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Alberto LAbate

Gandhi e la pace

Il 2 ottobre, giornata internazionale per la nonviolenza, lanniversario della nascita di Gandhi. E quindi opportuno parlare di lui ed anche di come la cultura occidentale ha recepito il suo pensiero e la sua attivit. In India, in tutti i musei gandhiani, possibile vedere la scritta my life is my message, che riassume perfettamente come in Gandhi non sia possibile scindere il pensiero da quello che ha fatto: sono due elementi interconnessi. Per moltissimi anni Gandhi stato una persona relegata in una cultura diversa dalla nostra: significativa, a questo proposito, la definizione che ne aveva dato Winston Churchill, che lo aveva chiamato fachiro, proprio perch vestiva poveramente, con un telo bianco avvolto intorno al corpo. Questa frase di Churchill mette laccento sullimmagine di Gandhi come persona che appartiene ad una cultura diversa, e perci confina le sue azioni ed i suoi comportamenti in una cultura extra nos, ritenendoli estranei e impraticabili nella cultura occidentale. Questa immagine stereotipata di Gandhi rimasta presente nella nostra cultura fino a pochi anni fa. Attualmente si assiste invece ad una grossa riabilitazione del pensiero e del messaggio gandhiano, come confermano anche le iniziative attuate in Italia in occasione del sessantenario dalla morte. Altri segnali della rivalutazione del pensiero di Gandhi sono dati dalla pubblicazione di numerosi libri su e di Gandhi, documentari sulla sua vita, etc. Da segnalare, in particolare, la ripubblicazione, e la distribuzione da parte del giornale LUnit, di 30.000 copie del bellissimo libro di Giuliano Pontata, LAntibarbarie. La concezione ecico-politica di Gandhi e il XXI secolo. Pu essere interessante cercare di cogliere le ragioni di questa riabilitazione, di questa rivalutazione del pensiero gandhiano nella nostra cultura. Lipotesi secondo me pi consistente il fatto che Gandhi mette in discussione uno dei dogmi fondamentali della nostra politica, che deriva da una erronea e distorta lettura di Machiavelli: il principio che il fine giustifica i mezzi - un principio cardine della linea politica tuttora prevalente connesso allaltro basilare principio della politica occidentale, si vis pacem para bellum. La guerra viene quindi considerata come elemento utile, valido e indispensabile per salvare la pace. Il messaggio gandhiano si pone agli antipodi rispetto a questa visione ed a questa pratica della politica. Si pensi al suo detto: il mezzo sta al fine come il seme sta allalbero. Ci significa che se vuoi la pace, devi piantare un seme di pace: da questo messaggio deriva un cambiamento radicale del principio latino del si vis pacem para bellum, che si trasforma appunto nel principio, fatto proprio anche da Ernesto Balducci, se vuoi la pace prepara la pace. A questa nuova formulazione, Gandhi aggiunge una specificazione: lavora per la nonviolenza, perch la nonviolenza viene considerata lo strumento fondamentale per la pace. Nel corso della sua vita Gandhi ha scritto moltissimo, e particolarmente interessanti sono i suoi scritti epistolari che vanno ad aggiungersi alla sua attivit di pubblicista. Va infatti ricordato che Gandhi fu anche direttore di due giornali: il primo, nel periodo della sua permanenza in Sudafrica, il secondo in India. Da questi testi si possono ricavare gli elementi strutturali del pensiero gandhiano. In particolare, possibile individuare due elementi fondamentali in rapporto alla pace: la distinzione tra nonviolenza del debole e nonviolenza del forte; limportanza del progetto costruttivo e della ricerca di soluzioni sovraordinate. Leggendo la Bhagavad Gita, un testo sacro ind, ci si pu rendere

conto che si tratta di un racconto di guerra in cui Ariuna non ha il coraggio di combattere perch dallaltra parte ci sono dei suoi parenti. Si rivolge quindi al dio chiedendo che cosa deve fare, e il dio risponde che deve combattere perch dalla parte del giusto. Se questo testo viene assunto come base per la pace e la nonviolenza, si trovano punti non congruenti. Massimo Cacciari, ad esempio, interpreta questo testo proprio come una giustificazione della guerra, in particolare alla guerra giusta (si potrebbe dire per fini umanitari). Gandhi trae invece da questo testo due insegnamenti diversi: il primo, che bisogna combattere contro lingiustizia, che abbiamo il dovere morale di agire per modificare le situazioni di sfruttamento e di sopraffazione; ma questo non implica per lui luso della violenza e delle armi, ma solo quella della nonviolenza del forte: la nonviolenza del forte la lotta di chi non soggiace allingiustizia, di chi non accetta passivamente di assistere alla perpetrazione di ingiustizie. Come ha rilevato J. Galtung in uno dei bei libri scritti su Gandhi, Gandhi oggi, nel capitolo sulle regole del comportamento conflittuale, per Gandhi fondamentale e necessario distinguere tra ruolo e persona: bisogna salvare la persona, perch la persona sacra e qui possiamo rintracciare linfluenza del pensiero quacchero, per il quale in ogni uomo c una scintilla della divinit -, ma si deve combattere contro il suo ruolo di sfruttatore, di portatore di ingiustizia e di criminalit. quindi necessario trovare forme di lotta per salvare lavversario senza per impedire di lottare contro il suo ruolo di sfruttatore, di usurpatore, Questa per Gandhi la lotta nonviolenta: il satyagraha, la lotta con la forza della verit e dellamore. Nonviolenza non ha quindi una accezione negativa, non qualcosa di privativo come appare nella lingua italiana, ma qualcosa di positivo: la lotta con la forza dellamore e della verit. Il secondo insegnamento che Gandhi ricava dalla Bhagavad Gita che bisogna lottare anche contro se stessi. Linvito di Ariuna, per Gandhi, un invito a lottare anche contro quello che c in noi stessi che, in un certo senso, legittima la violenza e le ingiustizie dellavversario; si tratta quindi di modificare noi stessi in modo tale da non giustificare la risposta violenta dellavversario. In questa lotta quindi necessario purificarci per eliminare quegli elementi che giustificano il comportamento dellavversario che si intende combattere. Un altro aspetto fondamentale del pensiero gandhiano in relazione alla nonviolenza del forte limportanza del progetto costruttivo. A questo proposito, vorrei ricordare che Antonio Gramsci ne I quaderni dal carcere dedica alcune pagine a Gandhi. Gramsci non aveva una conoscenza diretta dei testi gandhiani, ma conosceva Gandhi attraverso la mediazione della lettura del testo di Romain Rolland su Gandhi. In Gramsci si pu reperire unidea che presenta pi di una consonanza con il progetto costruttivo gandhiano: secondo Gramsci, la vecchia societ si distrugge costruendo la nuova; le due attivit della costruzione di una nuova societ e di rottura ed eliminazione delle scorie della vecchia sono due fasi concomitanti. Lidea gramsciana che solo costruendo una nuova societ si distrugge la vecchia esprime esattamente lidea di Gandhi: limportanza estrema del progetto costruttivo, del cercare positivamente di costruire un nuovo tipo di societ, nuove strutture, nuove persone e in questo processo di costruzione di nuove persone leducazione svolge un ruolo fondamentale per dare vita ad un tipo di societ diversa. In questo processo di cambiamento riveste unimportanza fondamentale la ricerca di quelli che in linguaggio gandhiano si chiamano gli obiettivi sovraordinati. In una societ, soprattutto tra elementi che combattono e lottano tra loro, ci sono spesso obiettivi sovraordinati, ossia obiettivi che sono comuni ai due avversari, che siano
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persone o gruppi sociali o nazioni; ed su questi obiettivi, che possono unire coloro che sono in conflitto, che bisogna lavorare per cercare di costruire una societ diversa. Quindi, il progetto costruttivo, il progetto positivo, visto come un elemento fondamentale della nonviolenza. Il terzo punto su cui vorrei richiamare lattenzione la complementariet di questi due aspetti. Gli epigoni di Gandhi spesso si dedicano alla lotta non violenta, senza tener presente il progetto costruttivo, trasformando cos le lotte in tecniche pure, senza considerare i principi che erano alla base della vita e del messaggio gandhiano; oppure si dedicano al momento costruttivo senza tener presente che il lavoro di solidariet sociale senza lottare contro le cause dellingiustizia rischia di trasformarsi in un lavoro da tappabuchi, da rammendatori sociali. Questi due elementi, invece, rappresentano due momenti interconnessi e non si pu tralasciare luno senza rinnegare laltro. Si tratta di una connessione che possiamo rintracciare anche nellopera dellAbb Pierre, quando dice: Aiuta chi ha bisogno ma lotta contro le cause della sua miseria; lotta contro le cause della miseria ma aiuta subito anche chi ha bisogno: luna e laltra azione non possono separarsi senza rinnegarsi. Come emerge con chiarezza dallo studio del pensiero di Gandhi, il Mahatma pone alla base del suo lavoro due principi fondamentali: il primo il principio di reciprocit, il secondo lumanizzazione del conflitto. Il principio di reciprocit non stato inventato da Gandhi, ma stato elaborato dai sociologi del conflitto. Questo principio dice che se io aumento il mio livello di violenza contro il mio avversario, questi tender, a sua volta, ad aumentare il suo livello di violenza. Il principio di reciprocit spiega, ad esempio, la spirale di corsa al riarmo nucleare che ha caratterizzato le relazioni tra le due superpotenze nella seconda met del XX secolo. Questo principio vale anche nel senso opposto: Reagan, non riuscendo a portare avanti le cosiddette guerre stellari perch il suo parlamento non gli dava i soldi necessari, ed anche perch il movimento antinucleare di tutto il mondo gli dava filo da torcere, decise di cambiare la strategia che fino allora aveva portato avanti (la guerra del bene contro il male) e cerc degli accordi con i russi che, con landata al potere in Russia di Gorbaciov, si concretizzarono in un primo accordo per la riduzione delle armi nucleari a lunga gittata. Il processo di disarmo innescato dalle due superpotenze negli anni 80 lesempio tipico di de-scalata del conflitto che tiene conto del principio di reciprocit. C per uneccezione al principio di reciprocit: quando lavversario convinto che la de-scalata della controparte sia dovuto ad una sua debolezza, al fatto che questi ha paura dello scontro. In tal caso, se lavversario ritiene che la riduzione della violenza sia un segno di debolezza o di paura, egli tender ad aumentare il proprio livello di violenza, per sconfiggere definitivamente lavversario. Gandhi aveva perfettamente coscienza di questo principio. Una influenza determinante nellelaborazione di questo principio stata, probabilmente, la lettura di uno scritto di C. Marsh Case, un sociologo quacchero che aveva fatto una ricerca sulla ruolo coercitivo della nonviolenza. Gandhi, infatti, avanzava le sue proposte di accordo con lavversario sempre dopo lotte nonviolente vincenti. Quando aveva dimostrato allavversario che la nonviolenza era forte e vincente, allora Gandhi offriva le possibilit di soluzioni onorevoli sia per gli indiani da lui guidati, sia per la controparte, permettendo cos allavversario di uscire da una situazione imbarazzante senza essere umiliato. Il secondo elemento rintracciabile nel pensiero gandhiano lumanizzazione del conflitto. Umanizzazione del conflitto non significa negare il conflitto: il conflitto di per s non negativo, non si tratta di eliminarlo, perch il conflitto alla base del
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cambiamento, della crescita; si tratta piuttosto di trasformare il conflitto in confronto, umanizzare il conflitto, sviluppando le forme di lotta nonviolenta che vanno dalla non collaborazione al male, alla disobbedienza civile, dallobiezione di coscienza alle lotte nonviolente di massa: scioperi, boicottaggi, etc. Anche il progetto costruttivo e la ricerca di obiettivi sovraordinati servono ad umanizzare il conflitto perch non implicano la distruzione dellavversario, ma ricercano piuttosto punti di accordo. In termini pi generali, ci significa che si deve eliminare la guerra, bisogna cercare di prevederla e di prevenirla; e si devono ricercare forme di lotta e di difesa nonviolenta. Il primo punto del programma di difesa nonviolenta era per Gandhi lattuazione di una politica estera che non creasse nemici, aperta agli altri; da questo punto di vista lidea di Gandhi era quella che si dovesse eliminare gli eserciti armati per dar vita, invece, a corpi di pace, veri e propri eserciti di pace, disarmati ed addestrati alluso delle tecniche nonviolente. C attualmente, a livello internazionale, una iniziativa per dar vita corpi di pace, di questo tipo, per intervenire sia prima che un conflitto sia esploso, per prevenirne lesplosione e cercare perci di evitarlo; sia durante il conflitto sia per interromperlo attraverso linterposizione nonviolenta tra i due contendenti, sia per cercare soluzioni che possano portare alla sua fine in senso positivo, sia infine dopo il conflitto armato, per aiutare il processo di riconciliazione trai due ex nemici. Un altro lavoro, sulle linee delle prime idee e lavori di Gandhi quello della trasformazione dei conflitti squilibrati in conflitti equilibrati: ci significa che si deve aiutare la parte pi debole a prendere coscienza del conflitto ed a far emergere, far venire alla luce, il conflitto latente. Questultimo aspetto probabilmente quello che meno stato recepito dai lettori di Gandhi, e sul quale ha giustamente richiamato lattenzione Galtung nel suo libro Gandhi oggi. Galtung sottolinea, infatti, che in una situazione di squilibrio, la prima fase del lavoro da fare di tipo dissociativo. Non si possono prendere accordi con lavversario se lui forte e io sono debole, perch la mediazione e la negoziazione con un avversario pi forte, in una situazione dominante, determina necessariamente un vantaggio per chi ha pi potere. Il momento dissociativo prevede dunque una forma di empowerment, la costruzione del potere del gruppo di pi debole in modo da arrivare a potersi confrontare in una situazione di equilibrio. Considerando la societ attuale alla luce del messaggio di Gandhi possiamo osservare la distanza che ci separa dalla societ preconizzata da Gandhi. Tuttavia, non dobbiamo neppure sottovalutare quello che si gi ottenuto e quello che si sta ottenendo. Il XX secolo stato anche il secolo delle grandi lotte nonviolente di massa che hanno liberato interi popoli: si pensi, ad esempio, allindipendenza dellIndia, ottenuta proprio attraverso la conversione dellavversario. LIndia ha ottenuto lindipendenza quando Churchill caduto; la lotta di indipendenza di Gandhi ha permesso al partito laburista di andare al potere, ha cio aiutato la conversione dellavversario perch ha dato una mano ai laburisti, senza comunque schierarsi dalla loro parte, a portare avanti un progetto - in cui era prevista anche lindipendenza dellIndia - opposto a quello coloniale del partito conservatore. La lotta nonviolenta di Gandhi stato un elemento importante proprio per la conversione della leadership politica laburista inglese: una conferma del principio gandhiano di non uccidere lavversario, ma cercare di convertirlo. Un altro esempio di lotte nonviolente di massa e di interposizione nonviolenta la caduta della dittatura di Marcos nelle Filippine: pi di centomila civili disarmati hanno difeso i militari scissionisti interponendosi in modo nonviolento tra loro e gli altri soldati dellesercito rimasti fedeli a Marcos, facendo desistere questi ultimi dal loro proposito, e riuscendo a portare molti di loro dalla propria parte. Un altro esempio significativo il superamento
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di forme istituzionalizzate di segregazione razziale negli Stati Uniti: il razzismo continua a sussistere oggi, ma non esistono pi forme istituzionalizzate di segregazione razziale. Infine, il crollo dei regimi comunisti dei Paesi dellEst pu essere considerato come un esempio di lotte non-violente - o almeno non armate - di massa; n appare casuale che lunico Paese in cui ci siano stati conflitti armati e morti sia stato proprio la Romania, dove cera un regime del tutto corrotto, ma che era in realt filo-occidentale. A livello istituzionale unapertura alla cultura della nonviolenza espressa dal pensiero gandhiano pu essere rintracciata nello statuto delle Nazioni Unite, nel quale la guerra non vista come qualcosa di positivo, ma come una realt da superare. E proprio in questo contesto si sviluppata anche una riflessione sui diritti umani e sulla pace come diritto universale. Un altro esempio positivo la creazione, sempre allinterno delle Nazioni Unite, dei corpi di interposizione; in questo caso specifico non si tratta di forme di interposizione nonviolenta, ma a basso livello di violenza: i caschi blu di peacekeeping, armati di armi volte esclusivamente allautodifesa. Il peacekeeping ha dato in questi anni numerosi risultati; esso molto diverso dal peaceenforcing, che oggi tende purtroppo ad essere maggiormente accreditato, non tanto dalle Nazioni Unite quanto piuttosto da alcune delle grandi potenze che dominano il consiglio di sicurezza ristretto di questo organismo e che spesso trattano questultimo come una marionetta, che si deve piegare al loro potere (ricattandolo spesso, con i problemi del finanziamento. Non ti diamo i soldi che ti dobbiamo se non fai questa risoluzione o questaltra). Un altro elemento storico che va nella direzione della nonviolenza gandhiana la consapevolezza, sempre pi diffusa, che la guerra va prevenuta. Da questo punto di vista sembra importante ricordare che a livello europeo, grazie alla pressione di organizzazioni non governative, stato attivato un sistema di early warning, di individuazione precoce dei conflitti in modo da prevenire un loro eventuale scoppio; stato inoltre istituito un comitato per la prevenzione dei conflitti a livello europeo. Inoltre, anche se poco noti e poco studiati, si registrano numerosi casi di interposizione nonviolenta che hanno avuto risultati positivi in vari Paesi: Algeria, Cina, Arabia Saudita, Filippine. Vorrei richiamare lattenzione anche sulla proposta avanzata da Alex Langer, e ancora non attuata di istituire corpi non armati di pace allinterno dellEuropa: una proposta che stata da me presentata nel 1996 al Parlamento europeo, e che avrebbe potuto, se attuata, portare a prevenire la guerra del Kossovo ma che non stata recepita. Un altro elemento positivo lapprovazione in Italia di una legge che afferma che nel nostro Paese bisogna incominciare a pensare ad una difesa nonviolenta, che la difesa nonviolenta come conferma una sentenza della Corte costituzionale di alcuni anni fa fa parte costitutiva della nostra difesa. Questa legge ha aperto, quando ancora esisteva il servizio militare obbligatorio, la possibilit agli obiettori di coscienza in servizio civile di andare a svolgere il loro servizio, o parte di esso, in situazioni di conflitto allestero: in Kosovo, ad esempio, ci sono stati obiettori di coscienza al servizio civile, autorizzati dal Ministero degli Esteri a svolgere parte del loro servizio in mezzo a quel conflitto. Ed ora sta aprendo la stessa possibilit ai volontari del servizio civile La diffusione e laffermarsi di una cultura nonviolenta presuppongono una politica diversa da parte del nostro e di altri governi, e cio quella che stata definita la sicurezza comune, ossia la sicurezza che si raggiunge con gli altri e non contro gli altri, e che tende a soppiantare una nozione e una pratica di sicurezza considerate esclusivamente come sicurezza da. Presuppongono il venir meno di alcuni tab
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culturali: vorrei, a questo proposito, richiamare lattenzione sul fatto che molti testi significativi tra cui quello su cooperazione e conflitto di Margareth Mead non circolano nel mercato librario ed editoriale italiano. La nonviolenza e la pace non sono unutopia, sono obiettivi raggiungibili; per necessario un grosso lavoro per cambiare la cultura, per educare in modo diverso i bambini e i ragazzi, e in questo fondamentale il ruolo degli insegnanti e della scuola.

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