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Gianfranco Pala _________________________________________________________________ ECONOMIA NAZIONALE E MERCATO MONDIALE la fase transnazionale dellimperialismo _________________________________________________________________

Laboratorio politico, Napoli 1995

Me-ti raccomandava unestrema cautela nelluso del concetto di popolo. Egli riteneva lecito parlare di un popolo in opposizione ad altri popoli o nella locuzione i popoli stessi (in opposizione ai loro governi). Per luso comune proponeva invece il termine popolazione, perch non ha quel che di artificialmente unitario simulato dalla parola popolo. Questa viene infatti spesso usata l dove si intende e si pu intendere propriamente solo nazione, ci che significa una popolazione con una particolare forma statale. Gli interessi di una siffatta nazione non sono per sempre gli interessi del popolo. [Bertolt Brecht, Me-ti: il libro delle svolte - Popolo]

I. IL TRIANGOLO CIRCOLARE ovvero, lo Stato della Cosa

Blob: la Cosa pi orribile che abbia mai visto La Cosa che sovrast e sovrasta - indubbiamente oramai sulluniverso mondo, fragile globo di cristallo - , si sa, il Capitale: che bens cosa non , ma piuttosto rapporto sociale. Cos si usava dire tra marxisti in tempi meno bui epper politicamente e culturalmente pi validi, giacch pi contrastati e meno omologati. Il suo stato, considerato come condizione critica irrisolta, e il suo Stato, inteso invece in quanto rappresentazione politica e istituzionale - entrambi - impediscono a chicchessia non solo di prefigurare, ma anche appena di figurare, una qualsivoglia tendenza certa e stabile nella dinamica della futura divisione internazionale del lavoro. arduo, cio, prevedere quale sar quel che si suol dire lo stato delle cose - ovverosia lo Stato della Cosa se, per lavvio, si accetti provvisoriamente di prendere le mosse da ci che il Capitale in quanto totalit: unit s, tuttavia ideale in quanto realmente contraddittoria nella sua molteplicit. Gi, perch lo Stato del moderno Capitale non pu pi essere quello che pretenda di racchiudere questo nella sofferenza di una pelle nazionale. Ma non pu neppure essere, istituzionalmente, uno Stato transnazionale che appaia adeguato al respiro universalistico, ancorch asfittico, del grande capitale monopolistico finanziario dei prodromi del XXI secolo: non pu esserlo per difetto di categoria teoretica, ancor prima che pratica. Ossia, nessuno pu pensare di dire: ancora non lo , ma poi potr esserlo e lo sar. Dappoich nella natura immanente del Capitale stesso - per la sua totalit contraddittoria quale si palesa sul mercato mondiale unificato - che quella sua unit di classe, concettuale ed empirica, non possa giammai trasporsi in unicit di figure e forme di esistenza. Ci si soffermi appena un attimo a soppesare opportunamente il carattere virtuale dellunicit dellunit capitalistica, a partire dallosservazione delle contraddizioni del conflitto di classe. Esse, oggi pi che mai, si palesano attraverso la visibilit della disuguaglianza del rapporto di capitale, in quanto antagonistico. Luguaglianza dello scambio salariale, non lo si dimentichi, si fonda proprio sul comando e sulla disposizione della altrui volont, nelluso della capacit di lavoro e pluslavoro altrui. E proprio dietro la manifestazione di tale uguaglianza formale si cela quel carattere duplice del rapporto di capitale, peculiare della riduzione a merce della forza-lavoro, che rappresenta il segno epocale che distingue in maniera esclusiva il modo capitalistico della produzione sociale. Ora, precisamente questa forma dellantitesi sociale che connota il Capitale, nella sua unit e in quanto tale, in contrapposizione al lavoro salariato. Ed essa verrebbe meno, lasciando il posto ad altre forme di relazione, immediatamente e formalmente dispotiche, qualora cessasse la competizione tra i molteplici capitali particolari, ossia propriamente quella molteplicit medesima. Nessuno pu negare che entrambe quelle condizioni costitutive sussistano ancora oggi. Anzi, esse crescono per estensione e forza su loro stesse. Certo, il problema che si pone agli osservatori - soprattutto a quelli antagonisti - di non cadere nella confusione e nellindistinzione che caratterizza i pi, a causa delle forme mutate,

e pi contraddittorie, attraverso cui si rappresenta lo stato della cosa: sia dal lato delle modalit di lavoro, sia da quello del mercato mondiale di concorrenza tra monopoli transnazionali. E questo ci che conferma la capacit del capitale di imporre al lavoro sociale la dipendenza reale nella doppiezza di uguaglianza, libert e in-dipendenza giuridico formale, e a se stesso in quanto altro da s la libera concorrenza. Dunque, alla luce di queste categorie semplici, epper molto difficili in quanto semplici, lultimo quarto di secolo della storia contemporanea riceve una lettura, in un divenire del processo dialettico non conchiuso, che altrimenti assai probabilmente non si riuscirebbe a dargli. Lavvio si pu datare alla seconda met degli anni sessanta, con leccesso di sovraproduzione americana. [ istruttivo notare che la crisi da sovraproduzione riconosciuta dai tecnici aziendalisti ma non dagli economisti illuminati (come li chiamava Marx), blasonati o premi Nobel; per fortuna, di recente, almeno Sweezy si ricreduto sulle cause e le origini della crisi mondiale, autocriticando la favola che tutti si sono andati raccontando sugli shocks petroliferi]. Ma una svolta significativa si matur tra il 1974 e il 1976. Fu allora che limperialismo multinazionale, per bocca del suo massimo portavoce, Henry Kissinger, disegn esplicitamente ci che solo la sinistra non riusc a capire, e forse neppure a leggere attraverso i documenti ufficiali scritti nero su bianco: il piano trilaterale di spartizione del mercato mondiale in base al Nuovo Ordine economico. Fu proprio su quella base che il capitale imperialistico transnazionale riusc a eliminare senza piet la capacit di lotta e lidentit stessa dei proletari. E al successo della controffensiva della borghesia mondiale da attribuire un significato tanto pi drammatico se si rammenta che allepoca ancora risuonava leco di parole uscite stoltamente dalle bocche di cospicui dirigenti riformisti. Valga a esempio quanto suggerito dal consiliori di Berlinguer, per la sua relazione al congresso del fu Pci nel 1976. Secondo tale avventata opinione la ricostituzione dellesercito industriale di riserva oggi cessa di essere la via principale per superare la crisi: a dispetto di cotanta sicumera, il tasso di disoccupazione a due cifre rimane ancora una realt, fino ai quaranta milioni di senza lavoro nellarea Ocse, a cui si aggiunge la precariet di lavoro di salario e di pensione per quasi tutti gli altri. Che tuttavia neppure tale controffensiva sia bastata stato confermato dagli ultimi strascichi che si ebbero con i fuochi del 1989 per la conquista dellEuropa centro-orientale, quando ormai il proletariato mondiale, compreso quello dellarea del realsocialismo, era in rotta totale. Ma i tre attori principali del mercato mondiale capitalistico - gli stessi, o quasi, gi indicati da Hobson e Lenin poco meno di un secolo fa: gli Usa, il Giappone e la Germania - dopo aver cancellato anche la pallida ombra dello spettro che si aggirava ancora per lEuropa, avevano bisogno di stringere i tempi per dettare le regole dello scontro. Il regolamento di conti perci veniva spostato sempre pi chiaramente allinterno della tripolarit imperialistica. Tuttavia, il significato di interno - in un mercato mondiale capitalistico unificato - non di tipo geo-politico, come pu apparire alla superficie delle mode globalizzanti e sistemiche [una cui critica sar precisata pi avanti], ma pertinente alle categorie storico-economiche. In effetti, fin dallinizio dellultima crisi dellera americana, appunto un quarto di secolo fa, lo scontro interimperialistico - per la sua stessa definizione transnazionale - non poteva limitarsi al confronto diretto tra i tre poli dominanti. Il loro raggio dazione attraversa dunque lintero mercato mondiale, provocando sempre pi spesso situazioni di collisione indiretta.

Gli che i signori del pianeta non possono (ancora) permettersi che una eventuale collisione diretta travalichi la dimensione economica, commerciale, ambientale, ecc., assumendo caratteri militari non mediati. cos che la loro falsa concordia e collaborazione reciproca mira con urgenza a tradursi in reale accordo sulle nuove forme di comando sul lavoro. Ma con la peculiarit dellepoca contemporanea questo comando lo si offre con unimmagine di solidariet neocorporativa tra le classi sociali, allinterno di ciascun paese e nel mondo intero. Tuttavia, le cose non stanno realmente cos come appaiono, nel mercato mondiale dellimperialismo transnazionale. Esso, sotto il segno del declino Usa, pesantemente attraversato dalle classiche contraddizioni del capitale: in questa fase, si detto, pi quelle interne alla classe dominante che non quelle tra le classi, che delle prime hanno la possibilit, spesso perduta, di diventare momento di amplificazione, rovesciandosi ulteriormente su quelle come loro detonatore. Ma la sinistra, anche quella di classe, esita a cogliere simili occasioni destate precisamente da quelle contraddizioni del capitale che lideologia borghese nega, nasconde o lascia fraintendere. Infatti, il grande - e anche il solo - successo del capitale mondiale negli ultimi quindici anni consistito proprio nella rammentata capacit di spezzare provvisoriamente la forza della classe antagonistica, sconfiggendola ovunque, e annullandone coscienza e identit. Ma codesto, appunto, per ora lunico vero successo del capitale nella fase della sua pi prolungata e profonda crisi di questo secolo - e forse della sua intera storia moderna. Locchio dentro il triangolo Lattuale forma tripolare del potere imperialistico - con le sue ricorrenti espressioni di conflittualit (non solo) economica tra capitali, stati, nazioni - indica tuttavia la misura in cui quei tentativi di risoluzione non si siano compiuti. Si accennato come codesta tripolarit sia stata a lungo ignorata - soprattutto dallintellighentsia, di destra o di sinistra poco importa, che preferiva trincerarsi dietro la meschina reiterazione della tesi dello scontro politico militare tra le due superpotenze, americana e russa. Nondimeno, codesta forma di aggiustamento del potere imperialistico fu chiaramente annunciata dalla grande borghesia multinazionale come levento di grande momento degli anni settanta, quale segno tangibile di quella conflittualit. Tale forma - di fase - dello schieramento internazionale fa s che i disagi economici e sociali, e la conflittualit corrispondente, possano prendere corpo e manifestarsi negli elementi deboli entro la totalit del mercato mondiale: rappresentandosi, per cos dire, in scontri per interposta persona. I casi estremi, allora, sfociano in conflitti armati circoscritti, cosiddetti di debole intensit. Esemplare, da decenni, lo snodo del golfo persico, tra confine ex-sovietico, medioriente e questione israelo-palestinese, con capovolgimenti di fronte e di alleanze, attraverso Egitto, Siria, Giordania, e ancora prima la guerra delle citt Iran-Irak, poi Irak-Kuwait, sempre palestinesi e kurdi, ancora Irak-Iran, e cos via, fino al cerchio del Caucaso. Il rimescolamento delle alleanze e degli schieramenti continuo, con il solo fine di rendere pi debole non gi il conflitto ma lavversario di turno. I contendenti in campo (i subalterni, soprattutto) appaiono solo come simulacri dei veri protagonisti dello scontro: laddove chi dice Baghdad vuole solo che Bonn o Tokyo intendano, e dove quindi gli alleati ufficiali sono sovente i nemici veri. E qualora un confronto diretto non sia reputato opportuno e conveniente, lesperimento libanese pu essere riproposto come soluzione di transizione: di

ci si tratta nella replica jugoslava di quellesperimento. Nellattesa di tempi pi consoni per la ripresa del ciclo di accumulazione del capitale su scala mondiale, i simulacri offerti da razze, etne, nazionalit, religioni, sono pezzi di ideologia belle pronti per scatenare conflittualit sanguinose in nome delle diverse appartenenze fideistiche e integralistiche. Dai Balcani al Caucaso alle regioni centronordorientali dellEuropa, per non dir delle metropoli Usa, tutto un fiorire di simili provocazioni. Daltronde, gi ventanni fa - come si preciser meglio pi avanti si sarebbe potuta prestare maggiore attenzione al dispotismo militaristico della strategia kissingeriana che postulava la necessit di quei conflitti interni di debole intensit. Si sarebbe vista tempestivamente la tendenza verso la lacerazione sociale interna e il dissolvimento dei vecchi stati nazionali deboli, sempre pi sottoposti a controllo stringente da parte dellimperialismo transnazionale. E, assieme a codesta tendenza alla disgregazione delle vecchie formazioni nazionali, il ritorno pretestuoso e falsificatorio, in chiave post-moderna (o sur-moderna, come amerebbero forse ora dire i pi la page), a conflitti mascherati come sub-nazionali, regionali ed etnico-religiosi. Se quegli eventi oggi accadono quotidianamente, non si trattava ieri o ier laltro di una profezia: il nostro povero globo di cristallo solo per la sua fragilit. Bastava unattenta lettura critica della realt annunciata. Stupirsi oggi di ci, e indignarsene, curioso e preoccupante. Ci che unifica provvisoriamente il disegno contraddittorio del nuovo ordine mondiale, perci, ancora solo la capacit di provvedere a una continua e crescente intercambiabilit degli schieramenti che si confrontano. In una sorta di torneo, i cavalieri mandati in campo dai loro prncipi sono chiamati a scontrarsi a turno lun contro laltro armati, senza che ci precostituisca alleanze fisse e definitive. Che ogni volta vinca il migliore, in un gioco al massacro senza fine: i capitalisti dei monopoli finanziari transnazionali - nuovi allibratori delle guerre locali e civili - accettano scommesse! Qui lhobbesiano tutti contro tutti, per, trova una sorta di regolazione sovranazionale, con arbitri (Onu, Nato, Csce) e revisori di conti (Fmi, Bm, Omc ex Gatt), dove i cavalieri in guerra devono attendere pazientemente e diligentemente il loro turno per scendere in lizza: cosicch possano ricevere loccasionale sostegno, a rotazione, da parte dei mandanti (diversi e uguali a un tempo), secondo le ferree leggi delleconomia mondiale del mercato dei capitali. Il vero, lautentico tutti contro tutti, ancora una volta riservato, dai potenti della terra, al massacro e alla guerra tra poveri sullintero pianeta. Si infatti gi anticipato - a livello teoretico semplice - che il reale grande problema attuale dellimperialismo transnazionale consiste proprio nel non riuscire a stringersi in un polo unico. N, verosimilmente, potr mai esserne capace, in quanto capitale. La contraddizione intrinseca al capitale stesso proprio questa: non poter ridurre alluno il molteplice. Di qui procedono tutti i suoi tentativi di risoluzione delle proprie contraddizioni, per porre via via nuovi fondamenti al suo stesso modo di produzione. Al nuovo ordine mondiale del lavoro dunque affidato il compito di rovesciare le contraddizioni interimperialistiche sui proletari di tutti il mondo, coartando il loro stesso consenso. In ci rientrano le ricordate tendenze concilianti e consociative, che si risolvono nel corporativismo vecchio e nuovo; fino a una possibile fuga, in prospettiva lunga, al di l dello stesso modo capitalistico della produzione sociale, verso una nuova forma classista di societ dispotica e autocratica. Lattuale fase della tripolarit, tuttavia, nella misura in cui il nuovo ordine mondiale del lavoro si consolidi, gi capace di

costruire e mostrare interconnessioni reali tra segmenti e comparti del capitale finanziario industriale attraverso i tre poli stessi. Nellattuale forma di scomposizione e articolazione del ciclo di produzione e lavoro su scala mondiale, si osservi che ben pi della met dei cosiddetti beni intermedi e semilavorati dellindustria manifatturiera delle tre principali aree imperialistiche del mondo ha ormai, reciprocamente, una provenienza dorigine, diretta o indiretta, esterna. Il triangolo mondiale percorso trasversalmente da flussi di capitale - denaro, elementi produttivi e merci - i cui interessi particolari e locali torcono e rompono i lati del triangolo medesimo. Cos, i suoi stessi angoli si smussano e tendono piuttosto a inscriversi in un cerchio. Nella misura in cui il grande capitale monopolistico finanziario transnazionale addivenga, attraverso il nuovo ordine mondiale del lavoro, a siffatta forma di mediazione delle proprie contraddizioni interne, una nuova fase di ripresa dellaccumulazione su vasta scala e di stabilit capitalistica non impossibile. Del resto, la stabilit politica economica il presupposto sociale per laccumulazione di capitale; tant vero che la borghesia la richiede (limpone o lacctta) sotto forma di governabilit senza badare troppo per il sottile al colore dichiarato del governo. Purch sia stabile qualsiasi governo capace di esercitare controllo sociale sulle masse proletarie va bene, da Pinochet a Marcos, da Jaruszelski a Deng Tsiaoping, qualsiasi dispotismo sostenuto, ma soltanto finch si mostri in grado di garantire la pace sociale, ossia la pax capitalistica [per questo motivo la grande borghesia internazionale considerava un Craxi pi affidabile di un Berlusconi, inadempiente proprio sotto questo riguardo]. Nelle forme in cui si maturato lo sviluppo della crisi - tra le diverse manifestazioni di supposta risoluzione della contraddizione, dopo questultimo quarto di secolo - si sono perci venute prospettando due tendenze, contrapposte ma entrambe necessarie. Luna centripeta, tendenzialmente unificante nella prospettiva sovranazionale del capitale mondiale; laltra centrifuga, ma allinterno della prima, strutturalmente articolata nel contesto concorrenziale dei capitali particolari. Il cerchio intorno al triangolo La costruzione del nuovo ordine mondiale corporativo si va consolidando, includendovi ora anche larea dellex-realsocialismo, che se oggettivamente quasi sempre stata parte integrante del mercato mondiale, tuttavia per troppo tempo lo stata in forma anomala e ridotta. Da un lato, dunque, la tendenza perseguita mira a un processo considerato come universale; la sua effettuazione, per, non pu che verificarsi attraverso mbiti locali e nazionali, attraverso grandi riforme istituzionali (nel migliore dei casi) o guerre regionali (nel peggiore). Daltro lato, non si estingue tuttora la conflittualit tra i molti capitali sul mercato mondiale; una conflittualit per molti versi ancora latente, se pur crescente, e ancora abbastanza lontana, come si detto, da una risoluzione che possa essere significativa di una qualche stabilit. Tale contraddizione tra universalit e conflittualit dei capitali finanziari transnazionali non pu che essere mediata - se del caso, anche con la forza - da quella tra stati nazionali. Ecco allora che codesta contraddizione, immanente alla conflittualit interimperialistica tra i tre poli, si mostra parimenti, al contrario, nella ripresa di unincessante incrocio dei cosiddetti Ide [investimenti diretti allestero] da parte dei principali capitali transnazionali; e tale processo avviene non solo e non tanto

verso le differenti aree dominate, quanto e pi in direzione delle basi di provenienza degli altri capitali concorrenti. Il nuovo ordine mondiale, proprio attraverso la sua forma storica strategica di nuovo corporativismo, tenta perci una sintesi nellunificazione del mercato mondiale. Sintesi che - in mancanza dellimpossibile soppressione della molteplicit capitalistica - provi almeno a surrogare, regolandola e impedendola realmente, linternazionalizzazione del proletariato a esclusivo vantaggio dellinternazionalizzazione del capitale. Questo lultimo vulnerabile tentativo di accordo tra i capitali in lotta, per rinviare ulteriormente il loro scontro tra fratelli nemici. Si tratta ancora di un processo aperto, che si svolto a tappe: proprio a partire da quella lunga ultima crisi irrisolta avviatasi in Usa alla met degli anni 60 che, non per caso tra le altre conseguenze, caus anche il rinvio dellunificazione europea. E di nuovo non fu un caso che la controffensiva imperialistica della met degli anni 70 fosse, sul piano politico, in prevalenza ancora americana. Si rammentato che Kissinger riformul per la prima volta nel secondo dopoguerra la parola dordine corporativa del Neue Ordnung mondiale. Ma, in termini economici produttivi, tale disegno gi consolidava la ristrutturazione di stile giapponese del processo lavorativo. La redistribuzione di rapina monetaria degli anni 80: a questo in realt si riducono i fasti del reaganismo! A cominciare dallesportazione del credito che cre il problema del debito estero, si passati a quella esportazione interna di capitale - per dirla con Grossmann che stata la speculazione monetaria e borsistica. Ci, ovviamente, non pose le condizioni per risolvere la contraddizione: cosicch, da ultima, allavvio degli anni 90, fu tentata la soluzione finale della guerra fredda e dellanomalia realsocialista. Si osservi che i fatti di questa storia venticinquennale della crisi irrisolta indicano chiaramente anche le categorie della crisi, da cui emergono gli elementi di conflittualit tra i tre poli imperialistici: sovraproduzione, caduta del tasso di profitto, concorrenza, segnarono gli anni 60; arresto dellaccumulazione, riproduzione dellesercito di riserva, in tutte le sue forme, soprattutto stagnante (e non solo della disoccupazione in senso keynesiano), precedettero la ristrutturazione della seconda grande rivoluzione industriale, a partire dagli anni 70; centralizzazione finanziaria ed espropriazione dei capitali e dei redditi dispersi (del cosiddetto risparmio) caratterizzarono il monetarismo degli anni 80; spartizione e allargamento del mercato mondiale, infine, furono la conseguenza che si protrae nelle forme della guerra economica, a segnare lavvio degli anni 90. Le contraddizioni tra Giappone, Europa e Usa si estendono alle rispettive aree di influenza, asiatica, europea e americana, attraverso unestenuante ricerca di mediazioni per non vanificare i ricordati interessi incrociati dei grandi gruppi transnazionali. Qui rientra il contenzioso mediorientale, la contraddizione islamica, la carta cinese giocata per truccare la partita col Giappone (in tutta larea asiatica del Pacifico), la normalizzazione dellAmerica latina, la fiera dellest dai Balcani al Caucaso, la riconquista dellAfrica. C forse ancora chi pensa che sia per fortuita coincidenza che gli investimenti giapponesi abbiano preso le distanze dal medioriente verso nuovi sbocchi in Africa centrale e che subito le armate yankees siano sbarcate in Somalia, e si sia cercato di fomentare disordini in diversi paesi africani, dalla Liberia al Ruanda, allAlgeria? Nel frattempo lOnu predica investimenti diretti nel terzo mondo, anche come antidoto contro i rischi delle migrazioni verso i paesi imperialisti. Ma tutto ci non basta a esorcizzare leffetto boomerang che gli improvvidi capitalisti hanno attirato su loro

stessi. Solo per cercare di sopravvivere qualche anno di pi, hanno demolito le fonti di produzione (e, provvisoriamente, anche gli sbocchi di mercato) dei paesi dominati. In contrasto con le teorie nazionalborghesi di derivazione terzomondista, lanalisi marxista indica come, con un apparente paradosso, limperialismo abbia semmai mancato di sfruttare capitalisticamente i paesi dominati. La colpa storica maggiore del capitale, infatti, di aver saccheggiato e depredato - come giacimenti di materie prime e manodopera quelle aree del mondo, senza imprimere loro un reale sviluppo industriale. Laddove esso ha operato effettivamente - lInghilterra negli Stati Uniti il secolo scorso, gli stessi Usa in Giappone nel secondo dopoguerra, ecc. - il modo di produzione capitalistico ha trasformato realmente la potenza dei paesi destinatari degli investimenti diretti. Oggi, dunque, a chi ha distrutto anche la propria base produttiva, come gli Usa, non resta che passare alle minacce a mano armata. Ma se New York piange, Berlino e Tokyo non ridono. Forti perdite di produzione per mesi consecutivi per le loro principali industrie, disavanzi interni crescenti dellordine di decine di migliaia di miliardi di lire, sia in Germania sia in Giappone, testimoniano di questo stato di grave e perdurante conflittualit. La battaglia scatenata dalla Germania riunificata sui mercati valutari lo specchio deformante di codeste circostanze complessive. E se la guerra economica non riceve (ancora) la forma di una corrispondente risposta a mano armata, perch quegli altri due contendenti devono finire di assestare le forze in campo rispetto alla potenza bellica Usa: se non per combattere, quanto meno per ricreare quella forma di deterrente contro il monopolio militare yankee che per quasi quarantanni era stato assicurato dallUrss che fu. Su queste basi, il processo continuo di conflittualit irrisolta genera il protezionismo delle legislazioni antimonopolio e commerciali, in chiave di difesa dei capitali provenienti dalla propria base nazionale. Le contraddizioni interimperialistiche si presentano, cos, mediate dalle contraddizioni tra stati nazionali. Quando i bollettini di borsa lamentano il precario stato di salute delleconomia, ci vuol solo dire che mancano ancora le condizioni per il riassetto generale dellaccumulazione mondiale. Ovvero, per meglio dire, quando i padroni sollevano in codice il falso problema della mancanza di risparmio, facendo intendere che il denaro si sperda per altre vie, nei buchi neri dei bilanci statali, significa in chiaro che i tempi e i modi per la ripresa della produzione di plusvalore risultano ancora inadeguati. In effetti, dal quadro per pi versi contraddittorio, che si muove intorno alla declinante e perci oggi pi feroce pax amerikana, emerge con lampante evidenza quale sia lunico collante economico, sociale e politico a disposizione temporanea dellimperialismo transnazionale. Parafrasando e generalizzando il motto di successo del capitale giapponese il pieno controllo dellimpresa sul sindacato - solo con il pieno controllo neocorporativo sul consenso popolare del proletariato che il disegno del Nuovo Ordine imperialistico mondiale pu avere successo. Si pu ripartire di qui, restituendo alla questione internazionale lo spessore che le compete e che, oggi per la prima volta nella storia, legittimato dallunificazione del mercato mondiale: ununificazione che concomitante con il declino dellimpero americano doccidente e con il corrispondente crollo dellimpero russo doriente, in uno con lavvicendarsi dellimpero tedesco di centro e dellimpero giapponese destremo oriente. Dopo un giubileo di sviluppo postbellico, sembra quasi impossibile che oggi si abbia gi alle spalle un periodo altrettanto lungo di crisi. I vantaggi del piano Marshall, del programma MacArthur e della guerra di Corea, nelle more

della guerra fredda, sono stati tutti consumati, assorbiti ed evacuati: nel senso che stato quel complesso di eventi promossi dagli Usa ad aver dato slancio agli imperialismi rivali, tedesco-europeo e giapponese-asiatico. Negli ultimi 20-25 anni, di contro a un 2-2,5% del ritmo medio annuo di sviluppo in Usa, si avuto un 2,5-3% per la Ce e un 4-4,5% per il Giappone. E la crisi che colpisce anche questi ultimi non comporta un vantaggio per larea americana, che anzi accentua il suo declino. La media mondiale nella lunga fase di crisi scesa a una media inferiore al 3% (circa la met del ritmo di grande sviluppo postbellico dei primi 20-25 anni), nonostante il recente apporto dei cosiddetti paesi di nuova industrializzazione [nics]. Nella definizione della nuova divisione internazionale del lavoro che impone dimensioni crescenti su scala mondiale, in un perdurante processo di fallimenti assorbimenti e fusioni, limperialismo Usa ha ceduto dunque molto potere: almeno in senso relativo, nonostante il processo di centralizzazione che ha caratterizzato la fase. In un decennio gli Usa, dai primi tre posti che detenevano nella graduatoria mondiale delle banche, sono scivolati in dodicesima posizione, lasciando il primato a dieci banche giapponesi. Pur se in misura attenuata, gli Usa hanno dimezzato la propria presenza e peggiorato la graduatoria anche tra le prime venticinque imprese industriali. Il precipitare del dollaro a un terzo circa del precedente livello di contro al marco e allo yen negli ultimi dieci anni fenomeno del quale le vicende delle altre valute, sterlina, franco e lira soprattutto sono semplici conseguenze - limmagine luminosa e riflessa che abbaglia locchio, direbbe Marx, tipica della forma monetaria delle vicende del capitale. Ma tale immagine rappresenta a dovere il carattere di conflittualit trasversale, e in qualche modo guidata, che inviluppa il triangolo delle aree imperialistiche principali nel ferreo cerchio del mercato mondiale unificato. Di qui il sensibile mutamento dello Stato della Cosa, ossia le rinnovate, ma non soppresse, funzioni nazionali dello stato del capitale entro questo mercato mondiale ancora magmatico e relativamente fuori controllo. Il sogno liberalsocialista della superbanca dellultraimperialismo, ovvero lo speculare incubo operaista del piano del capitale, si mostrano per ci che sono: conseguenze di pericolose sbornie teoriche politiche. pi saggio, allora, guardare alla Cosa e al suo Stato per quello che realmente oggi sono e, soprattutto, al loro rapido divenire. Ci significa guardare alla trasversalit dei capitali entro le diverse aree, cosicch la loro conflittualit non appaia solo nella dimensione territoriale nazionale. Assumono perci rilievo anche le posizioni derivanti da differenti competenze e interessi strategici in ciascuna area, con conseguenti possibili alleanze o scelte comuni tra capitali provenienti da aree diverse. [Un rilievo sul quale assai probabile che la sinistra di classe arrivi ancora con un buon decennio di ritardo, come sulla ricordata tripolarit dellinizio della fase di crisi]. ovvio che un tale attraversamento del triangolo imperialistico, gi inscritto nel cerchio mondiale, comporti di necessit una corrispondente scomposizione delle dinamiche politiche nelle funzioni e negli schieramenti degli stati nazionali che prevalentemente stanno dietro ai diversi capitali transnazionali interessati. Una differenza profonda si manifesta nelle forme e nelle fasi del dominio imperialistico, tra lepoca britannica e quella successiva americana, concretizzatasi dopo le due vittorie belliche del fronte guidato dagli Usa. Essa sta proprio nello slittamento della dimensione e del criterio di riferimento, dalla centralit nazionale alla scala mondiale. Non che lespansionismo britannico - con le forme aggressive del suo militarismo e della sua pax, cos bene analizzate

gi da Hobson novantanni fa - non avesse portata internazionale. Ma il processo di produzione si presentava come dominio diretto che abbisognava della mediazione di un controllo statuale, per cos dire attivo, con cui il capitale tendeva a coincidere: per allargarsi muovendo dallinterno di un limite territoriale nazionale. Oggi, invece, la produzione di livello mondiale quella che i tecnici dellorganizzazione industriale chiamano appunto world class manufacturing. Essa si presenta nella forma immediata del capitale transnazionale, svincolato formalmente dai vincoli statuali e integrato su scala planetaria. O meglio: i vincoli sono quelli posti e determinati dal capitale stesso per servirsi spudoratamente dellapparato finanziario, fiscale e militare dello stato. Di tale apparato esso ha ancora grande necessit, anche nelle sue forme nazionali, ma dopo che lo abbia reso in tal modo passivo e subordinato direttamente a s senza bisogno dei vecchi orpelli.

II. PER UNA CRITICA DELLA CONCEZIONE SISTEMICA DEL MONDO

Stato, nazione, classe e modo di produzione Laforisma brechtiano, posto in apertura a mo di occhiello, pi esauriente - anche in termini scientifici, del socialismo scientifico, si intende - di quanto possa apparire a una prima lettura, gradevole e avvincente. Lintroduzione del termine popolazione per un uso comune, materialistico e adeguato al divenire del processo storico, evita quel che di artificialmente unitario simulato dalla parola "popolo". Nello stesso tempo fornisce quella base oggettiva, reale pratica, che invece si dilegua allorch si passi a discorrere di nazione. Nazione non propriamente un concetto - per carenza di quella semplicit che dovrebbe appartenere a questo ma piuttosto, e solo se ben formulato, potrebbe far pervenire a un giudizio. Se, nella lezione brechtiana del marxismo, nazione sta a significare la determinata forma statale di una popolazione, molti equivoci su quella parola e sul suo rapporto con la categoria stato vengono meno. Laffermazione che indica come gli interessi di una siffatta nazione, ovverosia dello stato nazionale, non siano quelli del popolo assume cos un significato evidente di per s, e che richiede solo alcune precisazioni essenziali. Dunque, la forma di stato posta in divenire, sulla base materiale di una determinata popolazione, conformemente al modo di produzione dominante con il quale tale popolazione riproduce le proprie condizioni di vita. Engels e Marx perci chiamarono anche modo di vita della societ quel processo di riproduzione che dominava entro una determinata forma economico sociale: forma, o formazione, che gerarchicamente composta di differenti modi di produzione. Dunque, modo di produzione concetto fondamentale della storia umana e categoria portante del marxismo, tale da non rabbassare lanalisi a sterile rappresentazione economica della totalit reale. N, tanto meno, pu svilire la base strutturale, su cui di certo si fonda lintero edificio sociale e politico, a mero determinismo o meccanicismo o, ancora, economicismo, come taluni vorrebbero. Alcuni dei quali, i pi, lintendono per disfarsi artatamente del marxismo; ma altri lo fanno anche con la presunzione di corroborare e approfondire una, da loro, pretesa insufficiente lettura del marxismo stesso. La configurazione della societ, modulata attorno ai concetti di modo di produzione e modo di vita quali categorie del reale concreto, pertanto significata dalla specificit dei rapporti di propriet: dunque dalla particolare struttura di classe che li rappresenta, e che la determinata forma statale preposta a garantire e perpetuare. Il modo di produzione, come categoria portante in generale, e quello capitalistico come sua determinazione storica (per ci che qui pi interessa), la base materiale ricca di tutti gli elementi necessari per indagare e discorrere sul divenire dialettico della totalit sociale, in ogni suo aspetto e nel suo complesso [la complessit non lhanno inventata i sistemici postmoderni!]. Senza una tale base materiale di partenza ogni altro discorso sulle questioni dello stato e, ancor pi, della nazione rischia di avvitarsi in una incessante sequela di petizioni di principio, o di scatole vuote riempite di volta in volta, secondo le circostanze, con materiale storicamente e

socialmente inerte. Largomentazione secondo cui sarebbe lo stato (moderno) lelemento determinante della nazione, e non viceversa, pu bens essere empiricamente verosimile, se non proprio vera. Nondimeno essa rimanda alla determinazione dello stato stesso: e di qui ulteriormente, per la definizione di nazione - giusto laforisma brechtiano - a quella di popolazione, e poi ancora di produzione, riproduzione, propriet, classi, ecc. La prima constatazione fattuale che indiscutibilmente discende da ci che lo stato nazionale borghese sia tale in quanto politico (essendo la sua componente etnica del tutto subordinata in questo primo contesto). Tuttavia, una simile constatazione , appunto, nulla pi che una constatazione. Gli elementi che la caratterizzano sono infatti tutti da definire nei loro fondamenti, ossia nel processo contraddittorio che li ha posti in essere. di codesto processo contraddittorio che merita dare contezza. La riflessione non pu continuare ad aggirarsi in quelle indeterminatezze, e non pu che risalire al processo storico che determina e pone le categorie nel senso sopra indicato. [Qui si parte, per tale riflessione, da recenti analisi e dibattiti che hanno quali protagonisti studiosi come Hobsbawn, Balibar, Wallerstein, Gallissot, Gellner, Haupt, e altri - sulla base di alcune considerazioni svolte in diverse sedi da Andrea Catone, di cui si condividono i criteri espositivi dei diversi punti di vista, e per le quali si rinvia alla nota finale]. Prendere lavvio del ragionamento dallargomentazione della subalternit di nazione a stato, anzich arrivare a essa, non pu voler dire che sia lo stato a definire la nazione - come alcuni vorrebbero al punto da ritenere che nazione al pari di stato pertengano solo alla tassonomia sociale della modernit. A meno di rabbassare il significato stesso di definizione a una banalit tautologica: dicendo, come di fatto vien detto, che la nazione moderna ... moderna, perch connessa solo allo stato che la racchiude entro limiti precisi, essendo lo stato stesso un istituto specificamente ... moderno; quindi dicendo che nazione e stato sono termini di riferimento addirittura inesistenti prima della modernit stessa, e perci stesso inconfrontabili con le omologhe forme antiche appunto in quanto ... diverse! Sembra infatti di poter ravvisare nella concezione proposta da simili autori il vizio strutturalistico e funzionalistico di ricondurre tutto - in questo caso la forma e il carattere stesso della nazione e dello stato - a un sistema predefinito: un sistema che si suppone trovato belle pronto e non posto, cio a una struttura chiusa in s in forma autodefinitoria e autoreferenziale. Una siffatta struttura sistemica si presenta perci, anche in questo caso, senza connessione e transizione rispetto alle forme che lhanno preceduta, e verosimilmente anche rispetto a quelle che la seguiranno. Essa, priva di contraddizioni intrinseche e perci priva di movimento reale, senza divenire storico e senza dialettica sociale. Perci costretta a simulare quella carenza di movimento con la giustapposizione estrinseca ad altre strutture - altri stati-nazione - che confliggono con essa. Pertanto, una simile rappresentazione anchilosata del processo reale risulta mutilata della duplicit della forma del processo stesso. Si tratta di una forma la cui rilevanza non accidentale sovente trascurata, e che in ogni sua determinatezza materiale-naturale e storico-sociale a un tempo. ovvia conseguenza di ci, allora, che senza una tal base le contraddizioni immanenti a qualsiasi organizzazione sociale vengano occultate, e surrogate con opposizioni per incompatibilit, eterogenee ed empiriche, dunque tanto possibili quanto non necessarie. Senza duplicit e contraddittoriet il processo non pi tale, la storia si ferma e non opera, essendo ridotta a mera successione di

fatti. La separatezza endogena di strutture giustapposte impedisce qualsivoglia connessione di continuit-discontinuit, qualsiasi salto di qualit e metamorfosi. Le forme storiche sono date e non mutano, semplicemente si avvicendano poich non c, n pu esserci, alcuna trasformazione. Non stupisce, pertanto, incontrare simili teorie dello stato e della nazione, dal momento che esse hanno il loro riferimento metodologico e categoriale nelle interpretazioni economiche sottostanti. Ed quello di cui qui si discute precipuamente. In ci consiste il risalire al concetto di modo di produzione a partire dallevidenza pi politicamente aconcettuale, giacch empirica, di formazione economica sociale: cosicch luna possa riconnettersi allaltro. In effetti, quelle teorie hanno il loro parallelo nellappiattimento della duplicit del lavoro, della merce, delle macchine, ecc.: anche l forma utile o concreta e forma di valore o astratta vengono identificate, senza alcuna mediazione. Laspetto materiale, proveniente dalla natura, e quello sociale, confluente oggi nel capitale, perdono il loro comune riferimento a una medesima unit contraddittoria. E lo perdono allorch si ponga direttamente la definizione del primo livello alla esclusiva merc del secondo, quello come mera appendice di questo, privando il primo della sua stessa identit e il secondo della sua storia, entrambi della loro reciproca contraddittoriet. Che in simili paradigmi interpretativi linclusione, sotto legida dello stato, della nazione, gi divenuta anzich in divenire, sia data per presupposta alla radice della confusione teorica politica. E tale confusione allora altrettanto ovvia, a saper ben vedere e per proseguire nel paragone basilare di prima, del voler imputare la mortificante sparizione del valore duso nel valore di scambio: e non gi, come ha da essere, sussunzione delluno allaltro entro una medesima totalit contraddittoria che conservi intatta la polarit duplice dei suoi elementi costitutivi. tale polarit che li rende capaci di muoversi lun contro laltro, superandosi dialetticamente entrambi e trasformandosi insieme con la totalit stessa. Un simile processo impedito nella raffigurazione sistemica dello stato-nazione. Dunque, nel rammentare la tautologia sulla modernit dianzi illustrata in relazione al tema in esame, viene anche da stabilire qui una significativa corrispondenza epistemologica. Unaltra balzana idea sovente prospettata in ambito strutturalistico, secondo la quale si vorrebbe che il lavoro sia cos definibile solo nella societ capitalistica: poich il lavoro, si dice dopo averlo gi presupposto come salariato, solo quello ... salariato; non cos chiamata lavoro alcuna altra attivit rivolta alla complessiva produzione sociale. Dal che i medesimi teoristi deducono che leconomia sarebbe il principio integratore della societ solo nellepoca moderna capitalistica borghese, attribuendo ad altre epoche storiche la prevalenza del mito, della religione, dellarbitrio, ecc., senza indicare donde questo mito, religione, arbitrio, provengano. Il risultato di ci che la centralit della produzione venga soppressa nel suo divenire e la categoria di modo di produzione svuotata nel suo operare storico, in quanto ridotta a mera clausola classificatoria di diverse realt diacroniche. Qui si annida un insidioso escamotage delle interpretazioni strutturalistiche, funzionalistiche e sistemiche. Esse, infatti, a differenza di formulazioni meramente ideologiche e non materialistiche, impiegano elementi fondati su un certo materialismo immediato, mutuando cos anche categorie e concetti - epper resi, per cos dire, aconcettuali - del marxismo. Cosicch ci che appare presente nelle diciture di codeste interpretazioni [come modo di produzione capitalistico e via scimmiottando] non funzioni con le proprie specifiche peculiarit, ma costituisca piuttosto un ornamento del discorso.

Nazione come falsificazione delle classi A questo punto, non stupisce neppure che alla ripetuta affermazione, da parte della scuola liberale, di una mancanza di teoria marxista dello stato faccia da doppio la critica strutturalistica di una mancanza di teoria marxista della nazione [pur se nella versione datane da Balibar il discorso un po pi articolato]. Allora, il fatto che in Marx non vi sia una riflessione specifica sullo stato nazionale non , forse, da attribuire a unincertezza, e perci da vedere come una lacuna da colmare, quanto piuttosto a una precisa conseguenza dellanalisi di classe. Le differenze di forme organizzative, peraltro poi ampiamente indicate ed empiricamente spiegate, degli stati nazionali sono in prima istanza irrilevanti, nella misura in cui tutti poggiano sulle basi della moderna societ borghese, che soltanto pi o meno sviluppata dal punto di vista capitalistico [come si legge nella Critica al programma di Gotha]. Un risultato, solo apparentemente paradossale, ottenuto dalla critica di derivazione strutturalistica, nella sua pretesa di attaccare le posizioni naturalistiche di nazione, in nome di una determinazione sociale economica. Si ottiene infatti il risultato di riportare proprio la nazione a un ruolo protagonista (magari come eroe negativo della sua narrazione), allinterno di un sistema-mondo di stati-nazione o di nazioni-stato. Quella struttura sistemica ordinata geopoliticamente tra centro e periferia, nord e sud, ecc., obliterando cos proprio quella determinatezza economica sociale che si pretende di indicare come termine di riferimento. Cos facendo ne rimane pure occultata la determinazione storica. Ignorandone il superamento dialettico della base materiale naturale - in quanto questultima si estrinsechi, in forme epocali diverse, nel succedersi dei modi di produzione nella storia - svanisce pure la storia come storia delle lotte di classe. In questa disamina degli equivoci possibili sul rapporto tra stato, nazione, classi e modo di produzione, rivelatrice di una verit nascosta la posizione di Wallerstein. Non un caso che questo autore debba necessariamente giungere a incartarsi logicamente. Egli costretto dai suoi stessi presupposti a dire che, non solo le nazioni, ma perfino le classi sono definite dagli stati. Lattuale struttura di classe o di gruppi etnici la conseguenza della creazione degli stati moderni. Gli stati sono le unit politiche base delleconomia-mondo, unit definite e circoscritte dalla loro collocazione nel sistema interstatale, che ha funzionato come la sovrastruttura politica in evoluzione nelleconomia-mondo ... Classi e gruppi erano cio definiti da chi occupava il centro delle strutture statali (e il centro del sistema-mondo inteso come un tutto). Le parole chiave sono state qui appositamente evidenziate per poterne meglio esaminare il sillogismo perduto - con buona pace del vecchio Aristotele. Dunque: dove va la logica? Se gli stati moderni definiscono le classi, da chi sono definiti a loro volta? Sono unit-base delleconomia-mondo, dice Wallerstein: qualcosa di primordiale allora? No, dato capire, perch sono definite dal sistema interstatale. Con il che Wallerstein ci fa sapere che un sistema interstatale presupposto a qualunque sistema statale: mistero. E, mistero nel mistero, codesto sistema interstatale identificato come una sovrastruttura (altra parola incautamente mutuata dal marxismo). Di quale struttura? Ma delleconomia-mondo, a va de soi! Ecco allora che, in conclusione, si tornati a mordersi la coda nella sistemica e strutturalistica economia-mondo, affatto priva di concetto e vuota di contenuto, gi-

acch presupposta; in cui peraltro le classi e il modo di produzione che le connette non hanno la possibilit, neppure logica, e forse soprattutto logica, oltre che storica e pratica, di essere definite. Viene da capire, perci, che quella definizione di classi, etne, nazioni, ecc., da parte degli stati - ovvero da parte di chi occupa il centro delle strutture [strutture?!] statali - non abbia niente a che vedere con una definizione logica, cio oggettiva. Sembrerebbe trattarsi solo di un potere di definizione meramente soggettivo (di chi occupa lo stato, cio), che rimanda a remote matrici sociologiche, weberiane e parsonsiane. Giusto a proposito di Wallerstein, James Petras ha osservato che senza una chiara nozione di interessi antagonistici di classe collocati allinterno di una formazione sociale, vi la tendenza tra i teorici del sistema-mondo a dissolvere la questione in una serie di imperativi astratti sullo sviluppo, dedotti da un sistema statico di stratificazione globale che assomiglia sempre pi ai requisiti funzionali e ai modelli di equilibrio della sociologia parsonsiana. Si pu ora cos tornare a una corretta affermazione iniziale, tra quelle meglio puntualizzate nel dibattito in esame, circa lindividuazione dello stato nazionale come stato politico del capitale. Ma certamente diverso porlo, come fa Marx, quale sviluppo dialettico e storico del potere politico delle classi dominanti entro la trasformazione della base economica in modo di produzione capitalistico: epper anche con capacit di egemonia e di consenso interno sulla propria frazione di proletariato [capacit che ormai giunge fino al moderno corporativismo]. Insomma, la nazionalit e il nazionalismo possono sicuramente collocarsi in posizione preminente nella fenomenologia del potere capitalistico; ma ci tanto pi probabile quanto pi si sia sviluppata unegemonia di classe in grado di mistificare il rapporto di capitale determinante. La questione nazionale assurta sovente a questione di massima priorit. Ma essa, per quanto osservato, pu essere anche letta come conseguenza di un contenzioso elaborato, se non inventato, dal capitale per falsificare e obliterare il conflitto di classe, fino a ricondurlo alle altrimenti inaridite radici etniche o religiose. La questione, che reale, nondimeno formulata in maniera avulsa dal modo di produzione (oggi, capitalistico), rimuovendo cos la base economica di riferimento. In questo quadro, rientra la risposta politica che Lenin seppe darne, rispetto ad altre posizioni pi emozionalmente libertarie, emerse sporadicamente in campo comunista. Sotto lurgenza di fatti concreti, di massa, essa si inquadra alla perfezione nella giustezza dellanalisi marxista della dialettica materialistica della storia come storia delle lotte di classe, a cui lautodeterminazione dei popoli rimane subordinata nella sua vaga indeterminatezza. in quella dialettica che lo stato nazionale borghese viene a formarsi in dipendenza di un mercato nazionale capitalistico. Tuttavia, ma si deve necessariamente dire anche pertanto, ci accade entro un processo storico che si sia sviluppato su una base precapitalistica gi data. Solo cos lintero processo non postula linversione di sovrastruttura su struttura. Ove in questultima inoltre, al contrario di quanto avviene presso tutte le prevalenti letture normative positiviste, strutturaliste o empiriste, sia messo laccento sulla produzione (sul modo di produzione) anzich sul mercato (sul modo di traffico). Del resto corrisponde allorizzonte borghese, in cui il concludere affarucci occupa tutta la mente, di non vedere nel carattere del modo di produzione il fondamento del modo di traffico a esso corrispondente, ma viceversa - comment gi Marx, concludendo lanalisi del ciclo di metamorfosi del capitale. Come gi emerso da ripetuti riferimenti, qui si vuole mostrare, e

si mostrer, la profonda differenza - e, in ultima analisi, lincompatibilit metodologica - tra la concezione sistemica delleconomiamondo e lanalisi di classe marxista del mercato mondiale. Nel far ci si avr riguardo particolarmente alla questione del rapporto tra nazione e stato che si sta discutendo. Si sono gi esposti i punti nodali che irrigidiscono la concezione sistemica del mondo in una interrelazionalit, ordinata territorialmente ma sostanzialmente irrelata per ci che concerne proprio i rapporti di produzione tra le classi. Di questi ultimi vien fatta cadere la duplicit materiale storica: a ben riflettere, infatti, il materialismo storico non pu essere inteso solo, come troppo spesso si suol fare, quale interpretazione della storia a partire dai fatti economici, ma anche e soprattutto come lettura dialettica della duplicit immanente di un processo i cui eventi sono sia materiali nella sostanza sia storici nella forma. Invece, nel sistema delleconomia-mondo i rapporti di produzione, pur formalmente considerati, sono resi inoperanti a causa della adialetticit e astoricit della struttura chiusa in se stessa. Ecco dunque dove rintracciabile la chiave di volta dellintera interpretazione critica marxista della questione. Nellimpostazione marxiana il mercato mondiale rappresenta la totalit di riferimento cui oggettivamente e necessariamente il capitale brama nella sua aspirazione a una dimensione smisurata, infinita. Per ci stesso a codesta totalit la contraddizione immanente, cosicch sorge qui unantinomia: per limpossibilit intrinseca che a tale dimensione venga a corrispondere uno stato mondiale, fossanche in un divenire lungo e tormentoso. Codesta antinomia si presenta come differenza specifica del capitale mondiale rispetto al capitale nazionale, nei loro rispettivi rapporti con le corrispondenti forme istituzionali. In effetti, come variamente e sufficientemente ricordato, quello che si chiama capitale mondiale esiste realmente come capitale transnazionale, costituito da una molteplicit di capitali particolari individuali, la cui caratterizzazione la loro repulsione reciproca. E siffatto carattere costitutivo, consistente nellimpossibile sua unicit, definitorio del capitale stesso, in quanto tale (carattere contraddittorio alimentato dalla sua altra caratteristica di essere rapporto sociale di classe di contro al lavoro salariato). Vi qui dunque asimmetria tra la dimensione mondiale, che vorrebbe tale unicit nellinfinit, e la situazione che si viene a determinare tra le molteplicit reciprocamente repulsive in termini di capitale nazionale: ci con riguardo specifico alle forme istituzionali di cui tale asimmetria vorrebbe vestirsi. Sottomissione reale dello stato al capitale Posto che la forma nazionale del capitale una forma di passaggio, piuttosto primitiva, verso la sua vocazione universale, proprio in tale forma temporalmente e spazialmente circoscritta il capitale purtuttavia riuscito a trovare una sua provvisoria proiezione nello stato nazionale (nellepoca concorrenziale e nella prima fase imperialistica). Il passaggio pu dirsi tanto pi riuscito quanto pi, transitoriamente, le diverse frazioni di capitale operanti su un mercato nazionale si siano mostrate capaci di mediare i rispettivi interessi particolari individuali. Ed precisamente questo che avviene attraverso listituzione di uno stato a cui demandata lorganizzazione della forza di classe nella giurisdizione di un mercato nazionale (ovverosia, un mercato locale allargato): ciascuno stato di contro a ciascun altro. Proprio un simile passaggio - ossia una corrispondente medi-

azione giurisdizionale, istituzionale, tra le frazioni individuali del capitale mondiale transnazionale - non possibile storicamente. Non lo concettualmente, appunto, a causa della immanente concorrenzialit tra la pluralit insopprimibile di diversi centri di decisione capitalistici. E non lo neppure praticamente, almeno finch la storia del modo di produzione capitalistico non fosse tale da assolutizzarsi, unicizzarsi empiricamente. Ma per addivenire a una siffatta assolutizzazione, che riguarda appunto un livello empirico dellosservazione, esso dovrebbe rendere totalmente insignificanti e annullare, in ogni angolo del pianeta, i diversi modi di produzione e di vita ancora residualmente presenti, e finora da esso solo dominati. Certamente questo non il caso di cui possa prospettarsi, in via meramente empirica, una qualche realizzabilit men che secolare. Cosicch riemerga limpedimento concettuale secondo cui le contraddizioni immanenti al modo di produzione capitalistico stesso abbiano tempo di manifestarsi appieno prima che esso possa riuscire praticamente a pervenire a tale sua assolutizzazione (intesa quale forma desistenza dellimpossibile sua unicit). Dunque: lo stato nazionale ha rappresentato la risposta pratica per la mediazione di classe della conflittualit tra gli interessi locali di frazioni di capitali individuali, associati nellambito di un mercato particolare di contro agli altri mercati. Lantinomia di cui si diceva pocanzi emerge proprio perch quel tipo di mediazione tra le frazioni del capitale transnazionale sul mercato mondiale non trova lomologo in uno stato mondiale, ch risulta indefinibile. Sia a causa del diverso mbito di riferimento del capitale transnazionale ai limiti spaziali del mercato mondiale (privi, per definizione, di limiti simmetrici posti da altri, come nel caso dei mercati e stati nazionali), sia per la diffusa e funzionale rammentata residualit di interessi localistici di vaste frazioni di capitali individuali e di altre forme economiche (di fronte al loro medesimo generale riferimento transnazionale che tutto sussume), il tipo di mediazione giurisdizionale e istituzionale affatto differente. Cosicch le forme sovrastatuali di quello che sovente viene illustrato come governo mondiale - nellambito del cosiddetto nuovo ordine mondiale - non possano presentarsi con i caratteri precipui dello stato borghese comunemente inteso. Possono al pi integrare semplicemente un processo di approssimazione empirica a esso. Le istituzioni sovranazionali, perci, non sono esse a porre gli stati membri, come vorrebbe la sistematicit strutturale delleconomiamondo [secondo quanto sostenuto da Balibar e Wallerstein]. Viceversa, sono esse stesse a venir poste come fondamento: cio, si trovano al fondo del processo contraddittorio di mediazione della conflittualit tra le frazioni del capitale transnazionale che ne stanno alla base. in questo quadro che la tendenziale disgregazione parziale degli stati nazionali perfettamente funzionale alla forma dellimperialismo transnazionale. Le diverse forme istituzionali o amministrative sono subordinate, con diverse gerarchia e rango, alle istituzioni sovranazionali del capitale transnazionale. E perci non si tratta necessariamente solo di stati sovrani ma anche di macroregioni organiche allarea di mercato interessata. Altrove, gi per spiegare venticinque anni fa la crisi che si stava palesando, si consider la metamorfosi della fase classica degli stati nazionali. Essa poteva essere giudicata come fase della sottomissione formale di una configurazione storico-pratica vecchia alle esigenze rappresentate dallo sviluppo sovranazionale del nuovo imperialismo. A superamento di quella fase, perci, si prospett ladeguamento della forma-stato, rispetto alla figura dello stato nazionale sovrano ereditata dallepoca liberalborghese, per adeguare realmente la sottomissione tra stati e nazioni nella mu-

tata gerarchia conforme al nuovo ordine imperialistico. Di tale adeguamento si ravvis una forma duplice: non uno, dunque, ma due modelli di stato per la nuova borghesia finanziaria multinazionale. E se nella prima forma, quella dominante, la tendenza allaggregazione sovranazionale di figure e funzioni prima distinte, al fine di organizzare meglio lapparato di supporto delle forze "interne" (economiche, politiche, militari); nella seconda forma, quella dominata, la tendenza alla disgregazione delle vecchie formazioni nazionali, verso un ritorno in chiave moderna e subalterna alle autonomie sub-nazionali e regionali, territoriali e etnico-religiose. La conseguenza di ci lulteriore lacerazione sociale interna e il dissolvimento di quei vecchi stati nazionali, a favore di un pi facile controllo da parte dei super-stati a base imperialistica multinazionale. Le potenze del capitale imperialistico transnazionale spingono decisamente verso la disgregazione dei vecchi stati nazionali che ancora esistono incertamente nelle zone oggetto delle reciproche contese interimperialistiche. Attraverso una fitta rete bellica di scontri mascherati - ma non troppo - le superpotenze fingono di assistere preoccupate alla cieca dissoluzione politico-sociale di quelle regioni mondiali, oscuro oggetto del loro desiderio. Fingono: perch - al di l di un reciproco riconoscimento della finzione - il cinico obiettivo preliminare giungere a quel risultato di dissolvimento istituzionale, attraverso lazione diretta dei loro rappresentanti politicomilitari privi di scrupoli, protetti dai servizi segreti dei diversi imperialismi, e sostenuti dalle normali-relazioni-economiche. Una volta compiuta tale dissoluzione e parzialmente colpita anche la potenzialit produttiva di queste regioni (in tempi di sovraproduzione, la distruzione di capitale non mai troppa!), si spinge il ciclone delle contraddizioni interimperialistiche ad attraversare, a turno, altre regioni. Se parole come queste potevano essere pensate e scritte ventanni fa, vuol dire che il carattere di classe dellimperialismo si mostrava gi in tutta la sua chiarezza. Bastava volerne saper vedere le contraddizioni specifiche, senza volerle mascherare fenomenologicamente da nord contro sud. Non occorreva aspettare, fisicamente, la disunione della fu-Urss nel dopo-muro, la satellizzazione della nazione araba nel dopo-golfo o la tuttora indefinita spartizione dellarea balcanica o dellAfrica sub-sahariana. Nel loro piccolo, anche i fenomeni del separatismo leghista, come di qualunque altra deriva falsamente autonomistica regionale (pure se di sinistra!), si inseriscono alla perfezione in questo gioco a incastro [anche se gli apologeti di tali fenomeni non hanno ben compreso il senso imperialistico delle ricordate macroregioni funzionali a un mercato transnazionale e non a un qualche Alberto da Giussano!]. Il federalismo odierno, infatti, ha la sua nuova peculiarit nella duplicit simultanea di un accentramento forte accompagnato da un decentramento diffuso. Il modello mutuato dallorganizzazione del grande capitale monopolistico finanziario transnazionale. Esso, con lavocazione assolutistica del processo decisionale strategico presso la holding dellimpresa madre, pu permettersi la parvenza del decentramento partecipativo a unit produttive di dimensioni ridotte, utilizzando anche ideologicamente la logora immagine della cosiddetta impresa-rete [rete acchiappafarfalle, in realt!]. Come holding opera, perci, pure la forma-stato contemporanea del medesimo capitale transnazionale, concentrando al massimo grado possibile loperativit dellesecutivo. Sotto la rubrica di governabilit si contrappone cos il decisionismo del governo a uno svuotato ruolo legislativo del parlamento e di ogni altra assemblea elettiva decen-

trata. Mentre la banca centrale, col governo della moneta, funziona in realt come lanello di congiunzione superiore degli apparati di governo (centrale e locali) con le istituzioni sovranazionali. Queste ultime, a loro volta, sono lespressione politica dei cosiddetti investitori istituzionali: ovverosia, del grande capitale finanziario transnazionale. Parlando di costoro ci si riferisce a poco pi di una manciata (qualche decina, poche centinaia) di esponenti del grande capitale monopolistico finanziario. E sono proprio quelli di cui non si sente parlare quando si ascoltano frasi sui mitici mercati: quei mercati che vengono ologrammati quotidianamente dai mezzi di comunicazione di massa per smaterializzare e spersonalizzare i detentori del potere agli occhi della popolazione. Dalla mano invisibile del mercato smithiano, a quella visibile dello stato keynesiano, si giunti adesso al guanto virtuale dei mercati finanziari. Ecco allora che le istituzioni sovranazionali sono chiamate a mediare tra gli interessi reciprocamente conflittuali dei capitalisti transnazionali e tra questi e i non ancora soppressi - e tuttora insopprimibili, per lungo tempo a venire, da supporre - interessi localistici nazionali. Sono queste le esigenze della polarizzazione di classe del mercato mondiale. Ed codesta mediazione che agisce entro i tre poli principali, attraverso di essi e nel grande cerchio che li racchiude e ne smussa gli angoli. La dialettica del mercato mondiale non ignora la gerarchia imperialistica transnazionale - in quanto gerarchia di classe - e non perci riducibile allindifferente complessit di un sistema-mondo. Uneventuale gerarchizzazione, pur non negata dai sostenitori di codesto sistema, pu per presso di loro operare solo in termini geopolitici: centro-periferia, nord-sud, primo mondo e terzo mondo (il secondo essendo nel frattempo prematuramente deceduto), ecc.]. qui che torna a dispiegarsi quellapparente paradosso di cui si parlava dianzi. Proprio il riferimento a un sistema di economiamondo fa mutuare le medesime determinazioni gi funzionali allo stato-nazione, annullandole ma soltanto per risuscitarle a un livello superiore di equilibrio del sistema sovranazionale. Ci sembra imitare curiosamente la teoria matematica dei frattali, non a caso tanto cara ai formalisti sistemici, secondo cui vi un costante omomorfismo dalla pi piccola microstruttura (si potrebbe pensare anche di partire dal singolo individuo?!) alla pi grande macrostruttura corrispondente (qui il sistema-mondo); una tale corrispondenza formalmente formale risulterebbe dalla composizione complessa dei singoli microelementi, attraverso diversi stadi intermedi di aggregazione, aventi tutti le medesime caratteristiche di definizione, equilibrio, squilibrio e opposizione interna. Ma, allusioni formalistiche a parte, il nuovo mondialismo incoerentemente ripropone cos, di contro a quelle di classe, proprio le valenze statuali nazionali - eventualmente come termine negativo da battere, ma comunque cui riferirsi. una falsa astrazione considerare una nazione, il cui modo di produzione fondato sul valore, e per di pi organizzata capitalisticamente, come un corpo collettivo che lavora unicamente per i bisogni nazionali. In questa affermazione - con cui Marx conclude lanalisi del processo di produzione pensando, per antitesi, al modo di produzione socialistico - si trovano due osservazioni di grande rilievo per il dibattito qui in oggetto. Da un lato, si vede come sia da considerare una falsa astrazione, una pura parvenza, la rappresentazione delleconomia nazionale quale corpo collettivo: e non certo un caso che tale parvenza sia quella sempre pi frequentemente raffigurata ideologicamente dal capitale del nuovo ordine mondiale nelle forme del moderno stato corporativo o neocorporativo, comunque esso sia mascherato.

Daltro lato, si rifletta sulla circostanza per cui - gi fin dal secolo scorso, nel pieno fulgore del capitalismo liberale e del suo stato nazionale - secondo la critica marxista leconomia nazionale non sussistesse, se non come mera parvenza e falsa astrazione. Quindi, pur entro una predominanza territoriale nazionale statuale, essa gi allora costituiva una tendenziale mistificazione di classe. dunque il fondamento di valore capitalistico, ovverosia di plusvalore, la categorizzazione ancor oggi rivelatrice di una tendenza divenuta universale. Come tale essa da leggere quale teoria marxista della determinazione empirica di nazione in relazione al modo di produzione capitalistico su scala mondiale.

III. PARAFRASI DA MARX SUL MERCATO MONDIALE

Limiti localistici e universalismo del capitale La critica marxiana rivolta contro la falsit della cosiddetta economia nazionale non da ritenersi tale in contrapposizione immediata al mercato mondiale. Ossia la critica rilevante non posta in relazione alla diversa limitatezza o estensione spaziale, geopolitica, ma ha da essere letta quale denuncia delloccultamento della polarizzazione di classe operante entro qualunque ambito territoriale. in questo senso che si fatto pocanzi il paragone formalistico con la teoria dei frattali, in quanto con la concezione sistemica si continua a obliterare proprio quella polarizzazione di classe, pur riconoscendola a parole. Proiettando le valenze occultatrici dello stato-nazione su quelle delleconomia-mondo, questultima sembra diventare, per cos dire, un Mondo-nazione (con, al suo interno, unEuropa-nazione, e cos via per cerchi concentrici). Ed in questa categorizzazione che, secondo tale criterio, sarebbe possibile riscontrare la riproduzione di tutte le antinomie, le opposizioni, i dualismi, gli squilibri e le ingiustizie ... di questo mondo, in cui il rapporto di classe viene annegato. Su siffatta rappresentazione farebbero bene a riflettere criticamente i tanti sinistri nostrani, succubi della mitologia borghese del Sistema Paese (o della Azienda Italia) e fautori di politiche dei sacrifici in nome di un qualche vessatorio senso di responsabilit, del quale i cittadini dovrebbero farsi carico, e via corporativizzando. Sarebbe perci riduttivo interpretare quella che Marx considera (terza) caratteristica fondamentale della produzione capitalistica la creazione del mercato mondiale - solo o soprattutto in contrapposizione alla dimensione nazionale [le altre due essendo la concentrazione monopolistica della propriet e la oggettiva socializzazione dellorganizzazione del lavoro]. Ci che Marx affronta - e che adesso sar bene riprendere in esame per avviarsi a trarre alcune conclusioni analitiche - lestensione mondiale del capitale, come compimento di un processo che lo rende adeguato al suo concetto: ossia come riferimento universale del rapporto di capitale in quanto rapporto di classe [qualit], e non in quanto mera dominanza spaziale [quantit]. Certamente quella qualit pu mostrarsi in tutta la sua determinatezza concettuale solo quando la quantit sia compiuta. Ma questo risultato del processo nel suo svolgimento pratico non pu essere confuso con il proprio fondamento. Conviene seguire Marx, parafrasandone il testo, fino alla conclusione. Nel mercato mondiale la produzione posta come totalit, cos come ciascuno dei suoi momenti, in cui per nello stesso tempo tutte le contraddizioni si mettono in movimento. Il mercato mondiale allora costituisce a sua volta, insieme, la premessa e il supporto del tutto. Il commercio e il mercato mondiale costituiscono il presupposto storico e aprono, nel secolo XVI, la storia moderna della vita del capitale - iniziando per solo laddove le condizioni necessarie per la sua applicazione si erano venute creando entro le forme precedenti. Se lampliamento improvviso e la creazione di un nuovo mercato mondiale - intendendo Marx, con questa locuzione, lestensione qualitativa del rapporto di capitale al mondo conosciuto, senza dare alla parola mondo una mera accezione geografica - esercitavano uninfluenza decisiva sulla rovina dellantico modo di

produzione e sullo slancio del modo capitalistico, ci accadeva perch il modo di produzione capitalistico esisteva gi. Il mercato mondiale costituisce la base e la meta di questo modo di produzione. Daltro lato, la necessit immanente del capitalismo di produrre su una scala sempre pi ampia che trascina a unestensione continua del mercato mondiale, cosicch non lo scambiare in s, il commercio, che rivoluziona lindustria, ma lindustria che rivoluziona continuamente il commercio. Fu la centralit di una produzione - che come tale esisteva gi - (e non di un traffico di merci) che impose la progressiva trasformazione delle istituzioni statuali esistenti e la loro sottomissione formale alle esigenze del capitale, in corrispondenza alla parallela forma di sottomissione del lavoro. Il significato del mercato mondiale - come categoria logica di ragionamento - posto in luce dalle modalit di dominanza che il capitale esercita su tutti gli altri modi di produzione. Di questa circostanza anche i pi autorevoli sostenitori della possibilit di sganciamento della cosiddetta periferia dal centro imperialistico non si avvedono. Pur se non cadono nelle banalit del sistema-mondo, ipotizzano la perseguibilit della fuoriuscita dallarea della produzione di merci. O forse sarebbe meglio dire dal pianeta delle merci, da questo pianeta ... ultima stella a destra .... In ci, costoro sono confortati dal semplice riscontro empirico del fatto che in molti angoli della terra - e in alcuni casi anche in relativo aumento, a misura della profondit della crisi mondiale - le relazioni sociali apparenti non sono immediatamente riconoscibili come di tipo capitalistico borghese. Con il che le nazionalit periferiche, eventualmente con una loro autonoma rappresentanza statuale, possano confliggere, come sud del mondo, con il centro capitalistico imperialistico, nord del mondo. Che Marx non conoscesse le congetture di costoro cronologicamente ovvio. Che si dia, viceversa, lignoranza da parte loro dellanalisi marxiana singolare. Marx avverte, infatti, che indifferente il carattere del processo di produzione dal quale provengono le merci. Come merci esse operano sul mercato, come merci entrano sia nel ciclo del capitale industriale che nella circolazione del plusvalore in esse contenuto. dunque il carattere onnilaterale della loro origine, lesistenza del mercato come mercato mondiale che contrassegna il processo di circolazione del capitale. Ci che vale per merci straniere vale per denaro straniero, che opera solo come denaro, come moneta mondiale. Le funzioni circolatorie garantite dagli stati nazionali, in questo loro nuovo ruolo subalterno al capitale transnazionale, ne definiscono anche la genesi, in relazione al processo mondiale di produzione capitalistica, e la competenza nazionale, senza che occorra fare altre stravaganti ipotesi. Lintromissione monopolistica del capitale finanziario transnazionale tende a convertire possibilmente tutta la produzione in produzione capitalistica di merci, su scala mondiale. Il capitale, per sua natura, abbraccia tutti i modi di produzione. Lintero modello sociale delle nazioni arretrate che sono collegate al mercato mondiale basato sulla produzione capitalistica perci determinato dalla divisione internazionale capitalistica del lavoro. E, come gi detto, tale modello che definisce anche la loro forma - dominata - di stato nazionale, in funzione della quota di mercato loro assegnata. Non vera, dunque, la tesi contraria, per cui sarebbe lo stato indefinito a definire la nazione, se non a posteriori e in termini puramente politici. Ma qui prima si tratta di merce, denaro e capitale, e di lavoro salariato. soltanto il commercio internazionale, lo sviluppo del mercato in

mercato mondiale, che provoca lo sviluppo del denaro in denaro mondiale e del lavoro astratto in lavoro sociale. Ricchezza astratta, valore, denaro, quindi lavoro astratto, si sviluppano nella misura in cui il lavoro concreto diventa una totalit di differenti modi di lavoro che abbraccia il mercato mondiale. La produzione capitalistica - che si basa sul valore, ovvero sulla trasformazione del lavoro contenuto nel prodotto in lavoro sociale - possibile realmente solo sulla base del commercio internazionale e del mercato mondiale. Ci a un tempo la precondizione e il risultato della produzione capitalistica. sufficiente considerare che la produzione complessiva del mercato mondiale sia esercitata capitalisticamente, per comprendere che non affatto vero che la parte funzionalmente determinata, che ha ogni metamorfosi svolgentesi entro il processo di circolazione di un capitale nazionale, rappresenti nel ciclo di un altro capitale nazionale lopposta e corrispondente metamorfosi. La funzione dei singoli stati nazionali rispetto allordine imperialistico sovranazionale - e dunque la gerarchia tra stato, nazione e classi trova qui la sua risposta adeguata nei compiti assegnati dal modo di produzione capitalistico. La riflessione marxiana sullambiguit della fenomenologia nazionale, dal punto di vista della base economica, non ne implica affatto una irrilevanza politica e sociale, ma serve solo a darle il rango appropriato. La critica dei limiti dei riferimenti a tale fenomenologia trova forse la sua migliore sintesi nella forma monetaria del rapporto tra stati nazionali e mercato mondiale. nella circolazione del denaro, in quanto rappresentante del plusvalore, che la mediazione degli stati nazionale esprime il suo livello pi alto: sia entro i limiti del mercato nazionale di competenza, per la conflittualit tra le frazioni di capitale mondiale ivi operante; sia nel generale mercato mondiale, per regolare il contenzioso giurisdizionale del capitale transnazionale, tramite quelli che potrebbero chiamarsi i suoi stati di riferimento [mutuando ancora una volta la logica e la terminologia dellazionariato finanziario]. Da quando il mercato mondiale divenuto una realt operante, una serie di paesi industriali si fanno concorrenza; al capitale che si trova in eccedenza vengono offerti in tutte le parti del mondo campi di investimento infinitamente pi vasti e pi vari, di modo che esso si ridistribuisce in misura molto maggiore, mentre la superspeculazione locale viene superata con maggiore facilit. Al tempo stesso sul mercato interno la concorrenza retrocede di fronte ai cartelli e ai trusts, mentre sui mercati esteri essa trova una barriera nei daz protezionistici, di cui si circondano tutti quanti i grandi paesi industriali. Ma questi daz rappresentano in realt soltanto degli armamenti per la definitiva campagna industriale universale che dovr decidere della supremazia sul mercato mondiale - cos commentava gi Engels redigendo, per il III volume del Capitale, il capitolo sul rapporto tra capitale monetario e capitale effettivo. [Il riferimento a Engels serve qui per mostrare che tanti scopritori di novit non hanno poi scoperto molto - ed questo lo stesso motivo per cui non ci si qui discostati dalla lezione marxiana]. Moneta nazionale e denaro mondiale La concorrenza interimperialistica si cumula e si manifesta nelle esplosioni monetarie, prima di quelle belliche. Essa fonda dunque la conflittualit tra stati nazionali perch la base nazionale del mercato la prima a scontrarsi coi propr limiti, investendo di ci gli stati di riferimento di quei capitali i cui interessi gravitano pi su un mercato che su un altro. Lorigine del problema sta nel fatto che

il mercato si espande pi lentamente della produzione. Se lespansione del mercato tenesse il passo dellespansione della produzione non ci sarebbero strozzature del mercato, non ci sarebbe sovraproduzione, n crisi, ne contraddizioni. Tuttavia, tutto ci si verifica inevitabilmente giacch il mercato delimitato in senso geografico, il mercato interno limitato in confronto a un mercato sia interno che estero, questultimo limitato in confronto al mercato mondiale, che a sua volta limitato in ogni momento, sebbene sia in s capace di espandersi. _ in questo senso che si dianzi indicato il carattere categoriale, qualitativo e non meramente quantitativo, del mercato mondiale. La capacit di espansione del mercato mondiale stesso, infatti, non incontra limiti assoluti, se non quelli intrinseci al rapporto di capitale medesimo: ossia, limiti di classe e non limiti nazionali o comunque territoriali. Il processo dunque strutturato per continuare e ripetersi, con tutte le sue contraddizioni immanenti in ogni angolo del mondo, e non separando stati da stati e nazioni da nazioni, centro da periferia, nord da sud, ricchi da poveri, cattivi da buoni. Queste separazioni, di nuovo, evidenziano tutta la loro potenzialit occultatrice della divisione tra capitale e lavoro salariato, ovunque. La ripetizione del processo fa s che sia anche possibile che le nuove estensioni del mercato siano rapidamente sorpassate dalla produzione, cosicch i mercati pi estesi divengano altrettante barriere come lo erano i mercati pi ristretti in precedenza. Limpulso al superamento di quelle barriere spinge il capitale mondiale a ristrutturare lorganizzazione del lavoro in maniera sempre pi omogenea, ma localizzandone le peculiarit in forma differenziata spazialmente sul mercato mondiale, le cui parti integranti sono i singoli paesi. Il ruolo delle agenzie nazionali statuali della grande corporazione mondiale qui evidentissimo. Lintensit media del lavoro cambia di paese in paese. Queste medie nazionali costituiscono quindi una scala la cui unit di misura lunit media del lavoro universale. A confronto del lavoro meno intenso, il lavoro nazionale pi intenso produce dunque nello stesso tempo pi valore, che si esprime in pi denaro. Inoltre, sul mercato mondiale il lavoro nazionale pi produttivo vale anche come lavoro pi intenso tutte le volte che la nazione pi produttiva non sia costretta dalla concorrenza ad abbassare il prezzo di vendita della sua merce. In un paese, anche lintensit e la produttivit nazionali del lavoro si innalzano al di sopra del livello internazionale nella stessa misura in cui vi sviluppata la produzione capitalistica. Le differenti quantit di merce dello stesso genere che sono prodotte in differenti paesi nellidentico periodo di lavoro hanno dunque valori internazionali ineguali che si esprimono in prezzi differenti, ossia in somme di denaro differenti a seconda dei valori internazionali. La spiegazione dello scambio e dello sviluppo ineguale, perci, sta qui, nel diverso uso che il capitale imperialistico transnazionale fa della sua capacit di controllo dei mercati locali incluso il mercato del lavoro - attraverso la gerarchia costituita dagli stati nazionali dei differenti paesi, e non in una contrapposizione nazionale politica tra stati. il costante mettere in soprannumero gli operai nei paesi della grande industria che promuove movimenti migratori intensi e artificiali, con il conseguente aggravamento della dipendenza dei paesi stranieri dominati. Si crea una nuova divisione internazionale del lavoro in corrispondenza delle localizzazioni principali in cui il sistema di produzione e circolazione del capitale finanziario specializza le diverse regioni. Non sorprenda, quindi, se si riscontra una straordinaria somiglianza tra la crisi attuale e quanto accadde a seguito della rivoluzione del mercato mondiale alla fine del XV sec., quando

la distruzione della supremazia commerciale dellItalia settentrionale spinse gli operai delle citt in massa verso le campagne, dove dettero un impulso mai visto alla piccola coltura. La cos impropriamente detta deindustrializzazione - con tutto il corredo di postindustrialismo, postfordismo, fine della grande fabbrica, piccolo bello, e via indebolendo ulteriormente il gi debole pensiero ripete quel quadro di crisi. Il problema della dislocazione territoriale internazionale degli investimenti e dellattivit di controllo industriale finanziario impone laffinamento dellarte della gestione istituzionale - statuale - delle regioni interessate. I caratteri stessi della produzione e circolazione del plusvalore conferiscono i connotati richiesti alle diverse economie nazionali. I mezzi di lavoro fissati localmente, vincolati al luogo, come parte del capitale fisso hanno una funzione propria nelleconomia delle nazioni. Essi non possono essere spediti allestero, non possono circolare come merci sul mercato mondiale. Solo i titoli di propriet su questo capitale fisso possono cambiare, e solo per il loro tramite esso pu essere comprato o venduto, e in questo senso circolare idealmente. Questi titoli di propriet possono circolare su mercati esteri nella forma di azioni, dando vita alla forma finanziaria del capitale imperialistico attraverso lo sviluppo del sistema creditizio che affretta, a sua volta, la formazione del mercato mondiale con le sue contraddizioni. da questa forma che trae origine la differenza, e la necessaria connessione, tra il tasso dellinteresse e il tasso del profitto. Ci che favorisce il consolidamento del tasso dinteresse sta nellinfluenza immediata ben pi considerevole che il mercato mondiale, indipendentemente dalle condizioni della produzione di un paese, esercita sulla determinazione del tasso dinteresse, comparativamente alla sua influenza sul tasso di profitto. Di qui limportanza, gi rammentata, del sistema delle banche centrali di ciascun paese e il loro coordinamento nei vari organismi sovranazionali [Banca mondiale, Fondo monetario internazionale, G.7, ecc.]. Ma ci non va confuso con un presunto potere autonomo o nazionale di tali banche; giacch, come accennato, proprio a motivo della strutturazione del mercato mondiale dei capitali, sono esse a costituire il livello adeguato di gestione delegata per mediare le contraddizioni tra il potere monopolistico finanziario e i governi degli stati nazionali [una conferma di ci sta nella gerarchia imperialistica di codeste banche]. Tanto radicata tale confusione che quando le grandi tempeste del mercato mondiale scatenano il conflitto di tutti gli elementi della produzione borghese, lorigine della crisi, e i mezzi per fronteggiarla, vengono costantemente ricercati nella sfera pi superficiale e astratta di questo processo, la sfera della circolazione monetaria - la politica monetaria nazionale. La premessa puramente teorica da cui partono questi meteorologi economici - come li chiama Marx non altro in realt se non il dogma monetaristico di sempre, che non vede lorigine materiale e sociale dei problemi monetari. Non comprende la dipendenza nazionale di questi ultimi dalla portata mondiale dei processi reali dellaccumulazione di capitale, e non solo dei fatti monetari internazionali. Tutto ci occulta i ruoli stessi di stato e nazione di fronte ai rapporti di classe mondiali. Alla tautologia monetaria si d lapparenza di un rapporto di causa a effetto. Una volta ammessa la trasformazione della tautologia in un rapporto di causa a effetto, tutto il resto procede facilmente. Confusioni di tal fatta conducono molti a non comprendere il ruolo degli stati nel governo della moneta e, a monte di ci, il ruolo stesso della forma monetaria del capitale, in una situazione in cui ancora i limiti localistici conferiscono rilevanza empirica

allesistenza di monete nazionali di contro a un denaro mondiale. Con la sua uscita dalla sfera interna della circolazione, il denaro si spoglia delle forme locali di scala di misura dei prezzi, moneta, moneta divisionale, e segno di valore. nelle differenti divise - che il denaro porta quando moneta, ma che poi torna a svestire sul mercato mondiale - che si fa luce la distinzione tra le sfere interne o nazionali della circolazione delle merci e la loro sfera generale, il mercato mondiale. Il carattere nazionale delle diverse monete non impresso a esse dallautorit dello stato, in quanto moneta di ciascuno stato nazionale. Tale carattere piuttosto conferito dalla limitatezza del mercato interno che costringe lo stato a operare in termini nazionali; cos come, allopposto, gli consente di operare su pi vaste zone dinfluenza allorch tale limitatezza spezzata. Il dollaro Usa nel dopoguerra, prima ancora la sterlina inglese, oggi il marco tedesco nella Grande Germania dellEuropa unita o lo yen giapponese nellAsia del Pacifico, sono esempi storici di codesti allargamenti di zone. Dunque, proprio nel commercio mondiale le merci dispiegano universalmente il loro valore. La loro forma autonoma di valore si presenta qui di fronte a esse, ovviamente, come moneta mondiale. Solo sul mercato mondiale il denaro funziona in pieno come quella merce la cui forma naturale allo stesso tempo forma immediatamente sociale di realizzazione del lavoro umano in astratto. Il suo modo di esistenza diventa adeguato al suo concetto. La moneta mondiale funziona come mezzo generale di pagamento, mezzo generale dacquisto e come materializzazione assolutamente sociale della ricchezza in genere. Accade nelle crisi che non si tratti pi n di compera n di vendita, ma di trasferimento della ricchezza da un paese allaltro, perch tale trasferimento in forma di merci escluso o dalla congiuntura del mercato delle merci o dallo scopo stesso che si deve ottenere. A tale punto le relazioni economiche inter-nazionali assumono il carattere puramente monetario, creditizio o speculativo. Poich il denaro reale sempre moneta del mercato mondiale, e la moneta di credito si fonda sempre sulla moneta del mercato mondiale, si conferma limportanza che nel capitalismo contemporaneo assegnata alle banche di stato. Ci spiega anche, di conseguenza, perch laccentramento del potere politico passi attraverso laffidamento dato a codesti istituti: da Maastricht a Pechino, per non dire ovviamente di Washington, Tokyo o Bonn. Il sistema monetario giustamente proclama come premessa e condizione della produzione capitalistica la produzione per il mercato mondiale. Ma fin dal suo primo sviluppo, la produzione di plusvalore favor il pretesto della borghesia di presentarla per il suo carattere nazionale, nel nome della ricchezza della nazione e delle risorse dello stato. Essa, cos facendo, praticamente proclama gli interessi della classe capitalistica e larricchimento in generale come fine ultimo dello stato borghese, fondamento della potenza nazionale e della preponderanza nazionale nella societ moderna. facile vedere come funzioni, nella maturit del capitalismo transnazionale, lomomorfismo, ideologicamente occultatore, tra economia-nazione ed economia-mondo. Mentre dunque il capitale deve tendere, da una parte, ad abbattere ogni ostacolo spaziale allo scambio, e a conquistare tutta la terra come suo mercato, dallaltra esso tende ad annullare lo spazio attraverso il tempo; ossia a ridurre al minimo il tempo che costa il movimento da un luogo allaltro. Quanto pi il capitale sviluppato, quanto pi esteso perci il mercato su cui circola e che costituisce il tracciato spaziale della sua circolazione, tanto pi esso tende contemporaneamente ad estendere maggiormente il mercato e ad an-

nullare maggiormente lo spazio attraverso il tempo. Qui si manifesta la tendenza universale del capitale: luniversalit delle relazioni e quindi il mercato mondiale, come base. Ci lo distingue da tutti gli altri precedenti stadi della produzione. Unicamente questa tendenza include le condizioni necessarie per definire anche il tracciato spaziale della forma-stato che le popolazioni si dnno in quanto nazioni - per ripetere Brecht. Questa tendenza rappresenta una contraddizione del capitale con se stesso, e dunque del capitale con le sue forme statuali nazionali. Essa implica al medesimo tempo che il capitale stesso sia posto come semplice punto di transizione. Lostacolo del capitale sta nel fatto che tutto il suo sviluppo procede per antitesi e lelaborazione della ricchezza si presenta come alienazione dello stesso individuo che ne elabora le condizioni. A tali condizioni esso si riferisce non come a quelle della propria ricchezza, bens della ricchezza altrui e della propria povert. Tuttavia Marx - ricordando Hegel - avverte come tutte le forme di societ finora esistite siano crollate in presenza dello sviluppo della ricchezza. La crisi dello stato e le contraddizioni nazionali non sono altro che il riflesso di questo deperimento del modo di produzione capitalistico. Ma, affinch tale deperimento si manifesti in tutte le sue forme economiche e politiche, necessario anzitutto che il pieno sviluppo delle forze produttive sia diventato una condizione della produzione. Non che determinate condizioni della produzione - la cui forma generale comprende tutta la ricchezza sociale di cui lo stato o pretende di essere il principale depositario e responsabile - siano poste come limite dello sviluppo delle forze produttive.

Nota Il testo qui pubblicato stato elaborato tra la fine del 1993 e linizio del 1994. Le sedi originarie in cui sarebbe dovuto apparire sono venute meno con diverse motivazioni. Unantologia presso leditore Synergon svanita; troppo lungo risultato lintervento previsto per la rivista Giano e troppo tardi giunto alla rivista Marxismo oggi, presso le cui rispettive redazioni le prime stesure di questo lavoro giacciono. Perci la presente stesura finale, con piccolissimi ritocchi e aggiunte, trova spazio autonomo nella forma di pamphlet. Va da s come tutto il ricco dibattito pubblicato in quelle sedi rimanga un prezioso punto di riferimento per quanto qui scritto. In particolare, il riferimento alla sistemazione dovuta ad Andrea Catone rimanda a una sua relazione su Nazionalismi e crisi dello stato-nazione pubblicata su Giano, n.16, 1994; sul n.18 di quella rivista, si rinvia allintervento di Carla Filosa, Stato e nazione come rapporto di capitale, per limpostazione materialistica che precisa il metodo con cui si concorda nella presente analisi. Le considerazioni aggiuntive su Immanuel Wallerstein si riferiscono a suoi recenti scritti, in particolare allarticolo, Remarx, post-America and the collapse of leninism, in Rethinking marxism, v.5,n.1 (prim.92) e al volume con Arrighi e Hopkins, Anti-sistemic movements, Manifestolibri, Roma 1993 [cfr. in particolare, pp.59,85,113]. Il riferimento a James Petras Critical perspectives on imperialism and social class in the third world, Monthly review press, New York 1978 [p.37], citato anche da Berch Berberoglu in Leredit dellimpero, Vangelista, Milano 1995. Le considerazioni sulla sottomissione reale dello stato al capitale furono formulate in Un contributo per lo studio della crisi mondiale attuale [per Praxis, 1974 - inedito] e in seguito pubblicate in Gianfranco Pala, Lultima crisi, Angeli, Milano 1982 [pp.15-16; cfr. inoltre lintero cap.3, Le forme dello stato nellepoca del capitale finanziario multinazionale - Ladeguamento della sfera della circolazione alla realizzazione del plusvalore con la mediazione dello stato; si pu l trovare anche una sintesi del piano Kissinger, una cui stesura quasi integrale pubblicata in appendice a Capitalismo italiano e rapporti internazionali, DAnna, Firenze 1982]. Per quanto concerne le citazioni dirette di Marx, nella seconda parte [Per una critica della concezione sistemica del mondo], si trovano nel Capitale, rispettivamente, alla fine del cap.4 del vol.II [le tre figure del processo ciclico] e alla fine del cap.49 del vol.III [per lanalisi del processo di produzione]; i successivi riferimenti marxiani contenuti nella terza parte [Parafrasi da Marx sul mercato mondiale] sono riportati quasi testualmente e spesso interpolati, a mo di plagio [per questi motivi non sono stati virgolettati]: essi sono tratti dal Capitale [C], dai Lineamenti fondamentali [LF] e dalle Teorie sul plusvalore [TP], e si possono trovare nel seguente ordine utilizzato per il montaggio - C,III,15.IV; LF,Q.II.3; C,I,4.1; C,III,20; C,II,4; TP,III,f.853a-f.858; C,II,4; C,III,30; TP,II,f.720; C,I,20-13.7-24.1; C,II,8.1; C,III,27-22-34; C,I,3.3c-2c; C,III,33-47.I; LF,Q.V.27.