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VALERIO VARESI

Bersaglio, l'oblio

Edizioni Diabasis

Edizioni Diabasis Collana: Il Pomerio. Biblioteca padana Prima edizione in Biblioteca padana, 2000. Seconda edizione in Emilia Suite, 2006 ISBN-13: 978-8881031856 In copertina: R. B. Kitaj, L'autunno nel centro di Parigi (da Walter Benjamin), 1972-73. Progetto grafico e copertina, Studio Bosio, Savigliano (CN)

Indice
Note di copertina.......................................................................................................5 Capitolo primo...........................................................................................................6 Capitolo secondo.......................................................................................................7 Capitolo terzo..........................................................................................................10 Capitolo quarto........................................................................................................12 Capitolo quinto........................................................................................................17 Capitolo sesto..........................................................................................................19 Capitolo settimo.......................................................................................................23 Capitolo ottavo........................................................................................................24 Capitolo nono..........................................................................................................29 Capitolo decimo.......................................................................................................32 Capitolo undicesimo................................................................................................37 Capitolo dodicesimo................................................................................................40 Capitolo tredicesimo................................................................................................46 Capitolo quattordicesimo.........................................................................................48 Capitolo quindicesimo.............................................................................................52 Capitolo sedicesimo.................................................................................................54 Capitolo diciassettesimo..........................................................................................60 Capitolo diciottesimo...............................................................................................62 Capitolo diciannovesimo.........................................................................................68 Capitolo ventesimo..................................................................................................70 Capitolo ventunesimo..............................................................................................80 Capitolo ventiduesimo.............................................................................................82 Capitolo ventitreesimo.............................................................................................92 Capitolo ventiquattresimo.......................................................................................94 Capitolo venticinquesimo........................................................................................99 Capitolo ventiseiesimo..........................................................................................103

Note di copertina L'ispettore Soneri, buongustaio e amante dei sigari toscani, viene chiamato a risolvere un difficile caso di omicidio. Un delitto misterioso, per molti versi anomalo, tra la nebbia e lo sfondo di una citt della provincia padana. A questa corre parallela un'altra vicenda di misteriosi e altrettanto anomali delitti, maturati nell'ambiente dello spaccio di droga, di cui protagonista un altro poliziotto, Bondan, che ha alle spalle qualche compromissione con il traffico di eroina della citt e non esita a eliminare tutti coloro che sono a conoscenza dei suoi scomodi trascorsi. Valerio Varesi, giornalista nella cronaca bolognese di Repubblica, vive a Parma. Ha studiato filosofia a Bologna, dove si laureato con una tesi su Sren Kierkegaard. L'esordio da romanziere del '98 con Ultime notizie di una fuga (Mobydick). Nel 2000 pubblica Bersaglio l'oblio (Diabasis), finalista al "Premio Scerbanenco" e un racconto, Via del ritorno, nella raccolta di undici storie gialle Aelia Laelia. Un mistero di pietra (Diabasis). Due anni pi tardi vede la luce Il cineclub del mistero (Passigli], vincitore con Marcello Fois del "Premio Fedeli", assegnato dal sindacato di polizia (Siulp) di Bologna al miglior poliziesco dell'anno. Il fiume delle nebbie (Frassinelli, risale al 2003 e figura tra i 12 finalisti dello Strega. Ambientato sul Po, stato tradotto in Germania e in Spagna. Nel 2004 e nel 2005 vengono pubblicati L'affittacamere (Frassinelli) e Le ombre di Montelupo (Frassinelli).

Capitolo primo Una lettera pu mettere in apprensione se si teme che arrivi. Quel mattino Bondan la trov nella cassetta. Una busta dozzinale che gli ricordava altri brutti messaggi. La butt sul tavolo e attese qualche minuto prima di aprirla. Al tatto gli parve subdolamente flessibile. L'indirizzo era scritto con precisione, specificando l'interno barrato e persino la scala. Del mittente nessuna traccia, ma dal timbro si capiva che era stata impostata in citt. Lacer la busta lentamente infilando il coltello sotto l'orlo. Dentro c'era solo un foglio strappato a met sul quale erano state incollate lettere disuguali ritagliate dai giornali. Siamo contenti di averti ritrovato era scritto con terrificante cordialit. Rilesse osservando i caratteri malassortiti, prima di abbandonarsi disteso sul divano. Non sarebbe sfuggito al suo passato. Era stato sciocco pensarlo quindici anni prima, quando aveva scelto di cambiare aria. Certi debiti non si saldano mai. I suoi ragionamenti lo portavano sempre alla stessa conclusione: doveva affrontarli. Una soluzione finale che non aveva mai trovato il coraggio di adottare riducendo la sua vita a un divagare, come l'acqua di una diga che si arresta e s'allarga senza pi procedere. Lasci la citt per la casa di campagna. L'isolamento gli dava l'idea di un avamposto militare. Afferr la scatola di abete che conteneva le sue pistole e se la depose sulle ginocchia. Quattro armi risaltarono tra i panni. Le prese in mano una dopo l'altra padroneggiandole come in un preliminare di duello. Cap solo allora che la decisione era definitivamente presa.

Capitolo secondo Non capiva perch il questore avesse insistito tanto. - Un brutto delitto, Soneri. Un brutto delitto - aveva ripetuto al telefono alle sette del mattino proprio nel momento in cui la macchinetta del caff cominciava a ronfare. Gocce fini rigavano il parabrezza: un sabato uggioso che avrebbe trascorso volentieri accanto a un camino. Il parco era stato una vecchia fortezza ottagonale. I contrafforti conservavano un colore rossastro da insaccato dolce e il fossato era abitato da muschi vecchi e spessi. Quelli della scientifica stavano lavorando da un pezzo. Il magistrato arriv, invece, contemporaneamente a Soneri. Si avvicin affrontando il prato melmoso, mentre il commissario si rimboccava l'orlo dei pantaloni come i casari. Intorno al morto era stato tirato un nastro di plastica che vibrava leggermente alla brezza. Al suo arrivo alcuni curiosi si spostarono e di fronte a Soneri apparve un uomo con la faccia nel fango, la testa devastata da almeno tre proiettili. Il cappotto s'era allargato nella caduta e appariva come una bolla di creta chiara nel fango nero. - Si sa chi ? - domand all'agente della squadra mobile. - No, disse, non ha documenti e il viso irriconoscibile. - Chi l'ha trovato? - Un podista - rispose il poliziotto indicando un tizio di mezz'et in tuta che attendeva paziente in disparte. Soneri indirizz di nuovo lo sguardo sul cadavere. Intorno c'erano decine di orme: troppe per poter distinguere qualcosa di utile. Trattenne la stizza per la trascuratezza: l'indagine nasceva male. - A che ora morto? - Il medico dice intorno alle tre - afferm l'agente. - Il parco non chiuso di notte? - S, sempre chiuso. Ci sono due entrate, entrambe sbarrate dopo le venti. Si fece avanti il custode. Indossava un paio di stivaloni da pescatore, un maglione spesso color gramigna che lasciava aperta una luna chiara tra la cintura e l'orlo sotto alla sommit dell'enorme ventre. - Di notte chi resta qui dentro? - domand Soneri senza presentarsi. - Io, mia moglie, mio figlio e il gestore del camping inform l'uomo. - Quattro persone? - Pi gli ospiti del campeggio - aggiunse il custode - ma di questa stagione...

Quattro persone in sei ettari di boschi e viottoli chiusi entro bastioni quasi invalicabili. Il caso poteva presentarsi facilissimo o quasi insolubile. Soneri osserv la mole paciosa del custode, il suo naso bitorzoluto e la faccia da buon bevitore: non gli sembrava sospettabile. Il magistrato intasc la penna dopo aver preso appunti e dettato una sorta di verbale. Ordin la rimozione del cadavere e si present a Soneri: Franco Rollardi. Non lo conosceva, ce n'erano sempre di nuovi in procura. Era elegante, ben pettinato con un grosso braccialetto d'oro al polso sinistro. Soneri pens a uno fresco di concorso, di quelli che danno di stomaco quando vedono il sangue. Gli raccont molti particolari inutili. Uno solo lo interess: l'assassino aveva usato una pistola di grosso calibro, un'arma non molto comune. Quasi certamente una rivoltella a tamburo perch non erano stati trovati bossoli. Soneri liquid il magistrato con una stretta di mano e si avvicin al cadavere. Non era riconoscibile nessun lineamento: al posto del viso una spugna a brandelli ormai dilavata dalla pioggia insistente. - I colpi sono entrati dalla nuca e fuoriusciti dal viso inform il capo della scientifica. - A quanto pare l'assassino doveva essere nascosto tra le frasche a fianco del sentiero. Un agguato, dunque. - Avete capito con che calibro ha sparato? - domand senza scostare lo sguardo dal morto. - Ipotizziamo un 38. I proiettili erano del tipo dirompente. Un'arma da professionisti, pens Soneri mentre alcuni flash schiarirono lo scenario. Un colpo di vento fece sgocciolare i rami e l'acqua scivol sulla sua coppola di feltro scendendo poi per le basette. Raggiunse di nuovo il viottolo d'asfalto, si accost all'orlo del bastione e osserv gi: un salto di almeno otto metri lungo una muraglia inclinata verso l'esterno. Buss alla porta del campeggio e attese per qualche istante. Lo accolse un uomo alto e secco dall'aspetto austero di vecchio capitano di marina. Indossava una pesante casacca di panno, pantaloni di velluto a coste e un berretto sportivo dalla grande visiera. Si present e l'altro gli diede la mano osservandolo con occhi severi. Il suo naso lungo e affilato pareva un mirino con cui lo tenesse sotto tiro. - Stanotte non ha sentito nulla di strano? - No, niente. - Quando ha saputo del delitto? - Stamattina. Me l'ha detto il custode.

- Non ha visto il cadavere? - Sono cose che non mi interessano. - Lei passa qui tutte le notti? L'uomo lo guard con infastidito stupore: - Non ho altro posto se questo che voleva sapere. - Il campeggio adesso vuoto? - No, c' un cliente. - Chi ? - Un americano. Un giramondo che ama l'Italia - disse l'uomo evasivo adesso ha preso un treno e credo sia a Venezia. Torner domani, forse. - Come si chiama? - William Blackright, viene da San Francisco - scand con un po' di irritazione aggiustandosi un fazzoletto blu di tela grezza che portava al collo. - Alloggia nelle stanze dell'ostello? - Ha un camper - inform l'uomo. Soneri si gir lasciandosi alle spalle la cordiale ostilit del gestore. - Do un'occhiata al campeggio - avvis. - Ma chi era quello che hanno ucciso? - chiese l'altro e nella sua voce si percepiva un vago senso di apprensione. - Non si sa - rispose Soneri. - Blackright ha dormito qui questa notte? - Credo di s, ma stamattina si alzato presto. Io non l'ho visto. - Allora, dentro il parco, eravate in cinque pi la vittima. O forse in sei, se l'assassino venuto da fuori - disse il commissario allontanandosi sotto l'acqua.

Capitolo terzo Quella sera gli piacque la Smith and Wesson. Ne sentiva pieno il palmo e la presa salda sul manico zigrinato. La fece roteare e cominci a inserire i proiettili nel tamburo ribaltato di lato. Le pistole erano per Bondan come un vestito e bisognava intonarle all'umore. Attese che giungesse la notte, quindi sal sull'auto e si diresse in citt. Percorse a piedi un tratto fino a giungere alla stazione ferroviaria. Di fianco a lui sostavano in piedi, immobili, alcuni spacciatori. Attraverso la manovalanza sarebbe risalito ai capi. Uno di loro si spost con mosse pigre verso l'interno di un giardino e Bondan lo segu tenendosi a qualche metro: era quello il rituale. Giunsero a ridosso di una baracca di legno e lo spacciatore lo inquadr torvo. - Cerchi roba? - No. - Allora? Bondan si sent senza parole mentre intorno a lui premeva la consistenza scura di ramaglie fitte da cui arrivavano effluvi di orina. - Allora? - ripet l'altro alzando la voce. Non aveva paura. Al contrario, era assolutamente calmo. Non ne prov nemmeno quando si sent afferrare, tirare di lato e infine sbattere contro la parete di legno della baracca. Era stato tutto troppo veloce, si sentiva trascinato dai fatti, anticipato, travolto. Una lama spunt davanti al suo mento e nel buio pareva una virgola argentea. - L'ho capito subito che sei venuto a spiare - minacci l'altro premendolo. Ma Bondan continuava a non avere paura, non si agitava, non opponeva resistenza n cercava di fuggire: era in preda ad un inerte stupore. L'uomo gli alz la lama davanti agli occhi per poi puntarla contro la gola. Sentiva il coltello premere leggermente come il rasoio del barbiere. Pens alla fine e si stup che fosse tanto facile. Eppure rimaneva calmo come se la sua consapevolezza fosse qualche istante indietro rispetto ai fatti. L'altro si stacc allontanandosi di colpo di un metro. - Chi sei? Cosa vieni a fare qui? - riprese ultimativo ma sbigottito. Doveva fare qualcosa per scuotersi. Cos, quando l'uomo alz nuovamente il coltello, non trov altra soluzione che stringere la rivoltella e premere il grilletto. Lo centr in mezzo al petto dove le sagome del

poligono recano un circolo rosso. Nei pressi di casa, lasci l'auto a una certa distanza e prosegu a piedi tagliando per i campi. Prendeva precauzioni capaci di prevenire il comportamento dei poliziotti. Riprese in mano la Smith and Wesson, ribalt il tamburo e osserv i bossoli sui quali il percussore aveva lasciato ammaccature lievemente eccentriche. Li estrasse e li mise da parte. Quindi accese il camino e quando la fiamma fu avviata, depose i bossoli sugli alari per farli fondere. Poi riprese la rivoltella, la avvolse di nuovo nel panno e infil il tutto in un sacchetto di nailon ermetico. Scese in cantina, tolse il coperchio al barilotto dell'aceto balsamico e vi lasci cadere l'involucro.

Capitolo quarto Soneri attravers a piedi il centro. Non pioveva pi, ma un'umidit densa ristagnava tra le case. I passanti pigri della domenica uscivano dalle pasticcerie con involti profumati. Trov Rollardi seduto in corridoio, sulla panca dove attendevano quelli portati dentro per accertamenti. Il commissario alz la serranda e tir le tende per far luce, poi si sedette di fronte al magistrato e lo guard con attenzione. - Bisogner interrogare quelli che abitano dentro il parco disse Rollardi. Soneri trattenne una smorfia d'insofferenza e fece un cenno di assenso. - La scientifica ha gi dei risultati? - chiese di rimando. - A me non hanno dato nulla. Compose alcuni numeri interni ma i telefoni squillavano a vuoto: non c'era nessuno a parte le volanti che continuavano ad andare avanti e indietro nel cortile. Soneri guard il giovane sostituto procuratore: - Da quanto in magistratura? - domand. L'altro arross leggermente: - Due anni - disse con lo stesso disarmante candore che il commissario aveva conosciuto sul viso di certi ragazzi finiti in brutte faccende. - E' il suo primo delitto? Rollardi assent con un certo imbarazzo. Poi Soneri prese il fascicolo che conteneva solo pochi fogli. Nel primo c'era la ricostruzione del ritrovamento del cadavere e la descrizione del corpo. Si trattava di un uomo di mezz'et alto circa un metro e ottanta centimetri, snello, senza barba n baffi, n occhiali e vestito elegantemente. Il cadavere doveva essere stato spogliato di ogni riconoscimento. Tasche vuote, nessun documento, nemmeno un orologio o un anello. Il viso, come gi sapeva, era irriconoscibile. Soneri rialz lo sguardo ritrovando il volto lattemiele del magistrato. - Hanno gi trovato le schegge dei proiettili? - Mi pare di s - rispose Rollardi - almeno le stavano cercando. - Bisogna cominciare da l - aggiunse Soneri - l'unico appiglio che abbiamo, per ora. Si alz di scatto e la sedia scivol indietro. Il magistrato lo imit e uscirono insieme. Soneri non aveva una meta precisa ma sentiva il bisogno di agire per selezionare le decine di congetture che aveva in testa.

Non trov Blackright. Il suo camper chiuso appariva una singolare miscela di cromature piuttosto pacchiane. La targa americana era sormontata da un paio di corna di bufalo in cui si era impigliato uno straccio. Gir intorno al mezzo e si ritrov di fronte la sagoma affilata del gestore. Dalle carte aveva appreso che si chiamava Tony Rosetta: come il giorno prima, lo scrutava con diffidenza. - Blackright non tornato? - A quanto pare no - constat l'uomo. - Lei non gira mai per il parco di notte? - No. - Perch ha paura? - Qui, di notte, ci conosciamo tutti. - Ma qualcuno potrebbe rimanere dentro nascondendosi prima della chiusura - insinu. - Potrebbe. Ma a fare cosa? Soneri rimase per qualche istante in silenzio. Si rendeva conto di porre domande vaghe. - Dopo la chiusura, il custode l'avverte? - S. - Di sera vi vedete qualche volta? - Mai. Non abbiamo nulla da dirci che non possa essere comunicato di giorno, oppure quando chiude i portoni: lui passa con l'auto e suona il clacson. Altrimenti scende e mi avverte a voce. - I figli del custode che tipi sono? - Non li vedo mai e non mi interessa la loro vita. - Uno abita ancora coi genitori? - S. Se ne va al mattino e torna alla sera. Soneri avrebbe potuto continuare per ore senza riuscire a distogliere il gestore dalla sua passivit. Si allontan allora dal camper e si avvi per il vialetto. - Non avr dei sospetti... - disse l'altro con la stessa incrinatura di preoccupazione che aveva avuto il giorno prima. - Magari - replic Soneri - significherebbe avere le idee un po' pi chiare. Lungo la strada vide giungere una macchina della questura e un agente l'avvert che lo attendevano quelli della scientifica. L'ispettore Nanetti era riuscito a ricostruire un proiettile mettendo assieme le schegge. Si trattava di un calibro 38 com'era sembrato fin

dall'inizio. Erano state trovate tracce di polvere da sparo anche sui capelli della vittima, segno che i colpi dovevano essere partiti da vicino. - L'assassino si trovava probabilmente nascosto tra i cespugli e deve aver agito di sorpresa - inform Nanetti - la balistica dice che la traiettoria stata quasi orizzontale, leggermente dal basso in alto. Aveva anche un disegno con la ricostruzione dell'agguato. Soneri lo osserv e rivide il bastione del parco come gli era apparso il giorno prima: questa volta animato dagli spari. Nanetti era bravissimo nel rappresentare gli accadimenti, ma Soneri si fidava solo della sua immaginazione che per ora non si illuminava. - Sull'identit, nulla? - Nulla, ma presto - rispose Nanetti. - Come state procedendo? - DNA, impronte digitali, pi i canali tradizionali: lista degli scomparsi... Ascoltava pensando ad altro. Osserv di nuovo lo schizzo di Nanetti: il luogo dell'agguato era lontano dal viale asfaltato in un punto in cui nessuno, di notte, sarebbe capitato per caso. Prese il disegno e alz il coperchio della macchina fotocopiatrice. Quando schiacci il pulsante, la spia gli segnal la mancanza di carta. Mancava da un po' di giorni e non si decidevano a mandargliene qualche risma. Era quasi mezzogiorno quando afferr il telefono per chiamare il bar. - Il solito sfilatino al prosciutto e un succo di pera. Mangi osservando il disegno, quindi pens di richiamare Nanetti. L'altro doveva essere a tavola perch si sentiva un tinnire di piatti in sottofondo. - Dimenticavo - esord Soneri - avete trovato qualche impronta particolare? Nanetti deglut. - C'erano quelle della vittima, quelle dei primi podisti mattutini e quelle del custode. Le altre - disse - non sono state identificate, comprese un paio che sembrano lasciate da un uomo senza scarpe che indossasse una calza di cotone. - Dov'erano? - chiese Soneri. - Ai bordi del sentiero. Ma quel che strano - aggiunse Nanetti - che sono solo impronte destre e rivolte dalla parte opposta rispetto a quella dov' caduta la vittima. Usc, bevve un caff al bar e s'incammin di nuovo verso il parco. Lo attravers passando sotto una galleria di abeti fino a quando si trov di

fronte la casa del custode. Sopra la porta c'era un grande bassorilievo di gesso che rappresentava San Giorgio vittorioso sul drago. Carlo Tolmin, il custode, lo fece accomodare in una cucina larga con in mezzo la stufa economica a legna come in campagna. Prese una bottiglia di vino rosso dalla tavola ingombra e vers da bere: Avete trovato qualcosa? - No - disse Soneri - nemmeno qualcuno che abbia voglia di aiutarci aggiunse. L'uomo gli appariva ancora pi rubizzo dopo il pasto. Aveva il solito maglione troppo corto per il suo ventre. - Se allude a Tony non ci deve fare caso: un solitario e parla con poche persone, figuriamoci con un poliziotto. - Lei chiude il parco alle venti precise? - Beh, la precisione non fa parte di questo mestiere. Chiudo l'entrata secondaria e lascio aperta per mezz'ora la porta piccola del portone principale: per far uscire i ritardatari. - E quando chiude definitivamente? - Tre quarti d'ora pi tardi, al massimo. D'estate anche dopo un'ora e mezza. - Ieri sera non ha sentito nulla? Gli spari sono avvenuti a cinquecento metri da qui... - Ho il sonno duro. - Suo figlio a che ora rientrato? - Non saprei. S' svegliato per mangiare, ma ora tornato a letto. Sent che non aveva pi nulla da chiedere. Tolmin era pi gioviale e ospitale di Rosetta, ma Soneri percepiva al fondo la stessa resistenza passiva. Si sentiva come una mosca che sbatte continuamente contro un vetro. Vicino al campo sportivo c'era un telefono. - Rollardi, si faccia dare i fascicoli degli ultimi omicidi e veda se trova qualche similitudine. Nel bastione non c'era nessuno. Perlustr i dintorni in cui era avvenuto l'assassinio e gli tornarono in mente quelle strane impronte rilevate dalla scientifica: quelle lisce. La pioggia le aveva cancellate. Si inoltr fra le ramaglie fino a una piccola balaustra di pali. Guard gi e vide di nuovo la parete a strapiombo annegata in fondo dal fitto sottobosco. Ridiscese e usc dal parco. S'inoltr lungo la muraglia costeggiandone il bordo esterno. Si trov immerso in cespugli ed erba alta: le scarpe affondavano nel fango e i rami bassi lo bagnavano strusciandogli i vestiti.

Cammin lungo quello che era stato il fossato della fortezza ora invaso dalla vegetazione. A destra le mura alte del parco, a sinistra i giardini delle case celate da piante e siepi. C'erano parecchi sentieri appena abbozzati tra l'erba e gli arbusti. Vide delle siringhe: quella piccola jungla era luogo d'incontro e di commercio. Arriv ai piedi del bastione e osserv il muro: il salto appariva ancora pi grande dal basso. Perlustr la parete di mattoni color sangue, sbrecciati dall'umidit e dal gelo. Poi segu un sentiero che correva parallelo al muro. Scost un arbusto perch aveva notato qualcosa di pi chiaro tra l'erba: un ritaglio umido di giornale con la rubrica dei numeri utili. Ma sotto l'arbusto c'era un avvallamento. Osserv meglio e not un'impronta liscia, molto affusolata. Si era conservata perch pi profonda delle altre e riparata dalla pioggia. Si sent fradicio e decise di risalire. Avvert Nanetti e a quel punto si avvi a casa.

Capitolo quinto Non si era mai trovato nei panni di uno che fugge. Percepiva che non c'era odio in chi lo cercava per eliminarlo, ma solo lo zelo di compiere un lavoro necessario. Si sentiva bene. Le precauzioni gli riempivano la giornata. Aveva in tasca la Browning. Ogni tanto la stringeva in pugno pensando al suo ruolo ambiguo tra la vittima e l'assassino. I giornali parlavano dello spacciatore ucciso come di un probabile regolamento di conti nel mondo della malavita legata al traffico di droga. Da essi Bondan apprese anche il nome di colui che aveva ammazzato: Khaled Meriudi, un marocchino di ventotto anni. Rilesse pi volte gli articoli soffermandosi alla descrizione dell'assassino. Si parlava di un uomo castano, alto e snello. I tratti corrispondevano ai suoi come a quelli di migliaia di altre persone. Malgrado ci, avvert un lieve timore. Qualcuno l'aveva visto, almeno come un'ombra tra le frasche del giardino. Sapeva che la polizia non raccontava ai giornali che una minima parte di quel che conosceva, dunque non poteva escludere che possedessero un identikit. Ma quel che lo preoccupava non erano i poliziotti, piuttosto i loro informatori. Meriudi era uno spacciatore di medio calibro. Controllava lo smercio nella zona della stazione e dava ordini a una decina di pesci pi piccoli. Probabilmente, l'organizzazione l'aveva gi sostituito ma il colpo subito ledeva il potere che esercitava. Nei giorni successivi vi fu una serie di agguati in cui vennero ferite alcune persone. Poi pi nulla. E fu da quel momento che Bondan cominci a sentirsi pedinato. Un giorno trov il finestrino della macchina sfondato e il cassetto a soqquadro. Col buio si spostava a piedi infossandosi nel cappotto e celando la fronte con un cappello a tese larghe. Talvolta si avvolgeva una sciarpa intorno alla bocca come chi soffre di bronchi. Aspettava un incontro che sapeva sarebbe avvenuto. Quella sera si chiese come avevano fatto a prevedere il suo itinerario. Forse disponevano di una spia. Dovevano essere le tre quando il muso della sua auto punt verso una strada stretta tra ville e alte siepi di lauro. La via era deserta tranne qualche gatto che scappava dalla luce. A una svolta Bondan scorse un'auto parcheggiata e gli parve ci fosse qualcuno dentro. Rallent, osserv lo specchietto e colse un bagliore: la macchina si muoveva e i fari illuminavano gi il buio dietro di lui.

Troppo tardi per cambiare tragitto. C'era un'altra curva senza visibilit: intu che l'aspettavano l dietro. Guard ancora il retrovisore: l'altra auto si avvicinava lentamente. Per un attimo, si sent perduto. Rallent ulteriormente fino in prossimit della svolta, l'affront fermandosi a met, poi apr di scatto la portiera e si gett fuori. Correndo, scorse solo i cassonetti messi per traverso sulla strada, poi ud il primo sparo e un concitato confabulare con parole che non comprese. Viaggi all'impazzata lungo un viottolo che portava verso un argine. Tutto sobbalzava intorno a lui come dentro un setaccio. Sentiva i cani abbaiare rabbiosi e ne percepiva la corsa ringhiarne a ridosso delle cancellate. Presto si accorse che non era lui a provocare quel coro che turbava la notte, ma gli spari che ora si susseguivano senza che capisse se tirassero vicino o lontano. Zigzagava nel buio e aveva la stessa possibilit di essere colpito di uno che fosse rimasto fermo. Strinse la Browning e si mosse tra le piante. Li sentiva vociare a una cinquantina di metri. Avevano perso le sue tracce e ora vagavano nell'erba alta e secca della golena. A sinistra aveva l'argine che costeggiava il torrente, dall'altra un boschetto che conduceva a un guado: una via di fuga. Erano in quattro. Due andarono a sinistra dal lato senza alberi, gli altri si mossero verso la sponda del torrente. Si accert che la retina per trattenere i bossoli fosse ben sistemata e si accost a un grosso albero. Passarono alcuni secondi lunghissimi in cui i due dalla sua parte parevano indecisi se affrontare l'argine o percorrere la bassura. Bondan s'immedesim in loro inconsapevoli di scegliere tra la vita e la morte. Li sentiva parlottare di sotto, ma i loro sussurri non erano distinguibili. Uno dei due si scost e si mise a camminare nella sua direzione. Bondan attese fino all'ultimo, abbass la Browning quando l'altro scivol e rimase indeciso a met della salita. Allo sparo seguirono dei passi concitati sotto l'argine. Premette ancora il grilletto puntando su ombre vaghe. Solo quando gli rispose uno sparo, cap che stavano fuggendo verso le auto.

Capitolo sesto Rollardi entr nell'ufficio di Soneri con un'espressione sconsolata: Nulla di buono - disse deponendo sulla scrivania la voluminosa cartella con le indagini sugli ultimi delitti. - Le armi che hanno sparato sono differenti, i luoghi anche... Niente di paragonabile, insomma. Soneri rimase in silenzio. In quel momento un agente gli port il verbale di polizia con le prime dichiarazioni dei testimoni. Lesse quella del podista che aveva trovato il cadavere: nulla di interessante. Batt il palmo sul tavolo: - Tutta carta inutile - biascic rivolto al magistrato. Poi afferr il telefono e fece il numero della scientifica: - Mi passi Nanetti. Sent un tramestio dall'altro capo, poi la voce del collega. - Hai idea di che impronta possa essere quella trovata sul sentiero? - Me lo sono chiesto, ma non l'ho capito. - Manda qualcuno al parco, lungo il fossato, ai piedi del bastione, ce n' un'altra. Fa' controllare tutto il perimetro e dimmi se si tratta dello stesso piede e della stessa impronta. Riagganci guardando Rollardi in piedi di fronte a lui. - Per ora dobbiamo accontentarci di questo - disse Soneri. L'odore dei fagioli bolliti si era sparso per il campeggio. Blackright cucinava su un barbecue sotto il quale aveva acceso un fuoco di carbonella. Era secco, alto e vestito come la caricatura di un pioniere. Aveva un cappello da cowboy, baffi spioventi ormai bianchi, stivaletti e pantaloni da mandriano. Guardandolo, veniva istintivo chiedersi dov'era il cavallo. Rivolse un largo sorriso a Soneri: - Arriva al momento giusto - disse mostrando un'orata cosparsa di sale. - Devo ricredermi sugli americani: pensavo mangiassero tutti male disse Soneri con una punta di superiorit. - Se sono innamorato di questo Paese merito della sua cucina afferm Blackright. - Parla bene la nostra lingua. E' qui da molto? - Vado e vengo da vent'anni. - Col camper? L'uomo rise: - Sarebbe troppo difficile. Questa la mia casa e la lascio sempre qui. Quando voglio andarmene chiudo l'uscio e parto. In quel momento Soneri vide profilarsi di nuovo Rosetta.

Era entrato silenziosamente nel recinto del campeggio e girava intorno con in mano una grossa forbice da giardinaggio. Blackright lo salut levando il braccio con un gesto ampio e Soneri colse nei suoi occhi una familiarit che pareva andare oltre quella tra cliente e gestore. - Avr saputo del delitto. - S, me l'ha detto Tony. Ma chi era? - Non lo sappiamo ancora. Ha sentito qualcosa di strano? - No. Ho il sonno profondo e il mattino parto sempre presto. - Hanno sparato tre colpi con una calibro 38 e nessuno ha udito nulla constat Soneri cercando di non far trapelare il suo disappunto. - Da quando conosce Rosetta? - Lui abitava a San Francisco, la mia citt. Poi ha deciso di tornare in Italia e da allora lo vengo a trovare. Gli lascio in custodia la mia casa concluse indicando il camper. - Ma venga, entri, dentro si sta meglio. Il camper era molto ampio ma dava ugualmente una sensazione di asfissia come i sommergibili. Alle pareti erano appesi fiori secchi e una chitarra. Dall'altro lato, una frusta da cavallerizzo e finimenti per cavalli. Sul letto era abbandonata una vestaglia da donna color turchese ricamata a fiori bianchi. - Possiede una casa viaggiante e la lascia sempre ferma qui - constat Soneri. - Detesto guidare, preferisco il treno. Si accomodarono al tavolo, sotto la luce. - Non le dispiace se mangio vero? - chiese Blackright. Soneri fece cenno di no. L'altro si era tolto il cappello: a sorpresa spunt una capigliatura brizzolata ancora folta. - A che ora si coricato l'altra sera? - Alle dieci e mezza. - E' rientrato prima o dopo la chiusura dei portoni? - Prima, dal pomeriggio non mi sono pi mosso. - Ha sentito il custode chiudere? - Ho sentito quando ha fatto il giro in macchina. - Ha guardato l'orologio? - Stavo cenando, quindi dovevano essere le otto. Si ud un rumore fuori: Rosetta circolava intorno. - Conosce il custode? - Come non potrei... Sono qui da tanti anni... - Siete amici?

Blackright sospir: - Vorrei, ma tra il custode e Tony... Sono certo che, se lo frequentassi, Tony non me lo perdonerebbe. - Si odiano fino a questo punto? - Non so. Credo ci siano state delle incomprensioni fra loro per motivi di interesse. Ma qui si pu vivere bene lo stesso, non manca lo spazio. - Lei che mestiere fa? - domand Soneri sforzandosi di non apparire troppo sospettoso. Blackright rise. Poi alz le spalle diventando improvvisamente serio: Faccio tanti mestieri. Lavoro nei maneggi e giro le piazze per vendere i miei prodotti in cuoio - disse indicando i finimenti appesi. Blackright usc per prendere l'orata lasciata al caldo sulla carbonella e Soneri passeggi nel camper finalmente libero di osservare. Su uno scaffale c'erano molti volumi di piante officinali, nei quali erano inseriti come segnalibri, numerosi biglietti ferroviari. Dietro la porta, che celava l'angolo del bagno, qualcosa lo colp: un paio di scarpe tagliate a mano simili a quelle degli indiani d'America con le stringhe di cuoio: avevano la suola di caucci completamente liscia. Sent l'uomo arrivare. - Fabbrica lei queste scarpe? - S, disse Blackright, piacciono molto. - E come fa a procurarsi le suole? - Quelle si comprano gi fatte, io intaglio le tomaie e le cucio. - Dove le prende? L'uomo si fece serio e sospettoso. - Cosa c'entra? - Ha ragione, non c'entra nulla. Il fatto che sto cercando di capire a che scarpa appartiene una certa impronta trovata vicino al cadavere. E' l'unico indizio che abbiamo, per ora. - Non penser... - No, stia tranquillo. L'impronta non appartiene a quel tipo di scarpa. Solo la suola liscia allo stesso modo. - Prendo le suole da un grossista di articoli in gomma: si chiama Martelli. Si avvicinava l'ora di chiusura del parco. Soneri salut non prima di aver dato qualche consiglio a Blackright su come cucinare l'orata col chiaro d'uovo sul sale. Fatti pochi passi fuori dal camper, si accese un toscano e si volt: l'americano lo guardava e la porta incorniciava di luce il suo profilo magro. Suggeriva l'idea di un allevatore pi che di un ciabattino. Ormai faceva scuro e il parco era deserto. Davanti all'ostello vide la

sagoma di Rosetta che l'attendeva. Soneri devi per schivarlo. Martelli era un negozietto dimesso in un borgo del centro. Da esso si accedeva in un cortile con la ghiaia che faceva da anticamera a un vecchio capannone. Dentro, una grande quantit di pellami e gomme giacevano accatastati su alti scaffali alle pareti e sopra imponenti banconi. Ce n'erano anche appesi al soffitto con ganci da macelleria e l'odore pungente del caucci dava un senso di soffocamento. - Cerco una suola liscia che lasci impronte simili a quelle di un piede fasciato da una calza - disse Soneri. Martelli era un signore anziano, un po' curvo con gli occhi pungenti e il mento sempre in moto per una sorta di tic. Lo preg di spegnere il sigaro e cominci a tirare cassetti. Estrasse parecchie suole, ma nessuna assomigliava alla descrizione. - Pu trattarsi di scarpe particolari, di quelle con la gomma fusa alla tomaia - disse Martelli. - Forse si tratta di scarpe sportive - sugger Soneri pensando ai podisti che giravano nel parco. Il vecchio prese la direzione di uno scaffale finora trascurato. - Qui c' tanta roba che qualche volta mi dimentico di averla - afferm salendo su uno sgabello. - Forse sono queste che cerca - continu Martelli mostrando una suola nera di gomma porosa di forma molto incavata. Poteva essere quella. Controll, era completamente liscia. - Chi le usa? - Scarpe da alpinismo. Non un genere che va molto, ecco perch me n'ero dimenticato. - Scarpe da alpinismo? - S, pare che i rocciatori le apprezzino. come andare a piedi nudi, col vantaggio che questa gomma speciale fa pi aderenza della pelle. Torn in questura. L'idea che l'assassino fosse salito lungo il muro del bastione sorprendendo la vittima lo suggestionava.

Capitolo settimo Accese il camino. Estrasse la Browning e stacc la retina. C'erano quattro bossoli impigliati come tonni. Tir fuori il caricatore, pul accuratamente l'arma e la sigill in un sacchetto di plastica dopo averla ingrassata. Quindi scese in cantina e la lasci cadere nel barilotto dell'aceto. In casa si sentiva invulnerabile. Aveva immaginato ogni cosa: vie di fuga, trappole, sparatorie. Ripens all'agguato: la sua condotta era stata perfetta, questa volta non si era lasciato travolgere dagli accadimenti. Ma sarebbe stato tutto perfetto anche se una pallottola l'avesse centrato mentre scappava: ucciso come un fagiano in volo. Si alz, era irrequieto. Dalla libreria prese I Demoni di Dostoevskij e l'apr. C'era un personaggio che lo affascinava e sapeva esprimere meglio di ogni pensiero ci che andava cercando nel suo rapporto con la morte: l'aspirante suicida Kirillov. Lesse: Immaginate una pietra della grandezza d'una grossa casa; essa sospesa e voi ci siete sotto; se vi cade addosso, sulla testa, vi fa male? Bondan si immagin d'essere inconsapevolmente inquadrato da un mirino mentre pensava a qualcosa di piacevole. Nessun dolore. Continu a leggere: Ma mettetevi sotto per davvero e, finch rester sospesa, avrete una gran paura che vi faccia male. Il primo degli scienziati e il primo dei medici, tutti, tutti avranno molta paura. Ognuno sapr che non fa male, e ognuno avr paura che faccia male. Se la pietra doveva cadere su di lui preferiva che ci avvenisse senza averne coscienza. Pass alla lettura dei giornali. Seppe di aver ucciso un tale che si chiamava Tonino Spataro, un trafficante, secondo la polizia. Questa volta aveva centrato un bersaglio grosso. Spataro era stato colpito da un solo colpo calibro 7,65 al cuore: morte all'istante. Secondo i giornali, l'auto ferma in mezzo alla strada con la porta del guidatore aperta, doveva essere quella di Spataro. Tuttavia c'era una stranezza: era stata presa a noleggio una settimana prima da un uomo che aveva dato un documento intestato a Riccardo Furetti.

Capitolo ottavo Era tornato un po' di sole. Gli abeti nel cortile della questura sembrarono scrollarsi di dosso l'oscurit nebbiosa. Dall'androne del settecentesco palazzo prefettizio, Soneri vide arrivare Nanetti coi suoi baffi prussiani, la coppola di panno porpora e l'andatura irregolare di anche malate. - Abbiamo trovato tracce di gomma sui mattoni del bastione - annunci dopo aver misurato il silenzio interrogativo di Soneri. - Quindi qualcuno si arrampicato... - S - replic Nanetti - a met del muro c' anche un gancio per assicurarsi con le corde, ma arrugginito. D'altro canto, non un appiglio da alpinista, pare servisse per un cavo elettrico. Passato il primo impulso di soddisfazione, Soneri pens che non significava nulla: chiunque poteva aver scalato la muraglia. L'ispettore Macciantelli gli aveva appena comunicato al telefono che in provincia c'erano circa trecento praticanti dell'arrampicata libera. - Il tipo di gomma lo stesso? - chiese allora. - S, coincide con quello delle scarpe da alpinismo. - Tracce recenti? - Due giorni al massimo, precis Nanetti, c' anche un mattone scheggiato di fresco che deve aver causato uno scivolone perch lungo il muro c' mezzo metro di strisciata. - Il contrafforte dei bastioni un luogo d'allenamento? - S, ma non dal lato a nord - disse Nanetti. Aveva estratto un taccuino con degli appunti. - Salire da quella parte molto pi rischioso e poco consigliabile. In basso i mattoni sono coperti di muschio e pi in alto l'umidit li ha resi instabili. - Dunque, chi salito un alpinista esperto. - Credo proprio di s, conferm Nanetti stuzzicandosi i baffi, ci vuole bravura per arrampicare di notte lungo un muro umido che non si conosce. Soneri si accese il Toscano e alz il telefono: - Macciantelli arrivato? Bene, lo mandi subito qui. Poi si alz e si sporse nel corridoio: - Juvara! L'ispettore arriv col passo felpato dei suoi mocassini di para. Era un uomo meticoloso anche se dall'aspetto trasandato. Sudava sempre troppo e la sua pinguedine si agitava in continuazione sotto pelle come una bolla d'acqua. - Controlla il tabulato delle chiamate al centralino negli ultimi tre giorni.

Mi interessa la provenienza. Juvara fece cenno di s e spar: in quel tipo di indagine era imbattibile. - Se questo arrampicatore l'assassino bisogna dire che non manca di originalit - disse. Nanetti lo guard riflessivo: - Mica solo originale: quattro ore per la fuga e assenza di testimoni. Soneri non era molto convinto. Aveva fame e non voleva saperne del solito sfilatino. - E se andassimo al Milord? - disse rivolto a Nanetti. Il tono interrogativo era solo il paravento di una decisione gi presa. Si erano alzati quando entr un agente. - Hanno svaligiato un appartamento in centro. - Di chi? - domand Soneri seccato. - Del cavalier Romualdi al numero sette di via Repubblica. Vide profilarsi ancora lo sfilatino come ormai capitava da troppi giorni. Conosceva il cavalier Romualdi, un ottantenne combattivo gi bersagliato dai ladri, che a quell'ora aveva certo chiamato questore, prefetto e capo di gabinetto. Anche se gli dava noia occuparsi di un furto in appartamento, non poteva trascurare di farsi vedere dal vecchio. Quest'ultimo si aggirava grifagno nell'immenso salone all'ultimo piano di un palazzo barocco dal quale si dominava tutto il centro. In un angolo singhiozzava la moglie sotto la cornice vuota di quella che era stata una veduta di Venezia attribuita al Canaletto. Soneri venne affrontato dai figli, un avvocato dall'aria incolore e una donna di mezz'et che poteva assomigliare a una preside di scuola media. Ma il vecchio Romualdi li tagli fuori entrambi come seccatori. - Un disastro! Il Canaletto, l'argenteria, gli ori di mia moglie - disse girandosi indispettito verso la vecchia che piangeva senza che nessuno le facesse caso. Poi port in giro Soneri nell'appartamento, una specie di lezione su come vivevano i ricchi. C'erano almeno dodici stanze, un intero piano con una terrazza colma di verde che guardava verso sud. Il ladro aveva comunque fatto un lavoro da professionista. Nessun disordine, nessuna impronta. Aveva solo portato via ci che gli interessava. Era entrato dalla porta forzando la serratura con la fiamma ossidrica. Di nuovo in ufficio spulci la sommaria ricostruzione fatta dal mattinale. I coniugi Romualdi a svernare a Saint Raphael, la governante in ferie, l'appartamento sorvegliato da un vecchio impianto antifurto disinnescato con facilit dal ladro. Nel verbale, il vecchio Romualdi aveva

dichiarato che si trattava del secondo furto in soli quattro mesi. Aveva quindi compreso il suo dispetto quando gli si era fatto sotto e con occhi pungenti aveva rimproverato le negligenze della polizia. Soneri apr la carpetta e pens a quel colpo che sapeva di vecchia malavita. Quando squill il telefono intu immediatamente chi lo cercava. Pass un quarto d'ora a sfogliare la documentazione ascoltando il questore raccomandargli il caso. Cos, nello stesso momento in cui pos la cornetta, si trov sotto il naso la descrizione del primo furto subito a casa Romualdi in cui erano spariti ori e gioielli di famiglia. Quattro mesi prima, il ladro era salito arrampicandosi dal tubo di ghisa della grondaia che correva lungo un fianco poco in vista dell'edificio. Poi era entrato da una porta-finestra del terrazzo. Fu a quel punto che gli venne in mente Sebastiano Spirelli detto Locusta. Era uno capace di raggiungere i posti pi impensabili senza lasciare niente sul suo cammino. Una vecchia conoscenza che non si faceva n vedere n sentire da un po' di anni. Ogni tanto qualche colpo, ma la sua disgrazia era che, nell'epoca della criminalit armata, la fantasia di cui era capace, risultava come un'inconfondibile firma. - Macciantelli, ti ricordi di Locusta? - Certo, come no. - A proposito del primo furto a casa Romualdi... Vedi di scovarlo aggiunse. Il cameriere gli port lo sfilatino e il succo di frutta. Soneri, che pur aveva fame, continu tuttavia a dedicarsi al dossier su Locusta. Ritrov un viso famigliare nella foto segnaletica, poi una sequela di informazioni: altezza un metro e sessantasette, peso cinquantotto chilogrammi, occhi chiari, capelli castani... Cerc freneticamente il dato che pi gli interessava e non trovandolo richiuse la carpetta con stizza. Alz allora il telefono: - E' l'ufficio matricola? Sono Soneri della questura, da voi passato un po' di anni fa Spirelli Sebastiano, condannato ripetutamente: l'ultima volta a cinque anni per furto, scasso ed effrazione... Mi interesserebbe sapere che numero di scarpe porta. Come dice? S, lo so, una richiesta un po' bizzarra, ma le assicuro che importante. Ripose la cornetta solo il tempo per riattaccare, quindi compose il numero di Nanetti. - Senti, l'orma che stata trovata a che piede corrisponde?

Ud un frusco di carte dall'altro capo: - Al numero quaranta, forse mezzo in meno. Addent lo sfilatino pensando al men del Milord. Dall'ampia finestra entrava un sole bianco che illuminava senza scaldare. Finalmente squill il telefono, era l'ufficio matricola che gli comunicava la misura del piede di Locusta: il quaranta. Le cose cominciavano a funzionare nella ricostruzione che si andava figurando Soneri. Locusta, o uno della sua corporatura, era salito dal bastione cogliendo la vittima alle spalle. Quest'ultima non avrebbe potuto immaginare che l'assassino arrivasse da quel lato. Ma Locusta non portava mai armi da fuoco e non era un violento. E poi perch l'ucciso avrebbe dovuto attendere in un posto cos buio e appartato visto che nel parco vivevano cinque persone in tutto a quell'ora gi a letto? - Juvara! - grid Soneri, questa volta senza alzarsi dal suo posto. - Eccomi. - Hai notato qualcosa di interessante sui tabulati? - Diciotto telefonate anonime tutte da apparecchi pubblici. - E allora? Juvara si mostrava sempre un po' agitato prima di dire qualcosa che gli pareva interessante. Anche in questo caso si aggiust sulla sedia muovendo la sua mole a stento tra i braccioli. - In una c' uno strano messaggio che nessuno riuscito a decifrare. Soneri si fece attento: - Cio? - Dice: uno dei vostri in pericolo. Non si capisce cosa voglia significare. - Quando arrivata questa telefonata? - Tre giorni prima del delitto. - E di l, disse Soneri alludendo alla squadra volanti, hanno fatto accertamenti? - Non mi risulta. passata per la telefonata di un mitomane. Ce ne sono tanti. Dicono la prima cosa che viene loro in mente e riattaccano. - Da dove giunta questa telefonata? - Da un telefono pubblico, ma non da una cabina, sembrerebbe da un apparecchio a gettoni di un bar. - Si sa la zona? - Pi o meno s, ma sto ancora facendo accertamenti: il telefono deve essere tra via Curtatone e via Solferino - spieg Juvara che non capiva

quale fosse la ragione di tanta curiosit per un fatto del genere. Soneri, invece, si era gi inoltrato nelle ipotesi. La zona era vicina al parco, tutto sembrava coincidere. Tir fuori il ritaglio di giornale trovato nel fossato. - Ai piedi del bastione ho trovato questo - disse mostrandolo a Juvara. L'altro cap. - Cosa pensi che volesse dire quella telefonata? - Mi sembra ovvio che intendesse con uno dei nostri, un nostro informatore. Forse l'uomo ucciso lo era. Probabile, ma non era ancora stato identificato. - Bisogna cercare il bar - disse Soneri. Nel cortile si arrest l'auto di Macciantelli. - E' introvabile, ho setacciato ovunque. Anche questo era strano. Locusta si faceva sempre trovare nei posti in cui bazzicava. Non sfidava i poliziotti con la fuga ma con lunghe battaglie giudiziarie. Contava sul fatto che era talmente bravo da non lasciar tracce e cavarsela in assenza di prove. - All'osteria dei Corrieri non sanno nulla? - Mi hanno detto che da un pezzo che non si fa pi vedere. Secondo loro ha cambiato giro. Forse Locusta si era messo a trafficare pi in grande, o forse aveva deciso di mettersi in pensione campando come basista: succedeva ai vecchi malviventi. Il sole stava gi calando quando si alz per uscire. Pass di fronte all'ufficio di Juvara che era al telefono e gli fece cenno di attendere. - Ho trovato il posto: il bar Otello di via Curtatone.

Capitolo nono Le si accost come un cliente qualsiasi, quindi la trascin dietro la siepe del viale. La prostituta non fiat, sentendo contro la schiena la Beretta calibro 9. Con la destra teneva l'arma, con l'altra le tappava la bocca. Era un'italiana, una tossica che si vendeva per comprarsi le dosi. Da sopra la spalla, Bondan le vedeva i seni liberi dentro la camicia mentre la costringeva a indietreggiare verso il buio. Per tranquillizzarla le disse di obbedire, in cambio non le avrebbe fatto nulla. - Ma se urli sparo - disse Bondan minaccioso, lasciando progressivamente la presa sulla bocca della donna. - Cosa vuoi? Scopare gratis? - chiese timida. - No, parlare. Per non devi voltarti mai. Ci sono due cose che non devi fare: urlare e voltarti - avvert Bondan altrimenti sei finita. La donna assent col capo e rimase in silenzio. - Chi il tuo protettore? - Kalaschi. - Albanese? - S. - E da chi ti rifornisci di roba? - Dai marocchini. Non li conosco per nome, sono in tanti - disse la donna. Parlava a scatti come tra singhiozzi, si capiva che tremava nel buio. - I marocchini sono pesci piccoli: chi controlla il giro? - Ti giuro che non lo so - rispose con voce affiochita. Bondan accentu la pressione della pistola contro la schiena e per poco lei non cadde a faccia in gi. Le mise una mano sulla spalla stringendo leggermente laddove cominciavano i muscoli del collo e il gesto venne interpretato come una mossa ultimativa. - Aspetta - mormor - non sparare. Puoi chiedere a Pierre, lui sa tante cose. - Dove lo trovo? - All'agenzia ippica di via Torleone. - Com' fatto? - E' alto, ha capelli biondi e porta al dito mignolo un anello di smeraldo. Non tirarmi in ballo. - Che ruolo ha?

- Ne parlano come di un pezzo grosso. Bondan allontan leggermente la pistola: - Se mi hai fregato, sappi che ti conosco e verr a cercarti. Lei non disse nulla, sembrava di gesso. - Adesso fa' come ti dico - ordin con voce autoritaria. Sta' ferma dove sei senza voltarti per un po', poi ritorna sulla strada come se niente fosse. E non urlare, sappi che ti tengo sotto tiro. La donna fece s col capo e Bondan indietreggi fino nel fitto del giardino, imbocc un vialetto e spar dall'altra parte dove si confuse con il via vai serale. Via Torleone era un solco fosco tra case basse e vecchie officine in disuso. A met, una costellazione di luci da casin annunciava l'agenzia ippica. Pierre non era ancora arrivato. Controll il salone dove una decina di avventori seduti a cavallo delle seggiole seguivano gare e quotazioni su mezza dozzina di televisori. Tard mezz'ora nel corso della quale Bondan ispezion il posto fino a trovare un punto di osservazione sicuro dietro una fila di cipressi dall'ombra densa. Verso mezzanotte, l'altro usc in compagnia di una donna bionda fasciata da un vestito lungo da cerimonia. Arrivarono al Cavallino Bianco, un locale dall'aria esclusiva e appartata contornato da alberi che lo rendevano quasi invisibile dalla strada: la notte era ancora lunga per Pierre e la sua compagna. Bondan attese fino alle tre finch vide spuntare la Porsche rossa dell'uomo nel vialetto. Lo segu e constat che era solo. La bionda doveva essere un' entraineuse. Non percorsero molta strada. Pierre rallent e da lontano Bondan vide accendersi il lampeggiante giallo del cancello automatico entro il quale l'uomo spar. Un'alta siepe di biancospino nascondeva in parte la villa. I delinquenti erano tipi abitudinari. Pierre usciva di casa all'ora di cena, mangiava e poi passava dall'agenzia ippica. Quindi finiva la serata al Cavallino Bianco. Quando Bondan entr nella villa, sapeva di avere quattro ore davanti a s. La casa era in disordine, vi aleggiava un odore di panni da lavare. Si diresse nello studio, quindi apr i cassetti della scrivania: l'arredamento essenziale lo aiutava e le carte non potevano che essere l. Estrasse la piccola macchina fotografica e cominci a riprodurle. Ogni flash traeva dall'oscurit documenti come apparizioni. Rimise a posto tutto tenendo per s solo un registro nel quale doveva essere annotata la contabilit.

Gli rimaneva tempo. Rovist anche altrove. In un ripiano salt fuori un sacchettino di cocaina, ma non era che una piccola parte di quella che possedeva Pierre. Poi ud dei rumori. Non prov paura, si sentiva sicuro. Strinse la Beretta e l'adrenalina lo pervase. Un tonfo soffocato denunci la presenza di qualcosa che veniva verso di lui. Accese la piccola torcia e inquadr due occhi gialli: un gatto. Scese e usc. Non aveva lasciato traccia, ne era sicuro. Solo la sottrazione del registro poteva svelare il suo passaggio, ma Pierre avrebbe tardato un po' di giorni a capire che qualcuno l'aveva rubato. Prima si sarebbe interrogato a lungo su dove fosse andato a finire. Fu una lettura di grande interesse bench resa complicata dall'uso di un linguaggio cifrato. Lesse alcune righe a caso: Presa da B. mezza pila di articolo 15. Oppure: Dato a T. 100 articoli 20. Davanti a ogni annotazione, la data. Essendo Pierre un trafficante, doveva trattarsi di droga. Svilupp le foto ma non apparvero di nessun interesse: Pierre doveva tenere le carte pi interessanti da qualche altra parte. Gli apparvero i contorni poco originali del commercio di Pierre: la contrattazione all'estero della droga, l'arrivo dei corrieri e la distribuzione al dettaglio ad opera dei piccoli spacciatori. Niente di nuovo. L'unica abilit era quella di celare tutto dietro altre attivit in modo da non farsi incastrare.

Capitolo decimo Il bar Otello se l'era immaginato proprio cos: un locale piccolo dove si beveva in piedi accanto a un ampio salone con tavolini e biliardo. Al banco, una donna sui quarant'anni piuttosto vistosa con movenze e lingua da maitresse che tutti chiamavano la Rossa. Ordin una birra e si accese il sigaro. A turno, gli avventori lo guardavano con diffidenza. Si trattava di gente di mezz'et dall'aria volgare. Una decina stavano intorno al biliardo osservando silenziosi le traiettorie, gli altri chiacchieravano a gruppi accostati ai tavoli dove si giocava a carte. Un ubriaco si trascin verso il banco tranciando l'aria fumosa e urtando alcune sedie. - Rossa portami in bagno! - La strada la sai - disse lei noncurante. Le aveva sbarrato il passo: - E con te che ci voglio andare. La donna lo spinse di lato con la mano libera dal vassoio e l'ubriaco cadde pesantemente su una delle sedie accostate al muro rimanendovi di sghimbescio come addormentato. La Rossa torn al banco e Soneri prese il boccale vuoto seguendola. Si trovarono uno di fronte all'altra. - da un po' che non si fa vedere Spirelli? - Chi? - Locusta. La donna si fece sospettosa. - S, da un po'. - Quanto? - Non lo so. Ogni tanto capita, non c' una regola. L'ubriaco miagol qualcosa d'indistinguibile. Soneri continu a guardare la donna che sfaccendava coi bicchieri. Era tutto troppo vecchio l dentro. Il banco di legno ricoperto di faesite, gli scaffali con le cromature appannate, le sedie da vecchia cucina componibile. Persino le foto alle pareti erano di campioni ormai pensionati. E gli avventori avevano l'aria di essere invecchiati nel ricordo delle loro imprese. - Ancora un goccio - disse Soneri porgendo il boccale. La Rossa lo prese con freddezza come se l'avesse tratto dal banco e lo riemp. L'ubriaco si riscosse appena sent il fruscio morbido della birra che scivolava nel bicchiere. - Per lui uno piccolo - ordin Soneri. La Rossa lo guard severa ma riemp un calice che l'ubriaco afferr con

insospettabile sicurezza. - Alla vigilia di una buona bevuta sono sempre sobrio disse l'uomo appoggiandosi a Soneri e trascinandolo nel salone. - Conosci Locusta? - Sei stato gentile a pagarmi da bere ma se parli sottovoce significa che hai qualcosa da nascondere - disse l'altro. Uno si gir come messo in allarme. L'ubriaco aveva tuffato le sue labbra nella schiuma della birra e tutto nel locale pareva procedere in un clima di apatia sospettosa. - Chi non conosce Locusta? Un buon diavolo. Quando gli va bene non si dimentica mai degli amici - disse. Lui doveva essere uno di quelli. Soneri abbozz qualche domanda, ma l'ubriaco gi vaporava in un tiepido subconscio. I suoi occhi celesti s'erano abbassati a mezza palpebra e sul suo viso, incorniciato da una bianca barba incolta, era comparsa la beatitudine estatica che dona l'alcol etilico. - Rossa portami in bagno - biascic ancora intercettando il profumo pungente della barista. Ma nessuno gli faceva pi caso. Il locale era riprecipitato in un fumoso sussurro di cospirazione. Soneri si guard di nuovo intorno. C'era la foto di una cima alpina che non conosceva e fu allora che ripens a Locusta: chiss se era salito anche l. Fece per alzarsi e andare in bagno, ma l'ubriaco lo precedette zigzagando per il locale. Riaccese il sigaro e aspett. Non gli dispiaceva l'atmosfera di quel posto che sembrava riportarlo alla giovinezza. Gli schiocchi delle palle da biliardo gli ricordavano certe sere nella cittadella universitaria e anche quella barista che dava confidenza ai clienti abituali gli sembrava una figura sfuggita agli anni. L'ubriaco non tornava. Allora si alz a sua volta per andare in bagno. Si immaginava di trovarlo riverso sulla tazza addormentato nel suo vomito. Percorse un corridoio, svolt a sinistra e apr la porta del gabinetto: c'era solo una gran puzza d'orina. Dall'altra parte s'apriva un altro uscio che dava su un retrobottega colmo di salumi e casse di vini. Entr, c'era ancora una porta, ma chiusa a chiave. Ricordava che la Rossa aveva seguito quasi subito l'ubriaco al punto che aveva pensato lo accompagnasse davvero in bagno. Doveva quindi essere uscito. O forse lei gli aveva consigliato di uscire. Il bar Otello era vicinissimo al parco. Soneri entr in una cabina e compose il numero di Macciantelli. - Manda qualcuno a sorvegliare il bar. Locusta, prima o poi, ci capiter. - Ho gi mandato un paio di agenti - rispose l'ispettore e in quel mentre

Soneri fece caso a un'auto scura che gli pareva famigliare parcheggiata sotto i tigli del viale. - Bisogna avvertirli di fare attenzione: il bar ha un'uscita secondaria. - Sul retro? - S. - Allora d verso il fossato del parco - concluse Macciantelli. Soneri rimase in silenzio per qualche istante: la deduzione del collega gli aveva suggerito un'ipotesi nuova. L'assassino poteva essere partito da l per tendere l'agguato. Poteva aver atteso le tre nel bar, poi esserne uscito dalla porta sul retrobottega, il tempo di scalare il contrafforte a nord e di attendere la vittima tra i cespugli. Ma le impronte, due, entrambe destre, erano rivolte dalla parte opposta alla direzione di sparo. Pass sopra il ponte che scavalcava il fossato deciso a tornare nel parco. Stava facendo scuro, per la porta secondaria era ancora aperta. Mentre si apprestava a raggiungere l'ostello, sent arrivare la piccola Fiat del custode. Si ritir tra i cespugli e decise di attendere. L'uomo scese, gironzol sotto il voltone e si accese una sigaretta. Di tanto in tanto si sporgeva lungo il ponte guardando di lato come attendesse qualcuno che giungesse dal fossato. Passarono alcuni minuti, l'uomo gett il mozzicone, lo schiacci accuratamente e si appoggi di spalla allo stipite. Stette un po' cos, quindi guard l'orologio e si mosse per chiudere come se avesse avuto in quel momento la certezza di un appuntamento sfumato. Si incammin tra i vialetti. Gli alberi rendevano ancora pi buio quell'angolo: il posto ideale per un agguato. Sent passare l'auto del custode al di l della vegetazione e dopo qualche istante ud un colpo di clacson, il segnale che avvertiva Rosetta della chiusura. Segnali, cenni, sguardi. Soneri si sentiva circondato da un alfabeto di cui ignorava il significato. Pass di fianco al camper di Blackright avvolto dal buio e quindi tir dritto verso la salita che portava alla casa del custode. In pochi minuti fu nel cortile, una finestra illuminata permetteva di scorgere il grande San Giorgio sopra l'entrata. - Buonasera commissario - lo sorprese la voce di Tolmin dal buio. Aveva in braccio parecchi pezzi di legna. - Salve, rispose Soneri, cercavo suo figlio. L'uomo gli fece strada. - Giacomo, ti presento il commissario - disse il custode. Il ragazzo non aveva fatto caso a Soneri, stava guardando la televisione coi piedi su una sedia. Si ricompose e abbass il volume un po' a

malincuore. - per il delitto - si scus Soneri. - Ah, s - fece l'altro come se si fosse trattato di qualcosa successo dall'altra parte del globo. - Suo padre mi ha detto che lei tornato verso le tre sabato mattina. - Non mi ricordo. Non guardo mai che ora quando rientro, sono loro disse indicando il padre - che controllano. - Ma potevano essere le tre o era pi tardi? - S, potevano esserle, tuttavia, di solito, arrivo pi tardi. - Non ha notato nulla? Non ha sentito qualcosa? Rumori? Movimenti insoliti? Dico anche all'esterno. - No, non mi parso di vedere nulla di strano. - Da quale portone passa quando rincasa? - Ho la chiave di tutt'e due, ma di solito passo dal principale perch pi corta. - Entra con la macchina? - No, bisognerebbe aprire le due ante dell'ingresso. Uso la porta piccola e attraverso il parco a piedi. Entr la moglie del custode, una donna magra e sciupata che dimostrava di essere pi vecchia della sua et. Soneri la salut e nel frattempo pensava a quanto tempo aveva impiegato il ragazzo per arrivare alla casa sul bastione entrando dall'ingresso principale. Settecento metri circa, quattro, cinque minuti al massimo. - Di notte rimane qualche luce nel parco? - Rimangono accesi i lampioni nella parte bassa, vicino ai due ingressi e intorno all'ostello - inform Tolmin. Significava che buona parte del cammino abituale del giovane era al buio. - Fuori, dove ha parcheggiato la sua auto, ce n'erano altre? - Credo di s, disse il ragazzo, ce ne sono sempre. - Vuol dire auto che abitualmente stanno l? - Anche. - Quella sera c'erano macchine che non aveva mai notato? - Non m' sembrato... Forse una Ford. Una Escort station wagon scura. Me la ricordo perch era parcheggiata malamente nel viottolo e al buio quasi non l'ho vista. - Si ricorda qualche particolare della targa? - No. E poi sono in tanti a parcheggiare come capita in quel viottolo: sanno che di notte non passa nessuno.

Nei pressi dell'ostello telefon in questura. - Passami Juvara. Senti, c' un lavoro un po' complesso... Bisognerebbe procurarsi l'elenco di tutti i proprietari di Ford Escort station-wagon ultimo modello. Come dici? Sono tanti? Beh, un altro indizio. Ne abbiamo cos pochi che meglio non sprecarne nemmeno uno. - C' il giudice che la cerca da qualche ora - inform poi Juvara. - Digli che sto arrivando. Rollardi lo attendeva con apprensione. Questa volta era andato Soneri nell'ufficio del magistrato al primo piano della procura, un fatto insolito. - C' un particolare che non era stato notato in un primo tempo - disse il magistrato. - Cosa? - La scientifica ha scoperto che dalla camicia della vittima sono sparite le iniziali ricamate. Sembrava uno strappo, ma da un esame pi approfondito s' capito che stato usato un paio di forbici. Soneri immagin immediatamente la scena: l'assassino che solleva il cadavere su un fianco, apre il cappotto, alza il maglione, taglia le iniziali, rimette tutto a posto e se ne va. Questo da solo, al buio e senza lasciare impronte. - Dev'essere stato un superprofessionista e forse non era solo. - Anch'io la penso come lei - afferm Rollardi alzandosi in piedi e camminando lungo la parete dov'era appesa una foto del presidente della Repubblica. - Un comportamento strano - borbott fra s Soneri. Non aveva mai incontrato assassini cos preoccupati di celare l'identit della vittima senza occultarne il cadavere. Di solito provvedevano con un rogo o seppellendo il corpo. - Nessuna novit? - chiese. Dall'altro capo, Macciantelli gli rispose desolato: - No, nessuna. Abbiamo atteso tutt'oggi senza esito. - Non mollare e tieni d'occhio anche il parco. Chiese poi di parlare a Juvara: - Guarda nel casellario se c' qualcosa che riguarda Giacomo Tolmin, il figlio del custode. Raccogli informazioni in giro. Aveva fame dopo quel pomeriggio di andirivieni all'umido. Dopotutto, il tavolo del Milord era il miglior luogo in cui riuscisse a riordinare le idee.

Capitolo undicesimo Da alcuni giorni un uomo lo seguiva. Sempre lo stesso: un tipo piuttosto tarchiato dall'aria volgare con un cappotto blu, grosse scarpe e cappello di foggia tirolese. I primi tempi lo aveva notato saltuariamente, poi si era accorto di averlo alle calcagna ovunque. Spesso riusciva a seminarlo ma poi lo vedeva ricomparire come se non si fossero mai persi di vista. Doveva essere uno abile anche se dava l'impressione di non voler mai avvicinarsi troppo: pi che da sicario, si comportava da spia. Entr in un caff, ordin la colazione senza perdere d'occhio la vetrina fino a che lo vide passare. Poi usc di nuovo sul marciapiede: l'uomo camminava lento davanti a lui. Dopo poche decine di metri, quest'ultimo svolt in un borgo con l'intento di rimettersi di nuovo nella posizione dell'inseguitore. La stessa tattica dei ciclisti nei velodromi: stessi surplace, stesse finte, stessi scatti improvvisi. Bondan s'infil a sua volta in un portone. Rivolt il cappotto, cal un berretto sul capo, inforc un paio di occhiali e si applic un pizzetto di barba sul mento. Era riuscito a invertire i ruoli. Adesso l'uomo camminava con passo indeciso guardandosi attorno. Faceva lunghi giri tagliando ogni tanto per vie interne seguendo l'immaginario diametro dei suoi circoli. Bondan lo pedin per ore. L'uomo manifestava crescente apprensione accelerando il passo. Per due volte ritorn dove aveva perso le tracce. Alla fine si incammin lungo il marciapiede rassegnato. Si ferm di fianco a una Fiat bianca, tir fuori la chiave e mise in moto. Bondan segn il numero di targa. L'auto era intestata alla societ Financo con sede in via Palestra 11. Una finanziaria che maneggiava parecchi soldi. L'amministratore unico risultava essere Francesco Stazzani, il maggiore socio, un nome che gli risultava nuovo. Nell'ufficio al secondo piano del palazzo lavoravano tre impiegate molto carine e un giovanotto abbronzato dall'aria scema. Stazzani arrivava sempre verso le cinque del pomeriggio a bordo di una Mercedes nera. Entrava nel cortile, lasciava l'auto nel garage e saliva in ascensore. Verso sera si ritrov fra i piedi l'inseguitore. Bondan cammin tranquillo compiendo giri che simulavano commissioni. Quando cominci a far scuro, si diresse tra i borghi stretti della citt vecchia. Non gli riusc difficile eclissarsi nell'oscurit di un androne e

attendere. Lo afferr con decisione puntandogli la rivoltella contro un fianco. L'inseguitore obbed docilmente lasciandosi trascinare all'interno. Bondan lo tast e gli tolse una piccola pistola a tamburo con la canna corta, poi lo spinse con la faccia contro il muro ordinandogli di tenere le mani larghe lontano dal corpo. L'altro eseguiva come ritenesse ovvio tutto questo. - Chi ti manda? Pierre o Stazzani? L'uomo stava immobile come inanimato e anche il suo silenzio pareva irremovibile. - Qui c' la pistola con le tue impronte. Mi basta premere il grilletto appoggiandola alla tempia, sistemare il corpo in modo plausibile... Penseranno tutti che sei stato solo un vigliacco. Nel frattempo, Bondan cominci a vuotare le tasche dell'uomo. C'erano documenti e varie altre carte che prese senza guardarle. - Senti - si decise finalmente l'altro - cos ci perdo soltanto: facciamo un patto. - Vale a dire? - Io ti aiuto, ma tu dovrai accettare che ti segua ancora, cos non si accorgeranno di nulla - Volevi uccidermi? - No, non spetta a me - si affrett a dire - ma non lo dico per cavarmi fuori. E' cos. - A chi spetta? - Non so, giuro. Io porto solo informazioni. - Per chi? - Per Pierre - Qual il vero nome di Pierre? - Piero Ridolfi. Bondan s'illumin: era Ridolfi allora. Aveva rimesso in piedi un'organizzazione potente, ma non capiva perch mai dovesse ricattarlo ora che lui, Bondan, era uscito dal giro e da quasi vent'anni non aveva pi avuto rapporti con quella banda. Cosa voleva in cambio del silenzio? - E Stazzani che ruolo ha? - Si occupa di reinvestire i quattrini ripulendoli. Bondan spost inavvertitamente la canna della pistola lungo la schiena dell'uomo che s'irrigid di paura. - Se parli non ti ammazzo - disse pensando a quanto fosse facile entrare nei giochi criminali comportandosi con gli stessi metodi dei sicari. - Ne hai gi fatti fuori due... - si giustific l'altro - ma per chi lavori? - Per nessuno. Vi odio e basta. L'uomo non parl ma si intuiva che non credeva a quelle parole.

- E adesso cosa dirai a Pierre? - Non gli dir nulla. - Ascolta con attenzione - riprese Bondan con una voce talmente calma che impression anche se stesso - voglio sapere come arriva la droga a Pierre, come la nasconde e con che canali la smista. L'uomo rimase in silenzio per alcuni secondi. Tutto taceva nel buio del portone e, in quella quiete d'attesa, Bondan ud dei passi. Poteva essere qualcuno che rincasava, ma l'uomo ebbe un piccolo sussulto. Cap al volo. Col calcio della pistola gli sferr un colpo sulla nuca con tanta rabbia che l'altro scivol lungo il muro afflosciandosi. Poi s'inoltr nell'androne e sal le scale. Al primo piano trov un terrazzo, lo percorse in diagonale e si sporse sul bordo. Salendo gli era parso di udire un'imprecazione pi in basso, ma soffocata, tra i denti. Non aveva scelta. Intasc la pistola e si aggrapp alla grondaia. Scivol cautamente lungo il tubo fino a quando gli parve di essere a un paio di metri dal terreno, quindi si lanci, atterrando sull'erba del giardino.

Capitolo dodicesimo A met del savarin di riso, il telefono interruppe il pasto del commissario. Alceste si offr di tenere in caldo il piatto ma Soneri gli fece cenno di lasciar stare: gli ricordava tristi menage coniugali. - Abbiamo controllato tutte le Ford- esord Juvara - e c' un particolare interessante. Si immaginava l'ispettore sudato dall'altra parte del telefono. - Quale? - Una di queste vetture appartiene a un noleggio e alcuni giorni fa l'hanno affidata a un tizio con un nome che risultato falso. L'auto non stata riconsegnata e il padrone ha fatto denuncia di furto. - Che nome ha dato il ladro? - Procioni, Riccardo Procioni. - Naturalmente gli omonimi hanno alibi di ferro... - Ce ne sono quattro: due sono pensionati senza patente, uno fa il rappresentante e viaggia sempre all'estero e il quarto un fabbro piuttosto anziano. - Controlla tutti gli altri noleggiatori, vedi se fra i loro clienti, negli ultimi mesi, c' stato qualcuno che ha dato nomi falsi. Ritorn al tavolo. Il savarin era freddo. Pensava alla Ford che era comparsa la notte del delitto. Che fosse la stessa? Ordin una tagliata alla Robespierre e una bottiglia di grignolino. Ma appena accost il bicchiere alle labbra, arriv un'altra chiamata. Questa volta era Macciantelli. - I miei hanno notato dei movimenti poco chiari nel parco. - Cosa? - chiese precipitosamente Soneri. - Verso le nove e quarantacinque, qualcuno entrato dall'ingresso secondario, ma non hanno fatto in tempo a capire chi. - Un uomo? - S, un uomo. Gli agenti l'hanno visto fermo di fronte alla porta come se aspettasse e quando hanno tentato di avvicinarsi, qualcuno ha aperto dall'interno e quel tizio entrato. - Niente dal bar Otello? - Niente. Ho l'impressione che si siano accorti della sorveglianza. - Lasciate perdere il bar. Piuttosto, tenete d'occhio le entrate del parco. - Ma Locusta... - Non si far vedere tanto presto l, furbo. E poi potrebbe passare da dietro.

Questa volta riusc a mangiarsi la carne in pace, ma i pensieri lo tormentavano pi del telefono. Alceste, che osservava l'inquietudine di Soneri, di tanto in tanto cercava di inserirsi tra i pensieri del commissario con qualche battuta. Chi poteva essere entrato a quell'ora? E chi gli aveva aperto? Rosetta? O Tolmin? - Commissario, un'altra telefonata. Si alz di scatto facendo cadere in terra il tovagliolo, attravers di nuovo la sala da pranzo sotto gli occhi incuriositi degli altri clienti e afferr la cornetta. - Mi ha chiamato ora il magistrato - disse Juvara, sempre concitato. - Gli ho detto della Ford rubata al noleggiatore e lui si ricordato che anche l'auto ritrovata sul luogo del delitto Spataro era stata presa a noleggio con un nome falso. - vero - ricord Soneri - non mi viene in mente. - Riccardo Furetti. Abbiamo controllato, anche in questo caso tutti gli omonimi non c'entrano. - Rollardi vuole vedermi? - Ha detto che non era urgente. Per ha voluto che le dicessi questo. Torn al tavolo. C'era tempo per un dolce? Ordin una mousse coi biscotti savoiardi e cambi di nuovo vino. Chiese un bicchiere di passito di Lampedusa. Furetti, Procioni... Non erano invenzioni casuali. E poi quella costante nel nome: Riccardo. Di nuovo il telefono: - Commissario abbiamo preso Locusta - disse Macciantelli. - Dove? - Al bar Otello. Non l'abbiamo proprio preso... E accaduto un fatto strano, molto strano... - Cosa? - url dentro la cornetta Soneri al punto che molti in sala si girarono. - Stavamo per andarcene, quando abbiamo visto del movimento davanti al locale. A un tratto comparso Locusta, un po' brillo, venuto verso di noi e si consegnato. - Vengo subito - annunci Soneri. Gett il tovagliolo sul primo tavolo che gli capit a tiro, afferr il montgomery dall'attaccapanni dell'ingresso e usc sotto gli occhi sorpresi di Alceste. Sal sull'Alfa e si diresse in via Costa. Locusta l'attendeva nel suo ufficio con la consueta aria tranquilla fino alla spavalderia. Non si era tolto il giubbotto di pelle malgrado il caldo

della stanza e passandogli vicino, Soneri percep lo stesso odor di fumo che ristagnava al bar Otello. Si sedette di fronte all'uomo e lo guard. Il suo corpo era sempre atletico ma qualcosa suggeriva l'incipiente vecchiaia. Le tempie erano ormai screziate di bianco e i capelli radi agli angoli della fronte. Soneri riconobbe con disagio le trasformazioni che aveva notato in se stesso. - Ci si ritrova - disse rompendo il silenzio. - Come ai vecchi tempi capo, no? Soneri non disse nulla. Sembrava che l'altro avesse indovinato il suo stato d'animo. - Questa volta c' di mezzo un delitto. - Non sono cambiato, sa che non uso le armi. - C' sempre una prima volta. Hanno trovato impronte che corrispondono al tuo piede di fianco al cadavere. - Non significa nulla e lei lo sa - tagli corto Locusta. Chiunque potrebbe avere il mio stesso numero di scarpe e di arrampicatori ce n' tanti. Soneri riflett: era vero, al massimo poteva ritenerlo un indiziato. - Posso sempre fermarti per il furto in casa Romualdi minacci. Locusta sbuff spazientito: - Roba vecchia, io non c'entro. E poi non avete uno straccio di prova. Eravamo al solito, succedeva sempre cos con Locusta. Soneri fatic a stare calmo, sentiva che l'uomo poteva essergli utilissimo. Se si era consegnato lo aveva fatto certo con uno scopo. Accese il toscano un paio di volte fino a che si form una brace spessa. Tir alcune boccate e guard Macciantelli che stava alle spalle di Locusta. Quest'ultimo gli fece un cenno come quello dei giocatori di carte: nessuna prova. In quel momento squill il telefono. Era Juvara nell'altra stanza che avvertiva degli ultimi accertamenti su Locusta: esito negativo. Soneri sent montare una rabbia impotente. Biascic il sigaro mentre pensava che nulla gli permetteva di trattenere quell'uomo dopo averlo tanto cercato. Finalmente, quando ormai non sapeva pi cosa dire, pose la domanda pi semplice: - Perch ti sei consegnato? - Non la prima volta - rispose Locusta con candore. Era vero anche quello. Aveva fatto un'altra mossa falsa. Gli sembr di intravedere un sorriso ironico sul volto di Macciantelli.

- Ci vuoi sfidare, insomma. - No, sorrise Locusta, voglio solo chiarire alcune cose. - Quali? - L'ha detto lei: questa volta c' di mezzo un delitto. Comparve nella memoria del commissario il corpo di quell'uomo sfigurato. Era sicuro che Locusta l'avesse visto. - Quando ho saputo che mi stavate cercando, ho capito che su di me ci sono sospetti, ma vi sbagliate. - Per ne sai parecchio - disse Soneri seguendo l'intuito. - Qualcosa so - rispose l'uomo improvvisamente turbato. E dopo qualche istante aggiunse con voce appena percettibile: Purtroppo. Soneri cap che si trattava di un segnale. Si comportava come se si sentisse incastrato. - Ho paura - sbott - una paura tremenda. Credo che mi stiano cercando anche altri: in fondo per questo che mi sono consegnato. Ho scelto il posto pi sicuro. - Chi ti cerca? - chiese Soneri. - Quelli che hanno fatto fuori quel tizio. - Non hai idea di chi fossero? - No. Quando sono arrivato lass doveva essere successo da poco. Ma colpi non ne ho sentiti, forse avevano un silenziatore, forse lungo il muro non arrivano i rumori... - Come fai a dire che era appena accaduto? - Non so, mi parso di vedere un braccio del cadavere muoversi. Una contrazione a piccoli scatti come un fremito. Poi pi nulla. Il silenzio era quasi irreale, profondissimo come il buio che stava di fronte a me tra i cespugli verso l'interno del parco. Avevo una piccola torcia ed stato quando l'ho puntata che ho visto il corpo e quel tremore. Mi sono avvicinato, ma avevo paura come non ne ho mai avuta in vita mia. Percepivo la presenza di qualcuno al di l del fogliame, ne ero sicuro, certo. - Allora cosa hai fatto? - Mi sono avvicinato lentamente e ho visto che i proiettili avevano devastato il volto. Dev'essere stato in quel momento che ho lasciato le impronte: accanto al cadavere c'era parecchia melma, era caduto in una specie di pozzanghera. - Ti sei avvicinato come? - incalz Soneri.

- Dando le spalle al muro. - E il morto era steso nella direzione opposta al tuo cammino? - S, la testa che ho sfiorata per prima passandogli accanto. Soneri richiam le immagini del luogo del delitto. Tutto collimava. Locusta si era avvicinato posando il piede destro nella melma di fianco al cadavere lambendolo dalla parte del muro di cinta. Il piede sinistro aveva camminato sull'erba e non aveva lasciato impronte. - Perch sei salito lass? - Una stupida scommessa! Lei non ci creder, ma si tratta solo di una scommessa. Ero al bar Otello verso mezzanotte e c'era un bel clima come non capitava da tempo. Abbiamo cominciato a giocare a carte e puntare forte. Verso le tre, c'era gente a secco e io fra quelli. Cos ho pensato di rifarmi. Tutti sanno che so arrampicare benissimo, cos ho cominciato a dire che sarei salito sul muro del parco in meno di un quarto d'ora. Si sono messi a puntare, ma qualcuno, non ricordo chi, ha rilanciato forte: ci avrebbe messo cinque milioni se fossi stato in grado di salire dal bastione a nord. L non c' mai salito nessuno, tutto coperto di muschio e i mattoni sono intaccati dal gelo... Ma di fronte ai cinque milioni ho accettato. - Che ora era? - Precisamente non lo so, in certe sere d'allegria il tempo non conta. Saranno state le tre. Ricordo che mentre attraversavo il fossato s' udita lontano una sirena di ambulanza e l ho pensato: ecco, questa la volta che cado e mi rompo l'osso del collo. - Poi? - Poi ho cominciato a salire. Non si vedeva granch e si scivolava sul muschio come se i mattoni fossero cosparsi di melma. Ho rischiato di cadere molte volte e sotto sentivo gli scommettitori fare previsioni. Quando ho messo una mano in cima, tremavo per lo sforzo. Mi sono tirato su e ho fatto un doppio segnale lampeggiando con la torcia a quelli che erano rimasti in basso. Se c'era ancora qualcuno nei paraggi, deve aver notato la luce e forse s' messo al riparo: il bastione fitto e di notte impossibile scovare qualcuno. Ma sono sicuro che non ero solo. - In che posizione era il morto? - Era steso faccia in gi col braccio sinistro piegato sotto e le gambe divaricate. - Aveva il cappotto? - No, non indossava nessun cappotto. Aveva un giubbotto scuro, mi pare di pelle. - Abbottonato?

- Mi parso di s, stava aderente al corpo. - Se cos avevi intuito giusto: c'era qualcuno nei paraggi. E quel qualcuno deve aver sentito i rumori o le voci degli altri gi altrimenti... - Mi avrebbe fatto fuori, dice? - Forse. Dev'essere stato quel segnale con la torcia. Se si fosse accorto che tu stavi salendo gli sarebbe bastato attenderti sull'orlo del muro e darti una spintarella. Gli altri non avrebbero pensato che alla sfortuna proprio a un passo dalla meta... Scommessa persa. Ma una volta su non poteva pi sbarazzarsi facilmente di te senza mettere in allarme tutto il bar Otello. Chi ha sparato deve avere parecchio sangue freddo. Locusta ascoltava giocherellando con la cerniera del giubbotto. - Poi, come sei sceso? - Non mi sono fidato a scendere dalla stessa parte. Ho camminato sul muro di cinta e sono tornato gi da una parte pi agevole illuminata dai lampioni della strada. - Hai detto qualcosa al bar? - Non ho detto nulla. Tutti mi hanno fatto i complimenti per la vincita e s' parlato solo di quello. Io ero molto scosso, cos ho cominciato a bere fino a sbronzarmi. Mi sono svegliato nel mio letto dodici ore dopo. Non so nemmeno chi mi abbia portato a casa. Soneri sollev lo sguardo soddisfatto e incontr i suoi occhi. - Forse sarebbe meglio che ti trattenessi qui, non credi? Rimase in silenzio. Il commissario era sicuro che avrebbe rifiutato, ma l'altro, a sorpresa acconsent. - Conosco bene i vostri divani - aggiunse e a Soneri vennero in mente tutte le volte che l'aveva arrestato dopo interminabili schermaglie verbali. Anche in questo caso sent pesargli il ricordo di una giovent entusiasta. - E per il furto a casa Romualdi come la mettiamo? - Dica ai giornalisti che per questo che m'ha fermato. Non parli del delitto - rispose Locusta.

Capitolo tredicesimo Esamin le carte che aveva sottratto al suo inseguitore. Dalla patente risultava che si chiamasse Gianguido Tonetti. Guard attentamente il documento: pareva autentico. L'agenda telefonica conteneva pochi numeri e accanto a essi non c'era nessun nome. Tuttavia erano annotati sotto lettere differenti. La pistola era un'arma di scarso valore, mentre il portafogli conteneva cose che nessuno avrebbe immaginato portasse con s un sicario: un santino di padre Pio, una foto di donna e un piccolo amuleto contenuto in una busta di carta velina. All'azienda telefonica risal agli intestatari dei numeri di telefono. C'era quello di Pierre, quello della Financo e quello di Meriudi. I contorni della banda cominciavano a delinearsi. Ci che ancora gli sfuggiva era il perch ci fossero anche i numeri di sette aziende cittadine: un paio piuttosto note, le altre quasi sconosciute. Mise i documenti in una busta che sistem nella piccola cassaforte a muro. Poi sedette sul divano e venne colto da un fastidioso senso di inedia. La mente immagin fughe e rischi. Magari la grande pietra si sarebbe finalmente staccata per cadere su di lui senza preavviso. Ma i delinquenti non erano poi cos sagaci come se li era immaginati. Afferr la Beretta. Verific tutti gli automatismi, il caricatore, il carrello, il percussore. Li fece scattare pi volte. Decise quindi di agire subito. Aveva ripassato in successione tutte le mosse. Un'azione spregiudicata, da vero commando. Amava immaginarsi come un condannato che preferisce sfidare i mitra delle sentinelle piuttosto che attendere il fuoco del plotone d'esecuzione. Arriv in via Palestra verso le quattro del pomeriggio. Stazzani sarebbe giunto quarantacinque minuti dopo. Conosceva a memoria il tragitto della Mercedes nera dal cancello automatico al garage e decise dove si sarebbe appostato. Mezz'ora prima dell'appuntamento, controll di non essere osservato o seguito. Poi entr nell'edificio, scese fino allo scantinato e attese. Quando giunse l'auto di Stazzani, strinse la Beretta tastando la sicura abbassata e il caricatore di riserva. Ud il motore arrestarsi, la portiera richiudersi e i tacchi sbattere

ritmicamente sul pavimento. Avvit il silenziatore e attese. L'ascensore venne chiamato dal mezzanino da cui si dominavano i garage e lui discese con esso. Si sent trasportare verso un appuntamento inevitabile. Una lieve compressione, l'ascensore si arrest morbido. Qualche istante ancora e la porta si dischiuse mostrando Stazzani uno spicchio per volta. La pistola fu l'ultima cosa che parve notare nel suo stupore d'uomo pieno di certezze. Ma non ebbe il tempo di inquietarsi perch gi Bondan aveva premuto il grilletto e l'arma aveva sparato tre volte. Stazzani cadde all'indietro sospinto sulla schiena dai colpi. Bondan raccolse la borsa con la tranquillit di un facchino e la sistem sul sedile anteriore della Mercedes. Poi apr il baule e vi sistem il corpo di Stazzani. Quindi sal al terzo piano agli uffici della Financo. In ascensore rimise nel caricatore i tre colpi esplosi e premette il pulsante. - Entra senza strillare! - sibil Bondan all'impiegato sospingendolo dentro l'ufficio. L'altro obbed tremando. Premendo con la canna contro la schiena lo indirizz in una stanza senza telefono che serviva da sala d'aspetto. Lo chiuse dentro e si diresse verso l'ufficio dove lavoravano le tre impiegate. Anche per loro la sorpresa fu cos grande che ubbidirono passive muovendosi a passettini da sonnambule. Chiuse anche loro in sala d'aspetto e pot cos disporre di almeno un quarto d'ora per rovistare fra i documenti. Mentre il telefono squillava, afferr i dischetti del computer: sapeva di trovarvi ci che cercava. Quindi scese, infil tutto nella borsa di Stazzani e mise in moto. Fece un giro veloce fino a giungere a due passi dalla questura. Parcheggi e si allontan infilando le chiavi della Mercedes nella grata di un tombino.

Capitolo quattordicesimo - Juvara! - url Soneri senza alzarsi dalla scrivania. L'ispettore comparve riempiendo lo spazio della porta. - Vorrei che facessi accertamenti su alcune persone. Vedi di sapere il pi possibile su William Blackright, Tony Rosetta, Carlo Tolmin e il figlio Giacomo. Per il primo chiama l'Interpol. Juvara scivol via com'era comparso. Soneri alz quindi il telefono e chiam Macciantelli. - Voglio un controllo del parco di notte. Manda qualcuno a sorvegliare le entrate, ho l'impressione che ci sia un gran via vai. Locusta era stato chiaro: la vittima, al momento dell'omicidio, indossava un giubbotto di pelle non il cappotto che gli era stato trovato addosso. Ma perch l'assassino aveva deciso di sbarazzarsi del giubbotto? Le domande rimbalzavano nella sua mente senza approdare a nulla. Squill il telefono, era Rollardi. - Quelli delle volanti hanno interrogato i due noleggiatori che hanno affittato le macchine a Procioni e Furetti. Solo uno ha saputo ricordare con precisione l'uomo a cui ha affidato l'auto: un tipo alto circa un metro e ottanta, snello, senza barba n baffi. Non granch - concluse il magistrato. Soneri riattacc nervoso. Dieci volte era stato convinto di aver trovato la via giusta e poi tutto era sfumato. Rigir la mazzetta dei giornali con la notizia del fermo di un indiziato per il delitto del parco. Alcuni scrivevano che si trattava di una svolta nelle indagini e la cosa accrebbe l'irritazione di Soneri. Faceva scuro. I fari delle volanti mostravano la nebbia galleggiante nell'aria ferma del cortile della questura. Ubbidendo a un impulso usc. Pass al Milord e si fece dare da Alceste un involto da picnic con grana stravecchio e culatello. Quindi si incammin verso il parco. La porta piccola era ancora aperta e alcuni ritardatari stavano uscendo a passo svelto. Entr e si diresse sul prato umido dove non arrivava la luce dei lampioni. Quindi risal verso i bastioni scalando la scarpata aggrappandosi a gaggie dalla corteccia ispida. Aveva raggiunto un buon punto d'osservazione. Scorgeva il camper di Blackright, una macchia chiara nella luce gialla del lampione, e anche la casa di Rosetta con il faretto sopra la porta e una sola finestra illuminata.

Infine, poteva controllare il viottolo d'accesso all'abitazione del custode. Dopo un quarto d'ora si profil la macchina di Tolmin per il giro di chiusura. Ritorn e cambi strada per passare davanti all'ingresso di Rosetta. L si arrest e il custode diede i soliti due colpi di clacson. Si apprestava a passare una notte in un parco quasi disabitato. Eppure gli pareva che quel mondo protetto da mura, traspirasse un'animazione particolare. Addent due scaglie di grana e sent accendersi in bocca un fuoco sapido, lo stesso calore del sigaro fumato dalla parte della brace. Mise il culatello nella tasca del montgomery: il clima da golena l'avrebbe conservato meglio di una cantina. Stava decidendo se fare un giro o attendere, quando vide aprirsi la porta di Rosetta. La luce illumin una parte di cortile all'oscuro e un'ombra lunga si disegn sulla ghiaia. Ancor prima che uscisse riconobbe Blackright col cappello texano in mano e il consueto aspetto da cowboy. Indugi sull'uscio, poi usc infilandosi il copricapo con un gesto veloce camminando verso il camper. Apr la porta, si guard a lungo intorno come un animale dalla tana, quindi richiuse. Soneri aveva addentato un'altra scaglia e intanto osservava. Tutti, nel parco, si muovevano con circospezione come perennemente in attesa di qualcosa. Blackright era gi tornato dal suo viaggio ed era andato a trovare Rosetta? Forse aveva mangiato da lui? Si accomod contro un albero mentre lembi di nebbia scendevano mollemente nel catino del parco scavalcando le mura. Fu in quel momento che scorse qualcuno camminare dai bastioni verso l'ostello. Qualcuno che percorreva il viottolo di casa Tolmin. Si trattava di Giacomo, il figlio pi giovane del custode. Si diresse prima verso l'ostello, poi, dopo aver dato un'occhiata dentro le finestre del pianterreno, punt sul camper. Una volta di fronte all'uscio, buss gettando un paio di occhiate intorno, finch Blackright non apr. La visita non dur pi di dieci minuti. Il ragazzo usc, riattravers lo spazio illuminato dal lampione, e si reimmerse nella penombra del viottolo. Soneri fu tentato di seguirlo e bloccarlo a met della salita. Prov ad allungare il passo per tagliargli la strada, ma una gamba gli si impigli nelle ramaglie e rischi di ruzzolare. Doveva aver fatto rumore, perch il ragazzo si arrest nel suo cammino mettendosi in ascolto come una bestia in allarme. Dopo qualche istante ricominci a camminare pi svelto. Si distric dal groviglio solo dopo che l'altro fu scomparso dentro casa.

Verso mezzanotte Blackright usc dal camper. Era vestito come quando aveva lasciato la casa di Rosetta, compreso il cappello. Richiuse l'uscio e si incammin per i vialetti che attraversavano diametralmente la parte bassa del parco. Decise di seguirlo. Percorse lo spazio aperto vicino all'ostello e il suo passo dinoccolato aveva un che di vagabondo. Soneri non poteva avvicinarsi se non camminando ai bordi della macchia. Blackright pass di fronte a casa di Rosetta e parve in quel momento che il gestore avesse dischiuso l'uscio per dirgli qualcosa. L'americano si ferm, infatti, un istante, poi prosegu, mentre Rosetta fece scattare il catenaccio. Il silenzio era profondo nella notte autunnale. Solo un brusio di fondo manifestava l'esistenza della citt intorno a quelle mura che custodivano un mondo indipendente, schivo a qualsiasi giurisdizione. Blackright risal uno dei viottoli che conducevano sui bastioni dov'era il percorso dei podisti. Appena fu nella penombra, Soneri non lo vide pi distintamente, ne intuiva solo i contorni. Si spost velocemente al riparo di una fila di abeti: gli alberi erano spogli tranne le ramaglie sempreverdi e le conifere. L'americano passava ora in uno slargo fiocamente illuminato e Soneri avrebbe dovuto attendere al riparo prima di spostarsi di nuovo. Part quando l'altro scomparve nel buio ma forse si mosse troppo velocemente. Di nuovo al riparo cerc Blackright con lo sguardo e lo scorse nel punto di prima, nello slargo: guardava verso di lui. Prese il piccolo binocolo da teatro e intercett uno sguardo febbrile, sospettoso e impaurito. L'aveva visto? Si ferm appiattendosi il pi possibile dietro i cespugli. L'americano si guardava intorno come una sentinella in allarme. Appariva certo che doveva aver notato qualcosa, ma la sua suscettibilit non era normale, nasceva da una paura pregressa. Il silenzio sembrava congelare ogni movimento finch si sent lontano una sirena e Soneri si ricord che avrebbe dovuto chiedere a Juvara di scoprire a che ora era uscita l'ambulanza che Locusta aveva detto di aver udito la sera del delitto. Si spost leggermente e sent la pistola nella fondina sotto la giacca. Gli infuse un senso di sicurezza inusuale per Soneri. Blackright si mosse pigramente. Sembrava averlo preso una sorta di riluttanza. Qualcosa ora lo tratteneva. Alla fine si decise a percorrere il sentiero dei podisti che descriveva un'ansa profonda dentro il bastione. L'avrebbe perso di vista. Tent di spostarsi e di usare il binocolo ma l'intreccio dei rami e

l'oscurit gli impedirono di vedere. Attese allora che l'americano rispuntasse dall'altra parte, ma capiva di perdere cos mosse importanti. Aspett una decina di minuti. Blackright ricomparve con uno strano passo saltellante. Rallent solo quando fu sul viale dei bastioni: ma Soneri non cap se quella fretta era dovuta al sollievo di aver compiuto una missione importante o alla paura. Cosa aveva fatto dentro il bastione? Se lo chiese pi volte. C'era andato per cercare qualcosa o si era semplicemente nascosto perch aveva scorto dei movimenti nel parco? Soneri rimase senza risposta. Nel frattempo l'americano stava rapidamente ridiscendendo verso l'ostello. Si era calcato il cappello sul viso come se si apprestasse a un galoppo. Pass di fronte all'uscio di Rosetta, attese un poco e mentre Soneri si aspettava che quest'ultimo aprisse la porta, il gestore comparve dalla direzione opposta. I due si incontrarono proprio sotto il lampione. Li vide confabulare e poi l'americano fece un gesto circolare con l'indice e gir lo sguardo tutt'attorno come evocando chiss quale spirito. I due si lasciarono e nel silenzio risuon ancora il catenaccio dell'uscio di Rosetta. Blackright, invece, si diresse al camper e una volta infilatosi dentro, prima di chiudere, guard ancora a destra e sinistra sporgendo la testa.

Capitolo quindicesimo Avvolse la Beretta nella busta di nylon dopo averla ingrassata e la lasci cadere nel barilotto dell'aceto balsamico. Poi accese il camino e dispose sopra gli alari i bossoli. Attese fino a quando il calore cominci a fonderli. La cassa delle pistole era rimasta aperta e ormai vuota. Vide l'ultima della collezione, la pi pregiata: la vecchia Mauser, un'arma da guerra di cui conosceva le detonazioni secche e la terribile efficacia. L'uccisione di Stazzani era un colpo capace di scuotere la citt. Si trattava di un finanziere stimato di cui nessuno conosceva la doppia vita. Svuotando la sua valigetta, in cui comparivano rendiconti coi movimenti del denaro occulto e agende con nomi prestigiosi di studi e capitani d'industria, Bondan ne avrebbe ricostruito il lato oscuro, gli affari nascosti da ineccepibili coperture. Ma rimaneva Ridolfi, il cui nome compariva ripetutamente nei promemoria di Stazzani. Le informazioni contenute nei dischetti gli permisero di ripercorrere la rete di affari sporchi che si celava dietro l'attivit della Financo. Sette imprese riciclavano i soldi che provenivano dal commercio della droga, mentre una costellazione di studi forniva i documenti di copertura. Infil tutto nella borsa di pelle che apparteneva al finanziere, apr la cassaforte a muro e ve la sistem. Si adagi sul divano deluso d'essere giunto al termine della sua indagine. La Mauser gli apparve tra i panni con la sua canna lunga e il mirino dritto come una cresta di gallo. Era l'arma degli ufficiali tedeschi. Quella delle esecuzioni sommarie, dell'estrema difesa o della liberazione da troppe angosce. Riprese dallo scaffale I demoni e si mise a rileggere i dialoghi di Kirillov. Sentiva che per lui, come per il personaggio dostoevskijano, era giunto il momento della stretta finale. Gli restava ormai poco tempo. Si prepar per uscire. Si sentiva indifferente come poteva esserlo solo un moribondo. Prese la Mauser, la strinse sentendola aderire ad ogni centimetro del palmo come un guanto, quindi la deposit nella fondina interna sotto il giubbotto. Port con s un caricatore di riserva e dei proiettili. Fece alcuni passi verso il cancello dove un lampione proiettava un po' di luce, ma prima di arrivarvi intravide una macchia scura nel giardino. Un cane morto, un bastardo di mezza stazza che aveva deciso di accasarsi l scodinzolando ogni volta che lo incrociava. Qualcuno gli aveva calato una

bastonata in testa. Un fremito nell'ombra dell'argine complet l'intuizione di Bondan. E appena ebbe coscienza d'essere sotto tiro, si butt in terra. Vide sul muro scheggiare via le pallottole di rimbalzo lasciando rose incise sull'intonaco. Sparavano con rivoltelle ammutolite dal silenziatore. Colpi smorzati ma secchi. Impugn la Mauser e si trascin verso le scale al riparo: ora s aveva l'idea dell'ultimo assalto al bunker. In un istante il fuoco cess. Nel buio cercava di capire che intenzioni avessero. Erano almeno tre. Dedusse che cercavano di aggirarlo dagli scalpiccii che provenivano dalla strada. Spostando il tiro l'avrebbero stanato e spinto nel mirino di un sicario appostato. Non ci pens che un attimo. Sbuc dal sottoscala con la rapidit di un serpente e cominci a sparare nell'argine dove li pensava accucciati in una guerra tra ciechi, a tentoni. Corse verso il retro della casa inseguito dai proiettili dei sicari colti di sorpresa. Anche loro tiravano a caso in direzione di passi che sentivano tra la cadenza irregolare dei colpi. Bondan correva e su tutti sentiva l'assolo fragoroso della Mauser a dettare la cadenza. Correva col fiato corto, sparando. Ecco, era in quel momento che avrebbe voluto essere colpito. Si sentiva davvero come un fagiano che cade dal suo cielo per una palla spersa, per una fucilata in aria in una festa di paese. Pi per fatalit che per intenzione.

Capitolo sedicesimo Soneri arriv tardi in ufficio, ma bench avesse dormito pochissimo, era di ottimo umore. Percorse fischiettando i corridoi della questura e al suo passaggio, gli agenti si voltarono presi da quell'insolito spettacolo. Sull'uscio dell'ufficio di Juvara si arrest e mise la testa dentro: - Senti al pronto soccorso quante ambulanze sono uscite con la sirena la notte del delitto. L'ispettore annu e siccome il telefono prese a squillare, gli fece cenno che si sarebbero visti dopo. Prima che arrivasse nella sua stanza, la segretaria lo ferm per alcune firme e in quel mentre arriv Macciantelli. - Locusta l'attende da pi di un'ora, dice che deve parlarle. Era spettinato e aveva un'aria da notte in bianco. - Non avete pi i divani di una volta - esord l'uomo mentre Soneri entrava. - I divani sono sempre gli stessi, siamo noi che invecchiamo - rispose osservando Locusta che si massaggiava la schiena. Erano pensieri che lo infastidivano e per questo ritorn all'indagine. - So che hai chiesto di parlarmi... L'altro chin leggermente il capo: - C' una cosa che non ho detto ieri... - Quale? - Quella telefonata, quella anonima. Per un attimo Soneri annasp nei ricordi: - Quella d'avvertimento? - Proprio. Avevo sentito dire che c'era uno dei vostri in pericolo. Lei sa che in fondo non sono una cattiva persona... - Lo so. Ma non capisco chi potrebbe essere. Soneri pass in rassegna i possibili bersagli fra gli ispettori gli agenti pi esposti a vendette. E finora non era mai successo che si attentasse a uno dei suoi. Ma la cosa, senza che sapesse perch, lo inquietava e incuriosiva al tempo stesso. - Hai telefonato dal bar Otello vero? - S. E l che ho sentito quelle voci. - Cosa in particolare? - Beh, parlavano di uno a cui l'avevano giurata e che aveva i giorni contati. - Chi diceva questo? - Non lo conosco, un tizio che frequenta raramente il bar: si fa vedere ogni tanto ma non ci parliamo.

- Un malavitoso? - Vai a capire. Lei sa com' il bar Otello: difficile distinguere chi sta da una parte o dall'altra. L'unica cosa che so che si tratta di uno che bazzica nel giro delle scommesse. - Che tipo di scommesse? - Un po' di tutto, cavalli in particolare. - quello che ha puntato su di te? - No - neg recisamente Locusta - non c'era quella sera. Ripeto, non lo conosco. - L'hai visto almeno in faccia, sai descriverlo? - Un tipo biondo, alto, gran donnaiolo. Ogni volta ne ha una diversa. - Possibile che tu non lo conosca? - sogghign Soneri accendendosi il toscano. - Un'altra generazione. Quelli come me ormai sono fuori esercizio. Soneri pens che era vero. Quando Locusta aveva vent'anni tutti si dedicavano al furto d'appartamento. Ora era rimasto il solo a praticare se si eccettuava qualche nomade. Tir grandi boccate appoggiandosi allo schienale e meditando. Chi poteva essere minacciato? Se cos fosse l'avrebbe senza dubbio saputo. Entr Juvara. - La sera del delitto sono uscite solo tre ambulanze con la sirena accesa: a mezzanotte e quindici per un infarto nella zona del vescovado, all'una e trenta per un tentato suicidio alla stazione e alle quattro e cinque per un incidente stradale. - Hai controllato i tragitti? Potevano essere udite dal parco? - chiese Soneri. - Quella delle quattro e cinque sicuramente, forse anche quella intorno a mezzanotte. L'altra lo escludo, ha percorso strade troppo lontane. Doveva per forza trattarsi dell'ambulanza delle quattro. Ma Locusta aveva affermato che forse potevano essere le tre, l'ora del delitto. - Commissario, lei sa come vanno queste cose. Gliel'ho detto: il tempo... Di notte, quando si in buona compagnia se ne perde la nozione. - Quindi potevano essere anche le quattro? - Non lo escludo di certo. - Ma sei sicuro di aver visto il corpo contrarsi? Se il delitto avvenuto intorno alle tre... - Di quello sono sicuro, non c' dubbio. E sono sicuro anche che c'era qualcuno l intorno. Non dimentichi che sono del mestiere. Era vero. Locusta aveva capacit da sensitivo nel percepire la presenza

di qualcuno al buio. Una facolt che gli aveva permesso di sfuggire parecchie volte. Soneri alz il telefono: - Pronto, la medicina legale? Vorrei il dottor Piazzi per favore. Il commissario mise una mano sul ricevitore e si rivolse a Juvara: - lui, vero, quello che ha eseguito l'autopsia? L'ispettore assent col capo mentre dall'altra parte rispondeva il medico. - Buongiorno dottore, la chiamo per il delitto del parco. Nel referto lei ha stabilito intorno alle tre l'ora del decesso, si tratta di un'ora presumibile o bisogna considerarla certa? Come dice? Una tolleranza di non pi di un quarto d'ora? Un'altra domanda dottore: possibile che, a distanza di un'ora dalla morte, il corpo possa ancora avere contrazioni? Lei dice che pu essere? Ah, specie in un corpo giovane? Come? Accade quasi sempre nelle rimozioni? Non lo sapevo, la ringrazio. Soneri pos il ricevitore e rimase in silenzio dubbioso. - Penso che tu possa uscire senza pericolo - disse rivolto a Locusta bench quest'ultimo e Juvara non capissero cosa intendesse dire. - Credo che quelli di cui hai percepito la presenza non fossero gli assassini - aggiunse poi. - Beh, dopotutto non potevo dormire su questi divani per un mese - disse Locusta alzandosi. Rimasero soli il commissario e Juvara. Quest'ultimo tir fuori una cartelletta che conteneva parecchi appunti. - Ho preso le informazioni che mi aveva chiesto - afferm tirandosi sotto la sedia e scuotendo il ventre gelatinoso. - La figura pi strana appare l'americano, ha qualcosa che non mi convince. Soneri lo ascoltava fumando e lavorando di mente. Il pensare gli procurava fame tale e quale passeggiare. Guard l'orologio: era quasi mezzogiorno, ma Juvara proseguiva imperterrito. - Ha un cospicuo patrimonio: una casa a Venezia vicino al canal Grande, un appartamento a Firenze, uno a Roma dove vivono occasionalmente suoi connazionali. Quel che non si sa dove ha trovato i soldi per tutto questo. - Non fa il maniscalco e lavora le pelli? - S, e pare sia anche molto bravo, ma esercita solo saltuariamente da quel che si sa: due volte al mese se va bene. - Dove?

- In posti da ricchi. Maneggi in particolare. - Anche lui coi cavalli - butt l Soneri. - Oltretutto, dei suoi viaggi non c' riscontro - aggiunse Juvara. - Come sarebbe a dire non c' riscontro? - Non si sa dove vada. Non si sa nemmeno se parte davvero o se sparisce semplicemente. Soneri rimase in silenzio: - E gli altri due? - Rosetta ha conosciuto Blackright a San Francisco dov'era emigrato anni fa. Il loro legame va al di l dell'amicizia... - Vuoi dire che sono... - fece un cenno unendo i due indici. - S, omosessuali - tagli corto Juvara. - Ma questo ha solo un'importanza secondaria a mio parere - aggiunse con una sorta di noncuranza. - Quel che conta che l'americano esercita su Rosetta una netta supremazia. In altre parole, lo tiene in pugno. Soneri consider l'atteggiamento sospettoso del gestore, le gelosie con Tolmin a proposito dell'americano: le rivelazioni di Juvara sembravano completare un mosaico di supposizioni. - Del custode cosa sai? - Lui e la moglie mi paiono una coppia insignificante. Sono ex contadini alla buona con scarsi interessi fuorch il mangiar bene. - Tutto qui? - C' un figlio tossico - butt l l'ispettore con un pizzico di teatralit. - Da quanto tempo? - Tre anni. - Di cosa si fa? - Eroina. Soneri cercava di valutare l'importanza di quella notizia. Poteva essere rilevante e insignificante al tempo stesso. - Sai dove si rifornisce? - E' questo che incuriosisce - disse Juvara con un sorrisetto. - L'abbiamo pedinato, ma non risulta conosciuto dai principali spacciatori cittadini. - Avr altri giri. Juvara non appariva granch convinto. Approfondiremo - si limit a dire con un'espressione da cui traspariva scetticismo. - E l'altro figlio di Tolmin? - Si sa poco o nulla. Viaggia e viene raramente a trovare i genitori. Squill il telefono: era Rollardi. Chiedeva di poter parlare con Soneri e si diedero appuntamento a pranzo.

- Al Milord-disse il commissario e dovette spiegare al magistrato la sua allergia alle tavole fredde. - Vieni anche tu Juvara? L'ispettore lo guard quasi con astio: da due settimane era a dieta. - A proposito - disse quest'ultimo - Blackright un ottimo cuoco, lo sapeva? Fu a quel punto che si ricord dell'orata cucinata dall'americano. - Un motivo in pi per non fidarsi, constat Soneri, controlla i suoi spostamenti, cerca di capire che giri ha. Prima di uscire chiam Macciantelli: - Hai il rapporto di stanotte? - S, ma dice ben poco - rispose l'ispettore. - Non s' visto nessuno? - Nessuno. Entrambe le entrate del parco sono rimaste chiuse. Solo qualche coppietta nelle vie intorno. - Continuate a sorvegliare - ordin Soneri - prima o poi credo che succeder qualcosa. Rollardi sembrava imbarazzato di fronte ad Alceste. Si sarebbe detto che in vita sua non avesse mangiato che alla mensa universitaria. Soneri, invece, aveva fame avendo saltato la cena della sera prima. E prevedendo di saltarne un'altra, ordin un piatto di tortelli di zucca. Rollardi fece lo stesso soggiogato dalla conoscenza gastronomica del commissario. Poi dovette confessare di essere astemio quando Soneri chiese un gutturnio fermo in previsione di un piatto di ossibuchi con crocchette. - Gli astemi non sono dei buoni investigatori - tagli corto il commissario. - Per capire la realt a volte indispensabile alterarne un po' i confini. E allora il vino... Rollardi lo osserv arrossendo leggermente, forse per vergogna, forse un po' stupito. - Questi delitti... - cominci a dire il magistrato cambiando discorso. Passano per regolamenti di conti, ma i nostri informatori non ne sanno nulla. Anche il capo della sezione narcotici apparso perplesso. - Chi, Marieddu? - Dice che si tratta di omicidi all'apparenza immotivati. C' una sola organizzazione che controlla lo spaccio senza infiltrazioni di altre bande. E poi ci sono le auto prese a noleggio, come nel caso del delitto Spataro, e uno che d falsi nomi che appaiono inventati apposta: Procioni, Furetti... - I sicari usano sempre la stessa arma: un mestiere rischioso e bisogna fidarsi di quel che si maneggia - avvert in modo un po' troppo professorale

Soneri. - Due pistole differenti, vero... - mormorava meditando Rollardi mentre il commissario osservava con un sorrisetto il piatto di verdure alla griglia del magistrato. - Tuttavia l'identikit di chi ha noleggiato le macchine stato riconosciuto nei due autosaloni... Soneri continuava a mangiare e sentiva crescergli dentro un certo fastidio nei confronti dell'argomento. Non erano casi suoi quelli, ne aveva abbastanza del delitto nel parco. Ma l'andamento per ipotesi dei ragionamenti del giovane sostituto procuratore aveva finito per istillargli un dubbio in pi. E poi non si poteva escludere nulla. - So che sta indagando sugli abitanti del parco - disse Rollardi. S, di questo volevo informarla - rispose Soneri sollevato di poter cambiare ragionamento. - Sto vagliando le posizioni di tutti. Ci sono cose poco chiare, ma per ora si tratta ancora di sospetti, nient'altro.

Capitolo diciassettesimo Diede un colpo al vetro dalla parte del guidatore col calcio della Mauser. Lo sportello si apr e Bondan cominci a collegare i fili sotto il cruscotto. Pochi istanti dopo si trov al volante di un'auto popolata di oggetti che richiamavano un'intimit a lui estranea. Guidava veloce nella notte, dominato dall'adrenalina. I fari si incrociavano sfavillando ma i due anabbaglianti che lo seguivano da alcuni minuti non si spostavano come dipinti su un fondale. Ecco di nuovo l'azione, ci che preferiva e che cercava: una specie di anestetico che addormentava solo i pensieri. Non rifletteva, calcolava. Il suo comportamento era ridotto a una specie di istinto geometrico. Non pensava nemmeno pi a morire. Destra, sinistra, stridori di gomme per allontanare i fari che si ostinavano a non pi di dieci metri dal suo paraurti. A un tratto un rumore secco come una sassata lanciata contro la carrozzeria. Poi ancora un urto, questa volta con l'accompagnamento di un vetro che si frantuma. Gli sparavano approfittando di un rettilineo in cui le auto viaggiavano nella stessa traiettoria. Bondan diede colpi di sterzo da una parte e dall'altra per non offrire un bersaglio fisso. Gli sembrava di udire il sibilo dei proiettili ma forse era l'aria che sfrigolava da qualche angolo ammaccato. Davanti aveva urtato qualcosa. Si vedeva solo il cofano rialzato. Il viale era lungo e rettilineo. Aveva fatto un errore a imboccarlo offrendo cos un vantaggio agli inseguitori che avevano un motore pi potente. Un'altra decisione lucida e improvvisa: impugn la Mauser e se la depose in grembo, si spost a sinistra sulla carreggiata e quando intravide interrompersi lo spartitraffico, fren strisciando le gomme sull'asfalto e gir invertendo la marcia. La manovra era riuscita. La macchina gli parve un cavallo che scarta di lato trattenuto a forza di redini. Ma fu solo un momento: l'auto di Bondan si trov nel controviale, mentre quella che l'inseguiva doveva ancora effettuare il mezzo giro per invertire la marcia. Erano quasi parallele come in un tornante. Bondan afferr la Mauser e tese il braccio fuori dal finestrino. Non cont le volte che premette il grilletto, vide solo altre auto spostarsi bruscamente e dietro il buio: finalmente il buio. Li aveva colpiti? O aveva semplicemente fatto perdere loro il controllo

della macchina? Lo specchietto gli aveva mostrato solo uno sventolio di fari beccheggiante. Rallent fino a marciare come un qualsiasi automobilista serale. Ma sapeva che quell'auto sarebbe stata presto ricercata: doveva abbandonarla. Quando scese si sent improvvisamente calmo. Passeggi a lungo nelle strade della periferia che riconobbe per avervi abitato qualche mese tempo prima. Poi imbocc una via alberata che conduceva in centro. Pensava che anche questa volta un'occasione era stata mancata. Eppure poco prima aveva volato come un fagiano: era stata questione di centimetri. Poi allontan da s il pensiero della morte trasferendolo su Pierre. Ora era lui a dover morire perch ultimo custode del ricordo di quel suo sbaglio di tanti anni prima.

Capitolo diciottesimo Dentro il parco faceva gi scuro bench il sole galleggiasse ancora sul profilo frastagliato dei tetti. Da lontano, Soneri vide le braci di un fuoco nel campeggio: Blackright stava cucinando con la carbonella. Mentre si avvicinava, nella penombra tra gli alberi, il commissario sentiva i crepitii del fuoco e l'odore della carne abbrustolita. - Scottadito di agnello. L'americano si volt di scatto come se avesse udito un ringhio. Ma il suo viso si distese nello spazio di un attimo: - Non l'ho sentita arrivare - si scus. - La sua cucina si mantiene raffinata vedo. - Un piatto facile - minimizz Blackright porgendo un pezzo di carne a Soneri. Mangi: la polpa si staccava perfettamente dall'osso e possedeva un'invitante fragranza di spezie. - E' cos abile anche nel maneggiare zoccoli? - Me la cavo - rispose l'americano mostrandosi di colpo infastidito. - Dove va in questo periodo? - Sono stato alcuni giorni in un maneggio vicino a Firenze e domani riparto per Venezia. In quell'istante Soneri sent dei passi al di l della siepe che delimitava il campeggio. Scost le frasche di lauro e vide Rosetta che si dirigeva verso l'ostello. Allo scuro risalt una bendatura candida che sporgeva dalla manica del maglione. Gli parve che avesse anche un braccio sorretto da un grande foulard appeso al collo. - Cos' capitato a Rosetta? - chiese Soneri. - E chi lo sa. Sar caduto dalle scale. Perch lo chiede a me? - So che vi conoscete molto bene... - Beh, io non gli ho ancora parlato da quando sono tornato - tagli corto Blackright di nuovo infastidito - piuttosto, vuole favorire? Soneri osserv le costolette abbrustolite e il barolo che l'americano aveva appena stappato, ma sent arrivare l'auto di Tolmin per il solito giro di chiusura. - Purtroppo non posso - disse - buon viaggio domani aggiunse dirigendosi lungo i vialetti prima che il custode lo scorgesse. Si appost sul bastione dirimpetto al campeggio: avrebbe trascorso l la sua seconda notte di veglia.

Il parco era completamente deserto quando Tolmin ripass con l'auto al minimo. Come tutte le sere si arrest di fronte all'ostello e suon il clacson per poi risalire verso casa. Il commissario ud il motore dell'utilitaria arrestarsi dietro gli alberi e osserv il catino pi in basso coi pochi lampioni accesi nella spessa oscurit autunnale. Nel profondo di quel buio, come dentro la cavit di un vulcano morente, le braci rossocupe di Blackright. Aveva bisogno urgente di telefonare. Scese cautamente verso l'entrata secondaria dov'era una cabina. - Sei tu Macciantelli? Hai messo gli uomini nel solito posto? Domattina presto di' loro che controllino se esce l'americano, sai quello del camper? Metti anche qualcuno di guardia alla stazione, voglio sapere a che ora parte e con quale treno. S'incammin di nuovo lambendo la porta senza rete di un campo da calcio, quando sent avvicinarsi un passo pesante. Scivol dietro agli arbusti come dovesse tendere un agguato e vide spuntare Tolmin che si dirigeva verso l'entrata secondaria. Si scorgeva la sua sagoma massiccia e la brace della sigaretta ondeggiare con la stessa cadenza dell'andatura. Il custode arriv al portone, estrasse un mazzo di chiavi, apr la serratura della porta piccola e l'accost. Quindi si appoggi con la spalla allo stipite e fin tranquillamente di fumare la sigaretta. Nel buio della volta Tolmin si scorgeva appena, soprattutto grazie alla lunula bianca sottopancia lasciata scoperta dal maglione e dal giubbotto. Si accese un'altra sigaretta e il cerino gli illumin fiocamente il viso. Soneri, invece, aveva rivolto il sigaro mettendo la brace in bocca finch non si fosse spenta. L'attesa dur quasi mezz'ora nel corso della quale Tolmin era rimasto immobile accanto alla porta. Poi, improvvisamente, quest'ultima si spalanc come per un colpo di vento e il vano venne illuminato dalla luce della strada. Un uomo di statura media, piuttosto tarchiato, entr con un fare cos deciso che contrastava con l'atmosfera di circospezione che regnava nel parco. Quindi si diresse con sicurezza verso il campeggio. Soneri avrebbe giurato che i due non si erano scambiati nemmeno una parola. Tolmin seguiva l'altro con aria dimessa, quasi in soggezione. Finch, arrivati a un certo punto, il custode risal in direzione di casa e l'uomo punt invece verso il camper di Blackright. L'americano gli apr e l'altro pass dalla porta mettendosi di fianco. Poi ritorn il silenzio e l'immobilit assoluta.

Soneri riaccese il sigaro: di tanto in tanto pescava da un involto scaglie di grana stravecchio. Per un po' non accadde nulla se si eccettuava uno strano andirivieni di luci nell'ostello: pareva che Rosetta salisse e scendesse precipitosamente le scale da un piano all'altro passando di stanza in stanza. Finalmente lo scatto dell'uscio e dal camper, con lo stesso piglio padronale di quand'era arrivato, scese l'uomo. Giunto a met del viale, gli si accod Tolmin misteriosamente comparso dalla vegetazione. Il visitatore venne riaccompagnato all'uscita secondaria e il custode risal di nuovo il bastione. Un quarto d'ora dopo, Rosetta spunt e si diresse verso il campeggio. Quasi simultaneamente, anche Blackright usc e i due si incontrarono a met strada proprio sotto al lampione che ne illuminava i profili. Soneri vide cos chiaramente il gestore e not che era ferito al braccio. Confabularono per un po' e l'americano appariva nervoso. Parlava gesticolando cos platealmente che pareva appena scampato a un pericolo. Ma Soneri non udiva nulla di quel che diceva. A un certo punto i due si divisero. Blackright si diresse dalla stessa parte della notte precedente, mentre Rosetta s'avvi dal lato del commissario. Soneri dovette cos spostarsi verso l'interno del bastione mentre Rosetta si avvicinava con passo titubante. Percorreva alcuni metri e poi si fermava, osservava l'oscurit intorno e ascoltava. Quindi proseguiva sul sentiero battuto di giorno dai podisti. Soneri era passato al di l della staccionata che precedeva di poco lo strapiombo delle mura. Si guard intorno e scopr che si trattava dello stesso luogo del delitto. Un metro dietro di s aveva l'orlo del muro e se si fosse affacciato avrebbe scorto tra gli alberi l'edificio del bar Otello. Davanti, invece, c'era quella strana figura un po' sinistra che procedeva lentamente con un braccio solo disteso lungo il corpo e l'altro invisibile ripiegato contro il busto. L'aveva a una decina di metri. Il profilo di Rosetta, il suo naso lungo e appuntito come un becco di picchio, risaltavano scuri contro il cielo irraggiato dalle luci della citt. L'uomo stette fermo per lunghissimi istanti. Che avesse udito qualcosa o intuito la presenza di Soneri? Poi, con una decisione repentina, si accost a un ceppo, si chin e estrasse un involto di nylon che intasc rapidamente dileguandosi lungo il percorso da cui era venuto. Soneri si accost al ceppo e not che aveva una cavit. L'interno era liscio e sembrava scavato apposta. Quando torn verso il

campeggio, riusc a scorgere Rosetta che camminava gi sulla ghiaia del cortile. Lo ud entrare e chiudere l'uscio col chiavistello. Attese una decina di minuti e vide spuntare Blackright dall'altra parte. Camminava tranquillo. Attravers il campeggio buio dove aleggiava ancora l'odore della carbonella e si ecliss nel camper. Il mattino successivo Soneri fu svegliato poco prima di mezzogiorno da una telefonata. Macciantelli era ansioso di comunicargli le sue scoperte: Blackright era uscito dal parco alle sette meno un quarto prima dell'apertura dei portoni e un agente l'aveva seguito. Non si era diretto alla stazione, ma aveva gironzolato in citt prima di entrare in un palazzo di via Garibaldi da cui non era stato pi visto uscire. - E' chiaro che l'ha seminato - tagli corto Soneri - avete notato qualcos'altro? - Tre quarti d'ora dopo la chiusura si presentato un tizio all'ingresso secondario: entrato uscendo un'ora pi tardi. - Lo so. Sapete chi pu essere? - Siamo riusciti a fotografarlo e a prendere il numero di targa dell'auto: intestata alla finanziaria Financo. Il commissario tacque per qualche secondo: aveva gi sentito parlare della societ ma non ricordava in che circostanza. - Continuate a seguire gli spostamenti dell'americano ordin - e preparati a passare una notte in bianco nascosto nel parco. Subito dopo chiam Juvara. - Conosci la Financo? - una societ finanziaria - rispose prontamente l'ispettore. - Malavitosa? - Sospetti, nessuna prova. - Prendi informazioni, ho idea che non si occupi solo di finanza. - Anch'io lo penso specie dopo quel che si saputo stamattina. - Cosa? - domand Soneri incuriosito. - Stazzani, il titolare della Financo, scomparso da giorni. - C' una denuncia dei famigliari? - Macch, la cosa piuttosto strana: l'abbiamo saputo da una soffiata. - Di chi? - Un informatore che bazzica nell'ambiente delle scommesse. Pare che un tizio armato si sia presentato negli uffici della Financo, abbia rinchiuso gli impiegati in uno sgabuzzino e abbia portato via tutta la documentazione. - E si portato via anche Stazzani. - Non si sa. Sta di fatto che nello stesso giorno sparito.

Alle tredici ha pranzato con alcuni clienti, nel pomeriggio ha presenziato a un consiglio di amministrazione e poi pi nulla: in ufficio, dove passa sempre verso le diciassette e trenta, non si mai visto. - Strano - borbott Soneri - guarda caso, proprio stanotte, un tizio che ha a che fare con la finanziaria, entrato nel parco come avesse un appuntamento. Quando sparito Stazzani? - Esattamente dieci giorni fa, ma si saputo solo oggi. Fece il calcolo a ritroso: la scomparsa era antecedente il delitto. Riagganci, ma dopo pochi minuti richiam Macciantelli. - Manda un paio di uomini dentro il parco a controllare quel che accade di giorno sui bastioni. Senza dare nell'occhio, mi raccomando. Fate caso se qualcuno prende o nasconde qualcosa da qualche parte. Dopo aver impartito questi ordini si accorse di essere ancora in pigiama. Si prepar con cura e sent tuttavia una certa pesantezza per le due notti insonni. Quando si fu vestito, infil il montgomery e osserv l'orologio: era giusto l'ora di pranzo. Appena seduto al Milord, si ricord degli scottadito di Blackright e ordin quindi delle costolette alla griglia con un contorno di pomodori ripieni alla provenzale. Quando Alceste gli stapp il barolo per l'assaggio gli sembr di vedere l'americano nel suo camper circondato dal pellame e dall'odore della concia come un pioniere. Era possibile bere un barolo in un ambiente simile? Dopo il secondo bicchiere il commissario cominci a riflettere meglio, il vino funzionava come un lubrificante. Un uomo era stato ucciso verso le tre in un parco con una pistola di grosso calibro che l'aveva reso irriconoscibile. Al momento del delitto erano presenti nel parco stesso solo quattro persone, cinque con la vittima, sei se l'assassino non era uno che abitava fra quelle mura: il custode con la moglie, il gestore del campeggio e uno strano ospite, un americano da tempo in Italia. Pi tardi era arrivato Giacomo, il figlio minore del custode. Non si sa chi l'assassinato, ma qualcuno, oltre un'ora dopo il delitto, spoglia il morto del giubbotto di pelle, elimina le iniziali dalla camicia, toglie le etichette dai vestiti e si prende i documenti. Poi riveste il morto con un cappotto color cammello. Questi i fatti, pensava il commissario segnandosi il tutto su un taccuino. E intorno una girandola di strani movimenti: l'americano che vive in un camper e racconta di singolari viaggi, probabilmente mai compiuti, fra maneggi e cavalli. Un gestore di campeggio suo amante che cammina di notte. Un ambiguo personaggio che entra a ore insolite nel parco, con la complicit del custode, dopo essere sceso da un'auto intestata a una societ

il cui titolare scomparso nel nulla da dieci giorni. E poi l'ombra di delitti pregressi, tutti compiuti con pistole diverse ma stranamente ricorrenti per un particolare, un'atmosfera, una circostanza apparentemente insignificante. Un altro sorso di barolo. Alceste comparve porgendo un assaggio di pesto di cavallo al ginepro. I cavalli, ecco una pista trascurata, pensa Soneri. Chi scommette su Locusta un tizio che punta sui cavalli, chi entra nel parco di notte bazzica anch'egli negli ippodromi e Blackright mette ferri sotto gli zoccoli e cuce finimenti. Meditando, il commissario attende per che accada qualcosa. Qualcosa che si immagina debba succedere quel pomeriggio. Ordina una crepes suzette e un bicchiere di chablis e si mette a mangiarla adagio tagliando la pasta con l'orlo del cucchiaio. E quando ha quasi finito, ecco che Alceste lo chiama al telefono. - Abbiamo visto tutto - spiega Macciantelli con aria concitata. - In che zona? - In quella dov' avvenuto il delitto, sotto un ceppo. - Chi stato? - Un tizio che passava di corsa. Si fermato, ha fatto finta di allacciarsi una stringa e ha infilato il pacchetto. - Nient'altro? - No. Cosa faccio? - Lascia qualcuno fino all'ora di chiusura e vieni via. Stanotte avremo del lavoro. Di' ai tuoi che non intervengano, che osservino e basta.

Capitolo diciannovesimo Chi poteva garantirgli che Pierre non avesse gi spifferato tutto ai suoi nuovi complici? Doveva continuare a inseguire altri oltre a lui, ammesso che non finisse in un agguato? Oppure doveva tornare a fuggire, scomparire, aggiungersi al lungo elenco di persone inghiottite dal nulla in qualche angolo di mondo? E poi, perch si ostinavano a ricattarlo con una pervicacia cos costante nel tempo? Cosa volevano da lui? Che tornasse a lavorare per loro approfittando della posizione in cui si trovava ora? Camminava lungo le strade di una citt semideserta nella notte feriale d'autunno. Si accorse di aver imboccato il viale che portava alla stazione ferroviaria, lo stesso della sera in cui aveva ucciso Meriudi. Allora cambi tragitto ma ormai percepiva l'inutilit di tutte quelle precauzioni. Il nemico era una tenia che si riproduceva all'infinito e la sua compromissione non gli pareva un debito saldabile n col tempo n con le armi. Fu a quel punto che li vide. Un'auto chiara con quattro persone dentro. Viaggiava lentamente lungo il viale: cercavano sicuramente lui. Quegli occhi che scrutavano i marciapiedi sotto gli alberi l'incalzavano con un'ansiet di morte. Gli furono quasi a ridosso, non gli rest che saltare un cancello, correre in discesa lungo un cortile buio, arrampicarsi sopra una rimessa e sperare di trovare dall'altra parte un passaggio sicuro. Quando giunse sul tetto dei garage, sent uno scalpicco sull'asfalto e da quello comprese che lo stavano inseguendo. Intravide lo scheletro di un albero oltre il muro e lo punt. Un salto, un brevissimo senso di vuoto precipitando e infine un atterraggio soffice tra i radicchi appassiti di un orto. Un'altra corsa, un altro cancello, la strada e un viottolo inghiaiato a fianco di una costruzione bassa, forse un asilo. Ecco, improvvisamente, le luci sulla facciata di quello che poteva apparire un cinema. Poi, di colpo, si ricord adocchiando l'indicazione della via Torleone: era l'agenzia ippica. Si volt, non vide nessuno, ma sapeva che presto sarebbero arrivati: erano troppo determinati per demordere. E intuiva anche che non c'era luogo pi sicuro di un posto che non si vuol compromettere. Non gli avrebbero mai sparato l dentro rischiando di attirare l'attenzione dei poliziotti su un locale dove si riciclava il denaro. Lo sapeva Bondan che aveva studiato la contabilit di Stazzani e Pierre.

Attravers allora la strada, percorse di corsa il piazzale ed entr nell'agenzia. C'erano una ventina di televisori che trasmettevano corse. A sinistra un banco con qualche avventore, pochi tavolini pieni di scommettitori e una piccola platea di frequentatori abituali che di tanto in tanto si alzava per puntare. Non si accorsero nemmeno dell'arrivo di Bondan. Lui rimase sulla soglia, dalla parte interna alla vetrata ad attendere i suoi inseguitori. Quando arrivarono e lo videro, scesero dall'auto guardinghi. Lui estrasse la Mauser e fece l'atto di inserire il colpo in canna. Allora, uno dei sicari accenn agli altri di fermarsi. Bondan gir la pistola verso l'interno e si inoltr oltre la soglia per non farsi vedere da quelli dentro. Quello che aveva ordinato lo stop gir lo sguardo in direzione dei compagni. Certo si dissero qualcosa, poi ritornarono sui loro passi e salirono in auto. Bondan sent le portiere chiudersi e il motore ripartire allontanandosi. Lui rientr come un avventore qualsiasi, si avvicin al banco e ordin un caff.

Capitolo ventesimo Macciantelli arriv verso mezzogiorno. Aveva i vestiti spiegazzati e l'aria malandata di chi ha molto atteso all'umido. - Stanotte persino piovuto - si lament. Soneri ordin due bicchieri di novello: - Per tirarti su disse con lieve ironia. - C' stato movimento? - domand poi facendosi di colpo serio. - Un bel giro. Non si dorme granch nel parco. - E si spara anche - aggiunse Soneri. - Le solite passeggiate per i bastioni? - S, verso mezzanotte. L'americano e Rosetta hanno ritirato due pacchetti. Droga, sicuro. - Eroina e cocaina purissime. I laboratori hanno concluso le analisi stamattina. - Un affare di miliardi - constat Macciantelli trangugiando d'un colpo il vino. - Blackright e Rosetta sono usciti assieme? - No, prima l'americano, poi l'altro. Nell'ostello, verso la mezzanotte, pareva esserci un gran via vai: le luci si accendevano in continuazione prima a un piano e poi all'altro come se qualcuno andasse di corsa su e gi dalle scale. - Non c'erano altri, oltre al gestore? - No. Dal momento in cui il custode ha chiuso non entrato n uscito nessuno. Soneri fece un breve calcolo: la prima volta i portoni erano rimasti chiusi tutta la notte. La seconda volta era entrato l'uomo tarchiato e la terza di nuovo non era comparsa anima viva. Le misteriose visite dovevano essere a giorni alterni. - Hanno ritirato la merce? - S. Avevamo controllato i nascondigli e c'erano i soliti pacchetti. Poi li hanno presi. Pensavo che fosse finita, ma verso le tre Rosetta uscito di nuovo e si percorso da solo gran parte del parco. Alla fine abbiamo ricontrollato e c'erano degli altri involti. - Hai capito come funziona, no? - Credo di s. E nel parco che lavorano la merce. - Un meccanismo ingegnoso quanto semplice - consider Soneri. - Resta da capire cosa c'entra con il delitto - disse Macciantelli.

Era la stessa cosa che stava pensando Soneri. Di nuovo si trov di fronte l'oscurit ostile di quel caso difficile sul cui sfondo si agitavano i vari personaggi come ombre cinesi. - Ordina ai tuoi di non abbandonare la sorveglianza. Pedinate l'americano: bisogna scoprire dove va di giorno. Juvara l'attendeva da un po'. Si alz dal tavolo muovendo il grosso corpo lievemente appassito dalla dieta e lo segu. - Bella societ questa Financo - esord aprendo una delle sue cartelle. - Il solito gioco delle scatole cinesi: la capostipite controlla una decina di aziende intestate a personaggi che hanno l'aria di essere dei semplici prestanome. Soneri ascoltava con interesse fumando il sigaro e appoggiandosi con tutta la schiena alla poltrona. Riusciva sempre a capire dalla premessa se Juvara aveva scoperto qualcosa di grosso. - La controllata pi importante la Elledue che lavora nel settore edile... Il commissario si rizz posando i gomiti sulla scrivania: Ho gi sentito questo nome... Apr il fascicolo e sfogli finch non trov Riccardo Tolmin, il figlio maggiore del custode, quello che non si faceva mai vedere: risultava impiegato alla Elledue. - Poi c' la Pegaso... - continu Juvara troncando a met i ragionamenti di Soneri. Questa volta il nome non gli suggeriva nulla. - Pegaso controlla l'ippodromo e l'agenzia ippica di via Torleone sugger Juvara. Ecco che tornavano i cavalli. Prima o poi doveva decidersi a indagare in quel mondo. - E le altre societ? - Poca roba e di scarso interesse. Alcune sono vive solo di nome, ma praticamente inattive. Credo che la capostipite se ne serva per operazioni di comodo. - Bene - disse Soneri alzandosi - tutta questa girandola ci spiega un bel po' di cose. E poi, con un tono lievemente canzonatorio: - Sei sempre a dieta? Juvara lo osserv torvo immaginando il pasto del commissario e se ne and silenzioso sulle suole di para. Ma Soneri non si diresse verso il Milord. Prese per i borghi dove soffiava una nebbia che bagnava il montgomery e faceva sfrigolare il sigaro. Dieci minuti dopo spingeva la vecchia porta a vetri del bar Otello dove stagnava a mezz'aria uno strato di fumo azzurrino mescola di decine

di tabacchi. Salut la Rossa che rispose con un cenno diffidente mentre asciugava i bicchieri. Ordin una birra, la prese e si inoltr nella sala alla ricerca di un posto per sedere. Locusta comparve dietro alcuni avventori in piedi. Era seduto al tavolino d'angolo e sbirciava pigramente quattro giocatori di ramino. - Rieccoci - esord il commissario. - Non mi porter cattive notizie? - No. Mi interessa quel tipo biondo e donnaiolo di cui mi parlavi. Locusta si fece serio. - Non mi sembra il posto adatto per queste domande. Comunque non so nulla: non lo conosco. - Chi lo conosce qui dentro? - Forse la Rossa. Sar stata certamente una delle sue donne. Gli avventori passavano vicino al commissario lanciandogli occhiate diffidenti. Spesso, per via del mestiere, gli era capitato di sentirsi un intruso, ma mai come in quel bar. Una patina impermeabile sembrava ricoprire il luogo e le persone che lo abitavano. Pass l'ubriaco a cui aveva pagato da bere e fece finta di non conoscerlo. Allora Soneri accenn ad alzarsi, ma Locusta lo trattenne per un braccio. - Tre giorni fa, qualcuno ha scavalcato il muro dalla parte pi agevole ed entrato nel parco di notte. Il commissario si risedette adagio: - Sai chi? - No, ma deve trattarsi di qualcosa di grosso. Intendo dire non certo una scommessa come nel mio caso. Chi entrato l'ha fatto per un motivo molto importante. Tre notti fa. Si trattava della prima veglia tra le frasche di Soneri ma l'intruso gli era sfuggito. Troppe cose gli sfuggivano del parco. Per esempio quella strana agitazione che pervadeva l'ostello col buio come vi abitasse una scolaresca intera. E poi l'infortunio di Rosetta. Ma se tutti entravano con la complicit di Tolmin, che bisogno c'era di scavalcare le mura? Soneri si alz e si rec al telefono in fondo alla sala. - Mi passi Macciantelli. Ah, dorme? Allora Juvara. Senti, ho bisogno di un altro controllo... Chiama i posti di polizia degli ospedali e vedi se Rosetta s' fatto medicare nei giorni scorsi. Nel caso non si trovasse nulla, verifica negli studi privati. Si risedette e Locusta gli sibil all'orecchio che doveva andarsene. La polizia veniva spesso per interrogare qualcuno, ma un colloquio oltre i dieci minuti sarebbe stato interpretato come una confidenza.

Osserv l'altro muoversi tra i tavoli: il suo corpo appariva ancora agile ma senza pi guizzi. Si alz allora e si diresse al banco. Gli avventori sembravano negare persino la sua esistenza e non giravano mai gli occhi verso di lui. La Rossa, invece, fu costretta a guardarlo perch le si piant davanti fissandola. - Vuole ancora da bere? - S, una piccola. Conosce Pierre? - Ricomincia? - sbuff la donna. - il mio mestiere fare domande. - S, lo conosco. - Viene spesso? - No, raramente. Ha altri giri lui - aggiunse la Rossa. Gli era parso di cogliere una punta d'astio, l'orgoglio ferito delle donne lasciate. - Certo lui ricco... - disse apposta Soneri. - S, ricco - ripet la donna astiosa - ne pu cambiare una alla settimana. - Tuttavia non si dimenticato di lei... La donna fece un gesto per dire che non gliene fregava niente. - Allora viene per altri motivi? Sembr che il suo orgoglio sanguinasse: - Certo che viene per altri motivi, altrimenti non si porterebbe dietro tutte quelle puttanelle. Era rabbiosa adesso e Soneri ne approfitt immediatamente: - Quali sono gli altri motivi? La Rossa alz dapprima le spalle, ma la collera la trad e non resistette al desiderio di fare un dispetto all'uomo di cui era stata amante. - Scommesse - sbott. - Che genere di scommesse? - Oh, di tutto: cavalli, automobili, calcio... Lui ha sempre vissuto d'azzardo. Ma si tratta di fatti privati, il locale non c'entra. che lui d appuntamento qui agli scommettitori. - Perch qui e non nel suo locale? - Glielo chieda. Forse un posto pi comodo... Sa cosa intendo dire... Qui la gente si fa i fatti suoi e lui sa di non avere nemici. - Perch temuto? - Anche per quello. E poi perch sempre prodigo con tutti: c' un mucchio di spiantati bastonati dalla vita e dalla polizia. - Viene solo? - Le ho detto: ha sempre qualche freschetta a far moine e degli amici.

- Gli stessi ogni volta? - No. Spesso ci sono facce nuove. - Quand' stata l'ultima volta che venuto? - Tre sere fa. - Fino a che ora s' trattenuto? - Saranno state le quattro. Dopo una certa ora tiro gi la saracinesca ma chi dentro pu restare: non vietato. - Tre sere fa era con amici? - Una brunetta tutta scosciata e due uomini giovani. Ma a un certo punto della serata i due se ne sono andati. - Che ora era? - Mi pare le due. - E la ragazza? - rimasta accanto a lui fino alle tre, poi s' fatta dare le chiavi della macchina e se n' andata anche lei. - Com' rincasato? La Rossa sbuff: - Le ho gi detto una volta che non faccio la balia a nessuno: cosa vuole che ne sappia! Lo chieda a quella brunetta! Raggiunse il Milord e l'avvertirono che Juvara aveva chiamato due volte. - Capo, Rosetta s' fatto medicare in un ambulatorio privato due giorni fa e successivamente s' recato all'ospedale per una lastra al braccio. - S' capito che razza di ferita sia? - Una botta molto forte all'omero e al gomito, ma niente coltelli o spari. Poteva avere ragione Blackright nel dire che forse era caduto dalle scale... - Bene, avverti anche Macciantelli. Al Milord ordin anolini in brodo e una bottiglia di bonarda per prepararsi a un pomeriggio grigio e umido. Immaginava Rosetta nella cucina dell'ostello mangiare con la mano sinistra a fatica, un cucchiaio dopo l'altro. O forse c'era il suo amante americano a imboccarlo? Macciantelli, al telefono, tolse di mezzo questa ipotesi: - Stamattina uscito alla solita ora e l'abbiamo seguito. E entrato nel palazzo di via Garibaldi, ha infilato il corridoio del cortile interno ed sparito dentro un magazzino di calzoleria. - Quello che d su via Mameli con dentro un tipo anziano piuttosto minuto? - S, il negozio un buco e nulla pi, ma sul retro ha un magazzino molto grande.

- Torna pure - disse Soneri - sto per andare a scambiare due parole con Rosetta. Il parco era circonfuso da un'aureola grigia che aveva imbevuto le mura d'umidit fino a conferire loro un sinistro color carne. Mentre passava dal portone principale, l'orlo superiore dell'ex fortezza apparve al commissario come una grande gengiva priva di denti. Bench fosse primo pomeriggio, fra gli alberi e lungo i vialetti non c'era nessuno. Pass di fianco al camper di Blackright e in pochi passi fu alla porta dell'ostello. Rosetta gli apr, lievemente sorpreso da quella visita. Aveva la solita aria scostante e severa di marinaio tirato a secco. Appariva goffo manovrando la sinistra e per giunta impaurito. - Una bella botta vedo... - esord Soneri. Rosetta non trov di meglio che guardarsi il braccio come se solo allora si fosse accorto della fasciatura e dell'arto appeso. - Cosa successo? - si inform il commissario. - Una caduta - rispose Rosetta togliendosi il berretto di lana. - Tre giorni fa. Ero salito su una scala per cambiare una lampadina e ho perso l'equilibrio. Soneri sorrise e il gestore sembr preoccuparsi. Gli occhi parevano accostarsi sempre pi alla radice del suo naso a becco. - Perch si fatto assistere da un medico privato? Temeva che al pronto soccorso il suo nome potesse comparire nelle liste del posto di polizia? Meglio non correre rischi? Soneri si era accalorato e impettito. Non era un gigante ma il piglio con cui aveva parlato lo faceva sembrare intimidente. - Tre giorni fa venuto qualcuno qui e lei ha avuto una discussione animata, vero? Azzardava attenendosi al verosimile, ma Rosetta era impallidito, le mani gli tremavano, specie quella che spuntava dal braccio fasciato e il commissario avrebbe giurato che sudava sotto il maglione. Tuttavia, l'uomo continuava a tacere, non si capiva se per la paura o per l'ultimo tentativo di coprire tutto. Soneri giocava ormai sul velluto. Era venuto il momento che preferiva nelle inchieste: quando le informazioni accumulate sono sufficienti a mettere in scacco il primo personaggio della vicenda. - Qui stato commesso un delitto - ricominci il commissario sforzandosi di rimanere calmo - e qui viene tagliata la droga destinata alla citt. Forse l'ucciso ha a che fare con una serie di delitti fra spacciatori. Ce n' abbastanza?

Rosetta diveniva sempre pi pallido al punto che il commissario temette uno svenimento. Mosse le labbra e sembr voler balbettare, ma le parole si spensero in un convulso deglutire. Soneri attese paziente. Tir fuori il toscano e l'accese. Nella stanza faceva ormai cos scuro che il fumo non si distingueva. Solo la faccia pallida del gestore si stagliava immobile davanti a lui come marmificata. - Bisogner che si decida a parlare - disse calmo il commissario. - Non vedo altra soluzione. A meno che - riprese non preferisca accompagnarmi in perlustrazione per la casa - aggiunse mostrando un mandato di perquisizione firmato da Rollardi. Questa volta Rosetta trasal e una specie di violento singhiozzo lo scosse. Un cenno con il capo mostr la sua resa. Allora Soneri si adagi contro lo schienale della sedia, tir un'ampia boccata dal sigaro e si dispose ad ascoltare. - Non abbiamo altra scelta - bisbigli Rosetta con un filo di voce - non avevamo nessuna via di scampo, mi capisce? Soneri percepiva vagamente ci che l'uomo intendeva dire, ma si limit a fare un cenno col sigaro chiedendo di proseguire. - Ci avrebbero ammazzati come hanno fatto con quello. - Chi era? - Non lo so, glielo giuro. Non lo conoscevamo e se anche lo avessimo conosciuto, nelle condizioni in cui era... - Non mi fa fesso, gli avete preso i documenti. - Noi no. Quando siamo arrivati i documenti non c'erano gi pi. - Non vorr dirmi che avete manomesso il cadavere solo per tagliar via le iniziali dalla camicia? - No, non per quello. - E allora per cosa? - Per nascondere il giubbotto. - Cosa c'entra? - Gli era stato messo addosso apposta perch il taglio e la fattura artigianale avrebbero condotto a Blackrigth. Insomma, volevano incastrarci. Ma le giuro che non abbiamo ucciso noi quell'uomo. - Me ne deve convincere. Rosetta deglut mentre un velo di minutissime gocce comparve sulle tempie e sulla rotondit della fronte. - Quella notte sapevamo che doveva succedere qualcosa.

Appena chiusi i portoni abbiamo percepito una strana agitazione nel parco. Poi, alle tre, abbiamo sentito i colpi sul bastione a nord, ma non siamo andati subito a vedere: avevamo paura. Siamo saliti solo circa un'ora dopo. Quando l'abbiamo scorto, il cadavere aveva addosso un giubbotto scuro. William ha cercato di capire chi fosse, ma in quel momento comparsa una luce sul bordo del muro. Siamo rientrati tra le frasche attendendo per un po'. Poi abbiamo deciso di scendere e avvertire Tolmin. Quando siamo risaliti, verso le cinque, abbiamo visto che la vittima aveva addosso un altro giubbotto di fattura artigianale, di quelli che confeziona William. - Quindi gli avete tolto il giubbotto e gli avete messo un anonimo palt color cammello. Poi avete strappato tutte le etichette che avete trovato e le iniziali dalla camicia. Dopodich - prosegu Soneri - avrete distrutto il giubbotto macchiato di sangue. - Non avevamo altra scelta... - riprese Rosetta con la cantilena di prima. Un ritornello che dava sui nervi. - Vi ricattavano lo so - sbott il commissario - e anche adesso vi ricattano: ma chi? - Non lo sappiamo. Le facce cambiano spesso, si servono di esecutori pagati per convincere con le spicce. Ma questa volta non avevamo fatto nessun errore... Non capisco perch volessero indirizzare le indagini su di noi con quel giubbotto. tutto cos strano... - brontolava Rosetta a voce bassa. In quell'istante si sent bussare alla porta. Il gestore sbianc ancora e osserv Soneri come per chiedere istruzioni. - Apra - disse quest'ultimo - tanto sa chi . L'uscio si apr e nel vano scuro comparve la figura magra e alta di Blackright. L'americano fece due passi oltre la soglia e poi si ferm indeciso. Forse, per un attimo, medit di scappare ma poi si mosse verso la stanza e and a sedersi sulla poltrona dov'era poco prima Rosetta. Il commissario not nei suoi gesti una consolidata padronanza della casa. - Allora, me lo spiega lei Blackright, chi sono i vostri fornitori? - Le avr detto Tony che non li conosciamo. E' la verit. Ci portano la droga, io la taglio e la riconsegno col metodo che lei sa. Ma chi sta in cima all'organizzazione non ci dato saperlo. Conoscevamo solo Meriudi. E' stato lui a metterci nei guai. - Meriudi?

- Lei sa che io e Tony vivevamo a San Francisco: l che ci siamo conosciuti. Avevamo un piccolo ristorante italiano che andava bene finch non sono spuntati guai con la giustizia: hanno pescato un tizio con della cocaina e da allora il locale era visitato tutte le sere dalla polizia. Alla fine abbiamo dovuto chiudere e ci siamo beccati le accuse di favoreggiamento e ricettazione. A San Francisco non potevamo pi stare cos siamo capitati qui. Io mi sono comprato un vecchio camper per darmi arie da giramondo e per salvare le apparenze. Immagino che sapr gi tutto quel che c' tra me e Tony... Soneri assent e fece lo stesso cenno di prima col sigaro. - Sarebbe filato tutto liscio - prosegu l'americano - se non fossero arrivati gli spacciatori... - Meriudi? - ripet ancora il commissario. - S. Nel parco esisteva gi un piccolo spaccio, ma Meriudi ci propose di lavorare la droga: loro ce la portavano e una volta tagliata la riconsegnavamo. - Non avevamo altra scelta... - ripeteva in sottofondo Rosetta come un sonnambulo. L'americano lo osserv di sbieco: - Mi dispiace per Tony disse - lui non c'entra: ha il solo torto di essersi messo con me. Comunque vero, non avevamo scelta. Meriudi minacciava di rivelare i miei trascorsi e la mia famigliarit con Tony. E poi avevamo un gran bisogno di soldi. Lui avrebbe perso il posto di gestore dell'ostello. Sa, con tutti i pregiudizi su quelli come noi... Qui vengono le scolaresche, se lo immagina! - E allora avete ceduto. - Ma non abbiamo ammazzato nessuno noi - url Rosetta e fu come se si fosse improvvisamente destato da un incubo. Soneri non si scompose. Si rivolse di nuovo a Blackright: - Cosa c'entra il magazzino Martelli? - Ultimamente mi avevano chiesto di andare a tagliare la droga anche l. Lo spaccio si era allargato e pi di tanto non si poteva lavorare nel parco per non destare sospetti. E poi l'organizzazione non voleva dipendere solo da un laboratorio per non correre il rischio di rimanere a secco. A quel punto il commissario si alz con le idee molto pi chiare. Si diresse soddisfatto verso un angolo e premette l'interruttore. Come dopo la proiezione di un film, la stanza si illumin di una luce violenta e i visi dei due uomini gli apparvero contratti, quasi indifesi. - Scusate, ma vi siete dimenticati l'epilogo. Tre notti fa qualcuno ha

scavalcato il muro di cinta ed venuto all'ostello. Lei Rosetta lo ha affrontato, ne nata una discussione che finita a botte. Ma ho motivo di credere che l'uomo abbia portato qui qualcosa di molto compromettente. I due si guardarono in silenzio. Dai loro visi inondati di luce era scomparso qualsiasi segno d'intesa. Ma entrambi tacevano ciascuno pensando che toccava all'altro parlare. - Dagliela - ordin alla fine Blackright con voce rassegnata e stizzita. Rosetta apr un'anta e cav un cassetto. Quindi introdusse tutto il braccio nell'incavo vuoto e ne tir fuori una rivoltella che porse a Soneri. Il commissario riconobbe una Smith and Wesson a tamburo col calcio in legno di radica. - Ci hanno ordinato di tenerla in consegna, ma io ho sospettato immediatamente che volessero incastrarci inform Rosetta. - In questi giorni abbiamo cercato a lungo un nascondiglio sicuro. Sapevamo che non avremmo avuto molto tempo. Soneri controll l'arma: era ancora carica. L'avvolse in un panno e la infil nella tasca del montgomery. Quando fu sull'uscio, spense di nuovo la luce lasciando che della stanza si impadronisse il riflesso grigio dei lampioni. Poi disse rivolto all'oscurit, dove s'indovinavano le sagome dei due uomini: Vi conviene non far capire a nessuno che ci siamo parlati.

Capitolo ventunesimo Un altro calvados. Bondan aveva raggiunto l'euforia necessaria per ricominciare la sua corsa di falena. Dopotutto appariva una persona normale: solo il barista lo guardava con gli occhi un po' foschi di chi ha imparato a riconoscere i disperati. And in bagno, mise i piedi sulla tazza e osserv fuori attraverso una finestra grande quanto un boccaporto. Il lato era quello buono. Usc, imbocc un corridoio buio, forz una porta dove c'era scritto privato e si inoltr in una stanza oscura. Qualche secondo dopo camminava sul prato. Scavalc una recinzione: di nuovo in strada. L'agenzia ippica gli mostrava il retro buio dove crescevano ricoveri dai tetti di lamiera. Gli pareva d'essere un turnista che rincasava. E si sforzava di apparire tale. Era un desiderio che cresceva passo dopo passo. Ma perch si disperava poi tanto? Non fuggiva quello che fuggivano tutti? E l'epilogo che l'attendeva non era lo stesso che avrebbe attanagliato ciascuno di quelli che intravedeva passare come gatti randagi lungo i marciapiedi? Cosa cercava, quindi, se non una proroga all'esito finale? Passarono di nuovo. Erano loro, ne era certo, anche se avevano cambiato auto. Non lo videro e lo superarono ma sarebbero ritornati. Per ora gli conveniva scivolare lungo le strade umide pi fuori mano, guardingo come un topo. Poi, forse, sarebbe riuscito a passare tra le maglie dei sicari guadagnandosi ore, giorni, anni di tempo per poter ancora illudersi. Passeggi nei vicoli. Li conosceva sufficientemente bene per districarsene velocemente in caso di bisogno. Non sapeva valutare gli sguardi freddi di chi lo incrociava o lo scrutava da un portone. Nemmeno quello di un mendicante che lo punt fisso intercettando il suo cammino. Aveva la mano sinistra tesa, i vestiti sporchi e qualcosa fuori posto. Che fosse quel volto in cui la sofferenza non aveva lasciato alcun tatuaggio? Un volto che pareva pi allenato al ghigno che all' estaticit dell'implorazione. Una moneta? Bondan mise entrambe le mani in tasca frugando e fu allora che l'altro ebbe uno scatto. La mano destra stava per estrarre qualcosa, ma Bondan cap tutto: il sospetto l'aveva tenuto vigile. Part un calcio al basso ventre e l'altro scivol indietro accartocciandosi. Poi una seconda botta, questa volta sul naso, mentre il mendicante si rotolava. Fugg veloce per sfruttare il mezzo minuto di stordimento.

Svolte e controsvolte tra i vicoli. Mentre correva sent uno sparo, ma lontano. Usc dal dedalo alla ricerca di un angolo scuro. Entr in un cortile da un cancello rimasto socchiuso e si diresse verso le autorimesse dove la luce non arrivava. C'era una siepe, la scavalc inoltrandosi di nuovo nel buio. Cammin sull'erba bagnata e a ogni passo affondava nella terra soffice. Si profil una massa scura enorme e compatta. Si avvicin ancora e cap: era una muraglia. La tocc come per farsela amica e sent la rugosit dei mattoni. Solo a quel punto comprese: erano le mura del parco.

Capitolo ventiduesimo Soneri attendeva con impazienza le conclusioni della scientifica. Per tre volte chiam invano dopo aver informato Rollardi. Si era anche sbilanciato sugli esiti. Finalmente la voce di Nanetti pose fine alla sua impazienza. - Impronte? - Ce ne sono troppe per capirci qualcosa. - La pistola ha gi sparato in altri casi? - Ha ucciso l'uomo nel parco. La balistica esclude che abbia sparato negli ultimi delitti - rispose Nanetti. Si sent tradito dall'intuito. Ancora una volta compariva un'arma usata in una sola occasione. Pos il ricevitore passando dall'ottimismo al malumore. Il telefono squill di nuovo. - Abbiamo trovato Stazzani - annunci con voce grave Macciantelli. - Dove siete? - Al deposito automezzi dei vigili urbani - rispose l'ispettore - l'attendo qui. Nanetti l'aveva preceduto e gi gironzolava con la sua meticolosit d'archeologo. Poi sbuc Macciantelli che condusse il commissario verso una Mercedes nera col baule spalancato. Dal fetore, Soneri avvert la presenza del cadavere. - E' qui da parecchio - disse l'ispettore - ma il freddo ha fatto s che si conservasse per un po'. - Chi l'ha trovato? - Gli operai del gas chiamati per una perdita: loro hanno il naso fino. L'auto era sistemata in un posto dove non passa mai nessuno. - E com' che finita qui? - L'hanno rimossa tre giorni dopo la scomparsa di Stazzani. Era parcheggiata in divieto di sosta. - Dove? - Dietro la questura. Soneri sent montare una rabbia sorda. Morse il sigaro e ne sput il mozzicone: - Hanno voluto prenderci per il culo - sussurr a Macciantelli che non os aprir bocca. - Voglio sapere che tipo di pistola ha sparato - disse ancora il commissario, questa volta rivolto a Nanetti. Tutti assentivano in silenzio: conoscevano i quarti d'ora di furore di Soneri. Il quale si avvicin al baule

della Mercedes senza accorgersi che l di fianco c'era gi Rollardi che dava disposizioni per la rimozione del cadavere. Stazzani era rannicchiato con le gambe raccolte e la testa ripiegata in una posizione che assomigliava a quella fetale. Il volto e le mani, di un color cera, erano rinsecchiti. - Forse ha ragione lei - disse Soneri rivolto al magistrato i delitti hanno qualcosa in comune e di certo questo non solo un regolamento di conti. Rollardi non disse nulla. Era convinto che fosse cos ma non capiva in base a cosa se n'era persuaso Soneri. - Perquisite ogni centimetro dell'auto - ordin il commissario mentre il corpo di Stazzani veniva estratto dal portabagagli. Qualcuno abbass il pesante baule e solo allora Soneri not un adesivo che appariva stonato su quell'elegante carrozzeria scura. Riportava una testa equina contornata da un alloro intrecciato a un ferro di cavallo. Sulla circonferenza la scritta: Centro ippico Le coste. Ancora cavalli. La cosa stava ormai assumendo l'insistenza di un ritornello. Si volt cercando con gli occhi Macciantelli e lo trov ancora a fianco della Mercedes. Gli fece cenno di avvicinarsi: - Vai all'agenzia ippica di via Torleone e vedi se c' traccia di un tipo alto, biondo, distinto: uno pieno di donne. In questura convoc subito Juvara. - Indaga sul Centro ippico Le coste, ci andava Stazzani. I cavalli ormai lo ossessionavano. Anche le pistole: una girandola di armi, ogni volta differenti. Oltretutto era convinto che ne mancasse una: non aveva mai pensato che la vittima fosse disarmata. Un'ora dopo arriv la telefonata di Nanetti a confermare quella che ormai appariva al commissario una regola. - Stazzani stato ucciso da una calibro 9 mai comparsa prima - disse. Tre colpi di cui due ritenuti e il terzo fuoriuscito. - Nient'altro? - chiese Soneri. - Niente. Gi altre volte stato cos. Abbiamo a che fare con dei professionisti. Anche questo faceva pensare a una parentela fra tutti quei delitti. - Hai un'idea del tipo d'arma usata? - Se dovessi azzardare un'ipotesi, direi una Beretta. Era una calibro 9 lungo, come quello che usano le nostre armi d'ordinanza. - E l'auto? - Purtroppo nulla di rilevante. Solo un foglietto con dei conti trovato sotto il tappetino del passeggero. Recava un nome scritto a biro in un

angolo: Tonetti. Per il resto la macchina sembra essere stata ripulita. - Juvara! - url. L'ispettore comparve silenzioso nella stanza. - Controlla le telefonate che sono giunte a casa Tolmin nelle ultime settimane. L'altro assent senza dir nulla perch aveva intuito l'idea del commissario. Quest'ultimo alz di nuovo la cornetta e compose il numero della narcotici: - Avete controllato per quella mia richiesta... S, Tolmin Giacomo... Ah, ecco, conosciuto come tossico... Come? E' stato fermato per la prima volta due anni fa? E poi? Ha avuto ancora a che fare con voi? No? Nemmeno una volta? Soneri pos la cornetta dubbioso. Usc per fare quattro passi camminando soprappensiero per strada coi passanti che lo urtavano nella nebbia. Poi entr da Alceste e chiese una grappa stravecchia. Quindi si lisci i baffi, accese un toscano e si diresse di nuovo verso il parco. Not la luce accesa al pianterreno dell'ostello e pens che Rosetta e Blackright stessero cenando sotto la lampadina col paralume di maiolica che pendeva da un trave del soffitto. A quell'ora, dopo aver visto il mandato di perquisizione, dovevano essersi sbarazzati di ogni cosa compromettente. Marci spedito verso la parte alta del parco, diretto al bastione dove compariva, a met cammino, la casa col San Giorgio di gesso scolpito sul frontale. Era ormai buio di nuovo. Vide un'ombra muoversi nel piccolo cortile e riusc a scorgere la figura ingobbita e magra della moglie del custode che rientrava con andatura dondolante. Nell'aria si sentiva l'odore della quercia bruciata. Si avvicin fino a distinguere la finestra illuminata della cucina. Giacomo Tolmin era sdraiato su un divano di fronte alla televisione, la madre sfaccendava gi intorno alla stufa e il custode era chino sul tavolo con la testa appoggiata alle braccia intrecciate a mo' di cuscino. Di colpo apparve a Soneri un'immagine di disgregazione in contrasto con quella casa che richiamava un lindore di campagna e di buone tradizioni. Pass da dietro dove non c'era ghiaia. Nel buio scorse il muro di cinta e il vuoto scuro che si apriva poco oltre. L'utilitaria di Tolmin era a pochi passi col motore ancora caldo. Il rapporto di Macciantelli diceva che il custode, nel pomeriggio, era uscito per alcune ore con l'auto e che durante il giro di chiusura non aveva suonato il clacson come di consueto, ma era entrato nell'ostello e vi era rimasto almeno un quarto d'ora.

Per questo Soneri aveva deciso di tornare nel parco. Dava retta al suo istinto e a null'altro. Un'intuizione: quei due terrorizzati da una perquisizione e il custode che, alla sera dello stesso giorno, sale da Rosetta. Quanto bastava a far scattare nel commissario il sospetto. L'auto era chiusa, ma il finestrino del passeggero lasciava una fessura. Ci infil le dita e tir verso il basso. Il vetro cedette di qualche centimetro tanto da consentire al braccio di entrare e sollevare la sicura. Premette la portiera mentre faceva scattare la serratura. Malgrado ci, si sent un rumore soffocato. Allora si ritir dietro la casa e attese. Tre minuti lunghissimi, poi usc e apr la portiera adagio. Schiuse lo sportello del vano sul cruscotto, vi introdusse la piccola torcia da paracadutista schermandola in parte col palmo della mano e inizi a rovistare. Cartacce, sporcizia, documenti e vecchi bolli. Che avesse gi trasferito tutto in casa? Mise una mano sotto il sedile dell'autista incontrando una spessa cortina di ragnatele. Nulla. Fece lo stesso nel posto del passeggero e annasp ancora nel vuoto. Ma mentre ritirava la mano, il dorso fu sfiorato da un lembo di stoffa simile a un panno. Tast ancora e scopr un involucro ficcato tra le traverse e le molle del sedile. Soneri non si era sbagliato. Qualcuno voleva sbarazzarsi di un'arma: l'arma mancante secondo il catalogo del commissario. Richiuse adagio come un topo d'auto e scivol via ripercorrendo la stessa strada. Si sentiva eccitato: intu che doveva essere la stessa eccitazione dei ladri. Arriv in questura, chiuse l'ufficio e deposit l'involto sulla scrivania. Quando ebbe indossato i guanti, squill il telefono. Alz e sent la voce timida di Rollardi. - Ho interrogato a lungo gli impiegati della Financo, ma non ho cavato granch - disse. Il commissario sorrise e pens che ci sarebbero voluti ben altri metodi per convincere a parlare quella gente. - L'uomo che stato affrontato per primo ha detto di non aver visto in faccia l'aggressore perch gli ha intimato di non voltarsi, mentre le tre segretarie affermano di essersi trovate di fronte un tizio mascherato con una calza di nylon. - Le hanno detto quanto era alto e che corporatura aveva? - Circa un metro e ottanta, abbastanza snello. - Bene - concluse Soneri col tono di accomiatarsi, mentre il magistrato gli faceva notare che i dati ricorrevano spesso. Ma il commissario aveva troppa fretta di tornare a occuparsi della pistola.

Svolse l'involto e gli apparve una busta di plastica da cui estrasse un'arma di sinistra bellezza interamente brunita. Non si trattava di una pistola in commercio bens di una fornitura speciale. Volt l'arma e sul bordo del calcio si leggeva ancora a fatica: H. Goering. Una pistola da guerra tedesca. Chiam Nanetti. Il collega prese in mano la rivoltella con cautela e la osserv da varie angolature facendola danzare sui polpastrelli. Poi estrasse il caricatore col suo carico di proiettili. Infine disinnesc il colpo in canna e pos di nuovo l'arma sulla scrivania. - Questa perfora un muro - disse cominciando ad osservare i proiettili. - Sono di fabbricazione artigianale - afferm - sembra calibro 9. Nanetti era cos preso dall'osservazione che non pose domande. - la pistola che aveva la vittima del parco - annunci allora Soneri. - In quell'occasione non ha sparato, vedo - disse l'altro guardando il caricatore. - No, non c' stato tempo - riprese con sicurezza il commissario. Bussarono. Entr Juvara con i tabulati telefonici. Ma anche l'ispettore si ferm per un po' a osservare quella pistola che aveva un'aria di mortale efficienza. - Era della vittima del parco, sono sicuro - ripet il commissario rivolto all'ispettore - per un po' l'hanno tenuta nascosta e ora se ne stavano sbarazzando. Juvara aveva ordinato i tabulati in una cartella com'era sua abitudine, tanto che Soneri s'immaginava avesse il cervello fatto a scansie. - Ho trovato cose interessanti, anticip, al marted e al venerd ricorrono telefonate a orari quasi fissi. Intorno alle ventidue e verso la mezzanotte. una costante: ho esaminato gli ultimi mesi. Soneri cerc di ricordare l'ora in cui Tolmin apriva l'entrata secondaria. Gli pareva che i tempi delle telefonate e quelli delle sortite notturne fossero compatibili. - Ci sono chiamate oltre la mezzanotte? - Qualcuna, ma sporadica - disse Juvara - tranne la notte del delitto aggiunse poi con quel tanto di teatralit che stizziva il commissario. - Quante? - sbott impaziente. Non sopportava d'essere tenuto sulla corda. - Sei in tutto tra ricevute e fatte. - Chi c'era dall'altro capo? - Due telefonate sono arrivate dall'agenzia ippica di via Torleone. Un paio dall'ostello e poi da casa Tolmin stato chiamato due volte un

numero che intestato a Gianguido Tonetti. Soneri ebbe un sussulto. Tolse il sigaro di bocca e lo schiacci nel posacenere. - L'avete rintracciato? - No, sembra irreperibile. Bussarono di nuovo: questa volta era Macciantelli. - Entra, ci siamo tutti ormai - constat Soneri. Si erano seduti intorno alla scrivania del commissario e al centro, come un perno attorno al quale ruotasse tutto, c'era la pistola. - Bellissima! - esclam Macciantelli che aveva la passione delle armi la usavano i tedeschi nell'ultima guerra. - Capo - cambi discorso Macciantelli - il Centro ippico Le coste un maneggio piuttosto lussuoso in collina. Risulta intestato a Gianguido Tonetti... L'ispettore si ferm perch vide gli altri farsi attenti. - Bisogna sapere dov' e che faccia ha questo Tonetti intervenne Soneri rivolto a Juvara. Le pistole, i cavalli e adesso Tonetti... Aveva la testa confusa. Le informazioni superavano di gran lunga la sua capacit di incasellarle con logica allineandole in un'ipotesi. Nel frattempo Macciantelli tir fuori una foto: - Questo l'uomo che entra di notte nel parco. Il commissario lo osserv con attenzione per imprimerselo nella memoria. Poi pass la foto a Nanetti e Juvara chiedendo se lo conoscevano, ma nessuno sapeva chi fosse. Allora Soneri riprese in mano la foto: un tipo tarchiato dai lineamenti marcati e le braccia tozze da sollevatore di pesi. Dava l'idea di uno spiccio non particolarmente raffinato n intelligente. Da lontano gli era sembrato diverso e ora gli ricordava qualcuno, ma non sapeva chi. - E' del tipo biondo che bazzica al bar Otello e all'agenzia ippica, cosa mi dici? - Si chiama Piero Ridolfi, ma tutti lo chiamano Pierre. E' il proprietario del Cavallino Bianco, quel locale notturno appena fuori citt dove si trovano donne e cocaina. Fu chiuso due anni orsono, lui l'ha rilevato, ma forse i soldi li ha messi qualcun altro. - E' uno che lavora anche nel mondo delle scommesse inform Soneri. - S, al pomeriggio facile trovarlo in via Torleone - disse Macciantelli. Ci fu un minuto di silenzio. Poi il commissario richiuse la Mauser nel

nylon e la riavvolse col panno cos come l'aveva trovata sotto il sedile dell'auto di Tolmin. Nanetti la prese in consegna: - Cerca di capire se da molto che ha sparato raccomand Soneri. Uscirono tutti dall'ufficio e il commissario rest solo. Le idee continuavano a essere molto confuse ma da qualche minuto sentiva emergere con insistenza un'intuizione che aveva resistito alla logica corrosiva dei suoi ragionamenti. Usc e si diresse al Milord: aveva bisogno di una buona cena per riflettere. Con un po' d'ironia, le chiamava le sue cene di lavoro per distinguerle da quelle conversazioni inconcludenti e malassortite che gli toccavano col questore o altri funzionari prefettizi. Oltre tutto, non ne aveva mai incontrato uno che capisse di cucina. Si fece portare un piatto di spaghetti con l'agliata e una bottiglia di ortrugo. Chiss cosa aveva fatto Pierre quel venerd notte in cui l'uomo era stato ammazzato nel parco. E Tonetti? Tutto stava nel capire chi fosse quel tizio con la faccia devastata da tre colpi di calibro 38. L'enigma era sempre lo stesso come in principio. Fu allora che gli torn alla mente il questore e la sua insistenza quel sabato, nemmeno quindici giorni prima. Si ricord che avrebbe dovuto telefonargli: ma per dirgli cosa? Per secondo prese un croissant di trota affumicata e un assaggio di torta al formaggio e porri. L' ortrugo era magnifico e se ne fece portare dell'altro. Fin con una bavarese di albicocche assaporando l'ultimo bicchiere. Era giunto quel momento, alla fine del pasto, in cui Soneri si sentiva su di giri. Un benessere che sposava i buoni sapori alla visione lievemente alterata nell'euforia del vino. Avrebbe potuto starsene al tavolo per ore, magari tutta la notte a osservare gli altri e immaginare delle storie dietro i loro volti. Per esempio quel Pierre... Tonetti no, non gli ispirava granch. Troppo rozzo nei lineamenti, troppo terragno: sembrava un enorme sasso piantato tra le zolle e non lasciava spazio a grandi fantasie. Invece Pierre... Non l'aveva mai visto in faccia e ci facilitava il lavoro della sua immaginazione. Frequentava di tanto in tanto il bar Otello fino a tarda notte. Tre sere fa aveva detto la Rossa. Fece i conti: significava venerd sera, una settimana dopo il delitto. E se anche il venerd prima... Perch no? La fantasia l'aveva portato a formulare una congettura che aveva svegliato di colpo la sua razionalit di investigatore. Svapor in pochi istanti quell'atmosfera vagamente sognante, si alz e usc. Era quasi

mezzanotte e allungando il passo sarebbe arrivato al bar Otello prima che la Rossa tirasse gi la serranda. Il locale era ancora aperto. Dalla vetrina appannata riverberava una luce stenta verso la strada che a malapena illuminava il marciapiede. C'erano pochi clienti che all'arrivo di Soneri cessarono di parlare. Sedette a un tavolino e guard la sala fumosa. Un gruppo giocava a biliardo con svogliatezza e altri tre tavoli erano occupati da giocatori di carte forse alticci. Fra loro Locusta che gli lanci uno sguardo d'intesa dal quale Soneri cap che non avrebbe dovuto avvicinarsi. Attese invano che arrivasse la Rossa. L'aveva visto dal banco ma lo evitava: si era forse resa conto di aver parlato troppo? Nessuno lo guardava, nessuno gli rivolgeva la parola: era come se non esistesse, una presenza invisibile. Accese il sigaro e piant i gomiti sul tavolino in attesa. Dopo un po' sent che la serranda veniva calata e ud il metallo della battuta urtare la soglia di marmo. Davanti al banco non c'era pi nessuno, resistevano solo i giocatori di carte e biliardo. Soneri si alz e si diresse verso la Rossa. - Non molto rapido il servizio qui - disse il commissario. - Dipende chi entra - ribatt la donna che lavorava nel lavello e gli dava le spalle. - Non sar l'unico sgradito. - No di certo! - rispose lei e nella sua voce Soneri afferr di nuovo un raschio rancoroso. - Pierre le sgradito? Tacque. Si sentiva solo sciacquare e tinnire i bicchieri. - Viene tutti i venerd? Di nuovo silenzio. Soneri immagin il combattimento nell'animo della Rossa tra l'astio e il desiderio che provava per quell'uomo. Un tipo alto e secco pass dietro Soneri, si chin afferrando la maniglia della serranda, l'alz quanto fu sufficiente per passare e la richiuse posando un piede sulla lamiera della battuta. Dopo pochi secondi ne segu un altro. Allora la Rossa si gir inviperita: - Non uscirete mica uno alla volta! disse in malo modo senza che l'altro le rispondesse. - Perch non li fa uscire dalla parte del parco? - chiese il commissario farebbero meno rumore. La donna alz le spalle e biascic qualcosa. - E' di l che esce di solito Pierre? - Sarebbe meglio non si facesse pi vedere - sbott alla fine la Rossa che tuttavia continuava a dare le spalle a Soneri.

- Dev'essere una tortura per lei vederlo con tutte quelle donnine... - Me ne frego! Si era girata rabbiosa e quasi urlava. Uno spettacolo comico e il commissario fren a stento un sorriso. - La verit che d un sacco di noie al locale e la sua presenza lo dimostra. - Se per questo me ne vado subito. Mi basta una sola risposta. - Cosa vuole sapere? - Se due venerd fa Pierre venuto qui. La donna sbuff ma fece una sforzo di memoria. Si rivolse anche verso il calendario per aiutarsi. - S era qui - disse poi sicura. - E' rimasto fino al solito? - No, se n' andato prima. - A che ora? - Non lo so. Aveva detto una sola domanda. - Ha ragione, scusi - disse Soneri. - Le dispiace se passo dal parco? - La porta aperta - ringhi la Rossa. Il retro del bar Otello immetteva in una zona a ridosso delle mura dove non giungeva la luce dei lampioni. Sost indeciso ai piedi del bastione senza capire se avesse dovuto seguire il muro girando a destra o a sinistra. Fu allora che scorse un'ombra addossata alla macchia di un sempreverde. Si arrest, poi una piccola luce pungente lampeggi due volte: cap che era Locusta. Quest'ultimo prese per un braccio il commissario e lo traghett lontano dal retro del locale. - Cosa le ha detto la Rossa? - Che due venerd fa Pierre era qui. Era quello che volevo sapere. - E le ha detto anche il resto? - andato via prima del solito. - Intorno alle due. - C' altro? - No, non so null'altro. Comunque era solo. La Rossa le ha detto quasi tutto. - Pensi che sia strano? - All'Otello non si parla di nessuno con la polizia. Se l'ha fatto perch quello ormai puzza. - Non mai stato dei vostri. - No, l'ha trascinato dentro la Rossa perch se n'era innamorata e lo ancora malgrado tutto. Ma ora la sua presenza rischia di portare nei guai il

locale. Per questo ha parlato. Rimasero uno di fronte all'altro nel buio pesto del fossato. Soneri sentiva salire dalle caviglie un'umidit molesta che lo inzuppava progressivamente. - Adesso meglio che ce ne andiamo - disse Locusta segua il muro, ad un certo punto trover i lampioni e potr risalire fino alla strada. Lo sent allontanarsi nell'erba alta che sgocciolava. Alz lo sguardo e vide cupe ramaglie sporgersi dall'orlo superiore del bastione aggettandosi su di lui come creature minacciose. Affrett il passo fino alle prime luci.

Capitolo ventitreesimo Era finito nel sottobosco pi fitto. Aveva i vestiti ormai inzuppati e i rami gli passavano sul viso strofinando le loro foglie fradice. L sarebbe stato difficile trovarlo. Ma sarebbe stato difficile anche uscirne. E gli altri lo aspettavano: avevano pazienza, il tempo era loro alleato. Si trovava vicino alla strada. Arrivava luce fin dentro le ramaglie attraversando strati di umidit grigia. Non esistevano pi i colori ma solo tonalit scure. Ceppi gi marci esalavano odori di cellulosa e cedevano come spugne gonfie sotto i piedi. Decise di costeggiare la strada percorrendo il fossato alcuni metri pi in basso rispetto all'asfalto. Di tanto in tanto estraeva una fiaschetta con del whisky e ne beveva lunghi sorsi bench fosse gi alticcio. Pensava ai condannati a morte, all'alcol come ultimo lenitivo. Il pensiero lo fece rabbrividire mentre un impeto lo scuoteva: fuggire, sparire, correre via da una sorte che appariva tanto paradossale da farlo sorridere. Se la sarebbe cavata, ne era convinto. Tocc la Mauser per averne sicurezza, poi infil le mani in tasca. C'era una chiave, era quella dell'ultima auto presa a noleggio. Non l'aveva lasciata dalle parti del parco? Si ricordava del bar Otello dove aveva fatto la posta a Pierre e si ricordava anche lo sfondo di una grande muraglia di mattoni: il parco, non c'era dubbio. Costeggi ancora la strada stando nel fossato. Non gli importava pi di bagnarsi e andava avanti fendendo le frasche con lo stesso cammino rettilineo di un cinghiale. Di tanto in tanto trovava un recinto e allora era costretto a rientrare verso il muro di cinta e addentrarsi nel buio che si addensava tra un bastione e l'altro. Pass dietro al bar Otello. Procedeva lentamente nel timore che spuntasse qualcuno. Poi si riavvicin alla strada fino a quando non scorse la Ford. Ricordava bene, l'aveva lasciata tra le piante del viale di fronte a un forno da cui anche ora arrivava un intenso odore di pane. Sal, mise in moto e part cautamente. Doveva immaginare che gli altri lo attendessero proprio l. Ormai non restava che tentare di seminarli, ma cos facendo facilitava il loro lavoro. Lontano dal parco avrebbero iniziato a sparare. Rabbrivid di nuovo e si avvi. Percorse un tratto di viale e osserv con la coda dell'occhio l'insegna del bar Otello che sfilava di lato. Poi rialz leggermente il piede dall'acceleratore fino a che vide avvicinarsi velocemente l'altra auto. A quel punto diede una sterzata a destra e poi

dall'altra parte infilandosi di nuovo nel vialetto che portava all'entrata secondaria del parco. Furono colti di sorpresa. Frenarono di botto, le gomme strisciarono sull'asfalto stridendo, ma l'auto punt dritto ostinata. Dovettero ingranare la retromarcia indietreggiando tanto da poter imboccare il vialetto. Ma Bondan era gi sceso lasciando la Ford quasi in mezzo alla strada. In due balzi fu nel fossato e corse a perdifiato coi piedi che sprofondavano a ogni passo come se posassero su gallerie di talpa. Corse fino a spolmonarsi. Aveva contato due bastioni, era quasi all'entrata principale, dall'altra parte del parco. Vide il ponte che scavalcava il fossato, vi pass sotto e riprese a correre per non essere scorto nel tratto senza alberi illuminato dai lampioni. Quando si ferm bevve ancora. Aveva la gola arsa dallo sforzo e si sentiva un dannato preso in trappola. Dovevano essere le due. Stava infrascato a pochi metri dal portone deciso ad attendere le mosse degli altri. Aspett cinque, dieci minuti, un interminabile quarto d'ora. Poi, inaspettatamente, sent che veniva tolto il rampone e scorreva il chiavistello. Usc un uomo: Tonetti. Si allontan, mentre il custode lo osservava fumando. Attese ancora e quando fu distante una ventina di passi, sbuc dal buio e si gett contro l'uscio. Dall'altra parte si sentirono una bestemmia e un tonfo. Non si volt a osservare, corse verso i vialetti e poi in direzione del buio. Era dentro e non sarebbe stato facile trovarlo. E domani, con la luce...

Capitolo ventiquattresimo - Non esiste nessun Tonetti che abbia questa faccia annunci Juvara. - In altre parole non esiste nessun Gianguido Tonetti? - Solo un omonimo ma non c'entra nulla. E questo chiss come si chiama - disse l'ispettore mostrando la foto. Soneri accese il sigaro e soffi a lungo sulla brace. - Un altro di cui non conosciamo il nome - borbott. Ma Juvara questa volta non percep nessuna stizza. Era calmissimo, quasi compiaciuto dei suoi pensieri. Soneri ripensava alla sera in cui aveva visto l'uomo entrare dentro il parco e dirigersi verso il camper di Blackright. L'aveva colpito l'apparente indifferenza con cui aveva trattato Tolmin. Un'indifferenza che pareva subentrata con gli anni. Squill il telefono, era Macciantelli. - Abbiamo fatto i controlli che ci ha chiesto. - E allora... - Nella spazzatura di casa Tolmin c'erano due siringhe. La scientifica le ha analizzate e non ci sono dubbi: si tratta di eroina. Il quadro si chiariva ulteriormente. Tutto tornava eccetto quel morto di cui non si sapeva nulla tranne sommari tratti. Si alz, gironzol per la stanza. Era insolitamente calmo. Suon di nuovo il telefono e dall'altro capo Rollardi lo invitava a pranzo con il questore. - Mi dispiace, ho un mucchio di cose da fare, oggi salter disse il commissario. - Non so cosa si possa dire dei delitti... Stiamo lavorando... Anzi, dica al questore che questione di pochi giorni. Forse anche solo uno. Riattacc, prese il montgomery dal gancio e usc. Erano le due del pomeriggio quando sal con la sua Alfa oltre la coltre nebbiosa che ristagnava sulla pianura. Si trov in un altro mondo: la luce, il sole caldo e la polvere lungo le strade bianche che tagliavano tra le colline, davano l'idea di un'estate artificiale. Il centro ippico Le coste era una costruzione in legno di stile americano. Anzich ruvidi mandriani, vi circolavano, invece, signore fresche di parrucchiere dall'aria altezzosa. Passeggi fino a una staccionata di legno scuro entro la quale un paio di

cavalli giravano in tondo tenuti con una lunga fune dagli stallieri. Sedette su un sasso osservando le evoluzioni degli animali, mentre il sole caldo che gli batteva sulla schiena, pareva asciugargli le ossa. Si alz e cammin fino alle stalle. Una signora dall'aria aristocratica strigliava maldestramente una puledra argentina, mentre gli stallieri andavano e venivano con sporte di biada. Soneri ferm un ragazzotto: - Dove tenete le selle? - Sotto il portico della dependance - rispose. - Potrebbe mostrarmi quella del signor Tonetti? Il ragazzo lo squadr: doveva essere abbastanza strano che un tizio vestito come Soneri si presentasse in un maneggio cos esclusivo. - Devo farmene fare una da un artigiano, William Blackright. lo stesso che ha costruito quella del signor Tonetti. Il viso dello stalliere si rasseren: - Se ha scelto Blackright va sul sicuro, il miglior sellaio che c' in circolazione. Comunque, quella del signor Tonetti l'ultima a destra sul primo ripiano. Soneri entr nel portico, si ferm due passi oltre la soglia e si accese il toscano. Individu la sella. Era di un cuoio chiaro appena imbrunito sui lati dove strofinavano i pantaloni del cavaliere. La tir fuori un paio di spanne e la esamin. Dovette girarla per trovare ci che cercava. Sul lato sinistro due lettere: R e T. Rimise a posto e usc. L'auto incontr di nuovo la nebbia avvicinandosi alla citt. Il pomeriggio scuriva rapidamente ma il commissario conservava ancora il ricordo di luce e calore delle ore trascorse in collina. Parcheggi nei pressi del parco ed entr dal portone secondario. Mentre si avvicinava all'ostello, pens che avrebbe dovuto dare un'occhiata in archivio a proposito di vecchie indagini sullo spaccio. Giunse alla porta e suon. Rosetta gli apparve di fronte con il consueto viso severo e appena lo vide s'irrigid come un morto. - Posso entrare? - chiese Soneri. Senza che l'altro gli rispondesse, s'infil dentro. Rosetta accese la luce e la debole lampadina illumin la stanza. In un angolo pi buio, vicino alla stufa, stava in piedi Blackright col cappello da mandriano spinto indietro sulla fronte fino a scoprire i capelli irti e folti. Soneri non disse una parola, indic solo il tavolo e gli altri si sedettero. Li aveva ai lati e i due si lanciavano rapide occhiate nervose. Il commissario ostentava, invece, una oziosa flemma. Si riaccese il sigaro, tir lunghe boccate e si adagi contro lo schienale della sedia rilassandosi: sembrava attendere qualcosa, mentre gli altri bollivano a fuoco lento.

A un tratto l'americano sbott: - Beh, cos'ha da dirci? - Aspettavo solo che arrivasse il terzo - rispose con una calma che irrit Blackright. - Ma nell'attesa posso mostrarvi qualcuno che voi certamente conoscerete gi. Mise una mano nell'ampia tasca del montgomery e tir fuori la foto dell'uomo che doveva chiamarsi Gianguido Tonetti. - Lo conoscete? Rosetta e l'americano si guardarono con aria smarrita. - Lei, Blackright, dovrebbe sapere qual il suo nome visto che gli ha inciso le iniziali sulla sella. Ma ha commesso un errore: anzich la G ha impresso una R come Riccardo. Riccardo come Tolmin. Forse quando stata fatta non c'era bisogno di nascondersi tanto... Ma a forza di trovarmi intorno maneggi, scommesse e agenzie ippiche m' venuta una gran curiosit. - Se sa gi tutto, cosa vuole chiederci ancora? - Dettagli - rispose Soneri. - Dove tenevate la pistola da guerra che avete consegnato al custode? Un'altra occhiata nervosa. Poi Blackright disse: - La tenevo io nel camper. - L'avete data a Tolmin per paura della perquisizione o ve l'ha ordinato Tolmin figlio? - Tutt'e due - rispose ancora l'americano. - Com' finita nel camper? - Tonetti... Mi scusi, Tolmin... - E cosa pensavate di farne? - Di questo non sappiamo nulla - intervenne Rosetta con una voce improvvisamente stridula. L'amico gli lanci un'occhiata ammonitrice. - Le abbiamo gi spiegato - prosegu poi - che in questo gioco noi siamo solo pedine. Lavoriamo e smistiamo la droga, questo s, ma del resto non sappiamo nulla, n ci permettono di sapere. - Cosa veniva a fare di notte Riccardo Tolmin? - Ci dava degli ordini sulla lavorazione e qualche volta portava lui stesso la droga e tutto quello che serviva a prepararla. - E poi, una notte, viene ammazzato uno, proprio qui... Strano, no? I due si guardarono allarmati e preferirono tacere. Volute di fumo si levavano dal sigaro del commissario oscurando come nubi la piccola lampadina dell'ostello. In quel mentre si ud il colpo di clacson del custode. Soneri fece un cenno a Rosetta: - Gli dica di salire, aspettavamo proprio

lui. L'uomo apr la finestra e fece solo un gesto. Dopo alcuni minuti comparve il custode. Indossava i soliti stivali a mezzagamba, un paio di pantaloni di velluto a coste e un giubbetto scuro non abbottonato. Il maglione scopriva sempre una fetta di ventre. Entrando, si era tolto il berretto fino a mostrare una testa quasi calva coi pochi capelli grigi contorti in una sorta di ragnatela. Era a disagio e quando Soneri gli fece cenno di sedere, si accomod con una mossa frettolosa e goffa. - Adesso ci siamo tutti - disse il commissario - devo considerarvi complici o ricattati? La luce sobbalz e nessuno rispose. Il custode stava a capo chino contemplando il berretto come un collegiale, Rosetta guardava nel vuoto con occhi che parevano di vetro e solo l'americano girava lo sguardo, di tanto in tanto, in direzione di Soneri. Il silenzio sembrava ora pi profondo coi portoni chiusi e il parco separato dal resto della citt. Una separazione che forse aveva dato a tutti il senso dell'impunit. - Dunque, si comincia col ricatto, vero Rosetta? Lei, Tolmin, scopre tutto ma deve aver avuto paura. Due figli uno pi sbandato dell'altro... Giacomo, il pi piccolo, gi si drogava ed questo che la trattiene dal denunciare, vero? Ha paura della vergogna. E poi l'organizzazione che rifornisce di eroina Giacomo e basterebbe una dose tagliata male... In pi le offrono un impiego per Riccardo: factotum, dirigente di aziende edili, di centri ippici e altri lavoretti meno puliti. Per questo gli danno molti soldi e gli procurano una doppia identit. Cosa pretendeva di pi? Ma succede un imprevisto: qualcuno viene ucciso qui dentro, nel luogo meno indicato. Un incidente, non c' dubbio. E non c' dubbio che il cadavere doveva essere trasportato altrove per non compromettere tutto. Tuttavia qualcosa salta per una coincidenza casuale. Tra timori e telefonate incrociate passano due ore. Si avvicina l'alba e l'evacuazione diventa troppo rischiosa. Ecco allora che i vostri ricattatori vi scaricano malamente. Mascherano il cadavere in modo da attirare le indagini su Blackright. E' andata cos? - domand infine Soneri. La stanza rimase in silenzio. La luce saltell di nuovo palpitando sopra quelle teste immobili. Il primo che si riscosse fu l'americano: - Lei cosa avrebbe fatto? Soneri vacill nell'intimo: era proprio sicuro che il suo comportamento sarebbe stato diverso? Ad un tratto cadde il berretto ai piedi di Tolmin. L'uomo nascondeva il

viso dietro le grosse mani inadatte ai gesti fini: - Me l'avrebbero ammazzato, ne sono sicuro. Me l'avrebbero di certo ammazzato - ripeteva con una voce divenuta di colpo infantile. Blackright gli pos un braccio sulla spalla, mentre Rosetta permaneva nella sua rigidezza mortuaria. - Lo vede? non siamo delinquenti - disse l'americano con vago rimprovero - se lo fossimo ci saremmo gi fatti valere in un modo o nell'altro. Soneri li osserv a uno a uno. Tre individui travolti dalle loro debolezze, dalla paura della vergogna. Il commissario sollev il ricevitore: - Mandatemi una macchina - disse e riattacc immediatamente. Poi, rivolto a Tolmin: - Venga, andremo loro incontro e lei aprir la porta secondaria come fa quasi ogni notte. Voi - si rivolse in un secondo momento a Rosetta e all'americano restate qui a disposizione per alcuni giorni. Scesero le scale al buio e uscirono incamminandosi per i viali. La nebbia velava il catino del parco e Soneri pens a quel pomeriggio in collina e a quella luce che gli aveva svelato tante cose. Quando giunsero sotto l'arco del portone, Tolmin estrasse un mazzo di chiavi e apr la piccola porta. - Quel venerd dell'omicidio chi entrato assieme a suo figlio? Il custode lo guard per qualche istante sbigottito con occhi acquosi e impauriti. Era paralizzato. Allora Soneri disse: C'era Pierre? Tolmin si appoggi di schiena alla porta appena richiusa e fece un lieve cenno di assenso mentre il suo ventre corpulento ansimava. In quel mentre arriv la macchina.

Capitolo venticinquesimo Dai bastioni osservava quel che succedeva nella parte bassa. Era stanco di scappare, le gambe cominciavano a cedere e l'alcol a dare le prime allucinazioni. Il custode era caduto all'indietro quando lui aveva spinto la porta e doveva avere visto solo un'ombra che correva verso l'interno. Pensava a quegli attimi mentre osservava l'uomo camminare svelto percorrendo il viale che portava alla casa col San Giorgio scolpito. Avrebbe avvertito Tonetti e gli altri. Non ce ne sarebbe stato nemmeno bisogno perch conoscevano gi tutto. In alto faceva pi scuro. Tra quella penombra, ogni sfumatura di nero appariva una figura minacciosa. E la luce dei lampioni che saliva dal basso allungava sagome sinistre. Poi rumori, fruscii in mezzo ai cespugli che davano sussulti e accelerazioni al cuore. Era passata mezz'ora di una notte che appariva insopportabile. La presenza di quelle mura a circoscrivere la sua fuga lo angosciava. Non sapeva perch aveva scelto di entrare l dentro. Forse per il fatto che non ragionava pi, ma funzionava a impulsi. Forse perch era arrivato alla fine della sua corsa e aveva cercato un'ultima tana dalla quale ringhiare come le bestie ferite. Qualcosa si muoveva, adesso ne era sicuro. Non un'ombra, ma un uomo: il custode che scendeva di nuovo. Lo perse di vista, quindi lo vide riapparire dopo alcuni minuti accompagnato da un tizio massiccio. Si aspettava che i sicari fossero in due, come i norcini. Conosceva quell'uomo? Da lontano non era possibile distinguerlo, ma non importava. E poi non era detto: si sarebbe giocato a guardie e ladri e magari poteva finire che sarebbe stato l'altro a rimetterci. Tir fuori la Mauser e ne controll i meccanismi: il caricatore, le munizioni. I due si divisero. Il custode sal verso casa, l'altro, prese un viale che s'inerpicava sul bastione opposto a quello in cui si trovava Bondan. Bisognava riconoscere che aveva fegato. Sapeva di trovarsi di fronte uno che sparava. O forse anche a lui non importava poi molto della pelle. Una notte di tensione gli appariva troppo lunga. Sentiva che la sua attenzione scemava lentamente, le gambe gli si piegavano e i riflessi rallentavano. Avrebbe avuto voglia di dormire, cancellare la realt intorno a s. La sola medicina che lo manteneva attento era l'alcol. Tir fuori di nuovo la fiaschetta e la osserv in trasparenza contro la luce di un

lampione lontano. Era nemmeno a met, gli restava poco carburante per il cervello. O forse era gi ubriaco e non se ne rendeva conto. Se non c'era pi molto tempo, tanto valeva dare battaglia. Era proprio sicuro che l'altro volesse farlo fuori? E se avesse voluto proporgli un patto? Avanz verso il bastione in cui aveva visto inoltrarsi il sicario. Si fece largo tra i rami spogli che gocciolavano umidit scostandoli con la Mauser. Ombre, riflessi, rumori di gocce che cadevano o di passi furtivi. Una tensione che non poteva reggere. Come una corda tirata che vibrasse in mezzo al cervello. Ogni segnale era una nota di dolore che gli trapanava il cranio e scendeva gi fino in fondo alla schiena. Desiderava che tutto finisse e per questo si agitava troppo. Segnalava la sua presenza e dava cos un vantaggio all'altro. Sorsi di alcol frustavano i suoi sensi stanchi per intervalli sempre pi brevi e poi di nuovo un crollo. In un momento di lucidit calcol che erano tre notti che non chiudeva occhio e che beveva. Un'altra trafittura, un altro strappo in un punto indefinito tra le orecchie. Come una scossa elettrica direttamente sul cervelletto. Un gatto spaventato correva verso la luce del primo lampione. Mentre lo fissava, le gambe lo tradirono di nuovo. Vacill e non seppe se per l'ebbrezza o per quel dolore in testa che gli gonfiava le tempie. Si appoggi a un albero, vi ader con tutto il peso e si sent scivolare addosso la corteccia rugosa e umida. Lentamente, la guancia si accost al tronco e vi si adagi anch'essa. La solidit dell'albero gli fu amica. Era per questo che lo abbracciava. Tir fuori ancora la fiaschetta, bevve un altro sorso e si abbandon invocando il nulla. Passavano fra i pensieri spezzoni di vita, figure incontrate mai pi riviste, personaggi, volti spaiati e malassortiti. Nell'appiattimento onirico del tempo, comparve anche Tonetti. Anzi, Tonetti era una presenza insistente. E parlava. Sembrava chiamarlo, ripetere il suo nome. Poi arriv di nuovo la scarica elettrica al cervello. Doveva essere stato uno scossone. Era scivolato? Scopr di essere sveglio osservando i suoi piedi ancora piantati nel fango. Non si erano mossi, ma poco pi avanti ce n'era un altro paio. Sollev lo sguardo e s'accorse di Tonetti, come materializzato dal sogno. Cos la fuga era finita, il contatto avvenuto. Con un gesto pi di paura che di offesa, impugn la Mauser. L'altro non si scompose: aveva di nuovo

la sensazione che anche a lui non dispiacesse finire bene, sorpreso da una pallottola. - Non il caso - disse Tonetti accennando all'arma dobbiamo parlare, non credi? Bondan sapeva che non gli restava grande scelta: o sparava e chiudeva il conto o sarebbe andata a finire male. Non riusciva a seguire i movimenti e le parole dell'altro che sembrava farlo apposta a spostarsi mentre parlava. Prese la fiaschetta e bevve ancora. Gliene restava poco e le trafitture proseguivano inesorabili. Se n'era accorto Tonetti perch ogni volta Bondan aveva un fremito come un brivido di freddo. - Tutto sommato ci hai fatto un favore - disse. Bondan cerc l'altro. Dov'era finito l'altro? Quello biondo? Si gir tentando di non perdere d'occhio chi gli stava di fronte. Ma era uno sforzo troppo grande e la vista vacillava. Il breve orizzonte di alberi e mura ondeggi paurosamente. E poi ancora quel dolore a impulsi insopportabili che premeva dietro gli occhi e sembrava voler scardinare gli ancoraggi del cervello. - Stazzani morto quello che tutti noi ci auguravamo da un po' di tempo, ricominci Tonetti con una voce flautata che scandiva le parole senza fretta, i depositi all'estero li conosco solo io e pochi altri: sono soldi che attendono un padrone. L'altro, dov'era l'altro? - Cerchi Pierre? Non preoccuparti, ci lascer soli per un po' - disse Tonetti con uno sghignazzo soffocato, continuando a camminare di fronte a lui. Era chiaro che voleva esasperarlo. Mostr di nuovo la pistola e l'altro si ferm. Poi riprese a sorridere: avrebbe voluto essere rassicurante e invece insospettiva. - Dov' l'altro - riusc finalmente a dire Bondan - dov' Pierre - ripet. La Mauser gli pesava in mano e si accorse di tremare. Cos non avrebbe centrato un pagliaio. - Sei informato su di noi - constat Tonetti con tono sinistro - non pensi che potremmo accordarci? Ci abbiamo gi provato una volta, ricordi? Con Pierre, purtroppo, non ci sono riuscito. Abbiamo avuto una discussione e... Beh, sai cosa succede nel nostro mondo quando non ci si mette d'accordo, no? Si sent stremato, curvo, con la mano tremante e una fitta in testa che sembrava volerlo paralizzare. Tonetti lo frastornava. L'aveva fatto fuori quindi. L'ultimo custode di quel segreto

imbarazzante, fonte di tanti ricatti, ammazzato in un regolamento di conti. Gli sarebbe bastato attendere che si compisse la faida interna alla banda. Tutto ci pareva talmente paradossale che non era ancora ben sicuro di essersi svegliato. - Prendi - ricominci Tonetti porgendogli la fiaschetta tanto non ti pu far pi male di cos. Non si era nemmeno accorto che gli era caduta sfilandosi dalle sue dita ormai insensibili. - Io ti ho risparmiato una volta - disse Bondan, ma non sapeva nemmeno lui perch parlava. O forse s: perch aveva ormai paura. Il sonno, che lo prendeva per brevi attimi, gli suggeriva la fine. Si ricordava di Kirillov: era sotto la grande pietra e non riusciva a immaginare quando sarebbe caduta. Sentiva soltanto questa specie di anestesia fatta di stanchezza e alcol. Anche la vecchiaia l'aveva sempre pensata come una forma di anestesia, per pi crudele. Un'altra trafittura lo fece trasalire. Non era possibile che fosse sveglio se non riusciva a schiodarsi dall'albero a cui stava appoggiato da pi di un quarto d'ora. No, si trattava proprio di sonno. Appoggi la testa alla corteccia e sent una benefica frescura. L'immagine di Tonetti saltell di fronte a lui, si sfoc, scomparve e riapparve. Era un altro scherzo del suo sognare agitato, un'intermittenza progressivamente pi flebile finch il buio del bastione sembr diventare sempre pi fitto, entrargli negli occhi fino a imporre il suo colore prepotente e definitivo. In quel momento, un'altra trafittura lo assal, ma questa volta fu come un urto che lo spinse in avanti staccandolo dalla sua fissit tutt'uno con l'albero. Poi un'altra, bruciante e veloce come una vampa di saetta. Non erano delle solite, queste strappavano qualcosa dentro. Qualcosa che sfuggiva sul davanti come per un'esplosione dei lineamenti. Infine arriv un terzo strappo, ma tuttavia meno avvertito, come se avesse infilato una traiettoria gi percorsa. Il naso parve volersi ribaltare sulla fronte, gli occhi premettero contro le orbite, la bocca divenne uno spezzatino e i denti frullarono via incidendo le labbra come rasoi. Ma fu la sensazione di un attimo, mentre una forza irresistibile lo piegava in avanti e lui si abbandonava remissivo. Quando la terra lo accolse, gli parve di poter finalmente dormire.

Capitolo ventiseiesimo Soneri si era svegliato come al solito intorno alle quattro. Poi aveva poltrito ascoltando lo sgocciolio della grondaia, ma verso le sei era sceso dal letto in preda a una sorta di impazienza. Mezz'ora dopo, camminando con passo veloce tra borghi deserti, era arrivato in questura. Non aveva nemmeno accennato a imboccare il corridoio al pianterreno verso le stanze della Mobile. Al contrario, s'era infilato sullo scalone e, divorando i gradini due alla volta, era salito fino ai locali mansardati dell'archivio. Conosceva quell'antro di polvere e carta, memoria di tante indagini. Scelse la chiave e apr l'armadio metallico. Rovist per dieci minuti cercando di orientarsi tra le pile di incartamenti. Poi cominci ad aprire i cassetti sotto gli scaffali. Uno era occupato interamente da un voluminoso contenitore senza intestazione. Lo estrasse: custodiva il grosso delle inchieste su droga e riciclaggio svolte negli ultimi dieci anni. Forse Rollardi aveva ordinato una ricerca del genere? Volle controllare anche nell'archivio tematico: i fascicoli erano al loro posto. Qualcuno aveva dunque duplicato i documenti. Guard l'orologio e si accorse che passavano da poco le sette. Troppo presto per telefonare al magistrato. Non si ricordava di aver ordinato dossier n a Juvara n a Macciantelli. Cominci a sfogliare le carte. La loro successione nel falcione descriveva esattamente la cronologia dei fatti. Chi aveva messo mano ai documenti sapeva molto della vicenda. Pens ancora a una iniziativa di Rollardi e guard di nuovo l'orologio a muro. Ricompose la pila dei documenti. Da un bordo spuntava un pezzo di carta, una pagina strappata per ricavarne un segnalibro. Lo tir fuori e lo osserv. Si trattava di un foglio intestato: dottor Piras, l'indirizzo e una data di un paio di mesi prima scritta a penna. Richiuse il fascicolo, se lo mise sottobraccio e discese nel suo ufficio. C'era solo il piantone di guardia a quell'ora e nessuno fece caso al commissario. Si sedette dopo aver spalancato la finestra per togliere l'odore di fumo vecchio che stagnava nella stanza e rimase immobile nella penombra. Alle sette e mezza non ne pot pi di attendere e telefon a Rollardi. Il magistrato gli rispose con un certo ritardo. - Ha chiesto un dossier su spaccio e riciclaggio?

Dall'altra parte si ud un mugugno e si sent qualcosa cadere: - Non ho ordinato nulla. Ho solo chiesto i fascicoli degli omicidi. A proposito, nessuna notizia dei due latitanti? - Li stanno cercando e prima o poi li troveranno - disse Soneri alludendo a Pierre e Tolmin. Ma i pensieri del commissario gi erano interamente assorbiti da quello strano fascicolo. Perch era stato messo da parte adombrando uno scopo diverso da quello d'ufficio? Sfogli l'elenco del telefono cercando il dottor Piras. Si sentiva molto nervoso e per calmarsi accese il sigaro. Non si era accorto dell'arrivo di Juvara. Pensava ancora a quel che avrebbe detto al questore, a quella situazione ridicola in cui si trovava l'indagine. Non gli era mai capitato di conoscere gli assassini ignorando l'identit del morto e il movente. - Sono arrivati altri esami dell'autopsia - disse l'ispettore. - Cosa dicono? - La vittima aveva lo stomaco pieno d'alcol. Probabilmente era ubriaco al momento della morte. - Meglio per lui - disse cinico Soneri - nient'altro? - Responsi poco utili per l'indagine. L'uomo era sano, si notano solo i postumi di una frattura al femore, probabilmente in et giovanile, e una macchia polmonare dovuta forse a una pleurite o una broncopolmonite. Soneri ascoltava scrutando le pagine dell'elenco telefonico. Finalmente arriv a Piras che era scritto in grassetto: dottor Giovanni Elia Piras, pneumologo, specialista in malattie respiratorie. Il commissario si sent avvampare il viso. Un sospetto che aveva covato per lungo tempo spuntava ora con veemenza. - Juvara, ti ricordi quel messaggio? Quello che avvertiva del pericolo per uno dei nostri? - Certo. Ma il commissario non prosegu, come se non trovasse le parole. Erano le otto e un quarto, chiss se il dottor Piras era gi in ambulatorio. Prov a comporre il numero: il telefono squillava a vuoto. Allora chiam Macciantelli. - Contate di prenderli? - Ancora no - rispose l'ispettore - ho paura che siano filati all'estero. Seguiamo una traccia che dovrebbe portarci a Tolmin, ma di Pierre s' persa anche l'ombra. Si sentiva il rumore di un motore in sottofondo.

L'ispettore parlava al telefonino. - Hai, per caso, ordinato all'archivio un dossier sullo spaccio? domand Soneri. - No, forse l'ha fatto Rollardi. - Nemmeno lui - rispose il commissario, ma era tutto quel che voleva sapere e tronc la conversazione malgrado Macciantelli desiderasse chiedere istruzioni. Riprov il numero di Piras: niente. Allora usc dal retro del palazzo per non essere visto ed entr in un piccolo bar poco frequentato. Ordin la colazione, sfogli il giornale per controllare cosa scriveva del delitto, ma vide che non c'era nessuna novit: un articolo tanto per stare sull'argomento. Mangi con appetito lasciando che il tempo scorresse: erano quasi le otto e trenta. Prima di pagare gir verso la toilette dov'era un telefono a muro. Rifece il numero che ormai conosceva a memoria. L'apparecchio squill a lungo e quando stava per riattaccare gli rispose una voce leggermente trafelata. - Pronto? Il dottor Piras? Dall'altra parte si ud solo un s tra il sorpreso e lo scocciato. - Sono il commissario Soneri della questura. Il medico non disse nulla e inghiott la saliva. - Ho bisogno di qualche informazione, posso passare da lei? - Credo di sapere di cosa si tratta, rispose il dottore, venga anche subito. Mise dentro l'apparecchio un'altra moneta:-Juvara, star via per un po'. Se mi cercano riferisci che mi sto occupando di una faccenda delicata e che mi far vivo non appena si chiarisce. Chiuse la comunicazione mentre l'ispettore cercava di saperne di pi. Ma Soneri era come invasato dal sospetto e in quei momenti si comportava da automa. Dieci minuti dopo saliva le scale che conducevano allo studio del dottor Piras. Il medico era solo in un ambulatorio, molto grande e pieno di scaffali. Sedette dove abitualmente stavano i pazienti, di fianco al lettino per le visite e a destra della grande lavagna luminosa per osservare le lastre. Piras si accomod di fronte a lui, pos i gomiti sul tavolo, congiunse le mani e inizi a parlare ancor prima che Soneri avesse il tempo di fargli domande. - Come le ho detto al telefono, mi aspettavo questa visita. - Per quale motivo?

- Tempo fa venuto da me un uomo per un caso di broncopolmonite disse esitante Piras - e sarebbe dovuto tornare dopo una settimana... Il medico s'interruppe imbarazzato e al commissario scapp una sollecitazione un po' troppo brutale: - E allora? - Beh, non si pi fatto vivo e al numero che mi ha lasciato non risponde nessuno. - Tutto ci non significa nulla - concluse Soneri deluso. - Anch'io ero della stessa convinzione, ma mi sono ricordato che il paziente mi aveva detto di chiamarsi Procioni. E proprio alcuni giorni fa sul giornale ho letto il particolare delle auto a noleggio sotto falso nome... Soneri rimase in silenzio per qualche istante. - So che avrei dovuto farmi vivo prima - riprese Piras - ma il riserbo professionale... E poi temevo un caso di omonimia: rischiavo di mettere in piazza uno che non c'entrava nulla. - Mi dia quel numero, quello a cui non rispondeva nessuno - tagli corto il commissario. Il medico si mise a cercare tra le schede di cartoncino. Poi porse quella buona a Soneri che annot. - Mi dica, successo qualcosa di grave? - Credo di s, ma stia tranquillo, lei non c'entra. Si alz con uno dei suoi abituali scatti. Il medico sembrava curvato da un peso. Gli tese la mano e gli indic la strada. Mentre il commissario usciva, sent un tonfo attutito nello studio e intu che Piras s'era lasciato andare di nuovo a sedere sulla poltrona. Entr in una cabina e chiam Juvara. - Mi ha cercato qualcuno? - Rollardi e il questore. - Di' loro che torner verso sera. Poi chiam l'azienda dei telefoni per sapere a chi era intestato il numero avuto da Piras. - Mi dispiace, si tratta di un'utenza riservata - disse l'impiegata. - Sono il commissario Soneri della polizia - insistette. - Per telefono non diamo informazioni nemmeno ai poliziotti - ribad la donna con puntiglio. Guard l'orologio fremente: aveva la soluzione a portata di mano ma non riusciva a vincere la diffidenza di un'impiegata dei telefoni. Chiam un informatore dentro l'azienda e alla fine ottenne l'indirizzo: - Via Provinciale 116, localit Fornello. Conosceva il posto. Sal sull'Alfa e vi si diresse. Era una casa isolata tra

campi, collegata all'asfalto da una strada bianca. La percorse dopo aver lasciato l'auto distante. Sentiva d'istinto che si avvicinava al cuore del mistero. Gli apparve di fronte una grande dimora padronale, sul davanti dominata da un doppio scalone. Gir intorno per cercare l'entrata pi facile e dovette farsi largo tra i rovi che ormai davano l'assedio ai muri. C'era una finestra sul retro con le stecche delle persiane corrose dall'umidit. Le forz e cedettero una a una finch gli fu possibile allungare un braccio e aprire dall'interno. Quindi diede un colpo al vetro e fece lo stesso con l'imposta. Salt dentro accolto dall'odore di naftalina e vecchi cappotti. Accese la torcia da paracadutista e si sent a disagio in quel buio carico di mistero. Gli riecheggiarono pi volte negli orecchi le parole di quella telefonata d'avvertimento sul pericolo che minacciava uno dei vostri. Un brivido gli corse la schiena: nessuno sapeva che era l, in quel posto isolato dove non passava mai anima viva. Se aveva lasciato la sua Alfa rossa ben in vista sulla Provinciale era per via di un certo disagio avvertito fin dall'inizio. Giunse all'interruttore generale e lo inser. Poi accese tutte le luci senza aprire nemmeno una finestra. Quando arriv in cucina not una cassa d'abete aperta e vuota. Sul tavolo resti di cibo tra cui giravano piccoli insetti velocissimi e sul divano una vecchia vestaglia. Apr gli armadi e i mobili: c'erano vestiti da donna e abiti maschili di taglio antiquato. Niente che potesse confermargli il suo sospetto. Percorse le pareti con lo sguardo imbattendosi nei ritratti di qualche parente defunto. Seminascosta in un angolo, una piccola cassaforte. Apr i cassetti e prov tutte le chiavi fino a che trov quella giusta. Dentro c'era solo una borsa di pelle colma di documenti. In una tasca interna una carta d'identit: Francesco Stazzani, via Vitruvio 37. Scost i lembi della borsa: conteneva numerose cartelle. Lesse solo alcune intestazioni di sguincio. Su una c'era scritto: Piero Ridolfi detto Pierre. Un'altra recava il nome di Blackrigth e un'altra ancora quello di Gianguido Tonetti. Pos tutto sul tavolo. Si sentiva comunque insoddisfatto. Chi aveva abitato quella casa? Apr un uscio che conduceva alle cantine. Un'aria umida e muffosa saliva portando con s un odore di salumi. Soneri ne fu attratto e scese. Una luce di poche candele illuminava vecchie tine capovolte e assalite dalle ragnatele. Dal soffitto pendevano salami e coppe, una vescica di maiale ormai secca e un prosciutto col gambo foderato di stagnola. Sui

ripiani c'erano alcune damigiane che il commissario stapp per sentirne l'odore: malvasia, moscato e lambrusco. Pass vicino a un barilotto e vi batt le nocche. Il suono lo dava pieno. Sollev la finestrella sulla sommit delle doghe e vi accost il naso: aceto. Punt la torcia dentro l'apertura e scrut il liquido scuro. Un odore intruso aveva colpito Soneri che conosceva perfettamente numerose variet di aceti. La torcia, infatti, mostr una chiazza oleastra sulla superficie. L'intuito e il sospetto gli suggerirono il resto. Afferr una lunga stecca di legno che serviva per mescolare il mosto e l'affond nel barilotto. C'era qualcosa di solido sul fondo. Prese una bacinella e cominci a svuotare l'aceto facendolo scorrere dal rubinetto. Gli rincresceva, doveva essere ottimo. Alla fine capovolse il barilotto fino a che uscirono tre buste di plastica: le pistole che cercava. Risal e le osserv ancora nel nylon velato di rosso. Erano una Browning, una Beretta e una Smith and Wesson. Il contenitore di quest'ultima, pi pesante delle altre, aveva ceduto e la pistola contaminato l'aceto col suo grasso. Alz il telefono e chiam Juvara. Gli lesse il numero di matricola della Beretta. - Controlla fra i nostri a chi appartiene. Chiamer fra dieci minuti. Mise le armi in fila sul tavolo di fianco alla cassa d'abete. Solo allora si accorse che ne mancava una, la Mauser. Gir per la stanza da pranzo e si arrest di fronte alla libreria. Cercava di capire, anche se sapeva che si trattava di uno sforzo inutile. Al massimo si poteva tentare d'interpretare con la speranza di andarci vicino. C'era un volume posato sullo scaffale. Lo prese e vide che si trattava de I Demoni di Dostoevskij. Un segno e una vistosa piegatura sul dorso gli indicarono le pagine pi lette. L'apr allora in quel punto e lesse il solitario delirio di Kirillov. Chi avrebbe mai saputo la vera motivazione di quella catena di delitti? Lasciava l'interpretazione ai magistrati o ai criminologi. Lui, Soneri, si accontentava di aver trovato i colpevoli. E anche se percepiva qualcosa di poco nobile dietro quella storia, aveva la certezza che le apparenze sarebbero state salvate. Insomma, non valeva la pena ficcarci troppo il naso. Compose di nuovo il numero di Juvara: - Commissario, la pistola di Federico Bondan, uno dell'archivio.

Rimase zitto: ci aveva pensato senza il coraggio di confessarlo nemmeno a se stesso. Sferr un pugno sul tavolo facendo sobbalzare le pistole nelle buste. Lui, Bondan, non l'avrebbe mai perdonato.