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Buchanan, J.- Wagner, R.

La democrazia in deficit
L'eredit politica di Lord Keynes Perch l'interesse del ceto politico e le torie keynesiane conducono inevitabilmente le democrazie a contrarre debiti pubblici colossali Recensione di Carlo Zucchi James Buchanan, principale esponente della scuola economica di Public Choice (Economia delle Scelte Pubbliche) e Premio Nobel per leconomia nel 1986, assieme a uno dei suoi pi brillanti allievi, Richard Wagner, conducono una serrata critica allindirizzo economico keynesiano, responsabile, secondo loro, della distruzione del principio del pareggio annuo del bilancio statale. Pi che sullaspetto economico, i nostri due autori concentrano la loro analisi sulle conseguenze politiche del paradigma keynesiano, consistenti in continui ricorsi al debito pubblico, alta inflazione ed espansione crescente del settore pubblico, con relativa riduzione degli spazi di libert individuale. La mancata comprensione del fatto che le sue idee relative allampliamento dellintervento statale al fine di stabilizzare il ciclo economico sarebbero state strumentalizzate dalla classe politica (i cui membri lui frequentava assiduamente!) a fini elettorali, lerrore che Buchanan e Wagner attribuiscono a Keynes. Labbandono dei saggi principi dellantica costituzione fiscale, consistenti nel pareggio annuo del bilancio statale, sembra aver prodotto le sue conseguenze pi nefaste proprio nel contesto della democrazia rappresentativa moderna. Infatti, lobiettivo di ripianare in anni futuri i deficit di bilancio degli anni precedenti pu essere conseguito soltanto tramite provvedimenti politici impopolari, del tutto inconciliabili con le esigenze della classe politica chiamata a prenderli, come possiamo vedere nellattuale situazione italiana, dove riformare un sistema pensionistico a dir poco generoso comporta perdite di consenso elettorale quasi proibitive. Oltre a quelle relative alle politiche fiscali, i nostri due autori muovono forti critiche alle politiche monetarie, contrapponendosi, oltre che agli autori keynesiani, anche a quelli monetaristi. Se questi ultimi (specialmente Milton Friedman) sostengono che lunica possibilit perch possa esservi inflazione sia che aumenti lofferta di moneta e che la cosa non necessariamente conseguente ai deficit di bilancio, Buchanan e Wagner sostengono, invece, che le autorit monetarie sono continuamente soggette a forti pressioni politiche perch adeguino la loro condotta alle preferenze governative. E poich una politica monetaria restrittiva ha di solito effetti negativi per le entrate pubbliche e per la stessa popolarit del governo, la Banca Centrale tende a mettere in pratica politiche sostanzialmente accomodanti, spesso tramite lacquisto di grandi quantitativi di titoli del debito pubblico, le cui emissioni finiscono cos per diventare vere e proprie espansioni monetarie. appunto attraverso questi due percorsi che nelle democrazie occidentali si creano i deficit di bilancio e le conseguenti crisi inflazionistiche. Ma se la democrazia in deficit, bisogna eliminare il deficit, non la democrazia. Ed a tal proposito che i due autori propongono una soluzione semplice semplice: ripristinare la regola del pareggio annuo di bilancio. E a nulla vale lobiezione dei keynesiani secondo cui il problema quello della scelta di uomini politici seri, competenti e disinteressati. Lesperienza dimostra come i politici siano individui, che, al pari di altri, reagiscono a incentivi e disincentivi (nel loro caso elettorali) e che solo norme costituzionali obbligatoriamente stabilite costringerebbero loro ad amministrare le risorse pubbliche in base a regole e non secondo il proprio capriccio. Allobiezione keynesiana contro la regola del pareggio annuo di bilancio che non consentirebbe alcuna flessibilit negli interventi di politica economica, di fronte al tendenze instabili di un mercato

incapace di autoregolarsi, Buchanan e Wagner rispondono che il vero pericolo (per leconomia, ma anche per la libert individuale) risiede proprio nella discrezionalit delle autorit pubbliche, i cui provvedimenti motivati da fini elettoralistici finiscono per destabilizzare ancor di pi il sistema economico, producendo proprio quei risultati che Keynes voleva evitare attraverso un maggior controllo pubblico nelleconomia.