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Biografia Gli ultimi mesi dellartista neozelandese scomparsa 90 anni fa: prima felice in Svizzera, poi schiava di Gurdjeff

Un saggio di Nadia Fusini

di PIETRO CITATI
oche persone furono amate come Katherine Mansfield, negli anni della sua breve vita. Nel 1922, Dorothy Brett diceva: cos adorabile che non ci possono essere mezze misure. Uno lama appassionatamente, perch impossibile fare altrimenti. E Samuel Kotelianksij: Lamavo talmente che i suoi scritti erano e rimangono per me una delle manifestazioni meno importanti di lei. il suo essere, cosa era, laroma del suo essere che io amo. Katherine poteva fare cose detestabili, ma il modo con cui le faceva era ammirevole, unico. Oggi, novantanni dopo la morte della Mansfield a Fontainebleau, Nadia Fusini la ama con la stessa appassionata delicatezza, e le dedica un libro molto bello e bizzarro (La figlia del so-

Katherine Mansfield

La scrittrice che ingann il destino


le, Mondadori, pp. 154, e 18). Bizzarro perch il racconto si maschera dietro una cornice fittizia: ma questo elemento fittizio rende pi intensa e inquieta la rappresentazione della immaginaria figlia del sole. Nella lettera a unamica pittrice, la Mansfield raccont di come, al mercato, si ferm davanti a un carretto di mele e rimase stupefatta a guardarle. Non aveva altro desiderio che diventare quelle mele. E chiedeva allamica: Quando dipingi le mele, senti che il tuo seno e le tue ginocchia diventano mele? O ti sembra una sciocchezza?. Come la Mansfield, anche Nadia Fusini pensa che non sia affatto una sciocchezza. Desidera identificarsi con il suo modello. Affonda, sprofonda dentro di esso: si ritrova in un mondo in cui si sente unimmigrata e una straniera. Diventa la Mansfield, e lascia a questa straniera dentro di lei il dono di esistere liberamente. Ma complicatissimo diventare sia una mela sia una scrittrice: perch in entrambe si nascondono molte e misteriose esistenze; a tratti la Fusini deve abbandonare il suo modello, e perdersi in un pi ampio respiro. *** Qualche volta, gli amici avvertivano nella Mansfield una strana qualit animalesca. Alfred Richard Orage, che pubblic i suoi primi racconti, la chiamava the marmozet, luistiti. Virginia Woolf scriveva: La donna inscrutabile rimane inscrutabile. Mi venuto in mente che una specie di gatto, estraneo, riservato, sempre solitario, osservatore. Una scimmia, un gatto: a distanza di sette anni, Orage e la Woolf ebbero la stessa impressione; avvertendo nella Mansfield quellimperscrutabilit enigmatica, quellostilit alluomo, quella estraneit alla vita, che possono essere propri sia di un animale sia di uno scrittore. Come racconta Nadia Fusini, il gatto inscrutabile soffr moltissimo. Una mattina, il 19 febbraio 1918, a ventinove anni, la Mansfield si svegli presto, and alla finestra e la spalanc: il sole si era gi levato, e lei lo salut con un verso di Shakespeare: Ecco lallodola gentile stanca di riposare. In quel momento le sal alle labbra un fiotto di sangue: sangue rosso e arterioso. Guard e cap: era la sua prima emorragia. Si spavent a morte. Giorni pi tardi osserv: Che cosa strana, da quando ho sputato san-

Completare sempre nuovi racconti per non pensare al dolore Una gara con il tempo mentre incalzava la malattia ai polmoni
gue, lamore, il desiderio del mondo e della natura si sono fatti pi forti in me dora in ora. Aveva sempre cercato di liberarsi dal senso della finitezza: chiedeva in tutte le cose lillimitato. Ora si rese conto che lunico infinito che gli uomini possono conoscere il dolore. Alla sofferenza umana non c limite. Il dolore leternit. Ma trov nella profondit di s stessa una calma capacit di accettazione. Accoglieva il dolore, se ne lasciava sommergere, faceva di esso una parte della propria esistenza, perch soltanto cos, accettandolo pienamente, esso subiva una trasformazione, e diventava gioia e amore. Ci sono persone a cui la malattia appartiene, o che piuttosto appartengono alla malattia. La Mansfield non era di queste. La malattia le venne imposta. Come scrisse dalla Svizzera a un giovane amico, sono tisica. Ma la tisi non mi appartiene. Non che uno spaventoso cane randagio che, da quattro anni, persiste a seguirmi; cos io cerco di farlo perdere tra queste montagne. Visse esiliata nella terra oscura della malattia: ne colse tutte le ricchezze; ma, invece di allontanarla dal mondo, la malattia la fece diventare pi intensa e presente. Cera nella sua anima una forza, una fiducia, un ardore fantastico che sarebbero bastati a decine di esseri umani. Il culmine della sua vita, della sua vera vita, furono i mesi del 1921 e del 1922 trascorsi a Montana, nello Chlet des Sapins, insieme al marito. L vicino Rilke scriveva le Elegie duinesi e i Sonetti ad Orfeo. Quando venne linverno, il marito sciava, lei andava in slitta, il gatto ronfava. Passeggiava, giocava a cribbage, dopo cena leggeva Shakespeare, Proust e la Austen, discorreva di Proust col marito, e lavoravano tutti e due a maglia in modo frenetico. Notte e giorno scriveva racconti, in una specie di gara col tempo: aveva paura di morire senza aver finito di scrivere un racconto, e subito ne cominciava un altro. Era convinta che, finch correva con la penna, la morte non lavrebbe fermata. Scrivere, per lei, era diventato una religione. Sar capace di esprimere un giorno il mio amore del lavoro il mio desiderio di diventare uno scrittore migliore il mio voto fervente di un lavoro pi coscienzioso? Di dire questa passione che provo? Essa mi tiene luogo di religione, perch la mia religione; della compagnia degli altri, perch crea i miei compagni; della vita, perch la vita. Sono tentata di inginocchiarmi davanti al mio lavoro, di prosternarmi, di restare troppo a lungo in estasi davanti allidea della creazione. *** Quando, il 30 gennaio 1922, lasci Montana, cadde o per meglio dire si precipit nella catastrofe. Non accettava la piccola guarigione dello Chlet des Sapins. I racconti non le bastavano pi. Voleva guarire completamente: diventare una figlia del sole: ci che non era mai stata, come (malgrado il titolo del libro) la Fusini racconta con scrupolosa attenzione. Voleva vivere piena, intera la vita del corpo. In realt, tutte le parole che in quei mesi scrisse nel diario e nella lettera, ci ingannano: perch il nitido candore della sua mente si era offuscato e ottenebrato. Desiderava morire: al pi presto, selvaggiamente, ferocemente. Ma, siccome il suo debole corpo continuava a resistere, cerc un assassino: lo trov subito, perch nulla pi facile, in qualsiasi tempo e luogo, che trovare un assassino. Il suo spettacoloso assassino fu George Gurdjeff, che aveva costruito, a Fontainebleau, lIstituto per lo Sviluppo Armonico dellUomo. Come racconta la Fusini, era un uomo imponente, corpulento, tarchiato, con enormi baffi, e la testa, perfettamente rasata, a volte incoronata dal cappello di astrakan, emanava una forza sinistra. Era circondato da un fastoso e farsesco alone di favole: si diceva che fosse stato un agente segreto nel Tibet, che conoscesse i monasteri della Mongolia, che avesse studiato coi sufi, coi dervisci, e con gli anacoreti del Monte Athos. Gurdjeff torturava i suoi discepoli: voleva che rinunciassero ad ogni desiderio, riducendosi in una condizione di passivit assoluta. Con la Mansfield, condusse allestremo i suoi paurosi esercizi. Dapprima la fece abitare in una stanza bella e sontuosa; poi la trasfer in uno stanzino freddo, piccolo e povero, uno di quei covili dove dormono nella sporcizia i personaggi di Dostoevskij e di Kafka. Il grande mistificatore continu a torturare per qualche mese la piccola neozelandese tremante di freddo nella sua pelliccetta. Le impose di pelare le carote, le rape, le patate, assistendo nella cucina agli esercizi culinari della moglie. Le impose prima di danzare nuda in mezzo ai maiali, poi di inalare il fetore delle mucche nella stalla, in modo da accogliere in s la radiazione del magnetismo animale, che avrebbe dato forza ai suoi polmoni malati. Sopratutto la obblig a non scrivere n racconti n lettere: la vera salvezza della Mansfield. Dapprima, la Mansfield disse che Gurdjeff le sembrava un venditore di tappeti a Tottenham Court Road. Poi chin il capo. Si lasci assorbire, svuotare e distruggere; sembrava una bambina stupita ed atterrita, attonita e balbettante. La sera del 9 gennaio 1923, quando il marito and a trovarla allIstituto, Katherine Mansfield ebbe un accesso di tosse mentre rientrava nella propria stanza. Un gran fiotto di sangue le usc dalla bocca e parve soffocarla. In pochi minuti era morta, con gli occhi spalancati dal terrore.
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Ritratti
In alto: Katherine Mansfield (1888-1923) ritratta da Ida Baker nel 1910 (foto Turnbull Library). Qui sopra, dallalto: Virginia Woolf, Jane Austen, R. M. Rilke

Accoglieva la sofferenza,
se ne lasciava sommergere, ne faceva una parte della propria esistenza, perch soltanto cos diventava gioia e amore