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Croazia, la batteria austo-ungarica Benedetto Non facile trovarlo.

. Dopo alcuni chilometri di strada sterrata, che si incunea nella macchia mediterranea istriana, intuisci che ci sei vicino perch il GPS ne cos tremendamente sicuro e perch una fatiscente cancellata, con gli immancabili proietti di artiglieria incastonati sui pilastri, ti avverte che sei arrivato al limite di una zona militare invalicabile. Come se non bastasse una baia con una spiaggia meravigliosa, circondata da placidi pini marittimi e con l'acqua cristallina che solo la Croazia ti sa offrire, sembra far di tutto per convincerti che quello che hai letto pura invenzione e non possibile che ci sia una fortezza della monarchia austro-ungarica a pochi metri di distanza. Un cavallo di Frisia mezzo consumato dal mare e scavalcato con irritazione da alcuni bagnanti tedeschi ti convince di essere davvero arrivato a destinazione. Adesso viene il bello perch devi entrare dove molti ti hanno sconsigliato di andare e dove alcuni cartelli rosso fuoco scritti in una lingua incomprensibile sembrano far di tutto per ricordarti che, dopotutto, la Croazia non fa ancora parte dell'Unione Europea e che l'Esercito Jugoslavo pur non aderendo al Patto di Varsavia, stava al di la della cortina di ferro. Superata la recinzione e le remore morali, attraversi un ampio prato continuando a credere di esserti sbagliato. La vegetazione, le dolci colline e la soave luce del tramonto ti convincono che non ci pu essere una macchina da guerra in quello scenario cos bucolico. Dentro di te per percepisci l'alone soffocante della Guerra Fredda, e capisci che quello che la natura ha deciso fosse un luogo ameno, gli uomini lo hanno trasformato in un presidio sempre pronto alla difesa. Le prime avvisaglie che sei sulla strada giusta si materializzano come per incanto dalle fitte sterpaglie che stai attraversando: una garitta, una postazione in cemento armato, un bunker, un portabandiera con la stella della JNA, cos simile a quella sovietica. Con il cuore che comincia a battere sempre pi forte, intravvedi finalmente qualcosa che ti conferma che sei nel posto giusto: la massa muraria della batteria costiera, con i suoi conci calcarei di un candore abbagliante si stagliano decisamente dal verde scuro della boscaglia. Mano a mano che ti avvicini riconosci sempre pi chiaramente gli stilemi architettonici classici del genio militare austro-ungarico. Nonostante ci l'imponente portone blindato perfettamente conservato ti lascia comunque a bocca aperta. In Trentino pochissime fortezze conservano il portone originale, sacrificato nel primo dopoguerra insieme a cupole corazzate, alle cupole osservatorio e alle imposte blindate per aiutare la costruzione delle infrastrutture del Sud Italia. Quando lo spingi e finalmente entri non penseresti mai che ha 150 anni (!!!) e che pesa alcuni quintali, tanto facile spostarlo. Dopo averlo aperto rimani di stucco: ti sembra di essere tornato, grazie ad una macchina del tempo, ai tempi dell'Imperatore Francesco Giuseppe. Se non fosse per gli arbusti che, caparbi, spuntano qua e la dal cemento sembra infatti che il tempo si sia fermato. Sai che la fortuna di queste opere stata quella di essere riutilizzata dall'esercito di Tito, per cui dovettero essere mantenute in perfetta efficienza con pochi o nulli rimaneggiamenti della struttura originaria e degli allestimenti interni, ma ti piace pensare di ritornare agli anni d'oro della monarchia austriaca, quando le 14 nazionalit che componevano il millenario Impero non ne minacciavano ancora l'integrit quanto i nemici esterni verso cui erano rivolti i cannoni di questa batteria costiera. Questa fortezza del tutto simile a quelle costruite

dall'esercito imperiale in Galizia, in Tirolo, in Montenegro per difendere i popoli imperiali dai nemici esterni, l'Italia risorgimentale e la Russia zarista fra tutti. Per ha avuto la fortuna di non essere utilizzata in guerra e di non essere finita in possesso di una nazione bisognosa di ferro che ne distruggessero le vestigia. Mano a mano che mi addentro nella piazza d'armi cominciano ad apparirmi evidenti le principali caratteristiche costruttive: paramento in pietra locale (un calcare bianco di buone caratteristiche), copertura e spalti (scoperti) per le postazioni dei pezzi d'artiglieria in calcestruzzo compresso con alcuni rinforzi in acciaio per solai e tetto. Difficile esprimersi con certezza sulla data di costruzione, non avendo nessun riferimento bibliografico o archivistico, ma mi convinco che essa sia compresa verosimilmente tra il 1880 ed il 1900. Salgo le scale ed esploro i locali al primo piano, una serie di riservette per le munizioni posizionate ai lati di ciascuna piazzola di tiro. Ci sono ancora le casse-deposito per le munizioni, il sistema di movimentazione a rulli, il montacarichi. Tutto in perfetto ordine, come se stesse aspettando il ritorno dell'esercito nazionale yugoslavo. Mentre esco vengo colpito da una massa scura in lontananza, che risalta sul candore delle opere murarie. L'emozione si tramuta in vero e proprio sbalordimento quando capisco di avere di fronte una cupola corazzata osservatorio perfettamente conservata!! Corro per cercare l'ingresso della postazione all'interno dei corridoi e trovo una scaletta a pioli che mi fa entrare direttamente nell'osservatorio corazzato. Ho sopra la mia testa 14 tonnellate di acciaio boemo, una struttura perfettamente identica a quella adottata in tante fortezze trentine ma introvabile nella nostra regione. Sulla sinistra, accanto all'alloggiamento del telefono vedo un tubo interfono, tipo quelli usati sulle navi, un sistema di comunicazione antico ma efficace specialmente in caso di assedio. Sotto la feritoia d'osservazione una serie di rulli serviva per sostenere una protezione scorrevole utile in caso di schegge di granata. Al centro un perno, che doveva essere usato per i binocoli o i cannocchiali. Sul soffitto una scritta, stampigliata al momento della fusione: Skoda Werke AG-Pilsen 1900. All'esterno, invece, una sigla: D31. Si tratta probabilmente del numero di serie del pezzo, assegnato dalla famosa acciaieria ceka a ciascun manufatto che usciva dalle sue linee di produzione. Avevo ragione quindi, questa fortezza venne completata entro il 1900, entrando a far parte dell'importante piazzaforte di Pola, strategico porto militare della monarchia asburgica ai confini dell'Impero. Una delle tante citt fortezza, come Trento o Riva del Garda o Przemysl in Polonia, sparse nel cuore della monarchia danubiana che per, insieme alle opere delle Bocche di Cattaro e di Sarajevo, ha un vantaggio: quello di essere ancora integre e presentare in eccellenti condizioni di conservazione allestimenti interni e soluzioni costruttive originali. Un tuffo nel passato che pu aiutare gli specialisti, ma anche i semplici appassionati, a capire quale fosse il reale aspetto delle opere del genio militare austriaco. Una visita interessante a maggior ragione per fortezze, come quelle trentine, in gran parte demolite o dal conflitto stesso, o dalla fame di metalli dei recuperanti nel dopoguerra. Recentemente l'Assessorato alla cultura della Provincia di Trento ha proposto la tutela dell'UNESCO sulle fortezze austriache del Trentino, che secondo l'assessore Franco Panizza costituiscono ben il 25% del totale. Un'iniziativa interessante e sicuramente unica nel suo genere, che pone l'accento

sull'esigenza di elaborare, anche a livello nazionale e internazionale, una legislazione che tuteli e valorizzi queste testimonianze, nonostante appartengano alla storia contemporanea.