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Maurizio Ferraris

TL MONDO
Maurizio Ferraris
TL MONDO ESTERNO
Bompiani
Dello sle!>so autore
N e l l < ~ <.olia n < ~ Filosofia
'vlimic<l
Srorid dell'trmeneurica
Nello:t collana Strumenti
Nielt-sche e /.1 filosofia del Novecento
2001 RC<; Libri S.p.A., Milano
l edizione Studi llompiani ottobre 200 r
IS!l\1 88-452-4925-5
INDICE
Introduzione.
ONTOLOGIA ED ECOLOGIA
IL PROBLEMA NON I:ORNITORINCO. KANT
Naturalizz.azione della fisica
Analitica e antologia
Dalla logica alla fisica
Profitti e perdite
l. Fisica e metafisica
2. Analitica e dialettica
3. Empirico e trascendentale
4. Il concettuale senza confini
Estetica
Matematica ed ecologia
Spazio
l. Euclideo e non euclideo
(a). Opposti incongruenti
(b). Geometria sciatta
2. Aereo e terrestre
3. Aperto e chiuso
4. Altri animali
(a), Mosche, rane, gatti
(b). Uomini e donne
5. Distale e prossima/e
6. Mentale e reale
7. La Terra
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Tempo
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l. Anima
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2.
Term, mare, cielo
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(a).Aprioritr
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(b). 7htscendentalitt
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Fenomeni
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L La coscienza
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2. La Jotogmfia
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3. Sensazione e percezione
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4. Lflpparenzn
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5. La rosa in s
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6. L'arcobaleno e Saturno
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7. Errore dello stimolo
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8. l privilegi della logica 47
(a) genetica e logica 48
(b) genetica ed estetica
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Logica
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Deduzione
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!.a sensazione come input
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L'ipotesidelcaot
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l. Il flusso e la regolarit
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2. Vortici
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3. Il mondo stabile
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L'ipotesi dell'ordine
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l. Sinosti del tenso
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2. Cinabro
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3. Immaginazione
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4. Associazione di idee
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Schemacismo
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Come funziona lo schema
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l. !!numero
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(a). Le operazioni
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(b). L'operatore
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2. La linea
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(a). La spazializzazione
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(b). L'oggetto
(c). Il pensiero
(d). La coscienza
(e). La geometria
Perch non fUnziona
l. Come si piega la linea?
2. La Francia davvero viola?
3. Lo schema del cane
(a). Il piatto e il circolo
(b). L'immagine e lo schema
(c). Il quadrupede in generale
4. Figure e riconoscimenti reali
5. Sensibili insensibili
Prindpi
l. Postulati del pensiero empirico in generale
2. AJsiomi dell'intuizione
3. Anticipazioni della percezione
4. Analogie dell'esperienza
Sostanza
l. Caratteri fisici
(a). Permanenza nel tempo
(b). Che cosa significa "permanere"?
(c). Per quanto tempo?
2. Caratteri ecologici
(a). Sostanze o oggetti?
(b). Durata nel tempo o durezza degli oggetti?
(c). Eventi
(d). Accidenti o qualit?
Causa
l. Causalit percepita e causalit pensata
(a). Lo sciacquone di Metzger
(b). La plafoniera di Hemingway
(c). Uno sconosciuto in Irpinia
2. Causalit epistemiche e causalit fenomeniche
Azione reciproca
Addio al trascendentale
l. Giudizio riflettente
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2. Schematizzare smZil concetto
3. Contenuti non concettuali
4. Ontologia senZil trascendentale
CHE COSA SI PROVA A ESSERE UNA CIABATTA
Epistemologia/ontologia
Distinzioni essenziali
L'Argomento della Ciabaua
l. Uomini
2. Cani
3. ~ r m i
4. Edera
5. Ciabatta
Vincoli antologici
l. Soggetti e oggetti
2. La fallacia pragmatistica
(a). Afferrare
(b). Evitare
3. Le cose e le loro descrizioni
(a). Descrizioni
(b). Rendimenti percettivi
4. Scienze futili
Inemendabilit
l. L'incontrato
2. L'inemendabile
(a). Perch non si pu
(b). Perch non si deve
(c). Perch non necessariamente si deve
3. L'esperienZil insegna?
(a). La ripetizione
(b). L'innovazione
4. Emendare l'intelletto e acuire i sensi
Prima distinzione: scienza/esperienza
Deflazione epistemologica
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Schemi
Teorie esplicite e truzioni inconsce
l. Il filtro culturale
2. Il filtro naturale
Interpretazioni
l. Infinit delle interpretazioni?
(a). Fatti veri
(b). Fatti foki
(c). Fattoidi e cose da non credere
(d). Strano ma vero
(e). Fatti interpretabili
(f). Relazioni logiche inconsistenti
2. Calmierare le interpretazioni
(a). Fatti
(b). Interpretazioni
(c).
Intuizioni e concetti
l. Le intuizioni senza concetto sono cieche?
(a). Senso letterale
(b). Senso allegorico
(c). Senso morale
(d). Senso anagogico
2. Controesempi
(a). Con i concetti non si vede
(b). Si pu vedere, ma senza concetti
3. Riconoscere oggetti
4. Le intuizioni senza concetto sono nude
Esperienza pregressa
l. Non un meccanismo universale
2. Non risulta efficiente a livello antologico
3. Non funziona come dovrebbe
Concetti
Concettuale e non concettuale
l. Chiarezza e distinzione
2. Attivit e passivit
3. Giudizio
4. Astratto e concreto
(a). Categorizzare
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(b). Nominare
(c). /de<
(d). Attuale e potenziale
5. Fonna e materia
6. Concetto e scienza
Scienza
Logos
l. Linguaggio
2. Matematica
(a). O;servato e mimrato
(b). Costruire e ridescrivere
(c). Ubiquit limitata
Storia
Libert
Infinito
l. Prospettivmo e inurosservazione
2. Infinit
3. Incompletezza
4. Apertura
Te teologia
Esperienza
Ecologia e mesoscopia
l. Strumenti
2. Oggetti
3. l/mondo
Seconda distinzione: verit/realt
Empirmo
Fenomenologia
Filosofia del linguaggio ordinario
l. Revione locale e revione globale
2. Le streghe possono tornare
3. Verit procmuale
4. Nervoso, paturnie e scuse
5. ''Mi fa male qui"
Realmo ingenuo
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Terza distinzione: mondo interno/mondo esterno 176
Autonomie e antinomie 176
l. L'autonomia dell'estetica rispetto alla logica 176
2. L'antinomia dell'estetica rispetto alla logica 177
3. L'autonomia del mondo rispetto agli schemi concettuali
e percettivi 177
Autonomia dell'estetica rispetto alla logica 178
Critica del trtucendentale 178
l. Il presupposto 179
(a). L'aleatoriet 179
(b). La legge 180
(c). L'oggettivit 181
2. La fallacia 182
(a). li cos ma pu anche essere altrimenti 182
(b). cos e non altrimenti, ma non perch deve mere cos 183
(c). li cos e deve essere cos 183
3. Il colla.rso 183
Antinomia dell'eslelica rispetto alla logica 184
Illusioni 184
l. 1llusioni'intrateoriche 185
2. 1/lusioni' ecologiche 186
3. Illusioni vere e proprie 188
L'occhio ragiona a modo suo 188
l. Vedere come 189
(a). Vedere l'invisibile 189
(b). Vedere e infirire 190
(c), Vedereemurare 190
(d). Vedere e visualizzare 190
2. Vedere e basta 190
Autonomia del mondo rispetto agli schemi
concettuali e perceuivi 193
Causa e struttura 193
l. Materia 193
2. Forma 194
Immanente/trascendente 195
l. Come/osai? 195
Il
2. L'uso delle agende 195
"Interno alla nostra testa"/ "esterno alla nostra testa" 196
"Interno ai nostri schemi''/ "esterno ai nostri schemi" 197
l. lnemendabili percettivi 197
2. lnemendabili non percettivi 198
(a). Proposhioni logiche e grammaticali 198
(b). Nomi propri 199
(c). Istituzioni 199
(d). Unit di mura 199
(e). Opere letterarie 200
(f). Regole dei giochi 200
(g). Concetti Vt>ri e Completi 201
3. Oggetti della ricerca scientifica in corso 201
Per Paolo Boni
Ex tt ipso excede: in exteriore homine habat m
INTRODUZIONE.
ONTOLOGIA ED ECOLOGIA'
Ricordo una mattina del 1979, a Milano, nella redazione di
Alfabeta. Gianni Sassi, uomo di non sterminate letture filosofi-
che, sebbene di grande intelligenza, e purtroppo prematuramen-
te scomparso, se la prendeva con un redanore reo di avere intro-
dotto di strafare la recensione a un proprio libro: "Non si fa" ur-
lava Sassi " una questione antologica!". Erano gli anni in cui si
incominciava a dire "epocale" per significare "importante", e
l'antologia, da specializzazione filosofica, scava assurgendo a ter-
mine di uso quotidiano, sulla scia dei successi di Heidegger. Vi-
dea di Heidegger, infatti, che sotto gli enti che incontriamo nel
mondo si celi un Essere pi fondamentale, che li rende possibili,
determinandoli attraverso schemi concettuali (ossia, in concreto,
con i libri che abbiamo letto e con i( linguaggio che parliamo); e
che questo incontro con l'Essere, stratificato in favole, tradizioni
e biblioteche, costituisca una sorta di dovere, che surroga la reli-
gione e la morale, sicch in fondo Sa<isi non aveva poi sbagliato
confondendo l'antologia con la deontologia. Il dovere, poi, non
riguarda solo l'uomo, ma anche gli enti, che, se vogliono essere
davvero quelli che sono, bisogna che si misurino con l'Essere
fondamentale: e neanche questa pare una idea cos peregrina. Il
conceno aristotelico secondo cui l'esperienza il precursore della
scienza, l'appello di Leibniz al principio di ragione per cui tutto
ci che di fano, nel mondo, poggia su un dirirro logico, e infi-
ne e sopranuno l'argomento trascendentale di Kant d'accordo
col quale tutto ci che pu diventare scienza deve anche diven-
tarlo - proprio come ogni uomo deve diventare morale, giacch
pu farlo-, congiurano nella medesima direzione. E che Essere e
tempo costituisse un pezzo di filosofia trascendentale parve abba-
15
stanza chiaro gi a L6with, quando ne correggeva le bozze per
conto del suo professore.
A lungo ho pensato che fosse cos, poi sono caduto in per-
plessit. La mattina del 28 settembre 1999 ero a Citt del Messi-
co, e avevo da poco incominciato a lavorare a questo libro, che
una critica dell'abuso degli schemi concettuali e degli argomenti
trascendentali in antologia; a un certo punto, il mondo esterno
ha battuto un colpo: la stanza ha incominciato a tremare, sulle
prime credevo che fosse una allucinazione, non mi ero mai tro-
vato nel pieno di un terremoto. Se il terremoto di Lisbona ha
poturo costituire una seria obiezione alle filosofie della storia e
alla tcodicea, quello di Citt del Messico potrebbe valere come
una secca smentita della identificazione tra omologia e Significa-
to dell'Esistenza: non sapevo granch di come si presemino i ter-
remoti, non mi aspettavo alcunch di simile, c invece le cose so-
no andate come sono andare per me e per altri 25 milioni di per-
sone intorno a me. So che l'argomento suoner sospetto, giacch
Lenin lo aveva adoperato contro l'empiriocriticismo di Mach,
per il mondo era un mondo incontruo, imprevisto, discordan-
te, eppure non allucinatorio; cos che il :.isma offriva un'altra ver-
sione dell'attacco dci Buddenbrook, quando la piccola Antonie,
su richiesta del Console suo nonno, elenca gli enti creati: "Credo
che Dio ... ha creato mc insieme con tutte le creature ... e oltre a
ci gli abiti e le scarpe ... i cibi c le bevande, la casa e il podere, la
moglie e i figli, i campi e il bestiame". Il creato un mondo ester-
no incontrato, in cui le cose erano quelle che sono prima della
nostra nascita, e tali permarranno dopo la nostra morte, fra la
Terra e il cielo, in barba a tutte le nostre filosofie trascendentali.
Quale delle due versioni della antologia, quella Sassi-Heidegger
o quella Sisma-Amonie, la giusta?
Un po' di storia pu tornare utile. L'omologia parte della me-
tafisica, e se Aristotele non ha mai parlato di "metafsic', a mag-
gior ragione non si sarebbe mai sognato di discettare di "antolo-
gia". Parecchi secoli dopo, Avicenna (980-1037) aveva precisato
che il soggetto della metafisica l'ente in quanto ente; ancora pi
tardi, Francisco Su:irez ( 1548-1617) riordin la materia, riparten-
dola in metafisica generale, che tratta dell'eme in quanto ente, e
in metafisica speciale, dedicata a psicologia, teologia e cosmologia
razionali; poco dopo, nel 1647, il cartesiano tedesco Johannes
16
INTRODUZIONE
Clauberg escogit un nome per la metafisica
rale: "onrosofia";
2
e, nella prima met del secolo successivo,
l'immenso e candido pedante di Christian lo
cambi un poco- "antologia", finalmente- e compose un
to che fece epoca. l Tuttavia, la gloria della novamiqua fu breve, e
gi nel 33 della Enciclopedia (1817) Hegd poteva trattarne co-
me di un vecchio arnese scolastico, nominalistico e
te. Il motivo della repentina obsolescenza risulta abbastanza tra-
sparente: circa quarant'anni prima, nella Critica della ragion pura
(1781), Kant aveva proposto di fondare la metafisica come
za; e, poich la scienza paradigmatica era, per lui come per noi, la
fisica, la metafisica di scuola apparve allora come il vocabolario di
una lingua morta: a che pro parlare di em quatenus est ens, quando
possiamo conoscere le leggi fondamentali della materia? Se la filo-
sofia vuole trovare ancora uno spazio, bisogna che instauri un
porto essenziale con la fisica, sigillato dall'idea di filosofia trascen-
dentale, chiamata a conferire uno spessore antologico alla
mologia. La fisica colleziona e relaziona fatti, la metafisica deve
dimostrare che questi riposano sopra dei diritti: se il mondo
ca matematizzabile, perch i nostri sensi e il nostro intelletto
no naturalmente matematici, e il compito della filosofia, che si
via a diventare teoria della conoscenza, consiste nel naturalizzare
la fisica, ossia nel mostrare come la scienza matematizzata della
natura non rappresenti una mera contingenza storica, che avrebbe
potuto non sorgere o crescere altrimenti, bens una dotazione co-
stitutiva della natura umana. Come ricaduta, il mondo non
quello che incontriamo nell'esperienza, bens, pi profondamen-
te, quello spiegato dalla fisica.
Malgrado le apparenze, la situazione finisce per risulcare vaga-
mente paradossale: proprio nel momento in cui l'esperienza vie-
ne identificata con la fisica, quest'ultima si discosta sempre pi
dalle nostre evidenze percettive, raccontandoci di un mondo in
cui la stessa fisica di Newron appare come il caso particolare di
leggi che oltrepassano ogni nostra esperienza sensibile. Perch un
conto apprendere che la Terra gira intorno al Sole, un altro
provarsi a cucinare in uno spazio di Minkowski. Certo, dai tem-
pi di Democrito si pensava che sotto il mondo incontrato incu-
bassero atomi invisibili a occhio nudo, e che sopra di lui incom-
bessero schemi concettuali necessari per conoscerlo: ma in fondo
17
INTRODUZIONE
si poteva concepire una sovrapposizionc quasi perfetta tra cosmo
sensibile e cosmo intelligibile. Quest'ultimo era pressappoco co-
me quello dei tavoli e delle sedie, solo pi minuto, e gli atomi
dell'acqua dovevano fluire pi dolcemente di quelli della Terra,
quelli dell'aria svolazzavano sottili, ma i pi lievi di tutti erano
senz'altro quelli del fuoco; il mondo delle idee finiva per essere
uguale alle cose che si trovano nel mondo sublunare, suscitando
l'imbarazzante dibattito circa l'esistenza dell'idea dello sporco
sono le unghie. A quei tempi, l'universo della scienza, rispetto a
quello dell'esperienza, appariva pressappoco come l'oltretomba
sognato dalle figlie del Gattopardo, "identico a questa vita, com-
pleto di wtto, di magistratura, cuochi e conventi". Adesso non
pi, e Kant fa appena in tempo ad assimilare l'esperienza alla fi-
sica, che questa esorbita nel microscopico e nel macroscopico.
Si capisce bene perch, con &sere e tempo, Heidegger inten-
desse riannettere l'oncologia alla sfera dell'esperienza, cio allo
spazio della quotidianir. Tunavia, nella sua mossa c' qualcosa
che suona fasullo: per esempio, quando leggiamo che forse non
abbiamo ancora incominciato a pensare, come porrebbe dirlo un
oncologo che dichiari che per il momento non si trovata una
terapia risolutiva per il cancro. Heidegger ritiene che, affinando
il nostro cervello o magari sfregandoci gli Occhi, vedremmo co-
me davvero il mondo? E, se cos, dove va a finire il rapporto
tra antologia e quotidianit? La buona risposta consisterebbe
probabilmente in una domanda: "E, allora, che cosa abbiamo
fatto sino a ora? Non abbiamo pensato, abbiamo semplicemente
creduto di pensare, come uno stregone che contasse di curare i
reumatismi con un intruglio di rospo?". Per tacere poi del fatto
che nemmeno Heidegger si auardato a suggerire, per esempio,
che non abbiamo ancora incominciato a sentire; sapeva bene che
in quel campo la sua esortazione avrebbe avuto la vita effimera
deii"'A me gli occhi" detro da un prestigiatore. Tutto l'appello al-
la differenza tra essere c eme, tra il fenomeno apparente e la
realt profonda che lo condiziona, assume dei contorni bizzarri
quando venga trasposto nella sfera delle interazioni umane e pi
estesamente ecologiche. Che cosa direste di chi vi suggerisse che
il pollo nel vostro piatto non propriamente un pollo, non un
pollo als Solches, che il vero pollo non quello? Sospettereste di
essere incappati in un nostalgico dei polli ruspanri, ma non pen-
18
JNTRODUZJONF.
sereste che vi stia suggerendo che il pollo sia una mera
za. Difatti, c' una ovvia differenza di valore nella frase, ponia-
mo: "questo tavolo non esiste, esistono solo particelle subatomi-
che", secondo che sia detta da un fisico, oppure da qualcuno che
stia cercando di convincere un ufficiale giudiziario a non
dere alla confisca dei suoi mobili. Nel primo caso abbiamo a che
fare con una affermazione scientifica del tuuo legittima; nel se-
condo, con un ingegnoso sofisma, che peraltro servir a poco,
giacch il funzionario proceder comunque al sequestro di
l'aggregato di particelle subatomiche e non di un altro.
Di solito, il riduzionismo viene impmato ai positivisti, ma
anche nell'appello all'essere che non l'essere dell'ente si fa
ti un riduzionismo sui generis, nato dalla tradizione delle scienze
dello spirito che, alla riduzione matematizzante del fenomeno
proposta dagli scienziati naturali, si sono limitate a contrapporre
schemi concettuali di secondo livello, tributari della critica
niziana
4
a! meccanicismo canesiano: bisogna considerare non
solo i nessi causali e meccanici, ma altres quelli finali: scopo,
gnifcato, valore ccc. Imboccando un simile cammino,
gia diventa una epistemologia peculiare, c i due sentieri, quello
degli analitici e quello dei continentali, si incrociano nello stesso
giardino. Prendiamo Quine: per lui, in ultima analisi e con una
posizione molto tradizionale, non esistono molte scienze, bens
una sola, la Scienza Paradigmatica, che trova il suo nocciolo
ro nella fisica, nella logica c nella matematica; una imponente
caduta antologica di un simile impianto poi che ci sia anche un
solo oggetto, il mondo fisico quale accessibile alla scienza
marinata della natura. Sin qui, tutto bene, lo si sapeva, Qui ne
fatto cos; ma ora prendiamo Gadamer: lui si proclama paladino
di "esperienze cxtrametodiche del!a verit", cio di arte c storia; e
ritiene ceno, almeno a livello esplicito, di essere diverso da
ne. T unavia nel profondo non cos, non solo de facto, giacch
Gadamcr usa aerei c treni e non cavalli o portantine, ma anche
de iure, poich non solo ragiona anche lui, sia pure criticandolo,
di un me[Odo della Scienza, ma inserisce il suo discorso
no di una filosofia della storia, ossia di un processo di sviluppo
universale che, nelle discipline umanistiche, costituisce il
camo della teleologia scicmifca in altri settori. Posto l'assioma, i
continentali divaricano le loro opzioni a seconda di quello che
19
1\!AUR.JZ!O FE!UVIR!S
devono fare. Se sranno fisicamente male, vanno dal medico e
non da Rilke, cio ritengono che la cosa migliore, in caso di affe-
zione organica, sia ricorrere alla scienza marematizzata della na-
tura; se hanno semplicemente il nervoso o le paturnie, vanno da
Rilke c non dal medico: ossia sostengono che, per quanto aniene
alla sfera pratica delle nostre decisioni c aspirazioni, la scienza
non tutto, rappresentando l'icerazionc di protocolli non inven-
tivi, laddovc l'arce ed esperienze congeneri procurano "aperture"
del mondo, dorate della medesima carica innovativa che gli ana-
litici amibuiscono alla scienza. Quanto dire che l'onrologia
sempre una dpendance dd la epistemologia, non importa se fsi-
calista o anrifisicalista, e che l'oltrepassamento della metafisica
offre una versione romantica del riduzionismo fisicalistico.
Essere e tempo esce nel 1927. Nel medesimo giro d'anni, i due
gestaltisti berlinesi Ono Lipmann e Hdmuth Bogen pubblicaro-
no Nai"ve PhysiV La loro idea di fondo non era che il mondo
dell'apparire dovesse venir ricondotto alla sua essenza pi
profonda e vera, giacch nell'esperienza quotidiana non abbiamo
l'impressione di muoverei era immagini e chimere, bens rra cose
solide e determinate: serve poco sapere che i colori sono onde
cromatiche e che la Terra rotonda e gira vorricosamence, se poi
vogliamo un abito di un ceno colore, passeggiamo, costruiamo
case; ma serve anche poco, in fin dei conti, chiedersi se abbiamo
o non abbiamo ancora incominciato a pensare. Il fatto e il dirit-
to si trovano su due piani distinti e spesso contrastanti, il razio-
nale non risulta necessariameme uguale al reale, n pare necessa-
rio che ci avvenga, sicch alla fisica non concessa l'ultima pa-
rola, a meno che si vogliano produrre enunciaci incredibili sul
mondo che condividiamo, diventando scettici (''questo cavolo
appare tale a me e solo a me") o nichilisti (''questo tavolo non
esiste''). Qui la differenza su cui baso il mio libro, quella era an-
tologia ed epistemologia, esperienza c scienza, fisica ingenua e fi-
sica esperta, ~ p p a r e cruciale: proprio il fatto che ci siano esperien-
ze inemendabili limita potentemente la tesi della onnipresenza
degli schemi concettuali. Non vero che il pensare sia desti naro
esclusivamente alla verit: si pu apprendere un linguaggio spe-
cialistico e diventare professori di teoria della probabilit, il che
per non ci metter al riparo dal commettere errori comunissimi
appena fuori dall'aula{; ancor pi, non vero che il vedere il
20
INTRODUZIONE
docile servitore del pensare, poich posso sapere Wtto quello che
voglio, tuttavia continuer a vedere le cose in un certo modo. Se
si vuole anche solo abbozzare una cridca al riduzionismo, di
qui che bisogna partire, giacch la maniera in cui ci appaiono le
cose non pu venire emendata ricorrendo a un livello pi fonda-
mentale della materia o dello spirito. Le nostre esperienze non
rappresentano natura/iter informazioni finalizzare a implementa-
re teorie, n queste ultime costituiscono la nostra seconda natu-
ra; sono il frutto di una contingenza storica in una cultura deter-
minata, che ha dato vita alla scienza, mentre altre non ne hanno
avuto n l'idea n l'interesse.
Del riduzionismo, o della inflazione epistemologica, il colpe-
vole Kant, cio la filosofia trascendentale: se infatti sosteniamo
che tutta l'esperienza rappresenta la preistoria della scienza, assu-
miamo che se qualcosa ce di fatto perch di dirino deve esserci;
ed un atteggiamento che porta dritto a maledire le stelle come
un eroe di Merastasio, giacch allora ci troveremo in un mondo
spesso ingiusto, inspiegabile, insensato, pieno di illusioni ottiche
e di conti che non romano. Perch non chiedersi, invece, se il di-
fetto non stia nd manico? e se, poniamo, gli ingannati sensi non
siano come tali predisposti necessariamente per la scienza, dun-
que non appaiano imeressati a mentire, non imporrandogli mi-
nimamente di scabilire la verit di qualcosa, ma semmai di ga-
rantire un comportamento adatto all'ambiente? Se si tratta di
sottolineare la differenza ua vedere e pensare cos come tra espe-
rienza c scienza, c' da domandarsi se il vero campo della ontolo-
gia, di quello che c' e con cui ci misuriamo nella vita, sia offerto
non dal mondo agli schemi concettuali, cio dall'apriori concet-
tuale della epistemologia come ermeneutica e dell'ermeneutica
come epistemologia, bens dal mondo esterno, ossia da ci che
non si spiega n si interpreta n si trasforma, come uno strato di
roccia solida, incontrata e inemendable, che impedisce di scava-
re ulteriormenre.? Non perch si presenti come una barriera taci-
tante e prepotente o come una minestra da mangiare a tutti i co-
sti, ma perch, ohre una cena soglia, che ha strenamente a che
fare con la nostra vita, il suo ambiente e il suo tempo, il dubita-
re, l'interpretare, il trasformare, cos come il credere di dubitare,
interpretare e trasformare, ha un termine, cio si svuota di senso.
Ci sono diversi livelli di realt, che si distinguono anzitutto per
21
le loro diverse durate: il mondo fisico c le sue trasformazioni si
perdono in sterminate antichit, laddove le persone cambiano in
tempi facilmente osservabili, c ogni giorno si pubblicano
gliaia di articoli scientifici che confutano articoli apparsi poche
settimane prima; in mezzo, ci sono le ere astronomiche, gli evi
geologici c zoologici, le dinastie egiziane e (scriveva Gadda) le
egire. Appare fmile voler regolare le trasformazioni dei nostri
ti d'animo con tempi cosmici (l'asrrologia non gode di buona
stampa), ma allo m. si dovr ammenere che non meno futile far
dipendere la nostra esperienza del mondo dagli schemi concet
mali che usiamo per intcrprerarlo: si possono dare molte
preta1.ioni scientifiche dci colori, tuttavia c' un senso in cui
ti possiamo constatare, andando in Grecia, che "il mare color di
vino" di Omero una notazione fcnomenologicamcme
pibile. l'immane atavismo dei sensi, che suggerisce una circo-
stanza doponmo poco rilevata: il vero plaronismo quello della
percezione. Viceversa, battendo la srrada del trascendentale, si
genera un mondo capovolto: si posrula un universo che non po-
trebbe funzionare senza schemi concettuali c condi1joni di passi
bilit, proprio come in difetto di studenti e professori non ci
rcbbcro universit, e a questo punto ovvio che senza trascen
dentale non muove foglia. Di fronte a un tavolo, posso
ma dire che tra milioni di anni, posto che ci siano ancora la
scienza e l'umanit, la ricerca non sar finita; ma di qui a preten
dere che adesso, per adoperarlo come suppono di libri e penne,
mi accorrano migliaia di categorie, ne passa. A crederci, si attua
(e di fano si attuata) una inflazione epistemologica, cui vorrei
contrapporre una deflazione che poggia su due motivi.
Il primo suona: cos va il mondo, tuttavia non c' motivo al
mondo perch debba andare cos; il passaggio dal fatto al diritto
non risulta garantito, sicch le categorie logiche esercitano una
presa limitata, n .si uana di proporne di alternative, bens di ar
ricolare una tipologia in cui la forma "se pu, deve" soltanto un
caso, accanto a "pu, ma non necessariamente deve" e a "non
pu". Il secondo solo un po' pi lungo: non esiste a tutt'oggi
una sola prova in grado di dimostrare che quello che si ritiene di
fondare con il trascendentale, in senso stretto o largo, non si
sa fondare anche senza di esso, giacch affermare l'insussistenza
di esperienze non mediare da schemi concettuali non pu venire
sottoposto a un esperimento decisivo, giacch supporrebbe la
22
INTRODUZIONE
condizione di un osservatore che non abbia alcuna esperienza.
8
Il
che risulta di fotto impossibile, ben pi del tentativo di disporre
un enorme foglio dietro alla Luna, che cc la farebbe apparire gri
gia invece che bianca. Nondimeno, che un simile esperimento,
non surrogabile dal ricorso a fanciulli cresciuti dai lupi, da ciechi
risanati da visori computerizzati ecc., si riveli inattuabile, no!:
costituisce solo un argomento avverso alla percezione direna. E
anche un controargomento che, dimostrando come la percezio-
ne indirerra risulti infalsificabile, fa s che quest'ultima appaia
piuttosto come un dogma e una ipotesi di lavoro che non come
una verit accertabile: di modo che proprio l'argomento soggia-
cente alla scienza risulta inemendabile. Non escluso che l'espe-
rienza richieda non solo il "qui", ma anche !'"ora"; tuttavia qual
cuna potrebbe seriamente dimostrare o negare che per percepire
un oggetto non si debba altres disporre di 3.857 categorie ado-
perate inconsciamente? Inversamente, sar poi vero che per dire
"l", "qui", "questo", "ora" occorre un complicatissimo apparato?
E, soprattutto, come dimostrare che ci diciamo "l", "qui", "que-
sto", "ora" anche quando non parliamo, camminiamo per strada
ecc. ccc.? Non costituir una prova affine alla impossibilit di
una ars oblivionalis, per cui, una volta che ci siamo messi in testa
un elefante rosa, non riusciamo a schiodarcelo? Di solito, arriva-
ti a questo punto, si d un calcio alla scacchiera e si precisa che il
trascendentale non costitutivo bens regolacivo. Nondimeno,
se il trascendentale non serve a costituire qualcosa, non saprei
proprio che farmene, almeno in antologia; cos, a farla breve, il
problema non l'ornitorinco -la difficolt di un sistema dell'a-
priori nel confrontarsi con una conoscenza empirica - bens
Kam, ossia l'impianto del trascendentale che con il tempo non
ha cessato di inflazionarsi.
Vediamo dunqu.e come funzionano le cose con il rrascenden
tale, e poi come procedono senza di lui, nel mondo esterno agli
schemi concettuali.
23
IL PROBLEMA NON I.:ORNITORINCO.
KANT
Natucalizzazione della fisica
Analitica e ontologia. Nella Critica della ragion pura,
9
il rap-
porto tra Analitica e Dialettica quello tra metafisica generale c
metafisica speciale secondo la panizione di Suarez. Lo si pu ve-
rificare avendo smtocchio la tabella seguente.
Tavola l. Metafisica generale e metafisica speciale.
Versioni epistemologiche
Su;ircz Metafisica generale: Metafisica speciale:
ente in quanto ente (antologia) Cosmologia
Psicologia
Teologia
Kant Analitica: Dialettica:
Cosmologia e Psicologia (tutto Teologia, e tutto ciO che,
ciO che accessibile alla fisica nella Cosmologia e nella
newwniana e alla imrospL"Zione Psicologia, non accessibile
cartesiana) alla innospezione o alla fisica
newtoniana
Dunque, Kanr nella Analitica sta proponendo la sua onrolo-
gia. Non la trae direnamente da Smirez, bens dalla Metafisica di
_ Baumgarten, adottata a lezione come libro di testo. Anche qui
torna utile una tabella.
27
MAURIZIO
Tavola 2. La Metafisica di Baumgarten nelle sue
articolazioni fondamentali
Ontologia
ddl'ente)



Interni
E.>tcrniorelativi
Universalicdis iumivi
ldcnticoediverso

Causa e causato
Segno c segnato
Di nuovo, il rapporto Analitica/Dialenica nella Critica della
ragion pura riflette con esattezza la partizione tradizionale, come
risuha da una terza tabella.
Tavola 3. Analirica c Dialenica nella Critim della ragion pura

(Predicati dell'eme)
tLosmo ogia
Psicolo ia
Teologia
Dci concetti Giudizi c categorie
Dci principi
(limitandosi alle Azione reciproca
analogicddl'csperiem.a, Causa
per motivi che si
chiariranno)
Dalla logica alla fisica. Sin qui, abbiamo a che fare con sem-
plici corrispondenze strutturali, che rivelano tunavia un punto
cruciale, ossia che l'Analitica l'antologia di Kant. C' per una
differenza importante. Su:lrez, e ancor pi Baumganen, attraver-
so Leibniz c Wolff, assumono che l'oggetto della antologia con-
sista in turco ci che non risuha logicamente contraddittorio:
una montagna d'oro rientra nella antologia, un cerchio quadrato
no. La situazione- che dipende dal primato del principio ,tli ra-
28
IL I'ROBLEMA NON i:. LOR>-..;lTORJ};'CO. t KANT
gione- non soddisfa Kant: raccogliendo una critica serpeggiante
ai suoi tempi, esclude il possibile dalla sfera dcll'onrologia, da cui
vengono espulse anche le montagne d'oro, gli ippogrifi e la
sa telepatia (giacch non motivata dalle caratteristiche di questo
mondo), e restringe l'ambito della onrologia al reale, vale a dire,
in ultima istanza, al sensibile- i l 00 calleri reali sono sottomano -
per contrapposto al possibile. Proprio perci il principio di non
contraddizione vale solo come norma per i giudizi analitici, non
avendo a che fare cm il reale, bens con mere propriet formali
dell'intelletto, laddove il principio supremo di turri i giudizi
tetici diviene l'accordo dell'intuizione con il senso imerno, cio
una versione della adaequatio dell'inrelleno con la cosa, che
che il discrimine tra logica formale e logica trascendentale. Ma
che cosa intende Kant con "reale"? Nel momento in cui
scrive l'ontologia, anche forzato a esibire i criteri in base ai
li si stabilisce che qualcosa reale, e la sua risposta che il reale
l'oggetto della fisica: la dipendenza dell'antologia rispetto alla
gica si trasforma in una nuova subalternit.
Donde un'altra conseguenza: la fisica newtoniana una fisica
matematica, c: dunque: la maremarica, cacciata dalla porta
verso la critica del razionalismo, rientra dalla finestra attraverso
l'adozione del fisicalismo. Una simile subordinazione, solo un
po' camuffata, apre una breccia da cui fanno irruzione tuni i
giudizi della filosofia moderna: Kant muove dal presupposto
cartesiano secondo cui ci che in noi pi ceno di ci che
fuori; da un simile assioma, ricava la conseguenza secondo cui
conosciamo davvero solo quello che abbiamo fabbricato da noi,
il che spiega l'insistenza sulla rivoluzione copernicana e sullo
schematismo; e, per attenuare l'alone di arbitrariet che circonda
la soggettivit, trasforma il blando plawnismo degli empiristi,
che trattano le idee come produzioni psicologiche, in un
nismo pi forre, per il quale le idee sono nella nostra testa, ma
contemporaneamente assicurano la vera ossatura del reale, che si
compone di triangoli, cubi, icosaedri. Ma non si tratter di
proporre la cosmogonia fantastica del Timeo, bens di applicare
la tutt'altro che fantastica cosmologia di Newron: lo spazio
geometria, il tempo aritmetica, i nostri sensi sono metri e
mometri naturali; e tutto ci che non matemarizzabile non , o
comunque meno, di tutto il resto.
29
M:\t:HlZIO FFRII.AitiS
Di primo acchito, pu non apparire ovvio, giacch Kant non
dice che siamo fisici c matematici innati, cio non sostiene che
applichiamo le leggi di Newton cune le volte che lanciamo un
sasso in aria e ci scansiamo per non riceverlo in testa. Tuttavia, il
suo discorso comporta che Je st1peHimo dttvvero quello che foca-
mo, allora ci renderemmo conto che una infinit di calcoli ha
luogo nella nostra testa quando tiriamo il sasso. Per questa via,
un felice modo per descrivere quello che accade nella nostra testa e
nel mondo viene trasformato nella vem n11tum di ci che accade
nella nosua resta e nel mondo in cui quella testa si trova per pu-
ro caso. K:mt procede a una matematizzazione dell'esperienza,
che un altro modo per dire "naruralizzazione della fisica": le
leggi di Ncwron sono assunte come necessit della natura uma-
na, valide per noi e per esseri simili a noi; la fisica non swria,
bens natura, c quest'ultima un libro serino in caratteri mate-
matici. La leva della nacuralizzazione la rivolm.ione, attuata sul
"modello" dei geometri e dei fisici: la matematica funziona
straordinariamente bene per la descrizione del mondo fisico,
per la sua efficacia appare essenzialmente fattuale; la metafisica
deve mostmre che il fotto poggi11 w un diritto.
Profitti e perdite. La soluzione riapre un campo per la memf-
sica, ma non priva di problemi:
l. Fisime met11jsim. Dove finisce la fisica e dove incomincia
la metafisica? Kant ha visto quanto riesca difficile distinguere la
metafisica dalle altre scienze in base al suo maggiore grado di
universalit, giacch, come sostiene lui stesso (B XXII), pare ba-
nale pretendere che il concerto di "estensione" appartenga alla
metafisica, e cos pure quello di "corpo"; ma quakhe seria diffi-
colt incomincerebbe quando ci si chiedesse se anche il concetto
di "corpo fluido" rientri nella metafisica, perch, di questo passo,
tutto sarebbe "metafisica". Riconoscere i mali non ancora cu-
rarli, c difatti la morale non difficile da trarre: baster tenersi
un passo indietro rispetto alla fisica, e avremo la metafisica, che
sarebbe dunque una fisica un po' pi fiacca e sfuocata. La meta-
fisica ha inizio nel momento in cui si socchiudono gli occhi, se-
condo una divisione del lavoro che poggia proprio sulla distin-
zione- che anche Kam reputa improbabile- tra ptincpi gene-
rali e princpi particolari. In proprio, non le resta che il dominio
30
l l PROBLEMA NON E J.'ORNJTORJNCO. E KANT
delle domande che non hanno risposta o ne possiedono troppe,
di cui non pi questione nell'Analitica, bens nella Dialettica.
2. Analitica e dialettica. Ma l'assenza di risposta eterna o
temporanea? E, se solo transiroria, dove finisce l'analitica e
ve incomincia la dialettica? Gi in Nieczsche un tema come
lo del cominciamento o della eternit del mondo appare tutt'al-
tro che indecidibile: da una pane, c' una ipotesi scientifica,
quella della morte termica dell'universo, che se finisce deve avere
avuto un inizio nel tempo; dall'altra c' l'ipotesi- che Nietzsche
avanza come genuinamente sc_ientifica, e che difende proprio
perci - dell'eterno ritorno. E un ragionamento che si pu
estendere: gli sviluppi della genetica non avranno magari risolto
il problema teologico, come ottimisticamente lasci intendere
l'ex Presidente Clinton quando sostenne che il Progetto Genoma
ha svelato il "linguaggio di Dio", ma sicuramente hanno falsifi-
cato l'asserto
10
secondo cui neanche un Newton futuro avrebbe
mai potuto spiegare anche semplicemente lo sviluppo di un filo
d'erba. Non un problema empirico, bens concettuale, giacch
tutto ci che nella dialettica appare come indecidibile per ragio-
ni di diriuo, potrebbe risultare tale solo per ragioni di fatto.
3. Empirico e trascendentale. Il problema ha una ripercussione
pi vasta: dove finisce l'empirico e dove incomincia il trascen-
dentale? Come abbiamo visto, la distinzione tra la metafisica e
l'altra scienza, la scienza tout-court non risiede negli oggetti -
generali nella prima, particolari nelle altre -, bens nel metodo,
poich la matematica e le altre scienze, che ne derivano diretta-
meme, esaminano l'universale nel particolare, laddove la metafi-
sica coglie il particolare nell'universale. Tuttavia, la sfera del
ticolare e del decidibile essendo indeterminata, la metafisica
pare_come un.tessuto labile e provvisorio, giacch la fisica in
connnuo movimento.
4. Il concettuale senza confini. Cos, se abbracciamo la
zione copernicana, otteniamo il contrario delle certezze che
ravamo di ricavare: conosceremmo solo la conoscenza, dunque
non avremmo, propriamente, alcuna conoscenza, bens mere
taucologie, conferme di schemi concettuali, che d'altra parre ri-
sultano costitutivamente instabili. E il vantaggio quale sarebbe?
Quello di poter spiegare letteralmente tutto, poich la macchina
trascendentale non diversa dalle finzioni della psicologia delle
31
facolt, che spiegava il sonno attraverso la virtus dormitiva. Lo si
pu vedere nella tavola 4, che costituir lo schema della mia in-
tera lettura di Kant.
Tavola 4. I.: estetica trascendentale e l'analitica
come naturalizzazione della fisica
E.stctita ---------1
Fenomeno(fisica)
Analitica Logica Giudiziccategorie
Deduzione
Schematismo
Fisi(tt Sistemadciprincpi Postulatidelpensieroempirico
in generale
Assiomidell'imuizione
Amici azioni della percezione
Analogiedcll'esperien;z.a
I
:Sostan;z.a
Causa
Azione reciproca
Diale!!ica Antinomie: ci che la fisica non sa, e su cui dunque la metafisica non si
pronuncia
32
Estetica
Matematica ed ecologia. Ecco i( presupposto che assicura il
trascendentale senza confini. Kant iJlustra un apparente parados-
so: non che vediamo le cose e poi a partire dalla loro posizione
ricaviamo lo spazio, e dal loro movimento deriviamo il tempo;
proprio al contrario, senza spazio e senza tempo come intuizioni
sensibili pure non si darebbe esperienza di oggetti. Un paradosso
che del resm viene recepito volentieri, prestando manforce al
senso comune, secondo il quale vediamo le cose in un cerco mo-
do e non in un altro poich i nostri organi sono fatti in un cerco
modo. Rispetto al senso comune, tuttavia, Kant aggiunge, in
funzione polemica, un pezzo impegnativo: i nostri organi sono
naturalmente matematici, ossia risultano strutturati proprio da
quella che era rimasta la fonezza inespugnabile per l'empirismo,
giacch appare arduo far dipendere la matematica dall'abitudine.
L idea appare bizzarra, una voha che si sia dimenticata la contro-
versia che motiva la scelta kantiana, non solo perch l'esperienza
assomiglia ben poco alla matematica, ma soprattutto perch se
c' una caratteristica saliente dei processi percettivi rispetto a
quelli logici, proprio la circostanza che i primi generalmente
non osservano quei princlpi di economia che viceversa governa-
no l'ideale del pensiero, e che soggiacciono alla tradizionale ele-
zione epistemologica della matematica. Il Insomma, Kant non
sembra considerare che quanto definito dall'estetica trascen-
dentale un ambiente e non un foglio di carta in un laboratorio,
sicch il modo migliore per cogliere i difetti di questa descrizione
confrontare la prospettiva kantiana con un approccio ecologi-
33
MAUR.lZlO FERRARIS
co, visto che a Kanr preme dimostrare che lo spazio rende possi-
bile l'esperienza, ma pensa che per farlo basti sostenere che rende
possibile l'applicazione della geometria all'esperienza.
Spazio
l. Euclideo e non eucHdeo. Per Kanr esiste solo la geometria
euclidea, e quest'uhima conforme alla nostra percezione, rolti
casi marginali. Rimproverargli di non aver tenuto conto delle
geometrie non euclidee appare quantomeno anacronistico, ma il
problema maggiore che le nostre prestazioni percerrive risulta-
no sovradimensionate e sorrodimensionate rispetto alla geome-
tria euclidea, di modo che la sovrapposizione su cui si basa l'inte-
ra estetica trascendentale non tiene: il fotto percettivo non corri-
sponde a un diritto matematico, a meno che si pretenda che l'Es-
sere sommo ha sbagliato i suoi conti, o sia un Malin Gnie che si
divene a ingannarci.
(a). Opposti incongruenti. Insomma, i conti non tornano sia
per eccesso sia per difeno. Da una pane, e Kant se ne reso con-
to nel caso degli opposti incongruenti, ci sono figure -come la
mano destra e la sinistra, le spirali di due conchiglie o di due
piante di luppolo -, che avveniamo senza difficoh come sim-
metriche, ci che non sarebbe possibile qualora la nostra geome-
tria fosse sohanto euclidea. Cos, siamo capaci di cogliere la sim-
metria dei triangoli tracciati su due emisferi opposti, come nella
figura qui sono, con una prestazione rispetto alla quale la geo-
metria delle dimensioni lineari risulta insufficiente.
La nostra geometria ingenua comprende addirittura taluni
elementi di topologia, giacch siamo in grado di manipolare bu-
34
l l PROBLEMA N O N ~ L'ORNJTORJNCO. ~ KANT
chi di ogni sorta; del pari, usiamo senza difficolt una scacchiera,
dove per l'ipotenusa, diversamente che nella geometria eucli-
dea, di tre caselle proprio come i cateti. Questa circostanza ap-
pare banale, ed ricevuta tradizionalmente in pittura: per esem-
pio, il modo in cui la fnestra si riflette nello specchio delle Noz-
ze Arnoifni un caso di geometria non euclidea. Per, se Kant
avesse avuto ragione in tutto e per tutto, l'immagine di van Eyck
dovrebbe apparirci inquietante e inspiegabile.
(b). Geometria sciatta. D'altra parre, ci sono fgure come la se-
guente, implausibili gi in termini di geometria euclidea, che noi
viceversa consideriamo plausibilissime, rivelandoci cos geometri
sciatti
12
E si consideri
13
come apparirebbero Dante e Virgilio di Si-
gnorelli se davvero assomigliassero alla loro ombra (mentre noi,
nel guardare il quadro, non ci badiamo pi di tanto):
35
t
Queste osservazioni testimoniano della circostanza che la n o ~
stra percezione dello spazio non risulta naturalmente conforme
alla geometria euclidea, e che i contrasti, sebbene non immensi,
bastano a confutare l'ipotesi di un'armoniosa corrispondenza tra
fenomenico ed euclideo (cio per Kant, "geometrico" tout-
court). Si pu ruuavia capire il motivo per cui Kant ha ritenuto
necessario giocare la carta di una reversibilit completa, e cio la
necessit di menere la percezione al riparo dalla sua presuma
contingenza, cos come di replicare ai tentativi empiristici di
portare l'abitudine e l'esperienza sin dentro la geometria, per
esempio nella costituzione della profondit. Tunavia, a puntare
su una equazione senza residui tra geometria e spazialit, Kanr si
troverebbe in seria difficolt nel motivare fenomeni come la co-
stanza percerciva per cui una persona a 4 metri di distanza non ci
sembra grande la met che a 2 metri, che viceversa Berkeley spie-
gava senza gran pena attraverso l'abitudine. Inoltre, non detto
che lo spazio sia intuizione e non concetto. Anzi, si pu tran-
quillamente asserire che vero il contrario, giacch si danno di-
versi spazi esattamente come esistono diverse penne o cani.
14
Ve-
rifichiamolo.
l. Aereo e terrestre. Questa molteplicit risulta ovvia da un
punto di vista ecologico, per esempio in rappono alle differenze
tra spazio aereo e te"estre. C' una grossa differenza tra passeggia-
re nella propria stanza, pilotare un phanrom e pensare alle di-
stanze cosmiche; e invece Kant assume che turri quegli spazi, ae-
36
IL PROBLEMA N O N ~ L'ORNITORJNCO. ~ KANT
rei e terrestri, siano le parti omogenee di un unico continuum. A
ben vedere, il problema non empirico, e richiama piuttosto l'i-
dea che se un leone potesse parlare non lo capiremmo: tra gli
spazi galattici e quelli ecologici passa una differenza tale da im-
pedire di pensare che si tratti di parti di una medesima intuizio-
ne, laddove nulla vieta che si tratti di casi da ricondursi sotto lo
stesso concetto, esattamente come uno sgabello, una sedia impa-
gliata, una poltrona in pelle e la poltroncina di una macchina
possono ricondursi sono un generico concetto di "sedile".
2. Aperto e chiuso. Inoltre, sempre a livello ecologico, c' una
differenza tra spazio aperto e spazio chiuso. K.ant ha in mente lo
spazio esterno -le pianure o il mare-, che sembra assomigliare
di pi a quello fisico; ma un simile spazio diverso dallo spazio
interno. Si pensi al chiostro di un monastero: c' un giardino,
che forse pu essere considerato come una piccola pianura; ma
poi c' lo spazio dietro alle colonne, con ombre e luci. Davvero
il medesimo spazio, ecologicamente parlando? E, soprattutto, se
lo spazio infinito che ci annienta quando ci pensiamo, e quello
della stanza che ci rassicura, si chiamano entrambi "spazio", non
dipender, al solito, dalla circostanza che si abbia a che fare con
un concetto che unifica - previa una astrazione che trascura
molti aspetti salienti- realt significativamente eterogenee?
3. Altri animali. In terzo luogo, nella prospettiva kamiana, le
intuizioni spaziali sarebbero valide per noi e per esseri simili a
noi. Qui i problemi sono almeno due.
(a). Mosche, rane, gatti. Prendiamo esseri alquanto dissimili da
noi per forma o grandezza, come varie specie animali. Per quello
che ci daro di osservare del comportamento di una mosca o di
una rana, c' a tutti gli effetti uno spazio anche per loro; e chie-
dersi che cosa possa essere lo spazio per una mosca o per una ra-
na non equivale a domandarsi se li capiremmo qualora potessero
parlare, n soprattutto all'interrogarsi su che cosa possa essere lo
spazio per un angelo. Questo non ovvio, giacch pu riuscire
molto difficile far capire a un gatto che non si vuoi giocare: sia-
mo a letto e lui ci morde l'alluce, lo scacciamo, per lui crede
che sia parte del gioco, e torna a morderei; allora lo buttiamo gi
dal letto e lui salta su: per lui ancora parte del gioco. Pu dura-
re per un pezzo, lui non sa l'italiano o qualche altra lingua, e non
potremo mai dirgli: "Non ho voglia di giocare". Il che tuttavia
37
non comporta che il leno sia qualcosa di significativamente di-
verso per me e per lui, cos come per rane c mosche. Viceversa,
secondo Kant, il mondo del gatto, delle mosche e delle rane, e
delle rane che eventualmente mangiano le mosche, sarebbe qual-
cosa di completamente inaccessibile a un nostro esame, c due at-
ri- un uomo che prende un bastone, un cane che prende un ba-
stone- non avrebbero propriamente nulla di comune, poich il
primo costituirebbe una apparenza condivisa e il secondo risulte-
rebbe un evento inaccessibile nella sua vera essenza.
(b). Uomini e donne. E ora prendiamo esseri vistosamente si-
mili a noi: le donne, se siamo uomini, o gli uomini, se siamo
donne. t. osservacivamente ovvio che uomini e donne hanno un
diverso senso dell'orientamento, e qui il senso comune corro-
borato da daci sperimentali. Cos come evidenze sperimentali di-
mostrano che ci sono pazienti affetti da lesioni parierali che
omettono rurra la parte destra dello spazio. Ed dai tempi di
Husserl e di Piaget che si sa che lo spazio- tutto intero, non so-
lo la profondit, come in Berkeley- pu mutare con l'evoluzio-
ne della persona. Di nuovo, se lo spazio soggetto a involuzione
o :l evoluzione, se varia tra maschi c femmine, in che senso sareb-
be un'intuizione sensibile pura?
4. Distale e prossima/e. Da ultimo, non facendo riferimento
che a noi, si pu mostrare sperimentalmente la possibilit di di-
stinguere era uno spazio percenivo discale e prossimale, uno spa-
zio premo torio, c uno spazio rappresentativo; che simili spazi ri-
sultano a loro volta organizzati sia in relazione al soggetto (ego-
centrici) sia in relazione all'ambiente (allocentrici); e che tutti
questi sonospazi, che almeno nella contrapposizione egocentri-
co/allocentrico rappresentano due soluzioni diverse adottate da
Kant, ma da lui concepite come ahernative
1
5 non costituiscano
limitazioni di un unico spazio assoluto, bens spazi elementari.
Anche in questo caso, il carattere apriorico e intuitivo dello spa-
zio risulta quantomeno contestabile.
5. Mentale e reale. Inoltre, non detto che lo spazio sia sem-
plicemente il senso esterno; le mnemotecniche e il ragionamemo
spaziale adoperano uno spazio mentale - gli appartamenti e le
strade in cui disporre i foci-; se si afferma che un simile spazio
analogico, chi ci garantisce che non lo sia anche l'intuizione sen-
sibile pura dello spazio rispetto a ci che concretamente conside-
38
IL PROBLEMA NON L'ORNJTOIUNCO. KANT
riamo come spazio? Se poi si sostiene che uno spazio immagi-
nario, di nuovo, l'argomento vale anche contro Kant, giacch le
immagini mentali non possiedono quasi nessuna delle propriet
della cosa raffigurata.
6. La Terra. Ovviamente, tutte le differenze fra spazio aperto
e spazio chiuso, spazio terrestre e spazio aereo, sistemi egocentri-
ci e allocentrici ccc. non tolgono che posso andare dallo spazio
chiuso a quello apeno dalla Terra al cielo dal cielo allo spazio e,
persino, dall'al di qua all'al di l: lo spazio assoluto la Terra ori-
ginaria di Husserl, il tempo assoluto la misura del divenire di
quella Terra come un tuno che si trasforma. Per, se la Terra
onrologica, allora la matematica non c'entra; se viceversa la si
identifica con lo spazio-tempo newtoniano, allora la Terra a
uscire di scena, giacch non si considera che c'era prima della in-
venzione della matematica.
Tempo
Nel tempo, assimilato all'aritmetica elementare (per Kant,
l'origine del numero sta nella dita) proprio come lo spazio lo
alla geometria euclidea, l'intento epistemologico risuha ancora
pi marcato: bisogna che lo spazio venga assorbito nel tempo, il
senso interno, proprio come la geometria pu essere trascritta in
termini aritmetici. Di qui, visto che il senso interno costituisce
anche l'unit sintetica dell'appercezione, si pu sottomettere l'e-
sterno ai giudizi, alle categorie e ai princpi che compongono la
logica trascendentale, grazie alla mediazione degli schemi che so-
no forme di tempo.
l. Anima. Ora, se chiamassimo "pizza" anche il borsch, si po-
trebbe tranquillamente affermare che la pizza il piano tradizio-
nale russo; cos, se chiamiamo "tempo" sia l'alba e il tramonto,
sia il fatto che ci annoiamo o siamo ansiosi, sia i contenuti men-
tali, comprese le rappresentazioni spaziali, non difficile consi-
derare che c' tempo dappertutto. Come ovvio, principal-
mente il caso del Cogito: se l'unit sintetica dell'appercezione
deve accompagnare rutce le mie rappresentazioni, se tutte le vol-
te che mi capita qualcosa quella cosa capita a me, non difficile
concludere che io sono dappertutto, il che tuttavia neHa fatcispe-
39
MAURIZIO f-ERRARIS
cie significa soltanto che io sono dove sono se e quando ci sono,
ma non che il tempo ovunque. Tuttavia, risulta arduo trovare
un argomento che dimostri sino in fondo l'equivalenza anche
solo formale tra lo spazio e il senso esterno, cosl come fra il tem-
po e il senso interno: su che cosa regoliamo l'affinit apparente
fra cose tanto diverse come il pensiero, il Cogito, l'anima, l'atte-
sa, il ricordo, il movimento degli astri, le corrispondenze dei tre-
ni e in generale tra quello che ci sembra di aver dentro e quello
che vediamo fuori? Potrebbe non sussistere alcuna analogia, per
quello che sappiamo, e potrebbe semplicemente sembrarci che ci
sia. Eppure, la forza maggiore del tempo risiede nell'identificarsi
in via ipotetica con il Cogito, alimentando la macchina trascen-
dentale e i suoi passaggi: pensare una cosa non conoscerla, ma
conoscerla pensarla; e, soprattutto, incontrare qualcosa - al-
meno di diritto, se il mondo andasse come deve- un atto cono-
scitivo. Nondimeno, la resi di una reale funzione avvolgente del
tempo appare owia solo se si assume che il Cogito in qualche
modo runi gli enti che conosce. E se non li conoscesse? O, alme-
no, se non li conoscesse tutti? Si obietter- a ragione- che l'u-
nir sintetica dell'appercezione non risulta attingibile psicologi-
camente. Cos facendo, per, si impugna un'arma a doppio ta-
glio: se l'unir sintetica dell'appercezione non ha niente da spar-
tire con la psiche, allora ci si pu chiedere con che cosa abbia a
che fare. Inoltre, costituisce una soluzione puramente formale, se
non addirittura nominale: dire che il tempo media tra interno e
esterno perch un sensibile insensibile come dire che un vetro
verde media tra la foglia, verde, e l'aria, trasparente. Con ogni
probabilit, un kantiano replicherebbe che qualsiasi altra via fi-
nirebbe per consegnarci all'induzione empiristica c di Il allo scet-
ticismo; ma la risposta !ungi dal suonare soddisfacente, perch
come dire che il solo modo per non andare dal dentista, prima
o poi, possedere un becco.
2. Terra, mare, cielo. Uno potrebbe obiettare: il tempo non
sufficiente per il presentarsi di qualcosa, ma pur Sempre necessa-
rio per il suo presentarsi: se qualcosa comparisse e scomparisse
senza alcuna regolarit temporale, anche se fosse resistente, sa-
remmo disposti a considerarlo una sostanza? La permanenza nel
tempo sembra dunque una condizione necessaria dell'ascrizione
di realt a un qualsiasi oggetto. Inversamente, negare il tempo
40
IL PROBLEMA NON t CORNITORJNCO. KANT
non significa, in ulrima analisi, porsi in una prospettiva e(ernisti-
ca, con tutte le diffkolt che ne discendono? Tuuavia, per Kant
il tempo almeno in un caso una condizione sufficiente oltre che
necessaria, ed l'Io penso come autoaffezione e come flusso (em-
porale. D'altra pane, negare l'onniprescnza del tempo non signi-
fka sostenere che il tempo non c'. Per lo pi, gli eternisti non
negano il tempo, affermano che una apparenza per poi ridurre
ad apparenza il movimento. Tuttavia, non ho nulla di simile in
mente: le ombre o gli oggeni che appaiono e sompaiono sono
casi di divenire, a panire dai quali parliamo di "(emporalir", al-
trimenti non lo faremmo; se uno vedesse la medesima scena per
tuua la vita non conduderebbe di avere di fronte a s una so-
stanza fortissima, semplicemente non avrebbe l'idea di che cosa
una sostanza e dunque di che cosa il tempo. La tesi di Kant va-
le per una teoria della scienza, giacch senza "ieri", "domani",
"un anno fa", "tra duecento anni" non sarebbero possibili le
scienze, ma non per una teoria dell'esperienza, dove il carattere
apriori e trascendentale del tempo risulta, se possibile, ancora
pi dubbio di quello dello spazio.
(a). Apriorit. Per quanto riguarda l'apriorit, se difficile:
pensare a uno spazio che non comprenda almeno un colore,
non meno arduo pensare a un tempo che non componi in qual-
che movimento, dentro o fuori dell'anima. E, in ambo i casi, che
i controargomenti siano psicologici non salva Kant, giacch si
configurano come altrettante repliche ai suoi argomenti, che
dunque risultano desume da un nero esame inuospenivo. E
quando si sia introdotta la psicologia, le deroghe quanto al carat-
tere unitario e apriorico del tempo non finiscono pi; basti dire
che le persone rivelano, spessissimo, esperienze diverse della
temporalit, al punto da esasperarsi a vicenda.
(b). Trascendentalit. Quanto poi alla reciproca, ossia al carat-
tere trascendentale del tempo: davvero un tavolo nel tempo? Se
anche ci fosse un poco, resta che un tavolo nello spazio assat
pi di quanto sia nel (empo, e quelli che si chiamano "oltraggi
del tempo"- che il tavolo si righi, si macchi, si rompa ecc.- ap-
paiono anzitutto circostanze che s danno nello spazio, e il tem-
po, semmai, ci che risulta, riflessivamente, quando si conside-
ra che tutte quelle modificazioni non hanno luogo simultanea-
mente. Certo, sembra essere di pi nel tempo un foglio che sci-
41
MAURIZIO f>ERRAIUS
vola per terra, ma perch un evento. Viceversa, posso benissi-
mo asserire che il foglio che avete in mano presente; che sia an-
che nel presente, non aggiunge nulla. Posso altres sostenere che
quando avrete chiuso il libro c lo avrete messo su uno scaffale o
nel camino, il foglio risulter assente; ha senso pretendere che al-
lora il foglio nel passato, e che era nel futuro prima che apriste
il libro? Non ho nemmeno difficolt a prevedere che prima o poi
il foglio, come tutto, andr in malora, e alla fine non ne rester
pi niente, c una volta si diceva che lo svanire opera di Crono
che genera e divora i suoi figli; ma una espressione mitologica e
in fin dei conti un modo di dire, giacch Crono non crea pi di
quanto non distrugga. Perch lo svanire del foglio finire in altre
parti dello spazio, nel cassonetto, nel camino, oppure un dete-
riorarsi che dipende da cose che sono nello spazio, come l'umi-
dit, l'acidit della carta ccc. A farla breve, richiamarsi al tempo
solo un modo per dire che c' nello spazio uno spirito che con-
templa quanto accade nello spazio.
Fenomeni
In tutta evidenza, Kanr non presta una sufficiente attenzione
alla differenza cruciale che intercorre tra una rappresentazione in
noi, che esiste solo se ci pensiamo, e una cosa fuori di noi, che
esiste anche se non ci pensiamo. Qui ci imbattiamo in una selva
di problemi.
l. La coscienza. Quando guardo un tavolo, non mi limito a
contemplare una rappresentazione nella mia mente: il pensiero
qui, la percezione anche l, mi facile pensare che il teorema di
Pitagora sia nella mia mente, ma non che dietro ai miei occhi,
SO[(O i capelli e tra le mie orecchie, ci siano allo stesso titolo an-
che il mal di denti e la penna sul tavolo; distinguo la cosa dalla
rappresentazione, e so di poter indicare la cosa a un altro, aspet-
tandomi che me la dia, sebbene possieda categorie e conoscenze
diverse dalle mie. Del pari, muovo la testa, e sento tuttavia che il
mondo resta fermo, diversamente da ci che accade se sposro
l'occhio sollecitandolo lievemente con un dito; vero che questo
non prova ancora che il mondo come oggetto intenzionale non
sia frutto di un'integrazione di rappresentazioni: l'occhio si
42
IL PROBLE/'.1A NON t CORNITORINCO. KANT
muove ma non i( resto del corpo, non cambia la propriocezione,
so benissimo che sto muovendo la mia orbita, mentre se fossi in
uno stato di ipnosi e qualcuno la facesse muovere
la a stimoli elettrici le cose andrebbero diversamente e il mondo
si muoverebbe. Tuttavia, sotto il profilo dell'esperienza, la
lit del mondo mentre muovo la testa affine alla costanza
matica che fa s che le cose tendano a conservare i loro colori an-
che sono illuminazioni diverse: proprio perch qui non si ha a
che fare con rappresentazioni, bens con un mondo a tre dimen-
sioni che il tavolo su cui si gioca tutto. Il che non accade quan-
do si guarda una fotografia, o si rigira nella mente una fantasia.
2. La fotografia. Tuttavia per Kant la foro e il mondo si equi-
valgono, cosl come in fondo si perequano il tavolo visto e quello
ricordato. Si consideri la classificazione (B 376-77 l A 320) se-
condo la quale "rappresentazione" il termine generale che
coglie sotto di s la percezione come rappresentazione con
scienza (si noti che non si considera l'ipotesi di rappresentazioni
inconsce, che unerebbero con l'onnipresenza della unit
ca che a si distingue in sensazione
come rapprcscntaztone soggen1va e m conoscenza come rappn:-
semazione oggettiva, ripartita in intuizione immediata e singola-
re e in concetto mediato e universale, che comprende sono di s
il concetto empirico e quello puro, il quale, ave risulti indeduci-
bile, una idea. Ora, serve a poco ricordare- contro il continui-
smo leibniziano - che le sensazioni traggono origine dai sensi, e i
pensieri vengono dall'intelletto, se si conclude che le une e le
tre si distendono sul foglio liscio delle rappresentazioni. Che poi
sussistano talune rappresentazioni dotate di tre dimensioni, non
sembra costituire per Kant un argomento significativo; cos
me gli pare irrilevante che queste rappresentazioni non appaiano
domiciliate, come le altre, nella testa soltanto, ma si riferiscano a
un mondo, e risultino, cos, reali, ossia inemendabi/i. Quanto
re salde come la matemalica, l'invincibile bastione anriempirisci-
co; solo che Kant non ci aveva fatto caso, giacch condivideva
con Hume l'idea che l'esperienza sia la base della scienza, la per-
cezione appaia contingente, e dunque la scienza risulti malcerta
sino a che non si pervenga a fondarla su basi metapercettive.
3. Semazione e percezione. Nondimeno, la percezione non ha
a che fare con le immagini mentali delle cose, bensl con tavoli,
43
sedie, persone e arcobaleni, che non possiamo modificare a
cere, di modo che essa ha sempre un oggetto distinto dall'atto
percettivo: "Senti questo squillo?". Lo senti l, nel telefono, non
nell'orecchio o nell'aria- si ha tendenza a localizzare
mente, ed erroneamente, nel proprio telefonino il suono del
lefonino vicino-; "Vedi quella casa?". La vedi l, non
chio. Sicuramente nella percezione entra in gioco una memoria
iconica, che sta alla base della anenzione (cerco di riconoscere
qualcosa, e la trovo: ho in mente una mela, e ne trovo una sul
volo); per di rado confondo la mia rappresentazione con la
la sul tavolo. Viceversa, risulta coerente con il quadro
razionalisra di Kanr anche la tesi, incredibile fuori da un
torio, secondo cui prima formulerei giudizi soggettivi di
zione, indi giudizi oggettivi di percezione. li che falso. In
dizioni normali, che non sono mai "condizioni normali di
vazione", non diciamo "mi pare che il cielo sia azzurro", bensl "il
cielo azzurro": nell'atteggiamento naturale- non quando sono
schillerianamentc me stesso, ma semplicemente quando non fac-
cio scienza- formulo, con o senza categorie, giudizi oggettivi di
percezione; in casi dubbi posso formulare, con una cautela sccl-
tica - vale a dire, protoscientifica -, giudizi soggettivi di
zione (''mi pare che ... "); la determinazione di un giudizio
rivo ('' cosl per me come per altri") in senso scientifico
tra cosa. Insomma, non difficile cogliere una asimmetria tra
enunciati come: (l) "Prendi la penna sul tavolo"; () "Mi pare
che ci sia una penna sul tavolo nell'altra stanza"; (iir) "Mi pare
che ci sia una penna sul tavolo di questa stanza". La ten.a frase si
pone a un livello diverso, e in effetti - diversamente dalle altre -
potrei pronunciarla se avessi assunto della mescalina.
4. L'apparenZA. Dunque: se tutto a posto, credo di avere di
fronte a me una cosa. Spostarsi sulla percezione e sulla
ne (sui recertori) un gesto scettico motivato da qualche
bo o intoppo nella realt, per esempio quando ci chiediamo se ci
sia una fuga di gas o se viceversa ci fischino le orecchie. Inoltre,
non si dubita dell'esistenza del mondo, ma solo di piccole por-
zioni di esso (''Hai visto anche tu quel riflesso?"). Invece, ohre a
Kant, pi di un filosofo ritiene che le due domande distinte, se
esista il mondo esterno e se quel mondo sia proprio come me lo
rappresento, costituiscano un medesimo interrogativo. L'idea
44
IL PROBLE/'YtA NON E L'ORNITORINCO. E KANT
che ci possa essere un mero incontrato nel mondo - il riflesso di
una finestra che si apre, un frusco alle nostre spalle, la vibrazio-
ne del ponte della nave, un elefante - che non si accompagni a
un atto conoscitivo, non viene presa in considerazione. Per,
sotto il profilo antologico, posso dubitare della veridicit anche
di tuue le mie esperienze, ma non del fatto che ci sia qualcosa in
generale; e che non si disponga di una teoria, o che la teoria ri-
suhi sbagliata, non costituisce necessariamente un handicap.
Qui c' una qualche ironia: sperimentalmente, la pretesa certezza
della sensazione di contro alla incertezza della percezione viene
duramente smentita, essendoci molto pi accordo sulle percezio-
ni che non sulle sensazioni. Viceversa, da una epistemologia fisi-
caliscica non pu che venir fuori una antologia fenomenistica.
Tutto ci che Kant riesce a ottenere dalla estetica trascendentale
una inflazione delle apparenze, con un esito inverso a quello
della certezza sensibile. Per Kant, il fenomeno soltanto ci che
ci risulta gnoseologicamente accessibile, senza esaurire in linea di
principio la totalit della antologia. Definire qualcosa come una
"apparenza", sia pure necessaria, significa assumere che, di dirit-
w, transitoria, ossia che- qualora le cose andassero come devo-
no - non dovrebbe esserci. Il che fa sistema con la definizione
kantiana (A IO I) secondo cui il fenomeno un semplice gioco
delle nostre rappresentazioni; e, in ultima istanza, viene a signifi-
care che non c' differenza di principio tra il fenomeno e l'im-
maginazione. I nodi vengono al peuine, per, quando ci viene
notificato (B 70) che la parvenza non costituisce un predicato
dell'oggetto, bensl di questo in relazione al soggetto che la perce-
pisce come fenomeno.
S. La rosa in s. Ora, si potrebbe osservare: se il rosso non ap-
paniene alla rosa in s, a chi apparriene? Si deve concludere che
il rosso nell'occhio e non nella cosa? Asserire che il rosso il ri-
sultato della interazione tra la rosa e l'occhio non dir niente: ci
dovr pur essere un momento in cui si decide se nella interazio-
ne il rosso sta dalla parte dell'occhio o da quella della rosa; e, se si
conclude che la parte quella dell'occhio, allora si cade nel per-
fetto soggettivismo, e il rosso trascolorerebbe in una purissima
parvenza: perch mai, se il luogo della decisione l'occhio, dal-
l'altra parte deve esserci una rosa rossa e non una patata gialla?
Cosl, il problema di fondo del concetto di "fenomeno" : per
45
MAURIZIO FF.IUtARJS
quale motivo quello che vediamo non dovrebbe essere quello che
? Alla base, c' l'idea che le apparenze ingannino perch la per-
cezione contingente. Tutravia, Kam non contrappone onta e
phainomma, come Platone, n considera la fenomenologia come
una dottrina dell'apparenza in quanto via di mezzo rra verit e
falsit, al modo di Lambert,
16
bens conferisce ai fenomeni una
piena legalit; sicch c' ragione di chiedersi: perch li chiama
"fenomeni", contrapponendoli alle cose in s? Da una parte, "co
se in s" superfluo, per poco che ci si rifletta: chi parlerebbe di
"cose per s" o di "cose per me"? Una cosa davvero per me solo
nella misura in cui lo anche di per s; dal che si capisce che
"noumeno" o "cosa in s" per Kant significa piuttosto qualcosa
come: ci che la cosa sarebbe se i nostri sensi risultassero altret-
tanto acuti che le nostre cognizioni scientifiche, e interamente
devoluti alloro incremento; o, meglio ancora, ci che la cosa sa-
rebbe qualora potessimo conoscerla senza l'intero apparato, este
tico e logico, della soggettivit. D'altra parte, l'idea di Kant che
conosciamo sempre l'esterno e mai l'interno delle cose (B 321-2/
A 265-6): se bisezioniamo una patata, troviamo ancora una su-
perficie, e lo stesso avviene sbucciando una cipolla. E, se cos,
perch parlare di "fenomeni" e non di superfici? A rigore, soste-
nere che la cosa in s inconoscibile significa che non ha alcun
rapporto con il fenomeno, laddove Kant assume che il noumeno
intrattiene con il fenomeno quantomeno un rapporto causale.
6. L'arcobaleno e Saturno. Qui ravvisiamo l'azione di uno
scrupolo epistemologico, che si pu facilmente veri,ficare e che
vale complessivamente per l'intera estetica trascendentale. A un
certo punto (B 631 A 45), Kant sostiene che l'arcobaleno un fe-
nomeno di secondo livello, quasi una illusione ottica, laddove il
vero fenomeno sarebbe costituito dalla pioggia e dalla luce. In al-
tri termini, per lui gli arcobaleni non fanno realmente parte del
mondo; il quale, in senso proprio, comiene, prima che cose, cau-
se, sicch la realt dell'arcobaleno risulterebbe di poco superiore
a quella delle pentole d'oro che, si dice, si trovano certe volte a
un capo degli arcobaleni. Se poi uno alza gli occhi al cielo, mu-
nito di un cannocchiale, inconcra altri fenomeni di secondo li-
vello, ossia, di nuovo, delle specie di illusioni oniche. Sono, per
esempio, gli anelli di Saturno (B 70). Quegli anelli - secondo
Kanr- non esistono, siamo noi che, ingannandoci, li prendiamo
46
IL PROBLEMA NON L'ORNITORJNCO. KANT
per veri. Eppure, le loro ombre sono esattameme come tutte le
alrre, le si vede, come le ombre di casa nostra, e non le si pensa,
come le orbite dei pianeti; e l'atteggiamento di Kant in materia
di anelli ha almeno un amenato,
17
la traduzione inglese dell698
del Cosmotheoros di Huygens, dove l'incisore, fuorviato dalle
proprie abitudini, e soprattutto dall'assunto per cui gli anelli sa-
rebbero non-cose, corresse l'illustrazione originale cancellando le
ombre portate per conservare solo l'ombra propria del pianeta.
7. L'errore dello stimolo. Ecco il crampo mentale cui facevo ri-
ferimento parlando di "scrupolo epistemologico": Kant manife-
sta una spiccata inclinazione a commettere errori dello stimolo,
cio a confondere i fenomeni con le loro spiegazioni; ma, come
osservava Wertheimer, quando vedo dalla finestra una casa, degli
alberi e il cielo, potrei anche dire che ho 327 luminosit e tona-
lit di colore, ma non ho 327; ho- n pi n meno- il cielo, de-
gli alberi e una casa. Sotto il profilo fenomenologico, una simile
confusione comporta operazioni tutt'altro che legittime,
18
che si
riassumono tutte nel ricondurre l'osservato al misurato, e nel ri-
durre il primo a "illusione ottica" qualora non si dia un paralleli-
smo perfetto. La tenta7.ione di confondere la causa con l'effetto,
vale a dire la spiegazione con il fenomeno da spiegare, tanto
forte quanto immotivata e in ultima analisi assurda, giacch la
causa risulta solitamente separata temporalmente dall'effetto (A
causa B, almeno se vogliamo prendere lo schema della causalit
in Kant), e se c' l'effetto non c' la causa. E anche nei casi in cui
la causa permane insieme all'effetto (per esempio, il fuoco e il ca-
lore), resta inceso che un conto la causa e un altro l'effetto, e
che il medesimo effetto pu conseguire da cause del tutto etero-
genee, giacch posso ridere sia per una barzelletta, sia perch mi
fanno il solletico, sia perch ho fumato haschisch. t: una consi-
derazione talmente ovvia che non merita di essere sottolineata
pi di tanto; eppure, tante volte, la confusione si introduce di
soppiatto.
8. l privilegi della logica. Perch cedere a un simile errore? Si
accettato per secoli che ci debba essere un mondo di idee, e in
pochi se ne sono !agnati, laddove si restii a considerare il mon-
do dei fenomeni qualcosa di diverso da una apparenza transito-
ria da spiegare risalendo alle cause. Eppure, quando vedo una lu-
ce bianca, conter poco, quanto alla luce, appurare se sia solare o
47
artificiale, o se dipenda da un colpo in cesta. Quelle sono le
se, non sono un fenomeno, e affermare, magari a ragione, che la
luce bianca deriva dal colpo in testa non ancora sostenere che
non la veda, o che mi sbagli nel vederla. Del pari, la sensazione
dd verde non verde, proprio come la morte di una persona
amara non ce la fa odiare, ancorch sia causa di dolore. Inoltre,
gi solo che il Bloody Mary venga preparato con un mixer invece
che con uno shaker dimostra che non irrilevante che ci sia pi
o meno aria in un cocktail per determinare il sapore , cos come
l'acqua calda e l'acqua fredda sono sempre H
1
0, ma presentano
una resa percettiva ben diversa: l'avviso "Attento che si fredda!",
detto di un piatto di minestra, molto esplicito in materia.
pure, l'atteggiamento verso la logica appare, a questo riguardo,
molto diverso da quello riservato all'estetica.
(a). Genetica e logica. Anche chi critica il topos noets
nio disposto a sostenere chi affermi che il mondo della logica
non spiegato in alcun modo attraverso studi generici, che
tana sulle cause del perch si ragiona cos e cosl. Ora, gi sul
condo aspetto ci sarebbe da discutere. Il pensiero, si sostiene,
ve essere separato da chi pensa, altrimenti la logica sarebbe una
mc::ra psicologia individuale; per motivi apparentemente affini, si
asserisce che la logica non riceve alcuna luce da studi genetici.
Intanto, va precisato che l'identificazione tra psicologia e
dualit non equivale all'appello al motivo genetico. Inoltre, si
pu legittimamente sostenere che la logica operi, rispetto al
siero, esattamente come la percezione funziona rispetto alla
ca: i ragionamenti basati sul calcolo delle proposizioni non sono
altro che una applicazione della teoria dei modelli mentali, che si
fonda su rappresentazioni del vero, integrate dalle
zioni del falso, cosl da ottenere le matrici del calcolo. Allora,
parando il pensiero da chi pensa non si ricava una psicologia
dividuale, bens invarianti della fenomenologia dei processi di
pensiero, cos come si ottiene la funzione unilaterale dei margini
studiando l'articolazione figura-sfondo.
(b). Genetica ed estetica. Resta da spiegare perch siamo tanto
precipitosi, per quanto riguarda il piano fenomenico, nel correre
da ci che appare ed percepito alle sue cause. II motivo pro-
babilmente il seguente: mentre il piano logico delle ragioni sem-
bra procurare il telos finale di tutta la ricerca- e lo davvero, in
48
IL PROBLEMA NON L'ORNITORJNCO. t KANT
una teoria della scienza -, costituendo 1' approdo verso cui si
orienta l'emendazione dell'esperienza, che risulterebbe indeboli-
ta dalla ricerca di motivi genetici, il piano fenomenico concepi-
to esclusivamente come il punto di partenza, che ha solo da gua-
dagnarci se viene ricondotto a un mondo di cause e ragioni re-
trostanti ai fenomeni. Il che, di nuovo, dal punto di vista di una
teoria della scienza appare difficilmente contestabile (saremmo
disposti a pagare un medico che si limitasse a dire quello che ve-
diamo anche noi, a occhio nudo, o a prestare orecchio a un
astronomo che descrivesse quello che vede durante una eclissi in
luogo dispiegarci quali sono i motivi non visti che la causano?),
ma non costituisce una descrizione dell'esperienza.
49
Logica
Deduzione
La sensazione come input. DaJI'escetica, Kanc viene dunque al-
la logica, discorsiva e non intuitiva; e, come nell'estetica si tratta-
va di identificare l'intuizione con la matematica, qui la sua idea
di fondo che le categorie logiche non vanno ricavare dall'espe-
rienza, bens dal pensiero. l'ideale di una logica generale, ossia
depurata da qualunque elemento estrinseco e dunque malceno-
perci Kant dissente dai "logici moderni" che hanno incorpora-
to nella disciplina anche pezzi di psicologia e di teoria della
scienza-, giacch la logica non deve fungere da organo della ri-
cerca, bens da canone del pensiero, che rivela l'errore, ma non
contribuisce a produrre conoscenze nuove. La logica, per, non
deve occuparsi solo di s stessa: in quanto logica trascendentale,
deve altres offrirsi come condizione di possibilit dell'esperien-
za, e qui la sua sfera appare ridotta rispetto alla logica generale
poich l'esperienza ha a che fare con il reale e non con il possibi-
le. Ed qui che incominciano altri problemi. Perch, ammesso e
non concesso che le categorie indispensabili per l'esperienza sia-
no dodici, rester da spiegare come mai l'esperienza ne abbia
davvero bisogno. Il solo modo, a rigore, sarebbe dire che il mon-
do un caos, e che l'ordine viene proprio dalla logica. Tuttavia,
Kant non sposa sino in fondo l'ipotesi caotica, giacch anche
una affermazione apparentemente minimalistica come quella se-
condo cui "nella semplice successione l'esperienza non coeren-
te" (B 226 l A 183) ammette che c' una successione indipen-
50
IL l'ROBLEMA NON J:ORNlTORINCO. f. KANT
dente dal pensiero; sicch sostiene che la sensazione un input
imprescindibile per la conoscenza. Nondimeno, quando si sia
concesso che la conoscenza inizia con la sensazione, prosegue su
concetti e chiude su idee, risulter difficile addossare l'ordine
dell'esperienza al ruolo delle categorie. Si apre, a farla breve, un
problema dell'uovo e della gallina che si risolverebbe abbasram.a
pianamente dichiarando che l'esperienza di per s ordinata, e
che le categorie servono per la scienza; e che nondimeno Kant
complica non poco sostenendo che l'esperienza prima "nel
tempo", ma che, se ci pensiamo bene, le categorie erano gi l a
ordinaria.
Tuttavia, specie nella versione dell781, il sistema della dedu-
zione della legittimit delle categorie per l'esperienza costituisce
in tutto e per tutto una giustificazione della loro utilit per la
scienza: la sensazione si imprime nell'anima, si registra nella mc-
moria, si individua razionalmente: vedo un ramo, la mia memo-
ria di lavoro fissa l'immagine, mi dico " un ramo" (e non un
serpente), l'impressione si stabilizza, e passa dalla memoria di la-
voro a un deposito pi duraturo, come la mia memoria a lungo
termine, la comunicazione a qualcuno che mi St:.l. vicino, un ani-
colo, un libro ecc. Fin qui, tutto bene, a parte che assistiamo a
un movimento in cui la memoria, da "salvaguardia della sensa-
zione", si trasforma impercettibilmente in possibilit della sensa-
zione, sicch un attributo epistemologico viene adibito retro-
spettivamente a condizione di possibilit a livello ontologico.
1
9
Nel che si intrecciano almeno due elementi: da una parte, la cir-
costanza psicologicamente osservabile che se uno non ricorda A
non pu rilevare un cambiamento al sopraggiungere di B; dal-
l'altra, il miscuglio tra una forma di rirenzione che non ha gran-
ch di consapevole e un ricordo volomario e consapevole. Tutta-
via, che i due piani possano difficilmente sovrapporsi lo si porr
constatare pensando a quanto bene ci ricordiamo facce viste una
sola volta, mentre possiamo dannarci nel collegarle con i nomi,
e, soprattutto, possiamo accorgerci solo a met di un film alla te-
levisione di averlo gi visto. Ora, tornando al ramo, Kant non
pu evitare di osservare che era gi l, con tuue le sue caratteristi-
che, prima che lo vedessi, e indipendentememe dalle mie catego-
rie, tanto vero che - pur temendo che sia un serpente- sono
costretto ad ammettere che un ramo; e dichiara programmati-
51
MAURIZIO fERRARIS
camenre che ogni conoscenza incomincia con la sensazione, sen-
za considerare il danno che ne deriva quanto alla idea di "rivolu-
zione copernicana". In fondo, avrebbe pomro sostenere che dalla
sensazione non ha inizio un bel niente, tranne l'esperienza, che
non necessariamente l'origine della scienza. Ma, una volta im-
pegnatosi nell'altro gioco, avrebbe dovuto concludere che allora
siamo nel puro empirismo, e che dunque dall'esperienza non
consegue una scienza in senso classico, ossia una conoscenza cer-
ta ed evideme, bens un sapere probabilistico. Kam, invece,
adona una soluzione intermedia: la sensazione prima nel tem-
po, lei che d l'input; ma, subito dopo, interviene un reticolo
categoriale che ci assicura la scienza, senza la quale non sarebbe
possibile nemmeno l'esperienza. Per: se il mondo ordinato per
fotti suoi, che bisogno c del soggetto? E, inumamente, se non lo ,
come si pu pretendere che sia il soggetto a portare ordine? Ora, i ca-
si sono due: o la sensazione un input generico, da cui, a secon-
da delle categorie attivate, potr venirmi fuori un coniglio, un
cappello o un prestigiatore, e allora sostenere che ogni conoscen-
za inizia con la sensazione non vuoi dir niente; oppure la sensa-
zione risulta gi formata, e allora non si capisce che cosa- a li-
vello omologico - potr aggiungerci la nostra griglia categoriale.
L'ipotesi del caos. Ammettiamo che il mondo sia un caos. Se
imessuto di frammenti di sensazioni verdi, marroni, rugose, soli-
de ecc., parr illogico pensare che ci sia qualcosa di dato nell'e-
sperienza (un albero, una stella, una patata), e che il dato risulti
indipendente dalle nostre attese, dall'esperienza pregressa e dagli
schemi concettuali con cui guardiamo il mondo; e apparir non
meno inevitabile sostenere che l'assunzione secondo cui c' qual-
cosa di dato nell'esperienza non vada da s, conseguendo dall'ap-
plicazione dello schema concettuale della oggettivit.
1. Il flusso e la regolarit. Per, se davvero l'esperienza iniziasse
come un flusso e come un caos, come potrebbe succedere, poi,
che il mondo fluttuante si stabilizzi e divenga l'ambiente che ci
familiare, arredato con persone che non cambiano faccia, alberi
che perdono le foglie in aumnno, oggeni belli e brutti, interi o
spezzati? Eppure, vediamo un gran numero di uomini - indi-
pendentemente dalle loro conoscenze, credenze o opinioni -, co-
sl come una miriade di animali, anche piccoli e semplici, che si
rapportano alle cose, evitano ostacoli, afferrano oggetti, si nutro-
52
IL l'ROBLI:MA NON !:. L'OR.NITORJNCO. t KANT
no, lottano c si accoppiano, senza che un simile affaccendarsi
pretenda di venir spiegato come l'applicazione di uno schema
concettuale inteso o come un sistema di credenze o come un
sicme di assunzioni epistemologiche; che poi si possa benissimo
disporre di dotazioni inconsce, un altro paio di maniche: per
Kant ritiene che le dotazioni in questione siano tutte accessibili a
una riflessione che non faccia ricorso ad alcuna ricerca empirica.
2. Vortici. Inoltre: se il mondo composto di vortici
zati in un secondo momento dai sensi e dall'intelletto, come mai
ogni tanto vediamo vortici, scarabocchi, fosfeni? O, detto
menti, se il mondo intessuto di seme data, per quale motivo il
pointillisme, l'impressionismo e il divisionismo rappresentano
indirizzi pittorici storicamente riconosciuti, invece che costituire
la norma della visione? Se davvero il mondo dipendesse
dine della coscienza, e questa fosse un flusso, come Kant
te artraverso l'ipotesi dell'unit sintetica dell'appercezione in
quanto fluire temporale, perch si dovrebbero dare stati cos
versi, come l'ordine della ve'glia e il disordine dei sogni? E perch
cos tante cose starebbero ferme? Se ci pensiamo un momento,
tutto diviene difficile da spiegare.
3. Il mondo stabile. Se davvero Kant avesse voluto
mente rendere conto, da un punto di vista epistemologico, della
organizzazione interna del mondo, allora non si capisce in che
senso avrebbe potuto ritenere di aver costruito una antologia. E,
una volta entrati nella antologia, non si capisce come schivare la
contraddizione fra trascendentalismo e realismo. Alla fine,
se'ultimo che ha la meglio, e conviene allora riconoscere che il
mondo ha le sue stabilit e leggi, le rispetta e le fa rispettare. Si
potrebbe ovviamente opporre che anche il fano che la realt sia
cos e non altrimenti pu essere ricondotto a un diritto: vero, e
difatti la scienza funziona proprio cosl, assumendo che nulla
senza ragione, e che a indagare bene, in un tempo al limite infi-
nito, si potr trovare il motivo di tutto; si ammetter tuttavia che
una ipotesi diversa dall'idea che per avere delle esperienze si
debba disporre di un reticolo categoriale.
L'ipotesi dell'ordine. Ma, allora, abbiamo ammesso che il mon-
do abbia un ordine. E se la sensazione sta all'inizio, ricever un
liquido scuro e caldo e non chiaro e freddo, l'odore e il sapore
del caff e non quello del latte ecc. Tutto quello che potr
53
giungerci in seguico risulter antologicamente povero; per l
che Kant focalizza la sua attenzione, giacch gli preme dimostra-
re quante intuizioni e categorie accorrano per bersi una tazzina
di caff, mentre potrebbe al limite proporsi di sostenere che ci
vogliono mohissime intuizioni e categorie per descriuere l'ano di
bersi il caff'e: ma non vuoi farlo giacch si proposto di evitare
questioni empiriche di fisiologia. In ogni caso, non difficile co-
gliere le contraddizioni che vengono ad aprirsi, nella Deduzione,
tra l'assunto epistemologico secondo cui sono le categorie a ren-
dere possibile l'esperienza e il presupposto fenomenologico che
vede nell'esperienza un tutto organizzaco prima o senza di loro.
l. Sinossi del senso. Kant parla di una "sinossi del senso", e in-
tende con ci che ogni singola rappresentazione connessa con
tutte le altre prima ancora che la conoscenza venga a metterei or-
dine (A 97-98). Difficile dargli torto, anche se la formulazione
appare un po' estremistica e illimitata: se la scienza pu legitti-
mamente prefiggersi l'obiettivo di costruire una teoria del tutto,
perch il mondo costituisce per ipotesi un organismo intercon-
nesso c, alla lunga, la goccia che cade dal lavandino ha qualcosa a
che fare con l'orbita di Plutone. Tuttavia, nell'esperienza, ci mi-
suriamo per lo pi con il lavandino c i suoi immediati dintorni,
e qui constatiamo che le cose possiedono propriet interne ed
esterne indipendenti da ci che possiamo aggiungerci con le no-
stre categorie: la sinossi un insieme strutturato gi dato, che si
offre al senso, n risulta difficile pensare che in un simile mondo
ci sia gi tutto, quantit, qualit, sostanze, cause, e, se proprio ci
si tiene, azioni reciproche. probabile che non ci siano postulati
del pensiero empirico in generale, poich qui non si ha a che fa-
re con un kosmotheors cosciente, il che tuttavia non infcia la
piena coerenza della scena, come in questa serie di macchie,
sprovviste di significato, ma non di stabilit, forma, colore, gran-
dezza e rapporti spaziali.
54
IL I'RODLE,\IIA NON L'ORNITORINCO. KANT
In fondo, Kant avrebbe potuto affermare che, prima delle tre
sintesi epistemologiche (della percezione, della immaginazione
e del concetto), ci sono distinzioni essenziali - poniamo, figu-
ra/sfondo- che fanno s che un oggetto sia tale, e presenti quelle
caratteristiche che ritroveremo una volta che incominciamo a stu-
diarlo, con marginali eccezioni in cui l'osservazione interviene sul-
l'osservato. Nondimeno, se le cose stanno cos, non si vede la con-
gruenza con il principio, enunciato pi sotto, secondo il quale se
non ci fosse un potere rirentivo l'esperienza sarebbe impossibile, e
non ci sarebbe mondo (A 99). Rispetto al luogo precedente non
difficile notare un passaggio di grado: nel primo caso, incontriamo
una circostanza antologica: c' qualcosa, ordinato per conto suo,
strutturato cosl e cos ecc.; nel secondo, invece, si racconta la nasci-
ta della scienza, dove il "qualcosa" registrato, quindi stivato nella
immaginazione, infine trasposto nel concetto. Nondimeno se, dal
punto di vista della epistemologia, si pu e si deve sostenere che
nulla esiste fuori del testo, che nulla si sottrae alla trama degli sche-
mi concettuali, da quello della antologia le cose vanno altrimenti;
qualcosa esorbita dal resto, che proprio perci apparir diverso da
una m era immaginazione, c capace di dar vira a un sapere.
2. Cinabro. Kant scrive anche, concludendo la Deduzione (A
125), che siamo noi a introdurre quell'ordine e regolarit dei fe-
nomeni che chiamiamo "natura". Il passo appare in brusca con-
traddizione con quanto si leggeva qualche pagina prima (A 100-
101), secondo cui, se non ci fosse una costanza e una norma nei
fenomeni- se, per esempio, il cinabro fosse ora rosso e ora nero,
una volta leggero e una volta pesante- "nessuna sintesi empirica
della riproduzione potrebbe aver luogo". Il caso del cinabro
smentisce il senso della deduzione: posso fornire tutti i significa-
ti che voglio, per le organizzazioni che incontro sono gi date,
incontrate, stabili e regolari.
3. Immaginazione. Che neanche Kant potesse pensare che
solo il trascendentale a conferire qualche normalit al mondo ri-
sulta dunque confermato, in modo eloquente, anche dal ricorso
alla immaginazione riproduttiva, quando sostiene che "la sintesi
riproduttiva dell'immaginazione appartiene alle operazioni tra-
scendentali dell'animo".
20
Se ci pensiamo, suona strano assegnare
il trascendentale alla sensibilit, e le cose non cambiano granch
se parliamo di "immaginazione produttiva": possiamo immagi-
55
narci quasi rutto e non tutto, potendosi immaginare un blerde,
ossia un colore che risulti dalla somma del blu e del verde, per
non un rotondoquadmto (ci figuriamo un ottagono, o la rapida
successione di un cerchio e di un quadrato, o qualcosa del
re); ma solo perch rievochiamo e riaggreghiamo dati della
bilit, o meglio cose belle e fatte incontrate nel mondo. Del
sto, anche la definizione della immaginazione proposta in B
non si discosta dalla definizione della immaginazione
riproduttiva in A, nanne che nel 1787 Kant, con un'operazione
puramente nominale, distingue, da una immaginazione
d univa, un'altra e non meglio precisata, che risulterebbe
riva. Non suggerisce runavia in che cosa consista una simile
duttivit, per lo si pu congetturare: se togliamo alla
nazione qualsiasi contenuto determinato, si pu postulare
cosa, che sarebbe produttivo, sempre a condizione che
mo con Kam nella assunzione, run'altro che inevitabile, che
ogni fatto debba trovare la sua condizione di possibilit in un
ritto. Per, se le cose stanno in questi termini, allora proprio
vero che l'immaginazione riproduttiva va annoverata tra le
razioni dell'animo, perch l'esperienza risulta
fettivamente un tutto organizzato.
4. Associazione di idee. Ma, allora, perch mai
ne riproduniva dovrebbe considerarsi trascendentale, e
zione di idee puramente empirica? Una risposta che le
zioni risultano sempre determinate, laddove la facolt di
durre un carattere formale che le rende possibili. Tuttavia,
la vieta di chiamare "associazione" la forma generale che
za le associazioni particolari, c otterremmo una prestazione omo-
logabile alla immaginazione riproducciva. Kant sospetta
sociazione perch la vede pericolosamente connessa allo
smo, ma forse non la via giusta: non si tratta di sostenere che
tutte le associazioni sono soggettive e relative, bensl di far notare
(t) che la probabilit tutt'altro che disprezzabile, e che la
stione non passa tra il necessario e il probabile, bensl tra
mente probabile e il nettameme improbabile, c () che non
te le associazioni si assomigliano. Ce ne sono di oggettive e vali-
de per tutti (al lampo segue il tuono) e di soggenive e puramen-
te idiosincratiche (una madeleine mi ricorda Combray).
tutto avendo presente (), ci si render conto che tra il lato
56
IL PROBLEMA i:OR.NITORJNCO. KANT
gettivo delle associazioni e l'immaginazione riproduttiva in
quanto facolt trascendentale dell'anima non passa alcuna
renza: se c' associazione nella mente, perch c' normalit
mondana; laddove Kant tratta la regolarit come contingente,
eppure convoca l'associazione per spiegare taluni atteggiamenti
percettivi, quasi che le costanze che inducono le abitudini non
contassero, e impanasse invece la presunta facolt dello spirito
di produrre regolarit.
Schematismo
Come funziona W schema. I.:onere della prova del
tale passa cosl dalla deduzione allo schematismo, quanto dire
dalla legge ai casi. Il funzionamento dello schema grosso modo il
seguente: disponiamo di categorie, che ovviamente valgono in
generale e in astratto; e riceviamo delle percezioni, che invece
operano in particolare e in concreto. Le percezioni, tuttavia,
sultano prevemivameme addomesticate e potenzialmente
geneizzate, giacch presentano la forma dello spazio e del tempo.
Cos, percezione e categoria rivelano un tratto comune: la prima
sar grande o piccola, calda o fredda, rosso vivo o rosa pallido,
apparir permanente o transitoria, verr prima o dopo di un'altra
ecc.; la seconda, per parte sua, dispone delle nozioni di numero,
grado, sostanza, causa, azione reciproca ecc. Nondimeno, come
si fa a mettere insieme gli elementi comuni? Una risposta
zionale offerta dal numero: la matematica omogeneizza for-
malmente quello che abbiamo nella testa c quanto c' nel mon-
do, oppure mette in comunicazione due mondi, uno di idee e
l'altro di oggetti. Tuttavia, Kant ha bisogno di motivare le ragio-
ni antologiche della applicazione delle categorie alla sensibilit,
sicch non pu accontentarsi di una corrispondenza formale.
difficile pretendere che i numeri sono realmente in noi, pare una
ipotesi come un'altra, e neppure la pi accreditata, giacch sem-
bra che i neonati riescano a dissimilare sino a setce oggetti, il che
non gli impedisce di vederne assai di pi. Per, qualcosa del ge-
nere lo si pu dire del tempo: se decidessi di contare fino a lOO
per calcolare approssimativamente un minuto, non avvertirei in
me iliOO, bensl il flusso temporale che accompagna la numera-
57
1\.IAURIZIO FERRARIS
zione; peraltro il decorso non risuhercbbe puramente soggeuivo,
giacch, mentre contavo, stava passando un minuto anche fuori
di me, il toast si era abbrustolito ecc. Perci Kant decreta che gli
schemi sono forme del tempo. Come simili forme medino
mente, non per chiaro, e il principio astratto appare come il
rovescio speculare della doppia trascrizione operata dalla scienza
cartesiana, per cui l'osservabile viene ridotto alla qualit, e
st'ultima tradotta in quantit. Nello schematismo, le categorie
vengono trasposte in numeri, e poi l'aritmetica si traduce in
metria, ossia in quantit osservabilc. Esaminiamo i due momen-
ti del transito dal digitale all'analogico.
l. !!numero.
(a). Le operazioni. Le categorie forniscono sintesi puramente
intellettuali, agendo come le operazioni aritmetiche
tali. Avremmo dunque 7 + 5 = 12; 12- 5 = 7; 7 x 5 = 35; 35: 7
= 5. Tranne che, a livello categoriale, le operazioni si rivelano
bastanza palesi per ci che concerne quantit e qualit; risultano
un po' diverse per la relazione, dove la sostanza sarebbero il 7 e il
5, se vale l'altro paradigma di giudizio sintetico apriori, la per-
manenza della sostanza; l'azione reciproca si manifester nella
circostanza per cui se non interpongo il segno di addizione tra 7
e 5, quelli restano tali e quali; e la causalit sarebbe la legge in
se alla quale, viceversa, aggiungendo il segno di addizione
go il 12; e sembrano realmente difficili da pensare per ci che
concerne la modalit. Sicch gli unici due prindpi puri su cui
Kant si senta di impegnarsi, e che adoperi effettivamente nelle
sue dimostrazioni circa la trascendentalit delle categorie, sono
la sostanza e la causa: lo si vede nel capitolo sullo schemarismo,
lo si conferma (ne tratrer estesamente) nel sistema dei princlpi,
lo si ribadisce nella dottrina trascendentale del metodo (B 795 l
A 767), dove si legge che l'esperienza anticipata dalla causalit
e dal principio di permanenza della sostanza. Assodato che qui
ancora e sempre questione di matematica, interviene il tempo,
che assicura la naturalizzazione. Lidea che non si abbia a che
fare semplicemente con numeri, che si possono applicare a
geni o a eventi cosl come si pu adoperare un metro o un
gio, bensl con un flusso reale, che presente dentro di me,
rivamente, a riwlo di senso interno, e che del resto operante
fuori di me, solo che si decida di sostenere che quando cade una
58
IL PROBLEMA NO:-! I:ORNlTORINCO. 1:: KANT
foglia c' nel mondo, in maniera empiricamente reale, oltre alla
foglia, all'albero, all'aria e al suolo, anche una intuizione sensibi-
le pura che si chiama "tempo": come dire che se ci sono quattro
libri sul tavolo c' anche, nascosto da qualche parte sul tavolo, il
numero 4.
(b). L'operatore. La debolezza del tempo per l'altro lato del-
la sua forza: non lo si vede, dunque non conferisce alcuna consi-
stenza alla sintesi intellettuale; sicch il processo di avvicinamen-
to daJle categorie alla sostanza, alla causa, alla azione reciproca,
alle quantit e ai gradi, cio a tavoli, pentole in ebollizione,
scoiattoli, sommergibili ecc., difetta ancora dell'anello fonda-
mentale, ed su questa difficolt che Kant si aren per parecchio
tempo, sino a che, verso la fine degli anni Settanta e sulla scorta
della psicologia di Tetens, trov l'escamotage della immaginazio-
ne, cui Kant conferisce una missione inedita nella storia della fi-
losofia: ritenendo il presente nel momento in cui passa, l'imma-
ginazione istituisce la temporalir. Kam dispone ora un operato-
re che gli serve per unificare categorie e tempo, e che inoltre, va-
le come tramite capace di assicurare il transito dal digitale all'a-
nalogico, dalla sintesi intellettuale alla sintesi figurata, coloran-
do, sensibilizzando e parricolarizzando le categorie. Lo schemari-
smo si basa su questi ingredienti; tuttavia, non ci vuoi ramo per
notare che l'omogeneizzazione dei disparati possibile solo a
patto di un uso alquanto equivoco delle parole, analogo a quello
che abbiamo registrato nei molteplici significati di "tempora-
lit", e che sotto i paludamenti della naturalizzazione continua a
trasparire il naturalizzandum. Baster notare che Kant, differen-
ziandosi da Locke- che per spiegare il transito dal particolare al-
l'universaJe si era impelagato nella implausibile teoria delle idee
generali-, sostiene che lo schema un "metodo di costruzione"
e, di nuovo, adduce l'esempio del numero: 5 sarebbe il metodo
di costruzione di una immagine come: . Cos, non diffici-
le notare come - malgrado le iterate dichiarazioni di indipen-
denza dello schema daJia costruzione matematica,
21
e della meta-
fisica dalla fisica - lo schema si ponga in una sostanziale conti-
nuit con entrambe.
2. La linea. L'esempio del numero 5 che pu costruire
caratteristico. t. cerco per semplicit che Kant non ha scritto che
il numero 5 pu costruire, poniamo, , @@@@@ o
59
MAURlZIO f!;RR.ARIS
$$$$$, ma sono c' anche l'idea tradizionale secondo cui il tem-
po si compone di istanti che si sviluppano in un decorso esatta-
mente come lo spazio composto di punti che generano linee,
passando misteriosamente dal discreto al continuo. Ora, a ben
vedere, tale in rutto e per tutto la concezione di fondo soggia-
cente allo schemarismo: lo schema-modello, il solo, che Kant
propone in ben cinque occorrenze, illustra la possibilit di rap-
presentare il tempo attraverso una linea, quasi a confermare fe-
nomenologicamente che l'aritmetica possiede una controparte
geometrica. Ripercorriamole in breve, tenendo presente che qui
Kant ritiene, con quegli esempi, di aver dimostrato la possibilit
del passaggio dal pensiero alla estensione.
(a). La spazializzazione. La prima occorrenza gi nella esteri-
ca trascendentale (B49-50/A33). Il tempo, in quanto forma del
senso interno, non possiede alcuna figura, per si rappresenta at-
traverso lo spazio, con una linea che ha tutte le propriet del
tempo, tranne che nella linea le pani sono simultanee, laddove
nel tempo risultano successive. Nella sua presentazione, questa
appare come una circostanza psicologica, ma insieme anche di
pi, rivelando che il tempo risulta compatibile analogicamente
con lo spazio, dunque non un mero concetto, bensl una intui-
zione sensibile apriori. Nel parallelismo si trova la chiave, alme-
no per Kam, se non della irragionevole efficacia della matemati-
ca, almeno del modo in cui la mente pu aderire al mondo.
(b). L'oggetto. La linea riappare in un passo della Deduzione
(B49-50/A33), in cui Kant vuole dimostrare la legittimit del ri-
ferimento delle leggi pure del pensiero all'esperienza: vedere una
cosa nello spazio non conoscerla; affinch ci avvenga, neces-
sario che quanto si vuoi conoscere- cio, secondo l'esempio di
Kant, la linea- risulti sintetizzato in maniera tale da delimitare
uno spazio. In questo modo, oltre a descrivere una figura, la li-
nea circoscriver anche l'unit della coscienza nella conoscenza
dell'oggetto in questione, a riprova del fano che le condizioni di
possibilit della coscienza assicurano anche la possibilit degli
oggetti della conoscenza.
(c). Il pensiero. Reciprocamente, la spazializzazione del tempo
anche ci che sensibilina l'unit sintetica dell'appercezione,
che in quanto tale non si percepisce ed solo pensabile, esatta-
mente come non percepiamo le attivit elettriche nel nostro cer-
60
IL PROBLEMA N O N ~ I:ORNITORII':CO. ~ KANT
vello. Lo si constata nel 24 della Deduzione (B 153-154): non
c' da stupirsi, scrive Kant, se noi ci intuiamo come fenomeni e
non come cose in s, giacch anche quando pensiamo una linea
non possiamo mancare di rappresentarla nel pensiero. Perci, la
linea che prima era quella con cui l'anima costruiva l'oggetto
anche la linea con cui il soggeno viene costituito in quanto og-
getto per la propria autorappresentazione.
(d). La coscienza. ~ c i che si ribadisce in un'altra occorrenza
della linea, subito dopo (B 156), che interviene nel quadro della
argomentazione di Kant circa il fatto che ci conosciamo sola-
mente come fenomeni e mai come noumeni: anche il tempo
non pu che rappresentarsi come una linea, che risulra in tal
modo uguale alla coscienza, il tempo essendo la forma del senso
interno.
(e). La geometria. e ultima occorrenza si registra, dopo losche-
matismo, nel sistema dei principi, e specificamente negli assiomi
della intuizione (8 203/A 163-4), dove troviamo una delle pi
aperte esposizioni della idea kantiana di matematica, e del suo ruo-
lo nella costituzione della possibilit della esperienza. eidea di
Kam che le qualit estensive nascono per addizione di punti;
l'immaginazione produttiva capace di assicurare simili addizio-
ni; e su questa possibilit di transito si fonda la geometria.
In breve, dunque, abbiamo una linea polivalente, questa:
che si potr chiamare indifferentemente Geometria, Coscienza,
Oggetto, il tutto sulla base della possibilit che sin dalla Fica
arismtelica viene attribuita al tempo, passare dal discreto al con-
tinuo, dalla stigm alla gramm.
Perch non funziona. Non stupisce che agli schemi difettino
tanto la grana fine dell'esperienza quanto i caratteri propri degli
oggetti: ma riconosceremmo le cose in un mondo di un solo co-
lore e di pure forme geometriche? Non confonderemmo fogli di
carta, piastre di acciaio, porre, tende, finestre, focacce grandi?
qui che si sconta l'abuso del concetto di "rappresentazione", e
non per caso negli schemi difettano altri requisiti, come la terza
dimensione o il movimento, essenziali per il riconoscimento di
molti oggetti: se in una stanza buia mettiamo una persona con
61
delle lampadine in corrispondenza delle articolazioni, e le
diamo di stare immobile, non possibile capire che si ha a che
fare con un corpo umano, mentre se la si invita a camminare, il
riconoscimento ha luogo prontamente, cosl come svariati
tori riconoscono le vinime solo se sono in movimento.
tamente, si anche ammesso che lo schema non serve nemmeno
alla sussunzione, bens alla formalizzazione e alla numerazione di
una esperienza gi pienameme attuabile senza schemi: nulla mi
vieta, se lo voglio e se mi torna comodo, di risalire da un cane
la sua foto, e di l alle sue qualit e quantit; posso anche, con la
foto, riconoscere il cane. Per le qualit e quantit non mi
rcbbero, in astratto, a nulla; o, pi esattamente, servono solo in
astratto. Vcrifichiamolo.
l. Come si piega la linea? Messo nei suoi termini pi
rari e decisivi, il problema del passaggio dai concetto allo
ma, dallo schema alla figura, c di qui alla cosa sottomano, suona:
come si piega la linea? Sarebbe un po' come nelle vecchie
cit delle pentole Lagostina.
E poi, una voha tracciata la silhouette, come si applicano i
ri? E se questi sono gi ordinati nel mondo, che bisogno c' dello
schema? O viceversa, nella versione meno ambiziosa dello schema
come sussunzione, come si unificano i diversi punti nella linea, se
non sono gi ordinati e unificati nel mondo? Il solo modo che
ne in mente quello dei giochi della Settimana enigmistica che
consistono nell'unire i punti per fare emergere un cane.
62
IL PROBL<::MA NON L'ORNITORINCO. KANT
2. La Francia davvero viola? Per corroborare la storia della
nea, Kam precisa che lo schema un monogramma, e non una
immagine. Tuttavia, che cos' esattamente un monogramma?
Kant sostiene espressamente che come le silhouettes dei
misti, che da pochi tratti delineano le caratteristiche di una per
sona; per qui abbiamo a che fare non con un metodo di costi
mzione, bensl con un sistema di riconoscimento di un gi cono
sciuro. manifesta incongruenza tra i due schemi cui fa men
zione Kant: da una parte, il modello della linea come rappresen
razione esterna e figurata del tempo; dall'alrra, lo schema di un
oggetto qualsiasi incontraco nel mondo. Ammettiamo che rico
nasca delle forme geometriche pure apriori in oggetti di espe
rienza; per se lo schematismo un sistema per riconoscere geo
ni elementari- poniamo, banane c cornette del telefono- non si
capirebbe che c'entrino gli schemi di sostanza, causa e azione
ciproca, e ci imbatteremmo di nuovo nella difficolt platonica
del transito dalle idee alle cose. Perch lo schema dell'autostrada
Torino Milano non lungo 126 chilometri n dura due ore, sic-
ch nella immagine mentale dello spazio proprio la caratteristi-
ca saliente dello spazio a venir meno; c:: non si vede un solo mori
vo per pensare che la caratteristica che decade nella immagine
debba essere resa possibile dall'immagine. La medesima conside
razione si potrebbe svolgere per il tempo. Sono proprio i caratte-
ri specifici della temporalit quelli che vengono obliterati da una
immagine mentale, che per l'appunto non avrebbe durata. Idem
per il riconoscimento: avrebbe senso una conversazione come la
segueme? "Ho sognato mia madre." "Sei sicuro di aver sognato
tua madre e non una persona che le assomigliava molto?" Episte-
mologicamente, non ci importa che la Francia sia proprio viola,
Parigi davvero quadrata ecc.; ma la circostanza risulta adiafora
solo a patto che non si confonda la carrografia con la fenomeno-
logia. Lidea di Kant invece di estendere il principio a1l'intera
realt e, in ultima istanza, di far passare in secondo piano la dif-
ferenza tra la carta della Francia e l'ambiente cui si riferisce. Am-
mettiamo pure che in tante occasioni cose molto diverse possano
funzionare per cerci scopi: tutti abbiamo usato delle carte geo
grafiche, senza del resto sapere esattamente che cosa siano, e ab
biamo distinto una mappa da1la tavola per giocare a Monopoli.
Il problema, tuttavia, che mentre le carte geografiche non si sa
63
:-.lAURI ZIO fERRARIS
che cosa siano, per s01ppiamo come usarle, gli schemi non solo
si ignora che cosa siano, ma per di pi non spiegano come ci si
riferisce al mondo: in che modo un aggregato- in parte marro-
ne, o verde, o bianco, in parte trasparente- si separa dal muro,
riconosciuto come una finestra, distinto da ci che si vede at-
traverso la finestra, e ricondono per sussunzione alla categoria di
sostanza? In che modo, se ho bisogno di scrivere, trovo una pen-
na? Kant direbbe che sono schemi di concetti empirici, che non
lo riguardano. Considerando tuttavia che- tolte le idee della ra-
gione- nella antologia kantiana non c' una sola cosa al mondo
che non possa divenire oggetto di una esperienza possibile, l'uti-
lit degli schemi risulta straordinariamente superflua. L'interpre-
tazione pi caritatevole potrebbe concepire lo schema come una
qualit gestaltica, che come tale per non richiede n l'applica-
zione di concetti, n un apparato di forme pure della sensibilit,
giacch le qualit figurali potrebbero benissimo aderire agli og-
getei, senza che sia necessario inserirle in una estetica trascenden-
tale. Il problema di fondo, a ben vedere, l'estrema povert delle
alternative offerte da Kant: per lui, c' da una parte il pensare co-
me pura funzione logica, c dall'altra il conoscere, che consegue
dall'unione del pensato con il dato; quanto dire che c' o co-
scienza, o scienza, perch ogni accostamento della coscienza a un
dato sarebbe una scienza, almeno potenziale. Per Giona finito
nella balena pensando che fosse un pesce, ed esattamente quel-
lo che gli sarebbe capitato se avesse saputo che si trattava di un
mammifero.
3. Lo schema del cane. Sfido poi che risulti malagevole trovare,
non dico lo schema dell'ornitorinco, ma persino quello del cane.
Non solo gli schemi sono numeri mimetizzati, ma- ammesso e
non concesso che gli schemi abbiano un senso -, non si riesce
davvero a capire come possano assolvere la funzione che Kant gli
assegna, ossia il passaggio dalla estensione al pensiero. Perch, al-
la fine, lo scoglio su cui naufraga lo schematismo proprio que-
sto: si nora non abbiamo avuto una sola prova della particolariz-
zazione della categoria di cui parla Kanr; e c' da sospettare che
non ne avremo mai, se Kant sostiene che gli schemi riguardano i
concetti puri dell'intclleteo, e non gli empirici. Il polverone sol-
levato da categorie, tempo, immaginazione, non riesce a camuf-
fare la circostanza che nell'esperienza non incontriamo mai con-
64
Il PROBlEMA NON LORNITOitiNCO. t KANT
cecti puri, bens oggetti dci quali si possono formulare concetti
empirici. Sicch le aporie delle idee generali si ripropongono in-
rane nello schematismo come metodo di costruzione, con tutto
che Kant sembra non farci caso, e minimizza la gravissima que-
stione dei rapporti tra concetti puri e conceui empirici. Il pro-
blema sollevato proprio all'inizio del capitolo sullo schemati-
smo, tranne che non risolto, e, soprattutto, non manco colto
come problema.
(a). Il piatto e il circolo. In un primo caso c' la semplice illu-
strazione di un processo astrattivo, svolta su un oggetto assai
semplice: nel concetto ~ m p i r i c o di piatto penso la rotondit,
laddove nel concetto geometrico intuisco quella medesima ro-
tondit (B 203/ A 163-4). Proprio l'elemenrarir permeue tutta-
via a Kant di scotomizzare un problema cruciale, il rapporto tra
concetti puri e concetti empirici: non ci vuoi molto a passare da
un circolo a un piatto e viceversa; ma provate a immaginare qua-
le complessa architettura di geoni sarebbe necessaria per passare
alla cattedrale di Amiens o, semplicemente, a un tiglio.
(b). L'immagine e W schema. In una seconda occorrenza (B
180/ A 140-1), si sottolinea la differenza era le immagini- sem-
pre inadeguate all'ufficio di idee generali - e schemi, che sono
mewdi di costruzione (poniamo: tracciare un triangolo equilate-
ro, invece che copiarlo da un segnale di pericolo sul ciglio della
mada), ci che si limita a ripetere l'idea della costruzione diTa-
lete, a riprova del fauo che Kant ha proprio in mente un metodo
di costruzione geometrica, in base al quale dovrebbe riuscirei na-
turalmente quello che non riuscitO a Talete, ossia di costruire
apriori non un triangolo, bens una guglia o un albero. Se si
obietta che non si tratta"di costruzione bens di sussunzione, si
concede troppo a Kant, giacch a prendere alla lettera la sussun-
zione, allora avremmo a che fare con una pura derivazione empi-
rica, e la replica allo scetticism andrebbe a farsi benedire.
(c). Il quadrupede in generale. In un terzo caso, infine, Kanr fa
emergere un problema grosso come una casa o, almeno, come
un cane: quello che, a suo dire, si riconosce applicando all'espe-
rienza lo schema di un "quadrupede in generale". Che cosa sa-
rebbe la determinazione di un simile ircocervo? E in che senso
mi farebbe riconoscere un cane e non qualunque altro quadru-
pede, oltre che un tavolo, una sedia, un calorifero portatile con
65
MAURlZlO FERRAIUS
quattro rotelle e un bambino che gattona? Dunque, di nuovo,
come si passa dai concetti puri ai concetti empirici? Il modo di
riconoscimento dello schema del cane trova forse un solo campo
di applicazione, passabilmente futile e problematico: dopo aver
visto un cane, guardo in cielo, e decido di chiamare una costella
zione "Cane", unendo le stelle con linee immaginarie.

. '

4. Figure e riconoscimenti reali. Il mondo non composto di
linee rette pi di quanto non sia davvero fano a scale; dovremmo
concluderne che l'esperienza sarebbe deputata a introdurre difet
ti e imprecisioni, in deroga alla normalit epistemologica? E
quali sarebbero i princpi in base ai quali si insinuano le impreci-
sioni? Invocare i frattali e l'evoluzione della geometria dopo
Kant non risolve il problema, giacch il difetto sta nel manico,
ossia nell'assumere che la geometria costituisca un ingrediente
indispensabile per l'esperienza invece che per la sua ridescrizione
scientifica. Per quanto riguarda lo schema del cane, le soluzioni
praticabili non sono che due: o un esempio, come poi esplicita
mente si dir nella Critica del giudizio, e allora non si vede che
cosa c'entri la costruzione; oppure un processo che non possie
de alcunch di concettuale, e allora, di nuovo, non si vede che
cosa c'entri la matematica: il riconoscimento dell' eidoscane non
l'individuazione di una figura ben definita, Non si tratta, come
66
IL PROBLEMA NON CORNITORINCO. KANT
nella ipotesi delle idee generali, di pensare che per coalescenza
un barboncino, un chihuahua, un pastore tedesco, un alano e un
dobermann finiscano per unif1carsi in una sola figura, insieme
grande e piccola, chiara e scura, e valida non solo per i cani, ma
anche per i castori e per una quantit di altri enri. A parte
possibilit di immaginare un Cane In Generale, dovremmo
sporre apriori di una regola di unificazione di un concetto
rico di cane, che ci permetta di discriminare l'essenziale
dentale. Chiaramente, per, non cos}: la strada sempre aperta
a una enciclopedia alla Borges che ponesse i cani sotto due
gorie, quelli appartenenti all'Imperatore e tutti gli altri,
ti per ai maialini da latte. Inoltre, alla base di un'ipotesi del
nere si dovrebbe supporre che per vedere un cane e comportarsi
di conseguenza bisogna possedere un concetto di cane; e non si
capisce allora in che modo i gatti scappino di fronte ai cani pur
non avendone presumibilmeme concetti. Cos, il riconoscimen-
w avviene attraverso il movimento, il ritmo della camminata, che
si ottiene confondendo le andature di cani diversi. Non escluso
che una simile configurazione costituisca in ultima istanza la
proposizione di una reoria dell'astrazione, ma vorrei rimarcare
due circostanze: in primo luogo, palese che qui non abbiamo a
che fare con l'immagine di un cane in generale, bensl con la
lezione di particolari comuni a svariati cani, che del resto non
somigliano neanche da lontano alla figura di un cane- col che si
aggira l'obiezione rispetto alle idee generali-; in secondo luogo,
l'astrazione non sembra in alcun modo orientata da un concetto
di cane. Se un bambino ci chiedesse come un cane, gli
mo che ha le zampe, la coda, il naso nero e umido, il pelo pi o
meno lungo, che abbaia, che se bagnato puzza, che si usa per la
guardia o per la caccia; se volessimo fornire una definizione
logica, anche alla buona, diremmo che un mammifero, che
onnivoro, che imparentato con i lupi e gli sciacalli ecc. E in
tutti i casi adopereremmo concetti, mentre apparirebbe bizzarro
spiegare che cosa un cane dicendo che si muove in un certo
modo. Insomma, qui ci confrontiamo con una sfera abbastanza
indeterminata, che propriamente ha a che fare con una esperien-
za primaria, o meglio con qualcosa che non si potr nemmeno
chiamare "esperienza", se, con quel termine, si intende un
me organizzato. E che tuttavia non costituir uno sfondo
67
MAURIZIO f-ERRARIS
le e amorfo su cui, a seconda dci nostri concetti, potremo impri-
mere la forma che preferiamo. Se io, da una confusa macchia
verde, ricavo, avvicinandomi, olmi e faggi, perch c'erano olmi
e faggi, e non perch nel frattempo ho appreso da un manuale di
botanica le differenze tra olmi e faggi. Poi, distinto dallo strato
primario e fondamentale, troviamo un ambito di ridescrizioni:
l'esperta, fornita dal ricorso non a concetti puri dell'imelleno,
comunque troppo poveri, ma a concetti empirici scientificamen-
te fondati; e la pragmatica, che ci viene dal riconoscimento di
esempi. In alrri termini: si pu schematizzare con concetti o sen-
za concetti, ma probabilmente uno strato primario dell'esperien-
za non abbisogna di schemi n di esempi, operando piuttosto
tramite strutture gesta1tiche che non richiedono alcuna concet-
tua1izzazione- o, meglio, la cui concenualiz7..azione risulterebbe
estremamente astratta e sofisticata: si pensi alle difficolt com-
portate da una piena teoria del rapporto figura-sfondo, ossia di
una struttura gi perfettamente accessibile a parecchi animali. In
effeni, una componente interna dei nostri concetci di genere
naturale la circostanza che le caratteristiche dello stereotipo non
esauriscono il contenuto del concetto, procurato da un riferi-
mento essenziale all'oggetto. Il riferimento oggettuale appare
dunque indipendente e prioritario rispetto alle note caratteristi-
che per via della natura non concettuale del riconoscimento e
della reidentificazione che sco sottolineando. In ogni caso, se ve-
do una macchina piccola e bianca, poi una macchina grande e
nera, non che dica che la seconda non una macchina perch
la prima, quella che il mio pap, una volta, mi aveva mostrato
dicendo: "quella una macchina", era diversa. Riconosco un
concetto (o, meglio, un nome) in due aspetti che vedo come
profondamente diversi. E se non una prova dell'esistenza di
contenuti non concenuali, mi chiedo cosa mai possa esserlo.
5. Sensibili imensibili. Un ultimo problema. Come ho ricorda-
to pi sopra, per trovare la mediazione tra esteso e inestcso, e tra
sensibile e intelligibile, uno sarebbe portato a suggerire: " il nu-
mero"; Kant, invece, dice: " il tempo". Per non difficile notare
come quella che appare la sola via per la mediazione possa venire
surrogata da tante altre funzioni, e gi nella Critica della ragion pu-
ra, giacch quanto Kam dice del tempo come sensibile insensibile
lo ripete per l'immaginazione e gli schemi. Ora, con un po' di pa-
68
IL PROBLEMA NON t L'ORNITORJNCO. t KANT
zienza, di sensibili insensibili se ne trovano a bizzeffe: la chora pla-
tonica, la luce, la musica, le fantasie, quasi tutto ... Infatti, sembra
che "insensibile" venga assunto da Kant come un sinonimo di
"intangibile". Cosl, turco quello che si avverte con qualche senso,
o anche solo con l'immaginazione, ma non si pu toccare con le
mani, diventa un sensibile insensibile. Di questo passo, anche "O
sole mio" pu benissimo considerarsi un sensibile insensibile,
giacch si sente la musica, per si vede e si pu toccare solo la chi-
tarra o il gondoliere. ovvio che qui sto suggerendo una riduzio-
ne all'assurdo, e che la controreplica potrebbe essere che la qualifi-
ca di "sensibile insensibile" spena soltanto a ci che media tra
qualcosa di logico e qualcosa di estetico, il che non vale per "O so-
le mio". Risulta per non banale stabilire in che misura i sensibili
insensibili offerti dalla tradizione esercitino davvero la loro fun-
zione mediale; e, di fronte alla sconforrante genericit delle rispo-
ste, converrebbe concludere che "O sole mio" non un sensibile
insensibile, ma non lo nemmeno il tempo, la chora o quant'al-
tro. Nondimeno, a che pro questi sensibili implausibili, quando
ce ne gi uno che va benissimo, il numero? Il ragionamento fila
benissimo_, tranne che non < ~ . l l o r a ci san:bbt: alcun bisogno di una
filosofia trascendentale; basterebbe, sempre che lo si voglia, una
epistemologia, che dovrebbe per confessare il proprio stato dito-
tale subalternit rispeno alla fisica.
Prindpi
Talleyrand diceva: "Les principes, c'est bien, a n'engage per-
sonne". Non certo il caso di Kant: l'onere di provare la natura-
lizzazione era stato trasmesso dall'estetica alla deduzione, e di l
allo schematismo; sicch la partita che si gioca nei prindpi appa-
re come l'ultima spiaggia del trascendentalismo. I princpi mira-
no a dimostrare il carattere intimamente numerico dell'esperien-
za, sicch abbiamo a che fare con strumenti di misura che assol-
verebbero un ruolo sempre pi decisivo, sino a divenirne, nel ca-
so deHe analogie dell'esperienza, una vera e propria condizione
di possibilit.
69
Tavola 5. I princpi di Kanc confronmi con alcuni normali
strumenti di misura
Posculati Orologio
Assiomi Metro
Anticipazioni Termometro, foromerro
Analogie Abaco
l. Postttlati del pensiero empirico in generale. Vengono per ulti-
mi, ma giova trattarli per primi, giacch Kanr ammette esplicita-
mente che assicurano fum.ioni epistemologiche e non ontologi-
che, riguardando il modo del rapporto del soggetto conoscente
con l'oggetto. L: idea che se qualcosa pu essere in un tempo,
possibile; se in questo tempo, reale; se in rutti i tempi, ne-
cessario. Abbiamo dunque a che fare con principi intrinsecamen-
te modali, che riguardano la conoscibilit- vale a dire la descrivibi-
lit- d oggetti, e non oggetti in quanto tali; e poich per Kant
esiste solo il reale, possiamo proscioglierli in sede istruttoria.
2. Assiomi dell'intuizione. Sono princpi numerici, che coinci-
dono con la categoria della quantit. Lidea di Kanr che ogni
intuizione ha un numero, ossia grande o piccola: se ho un ta-
volo davanti a me, posso misurarlo con un metro, o con un ter-
mometro, per usandolo a mo' di righello. Quanto poco una si-
mile prestazione, utilissima per la ridescrizione dell'esperienza,
appaia necessaria per la costituzione della esperienza, lo si visto
si nora, e dunque non ripeto i discorsi gi svolti.
3. Anticipazioni della percezione. Anche loro sono prindpi nu-
merici, che riguardano per la qualit. L: idea di Kant che ogni
percezione possieda un grado, ossia risulti forre o debole: quel
tavolo che ho di fronte a me apparir bianco, nero o color noce,
caldo o freddo ecc., e coglier non poco alla volta, come negli as-
siomi, bcnsl tutta in un colpo, l'intensit cromatica (con un fo-
tometro) e il calore (questa volta usando il termometro in ma-
niera pi banale); il che al solito appare utile in sede di ridescr-
zione e non di costituzione.
4. Analogie dell'esperienza. I soli prindpi dotati di una possi-
bile portata antologica sono le analogie dell'esperienza, che del
resto discendono direttamente dallo schematismo, poich gli
70
IL PROBLE/'.IA L.'ORNJTORINCO. t KANT
unici schemi cui faccia riferimento Kant sono la sostanza come
permanenza e la causa come successione. Dell'azione reciproca
parler brevemente, trattandosi di un principio un po'
fluo, laddove si potrebbe legiuimamente asserire che senza il
principio apriori della sostanza e della causa non esperiremmo
n sostanze n cause. In un ceno senso, nelle analogie
mo il luogo genetico della rivoluzione copernicana; opporre a
Hume che l'esperienza non ci insegna la causalit e la sostanza,
ma che, proprio al contrario, sono loro a renderla possibile.
Sostanza. Il sostraro di ogni cambiamento rappresenta la tra-
scrizione metafisica del principio fisico della permanenza della
sostanza.
22
Dunque, ci che realmente sintetico nel principio
l'idea che la sostanza sia qualcosa di permanente nel tempo e,
correlativamente, che si dia una differenza tra sostanza e acciden-
ti, che per Kant essenzialmente una distinzione tra fisico e fe-
nomenico. Ora, il ragionamento risulta decisamente sospetto, e
per pi di un motivo: abbiamo visro a sazier quanto poco anto-
logicamente decisiva risulti la temporalit; si porrebbe aggiunge-
re che, nella fattispecie, la distinzione tra analitico e sinrerico,
cos come ua empirico e trascendentale, appare altamente pro-
blematica. Che la permanenza nel tempo costimisca un attribu-
to sintetico della materia, laddove l'estensione nello spazio ne sa-
rebbe una propriet analitica, pare non meno opinabile dell'idea
-difesa da Kant proprio quando bisogna distinguere tra analiti-
co e sintetico-, secondo cui "questo corpo esteso" rappresenti
un giudizio analitico, e "questo corpo pesante" risulti sintetico
aposteriori, ossia tratto dall'esperienza. Perch tanto poco con-
cepibile un corpo senza peso poco lo uno senza esten-
sione o senza colore. In altri termini, a dar retta a Kant, una allu-
cinazione soddisferebbe appieno i caratteri analitici della mate-
ria, il che tanto pi assurdo in quanto, come abbiamo visto,
prindpi che per Kant sono indubbiamente sintetici apriori, co-
me gli assiomi dell'intuizione e le anticipazioni della percezione,
non sarebbero che la trascrizione di quello che, nella versione
che sciamo esaminando, corrisponderebbe a un giudizio analiti-
co (estensione, quantit) e a un principio sintetico aposteriori
(grado, qualit). Inoltre, anche il principio sintetico apriori della
sostanza, vale a dire la permanenza nel tempo -laddove l'esten-
71
MAURIZIO I'ERRARJS
sione nello spazio sarebbe il principio analitico apriori e il peso il
principio sinte(ico aposteriori -, diviene una guida inaffidabile
da un punto di vista antologico. E lo tanto pi se ci chiediamo
non se sia davvero impossibile esperire sostanze in difetto di una
categoria ad hoc, ma piuttosto che cosa succederebbe se davvero
dovessimo considerare la sostanza come la permanenza di qual-
cosa nel tempo, senza altre specificazioni.
l. Caratteri Jici. Consideriamo, anzitutto, le difficolt com-
portate dalle caratterizzazioni kantiane.
(a). Permanenza nel tempo. Un primo elemento sembra pacifi-
co: se applichiamo alla lettera la concezione della sostanza come
permanenza di qualcosa nel tempo, troveremmo che sono sostanze
tante cose che Kant rilutterebbe a reputare tali: (t). Spazio e tem-
po, permanendo indubbiamente nel tempo, sarebbero sostanze,
insieme alla luce e a tante altre cose, compresa la musica negli
ascensori. (iz). Anche buchi, ombre, riflessi, immagini consecuti-
ve rientrerebbero nel noveroP essendo permanenti per tempi
pi o meno lunghi, indistruttibili, dorati di identit ('' l'ombra
di quella sedia", " il buco di quel formaggio" ecc.). (iiz). Idem
per il mal di denti, le ossessioni, i ricordi coani, i nomi, i teoremi
e tutti gli oggetti ideali, il che andrebbe benissimo per Platone e
per un certo Russell, ma non per Kant. (iv). Per concludere, la
fama di Omero, l'Impero Romano, la malizia di ]ago farebbero
tranquillamente parte della famiglia. Cosl,la nozione di "sostan-
za" quale viene definita da Kant autorizza una dottrina dei fanta-
smi, giacch non c' criterio per discriminare un oggetto reale da
un oggetto ideale, n una allucinazione da un fenomeno. Prova-
re per credere: si ricorder quanto poco convincente sia l'argo-
mento di Kant, nella confutazione dell'idealismo, che non per-
viene n a dimostrare l'esistenza di un esterno in generale (il flui-
re interno del tempo non prova che fuori ci sia uno spazio fer-
mo: potrebbero benissimo esserci due tempi, uno veloce e uno
lento), n a discriminare il reale dal sogno e dalla allucinazione.
Alla fine, tutto ci che permane nel tempo sarebbe una sostanza,
compreso Pegaso, il ferro !igneo e abracadabra, e l'antologia di
Kant si rivelerebbe pi accogliente di quella di Clauberg o di
Qui ne.
(b). Che cosa significa "permanere"? Inoltre, che cosa significa
"permanere"? Non muoversi? Evidentemente, no; un cane -
72
IL !'RORLT::MA NON t L'ORNITORINCO. E KANT
nel senso davvero troppo generico di Kant- una SOS(anza. Non
trasformarsi? Neanche: i camaleonti risultano composti di
stanze. Si immagina che il permanere dipenda da una
zione imerna, sicch, se in un tavolo cambio un atomo, non
pi la medesima sosmnza; ma per Kant non pare cos(ituire un
problema (del resro, la pe(manenza nel tempo non ci dice nulla
circa la composizione interna della sostanza). Per, se facciamo
dipendere la sostanza dalla permanenza, finiamo per cercare un
anributo fenomenico cui si imputano delle propriet interne,
inesplicitate, tanto che si troverebbe pi di un motivo per
mare che un uomo non una sostanza, poich il suo carattere
cambia negli anni, insieme alle sue cellule, tolti i neuroni, che
per invecchiano, cio si trasformano. A risultare particolarmen-
te confusa l'assimilazione tra sostanze e individui: un uomo, co-
me un tagliacarte o un post-it, un individuo, che a sua volta si
compone di varie sostanze, che come tali sono fisiche e chimi
che, non fenomeniche; ma allora perch ci vorrebbe lo schema
della sostanza per riconoscere un uomo? Quando riconosciamo
una persona, non operiamo un esame fisico-chimico, bens un
avvistamento fenomenico, t::d dd resto proprio quello su cui
insiste a pi riprese Kant quando ribadisce che conosciamo dap
prima l'esterno delle cose e solo successivamente l'interno.
{c). Per quanto tempo? C' infine un terzo elemenro, meno
palese ma anche pi imbarazzante: quanto deve durare qualcosa
per essere una sostanza? Uno starnuto non sostanza perch re
pentino e brevissimo o per qualche altro motivo? Un batter d'oc
chio sostanza? L'istante sostanza? Per un verso s, giacch deve
pur essere qualcosa, ma in un altro no, perch passa subito, non
essendo mai senza movimento. E, se una nota non una sostan
za, lo forse una sinfonia? E una canzonetta di 3 minuti e
zo? Se si assume che anche l'istante, per poco che duri, deve per-
manere, altrimenti non sarebbe nemmeno un istante, allora an-
che la nota- che indubbiamente ha una identit: il/a inconte-
stabllmente diverso dal tW- deve permanere; a maggior ragione,
anche una melodia sar una sostanza. Se per si osserva che cam
biando tutte le note, e conservandone i rapporti, la melodia con
serva la propria identit, allora avremmo due individui qualifica
ti come gli stessi, ma composti di sostanze completamente diffe
remi. una circostanza che non va sottovalutata, giacch la do
73
MAURIZIO FERRARIS
manda "per quanto tempo?" rivela un circolo vizioso che si im-
pone una volta che si sia ammesso che ogni pezzeno di tempo
pur sempre tempo; ci che tanto pi vero quando si assuma,
con Kant, che il tempo intuizione e non conceno, di modo che
la minima frazione di tempo tempo non meno che l'eternit o
anche solo quindici giorni, ossia non stabilisce con la permanen-
za infinita un rapporto analogico -poniamo, di immagine mo-
bile dell'eternit-, come avverrebbe ove si considerasse il tempo
come un concetto. Perci, se le cose stanno come sostiene Kant,
non .solo le .souanze ma anche gli accidenti risultano permanenti nel
tempo, e la definizione di so.stanza appare completamente vacua.
Kant non ci pensa per almeno tre motivi: in primo luogo, non
considera la questione del "quanto tempo", e si rimette con trop-
pa confidenza alle assunzioni del senso comune; in secondo luo-
go, si affida con pieno abbandono alla distinzione tra sostanze e
accidenti; infine, non considera le conseguenze devastanti della
tesi secondo cui "tutto nel tempo". Si aggiunga poi che, consi-
derando i fenomeni come apparenze, sia pure necessarie, non fa
caso alla circostanza che possono benissimo essere sostrati, se-
condo la sua definizione. E, allora, come la mettiamo con la na-
ve di Teseo, che permane nella forma pur risultando, alla fine,
composta di parti del tutto diverse dal suo assetto iniziale? Ana-
logamente, se guardo il Sole che tramonta a mare, vedo una stri-
scia luminosa che viene verso di me; ma se dico a uno che sta a
cinquanta metri sulla mia sinistra "la vedi anche tu quella striscia
luminosa", lui risponderebbe 'W', per in realt si riferirebbe a
un'altra striscia, quella che si dirige verso di lui. Non per questo
potrei dirgli "vedi anche tu quella striscia?", o pi esattamente,
"codesta striscia", giacch in quel caso sarei io a non vederla. Il
problema riguarda tipicamente quelli che Chisholm chiama en-
tia successiva:
24
qual il vero ente, in un'onda, l'acqua o la sua
forma? La soluzione di Chisholm distinguere un senso ampio e
popolare in cui le onde persistono nel tempo, e un senso stretto
in cui persistono solo le entit primarie, cio aggregati mereolo-
gid e persone, ma non piante e artefatti, n tantomeno onde, ar-
cobaleni e simili. Se Kant non si pone il problema, e se interro-
gato definirebbe l'onda come una falsa apparenza, al modo del-
l'arcobaleno o degli anelli di Saturno, perch ha statuito che
74
JL PROBLEMA NON ~ l'ORNJTORJNCO. KANT
"sostanza" ci che inerisce alle strutture elementari di una cosa,
e non alle sue propriet fenomeniche.
2. Caratteri ecologici. Kant fornisce delle caratterizzazioni fisi-
che, ma non considera che suppone tacitamente l'adozione di
criteri ecologici; se la reversibilit fosse completa, per, i proble-
mi crescerebbero invece che appianarsi. E questo dipende dall'e-
quivoco fondamentale che lo ha guidato: ovvio che noi po-
tremmo agevolmente riconoscere oggetti senza la categoria di
"sostanza", giacch quest'ultima interessa ai chimici e ai fisici;
ma Kant non ci ha fatto caso, precisamente perch assume che
noi siamo fisici e chimici che si ignorano, e non anzitutto ani-
mali in un ambiente.
(a). Sostanze o oggetti? Nell'esperienza raramente incontriamo
sostanze, bens oggetti lunghi o coni, densi o radi, lisci o ruvidi,
trasparenti o opachi. E i medesimi argomenti, che si possono ad-
durre per dimostrare che la nozione di sostanza, come perma-
nenza di qualcosa nel tempo, non pu venire appresa dalla sola
esperienza, si possono riproporre per la categoria di "ruvido", di
"traslucido" e di "peloso", giacch non pare illecito pretendere
che senza l'idea del "peloso" non potremmo sussumere barbe o
cani; che per lo pi non si sostenga alcunch di simile, non di-
pende da una peculiare distinzione tra "sostanza" e "peloso",
bens soltanto dal fatto che "peloso" riguarda solo calune sostan-
ze, o, meglio, ceni oggetti. Di rutto si pu fare una categoria, se
lo si desidera, e si pu anche dimostrare, moltiplicando gli enti
oltre necessit, che apriori, e al limite trascendentale: ce la sen-
tiremmo di escludere che se uno sprovvisto della categoria "pe-
loso" riesca a vedere barbe e cani?
(b). Durata nel tempo o durezza degli oggetti? Le nostre intui-
zioni onrologiche paiono relativamente impermeabili all'applica-
zione indiscriminata del principio secondo il quale "sostanza"
la permanenza di qualcosa nel tempo. E. abbastanza chiaro - se
cos si pu dire- nel caso delle ombre. Kant assume tacitamente
che il criterio per determinare la sostanza sia l'impenetrabilit e il
possesso di determinate caratteristiche fisiche, ma esplicitamente
afferma che si tratta della permanenza nel tempo. Se, viceversa,
si esprimesse, d'accordo con una prospettiva fenomenologica in-
vece che fisico-chimica, in termini di cose, non cose e quasi-co-
se, non sarebbe autorizzato a fornire una determinazione che
75
MAURJZIO fERRARIS
comporta l'attribuzione del carattere di sostanza alle ombre, e
d'altra pane, per le ombre, sarebbe in grado di distinguere tra
l'ombra propria, quella che aderisce all'oggetto e non viene per-
cepita come tale (poniamo, le pieghe di un vestito), e che Kurt
Koffka classifica come non-cosa, e l'ombra portata, che un og-
getto proietta fuori di s, e che Koffka classifica come quasi-cosa.
Il mtto in un orizzonte ingenuo, rispondente alle nostre intui-
zioni fondamentali, che appaiono restie ad ammettere che l'om-
bra costituisca una sostanza, ma riconoscono che sia qualcosa,
che si pu ottenere con cappelli c ombrelloni. Tunavia, c' da
chiedersi dove sia l'ingenuit maggiore. In particolare, resta
aperto un quesito: poniamo, come plausibile, che Kant non in-
tendesse asserire che l'ombra una sostanza, e che semplicemen-
te non avesse calcolato tune le conseguenze della sua tesi. Se ne
dovr concludere che non si possono riconoscere le ombre? Ari-
gore, le cose dovrebbero stare proprio cos, poich Kanr ha parla-
to di uno schema della sostanza, ma non ha menzionato schemi
delle apparenze o degli accidenti. Non ci ha pensato, di nuovo,
perch gli importava solo quello che ai suoi occhi poteva tornare
utile per una scienza, e verosimilmente assumeva che il vero pro-
curasse l'indice del falso inteso come "apparenza", e che il pi
fondamentale, cio la sostanza, assicurasse la radice da cui si po-
teva estrarre senza difficolt il meno fondamentale, vale a dire gli
accidenti.
(c). Eventi. E si consideri, in terzo luogo, che,
incontriamo non solo sostanze, ma altresl eventi, che del resto
presentano una costanza nel tempo, sicch potrebbero venire con-
siderati alla stregua di sostanze, se almeno ci atteniamo ai parame-
tri kantiani. E poi ci sono gli oggetti-evento, come gli arcobaleni,
le cascare, i fiumi, gli schiaffi, i tramonti, i sorrisi. Nondimeno,
come abbiamo visto, per Kant gli arcobaleni costituirebbero feno-
meni di secondo grado della pioggia, allo stesso titolo di fiumi, ca-
scate e tramonti. Mentre uno schiaffo e un sorriso non sarebbero
probabilmente nulla (e allora com' che li riconosciamo?).
(d). Accidenti o qualit? Si aggiunga infine che, quando non si
sia dogmatizzata la distinzione tra qualit primarie, secondarie e
terziarie - giacch senza la categoria di "simpatia" o di "tetraggi-
ne" svariati aspetti dell'esperienza mi sarebbero preclusi -, non
deciso non solo che le categorie non siano pi di dodici, e che
76
IL PROBLEMA NON r.'ORNITORINCO . .1=: KANT
forse non siano proprio quelle, ma soprattutto che risultino in
gredienti necessari per l'esperienza. Insomma, uno potrebbe be
nissimo sostenere che troviamo cose sostanziali, verdi e ruvide,
senza alcuna categoria logica, giacch le nostre strutture estetiche
bastano a farcele vedere cosl, e soprattutto perch gli zucchini
sono davvero cose verdi e un po' ruvide.
Causa. Con la causalit, Kam mostra di possedere pi frecce
al suo arco: se urto un gessetto con una matita, il gessetto si spo
sta; se non possedessi un concetto apriori di "causa", dubbio
che potrei apprenderla per abitudine. Dunque, almeno nella fat
cispecie, una scienza appare necessariamente presupposta all'e-
sperienza, e si tratter di una scienza certa, essendo apriori. Per
una impressione che non regge a un esame meno che superfi-
ciale. Per capirlo, basta pensare a quanti significati si addensino
nella parola "causa", poich una marita causa lo spostamento di
un gessetto in un modo assai diverso da quello in cui il fumo
causa il cancro o l'ignoranza causa l'ingiustizia. Se cerchiamo di
discriminare causalit percepita e causalit pensata, cos come
causalit episn:mka e causalit fenomenica, ci rendiamo como
di quanto poco atrendibile possa apparire la rivendicazione della
necessit apriori della causalit per l'esperienza, e capiamo al tres}
come l'ultimo baluardo del trascendentale si riveli tutc'altro che
inespugnabile.
l. Causalit percepita e causalit pensata, Qui vorrei dimostra-
re che percepire la causalit non pensarne la categoria, giacch
esperiamo causalit che confliggono con quanto pensiamo. Se si
ammette che, d'accordo con Kam, pensare una cosa non anco-
ra conoscerla, sicch nulla vieta l'esperienza di false causalit, al-
lora non si vede a che giovi la rivoluzione copernicana; ma se do-
vesse servire a qualcosa in funzione amiscettica, allora il solo fat
to che io veda una causa che non potrei mai pensare, comraddi
cendo ci che so, rovina la difesa kamiana dell'apriorit della
causa rispetto all'esperienza.
(a). Lo sciacquone di Metzger. Incominciamo con un caso fla-
grante di causalit percepita e non pensata. Nel 1943-44, il per-
cettologo Wolfgang Metzger era militare a Cassino. Un giorno
and al gabinetto nel baraccamento dove era alloggiata la sua
squadra, e, alla fine, tir l'acqua. In quel preciso momento, una
77
MAURIZIO I'ERRARIS
granata colpl la baracca, sicch parve a Merzger di essere stato
lui, azionando lo sciacquone, la causa del disasuo. Ora, Menger
vMe la causalit, almeno se ci si mantiene allivello della
zione soggettiva; per essere neutrali, diciamo che la percep. Che
ne andasse del vedere e non del pensare sembra poi confermato
da questo: appare a dir poco peregrino che basti tirare uno
quone per fare esplodere un baraccamento; e d'altra parte l'im-
pressione risulr talmente viva e incontestabile, vale a dire dorata
della tipica evidenza che caratterizza la percezione sensibile, che
Menger fece fatica a dirsi che era impossibile, n gli riusc
simo mettere a tacere i sensi di colpa che lo avevano assalito.
Meczger aveva dunque provato l'esperienza di una causalit inve-
rosimile; inoltre, aveva sperimentato una causalit falsa, giacch
lo sciacquone non c'entrava proprio niente, diversamente da ci
che si vede in C'era una volta in America, dove un tale esplode
rando l'acqua nella toilette di un ristorante: e, almeno nella fin-
zione, costituisce una causalit vera -Io sciacquone innescava un
detonatore-, ma non verosimile. Sicch, a farla breve, quella per-
cezione della causalit non risulta spiegabile n nei termini
l'empirismo n in quelli del razionalismo: se davvero l'esperienza
avvenisse attraverso giudizi inconsci, che confrontano ci che
succede o con l'esperienza pregressa, o con la luce sovrana della
ragione, Metzger non avrebbe dovuto inwire fulmineamente
una causalit; sicch la causalit si pu anche intuire senza che sia
necessario ricorrere umpre a funzioni intellettuali, cio (nella
versione kantiana) epistemologiche.
(b). La plafoniera di Hemingway. La causalit non era n apr-
resa con l'abitudine, n pensata apriori, bensl incontrata prima di
ogni pensiero o cognizione. Cerchiamo di confrontare l'avvenu-
to con altri due aneddoti, per precisare i( carattere di ''incontra-
to" della causalit inverosimile. Negli anni Venti, a Parigi, He-
mingway, tir lo sciacquone e gli cadde in testa la plafoniera;
probabilmente, si sar sorpreso anche lui: ma non .come Metz-
ger, al quale del resto accadde, in un'altra occasione, di passeg-
giare all'imbrunire a Berlino in compagnia di un collega. A un
cerro punto, gli diede una pacca sulla spalla e di colpo si accesero
i lampioni; e prov, di nuovo, la strana esperienza della causalit,
che non n quella di quando tirando lo sciacquone scorre l' ac-
qua, n quella di quando, sempre tirando lo sciacquone, uno si
78
IL PROBLEMA NON t L'ORNlTORINCO. t KANT
riceve in testa la plafoniera. La morale che il caso di He
mingway appare statisticamente improbabile ma vero, mentre la
pacca sulla spalla a Berlino risulta irragionevole e inverosimile,
come lo sciacquone di Cassino, eppure si data con la stessa evi
denza incontrata che ha caratterizzato l'evento occorso a He
mingway. L'incontrato, nei due aneddoti, non ha nulla da spart
re col sapere o con la verit.
(c). Uno sconosciuto in lrpinia. Si opporr che Metzger era
particolarmente sensibile al tema, e che solo a lui, oscuramente
guidato da interessi percettologici, accadevano fatti del genere.
Largomento non pare invincibile, giacch esperienze analoghe
sono occorse a non culrori della materia: durante il terremoto in
Irpinia, un tale che stava giocando a carte- e che non aveva al
suo attivo studi di percettologia, n verosimilmente nutriva al
cun interesse teorico nei confronti del fenomeno della pseudo
causalit- cal un asso sul tavolo, con entusiasmo ma senza par
ticolare veemenza, e si trov al piano di sotto; e anche per lui
non fu facilissimo convincersi di non esser stato lui a provocare il
crollo, giacch l'evento fu un incontrato. Chi ha una esperienza
di falsa causalit, dopotutto, non si comporta diversamente da
chi percepisce il movimento Beta, dove la successione temporale
di due fonti luminose viene percepita come la traslazione lineare
della medesima luce; l'incontrato, qui, qualcosa che non si
pensa n si inferisce, ma si vede, per proprio al modo di una
causalit, che dunque non appare semplicemente pensata.
2. Causalit epistemiche e causalit fenomeniche. Uno potrebbe
sostenere che una casistica del genere finisce per portare acqua al
mulino della precomprensione: (t) capita in continuazione che
un evento B abbia luogo subito dopo un evento A; ma, (it)
quando ci pare che certe condizioni siano soddisfatte (per esem
pio, l'esigenza del contatto fisico tra A e B), allora percepiamo
una causalit; tuttavia (i), non la percepiamo, poich la pensia
ma, grazie all'intervento di abitudine, memoria e cultura incon
sciameme assimilate. Se per le cose stessero in questi termini,
adesso che consideriamo 1' azione a distanza non una magia, ma
una banalit, dovremmo interpretare ogni evento nel mondo co
me implicato in una possibile interazione casuale. Invece non lo
facciamo, isoliamo solo taluni fenomeni come eventi causalmen
te qualificati, e in certi casi, rari e che suscitano una lieve ilarit,
79
MAURI7.10 FERMRJS
come quelli di Metzger e compagnia, percepiamo causalit, che
per rispondono alla fisica aristotelica e non a quella newtonia-
na. Dunque, non c'entrano n la precomprensione culturale, n
l'azione di princpi dell'intelletto puro, registrandosi piuttosto
l'azione di una modalit percettiva, che risulter anche sbagliata,
ma non appare cerro dipendente dall'intelletto.
Difarti, la pseudocausalit alla Metzger non si riesce a emen-
darla, diversamente da quanto avviene per causalit realmente
pensate. In taluni casi, ci sono causalit pensate che non risulta-
no nemmeno percepire: nessuno ha mai visto la gravitazione uni-
versale, e quando la marea sale ci sembra piuttosto una causa,
che infradicia i panini lasciati troppo vicini alla riva, che non un
effetto della attrazione lunare. Basta per che ci spieghino il feno-
meno, e saremo dispostissimi a riconoscere effetti l dove vede-
vamo cause. Analogamente, possiamo benissimo abbandonare la
fede in certe cause che si rivelano mere spiegazioni sbagliate. Lo
si pu verificare facilmente: poich i microrganismi non si vedo-
no a occhio nudo, si a lungo ipotizzare che si potesse parlare di
una generazione spontanea dalla corruzione dei corpi in putrefa-
zione. Qui pensare una causalit invece che vederla non costitui-
sce una garanzia, inducendo a concepire una causalit invisibile,
verosimile, ma falsa. Nella scienza si incontrano pi casi in cui
una causalit inverosimile, che contrasta con abitudini e accese,
si rivela vera: appare inverosimile che se uno mangia spaghetci
diventi anemico, ma per chi sia allergico al glutine vero; pro-
prio come sembra verosimile, non solo per gli alchimisti, che il
vino rosso faccia sangue, rimediando all'anemia, ma, di nuovo,
non vero: risulta del tutto adiaforo. Tuttavia, il tratto comune
di simili "cause", che si rivelano poi altrettante spiegazioni, risie-
de nella circostanza che possiamo abbandonarle quando voglia-
mo. Diversamente dalle causalit fenomeniche, le causalit epi-
stemiche non sono incontrate; ma Kant le confonde per sistema,
avendo identificato antologia ed epistemologia.
Azione reciproca. Secondo Kam, per poter vedere una casa dal
tetto alle fondamenta o dalle fondamenta al tetto devo possedere
una categoria che insieme mi permette di considerare l' esperien-
za come un organismo legato in cui tutto cospira con tutto (tout
se tient; ma questa sentenza leibniziana ha avuto un motivato
BO
Il PROBlEMA NON t LORNITORINCO. KANT
successo soprattutto nei gialli di una volra, dove non un indizio
era seminato a caso), e mi autori7.za, nella fanispecie, a pensare
che il legame non esercita una azione apprezzabile, giacch l'ope-
razione pu venire ripetuta pi volte e in qualsiasi senso, laddove
se guardo una barca che scende il fiume non posso inverrire il
senso della osservazione e, nel frauempo, la barca si allontana.
La forma generale della azione reciproca costituisce la norma di
una connessione universale dell'esperienza, per cui sarebbe indi-
spensabile la rappresentazione di una connessione necessaria di
tutte le rappresentazioni. Kant enuncia il principio con la tran-
quillit con cui uno storico sosterrebbe che la nozione di storia
universale risulta ovviamente sottesa a ogni storia particolare, ma
ovviamemc non cosl. Perch non incomincerei a far scienza
senza l'ipotesi di giungere prima o poi, io o altri, a una teoria del
tutto, il che non mi impedisce di fare esperienza anche di cose
assai minute e determinate, e in assenza del pi tenue barlume
della loro connessione sia pure con le loro cause pi prossime.
Kant, viceversa, suppone che, per guardare il nostro tavolo da
lavoro, necessitiamo di ci che Einstein cerc vanamente per
l'intera seconda parre della sua vita, giacch confonde il precetto
epistemologico in base al quale il sapere ha inizio quando stabi-
liamo relazioni tra fenomeni con la circostanza incontrata secon-
do cui qualcosa pu benissimo succederei senza che appaia
iscritto in un reticolo pregresso, c senza che tutto, al mondo, co-
spiri con tutto il resto. Bisogna allora a tal punto mohiplicare gli
enti oltre necessit, che si costretti a ipotizzare l'azione recipro-
ca per spiegare come avvenga che - con tutto che le cose sono
intimamente legate e sottoposte alla unit sintetica della apper-
cezione -, alle volte le cose si presentano come se fossero tutto
sommato slegate, (arse perch le loro segrete cospirazioni risulta-
no talmente occulte da non dar notizia di s. Certo- si potrebbe
obiettare -, qui Kant non sta parlando di penne, computer e
lampade, bensl della gravitazione universale; tuttavia, che cosa
c'entra la gravitazione universale con il mondo ecologico di cui
facciamo esperienza e di cui anche Kant ambisce a parlare? Non
vietato sostenere che, nello sguardo di Dio, tutto presente e
tutto connesso, n appare illegittimo sperare che, se e quando
si realizzer l'ideale della scienza come sapere assoluto, saremo si-
mili a Dio. Per, di qui a ritenere che non conoscere tutto rispet-
81
MAURILIO FERRARIS
to a una cosa significa non saperne niente, e anzi non averne
nemmeno una esperienza, ne corre. Il bambino che si scansa
po aver tirato un sasso per aria compie una azione che potr
re giustificata- dagli adulti e a seconda delle epoche- in base
la fisica aristotelica oppure a quella newtoniana; ma non che la
teoria dei luoghi naturali o la gravitazione universale
no il comportamento del bambino. Inoltre, gli adulti non
no, nella maggior pane dei casi, fisici di professione, sicch i loro
sistemi di giustificazione si costruiranno sulla base di un senso
comune contingente, quel senso comune che una volta pu
poggiarsi su Aristotele, un'altra su Newton, e un'altra ancora su
Einstein. Ne segue che, in entrambi i casi, l'esperienza avverr
fuori dell'ombrello protettivo della scienza.
Si avr pur sempre diritto di osservare
2
5 che nel mondo
menico l'assenza di rapporti di dipendenza costituisce la norma,
non l'eccezione: che il mondo sia un libro scritto in caraneri
cemarici o d'altro tipo solo l'ipmesi della scienza e delle sue
preforme, non quella dell'esperienza, e se uno sostiene che
gari la partizione figura/sfondo costituisca un 'carattere' di
sto libro, insieme alle quantit matematiche, dovr ammettere
che gli riesce difficile scrivere "carattere" altrimenti che tra
lette semplici, quelle che indicano l'uso improprio di un
ne. Il conferire senso, ossia l'intrecciare connessioni, non
senta uno standard (''non a caso", "gana ci cova", "cherchez la
femme"): che Watson non rilevi un centesimo delle
ni registrate da Sherlock Holmes, non gli vieta di godersi la vita,
n di esercitare la professione medica, dove, senza dubbio,
ter pi interrelazioni di quanto non gli capiti a tavola.
82
Addio al trascendentale
Il primo a vedere le difficolt stato Kant: tutto il divenire
del suo pensiero, nel loquace decennio 1781-1790, appare come
una elaborazione del punto dolenre ereditato dal silenzioso de-
cennio che lo aveva preceduto. Il problema del trascendentali-
smo ontologico era: come, dato un sistema di categorie e di for-
me della sensibilit, possibile che i concetti si riferiscano ai per-
ceni, ossia li determinino e li sussumano? Ora, il problema per-
mane irrisolto, a meno di risultare affetti da una peculiare incli-
nazione per i colpi di pistola sparati nel buio, quali l'appello ara-
dici comuni di sensibilit e intelletto (B 29 l A 15) e a misteri
deposti nella profondit dell'anima umana (B 180-1 l A 141)
chiamati a tagliare ci che a Kant non riuscito di sciogliere.
Perch, da una parte, Kant non fa che accumulare quelli che a
lui paiono argomenti irrefutabili per un intervemo costitutivo
dell'intelletto sulla sensibilit; dall'altra, per, il modo in cui la
sensibilit e l'intelletto risultano connessi si presenta come un
mistero. Cosi non si pu andare avami, perci nella Critica dei
giudizio si fa marcia indietro.
l. Giudizio riflettente. Vien meno il giudizio determinante,
sostituito e non affiancato dal giudizio riflettente. La versione
ufficiale che gli oggetti sono prima determinati dall'intelletto, e
poi ci si riflette su; ma il compromesso terrebbe solo qualora
Kanr avesse dimostrato che le cose stanno proprio cosi, mentre
non ci riuscito, e anzi ha suggerito piuttosto che scanno altri-
menti, e che non c' proprio alcuna esigenza ontologica del tra-
scendentale, visto che gli oggetti si determinano da soli. Se poi ci
83
aneniamo al solo giudizio riflenente, viene abbandonata la do-
manda fondamentale della prima Critica, circa la possibilit di
giudizi sintetici apriori. In quanto ipotesi epistemologica e non
come costituzione antologica, il giudizio riflettente deve conten-
tarsi di ricostruire retrospettivamente una necessit che in na-
tura; e che lo sarebbe anche fuori dell'orizzonte trascendentale. A
farla breve, il trascendentale non interviene quando vedo su un
vionolo qualcosa che sembra un bastone ma potrebbe anche es-
sere un serpente: bens quando, senza che l'apparenza fenomeni-
ca risulti mutata, decido che proprio un bastone, che potr
usare, da uomo prarico, per scacciare un serpente vero; o per de-
cidere, da botanico, a quale pianta appartenga il ramo; o ancora
per usarlo, come artista, per fabbricare, con qualche modifica,
un bastone da passeggio a forma di serpente. Alla fine, potr an-
che chiedermi se l'impugnatura non assomigli piuttosto al muso
di una lonua o di una martora, se il bastone ricordi certi aurezzi
neolitici o delle volute rococ, ma chiaro che da una soglia in
su sono entrato in una sfera secondaria, leginima, sl, ma non co-
s importante.
2. SchematiZZilre senza concetto. Non c' pi lo schematismo:
mentre lo schema serve a una determinazione reale, il simboli-
smo assicura semplicemente una analogia. Non che il mondo
fisico su cui si applica la matematica appaia necessario e stabile
poich i nostri sensi c il nostro intelletto sono fatti in un cerro
modo; piuttosto, ci conviene pensare che il mondo appaia su-
scetribile di un ordinamento finalistico affinch la fisica e le altre
scienze possano trovare un campo di applicazione. Quanto dire
che l'intera scienza costituisce una pura contingenza rispetto alla
realt. Gli schemi divengono apertamente funzioni epistemolo-
giche e al limite finzioni euristiche (basti dire che nel 59 della
Critica del giudizio "sostanza" e "causa" vengono considerate del-
le espressioni metaforiche), e abdicano a qualsiasi pretesa di assi-
curare un rapporto reale tra estensione e pensiero. Da una parre,
con la critica del giudizio estetico, Kant si confronta con i conte-
nuti non concenuali, che- nel suo senso- costituiscono le sfere
che hanno a che fare non con la facolc di conoscere, bensl con
quella di piacere o dispiacere. D'altra parte, tutta la critica del
giudizio tcleologico si presenta piuttosto come una temarizzazio-
ne degli schemi concettuali che impieghiamo- a livello scientifi-
84
JL l'ROBLEMA KANT
co, e indipendentemente da qualsiasi finalit interna della natura
-per conferire senso al mondo in sede di ridescrizione
rienza. In breve, l'Analitica, in aperta antitesi con la Critica della
ragion pura, risulta composta di contenuti non concettuali; la
Dialettica diviene invece, espressamente, la sfera in cui si
ga un principio epistemologico, che recita che per capire la
ra giova supporre che abbia una struttura finale. La questione
dunque: come si formulano le ipotesi di lavoro nei laboratori, e
non: come vediamo le cose.
3. Contenuti non concettuali. Non vale pi il principio
do cui le intuizioni senza concetto sono cieche: vige
mente allivello della epistemologia, n ambisce ad alcuna
ta reale. Il congiungimento rra il pensiero e l'estensione avviene,
per idealmente e non realmente, nella scienza; quanto dire che
qui non si ha a che fare con uno schematismo che effettua
mogeneizzazione tra l'imerno e l'esterno, bens con una teoria
della scienza che promette che- in un tempo infinito ma che va
comunque presupposto alla ricerca della verit- tra la natura e la
matematica svanir ogni differenza.
4. Ontologia senza trmcendentale. C' di che proseguire-
corda con una lunga e autorevole tradizione- verso una
mologia kantiana; poich tunavia il mio obiettivo delineare i
caraneri di una antologia, dovr seguire una diversa strategia. La
domanda che mi guida essenzialmente: se seguiamo il
dentale, ammettiamo che gli schemi determinano l'esperienza; al
massimo, con qualche liberalismo possiamo dire
che gli schemi si possono anche sostituire, ma poco alla volta e
olisticamente, come paradigmi che scandiscono altrettante et
della fisica. Tuttavia, al solito: sar vero? Un idraulico che fallisce
in una procedura dovrebbe iterarla tante volte, scontentando i
clienti, sino a quando ... Ecco, sino a quando, esattamente? Non
sar che, come nel terremoto messicano, il mondo esterno pu
farsi vivo senza aspettare che i nostri schemi concettuali siano
pronti ad accoglierlo?
85
CHE COSA SI PROVA A ESSERE
UNA CIABATTA
Epistemologia/antologia
Distinzioni menziali. Si pu fare a meno dd trascendentale
purch si riconoscano le differenze essenziali tra antologia ed
epistemologia. Eccole.
Tavola 6. La differenziazione tra antologia ed epistemologia
EPISTEMOLOGIA
emendabile
Scienza
linguisdca
storica
libera
infinita
releologica
Verit
non nasce dall'esperienza, ma risulra
teleologicamenteoricntata
verso di essa
Mondo interno
(:intcrnoaglischemiconcettuali)
Paradigma: W schtma concettualt.
nella tesra e parla dd mondo,
quindi lo si pu emendare
ONTOLOGIA
inemendabile
Esperienza
non necessariamencelinguisdca
nonnorica
necessaria
finita
non necessariamente tcleologica
Realt
non naturalmente orientata
verso lascien7.a
Mondo esterno
( .. esterno agli schemi concettuali)
Paradigma: tutto d che non
tmcndabil(":. nd mondo e non lo si
pu cambiare col pensiero
89
MAURIZIO FERRARIS
L'Argomento della Ciabatta
Prima di procedere alla articolazione delle distinzioni, vorrei
esporre il suolo del miO ragionamento.
l. Uomini. Prendiamo un uomo che guarda un tappeto con so-
pra una ciabatta; chiede a un altro di passargli la ciabatta, e l'altro,
di solito, lo fa senza incontrare particolari difficolt. Banale feno-
meno di inrcrazione, che per mostra come, se davvero il mondo
e.nerno diptmdesse anche solo un poco, non dico dalle interpreta-
zioni e dagli schemi concettuali, ma dai neuroni, la circostanza che
i due non possiedano gli stessi neuroni dovrebbe vanifcare la con-
divisione della ciabatta. Si pu obiettare che i neuroni non devono
risultare proprio identici per numero, posizione o sinapsi; il che,
per, non solo indebolisce la tesi, ma contraddice una evidenza
difficilmente confutabile: che differenze tra esperienze passate,
cultura, conformazioni e dotazioni cerebrali ecc., possano com-
portare divergenze significative a un certo livello (lo spirito proce-
de dal padre c dal figlio o solo dal padre? che cosa intendiamo con
"liberr"?), banale: sono le dispute tra opinioni. Nondimeno,
quando si discute si consapevoli di maneggiare una materia assai
diversa da quella implicata dalla ciabatta sul tappeto, che viene vis-
suta come esterna e separata, ossia come dotata di una esistenza
qualitativamenre diversa da quella che si affronta, poniamo, nel
ragionare sulla leginimit della inseminazione arrifciale. In altri
termini, la sfera dei fatti non risulta poi cos inestricabilmente in-
trecciata con quella delle interpretazioni, e gi a questo livello in-
contriamo un mondo esterno agli schemi concettuali.
2. Cani. Adesso prendiamo un cane, che sia stato addestrato.
Gli si dice "Porrami la ciabatta". E, di nuovo, lo fa senza incon-
trare alcuna difficolt, esattamente come l'altro uomo, bench le
differenze tra il mio e il suo cervello siano verosimilmente enor-
mi, e la sua comprensione di "Portami la ciabatta" non paia assi-
milabile a quella di un altro uomo: il cane non capirebbe se sto
davvero chiedendogli di portarmi la ciabatta oppure se citi la fra-
se, o se la usi in senso ironico; mentre probabile che alcuni uo-
mini lo capirebbero.
3. Vermi. Ora prendiamo un verme. Non ha cervello n orec-
chie; privo di occhi, ben pi piccolo della ciabatta; possiede
solamente il tatto, qualunque cosa voglia esanamente significare
90
CHE COSA SJ rROVA A ESSERE UNA CJABAlTA
un senso cos oscuro; dunque non possiamo dirgli "Porcami la
ciabatta". Per, strisciando sul tappeto, se la incontra pu
gliere fra due strategie: o le gira intorno, o le sale sopra. In ambo
i casi, incontrato la ciabatta, anche se non proprio come la
contro 10.
4. Edera. Poi prendiamo un'edera. Non possiede occhi, non
ha proprio niente, per si arrampica (cosl ci esprimiamo noi,
rranandola da bestia e attribuendogli una strategia intenzionale)
sui muri come se li vedesse; oppure si scosta lentamente se trova
fonti di calore che la infastidiscono. L edera o aggirer la
ra, oppure ci salir sopra, esattamente come un uomo, tuttavia
senza occhi o schemi concettuali.
5. Ciabatta. Per finire, pigliamo una ciabatta. ancora pi
sensibile dell'edera. Per, se la tiriamo sull'ahra ciabatta, la
tra, in modo preciso e identico a come accade all'edera, al verme,
al cane, all'uomo. Dunque non si capisce proprio in che senso
che la tesi pi ragionevole e minimalista circa l'intervento del
cipiente sul percepito possa avanzare qualche pretesa antologica;
figuriamoci poi le altre, Anche perch- e qui tocchiamo il nocciolo
della antologia- si potrebbe benissimo non prendere un':tltra
batta, ma semplicemente immaginate che la prima sia l, in
za di qualsiasi osservatore animale, o senza un vegetale o un'altra
ciabatta che interagiscano con lei. Forse che allora non ci sarebbe
una ciabatta sul tappeto? Se la ciabatta c' davvero, allora deve
serci anche senza che nessuno la veda, come logicamente
caro dalla frase "c' una ciabatta", altrimenti uno potrebbe dire:
"mi pare che ci sia una ciabatta", o, anche pi correttamente: "ho
in me la rappresentazione di una ciabatta", quando non
ra: "ho l'impressione di avere in me la rappresentazione di una
ciabatta". Si consideri che far dipendere l'esistenza delle cose dalle
risorse dei miei organi di senso non di per s nulla di diverso dal
farle dipendere dalla mia immaginazione, e che quando sostengo
che una ciabatta c' solo perch la vedo sto in realt confessando di
avere una allucinazione.
Vincoli ontologici
I.:Argomento della Ciabatta mi serve per distinguere i rap-
porti conoscitivi che si possono- e spesso si devono- instaurare
91
con pani del mondo e le relazioni antologiche che avvengono in
assenza di quei rapporti.
l. Soggetti e oggetti. Uno potrebbe apparmi: perch fermarsi
ai vermi e alle ciabane? Se la cosa ruvida incolore enorme incon-
rrata dal verme la medesima ciabatta che vedo io, allora perch
escludere che ci siano esseri che vedono i protoni? In ogni caso
possiamo riconoscere, in una stanza buia, il passaggio di soli
quanro fotoni, ma tu, nella tua antologia, includi la luce ed
escludi i fotoni; sicch la tua onrologia degli oggetti di medio li-
vello costituirebbe, ben che vada, una ecologia e forse la lessico-
grafia di un senso comune piuttosto incolto. !.:obiezione, per,
tiene solo fino a un ceno punto: anche togliendo di mezzo l'am-
biente, la psiche, la mia stessa vira, le cose di cui mi occupo da
vivo in un ambiente restano tali e quali, laddove gli schemi con-
cettuali spariscono. Supponiamo che, riesumando un vecchio
supplizio, decidessero di pianrarmi un chiodo in testa: all'inizio
patirei un terribile dolore, poi pi niente, e alla fine non ci sarei
pi neppure io, con i miei ricordi, le mie attese, i miei schemi
concettuali. Eppure l'efficacia del chiodo non si alterata, e ha
dererminaro prima il dolore, poi la fulminea demenza, infine la
morte. Se invece fosse cambiata, se - poniamo- il chiodo fosse
scomparso nel momento in cui smettevo di sentirlo, o di pensar-
lo, forse me la sarei cavata; ma sarebbe stato un chiodo in testa
nel senso di una idea fissa o di un oggetto immaginario.
2. La follaa pragmnttica. Proprio per questo il mondo non
a disposizione dell'inrerprete: posso afferrare una maniglia per
aprire la porta, ma solo se abbastanza solida, se non disegnata
ecc.; posso altres adoperare una stilografica Mont Blanc come fil-
tro per osservare una eclisse di Sole, ma l'operazione non mi riu-
scirebbe con una Sheaffer d'argento: la mia possibilit di manovra
non risulta illimitata, giacch le condizioni materiali dell'oggetto
devono risultare tali da garantire la funzione. Ora, le propriet che
possono indurmi a far ricorso a prestazioni di ordine superiore
poggiano su risorse di ordine inferiore che valgono per esseri che
non hanno la minima idea di che cosa possa essere una maniglia,
una penna o una eclisse, come un verme che striscia sulla Mont
Blanc adoperandola come supporto locomotorio.
(a). Afferrare. La fallacia che" salva e perde i( pragmarismo con-
siste spesso nel credere che qualsiasi oggeno possa tornar buono
92
CHE COSA SI PROVA A ESSERE UNA CJABATIA
per un agente che lo voglia adoperare come strumento, senza
guardo per la circostanza che una vanga pu anche servire come
mazza, ma l'inverso non si d. Sicch i vincoli antologici imposti
dall'oggetto rivelano una netra indipendenza rispetto ai nostri
schemi concettuali e pongono un limite invalicabilc a qualsiasi
convenzionalismo. Non sembra illecito affermare: "Qualsiasi
sa pu fungere da moned'; e, sulle prime, poich la
ne deve non poco alla convenzione, l'asserto pare ragionevole,
ma solo fino a un certo punto: oltre a pezzi di metallo c di carta,
valgono o sono valse come monete sacchetti di saJe o conchiglie,
mai tavoli o mucche, non risultando maneggcvoli (le mucche,
inoltre, vanno accudite), e allora tanto vale il baratto, laddove si
possono riciclare vecchie monete come bottoni per abiti tirolesi.
Del pari, non si possono adibire a monete bolle di sapone n
pezzi di carta bruciata, granelli di sabbia, aromi, carne fresca. I
vincoli antologici risuhano strettamente intrecciati con vincoli
ecologici, giacch al Polo Nord forse anche la libbra di carne fre-
sca potrebbe valere come moneta, ma sussisterebbero restrizioni
legate aJle dimensioni corporee: un cubo con un lato superiore ai
15 centimetri risuha difficile da trasportare, e suggerisce l'uso di
una maniglia, diventando un beauty case. Ovvio che se uno non
usa rossetto, fard e latte detergente, non sa che farsene di un
beauty case; per, se anche uno abbisognasse di cosmetici,
a un beauty case di I 50 centimetri di lato, e
magan senza mamco.
(b). Evitare. Il limite maggiore del pragmatismo, tuttavia,
non sta nella inosservanza di queste circostanze banali ma
ve, bensl nel capovolgimento dell'atteggiamento naturale.
condo il pragmatismo, devolveremmo la maggior parte del
suo tempo all'afferramento di oggetti o persone, ossia ad attivit
intenzionali e deliberate, c il resto dovrebbe equivalere
poco a una massa indistinta, umbratile, quasi inesistente. Ora, a
pane che in questo modo il pragmatismo incorpora
mente una teoria dei seme data, la stessa descrizione dell'
rienza che risulta incredibile. Di fano, nella maggior pane del
tempo, noi non ci protendiamo verso oggetti, bens schiviamo
mosche, tram, individui molesti, n ci basta, per farlo,
rarli eide privi di esistenza o seme data aggregati da un demone
che ci vuoi male. Come la sorpresa interrompe (lo vedremo tra
poco) l'ipotesi della universalit della interpretazione, cosl lo
93
MAURIZIO FERRARIS
schivare assicura un limite essenziale alla pretesa antologica del
pragmatismo, che si rivela come una descrizione di secondo li-
vello, che pu esserci o non esserci, e che si esercita su una base
antologicamente salda.
3. Le cose e le lnro descrizioni. Altro infatti rilevare che strut-
ture antologicamente costanti sopportino descrizioni epistemo-
logicamente diverse.
(a). Descrizioni. Prendiamo la Luna: per Senofane era una
lampada di vetro smerigliato, per Eraclito una scodella con la
parte concava rivolta verso di noi, e ancora Galileo dovette ap-
pendere uno specchio tondo a un muro per dimostrare che non
uno specchio- in quel caso l'illuminazione del Sole si focaliz-
zerebbe in un punto-, bensl un corpo opaco. E poi ci sono degli
illusi che credono che la Luna sia fatta di formaggio. D'altra par-
te, per Senofane, Eraclito, Galileo, cosl come per quello che cre-
de che la Luna sia fatta di formaggio, la Luna resta sempre quel
disco, che si presenta in quel modo e non altrimenti: e anche chi
coltivi una concezione casearia della Luna dovr pensare a un
formaggio rorondo, come un camembert o un parmigiano inte-
ro, al limite, in certe notti- quelle in cui Quevedo scriveva della
sangrienta Luna - come un formaggio olandese; ma non penser
mai che sia una forma di provolone. Che un medesimo oggetto
sopporti una cosl grande variet di descrizioni non lo scompone,
ma lo definisce: il disco nel cielo resta uguale, variano gli schemi
concenuali e le interpretazioni circa la sua vera natura, e non
giova confondere i due livelli, altrimemi finisce dawero che ci
troviamo ognuno sul suo pianeta. Per esempio: sono un assiro,
vedo Espero, poi vedo Fosforo; pi avanti si scopre che erano la
stessa stella; in seguito si scopre che non era una stella, bensl un
pianeta. Nondimeno, quanto si vede non mutato: cambiato
solo ci che si pensa, ed la caratteristica della scienza, anche se
pu- ma non necessariamente deve- estendersi all'esperienza,
giacch sapere che una palla di pietra o di cartapesta modifica i
miei comportamenti, ma non apprendere che la Terra a girare
intorno al Sole. Si pu certo sostenere che accettare le particelle
della fisica atomica costituisce una supposizione simile ad accet-
tare l'esistenza degli di di Omero. Ora, a livello epistemologico,
letteralmente vero, trattandosi di schemi interpretativi; l'essen-
ziale per non concluderne che gli di omerici fossero conside-
94
CHE COSA SI PROVA A ESSERE UNA CIABAITA
rari dai Greci come eventi naturali invece che come la spiegazione
di eventi namrali: Achille vede un fulmine, esattamente come lo
vediamo noi, e dice a Patrodo che una saetta di Zeus. Del pari,
n Bohr n O mero, all'apparire di un fulmine, si limiterebbero a
mpporre di vedere un fulmine; o forse Omero lo farebbe, ma per
un motivo d'altro ordine: essendo cieco, ne inferirebbe,
do il tuono, che prima ci sia smo un fulmine. t. proprio degli
schemi interpretativi, dunque della scienza, considerarsi
sori, perch costruiti in vista di una verit.
(b). Rendimenti percettivi. Nulla di tuno ci, tunavia, tocca
quello che c'. li caso del cubo di Necker appare da questo
w di vista illuminante. Prendiamolo dapprima in una versione
esplicita:
Propriamente, gli esiti della figura sono sei:
C' una sola figura, e sei rendimenti percenivi, che si
no a vicenda (quando ne individuo uno, non vedo gli altri), ma
95
che si possono susseguire nel tempo, mentre se identificassimo
antologia cd epistemologia dovremmo sostenere che i sei esiti
sono a1trenanti oggetti diversi, da moltiplicarsi per tutte le
pretazioni che sopportano (uno scacolone, una intelaiatura, un
fil di ferro ecc.). Ma non cos, so di vedere sempre quel cubo, e
in ogni caso non posso vedere un papero (al massimo, potrei
pensare che un simbolo usato da qualche popolazione per
gnare i paperi).
Ta1uni sostengono che gli esiti sono seue, includendo anche
la visione del cubo come figura piana. Ma non cosl facile;
versa, l'esito si ottiene senza difficolt se modifico la figura:
Si noti che nella seconda versione non riesco nemmeno a ve-
dere un cubo: posso solo pensarlo.
4. Scienze/utili. E adesso, da situazioni di fatto, passiamo a una
questione che riguarda il diritto, ossia la legittimit di ammettere,
a1mcno in linea di principio, la trasformazione in scienza di ogni
ambito di esperienza: c'erano e ci sono, sui giornali, rubriche di
bon ton; esistono guide dei migliori a1berghi e ristoranti, ma
prattutto ci sono persone che si fanno un motivato vanto di essere
intenditori in materia; in Piace de Clichy, a Parigi, c' un loca1e
abbastanza solenne, con vetri e specchi, disposto su due piani, che
si chiama "Acadmie dc billard", in rue cles coles ce ne uno, un
po' meno solenne ma pur sempre degno, che si inthola "Bier
demy ";nei Soliti ignotiTot tiene una scuola per ladri, d'accordo
con una lunga tradizione letteraria; i documentari sugli animali ci
mostrano spesso scene che vengono descritte come l'apprendista-
to di una bestia, visto che la leonessa insegna la caccia ai cuccioli.
Per qua1e morivo si stenta a prendere sul serio, come progetto
scientifico, una rubrica di bon ton, una guida gastronomica o una
96
CHE COSA SI PROVA A ESSERE UNA CIABA1TA
accademia del biliardo? Per quale motivo la leonessa non sembra
un professore? Non perch le materie insegnate risultino irrile-
vanti ( forse pi importante occuparsi per anni di un solo coleot-
tero, come pu accadere a un entomologo?), ma perch si pensa
che qui non sussista un rapporto essenziale con il sapere in quanto
emcndabilit infinita; un simile sapere non costituisce solo una
conoscenza attuale, bens una promessa di verit: quello che sap-
piamo adesso pu essere anche completamente falso, m ~ per que-
sta via, in un tempo infinito, troveremo la verit. Si potrebbe cer-
to obiettare che le leggi degli atomi e delle galassie risultano altret-
tanto inemendabili che quelle della percezione, e che a cambiare
la nostra capacit di ricostruirle adeguatamente. D'accordo, ma
noi percepiamo tavoli e sedie senza conoscere leggi, o disponendo
di leggi sbagliate, laddove senza leggi non sappiamo proprio nien-
te di atomi e galassie.
lnemendabilit
Da quanto ho detto sin qui, vorrei trarre una considerazione
generale: le armi di una strategia antitrascendentale sono le stes-
se che si adoperano per differenziare l'omologia dall'epistemolo-
gia. Cerchiamo di approfondire questo punto.
l. L'incontrato. Prendiamo prima di tutto in esame un tratto
comune a tutti i casi enumerati nell'argomento della Ciabatta:
qualcosa si incontrava, qualcosa che c'era indipendentemente
dall'essere compreso, pensato, rappresentato. Seguendo le classi-
ficazioni fornite da Metzger, stavolta in veste di teorico,2
6
con-
viene distinguere tra una realt fisica, quella delle scienze natura-
li, che non oggeno di esperienza, e una realt fenomenica, con
cui abbiamo a che fare nella vita. Di che si tratta? Ripensiamo al-
l'incidente di Metzger: con tutto che sapeva benissimo che uno
non pu far saltare una baracca tirando lo sciacquone, ebbe la
sensazione di aver provocato il danno. Qui la grande distinzione
non tra vero e falso, bensl tra incontrato (una baracca che esplo-
de) e rappresentato (quella baracca quando pensata, ricordata,
immaginata, e quando si conclude che la causa non poteva essere
lo sciacquone). In questa realt ci imbattiamo in cose che non ci
sono, apparendo contraddittorie (il nulla, per esempio: abbiamo
97
f\.IAURJZIO FERRARIS
un bel sapere che il nulla non esiste, eppure quando diciamo che
una parere vuota ci pare di affermare qualcosa, e gli altri ci ca-
piscono), e non incontriamo cose che ci sono (per esempio, i
processi elettrici del nostro cervello). Inoltre, distinguiamo il So-
le e la pioggia da un arcobaleno, un ombrellone da un'ombra,
una barca dal suo riflesso nell'acqua. Tutto fuori della scienza,
per non senza metodo n senza ragioni; anzi, in maniera assai
pi stabile: lo incontro oggi cosl, e cosl anche domani o tra mille
anni, giacch non lo si pu emendare.
2. L'inemendabile. "Emendabilit" e "lnemendabilic" sono
concetti cardinali nel mio discorso. Si ripetuto a sazier che la
morte lo scrigno dell'essere, la condizione di possibilit della
vita ecc. ecc., omettendo di considerare che, se la morte pu as-
sumere tutto quel valore, essenzialmente perch senza rime-
dio, non potendosi correggere, esattamente come non si possono
correggere quelle proposizioni che Wittgenstin chiama "gram-
maticali". La sfera dell'irrimediabile risulta tuttavia ben pi va-
sca; se un paio di Clark's marrone, non potremo accostarle con
i calzoni con cui indosseremmo un paio di Clark's beige, vale a
dire che non potremo invitare chi ci guarda a pensare che siano
di un colore piuttosto che di un alno. Ecco il punto: dopotutto,
ci sono cose pi difficili da correggere di altre, ossia che pi di al-
tre appaiono indipendenti o addirittura indifferenti rispetto agli
schemi concettuali come sistema di emendazione progressiva; il
sistema cromatico per cui certi accostamenti ci appaiono pi ar-
moniosi di altri largamente condizionato dal gusto e dalla sto-
ria, ma non i colori, e confondere i due livelli costituisce un erro-
re grossolano. Inoltre, si pu distinguere tra "contenuto" e "og-
getto", facendo norare
27
che posso benissimo pensare oggetti
inesistenti, nel che il pensiero avrebbe un contenuto, ma non un
oggetto; tuttavia l'oggetto che discrimina: possiamo rivedere
una teoria scientifica cos come lecito immaginare un cavallo
alato, tuttavia non riusciamo a vedere una penna rossa l dove
c' un coniglio bianco; e che la teoria scientifica differisca dalla
immaginazione di un cavallo aluo dipende, in ultima istanza,
dall'impossibilit di vedere la penna rossa al posto del coniglio
bianco, mentre si pu dire che alcuni scapoli sono sposati e che
2+2=5. Cerro, non posso escludere in linea di principio che un
giorno, magari in seguito a un temporale estivo, l'ontologia di-
98
CHE COSA Sl PROVA A ESSERE UNA CIABATTA
venti emendabile; ma non c' un solo atto della mia vita che
corpori la speranza di un simile accadimenro, mentre c' chi si
fano ibernare sperando di essere guarito tra cent'anni. t anche
plausibile che, in un tempo infinito, sapremo tutto di tutto,
dunque rune le proposizioni della scienza saranno Concetti
feui e Adeguati. Tra quel momento e queHo iniziale, che ha
to origine nella storia e che segna la nascita della scienza, si
sono immaginare infinite correzioni dei nostri schemi
ruali. Non mi importa tanto di sapere che fra l 0.000 anni, forse,
vedremo diversamente le cose, quanto piuttosto di sapere che di
sicuro 2.500 anni fa i Greci le vedevano come noi. Del pari, si
pu ragionevolmente supporre che verr il giorno in cui gli orsi
bianchi avranno pinne invece che zampe, per nessuno afferme-
rebbe che "allo Jtato attuale delle nostre conoscenze gli orsi bianchi
hanno zampe". Tuttavia, se l'emendabilit assume sino in fondo
l'argomento del "puoi, dunque devi", nell'ambito dell'inemen-
dabile troviamo delle tipologie pi complicate, che derogano a
questa regola: in breve, non sempre si pu, e, soprattutto, non
sempre il potere si trasforma in dovere.
(a). Perch non si pu. La sfera comprende due sottoinsiemi,
che descriver pi in denaglio alla fine del libro, gli inemendabi-
li non percettivi e soprattutto, paradigmaticamente, quelli per-
ceuivi. I primi includono le proposizioni tautologiche, quelle
che non si possono correggere alla luce di nuove informazioni n
si possono falsificare, quelle che non si possono decomporre ul-
teriormente, n modificare immaginando simulazioni di mondi
alternativi; cio, nell'insieme, il "grammaticale" nel senso di
Wittgenstein. , come vedremo, una sfera pi ampia dei giudizi
analitici, incorporando la circostanza per cui risulta grammatica-
le assumere che ho un cervello- mentre si potrebbe sempre im-
maginare che la scatola vuota-, laddove non risulta grammati-
cale assumere che potrei non avere le mutande sotto i pantaloni.
In ogni caso, finanziare una ricerca per stabilire se quello che
chiamiamo "blu" non si possa, pi sagacemente, designare come
"rosso" non sembra pi intelligente del finanziarne un'altra per
decidere se davvero nessuno scapolo sia sposato. I casi di ine-
mendabilit grammaticale mi sembrano riflettere - anche se in
modo non genetico - una circostanza pi generale, che non vale
solo per quelli che capiscono che cosa vuoi dire "scapolo" o
99
M,\URl?.lO l'F.rtRARlS
chelor", ma anche per cani e vermi che capiscono poco, o per
ciabatte che non capiscono niente: se una valigia pesa rroppo per
portarla in cabina, non posso pensare che pesi di meno, devo li-
sciare che la carichino nella stiva dell'aereo; se ho perso le chiavi
devo chiamare un fabbro; se vedo una porta che mi pare aperta
mentre un vetro pulitissimo e ci sbano il naso, non ho emen-
dato una percezione, ho percepito; se nel Sahara vedo un drome-
dario che cammina a mezz'aria, mi sfrego gli occhi, mi dico an-
che che un miraggio, e che mi sembra soltanto che il dromeda-
rio passeggi a mezz'aria: resta che lo vedo a mezz'aria. Viceversa,
una volta che mi abbiano detto che l'America stata scoperta
nel 1492 non ha pi senso, per mc, assumere che sia stata sco-
perta nel 1592; non ci penso proprio pi, o diviene per me una
semplice proposizione falsa. Del pari, molto pi facile credere
che il fumo provochi il cancro che non smettere di fumare; e ve-
dere un topo invece che un paccheno di sigarette risulta diffici-
lissimo.
(b). Perch non si deve. Se alla domanda "vuoi tu prendere co-
me legittima sposa XY" rispondo "sl", non sto constatando che
voglio davvero sposare XY, bens\ performando un atto dotato di
valore legale, e che non emendabile, bens abrogabile; inoltre,
si pu constatare anche senza fare scienza: un testimone che so-
stenga di aver visto un fantasma non fa scienza, a meno che pro-
duca argomenti a favore della esistenza dei fantasmi. Se la refe-
renza non che una funzione tra altre, come dare ordini, far
congetture intorno a un avvenimento, inventare una sroria, fare
una battuta di spiri[O, tradurre, ringraziare, salutare, appare del
tuno ovvio che la scienza e i suoi schemi concettuali, a comin-
ciare dal riferimento alla verit, risulti pi piccola di quanto non
si creda. Ci sono molrissime zone della nostra esperienza che ri-
mangono, spesso per sempre, non concettualizzate, pur risultan-
do di principio concenualizzabili e senza perci apparire chime-
riche: se mi muovo, apro una scatola, e persino compongo un
numero al telefono o inserisco un CD nel lettore, non sto com-
piendo esperienze concenuali; la concettualizzazione avverrebbe
se mi si domandasse che cosa sto facendo, e, allora, si tratterebbe
alrres di appurare se ho ragione o torto, ossia se la mia descrizio-
ne risulti scientificamente accurata. Anche la descrizione delle
azioni che ho compiuto ieri diviene una serie di concetti emen-
100
CHE COSA SI PROVA A ESSERE UNA CIABATTA
dabili solo qualora, poniamo, la polizia mi chieda conto delle
mie azioni, per arrescarmi o per verificare un alibi; qui dire la ve-
rit diviene importante, laddove apparirebbe arduo sostenere
che il giorno prima ho fano la verit.
28
Ho compiuto svariate at-
tivit che non avvertivo n come vere n come false: ha senso
chiedersi se ho preparato veramente il caff quando esce dalla
caffettiera? Ci si chiede casomai, qualora il caff tardi a uscire, se
si sia messa l'acqua. Cos per molte altre domande: "ho chiuso la
porta?" "ho preso le chiavi?" ecc., che per, anche per il peggiore
degli ossessivi, sono ben lontane dal costituire la totalit dell'e-
sperienza. Appare infine chiaro che ci sono contenuti che non
potranno mai venire concettualizzati: perch ci piace il muro
giallo di Vermeer? Soprattutto, che cosa vuoi dire? Non si hanno
conceni, al massimo ipotesi, laddove si possono benissimo pos-
sedere molte nozioni chiare, distinte e falsificabili, intorno alla
vita e alle opere di Vermeer. Nondimeno, e gi nelle descrizioni
della percezione, da che si incomincia a parlare di "precategoria-
le" si implica che quanto si d, per esempio sensibilmente, de-
stinato a diventare categoria, e che se non lo diviene solo prov-
visoriamente, per ragioni di tempo, di attenzione o simili: di di-
ritto, il mondo si pu considerare archeologicamente logico per-
ch lo anzitutto teleologicamente, giacch, con l'iperbole del
trascendentale, il senso finale dell'attivit deve trovarsi gi inte-
ramente racchiuso nella passivit originaria. Perci la questione
dei comenll[i non concettuali risulta mal posta, giacch sin dalla
sua formulazione assume che il naturale destino del contenuto
di una esperienza sia di diventare un concetto, laddove moltissi-
me volte procura semplicemente la base per reazioni funzionali,
o emotive, che diffcilmeme saranno trasposte in concetti, e in
taluni casi potrebbero anche non risultare concettualizzabili. t.
ci che Kant ha correttamente classificato sotto il titolo, piutto-
sto che di "preconcettuale", di aconcettuale, sostenendo che il
bello piace senza concetto, ma la considerazione si pu estendere
ben al di l della sola sfera del sentimento di piacere o dispiacere:
l'aconcettuale non ha propriamente niente da dirci (che cosa ci
dice un tramonto, se non lo guardiamo da meteorologi profes-
sionali o amatoriali, da fisici o da navigatori col telefonino rotto
e in cerca deli'Occideme?), ossia non possiede - n per defini-
lO!
MAURIZIO FERRARIS
zione potr mai possedere, perch la sua teleologia non
zara in quel senso- "stati informazionali".
(c). Perch non necessariamente si deve. Come ricordavo pi
sopra, il "puoi, dunque devi" non vale solo nella morale, ma
che nella scienza: se si pu emendare un concetto, allora lo si
ve emendare, se non ora pi tardi. Per, nell'esperienza, che io
possa alzarmi e uscire da una stanza non compona che debba
uscirne, n che tutti i contenuti non concettuali risultino
mente destinati, grazie alla nostra seconda natura- ma quale? La
filosofia o il divieto dell'incesto, la cottura dei cibi o la sepoltura
dei defunti? - a divenire concetti emendabili. Spesso non
viene: la grana fine dell'esperienza pu uno rivelarsi svamaggiosa
nella concermalizzazione della scienza, interessata piuttosto alla
numerabilit e alla iterabilit, ma pu costituire un vantaggio in
altri campi, giacch un cibo difficile da descrivere pu risultare
buono, e un quadro complesso, bello. A voler essere teleologici,
si dovrebbe o deplorare lo scialo di facolt che ha luogo nella
percezione, oppure argomentare che proprio un simile esubero
dimostra che l'esperienza non appare necessariamente indirizzata
verso la scienza. Pi pianamente, gioverebbe osservare che era
due sfere non si d transito obbligato, di modo che le capacit
astrattive presenti nell'esperienza non vanno ascritte nemmeno
rcleologicamente alla concettualizzazione: posso descrivere un
mal di demi come una informazione circa lo stato della mia
tatura, che sar in grado di verificare andando dal demista; ma
quando il dente duole, non vuole proprio notificarmi niente.
Cos, c' tutta una sfera di azioni anche complesse che poJSono
certameme, ma non necessariamente devono venire emendate:
imbucare una lettera, allacciarsi le scarpe, buttare la pasta,
dere il treno o guidare la macchina, ascoltare un concerto,
dare un quadro, leggere un libro: quanto dire che per un bel
zo della nostra vita non ci componiamo da scienziati, non
trattenendo alcun rapporto speciale con la verit e con l'ideaJe
della emendabilit. Talora, la futilit di una scienza
si le scarpe pu venire camuffata dalla una tenace epistemoflia:
ci sono pubblicit che esibiscono dentifrici "scientificamente
stati", e uomini in camice bianco che pretendono di fare dimo-
strazioni in proposito. Quale potr essere il test scientifico a cui
sono sottoposti i dentifrici? Siamo avvezzi a pensare che per ogni
102
CHE COSA Si PROVA A ESSERE UNA CiABATTA
ambito di esperienza ci sia una scienza corrispondente- o, quan
romeno, che debba esserci -:
2
9 ma non vero. Non solo perch
si danno persino imponenti fenomeni percenivi- come l'imma
gine consecutiva - cui pochissimi prestano attenzione, ma anche
perch non esiste, poniamo, una scienza infinita del fare i nodi.
3. L'esperienza insegna? Ceno, se proprio uno ci tiene, l'espe
rienza insegna, quanto dire che presenta una forte parvenza di
emendabilit, riferita per a casi analoghi che si presentano in
un secondo tempo. Tuttavia, insegna solo a patto che ci si rasse
gni a imparare cose che spesso sono sbagliate e di cui si ignorano
i princpi. E quando l'errore si fa evidente, capiamo il perch?
Spesso no, eppure siamo consapevoli di aver sbagliato. E poi,
una volta riconosciuto lo sbaglio, davvero cambia qualcosa? Ser
ve a poco redigere trattati sulle passioni, se la nostra intenzione
emendarle; laddove ovvio proporsi di emendare l'intelletto: an
zi, come vedremo, la definizione di "concetto", in quanto attri
buto esclusivo della scienza, e quella di "emendabilit", vengono
a coincidere. Ceno, anche nell'esperienza passiamo tanto tempo
a riconoscere nessi causali: se il cielo nuvoloso, prendiamo
l'ombrello; ma non necessariamente cos, n, soprattutto, lo
sempre. Pu anche darsi che dopo il primo starnuto mi dica "ti
sta venendo l'influenza"; per difficile che al quindicesimo
starnuto continui a trasformare la fastidiosa esperienza in un sin
tomo: un fastidio e basta, lo starnuto non ha pi niente da di
re. Sarebbe viceversa bizzarro considerare ogni nostro atteggia
mento verso gli starnuti come un caso di semeiotica, popolare o
medica, che trasformasse l'osservabile in un sintomo: nel qual
caso non si capisce perch uno dovrebbe parlare di "starnuti" in
luogo di "influenza", "allergia", "nevrosi" o qualsiasi altra cosa
possa suggerire lo stato delle nostre cognizioni in materia. Que
ste considerazioni si possono specificare sotto due punti di vista.
(a). La ripetizione. Lesperienza, per lo pi, ci che accade, e
se vero che "esperienza" sono essenzialmente le cattive espe
tienze, quelle negative, allora sembra abbastanza chiaro che l'ap-
prendimento non ne costituisce il bene primario, bens, casomai,
un utile collaterale in larga misura indesiderato. Si consideri in
fatti che l'esperienza insegna, ma solo ci che gi avvenuto; sic
ch, sulle sue sole basi, l'intima portata innovativa connessa con
il sapere apparirebbe inspiegabile. Ecco infatti una descrizione
103
:-.MUitiZIO HRRARIS
suggerita dall'esperienza; del colonnello George Hanger, vete-
rano della guerra in America, c risale al 1814: "Il moschetto di
un soldaw, se non eccessivamente mal calibrato (e molti lo so-
no), colpir una figura umana a 80 iarde, ma un soldato deve es-
sere davvero molto sfortunato per restare ferito da un comune
moschetto a ISO iarde, posto che il suo antagonista abbia mi raro
a lui; e quanto a sparare a un uomo a 200 iarde con un comune
moschetto, pO[reste far conto di sparare alla Luna e avreste le
stesse possibilit di colpire il vostro bersaglio". Sicch taluni si
spinsero a riproporre l'uso dell'arco, con un ragionamento inec-
cepibile sulla base della semplice esperienza.
(b). L'innovazione. Le cose vanno altrimenti nella scienza, do-
ve inoltre l'esperienza in senso proprio viene in generale addossa-
ta alle cavie e non ai ricercatori, mentre uno dei detti pi veri di
ci che si chiama propriamente "esperienza" che le esperienze
altrui non servono a niente. La scienza ha l'apprendimento e
l'accertamento della verit come bene e fine primario, d'accordo
con un processo che si intende come cumulativo e infinito, cio
proteso verso il futuro e capace di innovazione. Per diverse che
siano le immagini della scienza che si susseguono, per quanto
profonde possano risuhare le franure epistemologiche che decre-
tano la distinzione della chimica dall'alchimia, si deve supporre
che quello che resta inalterato tra Paracelso e Lavoisier l'idea di
un progresso, che potr anche revocare in dubbio o mettere fuo-
ri gioco qualunque acquisizione precedeine e la stessa idea di
"scienza" quale si data storicamente sino a quel momento, per
non il principio che, attraverso una messa in discussione radica-
le, si sia compiuto un passo in avanti: e difficilmente nella scien-
za si parla di "ritorno alle tradizioni"; semmai, si lamenta una de-
cadenza. Inoltre, se nell'esperienza come nella scienza la possibi-
lit di mettere in memoria quanto si appreso non risulta acces-
soria, tuttavia vengono meno altri due aspetti che viceversa ap-
paiono costitutivi della scientificit: la trasmissione ad altri e la
tradizionalizzazione che permetta l'idea cumulativa di progresso.
Tuno quello che voglio dire si illustra del resto facilmente pen-
sando alla differenza di compiti c di aspettative che distinguono
chi si impieghi in un ufficio da chi faccia il ricercatore.
4. Emendare l'intelletto e acuire i sensi. All'osso, c' al solito la
emcndabilit. Si pu essere miopi, astigmatici o sordastri, e un
104
CHE COSA Sl PROVA A ESSERE UNA CIABATTA
ipermetrope pu magari- in forza della sua sola dotazione natu-
rale - diventare un tiratore scelto, ma non risulter necessaria-
mente miglior ittiologo di un miope o di un astigmatico; inoltre,
un ittiologo, un profano e un luccio vedono il medesimo pesce
persico, ancorch il primo ne conosca il nome scientifico e la
classificazione. Se non appare sulle prime cos immotivato pre-
tendere che l'ittiologo veda pi cose del profano, solo perch si
portati ad attribuire al vedere caratteristiche proprie del pensa-
re: l'iniologo "vede" che il pesce persico un pesce persico, che
sviluppato o meno, che il suo colore normale o anormale, che
ha un organo l dove il profano non vede che squame ecc.; in
ciascuno di questi casi, per, si potrebbe pi correttamente so-
stenere che l'ittiologo pensa che un pesce persico, che svilup-
pato ecc.
Tuttavia, noi, adulti del nostro tempo, siamo persuasi che la
scienza costituisca il migliore schema concettuale. In concreto:
andiamo dal medico invece che dallo sciamano; al limite, ed
un caso vagamente problematico, prescriviamo persino ai nostri
figli l'oscillococcinum, pur nutrendo dei sospetti sulla omeopa-
tia; e in extrem c' chi va a Lourdes anche non credendo alla
Resurrezione. T uno questo implica un ideale di crescita illimita-
ta del sapere, e di infinita emendabilit dei concetti. Nondime-
no, davvero un simile ideale pu e deve entrare in ogni sfera del-
l'esperienza? Se cosl fosse, a chi ci dicesse, poniamo, da Cuneo
"domani vengo gi a Torino", dovremmo obienare che viene su,
se guardiamo la carta geografica, o che non va n su n gi, se
badiamo alla scala cosmica. La frase andrebbe considerata un er-
rore. Perch non cosl? A quale tribunale ci si appella nella fatti-
specie? Si tratta di una espressione puramente irrazionale? E allo-
ra perch non ci sembra priva di senso come "abracadabra", e in
realt nemmeno contraddittoria come "cerchio quadrato"? Sem-
bra abbastanza ovvio che si ha a che fare con ambiti eterogenei,
in cui appare decisivo un fattore ecologico. Se, passeggiando in
una notte chiara, guardo la Luna, non sto facendo l'astronomo,
e non lo farei nemmeno se, col disagio provocato dalla tuta spa-
ziale, guardassi la Terra dalla Luna. La mia sfera ecologica pu
variare, tuttavia la mia antologia non potr mai incorporare pre-
stazioni che richiedano sistematicamente l'intervento di stru-
menti che ne esorbitino.
105
MAURJZIO FER.RARJS
Anche qui riconosciamo il ruolo della inemendabilit. Persi-
no Vinorio Benussi, che sosteneva di essere riuscito, con l'eserci-
zio, a neutralinare svariate illusioni oniche, non avrebbe potuto
vedere la Terra rotonda, e comunque teneva a definirle come
"presentazioni inadeguate", non come "illusioni", visto che c'
una discrepanza tra la presentazione e la convinzione che in talu-
ni casi, attraverso la ripetizione, l'esercizio e il cambiamento di
punto di vista, pu essere annullata. Si adduce altresl il caso di
Josephson, premio Nobel per la fisica (nonch degente per un
periodo in un ospedale psichiatrico), che si diceva capace di co-
gliere a occhio nudo il transito di un singolo fotone in una stan-
za buia, previo opportuno addesrramento. Si ammetter per
che sono limite; che il focone esisteva dawero, diversamente
dalle opinioni scientifiche, che possono rivelarsi inconsistenti; e
che come voler imparare i comportamenti umani normali da
un centometrista o da un fachiro o da chi piega i cucchiaini con
la sola forza del pensiero (ed un fatto che li piega davvero:
bene il caso risulti assai diverso dai precedenti). Poniamo infine
che divenga abbastanza frequente trasformarsi in lupo mannaro
e acquisire un alfano e un udito straordinari; in una simile
tualit, udire i fischietti per cani diventerebbe una parte owia
della nostra antologia, al pari del fiutare l'odore di vodka a cin-
que meui di distanza, come succede a Michelle Pfeiffer in Wolf.
L'ipotesi abbastanza seducente, ma falsa: se uno adopera un
schiena per cani e chiede a un amico: "hai sentito qualcosa",
tro gli risponde: "no, non ho sentito niente"; l'operazione che gli
sarebbe richiesta per sentire il fischietto per cani risulterebbe ben
diversa da quella necessaria per rispondere al telefono.
Esauriti i preliminari, passiamo alle distinzioni essenziali:
scienza/esperienza, verit/realt, mondo inrerno/mondo esterno.
106
Prima distinzione: scienza/esperienza
Deflazione epistemologica. L'inflazione epistemologica nasce
dall'assunto che senza teorie non avremmo realt empirica. E
che una ispezione mentale vada presupposta all'esperienza come
sua parte costitutiva e come sua condizione di possibilit viene
solitamente dimostrato da considerazioni che nella loro a p p a r e n ~
te inoppugnabilit condividono la dubbia carriera filosofica del
bastone che, p:uzialmente immerso nell'acqua, sembra storto.
Ecco un numero famoso: la cera mi appare ora solida e odorosa,
ora liquida e inodore; come faccio a sapere che la stessa sostan-
za, se non perch ci che vedo dipende da ci che penso? Non
passa nemmeno per la testa di chi propone un simile argomento
di considerare che, se la fusione avviene sotto i miei occhi, non
ho bisogno di ragionamento; e che se non avviene sotto i miei
occhi, nessun ragionamento - se qualcuno non mi spiega che
cosl- mi permetter di scabilire la continuit tra i due fenomeni,
sino a che la cera liquida, solidificandosi in mia presenza, mi i n ~
segner quanto successo (nel Settecento, il re del Siam pensava
che il ghiaccio non avesse nulla a che fare con l'acqua, non aven-
done mai visto al suo paese). Un altro numero celebre poi il se-
guente: apro la finestra, guardo in strada cappelli e mantelli, e
tuttavia so che sono uomini; se contasse solo la percezione, ve-
drei cappelli e mantelli, e basta. Anche qui, vale poco obiettare
che sto semplicemente ricordando qualcosa che ho visto prima,
che dunque non sto ragionando, ramo che anche il cane ricono-
sce il padrone con o senza cappello e mantello, cos come rico-
nosce la lepre sia ferma sia in corsa sia scuoiata in cucina. Del pa-
107.
MAURIZIO FERRARIS INTRODUZIONE
ri, a nulla vale opporre che quando mostro la figura di Jasuow
posso vedere ora un coniglio ora un papero, per nessuno dei
due contemporaneamente, con tutto che possiedo il concetto di
entrambi:
Anche di fronte a queste ovvie evidenze, l'ipotesi
mologica che solamente un ingenuo penserebbe che quando si
vede anzitutto si vede; il primo passo nella scienza consisterebbe
nel comprendere che quando la mente guarda di l da ci che
immediammente le appare, le sue conclusioni non possono esse-
re addossate ai sensi, e poi, con una iperbole di per s poco
vara, che quando si vede in realt si pensa, altrimenti non ce la
caveremmo. La ricaduta che, una volta che si sia statuito un si-
mile assioma, si cosrreni a postulare inferenze inconsce, qualit
occulte e altri dietrismi percetrologici anche negli atti pi iner-
mi. Chiudo l'occhio per evirare che entri un moscerino? :t.
venuta una rapidissima inferenza che ha messo in collegamento
tanti concetti complessi, dizionari ed enciclopedie, il tuuo in un
battibaleno. Un libro mi cade in testa e svengo? Altra fulminea
inferenza al termine della quale concludo "allora devo svenire",
ed eseguo. Ma che senso ha? Bisogna sempre presupporre un
concetto, altrimenti non c' esperienza, n norma, n niente? O
non si sta adoperando "concetto" e "schema concettuale" in una
accezione talmente lata da assicurarne una ubiquit fittizia? Da
una parte, ovvio che, quando vediamo i cappelli e i mantelli,
non svolgiamo inferenze del tipo "Vedo un cappello che si
ve, tuttavia non esistono cappelli semoventi, sicch sotto deve
serci un uomo che cammina"; sicch le facolt cognitive, che
108
CHE COSA SI PROVA A ESSERE UNA CIABATIA
curamente entrano nella percezione, non accedono a una formu-
lazione esplicita. E, allora, perch parlare di "concetti" e di "sche-
mi concettuali", considerando che non siamo consapevoli di
quei conceui, ossia che non li maneggiamo al modo in cui uno
scienziato applica le teorie? Non converrebbe calmierare un po' il
concettuale senza confini, riducendo lo sperpero? t. quello che
vorrei cercare di fare (z) prima delimitando la nozione di "sche-
ma concettuale"; poi (it) circoscrivendo l'ambito proprio del
concetto; quindi (iit) mostrando a quali condizioni sia lecito
parlare di scienza; e infine (iv) delineando l'ambito di una espe-
rienza non necessariamente intaccata dalla scienza.
Schemi
Teorie esplicite e istruzioni incomce. La scienza vera e propria si
limita a escludere con certezza schemi interpretativi falsi mentre
corrobora quelli veri. Non cohiva interessi antologici, dovendo
solo rispondere, in ultima istanza, a un tribunale che pu venire
ridescritto come "antologia", cio al mondo esterno. Leftistemo-
logia, per, una cosa diversa, sebbene possa risultare condivisa
dagli scienziati quando parlano di quello che fanno: la tradu-
zione antologizzante della scienza, in base alla quale il tavolo di
cucina sarebbe composto di particelle subatomiche, vuoto all'in-
circa come l'aria circostante ecc. Rispetto alla scienza vera e pro-
pria, presenta non lievi difetti, In primo luogo, tende ad accredi-
tare una sineddoche, dove la "scienza" sarebbe la fisica, in quanto
sapere fondamentale, da cui le altre conoscenze si dieanirebbero
come da una radice o da una piramide capovolta. E la visione
positivistica, che si basa su una equazione ua scienza, natura e
matematica non garantita (c' pi matematica nell'economia che
nella biologia), e tunavia rassicurante, confermando il teorema
secondo cui ci che incontriamo in natura l'esperienza che, de-
bitamente organizzata, diventa scienza. Donde, al solito, l'iper-
bole, vale a dire l'assunto secondo cui (z) in difeno di istruzioni
inconsce, che diverrebbero impercettibilmente teorie consce,
non avremmo esperienza; e () un simile insieme di istruzioni e
teorie appare necessario giacch il mondo, di per s, privo di
ordine.
109
MAURJZIO fi:RRARIS INTRODUZIONE
Ora, da una pane, negare che quando vediamo un libro pen-
siamo anche che sia un libro sembra un cocciuto panico preso,
cos come risulta ben difficile pretendere che quando sento l'ita-
liano riconosco solo una sequenza di suoni, e non parole che
identifico come appancnenti a un idioma a me noto. E plausibi-
le che il pensiero c l'esperienza pregressa, cos come la memoria c
l'immaginazione, giochino un ruolo costitutivo nella percezione;
pu darsi in molti casi, non in tutti, n soprattutto sappiamo sin
dove si spinga il mondo interno e dove incominci l'esterno. Per
rifarsi all'esempio della lingua, posso benissimo registrare una se-
quenza complessa di parole senza comprenderne il senso, il che
dimosua come l'interpretazione non sia originaria. Odo o persi-
no ascolto una frase, e solo in un secondo momento la capisco;
dunque, all'inizio stata percepita, mentre in seguiro stata
compresa; se poi qualcosa non chiaro, o mi chiedo che cosa
avesse in mente chi mi ha interpellato, solo allora posso propria-
mente parlare di interpretazione. Nondimeno, nella maggior
parte dei casi non ci pare di applicare schemi concettuali, bcnsl
di percepire o di pensare cose che sono proprio cosl e non altri-
menti. Sicuramente, quando mi aspettavo di vedere un uomo, e
poi awicinandomi trovo un manichino, non lo schema concet-
tuale a correggere la mia assunzione; cosl come non uno sche-
ma concettuale a suscitare in me un lieve senso di irrealt in al-
cune scene dell'attacco giapponese in Pearl Harbour, e cos anco-
ra quando vedo per la prima volta un oggetto sconosciuto che
non immaginavo potesse esistere. Owiameme, posso benissimo
dirmi che quanto mi ha portato a riconoscere un manichino in-
vece che un uomo dipendeva dalle mie assunzioni rispetto ai
concetti, rispettivamente, di "uomo" e di "manichino": non si
muoveva, non respirava, l'occhio era fisso e di plastica, dunque si
trana va di un manichino. Il limite di una simile impostazione
che funziona sin troppo bene, potendosi applicare anche ai cor-
vi, che dimostrerebbero di disporre di concetti nel momento in
cui non temono pi lo spaventapasseri.
lnolcre, se applicata alla lettera, perviene a esiti manifesta-
mente implausibili. Poniamo che uno ignori i passi del tango; se
vedesse una coppia che lo balla, dovrebbe supporre non che loro
sanno ballare il tango e lui no, ma che lui inconsciamente ne ha
contezza: sicch, nella prospeniva di un mondo edificato dai no-
110
CHE COSA SI PROVA A ESSERE UNA CIABATTA
mi schemi concettuali con mattoni infinitamente disponibili,
non saremmo mai delusi, n sorpresi. Ma quamo contano gli
schemi? Prendiamo un barile che rotola su un piano inclinato
senza avere la minima teoria della caduta dei gravi; se nel barile
mettessi Anilio Regolo, rotolerebbe esattamente come se
nesse un sacco di patate inerte, o un orso che si dibatte: n il
processo risulterebbe disordinato. D'accordo con l'Argomento
della Ciabatta, cani, vermi, edere, ciabatte sono esseri con
mi alquanto diversi dai nostri, o addirittura senza schemi,
re condividono un mondo. Ora, perch le cose possiedono una
cos ammirevole stabilit indipendentemente dalle nostre
nioni e dai nostri conceni, e perch mai il mondo costituisce un
insieme di interazioni in cui animali di sei o di otto zampe, o
che senza zampe, con o senza occhi, o con occhi completamente
diversi, e uomini con culture profondamente eterogenee,
no incontrarsi come in un unico mondo? Appare a dir poco
z.ardato postulare che l'Essere Supremo tenga insieme il mondo
per interventi continui, che assicurano il legame ordinato degli
eventi; o che una serie di istruzioni potenzialmente scientifiche
vengano impartite agli animali a titolo di dotazione implicita
(l'istinto, la natura) e poi agli uomini come dotazione esplicita
(linguaggio, cultura, scienza: la seconda natura). E si noti che la
seconda ipotesi, quella di una istruzione inconscia o conscia,
sulta anche pi avventurosa della spiegazione attraverso la
razione divina, giacch noi tutti constatiamo quante differenze
di opinioni caratterizzino la nostra istruzione, e viceversa quale
tendenziale concordia stia alla base della nostra percezione,
ch la discussione concettuale pu procedere sino alla
zione, laddove l'imerosservazione tende a trovare in breve un
punto di convergenza. Ora, quello che in prima
ne colpisce maggiormente nell'ipotesi del concenuale senza
fini la circolarit: bisogna postulare un mondo di vortici, di
unse data, di anomalie selvagge, di bastoni storti, per poi
dere che questo mondo impossibile diviene l'habitat in cui vivia-
mo grazie alle nostre mediazioni; e che simili mediazioni sussi-
stano viene dimostrato dall'ammirevole normalit del mondo,
come ognuno vede, cos come ognuno sa che, se lo desidera, pu
raccontare quello che gli successo, ossia descrivere la propria
esperienza, dimostrando cosl, in quel caso e in modo inoppu-
III
MAUII.IZIO I'EII.RAIUS
gnabile, che esistono esperienze mediate. Nondimeno, "media-
zione" vuoi dire tante cose, e in particolare due, sovente assimila-
te e poi tranquillameme assunte come alnenanti dogmi.
l. Il filtro m/tura/e. Il primo quello di un filtro culturale che
interverrebbe in modo coralmente determiname sin nel cuore
della percezione, c risuha irricevibile come tale, perch privo di
qualsiasi fondamento. Ceno, si pu osservare che ci sono vari
modi per dar senso al mondo che condizionano le nostre ride-
scrizioni dell'esperienza e fin le nostre reazioni fisiologiche, ma
questa un'altra storia: se mi servono un piatto di coniglio e, do-
po che l'ho mangiato, mi avvisano che era un gatto, provo disgu-
sto, diversamente da ci che avviene a un coreano; per se ordi-
no un bicchicr d'acqua e mi portano un bicchiere di vodka, le
mie reazioni risulteranno condizionate dalla quantit di alcool
assunta, e non dal disappunto perch la mia richiesta non stata
esaudita. O, almeno, la delusione verr largamente superata dal-
l'effeno della vodka. Si di solito in grado di differenziare la me-
diazione culturale da quella naturale, tanto vero che i casi, co-
me l'effetto placebo, in cui la distinzione non risulta cos netta,
vengono studiati con l'interesse che si r i . ~ e r v a alle srranene. C'
di che notare, del resto a giusto titolo: ammetterai che il non tro-
vare nulla di disgustoso nel mangiare un granchio invece che un
ragno nasce da un pregiudizio culturale, nenissimo nel caso
granchi/ragni, pi sfumato in quello lumache/vermi; sopranuc-
to, ammetterai che nulla al mondo ci convincerebbe a trovare
buono il garus, cio quella specie di worchester al pesce marcio
che i romani meuevano un po' dappenuno: se dall'infanzia ti
abituano a mangiare garus, vermi. ragni o carne umana, ti for-
merai un gusto, che risulter non meno stabile di quello di chi
usi mangiare granchi e lumache, e distinguer, in breve, rra la bi-
stecca di un esploratore e quella di'un altro, tra ragni freschi e al-
tri un po' andati a male ecc. Tuttavia, si noti che l'abitudine, cio
la mediazione, seleziona ciclicit mondane, non aleatoriet, e se i
cinesi possono morire per una fetta di formaggio, non avendo
sviluppato gli enzimi adatti perch per ragioni culturali non
mangiano latte fermentato, non che i francesi rrovino buono
qualsiasi formaggio. Per, in forma ben altrimenti determinante,
dovremo ammettere che i greci correggevano le colonne facen-
dole lievemente convesse per rimediare alla tendenza dell'occhio
112
CHE COSA SI PROVA A ESSERE UNA CIABAITA
a vederle concave, con un crucco che funziona ancora per noi.
L ultima mediazione, che non contiene alcunch di culturale,
sulra infinitamente pi forte delle precedenti.
2. Il filtro naturale. Il secondo senso di "mediazione" allora
che un set di categorie c di forme pure della sensibilit determini
il mondo come lo percepiamo, che magari in proprio non che
caos e vortici. Ora, se il primo senso appare ovviamente adiaforo
in uno studio antologico, neanche il secondo risulta poi davvero
cos inevitabile, e sembra uarre le sue patenti di nobilt non da
una effettiva utilit, bens da una lunga stratificazione culturale e
dai vantaggi che apporta a una ragion pigra. Non c' che un
so in cui l'intervento della mediazione appare realmente
bile, ed il valore epistemologico degli schemi concettuali:
quando osserviamo qualcosa come scienziati stiamo mettendo
alla prova delle assunzioni di cui siamo consapevoli c che ci sono
note, e non c' dubbio che a un simile livello si diano
ni, proprio quelle che ci hanno condotti in laboratorio. Tuttavia,
per quale motivo quelle o altre mediazioni dovrebbero
re quando vediamo un tavolo, sentiamo un fischio, mangiamo
un panino? E perch mai, diversamente che nel primo caso, non
ce ne accorgiamo? Un conto asserire che sulla base dell'ipotesi
che il colpevole il maggiordomo, o che esiste un gene responsa-
bile della predisposizione al tabagismo, alla criminalit o a en-
trambi, selezioniamo e organizziamo indizi che ci appaiono pro-
banti. Un altro sostenere che senza un sistema di categorie, per
giunta indipendenti dall'esperienza - poich ave lo fossero ca-
drebbero sotto la critica all'induzione - non potremmo avere
esperienza. Conviene allora restringere il termine "teoria" solo al-
le teorie scientifiche, altrimenti ci si esporrebbe alla pesante ri-
torsione che a ogni categoria corrisponde una teoria, il che ma-
nifestamente falso: teorie e concetti sono solo epistemologici, e
dunque si possono benissimo trovare esseri che vivono senza teo
rie o concetti (altri uomini, animali, noi stessi in pi di una cir-
costanza, anzi, kat poly). Viceversa, le categorie non costituisco-
no il preludio della scienza, potendo essere sbagliate come
mi esplicativi o euristici e funzionare egregiamente come metodi
di classificazione, cos come la loro origine pu benissimo
carsi o nelle nostre dotazioni percettive, o in regolarit mondane,
o in nostre comodit che nulla hanno da spartire con il sapere.
113
MAURIZIO FERRARIS
Insomma, non c' motivo per essere di manica larga e vedere
dappertutto l'intervento di schemi concettuali, anche se in molti
casi, ma non in tutti, d che esperiamo risulta concettualizzabile.
Interpretazioni. Distinguiamo, in genere, ci che facciamo in-
tenzionalmente, seguendo schemi di azione e di interpretazione,
e quanto compiamo senza pensarci. "L'ho fano senza pensarci"
una scusa generalmente accettata; viceversa, nessuno direbbe, in
sede scientifica, "l'ho fatto senza pensarci", tanto vero che la
casualit della scoperta della penicillina toglie qualche merito a
Fleming. t. che sotto il nome generico di "schema concettuale" si
intendono pi cose non necessariamente correlate, e segnata-
mente: (1). Una interpretazione cosciente ed emendabile, come
la visione tolemaica o copernicana. (iz). Una norma cosciente ma
inemendabile, come le regole del poker: se le cambiassimo, di-
venterebbe un altro gioco. (iiz). L: applicazione, in base a un pro-
cesso di stimolo-risposta, di istruzioni apprese coscientemente:
vedo il rosso e mi fermo al semaforo. (iv). I.: applicazione, in base
a un processo di stimolo-risposta, di istruzioni apprese incon-
sciamente, come la sintassi della mia lingua madre. (v). I..:appli-
cazione di norme che rientrano nella mia dotazione naturale, co-
me la distinzione figura/sfondo, l'opposizione del pollice ecc.
A ben vedere, solo la miscela tra il senso (t) e tutti gli altri sensi
motiva la tesi secondo cui non ci sono fatti ma solo interpreta-
zioni, ossia il dogma pi forte a vantaggio del concettuale senza
confini.
Prendiamo allora l'argomento di Nierzsche a favore della infi-
nit delle interpretazioni:30
"Contro il positivismo, che si ferma ai fenomeni: 'ci sono
soltanto farti', direi: no, proprio i fan i non ci sono, bensl solo
interpretazioni. Noi non possiamo constatare alcun fatto 'in s';
forse un'assurdit volere qualcosa del genere. 'T uno soggetti-
vo', dite voi; ma gi questa un';,uerprrtazione, il 'soggetto' non

ancora l'interpretazione dietro Gi questo
invenzione, ipotesi. In quanto la parola 'conoscenza' abbia sen-
so, il mondo conoscibile; ma esso interpretabi/e in modi di-
versi, non ha dietro di s un senso, ma innumerevoli sensi. 'Pro-
spettivismo'. Sono i nostri bisogni che interpretano il mondo: i
114
CHE COSA SI PROVA A ESSERE UNA CIABATTA
nostri istind e i loro pro e contro. Ogni istinto una specie di
sere di dominio, ciascuno ha la sua prospettiva, che esso vorreb-
be imporre come norma a tutti gli istinti"
E ora prendiamo il controargomento di Achille Campanile:3
1
"- E cos - disse il vecchio Cari'Alberto al signore biondo
ossigenato, riprendendo un discorso che l'apparizione improv-
visa d alcune superbe aragoste aveva momentaneamente inter-
rotto- e cosl, ella mi diceva d'aver vimo un milione alla ruletta.
-Per l'appunto.
- Forrunato lei! Quanto tempo fa?
Il signore biondo ossigenaw fece un breve calcolo mentale e
disse:
-A Pasqua sar un anno giusto.
-Un anno!
- Del resto - aggiunse il biondo, dopo un minuto di rifles-
sione - manca circa un anno a Pasqua.
- vero,- osserv il vecchio- come mai?
- Semplicissimo. 11 farro avvenne sette giorni or sono, o, per
meglio dire, appena ieri. Ma che dico ieri? Sramane! avvenuto
sramane. Non pi tardi di sramane. Anzi un minuto fa. Anzi,
sta avvenendo mentre parliamo.
-Mentre parliamo?
Il biondo si lasciava trascinare dall'onda dei ricordi.
- Per essere pi esatti, - fece- le dir di pi, tanto a lei pos-
so dir tutto: il fatto deve ancora avvenire.
( .. )
-E quando, press'a poco, avverr?- chiese, dopo una pausa,
il vecchio Carl'Alberto al signore biondo ossigenato.
- Che cosa? -disse questi con la bocca piena.
- Il fatto di cui parlava. La vincita del milione.
- Credo nell'entrante settimana. Credo, intendiamoci.
- Non ne sicuro?
-Al contrario: sono sicuro che non avverr mai. Anche per-
ch non ho mai vinco al gioco.
-Si vede- osserv il vecchio ammiccando -che fortunato
in amore.
-No,- disse cupamente il biondo ossigenato -la ragione
un'altra. E la so sohanro io.
Tacque, come se questo discorso gli fosse penoso. Ma il vec-
chio insisr:
115
- Se non sono indiscreto - disse - posso domandarle qual
questa
- Me lo domandi pure.
-Allora: qual questa ragione?
- Che non ho mai giocato."
l. Infinit delle interpretazioni? Il signore biondo ossigenato
non vincer mai perch ha omesso un ano che non sar mai un
fatto, e nessuna interpretazione potr parvi rimedio. Del resto,
l'idea di una infinit delle interpretazioni urta in maniera fronta-
le con svariate intuizioni profonde, e appare come l'artificio di
un Don Ferrante che abbia leno Feyerabend: le spiegazioni sono
infinite (sar vero?), dunque la cosa non esiste. Alla base, c' una
carena abbastanza elementare: si riconducono tutte le cose a isti-
tuzioni tipo totocalcio, universit o matrimonio, e poi si conclu-
de che, non vedendosi n il totocakio, n l'universit, n il ma-
trimonio, allora non deve esserci proprio nulla al mondo, tranne
le interpretazioni. Intanto, non si capisce perch poi proprio le
interpretazioni dovrebbero scampare alla furia riduzionistica; ov-
viamente, si potrebbe sostenere che chi parla di schemi concet-
tuali non necessariamente lo fa per sostenere che non esistono
fatti ma solo schemi, e che il trascendemalista scrupoloso o il co-
struzionista temperante si limitano a dire che occorrono taluni
schemi concettuali per avere una esperienza del mondo; per o
l'affermazione dice desolantememe poco (quello che vediamo
pu avere a che fare con quello che pensiamo: e chi ne dubita?),
oppure pretende decisameme troppo. A me succede tutti i giorni
di imbattermi in un essere Nudo e Brutale- proprio quello che,
a prestare orecchio ai teorici dell'interpretazione universale, non
dovrei mai incontrare -, vale a dire di provare malesseri non
chiari, impressioni, visioni laterali e sfuggenti; poi, trovo cose
meglio definite, n mi pare di ravvisarci l'esito di schemi concet-
tuali, giacch sono ben nette anche per quelli che hanno schemi
concettuali diversi dai miei. N costituisce soltanto di uno strato
primario, ascendendo fino a determinare i miei valori: se riuscis-
simo a trasportare i nostri corpi con la facilit con cui trasportia-
mo i nostri pensieri, probabilmente non uno dei valori attual-
meme in vigore avrebbe corso; se vivessimo 30 secondi, i nostri
valori sarebbero di tutt'altro tipo, e probabilmente non ci sareb-
bero; idem se fossimo immortali. Cos}, se davvero la nozione di
116
CHE COSA SI I'ROVA A ESSERE UNA CIABATTA
"fano" risultasse talmente oscura da rivelarsi inutile, affermare o
negare la sussistenza di un fano dovrebbero essere opzioni grosso
modo equivalenti, laddove appare facilissimo cogliere la differen-
za tra un fano che ha avuro luogo e uno che non ha avuto luogo.
(a). Fatti veri. In realt, assolutamente ovvio che esistono
fatti veri. Anzi, fin ridondante, giacch un fatto falso non un
fatto. Comunque, questa una pagina, ve la sentireste di conte-
starlo? E ve la sentireste di negare che nel2000 la Francia ha vin-
to i campionati europei di calcio? Potrei andare avanti fino a do-
mattina, a elencarvi tanti fani veri.
(b). Fatti falsi. ~ a n c h e ovvio che- per conservare una termi-
nologia volutamente ridondante - ci sono fatti falsi, ossia che
non sussistono: se pretendessi che Nietzsche abitava in Piazza
Castello 13 a Milano, risulrerebbe semplicemente falso; cos co-
me ho scoperto che la foto di Nietzsche apparsa in una mono-
grafia, che avevo curato tempo fa, era in realt una foto di Um-
berto I.
~ u n vero e proprio errore, che Nietzsche avrebbe indiscutibil-
menre considerato come tale, diversamente da ci che avviene per
sostituzioni pi antiche: non troviamo niente di male nel dire "te-
sta" invece che "capo", pur sapendo che "testa" all'origine "vaso
di coccio", che si era affiancato a caput intorno al terzo secolo; ma
anche fra mille anni i nostri discendenti proveranno qualche disa-
117
gio nel sostenere che la fow di Nierzsche invece che di Umberto
I (posto che lo sappiano). Donde la vistosa insostenibilit della te-
si secondo cui la verit non sarebbe che un antico errore di cui si
dimenticata l'origine; potrebbe benissimo essere una antichissima
verit, c non cambierebbe nulla. Detto di passaggio, qui si vede
un limite cruciale della tesi di Nictzsche, che non solo non vale in
ontologia, ma- per il suo estremismo- non pu aver corso nem-
meno in epistemologia: non c' alcuna seria teoria della verit e
della conoscenza che possa dispensarsi dallo spiegare l'errore; !ad-
dove la tesi della riduzione dei fatti a interpretazioni appare costi-
tutivamente incapace di giustificare una simile eventualit.
(c). Fattoidi e cose da non credere. C' anche un aspetto pi in-
teressante. Dopo la lista di fatti veri e di fatti falsi, vale a dire di
non-fatti o di altri fatti, potrei produrvene un'altra di fanoidi e
di cose da non credere; ossia di cose che, se anche le vediamo, ci
appaiono false: il Pendolino si inclina e sussulta, e per un attimo
si ha l'impressione di !evitare in assenza di gravit; c' anche un
solo passeggero che creda che sia cosl? Che se ne preoccupi o al-
meno che se ne stupisca? Che dubiti di essere in treno conside-
rando che quanto anualmente percepisce assenza di gravit,
dunque, a norma di me est percipi, dovrebbe trovarsi in orbita,
altro che in treno? Soprattutto, siamo disposti a considerare la
nostra irriflcssa esclusione dei fauoidi come un'interpretazione?
(d). Strano ma vero. Reciprocamente, ci sono vari fatti che ci
sembrano falsi ma che, qualora ci vengano motivati, siamo di-
sposti a tener per veri: per esempio, quanto nella Settimana enig-
mistica viene raccolto sotto la rubrica dello "strano ma vero".
Pensare che il piano nazionale svedese, certi involtini di cavolo,
discenda dal piatto nazionale turco, gli involtini di foglia di vite,
pu apparire una bufala come l'idea che il messicano e il cinese
sarebbero la medesima lingua; e invece proprio cosl (risale al
tempo in cui, dopo la battaglia di Polrava, Carlo Xli di Svezia ri-
par in Turchia). A dire il vero, non incontriamo nessuna parti-
colare difficolt nel credere che gli spaghetti vengano dalla Cina,
eppure, a quanto pare, non letteralmente vero, essendoci stato
quantomeno l'intermediario degli Arabi. In altri termini, l'inve-
rosimile pu benissimo rivelarsi vero, mentre se i fatti fossero to
talmente soggetti a interpretazioni non dovrebbe essere cosl.
(e). Fatti interpretabili. Poi, se c' una lista estesissima di fatti
118
CHE COSA Sll'ROVA A ESSERE U:'JA CIABAlTA
che- dal tramonto al risultato di una partita di calcio- non ab-
bisognano di interpretazioni (si potr dire che propriamente il
Sole non tramonta, o che colpa dell'arbitro, tuttavia un livel-
lo di discorso completamente diverso), c' anche una lista, al-
quanto pi succinta, di fatti che richiedono interpretazioni, o
che possono sopportarle: uno scarabocchio, un ghirigoro, una nu-
vola, certe battaglie (Borodino e non Marengo) le ammettono;
una radiografia o una macchia di Rorschach le esigono; ma non
cuna uno scarabocchio. Prendiamo questa figura:
Qui il gioco delle interpretazioni pu filare con la frivola libert
del dialogo tra Amleto e Polonia: un sigaro? Un disco volante? La
parte superiore di un fungo atomico? Una moneta vista quasi di
profilo (e disegnata con mano tremula)? Una forma di grana, sem-
pre di profilo e mal disegnata? Una lente di ingrandimento? O,
semplicemente, una forma ellittica? Si pu pensare e interpretare,
ma solo perch la figura appare povera, e tutte le nostre interpreta-
zioni aggiungono senso, senza arricchirla realmente. Tanto vero
che basta un nonnulla per stabilizzare dei ghirigori:
~ ~ ~
' ~ ~ p
~ ~ ~
Si obietta che non sempre le cose risultanto tanto facili; ma ba-
date al "non sempre", e considerate quanto contrasti con "pro-
119
prio i fani non ci sono, bens solo interpretazioni". Il senso della
tesi di Nietzsche, se preso sul serio, che non ci sono mai fani,
ed la cosa pi assurda che si possa immaginare. Se invece si in-
rende la tesi come "talvolta quelli che si presentano come fatti
sono interpretazioni", ne caveremo una solida ovviet, che da so-
la non basta a creare la reputazione di un filosofo.
{D. Relazioni logiche inconsistenti. Infine, ci sono relazioni lo-
giche fra stati di cose che possono risultare inconsistenti: se uno
non ha mai giocato alla roulene, difficile che ci abbia vinto un
milione; nella fattispecie, a risultare inconsistente la relazione
anche se non gioco alla roulette vinco un milione; anzi ci che non
sussiste una propriet modale della relazione possibile che an-
che se non gioco alla roulette vinca un milione. Del pari, per inge-
gnoso che possa sembrare, non possibile suicidarsi tornando
nel passato e uccidendo il proprio nonno, giacch un altro fatto
-che io sia qui a pensare di suicidarmi uccidendo mio nonno-,
dimostra che o non sono tornato nel passato, oppure ho sbaglia-
to bersaglio.
2. Calmiemre le interpretazioni. Quanto dire che bisogna cal-
mierare le interpretazioni: se uno mi chiede che ora , e gli ri-
spondo che sono le cinque, c' poco da interpretare, posto che
siano davvero le cinque; il dubbio se siano le cinque di mattina o
di sera non pare cosl difficile da dirimere e, tranne che in una ca-
verna o in pieno inverno, uno sguardo alla finestra dissiper ogni
equivoco. Per se avessi risposto che sono le cinque, e invece so-
no le sei, il mio inrerlocurore sarebbe stato autorizzato a porsi
quesiti pi o meno psicologici (''Si sar sbagliato?" "favr fatto
apposta, c, aJlora, perch?"); e, per quanto mi riguarda, avrei po-
tuto comunque domandarmi se lui mi aveva chiesto l'ora perch
voleva davvero saperlo o solo per attaccare discorso. finterpreta-
zione non vige dappertutto, ma solo in casi dubbi; il che nell'e-
sperienza risulta abbastanza raro, mentre nella scienza, e per ra-
gioni immanenti alla sua costituzione, si verifica in continuazio-
ne. Non difficile vedere come la tesi deHa universalit dell'in-
terpretazione nasca da abusi verbali e concettuali, che valgono
sia per "fatti", sia per "interpretazioni", sia per "fatti-e-interpre-
tazioni".
(a). Fatti. Per ci che riguarda i fatti, vero che se dico " un
fatto che la neve bianca", dico semplicemente "la neve bian-
120
CHE COSA SI PROVA A F..SSERE UNA CIABATTA
ca": una questione di verit, e qui si ha ragione nel sostenere
che i fatti sono intrateorici. Nondimeno- d'accordo con la
flazione che sto proponendo -, pare esagerato sostenere che tutti
i fatti sono inrrateorici. Sarebbe gi diverso per una frase come
"la neve bianca e penso ai bei tempi andati"; per non parlare
poi delle ovvie difficolt che sorgerebbero di fronte a ordini, a
preghiere, a enunciati fatici: "chiudi la porta", "Dio onnipotente,
onnisciente e misericordioso, fammi vincere un miliardo al
calcio", "Pronto, chi parla?". Si noti che in queste frasi ci sono
delle cose: la porta, il miliardo, forse anche Dio, per non ci
no "fatti", tranne forse il rorocalcio, che una istituzione, che
come tale ci pu forse spiegare in che senso risulti ambigua la pa-
rola "farro", che in taluni casi si pu ridurre a delle cose, come
nell'esempio della neve, ma in talalrri no, come in quello del
tocalcio, dove abbiamo partite, ricevitorie, schedine e puntate,
ma non qualcosa come il "totocalcio". Nondimeno, che il
calcio non risulti strettameme riducibile a una cosa non
porta che sia una semplice interpretazione, ramo vero che
segnazione delle vincite in linea di principio mtro tranne che
arbitraria.
(b). Interpretazioni. Veniamo ora alle interpretazioni. Chi
stiene, a ragione, che la nozione di "fatto" un po' oscura (ma
converrebbe piuttosto dire che vaga: per che non si sappia
quanti chicchi fanno un mucchio non comporta l'inesistenza dei
mucchi: significa solo che non si mai vista una soritologia,
ch sui mucchi basta per lo pi il pressappoco o si tira a
nare) dovr, a maggior ragione, ammettere che la nozione di
terpretazione" non sembra troppo chiara; e che anzi proprio la
sua equivocit sta alla base della tesi secondo cui non esistono
fatti ma solo interpretazioni. Luniversalizzazione 'antologica' si
appoggia sulla molteplicit dei sensi in cui si pu parlare di
terpretazione": (z) come espressione linguistica (senso del Per
hermeneias); () come interpretariato linguistico; (i) come
cuzione artistica; (iv) come esplicitazione di un senso oscuro; (v)
come comprensione (trasposizione empatica in un'altra epoca e
in un altro uomo : Schleiermacher-Dilrhey); (m) come
tamento (v) come somma di tutti i
sensi precedenti: "Non esistono fatti, solo interpretazioni". In
ogni caso, a meno che si voglia sostenere che tutto interpreta-
121
MAURIZIO FERRARIS
zione, quest'ultima non costituisce una attitudine naturale, tan-
to vero che ci accorgiamo di interpretare, o meglio ci sforzia-
mo, il pi delle volte, di non interpretare, bensl di dire come
stanno le cose. Il che significa che quando non ce ne accorgia-
mo, quando non ce lo chiedono espressamente, quando non sia-
mo costretti a farlo perch c' qualcosa che non ci chiaro, non
interpretiamo, ma al limite trauiamo inuo/ontariamente; del pa-
ri, esistono categorie professionali di interpreti, il che, se inter-
pretare riuscisse naturale, non si darebbe, n vale il paragone con
i campioni sportivi, giacch il correre o il saltare si eseguono in
vista di un record, laddove l'interpretazione, quando non si risol-
va in un gioco sterile, non persegue primati, benslla corrispon-
denza a farri.
(c). Fatti-e-interpretazioni. Per ci che riguarda, infine, la
stringa fatti-e-interpretazioni, confrontiamo alcune affermazio-
ni, che ci daranno la chiave per vedere quale sia la fallacia che sta
alla base della universalizzazione: (t) "Non esistono le streghe,
ma donne screditate e perseguitate"; () "Non esiste il flogisto,
ma un processo di ossidazione"; (iiz) "Non esiste l'acqua, ma
H
2
0"; (iu) "Non esistono fatti ma solo interpretazioni"; (u)
"Non esistono gatti ma solo interpretazioni". Si ammetter che
non si equivalgono: (z) e () costituiscono affermazioni episte-
mologiche del tutto legittime; (iii) risulta gi l'arrischiato trasfe-
rimento dell'epistemologia nell'antologia (e appare come un er-
rore di traduzione), (v) costituisce una semplice assurdit; (iv),
invece, una tesi talmente recepita e condivisa da apparire come
un luogo comune, mentre non solo antologicamente falsa, ma
va alrresl annoverata tra le pi diffuse cause della confusione tra
antologia ed epistemologia. La pretesa onnipresenza delle inter-
pretazioni si riduce di colpo, rivelandosi come una funzione es-
senzialmente epistemologica: vedo una cosa bianca, poi capisco
che un uomo, poi che il figlio di Callia, poi penso che uno
scemo, poi che mi ricorda anche suo padre ecc. E solo da un cer-
to momento in avanti che interviene l'interpretazione. Se poi si
vuoi dire che possibile aggiungere schemi e interpretazioni a
quello che incontriamo nell'esperienza, ovvio; tuttavia, non
nemmeno scontato, e da ci non segue n che ogni atto di com-
prensione sia un ano di interpretazione solo perch ricostruibi-
le cosl (''far discorsi su ci che si vede o si pensa"), n che ogni
122
CHE COSA SI PROVA A ESSERE UNA CIABAITA
interpretazione sia storicamente situata, ammesso e non conces-
so, poi, che "comprensione" possieda un senso che travalichi i li-
miti di una psicologia inrrospetriva, giacch comunissimo cre-
dere di comprendere e prendere fischi per fiaschi.
Intuizioni e concetti
l. Le intuizioni senza concetto sono cieche? Dalla tesi estremi-
stica circa l'inesistenza dei fatti, veniamo a una resi a prima vista
pi temperata, quella secondo cui le intuizioni senza concetto
sono cicche. Il catalogo delle interpretazioni risulta tutto tranne
che infinito, e si riduce essenzialmente a quattro sensi, cio,
man.co a dirlo, ai quattro sensi della scrittura di veneranda me-
mena.
(a). Semo letterale. "Senza concetti non si vede proprio nien-
te." Sembra assurdo, e sin nella formulazione (gli occhi sarebbe-
ro senza occhi, o qualcosa del genere). Nessuno difenderebbe
una simile affermazione; o, se decidesse di farlo, la metterebbe
sul piano della trinit, al limite del credo quia absurdum. O, me-
glio, c' una maniera per motivare una simile affermazione, ed
assumere in modo dogmatico l'insussistenza di uno strato del-
l'esperienza che non trovi la sua reale condizione di possibili-
t nella scienza, sicch in difetto di schemi concettuali non si
darebbero nemmeno percezioni. :t. chiaro che una simile condi-
zione porrebbe valere solo per strumenti semplicissimi, quali un
righcllo o un compasso, che del resto non possiedono occhi o
orecchi.
(b). Semo allegorico. "Senza concetti si vede, ma qualcosa di
tal m eme confuso che come non vedere." La frase suona meno
bizzarra, ma resta da precisare quel "come". "Come non vedere"
essere affetti da agnosia visiva? O, inversamente: se l'ordine
delle percezioni viene dai concetti, se ne deve concludere che
quello che si vede (o si vedrebbe: si noti l'infalsificabilir dell'ar-
gomento, che fa appello a un tipico esperimento impossibile) sa-
rebbero turbini, aggregati di sense data, colori e simili, che solo
con i concerei diverrebbero tavoli, sedie, persone? Se cosl fosse, si
darebbero circostanze peregrine: se vedo la foro di un'auto, e ne
riconosco la marca, il colore, la targa ecc., allora vuoi dire che i
123
MAURIZIO FERRARIS
concetti risultano connessi ai percetti; se invece mi imbatto in
un arabesco di cui non riesco a decifrare il senso, sono autorizza-
to a concluderne che non si tratta obbienivamente di uno scara-
bocchio o di una figura per me cifrata, ma che magari la stessa
foto di prima, tranne che i concetti non si sono attaccati tanto
bene. Ammerdamolo, non funziona.
(c). Senso morale. "Senza concetti si vede, e anche in modo
chiaro e distinto, per non si capisce niente." Qui ovviamente la
sola cosa che non si capisce che cosa si intenda con "capire"; e
considerando che per lo pi capiamo benissimo che cosa signifi-
ca "capire", tanto che ammettiamo di non capire che cosa in
questa precisa occorrenza significhi "capire", il punto dolente
non risiede in una inestirpabile ambiguit del verbo "capire",
bens nella sua specifica occorrenza all'interno della frase: "Senza
conceni si vede, e anche in modo chiaro e distinto, solo non si
capisce niente". La frase non vuoi dir nulla di pi che "Senza
conceni si vede, per talmente confuso che come non vede-
re", ne solo una versione pi pudica o reticente.
(d). Senso anagogico. Vale dunque il senso decisamente pi
debole: "Senza conceni si vede, e anche in modo chiaro e disdn-
to, tunavia non si dispone di paradigmi, scientifici o di alrro ti-
po, che ci facilitino l'inserzione di quello che vediamo all'interno
del nostro sistema di credenze". Alla buonora. Il passo immedia-
tamente successivo a una simile interpretazione - talmente
estensiva da apparire futile o triviale- la prosopagnosia (vedo
una faccia a me nota, ma per un deficit cerebrale non la ricono-
sco) o addirinura la semplice ignoranza (vedo una faccia a me
ignota e non la riconosco). Quanto dire che la frase profondissi-
ma non che una tautologia: "se non so una cosa, allora non so
una cosa". Ci pu essere nondimeno chi ignori il significato di
"cane", il che non gli impedirebbe di incontrare il cane, e di
comportarsi in qualche modo.
2. Controesempi. In ogni caso, non difficile falsificare tutte
queste allegorie mostrando che:
(a). Con i concetti non si vede, come nel mimetismo o nel caso
di triangoli uguali, ma dotati di orientamento diverso.
124
CHE COSA SI PROVA A ESSERE UNA CIABAITA
L'esagono scompare, bench possa pensarlo .
..........
...........
. .
I triangoli sono uguali per forma e disposizione, ma il diverso
orientamento degli sfondi mi rende difficile coglierne
glianza.
(b). Si pu vedere, ma senu concetti, ossia faticando a
tarsi di quanto si vede.
125
MAURIZIO FERRARIS
Vediamo la cascata, ma non capiamo come possa funzionare.
Del pari, nel nastro di Moebius e nella bottiglia di Klein l'interno e
l'esternasi inuecciano in una maniera elle non ci appare immedia-
tamente comprensibile; ma non per questo non li vediamo.
3. Riconoscere oggetti. La necessit del concetto per la intuizio-
ne discende da una confusione ua cause ed effetti affine a quella
che ho segnalato a proposito della onnipresenza delle interpreta-
zioni. Mettiamoci nei panni di Cook che vede per la prima volta
un ornitorinco. Poich un uomo e non un castoro- posto che si
sappia qualcosa di tutti i castori, e si conosca tutto di tutti gli uo-
mini- portato anche ad avanzare tal une ipotesi che si formula-
no in termini di conoscenza; ipotesi che, nella fattispecie, si rivele-
rebbero erronee. Tuttavia, non si provato che le intuizioni senza
concetro sono cieche; anzi, si dimostrato il con erario: se uno non
sa bene quello che ha di fronte, le intuizioni di per s non sono
cieche; ci sembra soltanto che lo divengano nel momento in cui si
cominciano a formulare, in base a concetti, delle ipotesi erronee.
Comunque, se vedo un ornitorinco, posso dire: "non so cosa sia,
certo non un cane"; per non dico "non niente". Facilmente
penso "sar un altro animale", e non una pianta, una sporgenza
nella roccia, il tubo di scappamento di un'automobile. D'alua
parte, se avessi visto il disegno di un ornitorinco in un sillabario
australiano, e non ne sapessi altro, porrei benissimo dire "questo
un ornitorinco" con piena cenezza, e a ragione, pur essendo total-
mente all'oscuro quanto a moltissime propriet degli ornitorin-
chi, o anche possedendo in materia cognizioni completamente
infondate, che mi inducessero ad attribuire agli ornitorinchi ca-
126
CHE COSA SI PROVA A ESSERE UNA CIABATTA
raneristiche delle manguste, a opinare che siano fabbricati con
pezzi di altri animali ecc. Resta infine aperta la possibilit di aver
leno un intero uauato sulla vita sessuale degli ornitorinchi e di
non essere in grado di riconoscerne uno.
Posso benissimo sussumere un oggeno senza averne un con-
cetto, e possedere un con ceno senza riuscire ad applicarlo. 3
2
Si
obiener: "Sussumere sotto cosa? Parlare di sussunzione sembra
implicare l'esistenza di un concetto. Forse vuoi dire che posso ri-
conoscere un oggetto senza avere la parola corrispondente; ma
che ti manchi la parola non compona che non abbia un concet-
(0: e quando pure risultasse possibile riconoscere senza avere
concetti allora non si vede perch si dovrebbe assimilare 'ricono-
scimento' a 'sussunzione'". La mia replica : che razza di concet-
to sarebbe quello di un animale che non conosco? Qui l'uso di
"concetto" diviene troppo !asco per risultare significativo: posso
vedere magari una faccia che non mi nuova, la saluto, poi mi
chiedo chi sia mai, alla fine ricordo che il giornalaio. Tirare in
ballo i concetti, e argomentare che proprio grazie a loro che sa-
luto il giornalaio e non la sua bicicletta, adoperare "conceno"
in modo incauto. Cos pure, si farebbe davvero fatica ad ammet-
tere che una esperienza descritta in termini erronei non costitui-
sca una esperienza: Colombo che approda in America e crede di
essere arrivato in India ha comunque avuto l'esperienza dell'at-
traversare il mare e dell'approdare.
D'altra parte, che si possano riconoscere pani di oggetti osta
all'idea che un conceno vada sempre presupposto a un percetto.
Poniamo che alla televisione mostrino un oggetto misterioso,
che di solito un oggetto incompleto, meniamo che sia il parti-
colare del tubo di un aspirapolvere. Si vede una successione di
anelli neri, dunque si riconoscono forme e colori, ma non si pu
dire che se ne abbia un concetto (il gioco tutto Il: l'indicazione
che viene offerta risulta puramente negativa: "Quello che vedete
non un intero ma una parte"). "Avere un concetto", tuttavia, si-
gnifica pi di una cosa, e in un senso fortissimo vuoi dire "cono-
scere l'essenza": per non occorre certo conoscere un'essenza per
vedere un pezzo di aspirapolvere; non che non si veda, qualco-
sa si vede, e in quella misura se ne hanno concetti epistemologi-
camente inadeguati ("successione di anelli"), solo non si sa cosa.
Poi il campo si allarga, e ora si vede tutto l'aspirapolvere. Il sa-
127
MAURIZIO FERRARIS
chem irochese della terza Critica, quello che di Parigi apprezzava
soltanto le rosticcerie, continuerebbe a essere perplesso, bench
adesso veda varie parti; se avesse letto Kafka, porrebbe pensare di
avere incontrato l'Odradek. Tutti gli altri, per, adulti della no-
sera epoca, vedrebbero un aspirapolvere, e saprebbero cosa farse-
ne, in almeno due sensi: ne conoscerebbero l'uso, e potrebbero
servirsene per insegnare al sachem che cos' un aspirapolvere.
Ora, anche in questi due casi, non equivalenti, abbiamo un con-
cetto, che per non determina la possibilit di percepire l'ogget-
to attraverso la sua essenza, bensl quella di servirsene come stru-
mento e come esempio .. t anche pi chiaro nel caso di un falso
riconoscimento: supponiamo che io ignori l'alfabeto greco e che
veda l'effigie di Alessandro Magno su una moneta da 100 drac-
me. Potrei benissimo pensare che Sylvester Stallone; avrei dav-
vero un concetto? Sl, nel senso che non avrei solo un percerco. In
altri termini, la resi di Kanr possiede sicuramente un senso, che
rurravia risulta puramente episremologico. Se vedo una sedia, la
indico a un altro, e lui mi obietta, con argomenti che possono
anche risultare persuasivi, che non una sedia, allora posso be-
nissimo replicargl: "Se non u n ~ sedia, allora non ho la pi pal-
lida idea di che cosa possa essere". t solo di fronte a un simile in-
toppo - indice di una perplessit epistemologica - che le intui-
zioni senza concetto si rivelano cieche.
La sentenza kanriana significa dunque: (t) senza concetti non
si fa scienza; e (iz) se i concetti si rivelano sbagliati, possiamo ca-
dere in perplessit. Tuttavia, n l'uno n l'altro dei due valori
comporta che senza il concetto di "sedia" vedremmo un buco l
dove c' una sedia, o non saremmo capaci di distinguerla dal pa-
vimento, dal muro e dal tavolo. Se poi la non concettualizzabi-
lit escludesse l'oggettivit, incontreremmo difficolt anche nelle
qualit terziarie: non si spiegherebbe il fenomeno del divismo, la
circostanza che ci siano bottiglie di Barbaresco che costano
800.000 lire, e la consuetudine di compilare guide dei ristoranti,
nonch l'idea di poter sensatamente disputare sul fatto che una
risulti pi anendibile di un'altra: se rutti i gusti fossero soggetti-
vi, che senso avrebbe? Il punto per che "oggettivit" non
forse la parola giusta, richiamando la misurabilit, ma ovvio
che le qualit secondarie e terziarie non risultano agevolmente
misurabili come le primarie. Si tratterebbe piuttosto di affermare
128
CHE COSA SI PROVA A ESSERE UNA CIABAITA
che le qualit terziarie sono reali e non mentali, ossia che bello
quel che bello, non quel che piace. Spiegare il tutto in termini
di persuasione, di campagne pubblicitarie ecc. ricorrere a delle
giusdficazioni macchinose, e- di nuovo- non meno farraginose
della armonia prestabilita; senza considerare poi che se si decide
di invesdre pubblicitariamente su Jennifer Lopez invece che su
Tina Piea ci deve essere stata una qualche ragione preliminare,
meno vincolante di quella che vige in 2 + 2 ::= 4, ma non per que-
sto del tutto arbitraria.
4. Le intuizioni senza concetto sono nude. Emi! Lask
33
aveva
proposto di riformulare il detto kantiano nei termini seguenti:
"la forma senza contenuto vuota, il contenuto senza forma
nudo". Col che si intende che senza concetti -che peraltro, pi
cautamente, Lask si limita a definire "forme", attenuando l'im-
pianto iper-epistemologico di Kanc - si pu avere un mondo
completamente attrezzato e strutturato, e si capirebbe che senza
concetti non si avrebbe l'amorfo, giacch un corpo nudo com-
pletamente determinato, bens la mancanza di un abito logico.
La nudit deve avere attirato l'attenzione di Husserl, che anni
dopo, in Esperienza e giudizio,34 cercando di mettere in luce l'es-
senza e l'origine del giudizio predicativo, scrive che il giudizio
un vestito di idee gettato sul mondo della intuizione. Quindi,
l'oggetto deve offrirsi come evidente nella sua autodatit, in cui
non ancora inclusa alcuna forma predicativa: la grammatica del
vedere, dell'udire e del roccare si distingue da quella del pensare.
Poco alla volta, per, il rapporto fra lo srraro predicativo e quello
amepredicadvo si inserisce in una dimensione teleologica, la
grammatica del sentire risulta orientata originariamente verso la
grammatica del pensare, sicch, in breve, la continuit prevale
sulla separazione. Il motivo presto detto: sin dall'inizio, Hus-
serl muove dall'assunto secondo il quale il giudizio ha origine nel-
la sfera antepredicativa, non nel plausibilissimo senso che non
nasciamo con giudizi belli e fatti, bens in quello, tradizionale e a
parer mio implausibile, che i giudizi traggono origine dalle sen-
sazioni. Lauronomia dello strato amepredicacivo appare, cos,
come una mera postulazione, giacch sin dal suo apparire riceve
senso dal suo orientamento teleologico verso il predicativo.
Quanto dire che il mondo c', ma non ne sappiamo niente, e
dunque non si vede perch ci debba interessare: di modo che l'o-
129
riginaria autonomia dell'anrepredicarivo dipenderebbe dalla sua
finale dipendenza dal predicativo.
Lask e Husserl manifestano un fastidio verso l'idea
condo cui la logica avrebbe un ruolo costitutivo rispetto
ca, soprattutto quando si parla di nudit primarie, e insistono
la circostanza che il vestito viene dopo. Per immaginano il vestito
come una specie di protesi determinata almeno
l'anatomia del corpo nudo; e la metafora calza come un guanto: in
Platone
35
la conoscenza e il possesso della conoscenza viene para-
gonata a un abito, che si pu avere nell'armadio, in forma inattua-
le, o addosso, in forma arcuale. In altri termini, ripristinano la !ex
continui dei leibniziani: dalla notte al mezzogiorno, passando per
l'aurora, quanto dire, ancora una volta, dal fatto al diritto. Rispet-
to alla faccenda del nudo e del vestiCo, dunque, il mio tentativo
consiste nel mostrare che non c' proprio nulla, nel mondo, che
precostituisca la forma logica procurandone l'antefatto genetico,
potendosi indossare una redingote, una tuta, una [Qga o un peplo,
che avrebbero in comune soltanto una funzione, quella di rispon-
dere alle esigenze del corpo nudo, secondo i casi e i climi. Il vinco-
lo, come si vede, risulta relcologico e non archeologico, giacch
una redingote, una tuta, una toga c un peplo non aderiscono cosl
strettamente alle esigenze di un corpo umano: potremmo farli in-
dossare a un gorilla o a un rapito, appenderli in un armadio, pie-
garli in una valigia.
&perienza pregressa. E ora veniamo al minimalismo degli
mi concettuali, l'idea secondo cui l'esperienza pregressa
rebbe in modo determinante in quella attuale; il che pu
re tante cose: (z) rinsieme delle esperienze occorse a una persona,
con particolare riguardo per quelle che si sono ripetute, di modo
che persone con vice differenti avrebbero esperienze considerevol-
mente diverse. () I presupposti storici dell'esperienza, cio, in
concreto, la cultura di chi vede un tavolo o un albero; e se le letture
contassero in modo decisivo forse solo i musulmani ortodossissimi
che conoscano soltanto il Corano porrebbero contare su una qual-
che stabilit. (iiz) Le fasi di un apprendimento, come imparare a
usare uno strumento; ma chiaro che chi sa suonare il violino non
vede sol canto violini. (iv) Al limite, fin l'immagine consecutiva an-
drebbe considerata alla stregua di una esperienza pregressa, e qui si
130
CHE COSA SI PROVA A ESSERE UNA CIABATTA
pu vedere il problema, giacch I'after image risulta talmente
cace proprio perch non costituisce, propriamente parlando, una
esperienza passata, bens una esperienza presente. (v) Infine, nella
sua forma pi canonica e ubiqua, l'esperienza pregressa suona cos:
ogni mia esperienza attuale condizionata da esperienze
denti, che fungono da schemi concettuali minimali. Ora, una
mile famiglia di argomenti apparentemente vittoriosa e poco
pegnativa dimostra, per solito, esattamente il contrario di quello
che pretendono i suoi teorici. In particolare:
l. Non un meccanismo univenale. Nella dottrina
rienza pregressa si assume che l'esperienza non mai qualcosa di
mcramente passivo, comportando sempre un margine di attivit;
tuttavia una immagine che funziona quando parliamo di quel-
lo che ci successo, e non quando ci succede qualcosa, giacch se
urtiamo contro un mobile vediamo le stelle e imprechiamo ben
prima di pensare di aver sbagliato il calcolo della distanza. Inol-
tre, di soliw ci accorgiamo delle occasioni in cui opera l'espe-
rienza pregressa, il che dimostra che, in cutte le ahre (e rappre-
sentano la stragrande maggioranza) non c' alcuna esperienza
pregrcssa; a parte che se davvero costituisse un meccanismo uni-
versale si porrebbe il problema della prima volra, insolubile a
meno di voler ricorrere a un sistema di idee innate che urta uno
dei presupposti della domina dell'esperienza pregressa.
2. Non risulta efficiente a livello ontologico; Io solo a livello psi-
cologico. Ci accorgiamo dell'esperienza pregressa proprio quando
le nostre aspettative vengono smentite dall'esperienza attuale, per
esempio quando ci prende un lieve senso di nausea se scendiamo
con una scala mobile rotta. La sorpresa, in generale, un atteggia-
mento che nasce dal vedere l'esperienza pregressa smentita dalla
attuale: una cosa che doveva accadere non si verifica, un luogo
sulta lievemente diverso dal ricordo o tutt'altro rispetto all'imma-
ginazione che ne possedevamo ecc.; di soliw, questa circostanza
viene evocata per dimostrare quanco conti l'attesa nella
ne; ma se contasse davvero sino in fondo, non dovrebbe mai essere
smentita. E nondimeno ci capita di essere stupiti, e nello stupore la
catena inferenziale subisce un arresto repentino: c' un mondo
esterno, dotato di caratteri suoi propri, che non vuole essere inter-
pretato. Come si spiega, se si assume che vediamo il mondo ama-
verso schemi concettuali che sono al nostro interno? Come sareb-
131
be la prima esperienza? E si n ori che anche l'ultima delle esperienze
pu benissimo stupirei, e in effetti ci sorprende; e cos fanno anche
rutte le esperienze di mezzo. Se uno non mai stato a Bologna, per
quanto ne abbia visto fotografie, sentito racconti ecc., vedr, arri-
vandoci, un gran numero di cose diverse dal pensato, e che d'altra
pane risultano banalissime (strade, case, sedie ecc.). Ecco un'espe-
rienza, che sempre, in qualche misura, inauesa, al punto che ce
ne proteggiamo con riruali, ansia ecc. Al contrario, difficilmente
posso srupirmi delle mie rappresentazioni o dei miei ricordi; pos-
so, nella migliore delle ipotesi, sorprendermi di ricordare o di non
ricordare qualcosa. Figuriamoci poi se posso sorprendermi delle
mie interpretazioni: al massimo, mi sconcertano tal une interpre-
tazioni altrui. Essere sorpresi- un atteggiamento che si manifesta
gi nei primi giorni di vita- dimostra che la mente dotata di un
atteggiamento intrinsecamente predinivo (ci aspettiamo norma-
lit), ma non costrurrivo (non sono le regolarit che vediamo; ve-
diamo quello che c', e pu sorprenderei). Idem per la noia, che
costituisce della dav:ero interpretassimo
sempre, non Cl anno1eremmo ma1 o Ci annOieremmo sempre, co-
noscendo gi la risposta.
3. Non funziona come dovrebbe. Inohre, le volte che funziona,
l'esperienza pregressa non procede come dovrebbe per suffragare
la tesi di una costituzione della esperienza attuale, ma al contrario:
se sottopongo a un soggerro per un po' di volte due dischi, di cui
quello di destra risulta lievemente pi grande di quello di sinistra,
e quindi gli presento due dischi perfettamente uguali, quello di
sinistra ad apparire pi grande. Si pu certo dire che le aspettative
influiscono su quello che vediamo, ma sarebbe pi corretto dire
che influiscono su ci cui prestiamo attenzione. Si consideri il se-
guente esperimento: si vede un filmato in cui tre cestisti vestiti di
nero e tre cestisti vestiti di bianco si passano la palla. Il compito che
ci viene assegnato di contare il numero di passaggi che avviene rra
i giocatori vestiti di bianco. Il 75o/o dei soggetti (tra cui io quando
mi stato souoposro) non rileva che, mentre si contano i passaggi,
nella sala entra un gorilla, che fa di runo per farsi notare. t. un
esperimento sull'attenzione, per, onrologicamente, non prova
nulla: perch se il compito fosse guardare i neri, se il gorilla fosse
rosso, o se, in luogo di guardare, attraversassi la stanza urtando il
gorilla, finirei per incontrarlo. La morale che il gorilla c', sempli-
132
CHE COSA SI PROVA A ESSERE UNA CIABAITA
cemente non ci bado. Perci sosrenere che da uno sfondo
to isoliamo quello che ci occorre risulta quantomeno avventuroso,
altrimenti quando ho fame dovrei poter stagliare un panino al
sciutto da una melassa primordiale, e quando sono sazio non mi
riuscirebbe, anzi, patirei delle allucinazioni negative. Diverso il
so delle avversioni: ho fatto indigestione di ostriche, non le
gio pi; per continuo a vederle, e a evitarle. Bisogna coltivare un
soggettivismo patologico per confondere i due casi; e che i nostri
bisogni interpretino il mondo non vuole ancora dire che lo deter-
minino, altrimenti vivremmo in un litigio perenne, o saremmo
sponsabili di ogni sorta di sciagure.
Per lo pi, con l'argomento dell'esperienza pregressa si conclu-
de dalla circostanza incontestabile che nella percezione si mescoli-
no attese e giudizi con l'idea che se non ci fossero non si darebbe
percezione; e chiaramente non cosl, giacch persone con culture
diverse vedono cose uguali, e inoltre si dovrebbero postulare
ceni per spiegare il comportamento animale. Si noti altresl che la
"mescolanza" come tale oscura: tuno quello che effettivamente
sperimemiamo, in svariate occasioni, la simultaneit fra taluni
percetti e talatri contenuti mentali, che d'altra parte, come nella
famosa immagine di Kanizsa, non ci vietano di vedere cose che
comrastano apertamente con tutto ci che sappiamo del mondo:
Non ho mai visto una lenza passare dietro a una vela, il che
non mi impedisce di vederla in questa immagine.
133
MAUitiLlO
Del pari, nessuna isola sbuca dal mare di colpo, con tutti gli
uccelli posati sopra; eppure mi pare che sia proprio cos.
E ora veniamo alla seconda mossa, la deflazione del conceno
di "concerto", che suggerirei di circoscrivere alla scienza come
progetto di emendabilir.
Con cerri
Concettuale e non concettuale. Poniamo che uno voglia dire
che cosa un concetto. Una buona idea porrebbe consistere nel
distinguerlo dal percerto, come sfera di ci che non concettua-
le; l'operazione risulta nondimeno tutt'altro che semplice, e i cri-
ceri proposti tradizionalmente non paiono decisivi.
l. Chiarezza e distinzione. Come abbiamo visco, che qualcosa
possa venire concettualizzato non comporta che debba esserlo,
per ragioni di fano (non abbiamo tempo) o di diritto (non ne
vale la pena). E, se questo vero, allora sembra tutt'altro che cer-
to che, anche in processi e in esperienze sono gli occhi di tutti, il
concettuale risuhi inesrricabilmente intrecciato con il non-con-
134
CHE COSA SI PROVA A ESSERE UNA CIABATTA
cenuale e viceversa. Che questo possa apparire implausibile,
pende appunto dalla trasformazione di una possibilit-
ruale concettualizzazione - in una necessit e in un dovere, come
tale valido solo nella scienza. Certo, parlando grossolanamente,
un concetto pu essere un nome, una idea oscura e confusa, una
idea chiara e distinta, e ovviamente rame altre cose. t. facile
maginare che, se riservassimo il titolo di "concetto" alla sola idea
chiara e distinta, allora troveremmo, anche nella scienza e fin
nello spazio logico delle ragioni, contenuti non concettuali a
zeffe, giacch anche un ascensore costituirebbe un contenuto
non concenuale, tranne per un tecnico dell'assistenza, o pi
babilmente per il progertista. Tuttavia, se nella sfera del concetto
si includono anche le idee oscure e confuse, quelle che i
ziani concepivano - a torto- come caratteristiche della
lt, allora ci troveremmo semplicemente a negare l'esistenza di
percetti, e avremmo banalmente confuso la sensibilit con l'in-
telletto. Il riferimento a oscurit o chiarezza, a confusione o di-
stinzione, non costituisce per nulla un criterio distintivo per ri-
conoscere i conceni e differenziarli dai perceni, poich ci posso-
no essere vuoi dei concetti chiari e distinti vuoi dei concetti
oscuri e confusi, e cosl per i percetti. Probabilmente Leibniz rite-
neva che i concetti siano chiari e distinti giacch di solito chia-
miamo "concetto" qualcosa del genere, e ci vergogniamo di ado-
perare concetti oscuri e confusi; ma che ci appaiano
bili o vacui non comporta di per s che non possano essere con-
siderati concetti, se ci atteniamo a una distinzione che personal-
mente non condivido. AJrrimenti nomi come "Volinia", "Lusa-
zia", "Curlandia", costiruirebbero, per la maggior parte delle per-
sone, altrettanti percetti, con l'aggravante che la natura concet-
tuale o percettiva di qualcosa verrebbe a dipendere dalla compe-
tenza lessicale del parlante. In ogni caso, discorrere tranquilla-
mente di "concetti" - senza definirli e come se tutti sapessimo
benissimo che cosa sono- non pare davvero la mossa giusta: non
si distingue bene "concetto" da "idea", e ogni percetto ricordato
potrebbe divemare un conceno, sicch trovare comenuti non
concettuali risulterebbe difficilissimo. Ceno, ogni percetto rife-
rito, ossia messo in parole e detto a noi o a altri, pu diventare
un concetto; il che per non comporta n che anche il percetto
sia diventato un concetto, n che la percezione abbisogni di una
135
MAUIUZIO FERRARIS
messa _in forma linguistica, che avvertita come distinta dalla
pcrcczwne.
2. Attivit e passivit. Molte volte, attraverso un richiamo
kantiano, si intende con "concettuale" l'attivo, e con "non con-
cettuale" il passivo; tuttavia la distinzione appare sospetta e con-
troversa. Parlare di "attivit" costituisce una ipotesi gnoseologi-
camente postulatoria, poich suppone che si possa dimostrare
con evidenza che siamo liberi: il che nemmeno per Kant costi-
tuisce pi che un postulato da porsi nel mondo intelligibile per
assicurare la possibilit di un agire morale. Viceversa, per quello
che sappiamo di noi e del mondo, potremmo benissimo essere
marionette in mano a una cieca fatalit. Inoltre, e avendo ap-
punto son'occhio lo strato fenomenico, la distinzione attivo/pas-
sivo appare essenzialmente psicologica: alla sua radice, c' qual-
cosa come l'idea secondo cui un conto ricordare il Sole a mez-
zanotte, un altro vederlo a mezzogiorno; qui ci si appella essen-
zialmente alla circostanza che non posso volontariamente procu-
rarmi una vera sensazione di "giallo", a meno che ci sia una cosa
gialla davanti a me, laddove posso pensare il giallo quando vo-
glio, cos come posso pensare se e quando mi pare al teorema di
Pitagora o alla Trinit. Sulla base di una constatazione del genere
- che, di nuovo, non specifica se ci con cui si ha a che fare sia
una parola o una cosa, se le competenze debbano essere di dizio-
nario o di enciclopedia, ossia se mi basti ricordare il nome "Tri-
nit", oppure se devo anche sapere di che si tratta-, si decide di
dire che tutto ci che pu essere provocato a piacere si chiama
"concetto", e il resw "percetto". Tuttavia: ci sono ricordi coatti
e angosciosi, che saremmo lietissimi di non avere, e rispetto ai
quali risultiamo passivi;
36
non si possono infrangere impune-
mente le leggi della logica; se non riuscissi a ricordarmi un con-
cetto e una dimostrazione, o anche solo un nome, dovrei conclu-
derne che sono percetti, al punto che ogni vuoto di memoria do-
vrebbe iscriversi sotto il capitolo della sensibilit. In breve, po-
stulare che i concetti siano anivi c i percetti passivi. identificare
la sensibilit con la ricenivit e l'intelletto con la spontaneit,
un argomento largamente condiviso ma in fin dei conti sospeuo,
proprio perch nel suo fondo genetico, quanto dire causak,
quindi elettivamente sbilanciato a favore del conceuo. uno
strano modo di mettere le cose, perch allora tutte le volte che
136
CHE COSA SI PROVA A ESSERE UNA CIABATIA
non pensiamo al principio di non contraddizione, magari anche
quando lo enunciamo senza pensarci, sarebbe un percetto. Per
tacere poi di quando abbiamo un nome sulla punta della lingua,
e non ci viene. Percetto anche l? Agli argomenti aporetici se ne
potrebbe aggiungere uno positivo: l'assenso e la negazione non
sono una prerogativa dei giudizi, manifestandosi gi nell'espe-
rienza aconcettuale, come nella negazione di un'attesa percettiva,
nel sentimento di repulsione per un oggetto, e simili.
3. Giudizio. Si obietter forse che la questione tutta un'altra,
inerendo al problema del giudizio; per metterla, una volta di pi,
in termini kamiani: i sensi non ragionano, dunque non sono n
nel vero n nel falso, l'intelletto invece giudica, e pu respingere
o accettare quanto riceve passivamente dai sensi. Nondimeno -
sempre per via della imperscrutabile questione della libert -,
qui ci si inoltra in un ginepraio, giacch non abbiamo alcuna pro-
va del fotto che il respingere o il giudicare da parte dell'intelletto
possa venir comiderato un argomento a favore dello. spontaneit.
Pu darsi che accettiamo o respingiamo ci che ci viene dai sensi
perch siamo macchine programmate in un certo modo, e che ci
paia soltanto di accettare o di respingere liberamente, mentre in
realt a essere liberi sono i sensi che, malgrado l'accettazione o il
diniego da parte del giudizio, continuano a manifestarci le me-
desime apparenze; solo che non ce ne accorgiamo, e pensiamo di
essere liberi nell'intelletto, laddove in realt siamo liberi nei sen-
si. Prendiamo l'illusione di Miiller-Lyer:
) > - - ~ <
( )
Si legge tante volte che dimostrerebbe la spontaneit dell'in-
telletto, giacch i sensi, creduli e passivi, soggiacciono all'illusio-
137
MAUIUZIO I'ERR.ARJS
ne, laddove l'intelletto, incredulo, critico e spomaneo, pu re
spingerla. Si direbbe mnavia che si stia usando come prova pro
peio il dlmonsmmdum: perch, in fondo, qui ci troviamo di
fronte a un bilanciamento perfetto: vediamo sempre A e pensia
mo sempre B. Per quale motivo B sarebbe spontaneo e A passi
vo? Si potrebbe, altrettanto bene, sostenere che siamo forzati a
respingere A in nome di B, mentre i sensi, attivi, giudicano che
l'intelletto si inganna, se ne dispiacciono, e con ammirevole osti-
nazione continuano a riproporre A. Sia pure riformulata attra
verso il ricorso al giudizio, la tesi circa la spontaneit dell'intel-
letto e la passivit dei sensi si rivela come una ipotesi in cui si de-
pone la possibilit della scienza, giacch, se davvero non potessi-
mo far nulla per emendare l'intelletto, "scienza" suonerebbe co
me una parola vuota di senso.
4. Astratto e concreto. anche tutt'altro che pacifico che una
buona distinzione tra concetti e perceni possa venire offerta dal-
la considerazione secondo cui i primi risulterebbero astratti e i
secondi concreti. Da una pane, "astrazione" costimisce un tec
mine passabilmente vago, potendo designare sia la facolt di co-
gliere generalit (il triangolo, la sedia), sia di ritenere aspetti di
ci che si percepisce (il colore di questo triangolo, la forma di
questa sedia). Proprio per questo Aristotele poteva notare che i
princpi primi risultano evidenti come le sensazioni,3
7
sicch l'e-
videnza non risulta necessariamente riferibile alla logica. Inoltre,
improbabile sostenere che la distinzione figura/sfondo non sia
astratta; tuttavia, non meno arduo pretendere che sia concet
tuale. Che i percetti abbiano di norma una grana pi fine dei
concetti non ancora un argomento in grado di escludere che
siano capaci di prestazioni astratte. A ben vedere, anzi, che i con-
cetti siano i soli astrani dipende solo da alcune confusioni.
(a). Categorizzare. Si confonde "astrarre" con "categorizzare".
La categoria una forma di classificazione: esistono categorie
professionali, scatoloni in cui posso raccogliere insieme vecchie
scarpe ecc. Quanto dire che anche il termine "categoria" risulta
vaghissimo, giacch il suo teano caratteristico non n il forma-
to, essendoci categorie percettive cosl come ce ne sono di menta
li; n l'estensione (non che ci sia la categoria di "colore", ma
che non ci possa essere quella di "rosso"); n il contenuto (si dan-
no categorie mentali, reali ecc.). A parte questo, il punto decisi-
138
CHE COSA SI PROVA A ESSERE UNA CIABAITA
vo che posso astrarre senza categorizzare: per esempio, tirare
fuori una cosa da una scatola senza riporla in un'altra.
mente, davvero il segugio che a un trivio fiuta due piste, le
ta, e imbocca la terza senza annusare, ha compiuto una
za? Davvero la volpe che sul ghiaccio, se sente il rumore
qua, si ritrae, perch il ghiaccio troppo sottile, ha svolto un
logismo? La distinzione non passa fra un sensibile concreto e un
intelligibile astratto, bens fra ci di cui si pu, se necessario,
molare una definizione, e quanto viene riconosciuto, anche
astrattamente, senza definizioni o categorie: un gatto pu appi
solarsi su una panca, su un tappeto, su una sedia, senza avvalersi
di una categorizzazione, che del resto apparirebbe apertamente
sbagliata qualora si presentasse come sussunzionc delle varie
affordances sotto il concetto di "sedia"; e, soprattutto, se la
gorizzazione dovesse venire formalizzata, si riferirebbe a qualcosa
di ben pi astratto di "sedia": per esempio, ad "appoggio",
perfcie piana e solida" o simili.
(b). Nominare. Si confonde "astrarre" con "nominare", con
un uso !asco di "concetto", d'accordo con il quale conferire un
nome e saperlo ripetere a un altro sarebbe gi concettualizzare.
In una accezione talmente liberale, ogni parola risulterebbe
astratta, e andrebbe considerata come un concetto. Qui per i
problemi paiono almeno due. In primo luogo, se ogni concetto
un nome, non ogni nome necessariamente un concetto: per
esempio, i nomi propri difficilmente si potrebbero considerare
"concetti", non descrivendo alcuna propriet del battezzato. In
secondo luogo, si possono benissimo dare funzioni astratte senza
che ne segua un battesimo di qualche sona: quando apparecchio
la tavola, non lo faccio nominando piatti e coltelli, e che
ga ordinatamente stoviglie e posate, di solito pensando ad altro,
non dipende da un corredo di parole.
(c). Idee. Si confonde "concetto" con "idea" o anche, semplice-
mente, con "ricordo". Sostenere che l'astrazione costituisce una
propriet esclusiva del concetto comporterebbe che qualsiasi cosa
tolta dal suo qui e ora risulterebbe amana (nella fattispecie, "sot
tratta"), e dunque concettuale. Ora, Kant ha ragione allorch
obiena che il rosso non una idea, per chiaro che possa apparirci,
cio per quanto possa risultare discriminabile da altri colori senza
grande difficolt, bench sarebbe difficilissimo enumerarne tutte
139
le note caratteristiche. Che possa darsi un concetto di "rosso", co-
sl come pu esserci un concetto di "percetto", non significa anco-
ra che rosso c percetto siano conceni. Che si sia in grado di trarre
infcrcnze a partire dal rosso (''se il metallo rosso, mi posso scotta-
re"), che lo si riesca a discriminare dal verde, che sia un colore ecc.,
non depone ancora in alcun modo a favore della concetrualic
delle cose rosse. Affermando il contrario, si entra nella spirale per-
versa per cui tutto ci che pu essere concettualizzato attual-
mente concenualc, c di qui si viene ad asserire l'onnipresenza del
concettuale e dello spazio delle ragioni; eppure, l'eccitazione che il
rosso suscita nei tori non sembra dipendere dal riconoscimento
del concetto di rosso, bensl dal vedere una muleta agitata da un ti-
zio vestito in modo bizzarro. Per gli uomini, le cose non vanno al-
trimenti: il modo in cui il rosso provoca eccitazione e il verde sor-
tisce effetti tranquillizzanti attiva meccanismi completamente di-
versi da quelli che si innescano quando si associano ai colori con-
notazioni politiche; dunque, e del tutto banalmente, sono gli og-
getti e non i concetti che agiscono, talora in connessione con
qualcosa di discorsivo, talaltra no.
(d). Attuale e potenziale. Si confonde "atruale" con "potenzia-
le", facendo girare al massimo il uascendentale e il passaggio dal
fano che qualcosa possa venire concettualizzato al diritto per cui
tutto deve esserlo, sicch il non-concettuale sarebbe soltanto un
concettuale in nuce. !?. il punto pi dolente di rutti.
5. Forma e materia. Uno potrebbe anche dire: i sensi colgono
la materia, l'intelletto la forma. Ma vero? Persino all'interno di
una prospettiva aristotelica, irrimediabilmentc segnata da una
distinzione tra materia e forma, c' modo di notare che l'astra-
zione pi fone, quella che tralascia la materia per cogliere soltan-
to la forma (non solo quando penso una mela, ma anche quando
la percepisco, la mela non entra materialmente nel mio cervello
passando attraverso gli occhi e le mani), viene esercitata dalla
percezione, e non dall'intelletto atrivo.
38
Se i sensi colgono for-
me senz.t materia, se nell'occhio non c' la mela o l'albero, come
si pu pretendere di appoggiarsi a una simile distinzione per se-
parare la sensibilit dall'intelletto, se non pretendendo che mate-
ria costituisca l'antenata della forma, il senso il precursore del-
l'intelletto, l'espericnz.t l'archeologia del sapere, e che dunque
tutte le forme ricavate dai sensi rappresentino altrettante materie
140
CHE COSA SJ PROVA A ESSERE UNA CIABATTA
per l'intelletto? D'altra parte, ci si potrebbe domandare: perch
mai non dovrebbero darsi perceni astratti? Invece di identificare
con "concetto", con una decisione che suscita i
blemi sin qui enumerati, non converrebbe piuttosto ipQ[izzare
due sfere, i concetti e i percetti, ognuna delle quali apparirebbe
dotata di autonome facolt di astrazione, e che si
be solo perch la sfera concenuale, diversamente dalla perceniva,
risulterebbe emendabile? Al solito, avremmo a che fare con la di-
stinzione tra ci che oggetto di scienza e quanto invece ogget-
to di esperienza.
6. Concetto e scienza_, Una definizione di "concetto" deve se-
guire una via alternativa: nel conceno implicito un
re, che nasce dal suo riferimento alla scienza e alla emendabilit;
nessuno si mai sognato di emendare le proprie ombre, mentre
si possono, e anzi si devono, emendare i propri concetti, altri-
menti non sarebbero nemmeno concetti, bensl, nel migliore dei
casi, ostinati pregiudizi. Come abbiamo visto, che l'esperienza
insegni (o, meglio, che possa anche insegnare) non ne costituisce
un ingrediente necessario, diversamente che nella scienza; in
quest'ultima si ha un apprendimento solo quando si trovano
connessioni e le si ascrive a cause vere, laddove si possono benis-
simo avere esperienze, belle o brutte, di cui non si capito pro-
prio nulla.
Si potrebbe nondimeno sostenere, in base a una teoria ester-
niS(ica, che i concetti risultano non meno inemendabili dei per-
ceni. Il concetto di "acqua" non mai cambiato, sulla Terra, dai
Caldei a Clinton: l'acqua quella sostanza l nei fiumi e nei ma-
ri, che beviamo. Essere nei fiumi, nei mari, essere bevuta, a rigo-
te non rientra nel concetto di "acqua", ma fa parte di tutte quel-
le conoscenze grazie alle quali fissiamo il contenuto del concetto,
l'acqua appunto. Ed proprio l'immutabilit del concetto che
permette di spiegare il processo conoscitivo, la trasformazione
delle credenze sull'acqua, sicch emendabili sono le credenze,
non i concetti. Tuttavia, si abusa dei concetti come si largheggia
nelle interpretazioni, giacch non c' motivo per discettare di
"concetti" l dove si potrebbe parlare di "nomi". Quando dico
"spinterogeno", non necessariamente ne domino le propriet in-
terne, sicch ho ben poco da emendare. Il punto non riguarda
nemmeno il formato di un cerco contenuto mentale- per esem-
141
MAURIZIO I'ERRARIS
pio discorsivo/non discorsivo-, bens la circostanza che ci sia un
qualche sapere perferribile collegato alla parola. Cosl, "paturnia"
non un concetto, giacch non c' niente di emendabile in pro-
posito: non si aggiunge niente al conceno, n si trasforma alcun-
ch al suo riguardo; di nuovo, a che pro chiamare "concetti"
quelli che sono semplicemenre nomi, che presentano, rispetto ai
percetti, la sola caraneristica di poter venire pensati senza perde-
re alcuna caratteristica essenziale?
Disporre del 'concerto' di "dito" non altro che sapere vedere
dita c possedere nel proprio lessico la parola "dito" con le sue
istruzioni grammaticali: non che il 'concetto' di "dito" esista dal-
l'alba della umanit, come le dica. A un certo punto, si incomin-
ciato a parlare di "dito" (si ipotizzato che costituisca la prima pa-
rola di cuna l'umanit, sotto la forma "Tik"), ma non che ci si sia
messi a emendarlo deliberatamente, perch non ci si guadagnava
granch. Ci non toglie che si possa farlo, e che nel tempo lo si sia
emendato, giacch "Tik", all'inizio, indicava sia il dito sia l'atto di
indicare; tranne che il processo si dipanato in periodi talmente
lunghi e remoti che nessuno se ne t: accorro. La storia delle lingue
e delle traduzioni mostra la trasformazione di concetti di uso co-
mune, vale a dire del riferimento di certe parole e di determinati
usi linguistici: la metonimia con cui indichiamo il parlare degli
uomini, "lingua", nell'aramaico della Bibbia "labbro"; l'italiano
"gola" viene dal latino "gula", che per vuoi dire "guancia", e che
si ritrova in parte nel francese "gueule" per "faccia". Tuttavia non
saremmo disposti a considerare trasformazioni del genere alla
stregua di emendazioni, giacch qui non ci troviamo all'interno di
una teleologia progressiva come quella della scienza. Inoltre, esi-
stono parole, come il piemontese "barma" (riparo roccioso) che
risalgono al neolitico; nessuno si mai sognato di emendatle, e
piuttosto a un cerro punto si sono inventati gli ombrelli. Vicever-
sa, "atomo" ha cerco indicato cose alquanto diverse, ma sempre
avendo riguardo a una essenza comune a cui si ritenuto di ade-
guarlo: il conceno di qualcosa di indivibile, che ha portato alla
individuazione di particelle subawmiche.
Adesso, dopo aver circoscritto gli schemi e i concetti, venia-
mo al terzo passo della deflazione, la delimitazione della scienza,
che non rappresenta un carattere naturale dell'uomo, bensl qual-
cosa che sorge in un preciso momento, qualora si disponga di lo-
142
CHE COSA SI PROVA A ESSERE UNA CIABAITA
gos, storia, libert, infinito e teleologia. Ovviamente, simili
quisiti appaiono necessari ma non sufficienti, giacch uno
trebbe organizzare riti vodoo che li rispettino. Sicch, per evitare
la circolarit (" 'scienza' tutto ci che si serve di concetti") e il
convenzionalismo (" 'scienza' tutto ci che si insegna
versir"), propongo la seguente definizione: "Scienza tutto ci
che spiega (=trova le cause di) un visibile attraverso un invisibile,
ma in modo tale che, almeno idea/iter e in un tempo infinito,
l'invisibile risulti adeguato a un visibile". In questa definizione,
la fisica e la teologia rientrano nelle scienze, la mistica no.
lo che mi preme sottolineare che (z) qui la scienza si presenta
come un differimento dell'esperienza, diversamente dalla visione
(aristotelica ed empiristica) che la concepisce come un prolunga-
mento dell'esperienza; e che () l'esperienza differita deve fare i
conti con il reale che oggetto della antologia, ma non lo
dera come una base universalmente attendibile per le proprie
teorizzazioni, come mostrer soprattutto esponendo le antino-
mie tra estetica e logica.
Scienza
Logos. La scienza stabilisce rapporti, cio logoi, che sono sia
linguistici sia matematici.
L Linguaggio. Si pu legittimamente sostenere che la comu-
nicazione linguistica appare necessaria per la realizzazione dei
processi di astrazione e per la consapevolezza delle condizioni di
verit di un pensiero, che sono ci che ne identifica il contenuto.
Pu sembrare un argomento a favore del linguaggio; ma, insie-
me, restringe e precisa la sfera della scienza: anche con la miglio-
re buona volont, sembra difficile ammettere che il linguaggio
organizzi l'esperienza, e che dunque magari metta in ordine l'O-
ceano Pacifico. Al solito, si confonde la pretesa universalit del
linguaggio col fatto che ci sono moltissime le cose che non han-
no proprio nulla a che fare con il linguaggio, ma possono venire
ridescritte in parole. La California o Giulio Cesare non sono
lo linguaggio, e se lo fossero non ci importerebbero. Del pari,
abbastanza ovvio che un enunciato come "Sacramento la
tale della California" non sarebbe concepibile senza linguaggio,
143
ma se chiamo un dente "secondo prcmolare sinistro", isolandolo
dagli alui denti, dalla mascella o dalla resta, pacifico che sussi-
tono ragioni in re che morivano il banesimo, e difani nessuno
mi chiede "perch lo chiami 'premolare' invece che 'incisivo'?",
menrre un bambino port.tto a stupirsi che la capitale della Ca-
lifornia non sia Los Angeles. chiaro che nella tesi della impre-
scindibilit del linguaggio si intende qualcosa come "trasformare
il mondo in un ambito passibile di trattazione scientifica" (ma
vale anche "mettere le cose in modo da paterne chiacchierare al
Costanzo Show" o "discettare alla Aristordian Sociecy"), e non
"ordinare una materia informe".
Ora, si emra in laboratorio o in biblioteca, si discute in un se-
minario. Nel farlo, si adoperano concetti: si parla o si scrive, anche
se ovviamente condizione necessaria ma non sufficiente; i con-
ceni vengono emendati nel corso della ricerca o della discussione,
e la norma della emendazione che siano giusti o sbagliati, alla lu-
ce dello stato attuale delle nostre conoscenze. Si pu discutere al-
l'infinito, secondo una teleologia orientata dalla verit; nessuno
ha davvero l'ultima parola, poich la verit di oggi potrebbe essere
il flogisto di domani. Il che per non significa in alcun modo che
fuori del linguaggio non ci siano cose -lo scrive Rilke, ma se per
questo Ariosto ci parla degli ippogrifi -, n che si possano avere
moltissime esperienze tacite, eppure complesse e organizzate.
lecito sostenere che quelle esperienze possono in svariate circo-
stanze esprimersi pi o meno adeguatamente in un linguaggio (''Il
treno arrivato alle 15.30" diverso da "Ho provato un dolore in-
descrivibile"), il che tuttavia non comporta che siano linguistiche.
Posso vedere un cane che fila a cuccia e un uomo che torna a casa,
e presumere che, diversamente dal cane, l'uomo sappia- almeno
nella maggior parte dei casi- dire a se stesso e agli altri che cosa sta
facendo; il che, a livello onrologico, non pare una differenza rile-
vante. Posso anche vedere un uomo e un cane che passeggiano
nervosamente, senza fine apparente, entrambi corrucciati (ponia-
mo che il cane sia un bulldog), ma si reputerebbe futile pretende-
re che il cane stia pensando; se per l'uomo non sapr dirmi a che
stava. pensando, avrei tutto il dirino di ritenere che semplicemen-
te passeggiava nervosamente e senza scopo, proprio come il bull-
dog, che nondimeno non sarebbe davvero nervoso, sia perch ap-
pare imperscrutabile che cosa sia "essere nervoso" per un bulldog,
144
CHE COSA SI PROVA A ESSERE UNA CIABATIA
sia perch improbabile essere sempre nervosi, come
mente lo lui se gli prestiamo una mimica facciale umana.
tre, tutte le volte che c' pensiero c' linguaggio (almeno passi
le), come si vede dagli esempi che ho proposto; ma non sempre
quando c' linguaggio c' pensiero: posso leggere e a fine pagina
chiedermi che cosa ho letto, senza sapermi rispondere, cos come
posso parlare senza pensarci, rispondendo meccanicamente o
commettendo un lapsus.
A fianco delle considerazioni generali, vorrei suggerire un
gomemo negativo: si potrebbe trasmettere telepaticamenre la
terza aminomia? E sarebbe ancora scienza? Ne dubito, giacch
mancherebbe il linguaggio; la conoscenza inruiriva e la scienza
infusa sono un sogno mistico, ma nessuno conferirebbe un
bel a Dio, perch tutro quello che sa lo ha acquistato senza
guaggio, quanto dire senza lavoro n merito. Del pari, i
muti assommano due deficienze che non risultano assimilabili,
ancorch presentino la medesima origine: la sordit , per dir
s, un limite antologico, il mutismo costituisce viceversa un
fetta epistemologico. La prima inibisce l'esperienza, il secondo
pu opporre un limite, ovviabile attraverso la scrittura o il gesto,
alla trasmissione e socializz.azione dell'esperienza, dunque anche
alla scienza. Infine, i sordociechi patiscono amputazioni
giche pi gravi dei sordomuti, per dal punto di vista
logico risultano virtualmente complanari: posto che riescano a
imparare a scrivere. Nessuno, infatti, potrebbe dire che un cieco
o un sordocieco non pensa, cos come nessuno sosterrebbe che
vede, il che costituisce una prova ovvia della differenza tra vedere
e pensare.
E ora guardiamo la cosa dall'altro lato. Mentre discutiamo in
seminario la sedia forse scomoda, una luce ci d fastidio, ci
graniamo la testa. In biblioteca ci viene da starnutire, usciamo
dal laboratorio perch vogliamo un caff. Sono esperienze, che
non ci sogniamo di correggere, e neanche- di solito- di
nicare ad altri; alle volte non pare neanche a noi di essercene
coni (quel sordo fastidio che diventa a un certo punto un mal di
denti: quando abbiamo incominciato ad avvertirlo?).
za, cos}, appare come eminentemente non linguistica- giacch
di rado ci capita di pensare formalmente a quello che facciamo
mentre lo facciamo -, non concettuale, non correggibile, poich
145
non correggo la mia idea di fastidio: mi siedo in un'altra posizio-
ne. Cosl, alla deflazione epistemologica corrisponde una rarefa-
zione dell'onnipresenza del linguaggio: gli hopi si fanno sicura-
mente male quando scivolano, anche se nel loro vocabolario non
dispongono di una nozione di "sostanza". Si pu invece benissi-
mo concepire che gli hopi pensino che 2 + 2 ::: 5, ma resta da ca-
pire in che senso lo pensino. Del pari, siamo disposti a concede-
re a cene condizioni e a tal uni animali sensazioni, memoria, im-
maginazione, credenze, capacit tecniche, sogni, depressione,
sofferenza, amicizia e amore, cure parentali, forme comunicati-
ve, giacch i loro comportamenti appaiono in vari casi simili ai
nostri; tanto basta a costituire una esperienza - la sfera di ci
che i leibniziani chiamavano "analogo della ragione"-, tuttavia
insufficiente per una scienza. La morale che tutto quello che
difena a un animale per essere un uomo l'idea di una emenda-
bilit infinita, vale a dire il concetto e la teleologia della scienza e
della storia, c della scienza come scoria, ossia la ragione nel senso
dei leibniziani. Si noci tuttavia che le caratteristiche in questione
difettano anche a moltissimi uomini, essendoci societ senza sto-
ria e senza scienza, e che anche negli scienziati pi solerti e probi
sono anive meno di quanto non si creda.
Risulta altres palese che l'esperienza interpellata dalla scien-
za, quella emendabile e inestricabilmente permeata di concettua-
lir, come pure la prassi quotidiana in cui cerchiamo di mettere a
frutto le nostre osservazioni ingenue, non costituiscono tutta l'e-
sperienza. Perch certo a un castoro non si potr imputare- non
necessariamente perch inverosimile, bens in quanto imperscru-
tabile e futile -la lacuna di concetti perfettibili, n si potr soste-
nere che la sua industriosit rappresenti una forma di scienza im-
perfetta, laddove si potr benissimo affermare che mette a frutto
talune esperienze, che per lui varranno forse come ricordi, non
costruendo pi la diga su un torrente che in precedenza si erari-
velato inadatto. E si vorr dire che nel farlo il castoro ha rivelato
che anche la sua percezione risulta inesrricabilmente intessuta di
concetti? Si noti che l'esempio iperbolico, descrivendo un at-
teggiamento che, tradotto in termini antropomorfici, pu venire
inteso come tecnologico e progettuale. Veniamo per al caso pi
classico e semplice: un cane altre volte battuto fugge alla vista di
un bastone. Adopera concetti? Si direbbe di no, se non altro per-
146
CHE COSA SI PROVA A E S ~ E R E UNA CIABA1TA
ch il millenario dibattito sulla intelligenza animale si tacitaw
ciclicamente di fronte all'evidenza poco controvertibile che i ca-
ni non parlano ma abbaiano. Prendiamo allora il caso simmetri-
co di un padrone altre volte morso che fugge alla vista del cane;
per analogia col precedente, si dovrebbe.ammercere che non of-
fre una prova dell'esistenza di concetti nel padrone. Il che, in un
ceno senso, risulta drammaticamente vero: difficilmente il pa-
drone fugge in base a concetti, li user quando dovr rendere
conto, a se stesso o ad altri, del morivo della sua fuga, e il cane
forse non li adoperer mai. Qui non abbiamo forse un altro
esempio del fatto che in svariate situazioni del tutto ovvie e pale-
si - un cane che fugge, un uomo che fugge non sono sense data
evanescenti e incoerenti - esistono contenuti non concettuali, e
che la nostra esperienza tutt'alno che inesrricabilmente intes-
suta di attivit e passivit? plausibile che si riescano a risolvere
empiricamente problemi relativi ai modelli mentali, e che si con-
cluda che un cane dispone di un modello della mente del padro-
ne, cosl come uno scimpanz possiede un modello della mente
del superiore da cui si nasconde. Tuttavia, da qui a sostenere che
il cane agisca in base a concetti ne corre, mentre sono convinto
che chi mi legge scia agendo in base a concetti. Per quello che ne
sappiamo, gli esseri che, con un termine troppo generico, chia-
miamo "animali", hanno una esperienza non concettuale, cos
come gli uomini; e simili contenuti accedono al concetto non
per una loro occulta qualit, diversa negli uomini rispetto agli
animali, bens perch i primi, dotati come sono di linguaggio,
dispongono anche di aggettivazione e discussione dei contenuti.
2. Matematica. Quanto si detto del linguaggio vale anche
per la matematica: l'asino va dritto al fieno senza sapere niente di
Euclide; Euclide pu assiomatizzare, per non compie la medesi-
ma operazione svolta dall'asino, che non capir mai quelle assio-
matizzazioni. In generale, per gli uomini le cose vanno altrimen-
ti, non quando camminano, bens quando ragionano sul loro
agire: possono imparare il greco eleggersi Euclide, cos da trova-
re una corrispondenza tra l'assioma e il proprio comportamento;
e allora sono indotti- ma una fallacia- a identificare l'opera-
zione con l'assiomatizzazione. A livello geometrico, possono
confondere il vedere con il pensare nei punti, nelle linee, nei
triangoli, e in generale tutto ci che si pone sotto il titolo della
147
MAURIZIO ~ m R A R I S
evidenza. In taluni casi, pu non apparire implausibile che av-
vertire una stonatura equivalga a cogliere un errore di calcolo.
sulla base di assunti del genere che si conclude sulla ubiquit del-
la matematica, che appare coestensiva alla fallacia circa la ubi-
quit del linguaggio. La stessa immanenza della matematica alla
scienza una conseguenza del legame tra scienza e linguaggio,
giacch la matematica ravvisa rapporti, ma non scienza, esatta-
mente come il linguaggio, da solo, non lo . Anche qui lecito
suggerire una deflazione.
(a). Osservato e misurato. S potrebbe dire che se non avessimo
un concetto di "punto" non potremmo formulare il giudizio
"questo un punto", tuttavia dubiro che per vedere il punto oc-
corra il concetto di "punto", n che per vedere un punto debba
formulare il giudizio, rapidissimo e inconscio, "questo un pun-
to". Un cane probabilmente non lo fa, c probabilmente non lo
facciamo neanche noi, perch ci sono pi situazioni in cui abbia-
mo esperienze ma non formuliamo giudizi; e, comunque, pare
discutibile che ognuno di noi sia uno scienziato, un logico e un
geometra naturale, e che si conosca dalla nascita quello che pi
tardi si impara con fatica a scuola. Il che anche pi evidente
per le misure: per lo pi, la distinzione tra osservato e misurato ri-
sulta abbastanza chiara; e tuttavia l'osservazione comporta il ri-
conoscimento di grandezze, dal che leginimo inferire che la
percezione astratta anche senza aritmetica o geometria: quando
guardo il cielo stcllaro o una gallina picchiettata, non ho bisogno
di contare le stelle o le macchie per vedere quello che vedo, cosl
come difficile contare le dita di una mano in visione periferica
mentre sono rilevabili anche infimi movimenti delle dita. Vice-
versa, posso pensare facilissimamente un chiliagono, cio un po-
ligono di 1000 lati, tuttavia non riesco a immaginarlo, tanto
quanto mi difficile immaginare un cerchio quadrato: addirittu-
ra, se lo vedo, non posso dire a colpo d'occhio che diverso da
un poligono di 999 lari; poniamo poi che uno metta a fianco di
un chilagono un poligono di 837 lati: forse a occhio si ricono-
scerebbe la differenza, ma certo non perch si siano contati i lari.
Del pari, se sono in macchina e supero un camion, non mi spor-
go a destra per vedere quanti centimetri separano il mio spec-
chietto destro dalla fiancata del Tir; se lo facessi, uscirei di strada:
in realt, quando supero un camion posso continuare a parlare
148
CHE COSA S! PROVA A ESSERE UNA C!ABATIA
con chi mi sta vicino senza prestare troppa attenzione a quello
che faccio.
(b). Costruire e ridescrivere. Si opporr che non questione di
appellarsi alla matematica per costituire l'esperienza, bens di sot-
rolinearne la capacit di ridescrivere la totalit del mondo. Tutta-
via, non garantito: Keplero pensava che l'universo fosse co-
scruito da Dio con leggi matematiche; ma ci sono comporta-
menti dci corpi celesti che risultano del tutto imprevdibili, sic-
ch la convergenza costimisce solo uno schema esplicativo pieno
di buchi e rattoppi che conferisce sensatezza teleologica alla
scienza, non un dato di fatto.
(c). Ubiquit limitata. In ultima analisi, si ritiene che la mate-
matica sia ubiqua per gli stessi motivi che abbiamo esaminato a
proposito del linguaggio: tutte le volte che organizziamo in for-
ma scientifica qualcosa, operando a livello di ridescrizione, pu
venirne fuori una matematizzazione. Per esempio, la trasforma-
zione del segnale lineare nell'immagine retinica e poi nell'imma-
gine tridimensionale un processo fisiologico ridescrivibile ma-
tematicamente, il che non comporta che sia matematico, n me-
no che mai che per attuarlo si debbano possedere delle nozioni
di matematica.
Storia. anche ovvio che solo la possibilit di una iscrizione-
sia pure nella veste minimale della tradizionalizzazione orale -
permette una storicizzazione, sicch le popolazioni che non scri-
vono o non tradizionalizzano non possiedono nemmeno storia,
e quesro non significa solo "tradizioni tramandate", ma anche
"scienza". Oggi andiamo dal medico del 200 l e non da quello
del 1801: il medico di oggi ha la verit, non il suo antenato,
dunque c' una pretesa di assolutezza che guida la nostra scelta;
per se potessimo andare da un medico del 220 l, lo faremmo,
di modo che l'assolutezza risulta comunque relativa a uno svi-
luppo storico configurato come progresso infinito. Viceversa,
non ci disturberebbe abitare in una casa del 1801, purch in
buone condizioni. Cos, la storicit immanente alla scienza e al
suo metodo: quando un ricercatore protesta contro i limiti im-
posti alle biotecnologie, si richiama solitamente al fatto che non
si possono fermare le lancette dell'orologio, e qui abbiamo a che
fare con una storicit che si sedimenta negli schemi concettuali e
149
MAURIZIO FEJtR.AilJS
nel metodo, che quanto di pi storico si possa immaginare,
mentre si possono avere esperienze senza storia.
Libert. Parlando del concetto di "concetto", abbiamo visto
quanto problcmatica appaia l'idea di "liberr"; ma, fin tanto che
la si mantiene, la scienza libera, l'esperienza no. l premi Nobel
o le medaglie Ficlds non si attribuiscono a caso; nemmeno i No-
bel per la letteratura. Mentre non si conferisce a nessuno un pre-
mio per essersi ricevuto un manone in cesta, a meno che si sia
offerto volontariamente come cavia per un esperimento; non si
premia la mela invece che Newton; e- tolti il Presidente Schre-
ber e l'uomo che scambi sua moglie per un cappello - risulta
pi facile diventare celebri come medici che non come pazienti.
Ora, la libert non alcunch di naturale; anzi, pare necessario
postulare che sia trascendente. Poniamo che uno scienziato rie-
sca a dimostrare che non esiste la libert giacch le particelle ele-
mentari si muovono in modo necessario. i! cenameme una
grande scoperta, gli danno il Nobel, ma devono anche toglier-
glielo: se la libert non esiste, non se lo meritava. Poniamo ora
che un aluo scienziato riesca a dimostrare che, invece, esiste la li-
berr giacch le particelle elementari si muovono in modo casua-
le. La scoperta ancora pi grande, gli danno il Nobel, ma devo-
no anche toglierglielo: la scoperta stata casuale, non se lo meri-
cava. La sola via per cavarsela sostenere che l'oggetto della sco-
perta, sia esso la necessit o la libert, non interferisce diretta
mente sullo scopri core, o meglio, agisce per vie talmente tortuo-
se da risultare imperscrutabili. Tuttavia l'argomento vale per la
necessit e non per la libert, e cosl il teorico della I:J.ecessit ap
parirebbe come un mezzo impostore, e quello del caso come un
miracolaco. Comunque, parlare di "scienza" vuoi dire semplice
mente indicare non una conoscenza, giacch si vedono cani che
vanno a cuccia c cavalli che tornano alla scuderia dopo aver di-
sarcionato il cavaliere, bensl un sapere condivisibile, comunica-
bile e liberamente emendabile, che poi pressappoco quello che
si esercita nelle universit, e in nome di una ricerca che pu an
che risultare disinteressata. Che possa non esserlo, in moltissime
occasioni, non un argomento, non apparendo implausibile che
si studi disinteressatamente la struttura della materia, laddove ri-
sulta poco probabile che ci si dedichi disinteressatamente alla fi.
ISO
CHE COSA SI PROVA A ESSERE li:\'A CIABATTA
nanza: e quando lo si fa, il segno di un approccio scientifico. Se
tuttavia non siamo liberi, se per ipotesi siamo rotelle di un gran-
de meccanismo, allora anche Newton ha scoperto le sue leggi per
necessit, esattamente come un meteorite si schianta sulla Luna:
e allora potremmo soltanto dire che quello che a noi pare scienza
in realt non lo , essendo natura. E, in rapporto alla falsificabi-
lit, il tema della libert andrebbe svolto cos: solo ci che libe-
ro pu sbagliare, una pietra che cade in testa a un tizio non sba-
glia, sbagliano quelli dei cavalcavia: sbagliano, in senso teoretico,
se non centrano il bersaglio, e in senso pratico se lo centrano. Il
discorso, in ultima istanza, suonerebbe: se vogliamo che una
scienza sia possibile, allora dobbiamo ipotizzare che si dia una
sfera di concetti emendabili in un progresso idealmente infinito.
Una conseguenza pu essere interessante: se la libert non
estrinseca alla scienza, ma ne parte costitutiva, la scienza, diver-
samente dall'esperienza, un costrutto puramente ipotetico,
giacch non sappiamo se esista qualcosa come la "libert"; si pu
benissimo credere di fare scienza, e non farla, cos come potreb-
be benissimo non esserci mai stata scienza, per sarebbe insensa-
to pretendere che non ci sia mai stata, sulla faccia della Terra,
una esperienza. Per negare poi che ci sia mai stata una sensazio-
ne, necessario tirare in ballo un Malin Gnie.
Infinito. Quando, nell'esperienza, vedo un gatto non penso
che sono io che lo sto vedendo, n mi chiedo subito, nel vederlo,
se lo vedo davvero e se proprio un gatto, diversamente che nel-
la riflessione e nella comunicazione: "ho visto un gatto", "mi
sembrato di vedere un gatto", " proprio un gatto!" ecc. Invece la
scienza concepisce il presente solo come l'esito di assunzioni pas-
sare che si orienta verso un futuro illimitato implicito in ogni
singolo momento dell'indagine, cosl da renderlo intimamente
relativo e costantemente sottoponibile a ulteriori falsificazioni.
Si liberi di andare a lezione di fisica, di giocare a bigliardo, op-
pure di giocare a testa o croce: nel primo caso, si verifica un pro-
gresso vircualmente infinito; nel secondo, un progresso finito;
nel terzo, nessun progresso, non essendosi mai visto il campione
del mondo di testa o croce: la differenza tutta Il. La scienza
una attivit che ha per scopo la trasformazione del soggettivo e
occasionale nell'oggettivo e nel necessario, presto o tardi, e sia
151
:-.11\UitlZIO ~ E R R A R I S
pure in un tempo infinito. Tipicamente, l'idea di Husser1
39
che
il soggettivo e l'occasionale non diventer mai in tutto c per tut-
to oggettivo e necessario; ma che, di diritto, necessario assume-
re la prospettiva releologica, per non porre limiti alla infinit del-
la ragione. Ora, non difficile vedere che un simile assunto non
presenta alcunch di implausibile in epistemologia. Tuttavia, tra-
sponiamolo nella vita: il mondo traboccherebbe di persone che
non sanno quello che fanno n quello che dicono, giacch ogni
loro azione o asserzione costituirebbe il gradino di una scala infi-
nita. E poi rrasportiamolo nella percezione: ci muoveremmo in
un mondo di false apparenze, rispetto alle quali la caverna di
Platone rappresenterebbe un miracolo di stabilit. Articoliamo il
contrasto.
l. Prospettivismo e interosservazione. Avrebbe senso dire che
vedo un muro in assoluto? t ovvio che lo vedo solo da un lato,
oppure dall'altro, e difficilmente in tutta la sua estensione. Per
anche chiaro che ci avviene proprio perch un muro vero e
non una proiezione piana, sicch parzialit e realt coincidono,
laddovc una verit parziale non mai una verit soddisfacente, e
una mena verir ci che pianamenre si definisce come una bu-
gia. Come il prospenivismo non nasceva inizialmente come rela-
rivismo (che si veda una citt in diverse prospettive dimostra che
c'; che il leno dell'artigiano- diversamente da quello del pino-
re- presenti pi di un aspetto, argomento di realt e non di ir-
realt), cos il fano che uomini con immagini del mondo tanto
eterogenee, con culture e istruzioni discordanti, e anche con sen-
si diversi (ai diabetici manca l'olfatto, e poi ci sono i sordi e i cie-
chi, ma appunto ci sono anche i calvi e quelli che hanno un seS[o
senso, ossia sono molto intuitivi) si riconoscano come apparte-
nenti a un mondo condiviso, costituisce un buon motivo per
pensare che c' un mondo, indipendentemente dai nostri sensi e
dalle nostre idee o scienze. I.:argomento si pu estendere anche
alla interosservazione: se davvero ogni prospettiva costituisse una
singolarit irriducibile, non si capisce perch le persone possano
correggersi a vicenda e integrare le loro osservazioni su un qual-
che oggetto, n perch riesca cosl facile, per mostrare a qualcuno
qualcosa che vediamo solo dal punto in cui guardiamo, invitarlo
a venire al nostro posto. Che poi su l 00 osservatori solo 80 ve-
dano un fenomeno, pu essere un fondato morivo di scetticismo
!52
CHE COSA SI PROVA A ESSERE UNA CIABATfA
epistemologico, ma non vale pi di tanto in antologia: un giudi-
ce concluderebbe che il fenomeno ha avuto luogo.
2. Infinit. Da un punto di vista epistemologico, si pu benis-
simo sostenere che non finiremo mai di procedere nell'analisi su-
baromica di una penna bic; per pretendere che la biro, sia pure
variando considerevolmente le condizioni di osservazione, pu
essere descritta in infiniti modi anche a livello fenomenico, non
sta n in cielo n in Terra. Inoltre, se vero che non sapr mai se
chi mi sta di fronte sia sincero o meno- anche perch, in ultima
istanza, potrebbe non saperlo neanche lui: individuum est ineffa-
bile-, resta che quando gli chiedo di passarmi quella bic lui ca-
pisce benissimo, e la sua comprensione non mi appare miracolo-
sa. Ora, non c' niente di scandaloso nel sostenere che la scienza
costituisce un processo infinito, ma nell'esperienza l'interpretare
ha un inizio, una soglia inferiore (la percezione o il seguire una re-
gola) e un termine, una soglia superiore (la decisione), e la roccia
incontrata l'ontologia, che tale proprio per il limite che ci op-
pone. Del pari, si banono continuamente record dei 100 metri,
ma questione di frazioni di secondo, non bisogna assumereste-
roidi e anabolizzanti, cio occorre rispettare le caratteristiche del-
la specie, e c' da chiedersi quando finir il progresso (sicura-
mente nessuno batter il record dei 300.000 chilometri al secon-
do), o se, alla lunga, non ci si stancher. In ogni caso, la frase
"queS[a manina avrei potuto coprire correndo lo spazio di due
miglia in cinque minuti" assurdaoggicosl come lo era nell912,
quando Moore la formul per indicare il caso-tipo di cosa im-
possibile. Del pari, che si possano costruire computer sempre pi
piccoli trova un limite obiettivo non nella miniaturizzabilir dei
chips, bens nella non-miniaturizzabilir delle mani. Nella fisica
e nella biologia le cose vanno altrimenti, nella matematica c' una
inflazione di teoremi, e in generale non sembra di principio le-
ginimo porre un limite alla infinit della ragione.
3. Incompletezza. I..:infinit per una cosa diversa daJI'in-
complerezza, n questa gi "relativit". Di nuovo, il prospeni-
vismo sostiene che possiamo vedere una cosa souo pi profili e
da vari punti di vista, e che dunque, nella maggior parte dei casi,
ogni sua singola presentazione risulta parziale. Il che non preclu-
de un rapporto con l'oggetto, potendosi urtare contro un tavolo
senza vederne l'altro lato, n meno che mai comporta che il sem-
!53
MAURJZlO FERRARJS
plice rapporto con l'esterno risuld sufficiente, giacch si pu gui-
dare l'automobile senza conoscerne in dettaglio n i pezzi inter-
ni, n il funzionamento. I fenomeni risultano incompleti perch
le cose sono piene di minuti particolari, lati nascosti, ingranaggi
nascosti; ma, allora, non vale nemmeno la pena di parlare di "fe-
nomeni", precisamente perch non si capisce che cosa possa es-
serci oltre a essi.
4. Apertura. Ancora una precisazione. Si potrebbe a giusto tito-
lo osservare che l'infinito non esiste, trattandosi di un conceno-li-
mite utilissimo in matematica, giacch omogeneizza e semplifica i
calcoli, e nondimeno totalmeme adiaforo al di fuori di un conte-
sto formale; ne seguirebbe che l'emendabilit, come carattere del-
la scienza, non pu essere infinita, ma risulta anch'essa indefinita
o aperta, sicch la differenza tra infinito e indefiniw con cui cerco
di dettagliare la distinzione tra scienza ed esperienza perde valore.
Tuttavia, si ammetter che- in una taglia ecologica o mesoscopica
-la scienza appare talmente pi lunga dell'esperienza da non ave-
re una comune misura, risultando cos infinita. Dal punto di vista
delle comodit dell'utente, sebbene non da quello del suo assetto
patrimoniale, comprare una casa o affittarla per cento anni, come
spesso avviene in Inghilterra, si equivalgono; e l'uso, evocato nella
Turandot, di sposarsi solo per mille anni, non un segno di parti-
colare incostanza dei giapponesi, ed equivale alla formula "sino a
che morte non vi separi". Nessuno prenderebbe sul serio l'osser-
vazione secondo cui, dal punto di vista logico, l'impegno giappo-
nese risulta pi forte dell'occidentale, giacch non si mai visto
nessuno che morisse a mille anni, mentre a tutt'oggi non prova-
to che un uomo non possa essere immortale. E dal punto di vista
epistemologico i due contratti si equivalgono, soggiacendo en-
trambi al carattere aperto della induzione.
Teleologia. C' una ulteriore delimitazione: la scienza deve, in
ultima analisi, fare i comi con l'esperienza, anche se il punto non
sempre chiarissimo. Proprio in quanto empiristi, gli scienziati
non vanno in un laboratorio come due scimmie si spulciano allo
zoo o un greco sgrana il rosario: hanno cose da cercare, e quello
che trovano lo cercano d'accordo con uno schema concettuale,
di modo che l'esperienza viene naturalmente considerata come
la preistoria della scienza. Qui c' per un crampo concettuale,
!54
CHF. COSA 5/I'ROVA A ESSERE UNA CIABATTA
giacch l'esperienza a cos(ituirc la releologia della scienza, la
quale, di per s, appare tcleologica in maniera non accidentale,
bensl necessaria. Nel suo progresso infinito, la scienza ha sempre
di mira il mondo, cd in vista del mondo che emenda i propri
concetti: banalmeme, deve sussistere, sia pure in forma pura-
mente ideale, la possibilit di confrontare le teorie con qualcosa;
che poi il riscontro possa risultare uha idea kantiana, e che pre-
tendere di averlo sottomano equivalga a presentarsi a Fort Knox
esigendo la contropartita in oro di una banconota da 20 dollari,
non cambia nulla. Posso misurare i segmenti della Miiller-Lyer, c
constatare che, malgrado le apparenze, sono lunghi uguale; ma la
verifica, svolta con il metro alla mano, non mentale: vedo - e
non semplicemente penso- che i due segmenti sono lunghi en-
mmbi, poniamo, IO centimetri. Soprattutto, la possibilit di
descrivere un mondo o come un insieme di cose indipendente o
come un sistema di fatti costituiti non giustifica un salomonico
bilanciamento delle alternative: anzi, d ragione al realista inge-
nuo, giacch posso descrivere un albero come un ricordo d'in-
fanzia, come un pregiudizio, come una costruzione dei miei sen-
si o dei miei concerti, tuttavia l'albero resta l, e se qualcuno lo
nega non gli crediamo, poich conoscere o credere di conoscere
la causa e la genesi non interferisce sull'osservato.
Ecco dunque il nocciolo mctaflosofco della deflazione sin qui
proposta. Arreso che appaia del tutto namrale che se uno si iscrive
alla scuola ufficiali per diventare sonotenente, e poi colonnello e
generale, altrettanto naturale che suonerebbe srrano pretendere
che chi invece si iscrive a un dottorato, oppure va in convento co-
me novizio o giardiniere o filosofo deluso dal Tractatus, oppure
entra in una azienda o in magistratura, lo fa per diventare genera-
le. Sotto il profilo del finito e dell'infinito, pare abbastanza owio
che la scienza, per definizione, non ha fine, mentre l'esperienza s;
tra scienza ed esperienza c' poi il dominio della tecnica, che s
perfetti bile, almeno sino a un certo punto: non si modifica il filo
per ragliare il burro, n si pu ipotizzare una infinita perfettibilit
nell'allacciarsi le scarpe. E certe tecniche, come l'astrologia, non si
giustificano facendo appello a un progresso infinito, bens a una
tradizione immemorabile di cui permarrebbero le tracce: l'astro-
logia babilonese non sembra pi arretrata della nostra, e infatti
non pare lecito parlare di "scienza", n si tratta esclusivamente di
155
l\1AURJZlO FERRARIS
un deprezzamento, giacch anche l'arte babilonese non appare
peggiore della nostra, l'arte amica in generale non reputata infe-
riore alla moderna, l'introduzione della prospettiva ha accresciuto
la verosimiglianza delle rappresentazioni ma non l'artisticit dei
dipinti. e viceversa il modo in cui nel rito venuta meno la comu-
nione sotto le due specie risulta considerevolmente diverso da co-
me si abbandonata la frenologia o lo pneumotorace. Del pari,
dai vent'anni in su, difficilmente saremmo disposti a dire che sia-
mo capaci di farci il nodo alla cravatta in modo apprezzabilmente
migliore che dieci anni prima, e in moltissimi casi non si inclini
a generalizzare lo schema della perfettibilit a svariati ambiti di
esperienza tutt'altro che impalpabili: si rimpiangono le nevi di
una volta, le osterie di una volta, il pane di una volta, mentre risul-
ta relativamente infrequente trovare chi rimpianga i computer di
cinque anni fa.
Cos, la seconda natura, in un modo pi esatto e circoscritto
all'epistemologia, ha una origine storica: c' un momento in cui
sorta, dunque non solo si anche dato un momento in cui non
c'era, ma ci sarebbero (c ci sono) uomini che non l'hanno cono-
sciuta per molto tempo; altri che ne sono ancora - cio, per il
momento, in questa fase di un divenire teleologico - esclusi,
giacch a run'oggi, in quella che ci appare tanto ovviamente l'era
di Internet e dei telefonini, 1'80% della popolazione mondiale
non ha il telefono; altri che sanno solo approssimativamente co-
s'; altri ancora che la conoscono benissimo, ma nella maggior
parte dci casi non se ne servono. Ora, saremmo disposti a dire
che gli altri, zingari, endogami o bramini o senza casta, ma an-
che inglesi che non conoscono Locke o tedeschi che non sanno
nulla di Einstein, e poi ancora Locke e Einstein quando non stu
diavano, sono semplicc=mente nell'errore, non sanno quello che
fanno o quello che dicono? A maggior ragione, sarebbe difficile
sostenere che quando gli indiani e i cinesi (che per Husserl sono
solo un momento laterale e secondario rispetto all'idea di epitu-
me) vedono un colore, preparano un cibo o commentano un te
sco, stanno semplicemente abbozzando il canovaccio di una ve-
rit serina altrove, e in realt neanche in Europa, giacch qui ha
luogo solo l'origine e lo sviluppo di un progetto che trae la pro-
pria idea di totalit solo dal concepirsi come infinito? Se vicever-
sa si considera la nozione di "cultura" in maniera pi determina-
!56
CHE COSA Si PROVA A ESSERE UNA CIABATIA
ta, vale a dire come scienza e filosofia europea, allora anche tra gli
scienziati non ci sarebbe, nel 99% della loro esperienza, nience
pi che natura e abitudine. Vale anche la reciproca: se si assume
la nozione di "seconda natura" in un senso troppo esteso, come
ogni tipo di capitalizzazione, deliberata o meno, dell'esperienza,
anche i corvi che alla lunga non temono pi gli spaventapasseri
ne sarebbero dotati.
E ora, effettuata la riduzione di schemi, concetti e scienza,
niamo aH' esperienza.
Esperienza
Ecologia e mesoJcopia. La sfera dell'esperienza

il
che definisce l'ambito della antologia non in positivo, bens in
gativo; quanto dire che l'ontologia non la natura, ma ci che po
ne un limite e una fine alla tecnica c alla scienza. Gi nel
to, un parroco svevo,Johann Christian Oetinger, aveva criticato il
microscopio e la pretesa aleatoriet delle qualit secondarie: il suo
argomemo era che se Dio avesse voluto che vedessimo i
nismi, ci avrebbe provvisti lui di sensori appropriati; e che era
surdo pretendere, con Leibniz, che Dio non veda i colori: li vede
da Dio. Non como di riesumare vecchie apologetiche (se non
tro perch abusano di un argomento trascendentale: abbiamo i
sensi strutturati cosl e cos perch dobbiamo averceli cos e cos);
vorrei piuttosto portare l' anenzione sulla circostanza per cui la
glia ecologica e mesoscopica, che evolve ben pi lentamente deUe
nostre scienze e tecniche, si fa carico della definizione del concetto
medio di realt. In altri termini, non questione di poswlare un
livello naturale delle funzioni umane, n di delegittimare ogni
protesi, dal computer al telefonino. Si tratta piuttosto di
rare che se certe protesi si sono imposte pi di altre, che esistevano
da tempo, perch la vita umana, quale sino a oggi l'abbiamo
nosciuta, risulta maggiormente compatibile con gli occhiali e con
i relefonini che non con i microscopi o con i telescopi. Per quale
motivo, tuttavia, sembra relativamente difficile da accettare l'idea
che usare un telefonino risulti qualitativamente diverso dal guar
dare il cielo con un telescopio? La nostra esperienza intrisa di
tecnica: abbiamo continuamente a che fare non solo con compu
!57
ter, aerei e ascensori, ma pure con bastoni, coltelli e ruote; e la tec-
nica, proprio come la scienza, appare linguistica, storica, libera,
emendabile, infinita. Ma appare soltanto: il filo per tagliare il bur-
ro e la ruota non evolvono. A evolvere sono altre parti, per esem-
pio i criteri di tutela dell'ambiente; per non parlare del conserva-
torismo della sensibilit: "acuire i sensi" diverso- anzitutto per-
ch risulta assai pi vincolato - da "emendare i concetti" e da
"cambiare i paradigmi".
l. Strumenti. Per illustrarlo in breve, pu tornare utile una ta-
bella, che articoli una considerazione elementare: c' una diffe-
renza cruciale tra il mettersi gli occhiali o le lenti a contatto e
montarsi un telescopio o un microscopio sull'occhio. Gli occhia-
li- anche quelli da sole, purch usati in una giornata luminosa o
sono i riflettori-, cosl come le lenti a contatto, ripristinano una
funzione necessaria per un essere umano nel suo mondo. Gli al-
tri servono agli scienziati e nuocciono fuori della biblioteca o del
laboratorio: provate a guidare con un microscopio sull'occhio; e
soprarcuno provate a comportarvi identificando il mondo con
gli schemi concettuali che ne avete. Viceversa, fate l'esperimento
di prendere un caff con un pigmeo, di andare in vacanza con
uno hopi, di guardare una partita di calcio con un eschimese; a
parer mio, non cambia pi di ranco, mentre se la tesi della azione
degli schemi concettuali sul mondo fosse vera, si spalanchereb-
bero abissi, e forse sarebbe una impresa disperata. Come prova
del nove, mettetevi a parlare di cosmologia con un pigmeo, con
uno hopi e con un eschimese, con il vostro giornalaio e con un
cosmologo di professione: ne sentirete delle belle.
Cosl, ci sono strumenti omologici, adibiti all'esperienza e alla
sua protesi nella tecnica, e strumenti epistemologici, utili solo
per la scienza.
!58
CHE COSA SI PROVA A ESSERE UNA CIABATIA
Tavola 7. Strumemi antologici e strumemi epistemologici
Esperienza Occhi Non accrescono una funzione,
ma correggono una
disfunzione rispeHo
aunasseHoambicntalc
Tecnica
Scienza
Occhialidavim
Occhiali da sole
Cannocchiali
Binocoli da marina
Non ripristinano una funzione
naturale(tranneforsei binocoli
Binocoli da teatro da teatro), per non promettono
Lenti da ingrandimento un progresso infinito. Fanno
Monocoli da gioiellieri ancora vedere ci che ci sarebbe
accessibile ecologicamente da un
altropumodi osservazione.
Dunque, non visualizzano
Microscopi
Telescopi
Nonservonoaniente
nell'ambiemc, dunque non
ripristinano una funzione.
Servono allo sviluppo di una
conoscenza infinita.
Visualizzano
A questa tabella si potrebbe obiettare: se l'omologia chiamata
a dire quello che c', allora l'impostazione che suggerisci va
simo, costretta com' a negare l'esistenza di cose che invece sap-
piamo benissimo che ci sono, come i quark o anche solo tutto ci
che attualmente non percepiamo; o ad affermare l'esistenza di co-
se che sappiamo benissimo che non ci sono, come stelle esplose da
milioni di anni, so rei verdi nel delirium tremens e simili.
2. Oggetti. Tuttavia, si consideri che le discontinuit qualitative
proprie della scala antologica non appaiono interessanti - e in
qualche modo risultano inaccessibili- dal puma di vista della fisi-
ca semplicemente perch non giocano un ruolo importante nella
struttura causale del mondo indipendememente dal loro
vemo nella percezione. Sono un modo di delinearsi della realt
sica che diviene rilevante solo in relazione all'attivit di un
minato sistema percettivo, per non dipendono in alcun modo
!59
dalle nostre percezioni o credenze n, a fortiori, dai nostri linguag-
gi o teorie. il senso della inemendabilit, e la definizione della ta-
glia della antologia, da cui discendono oggetti antologici e oggetti
epistt!mologici, come nella tavola seguente.
Tavola 8. Oggetti antologici e oggetti epistemologici
-l Epincmologia Charms,quark,atomi,
molecole, C-fibre e reazioni
enzimatiche
Bordcrline Virus, acari, inconscio
Ontologia Tavoli, sedie, montagne,
PO!.turmc, nervoso,scouarsi,
2+2=4,meui,chilomeui,
minuti, giorni, suoni tra i 20 e i
16.000 Hz
Bordcrline Venero:
,,
Epistemologia Galassia
La taglia antologica riguarda una dimensione di oggetti che
non risultano n troppo grandi n troppo piccoli, e che si com-
misurano con la portata dei nostri sensi in condizioni ecologiche
e con la durata media della vita umana. Vorrei sottolineare che
non costituisce n un dominio marginale, n un campo banale,
sia in negativo, sia in positivo: in negativo, non c' una sola criti-
ca all'eliminarivismo o al riduzionismo che non faccia appello,
sia pure implicitamente, a una dimensione mesoscopica; in posi-
tivo, non c' una sola decisione giuridica, n di giustizia in gene-
re, che possa prescindere dalla sfera della antologia, sia pure in
veste di psicologia popolare. Tuttavia, mi si potrebbe opporre: in
questo modo, la differenza tra antologia ed epistemologia dipen-
derebbe da soglie di percezione (non forse quello che hai appe-
na mostrato con la tabella sulla caglia della antologia?), tali che i
metri e i chilometri, i giorni e gli anni, riguarderebbero l'antolo-
gia, mentre le distanze cosmiche o le dimensioni microscopiche,
cos come i tempi geologici, riguarderebbero l'epistemologia, al
punto che gi un acaro costituirebbe un oggetto epistemologico
160
CHE COSA SI PROVA A ESSERE UNA CIABATTA
e non antologico. E, infine, la connessione fra l'antologia e l'e
cologia non offrirebbe che una riedizione del pragmatismo, in
base al quale- contro ogni evidenza -le cose esistono solo per i
nostri bisogni e scopi; di modo che, per un giro un po' pi !un
go, si assisterebbe a una identificazione tra antologia ed episte
mologia, nella quale, semplicemente, le cose dipenderebbero
non dalla scienza bens dalla tecnica, e il mondo non apparter
rebbe solo all'uomo, ma - con un tocco di liberalismo in pi -
anche a qualche animale con una taglia compatibile con l'uomo.
Tuttavia, non ho mai detto (almeno q u i ) ~
1
che l'antologia sia la
fisica ingenua. Poich la fisica ingenua non ci dice la verit delle
cose, limitandosi a fornirci un potente strumento per falsificare
l'idea di una identit archeologica tra scienza cd esperienza, non
ci fornisce un resoconto della antologia, ma indica lo strato in
cui hanno luogo le assunzioni antologiche. In secondo luogo, se
c' un equivoco possibile, riguarda piuttosto l'ecologia, che sem
bra definire positivameme un ambiente da idemificarsi con l'an
tologia. Per, nella antologia si incorpora la convinzione che ci
che c' c'era prima di me e ci sar dopo di me, ci che per defin
zione non pu valere in una prospettiva ecologica, dove l'am
bieme nasce con i suoi abitanti. Ecco il limite dell'ottica ecologi
ca: ridurre l'ambiente a qualcosa di accessibile all'animale, in
luogo di pensare al mondo come ci che c' in assenza di qua
lunque animale.
3. Il mondo. Ci che si incontra in un mondo, che non un
oggetto, bens la somma di tutti gli oggetti, un piano primario
comune all'uomo, al verme e alla ciabatta, e non semplicemente
in un ambiente diverso di voha in volta secondo gli esseri che lo
popolano. Quanto risulta davvero caratteristico nell'incontrato
che lo si pu incontrare o meno (il verme non incontra il rrian
gola di Kanizsa, perch non lo vede, noi non incontriamo i pro
toni); tutravia, mentre si potranno cambiare quanto si vorr le
teorie a proposito di ci che si incontra, l'incontrato un11. volta
che lo Ji Jia incontrato, non lo si potr emendare: cos e non al
trimemi. t: proprio sulla base di un incontrato inemendabile che
si costruisce un concetto di "mondo" che trascende quello di
"ambiente", dove si pu osservare come il riferimento all'"incon
trato" non abbia un valore puramente psicologico, ecologico o
fenomenologico. Facciamoci caso: se dico "il mondo come lo co
161
MAURIZIO FERRARIS
nasco" o aJ limite "il mondo come lo incomro", posso far riferi-
mento a schemi, concettuali e sensibili; se tuttavia dico "il mon-
do come l'ho incontrato", ~
2
mi riferisco a qualcosa di diverso: aJ
mondo che c'era prima di me e che rester dopo di me, al mon-
do come era prima che lo conoscessi e come rimarr quando
smener di conoscere, fuori dai miei schemi concettuali o sensi-
bili: a quel mondo che prima della mia nascita e dopo la mia
mone, dunque fuori di qualsiasi psicologia, ecologia o fenome-
nologia, ma non senza di esse, poich la loro funzione quella di
un differenziale che fornisce una scala di livelli della realt.
Tuttavia, negare l'onnipresenza di schemi, concetti e scienza-
e, soprattutto, la loro concatenazione teleologica -, ma non lari-
levanza di strutture e capacit mentali naturali per la costituzio-
ne dell'esperienza, depone certo a favore della circostanza secon-
do cui la nostra esperienza perceniva non risulra mediata infe-
renzialmente o concercuaJmeme; ma non procura un argomento
per l'esistenza degli oggetti della nosua esperienza indipendente-
mente daJie nostre capacit mentali. b dunque necessario un
passo ulteriore per corroborare l'Argomento della Ciabatta: trac-
ciare la differenza tra verit epistemologica e realt antologica,
spiegando in che senso il realismo ingenuo non vada confuso
con l'empirismo, con la fenomenologia n con la filosofia del
linguaggio ordinario, quanto dire con atteggiamenti che intrat-
tengono, in forme sempre pi tenui, un nesso genetico tra anto-
logia ed epistemologia. Poi definir in positivo la sfera del reali-
smo ingenuo, e di Il andr al mondo esterno.
162
Seconda distinzione: verit/realt
Empirismo. Non vero che l'alternativa al trascendentalismo
l'empirismo. Sono due volti della medesima medaglia, in cui
l'argomento trascendentale funziona a pieno tirolo: per il rra-
scendentalismo, una esperienza direna non si d in nessun caso,
sicch bisogna trascrivere le teorie dell'esperienza all'imerno di
un quadro di teorie della scienza che renderanno possibile l'espe-
rienza; e se una t e . ~ i del genere, a dir poco paradossale, viene
spesso assuma senza reticenza, dipende dalla circostanza per cui
il rrascendentalismo risulta parassitario rispetto all'empirismo,
condividendone il principio di una reversibilit senza residui tra
scienza ed esperienza. Il caso di Kant paradigmatico, perch,
alla base della scelta di idemificare il reale con la fisica matemati-
ca, giaceva l'idea che il mondo sia essenzialmente contingeme,
vale a dire incapace di fornire conoscenze certe. Ora, neanche
cosl si sarebbe potuto dar fiato a un argomento radicalmente
scettico, per Kam non era del medesimo avviso: fra la certezza
al 100% e la probabilit al 99% si scaverebbe un baratro, ben
pi profondo della differenza tra la probabilit al 99% e quella
all'l%; che quest'ultimo caso appaia nettamente implausibile, e
il primo altamente probabile, non concerebbe.
Tuttavia, come sarebbe grave pretendere c ~ e per parlare si
debbano conoscere le essenze di ci cui si riferisce, e che per ma-
nifestare un dolore o usare uno strumento se ne debbano cono-
scere, con competenza fisiologica o tecnologica, cause e modi di
funzionamento, cos la vita si rivelerebbe impossibile se non po-
tessimo operare generalizzazioni induttive basate su un numero
163
MAUIUliO f-ERRARIS
anche esiguo di casi. Pretendere che non ci siano induzioni legit
rime a meno che non si sia esaminata la casistica completa, o al
meno si sia dimostrato che il contrario falso, ci consegnerebbe
alla paralisi. In effetti, procedo per induzione dicendo che l'A
driarico salato, il Baltico salato, il Caspio salato, dunque
tutti i mari sono salati; ove poi si constatasse che il Baikal non
salato, si concluderebbe che tutti i mari lo sono, tranne il Baikal,
ovvero che il Baikal non un mare. Il preteso fatto ignoto non
disturba in alcun modo l'induzione precedente. Non cos per
Kant: dall'esperienza non si pu ricavare alcuna certezza, se la
certezza che chiediamo quella che ci assicura la matematica, SU
bito, e la scienza, ma in un tempo infinito, dunque di fatto mai,
per di diritto sempre; e, per un sistema basato sulla pura espe
ricnza e insieme bisognoso di certezza geometrica, la dissoluzio-
ne scettica risulta inevitabile: siamo cerci di esistere, mentre ab-
ragione di di tutto il resto, anche del modo in
cu1 c1 auto-rappresentiamo.
Il difetto, al solito, sta nel concepire l'esperienza come il pre-
cursore della scienza, c non come una sfera autonoma, e qui si
tocca una difficolt tradizionale. L:immagine aristotelica dell'e-
spericnza,H per cui la fuga delle sensazioni, al modo di un eserc-
w in rotta, a un certo punto si arresta, come quando un soldato
smette di fuggire e rincuora i compagni, di modo che la falange
si ricompatta, omette di spiegare il punto critico: un bel mo-
mento, non si sa bene come n perch, la fuga disordinata delle
sensazioni si ferma e si riorganizza in una compagine coerente.
Tuttavia, perch mai dovrebbe farlo, se non possedesse gi una
organizzazione interna? Una simile concezione forse la cosa
meglio distribuita nel mondo, vigendo anche in rappresentazio
ni platoniche della nascita della scienza: l'immagine iniziale di
2001 odissea nello spazio, in cui- dopo che la geometria caduta
dal cielo sotto forma di monolito nero e liscio - lo scimmione
lancia in aria un osso divemato, per lui e di un tratto, una clava
che si trasforma in astronave, traduce in termini di continuit
una discontinuit di fondo. Le clave servono agli scimmioni, agli
aborigeni, a noi stessi in certe circostanze, e non rappresentano
minimamente le antenate imperfette delle astronavi, laddove le
teorie dei presocratici costituiscono i rudimentali precursori del-
la fisica contemporanea. Cosl,.Je clave e i poemi Per physeos pos-
164
CHE COSA SI PROVA A ESSERE UNA CIABAITA
sono venire assimilati solo a condizione che si concepisca l'espe-
rienza come tcleologicamente proiettata verso la scienza, con ri-
cadute pesanti, e in particolare quella di pensare che la maggior
parte dell'umanit, tolto un manipolo di scienziati di punta, non
abbia un mondo, bensl un canovaccio approssimativo di pregiu-
dizi, teorie incompiute, domine sballate, sicch la vita sarebbe la
favola incoerente raccontata da un pazzo.
Entrambe le versioni, l'aristotelica come la platonica, vanno
riviste, giacch descrivono due cose distinte: da una parte, una
dottrina della verit, dove forse possono funzionare, almeno in
teoria e secondo talune descrizioni; dall'altra, una fenomenolo-
gia della realt, dove ben difficilmente possono venir ricevute. Se
il ricompattarsi dell'esercito in fuga risulta puramente aleatorio,
e non appare invece condizionato dalla natura delle cose e delle
loro relazioni, non si capisce perch mai le nostre e altrui espe-
rienze esibirebbero una cos notevole costanza, e sopranuno per-
ch, se invece il tribunale dell'esperienza non conduce le proprie
indagini volta dopo volta, bens riesamina le credenze tutte insie-
me, possa giungere un momento in cui si decide di avviare la re-
visione. Di nuovo, per come la cosa vien messa di solito, il mo-
mento dovrebbe o non venire mai, oppure andrebbe essere ri-
messo all'arbitrio del giudice; e l'apparente auto-organizzarsi dei
dati, come quando scriviamo la nostra autobiografia o facciamo
il punto sulla situazione, possibile solo perch dobbiamo pren-
dere una decisione o formulare un verdetto su noi stessi, cio ha
luogo sotto l'impulso di una pressione che viene dal mondo
esterno. Se d'altra parte (venendo alla versione platonica) la geo-
metria cadesse dal cielo, ossia avesse inizio un giorno, per un
protogeometra, fosse Talete o chiunque altro (nella fanispecie,
uno scimmione), ma comunque per un singolo, allora neanche
per questa via risulterebbe vero che l'esperienza costituisce l'an-
tefatto della scienza, giacch solo certi scimmioni sono arrivati
alle astronavi, e gli altri si sono fermati alle clave.
Se queste descrizioni non funzionano, perch mettono la
realt all'origine della verit, mentre vero il contrario: la verit
non risulta archeologicamente fondata nella realt; teleologica-
mente ordinata verso di essa: gli astronomi non guardano pi le
stelle, per le stelle, in quanto osservabili a occhio nudo in una
notte chiara, continuano a costituire l'oggetto dell'astronomia.
165
MAURIZIO FEltRARJS
La distinzione tra fatto e diritto costituisce una norma, ma al suo
interno racchiude l'idea della possibilit di riscontrare, in un
tempo pi o meno lungo, il fatto con il diritto. La possibilit di
riscontro con la realt ostensibile e percepita dunque imma-
nente alla verit, che tuttavia non vi si identifica, giacch le espe-
rienze possono aver luogo indipendentemente dal sapere.
Chiunque faccia una scorpacciata di acciughe sotto sale la sera va
incontro alla concreta eventualit di patire sonni agitati da una
digestione difficile c dalla sete; dai tempi di Aristotele (il primo
del quale- che io sappia- sia stata tramandata l'osservazione, il
che non significa che non la si possa forse trovare in qualche pa-
piro della quarta dinastia) sono state elaborate svariate classifica-
zioni naturalistiche delle acciughe, il sale e le sue propriet sono
stati organizzati e spiegati in moltissimi modi, la fisiologia della
veglia e del sonno stata sottoposta a un gran numero di descri-
zioni scientifiche, si sono formulate tantissime teorie del sogno
ecc. Eppure, anche oggi, se prima di coricarmi mangio un barat-
tolo di acciughe sono sale, facilmente sar soggetto a sonni agi-
tati, sia che conosca lo stato attuale di iniologia, chimica e fisio-
logia, o addirinura ne conosca la storia, sia che non ne sappia
proprio nulla, magari neppure per esperienza personale (ponia-
mo che sia la prima volta che le mangio, o persino che le vedo).
Fenomenologia. Non per questo l'onrologia si identifica con la
fenomenologia, giacch parlare di "fenomeni" significa riferirsi a
ci che per definizione un momento transitorio, destinato a
trovare la sua verit altrove, mentre non si capisce per quale mo-
tivo le cose dovrebbero essere diverse da come appaiono, n per-
ch ci si debba accontentare di possedere eide nella coscienza,
quando poi si schivano automobili e moscerini e non de.
Questa l'intima debolezza della fenomenologia. Per Hus-
serl, diversamente che per il posirivismo, non si tratta di ricono-
scere l'unica realt nel mondo indagato dalle scienze della natu-
ra; e, diversamente dallo storicismo, non questione di isolare
un campo parallelo, il mondo dello spirito, da contrapporsi al
mondo fisico. piuttosto questione di indagare il reale, sia fisico
sia psichico, cercando di stabilire leggi necessarie, e superiori a
quelle delle scienze naturali, giacch queste ultime risultano s
pi esa ne di quelle storiche, la storia ripetendosi pi approssima-
!66
CHI:: COSA SI I'ROVA A ESSERE UNA CIABATTA
rivameme della natura, per si rivelano congetturali in un modo
ancora pi insidioso e decisivo. Mentre il mondo dello spirito-
non di quello di Giulio Cesare, ma di ognuno di noi quando si
osserva- appare indubitabilmente presente, quello della natura
Il fuori, ci sembra che ci sia, tuttavia non ne sappiamo niente,
sicch tuno ci che dicono le scienze naturali pouebbe risultare
radicalmente falso. Per - si potrebbe obiettare e in effetti si
obiettato - pare assurdo pretendere di conoscere datit senza
avere a che fare con l'esperienza. Se Husserl non poteva accon
sentire a una simile ovviet, perch identificava l'esperienza
con la scienza, sicch ogni riferimento a dati gli sarebbe apparso
come un cedimento di fronte alla fisica, il che lo induceva a so-
stenere che quando la conoscenza eidetica contrasta con l'cspe
rienza, bisogna correggere quest'ultima, diversamente da ci che
avviene con le leggi di natura.
Nondimeno - il mio punto fondamentale - chiaramente
non cosl: a una scienza della natura importa abbastanza poco
constatare che un quadrato di un certo colore appare, infallibil-
mente, pi chiaro o pi scuro a seconda dello sfondo su cui po-
sta; ma a chi voglia parlare delle propriet del mondo esterno
importa eccome, basti pensare a quanto decisivi siano gli acca
stamenti nel vestiario, nelle arti visive ecc. Tranne che non si avr
pi alcun motivo per parlare di "fenomeni": l'appello all'imma
nenza di coscienza che caratterizza la fenomenologia trascenden-
tale non pare corrispondere alla maniera in cui ci rapportiamo
alle cose nel mondo; e, reciprocamente, sembra assumere che
l'approccio della scienza consista in una presa diretta con la
realt, la quale, ovviamente, viene assunta come il presupposto
naturale delle nostre teorizzazioni: l'atteggiamento naturale, qui,
l'atteggiamento natura/iter scientifico. Cos, nel momento in
cui si sospende l'esistenza, si tolto un pezzo decisivo per l'onta
logia, sebbene epistemologicamente la rappresentazione possa ri
sulcare pi adeguata, giacch una carta pu tornare pi utile di
una fotografia, e quest'ultima pi maneggevole di una cosa. L'e
poch tocca il pensiero, non l'esistenza, ma allora tanto vale diri-
gersi esplicitamente verso una antologia realista.
Filosofia del linguaggio ordinario. Se il prurito questo, tutta
via, perch non riesumare la filosofia del linguaggio ordinario?
167
MAURIZIO FERRARIS
Ora, vero che in poltrona, al pomeriggio, si fanno teorie, !ad-
dove il linguaggio ordinario come la ruota o come il filo per ta-
gliare il burro, sedimentando consuetudini srrarificate in genera-
zioni e generazioni. Nondimeno, in poltrona o sul lettino si pu
anche usare il linguaggio ordinario per dire, magari anche cre-
dendoci, che la Luna fatta di formaggio, o escogitare terapie as-
surde e nocive. Il linguaggio costituisce effettivamente, in quan-
to atrivit intenzionale e concettuale, la manifestazione di una
credenza, sicch pu benissimo dar voce a una prato-scienza o a
una pseudo-scienza. Inoltre, appare instabile, soggetto com' alla
coscienza linguistica del parlante, anche nel lessico della perce-
zione, mentre un tiratore sceho non ha una esperienza visiva si-
gnificativamente diversa da un miope non grave, che vede le co-
se pi sfuocare, per non pi piccole, o lontane, di un altro colo-
re, di forma diversa ecc. E allora si ha buon gioco a obiettare che
il linguaggio naturale detiene un primato di fatto e non di dirit-
to, di modo che non pu venire considerato "sacrosanto". Cos,
vorrei prima tentare una difesa di una validit relativa del lin-
guaggio ordinario, e poi mostrare come, se la difesa possibile,
dipende essenzialmente dalla circostanza secondo cui il riferi-
mento primo di una antologia non linguistico.
l. Revisione locale e revisione globale. Barry Smith, nel quadro
di una interpretazione del mondo della vita in Husser1;
4
4 discor-
re a giusto titolo di una differenza tra revisione locale, cui l'espe-
rienza del senso comune pu venire sottoposta, e revisione glo-
bale, cui invece si sottrae per essenza. La versione concorda con
l'ipotesi che ho esposto pi sopra secondo cui il pi emendabile,
la scienza, si confronta con un meno emendabile, l'esperienza.
una variabilit periferica non delle esperienze, bensl delle creden-
ze circa le esperienze a fronte della stabilir dell'impianto generale
che le sostiene. C', nello stesso linguaggio, pi di una sfera che
non ha a che fare con la scienza: non solo l'ambito del performa-
tivo, ma anche una grande quantit di espressioni che non pos-
sono trovare una traduzione scientifica. Le streghe e gli angeli
possono essere facilmente messi fuori gioco in una prospeniva
riduzionista, ma il lessico della psicologia popolare no. C' un
senso in cui "ho male al piede", "sono triste", o anche "pa[Urnie"
e "nervoso", non pu essere trascritto in termini scientifici, non
pi di quanto "ecciterai le tue C-fibre" non traduca "ti scotterai",
168
CHE COSA SI PROVA A ESSERE UNA CIABAITA
e di quanto "Lei ha avuto una infanzia difficile", detto da un
ipotetico analista a Hitler, uni le nostre intuizioni morali fonda
mentali. Inoltre, l'epistemologia, alla quale abbiamo accesso at
traverso gli schemi concettuali, ci parla di atomi e di galassie; del
pari, si possono studiare le reazioni enzimatiche dei cervelli degli
uomini cosl come dei cani e dei cavalli. Per non si sono mai ci
rari in tribunale cani o cavalli, n atomi o galassie, cos come le
forme di psicologia ingenua che governano i nostri comporta
menti e i giudizi sui comportamenti altrui ('' stato sgarbato",
"vorrei un bicchier d'acqua") non si prestano a venir ridotte a
reazioni enzimatiche. Dunque, a questo livello, gli schemi con
cenuali della epistemologia non tengono, o intervengono solo in
circostanze speciali e problcmatiche, come quando si convocano
periti psichiatrici nei tribunali. Infine: chi mai si sognerebbe di
emendare Delitto e cauigo? Eppure ci troviamo nel linguaggio or
dinario, che nel caso della letteratura sembra capace di creare og
getci di riferimento inemendabili quanto le case e i tavoli, dun
que di allargare l'antologia.
2. Le streghe possono tornare. C' un secondo argomento: dav
vero le streghe non possono tornare? In fondo, la critica dellin
guaggio ordinario poggia sull'assunto che la percezione, e illin
guaggio che si forma sulla sua base, sia contingente, mentre la
scienza definitiva; laddove non difficile vedere che vero, al
meno in moltissimi casi, il contrario. Storicamente, facile da
constatare. La scienza non ha accresciuto la certezza, ma lo scet
ticismo, non per ragioni contingenti, bens per morivi imma
nemi al concetto di "scienza" come ricerca infinita della verit,
Oggi H
2
0, domani chiss cosa sar, c tutto quello che so che
l'acqua si pu bere, si pu ghiacciare, si pu bollire, si pu usare
per lavare o per far venire i reumatismi ecc.: tutte cose alla porta
ta di un liquido che avesse le medesime propriet dell'acqua ma
una diversa composizione molecolare; e anche le vedute sul pas
saro possono cambiare, non con la rapidit della enciclopedia so
vietica, ma quasi. Diversamente vanno le cose con l'esperienza.
Non diciamo: "Oggi una sedia, domani chiss cosa diventer",
uOggi un dito, ma verr il giorno in cui sar tutt'altro", "Oggi
oro ma potrebbe trasformarsi in piombo". Se le cose stanno in
questi termini, tuttavia, l'impianto epistemologico fallisce in
modo lampante proprio sull'esigenza di ribattere allo scettici-
169
MAURIZIO FERRARIS
smo. Fare della scienza il migliore dei paradigmi dell'esperienza,
o, pi sbrigativamente, assumere che l'esperienza non che il so-
prannome popolare della scienza, per I' appunto come dire, di
fronte all'acqua: "Oggi H
2
0, domani si vedr". Il che significa
almeno due cose: dal punto di vista della riferenza, suscita pro-
blemi che iniziano nel passato (quello che Archimede chiamava
chrysos davvero il nostro oro?), proseguono nel presente (quan-
do Pucnam dice "olmi", di che parla, visto che confessa di non
saperli distinguere dai faggi?), c si proiettano verso il futuro (che
cosa vorr dire, fra cento anni, "sclerosi a placche"?); da quello
della antologia, i problemi appaiono anche pi seri, e ridanno
fiato, loro malgrado, alla pretesa del sapere assoluto: se non so
tu no di una cosa e delle sue relazioni, se non so tutto di tutto,
come se non sapessi niente. Nondimeno, anche a scartare l'iper-
bole, che peraltro risulta immanente al discorso sulla inaffidabi-
lit della induzione, che poggia sul problema dell'infinito, resta
che uno sguardo scientifico comporta un mondo capovolto nel
quale ci che si manifesta sensibilmente apparenza, giacch la
verit risiede nei numeri, nelle molecole, negli atomi, nei quark
ecc. In altri termini, come il visitatore di una galleria d'arte si li-
miterebbe, per la teoria che vuole che l'arte sia soltanto l'appari-
re sensibile dell'idea, a vedere le vestigia o i promemoria dei con-
certi degli artisti, cos chi estendesse sistematicamente l'ipotesi
della scienza come miglior paradigma dovrebbe ammettere che
sedie e bistecche offrono solo apparenze incomplete, e in fondo
mere abbreviazioni di definizioni pi complesse, quasi che fosse-
ro modi di dire popolari o proverbi.
3. Verit processuale. Un terzo argomento dimostra come esi-
stano sfere pubbliche di esperienza in cui la fisica non vige come
miglior schema concettuale. Non parlo dei riti vodoo n del Ma-
go Orelma, bensl dei tribunali. Poniamo che una conduttura del-
l'acqua male installata provochi un allagamento al piano di sotto.
T uni ammetteranno che una infiltrazione d'acqua, e al massimo
si tratter di stabilire se la responsabilit vada addossata all'idrauli-
co, al proprietario che aveva chiuso male un rubinetto, o magari
( meno probabile, non solo alla luce di Newton, ma anche di Ari-
stotele e di Esopo) all'inquilino del piano di sotto. Chiunque do-
vesse testimoniare, direbbe: c'era dell'acqua. Immaginiamo inve-
ce che la norma secondo cui la sola verit quella della fisica ve-
170
CHE COSA SI J>ROVA A ESSERE UNA CIABATfA
nisse applicata in questo caso. Tutti direbbero "ddl'H
2
0 filtrata
al piano di sono", per non potrebbero dirlo con pari certezza,
giacch non solo non si pu escludere che si trattasse di un liquido
con tutte le apparenze fenomeniche dell'acqua, per con una
ferente composizione chimica- poniamo che fosse x:iZ, come
nelle Terre Gemelle di Putnam: si dovrebbe convocare un perito
per accertarlo-, ma soprattutto nessuno potrebbe sostenere che
l'acqua H
2
0; lo adesso, alla luce di ci che dice la scienza, ma,
sempre alla luce di ci che dice la scienza, non si pu escludere che
prima o poi la si battezzi e la si conosca in un altro modo. Cos, in
fondo, anche il perito non potrebbe veramente giurare che c'era
dell'H
2
0: dovrebbe asserire che c'era ci che allo stato attuale delle
conoscenze si chiama cos, pur non essendo escluso che uno svi
luppo ulteriore della scienza dimostri che si trattava di qualcos' al
ero. Perci accade talvolta nei tribunali che la verit venga sancita
per legge, altrimenti le prove non risulterebbero inquinate dai
stimoni e dagli imputati, bens da scienziati che, in un altro posto,
e probabilmente in un altro tempo, stanno ribattezzando le cose e
stanno formulando nuove leggi. In ahri termini, se si facesse sem
predipendere l'accertamento ultimo della realt dalla scienza, non
solo si perverrebbe a risultati paradossali, ma si emetterebbe una
cambiale destinata a non essere mai onorata, non per cattiva vo-
lont, bens, proprio al contrario, perch la ricerca non ha mai fi.
ne. ancora caratteristico che i criteri adottati nei tribunali
no spessissimo poco o nulla da spartire con l'essenza, e ben pi di
frequente riguardino la forma o la funzione: il divieto di accesso ai
motocicli vale anche, estensivamente, per veicoli che non avessero
motori a scoppio, che non usassero ruote ma cuscini, per slitte
rate da renne ecc. Insomma, il problema delle Terre Gemelle sus
sisterebbe solo per il nucleo antisofisticazioni, costituendo l'ecce
zione, non la regola: e quando si invoca che il sangue non acqua
non ci si riferisce alla chimica, bens a quello che si vede. Certo,
esiste tra gli islamici un modo strettamente nominalistico per ag
girare il divieto degli alcolici, consistente nell'astenersi dal consu
mare il vino e la birra, menzionati nel divieto, e nel bere soltanto
alcolici non menzionati, come whisky, vodka, gin, al limite
reno di Saronno. Uno potrebbe sostenere che, criticando la
schineria di chi ricorra a simili mezzucci per truffare
te (e, nella fattispecie, non Onnisciente), non ci si appoggia all'ap
171
MAURIZIO FEil.RARIS
parcnza fenomenica, c ci si appella piunosto a propriet essenzia-
li. Non credo, malgrado tu no, che si abbia a che fare con un vero
controargomento, giacch l'estensibilit del divieto ad alcolici
non citati nel Corano poggia sulla identit, facilmente rilevabile a
livello fenomenologico, dei loro effetti.
4. Nervoso, pttturnie e scuse. Si inoltre leginimamente osser-
varo45 che il sistema delle scuse costituisce un potente arsenale di
assunzioni antologiche cui si concede a torto o a ragione Una
plausibilit di fondo, e il ragionamento pu venire esteso a tutta
la sfera della "verosimiglianza". Nello scusarsi sono ammesse fra-
si come: "Lho farro senza pensarci"; ''Avevo il nervoso"; "Non lo
sapevo"; "Credevo che". E non un dettaglio, anche se bisogna
distinguere. Da una parte, ci sono scuse epistemologiche, come
tali storicamente condizionate: oggi, in un tribunale, non sono
ammesse giustificazioni come "un extraterrestre mi ha imposto
di sflani il porrafogli" (ma pu darsi che un giorno lo si ammet-
ter) o "un demone interno mi ha ingiumo di non sottrarmi al
giudizio" (ma c' stato un tempo in cui era plausibile); mentre ci
sono srati casi in cui in tribunale si invocata la teoria delle per-
sonalit multiple. D'altra parte, per, ci sono scuse ontologiche,
che fanno riferimento a un ruolo grammaticale della psicologia
popolare, risultando cos refrattarie a una revisione storica in
tempi osservabili: "Ci ho pensato bene, e poi ti ho dato un ceffo-
ne" non suona come una scusa, bens come una deliberata assun-
zione di responsabilit, cos come "Sapevo benissimo che pre-
mendo quel pulsante avrei causato una catastrofe, perci l'ho
premuto" il modo migliore per finire in galera; e una frase co-
me "Non avevo il nervoso, e cos mi sono comportato in modo
sgarbato e brutale" costituisce semplicemente una provocazione.
Certo, la strada non risulta troppo piana, giacch il mondo del-
l'esperienza un bric--brac stipato di ogni sorta di oggetti: no-
zioni di scienza penetrate nell'uso comune ("paturnie", ''Alzhei-
mer" invece che "rimbambimento"), espressioni irriducibili a
una traduzione scientifica ("paturnie", "nervoso"), teorie di senso
comune sui modi in cui ragioniamo e in cui dovremmo ragiona-
re, e infine modi di percepire il mondo, refrattari a tutto d che
sappiamo in materia. E non si tratta della stessa cosa, perch
possiamo emendare parti del senso comune, magari non il "ner-
voso" e le "paturnie", ma cerro il "rimbambimento", allo stesso
172
CHE COM SI PROVA A E-SSERE UNA CIABATIA
modo che siamo in grado di correggere le credenze intorno alla
generazione spontanea o alla caduta dei gravi, ma non possiamo
vedere la Terra rotonda, n ci riesce, nel ragionamento quotidia-
no, di far s che il modus tollens risulti alcrectamo evidente che il
modus ponens.
5. ''Mi fa male qui". Il ricorso al linguaggio ordinario non
un errore quando riguardi l'esperienza in quanto tale, bens al-
lorch pretende di formulare, fuori da una competenza ricono-
sciuta, asserzioni dotate di qualche vigore scientifico. Nel mon-
do dell'esperienza, le restrizioni legate all'essenza, in quanto
composizione interna della cosa, non godono di un corso indi-
scriminato (un como vedere se nella macchina ci sono turri i
pezzi, un altro se ci sono curti gli atomi), non pi di quanto ri-
sulti sensato, in un contesto comunicativo normale, dire: "vedo
il rredicesimo specchio del telescopio" invece che "vedo Sirio",
oppure premettere "secondo me" a ogni affermazione, compresa
la risposta alla domanda "che ora ?" Poniamo inoltre che dices-
si: "Vai a prendere quella penna che mi pare blu sul tavolo che
mi pare marrone"; di fronte a un ordine del genere, l'imerlocu-
tore sarebbe indotto a domandarsi di che cosa io stia veramente
parlando, e quale penna, di quale colore, debba cercare, su quale
tavolo; e poi se quella che pare a mc una penna sia davvero una
penna. Probabilmente l'interlocutore si chieder se sto bene. Al
solito, la pretesa di cogliere le essenze, di per s interamente le-
gittima, non procura, se trasferita in un ambito improprio, una
maggiore certezza, ma, al contrario, porta acqua al mulino del
relacivismo. Cos, e a maggior ragione, per la pretesa di rendere
irrilevante l'effetto riducendolo alla causa: mentre nel caso delle
essenze pare lecito sperare in un consenso quantomeno all'imer-
no di una cultura omogenea, in quello delle cause il dissenso pu
rivelarsi ingente anche tra gli esperti: un mal di resta pu avere
varie cause, e risulterebbe davvero imbarazzante se non potessi
dire "ho mal di testa", e fossi costretto a formulare una diagnosi.
Se, assecondando le mie ipotesi pessimistiche, dichiarassi: "Ho
un mmore al cervello", probabilmente alcuni mi risponderebbe-
ro "no, lei non ha un tumore al cervello", altri formulerebbero
diagnosi diverse; nella peggiore delle ipotesi, qualcuno mi dareb-
be ragione. Dopotutto, appare ben pi ragionevole tagliare corto
e dire "ho mal di test'. E si noti che, almeno nel caso del "tu-
173
MAUitiZIO
more al cervello", disponevo di una referenza, mentre il paziente
che va dal medico lamentando una artrite aHa coscia (suscitando
b. domanda: costui si sta riferendo a qualcosa? E, se s, a che co-
sa, giacch non si possono avere amici alla coscia?), avrebbe fatto
mille volte meglio a dire di avere male alla coscia o, meglio anco-
ra, alla gamba. Sarebbe stato perfetto indicare la parte indolenzi-
ta e dire: "Mi fa male qui".
Realismo ingenuo. Cartesio ironizzava sulla circostanza per cui
il senso comune appaia la cosa meglio ripartita nel mondo.
tavia, il senso comune risulta generaJmente adeguato ai suoi sco-
pi, non per un qualche accesso speciale alle cose, che lo porrebbe
in una posizione vantaggiosa rispetto alla scienza ( un assunto
incredibile e controinruirivo, giacch allora ci si metterebbe a far
scienza solo per imbrogliare la matassa), bensl perch risulta
logicamente adeguato. Se tuttavia il buon senso pu appoggiarsi
a quanto nudamenre percepito, risulta chiaro che una simile
sfera non appare introvabile perch o troppo rozza o troppo sot-
tile: al con erario, pubblica c stabile, vaporizzandosi solo quan-
do accede all'orizzonte di una scienza possibile. Lo stesso pu
dirsi della percezione: senza processi inferenziali, innata, velo-
ce, immediata, inevitabile, srrutturata come un tutto, e tale da
postulare che l'informazione risulti sempre sufficiente, ossia non
abbisogni di integrazioni,
46
se non altro perch non elettiva-
mente orientata alla conoscenza. Ceno possiamo qualificare il
nostro rapporto con le cose in termini di credenza (''Credevo che
l'acqua fosse fredda, e invece mi sono scortato"), ma appunto
siamo gi sul piano di una descrizione di secondp livello. Quan-
do ho awicinaro le mani alla pentola, non credevo proprio
te, avvicinavo le mani e basta; soprattutto, quando nello scolare
la pasta uno schino mi scotta la gamba, non credo che l'acqua
mi scotti, mi scotto; proprio come il pirroniano del Mariage
forc, che smene di dire "credo che mi battiate", e riceve i colpi
come effettivi e reali giacch li percepisce, non perch pensi che
siano veri (il pirroniano continua a ritenere che siano apparenti,
d'accordo con la sua teoria). Del pari, chi cammina per strada
senza pensare che la Terra rotonda non pare assimilabile a chi
asserisca la legittimit dei sacrifici umani a scopo ritua1c, e il
174
CHE COSA SI PROVA A ESSERE UNA ClABAlTA
punto decisivo: segnando una differenza tra vedere e pensare,
assicura il passaggio dal senso comune al realismo ingenuo.
Quando assumo che esistono tavoli, sedie, colori, che
stano propriet e costanze indipendentemente non dico da ci
che ne so, ma addiriuura da quanto ne penso, non mi com porro
da crascendentalista, ma non sono nemmeno intento, come
rrebbe esserlo un empirista, a verificare se simili propriet
no sufficienti per stabilire una legge. Non enuncio nemmeno
una credenza: che io sappia, nessuno si mai sognato di fondare
religioni percenologiche, dove i credenti si prosternano di fronte
a una qualche illusione ortica o si genuflettono davanti a un
!ore. Come osservava a giusto titolo Wittgensrein nella sua cri
ca a Moore, in Della certezza ma gi nelle Ricerche filosofiche, non
ha senso sostenere che un enunciato come "ho due mani"
wisce una verit; si trana piunosto di una ovviet e di una realt,
che non mette conto di essere considerata come una scienza n
come la base per un sapere, sebbene procuri la teleologia di ogni
scienza nel momento in cui deve fare i conti con il mondo. Se un
giudice islamico dispone che si tagli una mano a un ladro, non
crede per scienza che il condannato possieda almeno una mano,
giacch: "So di avere due mani" non equivale a: "So che
leone nato nell769".
47
La mano, non posso emendarla, posso
cagliarla, mentre sono in grado di correggere chi creda che
poleone sia nato nell768. Reciprocamente,
48
non ha senso ordi-
nare una birra "piccola, chiara e reale''; magari potrei dire "voglio
una vera Ceres", nel caso mi avessero dato una Corona, per
glio, anche se suona vagamente ironico (ma, lo si ammetter,
non quanto "voglio una Ceres reale"). Cos, il realismo ingenuo
non costituisce l'origine della scienza, n un "sapere di sfondo"
da cui muoverebbero le teorie, bensl ci verso cui la scienza deve
teleologicamente rivolgersi senza tuttavia sperare di poter trarre
sistematicamente dei fondamenti affidabili per le proprie teorie.
Diversamente da Moore, non mi sogno minimamente di
re tutte le cose che sono evidenti per me, mi impattano
sto le soglie che n io n voi porremmo oltrepassare: che non si
dia concordia necessaria tra il mondo incontrato e quello
to ed emendato costituisce, cosl, la roccia che oppone resistenza
agli schemi concettuali, ma non la pietra su cui si pu pensare di
edificare un castello di teorie alternative.
175
Terza distinzione: mondo interno/mondo esterno
Autonomie e antinomie. Donde il valore paradigmatico della
fisica ingenua, che mostra come il mondo copernicano non rap-
presenti necessariamente la verit del tolemaico, e come que-
st'ultimo cosdtuisca un livello di realt con cui anche il mondo
copernicano deve fare i conti; solo perci la fisica ingenua assu-
me un valore normativa rispetto alle teorie, definendosi pi co-
mc telos e come elemento di falsificazione del sapere che non co-
me strato autonomo di verit. Se la fisica ingenua assicurasse il
presupposto delle nostre teorie, dovrebbe risultare o falsa o vera:
ave fosse falsa, cadremmo nella classica situazione in cui l'espe-
rienza costituisce il triste precursore della scienza, e di n a poco ci
troveremmo a collezionare illusioni ottiche e a biasimare l'occhio
che non vede e l'orecchio che rimbomba di suoni illusori; ove
poi fosse vera, saremmo costreni a giurare sul geocentrismo, sul-
la generazione spontanea delle farfalle dalla corruzione della car-
ne, e a credere che i gravi pi pesanti scendano pi velocemente
di quelli pi leggeri, c che le ruote a raggi delle Jaguar girino al
contrario del senso di marcia del veicolo. Per la fisica ingenua
non un deposito di verit, bensl un ripostiglio di falsificazioni
della ipotesi di un continuismo tcleologico tra esperienza e
scienza. Cosl, alla filosofia c alla scienza, la fisica ingenua dice so-
lo che il telos non necessariamente nella physis. Adottando la fi-
sica ingenua come reagente, si possono trovare tre distinzioni
principali tra mondo interno e mondo esterno.
l. L'autonomia dell'estetica rispetto alla logica, vale a dire l'indi-
pendenza della percezione da schemi concettuali o, in positivo,
176
CHE COSA SI I'ROVA A ESSERE UNA CIABATTA
l'esistenza di contenuti non concettuali. Dopo aver rilevato a suo
tempo l'inconsistenza onrologica della resi secondo cui le intui-
zioni senza concetto sono cieche, mi propongo di dimostrare che
l'idea della contingenza della percezione costituisce solamente l'e-
sito della indebita trasposizione della epistemologia nella antolo-
gia, tale che la contingenza di leggi non percective tratte dalla per-
cezione viene dogmatizzata nella contingenza della percezione.
2. L'antinomia dell'estetica rispetto alla logica. Invece che trova-
re nelle costanze del mondo osservato i sostrati della logica e del-
la scienza (denunciando le presunte irregolarit come inganni
percenivi), conto di dimostrare che le imputazioni addossate alla
percezione rappresentano una iperbole dell'assunto secondo cui
percepire non sarebbe che l'oscuro antefatto del sapere; e lo si
pu capire esaminando in quali e quanti casi il pensare risulti di-
verso dal vedere. Cos}, sebbene l'appello alla antinomia possa ap-
parire ridondante, decisivo: non basta dire che gli schemi per-
cettivi sono indipendenti dagli schemi concettuali, perch poi si
potrebbe sostenere che i primi sono la preforma dei secondi,
mentre le asimmetrie tra vedere e pensare diventano rilevanti
proprio per revocare in dubbio la legittimit della releologia.
3. L'autonomia del mondo rispetto agli schemi concettuali e per-
cettivi. :t. lo scopo verso cui mi sono diretto sin dall'inizio. E conto
di dimostrare che il riconoscimento di una autonomia del mondo
non pu venirci n dalla contrapposizione immanente/trascen-
dente, n, propriamente, da un esterno contrapposto all'interno-
qualora si assumesse che si tratta di una polarit topologica -,
bensl dal riconoscimento di un esterno agli schemi concettuali e
percettivi: esterno perch essenzialmente inemendabile.
Per capire in sintesi che cosa intendo con l'appello ad autono-
mie e antinomie, prendiamo l'immagine della pagina seguente:
177
Ecco una scena commovente: un signore sui sessanta, con l'a-
ria stanca, passa in rassegna dei ragazzi in uniforme, piuttosto
malmessi anche loro. Il signore guarda i ragazzi con occhio affet-
tuoso, e ogni osservatore si commuoverebbe per quel che vede.
Se il trasporto, per, viene trattenuto, perch ogni osservatore
adulto della nostra epoca sa che il signore di mezza et Adolf
Hitler, che passa in rassegna una unir della Hiderjugend che si
schiera alla difesa di Berlino. Qui dunque (z) vediamo una perso-
na; (iz) proviamo dei sentimenti; (i) li censuriamo, in base a ci
che sappiamo di quella persona. Gi a quesro livello altamente
culturaliz.zaro assistiamo a un contrasto tra il vedere e il pensare.
Figuriamoci poi quando vediamo la Terra piana pur sapendo che
rotonda.
Autonomia dell'estetica rispetto alla logica
Critica del trascendentale. Incominciamo dalla autonomia,
che non si configura come un manifesto sensista - giacch in
moltissime occasioni posso aver ragione di dubitare dei miei sen-
178
CHE COSA SI PROVA A ESSERE UNA CIABATIA
si - bensl come il tentativo di dare scacco al trascendentale in tre
mosse: (l) roccandone il presupposto, la necessit dei concetti
per i percerri, quindi (2) mostrando la fallacia del passare dal
"puoi" al "devi" in ogni ambito dell'esperienza, e infine (3) sot-
tolineando che il mondo funziona benissimo anche senza tra-
scendentale.
l. Il presupposto. Incominciamo dalla ragione di fondo per
cui, contro ogni evidenza, si inclini a escludere che l'estetica
possa stare senza la logica, e magari a stabilire l'equivalenza, tan-
to largamente arresmta quanto fondamentalmente immotivata,
estetica = irrazionale; ossia prendiamo le mosse dall'idea della
contingenza della percezione. L ipotesi, assunta come un dogma,
sorge dalla metabm e allo ghenos che abbiamo ravvisato nell'a-
buso empiristico dell'induzione: che io non riesca a formulare
una legge universalmente valida a partire dalla induzione si am-
plifica e deforma in un argomemo contro l'affidabilit delle con-
statazioni offerreci dalla percezione; quanto dire che il carattere
solo probabile della induzione viene assimilato alla possibilit
dell'inganno percettivo. Se poi si sostiene che le intuizioni senza
concetto sono cieche, allora tra il percepire e il formulare una
legge induttiva viene a cadere qualsiasi differenza. Tuttavia, l'ar-
gomento non vale, a meno che si voglia trarre daHa percezione
qualcosa che non le compete: se accendo cento volte una lampa-
dina, la centunesima volta potrebbe non accendersi, giacch la
lampadina fulminata, come mostra la percezione, che dunque
non in alcun modo responsabile del fatto che la legge risulti
sbagliata, non avendo pn?prio niente da spartire con quella leg-
ge. Cos, la presuma contingenza della percezione solo la con-
tingenza di leggi che trascendono la percezione, basandosi sulle
inferenze non percettive che se ne possono trarre: sulla percezio-
ne, posso formulare la legge: "Quando accendo la luce, vedo i
colori, quando la spengo non li vedo", non la legge: "T une le
volte che premo l'interruttore si accende la luce". L equivoco si
basa su vari malintesi.
(a). L'aleatoriet. Laleatoriet perceniva dipenderebbe dalla
circostanza secondo cui non ci si pu bagnare due volte nello
stesso fiume, cio che le percezioni risuhano transitorie o appa-
renti tanto quanto la realt fisica cui si riferiscono. Ora, durante
la sua visita di stato in Italia nell'autunno del2000, Elisabetta II
179
MAURIZIO FERRARIS
ha preteso a Roma l'acqua minerale inglese marca "Malvern";
valle a spiegare che non ci si bagna due vohe nello stesso fiume.
Per lo pi, ci si pu benissimo bagnare due volte nello stesso fiu-
me, a meno che si sbagli fiume; ci che pu risultare significati-
vo a livello molecolare (l'acqua scorre) smette di esserlo gi a li-
vello geografico (il Po non diventa "Po-Ticino" dopo Pavia, n
"Po-Ticino-Adige" dopo Verona). Ovviamente, uno potrebbe
obiettarmi che con la sroria del fiume e dell'acqua minerale ho
speculato su un semplice gioco di parole, dal momento che per
me "stesso" fiume o "stessa" acqua indica una grana pi grossa di
quanto intenda Eraclito. Certo, ma proprio qui il problema:
"fiume" una entit geografica dotata di cene caratteristiche
macroscopiche, in cui ci si pu bagnare tutte le volte che si vuo-
le, purch ci sia; che l'acqua scorra non ne compromette l'inte-
grit antologica pi di quanto "Danubio", "Donau" e "Ister" sia-
no tre fiumi diversi.
(b). La legge. Quanto alla legge, non si considera che nell'e-
sperienza una cosa vera sino a prova contraria (del resto, il kat
poly aristotelico suppone che anche un certo numero di controe-
sempi non costituisca un argomento decisivo contro l' affidabi-
lit di una norma pratica), laddove nella scienza falsa sino all'e-
saurimento di tutte le prove contrarie. Sostenere che ogni cono-
scenza cena ed evidente, e che chi dubita non un passo pi
avanti nella ricerca della verit di chi non abbia mai dubitato,
appare cos un principio sostanzialmente immotivato da un
punto di vista antologico. Si pu legittimamente opporre che
chi ha molte figure, esempi, nozioni anche vaghe di tante cose
ecc. ne sa di pi, da un punto di vista pratico, di chi non le abbia
mai viste, purch sia consapevole che non sono cose, bensl im-
magini. Ora, ci che vago non inesistente, n risulta mera-
mente aleatorio - aleatorio pu essere il calcolo sul vago, ma
un altro discorso-; per allora la chiarezza non coincide analiti-
camente con la distinzione:
49
possiamo disporre di conoscenze
chiare ma confuse, poich non siamo in grado di riconoscere le
note caratteristiche inerenti a un colore, per esempio l'esatta in-
tensit cromatica, o, meno avventurosamente, le componenti di
un fiore rosso davanti a noi. E prima delle conoscenze chiare, ne
possediamo di oscure, che tuttavia non sono un nulla: sbatto la
testa contro qualcosa, sento un dolore sordo, ma l'ignorarne la
180
CHE COSA SJ PROVA A ESSERE UNA CJABAITA
causa non lo allevia. Ora, una epistemologia che non sia chiara e
distinta non vale granch, in buona sostanza non nemmeno
una epistemologia; ma una chiarezza indistinta pur sempre
qualcosa, quanto dire che risulta dotata di un valore antologico:
vedo il bianco a 1000 metri; un uomo a 100 metri; il figlio di
Callia a lO metri ecc.
(c). L'oggettivit. Quanto all'equivoco circa l'oggettivit, c' il
caso dei colori. In base al solo argomento che se spengo la luce
tutto diventa nero taluni hanno concluso che i colori sono con-
tingenti: quanto .dire che se in un caso il rosso e il blu appaiono
entrambi neri, allora siamo nella semplice anomia. Tuttavia, se
spengo la luce vedo sempre nero, e, quando la riaccendo i colori
riappaiono tali e quali. Al massimo, si pu affermare che c' una
dipendenza logica del colore rispetto alla estensione; tuttavia,
nulla vieta di sostenere l'inverso, ossia che non si danno estensio-
ni che non possiedano almeno un colore: in raluni casi, addirit-
tura, si preferisce usare un riferimento al colore che non un rife-
rimento alla estensione, come quando in tipografia si indica con
"nero" un carattere pi spesso, cio pi esteso. I daltonici vedono
meno colori, come noi quando guardiamo un film in bianco e
nero; nondimeno, proprio come al cinema non vediamo ora il
positivo ora il negativo, non che una volta vedano blu, poi gial-
lo, quindi grigio, giacch una azione causale pu sortire esiti per-
cettivamente diversi, e nella fattispecie semplificati, ma struttu-
ralmente costanti. Del pari, i soggetti affetti da protanopia si fer-
mano al semaforo perch accesa la luce in alto, non perch di-
scriminino il rosso, ossia riconoscono comunque delle costanti.
Si insiste alrresl sulla grana fine della percezione: non solo i dal-
tonici vedono diversamente i colori, ma anche nella norma un
medesimo colore pu essere visto come blu, azzurro o verde da
tre soggetti diversi; questa, per, la grana fine, non la soggetti-
vit, poich il giorno dopo, A continua a vedere blu, B azzurro,
C verde. Si pu infine addurre il caso delle operaie tessili che col-
gono pi sfumature di colori, e dei sommeltiers che affinano la
percezione dei sapori: ma si assume che le nuances esistano real-
mente, e che gli esperti le vedano o gustino in modo ipermetro-
pe, altrimenti non sarebbero intenditori, bens visionari. Co-
munque, che un cieco non ci veda, o che un daltonico non di-
scrimini raluni colori, non costituisce un argomento per sostene-
181
re che i colori non esistono, o che sono soggettivi, o intersogget-
rivi, o persino culturali. AJtrimenri, avrebbe senso spedire inviti
con richiesta di black tie, o riferire che qualcuno indossava una
giacca blu oppure che l'auto dell'investitore era rossa? Le leggi
dell'Apartheid si fondavano sulla possibilit di discriminare, in
modo tutto tranne che aleatorio, i bianchi dai neri, mentre risul-
terebbe malagevole discriminare chi abbia un certo gruppo san-
guigno; si gioca a scacchi e a dama e non ci si confonde sulle pe-
dine; le squadre di calcio e gli eserciti di una volta si distingueva-
no attraverso i colori, mentre quelli moderni cercano, sempre
con i colori, di mimetizzarsi con l'ambiente ecc.
2. La follada. Se nondimeno apparso cosl scontato il pas-
saggio dalle costanti percettive alle inferenze metapercetrive, di-
pende, al solito, dall'argomento trascendentale: se cosl, deve es-
sere cosl. Adesso vorrei far notare quanti e quamo grandi siano i
casi contrari, e precisamente: (a) se cos, pu anche essere altri-
menti ("in qualsiasi altro modo" o "in alcuni altri modi"); (b)
anche se cosl e non altrimenti, la legge pu non avere vigore al
di fuori dell'ambito da cui trae origine. Che poi (c) si diano casi
in cui effettivamente vige l'argomento trascendentale, non toglie
che esso non procuri un principio universalmente valido.
(a). cos ma pu anche essere altrimenti. Il grafo dei movi-
menti caotici della materia pu risultare talmente complicato da
apparire come una specie di storia, sicch il principio secondo
cui natura non fodt saltus non costituisce un dato osservuivo,
bensl un precetto, affine al presupposto deUa perfezione nella
comprensione dci testi, per definire un campo nel quale possono
presentarsi delle eccezioni. D'altra parte, pu andare non in
qualsiasi altro modo, ma in qualche altro modo. Prendiamo le
leggi gestaltiche (figura e sfondo, chiusura, direzionalit, buona
forma ecc.). Sono constatabili, n appaiono meramente soggetti-
ve- di solito non c' qualcuno che riconosca uno sfondo l dove
altri isolano una figura, e che talvolta possa succedere non costi-
tuisce una obiezione, in una sfera in cui non si cercano leggi uni-
versalmente valide -, pur risultando spesso in competizione ua
loro, e paiono del tutto astratte senza perci essere concetwali.
La circostanza che- per esempio- non si adempia regolarmente
la realizzazione delle leggi di coerenza strutturale e di pregnanza
(contro le aspettative dei gestaltisti), non equivale a dire che nel
182
CHE COSA SI PROVA A ESSERE UNA ClABAlTA
mondo ognuno vede quello che gli pare: significa, se vogliamo,
che la meteorologia risulta previsionalmente meno efficace della
fisica teorica. Inoltre, che le leggi competano le une con le altre,
non comporta che siano emendabili: l'occhio che privilegia
una soluzione in una figura bistabile, bench possa in seguito
glierne un'altra (e qui interviene il ragionamento: ad esempio,
che si sappia di dover trovare una seconda figura). C' poi un
punto anche pi importante: ci sono costanti gestaltiche, il che
non comporta che discendano da una tavola dei giudizi, n che
rendano possibile l'esperienza, n che ne derivino, tanto vero
che uno dei cavalli di battaglia della Gesta/t proprio che le sue
leggi spesso si applicano in contrasto con l'esperienza. Si avrebbe
anche torto ad asserire che una soluzione "pi giusta" dell'altra,
come viceversa si pu e si deve sempre dire dei concetti; ma che
un esito non appaia pi corretto dell'altro non comporta che
rrambi siano meramente soggettivi.
{b). E cosl e non altrimenti, ma non perch deve essere cos. Qui
la storia molto breve, e la si pu spiegare con il problema dei
nomi dei colori. Non c' nessun motivo per chiamare "blu" il
blu invece che il rosso, tranne il fatto che lo chiamiamo cos: i
Maori hanno 3.000 nomi di colori, ma non vedono tanti colori
pi di noi; non li separano dall'oggetto, con una operazione
guistica e non percettiva, come quando diciamo "salmone",
"malva", "ribes". Che poi un colore sia quello, dipende dalla sua
onda cromatica, cio sono fatti suoi.
{c). E cosl e deve essere cos. Alla fine, ed un ambiro ben
stretto, incontriamo una sfera in cui l'argomento trascendentale
calza a pennello: le bolle di sapone, i fiocchi di neve, i cristalli, le
simmetrie. Qui sembra che la natura ordisca una armonia
matica; arduo per sostenere, alla luce di una casistica del
re, che l'ottica viene corretta dalla geometria, vale a dire che ogni
fatto deve conformarsi a un diritto, se non altro perch si pu
sere o apparire in tutto e per tu no organizzati senza perci
dere alcuna ragione, cio un fine esterno; tale appunto il caso
degli organismi, sicch la biologia, in ultima istanza,
be gi dal trascendentale.
3. Il collasso. Linserimento di ci che vediamo nel nostro si-
stema di credenze il pi delle volte facilissimo e automatico: i ca-
si antinomici, come le illusioni percettive, ci svelano ralune leggi
183
che rimangono inosservate nei casi normali, per fortunatamen-
te non sono nulla pi che casi. Nell'esperienza ordinaria, vedo
una penna sul tavolo, credo che ci sia una penna sul tavolo, la
prendo se mi dicono di prenderla; penso che piova, guardo alla
finestra, e vedo qualcosa che rende vero il mio giudizio. Obbedire
a ordini, agire in maniera riflessa, comprendere un enunciato,
avere l'esperienza della realt prima della scienza, dipende da co-
mc siamo farri, c diverrebbe inspiegabile qualora la suurtura del-
l'esperienza percetriva non risultasse facilmente concenualizzabi-
le: il che non significa che sia concettuale, bens che le strunure
concettuali si radicano geneticamente e contenutisticamente nel-
l'esperienza perccniva, senza perci dipenderne in tutto e per
tutto, giacch i sensi ragionano a loro modo. Non bisogna con-
cedere un credito eccessivo all'idea che le inregrazioni siano do-
vute all'inrdligenza dei nostri sistemi perceuivi, omettendo di
considerare che, per intelligenti che siano, si troverebbero a mal-
partito in un mondo anomico, tanto quanto siamo imbarazzati
di fronte a un testo scritto in caratteri esoterici. Non vietato so-
stenere che la mente guarda sempre al di l di quanto effettiva-
mente percepito; nondimeno ci rendiamo spesso conto di quan-
do effettuiamo delle inregrazioni - che del resto non appaiono
esattamente pcrcenive- e di quando ce ne asteniamo. Di qui il
mio punto centrale: ohre alle integrazioni riuscire, si danno casi
in cui quello che vediamo non combacia con quello che pensia-
mo, o esorbita rispetto al nostro sapere attuale, il che finisce per
dare un taglio netto alla ragione ultima dell'argomento trascen-
dentale. Se cos, per, bisogna guardare con altri occhi al pro-
blema della illusione, che non si potr pi considerare come una
semplice devianza, n come un fenomeno omogeneo.
Antinomia dell'estetica rispetto alla logica
Illusioni. L inflazione delle iHusioni non generalmente moti-
vata, e parlare troppo facilmente di "apparenze" non sembra una
saggia strategia. Si pu piuttosto conferire uno statuto ontologi-
co diverso alle cose, presenti e interosservabili, ai riflessi, interos-
servabili ma dipendenti da altre cose, alle immagini postume, di-
pendenti da altre cose ma non interosservabili, e ai fosfeni, non
184
CHE COSA SI PROVA A ESSERE UNA CIABATrA
interosservabili e senza contropartite oggettive dirette o indiret
re. Prendiamo il caso dell'arcobaleno: vedo un arcobaleno, lo
mostro a un alno e lo vede; un oggetto, non un fischio nelle
orecchie, l fuori; per cammino, c resta l, come l'orizzonte,
mentre una sedia e una montagna si avvicinano. Oppure: vedo
dal finestrino di un aereo un arcobaleno. Il mio vicino no. Lar
cobaleno, per mc, reale, e propriamente non presenta alcunch
di soggettivo, "soggettivo" essendo piuttosto spaventarsi alla vista
di un topo o viceversa mangiarselo, mentre per far vedere l'arco
baleno al vicino mi basterebbe farlo sedere al mio posto. Diver
samente vanno le cose per i riflessi, che risultano interosservabili,
ma il cui statuto non quello dell'arcobaleno, bens di un'cm
bra, dipendendo da qualcosa di consistente e riscontrabile a li
vello fenomenico. In particolare, se il riflesso ben definito (po
niamo, l'immagine aUo specchio), allora quasi ce ne dimenti
chiamo, per concludere che la cosa vera l fuori, con tutto che
uno specchio pu oggettivamente aumentare la luminosit di
una stanza. Ancora altrimenti vanno le cose per i fosfeni e per le
immagini postume, che non sono interosservabili e sono presen
ci nello spazio, ma non si incontrano nello spazio. Il fosfene,
inoltre, non una specie di ricordo, mentre - come ho suggerito
pi sopra -l'immagine postuma lo . Svolta questa precisazione,
vero che si pu parlare di "illusione" in molti modi, e in parti
colare rispetto a ci che si sa e a ci che si pensa. Non la stessa
cosa, e conviene distinguere.
l. 1//usioni' intrateoriche. Si danno casi in cui l'apparenza ri
suha tale solo alla luce di una teoria: ci che si presenta in realt
diverso da quanto ci attestano i sensi. Tuttavia, dire "in realt" si
gnifica soltanto sostenere che c' una teoria scientifica che pu
spiegare le cose in un altro modo. Dunque, abbiamo a che fare
con qualcosa che vero per la percezione e falso per l'interpreta-
zione, come nel caso dell'eliocentrismo: a me pare che il Sole gi-
ri intorno alla Terra, per la cosmologia dimostra che vero il
contrario. Tuttavia, posso vivere una vita intera muovendo da
ipO[esi geocenrriche, e non cambier niente, tranne esperienze
marginali come i viaggi in aereo, sicch geocentrismo e eliocen
crisma sono mere teorie, esattamente come il monofisismo, rran
ne che possono venire verificare attraverso una accessibilit fisica
amplificata. La verifica, per, si svolger generalmente su una
185
MAURIZIO FERRARIS
scala distantissima da quella dell'ambiente in cui mi trovo, e,
dunque, non appare cos cruciale. Si potr sempre opporre che
meglio sostenere che la Terra a girare intorno al Sole, ed leci-
to: ramo, non costa niente e non cambia niente; e, in pi, an-
che vero. In alni casi, per, abbracciare la versione epistemologi-
ca pouebbe suscitare dei problemi. Prendiamo ancora la tesi se-
condo cui la Terra appare piana, ma in realt rotonda. Si no-
ter che, malgrado una simile assunzione, generalmente condivi-
sa, un grandissimo numero di comportamenti risulta- del tutto
motivatamente- orientato dalla assunzione secondo cui in realt
la Terra piatta: nessuno costruisce le case con la cantina lievissi-
mamente incurvata, non si organizzano convegni per stabilire se
in Nuova Zelanda siano davvero a testa in gi, si adopera la bol-
la d'aria. Quello della Terra piatta, cosl, costituisce un livello di
realt difficilmente assimilabile a una illusione, rivelandosi soli-
do e inrerosservabile; e per capire che in realt la Terra rotonda,
mi occorre una teoria, che mi poni a estendere la sfera del mio
ambienre, per esempio, cercando di andare in India seguendo
- una rotta occidentale, poich l'osservazione, anche attenta, ma
condotta su scala ambientale, non mi porta a concludere qualco-
sa del genere.
2. 1/lusioni' ecologiche. Si danno invece verifiche perfettamen-
te attuabili a livello ecologico. Prendiamo il caso di un completo
di velluto che alla luce artificiale sembra beige, e alla luce natura-
le salmone. Qui, in prima battuta, si pu semplicemente soste-
nere che, diversamente da ci che avviene per il vestito dell'im-
peratore, il vestito reale, laddove i due colori rappresentano
rendimenti percettivi dipendenti dalla luce. Ecologicamente, pa-
re pi vero il salmone a luce naturale; ma se si vivesse sempre
con una illuminazione artificiale? Siamo comunque portati a ri-
tenere che il vero colore, purtroppo, sia il salmone, non trattan-
dosi di una teoria, bensl di un fatto constatabile in una scala per
noi fisicamente accessibilissima: usciamo all'aperto, e il vestito
appare senza ombra di dubbio salmone, e qualora decidessimo di
indossarlo solo al chiuso proveremmo una specie di imbarazzo,
come se ci fossimo limi i capelli. Perci, nessuno sosterrebbe che
un trompe l'ceil reale, come viceversa successe a Moore, duran-
te una conferenza, quando mostr una finestra che era solo di-
pinta, al fondo dell'aula, e disse, non avendo potuto accertarsi da
!86
CHE COSA SI PROVA A ESSERE UNA CIARAlTA
vicino della cosa: "Nessuno dubiterebbe del farro che l d sia una
finestra": lo statuto ontologico del trompe l'ceil esattamente
quello di un quadro o di una fotografia. Qui abbiamo a che fare
con qualcosa che illude solo se manteniamo un unico angolo di
visione, laddove la nostra percezione dell'ambiente suppone l'av-
vicinarsi, l'allontanarsi, il guardare da prospettive differenti, il
toccare ecc., il tutto in tempi ragionevoli, perch certo non pos-
so escludere di toccare meglio domani, o fra cento anni, con ma-
ni meno ruvide in seguito alla totale scomparsa di ogni attivit
manuale, per se un tessuto mi appare ruvido oggi non aspetto
di cambiare idea o senso, semplicemente ne compro un altro. In-
somma, pi difficile essere illusi che non accertare la realt del-
le cose, che non una teoria, bens un osservabile nell'ambiente.
Le cose non vanno altrimenti per il bastone che, nell'acqua, ap-
pare piegato, mentre in realt non lo . La prima volta si pu
credere che le cose stiano proprio cos, e se uno non estrae il ba-
stone o non lo tocca sott'acqua potr sempre pensare che sia dav-
vero storto. Tunavia, in una normale situazione ecologica riesce
facilissimo scoprire che il bastone dritto; e, se ci si stupisce,
non tanto perch dritto, quanto perch sembra scorro. In altri
termini, non ho bisogno di speciali teorie per capire che in realt
il bastone diritto. Che sia storto, una apparenza, e pu essere
svelata non con il ricorso a strati pi fondamentali della realt,
bens restando sul medesimo piano di esperienza: coglierlo dal-
l'acqua, roccarlo son'acqua, provare a vedere se funziona meglio
come leva o come piede di porco. Qualcosa del genere, in forma
anche pi esplicita, viene offerto dalla biglia tenuta fra l'indice e
il medio incrociati: che la pallina sia una non ci stupisce, a sor-
prenderei piunosro la curiosa circostanza che il tatto, di solito
tanto affidabile, possa venire ingannato e portato a concludere
che le biglie siano due. I casi sono simmetrici: il basrone appare
piegatO alla vista e dritto al tatto, la pallina sembra una alla vista
e due al tatto. Non ci vuole pi di tanto- basta un altro senso-
per stabilire la verit, proprio come nel caso del rrompe l'ceil, in
cui era addirittura il medesimo senso, la vista, a pmer accertare
lo stato di cose, con un semplice cambiamento di prospettiva.
Del pari, nessuno penserebbe che un trapezio che- per effetto di
inclinazione e di prospettiva - appare quadrato, in reah un
quadrato. A contare come vero lo stimolo distale, non quello
187
MAURIZIO FERRARJS
prossimalc, perch il primo non una apparenza, come si pu
facilmcmc constatare toccando la fonte dello stimolo, o guar-
dandolo da un'altra prospettiva, esattamente come il bastone
nell'acqua o il trompe l'rei!. E, a maggior ragione, nessuno pen-
serebbe che esiste davvero un cerchio ottenuto facendo girare al
buio una sigaretta accesa - un cerchio che non corrisponde a
nulla n a livello di stimolo distale n a livello di stimolo prassi-
male, ma si forma solo sulla retina. Se si pretendesse che il cer-
chio vero, si dovrebbe concludere che anche i cartoni animati
lo sono: dal che segue che il movimento nei cartoni animati non
apparente, ma reale.
3. Illusioni vere e proprie. Se vogliamo trovare autentiche illusio-
ni, dobbiamo guardare altrove. Per esempio, la MU.IIer-Lyer pre-
senta molti aspetti della illusione, e tuttavia, come tutte le vere illu-
sioni ottiche, risulta non solo interosservabile, quanto dire che
non presente solo a livello di stimolazionc rctinica (il che:: vale an-
che per il cerchio ottenuto facendo ruotare al buio una sigaretta),
ma nemmeno pu venire emendata, per esempio guardandola da
un'altra prospettiva. Il difetto della MU.ller-Lyer che se tutto il vi-
sibile funzionasse cos, la geometria forse non sarebbe sona.
L'occhio ragiona a modo suo. Quando si vedono le propriet di
un triangolo pu apparire arduo distinguere il vedere dal pensa-
re, e se ne conclude che, almeno in condizioni animali, le due
funzioni si equivalgono. Perci Aristotele scriveva 5 che l'intellet-
to riconosce l'astratto nel concreto, e che penso il concavo quan-
do vedo un naso all'ins; Kant sosteneva che penso il circolo nel
piatto. Ma vero? Soprattutto, lo sempre e necessariamente?
Che io possa anche pensare il concavo o il circolo, non compor-
ta che li pensi tutte le volte che vedo un naso o un piatto, n che
- ave pure ci pensassi - si tratti di una interazione funzionale e
imprescindibile e non di una mcra concomitanza temporale, an-
che se diverse operazioni - poniamo, prendere un piatto senza
temere di ferirmi, perch non un coltello -, postulano il rico-
noscimento di una circolarit. Quando vedo una croce latina
penso a una chiesa, se invece una croce greca penso a un ospe-
dale; ma c' un nesso tra il vedere la croce e il pensare alla chiesa
o all'ospedale? Sicuramente i due processi hanno luogo in con-
temporanea. Nondimeno, potrebbe anche darsi che tune le volte
che vedo una croce mi venga in mente, per qualche associazione
188
CHE COSA SI PROVA A ESSERE UNA CIABATfA
di idee del tutto idiosincratica, un ristorante. Soprattutto, po-
rrebbe darsi che mentre vedo una croce mi venga in mente, sen-
za alcuna relazione con la croce, che devo passare in banca. Se
l'argomento probatorio che tutto ci che accade nello stesso
tempo imcragisce, allora la banca e il ristorante avrebbero a che
fare con la croce tanto quanto la chiesa e l'ospedale. Se invece
l'argomento che il pensare sempre costitutivo del vedere, ri-
sulta davvero troppo impegnativo. Una versione ben temperata
di una simile tesi potrebbe suonare nel modo seguente: l'imma-
gine retinica lacunosa, e la si integra. Con che cosa, per? La si
completa forse allo stesso modo in cui si integra, pensando e non
vedendo, un manoscritto lacero? I completamenti solo mentali
non paiono dolati di realt perceniva, laddove vediamo davvero
il Sole pi grande quando wcca l'orizzonte, e il fenomeno risulta
talmente evidente che, oltre a sedimentarsi nel senso comune, ha
dato luogo a un gran numero di interpretazioni fisiche. Il tutto
lascia pensare che il termine "integrazione" non sia quello giusto,
specie se adoperato indiscriminatamente;5
1
e soprattutto che le
integrazioni percettive dipendano ben pi dal mondo esterno
che non dal mondo interno. Il discrimine si rivela importame,
giacch - tracciando uno spartiacque fra integrazioni mentali e
percettive- evita che si inneschi un meccanismo in base al quale,
considerando che solitamente quando vedo una cosa la penso
anche (o meglio, se ci penso concludo che ci penso e che potrei
anche pensarci quanto voglio, solo che lo volessi), allora bisogna
concludere che non c' visione senza pensiero.
l. Vedere come. Cerchiamo prima di tutto di riconoscere i casi
in cui non abbiamo a che fare con un vedere vero c proprio, ben-
s con una estensione analogica che porta a trasferire al vedere
funzioni proprie al pensare. Qui i casi sono aluettante varianti
del "vedere come" teorizzato da Wingcnstein nelle Ricerche filo-
sofiche, in cui le interpretazioni aggiungono senso a una figura,
ma non la arricchiscono oggettivamente. Tuttavia, la differenza
antologica tra "aggiungere senso" e "arricchire" viene spesso tra-
scurata, cosl come si dimentica che, se il discorso di Wittgen-
stein ha un senso, allora il vedere come non un vedere, ma solo
qualcosa che aJsomiglia al vedere.
(a). Vedere l'invisibile. Non difficile notare (potrei anche di-
re: "non difficile vedere", e continuerei a vedere lo schermo del
189
MAURIZIO FERRARIS
computer invece che quanto vorrei farvi notare) che vedere una
universit non vedere un albero. Cos, nessuno si sognerebbe di
sostenere che la circostanza che si impieghi "vedere" anche in un
contesto come "vedo una forte somiglianza tra la politica di Beli-
sario e quella di Badoglio" comporti che si veda la politica. In ge-
nerale, non si pu vedere l'invisibile, altrimenti non l'avremmo
chiamato cosl.
(b). Vedere e infirire. Una seconda ambiguit consiste nell'at-
tribuire a ci che si vede propriet che ineriscono a ci che si
pensa intorno a ci che si vede, confondendo vedere e inferire.
Tuttavia, un equivoco banale: vedo la Luna grande come una
moneta da l 00 lire, e penso che in realt grande circa l /6 della
Terra, sicch non c' davvero motivo di parlare di "vedere" a pro-
posito del prodotto dell'inferenza.
(c). Vedere e misurare. Una cena ambiguit consiste nel
confondere "vedere" e "misurare" (o pi precisamente nel consi-
derare la visione come la preforma di ci che pi correttamente
pu darsi come "misura"); tuttavia, la differenza non solo di
grado, ma ahres di ambito, e i due livelli si ricongiungono solo
nei righelli.
(d). Vedere e vualizz.nre. Una quarta ambiguit consiste nel
confondere quello che vedo a occhio nudo con quanto posso ve-
dere con un apparecchio scientifico, cio il vedere con il visualiz-
zare. La confusione, malgrado le apparenze, concettuale e non
fattuale, e non riguarda tanto l'uso o meno di strumenti onici,
bens ci che si intende, in un assetto umano normale, con "ve-
dere": vedo con gli occhiali, visualizzo con un telescopio o con
un microscopio, ovunque mi rrovi. Dal mio punto di osservazio-
ne terrestre posso vedere la Luna e visualizzare Plutone; se rutta-
via fossi su Urano mi risulterebbe agevole il contrario, cos come
da Giove sarei in condizione di vedere Phoibos e, volendo, porrei
anche dire "guarda che bel Phoibos c' stasera".
2. Vedere e basta. Lasciati gli equivoci verbali, veniamo a qual-
che figura. Di fronte a una scritta come la seguente:
J}-JJ-\D O YY
190
CHE COSA Si PROVA A ESSERE UNA ClABAlTA
uno potrebbe sostenere che solo chi sa leggere e magari conosce
l'inglese riuscirebbe a conferire un esito coerente alla figura. Non
si considera, peraltro, che un analfabeta vedrebbe comunque
qualcosa. D'altra parte, l'argomento pu essere capovolto. Pren-
diamo la scritta:
ONTOL.GIA
Qui chiarissimo che pemo "antologia", ma vedo una cosa di-
versa; e c' poco da fare. ~ prevedibile l'obiezione secondo cui
non si riesce a capire che cosa possa essere un "puro" vedere, sic-
ch tutta la distinzione, almeno all'atto pratico, non servirebbe a
nulla. Ma non cosl: posso anche far fatica a definire il puro ve-
dere, ma non incontro alcuna difficolt nel mostrare quante e
quali siano le differenze tra vedere e pensare; e, in particolare, che
io possa sapere una cosa e vederne un'altra. Rinviando all'ampia
casistica raccolta da Kanizsa,5
2
vorrei !imitarmi ad aggiungere un
esempio che mi sembra abbastanza suggestivo: nella illustrazione
seguente, tendo a scambiare le ombre per i dromedari; so che
cosl e me ne accorgo, cio posso emendarmi, diversamente che
nella Miiller-Lyer, ma poi torno a confondere le ombre con i
dromedari, perch in fondo pi semplice.
191
MAUitiZlO
Tutto questo porta il vedere sul piano dell'incontrato, e dun-
dd difficilmente emendabile. Prendiamo il triangolo di Ka-
Vedo fenomenicamente due triangoli, uno dei quali risulta
pi chiaro dello sfondo. Lo incontro, cosl come ci si imbatte in
una persona, e l'esito vale anche per i pulcini. Per il triangolo
non fisicamente presente, lo so benissimo, e sono altres consa-
pevole di poterlo far sparire se completo i neri crasformandoli in
palle. Del resto, comunissimo il caso inverso, quello in cui non
vedo fenomencamt:nte ci che fisicamente presente nel mio
campo percettivo: e non parlo solo dei mascheramenti, ma an-
che della penna che ho sotto gli occhi senza trovarla, della scritta
"FEDERAZIONE DELLE REPUBBLICHE RUSSE" sullo c"-
ta geografica che ho sotto gli occhi, e in cui vedo benissimo la
serina "Mosca", dello scalatore che finalmente riesco a ricono-
scere con l'aiuto di un amico che mi dia indicazioni come "un
po' pi a destra, dopo quel picco ecc.". E ora prendiamo la se-
guente illusrrazioneB
192
CHE COSA SI PROVA A ESSERE UNA CIABATTA
Nella prima immagine, posso vedere qualcosa che non
fica niente per me. Poi qualcuno porrebbe suggerirmi che
ti alla finestra c' una giraffa: allora vedrei un collo, il che non mi
potrebbe mai accadere nel caso della seconda figura.
Autonomia del mondo rispetto agli schemi
concettuali e percettivi
Causa e struttura. Ecco- alla fine- il nocciolo del mio discorso.
Lucrezio5
4
scriveva: "Se dal nulla si compisse la creazione, da tutte
le cose potrebbe nascere ogni specie: niente avrebbe bisogno di
me. Prima di tutto dal mare potrebbero scaturire gli uomini, dalla
Terra la razzasquamosa, e gli alati erompere dal cielo; gli armenti e
le altre greggi e ogni sorta di animali selvaggi partoriti a caso
gombrerebbero campagne e deserti. N sugli alberi i frutti
rebbero sempre i medesimi, ma si muterebbero, e tutte le piante
potrebbero ruuo produrre". Nei termini enunciati sin qui: come si
pu dare una azione cauta/e che non possieda un effetto strutturale?
Ora, sono possibili due interpretazioni di questa azione.
l. Materia. La prima, minimalista, che comunque bisogna
riconoscere un ruolo causale del mondo esterno non solo sulle
nostre costruzioni intellettuali, ma anche sul nostro sistema
cettivo. Chiediamo a qualcuno che forma abbia il campo visivo.
193
MAUIUZIO FERRARIS
Risponder probabilmente che rotondo o quantomeno
dcggianre, perch avr in mente la forma della pupilla o
bita oculare, o magari dell'orizzonte che- guarda un po'-
ciderebbe con l'occhio. Chiaramente non cosl. La forma del
campo visivo la forma delle cose, che non sono tagliate da un
cerchio rotondo, ma sfumano ai lari. Se davvero ogni cosa si
adattasse alla forma del percipienre, il campo visivo dovrebbe
sere rotondo: e invece c' qualcosa, che si chiama "mondo", che
rcsS[e alla rorondir della pupilla, e mantiene le sue forme, non
quelle dell'occhio; laddove la proiez.ione piana di un globo risul-
m apenamenre deformante, sicch il Canada e la Russia diven-
gono ancora pi grandi di quello che gi sono, mentre la proie-
zione non rende giustizia, in proporzione, delle vere dimensioni
dei Paesi che si trovano all'Equatore.
2. Forma. Una simile interpretazione, allora, sembra difficil-
mente dissociabile da una ipotesi pi impegnativa, e cio che l'a-
zione dell'esterno non sia confusa e convulsa, ma possieda un
preciso valore strutturale, il che per non significa "intellettua-
le", come ho cercare di dimostrare attraverso l'appello all'antino-
mia tra estetica e logica. Non detto che gli unicorni siano
inammissibili in zoologia, c perci anche in logica; n che dicen-
do che un giudizio affermativo vero sostengo la stessa cosa che
quando dichiaro che l'oggetto del giudizio esistente (come la
mcuiamo con i giudizi negativi?). Grazie alla distinzione tra Ve-
rit e Realt, credo che si possano guardare le cose in modo di-
verso e meno impegnativo sotto il profilo epistemologico, ma
utilissimo in ambito onrologico: dal mondo esterno, gli schemi
concettuali e i sistemi percettivi non ricevono soltanto vortici,
che oltrerutco non hanno alcun motivo per offrirsi spontanea-
mente in termini di informazioni, bensl forme e strutture, e pen-
sare una causa senza struttura risulta altrettanto impossibile che
concepire una idea generale, invece che una idea particolare cui
si aggiunge una qualche generalit. Insomma, come non si riesce
a pensare un cane in generale, cos non si vede come possa esser-
ci una causa che si eserciti in maniera puramente informe: se mi
punge una zanzara, proprio una zanzara a pungermi, esatta-
mente in quel punto e non in un altro, l'effetto della puntura ri-
sulter diverso da quello di un'ape o di una vespa ecc.; se mi ac-
carezzo un polpaccio indolenzito, oppure se accarezzo un gatto,
194
CHE COSA SI PROVA A ESSERE UNA CIAIIKITA
si daranno certamente esiti diversi (il polpaccio non far le fusa),
ma dipenderanno con esattezza dalla forma della mia mano,
l'intensit e dal ritmo della pressione ecc. Tuttavia, non
nendomi di costruire una antologia degli effetti, quale pu
re il mondo esterno cui mi appello?
!mmanenteltrascendenre. Prendiamo una tesi epistemologica
tradizionale: sono certo di ci che immanente alla mia
za, tutto il resto pare dubbio e trascendente. Ma sar vero?
chiamo qualche co_mroargomemo.
1. Come lo sai? E a dir poco maleducato chiedere a chi ci dica
come si chiama e dove nato: "Come lo sai?". Il dubbio di
cesio iperbolico, ma il nostro mondo non una iperbole. Posso
chiedere: "Come lo sai?" a chi mi dice "adesso giorno" se siamo
in una caverna, non se ci troviamo in una stazione termale. Po-
tenziando il dubbio di Cartesio, c' chi si spinto sino a sostene-
re che potrei non essere io a pensare, che non sembra davvero
una proposizione troppo plausibile, fuori della letteramra ame-
na; e, comunque, a seguire l'ipotesi immanenza/trascendenza, ci
si inoltra in una selva di dilemmi: dobbiamo credere ciecamente
a tutto ci che vediamo, compreso che ci che vediamo l fuo-
ri? Oppure conviene relegare il tutto nella trascendenza, e fidarci
solo di quanto presso di noi, come evidenza immanente di co-
scienza, delegando la fondazione della certezza alla scienza? Dob-
biamo fidarci solo della logica come regno separato? Oppure bi-
sogna cercare una certezza anche nella trascendenza, ma come?
Qui la fallacia sonnecchia proprio nell'appello alla cecit: in che
senso il nostro rapporto con gli oggetti esterni costituirebbe una
fede, e per giunta cieca? Vediamo benissimo gli oggetti di
rienza, laddove pochi sarebbero disposti a mettere la mano sul
fuoco - della cui esistenza, dunque, non dubitano - per una
qualche teoria. Sicch non abbiamo a che fare, almeno
mente e comunque di principio, con una scienza: il tavolo qui;
io non sono il tavolo; il cavolo non dentro di me, e solo con
contorsioni eroicomiche una simile lista di truismi potrebbe
qualificarsi come un "sapere".
2. L'uso delle agende. Donde l'argomento positivo. Pu appa-
rire sacrosanto sostenere che ci fidiamo di quanto pensiamo (
qui, in noi) pi che di quanto vediamo ( l, fuori di noi), e che
195
la sola cosa di cui possiamo dichiararci davvero cerri il nostro
intimo dubitare. Tuttavia, siamo soliti annotare impegni e pen-
sieri su agende e taccuini. Perch? solo un vizio, una debolezza,
un cedimento naturalisrico, ovvero si rratta del riconoscimento
di un carattere proprio della reah, c di una realt che ha la pro-
priet di esistere prima di noi e dopo di noi, e comunque in mo-
do coerente c indipendente dalla nostra coscienza? Se perseguito
onrologicamenrc, il criterio della immanenza non solo induce
uno scetticismo vano e irrimediabilc, ma conferisce uno statuto
piuttosto singolare alle immagini del mondo presenti nella no-
sua meme (c gi nella noma retina: fa parte dell'interno o dell'e-
sterno?): per un verso sarebbero cene in quanto si manifestano
nella menre; per un altro risulterebbero dubbie, in quanto si rife-
riscono al mondo, o almeno sembrano farlo.
''Interno alla nostm testa''/ "esterno alla nostra testa". Uno po-
trebbe osservare: ceno la coppia interno/esterno riflette con
maggiore fcdeh l'atteggiamento naturale di quanto non avven-
ga per la coppia immanenrc/crascendentc. Crediamo pi alle co-
se fuori di noi che non a quelle denrro di noi, pi ai tavoli e alle
sedie che non ai nostri ricordi: quante volte diciamo: "se non ri-
cordo male ... ", e quante poche volte: "sar un ravolo o un mi-
raggio?". Nondimeno, non facile dire che cosa si imenda con
"esterno": non "ci che esterno al mio corpo", giacch in quel
caso potrei incrementare il mondo esterno tagliandomi i capelli
o defecando; ma non neanche ci che esterno alla mia mente,
poich non ho la pi pallida idea di dove sia la mia mente, sicch
l'idea di "esterno" si svuoterebbe di significato.
Consideriamo che definire interno/esterno in termini topolo-
gici non solo incontra le ovvie obiezioni che ho appena enume-
rato, ma soprattutto tradisce le evidenze fenomenologiche. Pro-
prio evidenze dd genere, d'altra parte, vengono neglene da quel-
le teorie che asseriscono che per un verso la testa nel mondo e
per un alrro il mondo nella testa. I.: impostazione risulta apena-
mente sbagliata: perch si sa benissimo cosa sia una testa nel
mondo, tutcavia non si sa, se non grossolanamente, cosa sia un
mondo nella testa. La percezione ha luogo laggi, nel mondo,
per si verifica "in mc". Sl, ma dove? I due spazi paiono ardui da
definire e da separare. Poniamo che, d'accordo con Aristotele,
196
CHE COSA SI PROVA A ESSERE UNA CIABAITA
l'anima sia come la mano, che afferra gli emi senza identificarsi
con loro: sembra ragionevole; eppure non corrisponde a una ve-
ra esperienza, giacch non mi pare di afferrare con l'anima tavoli
e sedie: con l'anima comprendo teorie su tavoli e sedie, con la
mano afferro tavoli e sedie.
"Interno ai nostri schemz"'l"esterno ai nostri schemt'. Le diffi-
colt si sfoltiscono quando si passi a una definizione funzionale.
Intendo perci con "interno" "interno ai nostri schemi concet-
tuali", e con "esterno" "esterno ai nostri schemi concenuali":
l'interno verr ad essere ci che, coglibile in forma concettuale,
risulter suscettibile di emendamento infinito; l'esterno ci che
non potr essere emendato. Visto per che trana di una regola, il
criterio si pu applicare anche a enti invisibili, come le proposi-
zioni logiche e matematiche. Viceversa, nel mondo interno ai
nostri schemi concertuali rientra runo ci che pu essere emen-
dato e interpretato, ossia, essenzialmente, i giudizi sintetici apo-
steriori propri della scienza empirica. Tentiamo di raccogliere il
tutto, conclusivamente, in una tavola.
Tavola 9. Mondo interno/mondo esterno
Mondo esterno: Inemendabili
Mondo interno: Emendabili
Percettivi
Nonpercettivi
Oggetti della ricerca scientifica in corso
l. lnemendabili percettivi. Qui raccolgo ci che viene dai sensi e
non si pu modificare a piacimento. Vorrei aggiungere a quanto
detto sin qui solo qualche considerazione sui concetti ordinari, che
risultano strettamente legati a caratteristiche percective, collegan-
domi ai ragionamenti svolti a suo tempo a proposito del concetto
di "dito" e poi ai nomi di colore. Non ha senso domandarsi se la
zuppa inglese possa davvero- con opportuni espedienti- diventa-
197
re pi inglese, non pi di quanto non sia lecito pretendere che una
barca sia pi grossa di quella che , mentre legittimo lamentare
l'assenza o la contraffazione del rum nei Cuneesi al rum. Si posso-
no migliorare le pizze, mettere in commercio la new Coca-Cola,
fabbricare birre analcoliche, per le migliorie non rappresentano
un progresso infniw, bens una variazione. Cos per le monete:
giusro dire che gli aurei emessi nel lV secolo dopo Cristo conten-
gono meno oro di quelli coniati nel I secolo, ma non ha senso so-
stenere che non sono la moneta "aureus", ramo vero che anche al-
l'epoca di Teodosio si saranno distinti gli aurei veri da quelli falsi.
2. fnemendabili non percettivi. Tra l'inemendabilit degli in-
conuati percettivi e quella degli incontrati non percettivi intercor-
re una distinzione essenziale: i primi risultano tali anche senza
schemi concettuali, laddove i secondi esistono solo alloro interno,
ma senza che gli schemi possano emendarli. Linemendabilit de-
gli oggetti logici di tipo grammaticale: cambiare le regole di un
gioco cambiare gioco; viceversa, mutare la descrizione chimica di
un genere naturale non significa trasformarlo. Dunque, se le per-
cezioni sono ci che i concetti non emendano, adesso cerco di distin-
guere due famiglie, quella dei concetti che non si emendano- e che,
per la discussione svolta parlando del concetto di "conceuo", non
rappresentano una forma eminente di "concetto" - e quella dei
concetti che si emendano, che, sempre per la discussione proposta a
suo tempo, sarei incline a considerare come concetti in senso pro-
prio o epistemologico.
(a). Proposizioni logiche e grammaticali. In generale, le propo-
sizioni logiche e grammaticali presuppongono concetti, come
"proposizione", "implicazione", "quanrifcatore", e costituiscono
verit concettuali necessarie, cio inemendabili. Non perci
rientrano nel mondo interno agli schemi concettuali, giacch
qui gli schemi si identificano con l'antologia invece che costitui-
re la griglia che, applicata all'esperienz, dar luogo a una episte-
mologia in senso proprio. "Nessuno scapolo sposato" un
enunciato inemendabile, a meno di adoperare le parole in modo
diverso, poniamo facendo notare che "bachelor" vuoi dire sia
"scapolo" sia "baccelliere" (a Oxford e a Cambridge), e che sino
all'Ottocento i baccellieri dovevano rimanere celibi. Tuttavia,
chiaro che sono accezioni diverse della medesima parola e che, a
proposito dei baccellieri di Oxford e Cambridge, abbiamo a che
198
CHE COSA SI PROVA A ESSERE UNA CIABATI:A
fare con una proposizione sintetica smentita dai fani. Cos anche
le proposizioni matematiche: 7 + 5 = 12 non pu essere
sciuto n smentito daJI'esperienza. Sicch le proposizioni su cui,
per Kam, si pu fondare il mondo interno, giacciono in realt
nel mondo esterno, e possono venire conosciute come oggetti a
pari titolo che tavoli e sedie, sebbene non in modo percettivo.
(b). Nomi propri. Si danno pani di linguaggio che
no realt istituite; tuttavia, risultano perfettamente omogenee
la realt che istituiscono, diversamente da ci che avviene nel
rapporto tra l'oncologia e il cancro. Un caso tipico offerto dai
nomi propri: chiamarsi "Roberta", "Gino" o "Samantha" non
una propriet comune a tutti coloro che si chiamano cos,
ch ognuno di loro avrebbe potuto non chiamarsi come si
ma: e in qualche caso non sarebbe smta una cattiva idea, ma non
per ragioni di verit o di referenza (che una donna bruna si chia-
mi "Chiara", o che una donna bionda si chiami "Brun', non
considerato un errore, n lo si corregge).
(c). Istituzioni. Un altro caso sono le istituzioni, che risultano
in parte diverse dai semplici nomi. Nel Dipartimento di discipli-
ne filosofiche dell'Universit di Torino confluiscono in buona
parte i professori di due vecchi dipartimenti, quello di Filosofia e
quello di Ermeneutica. Per, nel momento in cui si decisa la
fusione, non si ritenuto di avvicinarsi maggiormente a uno
to di cose, bens} di crearne uno nuovo. Del pari, "Si..idtirol" c
"Madagascar" designano oggi cose pi o meno diverse da ci che
indicavano un tempo (il termine "Si..idtirol" appare solo nel
1839, e designa all'origine sia il Tremino sia il Tirolo; addirittu-
ra, "Madagascar" non indicava all'origine l'isola dell'Oceano In-
diano, bens} la parte del continente africano che la fronteggia), e
la Polonia uscita da Ya1ra alquanto diversa da quella determina-
ca dal Trattato di Versailles, ma non si pu dire che la
zione abbia componato una emendazione.
(d). Unit di mura. Il ragionamento si applica anche a1le
unit di misura, che si riferiscono a una rea1t oggettiva, ma che
non possono venire emendate. Avrebbe senso sostenere che nel
cassetto di mio zio c' un metro che pi metro del modello di
platino-irridio? Al massimo, si potrebbe adottare una diversa
sura, e magari decidere di continuare a chiamarla "metro",
sando che si compone di 100 centimetri, che per nel frattempo
199
Mi\URJ:LJO FERRARIS
sono cambiati ecc. Tuttavia, tra il metro in platino-irridio e il
nuovo intercorrerebbe un mero rapporto di omonimia, dunque
non si darebbe emendazione. Del pari, non ha senso affermare
che allivello del mare l'acqua, col cambiamento dei nostri para-
digmi, bollir a 97 gradi Celsius. Se si cambieranno i paradigmi,
si dir qualcosa di diverso, per esempio "l'acqua bolle a 700 gra-
di Banana". Tuttavia, per far bollire l'acqua a 97 gradi non que-
stione di cambiare i paradigmi, bens di andare in montagna.
(e). Opere letterarie Un altro caso costituito dalle opere lette-
rarie. Nessuno, tranne Tasso o Manzoni, si sognerebbe di emen-
dare la Gerusttlemme liberata o I promessi sposi; tolto Conan Day-
le, nessuno potr mai revocare in dubbio la frase "Sherlock Hol-
mes abita a Baker Stred'.55 Visto per che sono morti tutti e tre,
si pu uanquillamente sostenere che proprio nessuno mai, sino
agli ultimi giorni dell'umanit, potr emendare quelle opere. Vi-
ceversa, c' stata un'epoca in cui si sostenuto che la Bibbia con-
teneva una caterva di errori cosmologici, poich il criterio di va-
lidazionc non era l'intenzione autorale, bens il riferimento a un
mondo, sicch avremmo avuto a che fare con una cosmologia da
patriarchi, non con una cosmogonia mediorientale. Il che, natu-
ralmente, non succede per i romanzi; ed strettamente impossi-
bile, non per motivi di fatto, bens per ragioni concettuali, soste-
nere che forse, con ulteriori ricerche sulla vita privata di Alfred
Agostinelli, sapremo se Albertine Simonet era davvero fedele o
infedele al Narratore della Recherche: non lo sapremo mai (inve-
ce, sappiamo che Hans Castorp stato veramente con Clavdia,
anche se non chiarissimo e quindi qualcuno pu non accorger-
sene), cosl come non potremo mai dire che Albertine Simonet
Alfred Agostinelli, mentre possiamo tranquillamente affermare
(io ha scritto nel romanzo) che il Narratore Marcel Proust.
Sempre perci, ci noto tutto quello che si pu umanamente sa-
pere su Emma Bovary; siamo anche in grado di sostenere, sebbe-
ne non con la medesima forza che nel caso Narratore=Proust,
che Gusta ve Flaubert, che lo ha dichiarato, ma non nel roman-
zo; tuttavia, senz'ombra di dubbio, sappiamo molto meno non
solo sui nostri migliori amici, ma anche su di noi.
(f). Regole dei giochi. Del pari, le regole dei giochi non si
emendano, si trasformano, e con loro mutano i giochi. Anche
qui la scienza non ha l'ultima parola: se Cuvier avesse deciso di
200
CHE COSA SI PROVA A ESSERE UNA ClABATfA
cambiare il rubamazzetto, magari lo avrebbero lasciaw fare, ma
non perch era un naturalista; e probabilmente, specie se le va-
riazioni fossero risultare ingenti, avrebbero ribattezzato il gioco
chiamandolo "cuvier".
(g). Concetti Veri e Completi. Il caso-limite nell'altro senso
fornito dalle proposizioni scientifiche ideali: i Concetti Veri e
Completi, che non sono pi oggetto di scienza come emendabi-
lit, e dunque possono considerarsi alla stregua di giudizi analiti-
ci. Resta per il dubbio circa l'effettiva realizzazione di un sapere
assoluto in materia.
3. Oggetti della ricerca scientifica in cono. Sono c'une le propo-
sizioni su cui si svolge la ricerca in ci che, da un certo punto in
avanti, si chiamato "scienza". Ci cos presente e pressante, il
mondo interno, almeno a livello di riflessione, che possiamo es-
sere tentati di credere che nulla esista fuo,ri dehesto. Spero di
aver dimostrato a sufficienza che non -cos; e, soprattutto, che il
mondo esterno non un iceberg che emerge in condizioni spe-
ciali e che, alla fine, non esiste se non per tenere insieme il mon-
do delle parole. Siamo abituati a estorcere teorie dalle
nostre esperienze che fniamo per dimenticare che ci sono fi.n
troppe esperienze da cui non traiamo un bel niente, non avendo-
ne tempo, o necessit; o anche perch se lo facessimo sa-
remmo indof,J.i in errore, giacch quella secondo cui i fatti esisto-
no sohanto;Per fornire una base alle nostre teorie pare una mera
ipotesi, smentita del resto da una infinit di circostanze, non ul-
tima quella in base alla quale "esperienza sensibile" non solo il
nomignolo superfluo di un processo che non avrebbe mai luogo
come tale. Pu darsi che, a metterla in questi termini, si dia l'im-
pressione di quando, al millesimo "perch?" di un bambino, si
risponde: "Perch cosl". Ma vero il contrario: se lo scienziato
sa qualcosa di pi di .chi non ha studiato, proprio perch c'
uno strato dell'esperienza, come, ad esempio, la buccia di bana-
na su cui scivola, che resiste a ogni emendazione concettuale. Ec-
co la morale, che mi deve essere stata dettata in modo sublimina-
le; la citazione da Eliot iscritta da un anonimo utente sulla por-
ta interna del gabinetto del Philosophisches Seminar della Uni-
versit di Heidelberg, su cui ho avuto agio di meditare a lungo:
"Oh, do not ask, 'What is it?' l Let us go and make our visit".5
6
201
NOTE
1
Un primo abbozzo di quamo qui esposto si trova (spesso in versione pi
estesa) in "Mente e mondo o scienza ed in Rivista di mttica,
n.s, 12, 1999: 3-77 e "Il problema non l'ornirorinco. t, Kant" ibid., 13,
2000: 110-220. Il primo saggio discuteva John McDowell, Mente e mondo
(1994), trad. it. di C. Nino, Torino, Einaudi 1999: il secondo, prendeva
l'avvio da U. Eco, Knnt e i'ornitorinco, Milano, Bompiani 1997. Ringrazio
per le discussioni, le critiche e i commenti (in mohissimi casi tali da dettare
nuove svolte all'argomentazione) Tiziana Andina, Marilcna Andronico, Ca-
rola Barbero, Stefano Caputo, Roberto Casati, Massimo Dc Carolis, Anna
Nicoleua Giorda, Tonino Griff'em, Pietro Kohau, P3olo Lcgreozi,
Luca Morena, Carlo Nizzo, Roberto Poli, Alessandra Saccon, Achille Varzi,
Giovanni Vicario.
2
Elementa philosophu, si ve Ontosophin, GrOningen, Nicolai 1647.
l Philosophia prima sive Onto!ogia, Frankfurt-Leipzig, Renger 1729.
4
Discorso di merafisica, 19.
Nai've Physik. Arbeiten <IS de m lnstinu jiir angewandte Psychoiogie in Ber/in.
Theoretische und experimenul/e Untmuchungm Uber die Fiihigkeit zu inte//i-
genttm Hande/n, Leipzig, Barth 1923. La realizzazione pi matura di questa
prospeniva si trova in Paolo Bozzi, Fisica ingenua, Milano, Garzanti 1990.
6
P. Legrenzi, "Naive Probability: A Menta] Mode! Theory of Exrensional
Rea.soning", Psychoiogical Review, 1999 {con P.N. Johnson-Laird, VittoriO
Girotro, Maria Sonino, Jean-Paul Caverni).
7
"{. .. ) Quando ho esaurito le giustificazioni arrivo allo strato di roccia e la
mia vanga si piega. Allora sono disposto a dire: 'Ecco, agisco proprio cos'."
{Wingcnstcin, Ricerche filosofiche, 217).
8
Gaetano Kanizsa, Hodere e pensare, Bologna, il Mulino 1991: 30 ss.
9
Cito dalla traduzione di Pietro Chiodi, Torino, Utet. A= 1781, B = 1787.
lO Critica del Giudizio, 75.
11
Cfr. Manfredo Massironi, "La via pi breve nel pensiero" visivo", Sisumi
inu//igenti, a.- VII, 2, 1995: 223-261.
12
Massironi, Fenomenologia della percezione visiva, Bologna, il Mulino
1998: 152: S. Roncaw, R. Ruminati, "Naive Smics: Currem Misconcep-
205
M,\URIZIO FERRARIS
tions o n Equilibrium", journa/ of Experimema! Psychology: Learning, Mt-
moryandCoplition, 12, 1986:361-377.
Il Roberto Casati, La scopata del/'ombrtt, Milano, Mondadori 2000.
H Cfr. Cristina Becchio, Ragiotmmmto deduttivo e spazialit. Un'ipotesi spai-
memnlt c alcune comidcrnzioni filosofiche, Tesi di laurea in estetica, Univer-
sitdiTorino,a.a. 1999-2000.
IS Nel 1768 (Del primo fondammro dd/a drinzione del/t regioni dello spazio;
e poi ancora in Che cosa significa orientarsi 1ul pensiero?, che di trent'anni
dopo), Kant aveva sviluppato una nozione ecologica di spazio, definita a
partire dalla corporeit (la mano destra e sinistra, la testa e i piedi, il petto e
il dorso), che rispondeva sl a una esigenza della rivoluzione copernicana, ma
entrava in conflitto con l'idea newtoniana di spazio assoluto.

Nuovo organo (1764) "r:enomcnologia o Domina della parvenza", sez. l,


l, 2. 7.
17
Robeno Casati, !.n scopata dell'ombra, cit.: 172-4.
18
Paolo Bozzi, Fmommologtsptrimmtalt, Bologna, il Mulino 1989: 165.
19
Filebo 38e-39a; uno slittamemo epistemologico (in quella sede, legitti-
mo) che si ritrova sino alla Riickftage in Husserl: il senso iniziale di una cono-
scenza si d solo come senso finale, sappiamo oggi che la Luna un satellite
fatto cosl e cosl, e che era tale anche l 0.000 anni fa, quando non si pensava
che fosse fanocosecosl.
.:o A 102, corsivo mio. In molti, da Vaihinger in poi, ipotizzarono che si trat-
tasse di un refuso. Del resto, nella manualisrica cui Kant aninge, l'immagi-
nazione , aristotelicameme, la ritenzione della sensazione: "nihil est in
phantasia, quod antea non fuerit in sensu" (Baumgarten, Meraphysica, ed.
1757, 559); "Sine pracvia sematione nullum in anima phantasma oriri
potcst" (Wolff, Psychologin empirica, 1730 106).
Fcrrarin, in HConmuction and Mathematical Schematism. Kant
on tbc Exhibition of a Concept in lntuirion", Kant-Studien, 86, 1995: 131-
174. ha svolto in proposito la miglior.:; analisi che io conosca, per ha soste-
nuto la tesi opposta alla mia, ossia che c' una differenza cruciale rra losche-
matismo kantiano e il costruzionismo matematico, visro che Kant non si il-
lude di poter produrre una intuizione, come viceversa avviene nella costru-
zione matematica. Il punto tuttavia: se davvero lo schcmatismo non co
struisse, se veramente le categorie si limitassero a un valore regolarivo ecc., la
flosofia trascendentale non servirebbe a niente, e Kam non potrebbe oem
meno sperare di aver risposto a Humc.
22
Si confrontino B 225 c B 17.
H Nel che non c' nulla di male, visto che hanno delle propriet, cfr. R. Ca
sa ti-A. Varzi, Buchi e altre mpuficialit ( 1994), nad. i t. di L. Sosio, Milano,
Garzanti 1996. Ma per Kant non cosi.
!
4
R.M. Chisholm, 'The Loose and Popular and tbc Sttict and Philosophi-
cal Senses oflcmiry" in Paception and Personal ldentity, a cura di N.S. Ca-
re e R. H. Grimm, Cleveland, The Press of Case Western Reserve Universiry
1969: 82-106. Il problema affine a quello delle qualit figurali in Ehren-
fels e degli oggetti fondati in Meinong. V. nota 27.
206
CHE COSA SI PROVA A ESSERE UNA CIABAITA

Paolo Bozzi, Fenomenologia sperimentale, dr.: 52.


26
Ifondamentidel/apsicologiadel/a Gmalt{1941), traduzione di G.B. Vica-
rio, Firenze, Giunri-Barbra 1971 A rigore, questa distinzione si pu farri-
salire a Herbarr, preoccupato della riduzione idealistica del kantismo a teo-
ria della rappresema:zione, avviata da Reinhold sulla base di una tendenza
che, come abbiamo visto, risulta ampiamente attestata in Kanr. Per una ec-
cellente esposizione, cfr. G. B. Vicario, Psi<ologia generale, Roma-Bari, Later-
za200l: 93 ss.
21
AJexius von Meinong, Gli oggeni di ordine superiore in rapporto alla perce-
zione interna (1899), tr. it. di E. Melandri, Faenza, Faenza editrice 1979, 2.
28 Come in effetti scrive Agostino (Confessioni, X, 1.1): yvolo eam [verita-
tem] facere in corde meo coram te in confessione, in stilo autem coram
multis testibus"; a giusto titolo, del resto: solo <onftssandosi che si fa la ve-
rit; vivendo, si fa altro, nella maggior parte del tempo. E a buon diritto
Proust pu sostenere che quando si scrive si diventa anenri e scrupolosi,
mentre quando si vive ci si rovina per delle menrogne.
19 y ... ogni tipo di agire, volere e semi re umano pu diventare oggetto delle
scienze" in Edmund Husserl, L'idea di Europa (1924), a cura di C. Siniga-


31
Ma che cos't questo amore, Milano, Corbaccio 1998: 197-99.
32
Mio figlio mi ha fornito una eccellente descrizione dell'allacciarsi le scar-
pe. ma l'operazione gli riesce difficile, cosi come, in generale, facile la criti-
ca e difficile l'arte. Sulla differenza tra la competenza inferenziale (collegare
le parole con altre parole) e la competenza referenziale (collegare le parole
con le cose), cfr. Diego Marconi, Uxical Competence, Cambridge, Mass.,
The Mit Prcss 1997.
33
Logik der Philosophie, 1911, in Gesammelre Schriften, Tilbingen, Mohr
1923, II: 74.

EsperienZilegiudizio (1938), uad. it. di F. Costa rivista da L. Samon, Mi-


lano, Bompiani 1995, 10.
3
$ Ueuto, l97b-199c.
36
La sentenza di Ahan "mi vengono in menre delle idee che non condivido"
non costituisce un caso-limite, n soprattutto una ipotesi nulla. consueta,
nei resoconti della genesi di un romanro o di una poesia, che l'autore parli
di idee che gli si sono imposte fuori della sua volom; altre volre, vorremmo
di sensi di colpa che consideriamo irrazionali, e non ci
37
Deanima432a 10-15.
::
anima, 424a 18.
39
Ricerche logiche (1900-190 1), trad. i t. Di G. Piana, Milano, il Saggiata re
1968:357-8.
Dopo James J. Gibson, Un approcdo ecologico alla ptrcezione visiva
(1979), trad. ir. di R. Luccio, introduzione di R. Luccio e di P. Sozzi, Bolo-
207
MAURIZIO
gna, il Mulino 1999, questo accosramemo tra onrologia ed ecologia non ha
pretese di originalit. Cfr. R. Casari-B. Smith, Physics: an essay in
Oncology", Philosophiral Psychology, 712, 1994; B. Smith, and che
Visual Fidd", in Namrali:ng Phrnomrnology. /ssurs in Conttmporary Phmo-
mtnolog_y and Cognitivr Srirnu, a cura di J. Pctitot, F.J. Varela, B. Pachoud,
J.M. Roy, Sranford Universiry Prcss 1999; Id., "Objects and their environ-
mcms: from Arisrotle to Ecologica! Ontology", in Thr Lifo and Motion o[
Sorioetonom: Unirs, a cura di A. Frank, London, Taylor and Francis 1999;
Id .. Hmsrr/inn rrology, ms. inedito, 2000 (hnp:l/wings.buffalo.edu/acade-
mic/departmenr/philosophy/faculry/smirh); Id. -A. Varli, "The Niche",
Noli.s,33:2, 1999.
41
Lho derto- sbagliando- in "Ontologia come fisica ingenua", Rivista di
tstrtira, n.s., 6, 1997: 133-143.
Tractatus Logiro-philosophirm, 5.631. La proposizione, che si ritrova anche
in Schcler nello stesso giro d'anni, trana da Avenarius. Ringrazio Kevin
vedo reoriu.azione di questa nozione
a Derrida in l.a voix rt fr
valore di originaria all'inrui-
anziruno la certezza ( ... ) ideale e assoluta, che la forma di ogni esperienza,
dunque di ogni vita, sempre stata e sar sempre il presente. Non c' e non
ci sar mai altro che il presenre. Lessere presenza o modificazione della
presenza. Il rapporto alla presenza del presente come forma ultima della
idealit il movimento per cui trasgredisco l'esistenza empirica, la fanualit,
la contingenza, la mondant. E anzicuno la mia. Pensare la presenza come
forma universale della vita trascendentale, aprirmi al sapere che in mia as-
senza, di l dalla mia esistenza empirica, prima della mia nascita e dopo la
mia morte, il pmrntr r. Posso prescindere da ogni contenuto empirico{ ... )
immaginare una trasformazione radicale del mondo: la forma universale
della presenza ( ... ) non ne sar compromessa. t: dunque il rapporro con la
mia morte (con la mia sparizione in generale) che si nasconde in questa de-
terminazione dell'essere come presenza, idealit, possibilidt assoluta di ripe
tizione".
43
Analiticipostrriori, Il, 19.
44
B. Smith, "Common sense", in Cambridgr Compnnion to Husserl, a cura
di B. Smith c D. WoodruffSmith, Cambridge Universiry Press 1995. Pi in
generale, ("Thc: Suucrures of Common-Sense World", Acta Philosophica
l Frnnira, 58, 1995) rende a identificare senso comune e fisica ingenua nel
quadro di una definizione dell'ontologia. Pc:rsonalmc:me, preferisco usare la
fisica ingenua non come definizione di un ambito positivo, bcnsl come rea
geme per distinguere omologia ed epistemologia.


John L. Austin, YA Piea for Excuses", in Id., Philosophkal Paprrs, 2a ed.,
Oxford Universiry Press 1979: 175-204.
46
Massironi, Fmomenologia dr/la prrcrzionr visiva, cit.: 63.
47
Come viceversa ritiene Moore (G. E. Moorc, "La prova dell'esistenza del
208
mondo esterno", 1939, in Saggi filosofici, trad. it. di M.A. Bonfantini, Mila-
no, Lampugnani Nigri 1970: 133-159).


Jonathan Barnes, The Onroiogica!Argument, London, McMillan 1972.
49
Leibniz, Mtditaoni sulla conosunu, la uerit t lr idee, 1684.
De anima, 431b 13-17.
Cosl a giusro tirolo Husserl nd 14 della terza Ricerca Logica:
espressioni indeterminate '3.o ha bisogno di intrgrazione' e '3.o fondato in un
urto mommto' hanno evidentemente lo stesso significato dell'espressione:
'a
0
non-indipendente'. Q Il che significa, d'altra parte, che c' un bel po' di
cose indipendenti, non fondare, n bisognose di integrazione.


Yhkre e pensare, dt.; Grammatita del uedtre, Bologna, il Mulino 1980.
B Cfr. Vincenzo Costa, L'estetica trascmtkntale ftnommologica, Milano, Vira
e Pensiero 1999: 151.
5
4
De rerum naura., l, 159-166, trad. di Armando Fellin.
U. Eco, sta Cappuccetto RossoQ, in G. Usbeni, a cura di, Modi
deli'oggmiuitir, Milano, Bompiani 2000: 137-157.
56 TheLoveSongofj.AifredPruftock,vv.10-11.
209
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