You are on page 1of 18

Capitolo IX: gli aspetti antropici.

LA VIA AMERINA OGGI

dirigeva verso Nepi. Il suo, come quello di tanti predecessori, era


un viaggio alla scoperta di “una terra incognita” e affascinante ca-
LE TRASFORMAZIONI DEL PAESAGGIO ratterizzata da una tessitura di pascoli, boschi e seminativi.
AGRARIO DALL’800 AI NOSTRI GIORNI

“...Dalle solitudini silenziose della Campagna Romana, si en-


tra qui in una zona boscosa, completamente diversa dal tipo visto
sinora. Se il viaggiatore è poi inglese o conosce la campagna in-
glese, riconoscerà che l’aspetto, la vegetazione, il verde smeraldo
dei campi, le grandi querce isolate o a gruppi, le siepi ben curate
di biancospino, rovi da more, vitalbie, rose canine, agrifoglio, i
bordi delle strade fitti di felci, di pungitopo, le mandrie di mucche
bianche e nere che pascolano nei campi verdissimi o che vengono
foraggiate in stalli sotto le grandi querce, formano un’autentica
visione animata della campagna inglese, come è rarissimo ri-
scontrare nel continente europeo. Qui non sembra di viaggiare in
Italia ma attraverso campagne di Surrey, del Devonshire e non
occorre nessuno sforzo di immaginazione”1.
Questo è il paesaggio che apparse al Dennis negli anni ’40
dell’800 dopo aver superato Monterosi, quando dalla via Cassia si

1
Dennis G., Itinerari etruschi, a cura di Castagnoli M. Da The Cities and Ci-
miteries of Etruria. Roma: 1984. Fig. 1. Immagine della campagna ad ovest del Soratte.

127
All’inizio dell’800 le campagne intorno a Roma soffrivano an- rubbio5 di terreno incolto, e premi corrispondenti a otto paoli per
cora della secolare piaga del latifondo e dell’abbandono dei terre- rubbio sottratto al pascolo e coltivato6. Tali disposizioni in realtà
ni agricoli. A questa situazione endemica si aggiunse nel febbraio non si dimostrarono sufficienti, sicché fu necessario incentivare la
1798 l’occupazione francese di Roma con la creazione della Re- dimora degli agricoltori sulle terre frazionando il latifondo, au-
pubblica romana2 che durò fino ad agosto dell’anno successivo. mentando la tassa sugli incolti e incoraggiando l’enfiteusi anche
Lo stato di occupazione e di guerra costituì un grave peso econo- per le proprietà ecclesiastiche.
mico per le popolazioni che videro il bestiame e altri prodotti a- Questa situazione di crisi economica e istituzionale a dire il
gricoli requisiti, spesso razziati, dalle truppe militari3. vero non aveva subito grandi cambiamenti rispetto alle strutture
Al ritorno del pontefice a Roma, con la restaurazione della Sa- territoriali dei secoli precedenti. La viabilità, sostanzialmente ba-
cra Congregazione del Buon Governo, la situazione economica sata sulla rete medievale di collegamento dei vari borghi agricoli,
delle campagne era talmente grave che era difficile conciliare le si innervava sulle maggiori arterie costituite dalla Cassia e dalla
necessità di continui balzelli, anche arretrati, con lo sviluppo Flaminia. Quest’ultima, nel 1609, fu fatta transitare a ridosso del
dell’agricoltura e col bisogno di far fronte alle frequenti carestie. centro abitato di Civita Castellana e, successivamente, nel 1709,
Dal 1800 al 1804, con una serie di disposizioni, Pio VII tentò con la costruzione del Ponte Clementino, all’interno della città.
di contrastare l’abbandono delle produzioni. Col Motu Proprio Ulteriore novità costituì la realizzazione della Nepesina (1787-
del 2 settembre 1800 cercò di favorire una certa liberalizzazione 89), con il tratto tra Civita Castellana e Nepi che permise un agile
del commercio dei prodotti agricoli4; con quello del 4 novembre collegamento tra la Cassia e la Flaminia. Le comunicazioni erano
1801 impose delle sovrattasse annue pari a quattro paoli ogni ancora poco agevoli e malsicure anche a causa del fenomeno del
brigantaggio che coinvolgeva, oltre all’area maremmana, anche il
2
Sotto l’egemonia francese l’Italia Repubblicana si divideva in: Repubblica
versante sudorientale dei Cimini7, tanto che lungo la Nepesina
cisalpina, Repubblica ligure, Repubblica romana e Repubblica partenopea. (chiamata all’epoca Via Flaminia) furono segati numerosi alberi
3
“Anche prima dell’invasione dei repubblicani la città (Civita Castellana) era
oberata da un debito di 80.000 scudi: a cui si devono aggiungere ora i 50.000
spesi per i francesi ed i 14.000 spesi per i tedeschi, senza contare il manteni-
mento delle truppe napoletane, aretine e degli altri paesi, per comprendere il
vertiginoso buco finanziario in cui ora essa si trova coinvolta” Craba M.G., Ci-
5
vita Castellana 1789-1815. Dalla rivoluzione francese alla restaurazione pon- Il rubbio era una unità di misura superficiale pari a circa 18.484 mq. L’unità
tificia: grandezze e miserie di una comunità agli albori del suo processo indu- di misura base era lo stajolo (1,65 mq), 175 stajoli davano un quartuccio (circa
striale. Civita Castellana: ed. Biblioteca Comunale, 1994. 288,82 mq), quattro quartucci uno scorzo (1155,27 mq), quattro scorzi una
4
Gli agricoltori “ ....erano obbligati a vendere il grano, granturco ed altri pro- quarta (4.621 mq), quattro quarte un rubbio. Calindri G., Saggio statistico sto-
dotti simili alla pubblica Annona ad un prezzo così basso che spesso non co- rico del Pontificio Stato compilato dall’ingegnere di Perugia Gabrielle Calin-
priva le spese di produzione, determinando una drastica riduzione delle terre dri, Perugia: 1829.
6
coltivate a grano nella Campagna Romana e in tutto lo Stato Pontificio.” Go- Goletti A., La situazione agricola..., op.cit.
7
letti A., La situazione agricola nello Stato Pontificio nel XIX secolo, in “Bi- Bartolini C., Brigantaggio nello Stato pontificio, 1897, ristampa anastatica:
blioteca e Società”, VII-VIII. 1985-86. 1979. Mattei A., Brigantaggio sommerso.: 1981.

128
la cui presenza favoriva evidentemente le imboscate da parte dei Ponte Felice, Gavignano e Nazzano12. Il trasporto fluviale ebbe
briganti8. una flessione nei primi anni dell’Ottocento, sia per l’assenza di
Il Tevere, anche se in flessione rispetto al secolo XVIII, conti- manutenzione del letto e delle sponde del fiume13, sia per la scar-
nuava tuttavia a conservare la sua funzione di completamento dei sità di produzione di legname: dal 1810 in poi, dai porti di Orte,
trasporti via terra nel commercio dei prodotti agricoli con Roma. I Otricoli e Gallese ebbero fine i carichi di legna per Roma. Ma già
numerosi porti sul tratto fluviale da Orte al porto di Ripetta9 e i dal 1820 non si risaliva più oltre Ponte Felice e dal 1845 sussiste-
materiali trasportati di cui siamo a conoscenza, stanno ad indicare va il totale abbandono del tronco superiore del Tevere.
il tipo di produzione effettuato nei territori: a Roma giungevano Gli sforzi di Pio VII per risollevare l’agricoltura furono piutto-
soprattutto carichi di legna da fuoco e fascine10 con la quantità sto vani e la situazione del paesaggio agrario della zona restò
che nel periodo dal 1720-1730 era di circa 9800 metri cubi annui pressoché invariata, come denuncia la relazione del Milella
e nel periodo 1755-1795 di 600011. Sono cifre che evidenziano il sull’agricoltura di Nepi nel 184414.
massiccio taglio dei boschi effettuato all’inizio del XIX secolo A metà del secolo, nel territorio nepesino, i tre quinti della su-
nell’area a nord della capitale. Lungo il fiume scendevano a Ro- perficie comunale era composta di terreni soggetti alla servitù di
ma altri prodotti come il grano dai porti di Ponte Felice, Goliano pascoli comunali15. Era evidente come tale condizione, peraltro
e Ponzano; l'olio, soprattutto sabino, da Gavignano; il vino da comune ad altre aree, dovesse condurre a un sottoutilizzo delle
capacità produttive dei terreni lasciati per gran parte al pascolo e
sovente rovinati dai greggi e dagli animali bradi. Le servitù erano
8
costituite dalle bandite16, dalle conserve dei buoi aratori17 e dai pa-
Vecchio B., Il bosco negli scrittori italiani del settecento e dell’età napoleo-
nica. Torino: 1974.
9
Nel rilievo del 1744 degli ingegneri A. Chiesa e B. Gambarini il numero dei
porti ed attraversamenti fluviali è di 18 tra cui spiccano: la Barca di S. Lucia ad
12
Orte; il porto dell’Olio, presso Otricoli; la Barca di Gallese; la Barca di Civita Bisogna tenere conto che le merci caricate a Ponte Felice, in quanto con-
Castellana nei pressi di Goliano. Fiore Cavaliere M.G., Viabilità del Tevere da fluenza con la via Flaminia, venivano anche da altre parti come ad esempio
Orte a Roma - Tradizione di commercio, in Il Tevere un’antica via per il Medi- l’Umbria e le Marche.
13
terraneo, catalogo della mostra 21 aprile - 29 giugno 1986. Roma: 1986 La cattiva navigazione era dovuta dall’ingombro delle “ripe” e dalle difficol-
10
“...Per tutto il XVIII secolo, il genere che primeggia in linea assoluta, sia per tà per risalire il fiume con i barconi: Pio VII con Chirografo del 17 ottobre
quantità sia per varietà, è il legname. Dei navicelli che giungono a Ripetta il 1804 tentava di introdurre il tiro delle imbarcazioni, da Ripetta ad Orte, a mez-
50-60% appaiono carichi di legna. Si tratta di materiale svariatissimo: legna da zo dei bufali in sostituzione del tiro a braccio effettuato dagli uomini.
14
ardere, fascine da forno, ciocchi, marmaglia, al quale si affianca spesso il car- Milella M., I Papi e l’agricoltura nei domini della S. Sede, Roma: 1880.
15
bone. Il legname più o meno lavorato, invece come doghe, stanghe, tavoloni, Circa 2665 rubbia pari a circa 5000 ettari.
16
travi, travoni, travoncelli, piane, pianette, regoli, aste, tramezzi e passoni di ca- Le bandite erano terreni con proprietà d’uso del pascolo di parte pubblica, il
stagno, abete, faggio, olmo, pioppo, ontano, quercia, leccio e noce, apparee re- comune affittava annualmente, tramite banditore, il pascolo dall’8 maggio al
gistrato fra le merci varie” Mira G., Note sui trasporti fluviali nell’economia 29 settembre.
17
dello Stato Pontificio nel XVIII secolo. Terreni dove i buoi avevano la possibilità di pascolare liberamente dall’8
11
Ibidem settembre al 1 dicembre.

129
scoli civici18. Il resto del territorio, con appezzamenti definiti ri- di conduzione dei fondi. Lo stesso Milella si spinse a redigere le
stretti, era stato progressivamente sottratto al pubblico uso tramite Regole per la migliore coltura per un incremento produttivo, ciò
migliorie e recinzioni di vario tipo. al fine di svincolare i terreni dalle servitù di pascolo20.
Il Milella descrive “...il territorio di Nepi... in gran parte ab- La cartografia catastale del 1871 (Fig. 5) fotografa la situazio-
bandonato ed incolto”. Le aree coltivate si concentravano attorno ne agricola trenta anni dopo lo scritto del Milella. La qualifica-
al centro abitato e composte: da vigneti “alcuni dei quali sono zione appare abbastanza varia ma non dissimile dalle descrizioni
tramezzati da filari di aceri, ossiano oppi campestri, ai quali so- precedenti: concentrazione di colture intensive nei pressi dei cen-
no appoggiate le viti, mentre tutte le altre sono sostenute da pali tri abitati come vigna, seminativo vitato, seminativo olivato, orto
o da canne”; da poche alberate “...gli olivi, i mori gelsi, gli olmi, e e prato; un progressivo diradarsi delle colture con seminativo,
le altre piante di utile agronomia sono rarissime, e quelle poche
ch’esistono sono guidate senz’arte, e senza governo”; da presenti
aree di coltivi promiscui “...fra le anzidette vigne sono ancora pa- forestale nell’area dell’alto Lazio nel XIX secolo, in “Rivista Storica del La-
recchi appezzamenti coltivati ad ortaglie con diverse piante di zio”, anno IV, 4, 1996.
20
frutta tanto che bastino pel consumo della limitata popolazione”; “1°. Chiudere un campo aperto con siepe viva, muraglia o staccionata, se-
condo i sistemi agrari o munita del laterale suo fosso di scolo. 2°. Nettare un
da estese presenze di ristretti con boschi “...di querce da frutto, e terreno qualunque dall’ingombro de’sassi e macigni, rendendolo più regolare
da scalvo, tramezzate da cespugli di carpini e di spini…”; da no- e più livellato nella sua superficie. 3°. Sterpare e ridurre a buon pascolo, a
tevoli superfici coltivate a cereali e seminate a lino. Inoltre, ci prato od a seminativo un terreno per lo innanzi ingombro di roveri e felci. 4°.
racconta il Milella, nessuna famiglia agricola abitava la campagna Prosciugare e disseccare i terreni paludosi, col divergere, mercè di ben intesi
e i casali erano deserti e abbandonati. canali e scoli, le acque stagnanti e sovrabbondanti alla coltivazione, facendole
defluire ne’fossi e ne’rivi esistenti sul territorio. 5°. Ridurre a bosco da frutto
Era un quadro significativo del territorio che non si discostava ed a regolare bosco ceduo una estensione di pascolo cespugliato poco produt-
con la visione anglosassone del Dennis. Dall'epoca medievale in tivo, svellendo le piante parassite e inutili, e governando le querce e gli alberi
poi non vi furono grandi modifiche nell'evoluzione del paesaggio boschivi col turno ordinario del taglio, e colla necessaria vangatura. 6°. Effet-
agrario. D'altra parte boschi, pascoli, pochi frutteti e oliveti af- tuare il piantamento di una vigna secondo il metodo usitato in Roma, od altro
fondavano ancora le proprie radici negli usi preromani: vedi piantamento vitato a filoni o ad albereti di aceri, ovvero olmi simmetricamente
disposti. 7°. Formare il piantamento di un oliveto disposto a bosco, ed in rego-
quello del lino o della vite maritata a palo vivo. lari filoni. 8°. Vestire un terreno con mori gelsi, o con qualunque specie di al-
Tutto ciò non precluse tuttavia il nascere di dibattiti sui temi beri che più si adattano al clima ed alla qualità del suolo. 9°. Ciascuna di que-
agricoli: si cominciò a discutere di sistemi forestali19 e di tecniche ste operazioni, e ciascuna di queste coltivazioni, potrà essere considerata co-
me un reale miglioramento di un fondo, e quindi meritare la concessione di
essere ristretto e dichiarato libero, previa sempre la chiusura di esso con uno
de’mezzi sopraindicati. 10°. I modi che meritano la preferenza sono lo sterpa-
18
Sono pascoli utilizzati da chiunque su terreni di altri proprietari da marzo ad mento ed il prosciugamento dei terreni: appresso il miglioramento dei prati
ottobre, venivano anche detti querciati. naturali, e la introduzione di quelli artificiali in seguito la coltivazione
19
Vecchio B., Il bosco negli scrittori....op. cit.; Sansa R., Interessi privati e de’cereali con più perfetto sistema di avvicendamento; e finalmente fra le ar-
bene pubblico. Le vicende di un tentativo di pianificazione dello sfruttamento borature il piantamento degli olivi, o de’gelsi.”, Milella M., I Papi e ..., op. cit.

130
seminativo con querce, seminativo cesivo21 a una certa distanza
dall’abitato; una presenza discreta di bosco da frutto e bosco ce-
duo nelle parti più marginali del territorio.
La cartografia evidenzia, inoltre, la scarsa presenza di superfici
boscate e il massiccio taglio degli alberi fin dentro le forre; così
pure una discreta presenza di colture promiscue e i caratteristici
seminativi con querce descritti dal Dennis. Il tracciato della Via
Amerina (con il nome di via romana) è riportato nel catasto fino
al Fosso di Aliano, nei pressi di Vasanello. Per tutto questo tratto
la strada risulta interrotta soltanto dopo Falerii Novi e per poche
centinaia di metri. Pur essendo ancora transitata, probabilmente
con i ponti ancora intatti, risulta evidente la sua funzione di esclu-
sivo collegamento tra i fondi agricoli.
Il confronto con la situazione attuale mette in luce la riappro-
priazione dei territori effettuata dal bosco a scapito dei seminativi
proprio in quei terreni più difficili da coltivare; ma mette in luce
anche il dilagare delle costruzioni e la pressoché scomparsa del
tracciato stradale (Figg. 2-3-4).

21
Il termine cesa definisce una terra ingombra di cespugli che vengono tagliati
Fig. 2. Confronto diacronico. La vegetazione modifica l’aspetto del luogo.
in alcuni periodi o bruciati per seminarvi il grano o piantarvi alberi da frutta.

131
Fig. 3. Confronto diacronico. La vegetazione nasconde i luoghi. Fig. 4. Confronto diacronico. I massicci disboscamenti del secolo scorso.

132
Fig. 5. La Via Amerina dal Rio Maggiore a Falerii Novi nel Catasto del 1871. Si nota la continuità della strada ancora in funzione.

133
dosi a capofitto giù per i lunghi declivi, costringendo la macchina
a una rincorsa affannata, come il branco dietro alla preda.
L’ULTIMA TRASFORMAZIONE: Per un po' l’entusiasmo della caccia ci distolse dalla vista del
L’EPOCA DEL TABACCO E DEL NOCCIOLO paesaggio nelle nostre immediate vicinanze, ma gradatamente
fummo pervasi dal senso di quiete di quelle ampie distese immer-
Il disegno del paesaggio agrario della Via Amerina rimase so- se nel sole, con il bestiame scuro che pascolava negli avvalla-
stanzialmente invariato dal dissolvimento dell’organizzazione menti e le fattorie sparpagliate che proiettavano la loro poderosa
produttiva romana: dal paesaggio dell’ager (campo) si trasformò massa contro il cielo… In distanza uno specchio d’acqua azzur-
progressivamente nel paesaggio del saltus (pascolo) e della silva ro, il piccolo lago di Monterosi interrompe la distesa dei colli;
(bosco) con una predominanza, come abbiamo visto, del semina- passammo poi accanto al misero villaggio che porta lo stesso
tivo verso la fine del secolo scorso. nome, e poi su, nella regione collinare dove le siepi e i boschi ce-
In una descrizione dei primi anni del Novecento fatta da Edith dui prendono il posto delle erbe scure”22.
Wharton, che percorse in automobile il tragitto da Roma a Capra- Le trasformazioni più consistenti del paesaggio agrario sareb-
rola attraverso la Cassia, non si avvertono sostanziali trasforma- bero avvenute nella seconda metà del nostro secolo con
zioni rispetto al passato: “...a ovest l’Agro Romano si srotola ver- l’introduzione di due culture particolari: una stagionale, il tabac-
so il lago di Monterosi e il monte Soratte in aride distese di terra co, che influirà oltre che sul paesaggio agrario anche sul paesag-
da pascolo punteggiata di collinette e dirupi. Man mano che ci gio sociale; l’altra, di carattere più duraturo, costituita da estese
allontanavamo da Roma, la bellezza di questo paesaggio severo piantate di noccioli.
si manifestava con più convinzione. A destra e a sinistra la terra
si estendeva in un’infinità di appezzamenti erbosi, sorvegliati qua La coltivazione del tabacco, varietà perustitza, assunse negli
e là da una tomba solitaria o dall’alto cancello di qualche vigne- anni ‘50-’60 un’importanza fondamentale per gli aspetti socio-
to abbandonato. Poi la strada prese a salire e a scendere, rega- economici e, anche se in misura minore, per quelli paesaggistici23.
landoci, mentre salivamo, fugaci visioni di una più estesa catena I campi di tabacco si concentravano nei territori dei comuni di
di colline che scivolava a nordovest verso la foresta del Cimino, e Civita Castellana, Castel Sant’Elia, Nepi, Fabrica di Roma con la
del nebuloso contrafforte dei monti Sabini ad est. Davanti a noi i caratteristica di piccoli appezzamenti di uno o due ettari24. L’area
rilievi si susseguivano senza tregua e la strada ne assecondava le
22
ondulazioni: ora veniva inghiottita negli avvallamenti della terra, Wharton E., Paesaggi italiani, a cura di Brilli A. Milano: 1995.
23
La produzione nel viterbese del tabacco perustitza occupava, nel 1968, il
ora di nuovo lanciata verso l’alto da qualche lontano pendio,
primo posto nel Lazio con una superficie di circa 600 ha pari all’80% della
come un lampo di luce sulla superficie del mare. Vi era qualcosa produzione regionale e il 20% di quella nazionale. Nel 1939 la produzione oc-
di stranamente seducente nel richiamo di quella strada che fuggi- cupava 1 ha; nel 1946 occupava 105 ha, nel 1959 occupava 750 ha. Giancane
va. Ci faceva cenno da distanze che parevano continuamente au- F., La coltivazione del perustitza nella Provincia di Viterbo. Viterbo: 1969.
24
mentare, ci blandiva collina dopo collina, e ci precedeva gettan- Nel Viterbese, oltre che nei comuni citati, la coltivazione si esercitava anche
nelle aree di Viterbo, Tuscania, Vetralla e Bomarzo.

134
di maggior intensità produttiva era quella limitrofa al tracciato
della Via Amerina, dalla località San Lorenzo a Falerii Novi, do-
ve la pianta trovava le caratteristiche idonee sia per qualità di ter-
reno che per clima con primavere umide ed estati calde e secche.
La lavorazione richiedeva un elevato utilizzo di manodopera,
sia nella fase di piantagione che in quella di raccolta ed essicca-
zione del prodotto, e tale necessità condusse a un consistente uti-
lizzo di lavoratori specializzati provenienti soprattutto dal Salen-
to, prima in forma stagionale e successivamente stabile. Questo
comportò un parziale ripopolamento delle campagne, una modifi-
ca del paesaggio umano e culturale della zona e un riutilizzo e
spesso una nuova edificazione di casolari nella campagna.
L’aspetto più interessante di queste costruzioni rurali erano gli es-
siccatoi, ormai non più utilizzati, con la tipica maglia strutturale
in legno nei quali venivano messe a essiccare le filze di foglie di
tabacco25.
La coltura del tabacco andò progressivamente diminuendo ne-
gli anni ‘70 fino alla marginalizzazione attuale. Di conseguenza
furono abbandonati i casolari e gli essiccatoi. Quest’ultimi (ormai
visibili soltanto nella zona di Falerii Novi e nei pressi di Borghet-
to a Civita Castellana) restano come unici segni nel territorio a
conservare la memoria del “paesaggio del tabacco” e di un perio-
do fatto spesso di duro lavoro e di sacrifici per tanti uomini e
donne26 (Fig. 6).

25
La raccolta del prodotto iniziava alla fine di giugno, le foglie, dopo la raccol-
ta, venivano impilate tramite lunghi aghi e sistemate in filze, sorta di collane, Fig. 6. Il paesaggio del tabacco.
poste poi su telai ad essiccare.
26
Romano Alfredo, I Leccesi a Civita Castellana: storia di una miniranza. Sta
Il paesaggio agrario dell’Amerina ha subito, soprattutto negli
in L’Informatore Civitonico, n.13, dicembre 1983 (Sezione locale Biblioteca). anni ‘60, una grande trasformazione costituita dall’introduzione

135
massiccia della coltivazione del nocciolo (Corylus avellana). appezzamenti spesso recintati e difficilmente transitabili; anche se
Questa ha interessato in modo preponderante la parte centrale del la piante hanno un’altezza limitata (7-10 metri), la loro densità
tratto stradale tra Falerii Novi e Vasanello. d’impianto29 e la linearità dei filari “condizionano” la percezione
Il nocciolo, autoctono nella regione, è stato sempre coltivato visiva in modo unidirezionale limitando la vista sui lati, come in
anche se in coltura promiscua insieme ad altre specie permanenti una galleria (Fig. 8); seppur massiccia, la presenza dei noccioli, in
come la vite e l’olivo. Nel 1929, secondo il Catasto Agrario, nel quanto caducifoglie, non contrasta con le variazioni stagionali in-
Viterbese erano presenti circa 1500 ha di noccioleti a coltura spe- tegrandosi con le caratteristiche cromatiche del territorio.
cializzata e altrettanti a coltura promiscua; tale situazione prose-
guì sostanzialmente invariata fino alla fine degli anni ‘50. Fu nel
periodo 1966-67 che la piantata a nocciolo ebbe una diffusione
prevalente raggiungendo i 10.500 ha coltivati27; 13.000 ettari in
forma specializzata nel 1976 più 1.000 ettari in coltura seconda-
ria28.
Questa imponente trasformazione del paesaggio è avvenuta
soppiantando in primo luogo altre colture legnose come i casta-
gneti da frutto, i vigneti (intercalati dapprima col nocciolo e poi
successivamente eliminati), gli oliveti, il bosco ceduo e alcuni
seminativi che si sostiturono alla cerealicoltura.
Il “paesaggio del nocciolo” è uno degli elementi distintivi del
territorio dell’Amerina. La sua caratteristica può sintetizzarsi in
quattro aspetti: le piantate conferiscono ai campi un’immagine
regolare e rigida con la monotona ortogonalità degli impianti che Fig. 7. Ripartizione percentuale delle coltivazioni nel Viterbese negli anni
“ammantano” per chilometri tutte le superfici interrompendosi 1961 e 1970 (da Floridi).
improvvisamente solo al limitare delle depressioni orografiche; la
corilicoltura costituisce un “paesaggio a campi chiusi” con piccoli
27
La densità di piante per ettaro era di 335, quindi circa 3.5 milioni di piante.
Floridi V., Recenti sviluppi della corilicoltura nel viterbese, estratto da Bollet-
tino della Società Geografica Italiana, 4-6, 1976.
28
La densità degli impianti di nocciolo nei territori attraversati dalla via Ame-
rina rispetto alla superficie agricola utilizzata era, nel 1973,: comuni di Nepi e
di Civita Castellana - 1-10 %; comune di Fabrica di Roma - 41-50%; comune
29
di Corchiano - 31-40%; comune di Gallese - 11-20%; comune di Vasanello - Il sistema di allevamento è a policaule con sesto di impianto quadrato di 4-6
21-30%; comune di Orte > dell’1%. metri per 4-6 metri.

136
LE COMPONENTI DEL PAESAGGIO
AGRARIO DELLA VIA AMERINA

La Via Amerina attraversa un territorio dove i segni del lavoro


agricolo, delle ripartizioni poderali, delle scelte tecnico-produttive
raccontano l’evoluzione storica del paesaggio e conservano la
memoria delle trasformazioni che, per secoli, si sono succedute
sui campi.
Ma questo tessuto agrario, pur fondamentale nella qualifica-
zione e caratterizzazione del paesaggio, si pone su un piano di
fondo rispetto ad alcuni episodi “forti” dal punto di vista percetti-
vo e culturale che, di volta in volta, sono rappresentati dalla mor-
fologia o dalle preesistenze archeologiche che ci fanno leggere
meglio il segno territoriale di una forra o di una strada: il rudere o
i resti del villaggio medievale innegabilmente costituiscono per
noi una maggiore attrazione. La struttura agraria è quindi una sor-
ta di tessuto connettivo che sorregge l’alta qualità ambientale e
storica dell’Amerina; senza questo sfondo il quadro sarebbe com-
posto da lacerti e frammenti di storia avulsi dal contesto.
Spesso la nostra cultura e la nostra capacità percettiva non ci
permettono di leggere il paesaggio agrario come una composizio-
ne fatta dall’uso di una grammatica, anche se non rigorosa, e di
una sintassi, abbastanza elaborata, secondo le quali i vari elementi
lessicali sono disposti, e tra loro composti, nella formazione di un
paesaggio30. Questo “fondale” agricolo fatto di segni secondari e
poco percepiti dall’osservatore si può suddividere in due tipologie
che si susseguono e ripetono lungo il tracciato stradale.
La parte meridionale della Via Amerina, dalla Valle di Bacca-
no a Falerii Novi, è caratterizzata da un paesaggio agrario a
Fig. 8. Il paesaggio del nocciolo. “campi aperti” composto da seminativi, pascoli e boschi. Le vaste

30
Secchi B., Toscana felix, in “Casabella”, 536, 1987.

137
superfici coltivate dei pianori sono punteggiate dall’ombra dei L’antica tradizione dell’orticoltura infittisce la trama delle col-
roveri e dei cerri isolati e delimitate da alte siepi di biancospini, tivazioni nei pressi di Nepi, dove i piccoli e numerosi appezza-
cornioli, pruni, rose canine e ligustri. Non c’è un’orditura regolare menti presentano una gamma stupefacente di verdi ben ordinati in
del tessuto agrario: le arature sono effettuate di volta in volta nei file parallele (Fig. 10). Le recinzioni degli appezzamenti sono li-
terreni più acclivi in traverso o a rittochino e le rotazioni agrarie mitate: composte da pali in castagno e filo di ferro, da siepi e dal-
conferiscono una notevole varietà cromatica al territorio: giallo le possenti e antiche “macere”31 in blocchi di tufo che delimitano,
oro del grano duro e dell’orzo a luglio; giallo intenso, primario, spesso, la viabilità interpoderale (Fig. 11).
della colza a giugno; rosso dell’erba medica da giugno a settem- Ma il campo aperto è anche l’immagine del paesaggio del sal-
bre; i verdi del mais e del tabacco; il giallo aranciato di girasoli ad tus con consistenti superfici a pascolo per le greggi che trovano
agosto (Fig. 9). ospitalità nei vari casolari del territorio (Fig. 12).
Una seconda fascia agricola, all’incirca da Falerii Novi a Va-
sanello, si caratterizza per un paesaggio agrario a “campi chiusi”
dove è la piantata, soprattutto in forma promiscua, che struttura e
definisce le sequenze visive del territorio. In quest’area, la struttu-
ra aziendale è fondata sulla diffusione delle microaziende (0-3 ha)
date dalla massiccia pressione demografica sulla terra che, soprat-
tutto all’inizio del ‘900, ha condotto alla frammentazione delle
grandi proprietà silvo-pastorali e alla distribuzione di terreni ai
contadini con il risultato di un’utilizzazione intensiva dei fondi32.
Il paesaggio si chiude scandito dalla fitta trama di noccioleti,
vigneti, oliveti, articolandosi in una direzionalità prevalente sud-
nord, dove la ricerca della produttività cede il passo a una sorta di
monotonia priva di spazi naturali ad esclusione delle superfici bo-
scate nei pressi delle forre (Fig. 14). Qui, la caratteristica di inse-

31
La “macera” è la recinzione storica tipica della zona tufacea compresa tra
Nepi, Castel S. Elia e Civita Castellana. Essa di compone di grandi blocchi di
tufo (detti bolognini) lunghi da 80-100 cm e spessi 50 cm, cavati a mano e mu-
rati a secco. L’uso delle macere si interrompe intorno agli anni ‘50 del nostro
secolo per l’introduzione della meccanizzazione all’interno del processo di e-
strazione del materiale.
32
Grillotti Di Giacomo M.G., Di Carlo P., Moretti L., La struttura delle azien-
de agrarie come base per la individuazione di aree agricole funzionali. Il caso
Fig. 9. Il paesaggio del seminativo. del Lazio. Roma: 1985.

138
diamento sparso della popolazione sta pregiudicando, soprattutto
nei pressi di Falerii Novi, la qualità paesaggistica del tessuto a-
grario; l’orditura regolare delle piantate si “smaglia” con
l’inserimento di numerose abitazioni creando episodi incoerenti
con il contesto rurale.
Un terzo settore è quello verso la Valle del Tevere, a Orte, do-
ve ritorna il “campo aperto” con un paesaggio composto da semi-
nativi, pascoli e boschi33, paesaggio che si srotola, insieme
all’Amerina, oltre il Tevere lungo la Valle del rio Grande, per
congiungersi al “paesaggio dell’olivo” che scandisce i territori di
Amelia (Fig. 13).

Fig.10- Il paesaggio degli orti.

33
Nel 1985 nella zone di Orte i seminativi, i pascoli e i boschi raggiungevano
Fig.11- Le macere.
rispettivamente il 44%, l’11% e il 26% della superficie agricola utilizzata. Ibi-
dem

139
Fig. 12. Il paesaggio del saltus.

Fig. 13. Il paesaggio della Valle del Tevere.

140
Fig. 14. Superfici aziendali e relativi paesaggi secondo l’utilizzazione dei terreni nel 1991.

141
SULLA STRADA: LE CATEGORIE
PAESAGGISTICHE DELLA VIA AMERINA

L’Amerina è un filo che si srotola, in rettilineo, per cinquanta


chilometri. Da sud a nord, il nastro di basalto, di terra battuta, di
tufo “vivo”, di erba e argilla, di travertino, ci conduce attraverso
pianori e forre, valli fluviali e insediamenti umani. La strada ro-
mana ci svela, volendo, la stratificazione dei gesti umani nel tem-
po e nello spazio, le trasformazioni della terra e degli elementi na-
turali.
La peculiarità del percorso non può essere correlata a giudizi
estetici o di valore, la sua alta qualità risiede nella varietà costitui-
ta dalla compresenza di parti, anche in forte contrasto, che creano
uno stato di attenzione “alto”, ricco di elementi sia naturali che
artificiali, sia positivi che negativi.
La struttura del paesaggio è fatta di parti, ognuna di esse collo-
cabile all’interno di una categoria. È regolata da un tessuto costi-
tuito dalla categoria fondamentale del “paesaggio agrario” che,
come abbiamo visto, assume a sua volta ulteriori caratterizzazio-
ni: agrario del seminativo e del pascolo, nelle zone meridionali e
settentrionali del tracciato; agrario della piantata nella parte me-
diana.
All’interno di questa grande categoria s’inseriscono delle si-
tuazioni straordinarie capaci di maggiore attrazione percettiva, sia
naturali che antropiche. I boschi dei pianori, i torrenti, il fiume
costituiscono “paesaggi naturali” perché luoghi dove la naturalità
emerge rispetto all’opera umana. La forra, con le ripide pareti tu-
facee, spesso incise dall’opera umana, appartiene alla categoria
del paesaggio rupestre che interrompe bruscamente il morbido ri-
lievo della campagna. Le rovine degli insediamenti umani, con i
Fig. 15. Il paesaggio delle resti dei numerosi villaggi medievali, della città di Falerii Novi e
Piantate. delle costruzioni romane lungo la strada, conferiscono un caratte-

142
re ruderale al paesaggio. Non sono assenti paesaggi urbani di qua- che in altri, l’interesse per gli aspetti storici o per i resti archeolo-
lità come l’attraversamento di Nepi, o presenze umane vistose ma gici pone in secondo piano le particolarità vegetazionali dell’area
contrastanti con il territorio limitrofo, create senza logiche di in- o le tessiture agricole. La lettura di questi segni, primari o secon-
sediamento, non organiche, né omogenee: vedi certe zone resi- dari, permette la riconoscibilità delle strutture paesaggistiche, de-
denziali sparse e alcuni stabilimenti produttivi (Fig. 16). finisce l’evoluzione del territorio nel tempo e nello spazio: con le
La suddivisione in categorie tipologiche può risultare poco or- sue regole insediative, i suoi codici ambientali dettati dal clima o
todossa nell’analisi del paesaggio ma è indispensabile quando dalla morfologia, con l’uso del suolo agrario.
l’oggetto dello studio (la strada) impone un movimento al sogget-
to fruitore. La percezione del territorio non è quindi statica, non
avviene esclusivamente da luoghi privilegiati (punti panoramici o
coni visuali) ma dinamica e consequenziale.
La condizione fruitrice di questo paesaggio è dunque il “mo-
vimento”. La strada determina percezioni oggettive dinamiche e
variabili: discesa nelle forre con visuali chiuse; percorrenza dei
pianori con visuali aperte; attraversamento delle piantate con vi-
suali chiuse e condizionate; visioni ravvicinate (nelle tagliate) e
visioni distanziate dei punti di riferimento (il Soratte, i Cimini).
In questo quadro vi sono, inoltre, elementi primari ed elementi
secondari del paesaggio, in altre parole segni capaci di stimolare
la percezione al di fuori di una situazione significante: sono pri-
mari i punti di riferimento territoriale (Soratte) e l’autostrada nel-
la Valle del Tevere, la cupola della chiesa di san Tolomeo che
s’intravede arrivando a Nepi e gli edifici industriali nell’area del
Quartaccio; sono segni primari anche le abitazioni nella campa-
gna di Fabrica di Roma come lo è l’abbazia di Santa Maria di Fal-
leri. La categoria dei segni secondari è costituita soprattutto dal
tessuto agricolo e da tutti quegli elementi che non danno dei pic-
chi d’attenzione all’osservatore, ma che, in fondo, costituiscono il
tessuto connettivo del paesaggio.
La lettura del percorso, infine, è data anche dalle percezioni
soggettive del fruitore, legate alla cultura personale, alla sua sen-
sibilità estetica, alla sua memoria storica. In alcuni, infatti, più

143
Fig. 16. Le categorie del paesaggio lungo la Via Amerina.

144