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Il dibattito sulla psicosi ordinaria ha rivestito negli ultimi anni una particolare importanza in ragione del fatto che

la sua introduzione, come concetto, se da un lato ha incontrato una accoglienza entusiastica, con l'impressione che fosse la soluzione a numerosi problemi diagnostici, dall'altro, ad una pi attenta riflessione ha rivelato di possedere una natura sfuggente e complicata. La sua formazione, il suo impiego e la sua consistenza logica seguono da presso gli sviluppi dell'insegnamento di Lacan e si addentrano fin nel suo ultimissimo periodo, quello nel quale la clinica borromea imprime un nuovo colore, anche retroattivo se si vuole, a tutta la sua produzione. Possiamo dunque porre l'ipotesi che questa concettualizzazione, apparentemente nuova, possa essere letta secondo almeno due prospettive che si agganciano ciascuna a quelli che vengono definiti come l'insegnamento classico, di Lacan, e il suo ultimo. Da un lato dunque avremo un utilizzo della categoria di psicosi ordinaria come un semplice riconoscimento di una delle manifestazioni possibili della psicosi, nel senso pi classico, dall'altro invece potremo situare questo concetto alla pari degli altri nello sviluppo topologico degli annodamenti che costituiscono le soluzioni soggettive possibili della catena borromea. In altri termini la "psicosi ordinaria" dispiega la sua operativita' concettuale lungo il percorso che corre dalla clinica cosiddetta discontinuista a quella continuista senza che il suo impiego risenta di una contraddittoriet in grado di inficiarne il valore al contempo clinico e teorico. Ad un primo livello di lettura possiamo porre la base del concetto di psicosi ordinaria nella sua opposizione con quello di psicosi straordinaria, il secondo essendo la manifestazione conclamata ed evidente della struttura psicotica con il suo corteo di fenomeni elementari (cit. Licitra articolo su a.l.) o deliri, nella forma sovente tale da escludere il soggetto dal discorso al quale gli altri, suoi simili, paiono in un modo o nell'altro agganciati. La "psicosi ordinaria" sarebbe dunque una psicosi, declinabile in una delle sue forme principali, paranoia, schizofrenia, melanconia, ma che non presenta il carattere manifesto della sua struttura mancando dei segni piu' evidenti e patognomonici in grado di mostrare direttamente la sua appartenenza strutturale. In questa prima lettura troviamo la forse indebita semplificazione che ha portato eminenti teorici, in primis J.A.Miller a ridare complessit a questo concetto al fine di non vederlo degradato a semplice strumento supposto dare la chiave di lettura di tutto quello che al livello diagnostico risultava fino ad allora di difficile

soluzione. Tutto cio' che non risultava essere ben evidentemente strutturato come una nevrosi, ma che al contempo non apriva il fianco ad un veloce riconoscimento tra le fila della psicosi, diveniva prontamente "psicosi ordinaria", con il risultato clinico di arrestare la direzione della cura ad un immobilismo prudenziale in grado di protrarsi per anni e ridurre tutto il tempo di quella che avrebbe potuto declinarsi come analisi ad una serie infinita di colloqui preliminari. La complessificazione rinnovata a cui Miller si dedica nella sua conferenza "Effetto di ritorno sulla psicosi ordinaria" (L.P.n.45), si dirige verso un riposizionamento storico e concettuale che allo stesso tempo restringe e sfrangia i limiti di questo concetto, richiedendo al clinico una precisione e una sottigliezza in grado di sostenere e dimostrare le motivazioni i tratti e le caratteristiche salienti della diagnosi prescelta. In questo modo la "psicosi ordinaria" non e' pi il rifugio in grado di accogliere ogni diagnosi nebulosa e approssimativa ma diviene il campo, sia pur vastissimo, di una indagine che necessita di un solido retroterra psichiatrico. Entro i limiti di questo lavoro il nostro interesse e' anche quello di accennare alla relazione tra il concetto di "psicosi non scatenata" e quello di "psicosi ordinaria" e vedere quali sono i punti di contatto e di differenza di queste due formulazioni cliniche. A tal fine prenderemo un caso clinico contenuto all'interno di un articolo del 2000 di Alfredo Zenoni nel quale viene descritta la vicenda di un uomo che non mostra i chiari segni di una struttura psicotica aperta, ma che nondimeno, seguendo una attenta valutazione, a cui Zenoni ci conduce, presenta quei punti di reperimento che sono essenziali per poter sostenere la presenza in atto di una psicosi. La psicosi "fuori scatenamento", o "non scatenata" appartiene al periodo in cui Lacan definisce le coordinate strutturali della psicosi e ne indica la fondamentale differenza, strutturale appunto, con le altre strutture cliniche. Possiamo con un po' di approssimazione datare l'utilizzo di questo concetto intorno agli anni che vedono lo svolgersi del seminario terzo, sulle psicosi, e della "Questione preliminare ad ogni possibile trattamento della psicosi" di poco posteriore, che compendia e prosegue il lavoro del seminario. Forse la frase che meglio di altre riassume il concetto inaugurale di psicosi non scatenata la si trova nel Seminario III, quando Lacan indica con la metafora dello sgabello il modo di sostenersi di un soggetto anche in assenza del

"significante primordiale" : "Non tutti gli sgabelli hanno quattro piedi. Ce ne sono che stanno in piedi con tre. Ma in questo caso non pu mancarne uno, altrimenti va male(). Pu accadere che in partenza non ci siano abbastanza piedi per lo sgabello, ma che stia in piedi lo stesso fino ad un certo punto, quando il soggetto, a un certo incrocio della sua storia biografica, viene messo a confronto con quel difetto che esiste da sempre. Dunque in questa metafora, che delinea al contempo le condizioni di tenuta di una psicosi e quelle del suo scatenamento, viene messo in evidenza il fatto che non necessariamente il buco significante conseguente alla Ververfung, implichi, al livello fenomenologico, l'evidenza della psicosi. Almeno fino al momento in cui un certo incontro ponga, in tutta la sua drammaticit, la necessita' di appellarsi proprio a quel punto mancante. In questo momento la psicosi non scatenata e' tale essenzialmente in quanto "non ancora" scatenata e il suo statuto e' quello di una struttura che non si manifesta poich non ha trovato le condizioni propizie al suo manifestarsi. Notiamo che questa concezione differisce sostanzialmente da quella che in seguito prender sempre pi campo e che si lega maggiormente al fatto che una psicosi pu rimanere fuori scatenamento in funzione del fatto che il soggetto ha trovato una soluzione soggettiva in grado di annodare i registri. Forse pu avvicinarsi a questo il concetto di "metafora delirante", tuttavia ci pare che questo ultimo sia pi da riferire ad un esito pi o meno fausto di uno scatenamento, come conseguenza postuma al manifestarsi del delirio, come rimaneggiamento del significante necessariamente legato alla "cascata" pi che come soluzione soggettiva tout court. "Il difetto del Nome del Padre in tale posto, per il buco che apre nel significato, innesca la cascata dei rimaneggiamenti del significante da cui procede il disastro crescente dell'immaginario, finche' sia raggiunto il livello in cui significante e significato si stabilizzano nella metafora delirante" (Scritti vol. 2 pag.573) Dunque ritornando sulla psicosi fuori scatenamento in questo periodo dell'insegnamento di Lacan, ci sembra di poter dire che essa non e' esattamente il risultato di un lavoro del soggetto, per quanto non lo escluda, ma e' maggiormente legata ad un incontro, quello con l'Un padre, non ancora avvenuto. Per contro, se la psicosi ha potuto rimanere compensata, questo e' dovuto a tutta una serie di identificazioni immaginarie in grado di sostenere il soggetto nei

"compiti" della sua esistenza. Identificazioni in grado di dare una apparenza di senso la' dove il senso strutturalmente e' portato ad essere velocemente inghiottito nel buco nero dell'assenza della metafora paterna. Infatti non che il senso non si produca, poich e' il correlato automatico dello svolgersi della catena significante, ma esso non e' ancorato, capitonato, dal significante del Nome del Padre e dunque facilmente evacuabile attraverso il baratro di vuoto entro il quale il soggetto stesso verra' risucchiato. Ecco che allora possiamo gia' ipotizzare una sfasatura tra il concetto di "psicosi ordinaria" e quello di psicosi "fuori scatenamento" e vedere come nella prima formulazione sia maggiormente presente la dimensione soggettiva in quanto conseguenza di una costruzione vera e propria che il soggetto compie per dare forma alla "sua" soluzione mentre nella "psicosi fuori scatenamento" il soggetto rimane per cos dire pi passivo, in balia di un incontro possibile ma non ancora avvenuto. Queste ed altre osservazioni sono riscontrabili all'interno del caso clinico di cui abbiamo parlato che riguarda un giovane uomo, laureato, sposato che avverte nella sua vita un vuoto enigmatico la cui rappresentazione ben data dalla particolare dimensione del suo sguardo, definita dai un sui vecchi professori di liceo uno "sguardo assente". Nella trattazione di questo caso, Zenoni, ci permette di reperire al contempo sia la dimensione relativa al non scatenamento, sia, pi estesamente, in linea con quella che J.A.Miller definisce "clinica delle tonalit", tutta l'atmosfera di una costruzione soggettiva particolare e unica che pur essendo abbastanza aderente al discorso, in certi punti mostra di possedere una tonalit non compatibile con il discorso stesso. In questo ci pare non abusivo l'utilizzo del concetto di "psicosi ordinaria". Il rimprovero che il signor V. riceve spesso dalla moglie quello di non guardarla quando lei gli parla. Lei dice che lui ""non guarda affatto" e il signor V. incapace di dare una spiegazione a questo fenomeno. Non ha difetti della vista, e nonostante in giovent avessero creduto che vi fossero dei problemi fisiologici importanti agli occhi, a causa del suo estraniamento in classe, in realt soffre solo di una leggera miopia. Il suo sguardo era costantemente assente, tranne quando una certa professoressa di matematica arrossiva. Era l'unica che guardava, l'unica che riusciva a "vedere" proprio nel momento stesso in cui arrossiva.

Al suo sguardo assente fa da contrappunto una "certa consistenza dello sguardo dell'Altro" e, anche se non giunge alla certezza delirante di essere guardato o spiato, sente su di se il peso di uno sguardo che lo giudica o lo accusa. Il guardare per lui legato al "guardare dall'alto", ma non mai lui a trovarsi i questa posizione, sempre l'Altro. In continuit con questi fenomeni egli evoca anche una esperienza di terapia condotta in adolescenza, dove ha percepito uno sguardo "cattivo e severo" e ha avuto la sensazione fisica di avere il viso "gonfio e spesso" mentre arrossiva. I suoi fenomeni e percettivi sono discreti, tuttavia egli incontra in un modo che definisce "sensitivo" l'intenzione dell'Altro sottostando alla impressione che quello che l'Altro dice o fa lo riguardi, che non riguardi che lui. Da bambino, a scuola durante il dettato, quando la maestra ripeteva la parola per indicarne la difficolt, lui credendo che si riferisse a lui, che fosse una ingiunzione allo scrivere meglio, sovente commetteva degli errori modificando ci che aveva invece scritto correttamente. Ugualmente quando l'analista gli rivolge una banale domanda sul suo lavoro egli dichiara di sentirsi osservato. Ma nel rapporto con la madre che si mostra in tutta la sua virulenza l'impero di una pulsione il cui oggetto non stato estratto al livello soggettivo e che Zenoni individua sotto le specie dello sguardo. Questo sguardo che invade tutto e che muta in cieco il soggetto rendendo evanescente il suo guardare, conferendo al mondo quel non senso radicale che priva di ogni investimento libidico ogni realizzazione, ogni conquista, ogni attivit, trova nella madre il fulcro della sua presenza. Ella pare sapere tutto di suo figlio, egli costantemente "veduto", reso trasparente da un sapere che non si configura come supposto ma che al contrario si ammanta di un carattere di cui la certezza indica bene il peso. In contrasto con una evidente mancanza di interesse della madre per tutto ci che concerneva la vita del figlio, la scuola, le sue problematiche, che ella annullava con atti repentini e senza discussione, come cambiarlo ogni volta di scuola all'apparire delle prime difficolt, c' invece un mostrare di aver gi in anticipo compreso ogni cosa di sapere tutto, un sapere a cui niente pu sfuggire. Tutto ci gli dava l'idea che la madre sapesse leggere il suo pensiero, che "mangiasse" il suo pensiero poich lei sapeva anche le riflessioni che stava facendo. Il fatto che il signor V. non deliri, che non mostri particolari fenomeni di linguaggio, non toglie che egli abbia un rapporto con il mondo del tutto

particolare. Tutto e' segnato da una grande perplessita', una completa incomprensione di fronte alla messa in scena della vita che, comunque egli recita. I fenomeni percettivi che gli occorrono, quella "pregnanza dello sguardo che opacizza o svuota la percezione e' solo l'altro aspetto dell'assenza di senso o di interesse, che da sempre, il signor V. Prova nei confronti di cio' che vive e di cio' che intraprende. La non estimita' dell'oggetto tocca il raccordo piu' intimo del sentimento della vita." Questa parafrasi della famosa frase di Lacan presente negli Scritti in "Una questione preliminare"' condensa nella maniera pi efficace la particolare posizione del soggetto psicotico indicando precisamente come il pieno di godimento a cui il soggetto si confronta, quella impossibilita' ad accedere al desiderio, come effetto della mancanza, incida la dove il sentimento della vita pone le sue basi, nel punto pi intimo dell'essere; quel punto che per essere il pi intimo al soggetto ne e' anche il pi estraneo, Extime. Allora possiamo leggere anche in questo modo la appartenenza strutturale del soggetto psicotico come di colui che strutturalmente e' impossibilitato a rapportarsi all'oggetto estimo, o meglio, colui il quale non intrattiene nessun rapporto desiderante causato da questo oggetto, dato che lo possiede. Questo oggetto egli lo ha in tasca, dice Lacan. Averlo in tasca significa dunque non poter essere abitati dalla causa del desiderio, ma soltanto incarnarla e non poter raccordare il proprio vissuto soggettivo al sentimento della vita che dal desiderio emana. In modo particolare si vede questo nella schizofrenia, dove il soggetto martire di un godimento che non ha subito perdite, ha da sempre smarrito il raccordo con l'Altro il cui desiderio non potra' mai essere il suo, dato che non lo ha. L'Altro dello psicotico e' un Altro pieno, un'Altro che non desidera, poich il desiderio e' l'effetto della mancanza. Al contrario gode. Nella nevrosi invece, per quanto il desiderio sia in se stesso annullato, come dice Lacan, il suo posto e' comunque mantenuto(lacan sem.5). Per il Sig. V. e' un problema pensare a qualcosa se non gli si fanno delle domande, ma al contempo le domande sembrano impertinenti ed inopportune poich lui non se le pone. Dovessero comunque porsi, egli presuppone sempre che sia l'Altro ad avere la risposta giusta, mai lui. Dunque, e se lo spiega dicendo che e' nato cos, non sa rispondere alle domande. Anche prendere decisioni e' per lui un problema. (riprendere spiegazione Zenoni pg 65)

In rapporto alla propria immagine ilSig. V. afferma che senza la sua barba e i suoi occhiali non saprebbe riconoscersi. Ed un giorno in cui era in ascensore con dei suoi colleghi dice che guardandosi allo specchio,in mezzo a loro due, non si e' visto, ha visto la sola realta'. Ovvero tre persone, ma non lui. Significativo e' il rapporto che intrattiene con le cose che fa e che ha conquistato. Si da da fare, ma non prova alcun interesse per quello che fa, e il giorno della consegna del suo diploma di architetto se ne era andato al cinema perch per lui non significava niente essere al mattino uno studente e al pomeriggio un architetto solo perch si e' ricevuto un diploma. Il rapporto col padre e' segnato da una mancanza di dialogo, da una assenza di comunicazione che egli spiega come un buco o un vuoto. Un padre che si esprimeva solo in termini generali, che teneva discorsi ma che non parlava mai ai propri figli, se non in occasione delle riunioni quasi ufficiali convocate nella camera da letto dei genitori. Dice: "Non vale la pena attendersi una risposta da lui" La conversione ad un'altra religione che ha subito qualche anno prima di rivolgersi ad un analista, la stessa religione del suo cugino prediletto, e le attivit ad essa connesse, come ascoltare i malati in ospedale, sono forse, ci dice Zenoni il canovaccio di una identificazione che sbocchera' in un rapporto pi esplicito con la psicoanalisi. Da un anno, prima dell'inizio dei colloqui egi si e' iscritto ad un centro per la formazione per la psicoterapia, dove si tengono lezioni su Freud e Lacan. Lui non vuole divenire analista, anche se ama l'approccio analitico, simile a quello dell'architettura, dice. Lui vorrebbe trovare un equilibrio perch tutto vacilla. Un ultimo punto molto importante e' la sua predilezione per l'arte e per il disegno. Soprattutto il disegno lo gratifica particolarmente perch come afferma: "Il disegno sono io che l'ho fatto, e' di mia proprieta ". In relazione a questo a scuola non tollerava che il professore facesse nessun tipo di correzione al suo disegno. Al contrario della scrittura che non sente cos importante poich, forse gia' presa dentro quel sapere dell'Altro che corrisponde al linguaggio. Riferito l'asse portante del caso, tralasceremo per il momento le indicazioni riguardanti la direzione della cura, comunque fondamentali, che Zenoni ci fornisce a conclusione del suo articolo, e tenteremo di concentrarci su appena tre elementi, oltre quelli discussi durante la narrazione del caso, che mostrano la particolare posizione psicotica del soggetto, pur manifestando una ordinarieta' della condotta.

Di fatto ad un primo approccio Il Sig. V. pare ben integrato all'interno tanto del suo ambiente quanto del discorso sociale in generale. Il suo titolo di studio, la sua posizione economica, il suo pur sfortunato matrimonio (ha infatti una moglie che ha tentato il suicidio accompagnato da mutilazioni in tutto il corpo) per il quale la moglie vive separato da lui, dopo una ospedalizzazione psichiatrica, non mostrano qualcosa di particolarmente evidente. Anche l'assenza di fenomeni particolari, come allucinazioni, o fenomeni di linguaggio sono assenti. Tuttavia Zenoni, a partire dal suo approccio che prende di mira l'aspetto pulsionale, riesce a farci inquadrare, mano a mano il punto attraverso il quale viene a delinearsi la struttura psicotica e a mostrare la diversa tonalit dei fenomeni che prendono valore rapportati alla ipotesi diagnostica. Egli tende a evidenziare come "e' proprio nella psicosi che si verifica una posizione soggettiva in cui la soddisfazione pulsionale sembra essere di tutt'altra natura rispetto alla soddisfazione di un bisogno vitale regolata dal principio di piacere". Pg.59 Il problema agli occhi che il soggetto dichiara, non deriva da un deficit visivo, da una difficolta' fisiologica, ma e' il risultato di una mancata estrazione della libido dalla realta', come conseguenza della forclusione del Nome del Padre. Se come dice Lacan la percezione e' strutturata come un linguaggio, ci ci indica che l'accesso alla realta' percettiva necessita di una certa rimozione, ovvero una "estrazione dell'oggetto". Se questa estrazione non si verifica, il che coincide con la castrazione simbolica, l'oggetto immanente della visione, quello che si colloca nel punto cieco di ogni guardare, e che in quanto tale e' invisibile, si mostra, rendendo la percezione ingombra di se'. Questa ipotesi che si pone come una tessera di un mosaico da comporre, ci indica come questo problema agli occhi sia da riferire essenzialmente alla particolare posizione che il Sig. V. ha nei confronti dello stato pulsionale, ovvero del suo stesso corpo, abitato da un godimento che non subisce le regole della castrazione. Un secondo elemento che Zenoni mette in evidenza, e che si pone in assonanza con una clinica della psicosi e' l'esperienza radicale di vuoto alla quale il soggetto e' sottomesso fin dalla sua pi tenera eta'. J.A.Miller, nel suo articolo "Effetto di ritorno sulla psicosi ordinaria" ci dice che e' la particolare tipologia, tonalita', dell'esperienza di vuoto dello psicotico ad orientarci nella diagnosi. Non si tratta del vuoto nevrotico, in cui questo vuoto

partecipa di una natura dialettica, si tratta di una esperienza che rileva di una "speciale fissit". E' quello che capita al Sig. V. fin da piccolo immerso in una assenza di riferimenti simbolici che ha cercato di compensare tramite una serie di identificazioni immaginarie. Anche l'identificazione con la sua stessa immagine, mantenuta uguale fin dalla giovinezza, di cui dice che non saprebbe pi riconoscersi senza la sua barba e gli occhiali riporta ad una pregnanza dell'immaginario che svela come il soggetto si ritrova piu' tramite il questo registro che quello simbolico. In questo significativo e' quello che dice del suo diploma di architetto: non riconosce in questa investitura simbolica, in questo riconoscimento, alcun valore, alcun senso. Egli puo' andarsene al cinema come se niente fosse. Anche il suo lavoro, che pure svolge con dedizione, non e' raccordato ad una trama simbolica. E' un elemento a se stante, una occupazione, nei confronti della quale non prova nessun interesse. Infine il rapporto con il sapere dell'Altro, rappresentato dalla madre. In questo si ravvisa gia' un elemento persecutorio, anche se non pienamente manifesto. Il fatto che il soggetto attribuisca sempre alla madre il sapere, anche su di lui, anche dei suoi pensieri, ci allerta sul particolare statuto che l'Altro ha nei confronti del sig. V. Egli non e' in un rapporto dialettico con l'Altro, non attende il proprio messaggio in forma invertita, il che presuppone che l'Altro sia mancante, ma, anche se le allucinazioni uditive sono assenti, riceve la parola della madre alla stessa stregua di una allucinazione. Egli e' trasparente alla madre, completamente inglobato in un sapere di cui non e' che un elemento, senza che la sua esistenza sia sbocciata al livello soggettivo. Della madre egli e' una estensione. Giunti alle riflessioni finali del nostro breve elaborato non possiamo non riconoscerne il carattere approssimativo. Molti altri elementi sarebbero da analizzare e pi finemente la logica del caso sarebbe da elaborare. Tuttavia come conclusione vogliamo riprendere il concetto di psicosi ordinaria e vedere come si puo' applicare a questo caso, e come al contrario il concetto di "psicosi fuori scatenamento" non renda completamente conto della posizione del soggetto. La evidente assenza di fenomeni elementari non toglie che il Sig.V. abbia a che fare con un mondo, una realta' che non presenta il carattere della solidit. La sua realta' vacilla, tuttavia non crolla. In questo ci sembra non dover solamente ravvisare il fatto che il Sig. V. non abbia, ad una svolta qualsiasi della sua vita avuto l'incontro con quell'elemento fuori significazione che si presenta come l'Un padre, ma anche al fatto che egli ha costruito, bene o male la sua soluzione

soggettiva per tenere insieme i pezzi di un mondo che altrimenti si presenterebbe senza coerenza. Nonostante il suo disagio personale, che lo porta da un analista, ha gi gli elementi che gli hanno permesso una tenuta e che l'analista dovra' prendere bene in conto. Ma, e la poniamo come questione, puo' darsi una psicosi che abbia costruito un annodamento dei tre registri cos solido da non incorrere mai in uno scatenamento? Una psicosi che senza l'apporto della metafora delirante, che come abbiamo visto si presenta a posteriori dello scatenamento, utilizzi il delirio generalizzato del discorso comune come soluzione definitiva allo scollamento dei tre ordini R.S.I. e che pur mostrando ad una attenta analisi, un particolare rapporto con il lato pulsionale, funzioni e per sempre, secondo l'ordine di questo discorso? E' forse una indebita estensione del concetto di psicosi ordinaria il nostro, ma pensiamo che valesse la pena azzardare questa ipotesi, come un tentativo iniziale di pensare, a livello personale, il particolare statuto della psicosi nel nostro tempo.

Lacan, J., Una questione preliminare ad ogni trattamento possibile della psicosi, Scritti, Einaudi, Torino 1974 Lacan, J., Il Seminario. Libro V. Le formazioni dellinconscio, Einaudi Torino, 2004 Lacan, J., Il Seminario. Libro III. Le psicosi, Einaudi Torino, 1985 Lacan, J., Il seminario. Libro XI. I quattro concetti fondamentali della psicoanalisi, Einaudi Torino, 2003
J.A. Miller (a cura di)- La psicosi ordinaria, LA conversazione di Antibes, Astrolabio, 2000. Roma J.A.Miller- Effetto di ritorno sulla psicosi ordinaria in La Psicoanalisi n.45, Astrolabio, Roma 2009 Zenoni, A., La psicosi e laldil del padre, Franco Angeli, Milano 2001 Zenoni, A., La psicosi fuori scatenamento, in La psicosi e laldil del padre, pg. 13, Franco Angeli, 2001 Milano Zenoni, A., Il corpo e il linguaggio nella psicoanalisi, Bruno Mondadori Molano, 1999 Ma il passo ulteriore comprendere che certe psicosi non conducono verso uno scatenamento: psicosi con un disordine nella pi intima giuntura che evolvono in

silenzio, senza esplosione, ma con un buco, una deviazione o una disconnessione che si perpetua. 245 J.A.Miller- Effetto di ritorno sulla psicosi ordinaria in La Psicoanalisi n.45, Astrolabio, Roma 2009 A. Zenoni, Uno sguardo assente in La psicosi e laldil del padre, pg. 59. Franco Angeli, 2001 Milano