un sogno, molti gesti e [s]cambi di immagini sono il frutto di libere associazioni mentali del regista, pi che mai visionario in questo film, che allepoca non ebbe il successo che gli spettava. Emir Kusturica, un regista appassionato, che vive le scene prima di girarle, fece guardare a tutti gli attori, con lintento di trasmettere latmosfera generale del film, una scena particolare. Altra scena da sogno, allucinata. Si tratta della scena della cena tra i quattro personaggi principali: Axel (Johnny Depp), Elaine (Faye Donaway), Grace (Lilli Taylor) e Paul (Vincent Gallo). Anche qui si balla! La scena sembra un tango a quattro rafforzato dal Minor swing di sottofondo; un gioco di seduzione a pi movimenti, al quale partecipa anche il lampadario traballante e la telecamera che gira continuamente, insieme ai punti di vista. Succede tutto contemporaneamente: dentro, fuori, sotto. Tutti vogliono qualcosa, ma non si incontrano. movimento di desideri contrastanti: Paul cerca di sedurre Elaine, affascinata invece dal sognatore Axel, puntato a sua volta dalla figliastra di Elaine, Grace, e dalla sua tartarughi na, che fa continuamente avanti e indietro tra Axel e Grace. La scena emblematica anche per il contrasto di toni: tragico e comico, cifra stilistica dellintera pellicola. Il tragico del tentato suicidio di Grace cozza con la comicit di Paul Leger che, indifferente, continua ad ingozzarsi di spaghetti. Comico e tragico insieme suscitano il grottesco, che intesse da vicino il nostro quotidiano. E poi: gli animali. Quanti ce ne sono nei film di Kusturica, e quanti ce ne sono in questo film! Un maialino nero, i cani, un gatto, le tartarughe di Grace e ovviamente lhalibut volante. Oltre a conferire maggiore verit alle riprese, gli animali qui hanno un valore maggiore. Il film - si detto - ha la struttura di un sogno, costellato di elementi stranianti e di libere associazioni mentali ed incorniciato dal sogno di Axel sugli eschimesi. Tutto ci ci suggerisce di interpretare ci che vediamo con un occhio diverso. In una prospettiva simbolica, proprio come nei sogni. E gli animali ce lo ricordano. Gli stessi personaggi sono pi volte trasfigurati e ricordano animali: Axel, in alcune sequenze, con la sua capigliatura, ricorda un pollo, e un pollo diventa effettivamente imbambolato prima da Elaine e poi da Grace; Grace una tartaruga, fermamente convinta di reincarnarsi in una tartaruga e usa smorfie da tartaruga per sedurre Axel. personaggi, cos superbamente caratterizzati, a volte estremizzati in modo espressionistico, sono unaltra grande forza del film. Ognuno intrappolato nelle proprie manie, nelle proprie credenze, che diventano sogni ossessionanti. Laffascinante pluriquarantenne Elaine sogna di poter volare e Axel la asseconda nel suo sogno cercando di costruire macchine volanti. Quanto sublime nella sequenza delle macchine volanti! Come dei bambini, i due provano a costruire concretamente un sogno, che Grace, quasi un quadro vivente particolarizzata con sigaretta e fisarmonica, cerca continuamente di distruggere. Grace avanti, non per questa vita: la sua dimensione la distruzione; il suo punto di massima fioritura consiste nella poeticissima preparazione del suo suicidio, come un atto di Rigenerazione e di ritorno allorigine. Non a caso, si veste di bianco per loccasione. Altro simbolo. Grace la vita vera e propria che si rivela nella sua bellezza e brutalit, lintreccio di Eros e Thanatos. Paul la dimensione pi comica del film: ossessionato dal cinema (le scene in cui compare sono lapice dellintertestualit) e crede di essere un grande attore soltanto perch conosce a memoria tutte le battute dei film depoca ed capace di riprodurle con una precisione ossessiva, che lui prende seriamente, ma diventa oggetto di riso per gli altri. Riso straniante, riso di chi non capisce. Come tutti i partecipanti alla macchina del Processo ridono di Josef K, nel libro di Kafka. Una perla cinematografica di comicit in questo senso la scena di Vincent Gallo che cerca di riprodurre una scena di Intrigo internazionale interpretata da Cary Grant. Imperdibile.

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E poi naturalmente c il dream pi famoso, il sogno americano, incarnato dal personaggio dello zio di Axel, zio Leo (Jerry Lewis), guida spirituale e materiale per Axel. Zio Leo ha messo in pratica nella sua vita la formula del successo materiale, emblematizzata dalla sua splendente ed enorme casa rosa: vendere macchine, sposare una donna giovane e superficiale e sedurre. Ecco che, con zio Leo, lAmerican Dream viene trasportato nei territori dellArizona e diventa Arizona Dream. E lo zio si sforzer in qualche modo di uniformare a questa formula Axel, che invece fugge da qualsiasi schema. Chiusi come sono nelle loro realt, a m di monadi, i personaggi non si incontrano, se non in modo casuale e surreale in qualche dialogo o in una comunicazione primitiva e animale. Quasi non si accorgono luno dellaltro. Per questo pu succedere tutto contemporaneamente. Ognuno crede fermamente alla sua realt, alla propria dimensione da sogno, ma visto dagli altri in una prospettiva straniante. Non si capiscono, e per questo spesso si deridono gli uni con gli altri. cos facile occuparsi solo della propria realt, coltivare unicamente il proprio sogno. Perch accorgersi degli altri, perch deviare un poco lo sguardo? Ecco, lo sguardo. Quello cambia tutto. Solo quando scorgi la Bellezza di una cosa, la vedi. Per questo Axel vede solo Elaine per buona parte del film e non vede Grace, che unicamente alla fine si innalza davanti a lui. Lui la vede. E allora s che si tratta di prospettiva: il tavolo che sta girando o Elaine che sta volando? un effetto ottico o Grace si innalza nellatmosfera seduta su una sedia.? Ci che cambia lo sguardo: da Elaine a Grace. Alla fine del film Elaine pazza, Paul aveva ragione: ormai Axel la vede con altri occhi, con gli occhi degli altri. La magia svanita: Elaine gli ha permesso di vedere Grace. Dopo la morte dello zio, Axel cresciuto, sono cresciuti i suoi sogni e la sua concezione dellamore. Ma dovr affrontare di l a poco unaltra delusione. Il sogno di Axel, svegliato dal palloncino rosso allinizio del film, pu essere interpretato anche come la sua irrazionalit, il suo totale abbandono allaltro e ai suoi sogni. In fondo lui di volta in volta fa suoi i sogni degli altri: quello dello zio, poi quello di Elaine, infine Grace. Ma la morte dello zio era gi stato un forte segnale, che si materializza poi pienamente dopo il suicidio di Grace: Axel cresce. Come succede per lhalibut maturo, il suo occhio si spostato dallaltra parte. Questo cambia le cose, dimostra che ha superato lincubo, quello della realt piena e brutta ed pronto. Magari per essere meno monade. Pronto ad essere visto. La verit della crescita come conseguenza della Crisi intesa in senso positivo, come metamorfosi dellIo che si rigenera nella forza delle esperienze ci rivelata alla fine. In una struttura circolare: di nuovo palloncino rosso, di nuovo bianco e neve. Stavolta gli eschimesi sono zio Leo e Axel, che ci svelano la morale del film in un linguaggio-altro, enigmatico, simbolico, da interpretare; accompagnato da un adeguato sottofondo musicale solenne. Un linguaggio da sogno. Perch, come insegna la Bibbia, il linguaggio della Verit un linguaggio poetico, metaforico, fatto di segni. La verit del film ci stava davanti agli occhi costantemente: il pesce volante che danza a ritmo di un reggae la Bregovic. La Rivelazione sotto forma di simbolo onirico in un film che si alimenta e vive della dimensione del sogno. E che, per apprezzare, devi essere un po ubriaco. Di vino, di poesia o di virt. Quellebbrezza costruttiva e artistica che permette di cambiare le visioni abituali, di stravolgere la prospettiva. Ch Arizona Dream un po come un quadro storto sulla parete: puoi apprezzarlo e inglobare il senso in un unico sguardo solo se inclini la testa. E ti lasci andare alla sua curvatura. E alle sue note A howling wind is whistling in the night My dog is growling in the dark Something's pulling me outside To ride around in circles

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Il cinema non una torta


Francesca Arzani
Il cinema non un pezzo di vita, un pezzo di torta. (Alfred Hitchcock)

Il cinema di Hitchcock, riconosciuto a livello planetario, il cinema concepito come spettacolo. il cinema fondato sullespediente. Introduce un artificio nello svolgimento della trama del film, di scarsa rilevanza per il significato della storia in s, ma che necessario per sviluppare certi snodi fondamentali dellintreccio. Nel libro-intervista con Truffaut, Hitchcock racconta: Due viaggiatori si trovano in un treno in Inghilterra. L'uno dice all'altro: Mi scusi signore, che cos' quel bizzarro pacchetto che ha messo sul portabagagli? Beh, un MacGuffin. E che cos' un MacGuffin? un marchingegno che serve a catturare i leoni sulle montagne scozzesi. Ma sulle montagne scozzesi non ci sono leoni! Allora non esiste neppure il MacGuffin! Ecco lespediente: il MacGuffin. Una scappatoia, un trucco; un elemento della storia che serve da giustificazione ma che non manifesta una rilevanza essenziale. il presupposto dal quale partire per manipolare lo spettatore e per far s che si immedesimi nelleroe o nelleroina del film. La consacrazione del suo cinema dar legittimit a tutto il filone hollywoodiano di pellicole di intrattenimento, tanto caro allormai omologato pubblico metropolitano. Dunque il film come una fetta di torta. Un prodotto perfettamente confezionato volto a svagare lo spettatore passivo. Una dolce distrazione nella routine quotidiana e nulla pi. Lindustria cinematografica si fa fabbrica del disimpegno. Come recitava Gassman*: Qui creiamo verit false e fantasie veraci! Un fantasmagorico mondo di apparenze e illusioni dove possono realizzarsi i sogni e i desideri altrimenti repressi di unintera societ spettatrice. Fortunatamente c anche chi con il linguaggio cinematografico ha intrapreso un percorso del tutto differente. Non pi il film denterteinment per il tempo libero ma una ricerca essenziale e poetica che mostri una corrispondenza fra immagine filmica e vita. Con questo non si intende la necessit di unimprobabile ritorno neorealista, sarebbe soltanto unoperazione formale e dunque vuota; piuttosto lindagine di una verit pi profonda, raggiungibile solo attraverso limmaginazione e lintuizione, riconducibile solo metaforicamente alla vita, e per questo efficace. In perfetta antitesi con il cinema di cartapesta e con lo spettacolo usa e getta, si pone lintera opera di Werner Herzog. Sono sempre stato interessato alla differenza tra "fatto" e "verit". E ho sempre senti to che esiste qualcosa come una verit pi profonda. Esiste nel cinema, e la chiamerei "verit estatica". pi o meno come in poesia. Quando leggi una grande poesia, senti immediatamente, nel tuo cuore, nelle tue budella, che c' una profonda, inerente verit, una verit estatica. Herzog compie la propria ricerca con due modalit apparentemente contrastanti: la fiction e il documentario. Ma quando Herzog gira un film di fiction fa di tutto per riportarlo alla concretezza del vissuto in modo che l'eco del mondo reale si riverberi sulle immagini e le faccia vibrare; viceversa quando gira un documentario il suo intento non quel lo di riprodurre meramente la realt, mostrando una verit banale e superficiale, ma di esprimerne il senso, la verit intima delle cose. Egli stesso ammette di inventare alcuni elementi dei suoi documentari, si prende gioco dei concetti di genere. Con Fata Morgana, il suo primo documentario girato in Africa nel 1970, Herzog mostra il suo sguardo perturbante sulla realt. Lelemento di finzione assurdo ed estraniante gi presente, e locchio che guarda la natura sembra quello di un alieno. E cos sar ne Lignoto spazio profondo (2005), nel quale la presenza extraterrestre finalmente esplicita, impersonata dal narratore alieno Brad Dourif.

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Larte di Herzog sta nella perfetta e semplice unione che riesce a generare fra il piano aulico, lirico, e il piano terreno, sporco, basso. Ne un esempio impareggiabile Apocalisse nel deserto(1992): documentario girato in Kuwait dopo la fine della Guerra del Golfo. La lotta contro i pozzi di petrolio incendiati. Unisce le interviste alle persone del posto alle immagini crude dello scempio del territorio; lorganicit delle riprese data dalla narrazione musicale totalizzante. Panoramiche aeree su un mare di petrolio in fiamme accompagnate da Wagner, Prokofiev, Verdi, Mahaler. E la riprese rallentate sul lavoro sudicio degli addetti alla chiusura dei pozzi esplosi che lo trasformano in una danza giocosa. Ecco lunit, ecco la magia, il basso che viene riabilitato in una dimensione lirica, estatica appunto. Ovviamene il film fece scandalo, e Herzog, accusato di aver estetizzato gli orrori della guerra si difese sostenendo: vi sbagliate tutti! Una parola anche sul suo ultimo documentario di recente uscito nelle sale italiane, Cave of forgotten dreams: con l'ingresso nella grotta della sua voce narrante suadente e inconfondibile, l'antro, probabilmente deputato a luogo di culto o di cerimonie, si trasforma nella caverna di Platone e il cinema si fa strumento privilegiato d'indagine del mito. Con un finale di feroce e struggente ironia, rimette in un attimo l'umanit intera al proprio posto. E svetta, solitario e beffardo, per straordinaria intelligenza e sensibilit. I personaggi dei suoi film sembrano sempre essere degli outsider, anche se lui sostiene che il resto a essere outsider. La sua fascinazione iniziale per chi si trova a rapportarsi con la realt in modo diverso dal comune a causa di limitazioni strettamente fisiche (i sordo-ciechi in Paese del silenzio e delloscurit e i nani in Anche i nani hanno cominciato da piccoli) si consolida nella ricerca di protagonisti che per qualche motivo stanno al di fuori degli schemi e dei modelli di vita comunemente accettati dalla societ. In questo caso verit e finzione si identificano nella figura di Bruno S. , effettivamente cresciuto fra orfanotrofi e carceri, operaio e musicista di strada. Herzog lo vorr protagonista in due suoi film: Lenigma di Kaspar Hauser dove si trova a impersonare un uomo che scopre il mondo e la societ in et gi adulta, e per questo analizza e giudica tutte le cose in modo pi puro e spontaneo, libero da schemi mentali e condizionamenti; e La ballata di Stroszek, lucida e disarmante cronaca dellultimo grande tentativo di riscatto (e il conseguente e inevitabile fallimento) di un personaggio tanto dolce quanto ingenuo e sfortunato. Ma lattore che dar il volto ad alcuni fra i personaggi pi noti allinterno della filmografia herzoghiana sar Klaus Kinski. Numerosi aneddoti del rapporto fra i due sono raccolti nel documentario Kinski, il mio nemico pi caro (1999): il carattere irascibile dellattore verso la fermezza bavarese del regista. Durante le riprese di Aguirre, furore di Dio Herzog riprender Kinski col fucile puntato sopra la macchina da presa per impedire allattore di abbandonare il set. Con una sceneggiatura scritta di getto in un paio di giorni, Herzog crea Aguirre, eroe nichilisticamente lanciato in unimpresa che di leggendario ha solo il proprio fallimento. Una spedizione di Conquistadores in cerca della terra di El Dorado diventa pretesto per sondare la follia umana, e la sua potenza soltanto transitoria. Aguirre il grande traditore, della sua patria, dei suo uomini, e di se stesso. Solo il potere mi interessa dir il protagonista in prossimit della disfatta l oro lo lascio agli schiavi. Se io, Aguirre, voglio che gli uccelli cadano fulminati, gli uccelli devono cadere stecchiti dagli alberi. Sono il furore di Dio, la terra che io calpesto mi vede e trema. Alla fine non gli rester che parlare dei suoi progetti e sogni ad una scimmia, l unico suddito rimastogli. un film anti-narrativo e anti-accademico, cerca nella forza delle immagini e delle metafore una visione del mondo, sicuramente cinica, pessimista e senza speranza. La coppia Herzog-Kinski si ripete con un altro capolavoro: in Nosferatu, principe della notte (1978). Il vampiro viene analizzato nella sua psicologia, e mostrato per quello che senza improbabili umanizzazioni forzate o inconsapevoli. Spesso, nelle narrazioni fantastiche, anche le creature pi aliene vengono considerate in modo antropocentrico. Magari viene conferito loro un aspetto esteriore orrido, ma si sceglie di attribuirgli comLa Ridda N.1 p. 35

portamenti e bisogni umanissimi. Herzog, grazie alla sua sensibilit artistica, riesce a evitare questo effetto costruito di maschera: fa di Dracula un mostro triste e malinconico, che nulla ha del seduttore, e che conosce una noia esistenziale sconosciuta ai mortali. Rifacimento dellopera di Murnau del 1922, uno dei rarissimi casi di remake artistico; regge il confronto con la prima versione se non, addirittura, la supera. Penultima collaborazione fra Herzog e Kinski si realizza nel Fitzcarraldo (1982). Tre anni di lavorazione, a causa dellincredibile sequenza di incidenti e difficolt incontrate, dai quali uscir anche un diario, pubblicato solo nel 2004: La conquista dellinutile. Il film si basa su un'idea folle: un uomo che, per realizzare un proprio sogno, decide di trasportare una nave sopra una montagna nel bel mezzo della giungla. Fitzcarraldo il sognatore caparbio, vuole portare l opera lirica nel cuore dell Amazzonia, costruendo un grande teatro che il mitico tenore italiano Enrico Caruso dovr inaugurare. Per ottenere il denaro necessario a costruire il teatro si inserir nel mercato del caucci, com prer terra nelle zone pi mortifere della giungla, una barca per i commerci e sfider la natura. Abbandonato da tutto l equipaggio, terrorizzato dalla ferocia di Indios cannibali della zona, si trover solo e disperato. Ma gli Indios lo scambieranno per un dio venuto a condurli con la sua grande nave bianca verso la terra promessa. Con essi riuscir a far scavalcare una montagna alla sua nave. Il suo sogno alla fine fallir ma riuscir comunque a portarne per un giorno lillusione nella sua citt natale. Come in Aguirre, furore di Dio, i sogni dell uomo sono l unico motore della vita e ad essa forniscono un senso. Anche nel Fitzaccarldo Herzog orchestra ununione magica fra il selvaggio e laulico: insuperabile la scena dove Fitz mette in funzione il suo grammofono sulla prua della nave per rispondere ai tamburi e ai canti di sfida degli Indios che provengono dalla giungla. Due culture si incontrano e si parlano con un linguaggio universale. Daltro canto gli Indios, che hanno unaura tutta terrena e una evoluta attivazione dei sensi, non si irrigidiscono mai in atteggiamenti formali: non stringono la mano a Fitz, la sfiorano. Niente superficiale nei loro gesti, il loro sforare un concreto tentativo di mettersi in contatto e di conoscere. Qui non ci sono effetti speciali. La scena della lenta salita della nave su per il crinale della montagna, splendida metafora della continua lotta dell uomo contro i propri limiti, reale, il regista stesso a trasformarsi in un moderno Sisifo. La natura selvaggia, ostile e primordiale spesso protagonista dei film di Herzog. Una natura maestosa, dotata di grande bellezza ma anche di un'immensa potenza che pu sopraffare l'uomo e che sfugge ad ogni senso o regola. La giungla Amazzonica un luogo dove la natura non ancora completa... un luogo dove Dio, se esiste, ha creato con rabbia... anche le stelle nel cielo appaiono in confusione. La forza del Fitzcarraldo risiede proprio nellesperienza della realizzazione del film, in esso vi trasuda la messa in opera del sogno folle di Herzog di portare a compimento il proprio capolavoro. Herzog esplica chiaramente la sua concezione di natura estrema nel documentario Grizzly Man quando afferma: Io credo che il denominatore comune dell'universo non sia l'armonia, ma caos, conflitto e morte. Il regista ha comunque affermato che ci che gli interessa quando riprende la natura il riflesso dell'animo umano presente in essa: Per me un autentico paesaggio non solo la rappresentazione di un deserto o di una foresta. Mostra uno stato interiore della mente, letteralmente paesaggi interiori, ed l'animo umano ad essere presente nei paesaggi dei miei film. Egli stesso ha un rapporto molto fisico con la natura sin da quando era ragazzino. Allet di 15 anni and a piedi d Monaco allAlbania, e verso la fine del 1974, giuntagli la notizia che Lotte Eisner, anziana critica cinematografica a cui era estremamente legato, stava per morire a Parigi, decise di partire a piedi da Monaco e camminare verso Parigi seguendo un percorso il pi possibile simile a una linea retta. Ha affermato: Presi la strada pi diretta per Parigi, nell'assoluta fiducia che lei sarebbe rimasta in vita se io

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fossi arrivato a piedi. Il viaggio ebbe luogo dal 23 novembre al 14 dicembre e quando arriv a Parigi Lotte Eisner era effettivamente fuori pericolo e sopravvisse ancora alcuni anni. Herzog un personaggio autentico, non interessato a gingillarsi in finti atteggiamenti provocatori alla moda. Il turismo peccato, viaggiare a piedi virt**. La sua follia non radical chic: fece una scommessa con uno studente di cinema che se questultimo fosse riuscito a realizzare un film, egli si sarebbe mangiato una scarpa***. Ebbene lamico fece il film, e Herzog, dopo aver bollito le proprie scarpe per cinque ore con aglio, cipolle, e peperoncino, se le mangi!
* ** *** nel film Camera dalbergo di Mario Monicelli. punto 7 della sua Dichiarazione del Minnesota. documentato nel filmato Werner Herzog eats his shoe (1979).

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Pier Davide Accendere Scriptorium Renascentiae vuole essere un invito alla lettura di importanti classici della filosofia rinascimentale e anche unesortazione alla riscoperta di opere inedite o considerate dalla vulgata manualistica minori. In questa occasione vi proponiamo Marsilio Ficino, Erasmo da Rotterdam e Francisco Sanchez: volumi pubblicati nella collana filosofica IL PENSIERO OCCIDENTALE, diretta dal Prof. Giovanni Reale presso leditore Bompiani di Milano. Infine, rammentiamo al lettore che le descrizioni dei volumi sono tratte dalle edizioni presentate nella nostra rubrica. Buona lettura! I. MARSILIO FICINO Teologia platonica, Testo latino a fronte, a cura di E. Vitale IL PENSIERO OCCIDENTALE BOMPIANI, Milano 2011. Marsilio Ficino (1433-1499) tra i maggiori filosofi del Quattrocento. Dalla personalit complessa, egli fu insieme medico, astrologo, teologo, filologo e filosofo, fine traduttore e interprete e sottile pensatore, tanto votato alla pi astratta speculazione dialettica, quanto consacrato allimpegno presbiterale, secondo una particolare visione del rapporto tra ricerca filosofica e dignit sacerdotale, fondata sullunit di sapientia e religio. Se gli va ascritto il merito di avere, alle soglie dellet moderna, offerto al mondo latino la conoscenza dei testi fondamentali della tradizione platonica greca, primi fra tutti il Corpus platonicum e le Enneadi plotiniane, che ebbero sulla coscienza occidentale un influsso equiparabile a quello esercitato dalle opere di Aristotele sul pensiero medioevale del XIII secolo, nondimeno va riconosciuto che, assumendosi consapevolmente e pienamente il compito di affiancare alle traduzioni che andava svolgendo i necessari strumenti ermeneutici, quali introduzioni e commentari, da un lato egli seppe realizzare una sintesi dottrinaria che assurge alla dignit di un autentico sistema filosofico; dallaltro, come ha affermato il Vasoli, concorse in modo decisivo alla nascita di una nuova im magine e di un nuovo linguaggio della filosofia, non pi patrimonio esclusivo dei magistri, ma presente e operante nella cultura di letterati e filologi, storici e uomini politici e, addirittura, di un nuovo ceto di tecnici e artisti, contribuendo alla fine dellegemonia aristotelica in seno alle universit. Lopera maggiore di Marsilio Ficino certamente

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la Teologia platonica. Egli si preoccup, dopo aver tradotto in latino tutte le opere di Platone, Plotino, Porfirio e Proclo, di edificare un trattato sistematico di teologia basato sui fondamenti della metafisica neoplatonica, che fosse per aperto, in quanto teologia naturale universale, ai dati ulteriori tratti dalla rivelazione cristiana. In questo modo, la triade neoplatonica delle ipostasi (Uno-Nous-Psyche) si presta, per Ficino, all'interpretazione dei tre livelli discendenti del mondo spirituale (Dio-Angelo-Anima). II. ERASMO DA ROTTERDAM, Scritti teologici e politici, Testo latino a fronte, a cura di E. Cerasi e S. Salvadori, IL PENSIERO OCCIDENTALE BOMPIANI, Milano 2011. Il volume raccoglie gli scritti filosofici, teologici e politici pi significativi di Erasmo da Rotterdam, uno dei principali animatori della riforma culturale del Cinquecento europeo. Contrariamente a una certa immagine di prodigioso ma tutto sommato innocuo erudito, lopera documenta la seriet e la complessit speculativa del "Principe degli Umanisti", nonch le conseguenze politiche delle premesse teoriche, molto pi radicali di quanto potrebbe far pensare lappello a un generico pacifismo. Lopera erasmiana si mostra piuttosto come una vertiginosa riflessione su una libert impegnativa, responsabile, che mira a trasformare lo stato di cose presenti. Lampia introduzione al volume ci guida nei labirintici percorsi del pensiero dellumanista. Lapparato critico, composto della biografia dellautore, di unampia nota bibliografica e di schede introduttive a ogni testo, aiuta il lettore nella lettura e nellinquadramento storico delle opere di una delle pi importanti voci del Rinascimento europeo, dalla quale la cultura occidentale non ha potuto n po tr mai prescindere. III. FRANCISCO SANCHEZ, Tutte le opere filosofiche, Testo latino a fronte, a cura di C. Buccolini e E. Lojacono, IL PENSIERO OCCIDENTALE BOMPIANI, Milano 2011. Bompiani presenta per la prima volta in Italia le traduzioni corredate dei testi a fronte e commentate del Quod Nihil scitur e delle Opere filosofiche di Francisco Sanchez (1551-1623), medico con una viva propensione per la filosofia che, sulla scorta di Galeno, pensava inseparabile dalla medicina. Lesperienza della sofferenza umana contro cui Sanchez si scontrava nellesercizio della sua professione e limpotenza di alleviarla sulla base della scienza tradizionale lo hanno portato a delegittimare ancor pi meticolosamente di Pietro Ramo lepistemologia che la sorreggeva e a porsi alla ricerca di una nuova scienza che non verbalmente, ma concretamente, potesse incidere effettivamente nella realt. Le Opere filosofiche, raramente studiate e tradotte anche in Europa, appaiono fondamentali affinch il lettore acquisisca limmagine di Francisco Sanchez come uno degli autori che meglio ha rappresentato il momento di transizione dal Rinascimento alla Scienza moderna. In esse sono riuniti i testi che a partire dalla critica alle concezioni astrologiche e meteorologiche della scolastica e delle filosofie rinascimentali proposta nel Carmen de cometa (1578) giungono fino agli scritti derivati dallinsegnamento filosofico universitario (1585-1612) ove, nel commentare i parva naturalia, la critica di Sanchez coinvolge i saperi legati alla fisiognomica (Physiognomicon), alla divinazione e allonirocritica (De divinatione per somnum) per trovare un esito empirico nei saperi e nelle pratiche mediche (De longitudine et brevitate vitae). IV. FRANCESCO ZORZI, Larmonia del mondo, Testo latino a fronte, a cura di S. Campanini, IL PENSIERO OCCIDENTALE BOMPIANI, Milano 2010. Ora, poich assai esiguo il numero degli illuminati in grado di cogliere quella luce fulgida, ritengo che quanti desiderano ricevere lilluminazione debbano essere guidati attraverso i sentieri che predispongono alla percezione della luce suprema.

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Apparso nel 1525, pi volte ristampato e tradotto in francese, il De harmonia mundi Cantica Tria del francescano osservante Francesco Zorzi (Francesco Giorgio Veneto) rappresenta un culmine del pensiero rinascimentale. In tre cantici, dedicati a Dio (creatio), a Cristo (redemptio) e alluomo in prospettiva escatologica (restitutio), lautore propone una sintesi grandiosa dei motivi che erano stati al centro della rinascita nel segno della concordia promossa da Marsilio Ficino e Giovanni Pico della Mirandola e delle idee proprie del suo ordine. Vediamo cos intrecciarsi agostinismo e scotismo a neoplatonismo e qabbalah nel tentativo tanto generoso quanto apparentemente inefficace di difendere e consolidare un metodo simbolico capace di pensare insieme lunit e la molteplicit del reale senza cedere alle istanze sempre pi forti alla frammentazione che segnarono lepoca sua. La chiave di questo trattato collocata nellarmonia, certo come ripresa dellantico tema neoplatonico, ma aperta a esplorazioni nellinaudito come la tradizione esoterica ebraica che serviva a confermare la riducibilit del tutto a parola e di qui al numerus, nel molteplice senso di logos, ritmo e cifra. Unevidente tendenza spiritualista, nonch una malcelata simpatia per gli allegorismi pi audaci di Origene, unite alla sua peculiare persuasione che i misteri della qabbalah potessero svelare la chiave delle Scritture e, quindi, dellintera realt resero sospetto il capolavoro di Francesco Zorzi agli occhi dei censori controriformati ma il suo libro, seppure expurgatus, continu a trovare lettori entusiasti e critici severi. Mancava sino ad oggi una traduzione italiana che potesse far apprezzare le qualit anche poetiche di questopera ingente e, allo stesso tempo, illuminare la straordinaria dottrina che la anima: con questa edizione, a cura di Saverio Campanini, si pone rimedio a un oblio immeritato e, del resto, mai com piuto. V. GIORDANO BRUNO Opere lulliane, A cura di Marco Matteoli, Rita Sturlese, Nicoletta Tirinnanzi Adelphi 2012 Questo nuovo volume delle Opere latine raduna i testi nei quali Giordano Bruno commenta, analizza, discute gli scritti di Raimondo Lullo, celebre teologo e mistico catalano del Duecento. Testi poco frequentati o fortemente sottovalutati almeno fino agli anni Sessanta del secolo scorso, quando Frances Yates e Paolo Rossi, ricollegandoli agli scritti mnemotecnici, ne diedero una interpretazione in sintonia con la nuova visione del Rinascimento che andava maturando in quel periodo. E la presente edizione, arricchita da un ampio commento che le colloca nel quadro complessivo del Rinascimento ermetico e pansofico, fornisce una ulteriore dimostrazione della rilevanza di queste opere non a caso apprezzate da Hegel , dove Bruno sviluppa con rigore la sua ricerca di una mathesis universalis in grado di comprendere e di trasformare la realt.

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Curatori di rubriche Pier Davide Accendere (Curatore della Rubrica Scriptorium Renascentiae)

Collaboratori alle varie pagine Filippo Agostino Francesca Arzani Ramona Borgazzi Federico Fontaneto Pina Paone Alessandro Scappini Ivan Stulin

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