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IL BUIO OLTRE GAZA

ATTENTI
AL PAKISTAN di Ajai SAHNI

La strage di Mumbai ha confermato che Islamabad è il vero fulcro


del terrorismo islamico. Ma a forza di giocare col fuoco, il paese
rischia di soccombere ai ‘suoi’ jihadisti, trascinando il mondo
nell’incubo nucleare. La mappa dei gruppi. Il ruolo dell’Isi.

L’obiettivo del jihåd è condurre una battaglia protratta nel tempo


per instaurare il dominio dell’islam nel mondo intero
ed eliminare le forze del male e i ãåhiliyya [miscredenti ignoranti].
Hafiz Mohammad Saeed, capo di Jamaat-ud-Dawa Lashkar-e-Taib

1. N ON C’È DUBBIO CHE IL MASSACRO


che ha avuto luogo a Mumbai tra il 26 e il 29 novembre 2008 sia stato architettato
dall’organizzazione Lashkar-e-Taiba (Let), che ha la sua base in Pakistan, dove ha
potuto operare apertamente sotto la denominazione Jamaat-ud-Dawa fin dalla sua
ipotetica messa al bando, nel 2002. Le rivelazioni dell’unico terrorista sopravvissu-
to, Ajmal Amir Khasab, sono state confermate da numerose fonti indipendenti, go-
vernative e non, tra cui le agenzie investigative e i media occidentali, nonché dai
mezzi di comunicazione pakistani.
L’evidenza, tuttavia, non ha importanza. Ciò che interessa di più è la «guerra
ombra» che lo Stato pakistano ha sferrato in difesa delle sue attività terroristiche,
malgrado la crescente pressione internazionale perché fosse rivelata la verità e fos-
sero presi provvedimenti contro coloro che hanno ideato e diretto l’operazione dal
territorio pakistano. Per comprendere la natura del terrorismo islamico contempo-
raneo e le complicità dello Stato e dell’establishment pakistani nel suo sviluppo, è
necessario analizzare questa «guerra ombra» in difesa del terrorismo, avviata dopo
il massacro di Mumbai.
Quando l’India sollevò per la prima volta la questione del coinvolgimento di
elementi terroristici con base sul territorio pakistano, la risposta del Pakistan fu un
vero e proprio ostruzionismo, rapidamente trasformatosi in un discorso argomen-
tato che è andato mutando nel tempo. Inizialmente si è avuta, appunto, una ne-
gazione assoluta; quando questa è divenuta insostenibile, si è negato ogni coin-
volgimento o sostegno da parte dello Stato, trasferendo la responsabilità su ele-
menti e istituzioni non statali, e sono stati adottati provvedimenti simbolici contro
alcuni di questi; infine, quando anche questa postura si è fatta insostenibile, alcu- 1
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ni gruppi terroristici sono stati «sacrificati», con la promessa che l’intera galassia
terroristica sarebbe stata definitivamente annientata se al regime fosse stato dato
«il tempo sufficiente».
Islamabad ha cercato di rafforzare queste posizioni con l’affermazione che il
Pakistan stesso è vittima del terrorismo. Ancor più sfacciatamente, per ritorsione, è
stata lanciata contro l’India l’accusa di coinvolgimento in atti di terrorismo compiu-
ti sul territorio pakistano. A sostegno di tale affermazione è stato rapidamente
montato un caso giudiziario contro i presunti «esecutori» indiani dell’attentato del
24 dicembre 2008 a Lahore, che provocò la morte di una persona e il ferimento di
altre quattro. Sfortunatamente per la causa pakistana, il gruppo Ansar-wa-Mohajir,
collegato all’organizzazione Tehreek-e-Taliban Pakistan, ha rivendicato la respon-
sabilità dell’attentato, qualificandolo come vendetta per i precedenti attacchi missi-
listici su Dera Ismail Khan da parte degli aerei spia americani.
Ciò nonostante, in tutto il mondo (anche nelle democrazie liberali) plotoni di
babbei hanno preso queste accuse per oro colato, stabilendo arbitrariamente una
parità morale tra India e Pakistan e ignorando beatamente decenni di sostegno
pakistano al terrorismo, nonché il ruolo, sempre più palese, dell’Inter Services In-
telligence (Isi) pakistano sia negli attacchi di Mumbai, che in quello all’ambasciata
indiana di Kabul del 7 luglio 2008. Al contempo, è stato fatto ogni sforzo per
smontare le prove evidenti (compresa la «sparizione» della famiglia Khasab da Fa-
ridkot, nel distretto di Okara, provincia pakistana del Punjab) dei collegamenti
pakistani con i terroristi di Mumbai.
L’arma di difesa più audace, tuttavia, è consistita nello spauracchio della guer-
ra, agitato dal Pakistan nel tentativo di sviare l’attenzione dal problema principale:
la necessità di neutralizzare i gruppi terroristici attivi sul suo territorio. Mentre la re-
torica si faceva sempre più accesa, Islamabad spostava unità dell’esercito dal confi-
ne nord-occidentale a quello indiano e cercava di creare un clima di isteria colletti-
va, sia all’interno del paese che nel resto del mondo, agitando la minaccia di un
imminente attacco indiano e di una guerra a oltranza tra le due nazioni, entrambe
in possesso di armi nucleari. Tutto ciò, malgrado il fatto che sul fronte indiano non
vi fosse un parallelo movimento di truppe e nonostante la reiterata conferma, da
parte dei principali leader indiani, che la guerra non era un’opzione contemplata
da Delhi. Autorevoli» fonti occidentali hanno contribuito ad alimentare quel clima,
creando scenari immaginari di azioni indiane di ritorsione e di guerra (tra cui ipo-
tetici attacchi di precisione oltre confine) e ammonendo sugli esiti di un possibile
scontro militare tra India e Pakistan.
La conseguenza di tutto ciò è stato un cambiamento nell’atteggiamento della
comunità internazionale, che è passata dalle sempre più pressanti richieste al Paki-
stan affinché prendesse provvedimenti contro i terroristi e i loro sostenitori, agli
ansiosi appelli a «ridurre l’intensità delle operazioni belliche», per evitare una guer-
ra che in realtà nessuna delle due parti ha mai veramente avuto.
La pantomima pakistana ha prodotto un impatto importante anche all’interno
2 del paese, ristabilendo rapidamente (sebbene temporaneamente) l’autorità e il
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prestigio di una leadership militare che soltanto pochi mesi fa appariva completa-
mente screditata. Essa ha anche fatto sì che le organizzazioni islamiche estremiste
(come Tehreek-e-Taliban Pakistan), che sempre più spesso rivolgevano i loro at-
tacchi contro l’establishment di Islamabad, si avvicinassero ai centri di potere del
paese, assicurando all’élite civile e militare che, in caso di guerra con i kuffår (infe-
deli) indiani, avrebbero combattuto spalla a spalla a fianco dell’esercito.

2. Nonostante il successo iniziale, però, questa strategia non è riuscita a rag-


giungere gli obiettivi che si era prefissata. Di fronte all’inconfutabilità delle prove e
alla sempre più pressante richiesta degli investigatori americani di mettere le mani
sui leader di Jamaat-ud-Dawa, denunciati dal terrorista Khasab per il loro ruolo
nella progettazione dell’attacco di Mumbai (nel quale sono rimasti uccisi anche sei
cittadini americani), un Pakistan riluttante è stato obbligato a prendere qualche
provvedimento, pur continuando a occultare il grosso del sostegno di Stato al ter-
rorismo. Dando applicazione alla risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’Onu,
che include Jamaat-ud-Dawa nella lista nera delle organizzazioni terroristiche, Isla-
mabad ha ufficialmente messo al bando il gruppo, ha posto agli arresti domiciliari
alcuni dei suoi leader principali e ne ha congelato i conti bancari. Ciò, tuttavia, è
stato fatto con forte e deliberato ritardo, dando così all’organizzazione l’opportu-
nità di occultare o alienare i propri beni.
Fatto ancor più significativo, il governo ha poi affermato esplicitamente che le
attività no profit di Jamaat-ud-Dawa avrebbero potuto proseguire, ignorando deli-
beratamente il fatto che le attività terroristiche dell’organizzazione sono fiorite es-
senzialmente sotto la copertura di presunte opere caritatevoli. Risultato: a quanto
risulta, Jamaat-ud-Dawa non ha dovuto fare altro che dotarsi di un nuovo nome,
Tehreek-e-Hurmat-e-Rasool (Movimento per l’onore del Profeta), proprio come
Lashkar-e-Taiba, dopo la messa al bando ufficiale del 2002, aveva continuato le
proprie attività sotto il nome di Jamaat-ud-Dawa.
Proprio il caso di Lashkar/Jamaat/Tehreek offre un utile e interessante spunto
d’analisi. Lashkar-e-Taiba fu creata nel 1990 dall’Isi sotto il comando di Hafiz
Mohammad Saeed, nella provincia di Kunar, in Afghanistan. Inizialmente, contri-
buiva alla pianificazione e all’esecuzione delle campagne dei taliban e di al-Qå‘ida
in quel paese. Di conseguenza, l’organizzazione fa parte del patto di al-Qå‘ida ed è
membro del Fronte islamico internazionale per la lotta contro gli ebrei e i crociati
(al-Ãabha al-Islåmiyyah al-‘Ålamiyya li-Qitål al-Yahûd wa-l-Âaløbiyyøn), creato da
Osama bin Laden. Nel 1993, le sue forze sono state dirottate verso il jihåd, soste-
nuto dal Pakistan, nella provincia indiana del Jammu e Kashmir, dove ha continua-
to a operare, pur avendo nel frattempo esteso la propria rete a tutta l’India (in os-
sequio alla strategia formulata da Saeed nel 1996, quando dichiarò: «Il jihåd in Ka-
shmir presto si estenderà all’India intera. Il nostro mujåhidøn creerà tre Pakistan in
India»). L’organizzazione ha sede a Muridke, in un vasto terreno donatole dal go-
verno pakistano, e gestisce numerosi campi d’addestramento: a Muzaffarabad, Gil- 3
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git, Lahore, Peshawar, Islamabad, Rawalpindi, Karachi, Multan, Quetta, Gujranwa-


la e Sialkot.
L’organizzazione amministra almeno 16 centri islamici, 135 scuole secondarie,
2.200 uffici e una vasta rete di madrase (scuole coraniche), orfanotrofi, centri me-
dici ed enti benefici in tutto il Pakistan. Pubblica una quantità di giornali, riviste e
siti web, in lingua urdu (Jamatuddawa, Gazwa, Al Dawa, Mujala-e-Tulba, Jihad
Time), inglese (Voice of Islam), arabo (al-Rabå¿). Fatto di cruciale importanza, re-
sta un gruppo «leale», che coordina tutte le sue attività con le agenzie statali paki-
stane, diversamente da molti altri gruppi creati dall’Isi, che si sono rivoltati contro
lo Stato pakistano o la cui fedeltà è ora dubbia.
Oltre all’organizzazione Lashkar, il gruppo terroristico più importante creato
dall’Isi e operante in India è quello che potremmo definire la Triade di Harkat,
comprendente Harkat-ul-Jihad-Islami (Huji), Harkat-ul-Mujahideen (Hum) e Jaish-
e-Mohammad (Jem), ciascuna delle quali è collegata con la Jihåd, con i taliban e
con al-Qå‘ida.
Huji è sorta nel 1980 e ha una lunga storia di combattimenti in Afghanistan.
Dopo la fine della guerra afghana, ha rivolto la propria attenzione alla regione del
Kashmir. I suoi membri hanno combattuto anche in Bosnia, Myanmar e Tagikistan.
Huji è stata una delle principali organizzazioni a mandare centinaia di mujåhidøn
in Afghanistan, durante le campagne contro l’Alleanza del Nord e contro l’opera-
zione Enduring Freedom a guida statunitense. L’organizzazione fa parte del Fronte
islamico internazionale di bin Laden. Oggi, le maggiori forze superstiti di Huji si
trovano in Bangladesh. Huji Bangladesh è stata costituita nel 1992 con l’aiuto diret-
to di Osama bin Laden. Il suo intento è quello di istituire il hukumat (dominio)
islamico in Bangladesh. A partire dal 2005, l’organizzazione è stata coinvolta in nu-
merose operazioni terroristiche importanti in tutta l’India. Sul territorio indiano,
Huji e la sua filiale bengalese hanno portato a termine operazioni congiunte, coin-
volgendo numerosi gruppi terroristici pakistani, tra cui Let, Jem e Hum, in stretta
collaborazione con l’Isi.
Harkat-ul-Mujahideen fu creata nel 1985 a Raiwind, nel Punjab pakistano, da
Maulana Samiul Haq e da Maulana Fazlur Rehman, capi delle fazioni di Jamiat-ul-
Ulema-e-Islam (Jui), allo scopo di partecipare al jihåd contro le truppe sovietiche
in Afghanistan. La madrasa di Samiul Haq, Dar-ul-Uloom Haqqania, ad Akora
Khattak, vicino Peshawar, successivamente si è trasformata in uno dei più impor-
tanti centri d’addestramento per i taliban e ha finito per dominare Hum. A pochi
mesi dalla sua creazione, Hum ha iniziato a reclutare adepti, inizialmente in Paki-
stan, poi da una quantità di altri paesi, compresi l’Algeria, l’Egitto, la Tunisia, la
Giordania, l’Arabia Saudita, il Bangladesh, il Myanmar, le Filippine e l’India. Hum è
uno dei membri originari del Fronte islamico internazionale di Osama bin Laden.
L’area principale delle sue attività, dopo la guerra afghana, è stato il Jammu e Ka-
shmir. Tuttavia, negli ultimi anni il suo status ha subito una progressiva erosione,
4 poiché sia Lashkar-e-Toiba che Jaish-e-Mohammed (fazione dissidente della stessa
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Hum) hanno consolidato la propria posizione con una serie di attentati spettacola-
ri, sia all’interno che all’esterno del paese.
Jem è uno dei più virulenti gruppi pakistani operanti in India. Fu costituita agli
inizi del 2000, dopo il trionfale ritorno in Pakistan di Azhar Masood. Masood ruppe
i suoi rapporti con Hum a causa di divergenze su questioni di finanza e di potere.
Si ritiene che bin Laden abbia esteso i suoi generosi finanziamenti all’organizzazio-
ne Jem in ragione del fatto che, nel 1996, Azhar avrebbe accompagnato il leader
terrorista in Sudan. Jem ha anche saputo coinvolgere nel jihåd i musulmani di se-
conda generazione residenti in Occidente. Tra questi, figurano Ahmed Sayeed
Omar Sheikh, uno dei cospiratori dell’11 settembre e assassino di Daniel Pearl, e il
cosiddetto Abdullahbhai, residente a Birmingham, nel Regno Unito e attentatore
suicida a Badami Bagh (Jammu e Kashmir) nel dicembre 2000.

3. In India opera un numero considerevole di gruppi terroristici che hanno la


loro base in Pakistan e che rivestono ruoli di varia importanza nella geografia del
terrorismo islamico 1. Tra questi, ve ne sono alcuni che annoverano nelle loro file
anche indiani. Il più importante tra essi è lo Student’s Islamic Movement of India
(Simi). A partire dagli anni Novanta, il Simi è stato coinvolto in attività terroristiche,
principalmente sul territorio pakistano, con compiti prevalentemente logistici.
Dall’11 settembre 2001, l’importanza del gruppo in Pakistan è aumentata, mentre il
paese ha subìto la crescente pressione internazionale perché smantellasse la rete
terroristica che aveva costruito e impiegato. Di conseguenza, Islamabad ha cercato
di spacciare un numero sempre maggiore di proprie operazioni in India come «ter-
rorismo locale», alimentato da musulmani ostili all’«India indù». Il ruolo del Simi
nelle operazioni è andato gradualmente crescendo: in un primo tempo, quando i
suoi membri sono entrati a far parte dei vari gruppi pakistani; poi, negli attentati ad
Ahmedabad e Delhi, rispettivamente del 26 luglio e del 13 settembre 2008, dove
ha agito in modo indipendente, sotto l’etichetta di «mujåhidøn indiani». Ad oggi, la
dirigenza e i membri del Simi ricevono rifugio, addestramento e risorse dal Paki-
stan ed è lì che hanno stabilito i loro centri operativi di comando, trasformandosi
in un’efficiente organizzazione terroristica.
Sarebbe sbagliato affermare che l’emergere di un «volto indiano» del terrori-
smo islamico sia un fenomeno recente. Il terrorismo in Kashmir, che – nonostante
le pretese subnazionaliste – è sempre stato inequivocabilmente islamico, fu intro-
dotto da elementi indiani. Analogamente, nel 1993 gli attentati di Mumbai furono
ideati da un gruppo criminale organizzato, Dawood Ibrahim, di matrice indiana.
Da allora, durante tutti gli anni Novanta, vari gruppi (al-Umma, Deendar Anjuman,
il Fronte di sviluppo nazionale e Islamic Sevak Sangh, tra gli altri) hanno compiuto
una serie di attentati terroristici. Tuttavia, la transizione di ognuno di questi gruppi
verso le attività terroristiche – e spesso la loro stessa creazione – è stata facilitata e

1. Un profilo dettagliato dei gruppi principali è contenuto in «India: Terrorist, insurgent and extremist
groups», www.satp.org. 5
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appoggiata da agenzie pakistane. Nessuno di questi movimenti avrebbe potuto


realizzare eclatanti atti terroristici senza tale sostegno.
Le reazioni pakistane agli attacchi del 26 novembre a Mumbai avvalorano l’i-
dea che l’establishment di quel paese rimane ampiamente invischiato in azioni ter-
roristiche, sebbene anch’esso sia sempre più spesso vittima di questa sciagurata
avventura. Ciò costituisce un evidente pericolo, non soltanto per l’India, ma anche
per l’altro paese vicino, l’Afghanistan e per l’Occidente. È di cruciale importanza ri-
conoscere che gran parte dell’impulso al terrorismo islamico che colpisce (o ambi-
sce a colpire) l’Occidente continua a provenire dal Pakistan, il quale continua a co-
stituire una basilare fonte di supporto ideologico, strategico, tecnico, territoriale e
finanziario.
È in Pakistan che il primo movimento terroristico islamico, moderno e globale
è stato addestrato e coltivato per essere poi esportato, inizialmente nei paesi im-
mediatamente confinanti, successivamente in altri continenti e finanche nel cuore
della «fortezza America». Le tracce di quasi tutti i più gravi atti del terrorismo islami-
co internazionale, sia prima che dopo l’11 settembre, conducono invariabilmente
al Pakistan 2. Dopo l’11 settembre e dopo le campagne guidate dagli Stati Uniti in
Afghanistan e in Iraq, le dinamiche delle attività terroristiche islamiche hanno subi-
to modifiche e adattamenti spettacolari. Tuttavia, l’ideologia, le motivazioni e i rife-
rimenti istituzionali rimangono sostanzialmente immutati.

4. È oggi ampiamente riconosciuto che militanti pakistani saranno gli autori


più probabili di qualunque futuro attentato terroristico contro gli Stati Uniti. Il 10
giugno 2008, il capo di Stato maggiore della Difesa americana, ammiraglio Michael
Mullen, ha dichiarato: «Sono convinto che se gli Stati Uniti saranno colpiti, ciò sarà
il risultato di un progetto dei leader delle aree tribali pakistane». Il Pakistan resta in-
trinsecamente collegato alla minaccia terroristica islamica in Europa, Asia meridio-
nale e Sud-Est asiatico.
Alla radice del terrorismo islamico di matrice pakistana vi è la strumentalizza-
zione dell’islam per ragioni di politica interna e di potere esterno, da parte di attori
statali e non. Ciò va urgentemente riconosciuto dalla comunità internazionale, so-
prattutto dagli Stati Uniti e dall’India. Una grave crisi, derivante dal progressivo di-
sfacimento del potere statale in Pakistan, dall’aumento ulteriore dell’influenza dei
jihadisti (sia all’interno della struttura statale che al di fuori di essa) o dell’ascesa al
potere degli stessi estremisti islamici, minaccerebbe la stabilità dell’Asia meridiona-
le e, in ultima analisi, il mondo intero. Quest’eventualità porrebbe il mondo di
fronte a due enormi sfide strategiche: il contenimento dell’inevitabile straripamen-
2. Per un elenco esauriente e aggiornato, cfr. K.P.S. GILL, «Pakistan: The Footprints of Terror», in Isla-
mist Extremism and Terrorism in South Asia, South Asia Portal (www.satp.org). Gli attentati dell’11
settembre segnarono l’apice di questo processo. Tutti gli esecutori e i cospiratori erano stati addestra-
ti, avevano risieduto o si erano incontrati, o erano stati finanziati dal Pakistan o attraverso il Pakistan.
Più precisamente, l’allora capo dell’Isi fu direttamente implicato nel trasferimento di 100 mila dollari
6 al principale ideatore degli attentati dell’11 settembre, Mohammad Atta.
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to terroristico nell’area (e oltre) e la necessità di neutralizzare le risorse nucleari del


Pakistan, impedendone la dispersione e l’appropriazione da parte degli estremisti
islamici.
Nel giugno del 2002, K.P.S. Gill ha scritto che «l’unica soluzione possibile al
terrorismo attualmente radicato in Asia meridionale è la tempestiva e completa de-
militarizzazione e denuclearizzazione del Pakistan». Se questa realtà non verrà ac-
cettata e affrontata, il terrorismo islamico resterà il principale prodotto del Pakistan
e verrà esportato in India, in Afghanistan e nel mondo intero.

(traduzione di Antonella Cesarini)

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