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FEDERICO BELLINI

LA MONADE

Corpo, Mente, Spirito, Anima, Akasha

 FEDERICO BELLINI LA MONADE Corpo, Mente, Spirito, Anima, Akasha KOSMOS EDIZIONI 1

KOSMOS EDIZIONI

Copyright Federico Bellini Titolo originale La Monade Prima edizione Agosto 2011 Illustrazione di copertina fusione di Galassie

I nostri indirizzi internet:

www.coscienzaliena.blogspot.com

www.kosmos2011.blogspot.com

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BIBLIOTECA ALIENA

Volume III

L'Autore Federico Bellini è compositore, scrittore e imprenditore culturale, nonché articolista per riviste, tra le quali si ricorda “X Times”. A seguito di esperienze personali legate al fenomeno delle Abductions, in questi anni ha sviluppato un vero e proprio lavoro di ricerca indipendente nel campo dell’ufologia e dei rapimenti alieni. E’ creatore e gestore del seguito blog “Coscienza Aliena”. Altrettanto nota e molto discussa è stata la sua recente apparizione al programma TV di Italia 1, "Mistero", dove ha parlato della sua esperienza con la realtà aliena.

INDICE

 

Premessa

07

. La Metafisica

10

. Gli Emisferi e l’Origine del Pensiero

12

. Noi siamo Energia

14

. Gli Elementi nel Pensiero Greco

16

. Gli Elementi nelle altre filosofie

17

. La Quintessenza

19

. I “Piani Sottili” nella visione Egizia e Indù

La Monade

22

. La filosofia di Leibniz

26

. Il concetto di Monade

Corpo

32

. Il Corpo ricettacolo della Materia

34

. Sostanza Materiale

36

. Il concetto di Corpo nella Filosofia occidentale

39

. Nelle altre filosofie

Mente

45

. Che cosa è la Mente?

50

. Appercezione

51

. Il Logos

52

. La Logica

53

. Il Pensiero

55

. Nelle altre filosofie

Spirito

59

. Lo Spirito

63

. Diversi Spiriti

63

. Spirito Materiale

63

. Spirito Superiore

64

. Spirito Animico

64

. Super-Spirito

65

. Spirito Errante

65

. Spirito Alieno

66

. L’unione degli Spiriti genera l’Albero della Vita

67

. La Crisalide Cosmica

Anima

72

. Il concetto di Anima nel mondo antico

75

. Anima nella religione ebraica

79

. Nelle religioni cristiane

81

. Nelle altre religioni

83

. Il carattere delle Anime

87

. Due diversi tipi di Anima

89

. Le percezioni Animiche

91

. La morte delle Anime

92

. L’Anima Mundi

Akasha

101

. L’Estasi

107

. L’Etere o la Quintessenza

109

. La Coscienza

114

. L’Autocoscienza

Conclusioni

122

. Il Metodo dell’Albero della Vita

130

. Bibliografia

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(Federico Bellini, ritratto di Simone Bonomo)

PREMESSA

La Metafisica

La Metafisica è un termine che ebbe origine in modo accidentale (tà metà tà physikà), ovvero libri successivi a quelli sulla fisica” furono intitolati dalla scuola aristotelica, nell’ordinamento del corpus del maestro, i 14 libri in cui questi aveva trattato la “filosofia prima”, ma che nel pensiero filosofico arabo e latino del medioevo divenne un termine dottrinale, usato appunto per indicare quella che Aristotele aveva denominato “filosofia prima”. Per Aristotele, la filosofia prima è la scienza suprema in assoluto, perché la suprema tra quelle teoretiche (le altre due, subordinate, sono la fisica o “filosofia seconda” e la matematica) e ha due campi di indagine: in generale “l’essere in quanto essere”, e in particolare il soprasensibile, ossia gli enti privi di materia, eterni. Come scienza del soprasensibile, la Metafisica è la teologia, beninteso la teologia filosofica o “razionale”, come si sarebbe precisato nel medioevo e nell’età moderna, per distinguerla allora da quell’altra teologia che trae il proprio contenuto dalla rivelazione e presuppone quindi la fede. Nel primo senso, per Aristotele la Metafisica ha al suo centro la dottrina della sostanza, in quanto questo è il significato fondamentale dell’essere. Nel secondo senso, è la dottrina dell’Atto puro, o Motore immobile, e delle intelligenze motrici dei vari cieli, secondo la cosmologia aristotelica. Siffatta duplicità di

significato rimarrà nei pensatori medievali che si rifaranno ad Aristotele, anche se con differenze tra gli uni e gli altri quanto alla collocazione della Metafisica nel complesso del sapere. Nel Medioevo diviene nettamente subordinata rispetto alla “sacra dottrina”, cioè alla teologia rivelata, poiché anche questa è una vera e propria scienza, mentre in altre correnti di pensiero, torna ad essere la scienza suprema perché, la teologia rivelata non è propriamente scienza, essendo il suo scopo non già teoretico, bensì pratico. Quanto ai contenuti, divergenze notevoli si produssero, soprattutto a proposito dell’estensione della conoscenza puramente razionale di Dio da parte dell’Uomo e a proposito del rapporto fra l’essere Dio e quello delle creature. Nel pensiero moderno, fino ad oggi, la nozione di Metafisica oscilla ancora fra i due poli della definizione aristotelica. In questo secondo senso, Bacone assegna alla Metafisica la determinazione delle cause formali e finali, di contro alla “fisica”, che si limita alle cause materiali ed efficienti. Una contrapposizione analoga si ha anche in Leibniz, per il quale la materia e il movimento sono meri fenomeni “fisici”, mentre alla Metafisica appartengono la sostanza e la forza. Per Cartesio, oggetto della Metafisica sono le sostanze spirituali, la cui essenza è il pensiero, cioè Dio e le anime umane. Nel primo senso, invece, usano il termine “Metafisica” alcuni illuministi, come Condillac, D’Alambert e poi gli “ideologues”, intendendo con esso la ricerca preliminare sull’origine delle idee, in opposizione alla “cattiva

Metafisica” tradizionale. Nell’illuminismo diverrà prevalente l’uso spregiativo di “Metafisica”, accusata di apriorismo o verbalismo: uso che occasionalmente era già comparso nel sec. XVII e poi proseguirà sino ad oggi, nelle correnti empiristiche. Nella prima metà del XVIII secolo una sistemazione venne tentata da Wolff, con la distinzione fra la “Metafisica Generale”, od ontologia, e la “Metafisica Speciale”, costituita da tre scienze razionali: la psicologia, o scienza dell’Anima come sostanza, la cosmologia, o scienza del mondo come totalità e la teologia, o scienza di Dio. Seguirà questo schema anche Kant, per il quale, la Metafisica è “conoscenza razionale pura per concetti”, distinta tanto dalla conoscenza empirica quanto dalla conoscenza matematica (che procede invece per “costruzione” di concetti). A rigore, quindi, fa parte della Metafisica anche la “critica”, propedeutica rispetto al “sistema” scientifico della conoscenza filosofica pura. Questo sistema di ricerca si divide in due parti, a seconda che si consideri l’uso teoretico o l’uso pratico della ragione: la “Metafisica della natura”, o dottrina dei principi (secondo la sistemazione newtoniana), e la “Metafisica dei costumi”, o dottrina della virtù (sistema dei doveri) e del diritto (Critica della ragion pura). Ma, oltre la Metafisica della natura, che è “immanente”, in quanto riguarda il campo della nostra esperienza possibile, c’è poi la pretesa anche di una Metafisica “trascendente”, rivolta cioè al soprasensibile e all’incondizionato, riconoscendo

che nell’Uomo è del tutto naturale l’aspirazione alla conoscenza dell’Anima, del Mondo e di Dio.

Gli Emisferi e l’Origine del Pensiero

I due emisferi del cervello, uniti dal corpus

callosum, sono collegati da diversi generi di attività mentale, come la memoria, la parola, la scrittura e il pensiero astratto. L’emisfero sinistro, basato sul tempo interno o lineare, di solito è collegato alla

logica, alle capacità analitiche e alla faccende pratiche della vita quotidiana, quindi ad una concezione “spirituale” del proprio essere. L’emisfero destro, invece, governa la creatività, la percezione spaziale, il pensiero astratto, il gusto musicale, pittorico e tende a funzionare secondo il tempo esterno, in base ad uno stato senza tempo e “animico”. L’individuazione di queste due parti forma una “Unione di Anima o Animo” (elementi maschili e femminili), interni alla personalità, così da produrre uno stato di stabilità ed equilibrio nella psiche e che diviene “pensiero”. Il Logos, parola che deriva dal greco, significa discorso, parola, ragione, la ragione cosmica, considerata nell’antica filosofia greca come la fonte dell’ordine e

dell’intelligibilità del mondo. Il pensiero che si rivela

a se stesso tramite il volere della divinità, nella Metafisica, tale termine si applicava a quelle

intelligenze guida dietro i pianeti, i soli, le stelle e i

in tutti i corpi cosmici, detti anche genii. Questo

pensiero, però, è stato ampliato, arrivando ad

assumere funzione di unione tra l’IO umano e

quello astrale. Il Logos Solare, risale quindi all’evoluzione degli ammassi stellari, nelle galassie e in tutti i piani o livelli di esistenza nell’Universo visibile e invisibile. Ma anche il nostro pianeta, diviene un entità vivente, dotata di intelligenza e autoregolamentazione, che citando il professor James Lovelock, possiamo identificare in Gaia o il Logos o Genio Terrestre. Il pensiero è soggetto ad un proprio “Tempo Interno”, un tempo lineare, che possiamo constatare in ogni momento della nostra vita attraverso gli orologi, causato dal moto del nostra pianeta in relazione alla propria stella, il Sole. Ma esiste anche un “Tempo Esterno”, o un assenza di tempo, ovvero uno stato esistente nelle dimensioni sottili e sperimentato quando la psiche

si libera dal ciclo del tempo interno, proprio del

mondo fisico. Nel tempo esterno, si pensa che tutto il tempo esista simultaneamente, benché la psiche

o l’Anima, sia in grado di afferrare solo quella

porzione del tutto concessa dall’età del contenitore in cui fa esperienza o dall’ampiezza delle esperienze accumulate. Questa teoria assume un

concetto della reincarnazione e dell’età animica, in disaccordo con la credenza popolare, convinta di un progresso della incarnazione nel tempo lineare

o interno. In questa ottica, l’Essenza completa

(Anima intera) è vista come un ologramma frantumato, i cui frammenti si sono depositati simultaneamente in tutti i periodi del tempo e nelle dimensioni illimitate di questo Universo. Poiché in ogni pezzo è contenuta la stessa immagine del tutto, una frazione dell’IO essenziale permane in

ogni vita, ed è questo collegamento con l’Essenza fondamentale, che ha dato origine al concetto dell’IO superiore o Transpersonale (il principio della Monade). Noi, quindi, sperimentiamo diverse vite come frammenti di anime giovani e altre ancora nei moti intermedi o maturi; il concetto, quindi, mostra bene la follia di un certo snobismo spirituale, un errore tipico delle “giovani” anime.

Noi siamo Energia

Noi siamo Energia, Energia Vitale che impiega l’involucro di un Corpo fisico per imparare a crescere. Nella filosofia tibetana e nel tantra, si dice che esistano dieci tipi di energia vitale o di venti sottili, che scorrono attraverso i sessantaduemila canali energetici del Corpo. In questi canali, simili a vene, fluiscono le energie vitali che sostengono la vita. Tre canali principali corrono verticalmente dalla corona della testa fino ai genitali, intersecandosi con i cinque centri energetici (chakra) della corona, della gola, del cuore, dell’ombelico e dei genitali. Tutti gli altri canali energetici minori, escono da questi centri e permeano il Corpo intero. A livello più sottile, la Mente Sottile e l’Energia Vitale sono considerate un’unica entità. I dieci tipi di Energia Vitale comprendono: le cinque energie interne che influenzano la motilità del Corpo e le cinque energie esterne, che hanno effetti specifici sulla motilità esterna del Corpo. Le prime sono le energie vitali associate ai cinque elementi (Terra,

Acqua, Fuoco, Vento e Spazio) e ai loro rispettivi colori e toni (Giallo, Bianco, Rosso, Verde e Blu). Le seconde comprendono il respiro vitale, il movimento muscolare, la digestione, il movimento semiotico/vocale e il movimento collegato alla riproduzione e al ricambio. Di solito, negli individui che non abbiano coltivato queste pratiche, l’Energia Vitale e la Mente Sottile si diffondono attraverso i canali energetici destro e sinistro e giungono a permeare l’intera rete di canali minori del Corpo. L’Energia Vitale dissipata è nota come energia vitale delle azioni passate, dove predomina un influenza oscura e spesso di incerta origine. Tuttavia quando si applicano determinate pratiche, vengono sciolti i nodi che bloccano i vari movimenti nei centri energetici situanti nel canale energetico centrale, e sia l’ Energia Vitale sia il Corpo Sottile, entrano, permangono e si dissolvono raggiungendo una saggezza o completa fusione: la Mente Buddhica. Benché tutti gli esseri senzienti siano in grado di raggiungere questa perfezione, la confusione psicologica, le illusioni mondane e le interferenze interne ed esterne, corrompono la Mente, impedendo la naturale espressione di questo potenziale innato. E’ chiaro che una volta raggiunta questa consapevolezza di se, anche a livello fisico, se si vuole conservare una buona salute è importante, secondo la tradizione medica tibetana, che l’ Energia Vitale resti in perfetto equilibrio.

Gli Elementi nel Pensiero Greco

La parola greca per elementi, stoicheia, al singolare stoicheion, significa senso di principio, inizio. Nella tradizione ellenica gli elementi sono quattro: la Terra, l’Acqua, il Fuoco e l'Aria. Rappresentano nella filosofia greca, nell'aritmetica, nella geometria, nella medicina, nella psicologia, nell'alchimia, nella chimica, nell'astrologia e nella religione i Regni del Cosmo, in cui tutte le cose esistono e si manifestano. Platone sembra essere il primo che si riferisce ai quattro elementi con il termine stoicheion, rifacendosi alla loro origine pre- socratica. Essi infatti si trovano già elencati dal filosofo ionico Anassimene di Mileto (VI secolo a.C.) e poi da Empedocle (ca. 450 a.C.), il quale li chiama rizòmata ("radici", rizoma al plurale) di tutte le cose, immutabili ed eterne, dove l'unione di tali radici determina la nascita delle cose e la loro separazione, la morte. Si tratta perciò di apparenti nascite e apparenti morti, dal momento che l'Essere (le radici) non si crea e non si distrugge, ma è soltanto in continua trasformazione. L'aggregazione e la disgregazione delle radici sono determinate dalle due forze cosmiche e divine:

Amore e Discordia (o Odio), secondo un processo ciclico eterno. In una prima fase, tutti gli elementi e le due forze cosmiche sono riunite in un Tutto omogeneo, ma ad un certo punto, sotto l'azione della Discordia, inizia una progressiva separazione delle radici. L'azione della Discordia, non è ancora distruttiva, dal momento che le si oppone la forza dell'Amore, in un equilibrio variabile che determina

la nascita e la morte delle cose, e con esse quindi il nostro mondo. Quando poi la Discordia prende il sopravvento sull'Amore, e ne annulla l'influenza, si giunge al Caos, dove regna la Discordia e dove è la dissoluzione di tutta la materia. A tal punto il ciclo continua grazie ad un nuovo intervento dell'Amore che riporta il mondo alla condizione intermedia in cui le due forze cosmiche si trovano in nuovo equilibrio, e che dà nuovamente vita al mondo. Infine, quando l'Amore si impone ancora totalmente sulla Discordia si ritorna alla condizione iniziale; da qui il ciclo ricomincia. Il processo che porta alla formazione del mondo è quindi una progressiva aggregazione delle radici che si evidenzia nella vita degli esseri viventi. Empedocle, sosteneva che i processi della percezione sensibile e della conoscenza razionale, fossero possibili solo in quanto esisteva una identità di struttura fisica e Metafisica tra il soggetto conoscente, ossia l’Uomo, e l’oggetto conosciuto, ossia gli enti della natura. Sia l’Uomo che gli enti erano formati da analoghe mescolanze quantitative delle radici ed erano mossi dalle medesime forze attrattive e repulsive. Questa omogeneità rendeva possibile il processo della conoscenza umana, infatti così affermò Empedocle: «noi conosciamo la terra con la terra, l’acqua con l’acqua, il fuoco con il fuoco, l’amore con l’amore e l’odio con l’odio». A questi quattro elementi Aristotele ve ne aggiunse un quinto (la quintessenza medioevale) che egli chiamerà Etere e che costituisce la materia delle sfere celesti.

Gli Elementi nelle altre Filosofie

Nella letteratura Pali, i mahabhuta ("grandi elementi") o catudhatu ("quattro elementi") sono Terra, Acqua, Fuoco e Aria. Nel primo buddhismo, erano alla base per la comprensione della sofferenza e per la liberazione dell'Uomo, dove gli insegnamenti del Buddha riguardanti i quattro elementi, venivano raggruppati come base delle reali sensazioni, intensi come "caratteristiche" o "proprietà". I suoi insegnamenti dicono che ogni cosa è composta da otto tipi di 'kalapas', il cui gruppo principale è composto dai quattro elementi, mentre il gruppo secondario è composto da colore, odore, gusto e alimento, derivati dai primi quattro elementi. E’ in questo contesto che gli insegnamenti del Buddha precedono quelli dei quattro elementi nella filosofia greca. Nella tradizione ebraica, invece, è ampia la sapienza sui quattro elementi di cui se ne riportano tanto la simbologia, quanto le corrispondenze nella Creazione. Oltre allo Zohar, il testo più importante che ne tratta l'argomentazione secondo l'interpretazione mistica ebraica, vi è il Sefer Yetzirah, la cui sapienza risale ad Avraham: questo testo argomenta il confronto tra le Sefirot, i quattro elementi, le lettere ebraiche, i pianeti, i segni zodiacali, i mesi e le parti del Corpo umano. Se ne discute anche in altri testi di Qabbalah ed è oggetto di studio tra i principali del percorso esoterico ebraico definito Ma'asse Bereshit, lo Studio dell'Opera della Creazione. Lo Zohar afferma che i quattro elementi, Fuoco, Acqua, Aria e Terra,

corrispondono ai quattro metalli (oro, rame, argento e ferro), mentre un'ulteriore corrispondenza è quella dei punti cardinali: Nord, Sud, Est e Ovest. Dopo averne descritto i rapporti, lo Zohar continua l'esposizione ammettendo che, come si contano così 12 elementi, si possono contare 12 pietre preziose corrispondenti alle dodici tribù d'Israele, cosa confermata poi dagli Urim e Tummim. Con lo studio della Torah l'Uomo si eleva al di sopra dei quattro elementi dominandoli anche nel proprio Corpo e talvolta, in questo, si collega alle quattro figure della Merkavah. Tutto questo porterà poi all’atto finale del cristianesimo, dove le figure dei 4 cavalieri dell'Apocalisse saranno associate ai 4 elementi naturali che daranno inizio alla fine del mondo.

La quintessenza

L'Etere, sinonimo di quintessenza (dal latino medievale quinta essentia, a sua volta variazione del greco pémpton stoichêion, quinto elemento), era un elemento che secondo Aristotele si andava a sommare agli altri quattro già noti: il Fuoco, l'Acqua, la Terra, l'Aria. La storia dell'Etere inizia con Aristotele, secondo il quale era l'essenza del mondo celeste, diversa dalle quattro essenze (o elementi) di cui si riteneva composto il mondo terrestre. Aristotele credeva che l'Etere fosse eterno, immutabile, senza peso e trasparente e proprio per l'eternità e l'immutabilità dell'Etere, il Cosmo era un luogo immutabile, in

contrapposizione alla Terra, luogo di cambiamento. Anche nel pensiero orientale gli elementi originari sono cinque e che vengono di solito rappresentati come ai vertici di un pentagramma. Essi sono: gaia (Terra), hydor (Acqua), aer (Aria), heile (calore o Fuoco), idea o hieron "Cosa Divina". Il sistema giapponese e hindu usa tutti i cinque elementi, tranne il quinto, che diventa Vuoto e Etere. Il pancha mahabhuta, o "cinque grandi elementi", nell'Hinduismo sono: khsiti o bhumi (Terra), ap o jala (Acqua), agni o tejas (Fuoco), marut o pavan (Aria o Vento), byom o Akasha (Etere). Gli hindu credono che dio usò l'Akasha per creare i restanti quattro elementi, e che la conoscenza dell'Uomo sia nell'archivio akashiko. Il pensiero tradizionale giapponese usa cinque elementi chiamati (go dai, letteralmente "cinque grandi"). Gli elementi sono:

Terra, che rappresenta le cose solide, Acqua, che rappresenta le cose liquide, Fuoco, che rappresenta le cose distrutte, Aria, che rappresenta le cose mobili, Vuoto, che rappresenta le cose che non sono nella vita quotidiana. Alcuni ritengono che anche la Filosofia Tradizionale Cinese contenga degli elementi come quelli della filosofia Greca Classica e l'origine di queste cinque forze attive o facoltà dinamiche, si perde nella preistoria cinese. Questi Cinque Agenti sono in relazione tra di loro e danno vita a molte altre serie di cinque combinazioni complementari ai Wuxing stessi: i punti cardinali ed il centro, le note musicali, i colori, i cereali, le sensazioni, ecc. Sempre nello Shijing, nella sezione detta "Grande Norma" si fanno

seguire ai Wuxing, Cinque Funzioni. I cinque pianeti maggiori del nostro sistema sono associati e prendono il modo degli elementi: Venere è Oro, Giove è Legno, Mercurio è Acqua, Marte è Fuoco e Saturno è Terra. In aggiunta, la Luna rappresenta lo Yin e il Sole lo Yang. Lo Yin, Yang e i cinque elementi sono temi ricorrenti dello I Ching, il più antico testo classico cinese, che descrive la cosmologia e la filosofia cinese, e dove la dottrina delle cinque fasi descrive due cicli di equilibro, uno generativo e creativo (sh ng), e l'altro dominante e distruttivo ().

I “Piani Sottili” nella visione Egizia e Indù

Anche gli Antichi Egizi concepivano una sorta di “economia spirituale” costituita da una complessa struttura dove entravano svariati “veicoli”, considerati essenziali per il raggiungimento dei piani sottili e che così erano suddivisi: IL SAHU o Corpo Spirituale o intimamente astratto, IL KHU o Spirito, la magica essenza, LA BA o Anima, probabilmente il Corpo Etereo, IL KA o doppio astrale, il Corpo astrale, IL SEKHEM o potere, L’AB sede dei sentimenti, IL KHAIBIT o l’ombra, ovvero l’inconscio, IL REN o nome, il suono personale, IL KHAT o Corpo Fisico e deperibile. Ma la conoscenza del proprio IO nella filosofia e la religione egizia, probabilmente derivava da conoscenze ben più antiche, originatesi nella civiltà della valle dell’Indo, dove si era soliti riconoscere ben sei diverse energie interne: Esterna, Illusoria,

Inferiore o Materiale, Interna, Marginale e Spirituale. “Energia Esterna” è una delle tre principali energie di Dio (interna, marginale ed esterna) e costituisce l’energia materiale. “Energia Illusoria o Maya”, nel quale sotto il suo influsso, l’Anima condizionata crede di essere il controllore della creazione, il proprietario e il beneficiario supremo. Identificandosi con l’energia materiale, cioè col Corpo (coi sensi), con la Mente e con l’intelligenza materiale, l’Anima dimentica la relazione eterna che la unisce a Dio e, condizionata da questa energia, si lancia alla ricerca dei piaceri di questo mondo e s’incatena sempre più al ciclo di nascite e morti. “Energia Inferiore o Materiale”, energia esterna o natura materiale, una delle tre principali energie di Dio (spirituale, marginale e materiale). E’ la manifestazione della potenza esterna di Dio, formata dai ventiquattro elementi materiali (i cinque elementi grossolani, i tre elementi sottili, i cinque oggetti dei sensi, i cinque organi di percezione, i cinque organi d’azione e l’insieme delle tre influenze della natura allo stato non manifestato) e costituisce l’intero Universo in cui viviamo. L’interazione dei suoi elementi si opera sotto l’influsso del tempo e a contatto con l’energia spirituale di Dio, da cui si distingue perché talvolta è manifestata e talvolta non lo è. “Energia Interna”, una delle tre principali energie di Dio (interna, marginale ed esterna) e che costituisce il mondo spirituale. “Energia Marginale”, una delle tre principali energie di Dio (spirituale, marginale e materiale), costituita dagli esseri viventi, parti

infinitesimali di Dio stesso, che sebbene siano di natura spirituale possono cadere sotto l’illusione dell’energia materiale a causa dei loro poteri limitati. “Energia Spirituale”, o energia interna, una delle tre principali energie di Dio (spirituale, marginale e materiale), ovvero la manifestazione della potenza interna del divino e costituisce il mondo spirituale, dimora originale di tutti gli esseri. Al contrario dell’energia materiale, è fatta di eternità e conoscenza e “anima” inoltre l’energia materiale.

LA MONADE

La filosofia di Leibniz

La parola Monade deriva dal greco monas (a sua volta derivante da monos che significa "uno", "singolo", "unico") e ha assunto differenti significati a seconda dei contesti in cui è stata utilizzata. Il termine, nel senso di "ultima unità indivisibile", comparve molto presto nella storia della filosofia greca. Archita e poi Proco distinsero la Monade

dall’Uno assoluto, del quale essa costituisce il principio di limitazione intelligibile. Platone definisce

a sua volta monadi le idee, per evidenziarne

l’essenzialità e la lontananza dalla realtà empirica. Nella dottrina di Pitagora, si ricorreva a questo termine per indicare il principio (arché) da cui derivavano tutti i numeri, la molteplicità di entità monodimensionali, tridimensionali ed i quattro elementi (Terra, Acqua, Fuoco e Aria) costituenti il mondo. Nei "Dialoghi" platonici veniva usato al plurale (monadi) come sinonimo di Idee, mentre nella "Metafisica" di Aristotele si ripresentava come

il principio del numero, esso stesso privo di

quantità, indivisibile ed immutabile. La parola Monade veniva usata anche dai neoplatonici per indicare l'Uno, tanto che nelle lettere del cristiano Sinesio di Cirene, Dio veniva descritto come la "Monade delle Monadi". Il termine, pur mantenendo la connotazione di “semplice” e di “irriducibile” insieme, acquisisce un significato trascendente per i quali indica Dio come unità ultima ed essenziale.

Nel pensiero rinascimentale il concetto di Monade viene utilizzato da Cusano, in quanto ogni cosa è un microcosmo, un’unità in piccolo, uno “specchio del tutto”. Ma è soprattutto Giordano Bruno a sviluppare il concetto, facendone la base della sua matematica magica (De minimo, De monade). Per Bruno le monadi sono le parti componenti minime dei corpi e ciò che ne definisce la struttura. In un senso analogo la nozione di Monade è ripresa da H. More (Enchiridion Metaphysicum) e tale nozione verrà poi ereditata da Leibniz, che fonderà su di essa una vera e propria concezione dell’Universo o “monadologia”. Per capire la dottrina relativa a questo argomento, è necessario ricordare che Leibniz, nel tentativo di definire la materia, era stato spinto da un duplice motivo. Egli desiderava riconciliare la dottrina degli atomisti con la teoria scolastica della materia e della forma evitando sia il meccanicismo di Cartesio, che pensava che tutta la materia fosse inerte, sia il monismo di Spinoza che insegnava che esisteva una sola sostanza: Dio. Egli sperava di raggiungere questi obiettivi attraverso la dottrina delle monadi. Leibniz definiva la sostanza in termini di azione indipendente, evitando così la dottrina di Cartesio secondo la quale la materia è di natura inerte. Gli atomisti, pur sostenendo l'esistenza di una molteplicità di sostanze minute, erano giunti ad un rifiuto materialistico dell'esistenza degli spiriti e delle forze spirituali. Gli scolastici, al contrario, avevano rigettato questo materialismo atomistico, ma così facendo, sembrò che si fossero messi contro la

corrente del pensiero scientifico moderno e Leibniz pensava di trovare un sistema per riconciliare gli atomisti con gli scolastici. Per giungere a questa riconciliazione, sosteneva che tutte le sostanze

sono composte di particelle minute in parte materiali ed in parte immateriali. Immaginava, inoltre, che il contrasto tra il materialismo atomistico e lo spiritualismo scolastico potesse scomparire riconoscendo la dottrina delle differenze tra sostanze ed entità, attraverso una semplice graduatoria spirituale (coscienza). Le monadi sono semplici sostanze puntiformi, se per sostanza intendiamo un centro di forza, ed esse non possono avere inizio o fine se non tramite creazione o annichilazione. Hanno un'attività interna, ma non possono essere fisicamente influenzate da elementi esterni, in questo senso sono indipendenti. Inoltre, ogni Monade è unica; ovvero, non ci sono due monadi uguali tra loro. Allo stesso tempo le monadi devono avere altre caratteristiche. Ci deve, dunque, essere in ogni Monade il potere di rappresentazione, attraverso il quale essa riflette ogni altra in maniera tale che un occhio possa osservarvi l'Universo intero lì rispecchiato. Questo potere di rappresentazione è diverso in ogni Monade, tanto che nelle sostanze di grado più basso, esso diviene inconscio, mentre in quelle di grado più alto è completamente consapevole. Possiamo distinguere in ogni Monade

una

zona di rappresentazione oscura ed una zona

di

rappresentazione chiara. Nella Monade

dell'Anima umana la regione di rappresentazione

chiara è al massimo, essendo questo genere di Monade, la "dominante", caratterizzata dal potere di pensiero intellettuale e autocosciente. Questo tipo di rappresentazione, altrimenti detta Appercezione, è infatti tipica di Dio. Tra questi due estremi, tutte le monadi, minerali, vegetali, ed animali, si differenziano dalla Monade di genere inferiore per il possesso di una più grande area di rappresentazione chiara. Pertanto, in ogni Monade è presente un elemento materiale (la regione di rappresentazione oscura) ed un elemento immateriale (l'area di rappresentazione chiara). Dai tempi di Leibniz il termine Monade è stato usato da vari filosofi per designare centri di forza indivisibili, ma, come regola generale, queste unità non possiedono il potere di rappresentazione o percezione che sono la caratteristica distintiva nella ricerca del filosofo. Si deve fare un eccezione nel caso di Renouvier che, nel suo "Nouvelle monadologie", insegnava che la Monade non solo possiede attività interna ma anche il potere di percezione. In certe frange dello Gnosticismo, specialmente quelle ispirate dal Monoismo, la Monade era una entità superiore che creò dèi minori o "emanazioni primordiali". In tali sistemi gnostici, Dio è conosciuto come la Monade, l'Uno, l'Assoluto, Aion teleos (L'Eone Perfetto), Bythos (Profondità), Proarkhe (Prima dell'Inizio), Arkhe (L'Inizio) il Padre inconoscibile, ed egli è la fonte del Pleroma, la regione di luce, mentre le varie emanazioni del Dio sono chiamate eoni. È importante notare che in alcune versioni dello

gnosticismo antico, specialmente quelle derivanti dalla scuola di Valentino, una divinità minore, nota come il Demiurgo aveva un ruolo nella creazione del mondo materiale, in aggiunta a quello svolto dalla Monade. In queste forme di gnosticismo, il Dio dell'Antico Testamento è spesso identificato con il Demiurgo, non la Monade, che è la fonte spirituale di tutto ciò che emana dal Pleroma, e potrebbe essere contrapposto all'oscurità della pura materia.

Il concetto di Monade

La Monade è il principio attivo di ogni organismo vivente, in senso metafisico ciascuna di esse è a suo modo uno specchio vivente dell’Universo. La Monade, dunque, in virtù della sua unità o semplicità è raffigurabile al modo degli atomi di Democrito, con la differenza però che non si tratta di atomi materiali o fisici, ma di atomi formali, inestesi, dotati di azione o “percezione” e che è la caratteristica in base alla quale ogni Monade si distingue da tutte le altre. Leibniz sosteneva che le monadi sono numericamente infinite e tutte differenti tra di loro, ma si possono raggruppare in Monadi Entelechie, Monadi Anime e Monadi Spirito. “Monadi Entelechie” sono lo stadio in cui tutte le sostanze semplici (le monadi), acquisiscono per nascita una certa perfezione, una autosufficienza che le rende fonti delle loro stesse azioni interne e le fa essere, per così dire, automi incorporei. “Monadi Anime” descrive tutti quei soggetti capaci di “percezione” (fra cui Leibniz

annovera anche le piante), perché in una gerarchia degli esseri viventi, il sentimento (percezione accompagnata da memoria) è qualcosa di più di una semplice percezione e quindi raggiunge uno stadio di coscienza più elevato. Per “Monadi Spirito”, infine, si intende l’Anima razionale, la Monade più evoluta in quanto capace di ragione e riflessione. In questo senso lo Spirito è l’Essere più affine e vicino gerarchicamente a Dio. Le anime in generale sono specchi viventi o immagini dell’Universo e delle creature, gli Spiriti, invece, sono anche immagini della Divinità stessa, in quanto capaci di conoscere il sistema dell’Universo e di imitarne qualche aspetto con imprese “architettoniche”, poiché ogni Spirito è come una piccola divinità nel suo ambito. Nel processo di reincarnazione e formazione delle Monadi, la nostra vera essenza divina si esplica secondo tre principi dominanti, per attuare, quindi, la crescita e l’acquisizione di consapevolezza: l’Evoluzione, il Libero Arbitrio e il Karma. Il primo principio è l’Evoluzione, dove la nostra essenza nasce in condizione specifiche che ci metteranno in grado di sviluppare le qualità e le caratteristiche di cui si ha più bisogno, nonché di creare quelle condizioni atte a favorire un sempre maggiore cambiamento. Il quadro in cui si inseriscono il cambiamento e la crescita è fornito dall’ereditarietà, dal periodo e dalla condizioni al momento della nascita. I fattori ambientali possono influenzarci ed assisterci nel raggiungimento della crescita necessaria, e tra questi fattori troviamo elementi quali la razza, la

religione, il sesso, la famiglia, gli amici, le conoscenze, nonché altre esperienze che possiamo fare. Il secondo principio è quello del Libero Arbitrio, noi tutti abbiamo la possibilità di fare delle scelte, di intraprendere azioni, di prendere o meno delle decisioni. Non siamo obbligati a portare a compimenti gli obbiettivi per cui siamo venuti al mondo. E’ vero che, una volta assunta una forma fisica, alcuni fattori non possono essere cambiati:

non possiamo cambiare la nostra razza, i tratti ereditari, alcuni problemi congeniti e così via. Per quanto non si possono ignorare certi aspetti, d’altra parte ci vengono offerte ampie possibilità di scelta e di percorsi che possono cambiare la nostra azione. Il terzo principio è spesso anche il più incompreso, il Karma. All’interno di questo principio opera quella che a volte viene definita la Legge della Compensazione o Legge dell’Equilibrio. Il modo in cui è stato usato il Libero Arbitrio nel passato è servito a determinare le caratteristiche essenziali delle condizioni ambientali per il potenziamento personale, ed è in questo ambito che si possono prevedere aspetti del proprio futuro attraverso le nostre azioni. Karma è un termine sanscrito che significa “fare o costruire”, in quanto è Energia in Azione. Qualsiasi cosa facciamo ci fornisce una possibilità per crescere e per questo motivo si deve considerare il Karma come la forza che regola la nostra presa di Coscienza Spirituale.

E’ comune convinzione che chi possiede una Monade completa, costituita da Corpo, Mente, Spirito (anche se sarebbe più corretto parlare al

plurale perché sono più di uno) ed Anima (compresa l’Akasha, come vedremo in seguito), sia di indole docile, dal buon carattere e spinto da sentimenti pacifici e di amore; quanto di più errato. Prima di tutto è sempre bene ricordare cosa li distingue. Il Corpo è la parte materiale del nostro essere, prova tangibile di ogni esistenza fisica e terrena. Mente è ciò che di più vicino abbiamo alla nostra concezione carnale e fisica, quindi è il mezzo a livello eterico dove il pensiero prende forma e si tramuta in azione fisica. Spirito, invece, risulta essere ancora una grande incognita e

sicuramente fonte inesauribile di spunti riflessivi e

di studi. Spirito è intimamente legato alla persona di

cui ne fa parte e, tra i componenti della Monade, è sicuramente il più “passionale”. Non è un caso che i parassiti si leghino soprattutto alla parte spirituale della persona, perché è la più comune alla loro e

fonte continua di sensazioni e sentimenti, nonché la più facile da tenere sotto controllo. Mente è tutto ciò che media tra la realtà corporea, la parte spirituale ed eventualmente quella animica. Chi ha solo Spirito prova i sentimenti, chi ha anche Anima, prova sia i sentimenti che le emozioni. L’animico porta con se una grande benedizione ed un fardello

al tempo stesso. Non a caso molti animici sono dei

creativi e degli artisti (musicisti sopratutto, ma anche pittori, scrittori, poeti), sono caratterialmente indipendenti, solitari, di indole anarchica, non accettano le regole della società, non fanno parte di alcun gruppo, ma credono solo in loro stessi. Molti sviluppano anche studi scientifici, umanistici e

filosofici, raggiungendo alti livelli. Da questo insieme si capiscono molte cose sul carattere umano, a cominciare dalle "doti", come non tutti gli essere umani sono degli artisti (nel termine più ampio possibile), di conseguenza non tutti sono animici. Inoltre gli animici, manifestano forti capacità paranormali, di qualsiasi tipologia ed entità, spesso senza nemmeno esserne consapevoli. Non avere Anima non significa essere "inferiori", la differenza è data dalla capacità di elevarsi a stadi superiori di Coscienza, perché quello che conta è l'esperienza e che alla fine, convoglierà nel Tutto Akashico. L’Alieno che ci parassita, risiede sempre nel lobo sinistro del cervello, la parte razionale, la parte dove risiede lo Spirito e non sarà mai possibile trovarne nel lobo destro, dove invece risiede la parte creativa o animica (la posizione dei lobi sinistro o destro, razionale e creativo, spirituale e animico, dipende dalla conformazione della persona, se è destra o mancina). Molto probabilmente anche la sfera sessuale è intimamente connessa con la nostra parte spirituale, perché soprattutto durante l’accoppiamento o il divertimento e il piacere fisico tra due persone, è facile riscontrare, non soltanto un intesa fisica, ma anche mentale, nonché ad un livello superiore. Dove non agisce il parassita alieno, è Spirito che conduce molto spesso la nostra sfera sessuale, sia nell’eventuale vita di coppia, sia nella ricerca di un appagamento saltuario del nostro desiderio. Molto spesso è comune nelle persone, anche dopo essersi liberate

da qualsiasi entità aliena, di provare le stesse sensazioni e, in alcuni casi, le perversioni. Questo è facilmente spiegabile con una realtà inevitabile, dato che la persona parassitata è comunque cresciuta con un “imprinting” alieno, il quale ha formato il suo carattere e la sua personalità. Inoltre è anche accertata una fusione dello Spirito Alieno presente nella memoria aliena (come vedremo in seguito), con lo Spirito della persona parassitata, formando così una unica “coscienza spirituale” nel soggetto e che fonde entrambe le personalità eteriche.

Tutti hanno un Corpo e una Mente, ma non tutti possiedono sia Spirito, Anima o l’Akasha. Le possibilità sono le seguenti:

1) Corpo - Mente (rarissimo)

2) Corpo - Mente - Spirito (comune)

3) Corpo - Mente - Anima (rarissimo)

4) Corpo - Mente - Spirito - Anima (raro)

5) Corpo - Mente - Spirito - Anima - Akasha (raro)

Nell’ultimo caso, il quinto, le parti della Monade corrispondono ai quattro elementi alchemici di Terra - Acqua - Fuoco - Aria, più il quinto elemento l’Etere.

CORPO

Il Corpo ricettacolo della Materia

Il termine materia ricorre per la prima volta in

Aristotele a designare il sostrato comune del

mutamento e insieme il principio di individuazione.

Il concetto di materia o matrice originaria del

divenire corporeo è già prefigurato nel Timeo di Platone: “perciò non diremo che la madre è il ricettacolo di ciò che è generato, visibile e in genere sensibile, sia Terra o Aria o Fuoco o Acqua, né altra cosa nata da queste o da cui queste siano nate. Ma non ci sbaglieremo dicendo che è una specie invisibile e amorfa, che tutto accoglie e che in qualche modo molto problematico partecipa

dell’intelligibile ed è assai difficile a comprendersi”. Aristotele riprende il concetto nel primo libro della Fisica per spiegare il fenomeno del mutamento concepito come passaggio da contrario a contrario, da una privazione a una forma, per esempio dal caldo al freddo o dal movimento alla quiete. Tale scopo postula qualcosa come un “soggetto primo”

o sostrato originario che è appunto la materia

costitutiva, immanente al divenire in ogni cosa. Oltre alla materia sensibile o mobile del divenire corporeo vi è anche la materia intelligibile, sostrato comune degli enti matematici o astratti, un concetto ripreso in seguito da Plotino e da lui esteso all’intero “mondo intelligibile” dei generi e delle specie ideali. La materia, dunque, insieme alla forma e alla privazione di forma, costituisce la

triade dei principi aristotelici: qualcosa muta da una privazione a una forma, grazie al sostrato comune, la materia Uomo. L’Uomo è sua volta è fatto di carne e ossa, che si generano dagli elementi fondamentali, come l’umido e il caldo (l’acqua e il fuoco), arrivando così all’ipotesi di una materia prima, qualcosa di originario “di cui non si dice più che è fatto di qualche altra cosa”. In tal senso la materia non è ente di nessuna categoria, né una quantità come la grandezza o estensione, ma pura potenza. A partire da Zenone di Cinzio, l’antica Stoa identifica la materia col principio passivo, la sostanza inerte e senza qualità, che il principio attivo divino attraverso le sue “ragioni seminali”, feconda e rende produttiva. Ma i due principi rappresentano in realtà aspetti inscindibili dell’unica sostanza, il Corpo attivo e passivo, che sta a fondamento dell’ontologia stoica, pertanto la materia senza qualità, in quanto corporea, gode almeno della capacità di estensione. Plotino, reagendo alle tesi aristoteliche e stoiche, ritorna ai testi platonici sul principio “illimitato” e alle dottrine della diade indefinita del grande e del piccolo, dove la materia sensibile o ricettacolo, diviene inoltre il male originario e l’assoluta indigenza, secondo un interpretazione “religiosa”. Contro la Stoa e il platonismo stoico che identificavano la materia con l’estensione e il volume dei corpi, Plotino ne riafferma l’assoluta indeterminatezza. La materia sensibile è copia della materia intelligibile e quest’ultima è chiamata a spiegare la pluralità delle specie dei generi ideali, mentre la sua copia,

ricettacolo della generazione e corruzione, come uno specchio informe riflette le immagini dei paradigmi eterni, cioè il mondo sensibile, ultimo riflesso del mondo delle idee ed estrema emanazione dell’Uno. In direzione antiaristotelica si muove anche il concetto di materia elaborato dalla moderna scienza naturale. Esso culmina nel meccanicismo della pura estensione (Cartesio) cui Newton aggiunge i principi della forza e del movimento. Con Leibniz la tradizione meccanicistica della scienza si fonde con le esigenze della Metafisica, dando origine a un originale concetto di materia intesa come forza passiva, inerzia o resistenza. Come tale, la materia non è una realtà in sé sussistente, ma nomina un aspetto dell’attività percettiva della Monade, il suo grado di rappresentazione inconscia e oscura. In questo concetto leibniziano sono state ravvisate alcune premesse dell’interpretazione romantica della materia, come “Spirito addormentato” o inconscio o come Spirito degenerato in ripetitività e abitudine, ma soprattutto da Leibniz prende avvio quel concetto di inconscio materiale che, attraverso la mediazione di Schopenhauer, trova nella psicoanalisi di Freud il suo punto di approdo.

Sostanza Materiale

Nella sua accezione più generale (la sostanza che costituisce i corpi naturali e che possiede come proprietà caratteristiche la gravitazione e l’inerzia), si riconosce la “Materia Vivente”, ovvero l’insieme

delle sostanze complesse di cui sono formati gli esseri viventi. Le varie concezioni della materia che si sono alternate nella storia della filosofia, possono essere ricondotte ad alcuni schemi fondamentali: la materia intesa come passività, come potenzialità, come estensione, come forza attiva.

Passività. Per Platone e Aristotele, la materia è in primo luogo, anche se non esclusivamente, passività. Essa viene spesso paragonata alla cera, che riceve e conserva in sé qualsiasi impronta, o al materiale su quale si esercita l’attività dell’artigiano. Tale è la materia anche per gli stoici, per Plotino e per buona parte della filosofia scolastica. Una ripresa di tale concezione vede la materia come il momento negativo della stanchezza e della ripetizione nel flusso creatore della vita.

Potenzialità. Il concetto della materia come potenzialità coesiste in Platone e Aristotele col precedente. La nozione ha un particolare rilievo in Aristotele, per il quale la potenzialità non è solo possibilità di assumere forme ma anche intrinseca forza produttiva. L’accentuazione più suggestiva della creatività della materia è in alcune manifestazioni del naturalismo rinascimentale, particolarmente negli scritti di Giordano Bruno.

Estensione. L’identificazione della materia con l’estensione è tipica della filosofia di Cartesio, ma è probabilmente anche implicita nell’atomismo classico. Alla concezione di Cartesio si avvicina molto quella di Spinosa che definisce la “materia prima” con la sola nota della spazialità.

Forza. L’elaborazione filosofica più originale del concetto della materia come forza è quella di Leibniz, dove la materia non è solo estensione, ma anche inerzia e resistenza, e il filosofo si sente perciò autorizzato a concludere che essa, lungi dall’essere una realtà a sé, rappresenta solo uno stato particolare della Monade. La presenza di forza e di movimento in seno alla materia fu messa in rilievo anche da Newton e Kant.

Il concetto di Corpo nella Filosofia Occidentale

Il termine Corpo in filosofia ripropone il significato del linguaggio comune intendendo ogni essere esteso nello spazio e percepibile attraverso i sensi. Le caratteristiche fisiche, biologiche, meccaniche del Corpo di cui si è interessata la filosofia ai suoi inizi, sono state poi oggetto dello specifico pensiero scientifico, mentre la storia della filosofia nella sua totalità si è occupata in particolare del rapporto tra Anima e Corpo. Nella filosofia antica e medioevale possiamo rintracciare due concezioni di questa relazione: la prima risale alla interpretazione orfico- pitagorica secondo la quale il Corpo è un'entità di natura completamente diversa e separata rispetto all'Anima; teoria questa ripresa da Platone che afferma che il Corpo è la "tomba" dell'Anima. L'Anima, infatti, decaduta dalla sua condizione iniziale di perfezione ideale ed eternità si trova prigioniera in un'entità corruttibile e mortale. Per lo spiritualismo platonico, quindi, l’Anima è più reale del Corpo e partecipa nelle medesima realtà eterna

e

perfetta delle Idee. Durante la vita terrena essa è

congiunta al Corpo e per così dire sua “prigioniera”, la morte la libera e la rende al mondo intelligibile. Al pensiero platonico si connettono sia la patristica sia

la prima fase della scolastica. La seconda concezione del rapporto Anima-Corpo si ritrova in Aristotele che sostiene che le due entità non sono separate ma costituiscono elementi separabili di un'unica sostanza: il Corpo è la materia intesa come potenzialità, quella che offre possibilità di sviluppo, l'Anima è la forma, la realizzazione di quelle possibilità materiali tramutatesi in attuali. L'Anima è la vita che possiede in potenza un Corpo, il Corpo cioè è un puro e semplice strumento dell'Anima: ma non uno strumento inerte ma tale che possiede «in se stesso il principio del movimento e della quiete.» Il Corpo inteso come strumento dell'Anima si ritrova nello stoicismo, nell'epicureismo e nella scolastica: per Tommaso d'Aquino, il Corpo si dirige a realizzare l'Anima e le sue attività razionali allo stesso modo che la materia aspira a realizzare la forma. Questa concezione del Corpo come strumento rispetto all'Anima non fu condivisa, nell'ambito della scolastica, dall'agostinismo che vede nel Corpo la forma corporeitatis per cui in questo, indipendente dall'Anima, vi è sia potenza che atto e l'Anima è

un'ulteriore sostanza che si aggiunge ad esso. Per lo spiritualismo cristiano, che accetta sia l’esistenza dell’Anima sia quella del Corpo (dualismo), l’Anima

è ugualmente immortale e sopravvive al Corpo in

cui Dio l’ha posta prima della nascita, tuttavia il

dogma della resurrezione permette al Corpo di partecipare al destino glorioso dell’Anima eletta. In Cartesio l’unione dell’Anima e del Corpo non è chiaramente definita, l’Anima è concepita come cosa pensante” e come tale essa “è più atta a conoscere che il Corpo”. La dipendenza strumentale del Corpo rispetto all'Anima finisce con Cartesio per il quale entrambe sono due sostanze, il primo res extensa, sostanza estesa e non pensante, la seconda, res cogitans, sostanza pensante e non estesa. Tra le due sostanze non vi è alcun nesso causale: il Corpo è «come un orologio, o un altro automa (ossia una macchina che si muove da sè).» La separazione del Corpo dall'Anima diede origine a dottrine dualistiche e monistiche che cercavano di risolvere il problema del rapporto tra eventi incorporei e corporei. In opposizione a questo dualismo nella seconda metà del XVII secolo, sorsero le dottrine dell'occasionalismo di Nicolas Malebranche e di Arnold Geulincx, dove l'Anima e il Corpo sono unite dall’esistenza di Dio. Malembranche, spiegò con l’occasionalismo e la “visione in Dio” ogni influenza del Corpo sull’Anima o viceversa. Nell'ambito del monismo va inserita la soluzione di Leibniz, il quale vide un parallelismo tra eventi corporei e incorporei connessi, non da un rapporto causale ma da un regolare e continuo legame, per cui ad ogni evento materiale ne corrisponde uno immateriale secondo un "armonia prestabilita.” Infatti sosteneva che: «i corpi agiscono come se, per impossibile non esistessero anime; le anime agiscono come se non

esistessero i corpi; ed entrambi agiscono come se le une influissero sugli altri.» Tra monismo e pluralismo si colloca la filosofia di Spinoza che concepisce «la Mente e il Corpo come un solo identico individuo, che è concepito ora sotto l'attributo del pensiero, ora sotto quello dell'estensione.» Nell'unica sostanza divina infatti coincidono Corpo e Anima ossia i due attributi dell'estensione e del pensiero che mantengono però la loro diversità in quanto coincidenti solo in Dio.

Nelle altre filosofie

In numerose tradizioni, religioni e scuole di pensiero orientali ed esoteriche, il Corpo è considerato tutto ciò che, a livello più o meno materiale, riveste e ricopre la «vera essenza» spirituale di un essere che deve, attraverso pratiche religiose, liberarsi delle necessità materiali corporee per raggiungere i più alti gradi di spiritualità. Convenzionalmente, i corpi vengono distinti in tre categorie principali, a seconda dei vari livelli di densità. Il Corpo grossolano non è altro che il Corpo fisico, soggetto a nascita e morte. Esso è ovviamente il Corpo più denso in modo assoluto, tant'è che può essere percepito con i normali organi di senso. I vari corpi (materiali o meglio energetici) hanno solo la funzione di permettere alla sostanza inestesa (incorporea) dello Spirito immortale di contattare la realtà fisicamente organizzata. Le dottrine metafisiche ed esoteriche definiscono

genericamente Corpo sottile ogni tipo di struttura extracorporea che convive con la struttura fisica e

di cui ogni essere vivente è dotato. Presso la

filosofia orientale, il Corpo sottile indica il campo di

energia composto dai chakra e dai flussi di energia vitale (prana). Questi corpi formano i vari strati dell'aura, legati tra di loro in modo tale che ogni cambiamento a livello fisico si manifesti dapprima nel Corpo eterico, poi in quello astrale, successivamente in quello mentale e infine in quello causale. Viceversa i cambiamenti del Corpo fisico vengono avvertiti come cambiamenti di colore

negli strati dell'aura, prima di arrivare agli strati interni. Il Corpo eterico è il più denso di tutti e il più direttamente connesso con il Corpo fisico. I cambiamenti dello stato fisico sono immediatamente avvertiti come variazioni di energia nel Corpo eterico e la sua funzione è quella

di strutturare dinamicamente il Corpo fisico,

secondo un'articolazione intelligentemente prevista

ma non personalizzata. Il Corpo astrale o animico è

meno denso del Corpo eterico e riflette lo stato

emotivo dell'individuo. Esiste a fianco e in maniera complementare al Corpo fisico ed è veicolo dell'Anima e della coscienza, come sede e motore

dei sentimenti, dei desideri, nonché delle emozioni.

Si trova menzione di esso in un trattato del “Corpus

Hermeticum”, la dottrina viene poi ripresa, almeno

in parte, da Porfirio, da Giamblico e Proclo, per

indicare il sostrato a cui l'Anima si associa una volta uscita dal Corpo fisico, in attesa di reincarnarsi. In questi scritti neoplatonici è definito,

veicolo dell'Anima, in seguito sarà poi concepito come associato all'Anima anche quando si trova incarnata in un Corpo. Questo termine è conservato nelle dottrine esoteriche moderne anche se con accezioni e funzionalità parzialmente distinte da quelle neoplatoniche. Helena Blavatsky lo scompone in sette principi, prossimi al livello fisico. Rudolf Steiner lo chiama anche Corpo psichico, Corpo di coscienza, e a volte Corpo dei desideri. La costituzione occulta dell'Uomo secondo l'Antroposofia steineriana è la seguente: Corpo eterico (o doppio), Corpo astrale, ego razionale (personalità umana), ego spirituale (coscienza superiore), Spirito vitale (individualità universale), Uomo-Spirito (emanazione della divinità). Non è associato a forme fisiche o eteriche, ma possiede forma ovoidale ed è percorso da correnti di forze psichiche che si manifestano in maniera luminosa, colorata o trasparente. Nella letteratura esoterica spesso è definita come aura, i cui colori dipendono dalla natura delle forze agenti, dove ogni passione ha la sua tonalità astrale. In genere si pensa che il Corpo astrale non abbia, di per sé, influenza diretta sul Corpo fisico, la sua azione sulla materia dovrebbe passare sempre per un altro sostrato eterico, fungente da guaina di protezione. Il Corpo mentale è costituito dall'unione della mente con gli organi di percezione, ed è il Corpo adibito alla formulazione del pensiero. Sede e motore delle operazioni intellettive più elevate (in senso relativo) e delle intuizioni reali, ma ancora al di sotto della percezione pura dello Spirito, nel suo ambito di di

pura razionalità. Gli orientali aggiungerebbero anche un Corpo causale, prima origine di ogni altra manifestazione e questi corpi costituirebbero, attraverso la loro sintesi, la personalità dell'Uomo (storica e psicosociale) che si rinnova, o si trasforma, attraverso la reincarnazione.

Secondo la filosofia Ved nta, l'essenza spirituale dell'Uomo (detta tman) è rivestita da cinque involucri o guaine, chiamati Kosha. Essi sono i corpi di cui è composto l'IO fenomenico, che separano la coscienza (il proprio tman, il proprio Sé) dal Brahman indifferenziato. I cinque Kosha sono presenti in tutti i piani (grossolano, sottile e causale), partendo da quello più materiale per arrivare a quello più spirituale. Questo riflette la volontá Advaita (non duale) che non distingue fra fisica e Metafisica, ma li considera gradazioni di un tutto. Tra le varie guaine, riconosciamo di nostro interesse l’Annamayakosa, il Corpo grossolano formante un miscuglio di pelle, carne, sangue. La sua esistenza dipende dal prana (energia) assunto sottoforma di cibo, acqua e da prana più sottile assunto attraverso l'aria che respira. Il prana assimilato attraverso la respirazione è la forma di energia più importante al Corpo materiale, infatti senza cibo la sua sopravvivenza è possibile fino e oltre 6 settimane, senza acqua 3 giorni, senza aria, invece, la vita del Corpo materiale cessa dopo soltanto 6 minuti. L’altra guaina di interessa per la nostra ricerca è il Pranamayakosa o quella dell'Energia Vitale. Nella filosofia vedantina, con il termine prana si intende il soffio-energia vitale, nel

quale il cibo grossolano, è considerato come una sorta di prana cristallizzato. Questo Corpo è simile per dimensione e forma a quello fisico e, come tale ha una sua struttura fisiologica gestita da "centrali energetiche" dette chakra dalle quali scorre l'energia attraverso una sorta di rete sottile di "canali di collegamento", le nadi, la cui funzione è quella di distribuire il prana attraverso le varie strutture umane. Non esiste una sola particella dell'essere umano che non funzioni come organo di ricezione, trasformazione e trasmissione dell'energia sottile. Per la cultura indù, quindi, il “Corpo Materiale” è il vestito temporaneo che ricopre l’Anima condizionata, formato dagli otto elementi e la fusione di queste realtà, assumendo la visione di una condizione più elevata che si tramuta nello “Stato manifesto e non manifesto”, ossia di un Universo materiale e di quanto vi è contenuto, esistendo a intervalli regolari. Diventano quindi manifesti, quando tutti gli elementi che li compongono emanano dal Corpo di Visnu ed egli, col suo sguardo, vi introduce gli esseri viventi perché vi facciano esperienza. Ritorna poi non manifesto quando ogni cosa (gli elementi materiali e gli esseri viventi), rientrano nel Corpo divino. In questa condizione gli esseri viventi cessano di esistere come individui, restando in una specie di sonno prolungato. Nella filosofia tibetana, invece, elemento centrale è il “Corpo buddhico”, termine con il quale non ci si riferisce soltanto al Corpo fisico di un buddha, ma anche alle “dimensioni” variabili con cui si presenta l’incarnazione degli

attribuiti pienamente illuminati e alla loro indivisibile essenza. In esso sono racchiuse le forme luminose, immateriali e non ostacolabili della pura energia della mente illuminata, esemplificate attraverso uno schiera di divinità pacifiche e irate che diventano spontaneamente presenti e naturalmente manifeste a livelli molto elevati di realizzazione, ossia nel punto in cui si dissolve la dualità soggetto-oggetto. Il Corpo diventa in questo stadio la natura ultima o l’essenza, tramite il quale la mente illuminata, che è increata, viene liberata dai limiti dell’elaborazione concettuale. Esiste anche un concetto “illusorio” dove il Corpo è coacervo di un indivisibile unità di materia, parola e mente, a conclusione degli stati di generazione e perfezione. Ritroviamo anche il cosiddetto “Corpo sottile” che a differenza del Corpo grossolano, composto di carne, ossa e sangue, comprende una rete di sottili canali energetici di energie vitali e punti seminali di energia. Esso nasce come espressione naturale dell’interazione tra la Mente e le energie vitali da cui dipende. Questo stadio lo si raggiunge non appena si sperimenta un unità tra il Corpo, la parola e la Mente (buddhica), passo successivo per ogni presa di Coscienza.

MENTE

Che cosa è la Mente?

Il termine Mente è comunemente utilizzato per descrivere l'insieme delle funzioni superiori del cervello e, in particolare, quelle di cui si può avere soggettivamente coscienza in diverso grado, quali la ragione, la memoria, l’intuizione, la volontà, la sensazione e l’emozione. Sebbene molte specie animali condividano con noi alcune di queste facoltà, il termine è di solito impiegato a proposito degli esseri umani. All'utilizzo in senso tecnico neurofisiologico si è anche affiancato un utilizzo di tipo metafisico. In tale prospettiva la Mente diventa qualche cosa di divino e tale presunta entità sovrannaturale, come ad esempio nell’espressione "la mente di Dio", assume qualità pensanti che alludono a un mente superiore. Fin dall'antichità la Mente è stata oggetto di concettualizzazioni sempre in associazione col concetto di Anima, in Grecia nominata psiché e in India jivatman. Nel mondo greco i primi concetti della Mente-Anima risalgono a Platone, ad Aristotele e ad altri filosofi dell’Antica Grecia. Tali teorie pre-scientifiche sono focalizzate sulla relazione tra Mente ed Anima (intesa come essenza sovrannaturale presente in ogni Uomo). Tra il XVII e il XVIII secolo sono state avanzate numerose teorie parziali sulla Mente da parte di Cartesio e di Locke, ma solo dalla metà del XIX secolo ne nascono di nuove, più esaustive in riferimento ai primi studi approfonditi sulla struttura

del cervello. Dalla fine del XIX secolo gli studi sulla Mente hanno avuto un incremento notevole che prosegue a tutt'oggi, dove vere e proprie teorie incominciarono a profilarsi, tutte miranti ad analizzare i dati emersi sulla struttura del cervello nella sua comprensione scientifica. Talvolta il concetto di Mente è stato utilizzato più o meno come sinonimo di Coscienza, anche se il termine è comunque oggetto di acceso dibattito, tanto che negli ultimi due decenni è andato definendosi in tre posizioni principali:

1°)

la

Mente

è

costituita

da

caratteristiche

sia

possibile indagarla soltanto in quanto tale, in sé e senza alcun riferimenti ad altro, neppure alla fisiologia del cervello;

2°) la Mente, in quanto prodotto del cervello, è oggetto d’indagine della neurofisiologia attraverso tecniche moderne d’indagine basate sugli effetti di lesioni cerebrali localizzate e sull’attivazione differenziale (afflusso di sangue) in regioni specifiche a funzione definita e accertata;

assolutamente

proprie

che

fanno

che

3°) la Mente, almeno per quanto riguarda le funzioni analitiche e computazionali, presenta notevoli analogie con i computer, tali da permettere di identificare nel cervello l’hardware e nella Mente il software.

La discussione intorno a quali attributi umani costituiscano la Mente è dibattuta. Alcuni sostengono che soltanto le più "alte" funzioni intellettive costituiscano la Mente: in particolare, la

ragione, l'intuizione, l'intenzionalità e la memoria. In questa prospettiva le emozioni (l’amore, l’odio, la paura, la gioia) avrebbero una natura più "primitiva" e soggettiva e andrebbero pertanto ben distinte dalla sua natura. Altri sostengono, invece, che l’aspetto razionale di una persona non può essere distinto da quello emotivo, che essi condividono dunque la stessa natura, e che vanno entrambi considerati come appartenenti alla Mente dell’individuo. In questa prospettiva vi sono teorie recenti che individuano nella Mente differenti funzioni, le quali per quanto integrate, sono distinguibili ed appartengono alla sfera intuitiva, intellettiva, razionale e sentimentale. Correlata a tale questione, relativa alla qualificazione delle funzioni cerebrali, sta anche quella della loro collocazione all'interno dell'encefalo, ovvero come e dove le facoltà mentali siano riferibili alla struttura del cervello stesso. I filosofi e gli psicologi restano divisi circa la natura della Mente, alcuni sostengono che sia una entità a sé, avente probabilmente il proprio fondamento funzionale nel cervello, ma essenzialmente distinta da esso. Quindi un'esistenza autonoma e come tale oggetto d'indagine. Questa prospettiva, facente capo a Platone, è stata successivamente assunta all’interno del pensiero cristiano e in qualche modo radicalizzata da Cartesio. In questo contesto di ricerca, si presume che la Mente sia un’entità completamente separata dal Corpo, una manifestazione fisica dell’Anima, e che essa sopravviva alla morte del Corpo e ritorni a Dio, suo

creatore. Altri ancora assumono una diversa prospettiva facente capo ad Aristotele, il quale sostiene che la Mente è soltanto un termine utilizzato per motivi di comodità ai fini della rappresentazione di una moltitudine di funzioni mentali e che hanno poco in comune tra loro, riconoscibili attraverso la Coscienza. Gli studiosi distinguono una coscienza primaria o nucleare a cui competono quelle funzioni-base che si esprimono in "consapevolezza del mondo esterno", attraverso la percezione e in "consapevolezza del proprio Corpo". In questa prospettiva la Mente è una manifestazione soggettiva dell'esser coscienti:

nient’altro che la facoltà del cervello di manifestarsi come Coscienza. Il concetto della Mente è quindi un mezzo tramite nel quale il cervello cosciente comprende le sue stesse operazioni. George Berkeley, vescovo anglicano e filosofo del XVIII secolo, sosteneva che la materia non esiste, e che ciò che gli uomini percepiscono come mondo materiale non è nient’altro che un’idea nella Mente di Dio, e che quindi la Mente umana è una pura manifestazione dell’Anima. Sono pochi i filosofi disposti oggi ad accettare una prospettiva così estrema, ma l’idea che la Mente umana abbia una natura o un’essenza diversa e più alta del mero insieme delle operazioni del cervello, continua ad incontrare un largo consenso. La dottrina di Berkeley è stata attaccata da T.H. Huxley, biologo del XIX secolo, allievo di Charles Darwin, che sostenne i fenomeni della Mente essere di un unico genere, e spiegabili esclusivamente a partire dai

processi cerebrali. Huxley, vicino a quella scuola di pensiero materialista della filosofia inglese facente capo a Thomas Hobbes, sosteneva che ogni evento mentale ha il suo fondamento fisico, sebbene le conoscenze biologiche dell’epoca non gli consentissero di individuare con precisione tali basi fisiche. Huxley conciliò la dottrina di Hobbes con quella di Darwin, dando così luogo alla moderna prospettiva materialista. Questa linea di pensiero è stata rinvigorita dalla costante espansione della conoscenza circa le funzioni del cervello umano. Nel XIX secolo non era possibile affermare con certezza in che maniera il cervello svolga certe funzioni quali ad esempio la memoria, l’emozione, la percezione e la ragione, e ciò lasciava ampio spazio alle teorie metafisiche della Mente. Ma ogni progresso nello studio del cervello rendeva queste posizioni sempre meno salde, fino al punto in cui è diventato innegabilmente chiaro che tutte le componenti della Mente hanno la propria origine nel funzionamento del cervello. Il razionalismo di Huxley, in ogni caso, è stato scosso all’inizio del XX secolo dalle idee di Sigmund Freud, che sviluppò una teoria dell’inconscio, sostenendo che i processi mentali di cui gli uomini sono soggettivamente coscienti, non costituiscono che una piccola parte dell’intera attività mentale. Sebbene Freud non abbia mai negato che la Mente sia una funzione del cervello, sostenne che ha una coscienza propria della quale non siamo coscienti, che non possiamo controllare e alla quale è possibile accedere solo tramite la psicoanalisi (ed

in particolare tramite l’interpretazione dei sogni). La teoria dell’inconscio di Freud, sebbene impossibile da dimostrare empiricamente e scientificamente, è stata ampiamente assorbita nella cultura occidentale, rimanendone fortemente influenzata.

Appercezione

Il termine appercezione sta a indicare una forma particolare di percezione mentale, che si distingue per chiarezza e consapevolezza di sé. Fu introdotto dal filosofo Leibniz per definire la "percezione della percezione", ossia la percezione massima perché situata al più alto livello di autocoscienza (in Kant è nota altrimenti come "Io penso"). Secondo Leibniz, la capacità di pensare e di rappresentare il mondo non appartiene esclusivamente alla vita cosciente, ad esempio negli uomini o negli animali superiori, quindi, anche la realtà apparentemente inanimata, come la materia, ha una sua vita nascosta, fatta di piccole percezioni, che rimangono avvolte nell'oscurità e nell'incoscienza. Persino al più infimo livello dell'essere non c'è mai assenza totale di una qualche attività pensante, perché non esiste una realtà che sia priva di pensiero, esistono semmai infinite gradazioni di pensiero, da quello più confuso a quello più chiaro e distinto, nel quale si ha appunto l'appercezione. L'essere risulta così strutturato in un'infinità di sostanze o monadi, ognuna delle quali è un "centro di rappresentazione", vale a dire un centro di forza, dotato di un'energia spirituale che consiste in una

particolarissima e individuale prospettiva sul mondo. Esistono anche pensieri di cui non si ha consapevolezza, perché non c'è nessun dualismo insanabile tra Spirito e materia, tra coscienza e

incoscienza, ma solo infiniti passaggi dall'uno all'altro. È soltanto negli organismi superiori, però, e

in particolare nell'Uomo, che le percezioni giungono

a diventare coscienti, cioè ad essere appercepite:

l'Uomo infatti riesce a coglierle unitariamente nella loro molteplicità, sommandole e componendole in

una visione sintetica, come fossero tessere di un mosaico. In ciò consiste propriamente l'appercezione, dove ad esempio il rumore del mare è in fondo il risultato del rumore delle piccole onde che essendo piccole percezioni, le assimiliamo inconsciamente fino a sviluppare la "percezione della percezione" di un unico rumore del mare. Ciò significa che anche nell'Uomo possono manifestarsi percezioni inconsce, a cui non prestiamo cioè sufficiente attenzione o che releghiamo nei meandri oscuri della Mente. Soltanto in Dio esiste il più alto grado di rappresentazione del mondo, ossia l'appercezione più chiara e distinta che è l'autocoscienza, riassumendo in sé le percezioni di tutte le altre monadi.

Il Logos

Il Logos, termine che deriva dal greco, significa

discorso, parola, ragione, la ragione cosmica, considerata nell’antica filosofia greca come la fonte

dell’ordine e dell’intelligibilità del mondo. Eraclito designa con questo termine il principio vitale della realtà, il quale è “fuoco” e “ragione” insieme. Per Platone l’essere è logos in quanto si articola nell’ordine dialettico delle idee. Gli stoici denominano in esso il soffio animatore che permea il tutto ed è “ragione seminale” delle singole realtà. Per Plotino il logos è la potenza ordinatrice del mondo, emanata direttamente dall’intelletto divino, mentre Filone di Alessandria chiama a sua volta con questo termine l’ipostasi intermedia fra Dio e il mondo, la quale funge da strumenti e da tramite dell’atto creatore divino. Nel Vangelo di san Giovanni è detto che “il logos si è fatto carne ed ha abitato tra noi”, Cristo è dunque lo stesso logos divino, divenuto Uomo fra gli uomini per consumare il mistero della redenzione. In Hegel diviene sinonimo di universale concreto e di ragione dialettica, perché identificato con il pensiero, mentre la logica è lo studio del pensiero stesso in seno alla ragione.

La Logica

Il termine “logica” si applica alla riflessione sulla natura del pensiero e, in questa accezione, la storia del termine coincide praticamente con la storia della filosofia. L’espressione “logica filosofica”, seppur fuorviante, perché implicante l’esistenza di una logica diversa da quella formale, tuttavia ha dimostrato che le dottrine filosofiche hanno in tutte le epoche affrontato la questione dei fondamenti e

della natura delle leggi logiche. Problema già sollevato da Platone e discusso sistematicamente nei dialoghi maturi, con Aristotele la questione viene impostata nei termini di un indagine sulle proprietà del discorso che lo rendono atto a rispecchiare la realtà, una realtà previamente articolata in base alle categorie della Metafisica, che a loro volta rinviano, per la loro definizione, alle proprietà logiche del discorso. Ampie parti della Metafisica trattano di problemi che oggi definiremmo di filosofia logica. In epoca medievale la logica filosofica (logica maior) coincise con dettagliatissime indagini di carattere sintattico e semantico e, insieme con la logica formale (logica minor) costituisce la parte propriamente filosofica (densa di implicazioni teologiche e metafisiche) di una più ampia scienza. Con la grande eccezione di Leibniz, l’epoca moderna, con la sua tipica rifondazione della filosofia come teoria della conoscenza, tende a riassorbire la riflessione all’interno di una questione trascendentale, ed essa viene a costituire il cuore della filosofia “critica” stessa.

Il Pensiero

Il pensiero è la facoltà attiva e conoscitiva della mente umana, mediante la quale l’Uomo prende coscienza di sé e della realtà che lo circonda. La parola pensiero può designare tanto l’insieme dei fatti psichici nel loro complesso, quanto, più specificatamente, l’attività della ragione e

dell’intelletto, in quanto distinta da quella dei sensi

e della volontà. L’uso del termine nel suo senso più estensivo è abbastanza diffuso nella filosofia moderna prima di Kant, particolarmente nella

tradizione cartesiana, nel cui ambito la percezione,

il sentimento e la volizione sono chiamati “pensieri”,

come più propriamente le manifestazioni dell’intelletto e della ragione. E’ sulla base di questa indeterminatezza semantica che Leibniz può sostenere che non esistono argomenti validi per

escludere che gli animali siano dotati della capacità di pensare. Tuttavia, fin dalla filosofia greca classica, il significato di “pensiero” come attività conoscitiva distinta dalla volontà è stato di gran lunga prevalente. In Platone e in Aristotele si trovano distinte le due forme del pensiero, che si

contenderanno di volta in volta il primato entro le grandi correnti della filosofia occidentale. Da un lato

il pensiero si presenta come intuizione immediata

dell’oggetto mentale e dall’altro come attività discorsiva (logos) e che procede, per così dire, circuendo il proprio oggetto, in alternanza di domande e risposte, di affermazioni e negazioni. Essa si muove intorno all’oggetto senza mai adeguarlo pienamente e va nettamente distinta dalla visione mentale, alla quale spetta più propriamente il nome di “intelligenza” o “intelletto”. Anche Kant definisce il pensiero come “conoscere per concetti”, precisando che il pensiero diventa conoscenza reale, e non solo formale, quando i concetti si riferiscano come predicati a intuizioni sensibili. Con l’idealismo romantico la parola

“intelletto” passa a indicare l’improduttivo e astratto “pensare per concetti”, separato dal suo contenuto e invano teso al pieno adeguamento di esso. Il vero pensiero è invece la ragione, attività produttrice di se stessa e del proprio oggetto, dove l’antica identificazione “poetica” del pensiero con la realtà, viene così riproposta su un nuovo piano, dinamico e dialettico, estraneo alle note negative della dell’incertezza e dell’approssimazione.

Nelle altre filosofie

Mentre in Occidente è prevalsa almeno sino al XIX secolo la prospettiva dualista, nelle culture dell'Oriente è perdurata la visione di una Mente - Anima globale, l'Atman, riflessa nella Mente degli uomini come Jivatman. Questa prospettiva della Mente nel pensiero filosofico orientale, ha caratterizzato il suo corso in modo completamente differente rispetto a quello occidentale. All'interno di esso spicca il pensiero buddhista, secondo cui la Mente non è un'entità e nemmeno un sistema che esercita funzioni, ma piuttosto un processo. La Mente, secondo tale pensiero è un ponte tra Anima (parte eterna dell'individuo) e Corpo (parte mortale dell'individuo), a questo è dovuto il suo "irrequieto" movimento per unire due parti impossibili da unire tra loro, ossia l'assoluto e la morte. Secondo il Buddhismo, la Mente è un flusso di singoli istanti di esperienza consapevole e chiara, dove nella sua condizione non illuminata, esprime le proprie qualità quali pensieri, percezioni e ricordi grazie alla

consapevolezza. La sua vera essenza illuminata è libera dall’attaccamento ad un sé e si sperimenta inseparabile dallo spazio come consapevolezza aperta, chiara ed illimitata. Il pensiero diviene aggregato quando i principali componenti psicofisici costituiscono il complesso Corpo-Mente di un essere senziente. La Coscienza diviene, quindi,

fondamento che sta alla base di tutti gli altri aspetti

in cui sono immagazzinati i segni delle passate

esperienze. E’ con le percezioni che si riconosce e identificano forme e oggetti, le sensazioni di piacevole, spiacevoli o neutre che sorgono come immediata reazione agli oggetti nei nostri sensi. In questo si riscontrano le cosiddette “formazioni mentali”, ossia quegli stati che danno origine alle nostre tendenze ed emozioni, di una serie infinita di impulsi motivazionali che si trovano dietro i pensieri, i discorsi e le azioni che si collegano in modo specifico agli oggetti percepiti. Nella sua manifestazione sottile, sono possibili anche stati di avversione, impedendo all’individuo di percepire la realtà in modo corretto, per questo motivo il karma, svolge una funzione di relazione dinamica tra le azioni e le conseguenze. Esso comprende nel suo

aspetto causale sia le azioni reali (fisiche, verbali e mentali) sia le tendenze e le tracce psicologiche create nella mente da tali azioni. Dopo l’esecuzione

di un azione, si forma nel continuum mentale una

catena causale che prosegue nel presente e nelle successive rinascite. Questo potenziale, agisce quando interagisce con determinate circostanze e condizioni, portando alla fruizione dei suoi effetti.

“Conoscere” o “essere consapevoli” può assumere molti significati distinti, ma non slegati dove tutte le esperienze di coscienza e gli stati mentali assurgono a disciplina basata sulla conoscenza più

alta. In altre termini, si tratta della facoltà, inerente

al “continuum mentale” di tutte le creature viventi,

che permette loro di esaminare le caratteristiche degli oggetti e degli eventi, rendendo possibile i giudizi e le decisioni. La natura e le qualità dell’esperienza non potranno mai essere colte

pienamente per mezzo del linguaggio e delle parole, ma attraverso l’archetipo. Sempre nel Buddismo, ad esempio, la Mente è definita un processo dinamico che consiste semplicemente nella consapevolezza di un oggetto o di un evento. La sua funzione primaria è di essere consapevole dell’oggetto come di un tutto, mentre le modalità secondo cui si collega a specifici aspetto dell’oggetto sono definite fattori mentali. E’ importante comprendere che la Mente non viene concepita come qualcosa di statico o come qualcosa che abbia una sostanza spirituale.

Sebbene identificata con il fondamento dell’essere

o con l’identità personale, la nozione di sé o di

persona non è un elemento essenziale per la sua conoscenza. Benché tutti gli esseri senzienti posseggano potenzialmente la capacità di attuare la saggezza originaria nel proprio continuum mentale, la confusione psicologica e le tendenze

dell’illusione che corrompono la Mente impediscono

la naturale espressione di questo potenziale innato,

sovrapponendogli la coscienza mondana. La

saggezza originaria, diviene quindi la purezza naturale dell’aggregato della Coscienza, libero da ogni illusione. La saggezza originaria simile allo specchio è la Mente, davanti alla quale tutti gli oggetti dei cinque sensi appaiono spontaneamente a formare l’unione del proprio IO.

SPIRITO

Sappi che ogni condizione dell’essere, dipenda essa dalla virtù, dalla passione o dall’ignoranza, non è che una manifestazione della Mia energia. In un certo senso Io sono tutto, ma rimango indipendente. Non sono soggetto alle influenze della natura materiale, poiché esse sono in Me.” (Parole di Krishna tratte dalla Bhagavad G t ).

Lo Spirito

Spirito deriva dal latino "spiritus" (letteralmente:

soffio, respiro, alito, dal verbo "spirare" che significa "soffiare"). Termine con cui si traduce il greco pneuma, che nella più antica accezione significava «respiro», «aria», «soffio animatore”, vide negli stoici la spiegazione del pneuma stesso come energia che dà la vita a tutta la realtà, principio vitale o «Anima del Mondo». Il termine riveste diversi significati, tra questi in ambito filosofico e nelle religioni, differentemente dall'essenza Metafisica del tempo, eterna e non ubiqua, dimorante all'interno dell'Uomo chiamata Anima, Spirito indica generalmente l'essenza Metafisica dello spazio non eterna e dimorante anch'essa all'interno dell'Uomo, come traduzione del sanscrito pr a e dell'ebraico ruach, attraverso il greco pnéuma, mentre Anima più propriamente traduce il sanscrito tman e l'ebraico nephesh, attraverso il greco psych. Spirito o Energia Spirituale è la

manifestazione della potenza interna e costituisce il mondo spirituale, dimora originale di tutti gli esseri.

E’ il principio immateriale di vita, sede del pensiero,

della volontà, delle attività mentali e dei sentimenti

più alti. Il significato originario della parola Spirito, nel suo più antico pensiero, descrive il “principio vitale” delle cose, concepito come un entità materiale, formato da materia sottilissima e mobilissima, assai affine al fuoco, appartenente al Dio che dà vita alle cose e le guida secondo i suoi voleri. Tale concetto, che trova la sua sistemazione nella fisica stoica, viene fatto proprio dalla medicina greca. Così Erasistrato ne distingueva di due tipi, uno con sede nel cuore e l’altro nel cervello, tali concezioni sopravvissero anche in età medievale, dove la medicina lo concepì come sostanza materiale mobile e sottilissima (lo spiritus corporeus

o animalis). Il dualismo, di Spirito e Materia, ove

per Spirito si intende sostanza per definizione immateriale, appare per la prima volta in Platone e successivamente nella filosofia cristiana. Cartesio sosteneva che lo Spirito, “sostanza nella quale risiede immediatamente il pensiero” abbraccia concetti come coscienza, realtà pensante, intelletto. Nel “Trattato sulle passioni dell'Anima”, Cartesio

considerava gli «spiriti animali», prodotti dal sangue

e inviati al cervello dalle arterie, il fondamento

fisiologico dell'attività psichica. Sin dalle origini, tuttavia, il pensiero cristiano intende il pneuma anche in senso immateriale, come soffio divino animatore dell'universo e infine come Anima di Dio

e poi dell'Uomo (già in Filone l'Ebreo, quindi in

Origene e in san Paolo, che contrappone lo «Spirito» alla «Carne»). La teologia e la filosofia cristiana parlano pertanto, oltre che dello Spirito Santo, di «spinti puri» (Dio e gli Angeli) e di «spiriti infiniti», dai quali si distinguono gli «spiriti finiti», cioè le anime umane. Tale pensiero si perpetua e trasforma nella storia della filosofia negli autori rinascimentali, come Agrippa di Nettesheim, Paracelso, Giordano Bruno che secondo le credenze magiche e le scienze occulte del tempo, intendevano il pneuma come strumento di cui si serviva la divinità per influire sulle azioni umane. Nel Cristianesimo il pneuma traduce il termine ebraico Spirito (ruach), nome di genere femminile che significa anche vento, respiro. Per la Religione ebraica con tale termine viene indicata la Potenza Divina che può riempire gli uomini della sua sapienza, ad esempio i profeti. Questo concetto non ha avuto tuttavia uno sviluppo particolare nell'Ebraismo, come invece è stato nel Cristianesimo che ne tratta nella pneumatologia, termine introdotto in filosofia da Leibniz. Nel pensiero illuministico, invece, lo Spirito si distingue dall'Anima: quest'ultima, nella sua realtà psichica, deriva dalla natura, mentre il primo è inteso come prodotto dell'educazione e dei costumi sociali. Nel contempo il termine, come oggetto di scienze occulte e cioè nel senso del moderno «spiritismo», trova elaborazione in Swedenborg e in altri, suscitando la reazione critica di Kant. Per parte sua, Kant usa il termine “Spirito” per designare il potere produttivo e l'originalità creativa della

ragione, e in questa accezione il termine ispirò la filosofia romantica (in particolare Schelling), che ne fece tuttavia un uso metafisico ben oltre i limiti formali del criticismo kantiano. Da qui (ma anche dalla tradizione Illuministica) deriva la prima accezione hegeliana del concetto di Spirito (Geist) elaborata nella “Fenomenologia dello Spirito” del 1807 e poi allargata a sistema complessivo nell'Enciclopedia, con le distinzioni tra Spirito soggettivo, oggettivo e assoluto. Lo Spirito diventa idea, dove la filosofia dello Spirito, ovvero la scienza stessa, ritorna in sé solamente dopo essersi alienata nella natura. Ma lo Spirito, nel suo significato più ampio, presenta anche tutta una serie di entità con funzioni particolari e ben distinte e che popolano il mondo esterno. Non sempre queste entità possiedono poteri soprannaturali o fanno parte di una gerarchia divina, ma il più delle volte sono stati considerati come l’essenza nascosta delle cose e, come l’oggetto che “abitano”, possono essere benevole o malefiche, come pure possono cambiare le loro caratteristiche. Gli Spiriti (al plurale) acquistano la caratteristica di potersi mescolare alla gente e di intervenire nella vita quotidiana. Esistono, quindi, spiriti di alberi, fiumi, sorgenti, montagne, rocce, animali, etc., spiriti dell’amore, della nascita, dell’odio, della morte. Per queste vaste influenze di spiriti, oggetto di superstizione, venivano eseguite pratiche magiche al fine di conciliarseli, questo avveniva tramite persone specializzate in

determinate pratiche (stregoni, sciamani, profeti, etc.).

Diversi Spiriti

In realtà, come ci insegnano anche le più antiche filosofie della Terra, abbiamo dentro di noi una moltitudine di esseri ed entità e che a più livelli interferiscono con noi. Allo stato attuale delle nostre ricerche, abbiamo cercato di fare chiarezza sulla sterminata mole di informazioni che proviene dal nostro passato, cercando di individuare in modo razionale e coerente alle nostre conoscenze, sei diversi tipi di Spiriti: Spirito Materiale, Spirito Superiore, Spirito Animico, Super-Spirito, Spirito Errante e Spirito Alieno.

Spirito Materiale

Lo Spirito Materiale è quello che si forma alla nascita di ogni nuovo Corpo, il nostro Spirito personale che cresce attraverso la propria esperienza corporea (agisce fortemente sulla sfera sentimentale e sessuale). Si pensa che questo Spirito si formi attraverso la Mente, ovvero tramite una esperienza fisica che poi si tramuta in una consapevolezza non fisica ed astratta.

Spirito Superiore

Lo Spirito Superiore è la summa di tutti gli Spiriti Materiali precedenti, ovvero l’insieme di tante

esperienze spirituali che si sono fuse nel corso delle varie re-incarnazioni, con spesso una prominenza di quelle più a noi vicine (ultimi 400 anni). Spesso la loro influenza è talmente forte da

poter riconoscere e ricordare le loro vite passate, scambiate spesso per “nostre” e in molti casi anche

per vite passate animiche.

Spirito Animico

E’ lo Spirito Demiurgico, ovvero quello Spirito

originario che si è formato nel momento in cui le Anime idealizzarono la loro essenza spirituale interna a questo universo, formandone poi un Corpo fisico nei due Demiurghi, portatori del principio duale cosmico. Lo Spirito Animico è il collante tra le Anime e lo Spirito, nel quale i Demiurghi sono gli arbitri di questa energia interiore potentissima all’interno della materia (il Corpo).

Super-Spirito

Il Super-Spirito, invece, è un qualcosa a se stante

dagli Spiriti precedenti, in quanto è il primo ed unico Spirito del primo contenitore in cui le nostre anime sono state inserite. In pratica, è lo Spirito del “Primo Uomo Mortale” (l’Adam Qadmon Venusiano), il quale ha perso la sua Anima e che poi è stata incatenata nei nostri corpi (ma esistono anche casi

di Super-Spiriti Alieni). Mentre tutti gli Uomini

possiedono lo Spirito Materiale e in parte quello

Superiore, il Super-Spirito si trova solo negli

animici, mentre è raro nei non animici. Si distingue dallo Spirito Materiale e Superiore per una interruzione nel processo di fusione con gli altri Spiriti, portando avanti un progetto indipendente, spesso atipico, mal compreso e avverso dalle altre componenti, Anima compresa.

Spirito Errante

Sono tutti quegli Spiriti terrestri, animali, vegetali ed umani che, ritrovandosi ad una stadio inferiore o intermedio nel loro percorso di acquisizione di Coscienza, sono costretti per sopravvivere ad attaccare o parassitare corpi con una più elevata “energia vitale”. Comunemente chiamati anche ectoplasmi, sono la forma corporea e fluida di spiriti avversi, a volte maligni, a volte benevoli, spesso con intenzioni sconosciute e che interagiscono con noi durante la nostra vita.

Spirito Alieno

Oltre questi Spiriti, esiste anche lo Spirito Alieno, derivante dalla “Memoria Aliena” presente in molti esseri umani e che, inserita nel lobo sinistro del cervello umano, una volta “disattivata”, si fonde analogamente con gli altri Spiriti presenti nella persona. Per analogia lo si può identificare con lo Spirito Materiale, ovviamente non umano ma di origine extraterrestre e che, in questo caso, si trova dentro l’essere umano con l’unico scopo di parassitarlo, a seguito della necessità dell’Alieno di

sopravvivere mentalmente, in attesa di essere inserito in un nuovo Corpo.

L’unione degli Spiriti genera l’Albero della Vita

L'Albero della Vita costituisce la sintesi dei più noti

e importanti insegnamenti della Cabala ebraica. È

un diagramma, astratto e simbolico, costituito da dieci entità, chiamate Sephirot, disposte lungo tre pilastri verticali paralleli: tre a sinistra, tre a destra e

quattro nel centro. Il pilastro centrale si estende al di sopra e al di sotto degli altri due. Le Sephirot corrispondono ad importanti concetti metafisici, a veri e propri attributi o emanazioni della Divinità. Inoltre, esse sono anche associate alle situazioni pratiche ed emotive attraversate da ogni individuo,

nella vita quotidiana. Le Sephirot sono dieci principi basilari, riconoscibili nella molteplicità disordinata e complessa della vita umana, capaci di unificarla e darle senso e pienezza. Osservandone la struttura,

si può notare che le dieci Sephirot sono collegate

da ventidue canali, tre orizzontali, sette verticali e

dodici diagonali, e ogni canale corrisponde ad una delle ventidue lettere dell'abjad ebraico. I pilastri dell'Albero della Vita corrispondono alle vie che ogni essere umano ha davanti e dove solo la via mediana, chiamata anche "via regale", ha in sé la capacità di unificare gli opposti. Senza il pilastro centrale, l'Albero della Vita diventa quello della conoscenza del Bene e del Male. I pilastri a destra

e a sinistra rappresentano inoltre le due polarità

basilari di tutta la realtà: il maschile a destra e il

femminile a sinistra, dai quali sgorgano tutte le altre coppie d'opposti presenti nella creazione. Come dice la Bibbia, la via che conduce all'Albero è guardata da una coppia di cherubini, due angeli armati di una spada fiammeggiante, ma questo non significa che la via sia del tutto inaccessibile. Secondo la tradizione orale, i due Cherubini possiedono l'uno un volto maschile (lo Spirito Unificato) e l'altro un volto femminile (l’Anima). Essi rappresentano le due polarità fondamentali dell'esistenza, così come si esprimono sui piani più elevati della consapevolezza. Con il graduale ravvicinamento e riunificazione di tali principi, questi “angeli” cessano di essere i "Guardiani della soglia", il cui compito consiste nell'allontanare tutti coloro che non hanno il diritto di entrare e diventano, invece, i pilastri che sostengono la porta che ci riconduce al Giardino dell'Eden.

La Crisalide Cosmica

Risulta chiaro che le componenti interiori del nostro IO, hanno una corrispondenza evidente nei quattro

elementi riscontrati sin dall’antichità, dove il Corpo

è la Terra, la Mente è l’Acqua, lo Spirito è il Fuoco

e l’Aria è l’Anima. Risulta altrettanto evidente, che molte delle antiche culture orientali e parte del pensiero occidentale, che dalla Grecia arriva sino

alla filosofia rinascimentale cristiana, includevano anche una quinta componente, spesso vista come

la quintessenza dei quattro elementi precedenti, un

quinto elemento denominato: Spazio, Vuoto, Etere

o Akasha. E’ singolare che questo quinto elemento rappresentava sin dall’antichità una fusione di un qualcosa di molto più vasto e complesso, dove nei quattro elementi principali, del tutto unici, si accedeva ad uno stadio multiplo e ben più variegato: un Akasha, appunto, ma in questo caso energetica e senza alcun dubbio spirituale. In questa Akasha (l’Estasi che vedremo in seguito), a seguito di indagini condotte in seno a questo studio, sono state incluse le Energie della tradizione Indù o i vari Piani o Veicoli sottili Egizi e che, alla luce delle più recenti scoperte, sono stati identificati in sei tipologie ben distinte e chiare di Entità Spirituali: Spirito Materiale, Spirito Superiore, Spirito Animico, Super-Spirito, Spirito Errante e Spirito Alieno. A questo punto della nostra indagine, è altrettanto chiaro che l’Essere Umano in quanto tale, risulti essere l’unione di tante realtà diverse e che agiscono ognuna secondo un diverso piano. Esiste quindi un Corpo (la Terra), mezzo o veicolo attraverso il quale non soltanto noi facciamo esperienza, ma permette anche a piani divini, spirituali ed animici, di intraprendere un percorso di conoscenza. Segue una Mente (Acqua), fonte del nostro pensiero, del Logos, di quella capacità senziente che ci permette, attraverso la nostra intelligenza, di elevarci sul mondo animale e rendere possibile una propria crescita, materico- spirituale. Ma tutto questo è permesso da quel formidabile “collante universale” che è lo Spirito (Fuoco), di cui sono formate tutte le cose animate e inanimate presenti nel Cosmo e che, nel genere

umano, unito al Logos si eleva a stadi più alti di coscienza (Spirito Materiale). L’Anima (Aria) è una componente aggiunta, di cui non tutti gli esseri viventi sono dotati, ma che in coloro che la possiedono, si manifestano doti creative fuori dal comune, atte ad incrementare una ricerca dell’esperienza universale e divina. Le parti che costituiscono la Monade non si fermano qui, perché attraverso la quintessenza dei quattro elementi precedenti, di cui molti di noi sono formati a seguito di infinite esperienze di re-incarnazione, si raggiunge un grado di complessità (non di perfezione) che ci mette in contatto con altre realtà spirituali interne al nostro Io: Spirito Superiore, Spirito Animico, Super-Spirito, Spirito Errante e Spirito Alieno. Più antico sarà il nostro corredo genetico/spirituale, più avremo la possibilità di essere portatori di tutti questi cinque elementi che compongono la nostra Monade. Arrivare a comprendere questa sconcertante realtà ci permetterà di raggiungere un equilibrio ed una perfezione interiore, atta ad annichilire le negatività presenti (alcuni casi di Spiriti Erranti o di Spiriti Alieni) o trovare terreni di confronto, discussione e comprensione con entità positive (e del tutto umane), ma che spesso posso divergere dal nostro percorso (Spiriti Superiori, Animici o Super Spiriti). Arrivare a dialogare con tutti loro è il primo passo per una vera consapevolezza, arrivare a comprendere la nostra parte spirituale è il vero obbiettivo, un obbiettivo capace anche di poterci liberare da qualsiasi interferenza negativa, terrestre

ed aliena. Come dice il famoso assioma “ciò che non può essere curato, deve essere sopportato”, è attraverso questa consapevolezza che diventa possibile accedere a quello stadio ultimo e che ci conduce ad un vero risveglio interiore, mirato alla creazione del proprio “Albero della Vita”. L’Albero della Vita costituisce la sintesi di tutte le componenti interiori del nostro IO e solamente una volta raggiunto un equilibrio tra tutti gli elementi (Terra / Corpo, Acqua / Mente, Fuoco / Spirito, Aria / Anima, Akasha / Spiriti) saremo in grado di creare una “Crisalide Cosmica”, ovvero quello stadio intermedio che separa la vita terrena dalla vita ultraterrena e che, come novello Corpo divino, potrà traghettare il nostro vero IO verso una morte scevra di pericoli e ad una nuova rinascita del tutto libera da condizionamenti esterni. Per arrivare a compiere questo passo decisivo è necessario essere responsabili, ovvero, compiere con coscienza le proprie scelte, ben sapendo che esse porteranno a delle conseguenze. Possiamo solo sperare che tali conseguenze prendano una certa piega, ma se viviamo veramente responsabili, dobbiamo essere disponibili ad accettare tutte le varianti, positive, negative o neutre che siano, sapendo che da esse potremmo imparare comunque qualcosa di importante. Non tutto è il risultato di azioni passate o estranee al nostro IO. Ci può essere una certa direzione nella vita, nell’ambiente e nelle circostanze, ma è all’interno di quella direzione che sviluppiamo la creatività e le nostre capacità, perché il perno di molte lezioni che

apprendiamo dall’esperienza è semplicemente la capacità di riconoscere tali insegnamenti. Come sostiene il ricercatore Ted Andrews nel suo studio sulle vite passate: “La reincarnazione spirituale restaura la giustizia divina, genera speranza ed una nuova fede di riscatto, incentiva la comprensione della vita e della morte. Restaura il significato della vita e ci riporta un senso rinnovato di unione animica, utilizzando il collante del sapere spirituale come fonte principale che regge l’intero Universo. L’Universo concede a tutti l’opportunità di crescere, che noi la usiamo o meno dipende da noi. Ad ogni scelta ci sono due possibilità: il successo (e la crescita) o il fallimento. Se falliamo non significa necessariamente avere anche perso, dobbiamo però affrontare quell’esito, magari farlo una seconda volta, ancora una terza se necessario, sino a quando non si sarà raggiunto un grado di consapevolezza superiore.” Se a scuola (perché di una scuola si tratta) continuiamo ad essere bocciati e a rimanere indietro, alla fine ci stancheremo e reagiremo. Per molti versi l’esperienza spirituale funziona allo stesso modo. Quando iniziamo a capire questo processo, a quel punto ci lasciamo dietro le nostre paure, i sensi di colpa, ed entriamo in possesso di una speranza nuova, non più terrena, ma divina ed universale.

ANIMA

L’Anima fermamente devota raggiunge la pace perfetta perché Mi offre il risultato di tutte le sue attività, mentre una persona che non è in unione col Divino ed è avida dei frutti del proprio lavoro, rimane condizionata”. (Parole di Krishna tratte dalla Bhagavad G t).

Il concetto di Anima nel mondo antico

L'Anima (dal latino Anima, connesso col greco ànemos, «soffio», «vento»), in molte religioni, tradizioni spirituali e filosofie, è la parte spirituale ed eterna di un essere vivente, comunemente ritenuta indipendente dal Corpo, poiché distinta dalla parte fisica. Tipicamente si pensa che consista della coscienza e della personalità di un essere umano, e può essere sinonimo di «Spirito», «Mente» o «IO». Si crede che l'Anima continui a vivere dopo la morte fisica della persona, e alcune religioni postulano che sia Dio a creare o generare le anime. In alcune culture, si dice che gli esseri viventi non umani e, talvolta, altri oggetti (come i fiumi) abbiano un'Anima, una credenza nota come animismo. I termini «Anima» e «Spirito» vengono spesso usati come sinonimi, anche se il primo è maggiormente legato al concetto di individualità di una persona. Anche le parole «Anima» e «Psiche» possono essere considerate come sinonimi, sebbene «psiche» abbia connotazioni

relativamente più fisiche, mentre l'Anima è collegata più strettamente alla Metafisica e alla religione. Nella Grecia antica si faceva a volte riferimento all'Anima con il termine psyche, da collegare con psychein, «respirare», «soffiare». Nell'Induismo in generale si fa riferimento all' tman. Il concetto di Anima compare la prima volta con Socrate, il quale ne fece il centro degli interessi della filosofia. Prima di lui, i filosofi erano soliti occuparsi di questioni attinenti al mondo o la natura, e la nozione di Anima possedeva connotati esclusivamente mitologici, ad esempio negli autori epici come Omero e Virgilio, dove era assimilata ad un "soffio" che abbandona il Corpo nel momento della morte; allora si riteneva che essa avesse soltanto la consistenza di un'ombra, capace di sopravvivere nell'Ade ma senza più poter esplicare la sua energia vivificatrice. È solo con Socrate, e col suo discepolo Platone, che sarà utilizzato il termine psyché (Anima) per designare il mondo interiore dell'Uomo, a cui viene ora assegnata piena dignità. Secondo Platone, l'Anima è per sua natura simbolo di purezza e spiritualità, ha la sua origine nel soffio divino (da cui il significato stesso della parola, ossia: vento, soffio). Essa non ha un inizio, in quanto è ingenerata ed è immortale e incorporea. L'Anima presente in ogni Uomo sarebbe inoltre un frammento dell'Anima del Mondo (Anima Mundi). Secondo la contrapposizione gnostica tra Dio (pura perfezione, bene) e materia (imperfezione, male), ripresa dallo stesso Platone, l'Anima sarebbe stata calata da Dio in un Corpo

materiale e perciò contaminata dall'intrinseca malvagità della materia stessa. Nel tentativo di superare il dualismo platonico, Aristotele intese l'Anima come entelechia, cioè forma e principio di vita che Anima e governa il Corpo. Di tale principio egli distingue le funzioni, personificandole in tre anime: Anima vegetativa, che governa le funzioni fisiologiche istintive (nutrizione, crescita, riproduzione); Anima sensitiva, che presiede al movimento e all'attività sensitiva; Anima intellettiva, che è la fonte del pensiero razionale e governa la conoscenza, la volontà e la scelta. Un principio di eternità riposa nell'Anima intellettiva, che per ciò risiede nel singolo Corpo ma non ne dipende. Tuttavia, Aristotele non chiarisce i rapporti tra quest'Anima e le altre, né se l'eternità dell'Anima intellettiva sia anche individuale. Per Plotino l'Anima è la terza ipostasi, la cui essenza è immortale, intellettiva e divina. Vi è un'Anima universale, emanazione della sovra-realtà dell'Intelletto, che plasma e vitalizza l'intero universo (diventando Anima del Mondo), e anime individuali, per tutti gli esseri viventi. Richiamandosi alla tradizione dell'ilozoismo arcaico, per il quale il mondo è una sorta di grande animale, Platone lo vede supportato dall'Anima del Mondo, infusagli dal Demiurgo, che impregna il cosmo e gli dà vitalità generale. Seguendo il Timeo di Platone, Plotino attribuisce anime anche agli astri e ai pianeti. La singolarità del pensiero di questo filosofo riguardo l'Anima sta nel suo averla sdoppiata in "Anima superiore", originaria e legata al divino, e "Anima

inferiore", preposta al governo del cosmo o, nel caso degli individui, al governo del Corpo. L'Anima originaria per il filosofo non è mai oggetto di "caduta" e non discende mai nel mondo materiale. La discesa nel Corpo consiste infatti in una propensione ("inclinazione") verso il sensibile e il particolare che si realizza in una sorta di emanazione. L'Anima originale (superiore) produce così una specie di riflesso, una seconda parte dell'Anima inferiore la cui funzione consiste nel muovere e guidare il Corpo, in quanto ciò avviene sia a livello individuale che a livello universale.

Anima nella religione ebraica

Negli insegnamenti della Torah è possibile trovare diverse descrizioni dell'Anima dell'Uomo dove, in quanto entità celeste, l'Anima è la parte della persona che mantiene la purezza e, dopo la morte, anche quando macchiata da gravi peccati, essa può sostare nel Ghehinnom per essere purificata completamente dalle conseguenze delle proprie trasgressioni e dall'istinto cattivo cui fu soggetta in vita: se non compiuta in vita, la purificazione dopo la morte nel Ghehinnom avviene nell'immersione nel fiume di fuoco Dinur e nella neve celeste, simboli metaforici dell'espiazione. Dopo la purificazione completa ogni Anima può quindi ascendere al Gan Eden dove sono presenti molti livelli secondo i meriti e la natura dell'Anima che vi giunge, ma le anime esistono ancor prima di essere unite al Corpo nel costituire gli individui del Mondo.

Inoltre, prima della nascita, l'Anima viene portata da Dio dinanzi al Gan Eden per vedere le anime degli Zaddiqim e poi dinanzi al Ghehinnom, richiamando la Misericordia divina. Nell'era messianica l'Uomo avrà un rapporto di maggiore profondità con l'Anima, le sue potenzialità, i suoi poteri e con i suoi riferimenti spirituali che saranno maggiormente manifesti. Nella Bibbia ebraica vi sono più termini che, anche nelle elaborazioni successive delle varie religioni, sono stati collegati al concetto di Anima. «L'Anima si manifesta nella persona come Neshamah, il soffio vitale, la coscienza; Ruach, lo Spirito, l'emozione; e Nefesh, l'integrazione del Corpo, il nutrimento dell'Anima. Le tre manifestazioni dell'Anima accendono la persona come il fuoco illumina una lampada, Nefesh come lo stoppino, Ruach come l'olio e Neshamah come la fiamma, come sta scritto: Lo Spirito dell'Uomo è una fiaccola del Signore che scruta tutti i segreti recessi del cuore (Prov 20,27).» Nella Qabbalah e nello Zohar l'Anima è vista come composta da tre elementi basilari, Nefesh, Ruach e Neshamah, in rari casi con l'aggiunta dei più elevati Chayyah e Yechidah. Ruach e Neshamah sono parti dell'Anima non presenti dalla nascita ma si creano lentamente col passare del tempo. Il loro sviluppo dipende dall'agire e dalle credenze dell'individuo mentre Chayyah e Yechidah si trovano solo negli Zaddiqim; di esse si dice che esistano in forma completa negli individui spiritualmente avanzati. Nèfesh indica l'Uomo come essere vivente, la costituzione dell'Uomo in quanto tale è descritta in

Genesi 2,7: «Dio il Signore [YHWH] formò l'Uomo dalla polvere della terra, gli soffiò nelle narici l'alito vitale e l'Uomo divenne un'Anima vivente.» Si riferisce agli istinti e funzioni vitali, si trova in tutti gli uomini ed è affine alla concezione della psiche è all'origine della natura fisica e riguarda soprattutto la vitalità del Corpo, l'istinto, la psicologia più semplici e l'intelletto, la consapevolezza dell'esistenza e della Presenza divina nel Mondo. Il Nèfesh non si identifica con il soffio di vita che proviene da Dio, ma indica il respiro, l'essere animato quando ne viene incluso dopo la morte ed è compreso nel luogo identificato con il Gan Eden o Paradiso e con lo Sheol o Inferi. Si dice che al momento della morte rimanga con il Corpo sino al definitivo completamento di esso nella tomba, si riunisce poi con le altre anime della persona deceduta già giunte alla destinazione prestabilita anche se una sua parte resta assieme al Corpo. Questo non esclude l'unità di ciò che viene definito "Anima" in quanto la percezione ultraterrena della persona deceduta riguarda il proprio coinvolgimento nell'Unità divina. Il termine Ruach (Spirito Santo) indica l'alito vitale comunicato da Dio all'Uomo, l'Anima mediana, o Spirito. Essa consiste nelle virtù morali e nella capacità di distinguere il bene dal male. Riguarda principalmente le emozioni, assumendo la sembianza del Corpo della persona quando era in vita. Neshamah è invece l'Anima superiore, il sé più elevato, essa distingue l'Uomo da tutte le altre forme di vita. Questa parte permette una

consapevolezza maggiore dell'esistenza e presenza di Dio ed è stretta alla sapienza delle modalità divine. Molti studiosi del Talmud ritengono che l'infusione dell'Anima nell'embrione avvenga non prima del quarantesimo giorno. Chi ne abbia il privilegio può raggiungere Ruach a partire dall'età

di 13 anni e Neshamah dai 20 anni di età (come già

detto Nefesh è già presente anche alla nascita). Si ritiene che Nefesh risieda nel fegato, in ebraico kaved, Ruach nel cuore, lev, e Neshamah nel cervello, moach: le iniziali di queste tre parole formano la parola melekh che significa re e riguarda il livello raggiunto dalla persona in cui vi siano le tre anime suddette e che permette di essere considerato come un eletto per il grado di sapienza, conoscenza ed intelligenza, per la consapevolezza ed il controllo delle emozioni e degli istinti raggiunti. Chi è capace e

particolarmente elevato spiritualmente può elevare Nefesh oltre il livello semplice della vitalità delle funzioni vitali fisiche ed includerla in modo completo nella santità, la Qedushah. Nello Zohar si dice che, dopo la morte, si dissolve l'apporto di Nefesh al Corpo pur restando ad esso legato per un periodo, il Ruach si trasferisce in una sorta di stato intermedio dove è sottoposto ad un processo

di purificazione ed entra in una specie di "paradiso

transitorio", mentre Neshamah ritorna alla sua fonte divina. Quelli dell'Anima sono livelli cui l'Uomo può generalmente accedere nel corso della propria vita per gradi ed elevazioni nella coscienza, nella consapevolezza, nella spiritualità e nella santità.

Dio dona Nefesh al principio della vita dell'individuo ed è compito di essa dirigere la propria interiorità, le proprie intenzioni, le proprie azioni ed i propri coinvolgimenti verso la spiritualità. Una volta raggiunto ciò e purificatosi in questa predisposizione Dio lo prepara per ricevere Ruach che domina Nefesh e gli permette di conseguire intenzioni più elevate con una coscienza più ampia. La persona così elevata attraverso di esse, ormai raggiunte le dinamiche e le forme del servizio spirituale per Dio, potrà raggiungere Neshamah, che è ancora più santo e domina gli altri livelli. Il livello di Neshamah permette di raggiungere Binah ed in tale individuo sono predisposte le attitudini e le modalità delle Sefirot. I maestri ebrei spiegano che durante il sonno, l'Anima giunge a Dio divenendo così purificata nuovamente, ritemprata e "pulita" sino a quando ritorna con il risveglio dell'individuo.

Nelle religioni cristiane

Nel Nuovo Testamento non esiste una definizione univoca di Anima. Paolo di Tarso fa riferimento ad una tripartizione dell'Uomo, nominando il Corpo, l'Anima e lo Spirito, già presente in Platone. La parola psychè ricorre da sola 102 volte, la prima dei quali nel Vangelo di Matteo, ed è usata nelle citazioni di passi dell'Antico Testamento dove è presente Nefesh. Talvolta le due parole Psyche e Pneuma finiscono per assumere il medesimo significato. La Chiesa cattolica non ha una

definizione filosofica esplicita dell'Anima, sebbene abbia respinto diverse dottrine come quelle gnostiche che sostenevano che l'Anima individuale era increata perché della stessa sostanza divina, o

la teoria della metempsicosi o ipotesi secondo le

quali l'Anima (intesa come Anima razionale e Spirito) non era considerata individuale e immortale. Fra gli autori ecclesiastici che hanno affrontato l'argomento, con diverse ipotesi, sono da annoverare Agostino di Ippona, Tommaso d'Aquino

e Bonaventura da Bagnoregio. Mentre Agostino

immagina l'Anima come una specie di nocchiero del Corpo, postulando un certo dualismo, Tommaso d'Aquino insiste sull'unità inscindibile dell'Uomo. L'Anima intellettuale è la forma del Corpo e la sua separatezza dopo la morte è vista come un esilio, poiché essa è naturalmente unita al Corpo, a cui tende con la resurrezione finale. Per gli ortodossi, Corpo e Anima compongono la persona, e che alla fine verranno riuniti, quindi, il Corpo di un santo condivide la santità dell'Anima. Secondo il teologo protestante Cullmann, autore di “Immortalità dell'Anima o risurrezione?” pubblicato nel 1986, «Lo stato intermedio fra la morte e la risurrezione del Corpo è caratterizzato da un periodo di sonno, in cui gli addormentati (Prima lettera ai Tessalonicesi, 4,13) aspettano la

resurrezione finale.» Cullmann, inoltre nel suo libro,

fa notare che la dottrina dell'immortalità dell'Anima

risale al II secolo e che deriva dalla analoga dottrina ellenica, presa a prestito dal cristianesimo.

Nella altre religioni

Nell'Induismo, e nelle religioni ad esso collegate, l'Anima è l'aspetto più puro e sottile dell'esistenza umana, il principio che dà vita alla totalità, e che influenza e caratterizza l'evoluzione di un individuo nella sua completezza. Non ha "rivestimenti", viene infatti anche detta Anupadaka, cioè priva di aspetti che la separino dal resto della creazione. Il principio separativo, "ego", è soltanto un riflesso limitato di questa immensa energia. Nelle diverse vite che l'Uomo si trova a vivere attraverso la reincarnazione, le esperienze vissute entrano a far parte del bagaglio dell'Anima, che ha così la possibilità di ricordarle tutte. Il fatto di non ricordare nulla delle vite passate può dare un'idea della distanza che si viene ogni volta a creare tra la percezione che l'Uomo ha di sé stesso durante la vita (ego) e la sua vera natura (Anima). Soltanto gli iniziati e i maestri riescono a ricordare le vite precedenti, perché la loro identificazione non è più con l'ego inferiore ma con il vero principio unificatore, e la sintonia con la loro Anima è pressoché perfetta. Tutte le pratiche e le diverse filosofie e religioni orientali hanno sostanzialmente come obiettivo la liberazione dalla schiavitù dell'ego e la definitiva sintonizzazione con l'energia della propria Anima. L'tman, propriamente «respiro», può quindi essere inteso in un doppia accezione, sia come "Anima del Mondo", sia come princìpio dell'Anima individuale. Secondo le credenze sciamaniche, sono gli spiriti a muovere il creato, ancora prima degli dei. Gli spiriti sono presenti in

tutti gli esseri viventi, e il loro rango è proporzionale alla creatura che animano. Ne conseguiva che con

la morte, l'essere umano entrava nella dimensione

degli spiriti, superiore a quella terrena. Da questo si

deduceva la necessità di onorare il defunto, non solo per l'affetto, ma soprattutto perché da quel piano elevato poteva benedire i vivi. Da questo nasce anche la paura dei morti: se una persona, in vita era stata oppressa e maltrattata, giunta nel reame superiore poteva, in qualche modo vendicarsi. E’ comune credere che l’Anima, di cui alcuni di noi esseri umani sono dotati, sia una

forma energetica che faccia esperienza all’interno

di vari contenitori. In realtà, questa energia diventa

un Anima, quando si incarna all’interno di tale contenitore. Prima di allora si dovrebbe parlare in modo più appropriato di “Energia Pura Divina”, ovvero, di una entità indefinibile che, antecedente alla sua esperienza corporea, rimane incorruttibile e assoluta nella sua ascendenza divina, quindi non ancora soggetta alla corruzione e all’esperienza materica. Nel momento in cui questa Energia si incarna, ecco che diviene un Anima, poiché l’unione di questa Energia all’interno di un Corpo esistenziale, tramuta l’esperienza stessa in un nuovo concetto, quello della Vita. Nei testi Indù, Anima ( tman) è l’infinitesimale particella d’energia, parte integrante di Dio e che costituisce l’essere in sé. E’ differente dal Corpo materiale in cui è situata ed è l’origine della Coscienza. Come Dio, l’Essere Supremo o Coscienza, l’Anima ha una individualità propria e una forma eterna, piena di

conoscenza. Rimane tuttavia distinta da Dio e non lo eguaglia mai, perché possiede i suoi attributi solo in minima quantità, quindi costituisce l’energia marginale di Dio, perché può tendere sia verso l’energia materiale che spirituale. E’ designata anche con i nomi di “Essere Vivente”, “Anima Individuale” o “Anima Infinitesimale. L’Anima incarnata intesa anche come Essere Vivente, cioè rivestita di un Corpo, si pensava all’epoca che appartenesse a ben 8.400.000 specie viventi che popolano l’intero Universo, suddivise in 900.000 specie acquatiche, 2.000.000 di specie vegetali, 1.100.000 specie d’insetti e rettili, 1.000.000 di specie di uccelli, 3.000.000 di specie di mammiferi

e 400.000 specie umane.

Il carattere delle Anime

Ma le anime, se veramente sono dotate di una propria personalità, che carattere possono avere e dimostrare al proprio contenitore (Corpo), in relazione con quelli altrui? Emerge da innumerevoli studi e testimonianze un certo “disinteresse” alle questioni umane o terrene, dimostrando un carattere sostanzialmente un po’ egocentrico e indipendente. Vero che la Coscienza dalla quale provengono è Unica, ma è pur vero che ogni Anima

è comunque un entità a Sé, che nel nostro caso si

incarna più volte per fare diverse esperienze. A quanto sembra, ad ogni nuovo inizio, questo attaccamento con il proprio contenitore è talmente

forte e simbiotico, da tenere alla larga ogni

consapevolezza animica comune”, prediligendo, al contrario, un esperienza singolare. Quando Anima decide di fare un’esperienza in un determinato contenitore (e ovviamente il contesto in cui quel contenitore agisce ed opera), lo fa con la consapevolezza che quel contenitore possa essere potenzialmente chiunque: un creativo e un non creativo, un artista o un non artista, una persona caritatevole o un assassino, un benefattore ma anche un dittatore. Anima non conoscendo la distinzione tra il Bene ed il Male, perché essendo emanazione della Coscienza, vive entrambe le cose contemporaneamente, ha bisogno, attraverso le sue esperienze di vita, di capire che cosa voglia dire essere veramente buono o altresì, veramente cattivo. L’acquisizione della dualità del Bene e del Male, non è un qualcosa che già esisteva all’inizio della creazione, e la stessa dualità che vi è apparsa con i Demiurghi, non era così ben distinguibile sin dal principio. Attraverso l’esperienza, la consapevolezza di se, la presa di posizione, il desiderio di arrivare prima, la competizione, ha spinto determinate entità, sia creatrici che poi aliene, a decidere da quale parte stare. Il suo essere se stessa, se così lo vogliamo definire, non è un qualcosa che gli è stata concessa immediatamente sin dal principio, ma è un modo di essere che ha imparato con la propria esperienza. Da questo ragionamento, si capisce che il Bene e il Male, non sono delle realtà oggettive, concrete e prestabilite, ma piuttosto un qualcosa che lo si apprende e lo si modifica durante la coscienza del

Sé. Questo vale anche per le Anime, ma con una differenza in più. Anima, nel fare così tante esperienze, è evidente che accumula un insieme di informazioni importanti, provenienti da questa dualità. Nel fare ogni tipo di esperienza, sia nel Bene che nel Male, non agisce con la consapevolezza di dover scegliere un domani, da quale delle due parti stare, piuttosto fondere questo insieme di esperienze in un qualcosa di unico. Ecco che in molti animici diventa facile creare un unico quadro, come se tutti fossero accomunati dallo stesso modo di essere: egocentrici, spesse volte

autoritari e sprezzanti verso il prossimo, soprattutto tra i colleghi di lavoro, malinconici ma con punte di euforia, maniacali, spesso solitari e quasi sempre del tutto anarchici. Sempre per questo motivo, molti animici hanno anche difficoltà ad avere storie durature con una persona, sia che si tratti di amore

o amicizia, perché il “proprio Sé” è talmente forte,

da tenere a debita distanza chiunque. Prendete qualsiasi biografia di un grande artista del passato o del presente, di qualsiasi campo. Vogliamo

parlare della turbolenta vita del Caravaggio, tra amori impossibili, anche omosessuali, ed omicidi?

Vogliamo parlare della misoginia di un Beethoven, solitario e anarchico sino agli ultimi giorni della sua vita? Vogliamo parlare della tracotanza di un Picasso, del suo irrefrenabile desiderio di possedere, anche carnalmente? Esempi del genere

e dalle varie combinazioni se ne possono trovare in numero pressoché illimitato, facendo emergere spesse volte anche lati poco edificanti di una

persona: omosessualità ed eterosessualità estrema, latente pedofilia, adulterio, violenza, sottomissione, etc., e molto spesso all’interno di unica personalità dove si riscontra: bontà, dolcezza, l’affabilità, la compassione, etc. Questo significa essere Anima, un concentrato di esperienze passate che rivivono nel nostro presente, perché noi siamo il frutto di un progetto molto ampio e vasto di conoscenza totale. Probabilmente siamo una “Nuova Via”, una diversa possibilità, che magari nessuno si aspettava, dato che sicuramente siamo un esperimento alieno, venuto troppo bene e che, alla fine, gli è anche sfuggito di mano, ma se ci pensiamo, la nostra esistenza è un’esperienza fisica di unità globale, di cosa in realtà un domani, a livello eterico, lo sarà l’intera Coscienza. Quando l’Universo cesserà di esistere, tutto confluirà nella Coscienza-Dio, perché le esperienze spirituali e animiche contribuiranno a far capire alla divino, chi è veramente, e per far questo, l’Universo dovrà sperimentare una collettiva esperienza di morte. La stessa cosa, però, la sta facendo anche l’Uomo attuale, magari creato dall’Alieno per un diverso scopo (impossessarsi dell’Anima), ma agendo in questo senso, ha dato comunque vita ad un progetto inaspettato, dove le esperienze di morte e di incarnazione delle Anime, hanno contribuito continuamente alla conoscenza della Coscienza, dimostrando ad ogni vita umana, quali sono in realtà le forze che la governano e che la formano. Per questo noi siamo un frammento di Dio, non

solo perché ne possediamo una parte (anche se ci è stata data in prestito), ma perché ogni volta che si muore e si rinasce, facciamo esattamente la stessa esperienza della Coscienza Universale.

Due diversi tipi di Anima

Esistono, inoltre, almeno nel nostro Universo, due diversi tipi di Anima. Già in antiche culture, soprattutto quella indiana, si accenna ad un Anima Bianca ed ad un Anima Nera, inoltre è sempre stato nell’immaginario collettivo, associare ad alcune persone, un tipo di animo “diverso”. Ebbene, se seguiamo le leggi che regolano l’Universo dal suo principio sino ad oggi e se rapportiamo il tutto ad una concezione di base, dove la Luce è in contrapposizione all’Oscurità, la Materia contro l’Antimateria, la Gravità contro l’Antigravità, sino ad arrivare ai concetti di Bene contro Male, non è da escludere la certezza che esistano anche due tipi di Anime: Anime Nere e Anime Bianche. Ecco che acquista un senso la dottrina Catara, come lo acquista anche la spiegazione fornita dalla filosofia induista, dove l’Intelligenza Materiale (Anime Nere) è definita come la capacità di valutare gli impulsi ricevuti dalla mente e di analizzare la natura e il funzionamento della stessa energia. E’ dunque un’energia materiale sottile che può velare la coscienza del sé spirituale. L’Intelligenza Spirituale (Anime Bianche) è l’intelligenza originale dell’essere, che permette di comprendere come tutte le cose (compresi se stessi) esistano in

relazione con Dio o il Tutto. Essa ci libera dalle concezioni materiali della vita. Da questo concetto si capisce inoltre che le Anime Nere sono legate al Demiurgo della Materia, mentre le Anime Bianche sono legate al Demiurgo dell’Immateriale. Non dobbiamo però cadere nell’errore che le Anime Bianche siano buone e le Anime Nere siano cattive, la definizione di bianco e nero, come spiegato nel precedente capitolo, è diversa dal concetto di base costituito dalla nostra dualità, in questo caso è un termine che ci aiuta a differenziare la stessa entità in due “comportamenti” animici diversi. Oggi potremmo dire che le Anime Bianche sono le Anime Attive, quelle combattive, propositive, che non si lasciano influenzare facilmente da altre entità che cercano in ogni modo di soggiogarle, al contrario le Anime Nere sono Anime Passive, più docili, più soggette ad essere facilmente domabili e in parte anche manipolabili. Da questo ragionamento si capisce inoltre che entrambi i Demiurghi, dotati ognuno di un diverso tipo di Anima, ha operato alla creazione di forme di vita in grado di contenerle, in modo da perpetuare il loro processo evolutivo di acquisizione di una coscienza più alta. Se per il Demiurgo dell’Immateriale, tale stadio evolutivo si è concluso con la creazione del Primo Uomo (Adam Qadmon) e della sua capacità immortale di essere animico, per il Demiurgo della Materia, questa necessità si è manifestata nella ricerca di una creazione umana alternativa, dove le tante esperienze di re-incarnazione aspirino a

diventare la summa finale di una acquisizione di predominio nel gioco universale.

Le percezioni Animiche

Anima, sembra sia in grado di “sganciarsi” da un Corpo in qualsiasi momento della vita di quell'essere umano che la ospita. Ci sono due modi di distacco animico, il primo avviene quando tra il Contenitore e Anima non c'è una forte intesa e fattori esterni o alieni, contribuiscono all'allontanamento. Anima ad un certo punto, va a rifugiarsi in un mondo tutto suo e lascia il contenitore in uno stato apatico e depressivo, che spesso sfocia anche in malattie gravi o la morte. Il secondo, è un vero e proprio distacco dal Contenitore per andare altrove e fare la sua esperienza da sola o più avanti in un'altro Corpo, se ciò avviene il Corpo spesso entra in coma, diventa un vegetale perché va in tilt o, nel peggiore dei casi, addirittura muore (ad esempio le famose morti improvvise senza spiegazioni logiche). Quando entri in contatto con uno Spirito Alieno (Memoria Aliena) o un tuo parassita, sia in stati coscienti che incoscienti, succede spesso che puoi avere accesso a tutta una serie di informazioni incredibili. Quando ti ricordi tutte le loro conoscenze, la tua Mente fa da filtro e anche Anima (e Spirito) contribuiscono a decifrare tali informazioni. Più alta è la cultura del soggetto, istruzione e coscienza, più alte saranno le possibilità di saper tradurre tali informazioni,

viceversa, più bassa è la cultura, scarsi saranno i risultati. Durante questo "trasferimento di dati",

capita di ritrovarsi a tradurre termini incomprensibili

e che spesso non troveranno un nome o una

spiegazione, mentre per tutto il resto, sarà tradotto

e spiegato con parole e concetti più semplici

possibili. Capita anche di dire parole, spiegare concetti anche fuori dalle proprie conoscenze, ma non va dimenticato che chi ha Anima ha dentro di se il "non tempo" e in questo "non tempo", è facile

che le vite passate o future facciano una sorta di "trasfusione" in grado di aiutare la persona animica,

a spiegare cosa ha visto e sentito. Un po’ come

quando un compositore contemporaneo si mette a scrivere una musica anacronistica che ha caratteristiche del passato, oppure è talmente moderna da aver "previsto" il futuro. Dopo essere stati liberati da qualsiasi influenza negativa, l’animico sviluppa delle capacità che lo mettono in

grado di “vedere” altre realtà esistenti alla nostra.

Se veramente l’Anima non ha la percezione del

tempo, ma vive ogni epoca e in ogni luogo nello

stesso istante, è facile presupporre che sia capace

di vedere realtà distanti nel medesimo momento.

Dato che la nostra Mente, interpreta le visioni di

Anima per archetipi (anche in base alle conoscenze

e la cultura della persona), è possibile dar vita ad una ricerca dove attraverso le varie conoscenze umane, sia possibile creare un quadro, se non completo, almeno esauriente di determinate realtà.

A complicare ulteriormente la situazione, ci

possono essere anche i ricordi di Spirito, attraverso

quindi, tutta la summa delle esperienze che ha accumulato nel tempo totale della propria esistenza eterico/materica.

La morte delle Anime

L’Annichilimento, ovvero l'annientamento, è quel processo in cui l'antimateria a contatto con la materia ordinaria, si annulla e si distrugge, convertendo questo processo in energia. In questa ricerca del nulla, si vuole sottolineare il carattere di negazione radicale di determinati sistemi di controllo, in quanto astrazioni che “gravano come spettri”, educati alla rinuncia. Le Anime se tenute sotto controllo o una pressante morsa stritolante, atto alla loro manipolazione energetica, possono arrivare al proprio annichilimento per smascherare i falsi valori del tempo, quindi con la distruzione di se stesse, sono in grado di esaurirsi e “morire” per far terminare un’oppressione e un parassitaggio esterno al contenitore. Quella della morte delle anime è una scoperta recente, quando ci siamo resi conto che, in alcune persone sotto uno spietato controllo alieno, era palese un lento esaurirsi delle proprie energie. Non sappiamo alla fine cosa possa consistere questa “morte animica”, ma è presumibile pensare che si annienti per cessare la sua esperienza in questo Universo, e ritornare, probabilmente, alla matrice divina originaria. Inizialmente, era ipotizzabile pensare ad un livello più alto del normale, di una privazione energetica da parte dei parassiti stessi, tale da giustificare

questa sorta di depressione, ma successivamente, anche a seguito di parziali o totali liberazioni, era chiaro che le anime stesse avevano deciso di “suicidarsi”, per non andare più incontro al triste destino che da troppo tempo era gravato sulla loro esperienza. A questo punto è fondamentale capire il perché di tale decisione (spegnersi) e del convincere Anima del contrario (accendersi). Certo è che le anime, per quanto possano essere manipolate, dimostrano ancora una volta di avere una propria personalità, in grado di decidere le proprie sorti se messe nella condizioni di poter scegliere da sole. Non si può certo “ri- programmare” una parte animica utilizzando uno stesso concetto di manipolazione, che già l’alieno o il parassita, aveva praticato con successo, ma un aperto dialogo e il mettere l’Anima stessa in condizioni di capire e di ritornare ad essere ciò che è stata un tempo (una creatrice), potrà aiutarla a recuperare la sua memoria e rimetterla in contatto con l’Akasha collettiva, dalla quale potrà trarne nuova linfa energetica e vitale.

L’Anima Mundi

L'Anima del Mondo (meglio nota in latino come Anima Mundi) è un termine filosofico usato dai platonici per indicare la vitalità della natura nella sua totalità, assimilata a un unico organismo vivente. Rappresenta il principio unificante da cui prendono forma i singoli organismi, i quali, pur articolandosi e differenziandosi secondo le proprie

specificità individuali, risultano tuttavia legati tra loro da una tale comune Anima Universale. Questa concezione sembra essere nata sin dagli albori dell'umanità, e pur essendo di origine essenzialmente orientale, fu un tratto caratteristico

del

paganesimo o delle religioni animiste, secondo

cui

ogni realtà, anche apparentemente inanimata,

contiene una presenza spirituale, collegata all'Anima del Tutto. L'Anima Mundi la si ritrova poi essenzialmente nelle più svariate espressioni del

misticismo. Platone nel Timeo, fu tra i primi a parlare di Anima del Mondo, ereditando questo

concetto da tradizioni orientali, orfiche e pitagoriche. Secondo Platone il mondo è una sorta

di grande animale, la cui vitalità generale è

supportata da quest'anima, infusagli dal Demiurgo, che lo plasma a partire dai quattro elementi fondamentali: Fuoco, Terra, Aria, Acqua. «Pertanto, secondo una tesi probabile, occorre dire che questo mondo nacque come un essere vivente davvero dotato di Anima e intelligenza grazie alla Provvidenza divina.» (Platone, Timeo, cap. 30, 68)

Il concetto di Anima del Mondo trovò in seguito un corrispettivo nel Logos dello stoicismo, concepito in forma immanente come presenza del divino nelle vicende del mondo, ossia come sentimento di compassione che unifica la sfera soprannaturale con quella umana. Venne poi fatto proprio da esponenti delle correnti gnostiche, esoteriche ed ermetiche del periodo ellenistico, divenendo infine

un tema centrale nel sistema filosofico di Plotino,

da questi identificata con la terza ipostasi nel

processo di emanazione dall'Uno. L'Anima era da lui concepita con una doppia natura: «L'Anima, in virtù della sua unità, trasferisce ad altri esseri l'unità, che del resto lei stessa accoglie per averla ricevuta da un altro.» (Plotino, Enneadi, VI, 9, 1) La vita dunque, secondo Plotino, nasce non da combinazioni atomiche ad essa esterne, ma da un principio interiore, semplice, e immateriale: appunto l'Anima. La molteplicità di anime presenti nel mondo è a sua volta comprensibile solo ammettendo che tutte abbiano una comune origine. Secondo logica, infatti, non possono esistere più "Uno", perché in tal caso non sarebbero più Uno ma molti. L'Unità che sta a fondamento delle anime deve essere dunque la stessa per tutte. Questa unità è l'Anima del Mondo, la quale a sua volta si fa veicolo delle idee platoniche negli organismi, andando a costituire la loro ragione formante o logos, in maniera simile ai caratteri genetici di un individuo (o al concetto aristotelico di entelechia). «Da tutto quanto si è detto risulta che ogni essere che si trova nell'universo, a seconda della sua natura e costituzione, contribuisce alla formazione dell'universo col suo agire e con il suo patire, nella stessa maniera in cui ciascuna parte del singolo animale, in ragione della sua naturale costituzione, coopera con l'organismo nel suo intero, rendendo quel servizio che compete al suo ruolo e alla sua funzione. Ogni parte, inoltre, dà del suo e riceve dalle altre, per quanto la sua natura recettiva lo consenta.» (Plotino, Enneadi, IV, 4, 45) Tutto il sistema plotiniano trovava infine piena organicità

nel postulare l'Uno assoluto, al di là delle stesse Idee. A tale principio trascendente e ineffabile, non spiegabile a parole, ci si può ricongiungere solo nell'estasi mistica. Nonostante la sua visione monistica, nell'Anima del Mondo postulata da Plotino sussistevano le divinità del politeismo pagano, proprie della mitologia greca, le quali non erano viste in contrasto con l'Uno, essendo in fondo espressione di una medesima natura.

La dottrina plotiniana, una volta depurata da questo aspetto pagano, poté facilmente essere assorbita dal Cristianesimo, il quale analogamente, partendo da una visione spirituale della realtà, vedeva l'origine della vita in un principio unitario e intelligente. A differenza di Plotino, però, secondo cui l'Anima genera esseri simili a sé in maniera inconsapevole, fino a disperdere la propria energia vitale fino agli organismi via via inferiori e meno evoluti, il Cristianesimo la vede in un'ottica finalistica e creazionista. Nella Bibbia l'essere umano, il più evoluto dei viventi, è creato a immagine e somiglianza di Dio stesso. All'origine dunque non c'è la materia ma lo Spirito; la vita può andare dagli organismi inferiori fino a quelli più intelligenti essendo già in essa contenuta tale intelligenza. Il principio che più si avvicinava a quello dell'Anima Mundi era lo Spirito Santo (concepito però non in forma vacua, ma come vera e propria Persona, la terza della Trinità), in quanto soffio vitale che spira dove vuole in piena autonomia. L'aspetto vitalistico del mondo sembra peraltro emergere dai Vangeli, là dove Gesù si

rivolge agli elementi della natura, ad esempio gli alberi o il vento, come entità coscienti che a lui obbediscono. La centralità dell'Anima Mundi permeò in particolare l'agostinismo, soprattutto in seguito al commentario del Timeo di Platone operato da Calcidio, che le attribuiva una «natura razionale incorporea». Se ne trovano cenni in Boezio, Dionigi l'Areopagita e Giovanni Scoto Eriugena. Divenne quindi un tema ampiamente sviluppato dai maestri della scuola di Chartres, come Teodorico e Guglielmo di Conches, i quali ammisero l'immanenza dello Spirito nella Natura, concependo quest'ultima come una totalità organica e indipendente, oggetto di studi separati rispetto alla teologia. Dio, secondo Guglielmo, si era limitato a dare l'avvio alla creazione, dopodiché tutta l'evoluzione dei processi naturali andava spiegata sulla base di principi interamente fisici, che egli individuava nell'azione combinata dei quattro elementi (Fuoco, Terra, Aria, Acqua), senza bisogno che Dio intervenisse più.

Ammettendo quindi l'immanenza dell'Anima Universale nella Natura, i filosofi di Chartres si avviavano verso una visione panteistica del creato. Contemporaneamente anche Tommaso d'Aquino parlava di un'Anima Mundi, causa della Natura, che derivava "post aeternitatem" dalle Intelligenze (sussistenti "cum aeternitate"), le quali a loro volta discendevano dall'Uno o Bene, causa prima "ante aeternitatem". Nell'opera di Tommaso, che sull'argomento dedicò un trattato all'alchimia, l'attenzione rivolta agli aspetti vitali del mondo fisico

resta comunque collocata entro una visione trascendente di Dio. Nel Rinascimento, durante il quale si assistette a una nuova stagione del neoplatonismo, la nozione di Anima Mundi godette di particolare fortuna, legandosi agli elementi magici, alchemici ed ermetici propri della filosofia rinascimentale, collegati all'attività di personaggi come Marsilio Ficino e Pico della Mirandola. Si andava alla ricerca della pietra filosofale, per produrre la quale era necessaria la disponibilità del grande Agente universale, o appunto Anima del Mondo, altrimenti detta «Azoto», acronimo cabalistico che indicava la Luce Astrale Divina di cui ogni elemento della realtà si riteneva fosse permeato. L'intero Universo era allora concepito come un organismo vivente, popolato da presenze o da forze vitali. La visione neoplatonica, unita a quella cristiana, consentiva di vedere organicamente congiunti tutti i diversi campi del reale in virtù dell'amore che Dio irradia nel cosmo vivificandolo. L'amore di Dio era posto così a fondamento non solo della vita ma anche dell'ordine geometrico del mondo. La concordanza tra Spirito e Materia, eventi celesti ed eventi terreni, in quanto espressioni di un medesimo principio vitale, portò a una maggiore fiducia nell'astrologia e nella possibilità di predire il futuro tramite gli oroscopi. Questi erano concepiti al servizio di un Uomo che guarda al futuro e intende ora intervenire attivamente nel corso degli eventi per mutarli. In questo clima culturale riemersero in alcuni casi, sotto certi aspetti, nuove tendenze paganeggianti.

La concezione animista e immanente dello Spirito poté tuttavia facilmente convivere con l'aspetto trascendente del Dio cristiano, sostituendo alle divinità pagane delle creature intermedie, come gli angeli o i santi protettori, preposti ognuno alla "giurisdizione" di un particolare aspetto o elemento della realtà. Nel Cinquecento, il concetto vitalistico dell'Anima del Mondo affiorò soprattutto in Giordano Bruno, il quale concepì Dio talmente immanente alla natura fino a identificarlo in toto con quest'ultima (panteismo); e in Tommaso Campanella, secondo cui tutti gli elementi della realtà sono senzienti, ovvero hanno una coscienza (sensismo). Nei secoli successivi, pur restando latente, esso venne tuttavia ostacolato dal diffondersi del meccanicismo e della scienza newtoniana, a questa si oppose nel Settecento soprattutto Goethe. Il concetto di Anima Mundi riemerse quindi nuovamente durante il Romanticismo, in Germania, dove in particolare Schelling riprese la concezione neoplatonica che vede il principio intelligente presente già nella natura in forme embrionali o potenziali. La natura, per Schelling, è un'«intelligenza sopita», uno «Spirito in potenza». La natura non potrebbe evolversi fino all'Uomo se non avesse già dentro di sé lo Spirito divino. Gli organismi inferiori sono solo limitazioni o aspetti minori dell'unico organismo universale che nell'essere umano trova piena realizzazione. L'Anima del Mondo diventa infatti pienamente autocosciente soltanto nell'Uomo, che rappresenta così il vertice, il punto di passaggio

dalla natura verso Dio, che in essa si riflette. Nella natura è presente dunque un evoluzionismo, un'intenzionalità finalistica, che si specifica in organismi via via più complessi a partire però da un principio semplice e assolutamente unitario. Anche Schopenhauer, pur senza rendersene conto, utilizzò lo stesso concetto neoplatonico. Per lui infatti le singole anime degli individui sono espressione di un'unica Volontà di vita, che opera tuttavia in maniera inconsapevole, e solo nell'Uomo può diventare cosciente di sé. Mentre in apparenza l'IO individuale è separato dagli altri ed è spinto perciò verso un agire egoistico, al di sotto del velo di maya le anime sono in realtà tutte unite a formare una sola grande Anima. Ancora in Bergson (filosofo del primo Novecento) il vitalismo venne contrapposto al meccanicismo. Bergson torna infatti ad affermare che la vita biologica, come del resto la coscienza, non è un semplice aggregato di elementi composti, riproducibile magari artificialmente. La vita invece è una continua e incessante creazione che nasce da un principio assolutamente semplice, non rieseguibile deliberatamente, né componibile a partire da nient'altro. Sempre nel Novecento, il concetto di Anima Mundi è rintracciabile nel dannunzianesimo, dove prevale l'anelito all'unione panica con l'universo tramite la ricerca estetica e sensuale del bello. Riemerse ancora in Carl Gustav Jung, nella nozione di inconscio collettivo. Parallelamente alle forme con cui si è presentato in Occidente, il concetto di Anima del Mondo si è sviluppato in

maniera simile anche in Oriente, presso le religioni asiatiche come il buddismo, il taoismo e l'induismo, dove analogamente prevale l'idea che l'universo sia Animato da una forza compatta e unitaria. In Cina è

il Tao, attività unificatrice del dualismo cosmico yin

e yang nel quale essa stessa si polarizza,

articolandosi secondo una visione armonica e organica dell'Universo. Secondo il buddismo, in particolare, l'ego che separa le anime individuali è in realtà illusorio, perché al fondo esse sono una

realtà sola; di qui la raccomandazione di esercitare la compassione, tramite cui è possibile riconoscere

se stessi negli altri. Il ricongiungimento con l'Anima

cosmica avviene quindi essenzialmente con

l'Estasi.

AKASHA

L’Estasi

L'estasi è uno stato psichico di sospensione ed elevazione mistica della Mente, che viene percepita

a volte come estraniata dal Corpo (da qui la sua

etimologia, a indicare un "uscire fuori di sé"). Nonostante la diversità delle culture e dei popoli in cui l'Estasi è stata sperimentata, le descrizioni circa

il modo in cui essa viene raggiunta risultano

straordinariamente simili. Si afferma di provare in questi momenti una sorta di annullamento di sé, e

di identificazione con Dio o con l'Anima del Mondo.

Psichicamente è caratterizzata dalla cessazione di ogni attività da parte dell'emisfero cerebrale sinistro (noto anche come emisfero dominante o della "razionalità discorsiva"), consentendo così all'emisfero destro (quello recessivo o passivo, detto anche "emotivo") di attivarsi. È uno stato di estrema concentrazione simile per certi versi all'ipnosi, quando ad esempio la Mente rimane attonita nel fissare un punto o un oggetto, dimentica di ogni altro pensiero. Generalmente produce uno stato di notevole beatitudine e benessere interiore. Una simile condizione mentale era nota sin dall'antichità ed era considerata manifestazione diretta della divinità. Nell'antica Grecia erano famose le menadi (o Baccanti), donne greche che partecipavano a riti non ufficiali. Si trattava di culti misterici e iniziatici che si svolgevano al di fuori delle mura della città ed

erano aperti agli emarginati della società, quali appunto le donne, gli schiavi e i meteci. I protagonisti di questi culti (detti anche Misteri, connessi sia ai riti dionisiaci che a quelli orfici sorti intorno al VII secolo a.C.), presi in uno stato di trance o estasi ballavano sfrenatamente e uccidevano a mani nude degli animali. Si trattava di elementi legati all'aspetto esoterico della religione greca, che convivevano con l'esoterismo della religiosità tradizionale. L'Estasi era ciò che rendeva possibili gli Oracoli, essendo vissuta come momento di tramite fra la dimensione terrena e quella ultramondana. A volte lo stato di Estasi veniva raggiunto artificialmente mediante l'uso di sostanze psicotrope, la persona coinvolta era portata così a compiere gesti o azioni insoliti. Figure degne di nota erano le Sibille, la più famosa delle quali era la Pizia, sacerdotessa di Apollo che dimorava a Delfi. La Pizia raggiungeva uno stato di Estasi indotto dai vapori inebrianti che uscivano da una spaccatura del suolo, durante il quale proferiva gli oracoli. In Magna Grecia era invece famosa la Sibilla di Cuma, presso gli odierni Campi Flegrei, che diveniva capace di predire il futuro inalando i vapori delle solfatare.

Nelle religioni asiatiche, come l'induismo, il taoismo, e soprattutto il buddismo, l'Estasi è il momento sacro in cui avviene l'illuminazione, ed è il pieno sviluppo delle potenzialità e delle qualità naturali presenti nell'individuo. Questo stato è anche chiamato onniscienza oppure saggezza suprema e perfetta, detta anche Bodhi, e

corrisponde all'illuminazione del Buddha; è lo stato in cui la mente diventa illimitata e non più separata dal resto del mondo, il punto in cui il microcosmo della persona si fonde con il macrocosmo dell'Universo. Diventa così possibile una condizione di nirvana, alla quale ci si allena sotto la guida di un maestro tramite la meditazione, cioè la concentrazione su di sé e la consapevolezza della propria energia. Secondo Plotino, l'Estasi è il culmine delle possibilità umane, che avviene dopo aver compiuto a ritroso il processo di emanazione da Dio: essa è un'autocoscienza, ed è la meta naturale della ragione umana, la quale, desiderando ricongiungersi col Principio da cui emana, riesce a coglierlo non possedendolo, ma lasciandosene possedere. Tramite un severo percorso di ascesi, che si serve del metodo della teologia negativa e della catarsi dalle passioni, la ragione riesce così a uscire dai propri limiti, superando il dualismo soggetto/oggetto e compenetrandosi con l'Uno. Quello di Plotino non è tuttavia un semplice panteismo naturalistico, poiché per lui l'Estasi è essenzialmente un percorso in salita verso la trascendenza. Essendo l'Uno non descrivibile, perché descriverlo significherebbe sdoppiarlo (e quindi non sarebbe più Uno, ma Due), anche l'Estasi è di conseguenza uno stato psichico non descrivibile a parole, dato che è la condizione stessa dell'Uno che si auto-contempla. Intuirla è possibile solo per via di negazione:

tramite il suo contrario, prendendo coscienza di ciò che l'Uno non è, cioè del molteplice. L'Uno stesso,

in quanto autocoscienza del pensiero, per intuirsi deve pertanto uscire fuori di Sé, diventando molteplice. Cusano, teologo cristiano del Quattrocento, dirà in maniera simile che l'Universo è l’esplicatio dell'Essere, ovvero il fuoriuscire di sé da parte di Dio. A differenza del Cristianesimo però, secondo Plotino, l'Estasi non è un dono della divinità, ma una possibilità naturale dell'Anima. Essa tuttavia si manifesta non per una propria volontà deliberata, ma da sé, in un momento fuori della portata del tempo. Plotino stesso raggiunse l'Estasi solo tre o quattro volte nella sua esistenza, viverla è infatti dato a pochissimi, in rari momenti della propria vita. L'Estasi inoltre non serve ad uno scopo pratico; essendo contemplazione fine a se stessa, in questo mondo non c'è nulla di più inutile. È solo nell'Estasi però che l'essere umano ha la rivelazione della sua condizione più vera e autentica. Per il resto la via indicata da Plotino verso la saggezza consisteva in una vita retta, oppure nella ricerca di espressioni artistiche come la musica. La filosofia plotiniana diede quindi avvio a una lunga tradizione neoplatonica, che concepiva l'universo Animato da un eros o tensione amorosa mirante a ricongiungersi a Dio tramite l'Estasi. La teologia di Plotino fu ripresa in particolare da quella cristiana, e rivisitata però alla luce dell'aspetto personale della Trinità. L'Estasi venne intesa in un senso più ampio: per il cristianesimo essa non è più soltanto una contemplazione fine a se stessa, ma è funzionale all'azione; deve tendere cioè non solo verso Dio, ma anche verso il mondo. Tale

mutamento di prospettiva venne introdotto affiancando all'amore greco di tipo ascensivo, corrispondente al concetto di eros, un amore discensivo corrispondente al concetto ebraico di

agape. L'esperienza estatica cristiana consiste così

in una comunione, una sorta di abbraccio col

mondo e l'umanità in esso dispersa con lo scopo di alleviarne le sofferenze e ricongiungerla al Padre. Essa avviene tramite un'illuminazione operata direttamente da Dio e questi fuoriesce nel mondo

non per un atto involontario (com'era nel plotinismo), ma perché ama le sue creature. Identificarsi con la sua estasi divina è, secondo Agostino, la meta naturale della ragione umana, la quale può riuscirci non per una deliberata volontà individuale, ma per una rivelazione da parte di Dio stesso che si rende presente alla nostra mente; l'Estasi è dunque essenzialmente un dono, reso possibile per intercessione dello Spirito Santo,

grazie a cui l'essere umano trascende i propri limiti e si rende strumento di Dio nel mondo. A differenza

di altre religioni la persona coinvolta non perde

comunque la propria individualità, pur compenetrandosi in Lui. Per i mistici medioevali, come San Bernardo, o i neoplatonici tedeschi come Meister Eckhart, l'Estasi è una visione beatifica che avviene quando l'Anima è rapita in Dio, e l'essere si annulla in un Pensiero senza più limiti né contenuto: Dio infatti non può essere oggettivato, perché non è oggetto, ma Soggetto. Si tratta di una comunione mistica accesa da un fuoco d'amore, un'esperienza di beatitudine suprema simile a

quelle che saranno riferite in seguito anche da Santa Teresa d'Avila, figura di riferimento della Controriforma. Nel Trecento Dante Alighieri, nel Paradiso della Divina Commedia, di fronte alla visione beatifica di Dio, negli ultimi versi della cantica provò a descrivere l'Estasi, conscio della sua ineffabilità, dell'impossibilità di riferirla a parole in maniera oggettiva.

Il desiderio di estasiarsi godette quindi di una notevole fortuna durante il Rinascimento. Al di là del significato religioso l'Estasi assunse allora principalmente una valenza artistica o estetica. Il bello era visto sia dai filosofi rinascimentali che dagli idealisti romantici come la via privilegiata per ricongiungersi a Dio. Nel Cinquecento Giordano Bruno paragonò l'Estasi a un eroico furore: non un'attività pacifica che spegnesse i sensi e la memoria, ma al contrario li acuisse, simile a un impeto razionale. A una rivalutazione dell'Estasi nell'Ottocento contribuirono sia la Critica del giudizio di Kant, sia l'idealismo di Fichte e Schelling. Kant vedeva nel giudizio estetico un sentimento universale di partecipazione con l'Assoluto, nel quale la ragione non è più vincolata da un'attività conoscitiva soggetta alla necessità delle relazioni causa-effetto, ma è libera nel formulare i propri legami associativi. Per Fichte l'Estasi è intuizione intellettuale, l'atto immediato con cui l'IO, nel diventare autocosciente, può intuire se stesso solo in rapporto a un NON-IO; così nel porre se stesso l'IO pone al contempo anche il molteplice al di fuori di Sé. Parimenti Schelling

vedeva nell'Estasi un'attività infinita con cui Dio crea il mondo. L'Uomo può riviverla nell'Estasi artistica, che è la manifestazione più tangibile dell'Assoluto, nel quale l'aspetto attivo e passivo, il lato conscio e quello inconscio della Mente, non sono più in conflitto tra loro, ma si fondono in una sintesi armonica di comunione cosmica con la Natura.

L’Etere o la Quintessenza

L'Etere (derivante dal greco antico confluito in latino come aether), sinonimo di quintessenza (dal latino medievale quinta essentia, a sua volta variazione del greco pémpton stoichêion, quinto elemento), era un elemento che secondo Aristotele si andava a sommare agli altri quattro già noti: il Fuoco, l'Acqua, la Terra, l'Aria. Secondo gli alchimisti, l'Etere sarebbe il composto principale della pietra filosofale. La storia dell'Etere inizia con Aristotele, secondo il quale era l'essenza del mondo celeste, diversa dalle quattro essenze (o elementi) di cui si riteneva composto il mondo terrestre. Aristotele credeva che l'Etere fosse eterno, immutabile, senza peso e trasparente. Proprio per l'eternità e l'immutabilità dell'Etere, il cosmo era un luogo immutabile, in contrapposizione alla Terra, luogo di cambiamento. Lo stesso concetto venne espresso alcuni secoli più tardi da Luca Pacioli, neoplatonico del XVI secolo, che coinvolge anche le strutture matematiche e geometriche: secondo il Pacioli, infatti, il cielo, il quinto elemento, aveva la forma di

un dodecaedro, struttura perfetta secondo lo

studioso. «Successivamente gli alchimisti medievali indicarono con l'Etere o quintessenza la forza vitale dei corpi, una sorta di elisir di lunga vita: Quella

cosa che muta i metalli in oro possiede altre virtù straordinarie: come, ad esempio, conservare la salute umana integra sino alla morte e di non lasciar passare la morte (se non dopo due o trecento anni). Anzi, chi la sapesse usare potrebbe rendersi immortale. Questo lapis non è certamente

nient'altro che seme di vita, gheriglio e quintessenza dell'intero universo, da cui gli animali, le piante, i metalli e gli stessi elementi traggono sostanza.» (Jan Amos Komensky, da “Labirinto del mondo e paradiso del cuore” del 1631). Tra i secoli

XIV

e XVIII i chimici supposero che la quintessenza

non

fosse altro se non un elisir ottenuto dalla quinta

distillazione degli elementi; da questa ultima

accezione la quintessenza ha anche assunto un

significato più ampio di caratteristica fondamentale

di una sostanza o, più in generale, di una branca

del sapere. Conosciuta anche come Akasha, nell'Induismo il termine è utilizzato per indicare l'essenza base di tutte le cose del mondo materiale,

l'elemento più piccolo creato dal mondo. Akasha è uno dei "cinque grandi elementi", la cui principale caratteristica è Shabda, il suono, mentre in hindi il significato di Akasha è cielo. Per le scuole filosofiche Hindu Nyaya e Vaisheshika, l'Akasha è

la quintessenza, substrato della qualità del suono,

una sostanza fisica eterna, impercettibile e che tutto pervade.

La Coscienza

L'IO in filosofia è il principio della soggettività, attività di pensiero alla quale è stato spesso attribuito un valore particolare poiché è il fulcro da cui nasce la riflessione filosofica stessa. Il concetto di IO corrisponde infatti al momento in cui pensante e pensato sono compresenti nella medesima realtà. Questa unione immediata di soggetto e oggetto, essere e pensiero, è stata il principio fondante di quasi tutta la filosofia occidentale, dagli antichi greci fino in particolare all'Idealismo di Fichte, il quale pose all'origine della sua filosofia l'auto- intuizione dell'IO puro, da lui assimilata all'Io penso kantiano. L'IO era stato definito da Kant come l'unità sintetica originaria (o appercezione trascendentale) che ordina e unifica la molteplicità delle informazioni provenienti dai sensi. La coscienza dell'IO è stata in genere considerata dai filosofi la prima forma di sapere certo e assoluto, perché innato e non acquisito dall'esterno, si tratta però di un sapere non oggettivabile né comunicabile se non in forma mediata, a prezzo della perdita dell'unità originaria, la quale per poter essere descritta deve sdoppiarsi in un soggetto descrivente e un oggetto descritto. L'IO infatti non è un dato di fatto, una realtà statica fissabile una volta per sempre, ma è un atto, un continuo porre se stesso. Fichte disse per questo che l’IO non è finito, ma infinito e come tale non potrà mai divenire oggetto di conoscenza, ma è piuttosto il principio che rende possibile la conoscenza. L'IO non può mai comprendere razionalmente l'origine della

propria autocoscienza, per attingere la quale egli deve rinunciare alla coscienza stessa. Si entra così nella dimensione mistica dell'Estasi, che è l'identificazione dell'IO col suo Principio fondante. Molti filosofi neoplatonici, come Plotino, Agostino, Duns Scoto, Cusano, Campanella, Schelling, lo stesso Fichte, hanno postulato per questo l'identificazione del soggetto con Dio, visto come un unico grande IO, da cui nascono e a cui ritornano le singole anime degli individui. È dovuto in particolare alla religione cristiana l'aver insistito su una tale concezione di Dio, come di un Essere non impersonale ma che anzi vive e agisce come Persona. Coscienza in ambito filosofico, si potrebbe genericamente definire come un'attività con la quale il soggetto entra in possesso, tramite l'apparato sensoriale, di un sapere immediato e non riflesso che riguarda la sua stessa, indistinta, corporea oggettività e tutto ciò che è esterno a questa. La coscienza diviene quella cosa che comincia ad apparire al mattino, quando dallo stato di sogno e di sonno, passiamo allo stato di veglia e permane per tutta la durata del giorno fino a sera, tornando incoscienti non appena andiamo a dormire. Il termine coscienza è dunque riportato alla terminologia psicoanalitica che la intende come condizione di attenzione conscia, contrapposta alla situazione inconscia del sonno. Un'ulteriore distinzione occorre fare tra il concetto di coscienza e quello di autocoscienza, nel senso che quest'ultima appare al termine di un processo sempre più complesso rispetto alla prima iniziale

presa di coscienza, nella quale sappiamo confusamente che siamo ma non ancora chi siamo. La psicologia ha ormai accertato che solo nel secondo anno di vita il bambino entra nella fase della autocoscienza riferendosi a sé come IO. All'inizio del processo il bambino invece è cosciente del mondo esterno ma parla di sé in terza persona, poiché non è ancora in grado di identificare la sua soggettività pensante con l'oggettività del suo stesso Corpo: quell'oggetto che è il più vicino a lui e da cui proviene un flusso continuo di sensazioni. Quando sarà in grado di identificare le sensazioni e percezioni di sé con il proprio Corpo avrà acquisito quella forma di coscienza superiore che è l'autocoscienza.

Nell'ambito della coscienza, la filosofia ha inteso ricondurvi non solo i dati sensoriali ma anche la complessa interiorità rappresentata da i sentimenti, le emozioni, i desideri, i prodotti del pensiero, come pure il senso di identità personale. Il processo dell'analisi della propria interiorità prende il nome di introspezione che può talora confondersi con la riflessione impropriamente intesa come sinonimo. Nello stoicismo e nel neoplatonismo il riferirsi alla coscienza voleva significare rapportarsi alla "voce" interiore, a quel "dialogo dell'Anima con se stessa" che già caratterizzava l'ultima produzione delle opere dialogiche platoniche, dove la forma letteraria e filosofica del dialogo con un interlocutore, svaniva sostituita da quella del monologo. Il saggio del periodo post-classico della filosofia greca è allora proprio colui che

allontanandosi dalle cose mondane e dalle passioni riflette su se stesso. Sarà Sant'Agostino nelle Confessioni a riprendere questo modello di analisi della personale interiorità (de se ipso) e lo

trasmetterà a gran parte del pensiero cristiano seguente. È infatti soprattutto con il Cristianesimo,

a cominciare da San Paolo, che il concetto di

coscienza viene assimilato a quello di morale, come ben dimostra il linguaggio comune quando parla di voce della coscienza, suggerendo come

comportarsi, quali principi certi siano dentro di noi che ci guiderebbero sulla retta via e dalla quale deviamo per la nostra debolezza umana innata. Non a caso la precettistica cristiana prescrive l'uso devoto dell’esame di coscienza come metodo per rintracciare i propri errori morali. La coscienza, infatti, nel pensiero religioso è concepita come sorgente di Verità, di quei principi certi che sono alla base di ogni retto volere. Riferendosi alla propria coscienza, si saprebbe senza alcun dubbio come giustamente comportarsi, anche se l'azione concreta è poi difforme o contraria a quanto indicato dalla coscienza, dovuto dalla nostra imperfezione umana. Dal XVII secolo con Cartesio

il termine coscienza acquista il significato di

«consapevolezza soggettiva» di sé, una coscienza diretta di noi stessi tale da essere indubitabile, mentre tutti i contenuti mentali di cui siamo coscienti sono soltanto «idee». Questa concezione cartesiana si ritrova in tutto l'empirismo inglese sino a David Hume, il quale sostiene che il pensiero può spingersi sino ai limiti dell'Universo ma rimanendo

sempre nell'ambito essenziale della coscienza e conoscendo solo «impressioni» sensibili o «idee» della ragione senza nessuna certezza cognitiva. Contro questa interpretazione reagì Immanuel Kant

nella “Critica della ragion pura” dove distinse una coscienza empirica, basata sulla singola sensibilità individuale e tale da appartenere solo a noi stessi singolarmente, e una coscienza in generale o «appercezione trascendentale» che si esprime nell'«Io penso», un'attività di pensiero che appartiene a tutti gli uomini. Hegel nella “Fenomenologia dello Spirito” tratterà della coscienza intendendola come lo Spirito dell'Uomo che ancora non è giunto al sapere assoluto, per cui

si pone in un contrasto irrisolto con la natura e con

la società. La coscienza quindi è tutta tesa alla conoscenza del mondo esterno, mentre con l'autocoscienza l'Uomo diverrà consapevole della sua razionalità come connessa alla realtà che egli stesso interpreta e costituisce. Il percorso storico dello Spirito verso l'autocoscienza sarà segnato da tappe di lotta tra le diverse autocoscienze che si ritengono ostili e diverse e dalla nascita storica delle organizzazioni sociali. Questi contrasti si

ritroveranno nel XX secolo nella filosofia di Husserl

e in alcuni autori dell'esistenzialismo come Jean

Paul Sartre o Karl Jaspers. Il necessario riferimento

della coscienza nei confronti di un oggetto è chiamato da Husserl, nell'opera “Idee per una fenomenologia pura”, «intenzionalità» e questo significato è penetrato nella ricerca attuale, sia nella filosofia continentale che nella filosofia

analitica. Per Sartre la coscienza è essere per sé, intendendo come essa si costruisca liberamente nel tempo, nel futuro, distinguendosi e opponendosi alle cose che sono invece essere in sé. Tra l'essere delle cose e la coscienza c'è un'opposizione tale per cui la coscienza può definirsi come "non- essere" poiché essa si costruisce proprio opponendosi all'essere delle cose: la coscienza, quindi, dà vita al non-essere o come dice Sartre l'essere per cui il nulla viene al mondo, dove l’esperienza è caratterizzata dalla azione negatrice della coscienza stessa.

L’Autocoscienza

L'autocoscienza è definibile come l'attività riflessiva del pensiero con cui l'IO diventa cosciente di Sé, e a partire dalla quale poter avviare un processo di introspezione rivolto alla conoscenza degli aspetti più profondi dell'essere. Nell'ambito della storia della filosofia occidentale, si rileva come l'autocoscienza sia stata il fondamento della riflessione di numerosi pensatori, i quali hanno espresso l'importanza di approdare a se stessi prima di iniziare l'indagine delle verità assolute. L'autocoscienza come presupposto della conoscenza, sintetizzato dal motto delfico “Conosci Te Stesso”, ha assunto una posizione di esortazione morale di carattere strettamente filosofico. Soprattutto con Socrate e nell'ambito della cultura occidentale ha poi avuto una Wirkungsgeschichte, ossia una "storia di effetti" di

straordinaria portata, dove l'autocoscienza è stata considerata la prima e unica forma di sapere certo e assoluto, essendo interiore e non acquisito dall'esterno, tanto da essere anche utilizzata come strumento di intellezione dell'idea di Dio. Essa era inoltre ciò che contraddistingueva propriamente la filosofia da ogni altra disciplina, essendo indagine rivolta su di sé e non sul mondo esterno, che critica e mette in discussione principalmente se stessa. Gran parte delle riflessioni sull'autocoscienza presero spunto dalle filosofie elaborate nell'antica Grecia, in particolare da Socrate, Platone e Aristotele. Centrale risulterà in proposito il problema sulla natura della conoscenza, se questa sia da ricondurre ad un atto interiore e immediato del pensiero (che coinvolga per l'appunto la libertà e la coscienza di Sé), o se invece risulti da un meccanismo automatico di fenomeni che interagiscano tra loro. Mentre l'indagine dei filosofi presocratici era incentrata sulla natura, e riguardava forme di pensiero impersonale, con Socrate per la prima volta il pensiero si sofferma sull'autocoscienza, ovvero sulla riflessione dell'Anima umana su di Sé, intesa come IO individuale. Socrate era convinto di non sapere, ma proprio per questo egli si accorse di essere il più sapiente di tutti. A differenza degli altri, infatti, pur essendo ignorante come loro, Socrate era dotato di autocoscienza, perché "sapeva" di non sapere, cioè era consapevole di quanto fosse vana e limitata la propria conoscenza della realtà. Per Socrate tutto il sapere è vano se non è ricondotto

alla coscienza critica del proprio "IO", che è un "sapere del sapere". L'autocoscienza è quindi per lui il fondamento e la condizione suprema di ogni sapienza. «Conosci Te Stesso» sarà il motto delfico che egli fece proprio, a voler dire: solo la conoscenza di sé e dei propri limiti rende l'Uomo sapiente, oltre a indicargli la via della virtù e il presupposto morale della felicità. Per Socrate infatti una vita inconsapevole è indegna di essere vissuta. Una tale autocoscienza tuttavia non è insegnabile né trasmissibile a parole, poiché non è il prodotto di una tecnica: ognuno deve trovarla da sé. Questo metodo socratico era noto come maieutica, e l'oggetto a cui mirava era da lui chiamato dàimon, ovvero il demone interiore, lo Spirito Guida che alberga in ogni persona. Con Socrate vennero posti in tal modo i capisaldi di tutta la filosofia successiva, basata sul presupposto che la vera conoscenza non deriva dai sensi, ma nasce dall'uso consapevole della ragione. Platone, suo allievo, affrontò esplicitamente il problema dell'autocoscienza oltre che nel Filebo e nella Repubblica, soprattutto nel Carmide, dove per bocca di Socrate egli prova ad analizzare questa forma peculiare di conoscenza che sembra non avere un oggetto ben definito se non il conoscere in se stesso. Emerge, in Platone, come l'autocoscienza sia un fenomeno strettamente legato alla reminiscenza delle Idee, cioè di quei fondamenti eterni della sapienza che sono già presenti nella mente umana, ma sono stati dimenticati all'atto della nascita: conoscere significa

dunque ricordare, cioè diventare coscienti di questo sapere interiore che giace a livello inconscio dentro la nostra Anima, ed è perciò innato. Gli organi di senso, per Platone, hanno solo la funzione di risvegliare in noi l'autocoscienza sopita, ma questa non dipende dagli oggetti della realtà sensibile, ed è perciò qualcosa di assoluto. Nel diventare coscienti delle Idee, ci si accorge così della relatività e caducità del mondo terreno, nonché dell'impossibilità di fondare una conoscenza certa sulla base di dati acquisiti unicamente dall'esperienza, prescindendo cioè dalla libera autocoscienza del pensiero. L'autocoscienza è implicitamente presente anche nella riflessione di Aristotele, che parla del «pensiero di pensiero», non solo come vertice ma anche come presupposto della conoscenza, intesa come scienza degli universali. Si tratta di un processo che avviene per gradi: in una prima fase l'intelletto è passivo e si limita a recepire gli aspetti contingenti e transitori della realtà, ma poi interviene quello attivo che supera criticamente tali particolarità riuscendo a coglierne l'essenza, portando a compimento il processo di consapevolezza facendolo passare dalla potenza all'atto. Per Aristotele lo scopo della filosofia si colloca proprio nella contemplazione fine a se stessa, ovvero nel raggiungimento di quella capacità di autocoscienza che differenzia l'Uomo dagli altri animali, mentre per Plotino l'Autocoscienza è il fondamento supremo e immediato del sapere, superiore alla conoscenza di tipo mediato propria della razionalità discorsiva.

Essa è la diretta espressione dell'Uno, il quale traboccando esce fuori da sé, in uno stato di Estasi contemplativa e che si sdoppia così in un soggetto contemplante e un oggetto contemplato, i quali formano una realtà sola, perché il soggetto pensante è identico all'oggetto pensato. L'Uomo è quindi l'unica creatura vivente in grado di riviverla, prendendo coscienza di Sé.

Come sosteneva Plotino, «per superare sé stessi occorre sprofondare in sé stessi» mentre Agostino, rifacendosi al filosofo, avvertì fortemente il richiamo dell'interiorità: «Gli uomini se ne vanno a contemplare le vette delle montagne, e non pensano a se stessi». Il dubbio consapevole permette così di riconoscere le false illusioni che sbarrano l'accesso alla verità, dopodiché l'Anima non può propriamente possedere Dio, ma piuttosto ne verrà posseduta. L'autocoscienza rimase quindi, in forme più o meno velate, al centro degli interessi filosofici e teologici dei pensatori cristiani, ad esempio di Tommaso d'Aquino, Alberto Magno, San Bonaventura, e nel Quattrocento di Nicola Cusano, essendo vista come l'unione immediata di essere e pensiero, fondamento non solo della conoscenza in atto di sé, ma anche di ogni affermazione filosofica sull'Anima e su Dio. Riprendendo Agostino, Campanella fondò su quest'autocoscienza una Metafisica dell'assoluto, mirante a recuperare il concetto di partecipazione a Dio di tutti gli esseri, al punto da fargli dire che il conoscere è essere. Con Cartesio avvenne invece una svolta: con lui sarà l'essere a venir sottomesso

alla coscienza: Cartesio infatti porrà l'autocoscienza al di sopra della realtà ontologica al fine di oggettivarla. Mentre nella filosofia classica l'autocoscienza era l'atto mai concluso (né esprimibile a parole) con cui il soggetto rifletteva su di sé, Cartesio ritenne di poterlo oggettivare nella celebre espressione Cogito ergo sum. Il Cogito per lui non è più l'atto "pensante" originario da cui nasce il filosofare, ma diventa un "pensato". L'evidenza del Cogito offre, secondo Cartesio, un metodo sicuro e infallibile di indagine razionale, tramite il quale poter distinguere il vero dal falso. La verità, risulta quindi sottomessa a tale metodo perché esiste solo ciò che è evidente. In seguito, però, Spinoza ristabilì il primato dell'Essere, riportando l'autocoscienza al livello dell'intuizione. Anche Leibniz concepì l'autocoscienza come la intendeva la filosofia classica: a differenza di Cartesio secondo cui esiste solo ciò di cui ho coscienza (e quindi se non ne ho coscienza non esiste), per Leibniz esistono anche pensieri di cui non si ha coscienza. Egli le chiama "percezioni", e si trovano a un livello inconscio della mente. Ma nel momento in cui diventano coscienti si ha l'"appercezione", che è appunto l'autocoscienza, ossia il percepire di percepire. L'autocoscienza più alta appartiene alla monade suprema che è Dio, il quale riassume in sé le coscienze di tutte le altre monadi, in quanto l'autocoscienza è un atto fuori dal tempo. Con Kant l'autocoscienza diventa in modo compiuto una appercezione trascendentale o l’Io penso, ed egli la pose al livello supremo della

conoscenza critica. Per Kant l'intelletto non si limita

a recepire i dati dell'esperienza, ma li elabora

attivamente, sintetizzando il molteplice in unità (l'IO).

Nelle filosofie orientali, quali soprattutto il buddismo, l'autocoscienza è stata analizzata nella sua portata pratica più che teorica, essendo vista come un processo che si realizza attraverso la meditazione, e con cui raggiungere il nirvana.

L'analisi dei propri processi mentali conduce prima

di tutto all'osservazione degli oggetti fuori di sé;

successivamente ci si sposta verso una coscienza dei pensieri, e alla fine si giunge alla

consapevolezza di chi pensa. Nell'autocoscienza è possibile scoprire la vera natura dell'IO (o del Sé), e coglierne la differenza con l'ego. Mentre l'ego è una caratterizzazione illusoria nella quale siamo erroneamente portati a identificare il nostro essere, l'IO è un principio spirituale situato al di sopra di ogni possibile contenuto della mente: presso gli induisti è chiamato Atman e coincide con l'Anima universale del mondo (Brahman). La meditazione autocosciente permette di capire che l'ego non è un nocciolo statico e invariabile, ma è soggetto a continui mutamenti, essendo il prodotto di un flusso di pensieri. L'IO supremo, invece, non può coincidere con nessun oggetto, né con nessun tipo

di pensiero, perché queste sono realtà soggette al

divenire; l'IO, quindi, non può diventare oggetto di pensiero. Presso i mistici orientali si usa paragonare l'autocoscienza ad una spada che non può fendere se stessa, o a un occhio che non può

 vedere se stesso, ma nel vedere ciò che è al di fuori di lui,
vedere se stesso, ma nel vedere ciò che è al di
fuori di lui, esso può prendere coscienza di sé
attraverso ciò che non è, per via negativa, secondo
un processo di progressiva esclusione molto simile
a quello utilizzato in Occidente dai filosofi
neoplatonici. L'autocoscienza, pertanto, non è
qualcosa che si costruisce, ma risulta semmai dalla
de-costruzione dei propri automatismi mentali,
riappropriandosi del loro contenuto di energia
investita all'esterno sotto forma di proiezioni. 

CONCLUSIONI

Il Metodo dell’Albero della Vita

(Consigliata solamente per chi ha già una buona pratica meditativa, può essere effettuata una volta alla settimana in qualsiasi orario diurno o notturno. E’ necessario meditare lontano dai pasti, preferibilmente a digiuno perché il sistema digestivo spesso si ferma durante la meditazione, onde evitare possibili indigestioni). Verranno qui descritte le condizioni fondamentali per la crescita interiore. Pur con l'ausilio di talune misure prese nella vita esteriore e interiore, nessuno può pensare di progredire se non assolve a queste condizioni. Tutti gli esercizi di meditazione, di concentrazione o altro saranno privi di valore e anche in qualche modo nocivi se la vita non si attiene al senso di queste prescrizioni. Non si possono dare facoltà a un essere umano: si possono soltanto far sviluppare quelle che già ci sono in lui e che non si sviluppano spontaneamente a causa degli ostacoli esteriori e interiori che incontrano. La tecnica che leggerete di seguito è stata creata per scavare nel nostro IO più profondo. Rispetto a tante tecniche che ascendono verso una consapevolezza, la tecnica delle Stanze, invece, vi farà discendere, costringendovi a scavare dentro voi stessi, alla ricerca di quanto sopito, addormentato o tenuto segreto non vi è mai stato rivelato. Immaginate, con questa tecnica, di partire dalla punta di un Albero, dalle foglie più in

alto, protese verso il cielo, per poi discendere tramite i rami, il lungo tronco, andare sotto terra attraverso le radici, sino a toccare il punto più estremo. Il metodo consta di 8 stadi fondamentali, una prima fase iniziale e di preparazione attraverso il respiro e la liberazione della Mente dai propri pensieri, l’arrivo ad un primo stadio o un Non Luogo, il campo base di partenza per le successive fasi. Dal punto 3 si comincerà ad accedere all’interno di una montagna, una caverna o grotta, il proprio Corpo, una grande stanza vuota o piena (lo deciderete voi), ma che avrà una caratteristica, comune a tutte le altre stanze: infondo sulla sinistra ci saranno delle scale scavate in profondità, con all’altezza del pavimento una botola, che dovrà essere chiusa ogni volta che scenderete. Nelle stanze successive, entrerete nelle stanze della vostra Mente, del vostro Spirito e della vostra Anima, tutte descritte secondo i comuni archetipi tratti dai cinque elementi: Terra/Corpo, Acqua/Mente, Fuoco/Spirito, Aria/Anima. Infine arriverete al punto 7, l’ultima stanza, quella dell’Akasha o dell’Albero (l’Albero della Vita), l’unica che non è descritta perché differisce per ognuno di noi, luogo in cui chiunque potrà entrare in contatto con il proprio IO più profondo e accedere a stadi di coscienza e consapevolezza superiore mai prima raggiunti. Al punto 8, scese nuovamente le ultime scale, ritornerete al vostro quotidiano e al mondo in cui viviamo. Questa tecnica, molto potente è una vera e propria auto- ipnosi anche se vi lascerà coscienti per l’intero suo

percorso. Qualora un fattore esterno dovesse interrompere questa tecnica non abbiate timore, automaticamente scatterà il ritorno al punto 2, al Non Luogo, dove entro breve tempo vi permetterà

di aprire gli occhi senza alcun effetto. La tecnica

non è assolutamente rischiosa e se condotta diligentemente in tutti i punti, potrà soltanto regalarvi un enorme giovamento psico-fisico.

La Tecnica

1) Preparazione

Sedetevi comodi in un posto tranquillo e silenzioso, possibilmente in penombra, non completamente al buio o in piena luce. Tenete la spina dorsale diritta, con la testa bilanciata sulla colonna vertebrale (è possibile effettuarla anche da sdraiati, anche se è preferibile la posizione da seduti). Chiudete gli occhi e respirate naturalmente, poi puntate l’attenzione sul respiro stesso. Lasciatevi trascinare dal respiro, permettete ai pensieri e alle emozioni di venire e andarsene liberamente, senza provare a controllarle in alcun modo.

2) Il Non Luogo

In questo stadio di rilassamento vi trovate in un

luogo vuoto, buio, un Non Luogo dove siete soli con voi stessi. Se necessario restate all’interno di questo “ventre”, simile all’utero materno, per il

tempo che ritenete necessario prima di accedere alle fasi successive. Quando avete raggiunto un equilibrio utile per proseguire questo percorso, solamente a quel punto, nel Non Luogo, accedente una luce e iniziate ad illuminarlo. Adesso, davanti a voi e ben distinta, si trova una porta incastonata in una parete rocciosa. La porta è di legno massiccio, marrone, la potete toccare con la mano, sentirla ruvida e antica. Presenta un pomello di ottone e quando vi sentite pronti girate il pomello ed entrate all’interno della montagna.

3) La prima stanza: Terra / Corpo

Appena richiusa la porta alle spalle, vi trovate all’interno di una grande caverna. E’ illuminata,

vuota, con le pareti e il pavimento di colore marrone. E’ la stanza della Terra, del vostro Corpo, potete quindi toccare le pareti e il terreno per sentirne la consistenza, se liscia o ruvida, secca o umida, polverosa o pulita. Non appena ambientati, infondo sulla sinistra dove vi state dirigendo, ci sono delle scale che discendono ad uno stadio inferiore. Queste scale sono scavate nel terreno e

di fianco sul pavimento vi si trova una botola o un

coperchio, anch’esso fatto di roccia. Iniziate a scendere le scale e arrivati all’altezza del pavimento, afferrate la maniglia della botola per chiuderla sopra di voi. Scendete queste scale e nel mentre, vedete cambiare le pareti che, da rocciose, diventano sempre più bagnate sino a trasformarsi

in Acqua.

4) La seconda stanza: Acqua / Mente

Scesi dalle scale, entrate in una nuova stanza sotterranea, luminescente, completamente fatta di Acqua; questa è la stanza della vostra Mente. Potete toccarne le pareti e il pavimento che sono trasparenti e azzurre come l’acqua cristallina più pura, sentirne la consistenza o e se sono fresche o tiepide. Non appena ambientati, infondo sulla sinistra dove vi state dirigendo, ci sono delle scale che discendono ad uno stadio inferiore. Queste scale sono scavate nell’Acqua e di fianco sul pavimento vi si trova una botola o un coperchio, anch’esso fatto di Acqua. Iniziate a scendere le scale e arrivati all’altezza del pavimento, afferrate la maniglia della botola per chiuderla sopra di voi. Scendete queste scale e nel mentre, vedete cambiare le pareti che, da acquatiche, diventano sempre più fumanti e calde sino a trasformarsi in Fuoco.

5) La terza stanza: Fuoco / Spirito

Scesi dalle scale, entrate in una nuova stanza sotterranea, luminosa, calda e fumante completamente fatta di Fuoco; questa è la stanza del vostro Spirito. Potete toccarne le pareti e il pavimento che sono fatti di fiamme gialle, arancioni e rosse come il fuoco più vigoroso, potete toccarle ma se calde o bollenti non vi scotteranno, perché quello è il vostro calore interiore di cui è formata la vostra essenza vitale. Non appena ambientati, infondo sulla sinistra dove vi state dirigendo, ci

sono delle scale che discendono ad uno stadio inferiore. Queste scale sono scavate nel Fuoco e di fianco sul pavimento vi si trova una botola o un coperchio, anch’esso fatto di Fuoco. Iniziate a scendere le scale e arrivati all’altezza del pavimento, afferrate la maniglia della botola per chiuderla sopra di voi. Scendete queste scale e nel mentre, vedete cambiare le pareti che, da fiammeggianti diventano sempre più fluide e evanescenti, sino a trasformarsi in Aria.

6) La quarta stanza: Aria / Anima

Scesi dalle scale, entrate in una nuova stanza sotterranea, luminosa, bianca, sospesa, fresca, completamente fatta di Aria; questa è la stanza della vostra Anima. Potete toccarne le pareti e il pavimento che sono fatti di materiale evanescente, simile ad un cielo terso, potete toccarne la densità, sentire il vento avvolgere il vostro Corpo e sostenervi nel vuoto, perché siete in grado di essere liberi e di volare senza alcun problema. Non appena ambientati, infondo sulla sinistra dove vi state dirigendo, ci sono delle scale che discendono ad uno stadio inferiore. Queste scale sono scavate nell’Aria e di fianco sul pavimento vi si trova una botola o un coperchio, anch’esso fatto di Aria. Iniziate a scendere le scale e arrivati all’altezza del pavimento, afferrate la maniglia della botola per chiuderla sopra di voi. Scendete queste scale e nel mentre, vedete cambiare le pareti che, da atmosferiche diventano ciò che riuscite a vedere in

questa fase finale del vostro cammino, diverso per ognuno di noi.

7) La quinta stanza: Akasha / Albero

In qualsiasi luogo arrivate, qualsiasi trasformazione subiscano le pareti mentre scendete in questa stanza, non abbiate timore, anzi, aprite a voi stessi ogni percezione e lasciatevi trascinare nell’ultima stanza, quella della vostra Akasha o del vostro Albero della Vita. Scesi e arrivati, siate solo voi stessi, cercando di vivere quella condizione per tutto il tempo che ritenete necessario per scoprire chi siete, perché bisogna diventare padroni del proprio mondo e dei propri pensieri. Non se n'è padroni fin quando un condizionamento esteriore ci detta un determinato pensiero e il modo stesso di svolgerlo. La forza dell'attività propria del pensare viene da ciò che maggiormente ci stimola a ricercare, mentre un pensiero, seppure interessante, trascina da sé il pensare. Bisogna cercare di prendere pienamente coscienza del sentimento interiore di fermezza e sicurezza che la sottile attenzione, portata al nostro IO, ci farà presto rilevare e vivere liberamente. Siate liberi di esprimervi, senza preoccuparvi se la vostra Mente sarà soggetta anche alla più fervida fantasia o immaginazione. Perché è con l’atto più puro e creativo che si entra in comunione con noi stessi e si ritrovano quelle verità andate perdute.

 8) Ritorno al Mondo Quando vi sentite pronti, infondo a questa ultima stanza, qualunque
8) Ritorno al Mondo
Quando vi sentite pronti, infondo a questa ultima
stanza, qualunque essa sia, sulla sinistra, dove vi
state dirigendo, ci sono delle scale che discendono
ad uno stadio inferiore. Queste scale sono scavate
nel pavimento e di fianco sul pavimento vi si trova
una botola o un coperchio, anch’esso fatto della
sostanza o materia della stanza stessa. Iniziate a
scendere le scale e arrivati all’altezza del
pavimento, afferrate la maniglia della botola per
chiuderla sopra di voi. Scendete queste scale e nel
mentre, vedete cambiare le pareti attorno a voi,
diventando sempre più comuni. Ritornate ad
ascoltare gli odori, i suoni del luogo in cui
realmente vi trovate, perché siete di nuovo nella
vostra dimensione quotidiana e, non appena vi
sentite pronti, potete aprire gli occhi.