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Mito e Metamorfosi in Dante Petrarca e Boccaccio

Ricerca bibliografica

Mito e metamorfosi in Dante,Petrarca e Boccaccio


Testi Consultati. La mia ricerca bibliografica mira, a rintracciare le origini del mito nelle opere della letteratura classica. HOMERUS. Iliade; Traduzione di Nicola Festa. Palermo: Remo Sandron editore,1924 L'Iliade - assieme all'Odissea - un poema epico attribuito ad Omero. Si compone di ventiquattro libri o canti, ognuno dei quali indicato con una lettera dell'alfabeto greco maiuscolo. In totale sono 15.688 versi (esametri dattilici). Opera ciclopica e complessa, un caposaldo della letteratura greca ed occidentale. Narra le vicende di un breve episodio della storia della guerra di Troia, quello dell'ira dell'eroe Achille, accaduto nei cinquantuno giorni dell'ultimo anno di guerra. HOMERUS. Odissea; a cura di franco Ferrari. Torino: UTET 2001. L'Odissea (greco: , Odysseia) uno dei due grandi poemi epici greci attribuiti all'opera del poeta Omero, divisa in 24 libri, lopera appartiene a i poemi Nostoi (N, "ritorni"), i poemi greci del ciclo epico che descrivevano il ritorno degli eroi achei in patria dopo la distruzione di Troia ed ha come protagonista Ulisse. OVIDIUS NASO, PUBLIUS Le Metamorfosi; traduzione di guido Paduano. Milano: Mondadori,2007 Le metamorfosi il titolo di un poema epico di Publio Ovidio Nasone (43 a.C.-18) incentrato sul fenomeno della metamorfosi. Attraverso l'opera, ultimata poco prima dell'esilio dell'8 d.C., Ovidio ha reso celebri e trasmesso ai posteri numerosissimi storie e racconti mitologici dell'antichit greca e romana. L'opera, composta da pi di 12.000 versi, pu essere considerata uno dei pi imponenti e importanti componimenti epici della letteratura latina. Nel poema, Ovidio raccoglie e rielabora pi di 250 miti greci: la narrazione copre un arco temporale che inizia con il Caos ( lo stato primordiale di esistenza da cui emersero gli dei) e che culmina con la morte di Gaio Giulio Cesare . Nel I e nel II libro vengono narrati i miti cosmogonici, il diluvio universale e la rinascita del genere umano ad opera di Deucalione e Pirra. Poi l'autore inizia a narrare

le storie metamorfiche, che parlano, il pi delle volte, dell'amore di un dio nei confronti di una mortale o di una ninfa (Apollo e Dafne, Zeus ed Io, Zeus ed Europa sono tra le vicende pi celebri). Il III libro riporta i miti riguardanti la nascita dell'era degli eroi. I protagonisti di questi racconti sono gli eroi tebani (tra questi i pi famosi sono Cadmo e i suoi discendenti). Gli dei ritornano ad avere un ruolo centrale, nel IV, V e VI libro. Gli episodi pi conosciuti sono il ratto di Proserpina da parte di Ade, la sfida musicale tra Apollo e Marsia, le avventure di Dioniso, le imprese di Perseo e la sfida canora tra le Muse e le Piche. Le avventure degli argonauti e di Medea sono l'argomento principale del VII libro, mentre nel libro VIII sono presenti le avventure del giovane Minosse e di Scilla, la storia d'amore tra Teseo e Arianna, l'uccisione del Minotauro e le tragica storia di Dedalo ed Icaro. I libri IX e X hanno come protagonisti, rispettivamente, Ercole ed Orfeo, quest'ultimo canter diversi miti che hanno come protagonisti numerosi eroi. L'XI e il XII libro sono dedicati agli anni della guerra di Troia, ma ci sono anche miti che o sono legati ai protagonisti di questa guerra, l'incontro tra Peleo e Tetide, o miti che venivano raccontati duranti i banchetti serali, la centauromachia e Ceneo narrati da Nestore. Concatenati a quelli precedenti sono il libro XIII e il XIV che hanno come protagonista l'eroe troiano Enea. L'ultimo libro, il XV, viene introdotto da un ampissimo sermone rivolto da Pitagora al re Numa Pompilio. In questo discorso il filosofo illustra la teoria della metempsicosi. Il libro si conclude con le avventure dei discendenti di Enea: rievocando la storia di Roma, culminando con la divinizzazione di Giulio Cesare e una celebrazione di Augusto.

APULEIUS. Metamorfosi ; edizione critica con traduzione e note a cura di Piero Scazzoso. Bologna: Zanichelli 1982. Le metamorfosi (dal latino Metamorphoseon libri), o L'asino d'oro (Asinus aureus), un'opera della letteratura latina di Lucio Apuleio (II secolo d.C.). Il secondo titolo deriva dal De civitate Dei (XVlll, 18) di sant'Agostino. l'unico romanzo antico in latino pervenuto interamente ad oggi; e insieme al Satyricon di Petronio, pervenutoci solo parzialmente, costituisce l'unica testimonianza del romanzo antico in lingua latina. Essendo centrale a tutta l'opera il tema della magia e non essendo citata questa nell'Apologia, che riporta il discorso difensivo dell'autore coinvolto nel 158 in un processo per magia, si desume che la stesura del romanzo sia posteriore a quella data.

Il libro costituito da un soggetto principale, Lucio, e della sua metamorfosi in un asino a seguito di un esperimento non andato a buon fine. questo l'episodio-chiave del romanzo, che muove il resto dell'intreccio: il secondo livello narrativo costituito dalle peripezie dell'asino che, nell'attesa di riassumere le sembianze umane, si vede passare di mano in mano, mantenendo per raziocinio umano e riportando le sue molteplici disavventure. La narrazione inoltre spesso interrotta da digressioni di varia lunghezza, che riferiscono vicende degne di nota o di curiosit, relative alle vicende del protagonista o raccontate da altri personaggi. Una di queste, la favola di Amore e Psiche, occupa pi libri tanto da costituire un piano narrativo a s e da essere la chiave di lettura del romanzo.

STATIUS, Publius Papinius Tebaide; a cura di Laura Micozzi. Milano: Oscar Mondadori ,2010. La Tebaide Pubblicata nel 92, in 12 libri e narra la lotta fra i due fratelli Eteocle e Polinice per la successione in Tebe al trono di Edipo (ma anche se il tema mitologico, dotato di un complesso apparato divino, la vera sostanza del contenuto riporta irresistibilmente verso la Pharsalia diLucano). In un insolito epilogo programmatico, Stazio dichiara poi di avere un modello altissimo, anche se preso coi dovuti rispetti: l'Eneide, di cui le due esadi riproducono fedelmente la met odissiaca di preparazione e quella iliadica di guerra. In verit, i modelli poetici sono legioni: Stazio dimostra una buona conoscenza della tragedia greca (Eschilo) e forse anche di alcuni poemi ciclici (Antimaco di Colofone) o di loro riassunti. Talora (oltre che l'Omero mediato da Virgilio) appaiono anche modelli pi insoliti: Euripide,Apollonio Rodio, persino Callimaco (e gli alessandrini in genere); infine, lo stile narrativo e la metrica risentono della lezione tecnica diOvidio, mentre la sua immagine del mondo dell'influsso di Seneca, da cui mutua anche, volendo, il gusto dell'orrido e la tendenza al patetico (caratteristiche comunque comuni alla letteratura del tempo). Insomma, proprio qui - ovvero nel contrasto tra fedelt alla tradizione virgiliana e le inquietudini modernizzanti - sta il vero centro dell'ispirazione epica di Stazio. Tuttavia, nonostante tale costellazione di influssi, e nonostante l'abbondanza di episodi minuti e di "miniature" sentimentali o pittoresche, l'opera non manca affatto di unit: anzi, il difetto tipico sono piuttosto gli ossessivi "corsi e ricorsi" a motivi e atmosfere: tutta la storia risulta, ad esempio, dominata da una ferrea "necessit universale" (la cui funzione enfatizzata in un apparato divino come detto

tipicamente virgiliano), che appiattisce le cose, gli uomini e le stesse divinit ( qui che Stazio si avvicina invece pi a Lucano).

VERGILIUS MARO,Publius Eneide; Traduzione di Annibal Caro. Bologna: Rizzoli, 2007 L'Eneide (in latino Aeneis) un poema epico della cultura latina scritto dal poeta e filosofo Virgilio nel I secolo a.C. (pi precisamente tra il 29 a.C. e il 19 a.C.), che narra la leggendaria storia di Enea, principe troiano figlio di Anchise, fuggito dopo la caduta della citt, che viaggi per il Mediterraneo fino ad approdare nel Lazio, diventando il progenitore del popolo romano. Alla morte del poeta il poema, scritto in esametri dattilici e composto da dodici libri, rimase privo di revisioni e di ritocchi ultimi dell'autore; perci nel suo testamento Virgilio fece richiesta di farlo bruciare, nel caso non fosse riuscito a completarlo, ma l'amico Vario Rufo, non rispettando le volont del defunto, salvaguard il manoscritto dell'opera e successivamente l'imperatore Ottaviano Augusto ordin di pubblicarlo cos com'era stato lasciato. I primi sei libri raccontano la storia del viaggio di Enea da Troia all'Italia, mentre la seconda parte del poema narra la guerra, dall'esito vittorioso, dei Troiani - alleati con i Liguri, alcuni gruppi locali di Etruschi e con i Greci provenienti dall'Arcadia contro i Rutuli e i loro alleati, tra cui altri Etruschi; sotto il nome di Latini finiranno per essere conosciuti in seguito Enea e i suoi seguaci. Enea una figura gi presente nelle leggende e nella mitologia greca e romana, e compare spesso anche nell'Iliade; Virgilio mise insieme i singoli e sparsi racconti dei viaggi di Enea, la sua vaga associazione con la fondazione di Roma e soprattutto un personaggio dalle caratteristiche non ben definite tranne una grande religiosit (pietas in latino), e ne trasse un avvincente e convincente "mito della fondazione", oltre ad un'epica nazionale che allo stesso tempo legava Roma ai miti omerici, glorificava i valori romani tradizionali e legittimava la dinastia Giulio-Claudia come discendenti dei fondatori comuni, eroi e dei, di Roma e Troia. L'Eneide un poema composto in esametri latini e suddiviso in 12 libri. I primi 6 libri costituiscono la parte odissiaca dell'opera, cio Virgilio si ispira al viaggio di Ulisse per descrivere ci che accade ad Enea. La reggia di Didone l'equivalente della reggia dei Feaci, poich in entrambi le corti avviene il racconto dell'eroe in flash-back. I parallelismi tra l'Eneide e l'Odissea si trovano tutti in questa prima esade.

I secondi 6 libri costituiscono la parte iliadica dell'opera in quanto si parla della guerra contro gli italici, modellata su quella di Troia. Il maggior eroe italico Turno, re dei Rutuli, e il poema si conclude con la sua morte. LUCANUS, Marcus Anneus Bellum civile; a cura di Paolo Esposito Napoli: Loffredo,2009 Pharsalia il titolo dell'unica opera conservatasi del poeta latino Marco Anneo Lucano. Nei manoscritti che la tramandano sempre citata come Bellum civile ("La guerra civile"), ma il titolo esatto dovrebbe essere proprio Pharsalia, in base a quello che lo stesso Lucano dice nel IX libro: Il poema epico-storico di Lucano certo incompiuto e si arresta al X libro. Argomento dell'opera la guerra civile che oppose Gaio Giulio Cesarea Gneo Pompeo Magno e che ebbe nella battaglia di Farsalo il suo punto culminante (raccontato da Lucano nel VII libro). Fonti di Lucano furono Tito Livio, Asinio Pollione , Seneca il Vecchio e i Commentarii di Cesare. La Pharsalia, nella letteratura latina, rappresenta un poema atipico. Innanzitutto mancano gli interventi divini nelle decisioni e nelle azioni umane, caratteristici nei poemi epici e storici precedenti. Il poeta inoltre canta un avvenimento che egli stesso condanna, e che riconosce come una tragedia nella storia di Roma: ben diversi erano i poemi precedenti che cantavano la gloria dell'Urbe. Il racconto, poi, procede senza alcuna regolarit narrativa: gli episodi vengono selezionati, diluiti o riassunti, a seconda delle necessit del poeta, che imposta quindi in maniera alquanto soggettiva (non mancano neppure i commenti ai singoli episodi) tutta la sua opera. La Pharsalia fu una delle fonti pi preziose per Dante Alighieri, che spesso la cit nella Divina Commedia.

Ho poi consultato i testi che si interessavano allo studio del canto XXV dell Inferno di Dante nel quale la metamorfosi riveste una grande importanza. ALIGHIERI,Dante Inferno. Firenze: Le Monnier ,2006 Area Umanistica VI.2.A. 25/2 canto XXV PARATORE,Ettore Tradizione e struttura in Dante. Firenze Sansoni,1968 MATTALIA,Daniele Il canto 25 dellinferno. Firenze: Le Monnier, 1962

Il canto venticinquesimo dell'Inferno di Dante Alighieri si svolge nella settima bolgia dell'ottavo cerchio, ove sono puniti i ladri; siamo nel mattino del 9 aprile 1300 (Sabato Santo), o secondo altri commentatori del 26 marzo 1300. Vanni Fucci e l'invettiva contro Pistoia - versi 1-16 Il canto continua con un tutt'uno con il precedente. Vanni Fucci, ladro confesso, profeta di sciagure appena elencate a Dante con odio "perch doler ti debbia", adesso sempre al centro della scena e conclude il suo arrogante e minaccioso discorso con un gesto blasfemo, che consiste nell'alzare verso il cielo le due mani con il gesto delle fiche (infilando il pollice tra l'indice e il medio, che all'epoca era un gesto volgare come il gesto dell'ombrello) gridando "Togli, Dio, ch'a te le squadro!" (qualcosa come "Ti, Dio!", letteralmente: "Prendi Dio, che te le mostro apertamente!", intendendo le fiche), una sordida bestemmia, che sdegna Dante, per fortuna interrotta dall'arrivo di serpi che, nonostante prima avessero suscitato il suo orrore (in Inferno XXIV, 82-84), da quel momento considera amiche perch strozzano il dannato come se gli intimassero di non parlare pi e gli legano di nuovo le braccia che hanno appena compiuto il gesto osceno. Il poeta allora scrive un'invettiva contro la citt di Pistoia, patria di cittadini cos rei. Perch Pistoia Pistoia non deliberi di non esistere pi riducendoti in cenere? I tuoi concittadini sono i peggiori in quanto a malvagit. Dante confessa infatti che finora in tutto l'Inferno non ha incontrato nessuno cos superbo quanto il ladro pistoiese, neppure Capaneo, il re bestemmiatore che precipit dalle mura di Tebe. Vanni Fucci esce quindi di scena fuggendo avvolto dai serpenti, cosi che non pot pi parlare ancora. Il centauro Caco - vv. 17-33 La successiva apparizione del Centauro Caco (un mostro ucciso da Ercole che solo Dante trasforma in centauro basandosi su una descrizione piuttosto vaga di Virgilio nell'Eneide) improvvisa e breve. Esso appare correndo infuriato come se cercasse Vanni Fucci ("Ov', ov' l'acerbo?", v. 18) forse per punirlo (ma poi qui Caco un dannato o un guardiano della bolgia? non ci sono abbastanza elementi per stabilirlo). Egli vividamente descritto come pieno di serpenti attaccati su tutta la groppa fino all'innesto con il corpo umano, pi di quelli che Dante crede si possano trovare in tutta la Maremma. Inoltre egli ha un drago alato innestato dietro le spalle,

un'invenzione di Dante per giustificare il fatto che il mostro Caco sputasse fuoco secondo alcuni autori antichi. Virgilio quindi lo presenta, come il Caco che spesso bagn il colle Aventino di un lago di sangue e che rubo con frode in un gregge vicino: i buoi di Gerione a Ercole, che prese tirandoli per la coda cos che non si potessero rintracciarne le orme; per questo non si trova con gli altri centauri (custodi del settimo cerchio dei violenti). Per porre fine al suo malvagio operato, Ercole lo uccise con cento colpi della sua mazza, ma egli al decimo era gi morto, un particolare truculento mutuato da Ovidio, che sottolinea che la frode pu giustificare la brutalit per essere punita. I ladri fiorentini: altra metamorfosi - vv. 34-78 Virgilio parla e Caco passa e va, nel frattempo tre spiriti si avvicinano sotto ai due poeti, che li notano solo quando essi gli chiedono "Chi siete voi?", interrompendo le loro discussioni. Dante non li riconosce, ma, come succede talvolta nei discorsi, avviene che lo spirito che ha parlato deve nominarne un altro e dice "Cianfa dove fia rimaso?", "dove sar Cianfa?", al che Dante, sentendo nominare un fiorentino, fa cenno a Virgilio di tacere per poter ascoltare. Dante-scrittore sta per descrivere una scena di visioni fantastiche e sovrannaturali, per cui, come in altri passi, si rivolge prima direttamente al lettore per spiegargli che ci che ha visto nell'Inferno vero per quanto suoni incredibile. Un ramarro con sei zampe infatti si lancia contro uno dei tre dannati, iniziando a fondersi con esso. Se a questo diverso trattamento corrisponda un diverso peccato (cos come per Vanni Fucci l'essere trasformato ciclicamente in cenere era forse legato al suo sacrilegio di rubare in un luogo consacrato), magari seguendo le specificazioni del peccato del furto che fa Tommaso d'Aquino, non ci sono elementi sufficienti per decifrarlo, sia dalla biografia stringatissima che qualche commentatore antico ha rilevato del dannato (Agnolo Brunelleschi, forse ladro che usava camuffarsi, per questo le sue sembianze sono cos trasfigurate all'Inferno), sia dalla narrazione di Dante che tutta incentrata sulla descrizione della metamorfosi e non allude ad altri particolari biografici o morali. Forse il contrappasso va interpretato solo come "furto" dell'identit, dell'umanit da parte dei serpenti di questi ladri. La trasformazione l'argomento sul quale si concentra Dante, in una specie di rivalit con i suoi modelli classici come Ovidio e Lucano. Il ramarro dai sei piedi si aggrappa al ventre del dannato con la coppia di zampe centrali ("Co' pi di mezzo li avvinse la pancia" - v. 52), con quelle anteriori alle braccia ("e con li anteror le braccia prese;", v. 53) e con il muso gli morde la faccia

("poi li addent e l'una e l'altra guancia;" - v. 54). Quindi gli distende le zampe posteriori lungo le cosce ("li diretani a le cosce distese," - v. 55) e gli passa la coda tra le gambe appoggiandola distesa sulla sua schiena ("e miseli la coda tra 'mbedue / e dietro per le ren s la ritese." - vv. 56-57). La bestia gli sta abbarbicata come l'edera agli alberi e i due copri iniziano a fondersi come la cera calda, unendo i due colori in un tono che non proprio di nessuno dei due, come quello della carta che brucia, dove tra il foglio bianco e il nero della bruciatura appare un colore intermedio bruno. Gli altri due dannati guardano, un po' incuriositi un po' intimoriti e dicono come Agnel non sia ormai "n due n uno", ovvero la fusione non ha creato un nuovo individuo, ma un mostro orribilmente trasfigurato. Essi sono "perduti" nella nuova forma, con le teste fuse in un'unica faccia, gli arti anteriori divenuti due da quattro liste (cio le due braccia dell'uomo e le due zampe anteriori del rettile sono divenuti gli arti anteriori del mostro, "Fersi le braccia due di quattro liste;" - v. 73), "le cosce con le gambe e 'l ventre e 'l casso (il busto) / divenner membra che non fuor mai viste", dove ogni aspetto originale era cancellato (casso, notare la rima ambigua). Il mostro se ne va cos via. Terza metamorfosi - vv. 79-151 Come una lucertola, di quelle che saettano nella calura estiva ("dei d canicular"), un serpentello "acceso (d'ira), livido e nero come un gran di pepe", si avventa sull'ombelico di uno dei due dannati fermi e poi gli ricade davanti (e quella parte onde prima preso / nostro alimento, a l'un di lor trafisse; / poi cadde giuso innanzi lui disteso. - vv. 85-87). Il trafitto guarda l'altro in silenzio, sbadigliando, forse con rassegnazione, forse con noia, e anche il serpente riguarda; esce fumo dalla bocca del serpente e dalla ferita dell'uomo, che si uniscono nell'aria. A questo punto Dante sta per descrivere una doppia trasformazione, dell'uomo in serpente e del serpente in uomo, ma prima di dedicarsi alla narrazione lancia, per cos dire, una sfida ai poeti classici, la cosiddetta iactatio o vanto dei trattati dell'arte retorica, introdotta proprio canonicamente da un "Taccia (taceat)". Taccia quindi Lucano quando parla di Sabello e di Nasidio (soldati dell'esercito di Catone che nella Pharsalia sono morsi da serpenti e muoiono orrendamente trasfigurati, uno trasformato in cenere, uno gonfiato fino a scoppiare) e stia a udire quello che "scocco", come freccia; Taccia Ovidio (massimo poeta delle Metamorfosi), che parl di Cadmo trasformato in serpente e di Aretusa mutata in fonte, che lui, Dante, non ha niente da invidiar loro: mai nessuno ha descritto una duplice metamorfosi incrociata, fronte a fronte. Dante non aveva per solo motivo di vantarsi in quanto poeta, ma la sua sfida va inquadrata nella consapevolezza degli autori medievali di aver ricevuto la rivelazione cristiana, quindi pu comprendere un senso allegorico nei miti che era avulso agli autori antichi.

La descrizione in parallelo delle due metamorfosi molto lunga e dettagliata, in vari passaggi in parallelo. Prima la coda del serpente si biforca in due, mentre all'uomo le gambe si fondono velocemente, cos che ben presto non ci sono pi segni di giuntura: come se la coda biforcata prendesse, togliesse l'umanit dall'altra persona, che nel frattempo perdeva la sua natura; la pelle di uno si faceva molle, quella dell'altro dura; i piedi di dietro del serpente (inteso nel senso generico di rettile, perch i serpenti non hanno arti) si fondono e diventano il membro maschile, mentre il pene del "misero" (l'uomo) si appena diviso; il fumo avvolge entrambi facendo variare il colore della pelle e facendo comparire capelli e peluria su uno, cos come li faceva sparire dall'altro e nel frattempo uno cade gi e l'altro si leva in piedi; i due continuano a fissarsi con le "lucerne empie" ("gli occhi malvagi"), mentre i due cambiano "muso": uno lo ritira verso le tempie, e la pressione della materia gli fa uscire gli orecchi dalle gote, mentre una parte della materia non si ritira e fa nascere il naso e le labbra; quello in terra invece fa uscire fuori il muso e ritira gli orecchi come fa la lumaca con le corna; la lingua di uno si biforca, mentre quella dell'altro si richiude; il fumo "resta" (cessa, scompare) e la trasformazione ha termine. Allora il serpente se ne fugge sibilando (suffolando) per la valle "e l'altro dietro a lui parlando sputa", forse per scacciarlo (Francesco Torraca nel suo commento ricorda che la saliva era ritenuta un efficace antidoto del veleno serpentifero[3]), e, rivolgendosi al dannato che ha assistito a tutta la scena in silenzio, gli dice: (parafrasi) "Voglio che Buoso corra ora come ho fatto io a quattro zampe per questa via". Dante ha visto cos la "feccia" (zavorra) della settima bolgia trasformarsi. il Dantescrittore che ora prende la parola insistendo di nuovo sul lettore perch creda veramente a questa sua esperienza ultramondana, ma si scusa anche se la penna ha un po' (fior, nell'italiano medievale significava "un poco") "abborrato" cio si espressa un po' confusamente, anche perch la visione stessa era confusa. Ma sebbene il suo animo fosse smarrito (smagato) egli aveva riconosciuto prima che sgattaiolassero via Puccio Sciancato (quello non trasformato) e colui che Gaville ancora piange, secondo i commentatori Francesco Cavalcanti, assassinato a Gaville e i cui parenti fecero tremenda vendetta nel piccolo borgo del contado fiorentino. Dante ha trovato quindi ben cinque fiorentini in questa bolgia e lo sdegno per la mala fama di questi suoi concittadini gli far pronuciare un'invettiva contro Firenze all'inizio del prossimo canto. La mia ricerca si poi spostata sulla canzone 23 del Canzoniere di Petrarca, conosciuta anche come la canzone della metamorfosi DOTTI,Ugo Vita di Petrarca .Bari: Laterza, 1987 Petrarca a cura di Loredana Chines e Marta Guerra in La letteratura Italiana,diretta da Ezio Raimondi. Milano: Mondadori,2005

Di questi testi ho consultato la canzone 23 detta anche la canzone della metamorfosi. Nel Dolce tempo de la prima etade il racconto della nascita dellamore per Laura e della nascita di Petrarca come poeta per effetto di questo amore. Lautore narra come Amore lo ha condotto ad una serie di metamorfosi,tutte di reminescenza ovidiana e come le varie fasi dellinnamoramento lo hanno guidato ad esprimersi in versi. Per completare questo breve quadro mi sono interessata allottava novella della quinta giornata del Decameron di Boccaccio che ha per protagonista Nastagio Degli Onesti e nella quale ricorre il tema della metamorfosi. BOCCACCIO,Giovanni Decameron a cura di Vittore Branca. Torino: Einaudi ,2009 Nastagio degli Onesti un nobile di Ravenna, ritrovatosi ricchissimo in seguito alla morte del padre e dello zio. Egli s'innamora di una fanciulla di famiglia ancor pi nobile, la figlia di PaoloTraversari. Per attirare la sua attenzione, Nastagio comincia a sperperare il proprio denaro in banchetti e feste organizzate soltanto per lei (un riferimento all'economia che accomuna questa novella a quella di Federigo degli Alberighi); la ragazza, tuttavia, non ricambia l'amore di Nastagio, anzi si diverte a rifiutarlo, e per questo motivo egli pi volte si propone di suicidarsi, di odiarla o di dimenticarla, senza per riuscire nei propri propositi. Vedendo che Nastagio si sta consumando nella persona e nel patrimonio, i suoi amici e parenti gli consigliano di andarsene da Ravenna, in modo da riuscire a dimenticare il suo amore inappagato. Il giovane, non potendo continuare a ignorare questo consiglio, lascia Ravenna e si trasferisce a Classe, poco lontano dalla sua citt. Un venerd all'inizio di maggio, all'imbrunire, Nastagio, passeggiando nella pineta, vede una ragazza correre nuda in lacrime, inseguita da due cani che la mordono e da un cavaliere nero con uno spadino che la minaccia di morte. Nastagio cerca di difenderla, ma il cavaliere, presentatosi come Guido degli Anastagi, gli racconta come un tempo aveva amato follemente questa donna che sta inseguendo, ma poich costei non aveva voluto ricambiare il suo amore, si era suicidato. Quando anche la ragazza mor, senza alcun pentimento per il tormento che aveva inflitto al suo innamorato, venne condannata con lui alla pena di quella crudele caccia: ogni venerd, la ragazza avrebbe dovuto subire l'uccisione e successivamente la ricomposizione del proprio corpo, per tanti anni quanti erano stati i mesi del suo rifiuto nei confronti dell'innamorato.

Rassegnatosi al volere divino, Nastagio assiste allo strazio del corpo della giovane da parte del cavaliere, al termine del quale i due sono costretti a ricominciare la corsa, fin quando si sottraggono alla sua vista. Il giovane decide di approfittare della situazione: imbandir un banchetto in quello stesso luogo del bosco il venerd successivo, invitando i propri parenti e l'amata insieme con i suoi genitori. Come Nastagio aveva previsto, alla fine del pranzo si ripete la scena straziante e pietosa. Con ci egli ottiene l'effetto sperato: dopo che il cacciatore spiega di nuovo ai presenti la sua condanna, infatti, la fanciulla amata da Nastagio, rendendosi conto di come aveva sempre calpestato l'amore che egli prova per lei, per paura di subire la stessa condanna cambia atteggiamento e acconsente immediatamente alle nozze, tramutando il suo odio in amore. Cos la domenica successiva i due si sposano, e da quel momento tutte le donne di Ravenna imparano a essere pi gentili verso i loro innamorati. Ho consultato, inoltre, alcuni testi critici sul tema della metamorfosi. Metamorfosi atto internazionale del convegno di studi a Sulmona,20-22 Novembre 1994 Mito e Metamorfosi nella letteratura italiana Bodo Guthmller. Palermo: Carocci,2009. Il libro raccoglie sedici saggi sul modo in cui il tema del mito e della metamorfosi sono stati affrontati nella letteratura italiana del tardo Medioevo e del Rinascimento, dalla Commedia di Dante alle novelle del Boccaccio, dai manuali mitografici ai cantari, dalla poesia bucolica al poema epico, dai diversi generi letterari del Rinascimento alle arti figurative, agli intermezzi teatrali nella piet poesis d'ispirazione emblematica. Metamorfosi del mito classico da Boccaccio a Marino di Anna cerbo. Edizioni ETS Poeti, pensatori e pittori di ogni tempo ripropongono materiali mitologici, in cerca del divino e di quellimmediato che secondo Hlderlin sfugge non solo agli uomini ma anche agli di. Cos la letteratura, e in generale larte, custode dei miti e depositaria delle verit in essi riposte. Nel libro si discute dellinventio poetica e dellesegesi mitica; si riflette sulla mitopoiesi e sulla tradizione mitologica nella cultura letteraria dal Trecento al Seicento. Gli di e i misteri pagani mostrano la loro metamorfosi nelle migliori pagine di Boccaccio, Petrarca, Poliziano, Campanella, Bruno e Marino, presentando la differenza nel manifestarsi ai moderni. La rivisitazione delle favole antiche acquista pregnanza sapienziale nelle opere di Boccaccio, mentre nel Rinascimento si vive lesperienza del mito. La favola di Atteone utile alla poetica delleroico furore di Bruno, e quella di Prometeo alla comunicazione profetica di Campanella. Il

racconto di Adone, poi, soddisfa il gusto e limmaginazione delle corti europee del XVII secolo.