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Recensione: www.dialogo.

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9 aprile 2008

TUTUCH (Uccello tuono) di Rita Melillo, ed. Mephite 2004, pp: 256, 16,00 Nel 1927, mentre Heidegger d alle stampe il suo opus magnum e fornisce pubblicamente il suo intendimento di fenomenologia, si consuma in contemporanea la definitiva scissione da Husserl. Appena nel 1923 Husserl era indicato da Heidegger come colui che gli aveva aperto gli occhi, lo aveva destato dal sonno dommatico e laveva posto faccia a faccia con i fenomeni, quindi con le cose, quindi con la realt. Per chi ha avuto il privilegio anagrafico di leggere rebours la produzione heideggeriana antecedente a Essere e tempo sa che la separazione dal maestro si preparava ormai da lunga data. Nei corsi universitari precedenti Heidegger era risolutamente giunto a servirsi della fenomenologia come di un metodo, di certo il pi filosofico, eppure, come ogni metodo, destinato a scomparire dopo aver assolto al suo compito, laver cio assicurato laccesso alle cose. Il motivo del distacco intellettuale tra Husserl e Heidegger risiede in tale riduzione metodologica della fenomenologia che, com noto, Husserl non ha mai condiviso e sempre osteggiato. Eppure la fenomenologia, esattamente come metodo, ha trovato ampia applicazione nellambito delle scienze umane, offrendo da parte sua e di volta in volta ad una scienza particolare la possibilit di accedere alla sua cosa. Il nuovo libro di Rita Melillo (Tutuch. Uccello tuono, Mephite, Atripalda, 2004, con presentazione di Domenico Conci) si inscrive allinterno di questo sentiero fenomenologico e fa luce su un mondo, quello degli Aborigeni del Canada, nel quale, senza gli strumenti metodologici appropriati, non si sarebbe mai potuto accedere. Mi spiego meglio. Lautrice, consapevole della distanza culturale dal suo oggetto di indagine e sperimentando lostilit di tali popolazioni nei confronti dellinvadente per non dir peggio Uomo Bianco, ha trovato nellepoch fenomenologica lo strumento pi adatto per sospendere la sua identit di donna, bianca, ricercatrice, europea e si potrebbero aggiungere numerosi altri attributi che cito solo per sottolineare i modi con cui gli Aborigeni lhanno identificata prima di aprirsi a lei. Rita Melillo ha organizzato un questionario e lha proposto ad alcuni membri delle tante comunit canadesi allo scopo di fornire una trama unitaria del complesso universo aborigeno. Interessante , accanto allinterpretazione che lautrice svolge nella prima parte del testo, seguire la viva voce degli intervistati nelle singole conversazioni proposte in appendice. Ne vien fuori un mondo tuttaltro che riduttivo quantunque ostinato a preservare le labili tracce di unidentit che la parte prevaricatrice della storia tende a cancellare definitivamente. Ancor pi interessante per chi si occupa di cose filosofiche sono lintroduzione dellautrice e la domanda che sorregge lo studio antropologico, ossia esiste una filosofia presso quelle popolazioni?. I due momenti del discorso non vanno disgiunti. Nellintroduzione difatti sono esposte ed argomentate le ragioni per la scelta della fenomenologia, dunque fornito il retroterra interpretativo dellindagine. La questione filosofica che sorregge il lavoro (esiste una filosofia aborigena) affiora dalla provenienza dellautrice dalla scuola di Raffaello Franchini. Credo che la tenacia con cui Rita Melillo porti avanti la sua ricerca, superando anche difficolt non marginali, come ad esempio limpossibilit per molti dei suoi interlocutori ad intendere non soltanto che cosa sia la filosofia ma addirittura il significato della parola, sia il tacito omaggio allantico maestro, al suo fiero progetto per ununiversalit del pensiero che lo ha condotto a riconoscere nel diritto alla filosofia il primo fondamentale diritto umano, il diritto di pensare. Ci naturalmente senza lenfasi dellutopia giacch, seppur gi Kant avesse ammonito che al diritto di pensare non fa da pendant il diritto a non pensare, che poi il diritto alla stupidit, lesperienza storica ci pone continuamente dinanzi al fenomeno del non-pensiero, che pu essere stupidit nella migliore delle ipotesi, in quella peggiore tragedia, persecuzione, malvagit. Lautodifesa del reclamare per s la stupidit o il male come diritto, spacciandolo, come sempre pi avviene nei tribunali, con lobbedienza ad un ordine che nessuno ammetter di aver mai dato, un principio viziato sin dallinizio. La rinunzia al diritto del pensiero non un diritto.

La persistenza di questo slancio universalistico per la filosofia mitiga le asprezze della fenomenologia radicale la quale, spinta dalla volont di sospendere tutto, si trova sempre dinanzi quellirriducibile che gi Husserl segnalava come coscienza e che potremmo rinominare in molti modi: fatto sta che si tratta di unidentit cui non possiamo rinunziare, pena lautodissolvimento. Che qualcosa permanga nella forma della percezione del s attestato da un lato dalla consapevolezza dellinvadenza della cultura occidentale, dallaltro dallinnegabile persistenza della pi occidentale dellattivit: la filosofia. Demolire il logos, a partire da quello greco, che inficerebbe ogni svolgimento di pensiero perch costringerebbe ad una separazione nellordine dei fenomeni (la distinzione soggetto-oggetto) un progettato che va calibrato sul logos di cui si parla, che non soltanto labominevole dominio della strumentalit, della calcolabilit, delloggettivazione dellesistente, ma principalmente voce, forma, veicolo allesterno per un innominabile che altrimenti resterebbe innominato. unarmonia di opposti prima che principio di colonizzazione e dominazione. Rinunciare a tutto il logos porterebbe difatti alla tragica conseguenza di una rinunzia alla filosofia, che, abbiamo argomentato prima, si concilia perfettamente con una forma di rinunzia allumanit. Fatte salve queste premesse, risulta marginale la risposta alla domanda esiste una filosofia aborigena?. Ci che Rita Melillo fa emergere sottoponendo la questione ai suoi interlocutori il riconoscimento di quel fondamentale diritto umano di cui si parlato sopra: riconoscere laltro e rispettarlo trovarsi dinanzi una differenza ed averne coscienza e attribuirgli quello statuto che fin troppo facile riconoscere solo per s: lessere identit e individualit. sulla base di questo riconoscimento che la filosofia, in quanto attivit, diviene pratica e la pratica filosofica si inserisce nel progetto di una riscrittura dellidentit che pu accogliere, senza ricacciarlo sempre allesterno, quellospite indesiderato e inquietante cui diamo il nome di altro. Napoli 4/02/2005 Rosalia Peluso Universit Federico II di Napoli